Maggio 18th, 2012 admin
AGLI ATTI UN BONIFICO EFFETTUATO DA BELSITO A MARUSKA ABBATE, EX CONSORTE DEL PRIMO FIGLIO DEL SENATUR
Gli alimenti all´ex moglie dI Riccardo Bossi? Pagava la Lega.
Un´altra “voce di spesa” a carico del partito, dunque, che si aggiunge alle somme sborsate per titoli di studio, contravvenzioni stradali, viaggi e visite mediche dei familiari del Senatùr.
L´hanno individuata i carabinieri del Noe di Roma scavando tra i documenti sequestrati nell´ambito del filone napoletano dell´indagine.
I militari, coordinati dai pm Francesco Curcio, Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli, hanno trovato una cartellina sulla quale l´ex tesoriere Francesco Belsito aveva indicato, sul frontespizio, l´intestazione “alimenti”.
All´interno, secondo la ricostruzione investigativa, riferimenti al bonifico che Riccardo Bossi era tenuto a versare alla ex Maruska Abbate dopo la fine del matrimonio.
Tra maggio e ottobre 2011, dalle casse della Lega sarebbero stati prelevati 4.800 euro. I carabinieri guidati dal colonnello Sergio De Caprio, hanno allegato agli atti anche la ricevuta di un pagamento effettuato da Belsito presso l´agenzia di Montecitorio del Banco di Napoli e ritenuta un primo riscontro a quanto indicato nella cartellina.
È cominciato tutto la mattina del 3 aprile, con le perquisizioni in via Bellerio.
La prima a parlare di soldi della Lega utilizzati a scopo familiare e per spese riconducibili anche a Riccardo Bossi era stata la segretaria amministrativa del partito, Nadia Dagrada, sentita come teste dal pm Woodcock e dal pm di Milano Paolo Filippini.
Dagrada aveva individuato come «l´inizio della fine» la malattia di Umberto Bossi.
E aveva aggiunto: «Si è cominciato con il primo errore consistito nel fare un contratto di consulenza a Bruxelles a Riccardo Bossi. Dopo di che si sono cominciate a pagare, sempre con i soldi del finanziamento pubblico, una serie di spese a vantaggio di Riccardo e degli altri familiari dell´onorevole Bossi».
Dagrada aveva detto di aver saputo da Belsito di pagamenti «con soldi della Lega di cartelle esattoriali e conti vari di Riccardo Bossi». Gli accertamenti ora vanno avanti sull´asse Milano-Napoli-Reggio Calabria.
Il pool coordinato dal procuratore aggiunto Francesco Greco sta prendendo in considerazione l´ipotesi di interrogare Belsito, indagato a Napoli con l´ipotesi di riciclaggio per le operazioni finanziarie dell´imprenditore veneto Stefano Bonet.
Una data però non è stata ancora individuata, anche perché preme l´intensa attività istruttoria legata a Finmeccanica e alla truffa e corruzione internazionale contestate a Valter Lavitola.
Dario del Porto e Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)
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Maggio 18th, 2012 admin
SARANNO ANCHE ENTI INUTILI E DA TAGLIARE, MA METTONO ANCORA MANO AL PRELIEVO FISCALE SUI PREMI PAGATI DAGLI AUTOMOBILISTI… BEN 77 SU 110 HANNO ALZATO LA TASSA AL 16%
Nell’attesa che quello che viene promesso da più parti trovi alla fine una traduzione nella pratica – cioè che vengano abolite – le
Province assestano l’ultimo colpo nel prelievo fiscale sui premi delle Rc auto alzandolo fino al tetto massimo del 16%.
Sono quelle stesse Province che in molti vorrebbero abolire giudicandole superflue e che ci costano ogni anno 2,3 miliardi di euro in spese di funzionamento.
Dal 2011 è stata loro attribuita la possibilità di agire sull’aliquota base del 12,5% alzandola o abbassandola del 3,5%.
Facile indovinare com’è andata a finire.
Le Province che hanno ridotto l’aliquota si contano sulle dita di una mano, quelle che l’hanno portata al massimo consentito sono ormai 77 su 110.
Trentasei avevano già provveduto nel 2011 mentre altre quarantuno si apprestano a farlo quest’anno.
L’aliquota sull’Rc auto è ormai al top in quasi tutti i grandi centri a cominciare da Milano, Torino, Genova e Bologna e continuando al Sud con Bari, Lecce, Napoli e Palermo.
Fanno eccezione Roma dove è rimasta ferma al 12,5% e soprattutto Firenze che ha abbassato il prelievo all’11%.
Tra le pochissime altre amministrazioni provinciali virtuose menzione d’onore per Aosta (aliquota abbassata del 3,5% al 9%) Bolzano (-3%) e Trento (-3%).
Tradotto in moneta sonante questo significa che ad esempio su un premio netto da 1000 euro un automobilista di Milano, Bologna o Palermo pagherà 35 euro in più di tasse (da 125 a 160 euro).
Se il costo netto della polizza è di 1500 euro l’aggravio sale invece a 52 euro.
Come in molti altri casi, dalle aliquote Irpef a quelle Imu, il giochetto è sempre lo stesso.
Da un lato lo Stato taglia i trasferimenti (senza però ridurre la tassazione a livello centrale), dall’altro attribuisce agli enti locali la possibilità di rifarsi manovrando aliquote e balzelli. Nel mezzo, i cittadini.
Negli ultimi tre anni le Province hanno dovuto far fronte a tagli da 1,5 miliardi di euro e una sforbiciata analoga è prevista da qui al 2014.
Lo stesso è accaduto ai Comuni che nonostante la compartecipazione al gettito Imu sono ben lontani dal compensare i mancati trasferimenti e che nei prossimi tre anni vedranno sparire almeno altri 3 miliardi.
Secondo Gianluigi Bizioli che insegna diritto tributario all’Università di Bergamo, “è inevitabile che gli enti locali, se non vogliono ridurre i servizi, cerchino risorse dove e come possono”.
I tagli sono effettivamente pesanti e le razionalizzazioni di spesa, quando possibili, richiedono comunque tempi lunghi che non consentono di far fronte nell’immediato ai minori introiti.
“D’altro canto – continua Bizioli – in una fase di crisi è inevitabile che lo Stato centrale dreni quante più risorse possibili per far fronte all’emergenza”. “Inutile sperare nel federalismo – conclude Bizioli – la riforma conteneva una buon principio, quello dei costi standard (ossia la calibrazione delle spese, specie quella sanitaria, sul livello delle regioni più virtuose) ma ormai giace nel dimenticatoio e lì resterà almeno finché la fase più acuta della crisi non sarà superata”.
Rimane il fatto che nel caso specifico dell’Rc auto il fisco provinciale va a colpire una voce di spesa che negli ultimi anni ha già aumentato sensibilmente il suo peso sui bilanci familiari.
Le associazioni dei consumatori stimano che negli ultimi dieci anni il costo per assicurare l’ auto sia in pratica raddoppiato e che solo nell’ultimo biennio l’aumento sia stato del 30%.
Senza contare che molte Province hanno alzato anche le imposte per le iscrizioni e le annotazioni sul Pra, il Pubblico registro automobilistico.
Per gli abitanti del Mezzogiorno poi la beffa è in molti casi doppia.
Quasi ovunque subiscono il prelievo massimo da parte della Provincia e per di più l’aliquota si calcola su premi sensibilmente più alti rispetto al Centro-Nord.
Secondo il portale Supermoney che consente di confrontare le offerte di diversi operatori, il costo medio di una polizza per chi non ha fatto incidenti negli ultimi 5 anni è di 1.456 euro al Sud contro i 920 euro del Nord.
Questo sebbene il tasso di incidentalità del Mezzogiorno sia ormai più basso rispetto a quello delle altre aree del paese.
Mauro Del Corno
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 18th, 2012 admin
IL SEGRETARIO COMUNALE INVITA ALL’AUSTERITA’ NELLE SPESE, I POLITICI RIBATTONO: E’ UMILIANTE, NOI LAVORIAMO 18 ORE AL GIORNO
Non è solo il contenimento della spesa: per i consiglieri comunali «si fa presente che il segretario generale (Liborio Iudicello, ndr) ha evidenziato la necessità di prestare massima attenzione non solo ai profili finalizzati al contenimento della spesa ma anche e soprattutto ai profili di legittimità della missione, a prescindere dal fatto che comportino o meno un costo per l’amministrazione».
Con i consiglieri municipali, Iudicello è parecchio più esplicito: scrive a tutti i diciannove parlamentini e mette nero su bianco che a proposito dei rimborsi chilometrici, le spese di viaggio, gli «indebiti aggravi nonché i connessi profili di responsabilità, che, peraltro, nelle circostanze ricostruite (in questa sede citate solo a titolo esemplificativo) hanno assunto un autonomo rilievo penale…».
Agli uffici, invia un messaggio chiarissimo: «Ove da tali verifiche dovessero risultare anomalie non giustificabili non si procederà ad alcun rimborso (…) e nel caso emergessero profili di responsabilità, anche solo omissivi» gli uffici «provvederanno senza indugio a produrre apposita denuncia ai competenti organi dell’autorità giudiziaria».
Il motivo è semplice: molti consiglieri hanno la residenza in altre regioni, e ottengono dal Campidoglio il rimborso del carburante.
Parecchio caro, a guardare alcune determinazioni: solo per fare un esempio, in IV Municipio un consigliere ha chiesto 23 mila euro di rimborsi.
In III Municipio invece, dopo il tetto fissato ai rimborsi per i datori di lavoro, c’è chi cambia residenza e adesso chiede quello chilometrico.
In aula Giulio Cesare, alle undici e trenta del mattino, quella lettera del segretario generale non la prendono bene: Federico Mollicone, Pdl, getta la giacca sullo scranno e urla che «è umiliante, noi lavoriamo diciotto ore al giorno, non può umiliarci così», Dario Nanni del Pd annuncia un’interrogazione per «sapere chi abbia sforato, visto che io con i soldi del Comune non sono mai andato neanche a Tor Bella Monaca».
Il segretario generale taglia «missioni», «spese di rappresentanza» e invita i consiglieri a «viaggiare in economy in aereo, in seconda in treno, e in alberghi a tre stelle».
E viaggiare sarà possibile «solo nel caso in cui da ciò derivi un rilevante ritorno concreto in termini economici per Roma».
Mollicone critica l’operato del segretario generale: «Lui è un tecnico e noi eletti dal popolo, non può trattarci come suoi impiegati, e questo non ha niente a che vedere con la casta. Anzi, gli uffici ci dicono che al suo stipendio di 250 mila euro, si aggiunge l’attività di notaio del Campidoglio…».
Marco Siclari, Pdl, scuote la testa: «Faccio tutto con i miei soldi, niente telefono né auto, e non arrivo a 1.400 euro al mese».
Fabrizio Panecaldo, del Pd, non si scompone: «Per noi abituati alle precedenti Giunte questa attenzione alla spesa è normale. Poi: come può chi ha la delega al turismo viaggiare con la certezza di firmare un contratto e garantire un incasso a Roma?». «Unica eccezione» prevista nella lettera per le missioni dei consiglieri «quelle collegate in maniera esclusiva e inderogabile alle esigenze del sindaco».
Alessandro Capponi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Maggio 18th, 2012 admin
I 50.000 ASTENUTI DEL PRIMO TURNO SARANNO L’AGO DELLA BILANCIA NEL BALLOTTAGGIO TRA BERNAZZOLI E PIZZAROTTI
E’ arrivato Le Monde per capire se il “grillino” Federico Pizzarotti (che si è preso 15 giorni di ferie dalla banca dove lavora per
organizzare il ballottaggio) è un Hollande di provincia.
E’ arrivato il New York Times e lunedì addirittura si vocifera di un collegamento della Cnn da piazza Garibaldi.
La provincia, si sa, è sorniona e un pò ci gode ad essere sulla ribalta. A parlare di una sua unicità, vera o presunta.
E allora ricorda ai tanti microfoni, alla selva di telecamere, che questo ex ducato ha la vocazione al laboratorio: primi nella rossa Emilia a chiudere la stagione dei sindaci di centrosinistra e ad aprire quella del civismo berlusconiano con l’elezione a primo cittadino di Elvio Ubaldi.
Correva l’anno 1998 e l’”anarchico” del Pci Mario Tommasini, con una sua lista, mandò in soffitta la nomenklatura che voleva riconfermare in municipio il notaio Stefano Lavagetto del Pds.
Se poi le lancette si spostano ben più indietro nel tempo ecco la Parma delle barricate, ribelle, popolare e imprevedibile, che ferma, l’unica, le squadracce di Balbo.
Primi, ahinoi, negli scandali tra urbanistca e politica nel lontano 1976 con tutti i partiti più grandi dentro.
Primi, ahinoi, nei debiti con un macigno di 600 milioni di esposizione tra Comune società partecipate. Un rosso che alimentò la rabbia della folla contro il palazzo inquisito.
Era la notte di San Giovanni di un anno fa e all’alba scattarono le manette. Una vera e propria retata di dirigenti in Comune. E da allora tutto ha iniziato nuovamente a cambiare.
Per mesi gli indignati sotto il municipio, la Giunta di centro destra barricata nel corso dei Consigli comunali.
Un logoramento fino a settembre quando l’ex sindaco Pietro Vignali getta la spugna e in città si apre la gestione commissariale.
Al primo turno è stato il Movimento 5 Stelle a intercettare più di ogni altro il voto di chi, sdegnato dalla casta e dalle ruberie, vuole cambiare.
Un mix tra l’antipolitica del leader Grillo e temi più concreti calati sulla città che ha fatto centro: quasi 20% al primo turno.
E Parma è di nuovo sulla ribalta. “Caput mundi, la nostra Stalingrado”, dice Grillo. E’ Pizzarotti a sfidare il candidati del Pd Vincenzo Bernazzoli. Il “ritorno al futuro” di Ubaldi, l’altro designato al ballottaggio, non si avvera.
Il Pdl sprofonda al 4,7% dal 24% forse porterà in aula un consigliere comunale di minoranza.
Una stagione politica di centrodestra durata 14 anni si chiude. Ma i fari sono tutti per lui: Pizzarotti.
La facevano tutti più facile.
Ed ora - come fosse nei palchi e nei loggioni del teatro Regio - la città assiste all’inedita lotta tra Davide e Golia.
Tra Bernazzoli, presidente in carica dell’Amministrazione provinciale (non si è dimesso dall’incarico) contro Pizzarotti, bancario esperto di informatica.
Da duecento a trecento mila euro di spese elettorali per il primo, 6mila il secondo. Comitato elettorale in centro più sedi di partito il Pd, rintracciabili sul web i grillini. Di un paesino del Parmense e quindi non votante Bernazzoli, parmigiano ma a Reggio Emilia per lavoro Pizzarotti. 34 mila voti l’esponente del centro sinistra al primo turno e 17mila lo sfidante: 39,7% contro il 19,47.
Ma la vera incognita del secondo turno, e potenziale asso nella manica dei 5Stelle, sono i 50 mila astenuti, il 36 per cento che non è andato alle urne: il primo partito della città.
Domenica e lunedì la differenza potrebbero farla loro se decidessero di “impugnare” la scheda elettorale.
Bernazzoli, nella sua coalizione, ha già messo insieme ex finiani e vendoliani e pare avere già rastrellato dove possibile.
L’altro candidato strizza l’occhio a chi, stufo della politica, al primo turno non ha votato.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali dei vertici locali del Pdl, in molti prevedono un appoggio dei pidiellini a Grillo con la speranza di rientrare in gioco a dispetto delle urne.
Cosa che sarebbe loro preclusa definitivamente in caso di vittoria del centrosinistra. Dai due quartieri generali concordano: affluenza bassa favorito Bernazzoli, affluenza alta tutto è possibile.
Bernazzoli ha vinto senza trionfare le primarie.
Forti i mal di pancia interni al Pd dove molti avrebbero visto di buon occhio la candidatura dell’ex capogruppo in Consiglio comunale Giorgio Pagliari nell’ennesima riproduzione delle mai sopite frizioni tra post Pci e post Dc.
Altri ancora avrebbero voluto un nome meno di apparato e più di rottura, espressione della società civile.
Intanto l’esponente democratico incrocia le dita dopo che la senatrice Albertina Soliani fu sconfitta nel 2007 e l’assessore regionale Alfredo Peri, già sindaco di Collecchio, fece il bis nel 2007.
Dice che in caso di vittoria in Giunta chiamerà assessori in base alle specifiche competenze.
Garantisce esperienza e conoscenza della macchina amministrativa e ricorda che a giugno potrebbero mancare i soldi per pagare i 1300 dipendenti comunali.
Serve una persona in grado di trattare con le banche, dice. Pizzarotti sceglierà gli eventuali assessori tramite curricula da inviare on line e afferma: “Non mi consulterò con Grillo di cui non ho neppure il cellulare”.
Nella Parma capitale del made in Italy alimentare, i poteri forti questa volta non si schierano esplicitamente.
Pesa lo scotto di avere designato, nel 2007, con voto palese, la discesa in campo di Vignali, allora figlioccio politico di Ubaldi, in quel patto tra politica e grandi opere, appaltate ai costruttori locali, che pareva non dovesse mai finire.
Poi la crisi, la bolla immobiliare e i debiti hanno presentato il conto.
Da venerdì sera sarà silenzio elettorale.
Stasera ci sarà da ridere con Gene Gnocchi, amico di Bernazzoli, chiamato a chiudere la campagna elettorale.
Domani sera tocca a Grillo che torna per l’investitura finale.
Battute e risate per tutti, almeno fino a lunedì pomeriggio.
Chi sarà “l’erede” di Maria Luigia? Il delfino di Bersani o quello di Beppe Grillo.
Su questo interrogativo anche da fuori Italia guardano Parma.
Antonio Mascolo e Francesco Nani
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 18th, 2012 admin
NELLE SCUOLE L’ETA’ PIU’ ELEVATA…L’ALLARME DI COLDIRETTI: ANDRANNO IN PENSIONE PRIMA DI SCONFIGGERE LA CRISI
La classe dirigente italiana impegnata nelle politica, nell’economia e nella pubblica amministrazione ha una età media di 59 anni, la più alta tra tutti i Paesi Europei (guarda).
È quanto emerge dal primo report sull’età media della classe dirigente italiana nel tempo della crisi, presentato nel corso dell’Assemblea dei giovani della Coldiretti e realizzato in collaborazione con l’Università della Calabria.
«La maggioranza della classe dirigente attuale andrà probabilmente in pensione prima che la crisi sia superata, anche se si tiene conto della riforma del Ministro del Lavoro Elsa Fornero», ha ironizzato il delegato nazionale dei giovani della Coldiretti Vittorio Sangiorgio nel sottolineare che «la disoccupazione giovanile record non è solo un problema familiare e sociale, ma provoca anche un invecchiamento della classe dirigente italiana che deve affrontare la crisi con il Paese che sta rinunciando a energie e risorse fondamentali per la crescita».
A conquistare il triste primato dell’anzianità nel momento economicamente più difficile per l’Italia dal dopoguerra sono - sottolinea la Coldiretti - le banche che hanno una età media degli amministratori delegati e dei presidenti di circa 67 anni, pari addirittura a quella dei Vescovi italiani in carica.
Nelle istituzioni, tra i parlamentari l’età media dei senatori è di 57 anni e quella dei deputati 54. Ancora più alta è l’età media dei ministri del Governo guidato da Mario Monti: 64 anni.
Nelle ultime 3 legislature sono stati eletti soltanto 2 under 30 su circa 2500 deputati, anche se il peso dei 25-29enni è pari a circa il 28 per cento della popolazione eleggibile (con più di 25 anni).
Attualmente - precisa la Coldiretti - solo un deputato su 630 ha meno di 30 anni e appena 47 sono quelli under 40 mentre quelli over 60 anni sono 157.
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha 69 anni e i ministri più giovani, Renato Balduzzi e Filippo Patroni Griffi, hanno 57 anni. In Gran Bretagna David Cameron è diventato primo ministro a 43 anni, Tony Blair a 44, John Major a 47 e Gordon Brown a solo poco più di 50.
Il problema della burocrazia è forse quello che più colpisce cittadini e imprese che lamentano spesso la disattenzione nei confronti delle nuove tecnologie che potrebbero portare più efficienza o snellimento delle procedure.
Forse non è un caso che - sostiene la Coldiretti - l’età media dei direttori generali della pubblica amministrazione è di 57 anni mentre, se si guarda alle aziende partecipate statali, l’età media - precisa la Coldiretti - sale a ben 61 anni.
La situazione migliora nelle imprese private, anche se rimane drammatico il confronto con l’estero: l’età media degli amministratori delegati delle aziende quotate in Borsa a Milano è di 53 anni.
A preoccupare particolarmente - continua la Coldiretti - è il mondo della formazione con i professori universitari italiani che hanno una media di 63 anni, i più anziani del mondo industrializzato.
Un quarto dei professori che ha più di 60 anni contro poco più del 10 per cento in Francia e Spagna e l’8 per cento in Gran Bretagna.
Sono solo 3 su 16 mila circa i professori ordinari con meno di 35 anni e appena 78 quelli under 40, pari ad un peso dello 0,5 per cento.
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Maggio 17th, 2012 admin
GRAZIATO UMBERTO, MARONI ORA VUOLE RIDIMENSIONARE I COLONNELLI… OLTRE A TOSI, FA PASSI AVANTI SALVINI
La voce di imminenti avvisi di garanzia girava da circa una settimana: anche per questo Roberto Maroni, venerdì scorso, aveva voluto
incontrare Umberto Bossi per decidere insieme il futuro della Lega anticipando eventuali imbarazzi giudiziari.
Alla fine dell’incontro i protagonisti non avevano voluto rilasciare dichiarazioni, così da annunciare le novità davanti a tutti i colonnelli lunedì.
Il succo del «patto» è noto: il Senatur ha firmato un documento in cui dà il via libera alla candidatura di Maroni a segretario federale, e addirittura ne auspica la vittoria al congresso che si terrà tra poco più di un mese.
Ieri mattina, quando su Facebook chiedeva un Carroccio senza «faccendieri né ladri», Bobo non immaginava che nel giro di poche ore arrivassero avvisi di garanzia per il Senatur e i figli Renzo e Riccardo, accusati di truffa ai danni dello Stato per la faccenda dei rimborsi elettorali. A questo punto Maroni sembra non avere davvero più rivali, ma il partito resta lacerato.
L’ex ministro ha confessato ai fedelissimi che diventare segretario federale in questo momento sarà un impegno più gravoso di quello che gli era stato affidato al Viminale.
Per questo, Bobo intende dettare alcune condizioni.
Primo: nel giro di tre anni abbandonerà il comando del movimento.
Secondo: vuole scegliersi uno staff di fedelissimi, e tra questi il nome caldo è quello di Matteo Salvini.
Per Bobo vale il motto “dimmi con chi vai e ti dierò chi sei”, insomma…
L’europarlamentare è in ballottaggio con Giacomo Stucchi per guidare la Lega Lombarda, ma potrebbe cedere alle lusinghe di Bobo diventando il suo braccio destro e occuparsi così del coordinamento delle segreterie.
L’incarico è attualmente in mano a Roberto Calderoli, che per il futuro rischia di dedicarsi alle faccende organizzative.
Nella cosiddetta Lega 2.0 voluta da Maroni, Giancarlo Giorgetti potrebbe guidare la segreteria politica, l’organismo che dovrà sintetizzare le proposte dei vari dipartimenti (dall’economia alla sicurezza) per delineare le ricette lumbard.
Oltre a Salvini, Maroni sceglierà almeno altre due persone: non necessariamente un piemotese e un veneto, perché le «nazioni» saranno equamente rappresentate in consiglio federale.
Di più: certamente non affiancheranno Bobo i governatori Luca Zaia e Roberto Cota.
Il primo intende dedicarsi al Veneto, il secondo è anche leader della Lega piemontese.
E il Senatur? Sarà presidente fondatore con la facoltà di dire l’ultima parola sulle eventuali espulsioni dei militanti da più di vent’anni.
Un modo per tutelare il clan di Gemonio da eventuali purghe, che l’ex ministro dell’Interno giura comunque di non voler fare.
Formalmente, il vecchio capo può blindare gente come la moglie Manuela Marrone, l’ex capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni e Giuseppe Leoni.
Però la pistola di Umberto rischia di rivelarsi scarica: per ridimensionare qualche colonnello senza proporne l’allontanamento, è sufficiente il niet della sezione al rinnovo della militanza, così da degradarlo a semplice sostenitore senza facoltà di voto attivo e passivo.
Da escludere, al momento, una robusta iniezione di veneti in posizioni apicali, anche perché hanno già il tesoriere Stefano Stefani e i capigruppo di Camera e Senato Gianpaolo Dozzo e Federico Bricolo.
Il puzzle della Lega 2.0 si sta delineando in queste ore (non va dimenticato che il maroniano Flavio Tosi è in pole per vincere l’imminente congresso veneto), e proprio in questa fase Renzo Bossi è in vacanza in Marocco con l’ex assessore lombardo Monica Rizzi e il compagno di lei, Alessandro Uggeri.
Per il Trota non è proprio periodo: sul suo aereo, per puro caso, c’era il giornalista de Linkiesta Alessadro Da Rold che rischia di marcarlo stretto pure in ferie.
E ieri è arrivato l’avviso di garanzia.
In via Bellerio sperano che le grane giudiziarie siano finite. Resta da capire il ruolo del Senatur. I casi son due, spiegano alcuni leghisti.
Sapeva cosa combinavano i suoi figli con l’ex tesoriere Francesco Belsito, oppure l’hanno fatto fesso.
I padani non sanno cosa augurarsi.
Matteo Pandini
(da “Libero“)
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Maggio 17th, 2012 admin
FIN DALL’INIZIO DELLA SUA CARRIERA POLITICA, UMBERTO BOSSI ERA STATO MOLTO ATTENTO A MANTENERE IL CONTROLLO DELLA CASSA
Altro che presidente federale “a vita”: ora toccherà al senatur venire espulso dal partito di cui è fondatore, sempre che non provveda egli stesso a autosospendersi.
La magistratura ritiene di avere elementi sufficienti per dimostrare che Umberto Bossi era consapevole dell´infedeltà dei rendiconti amministrativi con cui la Lega ha movimentato i 18 milioni di euro incassati dallo Stato nell´agosto 2011.
Già da quattro anni, inoltre, gli ignari contribuenti italiani versavano, Bossi consenziente, una “paghetta” mensile di cinquemila euro cadauno ai suoi figli Renzo e Riccardo.
Né più né meno un furto, perpetrato da un ministro della Repubblica
L´ex capo leghista, cui tutto si può rimproverare tranne l´assenza di fiuto, non a caso si era già dimesso da segretario.
Fin dal 4 maggio, vigilia della batosta elettorale, si era rinchiuso in un insolito silenzio. Da allora il suo nome è scomparso dal bollettino delle iniziative di partito pubblicato quotidianamente su “La Padania”.
Difficilmente tornerà a comparirvi.
Fine ingloriosa dell´”Idiota in politica”, che idiota certo non era. Faremmo torto, difatti, all´intelligenza di Bossi, prendendo sul serio la leggenda su cui Maroni ha impostato la rifondazione leghista: Umberto leader integerrimo cui la moglie e i figli avrebbero fatto perdere la testa; o che l´ictus del 2004 avrebbe lasciato alla mercé di un “cerchio magico” profittatore.
Stiamo parlando dell´uomo con cui Berlusconi e Tremonti giocavano di sponda nei più delicati equilibri di governo, concedendogli un potere spropositato.
Trattarlo come un deficiente che firma i bilanci senza accorgersene – ieri ci ha provato ancora Flavio Tosi – è un trucco che non funziona più.
Superato lo choc, prevedo che il nuovo stato maggiore leghista ne prenderà atto.
Del resto, quale può essere la credibilità di questi dirigenti che fino a ieri dichiaravano inconcepibile una Lega senza Bossi, e fino all´altro ieri magnificavano le virtù politiche del figlio destinato alla successione?
Mentivano per convenienza e per timore, ben consapevoli del rischio di venire espulsi al minimo cenno di dissenso, o per lo meno di venire emarginati dal palcoscenico redditizio delle adunate di partito
Fin dagli albori della sua carriera politica Bossi è stato attentissimo a mantenere il controllo della cassa.
Non per arricchirsi, ma per comandare.
La sua astuzia popolana è sempre stata intrisa di diffidenza. Praticava la tecnica della sottomissione nella cerchia degli adepti e verificava la loro fedeltà facendogli ingoiare il suo dispotismo.
Che amasse la vita rustica e sregolata disdegnando il lusso, spiega il suo successo di leader populista ma resta ben fragile attenuante.
La disinvoltura con cui attingeva ai finanziamenti di un partito che – incoraggiato da chi gli ruotava intorno – considerava emanazione inscindibile dalla sua persona, spiega l´assoluta indifferenza di Bossi alle regole dello Stato e a ogni norma statutaria. In uno dei suoi ultimi comizi, per giustificare il pagamento con soldi pubblici dell´appartamento romano di Calderoli, disse proprio così: “I soldi sono nostri, se vogliamo possiamo anche buttarli dalla finestra”.
È questa la sua idea di onestà, magnificata ieri da Tosi, Boni, Borghezio, Salvini e compagnia.
Piace ricordare ancora che Piergiorgio Stiffoni, l´altro dirigente leghista autosospeso, già membro della tesoreria insieme a Belsito e Castelli, prima di venir sottoposto a indagine per distrazione di fondi pubblici al Senato, si distingueva per le sue odiose sortite razziste contro gli immigrati e gli omosessuali, giunte fino all´evocazione delle camere a gas: un personaggio ben meritevole di cotanto disonore.
Non per banale rivalsa è giusto ricordarlo, ma anche per spiegare la crisi così repentina del movimento leghista cui stiamo assistendo.
Deflagrato come questione morale, e senza dimenticare che la spregiudicatezza leghista si acutizza nel corso dell´alleanza ultradecennale col partito di Berlusconi, il declino del Carroccio trae origine dall´anacronismo divenuto all´improvviso evidente della sua offerta politica.
È come se d´un colpo l´ampiezza dei fenomeni globali – dalla crisi sprigionatasi nel cuore dell´economia occidentale, alla primavera araba – avesse rivelato l´inadeguatezza culturale del populismo al governo.
Non dimentichiamolo: Bossi è stato un ministro insignificante, prima che un leader arraffone.
Gad Lerner
(da “La Repubblica“)
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Maggio 12th, 2012 admin
SPARISCONO I FINIANI, NESSUNO DELLA LISTA CIVICA… “LIGURIA FUTURISTA”: SE FUTURO E LIBERTA’ SI FOSSE PRESENTATA CON IL PROPRIO SIMBOLO AVREBBE OTTENUTO UN CONSIGLIERE, INVECE SONO CADUTI NEL TRAPPOLONE DI MONTELEONE”
Sarà perché alla fine il pedigree da democristiani è il più facilmente identificabile.
Sarà perché chi arriva dallo scudocrociato è più ostinato nella ricerca delle preferenze.
Ma il dato arriva dai grandi numeri: su quattro eletti della Lista di Enrico Musso in consiglio comunale (se al ballottaggio vince Marco Doria) tre arrivano dall’Udc e una è Vittoria, la sorella del candidato sindaco.
Non c’è traccia dei finiani di “Futuro e Libertà“, né dei rutelliani dell’Api.
Indietro i candidati civici che avevano trovato nella fondazione “Oltremare” (lanciata dal professore-senatore) una speranza di entrare a Palazzo Tursi in questo mix tra lista civica e Terzo Polo.
Il primo degli eletti della Lista Musso, infatti, è il dirigente delle Poste Pietro Salemi, legato al senatore ex popolare Claudio Gustavino, approdato all’Udc.
Seconda è Vittoria Musso che ha fatto della tutela dei cani la sua battaglia politica in città.
Terzo Alfonso Gioia, ex presidente del consiglio provinciale e legato al segretario regionale dell’Udc Rosario Monteleone, già giovane democristiano passato per il gruppo di Lamberto Dini e la Margherita.
E se Gioia era stato un semplice attivista dello scudocrociato, il quarto classificato, Paolo Pietro Repetto, faceva parte della Democrazia Cristiana della corrente di Bruno Orsini, insieme allo stesso Monteleone che oggi lo ha fortemente sostenuto in queste elezioni.
Tanta Balena Bianca, dunque, anche se, a dire il vero, il primo dei non eletti,che può sempre sperare nell’abbandono di Musso per subentragli, è Emanuele Basso, che invece ha un’altra storia: è stato il primo a lasciare il Pdl in consiglio comunale per aderire al gruppo di Musso e la sua provenienza è quella del Partito liberale.
Ma dietro tornano ancora gli Udc, con il consigliere comunale uscente Gianlorenzo Bruni.
Solo a quel punto c’è il primo finiano, Giuseppe Murolo.
Fatto che per altro ha scatenato l’ironica alzata di scudi di “Liguria Futurista”, il gruppo che aveva lasciato Fli in piena contestazione con il segretario regionale Enrico Nan: “E’ funzionato il “trappolone” di Monteleone: l’Udc è riuscito a mangiarsi tutti gli eletti alla faccia di Fli che, se avesse avuto il suo simbolo sulla lista, avrebbe certamente ottenuto un consigliere; mentre l’Udc non avrebbe superato il singolo seggio”.
E gli altri di Oltremare? Musso la prende con filosofia e fa sapere:”I candidati della Lista Musso sono tutti della stessa famiglia, le vecchie divisioni tra partiti sono superate”.
Resta il fatto che Monteleone invece gongola e ha già ricevuto i complimenti da Roma.
E se è vero che tutto ciò vale solo nel caso di sconfitta di Musso al ballottaggio, nel caso invece di un senatore vincente gli equilibri sarebbero solo leggermente differenti: l’Udc porterebbe a casa metà dei consiglieri eletti, 12 su 24.
Se a tutto ciò si aggiunge l’indicazione di voto del Pdl, hano facile gioco gli esponenti del Pd a firmare comunicati al veleno: “Il civismo di Musso è già finito, la maschera è caduta - punge il segretario genovese Lunardon - era tutta una farsa. Il sostegno del Pdl riporta Musso da dove era venuto, ossia dalle liste bloccate scelte da Berlusconi”
Non che gli ex Ds stiano meglio, su dodici possibili eletti del Pd, la metà sono di provenienza Margherita.
Giovanni Mari
(da “Il Secolo XIX“)
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Maggio 11th, 2012 admin
SE FLI AVESSE PRESENTATO UNA SUA LISTA DI APPOGGIO CON IL PROPRIO SIMBOLO, CON UN 2,7% AVREBBE AVUTO UN CONSIGLIERE… E NON CI SI VENGA A DIRE CHE NON LO AVEVAMO DETTO…ORA VEDIAMO SE GLI UDC ELETTI TERMINERANNO I CINQUE ANNI DI MANDATO SENZA FARE IL SALTO DELLA QUAGLIA
Non siamo tra quelli che amano attendere i risultati elettorali per poi dire “lo avevamo detto”, magari estrapolando qualche
dichiarazione che si possa prestare a doppie interpretazioni.
Abbiamo preferito sostenerlo a chiare lettere mesi fa, quando era evidente che la strategia di Futuro e Libertà a Genova, quella di mimetizzarsi nella lista civica di Musso per non farsi contare, non avrebbe portato a nessun risultato concreto.
La rinuncia a presentare il proprio simbolo in appoggio alla candidatura a sindaco di Enrico Musso e della sua lista civica, sia da parte di Fli che dell’Udc, aveva due opposte valenze.
Per Fli la paura di dover trovare il riscontro sul terreno elettorale di due anni di inattività assoluta (a parte le presenze sui media per aver ricevuto attenzionati dalla Dia nella sede di partito concessa gratuitamente da un ricercato colpito da mandato di cattura internazionale), di gestione fallimentare e di mancanza assoluta di saper veicolare le tesi di Bastia Umbra.
Per l’Udc invece sarebbe stata l’occasione, sfruttando il traino di Musso, di andare oltre il singolo eletto che il modesto 3% locale gli avrebbe garantito.
Il trappolone del segretario Udc Monteleone ha funzionato perfettamente, grazie anche al radicamento sindacale su cui può contare.
Gli eletti della lista Musso sono risultati, oltre al candidato sindaco, quattro, di cui tre targati Udc, il quarto è la sorella di Enrico Musso.
Monteleone è così riuscito a prendersi tre volte i consiglieri che avrebbe raccolto in caso di battaglia solitaria, mentre Futuro e Libertà è rimasta al palo e il suo primo esponente è al settimo posto.
Complimenti per la strategia, avallata dai vertici nazionali.
Se Futuro e Libertà si fosse presentata da sola, col proprio simbolo, sempre in appoggio a Musso sarebbe riuscita a prendere un consigliere?
Partendo da una realistica e pessima base dell’1,5%, con una presenza aggressiva e movimentista, fatta soprattutto di contenuti, proposte politiche e visibilità sul territorio, in due mesi si sarebbe potuta traguardare la meta del 2,5%-3%, la soglia per avere un consigliere.
Era quello che Liguria Futurista aveva suggerito e che non è stato preso in considerazione: fare una battaglia per il partito e le idee, non per un candidato piuttosto che un altro.
Si è scelto il suicidio politico: che senso aveva, ad es., presentare quattro candidati di Fli nella lista Musso che hanno finito per togliersi voti a vicenda?
Quanto al trappolone di Monteleone è perfettamente riuscito: ora attendiamo per cinque anni la seconda parte.
Restiamo in attesa di vedere se coloro che sono stati eletti per fare opposizione a Doria termineranno il loro percorso in sintonia con il mandato ricevuto dai propri elettori o se ci saranno cambi di campo.
Nel caso, ricordatevi che lo avevamo detto, anche questo, un paio di mesi fa.
LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza
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