Destra di Popolo.net

GUERRA IN UCRAINA, IL PARERE DELL’ESPERTO MILITARE: “DIFENDERE POKROVSK A OLTRANZA E’ UN ERRORE”

Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

MICHAEL CLARKE, GIA’ CONSULENTE DI SUA MAESTA’: “ANCHE SE LA CITTA’ CADESSE, L’OFFENSIVA RUSSA SI FERMEREBBE PER MESI A CAUSA DELLE PERDITE SUBITE”

Ogni considerazione tattica è a favore del ripiegamento: “È quello che gli ucraini avrebbero già dovuto fare”, dice Michael Clarke, specialista della Difesa, più volte consulente del governo e del parlamento britannici per le questioni militari e docente al Kings’ College di Londra. “Il motivo della strenua resistenza è in buona parte politico”, spiega a Fanpage.it. Ed è lo stesso motivo che ha innescato l’accelerazione dell’offensiva russa sulla città che i propagandisti del Cremlino in tivù definiscono “la porta del Donetsk”.
Pokrovsk e la telefonata tra Putin e Trump
“Il fatto è che Putin nella sua telefonata del 16 ottobre ha detto a Donald Trump una cosa falsa, ovvero che la partita a Pokrovsk era chiusa, con gli ucraini circondati e presto prigionieri o peggio”, rivela l’accademico citando sue fonti che vuol mantenere anonime. In realtà, alla metà del mese scorso la situazione a Pakrovsk era ancora fluida. Ma il leader del
Cremlino non credeva di dire una menzogna. “Ha solo ripetuto quello che gli aveva detto il suo Capo di stato maggiore, Valery Gerasimov”, secondo Clarke. Il solito guaio degli autocrati: i dipendenti tendono a dire al capo solo quel che ha piacere di sentire. La realtà non è pane per i regimi.
Quindi, l’accanimento difensivo probabilmente è dovuto anche alla necessità da parte di Kyiv di dimostrare al volubile alleato americano che la situazione non è compromessa, nella oblast di Donetsk. E che ulteriori aiuti militari non sarebbero sprecati. Dalla parte opposta, la veemenza degli attaccanti non ha solo ragioni tattiche o strategiche: si tratta di dimostrare il prima possibile che Putin a Trump ha detto sostanzialmente la verità. Mica per far bella figura. Putin, nella telefonata, cercò di far accettare al collega della Casa Bianca la condizione negoziale del completo ritiro ucraino dal Donetsk. La caduta di Pakrovsk rendeva la richiesta più sensata.
La situazione militare a Pokrovsk e il rischio di un nuovo “caso Avdiivka”
Se è vero che l’amministrazione Trump spinge per rimuovere dalla risoluzione annuale dell’Onu sull’Ucraina i riferimenti alla sovranità e al termine “aggressione”, come scrive il Kyiv Post, significa che The Donald ha di nuovo cambiato opinione e il Cremlino ha fatto centro. E forse c’entra anche Pokrovsk.
Ma Pakrovsk non è ancora caduta. Doveva cadere già un anno fa. Al momento, la città è per il 70 per cento in mano russa — concordano analisti e osservatori Osint. Ma le linee si
sovrappongono, o non esistono più. Nei combattimenti urbani, casa per casa, è sempre così. La nebbia, unico deterrente per i droni, ha permesso ai russi di far affluire nuove truppe, su semplici moto e su veicoli leggeri, anche privati — dimostrano video verificati con Gps e sistemi di localizzazione. Ha anche permesso ai carri armati di Kyiv di centrare posizioni russe intorno a Donetsk, mostrano i video.
Fino al 9 novembre, il rapporto di forze era di almeno due militari di Mosca per ogni ucraino. Oltre 100mila russi contro circa 50mila difensori. E si sta modificando sempre più a favore di Mosca. Il Capo di stato maggiore Oleksandr Syrskyi parla già di 150mila soldati nemici. Presenti brigate meccanizzate e fanti di marina, ha detto al New York Post. Ma la sacca di cui tanto si è parlato in questi giorni non è chiusa. Resta un ampio varco attraverso cui far passare rifornimenti. Ma non è una passeggiata. “È estremamente difficile e pericoloso attraversare quello spazio”, riferisce Michael Clarke. “È letteralmente infestato da droni killer”. Una zona della morte che rende ogni giorno più problematica un’eventuale ritirata.
Le forze armate ucraine hanno rifornito la cittadina di Myrnohrad, a est di Pokrovsk, sostituendo le truppe impegnate, inclusi i feriti. “Le nostre unità mantengono saldamente le posizioni e respingono gli occupanti agli accessi della città. La logistica è complessa, ma in corso”, si legge sull’account Facebook dell’esercito. Il ministero della Difesa russo ha invece scritto su Telegram che gli attaccanti avanzano e conquistano
frazioni e quartieri urbani. Difendendo Pokrovsk a oltranza, le forze armate ucraine “rischiano di ripetere l’errore commesso ad Avdiivka nel febbraio 2024”, nota Michael Clarke.
Ad Avdiivka, Syrskyi ordinò la ritirata appena in tempo per evitare l’accerchiamento e un collasso strategico ma troppo tardi per mettere al riparo le sue truppe dalle forti perdite dovute al caos delle cose fatte all’ultimo momento. Alcuni soldati dovettero ripiegare a piedi, lasciandosi dietro i feriti. Altri si arresero perché, stremati dai combattimenti, non riuscirono a fuggire. La nuova linea fu costruita in fretta e non nelle posizioni ottimali per l’artiglieria dei difensori. Tutto questo ebbe conseguenze negative anche sul morale dei combattenti ucraini.
Le prospettive strategiche nel Donetsk e la guerra di logoramento
Intanto, Kyiv ha annunciato il ritiro da cinque insediamenti a Zaporizhzhia. Secondo il Gruppo d’armate Sud, l’ordine di ritirata è arrivato dopo la distruzione quasi totale di rifugi e fortificazioni dovuta ai bombardamenti. Ampi movimenti russi sono in corso anche nelle aree di Liman, Seversk e Kupiansk. Quest’ultima, è in parte sotto il controllo russo — dice Mosca. “Il Cremlino è riuscito a ottenere l’obiettivo strategico di far concentrare nel settore di Pokrovsk riserve e unità di élite di Kyiv, indebolendone le linee difensive su altri fronti”, afferma Clarke. La strategia sta pagando.
Se poi cadrà Pokrovsk, i russi non dilagheranno in tutto il Donetsk ma punteranno sulle “fortezze”della regione: Sloviansk
e Kramatorsk, sostiene l’analista militare londinese. Saranno facilitati dalle strade e dalle ferrovie che arrivano alla “porta del Donetsk”. Altrove, sarà difficile avanzare: in un anno, gli ucraini hanno avuto il tempo di costruire due linee difensive arretrate alle spalle della città presa di mira dalla Russia. Soprattutto, “ogni nuova offensiva russa non avverrebbe per qualche mese, almeno fino a febbraio”, dice ancora Clarke. I russi hanno consumato troppe energie, perso troppi mezzi e troppi uomini, per Pokrovsk. “Non potrebbero continuare subito, come farebbe un esercito normale ed efficiente. Farebbero una lunga pausa”, conclude il professore.
Le armate di Putin in circa 1360 giorni dall’invasione dell’Ucraina hanno fatto un sessantina di chilometri, da Donetsk a Pokrovsk. L’Armata Rossa nei 1417 giorni di guerra contro la Germania nazista arrivò a Berlino. Che da Stalingrado (oggi Volgograd), punto di svolta di quel conflitto, dista 2700 chilometri. Ma quella di oggi è solo una “operazione militare speciale”.
(da Fanpage)

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I QUATTRO CONSIGLIERI DEL GARANTE DELLA PRIVACY NON HANNO INTENZIONE DI MOLLARE LA POLTRONA, NONOSTANTE SIANO FINITI NELLA BUFERA DOPO LE INCHIESTE DI “REPORT”, CHE HANNO DOCUMENTATO CONFLITTI DI INTERESSE, SPESE PAZZE E COMMISTIONI CON LA POLITICA

Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

EMERGE UN NUOVO CASO: L’ASL DELL’AQUILA NEL 2023 SUBÌ UN ATTACCO HACKER MA NON FU MULTATA, NONOSTANTE LA VIOLAZIONE DI DATI DEI PAZIENTI, DOPO CHE SI ERA AFFIDATA ALLO STUDIO LEGALE FONDATO DA GUIDO SCORZA, MEMBRO DEL COLLEGIO DEL GARANTE, PAGANDO 130MILA EURO

Gli hacker violano la banca dati dell’Asl, che per questo rischia una multa record dal Garantedella privacy. E a quale studio legale si rivolge l’azienda sanitaria per difendere la sua posizione, investendo 130mila euro? A quello fondato da Guido Scorza, uno dei membri del collegio del Garante, studio dove lavorano ancora sua moglie e un altro avvocato vicino al presidente Pasquale Stanzione.
Risultato, l’Asl riceve solo un ammonimento perché «ha cooperato ben oltre l’obbligo di legge». A far emergere la vicenda è un altro legale, l’avvocato Simone Liprandi, che lo ha segnalato anche ad Anac e Corte dei Conti. L’accusa è di aver violato la norma sul conflitto d’interessi
Anche perché non si tratta dell’unico episodio, come dimostra la vicenda, già raccontata da Repubblica, di Agostino Ghiglia e di un’azienda sanitaria della provincia di Torino: in un’intercettazione, la dirigente indagata parla della «multa da 5.000 euro» dell’authority e aggiunge di volerne parlare con «mio cugino Ago», membro del Garante. Il quale sulla decisione non si astiene.
Cambia l’Asl e cambiano le parentele ma ora spunta un caso simile per l’azienda sanitaria de L’Aquila. A maggio 2023 un attacco hacker svela i dati sanitari di 6.800 pazienti, per un totale di 389 gigabyte distribuiti nel “dark web”. Una violazione della privacy di enormi proporzioni, per cui partono indagini e reclami al Garante: per questo l’Asl spende 5.000 euro per un legale, poi altri 130.000 per lo studio E-Lex di Roma, specializzato in diritto dell’informatica e privacy.
L’avvocato Liprandi parla di «duplice spesa non giustificata» e, nella sua segnalazione ad Anac e Corte dei Conti, aggiunge: «E-Lex vanta una particolare vicinanza con due dei quattro membri del collegio». Perché l’avvocato Ernesto Belisario, che ha firmato l’offerta all’Asl, ha fondato lo studio legale insieme a Scorza, che a questo giornale ha detto di aver interrotto ogni rapporto quando è stato eletto al Garante.
Ma Liprandi sostiene che avrebbe partecipato a eventi organizzati dagli ex colleghi anche in tempi recenti. Inoltre è il marito dell’avvocato Maria Grazia Capolupo, che in E-Lex è responsabile del contenzioso civile.
Un altro socio fondatore dello studio, l’avvocato Giovanni Maria Riccio, è allievo della scuola di dottorato all’Università di Salerno coordinata dal professor Pasquale Stanzione, presidente del collegio del Garante, e dalla moglie, la professoressa Gabriella Autorino. E anche altri funzionari dell’autorità risultano appartenere alla stessa «famiglia accademica».
Scorza sostiene di essersi astenuto quando ha scoperto che l’Asl abruzzese era difesa dallo studio “amico”, anche se non risulta
dal provvedimento: «Gli uffici avevano proposto una sanzione di 5.000 euro e il collegio, all’unanimità, ha deciso di ammonire il titolare del trattamento anziché infliggere una sanzione poco più che simbolica. Non solo il conflitto di interessi non c’è stato perché non ho partecipato al voto ma non sarebbe stato determinante neppure se avessi partecipato».
(da agenzie)

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GARANTE DELLA PRIVACY, LA TRISTE STAGIONE DELLE LIBERTA’ VARIABILI

Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

IL COSTITUZIONALISTA AINIS: “LE AUTORITA’ SONO SENTINELLE DEI DIRITTI, MA DEVO APPARIRE INDIPENDENTI, NON E’ QUESTO IL CASO”

Il tentativo — malevolo e maldestro — di mettere un bavaglio a Report non è che l’ultimo episodio. Ne è stato artefice il Garante della privacy, che a quanto pare si preoccupa di tutelare la propria privacy, anziché la nostra. Però la trasmissione di Ranucci è andata in onda, mentre il Garante è finito sotto un’onda. Recando un danno non soltanto alla libertà d’informazione, ma al suo stesso ruolo. Le autorità indipendenti sono altrettante sentinelle dei diritti, tuttavia possono riuscirci a condizione d’apparire davvero indipendenti dai potentati economici e politici. Non è questo il caso. E d’altronde l’assalto alla libertà di stampa registra ogni giorno una nuova puntata.
Qualcuno dirà: nulla di nuovo. La volontà di reprimere il dissenso è antica quanto l’esperienza del potere, si ripete perciò lungo tutti gli itinerari della storia. Ne fu vittima Cristo, processato e ucciso per le sue parole; ma si può inoltre ricordare la persecuzione di Socrate, o più tardi di Giordano Bruno, o di mille altri martiri della libertà. Del resto la repressione delle voci antagoniste agisce in molte forme, non soltanto con la forca. E ha raccolto paladini autorevoli come Thomas Hobbes, che avallò il potere dello Stato di proibire la diffusione di opinioni pericolose per la pace sociale.
Sennonché la circolazione di opinioni dissonanti giova a tutti, a chi è d’accordo e a chi non è d’accordo. Non foss’altro che per la ragione illustrata nell’Ottocento da Alexis De Tocqueville, dato che ciò frappone un argine alla «tirannia della maggioranza».
È questo, infatti, il lascito del costituzionalismo, della cultura dei
diritti che ha aperto l’età contemporanea. Ma questo lascito adesso si è appannato, benché sopravvivano — almeno sulla carta — le garanzie giuridiche che proteggono l’informazione nel suo duplice aspetto: la libertà d’informare, senza altri limiti che quelli dettati dalla deontologia dei giornalisti; la libertà d’essere informati.
Se però si viaggia dal paradiso della Costituzione all’inferno della vita reale, il paesaggio è di tutt’altro stampo. Stando alla classifica sulla libertà di stampa stilata ogni anno da Reporter sans frontières, nel 2025 il risultato italiano è stato il peggiore dell’Europa occidentale, scivolando dal 46° al 49° posto rispetto al 2024.
Per quali ragioni? Da un lato, «il tentativo della classe politica di ostacolare la libera informazione in materia giudiziaria attraverso una legge bavaglio» (ossia il decreto legislativo n. 198 del 2024, che vieta la pubblicazione testuale delle ordinanze d’arresto). Per altri versi, «la prassi di azioni legali intentate per intimidire, imbavagliare o punire coloro che cercano di esprimersi su questioni di interesse pubblico».
Alla crisi della libertà di stampa s’accompagnano altresì molteplici episodi di censura contro le voci non allineate, specialmente dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Provocata dall’invasione russa, e avversata giustamente dall’Europa, fornendo assistenza all’esercito ucraino. Ma un conto è la politica, un conto è la cultura. Ci si può opporre a Putin, non all’arte russa. Né silenziare chi manifesti un’opinione divergente
rispetto alle verità ufficiali.
Eppure in questi ultimi mesi sono stati annullati prima un concerto alla Reggia di Caserta di Valery Gergiev, direttore d’orchestra russo di fama internazionale; poi un’esibizione all’Arena di Verona del baritono russo Ildar Abdrazakov. E sempre con il beneplacito del ministro della Cultura, Alessandro Giuli: «L’arte è libera, ma la propaganda è un’altra cosa». Mentre nei giorni scorsi è caduta sotto la scure del censore una conferenza a Torino di Angelo d’Orsi, allievo di Bobbio e storico illustre, su “Russofobia, russofilia, verità”.
Sorvegliare e punire, recita un celebre saggio di Foucault. E negli ultimi anni la vigilanza occhiuta dello Stato italiano si concentra sui giornalisti scomodi e sugli oppositori radicali, come mostra il caso Paragon. Quando abbiamo scoperto che i loro cellulari erano stati infettati da uno spyware messo a punto dalla società israeliana Paragon Solution, che lo ha fornito alle agenzie di intelligence di vari Paesi, fra i quali l’Italia. Dal canto suo, il governo ha subito negato ogni implicazione. Negare sempre, anche di fronte all’evidenza: la strategia eterna dei fedifraghi.
Michele Ainis
(da repubblica.it)

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ATTACCO A EOLICO E SOLARE, CHI PAGA DAVVERO IL CONTO

Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

BOLLETTE PIU’ ALTE D’EUROPA, ECCO PERCHE’ LE RINNOVABILI IN ITALIA NON LE ABBASSANO

Lo sappiamo: l’elettricità in Italia è la più cara d’Europa. Lo scorso anno il prezzo medio all’ingrosso (Pun) è stato di 108,5 euro per Mwh a fronte dei 78 euro della Germania e dei 58 euro della Francia. Nell’area scandinava, con la Norvegia dove oltre il 95% dell’energia prodotta è green, invece il prezzo è crollato a 36 euro. E allora, cosa frena la corsa alle rinnovabili?
Obiettivi a rischio
Nel 2024 in Italia abbiamo consumato312.285 Gwh di elettricità (Qui pag. 10), ne abbiamo importati 51mila, mentre il resto ce lo siamo prodotti da soli, per il 49% da fonti rinnovabili, compresi 1.992.117 impianti fotovoltaici e 6.148 eolici. Quel che resta, arriva da fonti fossili. Per arrivare alle emissioni-zero entro il 2050, il Pniec (Piano Nazionale per l’Energia e il Clima)
stabilisce che entro il 2030 le rinnovabili dovranno coprire il 63,4% dei nostri consumi, ma in pochi credono riusciremo a centrare l’obiettivo. Se guardiamo all’ultimo decennio la nostra capacità Fer è aumentata del 44%, mentre in Francia è salita del 75%, in Spagna del 78%, e in Germania del 93% (Dati Agici–Osservatorio Rinnovabili).
La spinta
Gli esperti del settore dicono che la spinta deve arrivare soprattutto dai grandi impianti, che «costano meno e producono di più», ma purtroppo i segnali non sono buoni: nei primi nove mesi del 2025 gli investimenti nelle strutture di larga scala sono scesi del 28% (dati Anie).
Non bastano l’Iva al 10% (sui componenti è al 22), la possibilità di vendere l’energia a una tariffa fissa garantita che mette al riparo dalle oscillazioni del mercato, e il contributo a fondo perduto del 40% per l’agrivoltaico. A spaventare gli investitori è l’assenza di certezze: anche con tutte le carte in regola, non possono prevedere se riusciranno o meno a ottenere tutte le autorizzazioni necessarie. E se anche le ottengono, Dataroom (qui e qui) ha già raccontato come il sistema di norme e pareri dilati i tempi all’infinito: tra la prima istanza per un grande parco fotovoltaico e la sua costruzione, possono trascorrere 70 mesi, e 78 per l’eolico (Osservatorio R.e.gions2030).
La frenata è dovuta a due fattori: il groviglio normativo e l’opposizione dei territori sui quali quegli impianti dovrebbero sorgere.
Il caos legislativo
Michelangelo Lafronza, segretario Anie Rinnovabili, l’associazione che riunisce la imprese del settore: «Negli ultimi 10 anni, sul fronte delle rinnovabili abbiamo avuto almeno trenta tra norme e decreti diversi». Nel mezzo c’è pure il pasticcio delle aree idonee: tra il 2021 e il 2024 la legge prima dice che i pannelli a terra possono andare nei terreni agricoli purché a ridosso delle aree manifatturiere, poi che non si può. E alla fine, tocca alle Regioni individuare le aree di accelerazione (dove l’iter autorizzativo dovrebbe essere rapidissimo), quelle idonee, e quelle dove è meglio evitare gli impianti. Tutto chiaro? Non proprio: a maggio di quest’anno, il Tar ha bocciato il decreto perché lascia troppa discrezionalità alle Regioni e ora il governo ne sta scrivendo un altro.
Ma nel frattempo le Regioni si sono mosse, in genere con un’interpretazione «restrittiva» così da prevenire il malcontento degli elettori. E si è scatenata una raffica di ricorsi. La prima a fare la sua legge è stata la Sardegna bloccando anche impianti già autorizzati. Il governo la impugna, la Regione ne approva un’altra dove quasi tutta la regione è «non idonea» e il governo impugna pure quella. A lugliola Corte Costituzionale censura la Regione Calabria: un’area non idonea non equivale a divieto assoluto; a ottobre 2025 il Consiglio di Stato annulla due delibere del Piemonte che vietano il fotovoltaico a terra su aree agricole di elevato interesse economico. E così via…
L’opposizione
In Italia ci sono 120 tra comitati e associazioni che organizzano cortei, convegni e petizioni per dire no all’eolico e al fotovoltaico a terra. A volte hanno ragione, altre volte no. Chi di certo è dalla parte del torto, sono i violenti: negli ultimi sedici mesi si registrano sette tra incendi e sabotaggi. Più volte nel mirino è finito il cantiere di Agsm autorizzato alla costruzione di un parco eolico sulle montagne del Mugello: gli attivisti hanno asportato recinzioni e picchetti, piantato chiodi sugli alberi per renderne pericoloso il taglio, e a luglio hanno danneggiato i macchinari e aggredito ingegneri e boscaioli. In Sardegna, dove si sospetta l’infiltrazione criminale nel business dell’eolico, hanno svitato i dadi alla base delle pale, incendiato pannelli fotovoltaici, e lanciato molotov contro i teli di protezione di un deposito.
L’iter per l’approvazione degli impianti non prevede la consultazione della popolazione locale, ma le proteste influenzano i politici locali secondo la logica del Nimtoo («Not in my terms of office», non durante il mio mandato elettorale).
Un esempio: il 13 giugno la Ponente Green Power propone 4 pale eoliche nelle valli del Natisone, in una zona del Friuli che non ricade tra quelle definite «non idonee», e subito un comitato fa partire la raccolta firme. A fine luglio 15 sindaci si accodano perché «compromette paesaggio, fauna, popolazione», e ad agosto in Regione arrivano i pareri contrari di decine di associazioni. Il 2 ottobre l’assessore regionale all’energia Fabio Scoccimarro si schiera col fronte dei contrari: «La mia
valutazione politica è che il grande eolico da noi non ha motivo di essere». Lo stesso giorno esce il decreto della commissione tecnica regionale: servono altri approfondimenti, l’autorizzazione per le quattro pale dovrà passare per la Valutazione d’impatto ambientale.
Le accuse alle rinnovabili
Da nord a sud, le motivazioni di chi protesta sono più o meno le stesse:
1) «Rovina il paesaggio, ruba spazio all’agricoltura». L’Italia ha spazio per estendere le rinnovabili senza invadere i suoi scorci più belli? Uno studio del Politenico di Milano dice di sì: anche considerando l’effettiva possibilità di allacciarsi alla rete, ci sono 210 km quadrati di aree dismesse (ex cave, ex discariche, ex industrie) adatte a ospitare fotovoltaico. E fino a 490 km quadrati per il fotovoltaico a terra (attualmente ne sono stati occupati 177), si ricaverebbero usando appena il 4% delle zone agricole che giacciono inutilizzate.
2) «Le rinnovabili inquinano». Ridurre gli inquinanti è l’unica soluzione per frenare il cambiamento climatico, e «ogni frazione di grado in più significa più fame, sfollamenti e perdite», ha spiegato il segretario dell’Onu Guterres in vista della Cop 30 che si è aperta a novembre in Brasile.
I dati dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena) e dell’Università di Oxford dimostrano che per fabbricare un impianto da un Mw di fotovoltaico a terra servono 200 tonnellate di materiali, poi si alimenterà gratis per 30 anni. Pe
produrre la stessa elettricità, a una centrale termoelettrica servono 14mila tonnellate di carbone e 5mila di gas. E quando hanno concluso il loro ciclo? Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Cnr: «Gli impianti eolici sono riciclabili o riutilizzabili al 95%, praticamente ogni componente tranne le pale, invece oggi è ancora anti-economico separare le materie prime che compongono i pannelli fotovoltaici, ma si arriverà a fare anche questo. Èuna grande occasione: nel 2050 avremo 2,2 milioni di tonnellate di pannelli da smaltire, se non creiamo una nostra industria dovremo farli riciclare alla Cina».
3) «Non conviene». Secondo il Politecnico di Torino l’attuale sistema di trasmissione dell’energia elettrica, basato su un’infrastruttura a corrente alternata, crea dei «colli di bottiglia» che impediscono agli impianti di produrre alla loro capacità massima, perché non sempre si riesce a trasferire grandi quantità di potenza sulle lunghe distanze. Le soluzioni ci sono, a cominciare da quella di realizzare una rete a corrente continua ad alta tensione e implementare i sistemi di accumulo. I costi sembrano elevati, ma sganciarci dal gas e raggiungere l’obiettivo 2050, per l’Italia significa guadagnare 900mila posti di lavoro (qui lo studio dell’Università di Roma) e, come ci insegna la Norvegia, ridurre le bollette. L’Agenzia Internazionale per l’Energia dice che produrre un Mwh di solare ed eolico costa 4 volte meno del gas e 3 volte meno del nucleare. Infatti Ferrovie dello Stato (la più grande azienda energivora del Paese) ha appena chiuso i bandi d’acquisto di energia green a lungo
termine: invece dei 110 €/Mwh, che è il prezzo medio all’ingrosso nel 2025 , pagherà 75 euro la fotovoltaica; e 90 euro l’eolica.
Battaglia ideologica
Per Trump le fonti di energie rinnovabili «sono la truffa del secolo» e l’eolico «causa il cancro». Frasi come queste non hanno alcuna base scientifica, ma offrono nuovi pretesti per frenare la transizione energetica. Conclude Armaroli (Cnr): «Prima con il Covid poi con l’impennata del prezzo del gas dovuto alla guerra, gli italiani si erano schierati a favore delle rinnovabili, ora la controffensiva delle lobby dei combustibili fossili sostenute dalla Casa Bianca è arrivata qui, e trascina su posizioni ideologiche che ignorano i dati scientifici e generano un oggettivo danno economico ad aziende e famiglie».
Milena Gabanelli e Andrea Priante
(da corriere.it)

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MELONI E’ NERVOSA

Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

FINANZIARIA DI GALLEGGIAMENTO, SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, ELEZIONI DIRETTA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Grande è la versatilità di Giorgia Meloni nel passare dalla postura di statista di livello internazionale, che alterna serietà compunta e faccine sorridenti ammiccanti, a quella di guida di un governo variamente sfidato da opposizioni in disordine sparso, «costretto» a difendersi e a contrattaccare con toni minacciosi da comiziante (una parte che le ha dato fama e probabilmente portato voti).
Qualche volta, però, di recente, la presidente del Consiglio manifesta un eccesso di nervosismo che la spinge sopra le righe. Con un verbo che a Colle Oppio è di uso frequente, Meloni “sbrocca”. Raffinati psicologi meglio esploreranno modi, tempi, entità della perdita di controllo sulla voce e sul body language. Utile, forse preferibile andare all’individuazione delle cause politiche del comportamento di Meloni.
Il fatto
A uso dei sostenitori e degli oppositori premetto che le difficoltà e le tensioni, le criticità nelle azioni del governo e le appena visibili conseguenze non positive non si traducono né immediatamente né automaticamente in caduta di consensi per lei e per il suo governo né, meno che mai, in impennate di intenzioni di voto per le opposizioni e i loro dirigenti. Ci vuole altro. Poi, però, purtroppo per loro, i benaltristi non sanno dire con sufficiente previsione e condivisione che cos’altro e come manca e da chi potrebbe essere prodotto.
L’agenda della valutazione e, presumibilmente, delle preoccupazioni del governo (e delle migliori fra le opposizioni, alcune sono solipsistiche) la dettano il fatto, il non fatto e il fatto male. La legge finanziaria è il fatto più importante. Sul punto mi atterrò alla sapida espressione inglese “a gentleman never quarrels about figures”.
Non importa se i numeri danno qualche premietto ai ceti medi, tali definiti con riferimento ai redditi che spesso sappiamo non essere proprio il più affidabile degli indicatori. Importa poco anche che i “ricchi” sfuggano a qualsiasi aggravio. No, Robin Hood non frequenta nessuna foresta italiana. Importa di più che ai ceti più deboli non vengano dati aiuti più cospicui. Cruciale, invece, è che il governo preferisca il galleggiamento a interventi “coraggiosi” per la crescita, per aumentare le dimensioni della torta e non per (re)distribuire poco più delle briciole.
Sarà, come argutamente sospetta Giulia Merlo, la Finanziaria dell’anno elettorale a mostrare tutta la sua spinta espansiva, fatta
specialmente di regali più meno mirati, collocati in bella mostra in vagoncini clientelari?
Quasi fatta è la separazione delle carriere fra pubblici ministeri e magistrati giudicanti. Non sarà lo sbandierato ricordo che questa riforma la voleva Silvio Berlusconi a farmi votare Sì al referendum prossimo venturo. Infatti, fra i mei ricordi trovo anche le strenue battaglie del Cavaliere e dei suoi seguaci non solo “nei” processi, ma “contro” i processi. Quanto ai sondaggi che danno al Sì un buon vantaggio, ricordo che anche il referendum di Renzi partì con notevole abbrivio che si spense piuttosto rovinosamente. Memore, Meloni ci rassicura o ci gela: il rigetto (referendum nient’affatto “confermativo”) non farà cadere il governo che pure quella separazione ha voluto e imposto. Non esattamente un bell’esempio di accountability.
Il non fatto
Fra il non fatto risplende «l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri», sbrigativamente il premierato. Definita da Meloni stessa «la madre di tutte le riforme» sembra destinata a rimanere incinta ancora per molti mesi. Per non incorrere in un referendum rischioso assai nonostante il probabile sostegno dei riformisti già impunitamente renziani, è tutto rimandato alla prossima legislatura.
Servirà, forse, in campagna elettorale quando si potrà assistere allo spettacolo senza precedenti dell’unica capa del governo italiano rimasto in carica per l’intera legislatura che chiede voti per la stabilità, degli altri. Sì, anche questa non remota
eventualità provoca una non modica dose di nervosismo. Troppo banale concluderne che, al momento, non si vede chi sappia approfittarne e come?
(da editorialedomani.it)

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CON BARCA O SENZA BARCA

Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

NON CI SEMBRA CHE FICO SIA BRIATORE

Detto che siamo forse l’unico Paese al mondo nel quale “avere la barca” è considerata una sciccheria da ricchi (in tutto il Nord Europa, e anche in Francia, la navigazione da diporto è una pratica di massa, quasi popolare), non direi che il gozzo di seconda mano di Roberto Fico, candidato alla presidenza della Campania, possa apparentarlo a Briatore.
Male ha fatto Fico — se lo ha fatto e se non fosse consentito come invece pare— a ormeggiare la sua barca presso un circolo dell’Aeronautica militare, usufruendo di un privilegio ormai (fu presidente della Camera). Ma la piccineria delle polemiche social, alimentate da un esagitato fratello d’Italia locale, è di uno squallore senza eguali.
Si legge che sulla barca di Fico possono «dormire comodamente quattro persone». Ben altra cosa sarebbe se i quattro dormissero scomodamente: forse allora lo stigma per lo sfrenato lusso del diportista Fico potrebbe mitigarsi. Se poi qualcuno facesse notare che il costo di quel cabinato usato equivale a quello di un bilocale su un qualunque lungomare italiano (se ne conoscono parecchi dove “dormirebbero comodamente quattro persone”), forse il moralismo nautico degli avversari politici di Fico sarebbe inquadrabile, con tutta evidenza, per quello che è: un ridicolo pretesto.
Spiace dover concludere che l’ambiente politico di provenienza di Roberto Fico, il grillismo, è uno dei più evidenti responsabili di questa devastante deriva demagogica, occhiuta, inquisitoria e soprattutto scema. La classe dirigente, per definizione, dovrebbe essere al di sopra delle piccinerie del popolino. Se la classe dirigente diventa tutt’uno con il popolino, siamo fottuti. Con barca o senza barca. Popolino compreso.
(da Repubblica)

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MANOVRA PER I PIU’ RICCHI, ALTRO CHE AIUTI AL CETO MEDIO: LE BALLE DEL GOVERNO

Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

PREMIER E SOCI DIFENDONO IL TAGLIO IRPEF DALLE CRITICHE, MA I DATI SMENTISCONO LA NARRAZIONE: PENALIZZATO IL CETO MEDIO CHE DICONO DI SOSTENERE

Dopo le picconate di Istat, Banca d’Italia, Corte dei Conti e Ufficio parlamentare di Bilancio, il centrodestra si sta affannando nel tentativo di negare l’evidenza venuta fuori dalle audizioni: il fatto cioè che la manovra dia vantaggi maggiori ai contribuenti relativamente più ricchi rispetto alla parte più fragile e corposa del ceto medio, che pure doveva essere il destinatario della riforma Irpef. Chi guadagna 2 mila euro al mese, attorno ai 40 mila annui, resterà infatti ancora molto penalizzato anche dopo la legge di Bilancio; otterrà pochi euro al mese, del tutto insufficienti a restituire ciò che l’inflazione ha tolto in questi anni. Giorgia Meloni e i suoi, invece, stanno cercando di generare confusione e far passare l’idea per cui le persone più aiutate dalla manovra sarebbero in quella fascia di
reddito, con tanto di dissertazioni lessicali sulla definizione di “ricco”. I dati e le analisi dicono che i benefici veri andranno a una platea che copre la fascia più alta del ceto medio fino ai redditi più elevati, da 200 mila euro annui e anche superiori. Quindi i favoriti dalla manovra sono anche e soprattutto i redditi elevati a scapito di chi è ai gradini più bassi del ceto medio. Ripercorriamo i maldestri argomenti in cui il governo prova a negarlo e a delegittimare quanto detto dagli organi sentiti la scorsa settimana dalla commissione Bilancio in Senato.
“Ci vuole coraggio a dire che la manovra avvantaggia i ricchi” (Giorgia Meloni).
In realtà serve più coraggio a negarlo. La manovra fa passare dal 35% al 33% la seconda aliquota Irpef, quella che si paga sui redditi tra i 28 mila e 50 mila euro annui. Considerando che il nostro sistema è progressivo, il risparmio di tasse per chi ha redditi da 28 mila euro è quasi zero; sopra i 50 mila euro, invece, è quello pieno, vale a dire 440 euro annui. Questa cifra sarà percepita anche da chi dichiara 200 mila euro all’anno e persino da chi supera questa soglia. La manovra è riuscita solo in parte a cancellare quantomeno che il beneficio dei 440 euro andasse anche a chi supera i 200 mila euro di reddito. Il governo ha infatti previsto un taglio delle detrazioni proprio di 440 euro per chi è sopra quella soglia; il problema, ha rilevato sempre l’Upb, è che oltre un terzo dei contribuenti sopra i 200 mila euro non ha detrazioni da aggredire, quindi otterrà comunque il beneficio del taglio Irpef. Quindi, se è vero che non tutti beneficiari di questa
manovra sono paperoni – infatti a 50 mila euro di reddito comunque non si naviga nell’oro – è altrettanto vero che tra i beneficiari della riforma ci sono anche redditi molto alti. Così come è innegabile che il beneficio per i manager sarà certamente maggiore rispetto a quello quasi nullo di impiegati e soprattutto operai.
“Abbiamo cercato di aiutare quelli che guadagnano cifre ragionevoli, non i ricchi, e siamo stati massacrati da coloro che hanno la possibilità di massacrare. Chi guadagna poco più di 2 mila euro netti non è ricco” (Giancarlo Giorgetti).
Il ministro dell’Economia ha scelto l’esempio peggiore per difendersi: i redditi da 2 mila euro netti al mese – come detto – non sono stati aiutati, anzi sono proprio i più sfavoriti dalla manovra 2026 e dalle altre tre approvate dal centrodestra dopo il 2022. Quelli tra 32 mila e 45 mila euro, infatti, possono essere definiti gli esodati del drenaggio fiscale, come si evince dalle tabelle dell’Ufficio parlamentare di bilancio, che hanno appunto fatto infuriare Giorgetti: i lavoratori di quella fascia hanno subito un aumento implicito di tasse dovuto all’inflazione, e il taglio Irpef della legge di Bilancio non ha compensato affatto questa perdita. Spieghiamoci meglio. Se il governo, anziché tagliare il secondo scaglione Irpef, avesse semplicemente adeguato le aliquote all’inflazione, come chiede da tempo la Cgil di Maurizio Landini, i lavoratori tra i 32 mila e i 45 mila euro ci avrebbero guadagnato molto di più. Sopra i 45 mila euro, si legge sempre nell’audizione Upb, la restituzione del drenaggio
fiscale è comunque più generosa. Giorgetti dice (giustamente) che a 2 mila euro al mese non si è ricchi. Quindi perché ridurre le tasse fino a 200 mila euro e oltre anziché restituire il drenaggio fiscale a chi guadagna 2 mila euro? Il problema, poi, è che dai 50mila parte già l’aliquota massima del 43%. In altri Paesi ci sono ultime aliquote che partono da 300 mila euro; da noi i redditi a 51 mila euro hanno la stessa aliquota di un reddito da un milione di euro.
“Tre quarti dei beneficiari della riforma Irpef dichiarano meno di 50 mila euro” (Maurizio Leo/1).
Il viceministro dell’Economia ha però dimenticato di dire che il restante quarto dei beneficiari, quelli sopra i 50 mila euro, cuberà da solo il 50% delle risorse destinate al taglio. Il punto quindi non è tanto il numero di beneficiari, ma l’entità che ciascun contribuente otterrà: nella parte “bassa” del ceto medio, abbiamo tante persone che avranno poco a testa; nella parte alta ne abbiamo poche ciascuna con un beneficio maggiore. Si può dire anche in un altro modo: i percettori della riduzione Irpef sono il 30% “più benestante” dei redditi italiani. Questo 30% inizia dai redditi da 28 mila euro, tutt’altro che ricchi quindi. Tuttavia, il 50% delle risorse investite nella riforma va all’8% di popolazione con reddito più alto.
“L’analisi dell’Istat non è condivisibile perché fotografa la situazione famigliare, quindi non è metodologicamente aderente all’impianto dell’Irpef, che è un’imposta personale” (Maurizio Leo/2).
In realtà guardare alla dimensione familiare è la metodologia standard adottata da tutti i principali modelli di microsimulazione. Lo stesso Mef usò il reddito familiare nella nota del 2022 che stimava gli effetti della riforma Draghi.
“Le detassazioni danno inevitabilmente vantaggi maggiori, in valore assoluto, ai redditi più alti”.
L’osservazione è stata riportata da più parti, ma non è del tutto vera. La riduzione delle imposte sui redditi, infatti, non si perseguono necessariamente tagliando le aliquote: è possibile infatti agire sulle detrazioni e sui bonus che possono rendere più progressivi gli effetti e quindi dare vantaggi alle fasce più basse o a quelle medie. È ciò che è stato fatto lo scorso anno con i redditi inferiori a 40 mila euro. Quella di adoperare invece una semplice sforbiciata all’aliquota è stata una chiara scelta politica del governo Meloni, con risultati del tutto prevedibili ma non inevitabili.
(da ilfattoquotidiano.it)

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SARAJEVO, I “CECCHINI DEL WEEKEND” CHE PAGAVANO PER SPARARE A DONNE E BAMBINI

Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

IL SISMI SAPEVA., SI MESCOLAVANO A CHI PORTAVA AIUTI DA MILANO

I servizi segreti italiani sapevano dei cecchini, connazionali, che pagavano per poter sparare sui civili di Sarajevo. Lo sostiene un testimone: «I servizi bosniaci hanno saputo del Safari alla fine del 1993. Tutto questo è successo nell’inverno tra il ‘93 e il ‘94. Abbiamo informato il Sismi all’inizio del 1994». La risposta del Sismi arriva dopo due mesi ed è significativa: «Abbiamo scoperto che il Safari parte da Trieste. L’abbiamo interrotto e il Safari non avrà più luogo». A parlare è un ex 007 dell’intelligence bosniaca, E. S., in cima alla lista dei testi che la procura di Milano sta per convocare per accertare quanto accaduto durante l’assedio della capitale bosniaca, tra il ‘92 e il ‘96. Quando anche gruppi di italiani – è l’ipotesi investigativa – avrebbero preso parte al turismo di guerra: pagare per poter uccidere civili inermi dalle colline di Sarajevo.
Dopo quel carteggio, secondo la fonte, non se ne parlò più, almeno tra le due intelligence che comunque avevano «rapporti frequenti». Da allora, aggiunge l’ex spia, «il servizio bosniaco non ebbe più informazioni sul fatto che il Safari si ripetesse a Sarajevo. Non abbiamo ottenuto dal Sismi i nomi dei cacciatori
degli organizzatori – ha aggiunto – ma dovrebbe esserci un documento del Sismi che attesta che a inizio ‘94 a Trieste hanno scoperto la base di partenza e interrotto l’operazione».
Nell’inchiesta milanese, portata avanti dal pm Alessandro Gobbis, si indaga oggi per omicidio aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti. Per provare a rintracciare chi, «almeno cinque» ma si ha contezza di un maggior coinvolgimento, partisse il venerdì da Milano, Torino, il Veneto, il Friuli, per raggiungere Trieste, poi in volo a Belgrado, e in elicottero o via terra sulle colline di un teatro di guerra con l’aiuto, oliato da quattrini, di parti dell’esercito serbo. Ex imprenditori, medici, mercenari, allora 40-50enni, con la passione per le armi, la caccia, il poligono. Come ben raccontato nel documentario Sarajevo Safari dello sloveno Miran Zupanic.
In certi casi, si ipotizza nell’inchiesta scaturita dall’esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni supportato dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini, i cecchini italiani si sarebbero avvalsi anche di una copertura umanitaria. Quella della spedizioni di aiuti, anche provinciali, che partivano dal Milanese per portare soccorsi e conforti alla popolazione in guerra.
Un’organizzazione, laggiù, da tenere sotto traccia. «Ancora oggi, i testimoni sono sottoposti a pressioni da parte dei servizi serbi per mantenere segreta l’intera operazione – aggiunge l’ex 007 bosniaco – Nel film era prevista un’intervista con un pilota che trasportava i “cacciatori” da Belgrado alla BiH, ma prima delle riprese ha rinunciato perché gli agenti della Bia (intelligence
serba, ndr) hanno minacciato di uccidere tutta la sua famiglia».
Si è detta intanto disponibile a testimoniare l’ex sindaca di Sarajevo, Benjamina Kari?. «Nell’agosto scorso – dice – ho inoltrato una denuncia penale alla procura di Milano, tramite l’Ambasciata d’Italia a Sarajevo, che ha avviato un’indagine e mi sono resa disponibile a testimoniare». È lei a chiedere – in attesa che Sarajevo si costituisca parte offesa nel procedimento – che «si indaghi e si consegnino alla giustizia i responsabili. Coloro che, secondo un ufficiale dei servizi segreti sloveni, per sparare a un bambino pagavano di più. Parole ascoltate dagli stessi autori: ricchi stranieri amanti di imprese disumane». L’ex sindaca sostiene che «un’intera squadra di persone instancabili sta lottando affinché la denuncia non rimanga lettera morta. Non ci arrendiamo».
(da Repubblica)

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INTERVISTA A CONTE: “SFIDIAMO LA DESTRA SU TASSE E SICUREZZA. CANDIDATO PREMIER? NON SARO’ UN OSTACOLO”

Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE 5 STELLE: “DISPONIBILI A DISCUTERE SU QUALE POSSA ESSERE IL NOME PIU’ COMPETITIVO”

Presidente Conte. Perché dice no alla patrimoniale?
«Oggi, con Giorgia Meloni al governo, abbiamo il record di pressione fiscale da dieci anni a questa parte. Le famiglie e le imprese non arrivano alla fine del mese. Andiamo a colpire gli
extraprofitti di banche, colossi energetici e del web, questa è la priorità se si vuole redistribuire la ricchezza e garantire una vera giustizia sociale».
Sbaglio o una volta la patrimoniale la proponevate anche voi?
«Le racconto un inedito. Quando ero a Palazzo Chigi convocai gli uffici del Mef e chiesi loro di simulare una super-tassazione sui redditi più elevati. Ebbene, constatai che sul piano dei costi-benefici è un vuoto a perdere perché si ottengono poche risorse ma grande allarme. Col rischio di far scappare investitori e impoverire il Paese».
In altri Paesi c’è la tassazione dei super-ricchi.
«Ecco, ragioniamo della proposta di Zucman, presentata prima al G20 e poi a Bruxelles. Riguarda la tassazione dei patrimoni superiori a 100 milioni di euro. Però anche questa è impensabile dal punto di vista nazionale e infatti con Pasquale Tridico la stiamo portando avanti a livello europeo».
Andrà allo sciopero della Cgil?
«Noi stiamo combattendo questa manovra in Parlamento e sarà presente una nostra delegazione. Gli operai prendono stipendi da fame e sono vessati dall’inflazione e dalle tasse. È giusto che scendano in piazza contro il governo che ha affossato salario minimo e aumentato lo stipendio solo a sottosegretari, ministri e Brunetta».
Dica, per titoli, le sue proposte per la legge di bilancio.
«Primo: aumento della no-tax area dagli attuali 8500 ai 20mila di reddito l’anno con beneficio per le fasce deboli da 150-160 euro
a mese. Secondo: potenziamento dell’assegno unico sui figli. Terzo: recupero del meccanismo dei crediti di imposta per un robusto piano triennale di vero sostegno agli investimenti delle imprese. E infine: i soldi del riarmo firmato da Meloni a Bruxelles e a L’Aja spostiamoli sulla sanità».
Lei ha presentato anche proposte sulla sicurezza. Ha ragione chi dice che sta facendo una svolta moderata?
«Su Tasse e sicurezza va smascherato il bluff della Meloni. Le tasse aumentano e, girando sui territori, si tocca con mano che le persone si sentono sempre più insicure: con questo governo sono aumentati furti, scippi, rapine. Da padre sono allarmato dalle baby gang e dagli spari che uccidono i giovani dell’età del mio ragazzo. Abbiamo il dovere di fare qualcosa».
Che cosa?
«Sfidare il governo con proposte: procedibilità d’ufficio per scippo e altri reati odiosi per cui oggi c’è la querela di parte e destinare il miliardo buttato sull’Albania in un fondo per la sicurezza dei Comuni. Auspico su queste proposte anche una convergenza di tutte le forze progressiste».
C’è una emergenza sicurezza?
«Sì. Meloni e Nordio sono arrivati a fare una legge per cui prima di arrestarti si devono avvisare. L’hanno fatta per evitare le manette a politici e colletti bianchi, ma gli è sfuggita di mano. A Venezia 22 borseggiatrici sono scappate perché avvisate dell’arresto: ora tutta questa gente grazie al governo potrà sentirsi impunita».
Anche l’immigrazione è fuori controllo?
«Il blocco navale è un fallimento preannunciato e gli sbarchi sono aumentati di oltre 300 mila unità in 3 anni. Anche lo spot in Albania non fun-zio-na: Meloni paghi la propaganda di tasca sua e metta i soldi pubblici sulla sicurezza delle nostre città, dove mancano 25 mila tra poliziotti e carabinieri».
Va bene, le critiche al governo. Non pensa di avere un problema serio col Pd sull’immigrazione? Come linea ha l’“accogliamoli tutti”?
«I miei governi, ma pure quello Gentiloni e Draghi, hanno fatto nettamente meglio di Meloni sugli sbarchi. I flussi migratori vanno governati con pragmatismo: accoglierli tutti e non integrarli significa accollare questo peso ai cittadini che non vivono nei quartieri residenziali. Riprendiamo il lavoro che avevamo portato avanti sulla redistribuzione europea: non possiamo diventare l’hub europeo per gli sbarchi in cui, senza programmi di integrazione, il ruolo dei centri di accoglienza è insufficiente».
Come farà campagna contro la riforma della giustizia? Dia il titolo.
«La legge è uguale per tutti e deve rimanere tale. La riforma scardina questo principio, perché per i cittadini comuni non ci sarà nessun vantaggio: stessi tempi per i processi, stessi servizi inefficienti. Mentre la Casta dei politici si sfrega le mani. Lo ha ammesso candidamente Nordio: la riforma conviene a chi va al governo».
C’è, come dice Elly Schlein, un allarme democratico?
«Il vero allarme è un Paese che non cresce, con 6 milioni di italiani che rinunciano a curarsi e una famiglia su tre che taglia la spesa alimentare. Mi preoccupa un Paese che perde fiducia nel futuro e quindi nella politica e diserta le urne».
Voi dite: va azzerata l’Authority. Ma senza cambiare i criteri di nomina, si rischia di averne un’altra altrettanto lottizzata.
«Le Authority non possono essere il refugium peccatorum dei politici rimasti in panchina. Introduciamo criteri di selezione e di nomina più rigorosi, ad esempio con il divieto di andare nelle Authority per chi si è candidato a elezioni negli ultimi anni».
Ha detto “non sono di sinistra”, ma sono “progressista”. Mi indica nel mondo uno che è progressista ma non è di sinistra?
«Abbiamo una forte identità e siamo stabilmente collocati nell’area progressista. Quando osservo che il Movimento non può essere indicato come sinistra non voglio mancare di rispetto a un’importante tradizione politica».
Lei ha detto anche “non siamo alleati col Pd”.
«Noi siamo una forza che si è caratterizzata come forza radicale nel combattere i privilegi, che si batte per la giustizia sociale e ambientale. E le alleanze non sono per noi mai precostituite, ma sempre il risultato di accordi messi nero su bianco su questi chiari obiettivi».
Quale è la lezione che arriva dalla vittoria di Mamdani?
«Sarei sempre prudente sull’importazione di modelli. La lezione valida è che gli elettori si convincono parlando di soluzioni
concrete sui loro bisogni, dal caro vita al problema casa».
Pensa che potete arrivare alle elezioni andando avanti così, senza uno straccio di programma comune?
«Posso essere polemico? Non dovete distrarvi. Le nostre battaglie storiche sono già patrimonio comune delle forze progressiste e parte integrante del programma che manderà a casa Giorgia Meloni: salario minimo, legge sul conflitto di interesse, riduzione orario di lavoro, congedo paritario, difesa della legalità internazionale».
Le faccio l’elenco di tutto ciò che vi divide?
«Lavoreremo per trovare una sintesi sulle questioni ancora aperte».
Se si deve indicare il candidato premier, è disponibile a fare le primarie?
«Siamo disponibili a discutere sui vari criteri per scegliere la candidata o il candidato più competitivo».
Questa è una notizia. E accetterebbe di sostenere un candidato altro da sé?
«Non sarò mai un ostacolo nella scelta del candidato migliore per vincere».
Alessandro De Angelis
(da lastampa.it)

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