Destra di Popolo.net

OGGI GLI OLIGARCHI VOGLIONO SCAPPARE DALLA RUSSIA

Aprile 29th, 2023 Riccardo Fucile

NON SI APRONO CREPE NEL REGIME, C’È PIUTTOSTO UNA SENSAZIONE DI IMPOTENZA: NON SARANNO LORO A PRODURRE UN CAMBIAMENTO IN RUSSIA… È TUTTO UN SISTEMA DI INTRIGHI, PETTEGOLEZZI, FEDELTÀ ASSOLUTA A UN POTERE

Una conversazione privata finita online, parole forti, l’ombra di crepe in un sistema di potere, quello di Vladimir Putin, che in realtà non è poi così granitico.
Ecco le parole: «Sfortunatamente la Russia, che amiamo così sinceramente, è caduta nelle grinfie di alcuni stronzi». Testuale. A dirle sarebbero stati il miliardario Roman Trotsenko e il manager Nikolai Matushevsky, amici, oligarchi, ricchi esponenti della classe dirigente moscovita. Loro, ovviamente, smentiscono, parlano addirittura di un falso o uno scherzo fatto con l’intelligenza artificiale. «Ma questo non è importante», commenta Anna Zafesova, giornalista e analista esperta di Russia.
Perché non è importante la smentita dei due oligarchi?
«Perché è normale che i diretti interessati smentiscano, ma di conversazioni così in Russia ce ne sono centinaia ogni giorno».
E che cosa ci dicono?
«Il ragionamento è evidente. È una classe dirigente orientata verso l’estero, dove può consumare i frutti delle proprie attività, spesso cleptocratiche, e anche far trasferire la famiglia. Oggi quello che dicono questi personaggi è “scappiamo“. Infatti non a caso in altre conversazioni li si sente parlare di cittadinanze straniere e permessi di soggiorno in Paesi come Cipro, Montenegro o Gran Bretagna che però adesso hanno preso misure contro questo vero e proprio mercato».
Le frasi esprimono insoddisfazione nei confronti del regime. Si aprono crepe nel blocco putiniano?
«Anche il Cremlino evita di commentare queste notizie. Ma il blocco granitico in realtà non c’è mai stato, non lo era del tutto neanche prima del febbraio dell’anno scorso. Poi molti putiniani, anche di alto rango, sono rimasti decisamente stupiti dall’invasione dell’Ucraina. Tuttavia, non si aprono crepe nel regime, c’è piuttosto una sensazione di impotenza: questi oligarchi discutono di ipotesi di fuga, non saranno loro a produrre un cambiamento in Russia».
Ma Putin può farne a meno?
«In realtà, sì. Sono totalmente sostituibili. È come se avesse una panchina lunga: per uno che se ne va, è già pronto un altro a prendere il suo posto. Soprattutto ci sono cinquantenni che non vedono l’ora di rimpiazzare tutta la corte di 60-70enni che sta intorno a Putin».
Una corte, più che un regime.
«Proprio così. La cerchia putiniana è composta da chi ha diretto accesso all’orecchio del sovrano. È tutto un sistema di intrighi, pettegolezzi, fedeltà assoluta a un potere che assomiglia più a una satrapia persiana o al palazzo Topkapi del sultano ottomano».
(da Resto del Carlino)

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VESPA OSPITA MATTEO RENZI PER PROMUOVERE IL “RIFORMISTA” CHE SARA’ DIRETTO DALL’EX PREMIER E DAL NIPOTE DEL CONDUTTORE

Aprile 29th, 2023 Riccardo Fucile

QUATTRO MILIONI DI TELESPETTATORI PER UNA PROMOZIONE?

“Cinque minuti” per il lancio de “Il Riformista” firmato Matteo Renzi. “E’ ormai sulla rampa di lancio”, annuncia il senatore di Italia Viva nella sua Enews. Impegnato nel ruolo di direttore editoriale, affiancato dal direttore responsabile Andrea Ruggieri. “Per vedere il primo numero l’appuntamento è per martedì 2 maggio quando su Rai1 alle 20.30 mostrerò a Bruno Vespa e a tutti voi la prima copia fresca di stampa. Insomma: ci siamo. E grazie a chi sta continuando a scrivere idee per il giornale”, fa sapere l’ex premier.
Un vero e proprio lancio sulla prima rete del servizio pubblico, nell’orario di punta con davanti alla tv in media più di quattro milioni di telespettatori. I “Cinque minuti” di Bruno Vespa, al netto dei meriti del giornalista e del formato, godono di una programmazione blindata, a panino tra il Tg1 delle 20 e “Affari Tuoi“, game show di successo di Amadeus. Una striscia informativa che ottiene, dunque, dati che i talk show di Rete 4 o La7 riescono a portare a casa se sommati. Una visibilità di cui beneficerà anche il quotidiano guidato dal duo Renzi-Ruggieri, dopo diverse puntate con esponenti del governo Meloni. Da segnalare nell’operazione lancio (che qualcuno potrebbe definire ‘propaganda’) il legame tra Ruggieri e il padrone di casa, l’ex parlamentare di Forza Italia è infatti il nipote di Bruno Vespa. Ex autore, inviato in diversi programmi Rai e al centro della cronaca rosa per la relazione, poi conclusasi, con la showgirl Anna Falchi.
“Sono e resto fieramente un liberale, e un Berlusconi boy”, aveva assicurato Ruggieri il giorno dell’ufficialità. Romano, avvocato, giornalista professionista dal 2007. Alle elezioni del 2022 non era stato ricandidato da Forza Italia: “Io ho una faccia sola. Questa – scrisse sui social – Sono stato leale, molto leale, fino all’ultimo secondo al presidente Berlusconi, e alla bandiera di Forza Italia. E sia chiaro: non ho rifiutato proprio nulla. Le uniche offerte che ho rifiutato sono state quelle di altri partiti. Ho avanzato alcune proposte di candidatura a Forza Italia, da cui non ho nemmeno avuto risposta”. Ora c’è Il Riformista, un progetto portato avanti con Renzi e lanciato nella trasmissione di suo zio Bruno Vespa. In “Cinque minuti”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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COME L’UE E L’ITALIA HANNO FINANZIATO LA GUERRA IN SUDAN (PER FERMARE I MIGRANTI)

Aprile 29th, 2023 Riccardo Fucile

LANCIATO A ROMA NEL 2014, IL PROCESSO DI KARTHOUM HA PORTATO DECINE DI MILIONI DI FONDI EUROPEI IN SUDAN… POI SONO STATI USATI DAI PARAMILITARI DELLE RSF

Decine di milioni di euro dell’Ue versati al Sudan in cambio della “cooperazione” sui migranti avrebbero finanziato i paramilitari delle Rsf, le forze di intervento rapido guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo che da giorni si stanno scontrando con l’esercito regolare del Paese africano. È una denuncia che ong per i diritti umani e media internazionali sollevano da anni, e che adesso torna alla ribalta nel pieno della nuova e sanguinosa guerra civile che sta sconvolgendo questo Stato, strategico, tra le altre cose, per i flussi di migranti verso l’Europa.
Il Processo di Karthoum
Tutto nasce nel 2014, quando Ue e Sudan si impegnano in quello che viene ribattezzato il Processo di Karthoum, un patto in cui lo Stato africano si impegna a combattere la migrazione illegale in direzione dell’Europa in cambio di finanziamenti per lo sviluppo. A spingere per questo accordo è soprattutto l’Italia, e non a caso l’iniziativa viene lanciata in pompa magna a Roma. L’interesse italiano è chiaro: per la sua posizione, il Sudan può fare da muro ai flussi che dal Corno d’Africa (Somalia, Etiopia, Eritrea), ma anche dallo Yemen, puntano dritti alla Libia e da qui alle nostre coste.
I paramilitari delle Rsf
Nel quadro dell’accordo c’è l’European trust fund per l’Africa, il fondo creato dall’Ue allo scopo di ‘curare’ alla radice le cause che spingono le persone a migrare, ma che nelle more dei suoi progetti prevede una serie di azioni volte a contrastare il traffico dei migranti e a pagare le strutture di accoglienza (da alcuni attivisti definite prigioni) dove vengono stipati i clandestini. Per il Sudan, questo fondo prevede ben 217 milioni di euro, di cui 13 milioni dedicati specificatamente a vari progetti di gestione della migrazione.
Stando a diverse inchieste e testimonianze, parte di queste risorse sono andate proprio alle milizie delle Rsf, che avrebbero fatto della gestione della migrazione un business con cui finanziarsi e rafforzare la loro spesa militare. Diventando di fatto il secondo potere all’interno del Sudan al fianco di quello ufficialmente riconosciuto a livello internazionale. Nodo centrale di questa attività anti-migranti è il confine con la Libia: i soldati delle Rsf avrebbero avuto in questi anni il ruolo di riprendere i clandestini arrivati in Libia e riportarli in patria. Dei veri e propri respingimenti nel deserto.
L’accusa dell’Onu
A confermare il ruolo delle Rsf nella gestione dei flussi è stato anche il segretario dell’Onu Antonio Guterres, che in una lettera ha denunciato l’espulsione dalla Libia, avvenuta il 31 gennaio scorso, “di più di 400 migranti e richiedenti asilo, tra cui donne e bambini, principalmente provenienti dal Ciad e dal Sudan, la maggior parte dei quali espulsi verso il Sudan”. Le agenzie Onu, scrive Avvenire, avrebbero voluto visitare i migranti e intervistarli, ma “alle organizzazioni internazionali non è stato concesso l’accesso”. Tuttavia grazie a contatti locali e testimonianze raccolte dopo la deportazione è stato possibile accertare che prima dell’espulsione i migranti sono stati sottoposti “a traffico di esseri umani, torture, violenze sessuali e di genere, estorsioni”. Molti vengono ‘assunti’ direttamente dalle milizie come schiavi.
Il ricatto dei migranti e la Russia
In altre parole, i fondi per la lotta ai trafficanti, quelli dell’Ue e dunque anche dell’Italia, sono finiti per finanziarie dei paramilitari, alcuni dei quali accusati di crimini contro l’umanità dai tempi della guerra del Darfur, che di fatto sono essi stessi dei trafficanti di esseri umani. E questo secondo il vertice dell’Onu. Bruxelles, finora, ha assicurato che i suoi fondi non sono andati alle Rsf, e non è chiaro se i flussi verso il Sudan siano proseguiti o meno. Avvenire segnala che il 7 febbraio scorso, sui social media dei paramilitari, è comparso un post che sembrava essere un messaggio diretto all’Ue e all’Italia: mostrando le immagini di alcune decine di migranti subsahariani catturati nel deserto, il post ricorda “che il Sudan è un Paese di transito per gli irregolari che vogliono raggiungere l’Europa attraverso il mar Mediterraneo, favoriti dalla mancanza di moderni sistemi di controllo lungo i confini con l’Egitto, la Libia e il Ciad”.
L’equipaggiamento per il controllo dei confini significa mezzi e armi. Il ricatto appare palese. Tanto più visto il recente incontro tra il ministro degli Esteri russo Lavrov e i vertici delle Rsf, seguiti, sempre secondo Avvenire, da contatti tra i paramilitari sudanesi e il gruppo Wagner. Ossia i mercenari russi che, secondo la nostra intelligence, starebbe lavorando in Africa per spingere sempre più migranti verso l’Europa.
(da europa.today.it)

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LA GIORNATA DEL DEF TRA SCUSE, RITARDI E INDISPOSIZIONI

Aprile 29th, 2023 Riccardo Fucile

IN PARLAMENTO VA IN SCENA UNA SFILATA DI ORECCHIE BASSE, PAROLA D’ORDINE: MINIMIZZARE

Mai viste tante orecchie basse in Transatlantico. E facce biancastre. E parlamentari che biascicano scuse come pinocchi ubriachi.
L’ordine, tra i ranghi della maggioranza, è: minimizzare.
Alla buvette s’avvicinano e soffiano il loro mantra: può succedere di non avere i numeri necessari per approvare questo benedetto scostamento di bilancio, ma comunque tra poco rivotiamo, e buonanotte.
Chiacchiere: un pasticciaccio così brutto è inammissibile. Tanto più sei hai la presidente del Consiglio che è a Londra, a Downing Street, a incontrare per la prima volta il premier britannico e a rassicurare — come sempre accade quando Giorgia Meloni va all’estero — i mercati, sospettosi, e propensi a esserci ostili.
Ecco, appunto: c’è qualcuno di voi che ha parlato con la Meloni? (furibonda, ha preteso l’elenco dei 25 assenti ingiustificati di giovedì pomeriggio: 11 della Lega, 9 di FI, 5 di FdI).
Certi fanno i vaghi e si girano, altri entrano in Aula. Un deputato di Fratelli d’Italia — occhiata piena di perfidia — indica Luca Ciriani, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, un friulano elegante, pacato, che adesso sembra uno di quelli che nei film di Sergio Leone hanno appena passato un brutto quarto d’ora.
Del resto: parlateci voi, con la Meloni, mentre ti chiede per quale motivo pensi t’abbia nominato ministro, se non per controllare che i gruppi parlamentari della maggioranza marciassero compatti, e tu, però, nel giorno decisivo, non c’eri («Le ho spiegato che ero al Senato, trattenuto da una capigruppo…»).
Il cronista di un’agenzia ha il compito di verificare se, gli assenti di ieri, oggi si sono presentati (notare che, nel corridoio davanti all’ufficio postale, giacciono cinque trolley: si ipotizza pieni di calzoncini e bikini, pinne, creme abbronzanti. Ponte del primo maggio già mezzo saltato e molti parlamentari — anche della minoranza — bofonchiano perché essere costretti a lavorare pure di venerdì, con un sole così giaguaro lì fuori, fa proprio male).
Comunque: confermato che il forzista Luca Squeri non c’era perché a Reggio Calabria doveva consegnare un encomio a un vecchio presidente dell’associazione benzinai (sembrava una fake news) e che il suo collega di partito, Francesco Maria Rubano, stava barricato in bagno («Una colica improvvisa, fitte terribili»: inverificabile, bisogna fidarsi). L’Umbertone Bossi aveva spedito il certificato medico. Il sottosegretario all’Istruzione, Rossano Sasso, continua a giurare: «Non sono riuscito a votare per trenta secondi». Voce di poco fa: sembra stia per arrivare persino il leghista Antonio Angelucci, che di solito viene avvistato con la frequenza di un Amazilia dell’Honduras (presente a una votazione ogni cento: nel genere, un fuoriclasse).
Certezze: capigruppo sotto accusa per non aver saputo controllare le truppe (ai bei tempi andati di FI, il Cavaliere aveva affidato il comando della fanteria al temibile Denis Verdini: criniera bianca e orologio d’oro massiccio come i gemelli della camicia, scarpe di velluto tipo Briatore e voce cavernosa tipo ruggito, una volta tenne tutti i deputati in Aula per due ore, impedendo a chiunque anche di andare al bagno). Al posto di Verdini adesso c’è Paolo Barelli. Riccardo Molinari della Lega, leggermente — diciamo così — teso («Le nostre assenze uno sgambetto a Giorgetti? Ma le pare? È un nostro ministro, lo sosterremo sempre. Piuttosto, guardi: a voler essere severi con noi stessi, è stata sciatteria organizzativa». Il Fratello capogruppo Tommaso Foti, invece, se la tira: dei suoi mancavano solo in cinque (tra cui tre ricoverati).
Foti, oggi, compie 63 anni. Ed è chiaro che un po’ gli scoccia mettersi in ginocchio sui ceci. La capa, però, gli ha dato ordini precisi. Così, nelle dichiarazioni di voto, in Aula, prende la parola e dice: «Chiediamo scusa agli italiani…». Poi, di suo, aggiunge: «… e al presidente del Consiglio». Sembra tonda: hai fatto un casino, chiedi scusa. Fine. E invece Foti non si tiene: e comincia ad accusare l’opposizione. «Chi ci viene a dare lezioni di istituzioni, guarda caso proprio ieri ha scelto l’Aventino in commissione Giustizia solo perché si era presentato il sottosegretario Delmastro nel pieno delle sue funzioni!» (per spiegarvi chi è e di cosa è sospettato Delmastro, servirebbe una pagina intera: ma se cercate su Google, risolvete).
Segue scambio di insulti (nel frattempo, è pure svenuto il verde Angelo Bonelli). Dai banchi della maggioranza: «Fuori! Fuori!». Quelli del Pd cominciano a uscire. Tutti. Tranne uno: Nico Stumpo. Un calabrese tosto che, minaccioso, punta diritto verso gli scranni della maggioranza vestito come un vecchio comunista, jeans e giaccastra blu mezza lisa. I commessi hanno poi bloccato Stumpo.
Lo scostamento di bilancio, dopo mezz’ora, è stato approvato.
(da il Corriere della Sera)

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LA SETTIMANA CORTISSIMA DEI PARLAMENTARI

Aprile 29th, 2023 Riccardo Fucile

LA SINDROME DEL TROLLEY, QUANDO L’AULA SI SVUOTA

Che poi uno dice: per farti candidare hai fatto un pressing che manco Guardiola, hai tenuto d’occhio il posto in lista e il collegio, hai passato notti insonni e vigili per controllare che il tuo nome, quello che ti hanno fatto vedere su un foglietto, non venisse cancellato nell’ultima alba. E ora che sei nel tempio della politica, a Montecitorio o a Palazzo Madama, stai lì, no? E invece la sindrome del trolley divora anche gli insospettabili.
La valigia si mette lì il giovedì, alla reception vicina al ristorante, e ti consegnano un numeretto. E poi, se sei abile, scegli una posizione strategica. Che quando finisce l’ultimo voto è come il suono della campanella, e chi si attarda trova l’ingorgo. Un tempo ti aiutavano i «pianisti», quelli che votavano per te se dovevi correre via, o addirittura non eri proprio venuto. Ora, con l’impronta digitale, non si può più.
Alla Camera, teatro del capitombolo della maggioranza, ma è già successo a mille maggioranze, funziona più o meno così: il lunedì e il venerdì non c’è quasi nessuno, nei giorni delle interrogazioni non c’è quasi nessuno, al question time c’è poco più di nessuno, alle discussioni generali, ancora, quasi nessuno. Vietato cedere alle sirene del qualunquismo e del populismo, bisogna pur dire che i rappresentanti degli elettori hanno il dovere di passare del tempo nei collegi che li hanno eletti. E poi ci sono i lavori delle commissioni, che assorbono una bella fetta di deputati e senatori. Ma ci sarà un motivo se più di un presidente della Camera e del Senato si è scontrato, con poco successo, con la settimana cortissima dei parlamentari.
Giusto per ridurre al minimo gli esempi, ci ha provato inutilmente Nilde Iotti. Ha tentato Pietro Grasso con i capigruppo, che gli hanno riservato la pazienza che merita l’entusiasmo di un esordiente. Ma anche Renato Schifani ha dovuto rassegnarsi, come Gianfranco Fini, che pure aveva giudicato «intollerabile» la settimana cortissima. E i casi di Aule vuote non si contano.
L’apriti cielo arriva una mattina di fine novembre del 2019, alle 10.38. Su Twitter compare una foto, scattata dal deputato Filippo Sensi, che personalmente vanta una percentuale di presenze poco sotto il cento per cento. Si discute il decreto sul terremoto e l’emiciclo è drammaticamente deserto. Tra gli scranni si contano sei deputati sei. L’immagine diventa subito virale. Non che serva a molto, in serata i parlamentari presenti non superano la ventina. Si fa attendere poco invece la sfuriata contro l’incauto fotografo, colpevole di aver violato il regolamento con il suo scatto.
È ancora un lunedì quando si discute la mozione contro la violenza sulle donne. E la ministra per le Pari opportunità, Elena Bonetti, scandisce al microfono: «Sono 108 le donne vittime di femminicidio quest’anno». Lo sta raccontando a uno sparuto gruppetto di otto deputati, che poi approveranno la mozione all’unanimità.
«Non posso non sottolineare l’amarezza profonda — gli si rompe la voce — nel vedere quest’Aula vuota». È il ministro della Difesa Mario Mauro che parla. Sta ricostruendo la vicenda e commemorando il soldato Giuseppe La Rosa, ucciso in Afghanistan. È un venerdì quando il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è chiamato da tutti i gruppi a Montecitorio per un’informativa urgente. Si parla di Giovanni Lo Porto, il cooperatore italiano rapito da Al Qaeda e rimasto ucciso durante un attacco di droni americani tra Pakistan e Afghanistan, dopo anni di prigioni talebane. L’Aula è semivuota, per il rammarico della presidente Laura Boldrini. Ci sono appena diciannove deputati in quell’aprile di quattro anni fa. Si dibatte, si fa per dire, in sede di discussione generale. Il tema è l’istituzione di una commissione di inchiesta sul caso di Giulio Regeni, il giovanissimo ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016.
E poi appena in sei alla discussione, altrove furente, per la conversione in legge del decreto che estese il green pass ai luoghi di lavoro. In undici nell’agosto 2011 a parlare della manovra. Un pugno di parlamentari per il testamento biologico e il suicidio assistito. Meno che pochi per la legittima difesa. Addirittura, solo trentacinque in Aula per la discussione sul taglio dei parlamentari.
Problemi eterni, sempre esistiti in Parlamento. Su l’Unità per esempio, ai tempi del Pci, al quale si attribuiva un’organizzazione prussiana, apparivano due tassellini vagamente misteriosi. Il primo recitava: «I deputati oggi sono tenuti a essere presenti senza eccezione». Poi, ogni tanto, ne usciva un altro che diceva: «I deputati oggi sono tenuti a essere presenti senza eccezione alcuna». Ché, come avvertiva Orwell, siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri .
(da Il Corriere della Sera)

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VENEZIA SUL PODIO DELL’EVASIONE FISCALE: IRREGOLARE L’85% DELLE ATTIVITA’ CONTROLLATE DALLA GUARDIA DI FINANZA

Aprile 29th, 2023 Riccardo Fucile

MANCATA EMISSIONE DELLO SCONTRINO IN 201 NEGOZI SU 237 ISPEZIONATI

C’è chi non emetteva scontrini fiscali, chi truccava l’incasso di fine giornata e chi pagava i lavoratori in nero.
Da inizio anno, a Venezia, 201 negozi sui 237 ispezionati dalla guardia di finanza (l’85%) sono risultati irregolari. Ieri le fiamme gialle hanno disposto la chiusura temporanea di 20 esercizi commerciali tra centro storico e isole.
Si tratta principalmente di bar, ristoranti e gelaterie. I provvedimenti, disposti dalla direzione regionale dell’Agenzia delle entrate, sono il risultato di precedenti contestazioni.
Perché scatti il provvedimento di sospensione, i titolari devono aver commesso almeno quattro irregolarità negli ultimi cinque anni, causate nella maggior parte dei casi dal mancato rilascio di scontrini e ricevute fiscali. La sanzione solitamente va da un minimo di tre a un massimo di sei giorni di chiusura del locale.
Ai 20 provvedimenti adottati ieri, la guardia di finanza ne ha proposti altri 14, su cui ora dovrà esprimersi l’Agenzia delle entrate. Considerando tutta la provincia di Venezia, scrive il Corriere Veneto, sono più di duemila i controlli svolti da inizio anno sulle attività commerciali, con una media di irregolarità constatate superiore al 50%. Nei 44 comuni della città metropolitana sono scattate multe per un totale di 120mila euro e la sospensione di due attività che impiegavano lavoratori pagati in nero.
«Multe e sospensioni colpiscono chiunque non rispetti la legge, mi sembra naturale – ha commentato l’assessore al Commercio di Venezia, Sebastiano Costalonga -. Il lavoro nero e più in generale tutte le forme di evasione fiscale sono una piaga della nostra società, perché poi i costi ricadono su tutta la comunità».
(da agenzie)

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ZELENSKY: “LA CONTROFFENSIVA UCRAINA PREVEDE LA LIBERAZIONE DELLA CRIMEA”

Aprile 29th, 2023 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA ALLA TV PUBBLICA FINLANDESE YLE

La controffensiva ucraina prevede anche la liberazione della Crimea. Lo ha fatto sapere il presidente Volodymyr Zelensky in un’intervista all’emittente pubblica finlandese Yle.
Il contrattacco delle forze armate di Kiev è in programma a breve. I militari ucraini sono quasi pronti. L’obiettivo è proprio quello di riprendere il controllo di tutti i territori occupati, compresa la Crimea. Secondo Zelensky, le truppe russe perdono ogni giorno motivazione e al tempo stesso temono le conseguenze della loro ritirata.
Il presidente ucraino non ha voluto fornire dettagli sui tempi. Secondo Yle gli analisti concordano sulla data della fine della primavera o dell’inizio dell’estate. I segnali della volontà di Kiev di puntare alla Crimea si sono fatti più frequenti negli ultimi tempi.
In particolare, il colonnello delle forze armate ucraine Petro Chernyk, ha recentemente affermato che liberare la Crimea è ora molto più facile che attraversare la linea di demarcazione tracciata il 24 febbraio dello scorso anno, con l’inizio dell’invasione. Ma richiede missili a lungo raggio e una buona aviazione.
Secondo l’esperto militare Roman Svitan, citato da Unian, le forze armate ucraine possano liberare la Crimea dagli occupanti entro l’autunno di quest’anno se dispongono delle forze e dei mezzi necessari.
(da agenzie)

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RUSSIA, LA PREVISIONE DEL CAPO DELLA WAGNER: “LA CONTROFFENSIVA UCRAINA INIZIERA’ PRIMA DEL 15 MAGGIO”

Aprile 29th, 2023 Riccardo Fucile

PRIGOZHIN: “LA MILIZIA WAGNER DESTINATA A SCOMPARIRE” E ATTACCA I GENERALI DI PUTIN

L’attesa controffensiva dell’esercito ucraino sarà lanciata entro il 15 maggio. A sostenerlo è il capo della Wagner, Yevgeny Prigozhin, in un’intervista video con il giornalista Semyon Pegov citata dalla Tass. «L’esercito ucraino è pronto per la controffensiva. È stato ostacolato dal maltempo e, forse, da alcuni problemi interni che ha dovuto risolvere», ha dichiarato Prigozhin. «Forse ci daranno un po’ di riposo il 9 maggio, ma l’offensiva inizierà al 100% prima del 15 maggio», ha concluso.
Il destino di Wagner
Prigozhin ha poi detto che la milizia mercenaria del Gruppo Wagner potrebbe presto scomparire, lamentandosi a più riprese di come la Russia stia conducendo la guerra in Ucraina e sostenendo che le forze armate regolari non stiano dando munizioni ai suoi e accusando i vertici militari di tradimento.
«Wagner sta esaurendo il suo percorso», ha spiegato Prigozhin. «In un breve lasso di tempo cesserà di esistere. Diventeremo storia. Nulla di cui preoccuparsi, cose del genere accadono», ha aggiunto.
Il blogger Pegov ha pubblicato la clip con le dichiarazioni di Prigozhin sul suo canale Telegram. Interpellata dall’agenzia di stampa Reuters, Wagner non ha rilasciato commenti. Prigozhin, noto per il suo stile combattivo e il suo ironico senso dell’umorismo, ha detto di aver scherzato quando ha detto che le sue forze avrebbero smesso di bombardare Bakhmut per consentire alle forze ucraine di mostrare la città ai giornalisti statunitensi. Ma ha anche sostenuto che questa settimana le sue truppe hanno subito pesanti perdite a causa della mancanza di sostegno da parte di Mosca.
La scorsa settimana ha espresso preoccupazione per un contrattacco da parte di truppe ucraine ben equipaggiate a Bakhmut. Wagner in passato ha inviato soldati a combattere in Siria e nei conflitti in tutta l’Africa. A gennaio, gli Stati Uniti hanno formalmente designato il gruppo Wagner come organizzazione criminale transnazionale, congelando i suoi beni statunitensi per aver aiutato l’esercito russo nella guerra in Ucraina.
(da Open)

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MATTARELLA BLINDA IL PNRR: “UN’OPPORTUNITA’ UNICA, L’INDUSTRIA NON SI ACCONTENTI DI GALLEGGIARE”

Aprile 29th, 2023 Riccardo Fucile

“IL LAVORO E’ MOTORE DI CRESCITA E COESIONE SOCIALE”

Il Pnrr porta con sé «un’ineguagliabile opportunità per ridurre e colmare ritardi strutturali, sostenere strategie di crescita e favorire, con l’innovazione, più diffuse opportunità». Parola del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che oggi si è recato a Reggio Emilia in occasione dell’imminente Festa del Lavoro. Nel suo discorso, il capo dello Stato ha sottolineato più volte l’importanza di sfruttare al meglio i fondi europei, tenendo bene a mente i due obiettivi principali: la trasformazione dell’economia italiana e la piena occupazione. «La memoria riporta ad altri momenti significativi di questo dibattito. Dal Piano del lavoro proposto dalla Cgil di Di Vittorio nel 1949 alla proposta di Schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito in Italia nel 1955, voluto dal Ministro del Bilancio, Ezio Vanoni, di cui ricorrono quest’anno 120 anni dalla nascita», ha ricordato Mattarella.
Il monito alle imprese
Con due giorni di anticipo sulla Festa dei lavoratori, il capo dello Stato ha visitato il distretto della meccatronica emiliana, una delle eccellenze industriali italiane, che raduna circa 400 aziende. Il lavoro, ha insistito Mattarella, non è solo «il motore della crescita e della coesione sociale» ma costituisce anche l’«indice di dignità» di un Paese. Ed è anche per questo che «ampliare la base del lavoro, e la sua qualità, deve essere assillo costante a ogni livello, a partire dalle istituzioni».
Un impegno da mantenere anche alla luce delle mutate condizioni del mercato del lavoro. «Un nuovo mondo del lavoro si affaccia e si affianca a quello esistente. Dobbiamo saper inverare i principi costituzionali nei nuovi modelli produttivi con eguale saldezza», ha esortato Mattarella. Il capo dello Stato si è poi rivolto al mondo delle imprese. «Il capitale umano è all’origine dell’esperienza che qui, oggi, viene messa in rilievo con l’immagine della fabbrica come “cantiere permanente”. Un cantiere in cui, ogni giorno, si guarda avanti, non accontentandosi della difesa, del galleggiamento, di una visione di mera conservazione del tessuto industriale esistente».
(da Open)

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