Aprile 24th, 2023 Riccardo Fucile
IL GOVERNO CONTINUA A TRATTARE CON BRUXELLES PER L’ESBORSO DI 19 MILIARDI DI EURO, MA DALL’UE HANNO MOLTI DUBBI SULLE CAPACITÀ DI ROMA DI RISPETTARE GLI IMPEGNI… GOVERNO NON PUÒ NON FARE LE RIFORME RICHIESTE, CHE PERÒ CONFLIGGONO CON IL PROGRAMMA ELETTORALE DEL CENTRODESTRA
Italia e Commissione europea continuano il confronto necessario per sbloccare l’erogazione della terza tranche di risorse da 19 miliardi di euro che il governo ancora attende. Finora la Commissione europea ha erogato 24,9 miliardi di euro di prefinanziamenti ad agosto 2021, un prima rata da 21 miliardi il 13 aprile 2022, e una seconda rata da altri 21 miliardi il 27 settembre 2021. Contributi frutto dell’esecutivo guidato da Mario Draghi.
Il governo Meloni ha presentato la richiesta per il terzo pagamento a inizio anno, il 3 gennaio, e un via libera era atteso per la fine di febbraio. Poi il rinvio di un mese, e a fine marzo Roma e Bruxelles hanno concordato di prendersi un altro mese di tempo.
L’esecutivo comunitario ha sollevato dubbi sulla capacità dell’Italia di tenere fede ad alcuni impegni e ha preferito prendere tempo.
Annunciare pubblicamente che non si può procedere all’esborso di nuove tranche di aiuti europei per i problemi nel Paese avrebbe delle ripercussioni, sui mercati come in sede Ue. La disponibilità dei partner europei a riprodurre schemi di debito comune in futuro dipende dalla capacità italiana di sapere fare ciò che comunque è stato concordato con l’Europa.
In Italia si sta cercando di disinnescare il file. Il ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto, ha tenuto un mini-vertice di governo con i ministri Salvini (Trasporti), Giorgetti (Economia), Piantedosi (Interno), Valditara (Istruzione) nella giornata di venerdì, e nel fine settimana Bruxelles ha voluto mandare la conferma dei lavori in corso d’opera.
Nella capitale dell’Ue non ci si sbilancia. «La valutazione da parte della Commissione di una determinata misura nell’ambito del piano per la ripresa di uno Stato membro, e il relativo commento pubblico, possono avvenire solo dopo che tutte le tappe e gli obiettivi pertinenti collegati a una specifica richiesta di pagamento sono stati completati e la valutazione del la richiesta di pagamento è stata finalizzata», confida un portavoce della Commissione. Tradotto: manca ancora qualcosa.
Bruxelles ha ribadito che gli interventi di rinnovamento degli stadi di Firenze e Venezia previsti da un decreto interministeriale di aprile 2022 non sono accettabili poiché non rispondenti a criteri e requisiti. Il governo sembra mollare la presa.
Ci sarebbero anche alcuni interventi sulle reti di teleriscaldamento tra i motivi che hanno indotto Roma e Bruxelles a prendersi più tempo per verifiche, valutazioni e confronto. Il governo Meloni non ha ampi margini di manovra. Le regole del gioco sono chiare: erogazione semestrale solo dopo aver fatto i compiti a casa. La Commissione Ue non può evitare di far rispettare obblighi e impegni e l’Italia non può esimersi dalle riforme richieste. Su cui si continua a lavorare per giustificare altri 19 miliardi.
(da La Stampa)
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Aprile 24th, 2023 Riccardo Fucile
PAESE SEMPRE PIU’ POVERO, IL 90% DEI GIOVANI VUOLE EMIGRARE
Il 10 aprile un calciatore tunisino, Nizar Issaoui, si è dato fuoco per
contestare il governo: una protesta identica a quella dell’ortolano Mohamed Bouazizi che il 17 dicembre 2010 s’era incendiato, scatenando le Primavere arabe prima in Tunisia, poi in Egitto, in Libia e in Siria. Dodici anni dopo quella rivoluzione, che spazzò via la dittatura di Ben Ali ma ha reso i tunisini ancor più poveri, è cambiato poco. E nel frattempo la Tunisia, che dista solo 130 km da noi, è diventata un problema italiano.
Il 90% dei giovani vuole emigrare
Nel 2022, l’Italia ha superato la Francia ed è ora il primo partner commerciale dei tunisini; dall’inizio della guerra in Ucraina l’Eni sta rimpiazzando le forniture di gas russo con quelle algerine, e il gasdotto Transmed Enrico Mattei passa proprio per la Tunisia. E all’Italia puntano i migranti: mentre in Libia ne sono detenuti 685 mila, tutti determinati a partire, i porti di Sfax, Zarzis e Mahdia si sono riempiti di disperati dell’Africa subsahariana. Nei primi tre mesi di quest’anno la Guardia nazionale tunisina ha intercettato e riportato indietro 14.406 migranti, contro i 2.532 dell’anno scorso. Sono invece partiti e sbarcati sulle nostre coste in 18.893, di cui 2.764 hanno passaporto tunisino. Questo il dato del 18 aprile.
Nello stesso periodo dello scorso anno non arrivavano a duemila. Dal sondaggio dell’Observatoire National de la Migration emerge: «L’emigrazione dalla Tunisia è diventata un comportamento sociale» che attraversa ogni famiglia. Il 65% dei tunisini dichiara di volersene andare «a qualsiasi costo». La percentuale sale al 90% se si tratta di giovani sotto i trent’anni. Dunque, quello che succede in Tunisia ci riguarda direttamente.
Cosa è successo?
Negli ultimi dodici anni il Paese è riuscito a evitare i disastri della Libia o della Siria, dandosi una nuova Costituzione, rifiutando l’integralismo islamico, riconoscendo più diritti alle donne e ricevendo, alla fine, pure un Nobel per la pace. Il problema è che in questi dodici anni la Tunisia ha avuto sei presidenti, nove premier e undici governi, e non si è costruito nulla, perfino l’aeroporto Tunis-Carthage è ancora fermo agli anni ’70.
La stagione degli attacchi terroristici dalla vicina Libia, come la strage del Bardo che nel 2015 uccise anche quattro italiani, ha azzerato una delle principali risorse, il turismo. Il Covid poi ha dato la mazzata finale. Il debito estero è di 19 miliardi di euro e il creditore principale per il 59% è la Ue.
L’inizio della fine
Nel 2019, sull’onda delle proteste popolari contro una classe politica corrotta e incapace, è stato eletto il presidente Kaïs Saïed: un giurista sconosciuto ai più, che parla un arabo classico per molti tunisini quasi incomprensibile, e combatte la politica delle coalizioni che ha retto il Paese dopo la fine della dittatura.
L’opposizione, oggi riunita nel Fronte di salvezza nazionale, non conta nulla: Saïed ha messo all’angolo i sindacati che hanno fatto la Rivoluzione, e il 17 aprile ha arrestato l’anziano leader degli islamisti di Ennhada, Rashid Gannouchi, con l’accusa di terrorismo.
In poco più di tre anni ha fatto approvare con un referendum popolare cambiamenti alla Costituzione per attribuirsi ampi poteri; ha sciolto il Consiglio superiore della magistratura, revocando arbitrariamente 57 giudici e istituendo tribunali militari per oppositori, giornalisti, imprenditori. Ha mandato a processo il proprietario della principale voce d’opposizione, Radio Mosaique; ha azzerato la Corte costituzionale e esautorato il Parlamento, facendone eleggere a dicembre 2022 uno senza partiti e votato solo dal 12% della popolazione. Ha limitato per decreto le attività e i finanziamenti delle ong; ha nominato premier una donna, la prima nella storia dei Paesi nordafricani e mediorientali, senza poi darle veri poteri.
Il collasso
Oggi si importa tutto, a partire dal cibo: l’inflazione sopra il 10% ha fatto aumentare i prezzi alimentari al supermercato del 13%, l’olio e la frutta (in un Paese che la produce) del 20%, le uova del 25%. Il costo della baguette è calmierato, ma i quasi quattromila panettieri sono spesso senza luce, causa la siccità che in cinque anni ha ridotto anche dell’80% gli invasi, e sono senza farina perché il governo non può pagare il grano tenero importato.
Faticano le 800 piccole e medie imprese italiane, mentre se ne vanno nel più stabile Marocco le multinazionali straniere che avevano delocalizzato qui: da Novartis a Yazaki, da Gsk a Shell, da H&M a Bayer, da Ooredoo a Pfizer. Tengono solo le esportazioni d’olio d’oliva e di fosfati. Ad aumentare davvero sono le rimesse dall’estero degli emigrati verso le loro famiglie: Banca Mondiale nel suo ultimo rapporto scrive che nel 2022 sono arrivati 2,085 miliardi di dollari.
Il prestito bloccato
Per non fallire Saïed ha bisogno di soldi. A dicembre 2022 il Fondo monetario internazionale gli ha bloccato il prestito da 1,9 miliardi di dollari: Fmi e la Banca Mondiale esigono prima vere riforme come l’eliminazione dei sussidi sociali, i tagli alla scuola e alla sanità, l’innalzamento dell’età pensionabile, le privatizzazioni.
Saïed non ne vuole sapere perché teme la rivolta di piazza. È in un vicolo cieco: senza riforme niente soldi, dice l’Fmi; «ma senza soldi, non posso fare le riforme», replica Saïed. In questo modo il presidente sa di chiudersi le linee di credito dall’Europa, di rischiare un nuovo declassamento del debito sovrano da parte delle agenzie di rating, e di aumentare ancora di più l’inflazione e i tassi d’interesse. Con il pericolo default. O che si aprano le porte per nuove alleanze.
Il leader algerino Abdelmadjid Tebboune, uomo molto vicino al Cremlino, a fine marzo ha proposto di «annullare il ricatto iniquo» del Fmi con una «Riunione dei donatori» (sauditi, emiratini, qatarini) che racimolino 3-4 miliardi di dollari. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha fatto la sua prima telefonata a Tunisi dopo più d’un anno, promettendo collaborazione. Il ministro degli Esteri italiano Tajani avverte: «Se in Tunisia non arriva l’Occidente, arrivano i russi. E noi non vogliamo basi russe nel centro del Mediterraneo».
Via libera ai migranti
Un modo per cavarsela è quello di giocare la carta dei migranti. Il 21 febbraio, il presidente fa un discorso molto duro, e incolpa della pessima situazione economica i subsahariani «che ci hanno invaso», e grida : «Forze straniere favoriscono l’arrivo d’africani cristiani per minacciare la nostra identità araba e islamica». Ordina una vera caccia al nero con l’espulsione di centinaia di cittadini del Mali, della Guinea, del Senegal, e chiede all’Europa soldi per fermare l’onda migratoria pronta a partire, come fece per la Turchia di Erdogan. Se l’Ue non paga, in fondo gli va bene comunque: da una parte diventa determinante nel Mediterraneo, e dall’altra fa partire per l’Italia i tunisini che possono creargli più rogne, e intanto aumenta le rimesse dall’estero.
La foto ricordo
Giorgia Meloni ha portato il problema a Bruxelles: «La Tunisia è una nazione amica, va aiutata in un momento di difficoltà». L’Italia ha già varato diversi piani d’aiuto, l’ultimo riguarda uno stanziamento da 200 milioni fra il 2021 e il 2023, ed include anche un pacchetto di motovedette e droni per il controllo delle partenze.
A fine aprile il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, quello francese Gérald Darmanin, e la commissaria per gli Affari interni Ue Ylva Johansson, sono annunciati a Tunisi per discutere la questione. Ma se non arriveranno con i soldi, con Saïed ci sarà poco da negoziare. E un progetto organico alternativo non c’è. Resta un suk sulla pelle dei disperati, con l’Italia fra i clienti privilegiati.
Francesco Battistini e Milena Gabanelli
(da il Corriere della Sera)
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Aprile 24th, 2023 Riccardo Fucile
I MELONIANI SPARANO A ZERO SULLA CONDUTTRICE: L’ENNESIMO ATTACCO DIMOSTRA IL TENTATIVO DEL GOVERNO DI METTERE LE MANI SULLA RAI SILENZIANDO QUALSIASI VOCE CRITICA
Il problema dell’egemonia culturale della sinistra non c’entra nulla. La presunta ricerca di una nuova egemonia è puro artificio retorico. L’ennesimo attacco del partito di Giorgia Meloni a Lucia Annunziata dimostra l’allergia della maggioranza a tutto quel che è dissenso. L’esercizio critico del libero giornalismo non viene accettato.
Qualsiasi visione del mondo che non rispecchi quella del potere è considerata lesa maestà. Partono i gendarmi con le agenzie di stampa fotocopia, le audizioni pronte in Vigilanza, gli avvertimenti e le minacce. Siamo tornati ai tempi di Berlusconi e dell’editto bulgaro, ma senza conflitto d’interessi. Dunque l’unica intenzione del governo è occupare ogni minimo spazio di potere? E far tacere chiunque osi non applaudire?
Colpire Lucia Annunziata ed evitare invece polemiche contro Gianfranco Fini. La strategia di Fratelli d’Italia dopo la messa in onda della trasmissione Mezz’ora in più su Rai tre è molto chiara. Si mettono sotto accusa le parole della giornalista che ha collegato la festa del 25 aprile alla gestione da parte del governo dei migranti. E non si risponde alla richiesta dell’ex leader di An di riconoscere l’antifascismo e prendere le distanze dal passato.
I componenti della commissione di Vigilanza Rai e il capogruppo alla Camera Tommaso Foti guidano l’attacco e sulle parole usate da Lucia Annunziata, assicura la vicepresidente della Vigilanza, Augusta Montaruli, «chiederemo conto nelle audizioni già programmate in commissione» perché «il collegamento infelice tra 25 Aprile e le modalità con cui il governo sta trattando l’immigrazione sono solo l’ultimo attacco di una faziosità palese e offensiva nella tv pubblica, di cui Lucia Annunziata si sta rendendo protagonista». Secondo Montaruli la Rai viene usata come una «clava ideologica verso il governo» e Lucia Annunziata ancora una volta fa «una violazione del pluralismo».
Infastiditi o restii a parlare, invece, appaiono i parlamentari di Fratelli d’Italia quando si tratta di commentare le parole di Fini. Qualcuno, però, accetta di rispondere a La Stampa. Federico Mollicone, senatore: «La mia opinione è che questo dibattito sul 25 aprile sia un po’ come i saldi: una parte della sinistra lo vuole far tornare in auge per distrarre dall’assoluta mancanza di proposte politiche e programmi. Noi auspichiamo – come si capisce dalla mozione che abbiamo approvato – la costruzione di una Unità nazionale sostanziale fondata sulle tre date principali della Nazione: 25 aprile, 2 giugno e 4 novembre. Lo abbiamo più volte ripetuto, come ha fatto il presidente del Senato La Russa, che ha dovuto chiarire l’intenzione delle sue parole».
Infastidito, Marco Marsilio, presidente dell’Abruzzo: «Non c’era bisogno del consiglio di Fini. Eravamo con lui a Fiuggi. È ora di finirla con queste lezioni». Seccato anche Carlo Fidanza, deputato nel Parlamento Ue: «Mi astengo. Ma davvero dobbiamo commentare quello che dice Fini?».
(da La Stampa)
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Aprile 24th, 2023 Riccardo Fucile
INVECE DELLA MELONI PARLA IL COGNATO LOLLOBRIGIDA: “NON E’ IL SUO TEMPO”
Rieccoli, il vecchio capo e l’allieva. Anche se quest’ultimo termine
non piace a nessuno dei due: anzi, Gianfranco Fini, che sarebbe il vecchio capo, di recente ha detto in tv a Pierluigi Diaco che lui non ha allevato nessuno, al massimo i suoi tre figli. Figuriamoci Giorgia Meloni.
Di certo l’ultima uscita dell’ex presidente della Camera, quell’apparente strigliata a due giorni dal primo 25 aprile di un governo di Destra, è come un sasso gettato alla finestra dell’inquilina di Palazzo Chigi. Arriva, colpisce nel segno, non viene rigettato indietro.
La storia è questa: Fini, che fra il 2006 e il 2008 aveva voluto una giovanissima Meloni prima vicepresidente della Camera e poi ministro della Gioventù, si era poi inabissato dopo l’amara esperienza di Futuro e Libertà. L’attuale premier aveva visto prima con diffidenza la fusione di An nel Pdl e poi non aveva condiviso la rottura culminata con la nascita di Futuro e libertà. Anzi: “Non mi capacito di come l’uomo che aveva dedicato una vita a far crescere la destra in Italia, che l’aveva tirata fuori dai margini dell’arco costituzionale per farne una forza di governo — scrive Meloni nel suo libro — abbia fatto tutto ciò che poteva per distruggere quel patrimonio”.
D’altra parte, non è che Fini sia andato leggero quando Meloni, con Ignazio La Russa e Guido Crosetto, aveva creato nel 2003 Fratelli d’Italia: “Bambini cresciuti, e viziati, che vogliono imitare i fratelli maggiori senza capire che le condizioni in cui si trovano sono completamente diverse”.
Da allora più o meno dieci anni di silenzio, con Fini alle prese con i guai giudiziari legati alla vicenda della casa di Montecarlo. Poi, più o meno in coincidenza con l’ascesa di Meloni a Chigi, la ripresa dei contatti — qualche messaggio, alcune telefonate — e un misurato ritorno sulla scena del fondatore di An. Per benedire Meloni: “Non è una fascista, scommetto su di lei”, disse Fini alla stampa estera.
Una nuova apertura di credito e anche — secondo i maligni — un tentativo di riacquistare centralità magari in vista di una candidatura alle Europee. Meloni ne ha preso atto mettendo da parte l’acredine, più diffidenti molti colonnelli di Fdi che da amici si erano trasformati in rivali. Con l’eccezione di La Russa, sempre rimasto in buoni rapporti con l’ex numero uno di Montecitorio.
Con il trascorrere dei mesi, Fini ha capito che — al di là dei meriti riconosciuti — il governo più a destra della storia fa fatica ad affrancarsi dalla storia più buia di questa parte politica, che lui pensava di aver chiuso con Fiuggi.
Ed ecco la decisione dell’ex leader di lanciare l’ultimo messaggio. Una bacchettata, ma insieme uno sprone. Di certo, nulla di concordato: Fini e Meloni non si sono sentiti negli ultimi giorni.
L’avvertimento che giunge dal vecchio capo è chiaro: “Attenzione, perché sul ripudio del fascismo — il senso del ragionamento — non si stanno facendo passi avanti. E il palco se lo stanno prendendo proprio i colonnelli, o i generali, quali La Russa o Lollobrigida che lasciano ampi margini di ambiguità”.
L’unica speranza, il segnale di Fini, è quello di ricordare proprio la storia e la svolta di An e la cesura che si fece nel 1994. Ripartire da lì, utilizzando la ricorrenza della Festa della liberazione: “Fini stimola Meloni a chiudere il cerchio e fermare le polemiche facendo proprie le tesi di Fiuggi con forza e chiarezza”, ribadisce un uomo che è stato molto vicino all’ex presidente della Camera.
Meloni, anche senza il monito di Fini, negli ultimi giorni si è mossa per stemperare un clima che attorno al 25 aprile si stava facendo incandescente: con l’invito rivolto ai suoi a evitare le polemiche e ad essere presenti alle celebrazioni.
Ma non è ancora chiaro cosa farà la premier, domani, dopo l’omaggio all’altare della Patria. Ed è davanti a un bivio: cercherà, anche sulla scorta delle parole di Fini, di modificare il cammino di una destra di governo che cerca di accreditarsi in Europa ma non chiarisce le sue contraddizioni di fondo? Di certo, Meloni ieri ha scelto il silenzio.
Ma come la si pensi, dalle sue parti, lo chiarisce Lollobrigida: “Fini viene spesso strumentalizzato dalla sinistra. Spero sia in buona fede ma i suoi obbiettivi secondari non li conosco e nemmeno mi interessano. L’unica certezza è che Giorgia Meloni è riuscita in quello che lui non è stato in grado di realizzare. Certamente sarebbe ingeneroso non ricordare che all’epoca fu certamente importante il ruolo che Fini ebbe ma a tante cose buone — prosegue il ministro — ne corrispondono altre meno nobili che vanificarono molti risultati ottenuti. Ognuno ha la sua storia e ognuno dovrebbe sapere qual è il suo tempo”.
(da La Repubblica)
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Aprile 24th, 2023 Riccardo Fucile
LA CAMPAGNA DI COMUNICAZIONE DELLA MINISTRA SANTANCHE’ CELEBRA L’INETTITUDINE DEL GOVERNO
La ministra Daniela Santanchè ha deciso di lanciare una campagna di comunicazione per celebrare l’inettitudine del governo di cui fa parte. In onore della preservazione della lingua italiana che alcuni vorrebbero preservare hanno deciso di chiamarla “Open to meraviglia” e dovrebbe promuovere l’immagine dell’Italia nel mondo.
Alcuni particolari della campagna. L’immagine simbolo è una povera Venere di Botticelli a cui hanno appiccicato i peggiori filtri stile TikTok mentre mangia pizza in giro per l’Italia. Per rendersi conto del dilettantismo che sta dietro alla campagna basta sapere che le immagini sono state pescate da uno dei più famosi siti contenitori di immagini per pochi euro. Nessuna creatività, al di là della faccia filtrata della povera Venere. E c’è da sperare che le abbiano pagate. Almeno questo.
Non solo. Come segnala Selvaggia Lucarelli nel video promozionale al minuto 0,27, per raccontare “il calore che risuona nelle parole e nei gesti” si vedono “le finestrelle azzurre e le piante rampicanti” della cantina Cotar, nel carso sloveno.
C’è anche una bottiglia del vino Cotar sul tavolo, nel video. Promuovere l’Italia con immagini slovene.
C’è di più: come ha scoperto Lucarelli il video si trova “su Artgrid, una piattaforma straniera che cede video e immagini con un semplice abbonamento per 600 euro l’anno. Il regista è tal Hans Peter Scheep, olandese”.
Un altro utente ha scoperto (basta osservare gli indirizzi delle immagini sul sito) che le immagini sono state caricate da whatsapp. Sempre a proposito di professionalità.
Nel testo si legge “ed inconfondibile”. Un errore da matita rossa: l’uso della “d” eufonica dovrebbe essere limitati ai casi d’incontro della stessa vocale. Infine c’è la questione del dominio internet che è stato scippato ai bravissimi creativi del ministero per pochi spicci da un’agenzia di comunicazione. Se n’erano dimenticati, probabilmente.
Quanto è costato tutto? 9 milioni di euro di soldi pubblici per un lavoro che per qualche euro avrebbe fatto meglio qualsiasi grafico. 9 milioni di euro di soldi (nostri) per dimostrarci quanto sono scarsi (loro). Poteva andare peggio: potevano essere 49.
(da La Notizia)
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Aprile 24th, 2023 Riccardo Fucile
VITO BUGLIARELLO, UN ESEMPIO DI CORAGGIO E GENEROSITA’, RICORDATO DAGLI AMICI DI SIRACUSA
Si chiamava Vito Bugliarello. Era un perito informatico di 35 anni e
non sapeva nuotare. Ma non ci ha pensato due volte quando ha visto due ragazzini che chiedevano aiuto in acqua. Si è fiondato sulla spiaggia della Marchesa, nel Siracusano, ha preso due asciugamani e li ha annodati per cercare di tirare fuori i due giovani. Ma il mare era molto agitato e l’impresa non gli riusciva. Così Vito è entrato in acqua e ha lanciato nuovamente la fune. Uno dei due adolescenti è riuscito a prenderla ed è tornato a riva tirando con sé il compagno.
Ma a un certo punto il 35enne siciliano non è riuscito a mantenere la presa, il mare l’ha trascinato e il suo corpo è sparito in mare. Nonostante i tentativi della Capitaneria e dei vigli di fuoco di trovarlo vivo, non c’è stato niente da fare. Ieri, 23 aprile, il corpo di Vito è stato trovato senza vita tra gli scogli.
Il racconto dell’amico
«Ci conosciamo da 20 anni, dai tempi della scuola. Siamo stati compagni di classe all’istituto Fermi», racconta l’amico Pierpaolo. «Con lui c’era un amico della comitiva che è ancora sotto choc. Ha chiamato i soccorsi dopo averlo visto scomparire in mare, ma non c’è stato nulla da fare», aggiunge.
«Era l’unica persona a sapere tutto di me, a nessuno ho mai raccontato quel che ho raccontato a lui. E per capire che ragazzo fosse basta dire che pur essendo consapevole di non essere un nuotatore, anzi direi di non saper nuotare, è corso in aiuto dei due ragazzini che stavano facendo il bagno nonostante il mare, sabato, fosse in condizioni proibitive. Non ci ha nemmeno riflettuto, lui era così», prosegue.
«Quella mattina mi aveva chiesto di uscire ma non potevo…»
Vito viveva a Floridia (Siracusa) e, nonostante le difficoltà con il nuoto, aveva una grande passione per il mare. «Ci andava ogni giorno, passeggiava, ne respirava il profumo. Lo faceva stare bene», riferisce ancora Pierpaolo che lo descrive come un amante dello sport.
«Sabato mattina mi aveva scritto: “Oggi bici”? Era uno sportivo, amava la mountain bike e spesso uscivamo insieme, ma gli ho dovuto rispondere che non sarei potuto andare, perché dovevo lavorare».
Così il 35enne vittima delle onde del mare aveva scelto di andare a passeggiare sulla scogliera. «Si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. La vita è così purtroppo», chiosa l’amico. Intanto, proseguono le indagini della procura di Siracusa nel tentativo di delineare l’esatta dinamica dei fatti.
(da agenzie)
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Aprile 24th, 2023 Riccardo Fucile
L’ARTISTA E’ ARRIVATO IN EUROPA NEL 2017
«Una notte, sulla costa marocchina, mi hanno praticamente buttato dentro un’imbarcazione. Non sapevo nemmeno dove stavo andando, dove mi stavano mandando». A parlare è Well Rimo, artista originario di Abidjan (Costa d’Avorio) arrivato in Francia con un barcone che ora vende le sue opere a decine di migliaia di euro.
L’artista è arrivato in Europa nel 2017 e nel 2020 ha ottenuto asilo per dieci anni, riferisce Le Parisien. Solo due settimane fa due quadri suoi sono stati venduti a un’asta che presentava anche opere di Picasso e Cocteau. Si tratta di Crécoua e I figli della Strada quotati a oltre 10 mila euro.
La sua è una storia travagliata in cui ha sempre tentato di difendere e portare avanti la sua passione e il suo talento per l’arte. Affinati anche in un anno di studi all’istituto di Belle Arti di Abidjan dove è stato iscritto in segreto dalla sorella maggiore. Poi ha affrontato la rotta migratoria di quasi 8mila chilometri del Mediterraneo occidentale.
La rotta migratoria
Ha attraversato Algeria e Marocco per poi sbarcare culle coste spagnole e infine francesi. Ricordi dolorosi accompagnati però da alcuni piacevoli, come la solidarietà della Croce rosse e poi del sindaco di Saint Georges d’Orques che gli è stato vicino. –
«Dipingo quando arriva l’ispirazione, spesso di notte. Non dipingo per obbligo, su costrizione o ordinazione. Posso anche restare tre o perfino sei mesi senza toccare un pennello. E poi, a un certo punto è come se qualcosa mi porta alla tela. Come un’ispirazione divina», racconta Rimo. Tra le figure a cui ha reso omaggio nelle sue opere spiccano Pitagora e Pelé. Per i galleristi ha un grande talento. E in molti lo paragonano a Basquiat.
(da agenzie)
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Aprile 24th, 2023 Riccardo Fucile
ARRIVATI OLTRE 800 MIGRANTI CON OLTRE VENTI BARCHINI
Un barchino di 7 metri è affondato in area Sar italiana, quella
compresa per le attività di Ricerca e Soccorso in mare. Stando a quanto si apprende, un uomo è morto e venti persone migranti risultano disperse. Mentre 37 sarebbero i sopravvissuti, portati in salvo nella notte da un peschereccio. Il gruppo di sopravvissuti – 26 uomini, 8 donne e 6 minori originari di Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Isole Comore e Sudan – sono stati fatti salire sulla motovedetta Cp319 della Guardia costiera che li ha portati tutti a Lampedusa.
Sono stati ascoltati dalla squadra mobile presente nell’hotspot e hanno riferito di aver pagato da 500 a 600 euro per il viaggio.
Secondo le prime ricostruzioni, la barca era partita alle 21 di sabato da Sfax in Tunisia.
Nella giornata di ieri, 23 aprile, sono sbarcate 640 persone a Lampedusa, distribuite su 17 imbarcazioni. Poi, dopo la mezzanotte ci sono stati altri 179 soccorsi. In totale sono stati 21 gli sbarchi con 819 persone nel giro di 24 ore. Le motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di finanza faticano a raccogliere tutti gli Sos e a soccorrere i tanti barchini che vengono segnalati in area Sar o nelle acque antistanti l’isola. La raffica di sbarchi, iniziata nella tarda mattinata di ieri, si sta registrando dopo quattro giorni di stop dovuti alle cattive condizioni del mare. Tutte le persone migranti sbarcate sono state portate all’hotspot di contrada Imbriacola dove, all’alba, c’erano 1.094 ospiti, a fronte dei circa 400 posti disponibili.
(da Open)
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Aprile 24th, 2023 Riccardo Fucile
“A SCRIVERE CHE LEI È UN GRANDISSIMO STRONZO CI METTIAMO UN ATTIMO E VEDIAMO SE ANCHE A NOI ARRIVERÀ UN EURO FRIULANO PER TENERCI BUONI” – IL GOVERNATORE LEGHISTA RISPONDE: “IO NON MI OCCUPO DI QUESTE COSE E NON L’HO MAI CHIAMATO PER CHIEDERE UN PEZZO POSITIVO SU DI ME”
Immagino che molti di voi conoscano le bellezze del Friuli Venezia Giulia, ma da un paio di giorni qualcuno più fortunato di voile conosce ancora meglio. Si tratta dei lettori di La Repubblica e di La Stampa, due quotidiani di sinistra che hanno avuto l’onore di essere stati “comperati” interamente – il primo ieri, il secondo martedì – dal presidente di quella regione, il leghista Massimiliano Fedriga.
Sì, per un giorno tutta la pubblicità dei due giornali- proprio tutta, dalla prima all’ultima pagina – è stata pagata da Fedriga per mettere in vetrina i propri gioielli. Parliamo di centinaia di migliaia di euro che il governatore leghista immaginiamo a trattativa privata e senza basi scientifiche – ha gentilmente riversato nelle casse dei due giornali che più di altri si impegnano quotidianamente nel far passare le regioni governate dalla destra, il partito di Fedriga e il suo capo Matteo Salvini per dei pericolosi razzisti, dei buzzurri indegni di governare i nostri territori e tantomeno il paese intero. In altre parole la Lega di Fedriga finanzia la stampa di sinistra, meglio sarebbe dire la Lega di Fedriga foraggia solo la stampa di sinistra perché a noi, come credo ai giornali di Centrodestra che Fedriga e il suo Friuli lo sostengono da quando ha messo piede in politica e la Lega da quando è nata, nessuno ha chiesto nulla, neppure un preventivo tanto per fare scena.
Insomma, lei se ne intende di comunicazione – ha preso pure una laurea in materia – e quindi sa il fatto suo, per esempio che una buona tattica è comperarlo il nemico anziché combatterlo, tattica squallida ma efficace, soprattutto facile perché quelli di sinistra sono mediamente in vendita.
Perché se è così ce lo dica che noi a scrivere che lei è un grandissimo stronzo – cosa che non crediamo, abbiamo sempre sostenuto il contrario – ci mettiamo un attimo e vediamo se anche a noi arriverà un euro friulano per tenerci buoni. Ma sa che le dico? Lasci perdere, non lo scriviamo gratis, non abbiamo bisogno di lei. Ma la prossima volta che lei avrà bisogno di una marchetta o di una difesa d’ufficio dagli attacchi di La Repubblica e de La Stampa, la prego: non alzi il telefono con noi come d’abitudine.
Alessandro Sallusti
(da Libero)
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