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A BAKHMUT SI LOTTA FINO ALL’ULTIMO UOMO: I SOLDATI UCRAINI AMMETTONO CHE I RUSSI AVANZANO MA KIEV HA ORDINATO DI RESISTERE A OLTRANZA FINO ALLA CONTROFFENSIVA

Aprile 9th, 2023 Riccardo Fucile

LO SCONTRO IN UCRAINA STA CAMBIANDO LO STUDIO DELLA LOTTA SUL CAMPO: È LA GUERRA DEL FUTURO, FATTA DI DRONI E COMUNICAZIONI SATELLITARI, E NON DALLA LENTEZZA DELLE TRINCEE

Yura Damianek ha 27 anni e dalla fine del febbraio 2022 comanda uno dei vecchi T-72 russi che ancora costituiscono il grosso delle unità corazzate ucraine, tra cui la sua Decima Brigata carristi. [Bakhmut […] è diventata il simbolo del braccio di ferro per il Donbass sembra in procinto di cadere.
«È vero ciò che affermano i media citando i servizi d’intelligence della Nato, i russi sono avanzati parecchio negli ultimi giorni nel centro di Bakhmut e le nostre vie di rifornimento si sono fatte più fragili. Ma lo Stato maggiore sa il fatto suo. Crediamo che continuerà a chiedere ai soldati di resistere nella zona urbana occidentale per eliminare il massimo numero di soldati russi e tenere concentrata la loro attenzione, mentre noi stiamo preparando la nostra prossima offensiva. Quando però diventerà troppo oneroso, e i nostri rischieranno l’accerchiamento, riceveranno l’ordine di ripiegare».
«Questa è già la guerra del futuro, fatta di droni e comunicazioni satellitari, marcata dalla velocità dell’innovazione e certo non dalla lentezza delle trincee. Un secolo fa gli eserciti si muovevano come giganti vecchi, qui invece tutto è rapido, in perenne evoluzione, come fosse un laboratorio a cielo aperto. Le due parti si esaminano a vicenda e continuano a riadattare e reinventare le rispettive strategie. Sino a poco fa le nostre accademie militari Nato studiavano ancora sui modelli della guerra del Kippur combattuta da arabi e israeliani nel 1973. D’ora in poi sarà invece quella russo-ucraina e dettare legge», sosteneva tra gli altri Hew Strachan della Saint Andrews University.
E infatti i carristi della Decima Brigata non muovono cingolo senza che i loro droni, guidati dai collegamenti satellitari garantiti da Starlink, non segnalino le unità nemiche e i loro spostamenti. «Abbiamo i carri armati, però quasi mai ci siamo impegnati in scontri diretti con i tank avversari. I russi in genere usano i loro carri come fossero cannoni semoventi, li interrano, oppure li proteggono con tronchi e cemento. Le armi più efficaci che usiamo in entrambi gli eserciti sono i droni muniti di razzi e i missili anticarro in dotazione alle fanterie»
La speranza di questi carristi sarebbe ricevere i nuovi super-tank tedeschi Leopard 2 o i britannici Challenger 2S, i pochi sofisticati Abrams americani non sono ancora arrivati e restano una chimera.
«Però di questi si parla tanto e si vede molto poco. Qui nel settore di Bakhmut noi non ne abbiamo mai incontrato neppure uno. Sappiamo solo che lo Stato maggiore sta cercando di risparmiare il meglio delle armi occidentali per poi scatenarle massicciamente nella prossima offensiva», dice a sua volta Serhii Jidkot, che a 41 anni comanda la brigata corazzata e soppesa con attenzione ogni parola.
I russi posseggono circa 2.000 tank, gli ucraini più o meno la metà e però la qualità dei loro arsenali sta rapidamente migliorando grazie agli aiuti Nato.
E quando scatterà l’offensiva ucraina? «Non lo vengono a dire certo a me. Osservando dal campo, credo che saranno necessarie ancora almeno tra le due e quattro settimane, o forse più. Il meteo è cattivo, pioverà ancora. Il fango è troppo fresco, in queste condizioni appena escono dalle strade asfaltate i nostri mezzi non riescono a procedere oltre i 30 km all’ora».
(da il Corriere della Sera)

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L’OPPOSIZIONE C’E’, MA NON SI VEDE: GLI ASSENTI HANNO SALVATO LA MELONI OTTO VOLTE

Aprile 9th, 2023 Riccardo Fucile

AL SENATO LA MAGGIORANZA HA RISCHIATO SPESSO DI ANDARE SOTTO: L’OPPOSIZIONE O LA SI FA O INUTILE PRENDERE PER IL CULO GLI ELETTORI

La maggioranza che sostiene il governo Meloni è divisa e litigiosa al suo interno ma può stare tranquilla: l’opposizione ha deciso di non impensierire la destra in Parlamento. Il problema riguarda anche il coordinamento in Parlamento.
Nei primi cinque mesi di legislatura, infatti, in otto voti chiave tra Camera e Senato sono state le assenze in aula dell’opposizione a evitare che la maggioranza venisse battuta e il governo messo a dura prova. Questo è avvenuto su provvedimenti su cui la presidente del Consiglio Meloni ha investito molto della sua azione politica: si va dal decreto Rave al Milleproroghe, passando per il decreto sul riordino dei ministeri fino al decreto Aiuti Quater che serviva per combattere il caro-energia. A certificarlo è un rapporto di Openpolis che ha analizzato i 47 voti chiave dall’inizio della legislatura ad oggi.
Una premessa è d’obbligo. Teoricamente la maggioranza di destra non dovrebbe avere problemi in Parlamento perché i numeri tra Camera e Senato sono abbastanza larghi e permettono a Meloni un certo margine di tranquillità: a Montecitorio può contare su 238 voti (la maggioranza è di 201) e al Senato su 116, con 14 voti di scarto sui 201 richiesti visto che il presidente Ignazio La Russa non vota.
Inoltre, la maggior parte delle votazioni non richiede una maggioranza assoluta ma basta quella dei presenti. In entrambe le Camere, dunque, il governo potrebbe dormire sonni tranquilli fino a fine legislatura. Peccato che, soprattutto al Senato, le cose si complicano perché nove senatori del centrodestra oggi sono anche ministri e dunque quasi mai presenti ai lavori d’aula.
Ma fino ad oggi l’opposizione non ne ha mai approfittato.
Su 47 voti chiave, spiega Openpolis, in 12 casi (9 al Senato e 3 alla Camera) la maggioranza ha rischiato di essere battuta: il margine tra i voti della destra e quelli del centrosinistra è stato inferiore a 20, rispetto al margine medio di 55 voti alla Camera e di 35 al Senato.
Tra questi 12, però ce ne sono 8 in cui la destra poteva addirittura finire in minoranza ma è stata aiutata dalle assenze dell’opposizione.
Avere più parlamentari, infatti, espone la maggioranza ad avere anche più defezioni: i ministri o i sottosegretari che risultano “in missione” non vengono conteggiati ai fini del numero legale.
Il voto contrario di tutti i parlamentari dell’opposizione, dunque, avrebbe fatto aumentare la soglia per approvare il provvedimento. Così, se in quegli 8 voti, tutti i parlamentari di opposizione fossero stati presenti in aula, avrebbero bloccato alcune norme della maggioranza provocando uno scossone nel governo. Ma così non è andata
Il primo caso è stato il decreto Rave al Senato: per giorni le opposizioni hanno dato battaglia fuori dal Parlamento contro la norma liberticida che vietava le manifestazioni non autorizzate di ogni genere.
Poi, però, quando si è trattato di votare il testo in aula, le assenze nel centrosinistra hanno aiutato la maggioranza: il decreto è passato al Senato con un margine di 8 voti, mentre gli assenti a sinistra erano 9.
In questo caso, le divisioni nella maggioranza furono anche politiche: Licia Ronzulli e qualche senatore di FI decisero di non partecipare al voto perché contrari alla norma che reintegrava i medici no vax.
La maggioranza è stata “salvata” dall’opposizione a Palazzo Madama anche sul decreto Ministeri, sul Milleproroghe, sul decreto Flussi e sul decreto sull’ex Ilva.
In quest’ultimo caso il margine è stato di 10 voti, mentre le assenze e le “missioni” dell’opposizione erano 17.
Sul decreto Flussi, il margine era di 11 voti e le defezioni del centrosinistra 19. Anche alla Camera ci sono stati tre casi identici: il decreto Ministeri, l’Aiuti quater e quello sull’ex Ilva.
(da Il Fatto Quotidiano)

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ORSI DA ABBATTERE IN TRENTINO, L’EX MINISTRO COSTA: “NON ESISTE SOLO LA POLITICA DI UCCIDERE”

Aprile 9th, 2023 Riccardo Fucile

IL PROBLEMA NON SONO GLI ORSI, SONO GLI AMMINISTRATORI INCAPACI

Prima di intervenire ha aspettato qualche ora, fino a quando il governatore Maurizio Fugatti ha annunciato l’ordinanza di abbattimento dell’orso che ha ucciso Andrea Papi.
Poi, da ex ministro dell’ambiente con una «militanza» attiva a favore della tutela dei plantigradi (era stato proprio lui a soprannominare «Papillon» l’orso M49, il «fuggitivo», oggi al Casteller), Sergio Costa ha voluto mettere nero su bianco la sua posizione.
Partendo dal rispetto per Andrea Papi, per poi criticare le scelte dell’amministrazione provinciale. «Esprimo massima vicinanza alla famiglia della vittima» premette Costa. Che poi entra nel merito: «La politica ha il dovere di gestire la cosa pubblica, come la fauna selvatica. E gestire è sempre un fardello molto difficile che va portato sempre prevenendo e mai correndo ai ripari dopo. L’ordinanza di abbattimento è veramente la soluzione per risolvere questi problemi? Io credo sempre che questa sia la via sbagliata».
I movimenti
Legambiente, nelle parole del responsabile nazionale per le aree protette Antonio Nicoletti e di quello provinciale Andrea Pugliese, chiede che si aspetti la relazione di Ispra per decidere il da farsi. «È chiaro che il destino di questo orso sia ormai segnato, così come è evidente che in Trentino – Alto Adige ci sia un problema di gestione di questi plantigradi e di convivenza con la comunità locale». L’urgenza — sottolineano Nicoletti e Pugliese — è quella di istituire un tavolo di lavoro con il ministero dell’Ambiente, le Regioni, le aree protette e le associazioni per gestire al meglio la convivenza. Questo per «evitare una caccia alle streghe» contro gli orsi, con il rischio che aumenti «la paura nelle comunità locali e tra i turisti». L’Enpa parla di un «pogrom di Fugatti contro i plantigradi», che non avrebbe «nulla a che vedere con la prevenzione e rappresenta un’offesa alla memoria di Andrea Papi, per la cui scomparsa rinnoviamo il nostro cordoglio». Enpa fa notare che la scelta di Fugatti di riportare la popolazione degli orsi a 50 individui vuol dire dimezzarla e accusa la giunta: questo, sostengono, serve a «occultare le gravissime omissioni di cui da almeno un quindicennio si è resa responsabile la Provincia».
(da agenzie)

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NEL PARCO NAZIONALE DI ABRUZZO, LAZIO, MOLISE LA CONVIVENZA TRA UOMINI E ORSI E’ PACIFICA, GRAZIE A SEMPLICI REGOLE

Aprile 9th, 2023 Riccardo Fucile

INVECE CHE SPARARE CAZZATE, LA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO IMPARI A STUDIARE COSA FANNO IN ALTRE REGIONI

L’altro ieri è arrivata la firma sull’ordinanza del presidente della provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti. L’orso che ha aggredito e ucciso il podista Andrea Papi il 26enne trovato morto tre giorni fa in una zona boschiva della Val di Sole (Trentino), dovrà essere abbattuto. Fugatti ha parlato di «una situazione di immediato e gravissimo pericolo per l’incolumità e la sicurezza», che si risolverebbe con l’abbattimento non del solo esemplare che ha aggredito il runner – sembra Mj5 – ma con il ridimensionamento del progetto europeo Life Ursus, nato per incrementare il numero di esemplari nelle Alpi tramite il rilascio di alcuni esemplari provenienti dalla Slovenia.
Al momento sono circa 100 gli orsi nella provincia di Trento. Dopo il ridimensionamento si ridurrebbero a 50. Il dibattito è acceso. I sindaci della Val di Sole hanno accolto con giubilo il provvedimento: «Il numero di orsi va ridotto». Mentre le associazioni ambientaliste, come l’Organizzazione Nazionale Protezione Animali (Oipa), Legambiente e la Lega Anti Vivisezione (Leal), parlano di «spirito di vendetta».
Come limitare le interazioni. L’esempio del parco d’Abruzzo, Lazio e Molise
Gli esperti fanno notare come non sia il numero di orsi a generare problemi, ma piuttosto le occasioni di incontro con gli esseri umani, che dovrebbero quindi essere limitate. Questo è esattamente quello che è stato fatto in Abruzzo e in Molise, dove la convivenza con i plantigradi va più liscia che in Trentino e nelle regioni confinanti, dove si sono registrati casi di orsi entrati nei giardini delle case.
Per evitare tutto ciò, nel parco nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise, il movimento degli escursionisti viene disciplinato. Ad esempio, nelle zone di riserva integrale e di riserva generale, non è consentito uscire dai sentieri. «Su alcune si può andare liberamente, anche con il cane, sempre al guinzaglio, o il cavallo e la bici; in altre no», spiega Luciano Sommarone, direttore del parco.
Le regole del parco
Perciò, nella “zona A” della riserva ci si può muovere solo a piedi, sui sentieri segnati, e senza cani al seguito. Niente cavalli, muli, asini e mezzi meccanici, incluse le mountain bike che potrebbero eccitare gli orsi e scatenare risposte a quelle che gli animali interpreterebbero come minacce.
«Da noi vivono una sessantina di esemplari di orso bruno marsicano e, come per tutti gli animali selvatici, per limitare le interazioni con l’uomo è necessario togliere ogni forma di richiamo — continua Sammarone al Corriere della Sera —. Regolamentare l’accesso ai sentieri ha anche il vantaggio che gli orsi imparano da dove arriva il disturbo e quindi ci stanno alla larga. Sono animali che quando vedono le persone, tendenzialmente scappano».
La densità abitativa
Va detto che l’orso marsicano è geneticamente meno aggressivo di quelli portati dalla Slovenia sulla Alpi. Esiste anche una differenza di densità abitativa tra le valli del Trentino e quelle del Centro Italia. Oltre a una diversa abitudine di chi ci vive alla presenza dei plantigradi. All’interno del nostro Parco ci sono 7 centri abitati ma l’uomo in Abruzzo ha imparato a convivere da sempre con la presenza di questi mammiferi e ogni anno i pastori abruzzesi mettono in conto che qualche pecora sarà mangiata dall’orso, continua Sammarone illustrando anche la pratica diffusa intorno al parco delle tre regioni, di utilizzare pollai antiorso.
In Trentino, invece, ci si concentra di più sui cassonetti della spazzatura, considerati capaci di attirate gli animali, e quindi blindati e chiaramente assenti dai parchi. Ad ogni modo, specifica Sammarone: «In Trentino l’unità di abitanti per km quadrato è due, tre volte la nostra e le persone che frequentano la montagna sono molte di più per cui aumenta anche la possibilità di incontrare gli orsi».
(da agenzie)

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CONTRO LO SPOPOLAMENTO, ESPERIMENTO IN SPAGNA: I PAESI VUOTI RIVIVONO CON I RIFUGIATI

Aprile 9th, 2023 Riccardo Fucile

DALLA CATALOGNA ALLA CASTIGLIA, COMUNI E ONG UNISCONO LE FORZE PER RIDARE VITA E ABITANTI ALLE ZONE RURALI

«Venire qui è stata per noi un’ancora di salvezza. Ci hanno aiutati e ricevuti con molto rispetto». Jairo e Belkis, Zaida e Ángel, Tulia ed Eduardo sono con i rispettivi figli la speranza di Pareja, un piccolo borgo in provincia di Guadalajara, di meno di 400 abitanti.
Come migliaia di persone in fuga dal Venezuela, prima di approdare in Castiglia-La Mancia, le tre famiglie avevano pellegrinato in vari centri di accoglienza a Madrid e in Catalogna, senza riuscire a trovare un lavoro o poter pagare un affitto.
Ora hanno un’occupazione e fanno parte della nutrita pattuglia di migranti oltre Oceano, che fanno rivivere i paesini della Spagna rurale destinati a scomparire per spopolamento.
Grazie a loro, Pareja può riaprire la scuola e riaccendere la speranza di futuro. Comuni e Ong uniscono le forze e lanciano iniziative perché le famiglie di migranti e rifugiati possano trasferirsi in aree rurali, trovare opportunità di vita e, al contempo, evitare l’estinzione delle piccole località spopolate.
La Ong “Pueblos con Futuro” ha ricollocato 25 famiglie latinoamericane in 19 paesini delle province di Guadalajara, Cuenca, Madrid e Saragozza. I municipi mettono a disposizione le case libere, mentre gli enti non governativi provvedono all’accompagnamento delle famiglie, aiutano alla loro integrazione, a quella dei figli a scuola, in alcuni casi anche con microcrediti per far fronte alla cauzione per l’affitto.
Una trentina di famiglie di rifugiati, provenienti in maggior parte dall’Ucraina in guerra, ma anche da Siria, Venezuela, Afghanistan ed Ecuador, si sono trasferite in piccoli villaggi con meno di 500 abitanti, in Catalogna, attratti dall’offerta di un tetto e lavoro promossa dall’Associazione Microborghi della regione e dal governo della Generalitat, per lottare contro lo svuotamento.
Al programma pilota “Opportunità 500”, avviato lo scorso settembre, partecipano 25 villaggi catalani e finora ne hanno beneficiano un centinaio di migranti.
Da parte sua la Fundación Madrina ha ricevuto oltre mille profughi della guerra in Ucraina, accolti in 1.800 famiglie in 300 paesini rurali dell’intera penisola iberica con il suo programma “Pueblos Madrina, avviato per far fronte all’emergenza umanitaria.
Nell’ultimo decennio, tre municipi su quattro in Spagna hanno perso popolazione, secondo il rapporto “Lo spopolamento della Spagna interna” della Segreteria generale per la sfida demografica, realizzato nel 2021 dalla fondazione Funcas. Le regiorni più colpite, Castiglia y León, Aragon, Castiglia-La Mancia, Estremadura, la Rioja, la Galizia dell’interno e l’Aldalusia orientale. Fra le varie iniziative per affrontare la sfida demografica nelle aree rurali il “Proyecto Arraigo’” guidato dal ministero per la Transizione ecologica, volto ad attrarre medici e personale sanitario nella “España vaciada”. O quello del ministero di Inclusione, previdenza sociale e migrazioni, che sta costruendo nuovi centri di accoglienza a rifugiati in regioni spopolate come la provincia di Soria.
(da Avvenire)

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