Settembre 10th, 2010 admin
DA TELECAFONE AL CONSIGLIO PROVINCIALE, DALLA ORGANIZZAZIONE DEI PULMANN PER CONTESTARE FINI ALL’ALLOGGIO VIP A ROMA, DAL CIRCOLO “SILVIO CI MANCHI” ALLE GITE A VILLA CERTOSA: COME SI FA STRADA NEL PDL…. E SULLA CASSIA SPUNTA UN ALTRO APPARTAMENTO DEL PREMIER DOVE VIVE LA VALLETTA ADRIANA VERDIROSI
Scoppia il caso “casa” nel Pdl: ma questa volta non riguarda quella di Scajola, bensì quella di Francesca Pascale. Pubblichiamo l’articolo del “Fatto quotidiano”, ripreso dal “Corriere della Sera” e da altri quotidiani italiani, lasciando a voi ogni commento.
“Magari potessi, magari”, gridava a Gad Lerner la giovane Francesca Pascale nella trasmissione
L’Infedele incentrata sullo svilimento del corpo delle donne. La ragazza difendeva Papi-Silvio di fronte alle critiche per lo stile di vita poco morigerato.
“Tutta invidia” secondo la giovane napoletana. “Magari potessi farlo anche io”, diceva allora ammiccando ai telespettatori.
Finalmente quell’antico desiderio, almeno in parte, si è realizzato.
Un frammento dello specchio delle brame berlusconiano, Francesca lo ha agguantato.
Dopo l’ingresso nel partito di Berlusconi, dopo l’ingresso nella villa sarda di Berlusconi, è riuscita finalmente a insediarsi in pianta stabile in una casa del Cavaliere.
Il Fatto Quotidiano ha scoperto che la ragazza napoletana eletta consigliere provinciale a Napoli nel 2009, abita in un appartamento di Silvio Berlusconi.
Per l’esattezza è inquilina della Immobiliare Dueville Srl, partecipata al 40 per cento dalla Dolcedrago di Berlusconi e per il restante 60 per cento dalla Holding Prima e dalla Holding Ottava, due delle 22 società omonime che controllano la Fininvest.
Non basta: sempre mediante la Dueville, nello stesso periodo, il presidente del consiglio ha comprato un secondo appartamento a Roma in zona Cassia.
Sul citofono si legge da pochi mesi il cognome di Adriana Verdirosi, un’altra valletta che compariva nelle liste dei nomi delle candidate per le elezioni europee del 2009, poi depennate grazie all’intervento pubblico di Veronica Lario.
Berlusconi non è nuovo ad acquisti immobiliari a Roma.
Nel 2004 comprò mediante un’altra società un attico alla Balduina dove la conduttrice della RAI Sonia Grey abitava in affitto da anni.
Per la sua vecchia fiamma Virginia Sanjust nel 2006 spese 2 milioni e 250 mila euro per un appartamento in piazza Campo dei Fiori.
La storia di Francesca Pascale, rispetto alle altre, assume anche un risvolto di interesse pubbblico.
L’amica napoletana del presidente del consiglio è stata candidata alle elezioni provinciali del 2009 e gratificata con una consulenza al ministero dei beni culturali.
Ora si scopre che il Cavaliere e la giovane promessa del Pdl di Posillipo sono legati oltre che dalla passione politica anche da quella per le belle case.
L‘appartamento in questione è inserito in un comprensorio signorile in cima a via Cortina d’Ampezzo, in zona Trionfale, è composto di una sola camera, servizi e terrazzo ed è costato al Cavaliere ben 470 mila euro.
Un prezzo molto elevato ma che si giustifica per la presenza del box e soprattutto per il contesto.
Il palazzo è videosorvegliato e presidiato all’ingresso da un portiere ed è dotato di una bella piscina condominiale circondata dal verde e dai lettini prendisole.
Al citofono risponde Catuscia Pascale: “Francesca non c’è”, dice con grande disponibilità, “io sono sua sorella e sono venuta a trovarla. Ogni tanto, visto che vivo a Latina, mi appoggio qui”.
Quando il cronista chiede perché la sorella abita in una casa del presidente del consiglio, lei cade dalle nuvole: “ma cosa dice? La casa non è di Berlusconi, mia sorella è in affitto qui da circa un anno e non mi ha mai detto nulla del genere. Mi viene da ridere solo all’idea”.
Le visure della conservatoria dei registri ipotecari di Roma raccontano un’altra storia: il 19 ottobre del 2009 la società Immobiliare Dueville Srl con sede in Segrate, rappresentata da Marco Sirtori, compra dalla Alef Immobiliare pagando 370 mila euro in contanti e estinguendo il mutuo di 99 mila euro che ancora gravava sull’immobile.
Una somma alla quale bisogna aggiungere i 24 mila euro incassati dal mediatore immobiliare e le tasse pari a 47 mila euro.
L’esborso di oltre 540 mila euro è solo un investimento immobiliare del Cavaliere o anche un bel gesto verso la giovane collega di partito?
La sorella dice che Francesca Pascale è in affitto e che in famiglia nessuno sapeva dell’insigne locatore.
Per capire se si tratta dell’ennesimo caso di un politico ben accasato “a sua insaputa”, Il Fatto Quotidiano ha cercato di ottenere la versione di Francesca Pascale, ma la consigliera provinciale non si è fatta viva.
Il rapporto tra la giovane napoletana e il Cavaliere nasce nel 2006.
A quel tempo questa giovane laureata è famosa più per i suoi balletti ancheggianti che per le sue idee.
In una trasmissione cult sulla tv locale Telecapri (“Il Telecafone”) balla e canta insieme a tre colleghe: “se mostri un po’ la coscia si alza l’auditelle, se muovi il mandolino si alza l’auditelle, se abbassi la mutanda si alza l’auditelle”.
A Napoli il ritornello inventato dal cabarettista Oscar Di Maio lascia il segno.
Su Youtube i video dell’attuale consigliere provinciale di Napoli che struscia il suo top mozzafiato sul compiaciuto comico Di Maio restano tra i più cliccati.
Il telecafone pelato sorride vestito come un camorrista e canta il suo inno ironico al “cafunciello”.
Francesca Pascale e le colleghe improvvisano un merengue sull’erba mentre il lui sventola un tubo di gomma con pose alla Merola (Mario, beninteso, non Valerio) e schizza acqua sulla telecamera.
Purtroppo per i patiti del genere, al culmine di questa fulminante parabola nello show biz partenopeo, che lascia una scia generosa di immagini sulla rete, Francesca Pascale abbandona una strada segnata per scendere (o meglio salire) in campo.
La sua ascesa dal sifone di Telecapri alla piscina di Roma, dal Telecafone al Telepadrone, è una traiettoria istruttiva della selezione della classe politica nel mondo berlusconiano.
Nel 2006 Francesca Pascale fonda con un paio di amiche il circolo “Silvio ci manchi” ispirato dalla nostalgia che attanagliava il Vesuvio per la dipartita del premier da Palazzo Chigi.
Le animatrici del comitato fanno tutte carriera: Francesca Pascale è consigliere in provincia dal 2009; Emanuela Romano è assessore a Castellamare di Stabia dal 2010, ma diventa celebre il 28 aprile 2008 quando il padre si cosparge di benzina come un bonzo sotto Palazzo Grazioli minacciando di darsi fuoco se Silvio non provvede a sistemare la figlia.
Mentre Virna Bello, bionda pienotta che si autodefinisce la Braciolona, è oggi assessore a Torre del Greco.
Quando le tre ragazze vengono fotografate mentre scendono dall’aereo privato del Cavaliere a Olbia, è Francesca Pascale quella più decisa del terzetto che si incammina con piglio da leader verso Villa Certosa.
E, mentre la Romano con i giornali nega di essere lei, Francesca rivendica la sua deliberata scelta politica: “Ma che scherziamo, certo che siamo noi! A ottobre del 2006 ci siamo presentate e appena qualche settimana dopo siamo partite in aereo per Villa Certosa”. A Repubblica proclamava: “non c’è niente di cui vergognarsi, era una convention politica”. Continua »
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Settembre 10th, 2010 admin
LE IPOCRITE ACCUSE CONTRO ANGELA NAPOLI, REA DI AVERE SOLO DETTO QUELLO CHE GRAN PARTE DEGLI ITALIANI PENSANO… LA D’ADDDARIO NON ERA FORSE STATA CANDIDATA? DI “CIARPAME SENZA PUDORE” NON AVEVA FORSE PARLATO QUALCUNA? … E GLI UOMINI NON SI VENDONO PER LA CARRIERA E PER UN POSTO?
Non ci è piaciuto lo starnazzare di tante “politiche”o presunte tali di fronte alla risposta della deputata finiana Angela Napoli a una precisa domanda di Klaus Davi: “Non escludo che senatrici e deputate siano state elette dopo essersi prostituite. Questo porta alla necessità di cambiare l’attuale legge elettorale. E’ chiaro che, essendo nominati, la donna spesso è costretta, per avere una determinata posizione in lista, ad assecondare quelle che sono le volontà del padrone di turno”.
Prima delle scuse a metà della Napoli, è stato un volare di tacchi a spillo e di ciglia finte, un volteggiare di autoreggenti e di tette rifatte, di sdegno e di raffinate accuse alla Napoli di “essere una donna sessualmente frustrata”: insomma molte hanno attinto al peggior vocabolario maschilista per dimostrare la loro “purezza ideologica”.
Dimostrando che forse la Napoli, una donna preparata che ha fatto battaglie contro la mafia in prima linea e che vive per questo sotto scorta, tanto lontana dalla verità non fosse andata.
Sarebbe interessante vedere gli esiti di un sondaggio che chiedesse agli italiani quanti la pensano come lei e quanti no, ovviamente non generalizzando o criminalizzando l’intera categoria.
Anche perchè non è un mistero che la D’Addario fosse stata candidata in lista a Bari, ad esempio, o a chi si riferisse Veronica Lario quando denunciò il “ciarpame senza pudore” che circonda certi personaggi politici a lei familiari.
Nessuno si è scandalizzato in quei casi, segno evidente che sarà anche un luogo comune, ma certamente ha talvolta avuto riscontri oggettivi.
Dove la Napoli ha mancato invece, secondo noi, è nel non avere rimarcato la forma più grave di prostituzione politica, quella maschile.
Ovvero quella forma di perdità di dignità, di servilismo, di assecondare il capomanipolo per interesse, per convenienza, per arrivare o per mantenere la poltrona.
Un puttanesimo morale che porta a tradire amicizie, a rinunciare a fare quello che è giusto per adattarsi a quello che è utile, a trasformare la propria esistenza in una vita da cortigiani, tra ipocrisie e servilismi.
“Battere” obbedienti per il capo di turno per garantirsi l’esclusiva del selciato, della via che porta alla “gratifica elettorale”.
Non a caso una delle promesse che il premier ha fatto nei giorni scorsi è stata quella che “chi si pente avrà garantita la candidatura alle prossime elezioni”.
Come si potrebbe trattare una meretrice che ha osato cambiare protettore ma che se ritorna e garantisce la percentuale di incasso può essere riamessa nel giro giusto. Continua »
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Settembre 9th, 2010 admin
“C’E’ CHI NON CONCEPISCE ALTRA DESTRA CHE QUELLA CHE BERLUSCONI HA PRIVATIZZATO”…”FINI RICONQUISTA LA VECCHIA DESTRA LIBERALE E LAICA E LA FONDE CON LA DESTRA SOCIALE”…”AL NORD CI SONO MILIONI DI PERSONE ESASPERATE DAL LEGHISMO: E’ UN BACINO ELETTORALE DOVE FINI PUO’ PESCARE”
Pubblichiamo l’intervista rilasciata da Michele Serra al “Secolo d’Italia”, certi di fare cosa gradita ai nostri lettori
Michele Serra, scrittore e autore tv, editorialista della Repubblica e curatore della rubrica “L’amaca”
sul quotidiano diretto da Ezio Mauro, ha sempre avuto un piccolo zoccolo duro costituito da lettori di destra.
Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, infatti, dirigeva il settimanale di satira Cuore, una lettura immancabile per tanti militanti del Fronte della Gioventù, che ritrovavano sfumature longanesiane nei suoi indimenticabili titoli “fustiga-potenti”.
L’estate rovente di polemiche sui quotidiani vicini alla maggioranza ha messo in evidenza che in Italia ci sono, ben distinte, due destre: il duello Berlusconi-Fini può essere inteso come un confronto tra destra populista e destra repubblicana?
Così, almeno, il duello viene percepito dall’opinione pubblica più informata: Fini cerca di sottrarre il destino della destra italiana alla sua attuale forma populista e personalistica.
Il guaio è che la gran parte dei media rappresentano lo scontro in una forma molto “pop” e molto vuota di contenuti, con grande spreco di termini come “tradimento”, “divorzio”, “riconciliazione”.
La politica come soap opera avvantaggia Berlusconi, non so se Fini e i suoi riusciranno a fare intendere anche al grosso dell’elettorato che stanno parlando di politica, non di altro.
Media e politica, tra chi ha invocato “un metodo Boffo” e chi ha condotto campagne volte alla delegittimazione dell’avversario politico interno. È sorpreso da questo trend?
Impossibile sorprendersi. Questo il menù che, lungo gli anni, il potere mediatico di Berlusconi ha servito agli italiani.
Un’accelerazione del banale che è al tempo stesso una retrocessione della politica a scontro personale e a odio fisico.
La bastonatura mediatica delle singole persone è il frutto, ripugnante, di una prassi politica che avendo abolito le idee non sa più metterle a fuoco.
E attacca direttamente le persone fisiche, perché non è capace di riconoscere altro bersaglio.
Una parte della stampa filo-governativa incasella Fini come un “compagno”. Le posizioni culturali espresse dal presidente della Camera le sembrano di “sinistra”?
“Fini di sinistra” è la spiegazione pigra e stupida che la stampa governativa dà in pasto all’opinione pubblica di destra, e a se stessa, perché non concepisce altra destra al di fuori di quella che Berlusconi ha privatizzato.
Quali sono i confini di una destra che si presenta come laica, sociale e sensibile al tema dell’Unità nazionale?
Sono confini interni. Di riconquista progressiva di quanto resta della vecchia destra liberale, laica e repubblicana, e della nuova destra sociale che evolve dal post-fascismo. Nessuno sa quanto valga in termini elettorali, penso nemmeno Fini.
Maggioranza e rapporto con la Lega. Nuove elezioni porterebbero a un ulteriore avanzamento delle truppe leghiste…
Dimentichiamo tutti, a sinistra come a destra, che la Lega su scala nazionale ha il dieci per cento dei voti. Arrivasse anche al 12 o al 13, siamo di fronte a un partito importante ma non soverchiante.
Da sola la Lega conta zero.
Bisognerebbe averne meno paura.
Al Nord ci sono milioni di persone esasperate dal leghismo: quello è un bacino elettorale almeno tanto importante quanto quello di Bossi.
Deriva carismatica e comitati elettorali che hanno soppiantato i partiti. Finiremo per gridare “Aridatece le sezioni”?
Io lo grido già adesso.
Unità d’Italia e celebrazioni. La vedremo con una spilletta delle frecce tricolore appuntata sulla giacca?
Penso proprio di sì. Un piccolo segno di identità italiana. Per un italiano che abita al Nord, oggi, dire “sono italiano” non è più così lapalissiano. Proprio per questo sta diventando un bisogno di molti.
Michele De Feudis
(da il Secolo d’Italia)
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Settembre 9th, 2010 admin
SOTTO TRACCIA, IL PREMIER TRATTA COI FINIANI E PENSA ALLA CAMPAGNA ACQUISTI PER RACCATTARE DIECI VOTI, TRA CUI QUELLI DI CUFFARO E GRASSANO… BOSSI VUOLE FARE IL “MARCIO SU ROMA” CON BALLAMAN… RICHIAMATO SCAJOLA, SOTTO CONTROLLO TREMONTI, NEL MIRINO L’ODIATA BONGIORNO
“Molla tutto e vieni subito al vertice”: il buon Scajola era appena tornato da Roma e stava per presenziare alla inaugurazione delle “Vele d’Epoca” nella sua Imperia, quando la telefonata del premier lo ha fatto ritornare nella capitale.
Non per vedere il Colosseo da casa sua, ma per partecipare all’ufficio di presidenza del Pdl.
Berlusconi non sa più come uscire dal pasticcio che si è creato con le sue mani e la presenza dell’esperto Scajola può essergli di aiuto.
Intanto a sciogliere l’enigma su a chi affidare il ministero dello Sviluppo economico che sta mettendo in serio imbarazzo il premier, in secondo luogo a districarsi nel labirinto delle correnti pidielline e a resistere alle pressioni dei falchi che lo stressano.
Dopo che Letta ha chiamato Fini per chiedergli se davvero voterebbe a favore di una sospensione dei processi per Silvio, nel periodo in cui ricopre un incarico isitituzionale, e aver avuto conferma della sua risposta positiva, se limitata solo a quello, ora Berlusconi si accorge di essersi fidato troppo di Bossi e Tremonti che fanno a gara per metterlo in difficoltà.
In un pomeriggio è costretto a tante retromarce, con relative figuracce: prima dice che non è più il caso di andare da Napolitano a chiedere che “sposti Fini”, poi che non si deve andare più a votare perchè compito del premier è “governare il Paese”, poi fa affossare definitivamente la legge sulle intercettazioni.
Così mentre Fini parte beffardo per la visita istituzionale in Canada, Silvio dà appuntamento per il suo intervento alla Camera solo per fine settembre, termine che esclude così matematicamente ogni possibilità di votare entro dicembre, qualunque cosa succeda.
Non sarà più una mozione in 5 punti e relativo voto di fiducia, ma solo una risoluzione che, se anche non fosse votata, non comportebbe alcun problema per il governo.
E’ l’ennesima vittoria di Fini (e di Letta, con il gruppo Frattini-Gelmini), una sonora sconfitta dei falchi ex An e berluscones d’assalto.
E’ soprattutto una sconfitta di Bossi che, per 30 deputati in più, avrebbe costretto gli italiani al voto, anche minacciando di votare contro il governo. Per poi sperare in una mezza vittoria del centrodestra (senza maggioranza al Senato) e quindi sulla necessità di un governo tecnico a guida Tremonti, caso strano.
Il premier è preoccupato di una crisi al buio, di un eventuale governo tecnico con modifica della legge elettorale, dei sondaggi non favorevoli, della contrarietà degli italiani a un voto anticipato che gli imputerebbero certamente, della possibilità di rimanere senza scudo di fronte ai processi.
Il vecchi e saggio amico Confalonieri ieri lo ha riportato alla realtà: “Finché al governo ci siamo noi stiamo tranquilli, le elezioni sono un rischio troppo grande. Se poi arriva un governo ostile? Già parlano di conflitto di interessi…pensa alle aziende”. Continua »
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Settembre 8th, 2010 admin
GLI INQUIRENTI HANNO CHIESTO UNA PROROGA DI SEI MESI NELLE INDAGINI: PASSATI AL SETACCIO TUTTI GLI APPALTI DI ANEMONE… ATTENZIONE CONCENTRATA SULLA RISTRUTTURAZIONE DEL PALAZZO DEL SISDE, COSTATA 11 MILIONI DI EURO: SCAJOLA ERA MINISTRO DEGLI INTERNI
I magistrati inquirenti di Perugia che indagano sul caso Scajola hanno chiesto al gip una proroga di sei mesi all’indagine: per sostenerne la necessità, hanno preparato una serie di nuovi accertamenti ritenuti ineludibili, come la verifica sui nominativi della seconda “lista Anenome” e nuovi dettagli sui lavori di ristrutturazione nell’appartamento romano di Scajola.
Potrebbe così proseguire il tentativo di dare una spiegazione ai 900.000 euro serviti per pagare l’abitazione dell’ex ministro.
Vale la pena ricordare che Scajola finora non è stato indagato perché non si è trovata una diretta corrispondenza tra l’episodio e possibili favori o piaceri transitati sull’asse Balducci, Anemone, Zampolini.
In pratica quale sia stata la contropartita che Scajola avrebbe dato in cambio dei 900.000 euro.
In mano agli inquirenti intanto c’è una carta nuova e non si tratta di Zampollini, ma di un testimone che dice come Scajola fosse presente al momento del passaggio degli assegni.
Ricordiamo che l’ex ministro ha sempre sostenuto di essere stato all’insaputa del movimento degli assegni.
Inoltre in questa strana storia è emerso un altro strano dettaglio: gli assegni del mistero avrebbero cambiato tasca almeno otto volte, prima di essere incassati.
L’altro passaggio su cui i magistrati stanno concentrando l’attenzione è la motivazione che starebbe alla base della regalia: per dare una risposta, i pm stanno setacciando decine di contratti, migliaia di pagine, in parte ancora da verificare.
Si lavora soprattutto sull’ipotesi di un possibile intervento di Scajola nel grande appalto che segnò l’inizio dell’ascesa imprenditoriale di Anemone e del suo gruppo, ovvero la ristrutturazione del palazzo del Sisde, in piazza Zama, a Roma, costata circa 11 milioni di euro.
I lavori furono affidati nel 2002, quando Scajola guidava il Viminale. Continua »
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Aprile 27th, 2010 admin
ENNESIMA BRUTTA FIGURA DEL MINISTRO: DAL 2007 LA CASSAZIONE AVEVA GIA’ STABILITO LA LEGITTIMITA’ DELLA MISURA CAUTELARE DI ALLONTANAMENTO TEMPORANEO PER I TESSERATI VIOLENTI… E’ STATO INFATTI APPLICATO NELLE CATEGORIE MINORI, AD ADRANO E PONTEDERA… LA DIMENTICANZA DI MARONI CAUSATA DA CALDEROLI CHE HA BRUCIATO LA NORMA PER SBAGLIO?
Nel festival dell’ovvio, un musicista come Maroni trova sempre la sua giusta collocazione
sul palcoscenico.
Qualche giorno fa ha gonfiato il petto a un convegno, non per suonare il sax, ma sparare qualche pallonata delle sue.
Questa volta il suo intervento è stato a metà tra il giuridico (visto il suo passato di avvocato della Avon cosmetici) e il sociologico: l’argomento è stato la “subcultura” del pallone.
La sua proposta è stata di applicare il Daspo ai calciatori rissosi, ovvero di applicare il divieto di accesso allo stadio non solo ai violenti delle curve (fino ad oggi 1.500 provvedimenti), ma anche ai giocatori che si azzuffano in campo.
Il D.A.SPO. significa “divieto di accedere alle manifestazioni sportive” ed è una misura introdotta con la legge 13 dicembre 1989, n. 401 per contrastare la violenza negli stadi di calcio.
Il Daspo vieta l’accesso in luoghi dove si svolgono determinate manifestazioni sportive, viene emesso dal questore e la sua durata può variare da 1 a 5 anni.
Può anche essere accompagnato dalll’obbligo di presentarsi a un ufficio di polizia in concomitanza temporale della manifestazione vietata. Comprendiamo che Maroni si sia lasciato trascinare dalla platea del “Memorial Bardelli” di Pistoia, emerita iniziativa volta a promuovere una corretta pratica sportiva, ma auspicare un provvedimento già esistente forse è un po’ troppo anche per un noto cacciatore di spot.
L’importante è che i Tg abbiano riportata la sua “linea dura” a uso elettorale: che poi abbia fatto la figura del pirla di fronte agli addetti ai lavori è secondario, basta che non si sappia troppo in giro. Continua »
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Aprile 27th, 2010 admin
BOCCHINO BRUCIA SUL TEMPO CHI VUOLE CACCIARLO E METTE A DISPOSIZIONE LA SUA CARICA DI VICE-CAPOGRUPPO: MA E’ LEGATA A QUELLO DI CICCHITTO….IL 22 MAGGIO VANNO RINNOVATI I PRESIDENTI DI COMMISSIONE, TRA CUI I FINIANI BONGIORNO, MOFFA E BALDASSARRI: MA SE I BERLUSCONIANI LI FANNO FUORI, CHI ASSICURA CHE POI IN COMMISSIONE LA MAGGIORANZA RESTI TALE?
Iniziata e programmata come la “grande purga della libertà” che avrebbe dovuto fare piazza pulita di tutti i finiani che ancora osano rappresentare il Pdl ai massimi vertici di Camera e Senato, rei del delitto di lesa maestà alla statua equestre del premier e di voler discutere di politica, pensate un po’, non al bar, ma all’interno di un partito politico, ora gli epuratori sembrano come quei famosi pifferi di montagna.
Quelli che erano andati per suonare e sono tornati a casa suonati.
Le disposizioni iniziali della “pulizia etnica” prevedeva nell’ordine : far fuori Bocchino come vicecapogruppo del Pdl alla Camera, a seguire Giulia Bongiorno dalla presidenza della Commissione Giustizia della Camera, poco sensibile alle leggi ad personam, Silvano Moffa da quella del Lavoro e Mario Baldassari da quella delle Finanze .
Questi ultimi tre, approfittando di un cavillo del regolamento che prevede, a metà legislatura, un “rinnovo” formale delle presidenze (tutte vengono per prassi confermate), con relativa votazione che in questo caso avrebbe dovuto ghigliottinare i finiani.
Terza fase: rimpastino di governo per far fuori anche Andrea Ronchi e Adolfo Urso e così gli “epuratori della libertà” avrebbero garantito il “pluralismo liberale”.
Alla mossa propedeutica che nessun finiano avrebbe dovuto più comparire in tv, in primis Bocchino, ha posto argine Fini in persona: “non volete che i miei vadano in tv? Bene ci andrò direttamente io, vediamo se qualcuno ha qualcosa da dire”. Continua »
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Aprile 27th, 2010 admin
NON SI SAPRA’ PIU’ NULLA DI UN’INDAGINE E ALL’OPINIONE PUBBLICA SARA’ IMPEDITO OGNI TIPO DI CONTROLLO…LA STAMPA NON POTRA’ SCRIVERE DELL’ARRESTO DI UN PRESUNTO OMICIDA…ANCHE “STRISCIA LA NOTIZIA” E “LE IENE” NON POTRANNO PIU’ UTILIZZARE INTERCETTAZIONI AMBIENTALI CARPITE, PENA LA GALERA….GLI ITALIANI MENO SANNO, MEGLIO E’: MA CHE DESTRA E’ QUESTA?
Va avanti, tra mille polemiche, il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche:
cerchiamo di analizzare di cosa si tratta.
L’autorizzazione ad intercettare potrà essere richiesta qualora sussistano “gravi indizi di reato”, sparisce dal testo il concetto di “gravi indizi di colpevolezza”, inizialmente voluto dal governo.
Non aveva senso, in quanto se si è già in presenza di elementi per stabilire la colpevolezza di un imputato, non c’è certo bisogno di controllargli il telefono, se invece ci si trova di fronte a meri indizi ha senso farlo.
Ma, dice il disegno di legge, anche in questo caso ciò può avvenire solo per interventi assolutamente necessari.
Poi ci sono limitazioni pesanti per le inchieste giornalistiche: i responsabili di trasmissioni tipo “le Iene” e “Striscia la notizia” rischiano la galera se diffonderanno video o conversazioni carpite.
Inoltre non sparemo più nulla di chi rideva per il terremoto, di chi comprava arbitri, di chi voleva cacciare Santoro dalla Rai.
Non saranno ammesse “registrazioni a strascico”, ovvero su altre persone che vengano in contatto con un indagato.
I giornalisti che pubblicheranno colloqui prima dell’udienza preliminare rischiano il doppio degli anni di pena rispetto a prima.
Si potranno ascoltare le telefonate per un massimo di 75 giorni.
L’utenza da controllare deve appartenere all’indagato o a persona a lui vicina, ma che sia stata individuata come a “conoscenza dei fatti”, altrimenti nulla.
Stesso discorso per eventuali intercettazioni ambientali: i luoghi devono essere riconducibili ai sospettati. Continua »
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Aprile 24th, 2010 admin
IL DOCUMENTO CONTRO FINI HA AVUTO SOLO 60 VOTI A FAVORE E 13 CONTRO, NON 171 A 12…. 171 SONO I COMPONENTI TOTALI DELLA DIREZIONE, MA I PRESENTI ERANO SOLO 73…..BRIGUGLIO: “IL TESTO APPROVATO E’ UNA DERIVA AUTORITARIA, UN VULNUS ALLA DEMOCRAZIA, STABILISCE UN LEGAME ARBITRARIO TRA LEADER E POPOLO”
Non cambierebbe certo l’esito finale della votazione, dato fin dalla vigilia scontato, ma
quanto accaduto al termine della direzione del Pdl a Roma è significativo dell’aria da regime che ormai si è instaurato nel partito.
I giornali e i media in generale hanno scritto, su indicazione dei vertici del Pdl, che il documento anti-finiani finale ha ricevuto 171 voti a favore e 12 contrari, avallando quindi la tesi che gli amici di Fini rappresentino solo il 6% del partito.
Cosa che il premier nelle ore successive ha più volte sottolineato.
In realtà si tratta di cifre taroccate vergognosamente che tendono a manipolare l’informazione, come ha sottolineato Italo Bocchino in una dichiarazione.
Cosa è accaduto esattamente?
Che su un totale di 171 componenti la direzione aventi diritto al voto, al termine di una giornata convulsa, i presenti alla fine fossero solo 73, di cui 13 hanno votato a favore di Fini e 60 contro.
Ma il buon Verdini, chiacchierato coordinatore forzaitaliota, ha “stranamente” considerato solo i voti contrari al documento, glissando sui favorevoli presenti.
A quel punto Fini avrebbe avuto in percentuale non il 6%, ma il 18%. Ripetiamo, conta poco, ma è un fatto rilevante per la malafede insita nel pubblicizzare dati taroccati.
Nel merito del documento è invece entrato il parlamentare finiano Carmelo Briguglio che l’ha definito “un vulnus per la democrazia italiana, una pericolosa deriva populista e autoritaria”. Continua »
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