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SCIOPERO MONDIALE PER IL CLIMA: CARI POLITICI, BASTA PROMESSE: O SI CAMBIA O SI MUORE”

Marzo 14th, 2019 Riccardo Fucile

“ABBIAMO PAURA PER IL NOSTRO FUTURO, NON CI FERMIAMO”

“Questa volta si sciopera di venerdì” annuncia sul suo profilo Instagram la diciassettenne Anuna Dewever, leader belga della rete “Youth for climate” con più di 32mila follower. La studentessa della Royal Athenaeum di Mortsel è riuscita a mobilitare tramite i social media migliaia di coetanei che hanno manifestato a Bruxelles per la causa climatica per più di undici giovedì consecutivi.
Adesso, col motto “Global strike for future”, scocca però l’ora di uno sciopero internazionale in tutti i continenti, in più di 95 paesi, Italia compresa.
“Come una grande onda, il movimento ha trovato la sua forza fra gli attivisti di stati differenti, dall’Olanda fino all’Australia”, racconta entusiasta a TPI Bakou Mertens, leader del movimento “Students for Climate“.
I giovani attivisti scendono in piazza sulla scia dell’appello lanciato dalla sedicenne svedese Greta Thunberg, con l’obiettivo di agire urgentemente per salvare il pianeta dal surriscaldamento globale.
E proprio in Belgio, che è stato uno dei paesi pionieri del movimento, l’adesione è cresciuta in maniera esponenziale. Agli studenti liceali sono seguiti quelli universitari, fino ad arrivare a chi siede dall’altra parte della cattedra.
“Mi sono stupita positivamente delle azioni degli studenti, quindi mi sono detta che questo movimento andava sostenuto da subito”, ci spiega Sara El Jari, insegnante di una scuola primaria nel quartiere di Molenbeek.
Sara fa parte della rete “Teachers for climate”, che riunisce tutti i professionisti del campo dell’istruzione che si sono uniti agli studenti nella causa climatica. Fra questi anche Elisa Groppi, che insegna invece nel quartiere di Scharbeek: “Si tratta di ragazzi esemplari che sanno prendersi le loro responsabilità ”, puntualizza.
Se gran parte degli insegnanti capisce il perchè dello sciopero infrasettimanale, per un’altra fetta di popolazione sono semplicemente degli adolescenti che voglio saltare le lezioni.
“Abbiamo paura per il nostro futuro” è la loro risposta alla generazione che li accusa e li precede. “È una questione troppo urgente. Si tratta delle nostre vite. Sui banchi di scuola abbiamo iniziato il cambiamento e non intendiamo fermarci” ci dice Dries Cornelissens, studente al conservatorio di Anversa, che è stato uno fra i primi a rispondere all’appello di Anuna.
“L’unico mezzo che abbiamo per far capire ai politici e alle multinazionali che devono agire è quello di continuare a scendere in piazza e scioperare” gli fa eco Mathilde Thoreau, della rete “Students for Climate”. “Parlano, parlano — continua la studentessa — i politici dicono tante cose, ma non ci accontentiamo dei piccoli passi fatti finora”.
Non è quindi difficile immaginare che il nemico prediletto degli attivisti è la classe politica, specie quella che esibisce nei programmi elettorali provvedimenti in materia climatica “per poi tradirli senza fare nulla”.
Eppure la questione ambientale scalda i banchi delle istituzioni europee da molto tempo. Proprio nell’ultimo consiglio “Ambiente” di inizio marzo i ministri degli stati membri dell’Ue si sono confrontati sui diversi scenari per la riduzione a lungo termine delle emissioni di gas a effetto serra, entro il 2050, in linea con l’accordo di Parigi.
“Un obiettivo difficile, che però offrirà  anche grandi opportunità  alle nostre economie e ai nostri cittadini”, ha affermato GraÅ£iela Leocadia Gavrilescu, ministra dell’ambiente della Romania, a capo della presidenza del semestre europeo.
Per i manifestanti però non è abbastanza, o meglio l’approccio politico fa parte di una dialettica che per loro va cambiata e rinnovata. “È una retorica che mira colpevolizzare le persone per gesti individuali che fanno o non fanno” continua Elisa.
“Dobbiamo invece spostare l’attenzione su una responsabilità  collettiva: i governi devono far diminuire le emissioni di CO2, le grandi imprese devono investire in nuove tecnologie per lasciare il carbone e il petrolio”.
Sulla stessa lunghezza d’onda tutta la rete degli studenti: “Oggi consumiamo ogni giorno 100 milioni di barili di petrolio. I combustibili fossili devono rimanere sottoterra e i nostri governi devono fare di tutto per raggiungere questo obiettivo”.
Ma la questione del cambiamento climatico, soprattutto in prossimità  della campagna elettorale per le elezioni europee, è spesso oggetto di disinformazione. “È vero che molti movimenti politici negano il cambiamento climatico nei propri programmi, ma per noi giovani è evidente”.
A questo, però, la rete cerca di rispondere con dei fatti, con quello che dicono gli scienziati e con evidenze che sono sotto gli occhi di tutti. Per questo fanno volantinaggio, sono coordinati in comitati locali in ogni città  belga, incontrano i cittadini e nel mondo offline organizzano incontri e dibattiti.
Proprio nei giorni di preparazione alla marcia internazionale, uno studio pubblicato sull’European Heart Journal dell’università  di Oxford indica che il numero di morti premature causate dall’inquinamento atmosferico è il doppio delle stime precedenti, con quasi 800mila persone che muoiono prematuramente ogni anno in Europa, proprio a causa dell’aria sporca.
Stando a questi dati, si comprende l’urgenza di cui si fanno portavoce migliaia di giovani, insieme agli altri sostenitori, perchè come ricorda Sara “le cose non si cambiano da soli, ma insieme”
Da quando, qualche settimana fa, il “Train de Noe” — la più lunga opera d’arte mobile al mondo mai realizzata, 10 vagoni per 167 metri totali — ha raggiunto il capolinea alla Gare de Schaerbeek, a nord di Bruxelles, proprio mentre migliaia di studenti erano in piazza insieme a Greta Thunberg, il movimento sembra crescere ancora.
Organizzato in differenti sezioni e coeso nella causa da seguire, è sempre più sostenuto dalla popolazione. Non per ultime si sono unite alcune sigle sindacali belghe.
Se il treno che aveva lasciato Katowice, in Polonia, dopo la COP24, rappresentando l’impegno delle imprese del trasporto ferroviarie per ridurre il consumo di CO2, adesso è fermo, al contrario le idee dei giovani attivisti sono invece in continuo fermento.
Superano qualsiasi confine e parlano la stessa lingua: “È solo questione di poche settimane, poi ci seguiranno tutti i paesi”, commenta soddisfatta Mathilde.

(da TPI)

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“A GRETA IL NOBEL PER LA PACE”: LA PROPOSTA DI UN GRUPPO DI DEPUTATI NORVEGESI

Marzo 14th, 2019 Riccardo Fucile

LA LOTTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO SARA’ IL TEMA POLITICO DEGLI ANNI FUTURI, SOLO GLI IMBECILLI NON LO COMPRENDONO…   I GIOVANI IN TUTTO IL MONDO SI MOBILITANO, IN ITALIA I PARTITI STANNO A PENSARE ALLE CAZZATE (E LA SEDICENTE DESTRA VIVE NELL’IGNORANZA)

La voce della lotta al cambiamento climatico, la 16enne svedese diventata un simbolo e un esempio per una intera generazione, è stata indicata per il prestigioso riconoscimento da un gruppo di deputati socialisti norveges
La proposta è partita, e ora rimbalza sui social. A testimoniare quanto una tenera ma lucida voce possa arrivare lontano, raggiungendo una portata mondiale.
L’adolescente svedese Greta Thunberg   – una delle voci più forti, appunto, della lotta al cambiamento climatico – è stata indicata per il Premio Nobel per la Pace.
La proposta è stata fatta al Comitato dei Nobel – che ogni anno, in autunno assegna il prestigioso riconoscimento – da un gruppo di deputati socialisti norvegesi. Lei si dece “onorata e molto grata”. Lo scrive su Twitter.
“Abbiamo indicato Greta perchè la minaccia del clima è probabilmente una delle principali cause di guerre e conflitti. Il movimento di massa che Greta ha innescato è un contributo molto importante per la pace”, ha spiegato, presentando l’iniziativa, il deputato norvegese Andrè Ovstegard. Ovstegard è uno dei tre parlamentari del partito che ha indicato la giovane svedese, di appena 16 anni.
Thunberg ha iniziato la scorsa estate a protestare ogni venerdì di fronte al Parlamento svedese per chiedere misure più efficaci contro i cambiamenti climatici.
Dopo il suo discorso al vertice sul clima delle Nazioni Unite in Polonia e al forum di Davos, Greta è diventato un esempio per molti giovani in diversi Paesi, che hanno promosso iniziative simili.
Domani venerdì 15 marzo, in oltre 1300 diverse località  di tutto il mondo, milioni di ragazzi scenderanno in piazza per sollecitare i governi ad agire contro il surriscaldamento climatico.

(da agenzie)

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BRUXELLES, MIGLIAIA DI STUDENTI IN PIAZZA CON GRETA: “SUL CLIMA SAREMO UNA SPINA NEL FIANCO DEI GOVERNI”

Febbraio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

IN ITALIA LA SEDICENTE DESTRA IGNORANTE E COLLUSA STA SEMPRE DALLA PARTE SBAGLIATA,   I GIOVANI EUROPEI GUARDANO AL FUTURO

Per la settima settimana di seguito, migliaia di studenti belgi sono scesi in piazza a Bruxelles per quello che è stato ribattezzato “lo sciopero della scuola”, una giornata di protesta settimanale contro l’inazione dei governi europei e internazionali di fronte al problema del cambiamento climatico e del surriscaldamento globale.
La manifestazione di questa settimana era particolarmente attesa per la presenza tra gli altri di Greta Thunberg, la sedicenne attivista svedese che da sola per prima ha iniziato ad agosto scorso a saltare una volta ogni sette giorni la scuola per andare sotto il parlamento di Stoccolma e chiedere interventi immediati sul clima.
Il suo esempio è diventato un modello per ragazzi di tutto il mondo, dando vita a un movimento globale che ha preso il nome di “Giovani per il Clima”.
Inutile dire che la battaglia ambientale dovrebbe vedere schierata in prima fila una destra moderna, capace di fare sintesi tra sviluppo e rispetto ambientale, sulla scia di quei movimenti di area che a cavallo degli anni ’80 furono un fiore all’occhiello della destra sociale, denunciando abusi e inquinatori, speculazioni edilizie e un modello di sviluppo che ha portato oggi a conseguenze drammatiche per il nostro pianeta.
Nulla a che vedere con la attuale sedicente destra italiana prona agli interessi della finanza internazionale e dei poteri forti.

(da agenzie)

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TRIVELLE, COSTA AVVERTE LA LEGA: “NON FIRMO L’OK, SFIDUCIATEMI PURE, TORNO A FARE IL GENERALE DEI CARABINIERI, UN LAVORO CE L’HO”

Gennaio 23rd, 2019 Riccardo Fucile

DURISSIMA DICHIARAZIONE DEL MINISTRO DELL’AMBIENTE: “NON E’ UN OBBLIGO FIRMARE LE AUTORIZZAZIONI”

“Sono per il no alle trivelle, le trivelle passano per la valutazione di impatto ambientale, e io non le firmo. Mi sfiduciano come ministro? Torno a fare il generale dei Carabinieri, lo dico con franchezza”.
Lo ha detto il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, intervenendo a un evento a Pescara con il candidato alla presidenza della Regione Abruzzo per il M5s alle elezioni del 10 febbraio prossimo, Sara Marcozzi. Costa lo ha detto parlando della riforma della Commissione Via, il cui parere va sul tavolo politico.
“La Via arriva da una commissione autonoma che rilascia un parere che va su un tavolo politico. Le trivelle, dunque, arrivano sul mio tavolo con la Via: io non le firmo” argomenta il ministro.
La vicenda trivelle è esplosa dopo l’annuncio di nuove ricerche autorizzate nel mar Ionio. Il governo aveva reagisto annunciando un decreto con una moratoria per le autorizzazioni.

(da agenzie)

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TORINO, OLTRE 40.000 NO TAV IN CORTEO

Dicembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

IL VICE SINDACO GRILLINO CONTESTATO: “SIETE COMPLICI DI SALVINI”

E’ partito da piazza Statuto, a Torino, il corteo indetto dal movimento No Tav contro la ferrovia ad alta velocità  Torino-Lione.
Sono oltre 40mila i manifestanti che hanno cominciato a sfilare da Porta Susa verso piazza Castello. In testa, dietro lo striscione “C’eravamo, ci siamo, ci saremo! Ora e sempre No Tav”   i sindaci dei Comuni valsusini, il vicesindaco di Torino Guido Montanari e i gonfaloni di molte amministrazioni. il corteo arriverà  sotto il palco di piazza Castello dove sarà  inevitabile il confronto con la piazza del 10 novembre scorso, quando fu la Torino Sì Tav a ritrovarsi con 40mila persone per protestare contro la sindaca Chiara Appendino e la sua maggioranza.
“Siamo in settantamila, una marea, e faremo i conti finali in piazza Castello.” afferma il movimento No Tav in una nota.
Numerose le bandiere con il logo “No Tav”, dei sindacati di base, dei partiti di estrema sinistra Potere al Popolo e Sinistra anticapitalista. In piazza anche esponenti dei centri sociali antagonisti torinesi. Un migliaio di persone è atteso da altre regioni italiane. “Oggi è la giornata dell’orgoglio no Tav, di un grande popolo che non si è mai fatto intimidire”, dice uno speaker.
“Essere qui significa rappresentare una città  e una maggioranza che ha votato un programma. La sindaca Appendino la pensa come me e io qui la rappresento”. Così il vicesindaco Montanari, dietro lo striscione “Amministratori No Tav”, mentre sfila con la fascia tricolore assieme a consiglieri comunali e di Circoscrizione. Proprio Montanari, all’inizio del corteo, è stato contestato da un gruppetto di giovani: “Questa non è lotta, la lotta l’abbiamo fatta tutti i giorni al cantiere, fate schifo”, gli ha urlato un ragazzo, che lo ha accusato di essere “complice di Salvini”.
Con Montanari sfilano anche i sindaci 5 Stelle di Venaria Reale, Pinerolo e San Mauro, in provincia di Torino, e di Molare, nell’Alessandrino.
Al corteo partecipa anche un gruppetto di una quindicina di “gilet jaune” dalla valle francese della Maurienne. “Questo progetto – dice Jeanluc di Montricher Albanne – è uno spreco di soldi che potrebbero essere spesi diversamente. E   la vecchia Torino-Lione potrebbe benissimo essere adattata se solo si volessero investire delle risorse. Intanto a Villarodin, dove si stanno scavando i 9 chilometri dell’ultima galleria preparatoria, gli abitanti non hanno più l’acqua”.
“Siamo in tanti, allegri, colorati e convinti, perchè se si chiede a chiunque qui cosa è il Tav, ognuno di loro sa rispondere. Se le madamin avessero chiesto alla loro piazza, nessuno avrebbe saputo rispondere”.
Ad affermarlo, in piazza, è il leader storico del movimento No-Tav della Valle di Susa, Alberto Perino. “Non è la prima volta che siamo più di chi è sceso in piazza a favore del Tav – aggiunge – Noi siamo No Tav e facciamo i No Tav, come bloccare il progetto è un problema loro. Noi giudichiamo i fatti. Quelli della Lega non sono per cambiare il sistema. Sui 5 Stelle staremo a vedere. Vogliamo la sospensione dell’opera. Non ci interessano modifiche perchè il Tav è un’opera devastante”.
“Il confronto fra le piazze ci interessa poco. Tutti gli anni l’8 dicembre si fa una manifestazione, oggi si voleva dare un segnale più forte, quindi la valle è scesa a Torino”.
A dirlo, a pochi minuti dall’inizio della manifestazione No Tav a Torino, l’assessore comunale all’Ambiente Alberto Unia. “Siamo scesi in piazza perchè siamo assolutamente No Tav – sostiene Unia – come è scritto anche nel nostro programma elettorale, quindi era giusto farlo”.
Quanto all’analisi costi benefici sull’opera, Unia ritiene che “non darà  esito positivo per la realizzazione. In questo momento – aggiunge – nel nostro Paese c’è bisogno di usare le risorse dello Stato per altro. Le ricadute dell’opera si riversano solo su un certo gruppo di poche persone, per i cittadini non portano sviluppo. È ora di pensare più al presente e meno al futuro, a cui si potrà  pensare quando i cittadini staranno meglio”.
In corteo c’è anche un sindaco francese con la fascia tricolore, Gilles Margueron, a capo del comune francese di Villarodin Bourget: “Siamo qui per dimostrare   – dice – che anche in Francia e non solo in Italia si protesta contro il Tav. In Francia poche persone sanno quello che può succedere, non c’è informazione. Per ora ci sono solo i soldi dell’Europa per le discenderie, non per l’opera. Un’opera inutile: quei soldi potrebbero essere spesi per cose più utili”.
Concetto ribadito anche dal vicesindaco di Napoli, Enrico Panini, arrivato fino a Torino per sfilare con la fascia tricolore: “Siamo qui perchè condividiamo le preoccupazioni e le posizioni dei sindaci della valle e dei cittadini: è un’opera devastante e inutile che favorirà  solo corruzione e malavita organizzata. Non c’è bisogno di grandi opere – conclude – ma che quelle che ci sono vengano messe in sicurezza, che scuole e ospedali funzionino e che il trasporto regionale possa essere degno di questo nome”.
È ricomparsa intanto questa mattina, sulle pendici del monte Musinè, all’imbocco della Valle di Susa, la scritta “Tav=mafia” che, nella notte tra il 4 e il 5 dicembre, qualcuno, probabilmente riconducibile al movimento ‘Sì Tav’, aveva parzialmente rimosso.
Lo slogan, visibile a chilometri di distanza da chi attraversa la bassa valle, era stato realizzato con grandi teli bianchi. “Era già  capitato in passato che qualcuno la rimuovesse – avevano commentato, negli scorsi giorni, alcuni attivisti No Tav – Questa volta si tratta evidentemente di una provocazione in vista del corteo dell’8 dicembre”.

(da agenzie)

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GILET GIALLI, LA PROTESTA PILOTATA CHE SE NE FREGA DELL’ECOLOGIA

Novembre 29th, 2018 Riccardo Fucile

ABBASSARE LA VELOCITA’ DA 90 A 80 KM/H SULLE STRADE STATALI VUOL DIRE SALVARE CENTINAIA DI PERSONE E INQUINARE DI MENO

Mentre i gas serra presenti nell’atmosfera terrestre segnano un nuovo record (Wmo 2018) e una ragazzina di 15 anni, Greta Thunberg, grida il suo drammatico appello agli adulti per fermare la catastrofe ambientale, in Francia centinaia di migliaia di manifestanti hanno invaso le strade e le piazze per bloccare le politiche del governo Macron che — almeno nelle intenzioni — sono ambientaliste (aumento di pochi centesimi del prezzo di benzina e diesel e abbassamento della velocità  da 90 a 80 km/h sulle strade statali).
Una manifestante ha detto “dell’ecologia me ne frego”. Ecco, appunto. Quella gente se ne frega, non solo dell’ecologia, ma anche del futuro delle nuove generazioni.
Ogni anno muoiono milioni di persone a causa degli incidenti stradali, dell’inquinamento dell’aria e delle guerre per il petrolio.
Ogni anno sempre più auto si producono rispetto all’anno precedente in tutto il mondo e il settore dei trasporti rischia di mettere in crisi gli accordi globali sul clima, in quanto l’andamento delle emissioni aumenta, contrariamente al programma di riduzione entro il 2050.
Ma tutto questo sembra che non interessi.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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QUELLO CHE DI MAIO E SALVINI NON VI DICONO SU RIFIUTI E TERMOVALORIZZATORI

Novembre 23rd, 2018 Riccardo Fucile

LA SOLUZIONE MIGLIORE SONO I BIODIGESTORI ANAEROBICI, COME EVIDENZIATO DALLA CONFERENZA SUL CLIMA DI PARIGI

Diceva il buon Einstein che solo due cose sembravano non avere limiti: l’Universo e la stupidità  umana, ma mentre sulla prima questione aveva dei dubbi della seconda asseriva una certezza
Per confermare questa dichiarazione di Einstein (da cui ci dissociamo) in questi giorni hanno parlato di “rifiuti” i due vicepremier che l’Italia ha avuto in dote: Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il primo ha parlato, a proposito della Regione Campania e della gestione rifiuti, di “un termovalorizzatore in ogni provincia”, da cui si evince che, essendocene uno solo al momento, la Campania avrebbe bisogno di ben 4 termovalorizzatori, sparando una fesseria immane, il secondo, per non essergli da meno ha detto che “i termovalorizzatori sono una tecnologia superata”.
Forse pensava alla Biowash di Beppe Grillo o al “ponte dove si mangia ” di Toninelli e non sapeva come superarli in fesserie.
Se c’è una cosa su cui il mondo economico-scientifico-tecnologico è abbastanza d’accordo è la gestione del ciclo dei rifiuti, il luogo di discussione è l’ISWA, l’associazione internazionale del “waste management”, e in tutto il globo terracqueo si parla di un ciclo di rifiuti basato su:
1. Biodigestori per l’umido.
2. Recupero metalli, carta, vetro e alcuni tipi di plastica (in particolare PET e PA6
3. Recupero dell’energia (termovalorizzazione) da tutto il resto.
L’accordo è talmente ampio che anche l’Unione Europea ha emanato una direttiva in tal senso, come anche l’EPA (Ente per la Protezione dell’Ambiente negli USA): all’interno di queste tre aree esistono varie tipologie d’impianto, ma nessuno mette in dubbio che da qui si parte, e in particolare che il punto 3 è fondamentale.
Sì, ma quanto e cosa recuperare di energia? Beh, se ci concentriamo sulla Campania, visto che i due vicepremier di quello parlavano, la Campania produce circa 2 mln di tonnellate di rifiuti urbani, di cui il 35% circa di “organico”, ovvero oltre 700.000 tonnellate di umido.
La sola Napoli ne produce circa 500.000 tonnellate. Indovinate Napoli quanti biodigestori ha? Ve lo dico io: ZERO.
Indovinate chi si oppone alla costruzione di un biodigestore a S. Pietro a Patierno (NA)? Ve lo dico di nuovo io: il Movimento 5 Stelle.
Indovinate cosa fanno oggi di quell’umido ? Ve lo dico io per la terza volta: viene “stabilizzato” e mandato a incenerimento.
Di Maio spara cavolate a raffica, si oppone agli impianti che renderebbero inutili o quasi altri termovalorizzatori (ne servirebbe un altro, ma son calcoli economico-scientifici complessi, oltre a coinvolgere problematiche legislative e di altro tipo che richiederebbero un articolo a parte, per cui credetemi sulla parola).
Ma perchè anche Salvini ha detto una fesseria ?
Perchè i termovalorizzatori si reggono solo se bruciano una quantità  X di rifiuti con potere calorifico Y e la Campania non ne produce abbastanza per giustificare simili sforzi economici, ovvero anche Salvini chiacchiera “a vanvera”.
Potrei adesso annoiarvi con varie considerazioni, ma ve ne sottopongo una sola: il Movimento 5 Stelle si oppone ai biodigestori “anaerobici” per motivi ideologici, e dice che quelli “aerobici” sono migliori (se volete vedere un biodigestore anaerobico digitate su Google “biodigestore di Augusta” e poi preparate le ghiandole salivari per quando incontrate un pentastellato).
Comunque alla conferenza del clima di Parigi si è deciso di chiedere il bando per un tipo di digestori, in quanto “fortemente inquinanti”.
Indovinate quale tipo…. sì, esatto, quelli che piacciono a Di Maio.
Colui che vive in una cabina telefonica a gettoni.

(da “NextQuotidiano”)

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L’INCENERITORE DI COPENAGHEN CHE PIACE A SALVINI NON E’ VERO CHE PRODUCE SOLO VAPORE ACQUEO, LO DICE LA STESSA AZIENDA

Novembre 21st, 2018 Riccardo Fucile

EMISSIONI MINIME DI MONOSSIDO DI CARBONIO, AMMONIACA, CARBONIO ORGANICO E OSSIDI DI AZOTO… LA CAPITALE DANESE NON E’ UN MODELLO

L’inceneritore di Copenaghen produce solo vapore acqueo? No, non è vero.
Lo dice la stessa azienda che ha fornito il sistema di alimentazione del forno e le tecnologie di depurazione dei fumi.
Che non saranno solo di vapore acqueo, come scrivono diversi media italiani tra i quali il Corriere della Sera.
Certo, le emissioni sono ottimizzate, ma comunque dal camino usciranno monossido di carbonio, ammoniaca, carbonio organico e ossidi di azoto.
L’inceneritore potrebbe diventare una delle maggiori attrazioni turistiche di Copenaghen e molti, in questi giorni di polemica su quel tipo di impianti, citano la struttura della città  danese in fase di ultimazione come un modello da seguire.
Famoso perchè ospiterà  sul suo tetto una pista da sci e percorsi di trekking e per le sue tecnologie all’avanguardia, l’impianto emette però qualcosa in più oltre al semplice vapore acqueo e per funzionare guarda all’immondizia in arrivo da altri Paesi.
Ecco come funziona.
Energia dai rifiut
Amager Bakke, rinominato anche Copenhill perchè ambisce a rappresentare una collina verde, dentro la città  danese, è stato costruito da una società  di cinque Comuni. Ha iniziato a funzionare a settembre 2017 in sostituzione di un altro inceneritore arrivato a 45 anni di anzianità .
Con due linee di combustione, brucia in totale 70 tonnellate di rifiuti all’ora: in un anno, può trattare circa 400mila tonnellate di spazzatura, prodotta da 550-700mila cittadini e 46mila imprese.
L’energia sprigionata dalla combustione torna alle famiglie sotto forma di elettricità  per 50mila utenze e calore per 120mila.
Per avere un termine di paragone, l’impianto di Brescia, il più grande d’Italia con oltre 700mila tonnellate incenerite nel 2017 ma una tecnologia più datata, produce energia elettrica pari al fabbisogno di oltre 200mila famiglie e calore per oltre 60mila appartamenti.
Non proprio vapore acqueo
“Gli amanti dello sci hanno bisogno di non preoccuparsi per la qualità  dell’aria sul versante dello stabilimento”, si legge in una brochure della Babcock & Wilcox Và¸lund, azienda danese che ha fornito il sistema di alimentazione del forno e le tecnologie di depurazione dei fumi, per ridurre le emissioni inquinanti dell’impianto. L’azienda assicura che l’inceneritore di Amager Bakke “rispetto al vecchio impianto riduce del 99,5 per cento le emissioni sulfuree e minimizza quello degli ossidi di azoto a un decimo”.
Prestazioni avanzate, è vero, anche se nel fumo che esce dall’altissimo camino non c’è solo vapore acqueo, come qualcuno arriva a dire in questi giorni.
La Và¸lund assicura che l’impianto manterrà  le emissioni degli ossidi di azoto entro i 15 mg/Nm3, il monossido di carbonio sotto i 50, ammoniaca non oltre i 3, così come il carbonio organico totale.
Se si osservano i dati delle emissioni di forni italiani (anch’essi frutto di autodichiarazioni da parte degli impianti), si osserva che i vantaggi dell’impianto di Copenaghen riguardano soprattutto gli ossidi di azoto, composti associati alla combustione (compresa quella da traffico) molto dannosi per l’apparato respiratorio. Per fare un confronto con l’inceneritore del Gerbido di Torino, entrato in funzione nel 2013, in media nel mese di settembre 218 la linea 1 dell’impianto ha emesso 2 mg/Nm3 di ossido di carbonio, 0,1 di carbonio organico totale, 0,7 ammoniaca, ma quasi 26 mg/Nm3 di ossidi azoto.
Sciare sull’inceneritore
A far parlare molto dell’impianto prima ancora della sua apertura al pubblico prevista per la primavera 2019 sono però, oltre alle prestazioni ambientali, le attività  che si possono fare sul tetto e su uno dei lati.
Copenhill ospiterà  una pista da sci, percorsi su cui correre e passeggiare, un’area verde per il pic nic, una parete di arrampicata alta 80 metri, oltre che un ristorante e un bar. Costato circa 500 milioni di euro, di grosse dimensioni per raggiungere alti livelli di efficienza, adesso Amager Bakke conta sui turisti e sui rifiuti in arrivo da fuori confine per ripagare il cospicuo investimento.
Modello danese?
Mentre la Lega propone un inceneritore per provincia e il Movimento 5 stelle non ne vuole neanche uno, gli operatori del settore rifiuti ricordano che per chiudere il ciclo ad oggi serve anche l’incenerimento.
Per far diventare realtà  l’economia circolare bisognerà  puntare su riduzione dei rifiuti e di imballaggi non riciclabili, riuso, riciclo, affrontando però di pari passo il problema della parte della spazzatura impossibile da rigenerare.
Oggi nelle regioni del Sud senza inceneritori questi scarti raggiungono il Nord o vanno in discarica con punte dell’80 per cento in Sicilia e del 58 in Calabria.
Ma di fronte alle richieste dell’Europa di non superare il 10 per cento di rifiuti interrati entro il 2035 diventa molto difficile fare a meno degli altri impianti di smaltimento, seppur brutti e inquinanti.
In questo quadro, la Danimarca può davvero essere un modello da replicare? Non più di tanto.
Copenaghen ha sì un impianto di combustione considerato all’avanguardia, ma ha avviato solo di recente la raccolta dei rifiuti organici, che da soli rappresentano circa un terzo degli urbani e sono una risorsa per produrre biometano e biogas. Non solo.
Nel Paese che vuole raggiungere il 50 per cento di riciclo entro il 2022 e la cui capitale sogna di diventare a emissioni zero entro il 2025, c’è il problema opposto a quello italiano: una sovraccapacità  di incenerimento, con 28 impianti attivi per meno di 6 milioni di abitanti.
L’incenerimento, seppur a ridotte emissioni e alti livelli di accettazione da parte dei cittadini, qui non si ferma alla gestione dei rifiuti ma è anche una strategia di sviluppo industriale.
Lo stesso Copenhill, ha spiegato il direttore Clima della città  di Copenaghen Jorgen Abildgaard, è stato sovradimensionato per ottenere dei benefici in termini di efficienza e ora come gli altri 27 cercherà  rifiuti sui mercati stranieri.
Tra il 2013 e il 2015, si legge nel rapporto annuale sul tema del ministero dell’Ambiente danese, l’importazione di rifiuti per l’incenerimento è passata da 160mila a 350mila tonnellate: oggi rappresentano l’11 per cento della spazzatura bruciata nel Paese e arrivano soprattutto dalla Gran Bretagna.
Ma lo spazio nei forni c’è e la Danimarca guarda a tutta l’Europa, Italia compresa. Così, mentre da noi si litiga, chissà  che qualcuno a Copenaghen già  non pensi ai treni di immondizia che potrebbero arrivare dalla penisola per far marciare gli impianti danesi.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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TERMOVALORIZZATORI O INCENERITORI: UNA BATTAGLIA SOLO LINGUISTICA

Novembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

COSA DICONO I NUMERI… DIETRO LA GUERRA IDEOLOGICA C’E’ UN VUOTO DI STRATEGIA INDUSTRIALE… OGGI GLI IMPIANTI SONO 41

Da una parte c’è il partito dei termovalorizzatori in ogni provincia. Dall’altra quello degli inceneritori zero.
È una guerra ideologica che rifiuta, a partire dal linguaggio utilizzato, un terreno comune di discussione.
In tutta Europa si usa l’espressione “inceneritori” e si dà  per scontato che il recupero di energia ci sia (solo gli impianti più vecchi sprecano il calore della combustione).
In Italia, viste le scarse perfomance e l’alto livello di dispute giudiziarie della prima generazione di inceneritori, spesso si usa la parola “termovalorizzatore” per dare una connotazione più positiva alla scelta.
Ma, al di là  della disputa terminologica, bisogna costruire molti inceneritori come propone Salvini o rifiutare di parlarne come replica Di Maio?
In realtà  la risposta dipende dal tipo di Paese che si immagina.
Un’Italia che rallenta fino a bloccarsi sul livello di innovazione attuale, che fa la guerra all’Europa anche sull’ambiente, che boicotta le vecchie direttive sui rifiuti e le nuove sull’economia circolare ha bisogno di molti inceneritori per ridurre i danni di un’emergenza continua.
Un’Italia che scommette sulla nuova economia, sul recupero dei materiali, sulle competitività  ha bisogno di molti impianti di riciclo e di qualche inceneritore.
Quanti sono gli inceneritori?
Oggi gli inceneritori sono tra 40 e 50. Dipende se nel calcolo si inseriscono quelli autorizzati ma non più attivi, o quelli per i rifiuti pericolosi.
L’Ispra ne conta 41 distribuiti in modo asimmetrico sul territorio. In testa c’è il Nord: la Lombardia con 13 impianti, l’Emilia Romagna con 8, il Veneto con 2 (Piemonte, Trentino Alto Adige e Fiuli Venezia Giulia ne hanno uno a testa). Altri 8 si trovano nel Centro (Toscana, Umbria, Marche e Lazio). Al Sud ce ne sono 7 (la Sicilia è tra le poche regione a quota zero).
Ma non tutti gli impianti sono uguali. Gli inceneritori di Brescia e Acerra hanno una capacità  di smaltimento rispettivamente di 880mila e 600mila tonnellate annue, altri hanno dimensioni di rilievo, una decina girano al minimo e in modo precario. È meglio ammodernarli e integrare i punti deboli del sistema o disseminare inceneritori in tutto il Centro Sud?
La proiezione al 2030
“La strada scelta dall’Unione europea è molto chiara: l’economia circolare”, ricorda Edo Ronchi, padre della legge del 1997 che ha rilanciato il sistema di riciclo dei rifiuti e presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. “I vantaggi ambientali sono evidenti, il problema è che quelli energetici ed economici sfuggono a molti. Ad esempio si parla spesso dell’incenerimento come soluzione per i rifiuti di plastica. Ma non si tiene conto di fatti concreti. Primo: la plastica può essere solo una quota del materiale bruciato, altrimenti l’impianto si blocca. Secondo: per la plastica, così come per la carta e per altri materiali, l’energia ottenuta dai processi di termovalorizzazione è inferiore a quella necessaria a produrre la materia vergine, dunque c’è uno svantaggio anche dal punto di vista energetico. Terzo: le nuove direttive europee renderanno la plastica in larga parte riciclabile. E non si può ridurre il problema alla plastica: gli scenari disegnati dal Circular Economy Network, che abbiamo promosso assieme a 13 imprese e associazioni di imprese, disegnano la convenienza economica della transizione verso un’economia che tende ad azzerare i rifiuti”.
Mentre le polemiche sull’impatto sanitario degli inceneritori si riducono (il problema vero è la qualità  degli impianti e dei controlli), le distanze tra le parti in causa aumentano proprio sulla questione dell’economicità  degli inceneritori.
La battaglia tra i due vicepremier nasce dal caso Napoli.
Se è vero che la città  è solo al 38% di raccolta differenziata e che manda rifiuti a Nord al costo di 150 euro a tonnellata, è anche vero che la Campania ha oltrepassato quota 50% superando regioni del Nord e, come ha precisato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, dovrebbe arrivare al 75% al 2025.
Servono impianti per il ricicl
Dietro la guerra dei due vicepremier c’è un vuoto di strategia industriale. Si parla solo del presente ma, visto che la realizzazione di un inceneritore richiede tra i 5 e i 7 anni e ha un ciclo di vita di 30 anni, la scelta su quanti impianti costruire deve essere presa in base a uno scenario immaginato in prospettiva.
È quello che ha fatto il Was, l’osservatorio sui rifiuti creato da Alessandro Marangoni, amministratore delegato di Althesys che pubblicherà  un rapporto la prossima settimana.
“Bisogna partire dai numeri, dai circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani che produciamo ogni anno”, spiega Marangoni.
“Esaminiamo il migliore degli scenari possibili al 2030, la data alla quale, per rispettare gli obiettivi Ue, la raccolta differenziata deve raggiungere l’80% in modo da arrivare, con gli scarti, al 65% di materiali riciclati. Supponiamo che l’intero Paese si collochi ai livelli del Veneto: scarsa produzione pro capite di rifiuti e alta raccolta differenziata. E che non ci siano ostacoli per l’entrata in funzione degli impianti di trattamento dei rifiuti già  previsti. Si arriverebbe a un saldo leggermente positivo per gli inceneritori, con una capacità  autorizzata di 6,54 milioni di tonnellate a fronte di una richiesta di 6,15 milioni di tonnellate. Ma se lo scenario è quello di un’alta produzione di rifiuti la richiesta sale a 6,8 milioni di tonnellate e il sistema va in rosso per 260 mila tonnellate”.
Lo stesso, secondo i calcoli del Was, avviene per gli impianti di trattamento della frazione umida dei rifiuti urbani, con numeri molto più netti: un leggerissimo attivo (22 mila tonnellate) nella migliore delle ipotesi, un deficit di un milione e 24 mila tonnellate nell’altra.
“La conclusione è che se non si costruiscono nuovi impianti per adattare il Paese alle scelte più convenienti dal punto di vista economico e ambientale, con un ragionevole equilibrio tra le aree territoriali, si resta impantanati nell’emergenza”, conclude Marangoni.

(da “La Repubblica“)

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