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LA COMMESSA DI BOTTEGA VENETA NON VENDE AL CLIENTE RUSSO E SI SCATENA LA FECCIA PUTINIANA

Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile

E’ PREVISTO DAL REGOLAMENTO UE, LA COMMESSA HA FATTO BENE… FATE ACQUISTI A MOSCA E NON ROMPETE I COGLIONI AI PAESI CIVILI … NOI DOBBIAMO DIFENDERE I CONFINI DALL’IDEOLOGIA SOVRANISTA

Una commessa di una filiale fiorentina del brand italiano di lusso Bottega Veneta è finita nel mirino della rete filorussa sui social, dove da più parti viene accusata di razzismo.
Il caso è scoppiato dopo che è diventato virale un video diffuso ieri, 17 luglio, e girato all’interno del negozio da un cliente russo.
A questo la commessa spiega di non poter vendere alcun prodotto, in base alla policy che già diversi marchi hanno adottato, come racconta il sito di settore La Conceria.
Nel video, la dipendente di Bottega Veneta, ripresa senza il suo consenso (nei primi secondi chiede di non essere inquadrata, ma di registrare solo la sua voce), ribadisce più volte di non poter andare contro le istruzioni ricevute dall’alto che le vietano di concludere transazioni con cittadini russi.
Poi è incalzata dall’uomo che la riprende: «Se venisse un mio amico di Firenze con il passaporto italiano a comprare la giacca e poi la indossassi io andrebbe bene?», «Sì, lo può fare», è la risposta della commessa.
Nonostante l’atteggiamento piuttosto accondiscendente della dipendente, chiaramente priva di ogni potere decisionale, la diffusione del video ha scatenato l’indignazione di diversi utenti di Twitter, che non solo la accusano di «odio sociale e razzismo», ma hanno messo in atto un vero e proprio tentativo di boicottaggio del marchio, scrivendo decine di cattive recensioni sulla pagina Google della boutique e abbassandone così il punteggio.
Ma Bottega Veneta, così come altre griffe di lusso, non sta facendo altro che rispettare il Regolamento europeo 427/2022 che, all’articolo 3, introduce restrizioni alla vendita, fornitura, trasferimento ed esportazione di beni di lusso superiore ai 300 euro per articolo.
Nessuna arbitraria «russofobia» né da parte della commessa né da parte del marchio, quindi, bensì un’applicazione alla lettera delle sanzioni europee nei confronti della Russia.
(da agenzie)

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DRAGHI A TUTTO GAS E IL COLPO DEL VIAGGIO AD ALGERI

Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile

LE ENORMI RISERVE DI GAS ALGERINO POSSONO GARANTIRE L’INDIPENDENZA ENERGETICA ITALIANA DALLA RUSSIA DI PUTIN… CON L’ACCORDO DI OGGI IL NOSTRO PAESE PUNTA A DIVENTARE UNA PIATTAFORMA PER RIFORNIRE IL NORD EUROPA, SFRUTTANDO I GASDOTTI FINO IN GERMANIA

Passa dall’Algeria una parte importante della risposta alla crisi energetica per l’Italia. E, attraverso l’Italia, per l’Europa. Le riserve di gas del Paese nordafricano sono enormi e il governo Draghi ha lavorato in questi mesi per assicurarsi importazioni sempre maggiori.
Se tra qualche settimana o in autunno Vladimir Putin chiudesse del tutto i rubinetti dalla Russia, il metano algerino darebbe una grossa mano a tamponare l’emergenza. Di più. L’Italia potrebbe farlo transitare dai suoi gasdotti fino in Germania.
Una prospettiva che, fanno notare fonti di governo e diplomatiche, potrebbe anche diventare nei prossimi mesi un argomento di non poco conto per vincere le resistenze di Berlino sulla fissazione di un tetto europeo al prezzo del gas.
Basterebbe questa premessa a spiegare perché Mario Draghi, pur con la crisi di governo alle porte, abbia deciso di confermare il vertice intergovernativo che lo porterà oggi ad Algeri con ben sei ministri. Doveva restare due giorni, ha compresso il programma e stasera sarà già di ritorno a Roma, al termine di quello che potrebbe essere il suo ultimo appuntamento internazionale prima delle dimissioni.
In programma ci sono un colloquio con il presidente Abdelmadjid Tebboune, che spazierà dall’immigrazione alla crisi del grano ucraino, fino al Sahel, poi i due leader inaugureranno il business forum italo-algerino. Ma il piatto forte è l’energia e una cooperazione che già ad aprile, nella precedente visita del premier italiano nella capitale algerina, i due si erano impegnati a rafforzare anche sulle rinnovabili.
Il gas è al cuore di accordi cresciuti esponenzialmente negli ultimi mesi. Ad aprile il paese nordafricano – da decenni partner del gruppo Eni – ha già assicurato al governo italiano una fornitura di 9 miliardi di metri cubi aggiuntivi da qui al 2024, di cui 3 miliardi già per questo inverno.
Ma negli ultimi giorni c’è stato un nuovo sviluppo, anticipato dai vertici di Sonatrach: la società di stato algerina – di fatto anticipando gli accordi che verranno annunciati oggi – invierà entro l’inverno altri 4 miliardi aggiuntivi.
L’Algeria, che ha le più grandi riserve di gas naturale di tutta l’Africa, si conferma così come il principale paese esportatore di gas naturale verso l’Italia: un sorpasso sulla Russia avvenuto già nella prima parte dell’anno, anche prima che Gazprom – il colosso energetico controllato dal Cremlino – cominciasse a ridurre i flussi verso l’Unione europea.
Alla base c’è un forte rapporto tra Eni e Sonatrach, ma non si tratta solo di una alleanza commerciale: grazie al Transmed, il gasdotto sottomarino che passando dalla Tunisia arriva in Sicilia a Mazara del Vallo, Algeria e Italia possono costituire una sorta di ponte del Mediterraneo per garantire materia prima anche ai paesi del Nord Europa. Almeno, questo il progetto italiano.
Non è affatto semplice anche perché il Paese nordafricano sconta problemi e ritardi ma, viene spiegato, con gli adeguati investimenti, ai quali potrebbe collaborare anche il nostro Paese, le infrastrutture possono essere migliorate, così da aumentare le quote di estrazione.
L’ambizione sarebbe quella di far viaggiare il gas in Europa non più sulla rotta settentrionale e orientale (dalla Russia), ma sulla rotta meridionale. E rendere l’Italia, anche grazie agli investimenti sulla rete attraverso Snam, sempre più in grado non solo di “spingere il gas da nord a sud, ma anche in senso contrario” (il cosiddetto reverse flow).
Ma non solo gas, dicevamo. Draghi sarà accompagnato al vertice intergovernativo dai ministri Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese, Marta Cartabia, Roberto Cingolani, Enrico Giovannini, Elena Bonetti. Saranno loro, dopo incontri bilaterali con gli omologhi algerini, a firmare accordi e memorandum d’intesa, oltre a una dichiarazione congiunta tra i due Paesi.
Si parla di infrastrutture e trasporti, giustizia e sostegno allo sviluppo sociale, microimprese e start up, cooperazione industriale, protezione del patrimonio culturale. Bonetti firmerà un’intesa su cooperazione e scambio di buone pratiche sull’empowerment femminile e la protezione delle donne.
Lamorgese porrà le basi per la firma in autunno di un accordo sulla cybersicurezza, la lotta al terrorismo e il contrasto dell’immigrazione clandestina, anche se i dati sui flussi da Algeri verso le coste italiane, fanno notare dal governo, sono incoraggianti: sono quasi dimezzati nel 2022 rispetto al 2021 (303 in tutto, – 46%).
(da agenzie)

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SALVINI, GHEDINI, RONZULLI E TAJANI SPINGONO PER ANDARE A VOTARE, A FARE DA CONTRAPPESO CI SONO I MANAGER DELLE AZIENDE DEL CAV, BRUNETTA, CARFAGNA, GELMINI E GIANNI LETTA CHE A BERLUSCONI HA SPIEGATO CHE VOTARE ORA PORTEREBBE IL PAESE NEL CAOS

Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile

L’IPOTESI SCISSIONE IN FORZA ITALIA

Dicono di aspettare, ma preparano il voto. Matteo Salvini è volato in Costa Smeralda per serrare i ranghi con Silvio Berlusconi, dettando condizioni a Mario Draghi che di fatto avvicinano le elezioni in autunno. Lo dicono ancora con formule dubitative, per non passare come i responsabili di una crisi che viene addebitata tutta a Giuseppe Conte, ma di fatto ogni tentativo di soluzione è complicato dai paletti posti dal centrodestra.
La strategia tenuta fino adesso da Lega e Forza Italia esce rafforzata dal pranzo in Sardegna: «O noi o il Movimento 5 Stelle». Una pretesa che a Roma viene letta come il sabotaggio di ogni flebile margine di trattativa, visto che la condizione che Draghi ha posto per andare avanti è proprio la presenza del M5S in maggioranza.
Se ne sono accorti i ministri di Forza Italia, in testa Mariastella Gelmini, che denunciano, in pubblico o in privato, la sudditanza del proprio partito ai disegni di Salvini.
La partita non è chiusa e oggi Berlusconi dovrebbe sbarcare a Roma per seguire di persona le delicate trattative dei prossimi giorni. Ieri il Cavaliere ha invitato il leader della Lega a Villa Certosa per un pranzo di lavoro. Il discorso di Conte di sabato sera è stato letto come una chiusura e il vertice, previsto per oggi, è stato anticipato. Manca poco allo snodo decisivo di questa strana crisi e il centrodestra vede vicino il traguardo, mostrando il volto dell’unità. In realtà le posizioni non sono esattamente identiche.
Il segretario del Carroccio vuole votare subito, come dice in serata durante un comizio nella Bergamasca: «L’attuale Parlamento è di sei ere geologiche fa. Impossibile governare anche con il Pd. Meglio restituire la parola agli italiani», anche se ancora non sa cosa fare mercoledì: «Decideremo in piena libertà».
Il fondatore di Forza Italia è meno sicuro, sa che l’occasione elettorale è ghiotta, ma non può restare indifferente agli appelli che gli vengono rivolti da più parti, primo fra tutti Gianni Letta, il consigliere di una vita, che non smette di ripetere che andare a votare subito farebbe precipitare il Paese nel caos.
Prima del pranzo con il leader della Lega, Berlusconi è stato aggiornato sugli sviluppi della crisi dai capigruppo Annamaria Bernini e Paolo Barelli, dal coordinatore Antonio Tajani e dalla senatrice Licia Ronzulli, una riunione telematica con lo scopo di controbilanciare le pressioni che Berlusconi sta subendo dai consiglieri e dai manager delle sue aziende. Non è un caso che alla riunione su Zoom abbia partecipato anche Niccolò Ghedini, storico avvocato del Cavaliere, con opinioni opposte a quelle di Letta.
Anche Salvini ha i suoi interlocutori da ascoltare: i governatori del Nord, che vedono messa a repentaglio parte dei soldi del Pnrr, le aziende e le categorie, spina dorsale della vecchia Lega, terrorizzate dalle conseguenze di una crisi che scoppia alla vigilia di una tempesta annunciata per l’autunno. Come convincere tutti questi mondi che è meglio andare a votare? Per prima cosa cercando di smentire le previsioni più catastrofiste in caso di elezioni anticipate: «Non sono a rischio né l’attuazione del Pnrr, né le Olimpiadi, né i fondi contro il caro energia ed il caro carburanti», spiegano i viceministri della Lega, Federico Freni (Economia) e Alessandro Morelli (Trasporti).
La nota congiunta diffusa dai due partiti al termine del pranzo non cambia nella sostanza la linea degli ultimi giorni. Per prima cosa c’è una fotografia della situazione: «Le nuove dichiarazioni di Conte – contraddistinte da ultimatum e minacce – confermano la rottura di quel “patto di fiducia” alla base delle dimissioni di Draghi». Poi c’è l’aut aut: «È da escludere la possibilità di governare ulteriormente con i 5 stelle per la loro incompetenza e la loro inaffidabilità».
Si arriva così alla conclusione: «I leader di Forza Italia e Lega, con il consueto senso di responsabilità, hanno concordato di attendere l’evoluzione della situazione, pronti a sottoporsi anche a brevissima scadenza al giudizio dei cittadini».
Quindi si resta in attesa, palla a Draghi, ma lo scenario elettorale viene collocato in un arco temporale «brevissimo», un superlativo assoluto che non è messo lì per caso. La porta non viene completamente chiusa a una soluzione intermedia: proseguire con i fuoriusciti del M5S. Tra le resistenze interne ai partiti ci sono quelle dei ministri.
Mariastella Gelmini è tornata a criticare la linea del partito, chiedendo, un’intervista a Repubblica, di «non mettere condizioni a Draghi». La ministra degli Affari regionali è stata criticata da Giorgio Mulè, sottosegretario alla Difesa, che ha definito la sua posizione, «rispettabile, ma personale». In difesa di Gelmini sono intervenuti cinque parlamentari azzurri.
La ministra è delusa dalla posizione dei vertici di FI e ritiene che i margini per vincere la battaglia “antisovranista” dentro al partito siano quasi nulli. Gelmini, i suoi fedelissimi ne sono certi, non esclude più la possibilità di lasciare presto il partito.
Mara Carfagna mantiene una linea più prudente, ma ai suoi interlocutori di questi giorni ha spiegato che l’immagine di un Parlamento che manda a casa uno dei premier più rispettati al mondo, avrà ripercussioni negative sulla credibilità del Paese. Sono posizioni distanti da quelle dei vertici del partito. Una cosa sola mette d’accordo tutti: «Da qui a mercoledì può succedere di tutto».
(da agenzie)

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VIRGINIA RAGGI ASPETTA CHE CONTE VADA A SCHIANTARSI POLITICAMENTE PER DIVENTARE LA NUOVA LEADER DEL M5S

Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile

L’EX SINDACA NO VOX VUOLE GUIDARE UN MOVIMENTO DI LOTTA E DI PAGNOTTA IN TANDEM CON ALESSANDRO DI BATTISTA, CHE COSI’ POTRA’ TORNARE IN PARLAMENTO E SMETTERE LA VITA DA STUDENTE ERASMUS FANCAZZISTA

E Virginia Raggi, in tutto questo, che fa? Un po’ gufa e un po’ briga, fomenta, indirizza i grillini ribelli. Insorgete, fatelo cadere questo schifo di governo. Forza, qui serve una bella sfiducia e via, subito all’opposizione. O direttamente al voto. E comunque smettetela di stare ad ascoltare quello lì, che nemmeno è dei nostri. Quello lì: cioè Giuseppe Conte (che, tra i suoi parlamentari rivoltosi e arrabbiati, è ormai chiamato con il soprannome di «sughero», come lo battezzò Maurizio Gasparri, l’altro giorno, al Senato, «per quel talento di provare a galleggiare sempre»).
La vocina di Virginia è una lama tagliente. Dalla penombra. Non si fa vedere, tutti la sentono. Il piano dell’ex sindaca di Roma è: aspettare che Conte vada a sbattere politicamente e poi prendere il suo posto. Prendersi il Movimento 5 Stelle.
Non ridete: il progetto è, esattamente, questo. Dettaglio: Virgy sa bene che – dopo quanto accadrà mercoledì – la scena grillina potrebbe essere nuovamente scossa da un ulteriore esodo verso il partito di Luigi Di Maio. Ma questo non la preoccupa: anzi.
La sua idea è infatti quella di guidare un Movimento «depurato» da governisti e parlamentari che hanno ceduto al fascino del potere. Si immagina alla guida d’un partito di nuovo furibondo contro tutti e contro tutto.
Ne ha parlato con Alessandro Di Battista: e lui è d’accordo. Anche a lasciarle il palco. Dopo aver provato vari mestieri – imprenditore ramo sanitari in porcellana nell’azienda di famiglia (conti in rosso), il falegname (troppo faticoso), il barman (troppo ripetitivo) – Dibba ora s’ è messo in testa di scrivere reportage (capriccioso, eh): tornare in Parlamento gli garantirebbe uno stipendio sicuro, ma non vorrebbe farsi coinvolgere troppo. Virginia, invece, è lì che aspetta la gloria del comando.
Sembra pazzesco possa avere una tale ambizione. Cinque anni alla guida di Roma trascorsi entrando e uscendo dagli uffici della Procura, 15 assessori cambiati, 131 bus in fiamme, buche come trincee, una città soffocata dal traffico e dai miasmi dei cassonetti infetti (problema che, purtroppo, persiste anche con l’attuale giunta), i primi branchi di cinghiali nei vicoli di Trastevere (i romani, rassegnati, li considerano ormai animali domestici) e le attrici comiche che, in tivù, avevano smesso di imitarla, perché la Raggi originale era inarrivabile (salì sul tetto del Campidoglio: «Riunione riservata»). Certo sarebbe interessante chiedere un commento a Paola Taverna. Ma, purtroppo, lo spazio è finito.
(da Il Crorriere della Sera)

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DI MAIO AL LAVORO PER FAVORIRE L’USCITA DAI 5 STELLE DELL’ALA GOVERNISTA

Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI 35-40 PARLAMENTARI GUIDATI DAL CAPOGRUPPO DAVIDE CRIPPA

La strada è stretta ma il tentativo è concreto. E lo si capisce per prima cosa stando ben attenti all’utilizzo delle parole in questi ultimi giorni. Cioè da quando, subito dopo le dimissioni di Mario Draghi, nelle sue varie dichiarazioni pubbliche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e agli altri ex hanno smesso di parlare del M5S per definirlo sempre e solo il “partito di Conte”.
Raccontava ieri pomeriggio un transfuga dimaiano: «Affinché l’operazione funzioni bisogna arrivare a mercoledì in aula con la scissione già bella e fatta». Secondo, «ci serve il cinghialone, l’uomo simbolo, di peso». Cioè Davide Crippa : l’abbandono del M5S da parte del capogruppo a Montecitorio – molto stimato da Beppe Grillo – assieme a tutto il direttivo della Camera avrebbe una rilevanza simbolica enorme. Se poi si unissero altri componenti del governo, compresi dei ministri (Federico D’Incà, Fabiana Dadone?), meglio ancora. A quel punto davvero i 5 Stelle in quanto tali avrebbero sì il simbolo, ma nei fatti rimarrebbero il soggetto politico di un singolo e dei suoi fedelissimi. Appunto, il “partito di Conte”.
Le sentinelle di Di Maio rimaste nel partito ormai da giorni si sono attivate, trasferiscono informazioni agli ex compagni, sondano umori dei colleghi. Il deputato Luigi Gallo, sprezzante, in assemblea l’ha definiti «i piccioni viaggiatori». Con lo spettro del tutti a casa i contatti sono diventati febbrili e c’è un vero e proprio coordinamento in corso.
Come detto l’idea non sarebbe neanche quella di un semplice transito degli scontenti in Insieme per il futuro, ma la creazione di un altro gruppo ancora, anche nominalmente più vicino all’idea, o al ricordo, del Movimento.
(da La Repubblica)

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LE TRUPPE DI CRIPPA

Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile

L’ULTIMA CHANCE PER TENERE IN VITA IL GOVERNO E’ LA FUORIUSCITA DAL M5S DEL GOVERNISTI

È inutile girarci intorno: la sopravvivenza del governo Draghi, al di là della scelta finale del più diretto interessato che è tutta da verificare, poggia in questo momento soprattutto su quella che qualcuno definisce l’operazione Crippa, cioè la possibilità di fuoriuscita dal Movimento 5 Stelle di un congruo numero di deputati (praticamente tutto il direttivo alla camera a partire dal capogruppo).
Si parla di una lista di venti/trenta deputati. Nella speranza di chi dall’esterno tifa per questa ipotesi (il Pd lettiano, Di Maio e i suoi, l’ala draghista di Forza Italia e Lega) la nuova scissione dovrebbe convincere Draghi a considerare che la gran parte del “M5s originario” continua a sostenere il governo
Strada stretta, carica di “se”, a cominciare dall’esito di questa pirandelliana assemblea congiunta degli eletti 5 stelle, che passa di aggiornamento in rinvio da almeno tre giorni, e che forse finirà stasera. Con un ulteriore elemento di incertezza: che sarà dei tre ministri del Movimento? Si dà per scontato che Patuanelli si dimetterà, e che D’Incà resterà al suo posto. E Dadone? Vedremo, forse.
(da Open)

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M5S, LA RISSA VIA ZOOM: “TRADITORI, ATTENTI AGLI SPUTI”

Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile

MA FORSE AGLI SPUTI DOVREBBERO STARE ATTENTI GLI AMICI DI PUTIN

L’adunata via Zoom del Movimento 5 Stelle è un’assemblea permanente. Tanto permanente che c’è chi si collega dalla spiaggia e si mostra in costume da bagno. Forse perché le acque sono così agitate dai 15 (o 40?) eletti pronti a sostenere un governo Draghi bis.
I numeri della scissione del M5s: 60 parlamentari starebbero ancora con Giuseppe Conte. Una ventina è pronta allo strappo. Dieci sono ancora in mezzo al guado.
Ma intanto Luigi Di Maio tesse la tela di una nuova scissione. I nuovi transfughi, è questo il programma, voterebbero la fiducia al posto di chi resta nel M5s. Che rischia di trasformarsi in una bad company. Ovvero un guscio vuoto da portare all’opposizione il prima possibile. Secondo la linea Conte? Più che altro, secondo la linea Di Battista.§
Un’assemblea permanente
A raccontare cosa è successo nell’assemblea permanente dei M5s è oggi un retroscena di Repubblica. Che spiega come la convocazione di oggi potrebbe servire a trovare il punto di caduta da sottoporre all’attenzione di Draghi. Cosa prevede? Un documento che garantisca l’appoggio esterno al governo (con la conseguenza delle dimissioni dei ministri grillini). Con la fiducia da votare mercoledì 20 luglio. Fermando la divisione del partito in pro e contro Draghi.
Solo il sospetto di nuovo addio, fa sapere il quotidiano, scalda gli animi dei contiani: «Se lo specchio non può sputarvi, allora forse potrebbe iniziare a farlo qualcuno di noi…», avrebbe detto una deputata. Mentre un eletto se l’è presa con i «traditori» che vorrebbero «indebolire il M5s e Conte solo per tutelare i posti di potere e le poltrone».
Ma se da una parte ci sono le minacce, la capogruppo dei senatori M5s Mariolina Castellone in un’intervista a La Stampa sembra aprire al premier. «Stiamo facendo un percorso partecipato. Se uno non si riconosce più in un progetto è bene che faccia scelte diverse. Più che il numero, serve la compattezza. Abbiamo messo in conto che qualcuno possa abbandonare», dice.
Per Castellone la continuazione del governo «non dipende da noi ma da Draghi, che deve decidere se revocare le dimissioni o confermarle. Ci sarebbero addii in ogni caso probabilmente. Il problema è Luigi Di Maio, che invece di fare il ministro si impegna a ingrossare le file del suo partito. Sono frequenti i suoi contatti e tentativi di avvicinamento ai nostri parlamentari»
Intanto, Di Maio…
Nel frattempo Di Maio lavora a una scissione bis. 30 o 40 parlamentari fuori da un M5s ridotto all’osso. Ma per avere successo l’operazione ha poco tempo per andare in scena. Restano solo 48 ore, visto che Draghi parlerà mercoledì 20 luglio e per l’arrivo del premier in Senato tutto dovrà essere già deciso.
Gli occhi sono puntati su Davide Crippa. Il capogruppo alla Camera è stato accusato di aver organizzato una riunione degli eletti all’insaputa di Conte. Un suo addio insieme a quello di tutto il direttivo della Camera potrebbe fare abbastanza rumore e convincere Draghi. Sullo sfondo, spiega l’agenzia di stampa AdnKronos, c’è anche il lavoro del Partito Democratico.
Nei gruppi parlamentari si racconta di un lavorio instancabile sui 5 stelle. Tra chi si muove per tenerli dentro e chi per convincere almeno la truppa governista a prendere le distanze dai falchi pronti ad uscire dal governo. «Non hanno ancora deciso ma tra loro ormai è guerra aperta, un Vietnam», racconta un deputato dem.
Un senatore la mette così: «Il quadro che si va componendo è questo: nuova spaccatura del M5S, una minoranza si esprimerà per Draghi – soprattutto deputati ed il ministro D’Inca– e il resto con Conte verso l’appoggio esterno che diventerebbe nel giro di pochi giorni opposizione». Basterà per convincere Draghi?
(da agenzie)

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UNA SCISSIONE NEL M5S PER SALVARE IL GOVERNO DRAGHI?

Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile

L’IPOTESI DEL BIS SENZA CONTE E GLI SCENARI CHE PORTANO AL VOTO… MONTI: “DRAGHI NON SI DIMETTERA'”

Un governo Draghi Bis senza il Movimento 5 Stelle. Ma con un buon numero di fuoriusciti (tra i 15 e i 40) per assicurare continuità politica.
È questa l’ipotesi per evitare il voto, che resta comunque la soluzione più probabile della crisi di governo.
Mentre tutti gli occhi sono puntati sull’Assemblea degli eletti del M5s che riprenderà oggi pomeriggio. Anche se trovare una quadra che tenga assieme il partito di Conte è sempre più complicato. Mentre Salvini e Berlusconi puntano insieme al voto. E il Financial Times si schiera con SuperMario: un endorsement internazionale in attesa di quella telefonata che potrebbe allungare la vita al governo.
Ma c’è anche una trattativa segreta sui ministri e sul rimpasto possibile. Mentre Mario Monti, precursore di Draghi a Palazzo Chigi, fornisce al neo-premier tre ragioni per restare.
Il rinvio permanente
Con ordine. Al netto delle assemblee permanenti, il piano di Conte per allungare la vita del governo Draghi prevede di confermare la fiducia all’esecutivo e poi garantirgli l’appoggio esterno. Si tratta di un’ipotesi che terrebbe assieme un partito che invece sembra andare sempre più verso la balcanizzazione. I “governisti” grillini provano a mandare un segnale al premier. ma nel consiglio non vanno oltre la quindicina di interventi di dissenso su oltre sessanta. È il ministro per i rapporti con il Parlamento Federico D’Incà il capo della fronda. Insieme a lui Federica Dieni, Giulia Grillo, Luca Sut, Azzurra Cancelleri, Rosalba Cimino, Vita Martinciglio, Soave Alemanno, Diego De Lorenzis, Niccolò Invidia, Elisabetta Maria Barbuto, Elisa Tripodi, Gabriele Lorenzoni e Celeste D’Arrando. Sono i nomi di chi è intervenuto all’Assemblea contestando la linea di Conte.
mistero però sui veri numeri degli eletti pronti alla scissione. Si va dai 40 ipotizzati nelle cronache di ieri ai 15 contati oggi dal Fatto Quotidiano. Che rivela il motivo della convocazione dell’assemblea congiunta di sabato: il capogruppo grillino alla Camera Davide Crippa aveva organizzato una riunione con i soli deputati, tentando un blitz a favore del governo. La sua permanenza nel M5s è a rischio.
Intanto, registra l’agenzia di stampa Ansa, fra i contiani c’è la convinzione che il leader abbia saputo tenere la rotta. Mediando fra chi da tempo voleva uscire subito dal governo e chi invece considera opportuno sostenere l’esecutivo fino alla sua naturale scadenza. Ma la crisi non è colpa del M5s, è la difesa dei colonnelli del leader: «Se Draghi, anziché decidere di dimettersi, avesse convocato un vertice di maggioranza, noi gli avremmo votato subito dopo la fiducia. E perché ora non va avanti, i numeri li ha?».
Le condizioni che mancano
Una risposta la fornisce Alessandro Di Battista. Ovvero colui a cui guarda almeno una parte del Movimento anche in prospettiva anti-Conte: «Se Draghi davvero lo volesse sarebbe ancora il Presidente del Consiglio di un governo di unità nazionale, perché quasi tutti gli voterebbero la fiducia, avrebbe numeri schiaccianti. Ma teme che ciò che la situazione in arrivo in autunno possa minare la grande credibilità internazionale che crede di avere: non vede l’ora di andarsene. Se poi gli dovesse arrivare una telefonata importante dalla Casa Bianca o dall’ad di BlackRock potrebbe andare diversamente».
Dall’altra parte della barricata c’è Draghi. Che si felicita per l’appello dei sindaci in suo favore e intanto riflette. Senza un segnale forte dai partiti non si potrebbe ricreare quell’agilità politica indispensabile per portare avanti l’azione di governo, è il ragionamento che ancora circola a Palazzo Chigi.
Il Corriere della Sera dà conto di un ragionamento interno tra i draghiani, che non necessariamente coinvolge in prima persona il premier. Se Crippa e altri big M5s lasciassero il Movimento il perimetro della maggioranza resterebbe più o meno lo stesso. Il “nuovo” governo non sarebbe un bis ma un Draghi Uno senza ministri contiani.
Fonti di governo, sostiene il quotidiano, ritengono che sia questo il sentiero che porterà alla soluzione della crisi. Draghi intanto è atteso oggi ad Algeri e mercoledì 20 luglio in Parlamento. Per confermare l’irrevocabilità delle dimissioni. Oppure per aprire un nuovo capitolo. Il PD spera che almeno martedì sera si possa intuire lo spirito con cui i premier affronterà le Camere. Già la sola disponibilità a rimanere in Aula ad ascoltare il dibattito potrebbe aprire quello spiraglio che, sottotraccia, alcune forze politiche continuano ancora a cercare.
Monti: Draghi non lascerà
Intanto il senatore a vita Mario Monti, ex presidente del Consiglio durante la crisi dello spread che portò alle dimissioni dell’ultimo governo Berlusconi, sul Corriere della Sera traccia tre motivi per scommettere che Draghi non lascerà.
Il primo è il rispetto per il paese: «Anche se i politici, all’inizio osannanti, diventano ostili a causa dell’impopolarità di certe misure necessarie e da loro stessi approvate; anche se essi creano ostacoli che possono appannare la reputazione del governo o di chi lo guida, non c’è spazio per considerazioni personali», scrive Monti. Che pare proprio riferirsi al suo destino negli ultimi mesi di governo, quando finì nel mirino di molti. Ovvero lo stesso destino che pare voler schivare Draghi. Il secondo motivo per rimanere, ragiona ancora Monti, è che il lavoro iniziato non è ancora finito.
«La situazione dello spread non è quella che sarebbe lecito attendersi al concludersi di un governo Draghi. Lo spread dell’Italia è aumentato più di quello di vari altri Paesi ed è molto più alto di quello riscontrato all’inizio dello stesso governo. Dato l’andamento di queste variabili nel tempo, se dovessero ulteriormente peggiorare all’indomani di eventuali dimissioni definitive di Draghi sarebbe difficile sostenere che il quadro finanziario italiano sia peggiorato, come ci si sarebbe attesi, a causa della partenza dell’ex presidente della Bce», fa sapere Monti.
Infine, c’è il giudizio della comunità internazionale: «Cosa si direbbe dell’Italia all’estero, se si dovesse constatare che perfino l’italiano più credibile e rispettato decide di lasciare prima del tempo un impegno di così grande responsabilità?». Per questo, dice Monti, Draghi alla fine ritirerà le dimissioni e andrà avanti.
(da agenzie)

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QUANTI PARLAMENTARI M5S POTREBBERO MOLLARE CONTE PER AIUTARE LA NASCITA DI UN DRAGHI BIS?

Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile

C’E’ UN FRONTE GOVERNISTA PRONTO A FORMARE UN NUOVO GRUPPO PER SOSTENERE UN NUOVO ESECUTIVO SENZA I CONTIANI

Lo strappo della scorsa settimana rischia di avere effetti ancor più nefasti all’interno della galassia pentastellata.
Dopo la doppia mancata fiducia (prima alla Camera e poi al Senato) al dl Aiuti e al governo, dopo numerosi incontri e riunioni, dopo annunci, appelli e messaggi distopici inviati a Palazzo Chigi, si sta facendo sempre più spazio l’ipotesi di una nuova scissione all’interno del M5S. Non tutti, infatti, sembrano intenzionati a voler seguire, ancora, la linea dettata da Giuseppe Conte e sono in corso grandi manovre in vista delle tanto attese comunicazioni parlamentari di Mario Draghi in programma mercoledì.
Assemblee infinite e incontri (tra il fisico e il virtuale) che stanno andando in scena senza soluzione di continuità. La lunga settimana pentastellata – che combacia con quella delle sorti dell’esecutivo – inizierà come è finita: ore e ore di colloqui interni per delineare una linea. Ma la frattura interna è scomposta e difficilmente si ricomporrà nel giro di pochi giorni. Come riporta il quotidiano La Repubblica, infatti, su Zoom (la piattaforma online utilizzata per le riunioni) sono volati stracci e accuse tra le due anime del MoVimento 5 Stelle:
Prima che l’assemblea ricominci oggi per la terza volta, si contavano 60 parlamentari pro-Conte (e dunque pro-strappo), 19 per la fiducia a Draghi, una decina erano nel mezzo. Sta emergendo dunque la pattuglia dei governisti, pronti a votare il sostegno a Draghi anche senza l’avallo del leader.
Numeri che potrebbero crescere e, di fatto, ridurre al lumicino il peso politico (almeno all’interno del Parlamento, tra Camera e Senato) del MoVimento 5 Stelle e dare ossigeno a quella maggioranza a sostegno di un Draghi bis. Anche perché, i pentastellati non devono più fare i conti solo con le proprie decisioni.
Da Salvini e Berlusconi, infatti, è arrivata la linea del no totale a una nuova esperienza con loro a sostegno di Draghi: dall’incontro di Villa Certosa, infatti, Lega e Forza Italia hanno detto sì all’ipotesi di un nuovo esecutivo guidato dall’ex governatore della BCE, ma solo se non ne farà parte il M5S.
E mentre dal Partito Democratico – che ha in ballo anche alcune alleanze a livello locale, come nel caso della Sicilia, con i pentastellati – arrivano voci meno decise e delineate, la linea di quella parte del centrodestra a sostegno di Draghi sembra essere piuttosto netta e marcata.
Ovviamente la situazione potrebbe cambiare in caso di una nuova scissione M5S, come quella che si sta delineando. E la conferma arriva anche da il quotidiano Il Messaggero che parla di una ventina di deputati e una dozzina di senatori che sarebbero pronti a dire addio al MoVimento, creando nuovi gruppi parlamentare a sostegno del Draghi bis.
E in questa nuova scissione M5S potrebbe esserci anche lo zampino di Luigi Di Maio, ma i futuri e futuribili fuoriusciti pentastellati potrebbero non convergere – alla Camera – in “Insieme per il Futuro”.
Perché le tensioni con il Ministro degli Esteri non si sono mai placate e, per questo motivo, sembra più plausibile – come spiegano il Corriere della Sera e La Stampa – un nuovo gruppo a supporto del Draghi bis. In attesa di conoscere le loro sorti (molti di loro, restando legati al MoVimento non potrebbero ricandidarsi per via della regola del vincolo del doppio mandato) e del voto dell’anno prossimo, allo scadere naturale di questa legislatura.
E i Ministri?
E nella nuova scissione M5S anche i ministri hanno un peso specifico di rilievo. Secondo Il Messaggero, infatti, 2 su 3 farebbero parte della fronda di chi si vuole opporre allo strappo voluto da Giuseppe Conte.
Si tratta del Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, e della Ministra alle Politiche giovanili Fabiana Dadone. A loro potrebbero unirsi altri sottosegretari: Carlo Sibilia (Interno), Ilaria Fontana (Transizione ecologica) e Giancarlo Cancelleri (Infrastrutture).
Si tratta di esponenti che non potrebbero candidarsi più, secondo lo Statuto del MoVimento. Resterebbe “fedele” a Giuseppe Conte solamente il Ministro per l’Agricoltura Stefano Patuanelli, al suo primo incarico e mandato.
Ma qualora la fronda interna non contasse i ministri e gli esponenti pentastellati nel governo, un possibile Draghi bis potrebbe già avere la soluzione per la loro sostituzione. Come spiega Il Corriere della Sera, infatti, il Ministero di Fabiana Dadone potrebbe essere accorpato al sottosegretariato allo Sporto di Valentina Vezzali, il Ministero di D’Incà potrebbe essere dato a un tecnico e la Lega non vedrebbe di cattivo occhio la possibilità di riprendere in mano il Ministero dell’Agricoltura al posto di Patuanelli.
Il tutto in attesa di mercoledì, il giorno in cui il dado sarà tratto e tutte le carte saranno messe sul tavolo.
(da NextQuotidiano)

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