Maggio 13th, 2018 Riccardo Fucile
IL COLOSSO DEL CAFFE NESPRESSO E LA RISTRUTTURAZIONE IN ATTO NEI TRE STABILIMENTI SVIZZERI
Nespresso, numero uno mondiale del caffè in cialde, secondo i sindacati elvetici si comporta con il
personale “da padrone del vapore”.
Di recente il gruppo, che fa capo a Nestlè, ha deciso di ridurre da 5 a 4 i turni di produzione nei suoi stabilimenti di Orbe, Avenches e Romont, dove lavorano complessivamente 2.300 persone. E dove vengono fabbricate le cialde.
Una vera e propria rivoluzione, nel modello organizzativo dell’azienda.
Ma c’è di più: alcune settimane lavorative potranno durare 58 ore. “Prima ero contento di lavorare per Nespresso ma, con il prospettarsi di questi cambiamenti, sto guardandomi in giro alla ricerca di un posto di lavoro altrove”, si è lamentato, con il quotidiano 24 Heures, un dipendente del sito di produzione di Avenches.
Lo stesso sindacato Unia, il più importante della Svizzera, è convinto che la riduzione dei turni sia un modo subdolo per liberarsi di parte del personale.
“È assai probabile che diversi dipendenti decidano di licenziarsi”, ha dichiarato Noè Pelet, responsabile del settore industrie di Unia.
Ciò che ha maggiormente indispettito il sindacato, in ogni caso, è la prospettiva di una settimana lavorativa di 58 ore. Una su 4 ogni mese, par di capire da quanto è filtrato dai progetti del produttore di cialde.
Fatto sta che la legge svizzera consente sì che le settimane lavorative vadano fino a 60 ore, ma non “ad aeternum”, come ha dichiarato l’esperto di diritto del lavoro, Audrey Pion.
Inoltre, è necessario il via libera del Ministero dell’Economia.
Perchè Nespresso sia intenzionata a ristrutturare è un po’ un mistero, visto che, solo lo scorso anno, ha aperto nel mondo 133 nuovi punti di vendita.
Il marchio va a gonfie vele ma la casa madre, Nestlè, ha visto il suo utile calare del 15,8%, nel 2017. Tanto che il numero uno del colosso alimentare aveva dichiarato che “la Svizzera deve partecipare alla riduzione dei costi”. A quanto pare lavorando di più.
“I salari del personale – fa sapere Nespresso – aumenteranno proporzionalmente all’aumento degli orari”. “Attualmente – aggiunge il gruppo elvetico nella sua presa di posizione – stiamo discutendo con i rappresentanti del personale i nuovi orari di lavoro da noi proposti, per definire il tipo di turni che loro ritengono più convenienti. Le discussioni stanno procedendo in modo positivo”.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 11th, 2018 Riccardo Fucile
PER LA LEGA LA CHIUSURA DEL SITO E’ INACCETTABILE, PER IL M5S E’ UNA OPZIONE POSSIBILE
Tra i temi al centro delle trattative tra Lega e M5S nei palazzi romani c’è una grande incognita: l’Ilva di Taranto.
Tecnici e parlamentari al lavoro sul contratto di governo non hanno lesinato annunci roboanti su Flat tax e reddito di cittadinanza, ma sembra abbiano inizialmente sottovalutato la prima grossa grana che arriverà sui tavoli di Palazzo Chigi e del Mise appena il nuovo governo avrà ottenuto la fiducia delle due Camere.
Perchè l’ultimo disperato tentativo del ministro uscente Calenda di far digerire ai sindacati una buona dose di esuberi nell’accordo con l’acquirente Arcelor Mittal è naufragato: “La palla passa al nuovo esecutivo”, ha detto appigliandosi all’accusa del sindacato Usb di non essere più legittimato a trattare per conto del Governo.
Secondo quanto riporta l’AdnKronos, è proprio sul dossier Ilva che si sarebbero registrate le maggiori frizioni tra Di Maio e Salvini; secondo fonti M5S sentite dall’Ansa il nodo ancora non è emerso nelle trattative ma le posizioni “sono da conciliare”.
Breve passo indietro.
L’ultimo vertice tra Governo e sindacati è fallito sulla proposta Mittal, in buona parte rimasta immutata negli ultimi mesi sul nervo scoperto degli esuberi: l’azienda ha assicurato assunzioni di 10mila dipendenti su 14mila.
I restanti sarebbero così ripartiti: 2300 da destinare all’amministrazione straordinaria per le bonifiche del sito di Taranto mentre gli altri 1500 sarebbero andati a rotazione in cassa integrazione nell’organico di una newco, “La Società per Taranto”, nata dalla vecchia Ilva e da Invitalia, società di investimenti del ministero dell’Economia a cui sarebbero state assegnate da Mittal le attività da esternalizzare fino a giugno 2021 con l’impegno, però, del Mise a garantire l’occupazione a tempo indeterminato entro il 2023.
Proposta bocciata dai sindacati che chiedono la tutela occupazionale di tutto l’organico Ilva e non si fidano delle garanzie su pezzi di carta, per giunta in una fase di avvicendamento governativo. Tra populismi sindacali e populismi ministeriali, in pratica, la trattativa si è nuovamente arenata.
Calenda, dopo la fumata nera, si è chiamato fuori passando la palla al nuovo governo. E la grana ora è tutta nelle mani del Movimento 5 Stelle e della Lega che sulla riqualificazione di un asset industriale fondamentale per l’Italia, la più grande acciaieria d’Europa, hanno posizioni discordanti.
E dovranno trovare una quadra a breve, entro giugno quando scadranno i termini per l’intesa con Mittal o comunque entro metà luglio, quando finiranno le risorse in dote all’amministrazione straordinaria per tenere in piedi la produzione d’acciaio, come ha ricordato Calenda.
“Sostenere che l’Ilva va chiusa è inaccettabile”, hanno fatto sapere gli esponenti locali della Lega. “Ci vuole buon senso – ha sottolineato il parlamentare del Carroccio Rossano Sasso – nessun posto di lavoro deve andare perso, così come non si può perdere o far scappare l’acquirente. Sostenere che l’Ilva va chiusa è inaccettabile, come lo è sostenere che le cose debbano restare così. Occorre mettersi subito al lavoro”.
Ecco, la chiusura è inaccettabile per i leghisti.
Per i grillini è invece nel ventaglio delle possibili opzioni. Per Ilva “quello che vogliamo fare è tenere tutte le opzioni aperte, inclusa la chiusura graduale e la riconversione economica”, ha detto il “ministro” M5S allo Sviluppo Fioramonti solo qualche giorno fa.
Spingendosi oltre: “Valuteremo nel complesso il costo della chiusura. Se eccessivo non lo faremo – ha proseguito Fioramonti -. Noi abbiamo paura che si sia dato per scontato che Ilva debba proseguire comunque a prescindere da tutto, che si sia fatto un accordo al ribasso, che pagheranno i tarantini che continueranno a morire, i lavoratori e i contribuenti”.
Va poi ricordato l’emendamento presentato in commissione Petizioni del Parlamento europeo dall’eurodeputata grillina Rosa D’Amato per l’immediata riconversione industriale incentrato sulla produzione e l’uso delle energie rinnovabili del sito siderurgico.
Proposta che venne bocciata: una interruzione delle attività di Ilva significa condannarla alla chiusura.
Non a caso anche tra i grillini è andato in scena, a febbraio scorso, un indiretto botta e risposta tra Di Maio e gli esponenti locali.
Nel corso della sua visita a Taranto, il leader M5S aveva detto che “l’Ilva è una realtà che deve continuare a dare posti di lavoro e ne deve dare più di quelli che sta dando. È per questo che noi crediamo in un piano di riconversione industriale e di bonifiche”, da attuare con un cronoprogramma, anche se servono “5-10 anni”, aveva detto Di Maio.
Parole che lasciavano spazio a dubbi sulle modalità da attuare per la riconversione: chiusura parziale o totale dei forni?
Il giorno dopo il Movimento 5 Stelle uscì con una nota: “La nostra posizione è chiara: una riconversione economica passa ovviamente dalla chiusura delle fonti inquinanti, senza le quali le bonifiche sarebbero inutili. Il Movimento garantirà ai cittadini di Taranto e a tutti i lavoratori impiegati un passaggio che non sarà traumatico ma garante sia della salute che del reddito per i lavoratori”.
Come debbano essere sostenuti i “redditi” dei lavoratori Ilva però non è chiaro.
Certo, l’interruzione delle attività dell’acciaieria per cinque o dieci anni è ipotesi impraticabile sotto il profilo industriale e non può che far gioire i diretti concorrenti stranieri, tra cui c’è anche il più grande produttore mondiale d’acciaio, l’indiano Arcelor Mittal che ha vinto la gara per Taranto contro l’alleanza Jindal – Cassa depositi e prestiti.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 8th, 2018 Riccardo Fucile
LO STUDIO DI ALMALAUREA: IN MEDIA E’ PIU’ ALTO DI 5 ANNI FA
Il Sole 24 Ore pubblica oggi i risultati di uno studio di Almalaurea sulle professioni ordinistiche e l’accesso al lavoro.
Le elaborazioni sulla condizione occupazionale dei laureati a cinque anni dalla laurea dicono che nel 2012, “annus horribilis” con il Pil italiano in caduta del 2,4%, un giovane laureatosi cinque anni prima in una delle 14 professioni esaminate da Almalaurea aveva bisogno di 9,7 mesi per trovare un’occupazione. Nel 2017 si era ancora a quota 10,2.
E il risultato non cambia se ci focalizziamo sull’intervallo tra l’inizio della ricerca di un’occupazione (e non il conseguimento del titolo) e la sua conclusione positiva.
In media ci vogliono ancora 7 mesi. Due in più del 2012. Ma 1,4 in meno del 2016. Qualcosa si muove, dunque.
Un altro segnale di sereno arriva dalle retribuzioni, sempre a cinque anni dal titolo. Che hanno ricominciato a salire per la maggioranza degli ambiti investigati da Almalaurea.
Eccezion fatta per i legali, gli specialisti in contabilità e, un po’ a sorpresa, gli ingegneri. I primi hanno visto scendere i corrispettivi netti da 1.129 euro mensili a 1.052; i secondi da 1.611 a 1.544.
Per i terzi bisogna distinguere a seconda dell’attività . Mentre edili, meccanici e industriali continuano ad arrancare, gli elettronici sono saliti da 1.836 a 1.914 euro. Numeri su cui ha avuto un impatto rilevante anche la maggiore o minore diffusione del part-time.
Il segno più campeggia anche accanto alle retribuzioni di architetti, geologi, veterinari, biologi, agronomi, farmacisti, dentisti e psicologi. I quali continuano a restare però sotto la soglia psicologica dei mille euro al mese.
Anche a causa di una netta preponderanza del lavoro autonomo rispetto al tempo indeterminato: il 73,2% contro il 67,8% del 2012. Per trovare una percentuale più alta bisogna cercare dalle parti degli avvocati (86,1%), dei veterinari (81,1%) e dei dentisti e odontostomatologi (82,2%).
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
E CI SONO 750.000 PRECARI IN PIU’, PEGGIO SOLO GRECIA E SPAGNA … SONO AUMENTATI SOLO I DIPENDENTI A TERMINE
Mentre l’Unione europea riporta il tasso di disoccupazione al livello del settembre 2008, prima che
la crisi finanziaria travolgesse anche l’economia reale, quello italiano resta inchiodato da oltre due anni nei dintorni dell’11%.
Quattro punti più della media dei 28: va peggio solo in Grecia e in Spagna.
E il 6,8% registrato dall’Istat a fine 2008 resta un miraggio.
Quanto alla disoccupazione giovanile, nonostante la discesa dello 0,9% registrata a marzo resta al 31,7%, più del doppio della media del Vecchio Continente (15,6%) e quasi dieci punti sopra il livello di dicembre 2008.
Per il ministro del Lavoro Giuliano Poletti i dati di marzo “confermano il consolidamento positivo dell’assetto del mercato del lavoro italiano, in corso da diversi trimestri”, mentre l’ex sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi esulta perchè “i nostri giovani stanno finalmente beneficiando delle politiche messe in atto dai governi #Pd”.
Basta però un confronto con i Paesi partner per rendersi conto che quel “consolidamento” non basta per schiodare il Paese dagli ultimi posti della classifica Ue.
Non solo: un’analisi della tipologia di contratti conferma che negli ultimi dieci anni il mercato è diventato sempre più precario. Rispetto a fine 2008 ci sono 750mila dipendenti a termine in più e 50mila stabili in meno.
Tasso di disoccupazione 4,3 punti sopra il livello del 2008…
La rilevazione diffusa mercoledì dall’Istat mostra che a marzo sono aumentati gli occupati under 34 e gli over 50, ma sono diminuiti quelli nella fascia di mezzo — quella compresa tra i 35 e i 49 anni — e le donne.
Nel complesso, gli italiani con un lavoro sono saliti a 23,13 milioni, +62mila rispetto a febbraio e +190mila rispetto al marzo 2017. Si tratta del valore più alto dall’agosto 2008. Ma nel frattempo sono calati di oltre 1 milione gli inattivi, cioè quelli che un posto non lo cercano più perchè scoraggiati.
Così, il tasso di disoccupazione dal febbraio 2012 non è mai sceso sotto la doppia cifra. Dal settembre 2015 oscilla intorno all’11,5%.
Nell’ultima parte del 2017 è sceso all’11% e da qualche mese resta inchiodato su quel livello. A fine 2008 era al 6,7%.
…mentre la Ue è tornata ai valori pre-crisi
Nel frattempo il resto d’Europa, complice l’ombrello della Bce e la stabilità dei mercati finanziari, ha recuperato terreno tornando ai livelli pre-crisi: a marzo, ha fatto sapere l’Eurostat, la disoccupazione nella zona euro si è attestata all’8,5%, il tasso più basso da dicembre 2008, e quella della Ue a 28 è al 7,1%, il minimo da settembre 2008.
Per capirci: in Germania il tasso è al 3,4%, in Francia all’8,8%, in Svezia al 6,2%, in Portogallo al 7,4. La disoccupazione più alta, annota l’istituto statistico europeo, si registra in Grecia (20,6% a gennaio 2018), Spagna (16,1%) e a seguire Italia.
L’Italia è inoltre l’unico Paese Ue dove a marzo la disoccupazione femminile è aumentata di 0,5% toccando il 12,5% contro l’8,9% medio della zona euro. Solo la Lituania ha fatto registrare un altro aumento, ma di appena lo 0,1%. L’occupazione femminile del resto rimane al 49,1% contro una media Ue superiore al 72 per cento.
Stabili i dipendenti a tempo indeterminato, aumentano quelli a termine e gli autonomi
Quanto alla tipologia dei posti di lavoro, la fotografia del mese di marzo conferma che il mercato è diventato più precario.
Se gli occupati nel complesso sono aumentati, i dipendenti stabili oggi sono 14,93 milioni contro i 14,98 milioni di fine 2008. Nel frattempo quelli a termine — platea che comprende gli iper-precari con contratti da pochi giorni — sono saliti da 2,1 a 2,9 milioni mentre sono calati da 5,7 a 5,2 milioni gli indipendenti.La tendenza è confermata dall’andamento registrato dall’Istat negli ultimi 12 mesi: su base annua gli occupati sono aumentati di 190mila unità grazie esclusivamente ai lavoratori a termine (+323mila), mentre anno su anno sono calati i permanenti (-51mila) e gli indipendenti (-81mila).
Crescono soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+391mila) e, in misura minore, i 15-34enni (+46mila) mentre calano i 35-49enni (-246mila). Nell’arco di un anno diminuiscono sia i disoccupati (-118mila) sia gli inattivi (-150mila).
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
DURO GIUDIZIO DEL CENTRO STUDI: “ANDREBBE ANCHE A INDIVIDUI NON POVERI E DISINCENTIVA IL LAVORO”
Reddito di cittadinanza? No, grazie.
La bocciatura della misura proposta dai 5 Stelle arriva dal Centro studi di Confindustria.
Il reddito di cittadinanza, spiega il Csc, potrebbe costare molto (30 miliardi di euro o più rispetto ai già elevati 17 miliardi prospettati dal M5S) e “comportare uno spreco ingente di risorse pubbliche, poichè verrebbe concesso anche a individui che poveri non sono”.
In un rapporto, il Centro studi sottolinea che sarebbe sbagliato “affrettarsi a sostituire” il reddito di inclusione (Rei). Con il reddito di cittadinanza invece – dice il Csc – sarebbe “alto il rischio che disincentivi il lavoro”.
In Italia – ricorda il Centro studi di viale dell’Astronomia – la povertà è cresciuta molto con la crisi con 1,6 milioni di famiglie in povertà assoluta per un totale di quasi 5 milioni di individui. L’indigenza- spiega – “è legata a doppio filo alla bassa partecipazione al mercato del lavoro”.
Da gennaio è attivo il Reddito di inclusione, uno strumento universale di contrasto alla povertà su scala nazionale.
Il Rei è disegnato per raggiungere le famiglie in povertà , attraverso soglie di accesso sia reddituali sia patrimoniali.
Tuttavia – prosegue il Csc “è partito con scarsi finanziamenti (2,1 miliardi di euro nel 2018) e si stima che potrà coprire solo la metà della platea”.
Il reddito di cittadinanza secondo la proposta avanzata dal Movimento Cinque stelle nel 2013 (e al centro della campagna elettorale) coprirebbe – ricorda il Csc – una platea più ampia (2,8 milioni di famiglie) e garantirebbe un beneficio molto più elevato (fino a 780 euro mensili per un single, rispetto ai 188 del Rei).
Secondo il Centro studi di Confindustria è “alto il rischio” che il reddito di cittadinanza “disincentivi il lavoro, dato l’elevato importo del beneficio e l’assenza di un meccanismo di cumulo con il reddito da lavoro. Per incentivare la partecipazione, inoltre, prevede solo l’obbligo di iscrizione ai Centri per l’Impiego, strutture che necessitano di una profonda e costosa riforma per poter garantire risultati apprezzabili nel facilitare l’avviamento al lavoro”.
“Ad oggi affrettarsi a sostituire uno strumento appena partito – conclude la nota – significherebbe creare incertezza e allungare i tempi di implementazione. Più opportuno darsi il tempo per condurre una seria valutazione, specie delle modalità di attivazione al lavoro, e nel frattempo indirizzare le risorse per aumentare platea e beneficio”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
DAI GIARDINIERI AI TATUATORI, PASSANDO PER LE IMPRESE DI PULIZIA
Imprese di pulizia degli edifici, cresciute di più di seimila unità , precisamente 6.136, tra dicembre
2012 e dicembre 2017.
Poi, tatuatori e specialisti del piercing, il cui numero è salito di oltre 4.000 soggetti rispetto a cinque anni fa.
Sul podio anche i giardinieri, divenuti quasi 3.400 in più. Sono questi i mestieri artigiani che resistono meglio alla selezione, dura, che da anni interessa la categoria,e anzi crescono con numeri importanti.
A misurare le evoluzioni e i cambiamenti del comparto sono i dati Unioncamere e Infocamere sull’imprenditoria artigiana riportati oggi dal Messaggero.
Cifre che raccontano la forza di taluni settori, tracciando di fatto un profilo che parla della passione di chi entra nel mondo del lavoro e della “fortuna” dei vari capitoli. Ma anche numeri che spiegano la precarizzazione forzata di alcuni settori e la minore importanza progressiva di quello industriale nella ricerca del personale.
Stando ai dati di dicembre 2017, le imprese artigiane registrate sono oltre un milione trecentomila — precisamente, 1.327.180- e tra queste si contano quasi 81 mila nuove iscrizioni nell’anno.
Nello stesso periodo risultano 92.265 cessazioni.
La differenza tra iscrizioni e cessazioni di attività segna pure per il 2017 un saldo negativo di poco superiore alle 11 mila imprese, con -0,85 % rispetto all’anno precedente.
Dati alla mano, si evidenzia un calo nel numero di cessazioni di impresa, che sono al livello minimo del decennio, ma a scendere sono pure le cifre relative agli italiani che intraprendono un’attività imprenditoriale e, anche in questo caso, il dato nel 2017, è il più basso del decennio.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2018 Riccardo Fucile
CONSEGNARE PIZZE E SUSHI NON E’ PIU’ SOLO UN LAVORETTO PER UNIVERSITARI… LE STORIE DI EX DIPENDENTI, LA GUERRA PER I TURNI, L’ANSIA PER LE STATISTICHE DI AFFIDABILITA’ E I BONUS
“In una domenica di pioggia ho pedalato 115 chilometri. Fatti due conti, ho guadagnato 1 euro al chilometro”.
Pietro non si allena per il triathlon ma il fiato ce l’avrebbe, per forza di cose. Da due anni fa il rider per Foodora, su e giù per Torino per quattro o cinque ore al giorno. Quando ha iniziato aveva già passato i 40 e l’azienda in cui lavorava come programmatore l’aveva lasciato a casa.
Nel frattempo si è separato e senza gli 800-900 euro netti che porta a casa consegnando pizze e sushi non arriverebbe a fine mese. E’ uno dei tanti: se i giovani restano la maggioranza, girare in bici o motorino per una piattaforma di delivery non è più solo un lavoretto da universitari.
Le pettorine di Deliveroo, Foodora, Glovo, UberEats & c — che saranno in prima fila nei cortei del Primo maggio a Milano e Torino — le indossano anche ex dipendenti e professionisti che faticano a tirare avanti e pagano l’affitto improvvisandosi fattorini per pochi euro all’ora.
Sono la frangia più debole di un mercato del lavoro ad alto tasso di precariato, con più di 500mila “somministrati” (gli ex interinali) che in un caso su tre vengono chiamati per incarichi di un solo giorno e quasi 200mila collaboratori che si arrabattano con incarichi da meno di 5mila euro l’anno.
“Le piattaforme vogliono pagare a cottimo. E scegliere i più veloci e disponibili” — Dati ufficiali sull’età degli oltre 5mila rider attivi in Italia non ce ne sono. Ma una ricerca Uil sull’intera “gig economy” — che comprende anche le piattaforme su cui si comprano e vendono a basso costo lavoretti di traduzione, editing, grafica e simili — mostra che il 28% dei lavoratori on demand ha più di 35 anni.
“A Torino”, dove di recente i giudici hanno negato a un gruppo di fattorini Foodora l’equiparazione a dipendenti a tutti gli effetti, “ho conosciuto un ex ingegnere della Ibm lasciato a casa a 50 anni. Adesso fa le consegne”, racconta Giorgio Airaudo, ex segretario della Fiom-Cgil, che l’anno scorso nelle vesti di deputato di Sel ha firmato una proposta di legge per l’equiparazione di queste prestazioni “organizzate o coordinate dal committente” al lavoro subordinato.
“Del resto le piattaforme di delivery puntano a scaricare tutto il rischio di impresa sui lavoratori: non si fanno carico nemmeno dei mezzi di trasporto, pretendono di pagarli a cottimo e pure di scegliere i più veloci e sempre disponibili“. Come può esserlo chi non trova altro, magari perchè ha perso il posto dopo i 40 anni o è un migrante.
Giulio, 43 anni: “Ho rifiutato di lavorare un’ora sola. E la mia affidabilità è calata del 6%”
In effetti è tutta questione di disponibilità . Lo dimostra il messaggio che Giulio (come negli altri casi non è il suo vero nome) ci manda a tarda sera, dopo l’intervista. “Avendo rifiutato di lavorare oggi per un’ora sola, la mia statistica affidabilità e diminuita. Schiavi di un algoritmo“.
Segue screenshot del suo smartphone. E’ la schermata della app con cui Deliveroo comunica i turni e da alcuni mesi tiene traccia se accetti di lavorare nei weekend, negli orari in cui la domanda è più alta e anche, appunto, per un’ora sola. Che significa guadagnare, quel giorno, circa 8 euro netti. Se dici no il tuo “rating” si abbassa. E quello di Giulio, 43 anni, rider dal settembre 2017, è appena sceso dal 100 al 94%. L’altra variabile che conta è la “partecipazione durante le sessioni con maggiore richiesta di lavoro”. Più quelle che la app definisce “le tue statistiche” calano, “meno chance hai di scegliere gli orari per te più comodi”, spiega Giulio.
“I turni settimanali si possono chiedere a partire dalle 11 di lunedì. Ma io potrò prenotarmi solo dalle 15“. C’è di peggio: se ti fanno slittare alle 17, ti restano solo le fasce peggiori.
“È un ricatto”, commenta Giulio. Eppure si sente quasi un privilegiato. “Sono inquadrato come collaboratore occasionale, ma per noi che abbiamo più anzianità c’è ancora un compenso orario, 6,5 euro netti. Chi è arrivato quest’anno invece è pagato a cottimo, ha solo un minimo garantito di 6,5 euro per ogni turno più 1,5 euro per ogni consegna fatta e un rimborso benzina di 20 centesimi al chilometro per chi come me gira in scooter. Nei weekend però capita di aspettare più di mezz’ora fuori dal ristorante per cui di consegne ne fai poche”.
“Avevo una pizzeria, ora le pizze le consegno”
Giulio a fare il rider ci è arrivato dopo vent’anni nel mondo della ristorazione. “A un certo punto avevo aperto una pizzeria in centro a Milano. Ma le cose sono andate male, due anni è finita in liquidazione. Per un po’ ho lavorato in nero per un locale fuori Milano e per andarci ho comprato lo scooter. Lasciato quel lavoro, per metterlo a reddito ho pensato di mettermi a fare consegne.
Prima per una società postale privata, che mi dava 800 euro al mese in nero per otto-nove ore al giorno in mezzo al traffico senza pause”. Dopo cinque mesi ha mollato. Adesso per arrivare a fine mese, insieme alla compagna che è impiegata in un call center, ha diversificato. “Al mattino lavoro al nero per una panetteria: porto pane e focacce ai ristoranti della zona e, in pausa pranzo, consegno negli uffici. Prendo dieci euro all’ora, in tutto arrivo a 150 euro alla settimana. E la sera faccio i turni per Deliveroo. Mi danno un rimborso benzina, ma non basta mai. Il contratto telefonico me lo devo pagare io. Niente contributi, perchè siamo collaboratori occasionali, e se mi faccio male non ho nessuna copertura. Le mance? In centro non la lascia nessuno, nei quartieri popolari va un po’ meglio. A fine mese prendo dai 300 ai 500 euro, non di più, anche perchè è la app a decidere quanto lavoro. Magari chiedo di fare quattro ore ma a loro ne serve solo una”.
“70-80 ore a settimana. Poi mi ha travolto un suv”
Il meccanismo del “rating delle prestazioni” ha esasperato anche Domenico, 37 anni, ex salumiere in un supermercato. “Nel 2016 sono stato io a scegliere di aprire partita Iva e lavorare per Deliveroo: mi era comodo avere più flessibilità per andare a trovare mio figlio a Roma. E guadagnavo bene, anche 2.400 euro, pedalando per 70-80 ore a settimana. Ma adesso, con questi turni decisi dal computer, non ho più nessuna sicurezza su quanto riuscirò a portare a casa. In più ho dovuto passare allo scooter perchè ho fatto un brutto incidente. Ero stanco, a un incrocio non ho visto un suv che stava arrivando e mi ha preso in pieno. L’assicurazione? Ce l’abbiamo, ma c’è una franchigia da pagare e non sono ancora riuscito a sapere la cifra”. Morale: da settembre Domenico intende tornare dietro un bancone, con una paga fissa. Le consegne, nel caso, le farà solo per arrotondare.
“Non mi chiedono neanche un certificato medico. E pedalo 4 ore al giorno”
Pietro ha la stessa età di Giulio e lavora per Foodora dal luglio 2016. Per lui niente scooter. Le consegne le fa in bici. “Per fortuna ero abituato, perchè se non sei allenato è un massacro“.
All’inizio prendeva 5 euro all’ora, poi l’azienda ha introdotto il cottimo: paga in base alle consegne fatte. “In un primo momento ho rifiutato. Poi, dopo la mobilitazione dei colleghi, il compenso a consegna è salito a 4 euro lordi. A quel punto ho ricominciato. Per 4-5 ore al giorno sulla bici prendo in media 800-900 euro netti, a volte anche di più. Ovviamente dipende da quante ore mi danno. E sono loro a decidere. Adesso che noi rider siamo tanti (e ci sono anche persone più grandi di me) è una guerra: più sei disponibile più ti fanno lavorare”.
Foodora inquadra i lavoratori con un contratto cococo, per cui paga i contributi. “Quando mi sono fratturato il mignolo l’Inail mi ha coperto. Ma se mi ammalo e sto fermo sono cavoli miei. E non ti chiedono neanche un certificato medico, nonostante pedaliamo per ore con la loro pettorina: domenica scorsa pioveva e ho fatto 115 km di seguito. Non mi lamento, almeno riesco a conciliare il lavoro con i weekend in cui mi occupo di mia figlia. Però non potrò certo farlo fino ai 70 anni”.
Il Primo maggio Pietro fa sciopero. Rinunciando al bonus di 15 euro a turno promesso dall’azienda a chi si presenterà puntuale per le consegne anche nel giorno della festa dei lavoratori.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 1st, 2018 Riccardo Fucile
UN PAESE SEGNATO DAGLI SCIOPERI, SINDACATI DIVISI
A cinquant’anni da quel maggio parigino che infiammò le strade della capitale con proteste e
incidenti, oggi la Francia celebra la tradizionale festa dei lavoratori in un clima da guerriglia con violenti scontri di piazza, mentre i sindacati avanzano in ordine sparso, l’opposizione è persa in un’impasse e il presidente Macron se ne va dall’altra parte del mondo in uno dei momenti più delicati del suo mandato.
Uno scenario frammentato, testimone di una scollatura tra istituzioni e parti sociali, all’interno del quale il governo continua a far avanzare le sue riforme come un rullo compressore, senza badare troppo alle proteste dei suoi oppositori.
La manifestazione di oggi a Parigi è stata caratterizzata da violenti disordini tra forze dell’ordine e un gruppo di circa un migliaio di persone a volto coperto appartenenti ad ambienti anarchici e di estrema sinistra.
Cominciate verso le 15 all’altezza del ponte d’Austerlitz, le violenze si sono verificate alla testa del corteo e hanno obbligato i manifestanti a cambiare il percorso inizialmente previsto.
La polizia ha risposto con dei gas lacrimogeni e un cannone ad acqua al lancio di pietre e oggetti contundenti. Al termine della giornata, le forze dell’ordine hanno fermato circa 200 black block, con un bilancio che riporta diverse vetrine rotte, un McDonald’s saccheggiato e alcune macchine date alle fiamme.
L’Eliseo ha fatto sapere che il presidente Macron, in viaggio in Australia, ha seguito con attenzione l’evolversi della situazione. Immediata anche la reazione del ministro dell’Interno, Gerard Collomb, che sul suo profilo Twitter ha lanciato una “ferma condanna delle violenze e degli atti degradanti”, sottolineando che “è stato messo in atto tutto il necessario per far smettere questi gravi disordini ed arrestare i responsabili”.
Sul fronte sindacale, a scendere nelle strade delle principali città francesi per la tradizionale manifestazione del Primo maggio oggi c’erano solamente la Cgt e Solidaire, due dei principali sindacati nazionali.
La prefettura ha contato 20mila persone nel corteo sindacale e 14.500 persone a d fuori delle organizzazioni.
A nulla sembra essere servito l’appello lanciato qualche giorno fa da Philippe Martinez, segretario della Cgt, che aveva richiamato all’ordine tutte le sigle per una giornata “unitaria”. A Parigi la Cfdt ha organizzato un evento “culturale e rivendicativo insieme all’Unsa e la Cftc, durante il quale è stato proiettato il film “7 Minuti” di Michele Placido.
Force Ouvrière, invece, ha indetto una conferenza stampa dopo il recente cambio di segretario che ha visto Pascal Pavageau prendere il posto del contestato Jean-Claude Mailly.
In realtà , i sindacati francesi per la festa dei lavoratori sono tradizionalmente divisi. L’ultima iniziativa intersindacale comune risale al 2009, quando all’Eliseo c’era Nicolas Sarkozy. In quell’occasione, otto organizzazioni sfilarono fianco a fianco per protestare contro la crisi economica di quel periodo.
Alla base di queste divisioni ci sono le differenti strategie adottate dai sindacati, tra chi preferisce la mobilitazione in strada, come la Cgt, e chi adotta una linea centrata sul dialogo con le istituzioni.
“I sindacati devono parlarsi più spesso. E invece di discutere delle cose che ci differenziano, bisogna vedere cosa ci unisce” ha detto Martinez in un’intervista pubblicata ieri da Libèration.
Secondo il segretario, la protesta si porta avanti “prima di tutto con i lavoratori”, anche se ci possono essere delle “iniziative con i partiti”.
Tuttavia, nonostante il dialogo tra le confederazioni nazionali resti bloccato, le proteste nei vari settori vedono un’intesa maggiore.
Ferrovieri, dipendenti pubblici, pensionati e personale di Air France: la lista delle categorie che in questa settimana incroceranno le braccia è lunga e include le principali organizzazioni. Giovedì e venerdì toccherà ai dipendenti della Sncf, l’azienda nazionale dei trasporti ferroviari, e di Air France, che si fermeranno insieme. La settimana si concluderà il 5 con la “Festa di Macron”, una manifestazione contro le politiche del governo indetta a Parigi da Franà§ois Ruffin, deputato della France Insoumise, partito della sinistra radicale.
E proprio mentre la Francia si prepara ad affrontare un inizio di primavera particolarmente “caldo”, il presidente Macron decide di partire per un viaggio che questa settimana lo vedrà impegnato in Australia e in Nuova Caledonia.
Una scelta che ha fatto ovviamente discutere, interpretata da molti come una “fuga” dalle contestazioni di questi giorni.
“Non ci sono giorni feriali quando si è presidente della Repubblica” ha detto il capo dell’Eliseo a Sidney, definendo il dibattito come “una falsa polemica”. Sebbene la presenza del capo di Stato non avrebbe apportato cambiamenti sostanziali alla situazione visto il suo tradizionale atteggiamento distaccato dalle questioni interne, la mossa ha contribuito ad aumentare l’irritazione dei partner sociali, che a più riprese hanno puntato il dito contro “l’arroganza” del presidente.
Il dialogo sociale sulle ultime riforme, in particolare quelle del lavoro e delle ferrovie, si è svolto in un clima di freddezza, con il governo fermo sulle sue posizioni.
Ma il presidente francese non è l’unico ad aver disertato la capitale in questa giornata. Anche la leader del Front National, Marine Le Pen, ha scelto di allontanarsi da Parigi per celebrare il Primo maggio a Nizza insieme ai suoi alleati europei del Movimento per un’Europa delle nazioni e delle libertà (Menl) per la “Festa delle Nazioni”. All’appuntamento era atteso anche Matteo Salvini, che però ha declinato l’invito all’ultimo minuto, così come Geert Wilders, capo del partito olandese per la libertà (Pvv).
Un duro colpo per la presidente dell’estrema destra francese, che puntava su questo evento per lanciare il suo partito in vista delle elezioni europee de 2019.
Avere al proprio fianco tutti i leader dei principali partiti populisti avrebbe consacrato la presidente del Front National come capofila del movimento all’interno dell’Unione europea.
Al suo ritorno, il presidente Macron si ritroverà in un clima sociale ancora più teso di quello che aveva lasciato alla viglia della sua partenza. Una situazione che però non sembra preoccupato vista la determinazione mostrata dal suo governo in questi ultimi mesi.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 30th, 2018 Riccardo Fucile
ITALIA SEMPRE MAGLIA NERA IN EUROPA
Dopo quattro anni il programma Garanzia Giovani porta al lavoro un iscritto su cinque. 
Il programma europeo rivolto all’universo dei Neet, i ragazzi che non studiano e non lavorano, tra i 15 e i 29 anni, arriverà a breve al quarto giro di boa rispetto all’apertura del portale nazionale — nel 2014 — che consente di iscriversi al Piano e provare così a uscire dai margini del mercato del lavoro.
Ma il bilancio dell’Anpal, l’Agenzia nazionale delle politiche attive, tracciato nel rapporto che Il Sole 24 Ore racconta oggi, parla di oltre un milione e mezzo di iscrizioni (al 31 dicembre 2017) che scendono però a 1,3 milioni se si considerano le cancellazioni.
I “presi in carico” — i giovani che sono stati ricontattati dai servizi per l’impiego — sono ancora di meno, poco più di un milione.
Di questi 547mila sono stati avviati a un intervento di politica attiva e 226mila sui 472mila che hanno concluso il percorso hanno poi trovato un posto di lavoro.
Un lavoro che in quasi un caso su tre (30,5%) è a tempo indeterminato, nel 41% coincide con l’apprendistato, mentre il resto si divide tra tempo determinato (25%) e altre forme residuali (come job on call e contratti di collaborazione).
La maggior parte dei registrati al programma si è persa per strada, visto che su un totale di 1,3 milioni, coloro che hanno con cluso il percorso sono stati, come detto in precedenza, meno di 500mila e chi ha trovato un’occupazione rappresenta il 17,5% dei registrati, quasi uno su cinque.Il rapporto dell’Anpal evidenzia comunque che nel periodo di osservazione il 69,2% dei giovani che ha portato a termine una misura ha avuto una o più esperienze di lavoro che poi si sono, in alcuni casi, interrotte.
(da “NextQuotidiano”)
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