Destra di Popolo.net

“È L’ECONOMIA, CAZZAROLA!”

Marzo 13th, 2011 Riccardo Fucile

TREMONTI, IL PRECARIO DELLA SCUOLA DI “ANNO ZERO” E LO SFOGO FUORI ONDA DOPO LA LEZIONE ALLA LAVAGNA…IL CONFRONTO TRA I RAGAZZI DELLA GENERAZIONE PERDUTA E IL MINISTRO   DELL’ECONOMIA E’ PROSEGUITO DOPO LA FINE DELLA TRASMISSIONE DI SANTORO

Rischi fatali.
Il titolo della puntata di Annozero di giovedì, dedicata alle conseguenze della crisi maghrebina, alla globalizzazione e all’impoverimento dell’occidente, cade a pennello sulla testa di uno degli ospiti, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Per lui il rischio fatale non è stato, durante la trasmissione, il contraddittorio con un redivivo Fausto Bertinotti, il severo Eugenio Scalfari e Ferruccio de Bortoli.
Il rischio è arrivato a fine puntata nella persona di Giacomo Russo, palermitano precario della scuola che ad agosto era finito all’ospedale dopo uno sciopero della fame di 15 giorni contro i tagli all’istruzione.
Russo, ospite di Generazione zero e intervistato da Giulia Innocenzi, a Tremonti non le aveva mandate a dire: “È lei il ministro dell’Istruzione, lo abbiamo capito tutti”.
Le decisioni di Mariastellla Gelmini, insomma, sono una conseguenza delle forbici.
E a proposito di crisi, Russo rincara: “Prima era povero chi non lavorava, oggi anche chi lavora. Produciamo di più, lavoriamo di più e guadagniamo meno”.
E rivolto a Tremonti: “In un paese migliore non ci sarà  posto per i suoi privilegi”. Se Bertinotti, rinvigorito dall’impeto del giovane, dice che la rabbia del 30enne precario è “un’energia per il paese”, il ministro non risponde all’intervento perchè “personale e violento”.
Ma, aggiunge, “in termini meno aggressivi, le risponderei volentieri”.
Il momento è arrivato prima del previsto.
A sipario calato, appena spente le telecamere, il ministro e Russo iniziano il match.
Russo, circondato dagli altri ragazzi della “generazione” perduta, resta sul balcone dello studio.
Tremonti, per mezz’ora, lo guarda dal basso all’alto, appoggiato alla balaustra della scenografia.
“Sono tre anni che protestiamo — esordisce Russo — occupiamo     provveditorati e non vi degnate nemmeno di vederci”.
Russo incalza, non lascia tregua. Tremonti balbetta: “Mi sembra la qualunque di sinistra”.
Russo parla con la foga di chi, finalmente, può rivolgersi a chi in teoria dovrebbe ascoltarlo sempre.
E allora il ministro è in difficoltà : “Posso…?”, gli chiede.
Alla fine Tremonti sbotta, infondendo un insegnamento di vita: “Alla mia età , posso dirlo: non esiste uno che ha tutte le ragioni! Cazzarola! Questo modo di fare è totalmente intollerante: devi capire anche le ragioni degli altri. Devi chiederti cosa è successo in questi vent’anni”.
Interviene un altro ragazzo: “Sì, ma     lei, pensa di aver fatto il massimo?”. Sì.
“In coscienza — si confessa Tremonti — ho fatto tutto quel che potevo”.
Al che, il precario Giacomo si arrabbia sul serio.
“Il centrodestra, negli ultimi 17 anni, ha governato la maggior parte del tempo. La Corte dei conti dice che in Italia la corruzione raggiunge i 65 miliardi di euro. Ma se uno che è al governo non è capace di fare qualcosa! E non dico totalmente, ma almeno di dire: rubate la metà ! Ma mi rendo conto che ho più interesse di lei a risolvere il problema: ho 30 anni, secondo le statistiche devo vivere in questo paese quasi altri 50 anni. Mentre lei vive in un ambiente ovattato e ha più anni di me”.
E Giacomo snocciola i dati sui tagli firmati Gelmini.
Centocinquantamila stabilizzazioni accantonate, sei miliardi in meno in tre anni università  escluse. Tremonti scuote la testa: “No, non è così”.
E Giacomo: “Allora com’è che io sono disoccupato?”.
“Ma tu, da quando sei disoccupato”, gli chiede il ministro.
“Da quando voi siete al governo” risponde il precario.
Al che Tremonti fa per     andarsene borbottando ah, ecco. “Se vuole le porto i contratti di lavoro”.
Tremonti ci ripensa: “Posso parlare?”.
E Russo va avanti, a raffica: “Perchè non mettete il reddito minimo garantito? C’è in Francia, Germania, Spagna”.
Tremonti continua a fare “no, no” con la testa.
Giacomo, quasi impietosito, gli lascia la parola.
“In molti paesi d’Europa non ci sono gli assegni alle famiglie che esistono in Italia — spiega il ministro, illustrando l’amore italico per il focolare domestico — Poi uno può dire: invece di dare l’assegno al genitore, è meglio darlo al figlio. Da noi la scelta è sempre stata di usare la famiglia come ammortizzatore”.
Russo non è per niente convinto: “Allora com’è che vedo ragazzi che, una volta scaduta la disoccupazione, non hanno nessuno che li aiuti?”.
Tremonti è all’angolo. Non gli resta che appellarsi agli usi consolidati: “Non il governo ma la Repubblica italiana ha una spesa sociale enorme.     Puoi dire che deve essere diversa, ma è altissima”.
E anche Russo alza il tiro: “Di vita ne abbiamo una sola. La produttività  ha senso se produce benessere collettivo, ma se produce malessere collettivo, non ha senso. Noi vogliamo la vita. Vogliamo innamorarci! Ha capito cosa intendo?”. Tremonti, ironico: “Vagamente, il monopolio dell’intelligenza ce l’hai tu. Io sono disumano e tu sei umano. Tu sei intelligente, io sono un pirla”.
Prosaicamente, i massimi sistemi sono interrotti da un tecnico : s’è fatta l’ora.
Gli studi devono chiudere.
Tempo scaduto.   Il ministro si è salvato.

Elisa Battistini
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PDL, RISSA CONTINUA SUI NUOVI MINISTRI

Marzo 10th, 2011 Riccardo Fucile

BONAIUTI IN CADUTA LIBERA, MANDATO A MANGIARE IN CUCINA, I RESPONSABILI SGOMITANO PER PRENDERE IL SUO POSTO…PIONATI IN POLE POSITION, SE NON LO ACCOLTELLANO IN NOTTATA…E AUMENTANO I PRETENDENTI ALLE POLTRONE

Se non l’ha detto a nessuno che andava ad operarsi è perchè — ufficialmente — non voleva che le telecamere potessero riprenderlo con il volto livido da pugile suonato.
Ma c’è anche un altro perchè legato a questa ricerca di privacy scelta da Berlusconi riguardo la nuova emergenza di salute che lo ha tenuto sotto i ferri ben 4 ore.
E si chiama Paolo Bonaiuti.
Da settimane, il portavoce del Cavaliere non è più nelle sue grazie.
Non ha più accesso alle segrete stanze.
Non viene più coinvolto nelle riunioni che contano.
Ogni messaggio comunicativo considerato cruciale viene affidato agli avvocati o, piuttosto, al La Russa o al Quagliariello di turno. Ma Bonaiuti no.
Figurarsi, quindi, il gestire una notizia delicata come un intervento chirurgico; l’ultima volta, per un semplice tunnel carpale, combinò un mezzo disastro e dovette intervenire Zangrillo, il medico di corte, a smentire che ci fosse “dell’altro”.
Il tramonto di Bonaiuti, insomma, pare arrivato.
Il segnale che il Caimano gli ha strappato i galloni lo si è avuto quando, nelle conferenze stampa a Palazzo Chigi, lui non siede più alla destra del capo, ma sempre in platea.
“Solo per affetto antico — sussurra una fonte bene informata dell’entourage di Palazzo Grazioli — e dopo aver dimenticato il suo peccato d’origine, l’essere stato presentato da Vittorio Dotti, il Cavaliere non lo ha depennato dall’organigramma, dopo l’ennesimo ritardo…”.
Si narra che “Paolino” Bonaiuti abbia problemi anche con l’orologio.
E che tutti sappiano — Berlusconi compreso — che lui ogni tanto fa finta di esserci in ufficio, ma in realtà  sta dall’altra parte di Roma, all’Eur, a farsi fare poderosi massaggi alla schiena.
Per questo non c’è quando lo si cerca.
Dicono che qualche tempo fa arrivò trafelato a un pranzo a Palazzo Grazioli e che Berlusconi, vedendolo sgattaiolare veloce dalla porta d’ingresso, l’abbia gelato con una battura feroce: “Onorevole, per lei Michele (il cuoco) ha apparecchiato in un’altra stanza”.
Ma è stato sul Ruby-gate che Berlusconi ha avuto la conferma che Bonaiuti non ha nessun controllo sulla stampa e men che meno nessuna influenza.
“Parla solo con quattro, cinque giornalisti di testate amiche — ecco altro veleno da chi, dentro il partito, non lo ama per niente e non sono pochi — e il Cavaliere si lagna che non riesce neanche a gestire le ospitate in Rai; su Ruby, poi, è venuto fuori che proprio non ci sa fare”.
Addio Bonaiuti, allora?
Di certo, le ultime notizie sulle questioni forti, come la giustizia o la Libia, Berlusconi le ha affidate a Ghedini o a Valentino Valentini, ma in realtà  c’è già  qualcuno che è pronto a prendere il posto di portavoce, anche per “rimettere un po’ d’ordine nello studio di Palazzo Grazioli — dice sempre la stessa fonte Pdl — da dove si fa il Mattinale, che non serve più a niente”.
In pole position c’è Francesco Pionati, che il Cavaliere “pagherebbe” così invece che con un sottosegretariato nell’ambito del prossimo, imminente rimpasto.
Ma in lista ci sono anche Laura Ravetto, Daniela Santanchè e Beatrice Lorenzin che nelle ultime ospitate tv, nonostante l’apparecchio ai denti, ha dato prova di grande grinta.
L’ultima parola, comunque, sarà  del Cavaliere.
Mario Pepe, l’Attalì del Pdl, ha spifferato le ultime sulle prossime nomine. Massimo Calearo, dal Pd al governo come viceministro dello Sviluppo economico e delega per il Commercio estero, Aurelio Misiti dell’Mpa a sottosegretario per le Infrastrutture, Saverio Romano all’Agricoltura e Galan ai Beni culturali.
Dove sarebbe voluto andare proprio Paolo Bonaiuti, ma pare che per lui — nonostante quanto ha lui stesso suggerito ai giornali amici — non ci sarà  proprio nessuna promozione governativa, anzi.
Persino il ministero delle Politiche comunitarie, che qualcuno aveva ventilato potesse essergli assegnato in subordine, il Cavaliere lo terrebbe caldo addirittura per Andrea Ronchi, qualora decidesse di lasciare Fini.
Eppoi, ancora, toccherà  un sottosegretariato sicuro a Domenico Scilipoti, a Catia Polidori e a Mariagrazia Siliquini, che punta alla Giustizia.
Il tutto, ovviamente, gestito dal Cavaliere in prima persona con pochi, pochissimi fedelissimi, al punto da far dire a D’Alema di vederlo “arroccato a Palazzo Chigi con i suoi mercenari che da noi, Paese fantasioso, sono chiamati ‘responsabili’”. In questo stretto inner circle, però, Paolo Bonaiuti non è più il primo degli ospiti graditi.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SALASSO DA 3 MILIARDI: COSI’ L’IMPOSTA COMUNALE COLPIRA’ LE IMPRESE, LOMBARDIA IN TESTA

Marzo 1st, 2011 Riccardo Fucile

LE PROIEZIONI DI CONFARTIGIANATO DIMOSTRANO CHE IL FEDERALISMO PORTERA’ PIU’ TASSE: LE AZIENDE DOVRANNO PAGARE 812 MILIONI DI EURO IN PIU’… SE I COMUNI SCEGLIERANNO L’ALIQUOTA MASSIMA SI ARRIVERA’ A 3 MILIARDI DI ESBORSO, IN LOMBARDIA 507 EURO A IMMOBILE

I ministri Calderoli e Tremonti continuano ad assicurare che con il federalismo municipale il fisco sarà  più leggero, ma dalle proiezioni di Confartigianato emerge esattamente l’opposto: le imprese si ritroveranno a pagare in totale 812 milioni in più l’anno con il passaggio dall’Ici all’Imu (+17%).
E se i Comuni scegliessero l’aliquota massima, il 10,6 per mille, si arriverebbe a tre miliardi, che per il singolo immobile si tradurrebbero in un salasso di 507 euro (è il record stabilito dalla Lombardia).
“Così altro che scossa all’economia”, commenta il segretario generale di Confartigianato Cesare Fumagalli.
A subire le peggiori conseguenze del passaggio dall’attuale aliquota Ici, pari in media al 6,49 per mille, all’Imu (imposta municipale unica, entrerà  in vigore nel 2014 in base al decreto sul federalismo), che avrà  l’aliquota base del 7,6 per mille, saranno gli imprenditori delle Regioni che hanno scelto una tassazione più moderata.
E’ il caso della Valle d’Aosta, che avrà  un incremento del gettito del 73,5% applicando l’aliquota base dell’Imu.
Seguono la Sardegna (+29,1%) e il Friuli Venezia Giulia (+24,7%).
Arriva poi la Lombardia, Regione con altissima concentrazione di imprese e partite Iva, e quindi di immobili strumentali (categoria catastale che comprende uffici, studi, negozi, magazzini, laboratori, opifici, alberghi e pensioni, teatri, cinematografi, sale da concerti, fabbricati industriali e commerciali).
Con l’attuale Ici la Lombardia ha incassato nel 2009 960 milioni; con l’Imu arriverebbe a 1180 milioni con l’aliquota base (+22,9%) e a 1646 con quella massima del 10,6 per mille (+71,4%).
Significa un aggravio di 163 euro per immobile nel primo caso, e di 507 euro nel secondo.
L’incremento medio per unità  immobiliare è pari a 87 euro, ma nel caso dell’aliquota massima diventa di 322 euro.
Anche nel caso in cui il passaggio fosse più morbido, perchè si tratta di Regioni che hanno optato per un’aliquota Ici già  mediamente alta, l’aggravio sarebbe enorme.
Le variazioni più contenute si registrano in Toscana (+12,4%), Emilia Romagna e Marche (+12%), Liguria (+11,7%), Umbria (+11,5%) e Lazio (+11,4%).
Ma anche nel caso del Lazio l’Imu peserà  molto sulle imprese: si pagheranno 66 euro in più per immobile nel caso dell’aliquota base, 318 con l’aliquota massima.
C’è un’altra ipotesi, che Confartigianato non trascura, per amore di equilibrio. Il decreto prevede che i Comuni possano anche ridurre l’aliquota base del 3 per mille, oltre che aumentarla.
In questo caso, naturalmente, si registrerebbero delle riduzioni generalizzate rispetto all’attuale Ici: il gettito generale si ridurrebbe di 1389 milioni (-29,2%, 149 euro in meno per immobile) nella media di 19 Regioni (lo studio non considera le province autonome di Trento e Bolzano perchè non sono comprese nelle statistiche dell’Agenzia del Territorio).
Ma non è realistico aspettarselo, considerato il peso per i Comuni dell’esenzione dall’Imu per gli enti ecclesiastici e dell’abolizione di alcune imposte locali.

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I COMMENTI DEI LIBICI SU INTERNET AL DISCORSO DELIRANTE DI GHEDDAFI

Febbraio 24th, 2011 Riccardo Fucile

DA “VOCI GLOBALI” LE REAZIONI DEI LIBICI ALLE MINACCE DEL DITTATORE LIBICO…”E’ MATTO DA LEGARE”…”QUALCUNO PUO’ MICA LANCIARGLI UN MISSILE CONTRO E LIBERARCI DA QUESTA MISERIA?”… “ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO: FERMIAMO LO PSICOTICO”

Nella serata di martedì 22 febbraio, il dittatore libico Muhammed Al Gheddafi ha da poco terminato il suo discorso alla Tv di Stato.
Un intervento furioso in cui ha rivolto avvertimenti e minacce a tutti coloro, sostenitori inclusi, che in questi giorni stanno portando avanti manifestazioni anti-governative.
La Libia rischia di finire come l’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia – questo l’avvertimento lanciato dal dittatore libico.
Gheddafi ha incoraggiato poi i cittadini ad uscire, domani, dalle proprie case per cacciar via i “terroristi” e consegnarli alle forze di sicurezza affinchè vengano “puniti con la morte”.
Ha aggiunto di essere pronto a lottare fino “all’ultima goccia di sangue” e ha continuato elencando con ampiezza di dettagli ogni singola cosa che avrebbe punito con la morte, incluso lavorare per un’Organizzazione internazionale, usare violenza contro le forze governative o minacciare l’unità  del Paese.
Tale discorso delirante e, sembrerebbe improvvisato a braccio, è stato seguito da libici, arabi e in ogni parte del mondo.
In molti hanno colto e rilanciato immediatamente su Twitter il sarcasmo e il ridicolo derivante da certe espressioni del dittatore libico, pur non dimenticando le tragiche uccisioni e l’instabilità  che vanno caratterizzando il Paese.
Gheddafi ha giustificato la brutale repressione contro le proteste degli ultimi giorni, elencando altri momenti nella storia, portando esempi di governi che hanno ucciso i manifestanti e affermando cose del tipo: “L’unità  della Cina era più importante della gente a piazza Tienamen.”
Domani – ha poi detto – i giovani (non quelli “drogati”) dovrebbero costituire dei comitati per difendere la sua rivoluzione. “Voi siete più di loro”, ha aggiunto.
Mentre, in attesa dell’intervento, il popolo di Twitter aveva già  caratterizzato in maniera umoristica il motivo per cui il leader libico ritardasse il tanto anticipato discorso, ecco di un’ampia raccolta di ‘tweet’ diffusi man mano durante il discorso stesso.

@acarvin: Gheddafi: i giovani sono stati presi di forza dalle famiglie e gli sono stati dati allucinogeni. La punizione colpirà  chi glieli ha forniti.
@rania_hafez: Gheddafi: coloro che si oppongono alle autorità  libiche, puntano le armi contro altri libici, saranno puniti con la morte secondo la legge libica.
@habibh: Gheddafi sta minacciando il suo popolo in tv con sentenze di morte.
@kimo79: Il più grande servizio che Gheddafi sta facendo con il suo discorso spazzatura è quello di unificare sempre di più la rivoluzione in Libia.
@blakehounshell: da dove sta leggendo?
@themoornextdoor: Sta leggendo da un libro con le pagine bianche: lo scrive man mano che parla.
@Edsetiadi:Questo pazzo sta cominciando a leggere dal suo libro verde: cavoli, si prospetta lunga…
@timrylands: Gheddafi sta recitando la parte del mio pazzo maestro d’arte mentre correggeva il mio quaderno di schizzi
@Ssirgany: Ha cambiato occhiali per leggere dal libro verde.
@iandstone: Gheddafi delirante. “Dove sono i topi e i roditori?” “Attaccare la stazione di polizia come i topi?” Questo ragazzo ha bisogno di Rentokill.
@tololy: Gheddafi: “Se le cose raggiungono un livello che richiede l’uso della forza, noi la useremo in conformità  al diritto internazionale e alla Costituzione libica”.
@Raafatology: Gheddafi dice, “Gheddafi è la Gloria” Non sto scherzando, l’ha appena detto.
@rania_hafez: Gheddafi chiede a coloro che lo amano di uscire e proteggere il Paese da quelle bande di drogati per strada ora!!
@avinunu: Gheddafi: “Tutte i paesi e le città  che amano Muammar Gheddafi devono scendere in strada”.
@acarvin: Gheddafi: Con la proprietà  del petrolio tornata di nuovo al popolo, uscite dalle vostre case, mettete al sicuro le strade, liberatele dai grassi ratti.
@nour_odeh: Gheddafi: il mondo sta ridendo di voi [ribelli]. Le persone devono formare nuove municipalità , commissioni popolari come ha detto Saif.
@ChangeInLibya: Sta bestemmiando contro la gente, quelli che “lo sostengono”, “nella piazza verde” …
@acarvin: Gheddafi: c’è il consenso del popolo libico. Negli ospedali, uffici, aziende agricole, ovunque.
@Dima_Khatib: Gheddafi: c’è qualche ragazzo che prova ad imitare quanto è successo in Tunisia ed Egitto.
@avinunu: Gheddafi nega di avere in mano tutto il potere e dice di averlo consegnato al popolo libico nel 1977.
@draddee: Gheddafi: Noi siamo quelli che hanno combattuto gli Stati Uniti e il Regno Unito sul nostro suolo, e abbiamo detto che saremmo morti se non lo avessimo liberato. Dove eravate voi?
@acarvin: Gheddafi: in ospedale, nessuno ha osato cambiarsi nome. Dove eravate voi mercenari? Chi ha avuto il coraggio di fare queste cose?
@avinunu: Gheddafi ha anche affermato che tutti coloro che erano stati uccisi erano dei poliziotti.
@TravellerW: Ma i dittatori non si stancano mai di “incolpare gli stranieri”?
@JNovak_Yemen: il pazzo esorta la gente a scendere in strada per combattere i manifestanti, prendendo una pagina da AliSaleh.
@Ssirgany: Ha chiaramente esortato alla guerra civile, dicendo ai suoi sostenitori a scendere in piazza
@evanchill: La TV di Stato libica cerca qualche folla “pro-Gheddafi”, ma devono andare su uno schermo senza data e senza luogo per trovarla.
@sate3: Chiaramente questo è un discorso delirante di sfida e di rabbia da parte di un dittatore frustrato e impotente.
@Arabista: È davvero matto da legare!!!
@artate: nel riflesso delle lenti di Gheddafi si può vedere che non c’è nessuno davanti a lui, giusto? …
@ChangeInLibya: Sono io che non capisco o cosa? Se sta insultando i nostri nonni per non aver combattuto gli americani .. ciò non vuol dire essere egiziani e tunisini?
@blakehounshell: Incredibile come sia profonda la retorica che riguarda l’anti-americanismo ora.
@sate3: Ecco cosa si vede dall’edificio dove Gheddafi sta tenendo il suo discorso
@alexlobov: Qualcuno può mica lanciargli un missile contro e tirarci tutti fuori da questa miseria?
@ceoDanya: Gheddafi è uno psicolabile.
@Cyrenaican: Non abbiamo paura di te, non siamo mai stato il tuo popolo.
@ceoDanya: Abbiamo bisogno di aiuto! Gente, fermiamo lo psicotico!!!
@lisang: Penso che questi dittatori seguano un copione comune. Media stranieri cattivi, negativi influssi stranieri, ho versato il mio sangue per questo paese, è l’ora delle riforme.
@tomgara: Guardate, americani, quest’edificio è già  stato ammorbidito da Reagan. Non dovrebbe essere troppo difficile finire il lavoro. I migliori programmi TV in diretta non finiscono mai
@algergawi: I discorsi di Gheddafi in arabo andrebbero anche trascritti in arabo.
@Mustafa_Qadri: “Non è vero, è stato Michael Jackson a copiarmi la divisa da colonnello”, ha detto Gheddafi. “Il guanto bianco era una mia idea!”
@TravellerW: Un tema frequente nei discorsi dei dittatori è che i manifestanti sono “bambini/ragazzi/malconsigliati / etc”, allo scopo di screditare gli avversari.
@AfriNomad: Questo vale come discorso n.2 or n.3? E come mai Gheddafi ha un fascino per ratti e allucinogeni?
@lioncub4justice: Notizia dell’ultim’ora: Gheddafi è pazzo.
@warrenellis: Il discorso di Gheddafi sembra ridusi a “Tutti fanno uso di droga tranne me. E io sono anche Batman.”

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L’ALTRA ITALIA, LA GUERRA DI PIERO PER IL PANE QUOTIDIANO: LA POVERTA’ “NORMALE” DI UN PENSIONATO MILANESE

Febbraio 17th, 2011 Riccardo Fucile

OTTOCENTO EURO AL MESE CHE, PAGATO L’AFFITTO, DIVENTANO 350… LA STORIA DI PIERO, UNO DEI TANTI: CUOCO IN PENSIONE COSTRETTO ALLA FILA ALLA DISTRIBUZIONE DI CIBO… PERCHE’ LA POLITICA A QUESTA ITALIA NON PENSA MAI?

“Di solito prendo   frutta, verdura e a volte del vestiario” dice Piero.
“Oggi ho preso del pane, del cioccolato, una camicia e un paio di calzoni”. Intorno a lui rumeni, arabi, albanesi e qualche italiano.
Gli immigrati nascondono la faccia perchè non tutti hanno il permesso di soggiorno, gli italiani perchè si vergognano.
Piero invece parla senza problemi, quasi fosse il portavoce di quella povertà  disciplinata che ogni mattina si mette in coda fra comitati di piccioni che si contendono le briciole di pane cadute dai sacchetti.
“Perchè dovrei vergognarmi…?, dice “io sono passato dal benessere alla povertà . Guadagnavo circa 2.500 euro e sono andato in pensione con un terzo dello stipendio e con quelli ci devo bere, mangiare, pagare l’affitto e le spese di condominio. Non ho vizi. Non fumo, non vado al bar e non compro neppure quotidiani. Leggo quelli gratuiti”.
Lo slogan “La crisi è alle nostre spalle” per Piero ha un significato letterale: alle sue spalle le vittime della crisi si moltiplicano di giorno in giorno.
“Dieci anni fa eravamo qualche centinaio, dice, oggi siamo oltre 1000, che diventano 4000 il sabato e la domenica. Se viene un fotografo o una telecamere tutti si nascondono”.
Nel senso che sono aumentati gli italiani…?.
“Sì, risponde. Soprattutto gli anziani”.
Gli chiedo quanto tempo resti da “Pane quotidiano”, mi dice “un’oretta volentieri” ma che le prime volte si vergognava “perchè molta gente mi conosceva. Anche se nessuno mi ha mai aiutato”.
Il monolocale di Piero dista meno di due chilometri dai banchi di “Pane quotidiano”.
Sulle pareti sono appese le foto di quando era un marito felice e un cuoco stimato con uno stipendio dignitoso mentre tre spade da samurai made in China alludono più a una sconfitta che a una battaglia.
Dopo la separazione, Piero ha lasciato la casa alla moglie e al figlio (che ormai è un     adulto) ed è andato a vivere in affitto, cioè in uno spazio di 25 metri quadrati ma i suoi rapporti con i familiari evocano i racconti di Carver. Gli chiedo cosa dica sua moglie del fatto che vada alle distribuzioni di cibo. “Ognuno sta sulle sue”, risponde.
Non le ha mai detto vieni a mangiare da me…?.
“No”.
Ma non le dispiace della sua situazione…?.
“Non gliel’ho mai chiesto, dice Piero. Sa, quando sono andato in pensione mi ha detto: neanche un lavapiatti ha una pensione così”.
E suo figlio…?. “Non gliene frega niente. Lui fa la sua vita”…
Alle pareti sono appese alcune bacheche piene di nodi da marinaio, scorsoi come l’indigenza e indissolubili come il rimpianto.
E poi ci sono le foto di Marilyn Monroe e un’overdose di “vita spericolata” affidata a film e telefilm: tutti dvd gratuiti allegati ai giornali.
“Non ho abbastanza soldi per comprarli o noleggiarli. Non ho abbastanza soldi per andare al cinema o a teatro e ho rinunciato anche a bere un aperitivo con i vecchi amici. Pagavano sempre loro e quando arrivava il mio turno non potevo mai farlo”.
La povertà , a poco poco, ha rinchiuso la vita di Piero in una prigione di 25 metri quadrati.
“Tutta la mia vita è qui, dice, mi alterno fra il mangiare e il dormire”.
Quando la storia di Piero è stata trasmessa da Mattino 5, Massimo Verdi, un dirigente della Lavazza che sta al Cairo, mi ha telefonato.
“Stiamo cercando dei cuochi per un ristorante italiano che stiamo aprendo qui. La storia di Piero mi ha colpito e penso che qui potrebbe ritrovare il suo lavoro e un buon stipendio”.
“Troppo tardi, mi ha risposto Piero, sono troppo vecchio e un problema di salute mi impedisce di allontanarmi da Milano. Dieci anni fa sarei partito subito”.
Oggi Verdi è ancora al Cairo e Piero è ancora nel suo monolocale.
Su Internet trovo un vecchio articolo del Corriere della Sera che parla del ristorante “Da Pietro La Rena” segnalando “Una trattoria simpatica, semplice, cordiale. La cucina è tutta nelle mani di Piero Vinarozzi che del pesce è autentico maestro”.
L’articolo è stato scritto nel 1995, quando le code per il pane erano immagini dei paesi dell’Est…

Mimmo Lombezzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IMMIGRAZIONE: MILIARDI A GHEDDAFI E UE ESCLUSA, COSI’ IL PIANO ITALIANO HA FATTO FLOP

Febbraio 15th, 2011 Riccardo Fucile

GLI SBARCHI SONO INIZIATI A GENNAIO, IL GOVERNO HA AGITO TARDI E MALE…SI E’ PUNTATO TUTTO SUL CORRIDOIO LIBICO, TRALASCIANDO LE ALTRE VIE DI ACCESSO

È la tempesta perfetta.
L’onda migratoria è pronta ad abbattersi sulle coste italiane.
Gli ingredienti? Disoccupazione crescente, popolazioni giovani, crisi politiche.
Il risultato? Oltre un milione di nordafricani guardano oggi al di là  del mare.
E “l’esodo biblico”, di cui parla il ministro dell’Interno Roberto Maroni, rischia di affondare per sempre le politiche migratorie del governo.
“L’idea di puntare tutto sull’accordo con la Libia si è rivelata miope – attacca Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati – ci si è limitati a tappare il buco del Mediterraneo centrale, senza badare agli altri buchi che si andavano aprendo: primo, quello via terra, sulla direttrice Turchia-Grecia; secondo, quello ora in partenza dalla Tunisia. È prevedibile che i rifugiati provenienti dal Corno d’Africa e dall’Africa subsahariana usino adesso la breccia aperta in Tunisia per raggiungere l’Italia. Il governo ha sottovalutato il problema, che era già  prevedibile nel mese di gennaio, quando gli sbarchi dei tunisini sono cominciati ad aumentare. Non solo. Ha anche tardato ad aprire il centro d’accoglienza di Lampedusa e a coinvolgere l’Europa”.
Il Trattato con la Libia, che prevede tra l’altro la cessione di 6 unità  navali della Guardia di Finanza alle autorità  libiche, è molto oneroso.
Ed è strettamente legato all’accordo per la chiusura del contenzioso coloniale, che prevede investimenti da parte dell’Italia in infrastrutture per circa 3,4 miliardi di euro.
“Il terremoto politico del Nord Africa – sostiene Gian Carlo Blangiardo, docente di demografia alla Bicocca di Milano e collaboratore della fondazione Ismu – rischia di far saltare tutte le previsioni sui flussi migratori”.
La fondazione Ismu ha, infatti, stimato che da qui al 2030, anche in assenza di particolari crisi politiche nei Paesi d’origine, circa 900mila nuovi immigrati arriveranno in Italia, provenendo da cinque Stati africani.
Quali? Marocco (444.642 nuovi residenti), Egitto (123.569), Senegal (122.780), Nigeria (108.614), Tunisia (71.897).
Già  oggi questi cinque Paesi incidono sui residenti africani totali in Italia per ben il 79,3%.
“Tutti i fattori sociologici, economici e politici che spingono a emigrare restano forti – conferma Lorenzo Coslovi, ricercatore del Cespi (Centro studi politica internazionale) – il rafforzamento dei controlli, compresa la discutibile politica dei respingimenti in mare, ha finora frenato i flussi”.
E oggi? “Se saltano i controlli alle frontiere tutto può succedere, ma attenti agli allarmismi: i viaggi restano cari e rischiosi, non tutti sono disposti a imbarcarsi”.
E qual è il giro d’affari legato a questa nuova ondata migratoria?
Dalle indicazioni dell’intelligence emerge una sorta di “tariffario” per il trasferimento illegale di migranti. L’Aisi (ex Sisde) ha segnalato che “per la direttrice nordafricana il corrispettivo preteso dai trafficanti oscillerebbe tra un minimo di 1000/1200 dollari a un massimo di 4000/5000, con la possibilità  di frazionare l’importo versando ai gestori delle diverse fasi del percorso le provvigioni per le rispettive tratte”.

Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)

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FECCIA LEGHISTA: “LA BAMBINA NON FATELA MANGIARE”

Febbraio 4th, 2011 Riccardo Fucile

LE MAESTRE SI PRIVANO A TURNO DI UN PRANZO ALLA SETTIMANA PER UN BIMBA AFRICANA A TEMPO PIENO…IL SINDACO LEGHISTA DI FOSSALTA DI PIAVE DICE “NO, SAREBBE UN DANNO ERARIALE PER IL COMUNE”… PER LA LEGA “CRISTIANA”   LA BIMBA DOVREBBE MORIRE DI FAME… INSORGE LA POPOLAZIONE CONTRO IL SINDACO RAZZISTA

In fondo la storia è molto semplice: una bambina di quattro anni lasciata senza pasto, nella mensa del suo asilo, e rimandata a casa per volontà  di un sindaco.
In fondo questa è una nuova, piccola, storia feroce, una storia di uomini coraggiosi che si mettono a fare la guerra ai bambini.
Ed è una di quelle facili guerre con cui alcuni amministratori della Lega provano a stravolgere la faccia bella del nord e a macchiare la generosità  dei veneti con il pretesto della buona amministrazione.
Sarebbe forse una “Nuova Adro” – questa storia – se a Fossalta di Piave la solidarietà  dei genitori (che sono andati a protestare in istituto), delle insegnanti e dei collaboratori scolastici non si fosse opposta alle decisioni del sindaco e della direttrice scolastica.
E sarebbe una storia sicuramente incredibile se a raccontarla non fossero le testimonianze dei genitori, le carte bollate e persino le parole dei diretti interessati.
Ecco che cosa è successo.
Nella Scuola dell’Infanzia “Il Flauto Magico” di Fossalta di Piave (che fa parte dell’Istituto comprensivo di Meolo) — una deliziosa scuola con i giochi fuori e cinque maestre bravissime – c’è una bambina di origine africana (la chiameremo Speranza, anche se questo non è il suo nome).
Speranza ha una famiglia povera ma felice.
Il padre operaio, la madre che si prende cura dei figli: lui lavora nelle industrie della zona, il pane non manca.
Speranza ha quattro fratellini: due più piccoli di lei, due più grandi, già  alle elementari.
Quando entra in età  scolare non riesce a iscriversi a scuola, perchè non trova posto: l’istituto può accogliere solo cinquanta bambini.
Quest’anno la mamma di Speranza (che chiameremo Maria, anche se questo non è il suo nome) fa in tempo a ricevere una buona notizia e un colpo durissimo.
La buona notizia è che Speranza potrà  finalmente entrare a scuola perchè c’è posto per lei.
Accede al tempo pieno, impara subito l’Italiano, si integra, aiuta la propria famiglia — e la madre che si esprime con pochissimi vocaboli e i verbi all’infinito – a inserirsi nella comunità  fossaltina.
Ma poi arriva anche il colpo: il papà  di Speranza, dopo aver perso il suo lavoro e non essere riuscito a trovarne uno nuovo, sceglie di emigrare in Belgio, dove gli hanno promesso un impiego certo.
Lo fa, e la piccola famiglia straniera inizia a vacillare. Era lui che si esprimeva in un italiano corrente, lui che teneva i rapporti con gli altri genitori.
Maria resta sola: i soldi che arrivano dal Belgio sono pochissimi rispetto alle necessità  di cinque bambini.
I bimbi delle elementari hanno la refezione e il tempo pieno, ma Speranza, nella sua nuova classe, (anche se con la tariffa agevolata) deve pagare comunque cinquanta euro al mese.
Se devi stringere la cinghia sono comunque tanti soldi.
E così Maria si rivolge ai servizi sociali del comune, che le rispondono di non poter intervenire per aiutarla.
Nel frattempo (solo una settimana fa), le maestre della scuola escogitano una soluzione: ognuna di loro rinuncerà  una volta a settimana al pranzo a cui ha diritto (sul posto di lavoro) e lo cederà  alla bambina.
E’ un gesto di solidarietà  pragmatico, discreto.
Aderiscono anche le due collaboratrici scolastiche, è d’accordo l’insegnante di religione che viene una volta a settimana.
In un istituto in cui si servono 60 pasti e in cui mangiano 50 bambini, in realtà , le pietanze che ogni giorno avanzano basterebbero (e avanzerebbero) per tutti.
Ma le maestre vogliono che non ci siano irregolarità  e così si arrangiano: un giorno una di loro torna prima, un giorno un’altra si porta un panino, un altro ancora un’altra salta il pasto e dice scherzando che le farà  bene alla linea.
Ma qui finisce il lato bello della storia e inizia la commedia surreale e grottesca.
Il sindaco leghista Massimo Sensini (che è stato informato dai servizi sociali e dalla direttrice) viene a sapere della soluzione che è stata trovata e va su tutte le furie.
Convoca la direttrice del comprensorio, Simonetta Murri e le spiega che “è responsabile di una gravissima irregolarità ”.
Prende carta e penna e scrive di suo pugno una lettera in cui si leggono frasi come questa: “Si sottolinea che il personale (della scuola, ndr.) non può cedere il proprio pasto senza incorrere in un danno erariale per il comune di Fossalta di Piave”.
Insomma, per l’amministratore Sensini, le maestre che si privano del pasto per far mangiare una bambina di quattro anni, sono paragonabili a dei ladri che sottraggono al Comune beni di pubblica utilità .
La direttrice sottoscrive la decisione, e a sua volta stila un ordine di servizio il cui senso è: “Se questo atteggiamento si ripeterà  le responsabili saranno denunciate al provveditorato”.
Con questa procedura le maestre rischiano provvedimenti disciplinari e la sospensione dall’insegnamento. E infatti non vogliono parlare.
Maria viene informata che deve presentarsi a prendere Speranza alle 12.00 e non più alle 16.00. La bimba è costretta a saltare il tempo pieno e a separarsi dai suoi compagni di scuola.
Maria fa quel che le è stato detto e, due giorni fa, la bimba scoppia a piangere in classe quando la madre la prende per portarla a casa.
Ieri i genitori hanno chiesto un incontro alla direttrice dell’istituto per pregarla di risolvere la situazione.
Ma l’interessata spiega: “Purtroppo condivido il richiamo che ci ha fatto il sindaco”.
Le domandi come giudichi la sua lettera e lei ti risponde: “L’ho trovata ironica. E utile”. Ma in che senso? La Murri fa un esempio: “Se lei ha una casa del comune non la può subaffittare a dei terzi, capisce? E’ un reato. Se lei ha diritto ad un pasto della mensa non lo può dare a chi passa”.
Provi a suggerire alla direttrice che la bambina non è una persona “che passa”.
La Murri non accetta l’idea: “Ma vede, questo è un principio: quella soluzione era grave e dannosa. Se tutti volessero il pasto gratis noi cosa potremmo fare?”.
Le chiedi se abbia ricevuto altre richieste: “Per ora no. Ma non potrebbero arrivare in tanti, siamo in tempi di crisi”.
Provi a domandare se pensa che il fatto che la bimba sia extracomunitaria abbia prodotto la decisione dell’amministratore: “Penso proprio di no. Anzi, questa vicenda è la migliore garanzia della buona fede del sindaco: la bimba viene trattata come verrebbe trattato qualsiasi italiano”.
Resti ancora incredulo, e cerchi il sindaco Sensini, classe 1951.
Lo cerchi quattro volte, in comune, ti dicono che arriva alle 17.00.
Ma lui non risponde e non richiama. Peccato.
In fondo, questa è una storia semplice, una piccola storia di ordinaria ferocia. Ma la parola fine — per fortuna – non è stata ancora scritta.

Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IMMIGRATI: SETTE ITALIANI SU DIECI RITENGONO I LAVORATORI STRANIERI INDISPENSABILI PER LA NOSTRA ECONOMIA

Febbraio 4th, 2011 Riccardo Fucile

UN SONDAGGIO RIVELA CHE SONO SEMPRE PIU’ ACCETTATI: IL 52% DEGLI ITALIANI E’ FAVOREVOLE A CONCEDERGLI IL DIRITTO DI VOTO…IN ITALIA SI CREDE CHE SIANO IL 25% DELLA POPOLAZIONE, INVECE RAGGIUNGONO SOLO IL 7%

Un Paese senza immigrati?
Impossibile: oltre sette italiani su dieci ritengono i lavoratori stranieri indispensabili alla nostra economia.
Non solo.
Il 52% è favorevole a concedergli il diritto di voto amministrativo.
E i reati?
Oltre la metà  degli italiani crede che anche l’immigrazione legale aumenti il numero di crimini commessi nel Paese.
A misurare gli orientamenti dell’opinione pubblica italiana è il terzo rapporto “Transatlantic Trends: Immigration” curato, tra gli altri, dal German Marshall Fund of the United States e dalla Compagnia di San Paolo.
La lunga indagine fotografa le opinioni dei cittadini di Stati Uniti, Canada e di alcuni Paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Spagna, Olanda) sulla questione immigrazione.
Cosa emerge?
Rispetto al 2009, cala in tutti i Paesi (con la sola eccezione del Canada) il numero delle persone che considera l’immigrazione più un problema che un’opportunità : il 52% negli Stati Uniti (nel 2009 era il 54%) e il 45% in Italia (l’anno prima era il 49%).
La percentuale sale tra chi si dichiara politicamente di destra.
E ancora: in tutti gli Stati monitorati, i cittadini sovrastimano il numero dei migranti residenti (gli italiani credono che siano il 25% della popolazione, ben lontani dal 7% del dato reale).
Per quanto riguarda il nostro Paese, anche quest’anno il rapporto mette in evidenza le molte contraddizioni del caso-Italia.
Il 56% degli italiani ritiene infatti che anche gli immigrati in regola contribuiscano a far crescere la criminalità  (l’anno precedente tale percentuale si fermava a quota 34%).
Ciò detto, stupisce che ben il 52% degli intervistati (uno dei dati più alti tra i Paesi monitorati) è a favore del diritto di voto amministrativo agli immigrati regolari e il 69% (il dato record in Europa) non crede che i lavoratori stranieri tolgano lavoro agli italiani.
Di più: ben il 76% ritiene che gli immigrati coprano i posti con carenza cronica di manodopera.
Non è tutto. In base al sondaggio, il 37% degli italiani crede che i musulmani siano ben integrati.
E il 47% ritiene che l’immigrazione sia una questione da gestire a livello europeo e non più solo nazionale.

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ROGO DI PRIMAVALLE: LA VERGOGNA DI TRE ASSASSINI LIBERI, IMPUNITI E PREMIATI

Gennaio 17th, 2011 Riccardo Fucile

STORIA DI UNA GIUSTIZIA NEGATA: TRE EX MILITANTI DI POTERE OPERAIO, NONOSTANTE UNA CONDANNA A 18 ANNI PER LA MORTE DEI FRATELLI MATTEI, SONO LIBERI E NON HANNO SCONTATO NEANCHE UNA PARTE DELLA PENA…QUANDO MORAVIA E ALTRI INTELLETTUALI DI SINISTRA FESTEGGIARONO LA LORO ASSOLUZIONE IN PRIMO GRADO, DOPO UNA CAMPAGNA MEDIATICA CHE VOLEVA AVVALORARE LA TESI DI UNA FAIDA INTERNA AL MSI…LA BEFFA: “REATO PRESCRITTO PER MANCATA ESECUZIONE DELLA CONDANNA”

Tre ex militanti di Potere operaio liberi e impuniti nonostante una condanna a 18 anni di carcere per la morte dei fratelli Virgilio (22 anni) e Stefano Mattei (10), figli del segretario missino Mario Mattei: il processo per il rogo di Primavalle (Roma, 16 aprile 1973), che oggi torna a galla con l’interrogatorio di Achille Lollo, è una storia di giustizia negata.
Lollo ha scontato due anni carcerazione preventiva (18 aprile 1973- 5 giugno 1975), poi è scappato.
Manlio Grillo e Marino Clavo nemmeno un giorno: quando arrivò la sentenza   definitiva — il 13 ottobre 1987 — quattordici anni dopo i fatti (quattordici!) gli anni Settanta erano archeologia e i tre colpevoli s’erano ricostruite altre vite: Lollo editore in Brasile, Grillo in Nicaragua, dove ha insegnato ai figli del comandante Daniel Ortega, di Clavo si sono smarrite le tracce: forse vive in Spagna.
Il magistrato che aveva capito tutto dall’inizio — il giudice istruttore Francesco Amato: al processo di primo grado chiese l’ergastolo — venne denigrato da una campagna di stampa feroce a cui non furono estranei molti intellettuali.
Alberto Moravia, Dario Bellezza, Ruggero Guarini festeggiarono l’assoluzione di Lollo, (per insufficienza di prove, estate 1975), nella villa dei suoi genitori a Fregene.
Una campagna mediatica tutta giocata sulla pista interna alla sezione del Msi, quando i vertici di Potere operaio sapevano benissimo chi erano gli autori, come ricorda Valerio Morucci in una sinistra pagina di Ritratto di un terrorista da giovane (Edizioni Piemme): il futuro brigatista rintracciò Marino Clavo sulle colline di Firenze e gli fece sputare “tutta la storia” minacciandolo con la Walther PPK.
E Lanfranco Pace, oggi firma del Foglio, in una drammatica testimonianza ad Aldo Grandi in La generazione degli anni perduti (Einaudi): “Fummo costretti ad assumerne la difesa nonostante la loro colpevolezza e così montammo una controinchiesta che ebbe l’effetto di farli assolvere in primo grado. Non c’erano alternative. Se fossimo stati dei veri rivoluzionari avremmo dovuto ucciderli e farli ritrovare magari su qualche spiaggia deserta”.
Articoli di giornale (in prima fila Il Messaggero), pamphlet, ma anche assedi al tribunale: è durante uno di questi scontri, il giorno della quarta udienza — il 28 febbraio 1975 — che muore lo studente di destra greco Mikis Mantakas.
Uno dei due colpevoli, Alvaro Lojacono, venne condannato a 16 anni di carcere: mai scontati.
È in Svizzera.
Dopo l’assoluzione i Mattei vivono anni amarissimi, di solitudine politica e personale.
La vicenda processuale è ben ricostruita in Anni di piombo (Sperling&Kupfer) da Adalberto Baldoni e Sandro Provvisionato.
Il processo d’appello inizia nel 1981 e la Corte annulla la sentenza di primo grado ritenendo che uno dei giudici popolari di primo grado non fosse idoneo a svolgere le sue funzioni in quanto affetto da sindrome depressiva.
La difesa ricorre in Cassazione, vince, è ordinato un nuovo processo d’appello, che ha inizio il 1 dicembre 1986: a oltre tredici anni dai fatti.
Verdetto: tutti colpevoli. La Suprema Corte l’anno dopo conferma: 18 anni di carcere ciascuno (di cui tre condonati) per incendio doloso, duplice omicidio colposo, uso di materiale incendiario.
Ma Clavo, Grillo e Lollo sono latitanti.
La beffa suprema 18 anni dopo: la Corte d’assise di Roma il 28 gennaio 2005 — su richiesta dell’avvocato di Clavo — emette una sentenza che chiude per sempre il caso: il reato è prescritto per mancata esecuzione delle condanne. Com’è possibile?
Lo prevede l’articolo 172 del codice penale: “La pena della reclusione si estingue con il decorso del tempo pari al doppio della pena inflitta”.
E siccome i 18 anni sono la somma di singole condanne, la cui più alta sono gli otto anni per l’incendio doloso, l’intera vicenda si è estinta sedici anni dopo il verdetto della Cassazione, il 12 ottobre 2003.
Liberi, impuniti e pure premiati, perchè la giustizia italiana non seppe fare in tempo.
Per la famiglia Mattei davvero La notte brucia ancora, per parafrasare il titolo del bel libro scritto da Giampaolo Mattei con Giommaria Monti (Sperling&Kupfer).

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