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MAZZETTE IN BRIANZA: INDAGATO L’EX ASSESSORE REGIONALE DEL PDL PONZONI

Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile

L’UOMO FORTE DEL PDL NELLA PROVINCIA DI MONZA, CONSIGLIERE REGIONALE, ACCUSATO DI CORRUZIONE, CONCUSSIONE E PECULATO… INSIEME A ROSARIO PERRI, COSTRETTO A DIMETTERSI DALLA GIUNTA DOPO L’OPERAZIONE CONTRO LA ‘NDRANGHETA DELL’ANNO SCORSO

Un’altra inchiesta per corruzione in Lombardia.
E questa volta a finire nel mirino è un pezzo da novanta del Pdl a livello regionale, l’ex assessore all’ambiente Massimo Ponzoni, fiduciario del governatore Roberto Formigoni in Brianza, attuale consigliere al Pirellone e già  coinvolto in diverse vicende giudiziarie.
La Procura della Repubblica di Monza, la stessa che coordina l’inchiesta sul dirigente del Pd Filippo Penati, lo accusa di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, concussione e peculato.
L’indagine verte sulle vicende urbanistiche dei comuni di Desio e Giussano e su alcuni lavori affidati all’ente regionale Irealp (Istituto di ricerca per l’ecologia e l’economia applicate alle aree alpine).
Gli altri indagati, anticipa il quotidiano locale Il Cittadino, sono il vicepresidente del consiglio provinciale di Monza e Brianza Antonino Brambilla, l’ex assessore provinciale Rosario Perri, l’ex sindaco di Giussano Franco Riva.
Perri, altro uomo forte del Pdl nella zona, si era dovuto dimettere dall’assessorato dopo che il suo nome era finito agli atti della grande inchiesta Crimine-Infinito sulla ndrangheta trapiantata in Lombardia.
Sarebbero coinvolti anche due imprenditori e due funzionari della Regione Lombardia.
La notizia è trapelata perchè il pm Giordano Baggio ha ottenuto un decreto di proroga delle indagini, che sarebbero iniziate il 27 dicembre scorso, dal gip Maria Rosa Correra.
Secondo l’accusa, Brambilla e Perri intervenivano in modo illecito sul piano di governo del territorio di Desio, in veste rispettivamente di assessore comunale all’urbanistica e di potente capo dell’ufficio tecnico.
Lo stesso faceva Riva a Giussano. Ponzoni, in cambio, grazie al suo peso nel Pdl distribuiva incarichi politici e amministrativi di prestigio.
Nel fascicolo sono confluite altre inchieste che riguardano Ponzoni, a cominciare da quella che lo vede accusato di corruzione per una presunta somma di denaro ottenuta dall’imprenditore Filippo Duzioni, proprio in relazione a una variante del Pgt di Desio, quando era in carica la giunta Pdl-Lega costretta alle dimissioni dopo l’inchiesta Crimine-Infinito, per favorire la costruzione di un centro commerciale.

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“PENATI MI DISSE DI VERSARE AL PARTITO”

Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile

IL COSTRUTTORE PASINI: “DI CATERINA RACCOGLIEVA TANGENTI PER LUI”….I VERBALI DELL’INTERROGATORIO

«Quello di cui sono assolutamente certo – scandisce ai pm il costruttore Giuseppe Pasini – è che ho pagato 4 miliardi di lire in due tranche a Di Caterina all’estero perchè così mi era stato chiesto da Penati in relazione all’approvazione del piano regolatore dell’area Falck di Sesto».
Pur coperti da una pioggia di omissis, ecco gli interrogatori di Pasini e dell’imprenditore del trasporto urbano Piero Di Caterina, dai quali è nata tutta l’inchiesta sull’ex sindaco ds di Sesto San Giovanni e dimessosi vicepresidente pd del consiglio regionale lombardo Filippo Penati.
Pasini, nel 2007 candidato del centrodestra a Sesto, nel 2000 era il costruttore che stava per acquistare dai Falck l’area delle ex acciaierie.
«Io – ricorda ai pm – sono andato a chiedere a Penati se, nel caso avessi comprato l’area Falck, era possibile arrivare a una licenza. Penati mi disse che avrei dovuto dare qualcosa al partito ovvero a qualcuno. A tal fine ho incontrato Penati in Comune nel 2000», il quale «mi disse che l’operazione mi sarebbe costata 20 miliardi di lire in tranche di 4 miliardi l’una. Mi disse anche che a prendere accordi con me sarebbe venuto Di Caterina» che, «all’epoca molto amico dell’amministrazione e in particolare di Penati, aveva il compito di portare a casa dei quattrini».
Per chi? «Penati non mi disse che i soldi servivano per qualche personaggio politico più in alto, ma ho immaginato che questo potesse essere perchè tutti erano interessati all’operazione».
Sul pagamento dei 4 miliardi, Pasini spiega di aver fatto a se stesso (conto «Pinocchio») un bonifico in Lussemburgo su Banca Intesa: «Ho ritirato in contanti 2 miliardi che la banca mi aveva già  preparato in una valigetta».
Soldi dati a Di Caterina, «non ricordo se venne e ritirò personalmente o se su indicazione versai su un conto a lui riconducibile».
Sei mesi dopo Pasini dice di aver pagato gli altri 2 miliardi, «veicolati sulla Svizzera perchè ho un ricordo di un viaggio fatto in macchina con mio figlio Luca per andare a Chiasso o a Lugano».
Poi «ci sono state altre occasioni in cui, su richiesta di Penati, ho consegnato somme in contanti in Italia a Giordano Vimercati (in seguito capo di gabinetto di Penati presidente della Provincia di Milano), approssimativamente equivalenti a 500.000 euro tra fine anni 90 e inizi del 2000, dazione che potrebbe riferirsi all’area Marelli». Per la quale, a suo dire, c’era già  stata una tangente: «Penati mi disse che era “indispensabile” fare una uscita verso via Adriano, la qual cosa avrebbe necessariamente comportato l’acquisto da parte mia del terreno di proprietà  di Di Caterina», che «in cambio volle la cessione di un mio terreno più una somma»: con il risultato che «all’esito di questa trattativa ho pagato a Di Caterina circa 1 miliardo e 250 milioni di lire. Capii chiaramente che il prezzo non era trattabile. All’epoca capii che Di Caterina avrebbe dato una parte della somma a Penati e tale circostanza mi è stata confermata da Di Caterina in successivi incontri nei quali mi ha riferito di avere consegnato importi di denaro a Penati. Sostanzialmente Di Caterina in quegli anni faceva da “collettore” soprattutto per Penati con il quale aveva un rapporto molto stretto. Quando indico Di Caterina come collettore di tangenti, mi riferisco al fatto che era la persona più vicina ai componenti il consiglio comunale», e «quindi chi voleva avvicinare questi politici contattava Di Caterina».
E Di Caterina che dice?
«Tra me e Penati c’era un rapporto confidenziale per cui era più naturale chiedere il denaro a me. Ho portato – dice ai pm – copie di buste nelle quali avevo riposto contanti provenienti dalla mia attività  di trasporto estero su estero, sulle quali sono annotati i pagamenti per contanti fatti a Penati e Vimercati», oltre «ad altri soggetti ma sempre su loro richiesta».
La somma, «da fine 1997 al 2002 e qualcosa nel 2003», è «pari a lire 2 milioni 235.000 euro».
La particolarità  è però che Di Caterina spiega di aver avuto in parte, e di attendere in altra parte, alcune restituzioni di quei versamenti secondo compensazioni su più tavoli d’affari: «Quando ho prestato i soldi a Penati eravamo già  in trattative per il piano Marelli e io ero sicuro che le somme che gli anticipavo mi sarebbero state restituite dalle tangenti che Pasini doveva pagare a Penati e che erano di importi rilevanti. Ero sicuro in quanto era scontato che Pasini avrebbe pagato una tangente a Penati per l’operazione, e del resto la cosa mi fu anche detta più volte dallo stesso Penati e da Vimercati, e cioè che i soldi sarebbero rientrati».
Complicato, ma redditizio per Di Caterina: «Io avevo notevoli vantaggi da questa operazione in quanto Penati e Vimercati mi proteggevano da Atm, mi hanno fatto entrare nel consorzio Trasporti, e mi hanno consentito di partecipare a operazioni per me lucrose».
Su un conto che apre il 29 febbraio 2001 in Lussemburgo, Di Caterina conferma che «da Pasini ho ricevuto due versamenti il 22 marzo 2001 per un totale attualizzato di 1 milione e 104mila euro che ho scudato nel 2003: tale importo corrisponde alla somma che Penati doveva restituirmi per dazioni di denaro fatte a lui fino al 1997».
I pm cercano di capire: «Ma quando lei ha versato il denaro a Penati, l’ha fatto nella convinzione che si trattava di prestiti, o di pagamenti in cambio di favori che comunque le sarebbero ritornati in affari, e di cui adesso chiede la restituzione non essendo andate nei termini sperati alcune operazioni?»
Di Caterina risponde: «Si è trattato di pagamenti in cambio di favori nel modo in cui lei li ha descritti nella domanda, e quindi ora io attendo la restituzione».

Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella
(da “Il Corriere dela Sera“)

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LEGGE CONTRO L’OMOFOBIA, FUGA DEI GAY DAL PDL

Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile

L’ASSOCIAZIONE DI DESTRA GAYLIB: “DOPO L’AFFOSSAMENTO, MOLTI VOTI POTREBBERO ANDARE A FLI”

Dopo la delusione, la voglia di rispondere: nelle urne.
Il giorno dopo la bocciatura della legge anti-omofobia, affondata alla Camera da Pdl, Lega, Udc ed ex Responsabili, le varie anime della comunità  sono concordi: nelle prossime elezioni, chi si è opposto a quelle norme pagherà  il conto.
Perchè i voti dei gay pesano, eccome.
Anche a destra, come ricorda Enrico Oliari, presidente di GayLib, l’associazione delle “persone omoaffettive di centrodestra”.
Oliari è chiaro: “Il Pdl è inesistente sul tema dei diritti dei gay, e martedì ha dimostrato di non tutelare le libertà , anche se le richiama nel nome. La verità  è che non hanno approvato la legge, anche se fatta di norme minime, perchè non vogliono riconoscere l’esistenza degli omosessuali”.
E allora, i gay che votano a destra potrebbero cambiare partito.
“Penso che diversi voti potrebbero spostarsi verso Fli — spiega Oliari — perchè, ad eccezione di tre deputati, ha votato contro le pregiudiziali che hanno affossato la legge anti-omofobia. Avrebbe votato contro anche Fini, come ha detto lui stesso. E poi dei diritti dei gay Fli parla sin dalla sua fondazione, in tutti i suoi convegni: la dimostrazione che non tutto il centrodestra è monolitico su questi temi”.
Ma GayLib potrebbe sostenere ufficialmente il partito di Fini?
Oliari frena: “Siamo sempre stati trasversali, e vogliamo rimanerlo. Certo, molti dei nostri associati militano in Fli, anche a livello locale. Inoltre, Ronchi ha lasciato il partito: viste le sue posizioni molto chiuse, mi sembra un altro buon segnale”.
Il no alla legge fa discutere anche a sinistra, perchè il veto dell’Udc rende più impervia una possibile alleanza con il Pd, promotore del testo.
Fabrizio Marrazzo, coordinatore del Gay Center di Roma, non si appassiona al tema (“Non mi interessano le alleanze, ma quello che i partiti propongono e approvano”).
Su un punto però è chiarissimo: “Noi abbiamo già  lanciato il boicottaggio di tutti i politici che hanno approvato le pregiudiziali. L’obiettivo è di non farli eleggere, in qualsiasi elezione in cui si presentino. Naturalmente poi terremo conto dei programmi dei partiti, e della loro credibilità . Ma si partirà  dai nomi in lista e dal loro curriculum”.
Un parametro per evitare brutte sorprese.
Marrazzo cita un chiaro esempio: “Scilipoti era stato eletto con l’Idv, favorevole alla legge. Ma martedì ha votato contro. Non è certo l’unica cosa che ha combinato ultimamente, però colpisce ugualmente”.
Sullo sfondo, un altro possibile effetto del no alla legge: “L’astensione tra i gay potrebbe crescere sensibilmente, anche se io non la reputo la scelta giusta”.
Viene da chiedersi l’esatto peso elettorale del voto degli omosessuali.
Numerosi sondaggisti, interpellati dal Fatto, hanno schivato la domanda (“Impossibile valutarlo, non esistono studi precisi”).
Franco Grillini, consigliere regionale dell’Idv in Emilia Romagna, risponde così: “I voti dei gay pesano molto quando c’è un candidato che sa farli pesare, ossia che sa attrarli con le sue idee e il suo impegno. Penso a nomi come Gianni Vattimo o come Stefano Rodotà , pur eterosessuale”.
Grillini però ammette: “In Francia, Germania o negli Stati Uniti, il voto degli omosessuali pesa di più, perchè esistono comunità -rifugio in alcune grandi città . Penso a New York, dove la comunità  gay è riuscita a far approvare la norma sui matrimoni omosessuali a un parlamento conservatore. In Italia la comunità  più forte è quella di Milano. Ma bisogna ricordare che i due precedenti sindaci, Albertini e Moratti, non ne hanno neppure voluto ricevere i rappresentanti. Ora con Pisapia c’è stata una svolta positiva”.
Ma molto resta da fare. “Servono figure di spicco, che sappiano dire parole chiare su questi temi, coinvolgendo anche il voto laico” ribadisce l’esponente dell’Idv.
Intanto dalla commissione Ue ricordano: “L’omofobia è una palese violazione della dignità  umana, incompatibile con i principi base della Ue”.

Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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NAPOLITANO STOP AI MINISTERI AL NORD: “SONO FUORI DALLA COSTITUZIONE”

Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile

DURA LETTERA DEL PRESIDENTE: “APERTURA SENZA NEMMENO UN DECRETO IN GAZZETTA UFFICIALE, IMPENSABILE UNA CAPITALE DIFFUSA, C’E’ ROMA”….PER BOSSI “RESTANO LI'”: A PERENNE MEMORIA DEI PATACCARI PADANI

Intervento di rara durezza nella lettera che Napolitano ha inviato al governo sul caso dell’apertura delle sedi distaccate dei Ministeri al Nord.
“Una apertura che confligge con la Carta costituzionale – dice il presidente – e il Quirinale che è garante dell’Unità ” deve intervenire”.
Oltretutto Napolitano sottolinea che l’inaugurazione è stata fatta “senza nemmeno che vi fosse un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale”, dunque senza che esista una legge operante.
E aggiunge: “Non è pensabile una capitale diffusa, c’è Roma”.
E Silvio Berlusconi, in apertura del Consiglio dei ministri, ha rivolto un invito “pressante – si legge in una nota di Palazzo Chigi – a tenere in debito conto le osservazioni formulate dal presidente della Repubblica sulle recenti istituzioni di sedi periferiche di strutture ministeriali, ed ha quindi chiesto a tutti i ministri di tenere comportamenti conseguenti”.
Il testo della lettera
“La pur condivisibile intenzione di avvicinare l’amministrazione pubblica ai cittadini non può spingersi al punto di immaginare una ‘capitale diffusa’ o ‘reticolare’ disseminata sul territorio nazionale, in completa obliterazione della menzionata natura di capitale della città  di Roma, sede del governo della repubblica” scrive Napolitano. Che si rivolge a Berlusconi: “Ho ritenuto doveroso   prospettarle queste riflessioni di carattere istituzionale al fine di evitare equivoci e atti specifici che chiamano in causa la mia responsabilità  quale rappresentante dell’unità  nazionale e garante di princìpi e precetti sanciti dalla Costituzione”.
Bossi aspetta solo un giorno, poi risponde secco alle preoccupazioni del Quirinale per l’operazione delle sedi di quattro ministeri al Nord: “Napolitano non si preoccupi, le sedi restano lì”.
Una risposta che spazza via tutte le mediazioni che Berlusconi aveva avviato – anche attraverso Letta – per trovare una soluzione al conflitto aperto con il Colle.
Le reazioni.
“La risposta di Umberto Bossi al presidente Napolitano è un comportamento irresponsabile” dichiara il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.
“Vogliamo presentare una mozione di sfiducia formale nei confronti dell’intero esecutivo, ma per farlo occorrono almeno sessantatre firme, dunque facciamo appello alle altre forze politiche e ai deputati che ancora hanno una dignità  affinchè si uniscano alla nostra battaglia a salvaguardia della democrazia e delle istituzioni” dice Antonio Di Pietro.

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BERLUSCONI PENSA SOLO A SALVARSI: DI CORSA IL PROCESSO LUNGO, COSI’ NON SI ARRIVERA’ MAI A SENTENZA

Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile

AL SENATO IL GOVERNO PONE LA FIDUCIA…PERINA: “NON C’E’ PIU’ LIMITE ALLA SFACCIATAGGINE, MIGLIAIA DI PROCESSI SALTERANNO”… STRAVOLTO IL TESTO ORIGINARIO PER AFFOSSARE IL PROCESSO MILLS

Il governo ha posto al Senato la questione di fiducia sul ddl del cosidetto “processo lungo”.
Si tratta del procedimento che consente di allungare a dismisura i testi a difesa.
Lo ha annunciato in Aula il ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito. la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama ha stabilito che la fiducia al ddl si voterà  domani mattina intorno alle 10, con la prima chiama dei senatori.
Alle 9 cominceranno le dichiarazioni di voto.
Non si fa attendere il commento dell’Associazione nazionale magistrati. “Processo lungo significa non arrivare mai a sentenza – scrive in una nota il presidente Luca Palamara – questo provvedimento è dettato dall’esigenza di risolvere situazioni particolari e non porta ad alcun miglioramento dell’efficienza del processo”.
“Fra due ore Nitto Palma giurerà  da ministro della Giustizia. Da due minuti il Pdl ha messo la fiducia al Senato sul “processo lungo” (che potrebbe paralizzare il processo Mills contro Berlusconi ma anche migliaia di processi “normali”). Non ho parole. Neanche io credevo a tanta sfacciataggine.” il commento di Flavia Perina (Fli).
Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, chiede al neoministro della Giustizia Nitto Palma di presentarsi in Aula per spiegare il perchè di una simile accelerazione. “Assolutamente ingiustificata – afferma l’esponente dei democratici – non si spiega se non con la necessità  di salvare il presidente del Consiglio da uno dei suoi tanti processi. È una cosa inaccettabile. E tutto questo avviene nel silenzio più totale e nel totale asservimento della Lega ai bisogni del presidente del Consiglio”.
“Vergogna”, afferma il presidente dei democratici Rosy Bindi, puntando il dito contro “un’altra fiducia per approvare l’ennesima norma ad personam” da parte di “un governo sfiduciato dagli italiani, bocciato dalle parti sociali e dai mercati, incapace di affrontare le vere emergenze dell’Italia”.
E’ un governo “distaccato paurosamente dai problemi veri del Paese”, attacca il leader Udc Pier Ferdinando Casini. “Noi chiediamo al governo di occuparsi non dei processi lunghi o brevi, ma di impegnarsi per dare ossigeno vero all’economia italiana con un provvedimento per la crescita”.
Francesco Rutelli, leader di Alleanza per l’Italia, nel suo intervento al Senato ricorda l’atteggiamento delle opposizioni sulla manovra economica, sul dl di rifinanziamento delle missioni all’estero, improntato al “senso di responsabilità , al senso delle istituzioni, al sentimento di coesione nazionale”.
La risposta del governo, denuncia Rutelli, è la fiducia “sull’ennesima leggina ad personam”. Per l’Italia dei Valori, la senatrice Patrizia Bugnano entra nel merito denunciando come in Commissione sia stato “stravolto il condivisibile testo licenziato dalla Camera”.
“L’emendamento Mugnai – spiega – stravolge la ratio dell’art. 238-bis del Codice di procedura penale rendendo di fatto illimitata la durata del processo. La norma così modificata, per giunta, si potrà  applicare ai processi che, pure iniziati, non si siano ancora conclusi in primo grado. La Corte Costituzionale, nel 2009, ha evidenziato come la tutela delle parti sia già  garantita dall’attuale sistema procedurale. Allora, non sarà  che l’interesse che si persegue con il ddl sul processo lungo è quello di fornire a un unico imputato lo strumento per affossare il suo processo e sferrare alla giustizia l’ennesimo colpo, forse mortale? Per caso quest’unico cittadino si chiama Silvio Berlusconi e il processo in questione è, magari, quello Mills?”.
Antonio Di Pietro chiama in causa direttamente Palma che “nel suo primo giorno da ministro si è reso complice di azioni a tutela della criminalità  e non della giustizia”.
“Queste norme – sottolinea il leader Idv – permettono a Berlusconi di aggiustare i suoi processi e impediscono alla giustizia italiana di funzionare”. E richiama l’attenzione anche sul fatto che attraverso il ddl viene colpita la norma varata all’indomani della strage di Capaci con la quale veniva fatta salva l’acquisizione delle sentenze definitive, “di modo che, anche nei processi di mafia, si potrà  riaprire all’infinito la lista dei testimoni. Di fronte a tale scelleratezza non resta che la mobilitazione di massa, costi quel che costi”.

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COM’È TRISTE IL CAIMANO A FINE SPETTACOLO

Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile

IL COMICO LINO BANFI CONSOLA IL PREMIER, MA IL TEMPO DI AMBRA E MIKE E’ FINITO

Dice Lino Banfi che è stato da Silvio Berlusconi e che lo ha trovato “molto abbattuto”. Esce da Palazzo Grazioli una delle maschere più popolari della comicità  italiana e dice, come un improvvisato portavoce emotivo, che il presidente del Consiglio “Si opererà  alla mano”.
Questa comunicazione, apparentemente anodina, contiene almeno altre due notizie e lascia intuire un piccolo terremoto.
La prima notizia è che – volontariamente o meno – la rappresentazione del Cavaliere è passata dalla radiosa epifania del nuovo miracolo italiano, al malinconico crepuscolo degli acciacchi e della manutenzione del corpo.
L’uomo che raccomandava ai suoi corazzieri di Publitalia di avere “Sempre il sole in tasca”, adesso affida, quasi romanticamente, a uno dei suoi amici, la rappresentazione di uno stato lunare: ”L’ho visto abbattuto da mille vicissitudini”.
La seconda notizia, forse più importante, è che non cambia solo lo stato di salute del Cavaliere, ma anche il mondo che gli gira intorno, e la rappresentazione che offre di sè.
Un tempo Lino Banfi portava a Palazzo Grazioli il carisma di nonno Libero, e il Cavaliere inanellava la sua maschera di italiano ilare e vincente nello share delle fiction nazional-popolari a quello dei suoi testimonial preferiti.
Intorno al leader e al padre della patria, il cielo iperuranio era popolato di uomini, donne e simboli che comunicavano, con la loro stessa iconografia e con la loro fama, la forza del loro messaggio di solidarietà  al berlusconismo.
La discesa in campo del leader azzurro, per dire, fin dal 1994 fu propiziata dai grandi endorsement della star di rete: Mike Bongiorno disse che avrebbe votato – ovviamente – per il Cavaliere, una poco più che adolescente Ambra spiegò (con la complicità  malandrina del noto auricolare) che “Occhetto è un diavoletto”, Raimondo Vianello affermava, da impolitico, che avrebbe votato per l’amico Silvio, e il medico personale Umberto Scapagnini certificava la soprannaturale forza del sovrano neo-medievale con il crisma dello stregone scienziato: “Silvio è tecnicamente immortale”.
Adesso Ambra è cresciuta – non è più una ragazzina – e parla con piglio da guru di opposizione in una delle puntate più viste dell’odiatissimo Annozero.
Adesso Mike Bongiorno non c’è più, ma ha fatto in tempo a dire parole di amarezza per come era stato accantonato da Mediaset.
Adesso anche Raimondo Vianello se n’è andato, e del rapporto con il Cavaliere resta il fotogramma drammatico di un funerale con evocazione del defunto, adesso Scapagnini, miracolosamente scampato a un coma, recupera la forza fisica, e dichiara che “Berlusconi ha almeno sei rapporti a settimana”: basterebbe questa distanza fra l’illusione della vita eterna e della contabilità  del satiro per testimoniare un passaggio di epoca.
Dice ancora Banfi: “Ogni anno il 9 luglio Silvio mi fa gli auguri e mi chiama vecchio, perchè lui ha due mesi meno di me”.
Lino rispetta una tradizione e, dopo aver ricevuto gli auguri al telefono da Silvio Berlusconi, va a fargli visita, a Palazzo Chigi, apparentemente senza cambiare il rituale.
Ma il problema non è solo in quello che dice, piuttosto in tutto quello che sembra fatalmente cambiato in questo rito e nei suoi due protagonisti.
Banfi andava dal Cavaliere a portare il buon umore e a ricevere il conforto, mentre adesso – che non vuole più vestire i panni di nonno Libero – porta la saggezza di chi ha deciso di invecchiare, a conforto del disagio di chi non riesce a farlo.
È curioso che sia Banfi a infondere sicurezza al re Leone e non il contrario.
È curioso che un comunicatore attento come il presidente del Consiglio affidi il racconto un tempo ieratico del suo corpo a un amico, subappalti l’estetica del disagio, dopo aver monopolizzato persino la narrazione epica del suo attentato.
Per un re taumaturgo è una cessione di sovranità .
E, forse, il conforto crepuscolare dei vecchi amici è molto meglio del tentativo di sostituirli con le nuove fetali, e con la impresentabile illusione delle ragazze dell’Olgettina.
Sarebbe davvero bello se Berlusconi decidesse di diventare coetaneo di nonno Libero invece che compagno di scorribande di Papi.

dal blog Luca Telese

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“IMPRENDITORE PAGAVA L’AFFITTO DI CASA TREMONTI”: E’ IL TITOLARE DI UNA SOCIETA’ CHE VINSE GLI APPALTI SOGEI

Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile

LE RIVELAZIONI   DELL’IMPRENDITORE DI LERNIA NELL’INDAGINE ENAV… IL MINISTRO SAREBBE STATO RICATTATO PER LA CONFERMA DI GUARAGLINI A FINMECCANICA

Dal carcere, dove è precipitato con l’accusa di corruzione nell’inchiesta sugli appalti Enav e finanziamento illecito per aver acquistato lo yacht da 24 piedi di Marco Milanese, un uomo racconta a verbale una “verità  de relato” capace, se riscontrata, di travolgere il ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
L’uomo è Tommaso Di Lernia (nel giro, lo chiamano “er cowboy”).
È un ex muratore che si è fatto imprenditore edile e che si trova al crocevia di tre vicende annodate tra loro: Finmeccanica, gli appalti Enav, i rapporti incestuosi tra l’ex consigliere politico del ministro e imprenditori corrotti.
Il suo racconto svela tre circostanze.
La prima: l’affitto della casa abitata dal ministro in via di Campo Marzio, era pagato non da Marco Milanese ma da un imprenditore, Angelo Proietti, che in cambio avrebbe ricevuto subappalti in Enav.
Lo stesso che quella casa aveva ristrutturato gratuitamente e che è oggi accusato di corruzione per gli appalti ottenuti dalla sua impresa, la “Edilars”, con Sogei (società  pubblica partecipata al 100 per cento dal Tesoro).
La seconda: Tremonti venne ricattato da Lorenzo Cola, uomo del Presidente di Finmeccanica, perchè fosse costretto a riconfermare Pierfrancesco Guarguaglini al vertice della holding e la pressione decisiva fu il “dossier” che Cola aveva sulla compravendita della barca di Milanese, sull’affitto della casa, e “sulle sue altre porcate”.
La terza: Di Lernia chiese a Milanese una pressione sull’Agenzia delle Entrate perchè ammorbidisse la verifica sulla sua società  “Print Sistem”.
Il verbale, dunque.
È l’11 luglio e alle 13 e 10, nel carcere di Regina Coeli, Di Lernia compare di fronte al gip Anna Maria Fattori per il suo interrogatorio di garanzia.
Di Lernia è accusato di corruzione e frode fiscale nell’inchiesta condotta dai pm Paolo Ielo e Giancarlo Capaldo sugli appalti Enav. Nella ricostruzione dell’accusa, la sua società , la “Print sistem” è infatti lo snodo cruciale del Sistema di appalti e corruzione con cui, attraverso un gioco di sovrafatturazioni, la “Selex Sistemi integrati” (Finmeccanica) di Marina Grossi, per la quale Di Lernia lavora in subappalto, è riuscita a creare fondi neri necessari a corrompere il management dell’Ente e i suoi referenti politici.
Ma l’11 luglio, Di Lernia ha un nuovo problema.
Una seconda ordinanza di custodia cautelare, chiesta e ottenuta dal pm Ielo, lo accusa di aver acquistato nel 2010 lo yacht di Marco Milanese a condizioni capestro che ne svelano le vere ragioni.
Convincere l’allora consigliere politico di Tremonti a pilotare la nomina di Fabrizio Testa al vertice di Technosky (società  di Enav).
È una nuova mazzata che convince Di Lernia a uscire dal suo silenzio.
A scrivere e consegnare al magistrato che lo interroga un memoriale (che gli guadagnerà , di lì a qualche giorno, gli arresti domiciliari).
“L’indagato – annota il gip – acconsente a rispondere alle domande, consultando degli appunti che vengono sottoscritti e allegati al presente verbale”.
Di Lernia conferma di aver acquistato lo yacht di Milanese.
Le ragioni per cui l’operazione si fece: risolvere un problema al consigliere del ministro, piazzare Testa in “Technosky”.
Ma, spiega, la sua non fu una scelta, ma l’obbedienza dovuta a un uomo cui doveva tutto: Lorenzo Cola, il “facilitatore” di Pierfrancesco Guarguaglini, che, per conto di Finmeccanica, governa appalti e subappalti in Enav.
“Cola – dice Di Lernia – non mi volle dire chi era il proprietario della barca. Mi disse solo che l’ordine era arrivato dal Palazzo, intendendo Finmeccanica nella persona del Presidente, e dunque che non mi sarei potuto sottrarre. A Cola non si poteva dire di no, e quindi gli chiesi dove avrei dovuto prendere il milione e mezzo di euro per l’acquisto della barca. Lui mi rispose: “Tirali fuori dagli utili che hai dal lavoro che ti diamo””.
Quando Di Lernia scopre che il venditore è Marco Milanese, il nome non gli dice nulla.
“Confesso la mia stupidità . Poi, tempo dopo, di Milanese mi parlò Cola. Mi disse che era uno che “capiva poco” e “mangiava tanto”. Che era “un problema per Tremonti”, una sorta di inconveniente imbarazzante”.
Di Lernia impara a conoscere Milanese, ma, soprattutto ne afferra un segreto. “Sentii parlare di Milanese da Guido Pugliesi, amministratore delegato di Enav. Mi disse che era stanco delle pressioni di Milanese per Testa a “Technosky”, ma mi chiese contestualmente di dare lavoro a un certo Angelo Proietti per i subappalti all’aeroporto di Palermo, un lavoro per il quale Cola aveva già  deciso che l’affidamento fosse dato alla “Electron”, del gruppo Finmeccanica, e al sottoscritto”.
Perchè far lavorare questo Angelo Proietti e la sua “Edilars” nei subappalti Enav?
Di Lernia non se lo spiega. Ne chiede conto a Cola.
“Mi disse che di Proietti gli aveva parlato Milanese, descrivendolo con queste parole: “È il tipo che mi dà  solo 10 mila euro al mese per pagare l’affitto a Tremonti”. Aggiunse di dire a Pugliesi di stare tranquillo perchè lo avrebbe fatto chiamare da Milanese e comunque aggiunse che, in un immediato futuro, Selex avrebbe dato a Proietti dei lavori a Milano”.
A giugno del 2010, accade dell’altro.
“Mi chiamò Cola e mi spiegò di essere dispiaciuto per avermi fatto acquistare la barca.
Mi disse: “Quel verme di Milanese sta sostenendo la candidatura di Flavio Cattaneo a Finmeccanica, invece di Guarguaglini. In più, ho saputo che ha fatto delle estorsioni a delle persone a Napoli. E Tremonti non risponde al telefono a Guarguaglini””.
A Di Lernia, Cola confida qualcosa di più, che è pronto a usare anche la storia della “barca” e della casa per vincere la partita su Finmeccanica: “Cola aggiunse che questa storia non la mandava giù e dunque avrebbe organizzato un blitz dal ministro (Tremonti) per mostrargli l’evidenza e la portata delle porcate commesse da lui e dai suoi consiglieri. Che di sicuro avrebbe cambiato idea sui vertici di Finmeccanica. Tanto è vero che poco tempo dopo, Milanese mi fece sapere per il tramite di Testa che Guarguaglini sarebbe stato riconfermato. E fu Cola, poi, a dirmi che il blitz era andato a segno”.
Di Lernia incontra Proietti nell’estate 2010 perchè, dopo l’arresto di Cola (8 luglio), è diventato lui il suo “canale” con Milanese.
Una prima volta lo incrocia in Enav, nell’ufficio di Pugliesi, che lo convoca per sollecitarlo “a chiudere l’acquisto della barca”.
Una seconda volta, in piazza del Parlamento, per risolvere un suo “problema”.
“Portai a Proietti un incartamento riguardante un accertamento dell’Agenzia delle Entrate per il 2005.
Gli dissi che volevo “una parola buona” con l’Agenzia, di cui temevo l’accanimento. Tre giorni dopo, Proietti mi diede appuntamento in piazza del Parlamento e mi disse di stare tranquillo perchè Milanese aveva interceduto con Attilio Befera (direttore dell’Agenzia)”.
Ma, a dire di Di Lernia, in senso opposto.
“Mi hanno fatto una multa di 18 milioni di euro. Roba carnevalesca. Milanese deve essere intervenuto al contrario, proprio per dimostrare che non esistevano connessioni”.

Carlo Bonini e Maria Elena Vincenzi
(da “La Repubblica“)

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PALMA D’ORO: OGNI VOLTA CHE PENSI SI SIA TOCCATO IL FONDO, TROVI CHI SCAVA ANCORA DI PIU’

Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile

“SE LO CONOSCI LO PREVITI” COMMENTO’ MONTANELLI

Dopo tanti avvocati e alcuni imputati, abbiamo finalmente un magistrato ministro della Giustizia.
D’accordo, Francesco Nitto Palma ha dovuto superare alcuni esamini facili facili, per dissipare la naturale diffidenza che la categoria delle toghe comprensibilmente suscita nel mondo politico: tipo essere un berlusconiano di ferro, avere almeno un amico pregiudicato per corruzione giudiziaria (Previti), aver fatto per lui alcune leggi per salvarlo dalla galera, aver fatto archiviare inchieste eccellenti come quella su Gladio (si può anche dire “insabbiare”, come scrisse l’Europeo, che Palma denunciò e perse la causa).
Ma li ha brillantemente superati tutti.
Oltretutto, ad abundantiam, ha pure sposato la figlia dell’ex capo degli ispettori ministeriali che nel 1994-’95 perseguitò il pool Mani Pulite, Ugo Dinacci, diventando il genero dell’avvocato Filippo Dinacci, difensore di B.
Un bijou.
Dopo i numerosi appelli del capo dello Stato per una “figura di alto profilo”, il Cavaliere ha trovato lo statista giusto.
Dal centrosinistra, del resto, nessuno ha detto una parola.
Napolitano aveva storto il naso sul nome di Anna Maria Bernini, e giustamente: avvocato di Bologna, la signora è entrata in politica non grazie a B. ma a Fini (dunque è già  sospetta), e soprattutto non frequenta Previti nè ha legiferato per lui (dunque è doppiamente sospetta): vade retro.
Così il popolare Cesarone conquista finalmente, seppure per interposta persona e con 17 anni di ritardo, quel ministero della Giustizia a cui agognava fin dal 1994.
Allora era ancora incensurato, ma incontrò sulla sua strada un presidente della Repubblica piuttosto fisionomista: a Scalfaro bastò guardarlo in faccia per decidere che era meglio persino Alfredo Biondi.
“Se lo conosci, lo Previti”, commentò Montanelli.
Anche Ciampi nel 2001 rimandò indietro un ministro della Giustizia: Maroni, respinto per via della condanna a 4 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, uno che visti i successori pare Cavour.
Scalfaro e Ciampi avevano letto attentamente l’articolo 92 della Costituzione: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”.
Cioè li nomina lui, non il premier. E, se non gli piacciono, si rifiuta di nominarli. Evidentemente Nitto Palma a Napolitano piace, come gli altri “ministri di alto profilo” nominati negli ultimi mesi: l’imputato per ricettazione Aldo Brancher (poi condannato), l’indagato per mafia Saverio Romano (ora imputato), l’attachè del Biscione Paolo Romani, per non parlare degli ultimi sottosegretari “responsabili”.
Ieri, durante la gaia cerimonia della firma al Quirinale, qualcuno ha trattenuto il fiato. Vuoi vedere — sussurrava tremando qualche malpensante — che il capo dello Stato, così allergico ai magistrati che entrano in politica senza dimettersi dalla magistratura, farà  una lavata di capo al neoministro, che sta in Parlamento dal 2001 senz’aver mai lasciato la toga, anzi è tuttora in aspettativa, pronto a tornare in servizio alla prima trombatura?
Invece niente, per fortuna è filato tutto liscio.
I severi mòniti del Colle ai magistrati che usano la toga come trampolino di lancio per la politica sono riservati a quelli come De Magistris, che quando fu eletto europarlamentare attese ben due mesi a dimettersi da magistrato, suscitando le ire di Pigi Cerchiobattista.
Ora che il magistrato Palma, da dieci anni deputato, diventa addirittura ministro e, come tale, titolare dell’azione disciplinare contro i suoi colleghi, tutti zitti.
Il bello della politica italiana è proprio questo: ogni volta che si pensa di aver toccato il fondo, c’è chi scava più in fondo.
Palma farà  rimpiangere Alfano che a sua volta ha fatto rimpiangere Mastella che da parte sua aveva fatto rimpiangere Castelli e così via, su su fino a Mancuso, Biondi, Martelli, Rognoni, Martinazzoli.
Resta da capire chi, dopo Palma, riuscirà  a farlo rimpiangere.
Ma che lo si troverà  non c’è dubbio: ci penserà  il centrosinistra.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ALITALIA ADDIO: BRUCIATI 4 MILIARDI

Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile

DOVEVA ESSERE IL RISCATTO DELL’ITALIANITA’: ECCO QUANTO E’ COSTATO IL SALVATAGGIO DELLA COMPAGNIA DI BANDIERA….IL DESTINO E’ SEGNATO: SVENDITA AD AIR FRANCE

Se le Ferrovie piangono, Alitalia non ride.
E se le condizioni di un paese si misurano anche con la qualità  del suo sistema di trasporti, le vicende Fs e Alitalia, a cui si aggiunge un caro benzina da incubo, oltre 1,60 euro al litro, sono la spia di un inesorabile scivolamento verso la serie B.
I dirigenti della compagnia un tempo pubblica e oggi nelle mani di un manipolo di privati “patrioti” voluti da Silvio Berlusconi e guidati dalla coppia Rocco Sabelli e Roberto Colaninno, hanno impiegato quasi due giorni per rendersi conto che l’incendio scoppiato sabato notte alla stazione Tiburtina stava sconvolgendo l’Italia dei treni, e quindi era un’occasione da cogliere al balzo per loro manager di un’azienda dei voli .
E che il tempestivo intervento Alitalia sarebbe stato non solo un affare per la compagnia, ma anche una mano santa per i viaggiatori che avrebbero trovato un’alternativa al treno.
Solo nel pomeriggio di lunedì, dopo che gli italiani in viaggio erano rimasti da domenica in balìa di se stessi, senza alternative ai treni, e dopo che ai centralini della compagnia aerea stavano arrivando richieste di biglietti superiori del 30% alla media stagionale, un comunicato ufficiale ha informato che Alitalia stava opportunamente ampliando la sua offerta.
Non con un incremento del numero di voli tra Roma e Milano, però, impossibile da attuare perchè grazie al benevolo intervento di Berlusconi di tre anni fa, Alitalia ha di fatto acquisito il monopolio su quella tratta potendo contare sul numero massimo di slot disponibili, cioè di bande orarie per il decollo e l’atterraggio.
Riflessi zer
La compagnia ha potuto aumentare solo l’offerta di posti, sostituendo dove ha potuto aerei più piccoli come gli Embraer o gli Md 80 con velivoli più capienti, tipo Airbus A321 da 200 posti o Airbus A320 da 165 posti.
Il numero aggiuntivo di sedili, pari circa al 50% di quelli di solito dedicati alle classi economiche, è stato offerto alla clientela a tariffe basse, all’interno di un sistema tariffario che sul Roma-Milano di solito si articola su 4 fasce e la bellezza di 10 prezzi diversi, da un minimo di circa 140 euro a un massimo di 700.
Gli altri posti sono stati invece venduti con i criteri tradizionali, cioè non è stata considerata l’eccezionalità  del momento e quindi non è stato affatto abbandonato o mitigato il sistema di incremento del prezzo, anche notevole, per le prenotazioni arrivate a ridosso della partenza del volo.
Considerato che i posti a prezzi economici erano limitati e che date le condizioni molti viaggiatori si sono trovati proprio nella situazione di dover prenotare all’ultimo tuffo, è facile intuire che siano stati costretti ad accettare prezzi non proprio popolari, in qualche caso amatoriali.
La decisione Alitalia di aumentare la capienza ha comunque contribuito a far tirare un po’ il fiato al sistema nazionale dei trasporti alleviando almeno in parte i disagi dei viaggiatori che come perseguitati dal Generale Agosto, ogni estate sono alle prese con qualche grana.
A distanza di tre anni dalla privatizzazione voluta da Berlusconi, il bilancio dell’attività  Alitalia non è esaltante e di mese in mese appare sempre più inevitabile lo sbocco già  allora previsto da molti esperti e cioè che la compagnia italiana, di fatto rimpicciolita e semiregionalizzata, alla fine finisca per entrare da una posizione subalterna e ancillare nell’orbita della potente Air France.
Frontiera 201
Oggi la compagnia francese detiene il 25% del capitale azionario Alitalia e, in base al cosiddetto “lock up”, non potrebbe incrementare la sua quota prima del 2013.
Da quella data, però, cade ogni vincolo e la parola torna al mercato.
Di certo per Alitalia non sono state affatto mantenute le mirabolanti promesse profuse a piene mani dal capo del governo, proclamatosi allora “presidente aviatore”.
A quei tempi Berlusconi vagheggiava 4 miliardi di investimenti che “sarebbero potuti diventare anche 5 o 6”. Mai visti.
Assicurava che sarebbero aumentati i dipendenti e si sarebbe sviluppato l’indotto, ma mentre allora i dipendenti erano 21 mila, oggi sono 14 mila e l’indotto si è sgonfiato. Ma soprattutto non si sono avverate le profezie economiche di fondo collegate al lancio berlusconiano della nuova Alitalia e cioè la previsione che essa avrebbe favorito lo sviluppo del turismo e smesso di pesare sulle spalle dei contribuenti.
Tutti a Zanzibar
Per quanto riguarda il turismo, a parte la crisi nera che sta investendo il nostro paese, proprio qualche settimana fa, per ironia della sorte, Alitalia ha deciso di avviare una scelta che invece di incrementare il trasporto dei turisti verso l’Italia, punta a direttrici di segno opposto, con il lancio fin da questo autunno di voli charter dall’Italia verso mete esotiche, dalle Maldive a Zanzibar.
Per quanto riguarda i contribuenti, Berlusconi non ha mai conteggiato, come se non esistessero, i costi sociali di circa 8 mila dipendenti in meno e i costi degli ammortizzatori che lo Stato deve pagare per 4 anni.
A conti fatti, il passaggio dalla vecchia alla nuova Alitalia è costato circa 4 miliardi di euro ai contribuenti, così come emerge anche dalle carte del liquidatore Augusto Fantozzi, dimissionario da alcuni giorni, da quando ha capito che il governo avrebbe voluto tenerlo sotto tutela affiancandogli due co-commissari mettendolo nella condizione di non poter avviare in coscienza e autonomia la richiesta di danni ai vecchi amministratori per la mala gestione della compagnia.

Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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