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L’ESERCITO DEI NUOVI CLOCHARD: FAMIGLIE, ANZIANI E STRANIERI

Gennaio 12th, 2011 Riccardo Fucile

IN ITALIA I SENZATETTO SONO ORMAI 100.000: COME STA CAMBIANDO LA MAPPA DELL’EMARGINAZIONE…E’ UN ESERCITO DI INVISIBILI CHE CAMMINA NELLE NOSTRE CITTA’ NELLA   INDIFFERENZA DELLO STATO E CHE SOPRAVVIVE SOLO GRAZIE AL VOLONTARIATO

È un esercito fantasma. Ogni anno più grande.
Difficile contare gli invisibili: tra gli 80 e i 100mila.
Sono i clochard d’Italia: per lo più maschi, spesso stranieri, in strada da almeno tre anni. E non mancano i bambini.
«I senzatetto sono in aumento – sostiene Paolo Pezzana, presidente della “Federazione italiana organismi per persone senza dimora” – la crisi sta infatti colpendo i soggetti più deboli: anziani, ma anche famiglie con figli e padri separati».
Tra i nuovi poveri, i minori.
Secondo le rilevazioni Eurostat, in Italia un bambino su quattro è a rischio povertà  e ben 649mila minorenni non riescono ad avere accesso ai beni essenziali.
E ancora: l’Istat denuncia che il 20,6% delle famiglie vive in abitazioni con strutture fortemente danneggiate e l’11,3% è in arretrato nel pagamento dell’affitto o del mutuo.
«Quello degli homeless è storicamente un fenomeno urbano, ma negli ultimi anni sta dilagando anche in provincia, dove il 70% dei senzatetto è immigrato». Stime nazionali?
A giugno si concluderà  l’indagine condotta dal ministero del Welfare.
«Per ora – spiega Pezzana – valutiamo tra i 50 e i 70mila i clochard, limitandoci ai senzatetto veri e propri e agli ospiti dei centri d’accoglienza. Ma la stima arriva a 100mila persone, comprendendo coloro che vivono in baracche e bidonville».
A fotografare gli invisibili ci prova anche il Viminale.
Il 17 luglio 2010 è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto del ministero dell’Interno sul registro nazionale delle persone senza fissa dimora.
Titolare del registro nazionale è la Direzione centrale per i servizi demografici del Dipartimento per gli affari interni e territoriali.
Come funziona? Ai singoli Comuni spetta comunicare via Internet al Viminale i dati dei senzatetto residenti sul proprio territorio.
Alcuni si sono già  mossi: Milano, per esempio, ha censito 1.100 homeless, distribuiti tra ventiquattro sedi della città .
Ma è solo la punta dell’iceberg. «Oggi se una persona non ha casa, può chiedere di eleggere il proprio domicilio presso un’associazione o presso la casa comunale – spiega Pezzana – e così viene iscritto all’anagrafe con un domicilio fittizio e può usufruire dei servizi comunali».
Qualche esempio? A Roma i senzatetto vengono registrati in via Modesta Valenti, a Torino in via della Casa comunale (tutte via che esistono solo sulla carta), a Milano presso varie associazioni, come la Caritas.
«Molti però non chiedono l’iscrizione oppure non possono chiederla, perchè immigrati irregolari. Gli elenchi che i Comuni consegneranno al Viminale saranno incompleti – avverte Pezzana – ma speriamo utili ad avviare un’adeguata politica degli alloggi».
Il problema viene visto però dal governo come solo inerente alla “sicurezza” e non prevedendo stanziamenti per assicurare assistenza e una sistemazione dignitosa ai senza dimora.
A questo provvedono le associazioni di volontariato che fanno l’impossibile per dare una mano a chi vive in condizioni di disagio, ma i mezzi sono limitati.
E ormai sono centinaia anche i bambini che dormono in strada, nell’indifferenza della politica e della casta.
Il vero legittimo impedimento che si dovrebbe votare all’unanimità  dovrebbe essere solo quello che vieti a un bimbo di morire di freddo in una notte d’inverno nel nostro Paese.
Per povertà , non per sottrarsi a un processo.

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LO STATO SOCIALE CHE ORA SI VUOLE SMANTELLARE LO INVENTO’ IL FASCISMO, NON LA SINISTRA

Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile

NEL SAGGIO DELLO STORICO MICHELE BONTEMPO, SI RIPERCORRE   L’ISTITUZIONE DELLA SANITA’ PUBBLICA, DEGLI ENTI PREVIDENZIALI, DELLA TUTELA DEI LAVORATORI AD OPERA DEL FASCISMO…L’INAM, LA MATERNITA’ E INFANZIA, LA FISSAZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO, LA TUTELA DELLE DONNE E DEI BAMBINI, IL DIVIETO DI OPERARE LICENZIAMENTO SENZA GIUSTA CAUSA… E ANCORA LE PENSIONI, LE ASSICURAZIONI DI INVALIDITA’, DI VECCHIAIA E DI DISOCCUPAZIONE, L’ASSISTENZA AI POVERI E AI DIVERSAMENTI ABILI, I CORSI PORFESSIONALI… INIZIATIVE ALLORA ALL’AVANGUARDIA NEL   MONDO

Sanità  pubblica, enti previdenziali, tutela del lavoro e Stato sociale hanno, nel nostro Paese, un’origine comune che troppo spesso viene volutamente dimenticata.
Un’origine che non è di sinistra ma che affonda proprio nel Ventennio fascista.
Ci vuole uno studioso della tempra e della bravura di Michele Giovanni Bontempo – giurista cattolico e funzionario del Ministero dell’Economia e delle Finanze – per riportare alla luce quel lungo processo che, nell’arco di ben quindici anni, ha portato il nostro Paese a fare impresa.
Dall’agro-alimentare al tessile, dal chimico al meccanico.
Lo Stato sociale nel Ventennio racconta la nascita di quel prestigioso marchio, noto a livello mondiale con il nome di made in Italy.
E’ così che, capitolo dopo capitolo, Bontempo ripercorre con sapienza la storia di quelle aziende (tuttora molto vitali) che sono il vanto della nostra produzione.
Dall’Istituto nazionale di assistenza malattie (Inam) all’Opera maternità  e infanzia, dall’Assistenza ospedaliera per i poveri alle grandi opere pubbliche. “Chi ha promosso questo welfare italiano, in campo sociale, economico ed industriale, che ha reso grande l’Italia anche all’estero? – si chiede Bontempo – non la sinistra, ma il fascismo durante il Ventennio. Una legislazione sociale che ha ripreso il meglio del welfare giolittiano”.
Nel saggio pubblicato nella collana dei Libri del Borghese, Bontempo descrive con estrema precisione il cambiamento della società  italiana negli anni che videro la nascita e l’affermazione del fascismo, soffermandosi soprattutto sulle leggi e sui provvedimenti che portarono il nostro Paese tra le nazioni con il Welfare più evoluto dell’epoca.
Da “Lo Stato sociale nel Ventennio” emerge, con gustosa chiarezza, la profonda maturazione della società  italiana che vede rivoluzionarsi i rapporti alla base del lavoro.
Datori di lavoro e lavoratori hanno diritti ed obblighi reciproci.
Le fonti di Bontempo sono i testi storici e le Gazzette Ufficiali dell’epoca, rarità  oggi sconosciute al grande pubblico.
Si inizia con un rapido esame della società  e dell’economia appena emerse dalla Grande Guerra, allo sbando la prima, praticamente distrutta la seconda. Partendo da tale premessa, Bontempo analizza le politiche intraprese dal governo Mussolini per agevolare la tendenza a “fare impresa”.
Una tendenza che, stranamente, avrebbe poi salvato l’economia italiana sando vita al boom economica degli anni Cinquanta e Sessanta.
Tutto questo passando attraverso la promozione di una politica sociale senza precedenti.
Alla fissazione dell’orario di lavoro fa seguito l’ampia tutela per le donne (di questi anni il divieto di licenziamento per le gestanti) e i bambini.
Non solo.
Il saggio di Bontempo mostra molto chiaramente come il governo Mussolini abbia varato la prima normazione relativa all’igiene ed alla salubrità  delle fabbriche.
Lo “Stato sociale nel Ventennio” riporta alla luce, con estremo coraggio, conquiste che non vengono insegnate a scuola.
E’ così che Bontempo ripercorre le radici del divieto di licenziamento senza giustificato motivo o senza giusta causa e degli istituti che garantiscono e regolano non solo la pensione ma anche le assicurazioni di invalidità , vecchiaia e disoccupazione.
Bontempo ricorda, poi, come sia proprio di questi anni l’introduzione degli assegni per gli operai con famiglia numerosa e l’istituzione di strutture il cui fine è quello di assistere i poveri e quelli che oggi chiameremmo “diversamente abili”.
Nel Ventennio, spiega Bontempo, la conservazione del posto di lavoro era garantita e favorita da continui corsi professionali che avevano lo scopo di aggiornare il lavoratori.
Sono solo alcuni (pochi) degli esempi che il giurista confeziona in un saggio istruttivo e prezioso per riscoprire le radici e i cardini del nostro Stato sociale

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UNA FAMIGLIA SU TRE NON RIESCE A FAR FRONTE A UNA SPESA IMPREVISTA

Dicembre 30th, 2010 Riccardo Fucile

NEL 2009 E’ AUMENTATA ANCORA LA PERCENTUALE DI CHI NON PUO’ PAGARE UN CONTO NON PREVENTIVATO DI 750 EURO….I REDDITI NETTI SONO CALATI DEL 2,1%, META’ DELLE FAMIGLIE VIVE CON MENO DI 2.026 EURO AL MESE.. LE FAMIGLIE CON FIGLI SONO QUELLE PIU’ IN DIFFICOLTA’

Un’improvvisa malattia, la riparazione dell’auto, la sostituzione della caldaia, l’aumento delle spese condominiali diventano un dramma per un numero sempre maggiore di famiglie italiane.
Inoltre, dato che l’inflazione è stata più alta dell’aumento dei salari, in termini reali i redditi netti delle famiglie sono scesi del 2,1%.
Lo rivela l’Istat nel rapporto Distribuzione del reddito e condizioni di vita in Italia, che evidenzia che nel 2009 è cresciuta la difficoltà  delle famiglie di far fronte alle spese impreviste.
L’istituto di statistica precisa inoltre che le famiglie che non potrebbero far fronte a spese impreviste di 750 euro sono aumentate dal 32% al 33,3%. Rispetto al 2008 cresce inoltre il numero di famiglie che sono state in arretrato con debiti diversi dal mutuo (dal 10,5 al 14% di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate (dal 14,8 al 16,5%).
Le famiglie con figli sono «relativamente più esposte a situazioni di disagio». L’11,7% delle coppie con figli dichiara di essersi trovata in arretrato con il pagamento delle bollette (contro il 5,4% di quelle senza figli), ma la percentuale sale al 22% per quelle con tre o più figli.
La situazione di «maggiore vulnerabilità » delle coppie con almeno tre figli, precisa l’Istat, è confermata anche dal fatto che il 31,5% dichiara di arrivare a fine mese con molta difficoltà , il 7,3% di aver avuto insufficienti risorse per le spese alimentari, il 29,2% per le spese di vestiario e il 22% di quelle che vivono in affitto o hanno contratto un mutuo sono state in arretrato con il pagamento delle rate.
Insieme a queste si trovano più frequentemente coinvolte in situazioni di difficoltà  economica le famiglie con un solo genitore e gli anziani soli.
Nel 2009 la crisi, prosegue l’Istat nella sua analisi, ha colpito in larga maggioranza le famiglie che si trovavano in condizioni di deprivazione materiale già  nel 2008.
Inoltre, la caduta dell’occupazione ha riguardato soprattutto i figli che vivono nella famiglia di origine, mentre i genitori hanno potuto contare sulla cassa integrazione, evitando che la situazione diventasse ancora più grave.
Nel 2008 le famiglie residenti in Italia hanno percepito un reddito netto medio di 29.606 euro, pari a circa 2.467 euro al mese, ma la metà  delle famiglie ha percepito meno di 2.026 euro al mese.
Tra il 2007 e il 2008 il valore medio del reddito netto familiare è aumentato dell’1,2%, ma se si tiene conto dell’inflazione (che nel 2008 è cresciuta del 3,3%), in realtà  i redditi delle famiglia sono scesi in termini reali del 2,1%.
E nel Sud e nelle Isole i redditi sono pari a poco più di tre quarti di quelli delle famiglie del Centro-Nord.
E aumenta la disparità  non solo regionale, ma anche tra chi si trova più in alto nella scala sociale e chi invece si trova sotto: il 37,5% del reddito totale percepito nel 2008 è andato al 20% più ricco delle famiglie, mentre il 20% delle famiglie con i redditi più bassi ha potuto contare solamente sull’8,3% del reddito totale.

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PER I PASTORI SARDI MANGANELLATE, PER GLI ALLEVATORI LEGHISTI SOLDI PUBBLICI

Dicembre 29th, 2010 Riccardo Fucile

IERI 200 PASTORI SARDI SONO STATI RESPINTI A CIVITAVECCHIA COME DEI DELINQUENTI, SOLO PERCHE’ VOLEVANO CHIEDERE INTERVENTI URGENTI PER UN SETTORE CHE PREVEDE LA CHIUSURA DI 7.700 AZIENDE…I MANIFESTANTI PRESI A MANGANELLATE: “SIAMO STATI TRATTATI DA CRIMINALI”… PER I LADRONI LEGHISTI INVECE PASSIERA ROSSA E SOLDI PUBBLICI

Speravano di manifestare a Roma.
Sono stati bloccati da polizia e carabinieri prima ancora di salire sui 5 pullman che li attendevano al porto di Civitavecchia.
Nella capitale i pastori sardi volevano «dar vita a una conferenza stampa per spiegare le ragioni del malcontento».
Ma il viaggio degli oltre 300 allevatori dell’Mps, iniziato a Olbia l’altra notte, si è concluso alle 6 del mattino tra forti tensioni.
I dimostranti – dicono ora alla questura di Roma – hanno tentato di forzare il blocco.
Così la polizia ha risposto denunciando due di loro per resistenza e lesioni (un agente è rimasto contuso) tutti gli altri per manifestazione non autorizzata e per essersi rifiutati di farsi identificare.
Ma la versione degli allevatori non collima con le ricostruzioni ufficiali secondo cui i pastori volevano manifestare sul Grande Raccordo Anulare.
E una dirigente del Movimento, Maria Barca, denuncia di essere stata colpita «con un violento calcio a una caviglia» e di aver «implorato agli agenti di lasciar andare un pastore da loro ripetutamente picchiato».
Per il leader del Movimento dei pastori sardi, Felice Floris «siamo vittime di una politica ignava e cialtrona che tutto fa all’infuori di creare sviluppo. Ci hanno imposto d’investire per adempiere alle norme Ue – continua – intanto Stato e Regione non hanno adottato misure per tutelare latte e formaggi in sede europea, accettando miseri contributi in cambio della rinunzia alla produzione».
E Riccardo Piras, portavoce del Comitato di lotta dei contadini e dei pastori sardi, incalza: «Che la manifestazione non fosse autorizzata è una scusa. Questo non è davvero uno Stato democratico se non permette ai suoi cittadini di dar voce al malcontento».
A lui fa eco Andrea Cinus, uno dei 200 sbarcati a Civitavecchia: «Non siamo neppure riusciti a uscire dal porto. Lì già  ci attendevano gli agenti, che hanno fermato anche i pullman affittati per raggiungere Roma. Volevamo solo fare una manifestazione pacifica. Ci hanno trattato come criminali».
Parte da lontano, comunque, la rivolta degli allevatori.
L’inizio di tutto è una cascata d’interessi bancari vorticosi (sino al 18%) nata dalla cancellazione di una legge sarda per benefici nell’agro-zootecnia 15 anni fa bocciata dall’Europa perchè violava le regole della libera concorrenza. Da allora migliaia di aziende e ovili hanno visto acuire la recessione in maniera esponenziale.
Interi patrimoni sono finiti all’asta o esposti a esecuzioni giudiziarie.
La sovrapproduzione di pecorino e la crisi degli iscritti con le organizzazioni tradizionali di categoria hanno fatto il resto, lasciando campo libero a gruppi autonomi come il Movimento dei pastori sardi.
L’Mps, al contrario di quanto hanno fatto altri rappresentanti degli allevatori nell’isola, nei mesi scorsi si è rifiutato di sottoscrivere gli accordi con la Regione governata dal centrodestra. Intese (150 milioni in 3 anni) criticate anche dal ministro dell’Agricoltura Galan, che ieri i promotori dello sbarco a Civitavecchia contavano di poter incontrare a Roma.
La battaglia è sempre incentrata sul prezzo del latte (la Sardegna con 3 milioni di capi possiede la metà  del patrimonio ovicaprino nazionale).
La ragione che da quest’estate ha portato a cortei, sit-in, occupazioni è che produrne un litro costa ai pastori più del prezzo di vendita.
Che, per una singolare legge del mercato a parti rovesciate, non viene fatto da chi è proprietario delle pecore e porta il latte nei caseifici, ma da chi lo trasforma.
Da qui le marce sugli aeroporti di Olbia e Alghero, le manifestazioni in Costa Smeralda, le marce su Cagliari e su Roma.
Fino allo scontro frontale tra la Giunta Cappellacci e il Movimento pastori. Fino ai tafferugli con feriti e arresti davanti alla Regione in ottobre e, ora, all’assedio in porto.
Altro atteggiamento da parte del governo rispetto a qualche centinaia di allevatori ladroni che non hanno pagato le multe sulle quote latte: a loro passiera rossa e soldi pubblici a volontà .
E le multe milionarie della Ue a carico dello Stato.

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FEDERALISMO FISCALE: STANGATA PER I COMUNI, OLTRE 445 MILIONI DI EURO IN MENO, CI PERDE IL SUD, CI GUADAGNA IL NORD

Dicembre 27th, 2010 Riccardo Fucile

IL BLUFF FEDERALISTA DIMOSTRA QUELLO CHE ERA CHIARO DA TEMPO: PORTERA’ A UN TAGLIO DI RISORSE E QUINDI AD UN AUMENTO DELLE TASSE LOCALI… LA FILOSOFIA LEGHISTA, COMPLICE IL PARTITO DEGLI ACCATTONI, AUMENTERA’ IL DIVARIO TRA PARTE DEL NORD RICCO E IL SUD SEMPRE PIU’ POVERO

Comuni a rischio stangata con il nuovo fisco previsto nel federalismo fiscale. Secondo uno studio del Pd, messo a punto dal senatore Marco Stradiotto, infatti, i municipi, con il passaggio dai trasferimenti statali all’autonomia delle imposte perderebbero complessivamente 445 milioni di risorse l’anno da destinare ai servizi.
La proiezione è fatta utilizzando dati della Copaff, la commissione paritetica sul federalismo fiscale che lavora al ministero del Tesoro e dimostra che l’Aquila, ma anche Napoli come molti comuni del sud perderebbero consistenti fette di entrate (fino a oltre il 60%) con il nuovo fisco.
Va meglio, invece ai municipi del nord o a quelli come Olbia con un alto tasso di seconde case avvantaggiati dalla base immobiliare delle nuove imposte.
La perdita di risorse per i servizi per i capoluoghi di provincia è pari a 445.455.041 milioni di euro.
Il dato emerge mettendo a confronto i trasferimenti relativi al 2010 e il totale del gettito dalle imposte devolute in base al decreto attuativo sul fisco comunale (tassa di registro e tasse ipotecarie, l’Irpef sul reddito da fabbricati e il presunto introito che dovrebbe venire dalla cedolare secca sugli affitti). Tra i 92 comuni presi in esame 52 otterrebbero benefici dalla proposta di riforma e 40 ne verrebbero penalizzati.
Un taglio drastico delle risorse risulta per il comune dell’Aquila (-66%) che perde 26.294.732 milioni, seguito di poco da Napoli (-61%) che perde quasi 400 milioni (392.969.715), essendo però il comune che riceve i trasferimenti statali più alti rispetto a tutti gli altri capoluoghi italiani (668 euro per abitante di fronte a una media di 387 euro).
Se il nuovo fisco previsto nel federalismo municipale andrà  in vigore il capoluogo abruzzese incasserà  13.706.592 di euro di tasse a fronte di 40.001.324 di trasferimenti avuti nel 2010.
Si tratta di -360 euro all’anno per abitante.
I cittadini aquilani pagheranno, infatti 188 euro di Imu, mentre attualmente per ognuno di loro vengono dati al Comune 548 euro.
Non va meglio a Napoli che con grazie all’autonomia impositiva incassa 252.054.150 euro, ma nel 2010 ha avuto trasferimenti per 645.023.865.
E ancora Roma perde 129.540.902 euro (il 10% delle entrate).
Olbia, tra tasse di registro e ipotecarie, Irpef sul reddito da fabbricati e cedolare secca sugli affitti raggiungerebbe 25.212.732 di euro di entrate a fronte di trasferimenti che nel 2010 sono stati 8.988.534 con un saldo di più 180%.
Va bene anche a Imperia che vede un gettito dalle tasse devolute per 18.047.194, segnando un più 122% rispetto ai trasferimenti che quest’anno sono stati 8.131.993 milioni.
Bene anche Parma (+105%); Padova (+76%); Siena (+68%) e Trevi.
Milano avrà  il 34% di risorse in più, Bologna il 40%, mentre tra i capoluoghi del Nord perderanno Torino (-9%) e Genova (-22%).

Federalismo: I capoluoghi, chi perde o guadagna

……………………. Imu                   Trasferim.                       Differenza             Percentuale
L’Aquila         13.706.592       40.001.324       -26.294.732                   -66%
Potenza           11.680.583       26.591.682       -14.911.099                   -56%
Catanzaro     16.733.178       30.899.074       -14.165.896                   -46%
Napoli           252.054.150   645.023.865       -392.969.71                 -61%
Bologna       208.199.304   148.323.570       59.815.734                     +40%
Roma         1.188.852.8       1.318.393.7         -129.540.90                     -10%
Genova         204.874.528     261.160.556   -56.286.027               -22%
Milano           668.900.317       499.195.506     169.704.812           +34%
Ancona             31.337.273             28.538.215           2.799.058             +10%
Campob.         11.171.989       10.649.507                   522.482                     +5%
Torino           311.014.795       365.549.542       -34.534.747           -9%
Bari                 102.139.488       115.569.438       -13.429.950           -12%
Cagliari           51.414.857           50.241.018       1.173.839                     +2%
Palermo     154.485.090       340.212.421       -185.727.33           -55%
Firenze     213.736.372       160.492.897       53.243.475               +33%
Perugia         47.669.193         48.456.022                 -786.830             -2%
Venezia     124.631.463       99.016.787       25.614.676                   +26%

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BLUFF PADANO: PER IL PERMESSO DI SOGGIORNO CI VUOLE IL TEST DI ITALIANO, MA NON CI SONO I CORSI PER IMPARARLO

Dicembre 27th, 2010 Riccardo Fucile

DAL 9 DICEMBRE IL RILASCIO DEL DOCUMENTO E’ SUBORDINATO AL SUPERAMENTO DI UN ESAME DI CONOSCENZA DELLA LINGUA ITALIANA….LA PRENOTAZIONE SI PUO’ FARE ON LINE, PECCATO CHE NON ESISTA UN PIANO DI INSEGNAMENTO…E LA BUROCRAZIA FA IL RESTO

Sai distinguere la pubblicità  di un aspirapolvere da quella di un divano?
Sei in grado di dare o comprendere delle indicazioni stradali?
Se la risposta è no, scordati la carta di soggiorno.
La novità  risale al 9 dicembre scorso: da quel giorno, infatti, il rilascio del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno) è subordinato al superamento di un test di conoscenza della lingua italiana.
Come funziona la nuova procedura?
I cittadini stranieri possono prenotare on line la prova d’esame attraverso la pagina dedicata sul sito del ministero dell’Interno.
La richiesta viene acquisita dal sistema e trasferita alla prefettura competente.
Se la domanda risulta regolare, la prefettura convoca l’immigrato entro 60 giorni, sempre per via telematica, indicando giorno, ora e luogo del test.
Le prime prove d’esame non si dovrebbero dunque tenere prima di febbraio 2011.
Il test richiede una conoscenza elementare della lingua italiana e in caso di bocciatura si può rifarlo, presentando una nuova domanda.
Dove viene svolta la prova? Presso i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti, presenti sul territorio nazionale.
Chi è esentato? Non deve sostenere la prova d’esame chi ha degli attestati che certifichino la conoscenza dell’italiano a un livello non inferiore all’A2 del Quadro comune di riferimento europeo; chi ha titoli di studio o titoli professionali (diploma di scuola secondaria italiana di primo o secondo grado oppure certificati di frequenza relativi a corsi universitari, master o dottorati); chi è affetto da gravi limitazioni alla capacità  di apprendimento linguistico.
“Di fatto questo test – avverte il responsabile del servizio immigrazione del Patronato Acli, Pino Gulia – aggrava il lavoro già  oneroso dell’amministrazione pubblica e rischia di prolungare ulteriormente le procedure per il rilascio dell’ordinaria documentazione necessaria ai cittadini stranieri, creando problemi a quanti hanno oggi in scadenza il permesso di soggiorno e sono in possesso dei requisiti per richiedere il permesso per lungo-soggiornanti”.
“L’anomalia di questa procedura – aggiunge Antonio Russo, responsabile immigrazione per le Acli – è quella di istituire una prova della conoscenza della lingua, senza aver prima previsto e progettato un piano articolato per l’insegnamento della lingua italiana. Chiediamo cioè agli immigrati di fare i test senza avergli mai fatto fare i corsi, se non quelli affidati all’iniziativa dei soggetti di volontariato”.

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CRESCE IL DEBITO DELLE FAMIGLIE: LA MEDIA SFIORA I 20.000 EURO, IN DUE ANNI E’ AUMENTATO DEL 28,7%

Dicembre 24th, 2010 Riccardo Fucile

IL RECORD SPETTA ALLE FAMIGLIE DELLA PROVINCIA DI GROSSETO: + 48% IN DUE ANNI… LE PIU’ ESPOSTE CON GLI ISTITUTI DI CREDITO SI TROVANO A ROMA…. CONCENTRATA AL SUD LA “SOFFERENZA” NELLA RESTITUZIONE DEL CREDITO

Dal settembre 2008, ovvero dall’inizio della crisi finanziaria internazionale, al settembre di quest’anno, l’indebitamento medio nazionale delle famiglie è cresciuto del 28,7%.
E, allo stesso mese di settembre 2010, le famiglie italiane hanno accumulato un indebitamento medio che sfiora ormai i 20mila euro, per la precisione 19.491 euro, maturato a seguito dell’accensione di mutui per la casa, dai prestiti per l’acquisto di beni mobili, dal credito al consumo, dai finanziamenti per la ristrutturazione di beni immobili.
Sono i dati più significativi di una indagine condotta dalla CGIA di Mestre, da cui risulta anche che le famiglie più esposte con il credito sono quelle della Provincia di Roma (28.790 euro), seguite dalle famiglie di Milano (28.243 euro), Lodi (27.516 euro).
Al quarto posto Prato (26.294 euro), di seguito Como (25.217 euro) e Varese (25.069 euro).
In fondo alla classifica, le famiglie meno indebitate si trovano distribuite tra Sardegna e Sicilia.
Quart’ultime, quelle del Medio Campidano, con un indebitamento medio pari a 8.845 euro, al terzultimo posto quelle di Enna, con 8.833 euro, al penultimo Carbonia-Iglesias, con 8.687 e, ultime, le famiglie dell’Ogliastra, con 7.035 euro di indebitamento medio.
Il record della crescita del debito nel periodo settembre 2008-settembre 2010 lo fanno registrare le famiglie della provincia di Grosseto: +48,8% in due anni. A seguire Livorno (+47,5%), Asti (+42,3 %), Foggia (+41,7%) e Arezzo (+41%).
Tutto concentrato a Sud è il capitolo riguardante la “sofferenza” nella restituzione del credito ottenuto.
Al 30 settembre 2010, la maggiore incidenza percentuale delle sofferenze spetta alla provincia di Crotone, con il 5,9%, ovvero, a fronte di 100 euro erogati alle famiglie crotonesi, quasi 6 euro non sono stati restituiti agli istituti di credito.
Al secondo posto Caltanisetta (5,7%), terze Enna e Benevento (entrambe a 5,5%).
Il dato medio nazionale è pari al 3,5%.
Spiega Giuseppe Bortolussi,   segretario della CGIA di Mestre: “Le province più indebitate sono anche quelle che registrano i livelli di reddito più elevati. E’ chiaro che tra queste famiglie vi sono molti nuclei appartenenti alle fasce sociali più deboli. Tuttavia, la forte esposizione bancaria di queste realtà , soprattutto a fronte di significativi investimenti avvenuti in questi ultimi anni nel settore immobiliare, ci deve preoccupare relativamente”.
Per Bortolussi è invece “più allarmante il risultato che emerge dalla lettura dei dati riferiti all’incidenza percentuale delle sofferenze sull’erogato. In questo caso notiamo che nelle prime posizioni troviamo tutte realtà  territoriali del Mezzogiorno, a dimostrazione che la crisi ha colpito soprattutto le famiglie delle aree economicamente più arretrate del Paese”.

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CAMPANIA, SCHIAVI SENZA FINE: UN ANNO DOPO ROSARNO, VIAGGIO TRA GLI IMMIGRATI

Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA DI FABRIZIO GATTI SULL’ESPRESSO: SFRUTTATI, PICCHIATI, ABBANDONATI QUANDO SI FERISCONO SUL LAVORO… ADESSO IL REATO DI CLANDESTINITA’ IMPEDISCE LORO ANCHE DI DENUNCIARE GLI AGUZZINI…E IL GOVERNO IMBELLE FA FINTA DI NULLA: CHE DESTRA E’ MAI QUESTA?

Quello che il 17 settembre 2010 Kofi ha imparato sulla sua carne è che se fosse un cane, in Italia vivrebbe meglio.
La legge, infatti, punisce severamente il maltrattamento e l’abbandono di animali: fino a un anno di reclusione e 15 mila euro di multa. Una legge fatta aggiornare nel 2004 da Alleanza nazionale.
Ma Kofi, 24 anni, è un ragazzo nato in Ghana e un’altra legge, votata nel 2009 dalla stessa maggioranza al governo, gli impedisce di portare davanti a un giudice le ferite che ha subito.
Perchè, prima di tutto, verrebbe condannato lui.
Fino a quattro anni di carcere, come immigrato irregolare.
Alla faccia della legalità .
Dodici mesi dopo la rivolta di Rosarno, il favore del governo all’economia sommersa è totale.
Il reato di clandestinità  votato l’anno scorso con il Pacchetto sicurezza impedisce di denunciare e perseguire perfino gli incidenti sul lavoro.
Soprattutto dove è massiccio lo sfruttamento di immigrati diventati irregolari per non avere ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato o per avere perso il contratto regolare come effetto della crisi.
Di fronte alla prospettiva del carcere, obbligatoria per legge, i feriti tengono per sè il dolore, le minacce, le botte.
Eppure, secondo il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, del Lavoro, Maurizio Sacconi, e della Difesa, Ignazio La Russa, le nuove misure contro gli stranieri restano efficaci.
Bisogna addentrarsi nell’inferno di campi e industrie tra le province di Napoli e Caserta per capire: Aversa, Giugliano, Castel Volturno, Casal di Principe, Mondragone.
Da queste parti poche settimane fa un ragazzo che chiedeva gli stipendi arretrati è stato immobilizzato e sodomizzato con un bastone dai suoi datori di lavoro: “Noi l’abbiamo saputo dai suoi amici. Ha troppa paura, non farà  nessuna denuncia”, dice padre Antonio Bonato, responsabile della missione dei comboniani a Castel Volturno.
Da qui vengono le braccia invisibili che riempiono di frutta e verdura, anche d’inverno, gli scaffali di gran parte dei supermercati italiani.
Da qui erano partiti i braccianti che un anno fa si sono ribellati in Calabria dopo che alcuni di loro erano stati presi a fucilate per gioco.
E qui sono ritornati, ammassati a migliaia nei ghetti di Pascopagano e Destra Volturno, sconfitti dall’indifferenza e da una politica nazionale che sta premiando i metodi camorristi.
Tanto che dall’agricoltura, lo sfruttamento in condizioni di schiavitù si sta trasferendo all’industria e al commercio.
Preclusa dalla legge la via giudiziaria alla difesa dei propri diritti di uomini, non resta che attendere la prossima scintilla, la prossima rabbia.
Il 17 settembre 2010 Kofi è al lavoro in una falegnameria a Caivano. Il suo è tra le centinaia di casi raccolti dallo sportello immigrazione dell’associazione Ex Canapificio di Caserta.
Storie quotidiane di violenza e razzismo che, da quando è entrato in vigore il reato di clandestinità , non hanno più sbocco nelle aule di giustizia.
“Sono così abituati a essere maltrattati”, racconta Mimma D’Amico, tra le responsabili del progetto, “che nemmeno riconoscono i confini dei loro diritti. E non è vero che queste persone possono chiedere il permesso come vittime di reati: l’articolo 18 della legge sull’immigrazione, per loro, non è mai stato riconosciuto”.
Kofi si fa male al suo secondo giorno di lavoro.
Il suo braccio finisce sulla lama di una sega circolare: “Perdevo molto sangue”, ricorda, “un altro operaio mi ha accompagnato in bagno, mi ha disinfettato la ferita e mi ha mandato a casa dicendomi di ritornare non appena fossi guarito. Sono andato da solo al pronto soccorso di Afragola. L’infermiere, vedendo che il braccio era già  fasciato, mi ha rimandato alla Asl e lì mi hanno dato dei medicinali senza nemmeno visitarmi”.
Sul referto di Kofi, spiega Mimma D’Amico, hanno scritto “incidente domestico”. Il ragazzo è rimasto invalido, ha forti dolori.
Ma non ha ottenuto lo status di rifugiato e non potrà  mai chiedere giustizia.
Saib, 22 anni, anche lui arrivato dal Ghana, aveva trovato un posto in nero in una famosa panetteria della provincia di Napoli.
Nove ore e mezzo ogni notte, senza pausa, 600 euro al mese.
“L’incidente è avvenuto in marzo”, dice Saib, “alla macchina impastatrice. In passato ero stato rimproverato perchè spegnevo la macchina. Io all’inizio la spegnevo quando andava troppo veloce e non riuscivo a reggere il ritmo. Il giorno dell’incidente l’impasto era quasi finito e io ho cominciato a far scendere nel buco dell’impastatrice la farina. Non l’ho spenta, come mi è stato sempre detto di fare”.
Sono le cinque e un quarto del mattino quando la macchina strappa due dita a Saib.
Il proprietario della panetteria lo porta in ospedale a Napoli. Continua »

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IMMIGRATI, LA LEGGE E’ DA RIFARE: IL 24 ENTRA IN VIGORE LA DIRETTIVA EUROPEA CHE CANCELLA UNA PARTE DELLA NORMATIVA

Dicembre 20th, 2010 Riccardo Fucile

IL TRATTENIMENTO NEI CIE SARA’ L’ULTIMA SCELTA E NON PIU’ LA PRIMA….STOP ALLE DETENZIONI INFINITE E AI PROCESSI PENALI PER CHI VIOLA I DECRETI DI ESPULSIONE: IL CLANDESTINO PUO’ ESSERE TRATTENUTO AL MASSIMO 18 MESI

Santa Klaus porta in dono la direttiva europea 2008/115/CE del 16 dicembre 2008, meglio nota come “direttiva rimpatri”, il cui termine per l’applicazione nei paesi membri scade proprio i124 dicembre e finirà  per cancellare un bel pezzo della Bossi-Fini.
Detta in maniera spicciola si tratta di un complesso di norme che regolano “il rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare” e che, al momento dell’approvazione, si attirò critiche di ogni genere: una legge dura, insomma, ma rispetto a quella italiana il paradiso dei diritti del migrante.
In questi due anni i singoli Stati avrebbero dovuto adeguare le loro leggi a quelle comunitarie, l’Italia però lo ha fatto a modo suo: coi vari pacchetti sicurezza ne hanno preso solo le parti che potevano peggiorare il trattamento dei clandestini (vedi il prolungamento da due a sei mesi del trattenimento nei Cie).
Adesso, però, non ci sono più deroghe: la direttiva europea sarà  pienamente operativa a Natale e, dunque, vincolante anche per noi visto l’articolo 117 della Costituzione.
Procure e Tribunali dovranno applicarla o, se non se la sentono, ricorrere alla Consulta o alla Corte di Giustizia Ue ed è prevedibile che quest’ultima, per lunga giurisprudenza, faccia strame della legge italiana.
E qui viene il bello.
“Il sistema di rimpatrio delineato dalla normativa europea è incompatibile col nostro”, spiega l’avvocato torinese Guido Savio, uno dei membri dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.
La direttiva Ue, in buona sostanza, finirà  per disapplicare, come si dice tecnicamente, parti sostanziose del Testo Unico italiano sull’immigrazione. Vediamo perchè.
Per la Bossi-Fini il clandestino va espulso subito, preso di peso e rimandato a casa.
Se questo non è possibile perchè non si sa da dove viene o non c’è un accordo col suo paese, lo si parcheggia nel Cie fino a soluzione del problema.
Questo sulla carta: i posti nei Centri sono pochi, i soldi per i rimpatri coatti ancora meno e magari il tizio non verrà  mai identificato.
Risultato: solo un terzo delle espulsioni “cartacee”, dice la Caritas, sono reali. “La direttiva invece – spiega ancora Savio – prevede l’allontamento forzato solo in casi estremi e punta tutto sul rimpatrio volontario con una sorta di meccanismo premiale: caro migrante, se te ne vai da solo potrai tornare regolarmente, altrimenti scatta il divieto di ingresso per cinque anni (in Italia sono 10, ndr). Di più, il trattenimento nei Cie per la Ue è l’estrema ratio, per l’Italia la regola”.
Ma è un altro, implicito, l’effetto di maggior peso.
La direttiva è incompatibile col trattamento “penale” della clandestinità  scelto dal governo Berlusconi, in particolare coi famigerati commi ter e quater dell’articolo 14 della legge sull’immigrazione, che ingolfano i tribunali e ne svuotano le casse essendo inutilmente responsabili di almeno la metà  dei processi per direttissima.
In quelle righe si prevede quanto segue: lo straniero che non rispetta l’ordine del questore di andarsene entro cinque giorni si becca da uno a quattro anni di galera e, se insiste dopo il secondo ordine, da uno a cinque anni.
Ancora Savio: “In questo modo si può privare il clandestino della libertà  praticamente all’infinito: ti arresto e ti metto in un Cie; non riesco ad espellerti allora ti ordino di andartene; non lo fai, ti arresto e ti do quattro anni; tu resti ancora e te ne do cinque; quando esci si ricomincia dal Cie”.
La direttiva Ue, invece, “stabilisce che il clandestino può essere trattenuto per un massimo di 18 mesi».
Lo sanno tutti che questa è una bomba atomica.
Lo sa pure il governo, che infatti ha provato riparare a modo suo.
Siccome la direttiva consente agli Stati di fare un’eccezione per quegli “stranieri sottoposti a rimpatrio come sanzione penale”, a palazzo Chigi si sono inventati il trucchetto del reato di clandestinità .
Pena: o 10mila euro di ammenda o l’espulsione.
“È una truffa che la Ue non accetterà  mai” insiste Savio, perchè così la norma comunitaria in Italia non avrebbe corso, visto che tutti i clandestini commettono il reato di essere quello che sono: questo, hanno spiegato autorevoli studiosi, violerebbe il principio “dell’effetto utile” (sancito dalla Corte di giustizia) perchè vanifica gli intenti stessi della norma comunitaria. Risultato: nuove procedure di infrazione e nuove multe.
Ecco perchè questo 24 dicembre è Natale per i clandestini (e pure per i Tribunali).

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