Aprile 14th, 2023 Riccardo Fucile
IL SISTEMA PENSIONISTICO SARA’ IN EQUILIBRIO NEL 2030
Il Consiglio costituzionale francese ha approvato gli elementi
essenziali della riforma delle pensioni, compresa la controversa misura di alzare l’età pensionabile da 62 a 64 anni. Respinte sei misure del progetto del governo, come la creazione di un «indice di anzianità». Allo stesso tempo, il Consiglio dei saggi ha respinto la richiesta di referendum presentata dalla sinistra. Una seconda istanza, depositata successivamente, dovrà invece essere oggetto di una nuova decisione il 3 maggio.
Le misure respinte dalla Corte Costituzionale
Tra le misure respinte dalla Corte Costituzionale c’è il cosiddetto «index» senior, un indicatore relativo all’impiego di dipendenti anziani che doveva essere obbligatorio da quest’anno per le aziende con più di 1.000 dipendenti e la cui mancata pubblicazione era soggetta a sanzioni pecuniarie. Le Parisien cita un professore di diritto pubblico a Sciences-Po a Parigi, Guillaume Tusseau, secondo il quale «la sua bocciatura non impedisce l’attuazione della riforma».
Un’altra delle misure respinte è il «CDI senior», un contratto riservato agli ultrasessantenni che avrebbe dovuto facilitare l’assunzione di persone di età superiore ai 60 anni in cerca di lavoro a lungo termine.
Le Parisien sottolinea che il governo è ora libero di decidere di integrare queste sei disposizioni in un’altra legge e di farle votare oppure di farle cadere; per Emmanuel Macron esiste anche un’altra possibilità, cioè quella di richiedere una nuova deliberazione in Parlamento, invitandolo a modificare le disposizioni bocciate.
Proteste e fumogeni contro Macron, tremila in piazza a Parigi
Cori, fumogeni, slogan di protesta contro Emmanuel Macron e contro il governo: la protesta contro la decisione del Consiglio costituzionale che ha convalidato gran parte della riforma delle pensioni si sta organizzando in tutta la Francia. Più di tremila persone a Parigi, altre centinaia già in piazza a Lione e a Nantes protestano contro la riforma. L’annuncio del Consiglio costituzionale è stato accolto con fischi a Parigi fuori dal municipio, dove centinaia di persone si sono radunate.
La premier Borne: né vincitori né vinti
«Questa sera non ci sono né vincitori né vinti» commenta su Twitter la premier francese, Elisabeth Borne. La Corte, pur respingendo 6 delle misure della riforma, ha convalidato il fulcro del testo, cioè l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni. «La Corte costituzionale ha stabilito che la riforma è in linea con la nostra Costituzione, sia nel merito che nella procedura. Il testo è giunto alla fine del suo processo democratico», ha scritto Borne.
Il governo: il sistema pensionistico sarà in equilibrio nel 2030
Il governo «prende atto della decisione del Consiglio costituzionale», «con questa riforma, il nostro sistema pensionistico sarà in equilibrio nel 2030»: lo si legge in un comunicato del governo francese, nel quale si sottolinea che «sui 36 articoli del progetto di legge, 30 sono stati completamente convalidati, 2 parzialmente e 4 considerati come “cavalieri sociali”, cioè da non inserire in una legge di finanziamento della previdenza sociale». È quanto si legge in un comunicato dei servizi della prima ministra, Elisabeth Borne.
Violenze contro i reporter nei cortei
«Violenze inaccettabili: la commissione che amministra il giornalismo francese rilasciando ogni anno il tesserino stampa ai professionisti del settore (Commission de la carte d’identité des journalistes professionnels, Ccijp) suona il campanello d’allarme sulle violenze subite da giornalisti e reporter durante le proteste contro la riforma delle pensioni di Emmanuel Macron. «Ieri – afferma in una nota la Ccijp – un giornalista è rimasto ferito a Lione mentre copriva la manifestazione contro la riforma previdenziale. Dall’inizio di questo movimento sociale, questa violenza contro un giornalista, nell’esercizio della professione, non è un caso isolato. La Ccijp condanna ogni violenza. Sia essa contro i manifestanti o contro i poliziotti».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 14th, 2023 Riccardo Fucile
15 MILIARDI (PER ORA) BUTTATI NEL CESSO, TANTO NON SONO I SUOI… “USEREMO I FONDI UE”, MA L’EUROPA NON PAGA I PONTI STRADALI
Sembra una barzelletta ma è tutto vero. Il governo, o meglio Matteo Salvini, ha resuscitato il ponte sullo Stretto di Messina e ora ci fa sapere che costerà il 60% in più di quanto previsto nel 2012, quando l’opera venne fermata dal governo Monti dopo che i costi erano già esplosi.
È tutto messo nero su bianco nell’allegato Infrastrutture al Def appena approvato. Come previsto, il documento classifica il ponte come “opera prioritaria e di preminente interesse nazionale” e ne quantifica i costi, visto che il contratto con Eurolink – il consorzio capitanato da Salini Impregilo (oggi Webuild) che nel 2005 ha vinto la gara –, resuscitato per decreto da Salvini nei giorni scorsi, dev’essere aggiornato per gli importi. E dagli aggiornamenti svolti dal ministero delle Infrastrutture esce fuori l’astronomica cifra di 13,5 miliardi di euro di costo preventivato.
Dopo l’approvazione del decreto che accontenta la Webuild di Pietro Salini, il ministero aveva fatto filtrare ai giornali una stima di 10 miliardi. Ora si scopre che è ben superiore. A quella cifra, peraltro, vanno aggiunti “i lavori complementari e di ottimizzazione alle connessioni ferroviarie, lato Sicilia e Calabria, che dovranno essere oggetto del contratto”, che il ministero stima in 1,1 miliardi. Tirate le somme, si sfiorano i 15 miliardi di euro. E non è finita, visto che dal conto sono escluse le opere complementari stradali che “verranno dettagliate nell’ambito dei contratti di programma con Anas”.
Quella dei costi è una saga surreale.
Nel 2005 Salini vinse la gara con un ribasso sulla base d’asta di 500 milioni (3,9 miliardi su 4,4 miliardi) allettato soprattutto dalle penali. Nel 2011 il costo era salito a 6,3 miliardi, l’anno dopo a 8,5 miliardi. Ora il governo stima che salirà più del 60%: un problema non secondario visto che Quirinale e Palazzo Chigi hanno costretto Salvini a promettere nel decreto di aggiornare il contratto rispettando la direttiva Ue sugli appalti, che però fissa nel 50% l’aumento massimo dei costi contrattuali, altrimenti va rifatta la gara.
A ogni modo, anche ammesso che Bruxelles non abbia da ridire, quei soldi non ci sono. Il governo lo ammette: “A oggi – si legge – non esistono coperture finanziarie disponibili a legislazione vigente”, ma promette di individuarle “in sede di legge di Bilancio”.
Come? Stando al documento, chiedendo a Calabria e Sicilia di dirottare sul ponte parte dei fondi di sviluppo e coesione; prevedendo stanziamenti pluriennali e ricorrendo a prestiti bancari (o di Cdp e Banca europea degli investimenti).
Problema: nessun finanziatore privato si è mai fatto avanti, visto che l’opera non sta in piedi dal punto di vista finanziario. Per questo il ministero spera di avere accesso alle sovvenzioni del programma Connecting Europe Facility Cef (il cui bando esce a settembre). Il documento non le quantifica, ma sono numeri molto bassi.
Stando ai regolamenti Ue, potrebbe essere finanziato fino a un massimo del 50% del progetto e del 30% dei lavori ma della sola parte ferroviaria, perché le norme vietano di finanziare “ponti stradali” (e peraltro il progetto deve passare un’analisi costi-benefici).
Il Ponte non può rientrare nemmeno tra i finanziamenti del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) per i progetti di trasporto nel 2021-2027. Poco importa, Salvini ha promesso l’inizio dei lavori a luglio 2024. È già chiaro chi pagherà.
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 14th, 2023 Riccardo Fucile
LE PROTEZIONI SOCIALI SONO DIMINUITI MENTRE IN TUTTA EUROPA AUMENTANO, HANNO FATTO 12 CONDONI AGLI EVASORI E TAGLIATO LA SPESA SALITARIA DAL 6,4% AL 6,1%, SIAMO L’UNICO PAESE IN EUROPA DOVE GLI STIPENDI SONO DIMUINUITI RISPETTO A 20 ANNI FA E IL LAVORO E’ SOLO PRECARIO
In sei mesi di governo Meloni si è parlato di tutto tranne che
della realtà. Ma la realtà, presto o tardi, ti insegue e la vera notizia è che in Italia dopo tre anni di pandemia le protezioni sociali sono diminuite, mentre nel resto d’Europa aumentano.
Senza il Rdc, sostituito da una misura ridotta, più restrittiva e per la verità non ancora varata, l’Italia resta priva di strumenti universali. Rimangono gli ammortizzatori selettivi, quelli per capirci dov’è prevista la Cassa integrazione. Gli altri Paesi, invece, hanno approfittato della pandemia per aumentare i sussidi e gli ammortizzatori: in Germania e in Spagna i sostegni al reddito sono strutturali, il Bürgergeld e l’Ingreso mínimo vital hanno avuto un incremento di importi. Anche il salario minimo legale cresce in entrambi i Paesi.
Il governo Meloni è invece da sempre contrario al salario minimo e al momento non ha concretizzato nemmeno la formazione prevista e le politiche attive.
Ma ha trovato il modo per fare 12 condoni nell’ultima finanziaria e ha tagliato la spesa sanitaria che passerà dal 6,4% del Pil del 2019 al 6,1% programmato per il 2025. Proprio ora che il sistema sanitario senza medici e personale rischia il collasso.
Così mentre la Spagna ha creato 2,5 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, grazie alla riforma del lavoro che abbatte il precariato, in Italia quasi la metà dei contratti a termine non supera i 90 giorni e c’è il record di part-time involontario nell’Unione Europea. Vuol dire che l’11% di chi lavora vorrebbe farlo full-time ma deve invece accontentarsi di mezza giornata. Con il ripristino dei voucher voluto da Meloni il lavoro sarà sempre più precario e privo di diritti.
Non solo. L’Italia, che come sappiamo è l’unico Paese in Europa dove gli stipendi sono diminuiti dal 1990, avrebbe potuto approfittare, visto che i vincoli del Patto di stabilità sono ancora sospesi (mentre a breve torneremo all’austerità) per provare a fare investimenti finalizzati ad aumentare il tasso di crescita e di conseguenza far calare il rapporto debito/pil. Il governo Meloni, invece, ha deciso non solo di non approfittarne, ma di tagliare tutto il tagliabile: dalla sanità al superbonus.
Per sei mesi però, si è parlato poco di questo e si è dibattuto ogni giorno di altro. Per esempio, del “decreto rave” e dei raduni “pericolosi”, di sparare ai cinghiali nelle aree urbane, se si dice “il” o “la” presidente del consiglio, di alzare la soglia per l’obbligo del Pos, di Dante Alighieri “fondatore del pensiero di destra”, di riforme della (in)giustizia annunciate e non varate, di nuovi benefici per chi commette reati contro la pubblica amministrazione, del nuovo Codice degli appalti “aperto” agli indagati.
E ancora: di stragi in mare che si potevano evitare, di scafisti da “cercare lungo tutto il globo terracqueo”, di Ponte sullo stretto, del reato di tortura, dei prodotti con la farina di insetti, di maternità surrogata, gestazione per altri, uteri e forni, di liceo del made in Italy, di multe per chi usa i “forestierismi”. Fino al nuovo horror-cult nazionale: l’anti-antifascismo che confonde la Resistenza con le bande musicali.
Solo che la realtà, presto o tardi, ti insegue e così il ministro Fitto la tira fuori dal cilindro dichiarando a proposito del Pnrr che “alcuni interventi da qui al 30 giugno 2026 non possono essere realizzati, è matematico, scientifico che sia così, dobbiamo dirlo con chiarezza”.
La Corte dei conti denuncia ritardi e rallentamenti nella spesa e nel raggiungimento degli obiettivi e l’Ue congela la terza rata per l’Italia. Esponenti della Lega come Molinari dichiarano che “si può rinunciare a una parte dei fondi”, “piuttosto che spenderli male meglio non spenderli”.
E come sempre parte lo scaricabarile. La colpa è di Draghi che non ha rafforzato la pubblica amministrazione, o meglio di quel gran genio di Brunetta che prevedeva di assumere un migliaio di persone ma a termine, con concorsi che spesso sono andati a vuoto a causa dei salari troppo bassi.
Ma non ci avevano detto che il governo dei Migliori avrebbe messo in sicurezza almeno il Recovery plan? Su 15 miliardi di spesa previsti per il 2021, solo 5 sono stati effettivamente “messi a terra”. Sul totale dei fondi, alla fine del 2022 ne sono stati spesi solo 23. Ma i sostenitori del governo Draghi non ci stanno, così la colpa è di Meloni e del suo governo che è quasi immobile con le riforme che servono per raggiungere i 27 obiettivi del primo semestre 2023.
Il governo Meloni però non ci sta, così la colpa diventa di Conte che ottenne i fondi del Recovery, anzi troppi fondi. Maledetto Conte, ha portato 209 miliardi dall’Europa e stava creando una task force centrale che magari sarebbe stata anche in grado di seguire tutti i progetti, prima che gli facessero cadere il governo.
Poi arrivò Draghi che spostò la cabina di regia al Mef, poi arrivò Meloni che riportò ma solo in teoria la cabina di regia dal Mef a Palazzo Chigi e al mercato che mio padre comprò.
L’ennesimo cambio di governance del Pnrr (già soltanto il nome scelto lo rende distante e freddo) era stato annunciato da mesi ma nella pratica il decreto è in discussione solo in queste ore al Senato.
In campagna elettorale Meloni disse: “È finita la pacchia, l’Italia si metterà a difendere i suoi interessi nazionali”. Forse comincerà a farlo quando il suo governo si dimetterà.
Resta infatti una domanda: cosa farsene di un governo patriottico, sovranista e sciovinista che si occupa di tutto tranne che delle cose concrete, che lascia il Paese senza protezioni sociali, senza sanità pubblica e senza una visione progressiva dell’interesse nazionale? È solo una tortura, senza farina ma con tanti insetti.
(da lafionda.org)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 14th, 2023 Riccardo Fucile
SUI MILIARDI DEL PNRR LE MANI DELLA MAFIA
Il primo vero dato della pubblicazione della relazione semestrale della Dia pubblicata sul sito della Camera non sta nelle parole scritte all’interno ma nelle parole non dette fuori. Altri tempi quelli in cui la relazione della Direzione Investigativa Antimafia dava il là a un serrato dibattito pubblico e politico. Oggi si scorgono soprattutto articoli stanchi che sono copincolla di agenzie.
La mafia del resto deve essere stata sconfitta se nemmeno Matteo Salvini – che con l’antimafia si diverte sempre con gli occhioni luccicanti – trova il tempo di confezionare un tweet da prefetto di ferro. Stessa cosa per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ormai sbraita in privato ma in pubblico si dedica solo a tagliare nastri e stringere mani.
Eppure lì dentro, nella relazione presentata al Parlamento, c’è una notizia che dovrebbe far rizzare i capelli mentre l’Italia prova a spendere (e meritarsi) i miliardi del Pnrr: le imprese mafiose, secondo la Dia, tentano “l’inquinamento delle procedure di gare pubbliche già dalla fase di stesura del bando mediante varie forme di connivenza con funzionari pubblici”.
Le tecniche di penetrazione possono concretizzarsi già nella fase di programmazione e progettazione delle opere pubbliche” – si legge – tramite “azione corruttiva di funzionari e tecnici incaricati”. La relazione conferma che a dominare la scena del crimine è la ‘Ndrangheta. L’analisi, attenzione, è realizzata sulla base delle evidenze investigative, giudiziarie e di prevenzione e documenta la tendenza, rilevata da diversi anni, circa il generale inabissamento dell’azione delle consorterie più strutturate che hanno ormai raggiunto un più basso profilo di esposizione e, come tale, particolarmente insidioso proprio in ragione dell’apparente e meno evidente pericolosità.
Tale tendenza risulta sempre più diffusa in tutte le matrici mafiose in considerazione del vantaggio loro derivante dalla insidiosa mimetizzazione nel tessuto sociale e dalla conseguente possibilità di continuare a concludere i propri affari illeciti in condizioni di relativa tranquillità senza destare le attenzioni degli inquirenti. La criminalità organizzata, infatti, preferisce agire con modalità silenziose, affinando e implementando la pervasiva infiltrazione del tessuto economico-produttivo avvalendosi anche delle complicità di imprenditori, professionisti ed esponenti delle istituzioni, formalmente estranei ai sodalizi.
Un’indubbia capacità attrattiva quindi è rappresentata dai progetti di rilancio dello sviluppo imprenditoriale nella fase post-pandemica e dall’insieme di misure finalizzate a stimolare la ripresa economica nel Paese compulsate anche dai noti finanziamenti europei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Senza dimenticare che all’orizzonte ci sono anche le Olimpiadi.
Sulla base di queste considerazioni, la Relazione propone, con la consueta attenzione allo sviluppo ed alle trasformazioni delle organizzazioni mafiose, la descrizione del quadro criminale – anche schematizzata con l’ausilio di mappe esplicative della sua evoluzione recanti le presenze dei principali sodalizi attivi in ragione delle risultanze delle investigazioni concluse dalla Dia e dalle Forze di polizia – senza tralasciare gli importanti, ulteriori elementi informativi contenuti nei provvedimenti di scioglimento degli Enti Locali.“Servono controlli preventivi”, dice la Dia: l’esatto opposto dello spirito con cui il governo – Salvini in primis – si preparano a licenziare il nuovo codice per gli appalti.
Ci sarebbe anche quel 7% di operazioni finanziarie sospette in più a dover agitare il sonno del governo. Oppure il fatto che la violenza mafiosa non mostri segni di cedimento. Ma l’antimafia, si sa, qui da noi, si accende solo per spettegolare sulle abitudini sessuali di qualche vecchio boss.
(da La Notizia)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 14th, 2023 Riccardo Fucile
ED E’ GIA’ PARTITA LA FATWA CONTRO REPORT E RANUCCI
Una novità, positiva, associata al nome della Rai, c’è: la
composizione tutta al femminile dei vertici della commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, meglio nota come Vigilanza Rai. Almeno sulla parità di genere c’è un passo in avanti.
La presidente è Barbara Floridia, senatrice del Movimento 5 Stelle, che per accettare l’incarico ha dovuto dimettersi da capogruppo al Senato: sarà affiancata da due vicepresidenti donna. Insomma, tutto bene a Palazzo San Macuto, dove ha sede l’organismo? Non proprio.
Il primo elemento che balza agli occhi, oltre al trio di donne al comando, è infatti la lentezza con cui si è formata la commissione: ci sono voluti cinque mesi. Un’attesa tanto lunga non si vedeva dal famoso caso-Villari del 2008, che era però diverso trattandosi di un esponente dell’opposizione eletto con i voti della maggioranza, nonostante la contrarietà dell’opposizione stessa.
In questa legislatura, in un gioco di veti incrociati, il centrodestra ha rallentato le nomine, nell’attesa di definire gli equilibri tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia: bisognava provvedere alla distribuzione delle presidenze delle altre commissioni. Gli effetti si sono avvertiti sull’azienda di viale Mazzini, visto che la Vigilanza Rai è chiamata a esprimersi, per legge, sul piano industriale che di conseguenza ha subito dei rallentamenti.
«L’impressione è che abbiano tirato a lungo per mettere mano ai vertici Rai», dice a Tpi Vinicio Peluffo, deputato del Pd e componente della commissione, che evidenzia un ulteriore elemento: «Dalle polemiche sul Festival di Sanremo in poi c’è stato un approccio molto aggressivo della maggioranza, in cui è stato preso a pretesto qualsiasi episodio per scatenarsi contro i conduttori».
La partenza a rilento dell’organismo non è il solo nodo. La composizione dell’ufficio di presidenza della Vigilanza Rai, per quanto al femminile, non è l’indicatore di un Parlamento attento al recupero di un servizio pubblico a disposizione del cittadino. Le due vicepresidenti sono Augusta Montaruli di Fratelli d’Italia e Maria Elena Boschi di Italia viva, in quota Terzo polo.
La deputata di Fdi è stata così parzialmente ricompensata dopo le dimissioni rassegnate da sottosegretaria all’Università in seguito alla condanna per peculato nell’ambito del processo sull’impiego dei fondi, dal 2010 al 2014, destinati ai gruppi consiliari della Regione Piemonte. Certo, la poltrona garantita a Montaruli non ha lo stesso valore, ma la decisione del suo partito è una chiara indicazione: Meloni non l’ha mollata dopo la sentenza in via definitiva. Insomma si parla di una fedelissima della premier.
Così come Boschi non incarna una ventata di novità: negli anni scorsi, quando occupava posizioni di primo piano, ha dimostrato di avere la querela facile. Ne sanno qualcosa Marco Travaglio e Ferruccio De Bortoli, anche se all’ex direttore del Corriere della Sera, non è mai arrivata. Era solo stata annunciata.
Di sicuro il fondatore e leader di Italia viva, Matteo Renzi, novello direttore del quotidiano Il Riformista, edito da Alfredo Romeo coimputato con il padre dell’ex premier Tiziano Renzi per traffico illecito di influenze nel caso Consip, è noto per impegnare molto i propri legali sul fronte delle querele.
Uno dei casi più clamorosi è stata la decisione di puntare a portare in tribunale la professoressa che ha registrato il video in autogrill, in cui si vede l’ex presidente del Consiglio che parla con Marco Mancini, uno dei profili più importanti nel panorama dei servizi segreti italiani. Chissà se ora nelle nuove vesti di direttore, seppure a tempo, di un giornale cambierà approccio. Floridia, da presidente della Vigilanza Rai, avrà un bel daffare.
Il primo segnale del nuovo-vecchio corso è arrivato all’alba della prima seduta dell’organismo di controllo. Il deputato di Noi Moderati, Maurizio Lupi, ha già indicato il primo obiettivo: la trasmissione Report di Sigfrido Ranucci.
«Report, troppo spesso, nonostante una redazione piena di bravissimi giornalisti d’inchiesta, non fa informazione e servizio pubblico, ma killeraggio politico e giornalistico», ha dichiarato Lupi, che non ha gradito il servizio su Federico Vespa, figlio del noto giornalista Rai Bruno Vespa, e di presunti legami con mondi estremisti.
Per il parlamentare centrista «è gravissimo utilizzare una vecchia inchiesta, peraltro conclusasi con proscioglimento e archiviazione, per raccontare collusioni inesistenti». Insomma, si riparte dalla solita passione di pressare Ranucci.
Una battaglia che già non piace al segretario dell’Usigrai, Daniele Macheda: «Il contratto di servizio prevede la promozione del giornalismo d’inchiesta», spiega a Tpi. Invece, annota il leader del sindacato, «la prima uscita di Lupi è stata quella di richiedere la convocazione di Ranucci.
Ma l’auspicio è che la Vigilanza Rai, da poco insediata, non agisca per mettere il bavaglio». Da qui il rilancio del suo impegno: «L’informazione deve essere al servizio dei cittadini, libera dal condizionamento della politica, indipendentemente da chi sia al potere».
Intanto una parte del centrosinistra annuncia le barricate: «Chi vuole mettere le mani su Report troverà la nostra opposizione e si dovrà rendere conto che il pluralismo pilastro della democrazia, non può essere imbavagliato», commenta Angelo Bonelli, altro componente della commissione in quota Alleanza verdi-sinistra.
Un auspicio che tuttavia sembra ben distante dalla realtà. La governance non consente la costruzione di un consiglio di amministrazione super partes, perché ogni partito deve esprimere qualche esponente di area. L’Usigrai, in tal senso, ha chiesto una riforma sostanziale e ha denunciato come nell’ultimo caso, quando si è insediato l’attuale ad Carlo Fuortes, ci fosse stata una forzatura: l’esclusione di Fratelli d’Italia, allora all’opposizione, negli organismi di vertice dell’azienda.
E Macheda chiede chiarimenti in caso di sostituzione alla catena di comando: «I cambi ai vertici? Va bene, ma ci dicano il perché. C’è una esigenza industriale? Qualcosa non funziona? Bene, si può fare tutto, ma bisogna dare una motivazione alle sostituzione, assumersi la responsabilità delle scelte affinché non ci sia solo una ragione politica».
Eppure l’informazione in Rai ha già cambiato passo. Gli ultimi dell’Agcom, risalenti al mese di febbraio, confermano uno strapotere del centrodestra, in primis della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e dei partiti di maggioranza.
Solo la premier, nelle edizioni del Tg1 di febbraio, ha avuto spazi di parola pari del 18,4 per cento. E, al netto degli esponenti del governo, Fratelli d’Italia ha parlato in video per oltre l’8 per cento.
Per capire il quadro, pur mettendo insieme tutte le opposizioni parlamentari, lo spazio garantito è stato inferiore al 20 per cento per il telegiornale diretto da Monica Maggioni. Maggiore visibilità al governo è stata addirittura data dal Tg2. Un numero su tutti aiuta a capire: il tempo di parola concesso alla premier ha superato il 21 per cento, mentre al governo è stato garantita una voce per il 20,5 per cento del tempo.
«A preoccupare – aggiunge Peluffo – non sono solo gli squilibri nei tg. Emergono altri temi, penso a quello del canone, che in questa maggioranza vogliono eliminare. Allora chiedo come si pensa di garantire quelle risorse all’azienda»? Il vero obiettivo è in fondo quello dichiarato dal sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, all’indomani del Festival di Sanremo: cambiare la narrazione del Paese. Ovviamente spostata tutta a destra con parole d’ordine identitarie.
(da TPI)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 14th, 2023 Riccardo Fucile
BAIARDO: “IO PAGATO PER ANDARE IN TV, COMPENSI REGOLARMENTE FATTURATI”
Il programma Non è l’Arena di Massimo Giletti sul La7 è stato sospeso dall’editore Urbano Cairo. Che però non ne ha spiegato i motivi: «Non posso rispondere. Comunque abbiamo fatto un comunicato e non ho nulla da aggiungere. Stasera proprio non posso», ha detto a il Fatto Quotidiano.
Anche il conduttore non ha voluto dire molto, limitandosi a smentire le voci di una perquisizione della Direzione Investigativa Antimafia. Ma l’ipotesi di un incidente sulle storie di mafia continua a circolare in queste ore. In particolare si punta su Matteo Messina Denaro e su Salvatore Baiardo. Ed è proprio l’ex gelataio amico dei fratelli Graviano a irrompere nella scena. Prima con un video in cui annuncia un nuovo libro e il suo passaggio a Mediaset. E poi con un articolo di Domani in cui si dice che è stato il suo “scoop” a far chiudere la trasmissione. Confermando di aver ricevuto compensi regolarmente fatturati per le comparsate. Mentre la Repubblica parla di 48 mila euro parzialmente “in nero”.
I compensi regolarmente fatturati
Tutto infatti comincia con la “profezia” su Messina Denaro. Baiardo ipotizza prima del suo arresto che l’Ultimo dei Corleonesi sia malato. E che stia per morire. Non si tratta di una novità: della salute di ‘U Siccu si occupavano da tempo i rapporti degli investigatori. Ipotizzando malattie anche gravi, ma non il cancro al colon. Il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia risponde a lui (e ad altri) parlando di “terrapiattisti dell’Antimafia“. Ma i pubblici ministeri di Firenze che indagano sulle stragi del 1993 ascoltano Giletti come testimone. E chiedono anche a Baiardo di parlare del suo incontro con Paolo Berlusconi a Milano dopo l’arresto dei Graviano. Mentre proprio l’Ultimo dei Corleonesi lo smentisce sulla sua malattia: «Avrà tirato a indovinare». Adesso, scrive Domani, si parla di nuovo delle sue comparsate su La7. E dei compensi “regolarmente fatturati”, come ha confermato la produzione del programma.
La presunta indagine sui 48 mila euro “in nero”
La Repubblica invece parla di un’indagine aperta a Firenze sul compenso ricevuto dal programma e sulle sue dichiarazioni. Si parla di almeno 48 mila euro e, scrive il quotidiano, di cui una parte pagata “in nero”. La questione è stata affrontata da Giletti ieri, quando il conduttore ha detto che «è falso che io abbia pagato personalmente Baiardo», ammettendo – e spiegando che si tratta di un trattamento riservato a tutti – il pagamento da parte della produzione per le ospitate. Di certo Freemantle, la casa di produzione di Non è l’Arena, ha pagato Baiardo con un accredito bancario e con fattura. Domani aggiunge che Giletti avrebbe detto ai pm di Firenze che Baiardo gli avrebbe mostrato delle foto dell’incontro tra Berlusconi, i fratelli Graviano e il generale Delfino. L’ex gelataio smentisce tutto: «Sono stato anche perquisito ma i giudici non hanno trovato niente».
Le perquisizioni e le indagini (smentite)
Ieri Baiardo ha annunciato il suo nuovo libro e l’approdo a Mediaset quando doveva ancora scoppiare il caso Giletti. In un filmato successivo dice che sulla sospensione del programma lui aveva «previsto tutto. Anche la Rai non gli farà il contratto».
La procura di Firenze smentisce perquisizioni e indagini su Non è l’Arena. Marco Lillo spiega sul Fatto che Giletti è stato sentito dai pm di Firenze per due volte. Il 19 dicembre e il 23 febbraio di quest’anno. Pochi mesi fa il suo livello di protezione è stato alzato. La puntata di lunedì prossimo avrebbe dovuto poi occuparsi di Antonio D’Alì, ex sottosegretario di Forza Italia. Condannato in via definitiva per associazione mafiosa. D’Alì fa parte di una famiglia che a Castelvetrano aveva la proprietà terriera più grande della Sicilia. E tra i suoi campieri (ovvero coloro che organizzavano il lavoro dei contadini) si sono alternati prima Francesco Messina Denaro e poi il figlio Matteo.
Marcello Dell’Utri
Sempre il Fatto Quotidiano sostiene che Giletti volesse costruire altre trasmissioni sul ruolo di Marcello Dell’Utri. Anche lo storico dirigente di Berlusconi è stato condannato per associazione mafiosa. Secondo il giornalista l’ipotesi di accusa (tutta da dimostrare) relativa alle stragi del 1993 è un tabù in tv. Giletti voleva infrangere il divieto. Lavorando anche sulle perizie sui primi capitali di Fininvest. Ma il giornale di Travaglio dà spazio anche alle altre ipotesi sulla chiusura del programma. La prima è l’insoddisfazione degli inserzionisti per lo share, unita ai costi della trasmissione. L’Auditel però certificava una media tra il 4,8% e il 5%: numeri che secondo Giletti non sono negativi. Poi c’è la trattativa con la Rai. Che sarebbe intrecciata a quella con Fabio Fazio. Il quale si trasferirebbe a Discovery lasciando spazio libero proprio a Giletti nel palinsesto della tv pubblica.
Gli inserzionisti, il passaggio in Rai, la rabbia di Cairo
Anche La Stampa parte da questa ipotesi. E sostiene che sarebbero stati proprio i contatti con la tv pubblica a mandare su tutte le furie Cairo. Il quale, sapendo che dall’anno prossimo Giletti sarebbe tornato a viale Mazzini, avrebbe accelerato il trapasso sospendendo la trasmissione. Come quei presidenti di società di calcio che esonerano gli allenatori o mettono fuori rosa i calciatori. Una ipotesi poco credibile in assenza di altri riscontri. Se non altro perché così l’editore si dà la zappa sui piedi. E si mette in cattiva luce sia con il pubblico che con gli altri conduttori.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 14th, 2023 Riccardo Fucile
CALENDA: “ALMENO NON CI SIAMO FREGATI I ROLEX”… E APRE ALLA SCHLEIN
«Almeno non ci siamo fregati i Rolex». Comincia così l’intervista
a Repubblica con cui Carlo Calenda oggi attacca Matteo Renzi dopo la rottura del Terzo Polo. Il riferimento al divorzio dell’anno, quello tra Francesco Totti e Ilary Blasi, è voluto. Anche perché è lo stesso leader di Azione a dire che con la rottura «i soldi c’entrano il giusto. Perché se fai un partito nuovo lo devi finanziare. Invece lui voleva tenere in piedi Italia Viva e fare la Leopolda nel 2024. Proprio a ridosso delle Europee. Magari mentre noi di Azione finanziavamo i suoi candidati. Ma così è una follia. Il problema è che Renzi non può fare un passo di lato».
Anche se «guadagna 2 milioni di euro in giro per il mondo».
Calenda apre a sorpresa anche a un’ipotesi di alleanza surreale: «Con Schlein? Perché no? Mai dire mai». Mentre il gotha dell’imprenditoria si domanda dove finiranno i 4 milioni donati al Terzo Polo.
Il Calenda furioso
Calenda nel colloquio con Lorenzo De Cicco appare furioso. «Qualcuno me l’aveva detto che dovevo stare attento. Renzi è uno pirotecnico, che una ne fa e cento ne pensa come è successo con Il Riformista. Se non stai attento è uno che “te se magna”. Ma io sono un boccone indigesto».
Il leader di Azione dice di sperare che i gruppi parlamentari continuino ad esistere. Anche perché altrimenti perderebbero i fondi parlamentari. Aggiunge che nella trattativa aveva fissato regole chiare: sciogliere i partiti e condividere i soldi. E nell’accordo c’era anche una clausola anti-lobby. Che non sarebbe valsa solo per Renzi ma per tutti.
«Non ci siamo sentiti per due settimane», racconta. «Intanto i suoi mi attaccavano a mezzo stampa e l’esercito di troll che ha su Twitter me ne diceva di ogni. Ma ho capito il trappolone e non mi sono fatto fregare». Sul giornale, Calenda dice che sarà divertente: «Penso a quei politici che faranno confidenze a Renzi e poi si ritroveranno i virgolettati sui giornali».
I soldi del Terzo Polo
In ultimo, il leader di Azione dice che «può essere che abbia un caratteraccio. Ma mi sento un tipo retto». Non esclude di riproporre alleanze a +Europa. Ma anche al Partito Democratico di Elly Schlein: «Mai dire mai. Ma se fanno asse con i 5 Stelle li vedo lontani da noi. E su troppi nodi come il termovalorizzatore non prendono posizione». L’ultima stoccata la riserva a Iv: «Renzi non ha votato La Russa presidente del Senato: è stato in cabina di voto 5 secondi. Ma magari c’è stata una trattativa per Maria Elena Boschi in vigilanza». Boschi è stata però solo nominata vicepresidente. Infine c’è il problema delle donazioni. A Iv e Azione ne sono arrivate per 4 milioni di euro. Molti dal gotha imprenditoriale e finanziario italiano. Ora che il partito unico è morto dove finiranno i soldi?
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 14th, 2023 Riccardo Fucile
IL REGIME CRIMINALE SI E’ RIFIUTATO DI RICOVERARLO IN OSPEDALE, NON SI HANNO SUE NOTIZIE DA DIVERSI GIORNI
Alexei Navalny, il più importante politico dell’opposizione russa, soffre di forti dolori allo stomaco, probabilmente causati da un avvelenamento ad azione lenta avvenuto in prigione.
Lo ha dichiarato un suo stretto collaboratore, Ruslan Shaveddinov, precisando che la scorsa settimana è stata chiamata un’ambulanza per Navalny alla colonia penale di massima sicurezza IK-6 a Melekhovo, a circa 250 km a est di Mosca, dove è detenuto.
«La situazione è critica, siamo tutti molto preoccupati», ha detto Shaveddinov al Guardian in un’intervista telefonica. «Non ci sono stati aggiornamenti sulle condizioni di salute di Navalny dall’ultimo arrivo dell’ambulanza», ha aggiunto, perché «’le autorità carcerarie stanno facendo tutto il possibile per isolarlo e si sono rifiutate di farlo ricoverare in ospedale. La nostra teoria è che lo stiano gradualmente uccidendo, usando un veleno ad azione lenta che viene applicato attraverso il cibo».
Navalny comunica con il mondo esterno attraverso i suoi avvocati. Sta scontando condanne per un totale di 11 anni e mezzo con accuse inventate per metterlo a tacere.
Le preoccupazioni per la salute di Navalny sono aumentate negli ultimi mesi e hanno portato a una rara petizione all’inizio di quest’anno da parte di un gruppo di legislatori e medici russi che hanno usato i loro nomi completi per chiedere che riceva cure mediche migliori.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 14th, 2023 Riccardo Fucile
LA LOBBY SOVRANISTA E’ IN MANO A LEGA E FDI, SONO ANNI CHE RAPPRESENTANO GLI INTERESSI DI UNA MINORANZA DI “SPARATUTTO”
Andrea Papi è morto in Trentino in seguito all’aggressione di un
orso. Si tratta della prima vittima da quando gli animali sono stati reintrodotti nell’arco alpino negli anni ‘90. Prontamente le istituzioni locali si sono attivate per far fronte all’”emergenza orsi”, disponendo l’abbattimento di Jj4, l’esemplare che ha ucciso Papi, e di altri due orsi ritenuti pericolosi. Una mobilitazione così rapida e precisa da apparire quasi fuori luogo all’interno del contesto italiano, dove spesso le richieste della cittadinanza finiscono nell’oblio.
È il caso di un aspetto legato alla sicurezza nei boschi, proprio come le misure disposte contro gli orsi. Nonostante la pressione mediatica pluriennale da parte di decine di associazioni, non è pervenuto infatti nessun interessamento da parte delle autorità nei confronti dell’emergenza che in un anno ha ucciso 24 persone: la caccia. L’associazione vittime della caccia ha riportato che, durante la stagione venatoria 2021/22, sono morte 24 persone a causa di colpi sparati dalle armi dei cacciatori. Estendendo il periodo considerato fino al 2011, i dati sfondano la soglia delle 200 vittime (233) e 748 feriti.
Il dibattito sulle misure da adottare per far fronte al “pericolo orsi” è giunto a Palazzo Chigi in seguito alla decisione del presidente leghista della provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, di disporre l’abbattimento di JJ4 e altri due orsi ritenuti pericolosi.
L’associazione vittime della caccia ha stilato il bollettino sui morti della stagione 2021/2022: 90 feriti, di cui 24 mortalmente, equamente divisi tra cacciatori e non cacciatori. Tuttavia, nel dibattito pubblico non si scorgono spiragli per introdurre misure di limitazione o messa in sicurezza dell’attività tanto difesa da quella stessa classe politica che ha acclamato la scelta di Fugatti.
La Lega, di cui è esponente il presidente della provincia autonoma di Trento, ha fatto parlare spesso di sé per le posizioni pro-caccia. Nel 2019, fecero scalpore gli emendamenti “sparatutto” presentati al decreto Semplificazione consistenti nell’estensione dell’attività venatoria anche a specie non cacciabili.
(da lindipendente.online)
argomento: Politica | Commenta »