destra di popolo

I SOLDI RECUPERATI DALL’EVASIONE FISCALE SARANNO USATI PER RIDURRE L’IRPEF

Gennaio 28th, 2012 admin

IL PIANO DI MONTI PREVEDE DI INSERIRE NELLA LEGGE DELEGA L’OBBLIGO DI DESTINARE I PROVENTI DEL RECUPERO DELL’EVASIONE FISCALE A MISURE DI DETASSAZIONE… L’OPERAZIONE POTREBBE SCATTARE A FINE ANNO: SE ARRIVANO 15 MILIARDI, ALIQUOTA DAL 23 AL 20%

Obbligo di destinare ogni anno quanto recuperato dal contrasto all’evasione fiscale per la riduzione delle tasse.
Una norma di principio, nuova e rivoluzionaria, potrebbe spuntare nella delega fiscale che il governo Monti si appresta a presentare.
E aprire così, dopo rigore e crescita, puntualmente tradotte nei decreti Salva-Italia e Cresci-Italia, la “fase tre”, tutta dedicata all’equità.
Una sorpresa gradita ai contribuenti onesti che pagano le tasse.
I frutti potrebbero essere visibili presto, già entro l’anno per le feste natalizie, o più probabilmente nel 2013, quando parte del “tesoretto” recuperato con una sempre più intensa e visibile lotta all’evasione ritornerebbe nelle tasche degli italiani, almeno di quelli più bisognosi e a basso reddito.
L’ipotesi, allo studio del governo, si sostanzierebbe in una norma di principio da inserire nella famosa delega fiscale da 20 miliardi, eredità della manovra di agosto di Tremonti.
Accanto dunque al riordino mirato di agevolazioni e detrazioni - non sarà una rasoiata orizzontale, assicura il ministero dell’Economia - sostenuto dall’aumento dell’Iva a partire dal primo ottobre prossimo (due punti in più), l’ipotesi sarebbe quella di destinare almeno 10-15 miliardi (qualora l’incasso del gettito recuperato lo consentisse) alla riduzione del primo scaglione di Irpef dal 23 al 20%.
Oppure di rimpolpare specifiche detrazioni per famiglie, lavoratori e pensionati.
Una buona notizia che rinsalda il patto sociale Stato-cittadino, eroso da promesse non sempre mantenute, visto che nell’ultimo decennio tutti i governi, senza eccezione, si sono nutriti dell’annuncio più gettonato: “Abbasseremo le tasse grazie alla lotta all’evasione”.
Annuncio spesso senza seguito.
L’ultima importante redistribuzione in tal senso che si ricordi è targata Finanziaria 2000 sotto il breve governo Amato, con sgravi corposi che arrivarono a circa 30 mila miliardi di lire.
A distanza, ci fu il bonus incapienti di Prodi-Padoa Schioppa. E poco più. Tuttavia la pressione fiscale non è mai scesa in modo significativo.
E la finanza pubblica italiana ha via via anteposto l’obiettivo di risanamento a quello della restituzione. Bastone e carota.
Ora ci prova il governo Monti.
Quanto stiamo effettivamente recuperando dalla lotta all’evasione?
La risposta è meno lineare di quanto si creda.
Nel quinquennio 2006-2010, ad esempio, la cifra sfiora i 63 miliardi di euro, il 58,5 per cento delle entrate nette totali.
Ma attenzione, il totale si riferisce alle somme che i diversi governi hanno solo previsto di stanare, non quanto effettivamente hanno poi raccolto.
E tuttavia si tratta della posta messa a bilancio, anno per anno, e paradossalmente mai verificata a consuntivo.
Le entrate reali, i soldi veri - e questo si sa - sono andate invece a coprire i deficit di bilancio.
Per avere una cifra più vicina ai capitali poi ripescati e di sicura certificazione, possiamo fare riferimento al Dipartimento Finanze.
Nel quinquennio, si legge nei documenti, gli incassi da attività di accertamento e controllo hanno quasi raggiunto i 49 miliardi.
Una cifra non lontanissima dai 63 miliardi stimati “ex ante”.
Ma al suo interno, si specifica, non tutto proviene dal recupero di imposte non pagate al Fisco (vi possono essere somme riscosse per conto di enti locali e anche recuperi di aiuti di Stato). L
a Corte dei Conti sul punto avverte del rischio che “cifre con origini, cause e riferimenti temporali diversi siano utilizzate per misurare le performance annuali della lotta all’evasione”.
Incertezze contabili a parte, il governo Monti punta a ripristinare nel Paese quella equità fiscale che l’evasione monstre da 120 miliardi all’anno ha tolto già da tempo.
Il veicolo legislativo potrebbe essere la delega fiscale, consegnata all’attuale esecutivo dall’ultima manovra di Tremonti, in cui inserire il principio che tutto ciò che viene sottratto all’evasione fiscale andrà a ridurre le tasse.
Una rivoluzione copernicana.
Nell’ultimo decennio solo il governo Amato destinò il tesoretto derivante dalla lotta all’evasione distribuendo 30 mila miliardi di lire.
Ma tutti hanno promesso di abbassare le tasse. Prodi, nel 2007 e 2008, ideò il bonus per gli “incampienti”. Poi poco altro. Ma tutte, senza esclusioni, le leggi finanziarie degli ultimi anni hanno messo nero su bianco quell’impegno. E invece quasi sempre i tesoretti hanno rattoppato le disastrate finanze pubbliche.
Anni di crisi e di emergenze, di sforamenti e di ammanchi, certo. Ma è alquanto curioso leggere, ad esempio, nel testo delle leggi finanziarie 2009 e 2010 (governo Berlusconi) che le eventuali maggiori disponibilità rispetto a quanto preventivato sarebbero servite a ridurre la pressione fiscale per famiglie con figli e per i redditi medio-bassi, con priorità a lavoratori dipendenti e pensionati. Promesse al vento.
Se l’incasso effettivo fosse in linea con quanto recuperato da Agenzia delle entrate e Guardia di Finanza negli ultimi anni, anche per il 2012 il tesoretto, l’extragettito, non dovrebbe scendere sotto la soglia dei 10-12 miliardi.
Ma l’effetto Cortina (il “blitz” di Capodanno dei finanzieri nelle boutique della perla delle Dolomiti a caccia di scontrini) potrebbe far lievitare quella cifra.
Si stima, dunque, una forchetta più ampia fino ai 15 miliardi.
Che cosa fare con questo tesoretto? Come poi tradurre in pratica la nuova norma di principio (i frutti dell’evasione per avere meno tasse)? Il compito è senz’altro delicato. T
ra le ipotesi che potrebbero essere sul tavolo, c’è la riduzione dell’Irpef. L’aliquota del primo scaglione potrebbe scendere di tre punti (dal 23 al 20 per cento). E ogni punto vale all’incirca proprio cinque miliardi. Ne beneficerebbero senz’altro i redditi molto bassi.
Un’altra via percorribile è quella delle detrazioni. Alcune di queste potrebbero diventare più corpose, a beneficio di famiglie, lavoratori, pensionati.
L’effetto disboscamento della giungla di agevolazioni per complessivi 20 miliardi (5 nel 2012 e il resto nel 2013)- la delega fiscale, da attuare con tagli oculati e non orizzontali - sarebbe così attenuato o, per meglio dire, reso più equo.
La Corte dei Conti ha più volte messo in guardia dalle incertezze che circondano la quantificazione dell’”evasione”, sia per quanto attiene alla dimensioni del fenomeno, sia per i risultati del contrasto.
Una materia delicata, ha ricordato la Corte lo scorso maggio nel suo Rapporto sulla finanza pubblica. Le stime del gettito, innanzitutto.
Si tratta, spiegano i giudici contabili, di valutazioni “ex ante”, di poste che i governi auspicano di rastrellare.
Utilizzate sempre più come “terza via” nelle politiche di bilancio, accanto alla riduzione della spesa pubblica e all’aumento delle tasse. Una terza gamba ballerina.
Anche perché sugli esiti della lotta all’evasione è molto difficile quantificare gli “ex post”. La Corte ricorda che tra l’accertamento e l’incasso vero e proprio c’è di mezzo la riscossione, una fase che apre mille rivoli di incertezza, dovuti a contraddittori e contenziosi.
L’assioma individuato-recuperato deve essere quindi maneggiato con cautela quando si promette di usare i tesoretti vari, gli extragettiti, per ridurre le tasse o per programmare altre azioni di governo. L
a parzialità informativa è legata anche al fatto che i dati non registrano quanto ricavato per effetto della “tax compliance”, dalla sola dissuasione ad evadere (l’effetto Cortina, ad esempio).
I tesoretti non finiscono qui.
Le vie per ridurre le tasse e così rilanciare la crescita non terminano con la lotta all’evasione.
Un’altra battaglia sembra essere stata ingaggiata dal governo. Ed è quella contro gli sprechi.
La chiamano “spending review”, revisione della spesa pubblica, ed è un altro pilastro della “fase tre”, dedicata all’equità. Il governo ha insediato proprio ieri un comitato informale guidato dal titolare dei Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda (che ha la delega della materia e ieri ha illustrato le linee guida in Consiglio dei ministri), e a cui partecipano il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, e il vice ministro dell’Economia, Vittorio Grilli.
Si riunirà la prossima settimana e inizierà il lavoro di pulizia a partire dai dicasteri di Interni, Istruzione e Affari regionali.
Le linee guida, ispirate ai progetti del 2007 dell’allora ministro del Tesoro Padoa Schioppa, puntano a restituire al settore privato attività e interventi che non hanno più ragione di essere pubblici, ma anche a garantire efficienza nel settore pubblico per concentrare l’azione su chi ne ha bisogno. Il lavoro avrà tre obiettivi: individuare programmi di spesa, uffici e attività da sopprimere o razionalizzare, scoprire inefficienze, segnalare leggi di finanziamento potenzialmente eliminabili.

Valentina Conte
(da “La Repubblica”)

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LA TASSA FANTASMA SUI PERMESSI DI SOGGIORNO

Gennaio 27th, 2012 admin

PER IL RILASCIO E IL RINNOVO DEI PERMESSI TREMONTI AVEVA PREVISTO L’AUMENTO DA 80 A 200 EURO… MONTI AVEVA PROMESSO DI CANCELLARLO, MA NON LO HA ANCORA FATTO…E DA LUNEDI SCATTA LA NUOVA IMPOSTA

È il giallo della tassa fantasma: dagli 80 ai 200 euro per ogni rilascio o rinnovo di permesso di soggiorno.
Inventata dal duo Maroni-Tremonti, la stangata doveva essere oggetto di «riflessione» da parte del governo Monti.
Eppure nulla si è saputo e il tempo corre.
Così, salvo notizie dell’ultima ora, da lunedì prossimo scatterà la maxitassa sui migranti.
Il «Contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso  di  soggiorno» nasce col decreto 6 ottobre 2011, firmato dall’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, di concerto con il responsabile del Viminale, Roberto Maroni.
La tassa, pubblicata nella Gazzetta ufficiale di fine anno, entrerà in vigore il 30 gennaio prossimo.
Il contributo varia a seconda del tipo di permesso richiesto: si va dagli 80 euro per quello di durata inferiore o pari a un anno, fino ai 200 euro per il rilascio del permesso Cee per soggiornanti di lungo periodo.
Tassa che si va a sommare – si chiaro – a quanto (57 euro) i migranti già versano per i costi amministrativi e postali della pratica.
La rivolta delle associazioni e la risposta di Monti.
L’introduzione della tassa ha scatenato la protesta di associazioni e sindacati, tanto da far muovere il governo Monti.
Prima con una intervento dei ministri Riccardi e Cancellieri, poi con una nota scritta del Viminale. «Sarà analizzata la possibilità di introdurre una sostanziale riduzione degli importi del contributo per il rilascio del permesso di soggiorno, anche prevedendo esenzioni per particolari situazioni di reddito o composizione del nucleo familiare – annunciava il 5 gennaio scorso il sottosegretario dell’Interno, Saverio Ruperto – una cosa è contribuire, giustamente, alla copertura dei costi amministrativi legati al rilascio del permesso, altra è aver introdotto un contributo a carico degli immigrati regolari, destinato al sostegno dei costi dei rimpatri degli irregolari».
Che ne è ora della tassa? Finora nulla di ufficiale si è saputo.
La tassa resta in vigore e in questi giorni è cominciata la corsa ai rinnovi dei permessi di soggiorno per evitare di incapparci.
La data è infatti segnata: dal 30 gennaio ogni immigrato regolare potrebbe essere costretto a sborsare un tesoretto per vedere rinnovati i propri documenti.

Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)

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LA GIUNGLA DEI PRIVILEGI: IN SICILIA E SARDEGNA VOLANO STIPENDI RECORD

Gennaio 27th, 2012 admin

IL CONFRONTO TRA LE BUSTE PAGA DELLE GIUNTE LOCALI… OPERATI TAGLI DA VENDOLA E CHIODI, COTA INVECE PRENDE 1.779 EURO IN PIU’ DELLA BRESSO

Al governatore siciliano Raffaele Lombardo la sola definizione di gabbie salariali «fa schifo». La sua coerenza è da lodare.
Alla guida di una Regione con un numero di abitanti pressoché identico a quello del Veneto, ma un costo della vita inferiore del 9,4%, Lombardo porta a casa fra indennità e rimborsi il 43% in più del suo collega Luca Zaia: 170.319 euro netti l’anno contro 118.703, secondo i dati contenuti nel sito ufficiale della conferenza dei governatori ( www.parlamentiregionali.it ).
Senza considerare, poi, la differenza abissale nella ricchezza di quei due territori. Il prodotto interno lordo del Veneto, dice l’Istat, è del 75% superiore a quello della Sicilia.
La verità è che in Italia le uniche gabbie salariali esistenti (quel sistema in voga un tempo per cui gli stipendi erano più bassi dove il costo della vita era inferiore) ce le hanno i politici. Però al contrario.
Ha senso che un consigliere regionale molisano, dove la vita costa il 32,8% in meno, intaschi ogni mese fra indennità e rimborsi vari 10.125 euro netti contro gli 8.639 del suo collega della Liguria?
E sorvoliamo sul fatto che il Molise ha un quinto degli abitanti della Liguria e una ricchezza procapite del 37% inferiore.
Ha senso che un consigliere regionale dell’Emilia Romagna abbia un appannaggio netto pari a metà di quello del consigliere della Sardegna (5.666 euro contro 11.417)? O che la busta paga del governatore della Calabria, pure dopo essere stata tagliata di 27 mila euro, sia ancora di 43 mila euro l’anno superiore a quella del presidente della Toscana?
Conosciamo le argomentazioni di chi difende il proprio status quo: i dati vanno presi con le molle, anche quelli ufficiali.
Vero, ma anche con queste precauzioni certi numeri fanno sempre fare un salto sulla sedia.
Per quanto il presidente della Provincia di Bolzano Luis Durnwalder si dica profondamente convinto di meritarsi i 25.620 euro che fra stipendio e rimborsi gli toccano ogni mese, perché lui lavora dall’alba a notte fonda, è stato rilevato che l’impegno del presidente degli Stati Uniti Barack Obama non è certamente inferiore al suo: per 2.600 euro di meno nella busta paga.
Così, se si deve accogliere con un applauso l’affermazione del governatore sardo Ugo Cappellacci, il quale ha fatto presente di aver rinunciato «già da tempo all’indennità di presidente e anche all’auto blu per dare un segnale personale in un momento difficile per tutti», è impossibile non ricordare come per mantenere il Consiglio regionale ogni cittadino della Sardegna sopporti una spesa almeno sei volte superiore rispetto a ciascun lombardo o a ogni residente in Emilia-Romagna.
Tanto che basterebbe semplicemente equiparare il costo dei 20 parlamentini regionali per far risparmiare ai contribuenti una somma tutt’altro che trascurabile: 606 milioni di euro l’anno.
Anche perché se i Consigli regionali dell’Emilia-Romagna o della Lombardia funzionano bene con circa 8 euro per abitante, non si capisce perché per l’Assemblea regionale siciliana ne debbano servire quasi 35 e per il Consiglio della Valle D’Aosta addirittura 124.
Il fatto è che troppo spesso, nelle Regioni Italiane, l’autonomia ha avuto risvolti insensati, dando vita a una giungla di privilegi e retribuzioni nella quale sarebbe opportuno mettere finalmente un po’ d’ordine.
L’occasione per uniformare voci come le indennità e i rimborsi poteva essere offerta dalla necessità di tagliare i costi della politica.
È accaduto invece esattamente il contrario, e quella giungla è diventata se possibile ancora più fitta.
Istruttivo è il confronto fra gli emolumenti massimi dei governatori e dei consiglieri di cinque anni fa e quelli di oggi, entrambi rilevati dalla stessa fonte: il sito www.parlamentiregionali.it .
La tabella in questa pagina paragona gli «stipendi massimi» mensili, pubblicati dalla conferenza dei presidenti regionali nell’estate del 2007, e riportati dal Corriere il 2 agosto di quell’anno, con quelli aggiornati al 23 gennaio scorso.
Dove per «stipendio massimo» si intende la somma della indennità di carica e dei rimborsi (massimi) consentiti.
Fra i governatori, il taglio più consistente è quello subito dagli emolumenti di quello abruzzese.
Roberto Chiodi ha diritto oggi a una retribuzione, comprensiva dei rimborsi, pari a 8.450 euro netti al mese: 5.394 euro in meno rispetto a quella spettante nel 2007 al suo predecessore di centrosinistra Ottaviano Del Turco.
C’è poi la Puglia: al presidente della giunta regionale toccano 14.595 euro netti al mese.
Fra indennità e rimborsi, Nichi Vendola ha ridimensionato il proprio assegno di 4.290 euro.
Al terzo posto il Veneto, il cui governatore leghista, Luca Zaia, ha una busta paga più leggera rispetto a Giancarlo Galan, che guidava la giunta nel 2007, di 2.724 euro al mese.
Una sforbiciata analoga a quella subita dagli emolumenti dei loro colleghi Vasco Errani (Emilia-Romagna, meno 2.238 euro) e Giuseppe Scopelliti (Calabria, meno 2.224).
Fin qui i tagli più evidenti, ai quali si devono aggiungere quelli ancora più considerevoli apportati agli assegni dei consiglieri semplici emiliano-romagnoli (-5.387), abruzzesi (-7.283) e piemontesi (-8.975).
In queste tre regioni le retribuzioni dei «peones» nei consigli regionali sono state ridotte di ben oltre la metà.
A giudicare però dai dati forniti dalla conferenza dei governatori non si ride nemmeno in Puglia, i cui consiglieri hanno dovuto rinunciare a 3.398 euro netti al mese.
E neppure nel Lazio, dove il giro di vite è stato di 2.747 euro mensili.
Anche se in questo caso c’è da dire che la tosata interessa oggi praticamente un solo consigliere: Antonio Cicchetti, l’unico senza un incarico che dia luogo a qualche indennità supplementare.
Fin qui le sforbiciate più appariscenti.
Perché ci sono anche Regioni che al massimo hanno tagliato le doppie punte.
Come la Sicilia: Raffaele Lombardo guadagna oggi 136 euro al mese in meno di Totò Cuffaro.
O la Basilicata, che ha ridotto la paga del governatore di 285 euro al mese, da 9.506 a 9.221 euro netti.
O ancora la Lombardia. Se Roberto Formigoni si è visto ridurre lo stipendio di 325 euro fra il 2007 e il 2012, un semplice consigliere regionale lombardo prende attualmente 12.523 euro al mese: 32 in meno nel confronto con cinque anni fa. Un caffè al giorno.
E la sua retribuzione, considerando anche i rimborsi che gli spettano, è quella record fra tutte le Regioni. Di più: Lombardia e Puglia hanno un sistema di calcolo della liquidazione ben 2,4 volte più favorevole rispetto a quello delle altre assemblee legislative regionali, dello stesso Parlamento, nonché di tutti i comuni mortali. Lì, per ogni mandato di cinque anni, i consiglieri hanno infatti diritto a un anno di stipendio
Per non parlare di chi quelle paghe le ha fermate nel tempo, come la Sardegna. Mentre c’è chi è arrivato anche ad aumentarle.
Secondo il sito della conferenza dei presidenti regionali il governatore del Piemonte Roberto Cota ha diritto oggi, fra indennità netta (5.506 euro) e rimborsi (7.543 euro) a emolumenti per un totale di 13.049 euro.
Cifra superiore di 1.779 euro a quella che lo stesso sito riportava cinque anni fa, quando la giunta piemontese era guidata da Mercedes Bresso.
Con un aumento di 501 euro al mese il presidente della giunta regionale dell’Umbria, ha quindi scavalcato il suo collega toscano che è scivolato così in fondo alla classifica delle retribuzioni.
Nelle Marche c’è stato invece un ritocchino di 184 euro al mese, mentre in Friuli-Venezia Giulia i consiglieri «semplici» hanno superato la barriera degli 8 mila euro netti al mese grazie a un incremento di 685 euro. Idem in Basilicata.
Ma qui l’aumento è stato di oltre mille euro.
E continua a far sorridere il fatto che pur con tutti questi tagli i presidenti delle nostre Regioni restano ancora, e in qualche caso di gran lunga, più pagati dei governatori americani.

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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FREQUENZE E DIGITALE TERRESTRE: LA LOTTERIA DEI RIMBORSI ALLE TV LOCALI

Gennaio 27th, 2012 admin

PER LIBERARE LO SPAZIO D’ETERE ASSEGNATO ALLA TEL.EFONIA, LO STATO HA PREVISTO UN INDENNIZZO ALLE TV LOCALI… MA ANDRA’ LA STESSA CIFRA SIA A CHI HA POCHI SPETTATORI CHE A CHI HA CENTINAIA DI DIPENDENTI…PER TELELOMBARDIA “E’ UNA TRUFFA”

Che cosa hanno in comune Tele Sol Regina, emittente cremonese con tre collaboratori, e Telelombardia che, con i suoi 135 dipendenti e un centinaio di ripetitori, copre un bacino d’ascolto potenziale di 12 milioni di telespettatori?
A prima vista niente.
Eppure per il ministero dello Sviluppo economico sono esattamente uguali.
Tant’è che riceveranno gli stessi soldi per sgomberare il canale sul quale irradiano il proprio segnale.
Perché? Entrambe trasmettono su una frequenza compresa fra i canali 61 e 69, una porzione d’etere molto particolare.
Sì, perché è quella che lo Stato ha recentemente messo all’asta per potenziare la banda 4G (Internet senza fili e servizi multimediali per i telefonini) riuscendo a racimolare la bellezza di 4 miliardi di euro.
La gara era riservata alle compagnie di telecomunicazioni come Vodafone e Wind che, desiderose di ampliare la propria capacità trasmissiva, a forza di rilanci hanno portato una notevole boccata d’aria alle disastrate casse dello Stato.
Il problema però è che a dicembre 2010, quando l’allora ministro Tremonti inserì in Finanziaria la gara, già una decina di regioni avevano fatto lo switch off e cioè erano passate dalla trasmissione analogica a quella digitale terrestre.
E una parte dello spettro assegnato alle antenne locali, come Telelombardia e Tele Sol Regina, era proprio quello compreso nello slot 61-69.
Niente di preoccupante perché il governo avrebbe messo a punto un decreto teso a risarcire le emittenti obbligate a fare i bagagli per lasciare spazio alle Internet key e ai videofonini.
Ora la bozza del regolamento è pronta, le sorprese non sono mancate.
Tutte le emittenti riceveranno lo stesso indennizzo economico: dall’emittente parrocchiale che trasmette per qualche centinaio di fedeli alle corazzate che, a livello regionale, se la giocano con Rai, Mediaset e La 7.
Ma per il titolare dello Sviluppo economico Corrado Passera fa lo stesso.
Tant’è che l’unico criterio introdotto per individuare il valore di una frequenza (e quindi il relativo rimborso per l’emittente che su quello spazio trasmette) è su base regionale: se in Trentino Alto Adige un canale viene valutato 559mila euro, in Emilia Romagna si sale a 2milioni e 300mila.
Testa di serie è la Lombardia, la più popolosa regione d’Italia, dove l’indennizzo sale a 5 milioni e 400mila euro.
“E’ una truffa – tuona Sandro Parenzo, patron di Telelombardia – . La tv del parroco che trasmette per 70 persone una messa e lo stesso film tutti i giorni, riceverà lo stesso nostro indennizzo che produciamo informazione per tutta la giornata e abbiamo speso 85 milioni di euro per i nostri impianti di trasmissione. La tv del cugino dell’assessore che ha tre dipendenti avrà gli stessi soldi nostri che ne abbiamo 135 e un centinaio di collaboratori”.
Ma cosa dice la bozza di regolamento emanata dal ministero dello Sviluppo economico? Che le “emittenti locali legittimamente operanti” nelle regioni “già digitalizzate alla data dell’entrata in vigore della Legge 13 dicembre 2010 n. 220”, a seguito del “volontario rilascio delle frequenze oggetto di diritto all’uso” possono partecipare alla procedura “d’attribuzione di una misura economica di natura compensativa”: 170 milioni di euro complessivi da dividere fra le varie antenne.
La procedura prevista dal capo di via Vittorio Veneto non piace neanche a uno dei maggiori esperti italiani del settore, Antonio Sassano, consulente di Paolo Gentiloni quando era ministro delle Comunicazioni e docente universitario: “E’ un meccanismo punitivo per le emittenti migliori, quelle che vogliono fare veramente tv”.
E a Parenzo di essere considerato come Primarete Lombardia (capitale sociale di 81mila euro e cinque dipendenti), non gli va proprio giù: “Perché mentre gli altri mandano in onda le televendite io ho un palinsesto che copre l’intera giornata”.
Basti pensare che la sua Telelombardia è la capo-cordata del network di emittenti locali che mandano in onda Servizio Pubblico, il format multi-piattaforma di Michele Santoro: “Centinaia di migliaia di telespettatori vedono il programma sul canale 64. Qualora cambiassimo spazio ci vorrebbero anni per spiegare che si deve ri-sintonizzare il televisore (o il decoder, ndr) perché Telelombardia lì non c’è più”.
Le critiche dell’editore stanno facendo proseliti, dalle associazioni che raggruppano le televisioni commerciali e locali, come Frt e AerAnti Corallo, fino ai membri della commissione di Vigilanza sul servizio radiotelevisivo del Pd che hanno annunciato un’interrogazione per chiedere a Passera una modifica dei criteri.
Come?
E’ ancora Sassano a indicare la via prendendo spunto dal meccanismo di assegnazione di quelle regioni passate al digitale terrestre dopo il 2010, quando si sapeva che la banda 61-69 doveva essere lasciata libera per le tlc.
“In Toscana o in Liguria – spiega il professore – per assegnare le 18 frequenze disponili per le locali si è fatta una gara dove le emittenti migliori si sono prese gli spazi più competitivi”.
E nelle aree del Paese già digitalizzate? “Si dovrebbe procedere con un’asta al ribasso, in modo da liberare almeno nove slot per poi procedere a una competizione nella quale le realtà più serie si possano aggiudicare gli spazi migliori”.
Così facendo, secondo il professore, lo Stato risparmierebbe diverse decine di milioni di euro e introdurrebbe il criterio del merito per riassegnare una porzione di etere alternativa a quella venduta a Telecom e soci.
Se è vero che le frequenze sono un “bene dello Stato raro e prezioso che va attentamente ponderato”, come ha detto Passera quando ha dato il benservito al beauty contest e alle regalie per il duopolio Raiset, è altrettanto vero che l’annunciata rivoluzione delle antenne deve evitare di danneggiare quelle esperienze regionali che garantiscono rappresentanza locale e occupazione.

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SALDI CULTURALI: LE CITTA’ D’ARTE METTONO IN VENDITA I PROPRI GIOIELLI

Gennaio 27th, 2012 admin

A MIUCCIA PRADA VA UN PEZZO DEL CANAL GRANDE, A FIRENZE L’OSPEDALE DELLA FAMIGLIA VESPUCCI E’ STATO VENDUTO AI PRIVATI DOPO 600 ANNI… MA I RICAVI VANNO SOLO A RIPIANARE I BUCHI DI BILANCIO E NON PRODUCONO INVESTIMENTO

C’è un modo radicale di risolvere l’annosa disputa (tornata d’attualità col pasticcio del Colosseo) sul ruolo dei privati nella gestione del patrimonio storico e artistico pubblico: alienarglielo direttamente.
Voleva farlo il governo Berlusconi, ora lo stanno facendo, alla spicciolata e lungo tutta la Penisola, enti di ogni tipo e di ogni colore politico.
A Venezia il Comune vende a Miuccia Prada un pezzo pregiato del Canal Grande: Ca ’ Corner della Regina.
Una sorta di versione radicale della privatizzazione della Punta della Dogana, ceduta (temporaneamente) al bilionario Pinault.
Si potrà discutere all’infinito su chi possa garantire la miglior tutela e il miglior godimento del palazzo (se, cioè, il ricchissimo privato o il comune sempre in bolletta): ma bisogna sottolineare che il Comune ha usato i 40 milioni di Prada per risanare il bilancio ordinario, non per realizzare qualcosa di durevole (un asilo o un ospedale, per esempio).
In altri termini, la generazione presente decide di sottrarre a quelle future un bene comune per ricavarne un fuggevole beneficio una tantum.
A Parma l’Ospedale Vecchio, fondato nel 1476 e di proprietà del Comune, è stato affidato a un’impresa locale attraverso lo strumento del project financing, che prevede l’affidamento al privato del 44% della struttura per ventinove anni.
Il risultato è che si pensa di realizzarci un albergo e un centro commerciale, mentre l’Archivio di Stato di Parma, ospitato dall’ultimo dopoguerra nell’Ospedale, è stato trasferito in periferia e la Biblioteca Civica giace pressoché abbandonata.
A Firenze, lo strombazzatissimo Anno Vespucciano (cioè le celebrazioni per il quinto centenario della morte di Amerigo Vespucci) si apre in modo tragicomico con la notizia che l’Ospedale di San Giovanni di Dio, cioè la viva eredità della famiglia Vespucci a Firenze, è stato venduto (con tutte le opere d’arte e le testimonianze storiche che contiene) dalla Asl ad una società privata.
Nell’anno 1400 Simone Vespucci, il prozio di Amerigo, dispose in testamento che tutte le sue case di Borgo Ognissanti fossero trasformate in un ospedale, a beneficio della popolazione.
La filantropia di Simone si irradia fino al 2012: ma non andrà oltre, perché – in nome di un presente onnivoro – decidiamo di tagliare questo prezioso filo di senso civico che lega il passato al futuro.
E anche in questo caso, la Asl non investirà il ricavato in qualche progetto duraturo (magari nel restauro della Villa di Careggi di Lorenzo il Magnifico, che le appartiene e che va in rovina), ma lo userà per ripianare il bilancio ordinario, sommando danno a danno.
Sempre a Firenze, la Facoltà di Architettura sta vendendo a privati il Palazzo San Clemente “il quale – scriveva Giorgio Vasari nel 1568 – per ricchezza di diverse varie fontane … non ha pari in Fiorenza, né forse in Italia”.
Risulta che la destinazione d’uso potrebbe cambiare radicalmente: da sede dei Dipartimenti di Costruzioni e Restauro, e di Urbanistica e Pianificazione del Territorio (nonché di buona parte della biblioteca e di alcuni importanti archivi storici), a sede di un albergo di lusso.
E cioè: da luogo dove si impara a tutelare e conservare l’architettura del passato, ad architettura essa stessa stravolta e violata per essere suddivisa in camere. E ancora: da luogo dove si studia la più virtuosa distribuzione dei nostri preziosi spazi storici, a spazio esso stesso privatizzato; da luogo votato al reddito culturale collettivo, a luogo deputato a produrre reddito monetario privato.
A Pisa è l’Ospedale dei Trovatelli, praticamente in Campo dei Miracoli, a essere venduto con tutti i suoi beni. Il 16 dicembre scorso l’asta (24 milioni di base) è andata deserta, e alla prossima il complesso (che appartiene alla Asl) verrà battuto con un ribasso del 10 %, per poi passare alla trattativa privata.
La probabile trasformazione in albergo potrebbe mettere a rischio lo splendido edificio e le opere che contiene, tra cui la ruota cinquecentesca su cui venivano esposti i bambini, ricollocata all’interno.
Continuiamo a scendere: in Lazio il Comune di Priverno (amministrazione Pd) ha appena messo in vendita l’edificio nel quale è ospitato il Museo Medievale di Fossanova, che è l’antica foresteria della gloriosa Abbazia in cui è morto san Tommaso d’Aquino.
Il destino del museo è probabilmente quello di tramutarsi in un ristorante, e per ottenere una deroga al vincolo della legge regionale attraverso cui è stata finanziata la realizzazione del museo si dovranno esporre altrove le opere: dove, ancora non è dato saperlo.
Concludiamo, in gloria, nella Campania in cui tutto è possibile.
Va in vendita il Casino reale di Carditello, una delle residenze extraurbane preferite da Carlo di Borbone e Ferdinando IV, decorata da artisti come Philipp Hackert e Fedele Fischetti e già centro di una complessa azienda agricola, ma oggi teatro di spettacolari discariche di monnezza. Carditello appartiene al Consorzio di bonifica del Volturno, che è indebitatissimo nei confronti del Banco di Napoli, cioè di Banca Intesa: nel prossimo marzo il complesso sarà battuto all’asta, se la Regione Campania non troverà 9 milioni di euro.
Si potrebbe continuare a lungo, fino a disegnare una mappa della inarrestabile trasformazione che, convertendo la ricchezza del popolo italiano in ricchezza privata, inverte un secolare processo di civilizzazione.
E il messaggio di quella mappa è chiarissimo: la recessione economica sta diventando regressione culturale.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SCANDALO IN VATICANO: QUALCUNO IGNORO’ LE TRUFFE E I REATI CHE L’ARCIVESCOVO VIGANO’ AVEVA DENUNCIATO

Gennaio 27th, 2012 admin

HA RISANATO I CONTI MA E’ STATO ALLONTANATO

Furti nelle ville pontificie coperti dal direttore dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini.
E poi fatture contraffatte all’Università Lateranense a conoscenza addirittura dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per l’evangelizzazione.
E ancora: interessi del monsignore in una società che fa affari con il Vaticano ed è inadempiente per 2,2 milioni di euro.
Ammanchi per centinaia di migliaia di euro all’Apsa - rivelati dal suo stesso presidente - e frodi all’Osservatore, rivelate da don Elio Torregiani, ex direttore generale del giornale.
C’è tutto questo nella lettera che Il Fatto ha pubblicato.
I toni e i contenuti sono sconvolgenti per i credenti che hanno apprezzato gli appelli del Papa. “Maria ci dia il coraggio di dire no alla corruzione, ai guadagni disonesti e all’egoismo” aveva detto nel giorno dell’Immacolata del 2006 Ratzinger.
Eppure il Papa non ha esitato a sacrificare l’uomo che aveva preso alla lettera quelle parole: Carlo Maria Viganò, l’arcivescovo ingenuo ma onesto, approdato alla guida dell’ente che controlla le gare e gli appalti del Vaticano.
La lettera di Viganò è diretta a “Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Città del Vaticano”, praticamente al primo ministro del Vaticano.
Quando scrive a Bertone l’8 maggio del 2011, Viganò è ancora il segretario generale del Governatorato.
Ed è proprio dopo questa lettera inedita, e non dopo quella del 27 marzo già mostrata in tv da Gli intoccabili, che Viganò viene fatto fuori.
La7 si è occupata mercoledì scorso della lotta di potere che ha portato alla promozione-rimozione di Viganò a Nunzio apostolico negli Usa.
L’arcivescovo-rinnovatore aveva trovato nel 2009 una perdita di 8 milioni di euro e aveva lasciato al Governatorato nel 2010 un guadagno di 22 milioni (34 milioni secondo altri calcoli).
Nonostante ciò è stato fatto fuori da Bertone grazie all’appoggio del Papa e del Giornale di Berlusconi.
A questa faida vaticana è stata dedicata buona parte della trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi che, nonostante lo scoop, si è fermata al 3,4% di ascolto.
In due ore sono sfilati anche il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, un uomo del Vaticano in Rai, Marco Simeon e il vice di Viganò al Governatorato, monsignor Corbellini.
Sono state poste molte domande sulle lettere scritte prima e dopo ma non su quella dell’8 maggio che è sfuggita agli Intoccabili.
Peccato perché proprio in questa lettera si trovano storie inedite che coinvolgono nella parte di testimoni o vittime di accuse anche diffamanti, gli ospiti di Nuzzi.
E peccato anche perché nella lettera ci sono molte risposte (di Viganò ovviamente) ai quesiti posti da Nuzzi.
Tipo: chi è la fonte del Giornale che ha scatenato la polemica tra Viganò e i suoi detrattori?
Oppure: perché Viganò è stato cacciato?
Probabilmente dopo la lettera era impossibile per il Papa mantenere Viganò al suo posto.
Il segretario del Governatorato non scriveva solo di false fatture e ammanchi milionari.
Non lanciava solo accuse diffamatorie sulle tendenze sessuali dei suoi nemici ma soprattutto metteva nero su bianco i risultati di una vera e propria inchiesta di controspionaggio dentro le mura leonine.
E non solo spiattellava i risultati, (tipo: la fonte del Giornale è monsignore Nicolini che vuole prendere il mio posto. O peggio: Monsignor Nicolini ha contraffatto fatture e defraudato il Vaticano) ma sosteneva che le sue fonti erano personaggi di primissimo livello come don Torregiani, monsignor Fisichella e monsignor Calcagno. Infine minacciava : “I comportamenti di Nicolini oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità sono perseguibili come reati, sia nell’ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale”. Una minaccia ancora valida nonostante l’oceano separi l’arcivescovo dalla Procura. Anche perché il telefonino di Viganò continua a squillare a vuoto.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LADRI A MONTECITORIO, 100 FURTI IN TRE ANNI: COLLANE, VISONI E IPAD

Gennaio 27th, 2012 admin

DIECI FURTI SOTTO NATALE, ORMAI NEANCHE LE ASSICURAZIONI DI FIDANO PIU’… ULTIMA VITTIMA LA LEGHISTA PAOLA GOSIS CUI E’ STATA RUBATA UNA COLLANA DEL VALORE DI 3.000 EURO

Montecitorio è pieno di ladri. Bella scoperta direte.
No, non ci riferiamo al discorso sui privilegi della Casta, sulle consulenze, sugli stipendi ingiustificati, sulle doppie e triple poltrone…
Ci riferiamo ai furti più volgari (e almeno più trasparenti): ipad, visoni, cappotti.
L’ultima cosa a sparire in ordine di tempo è stata la collana da tremila euro della leghista Paola Gosis: “alla chiamata sono corsa a votare abbandonando la borsa su un divanetto. Al mio ritorno era stata aperta e la collanda sparita”.
I questori della Camera invitano a evitare facili conclusioni: “Passa tanta gente, non gettiamo anche questa croce sulle spalle dei parlamentari…”.
Ma di certo Montecitorio è meno sicuro di un porto di mare: oltre cento furti in tre anni.
Le cifre: sono stati 30 nel 2009, 33 nel 2010 e 26 nel 2011.
I ladri realizzano i loro colpi nelle zone più frequentate della Camera, come il Transatlantico, il cortile o i divanetti dei corridoi.
Gettonatissimo anche il bagno delle deputate e gli uffici delle commissioni.
Il bottino? Ipad (l’oggetto più sgraffignato), agende, portafoglio, gioielli, pellicce.
L’ultimo colpo in ordine cronologico di un certo rilievo è quello che ha visto suo malgrado come protagonista la leghista Paola Gosis.
Aveva lasciato la sua borsa blu su un divanetto perché era suonata la chiama, “e sono corsa dentro a votare”.
Quando è tornata, dalla borsa, non era sparito nemmeno un foglio, ma una collana del valore di 3mila euro.
La Gosis era disperata “perché non mi rimborserà nemmeno l’assicurazione, e questo è uno scandalo”.
Già, perché dopo il moltiplicarsi dei furti l’assicurazione che offriva la Camera ha cambiato le condizioni.
Prima, infatti, veniva rimborsato tutto.
C’era però qualche onorevole ancor più furbetto degli altri che ci marciava e denunciava la scomparsa di oggetti mai rubati e nemmeno posseduti.
Così ora vengono rimborsati soltanto gli oggetti rubati in posti controllati, come il guardaroba, e per un importo fino ai 600 euro: i 3mila euro della collana della Gosis, s’intende, sforano di brutto il tetto del rimborso.
A complicare il controllo anche il fatto che, a Montecitorio, ogni giorno entrano più di 500 persone tra giornalisti accreditati, funzionari, commessi, impiegati e altri collaboratori del parlamentari.
Tra i colpi più incredibili va segnalato quello di un navigatore satellitare da barca.
Anche i giubbotti di cachemire vanno per la maggiore.
Ma sono i cappotti in generale a fare gola. Alcuni deputati del Pdl ne sanno qualcosa.
Paolo Bonaiuti, per esempio, aveva lasciato il capo - “quello blu a cui tenevo un sacco” - su una sedia: pochi secondi dopo non c’era più.
Simile la sorte del cappotto di Gianfranco Rotondi, con l’aggravante: nelle tasche aveva anche le chiavi di casa.
Ma il colpo più grosso di tutti è quello che ha subito l’ex deputata dell’Ulivo, Elisa Pozza Tasca, a cui sgraffignarono un visone color crema del valore di 8mila euro.

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“LIGURIA FUTURISTA” CONTRO LA CASTA: VOLANTINAGGIO A GENOVA PER CHIEDERE IL DIMEZZAMENTO DEGLI STIPENDI PER PARLAMENTARI E CONSIGLIERI REGIONALI

Gennaio 16th, 2012 admin

IN APPENA 15 GIORNI “LIGURIA FUTURISTA” RACCOGLIE 800 ADESIONI SU FACEBOOK… IN SETTIMANA VOLANTINAGGIO A GENOVA NEI QUARTIERI POPOLARI CON UNA PROPOSTA CONCRETA: SIANO I PARTITI, CON IL FINANZIAMENTO PUBBLICO, A PAGARSI LA PROPRIA CLASSE DIRIGENTE, NON I CITTADINI

Avevamo promesso che saremmo usciti fuori dalle sterile polemiche e dal vecchio modo di fare politica che ormai accomuna tutti i partiti tradizionali per riportare al centro del dibattito politico le esigenze reali dei cittadini.
In Italia non è più sufficiente il momento della denuncia, occorre anche quello della proposta alternativa: a un modello di società e di sviluppo bisogna avere la capacità di contrapporne un’altro, più vicino alle speranze e ai sogni della gente comune.
Per troppo tempo all’opinione pubblica sono state propinate vuote parole d’ordine o programmi presentati come la panacea di ogni male: salvo poi scoprire che il tanto annunciato federalismo ha finito solo per tramutarsi nell’annuncio di maggiori tasse locali o che le presunte liberalizzazioni finora non hanno portato a una reale diminuzione dei prezzi per il consumatore.
L’Italia è il Paese dove anche i migliori propositi vengono nella pratica vanificati dagli interessi della politica deteriore, dai compromessi, dai privilegi.
Da anni si parla di riduzione dei costi della Casta, ma alla fine non si fa mai nulla di concreto se non tagli simbolici sugli stipendi di parlamentari.
Si è giunti a discettare tra stipendio base del deputato (sui 5-6000 euro) ed extra, tipo stipendio per il portaborse, salvo poi scoprire che molti deputati non hanno alcun collaboratore e si intascano lo stesso i 4.000 euro corrispettivi.
In qualsiasi Paese al mondo certi extra verrebbero rimborsati solo a “presentazione pezza giustificativa”, in Italia no, sono soldi dati a prescindere.
Ma siamo anche il Paese dove i partiti ricevono un rimborso elettorale per i costi sostenuti per le elezioni pari a circa 500 milioni di euro.
Ma, come si evince dalle stesse pezze giustificative presentate dai partiti, la somma che realmente essi spendono per le pur costose campagne elettorali nazionali, oscilla tra un decimo e un terzo di quella che gli viene in ogni caso accreditata dallo Stato.
Ovvero uno spende ad esempio 30 milioni di euro e gliene vengono riconosciuti 100, in base a una legge votata anni fa su proposta, guarda caso, di un esponente leghista.
E allora ci chiediamo, e chiediamo ai cittadini, per quale ragione i partiti non usino la differenza per coprire almeno il 50% degli stipendi dei loro parlamentari e consiglieri regionali.
Chiediamo per quale ragione i cittadini debbano pagare due volte i partiti, prima come rimborso elettorale e poi per stipendiare i loro rappresentanti.
Vogliono guadagnare 15.000 euro al mese?
Se li facciano dare dal partito di appartenenza.
Questo il senso della proposta che divulgheremo a Genova attraverso il volantinaggio organizzato in questi giorni nei quartieri popolari della città.
E’ solo la prima delle iniziative messe a punto da “Liguria Futurista” per gennaio.
Ci fa piacere sottolineare che il nostro Movimento ha già raccolto in 15 giorni su Facebook oltre 800 amicizie, dato che dimostra che un certo tipo di coerenza e di impostazione, senza steccati o interessi, è condiviso da tante persone oneste e libere.
Ricordiamo che chi volesse collaborare alla distribuzione del volantino può mettersi in contatto per ritirare delle copie ai numeri 334-3308075 e 346-0546850.
Chi, in altre città, volesse riprodurlo in proprio, può farlo richiedendoci autorizzazione.
Contro la staticità della vecchia poliitca, “Liguria Futurista” è in movimento.
Liberi di pensare, liberi di agire.

Ufficio di Presidenza
Liguria Futurista

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DATI ALEXA SUI SITI PIU’ VISTI: “DESTRA DI POPOLO” E’ AL 36.206° POSTO IN ITALIA E BATTE ALEMANNO, SACCONI, IL PREDELLINO, BRUNETTA, GASPARRI, MATTEO RENZI, BOCCHINO, LA RUSSA E LA SANTANCHE’

Ottobre 11th, 2011 admin

SUPERIAMO IN VISITE ANCHE RADIO PADANIA, GENERAZIONE FUTURO, MARINIELLO, COTA, CARFAGNA, IL SECOLO D’ITALIA, ENRICO MUSSO… IN LIGURIA STRACCIAMO PRIMI CITTADINI E ASPIRANTI SINDACI, PRESIDENTI DI PROVINCIA E DI REGIONE, PARTITI POLITICI…SIAMO IL PRIMO SITO POLITICO DI AREA IN LIGURIA E TRA I PRIMI DIECI IN ITALIA, MA DAI DIRIGENTI NAZIONALI DI FLI NEANCHE UN GRAZIE

I dati sono certificati dalla società Alexa, The Web Information Company, una delle maggiori società di rilievi statistici sul numero di visitatori dei siti web nel mondo.
In base ai conteggi sul numero delle entrate (dati rinnovati ogni mese) Alexa compie un monitoraggio di decine di milioni di siti e blog sparsi per il mondo e stila una classifica, costantemente aggiornata.
Su suggerimento di un amico parigino, ci siamo attivati per vedere come viene quotato il nostro sito e i risultati ci danno al 36.206° posto in Italia su alcuni milioni di siti e blog nazionali, al num. 1.118.003 nel mondo su centinaia di milioni di siti.
Un risultato eccezionale che ci pone sullo stesso livelllo del blog di Luca Telese che appare su La7 e scrive su Il Fatto, con ben altra visibilità, tanto per avere un’idea.
Poco sopra il sito “Tocqueville” (27.828° ma che aggrega circa 400 siti di area di destra italiani): in pratica noi da soli siamo a poca distanza da un sito che mette assieme tutti gli altri.
Ma le sorprese non finiscono qua: ci leviamo pure lo sfizio di battere personaggi illustri, persino ministri e politici di rango, sindaci e giornali di area.
Iniziamo da Fli?
Generazione Futuro è staccata di 15.000 posti in classifica (51.267°), il suo segretario Mariniello di 18.000 (54.213).
Non va meglio al blog di Bocchino classificato al 93.739 posto in classifica.  Battuto anche il Secolo d’Italia che arranca dietro di noi al 51.909° posto.
Battuto anche il blog di Radio Padania che si ferma a quota 40.055, mentre Cota lo stracciamo (è appena 74.211°).
Le maggiori soddisfazioni ci arrivano dal raffronto con i blog del Pdl: battuti i siti del famoso “Il Predellino” che sta al 52.413° posto, di Gianni Alemanno al 49.826, del ministro Sacconi ( al 65.312°), della Carfagna che si ferma al 67.814°, di Brunetta 53.178° in classifica.
Travolti i blog della Santanchè (81.857°), di Gasparri (94,210°) e La Russa (93.818°).
Ci permettiamo persino il lusso di battere il blog del sindaco di Firenze Matteo Renzi ( fermo al 51.322° posto).
In Liguria non abbiamo rivali in qualsiasi sito di area e oltre: distaccato il candidato sindaco e senatore Enrico Musso ( fermo al 61.715° posto), altrettanto per Cassinelli, distanze siderali sulla Vincenzi e sulla Pinotti.
Da tenere presente che molti dei siti di cui abbiamo parlato hanno diversi collaboratori.
Uno che fa le nostre entrate e che non abbiamo citato ne ha addirittura trenta.
Possiamo dichiararci soddisfatti…

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