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AFFITTOPOLI: LA PROCEDURA DI SFRATTO DELLA CASA ATER DELLA POLVERINI ERA STATA BLOCCATA DAL COMMISSARIO NOMINATO DA LEI STESSA

Marzo 23rd, 2011 Riccardo Fucile

SPUNTA ANCHE UNA NUOVA INQUILINA NELL’ALLOGGIO DEL MARITO DELLA GOVERNATRICE…LA POLVERINI ORA DICE CHE E’ SEPARATA DI FATTO DAL MARITO, MA HA ABITATO IN QUELLA CASA SENZA AVERNE TITOLO, CAUSA REDDITO SUPERIORE…IL MARITO PAGA 380 EURO IN QUANTO LA OCCUPA ABUSIVAMENTE… E LO SFRATTO ORA RIPARTE

Chi abita realmente in via Bramante, nella casa dell’Ater dove Renata Polverini ha vissuto abusivamente per 15 anni, fino al 2004?
È questa la domanda a cui probabilmente sarà  chiamata a rispondere la procura di Roma.
Secondo le indiscrezioni, alcuni dipendenti dell’azienda delle case popolari starebbero predisponendo un esposto da presentare a Piazzale Clodio per cercare di fare chiarezza su una situazione che si fa ogni giorno più misteriosa.
«Non vivo più lì e io e mio marito siamo separati di fatto (ma non legalmente, ndr)», si è difesa la presidente della Regione, che comunque ha vissuto in quell’appartamento anche quando era proprietaria di altri immobili e quando il proprio reddito familiare era ben superiore ai limiti di legge per ottenere l’alloggio pubblico.
Oggi nella casa popolare all’Aventino (380 euro di canone, compresa «l’indennità  di occupazione abusiva») dai documenti risulta residente il marito Massimo Cavicchioli, già  sfrattato dall’ente perchè non in possesso dei requisiti.
Lo sfratto però è stato misteriosamente bloccato in pratica proprio quando alla guida dell’Ater è arrivata Stefania Graziosi, nominata commissario da Renata Polverini.
In realtà  però in quell’appartamento risulta residente anche un’altra persona: S.C., cittadina inglese di 53 anni.
Secondo i vicini invece non si vede spesso da quelle parti Massimo Cavicchioli.
«Forse abita da qualche altra parte», insinua qualcuno.
Era già  successo in passato che avesse dato in prestito ad altre persone l’appartamento (cosa vietata dalla legge ed è anche questo uno dei motivi per cui in passato era stato avviato lo sfratto).
In ogni caso, essendo ancora sposato agli effetti di legge con Renata Polverini, Cavicchioli sfora ampiamente i tetti di reddito e disporrebbe, almeno in teoria, della casa della moglie.
«Se ci si fidasse delle separazioni di fatto, qualsiasi coppia potrebbe eludere la legge per mantenere la casa pubblica, pur avendone un’altra di proprietà . E un’amministratrice attenta come la presidente della Regione, dovrebbe saperlo bene», spiega uno dei dipendenti dell’Ater che sta preparando l’esposto alla procura.
L’assessore regionale alla casa, Teodoro Buontempo, proprio il giorno prima che scoppiasse lo scandalo, aveva annunciato insieme alla Polverini: «Cacceremo i furbi dalle case Ater».
Poi Buontempo è scomparso: non un commento, telefonino staccato da giorni.
E adesso, secondo il nuovo commissario Bruno Prestagiovanni, l’iter dello sfratto è ripartito.

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TORINO, IL TEATRO REGIO SI INFIAMMA: APPLAUSI A NAPOLITANO, FISCHI A COTA

Marzo 19th, 2011 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA REGIONE PIEMONTE AVEVA DISERTATO LA CERIMONIA DELL’ALZABANDIERA ….CONTESTATI I DEPUTATI LEGHISTI IN VARIE OCCASIONI

Applausi e affetto per Napolitano, fischi e contestazioni per i rappresentanti leghisti nelle istituzioni: l’intera giornata torinese di Napolitano è stata costellata dal contrappunto fra le manifestazioni di calore per il Presidente della Repubblica e quelle di rifiuto, manifestato con brusii e fischi per gli esponenti del Carroccio.
Il contrasto più acuto è stato davanti alle ex Officine Grandi Riparazioni, dove alcuni bambini hanno accolto Napolitano sventolando bandierine tricolori, ma hanno fischiato il Presidente leghista della Regione Piemonte, Roberto Cota.
L’episodio ha suscitato opposte interpretazioni.
Napolitano, che ha raccolto per tutto il giorno l’entusiasmo e l’affetto dei torinesi, ha ricambiato tanto calore rendendo merito a Torino «per come ha creduto nell’evento e nell’anniversario dei 150 anni».
«Al di là  dei cambiamenti di direzione politica della Regione – ha detto – il programma delle celebrazioni è stato portato avanti con continuità  e coerenza, e questo fa onore alla vostra città  e alla Regione».
Le contestazioni agli esponenti della Lega sono cominciate fin dal mattino.
Le prime sono state per Michelino Davico, sottosegretario leghista agli Interni, accolto al Teatro Regio al grido di «buffone, buffone».
Davico ha risposta definendo la polemica sulle presenze e sulle assenze «piuttosto sterile».
Durante la cerimonia ufficiale il bersaglio è stato Cota, proprio nel momento in cui invitava «a non fare polemiche».
In sala c’è stata prima del brusio, poi qualche fischio. «Ecco, questo è un esempio delle polemiche che bisogna evitare», ha detto Cota rivolto alla platea.
Le altre contestazioni hanno accompagnato gli esponenti leghisti nel corso di tutta la giornata, dall’uscita del Teatro Regio (ancora Davico) fino a davanti a Palazzo Madama dove qualche urlo e invito a dimettersi è stato lanciato in direzione dei leghisti che seguivano Napolitano nel suo trasferimento a piedi.

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POLVERINI, AFFITTO DI FAVORE A ROMA: PER 15 ANNI HA PAGATO 130 EURO AL MESE PER 5 STANZE ALL’AVENTINO

Marzo 18th, 2011 Riccardo Fucile

ABITAVA IN UNA CASA DELL’ATER, DOVE RISIEDE ANCORA SUO MARITO: UN’ASSEGNAZIONE INCOMPRENSIBILE, VISTO IL SUO REDDITO…NEL FRATTEMPO ACQUISTAVA APPARTAMENTI IN GIRO PER LA CAPITALE…LA CASTA COLPISCE ANCORA

Renata Polverini ci è andata giù pesante.
Lo scandalo Affittopoli e delle case di proprietà  di enti locali svendute a quattro soldi ai soliti potenti l’ha davvero scandalizzata.
«L’era dei privilegi è giunta al capolinea», ha detto in un’intervista pochi giorni fa: «Sono contratti assolutamente fuori dai valori di mercato».
Una vera indecenza.
Sotto il fuoco di fila del Popolo della Libertà  sono finite le giunte di centrosinistra, da quella di Francesco Rutelli a Walter Veltroni.
Accusate di aver girato appartamenti a sindacalisti e politici amici per pochi spicci, per non parlare degli immobili di lusso svenduti a prezzi di favore in aste pubbliche.
L’indignazione del presidente della Regione Lazio ha contagiato anche il suo assessore alla Casa, Teodoro Buontempo, che ha ordinato di bloccare all’istante la vendita dei gioiellini dell’Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica.
«Non ci saranno sconti per chi ha violato la legge. Ecco perchè ho voluto una commissione straordinaria che faccia chiarezza».
Gianni Alemanno s’è subito accodato allo sconcerto generale, varando un’altra commissione ad hoc.
Stavolta al Campidoglio: «Non voglio fare nè allarmismo nè dossieraggio, solo appurare la verità ».
Chissà  se per far luce sull’Affittopoli romana il sindaco farà  un salto anche a via Bramante, nel cuore di San Saba.
Uno dei quartieri più belli della capitale, a pochi passi dall’Aventino, dove chi vuole acquistare una casa ai valori correnti può sborsare anche 10 mila euro al metro quadrato.
Al numero civico 3 e 5 ci sono i due ingressi di un condominio degli inizi del Novecento, sei palazzine di proprietà  dell’Ater con giardinetto interno annesso.
In tutto una novantina di alloggi, destinati per legge a quei cittadini indigenti che non possono permettersi i canoni d’affitto imposti dal mercato.
Entrando nel vialetto, nascosto da felci e alberelli, in fondo a sinistra c’è l’edificio B.
Scorrendo i cognomi perfino Alemanno strabuzzerebbe gli occhi leggendo sul citofono, accanto al pulsante in alto a destra, “Cavicchioli-Polverini-Berardi”.
Massimo Cavicchioli lui lo conosce bene: è infatti il marito del governatore Polverini.
Un uomo schivo, ex sindacalista della Cgil, oggi esperto informatico da sempre lontano dalle luci della ribalta.
Berardi è il cognome di sua madre Pierina, morta anni fa.
«Un errore, forse un omonimo, non possono essere loro, lei guadagna oltre 10 mila euro al mese», penserebbe il sindaco di Roma passando dal portoncino, dove è attaccato un avviso del Comitato Inquilini Ater San Saba che annuncia l’apertura di un nuovo sportello di zona.
Eppure sulla buca delle lettere al piano terra ci sono anche le iniziali degli inquilini: “Cavicchioli M.-Polverini R.”.
Due indizi non fanno una prova. Ma tre?
La targhetta accanto alla porta dell’abitazione, al quarto piano, riporta gli stessi cognomi.
Una chiacchierata con i vicini fuga altri dubbi: «Mi ricordo della signora Clementina, la nonna del signor Cavicchioli. Lei non c’è più, anche i genitori di lui sono morti, e da sempre vedo entrare solo il figlio e i suoi amici. Quanto si paga qui? Dipende dalla metratura, ma la mia bolletta è di 130 euro al mese».
A “l’Espresso” risulta che nell’appartamento (quattro vani più bagno e cucina) risieda proprio il marito della Polverini.
Ma non è tutto: i documenti dell’Anagrafe dimostrano che la governatrice ha vissuto per ben 15 anni nella casa popolare di via Bramante.
Per la precisione, dal giorno del matrimonio (celebrato il 21 giugno del 1989) al settembre del 2004.
Periodo in cui Renata ha fatto carriera, diventando prima responsabile delle relazioni internazionali e comunitarie dell’Ugl, poi – dal 1999 – vice segretario della Confederazione sindacale di destra.
Non si sa quanto la famiglia Cavicchioli-Polverini guadagnasse al tempo (da leader dell’Ugl Polverini prendeva 3.500 euro al mese; nel 2008, secondo la dichiarazione dei redditi, sfiorava i 140 mila euro annui), ma i maligni sospettano che i due non avessero i requisiti per vivere negli appartamenti dell’ex Istituto autonomo case popolari.
«Se il reddito del nucleo familiare supera il limite stabilito, ora fissato a 38 mila euro lordi annui, l’assegnazione decade automaticamente. Chi ci resta diventa un occupante abusivo non sanabile», ragionano dall’Ater.
Forse le entrate dichiarate erano più basse, ma la coppia presidenziale non doveva passarsela male, visto che la Polverini – restando ferma a San Saba – chiedeva mutui e comprava altri immobili.
Per centinaia di migliaia di euro.
Già . Il governatore sembra avere una vera passione per il mattone, e grande fiuto per gli affari.
Mentre risiedeva nella casa popolare, si dava da fare per acquistare appartamenti a Roma, e non solo.
Andiamo con ordine.
Nel marzo del 2001 la Polverini compra un pied-à -terre nel piccolo borgo di Torgiano, tre vani più box in provincia di Perugia.
Città  a lei cara, visto che sua madre è nata lì.
Firma l’atto di compravendita il giorno 21 dal suo notaio di fiducia, da cui torna dopo meno di una settimana per formalizzare l’acquisto di un’altra casa romana, quartiere Monteverde.
Cinque stanze, bagni e cucina a due passi da Villa Doria Pamphilj.
La casa forse non le piace (in effetti San Saba è molto più trendy), di certo un anno dopo la gira alla madre Giovanna.
L’atto di donazione è del 19 marzo 2002.
Dieci giorni dopo, il 28 marzo, un nuovo colpo da maestra: la Polverini compra un altro appartamento, stavolta al Torrino.
La zona è semicentrale, vicino all’Eur, ma l’abitazione è molto grande, sette vani più box.
Soprattutto, è un immobile ex Inpdap, e il prezzo è da record: come ha scritto Marco Lillo su “Il Fatto”, la Polverini se lo prende sborsando appena 148 mila euro, la cifra chiesta a tutti gli inquilini del palazzo dalla società  di cartolarizzazione di Stato (Scip) che vendeva con forti sconti.
Sui documenti dell’Anagrafe consultati da “l’Espresso” risulta però che la Polverini al Torrino non abbia mai avuto residenza: chissà  come ha fatto a condurre in porto l’operazione.
Anche stavolta l’appartamento non deve essere di suo gusto, tanto che nel 2007 lo vende a prezzo ben più alto (234 mila euro dichiarati) a un suo collega sindacalista, Rolando Vicari dell’Ugl.
Lo slalom tra gli acquisti di Renata non è finito.
Perchè sette mesi dopo, a dicembre del 2002, quando ancora risiede nella casa Ater, compra dallo Ior una bella casa con nove stanze, due box e tre balconi sull’Aventino.
Un posto da sogno, che la Banca Vaticana dà  via per 272 mila euro.
Dopo due anni, il 20 settembre del 2004, l’ex leader dell’Ugl si allarga comprando l’appartamento gemello confinante con terzo box annesso. Stavolta dalla Marine Investimenti Sud, una società  immobiliare da sempre in affari con la Santa Sede, un tempo partecipata al 90 per cento dalla Finnat di Giampiero Nattino, ma oggi controllata da società  off-shore che rimandano fino a Montevideo, in Uruguay.
Renata spende altri 666 mila euro ed è finalmente soddisfatta.
Una settimana dopo il rogito dal notaio Giancarlo Mazza (finito sulle cronache dei giornali come recordman dell’evasione nazionale) cambia finalmente la sua residenza e dà  l’addio alla casa dell’Ater, a soli 850 metri di distanza, dove lascia la sua residenza il marito Massimo (seppure sulle Pagine Bianche anche lui risulti all’indirizzo della moglie).
L’ultimo acquisto sull’Aventino la Polverini lo fa lo scorso agosto, quando compra un quarto box (ma di quanti posti auto ha bisogno la presidente?) nel condominio in cui abita da sola.
Nel palazzo di mattoncini rossi a via Bramante la vita scorre tranquilla.
Dei business immobiliari di Renata nessuno sa nulla.
Non sanno che per le valutazioni del Cerved su dati dell’Agenzia del Territorio solo la maison può valere 1,8 milioni di euro.
«Massimo e Renata sono persone gentilissime», dice un’anziana che s’appresta a portare a spasso il cane.
Anche il barista che conosce la coppia da vent’anni ha parole affettuose, e racconta – senza mai esserci andato – delle feste che Renata organizza nella casa dell’Aventino.
«Una donna forte e onesta, una che si è fatta da sola», chiosa un altro avventore.
«Ecco lì Cavicchioli, vede, è quello con le buste della spesa», dice un’inquilina del condominio Ater mentre appende i panni fuori dalla finestra. «Scrivete che qui il giardiniere non viene mai, e che le aiuole sono incolte. E soprattutto che a lor signori, quelli che comandano, non venisse mai in mente di aumentarci l’affitto».

Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso“)

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REGGIO CALABRIA, MISTERO A PALAZZO DI GIUSTIZIA: UN PEZZO GROSSO DEL TRIBUNALE INTERVIENE PER FAR USCIRE DAL CARCERE IL CONSIGLIERE REGIONALE DEL PDL SANTI ZAPPALA’

Marzo 16th, 2011 Riccardo Fucile

E’ CACCIA AL “PRESIDENTE”: SECONDO UNA INFORMATIVA DEI ROS, QUALCUNO IN ALTO SAREBBE INTERVENUTO PER FAR SCARCERARE IL POLITICO, ARRESTATO A DICEMBRE PER CORRUZIONE E CONCORSO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA

Nelle intercettazioni compare come “il Presidente”, è un pezzo grosso degli uffici giudiziari di Reggio Calabria.
Non è ancora stato individuato dagli inquirenti, ma sarebbe intervenuto per tentare di aggiustare la vicenda processuale di Santi Zappalà .
Secondo un’informativa di carabinieri, per risolvere i guai dell’ex consigliere regionale del Pdl, finito in carcere nell’ambito dell’operazione della Dda “Reale 3”, s’era messa in moto una macchina per tirarlo fuori dal carcere di Nuoro.
La vicenda è ricostruita in 91 pagine firmate dal comandante del Ros Stefano Russo.
Ed è prevedibile che si tradurrà  presto in un vero e proprio terremoto tutto interno al Palazzo di Giustizia.
Santi Zappalà  fu arrestato il 21 dicembre scorso, con l’accusa di corruzione elettorale e concorso esterno in associazione mafiosa.
Il politico era stato intercettato a casa di un boss di San Luca, Giuseppe Pelle, mentre chiedeva sostegno in vista delle elezioni regionali di maggio scorso.
Elezioni che lo avevano visto poi stravincere risultando tra i candidati del Pdl più votati nella provincia di Reggio Calabria.
Fin qui le accuse mossegli dalla Procura della Repubblica e contenute in un’ordinanza di custodia cautelare richiesta a suo tempo dai magistrati della Dda.
I primi sospetti agli investigatori sorgono subito dopo l’esito del Tribunale del Riesame.
I giudici, infatti, accolgono parzialmente il ricorso dei legali di Zappalà .
Cade l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e resta la corruzione elettorale.
E’ una vittoria per l’ex consigliere regionale, anche se dovrà  rimanere in carcere.
Tuttavia, le microspie dei carabinieri piazzate nella sala dei colloqui del carcere di “Badu e Carros”, in Sardegna, svelano che qualcosa non va.
Il fratello del detenuto pronuncia la frase che mette in allarma il Ros: “Abbiamo scalato una montagna. Ora tu hai la scadenza di termini … omissis .. 90 giorni e ti scade il 21 marzo, però noi abbiamo fondate speranze, buonissime speranze che esci prima, molto prima, hai capito? Che esci molto prima… omissis…”.
Spunta poi il nome di tale Antonello che spiega l’iter da affrontare in sede giudiziaria.
Antonello, come lo chiamano in famiglia, è Agatino Antonino Guglielmo, cugino di Santi Zappalà , e soprattutto funzionario della Corte d’Appello di Reggio Calabria.
Per il Ros è un personaggio chiave della vicenda.
Antonino Zappalà , fratello di Santi, porta un messaggio al politico: “Vedi che mi ha detto tuo cugino Antonello di dirti …. omissis … che non c’è solo Francesco Albanese e Tonino Curatola (i legali, ndr) … omissis …. c’è tuo cugino Antonello con loro”.
E oltre al messaggio arrivano anche alcune indicazioni.
Scrivono i carabinieri: “(dal servizio di video sorveglianza si nota Santi Zappalà  che, rivolgendosi al fratello Antonio, allargava le braccia e stringeva i pugni come a mimare una persona robusta o importante)”.
Insomma gatta ci cova, così inizia il lavoro del Ros.
Gli avvocati poco dopo depositano la richiesta di scarcerazione al Gip. Tenendo sotto controllo Guglielmi, saltano fuori numerose telefonate che il dirigente della Corte d’Appello fa alle cancellerie dell’ufficio giudiziario, per sapere in tempo reale le decisioni assunte.
Ma decisione del Gip a parte (che negherà  la scarcerazione) quello che fa saltar dalla sedia gli investigatori è un’altra questione.
Ossia il fatto che i familiari di Zappalà  sono già  a Nuoro dal giorno prima, sicuri che il politico sarebbe uscito. Certi di riportarselo a casa.
Ma da cosa deriva questa certezza?
E’ questo il problema, secondo il Ros si attendevano un qualche intervento che, evidentemente o non c’è stato o non ha sortito l’effetto sperato.
E non è finita, perchè continuando a monitorare le utenze telefoniche e gli ambienti “emergono in maniera netta almeno quattro figure coinvolte in un disegno concepito per agevolare Santi Zappalà  nella sua vicenda giudiziaria”. La prima è “quello della cancelleria” il quale era in contatto con una seconda persona, che con ogni evidenza, “veicolava le informazioni ad Antonino Zappalà  (terza persona)”.
Ma c’è di più, secondo i carabinieri i familiari dell’ex politico sapevano anche di essere intercettati.
“Chiara, a tal proposito   –   si legge nell’informativa – risulta l’affermazione di Antonino:   ‘… qua perchè abbiamo parlato noi per questo si è venuto a sapere qualcosa …’ accompagnata dal gesto eloquente di muovere il dito intorno all’orecchio, mimante l’ascolto”.
Chi ha avvertito, aveva saputo evidentemente dal quarto e più importante soggetto coinvolto nella vicenda: il “Presidente”.
Lo stesso interlocutore interno al palazzo avrebbe poi raccomandato ai familiari di Zappalà  di fare attenzione. “Vedi di non nominare quello che… che non si è saputa la cosa che il Presidente gli aveva detto chi l’aviva a cacciare   …(che lo doveva scarcerare, ndr)”.

Giuseppe Baldessarro
(da “La Repubblica“)

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REGIONE LOMBARDIA, SUONA L’INNO NAZIONALE E I LEGHISTI SE NE VANNO AL BAR

Marzo 15th, 2011 Riccardo Fucile

INDEGNO SPETTACOLO DEI CIALTRONI LEGHISTI ALLA PRIMA SEDUTA INTRODOTTA DALL’INNO DI MAMELI…IL PDL FA FINTA DI LAMENTARSI E LA RUSSA PARLA DI “VIGLIACCHI”: MA I VIGLIACCHI VERI SONO QUELLI CHE CONTINUANO A GOVERNARE CON LA FECCIA PADAGNA

Alla «prima» dell’inno di Mameli eseguito nell’aula del Consiglio regionale della Lombardia in onore dei 150 anni dell’Unità  d’Italia, i leghisti, come annunciato alla vigilia, non hanno partecipato.
Gli esponenti della Lega Nord nel Consiglio, che si erano opposti alla legge regionale che prevedeva l’esecuzione dell’inno nazionale nella seduta di oggi, sono usciti dal’Aula prima dell’esecuzione patriottica che ha dato il via alla seduta per celebrare il 150esimo anniversario dell’Unità  d’Italia.
Per il Carroccio era in Aula solo il presidente del Consiglio regionale, Davide Boni, per svolgere il suo ruolo istituzionale.
Gli esponenti della Lega, si sono fermati a prendere un caffè alla buvette.
Un gesto abbastanza prevedibile, quello della Lega già  contraria alla festa del 17 marzo, ma che comunque ha creato scalpore prima ancora di venir messo in pratica.
Il governatore Roberto Formigoni, come annunciato, era invece in aula, con una spilla con il simbolo 150 sulla giacca.
«Settanta secondi di Inno di Mameli non fanno male a nessuno, sono un simbolo importante di quello che siamo», ha commentato, all’uscita dei consiglieri leghisti. «Da lombardi partecipiamo alla festa del tricolore. La Lombardia ha avuto una parte molto grande nella costituzione dell’Unità  di Italia, abbiamo dato un contributo di sangue e di ideali e oggi continuiamo ad essere la locomotiva dello sviluppo dell’Italia in Europa e nel mondo».
Il presidente Boni, presente in aula «suo malgrado», ha poi commentato: «Purtroppo non ho potuto bere il cappuccino con gli altri del mio gruppo. Ero in Aula perchè sono il presidente di tutti, ma idealmente non l’ho sentito”
Boni ha infine dato ordine ai commessi di evitare che durante l’esecuzione dell’Inno venissero sventolati Tricolori. «Queste cose – ha ribadito – vanno fatte con sobrietà  e solennità  nel rispetto di tutti, non come se fossimo una squadra contro l’altra».
«Penso che il miglior modo per onorare le istituzioni sia lavorare nell’interesse dei lombardi». Così il vicepresidente della Regione Lombardia, Andrea Gibelli, mentre sui leghisti si scatena la bufera delle polemiche.
«È gravissimo che i consiglieri regionali lombardi della Lega siano usciti oggi durante l’esecuzione dell’inno di Mameli. È un vero e proprio schiaffo al Paese. Se non si sentono italiani si dimettano e rifiutino il lauto stipendio che gli arriva puntuale a fine mese», afferma il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando.
«Chi non riconosce lo Stato che governa – afferma in una nota Alessandro Maran, vicepresidente dei deputati del Pd – dovrebbe trarne le conseguenze. Non si può essere ministri, governatori, sindaci, assessori, consiglieri di un esecutivo nazionale, di una regione, di una provincia e di una città  se non si approva l’ordinamento dal quale queste articolazioni discendono.
Dal canto suo Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del PdCI-Federazione della sinistra, ritiene «intollerabile che i consiglieri regionali lombardi della Lega siano usciti oggi durante l’esecuzione dell’inno di Mameli.
I leghisti che fanno parte del governo o si dissociano pubblicamente da quanto fatto dai loro colleghi di partito a Milano o escano immediatamente dal governo nazionale della Repubblica italiana, che come recita la Costituzione è una e indivisibile, e sulla quale hanno giurato prima di fare i ministri. La Lega è secessionista. Chi non lo ha ancora capito continua a fare del male al Paese e alla sua unità , che ipocritamente festeggia ma che nei fatti calpesta ogni giorno».
Dura presa di posizione dell’assessore lombardo alla Sicurezza e coordinatore provinciale milanese del Pdl, Romano La Russa, contro la decisione leghista di disertare l’aula. «Oggi è una data importante e significativa per la nostra regione, giorno di gioia e di orgoglio, ma per qualcuno è anche la più triste della vita politica lombarda – sostiene il fratello di Ignazio La Russa, in una nota – Totale disprezzo per il gesto inqualificabile di quei consiglieri che si sono rifiutati di entrare in aula durante l’esecuzione dell’inno nazionale».
«Chi non rende onore alla propria bandiera – continua – al proprio inno e alla Patria non può che essere definito vigliacco e la sua esistenza meschina».
Ma allora qualcuno ci spieghi chi è più vigliacco: chi lascia l’aula durante la esecuzione dell’inno nazionale della propria Nazione o chi condanna l’episodio ma dopo due minuti è al governo regionale con simile feccia?
Caro La Russa, sei senza palle: se fossimo stati al tuo posto, stamane avrebbero dovuto chiamare il reparto mobile per sedare la rissa in Consiglio e stai tranquillo che domani sarebbe già  indette nuove elezioni.
Da una parte i pataccari padagni, dall’altra tutti gli altri partiti, uniti in una coalizione di liberazione dai razzisti.
E poi vediamo come andrebbe a finire: magari qualcuno che oggi è andato al bar sarebbe costretto a tornare a lavorare, ammesso che abbia mai lavorato in vita sua.

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CONSIGLIERE REGIONE DEL PD ARRESTATO A PALERMO MENTRE INTASCAVA UNA MAZZETTA DI 10.000 EURO

Marzo 12th, 2011 Riccardo Fucile

GASPARE VITRANO, AVVOCATO, E’ STATO BLOCCATO IN PIENO CENTRO CON LA MAZZETTA CHE AVEVA APPENA INTASCATO DA UN   IMPRENDITORE LOCALE… ARRESTATO IN FLAGRANZA DI REATO CON L’ACCUSA DI CONCUSSIONE: LE BANCONOTE ERANO SEGNATE

Il deputato regionale siciliano del Pd Gaspare Vitrano, avvocato di 49 anni, è stato arrestato questa sera dalla polizia di Palermo con l’accusa di concussione.
L’uomo è stato bloccato in pieno centro, nel capoluogo siciliano.
Secondo la Procura Vitrano aveva appena chiesto una mazzetta ad un imprenditore per la realizzazione di un impianto fotovoltaico.
Al momento dell’arresto aveva con sè 10mila euro in contante, che secondo la polizia sarebbero la tangente appena ricevuta dall’imprenditore.
L’arresto e’ stato eseguito in flagranza, e a carico del deputato regionale non e’ stato ancora emesso un provvedimento giudiziario.
Seguito con circospezione dagli agenti in borghese il deputato Vitrano ha scambiato alcune parole al bar con l’imprenditore che gli ha passato una busta con oltre diecimila euro in contanti: la mazzetta pattuita per velocizzare una pratica relativa ad un impianto fotovoltaico.
Pochi secondi e i poliziotti lo hanno fermato, in pieno centro a Palermo, dopo avere filmato lo scambio.
L’avvocato che siede all’Ars, dal passato democristiano transitato alla Margherita e quindi ai democratici, è rimasto sbigottito.
E’ stato fatto salire sull’auto della polizia e portato in questura.
L’accusa, concussione, non è stata ancora formalizzata dal giudice ma gli atti ora saranno trasmessi alla procura entro 48 ore e quindi al gip per decidere sul fermo.
L’operazione è coperta dal riserbo, finora, si sa solo che sarebbe stata la vittima a denunciare la richiesta di tangente facendo scattare l’operazione. “Non so ancora nulla, non conosco il motivo per il quale il mio cliente è stato arrestato. La squadra mobile di Palermo mi ha chiamato per annunciarmi che l’on. Vitrano mi ha nominato difensore e non so altro”, dice l’avvocato Vincenzo Lo Re, legale dell’indagato.
Il deputato regionale del Pd nel 2001 è stato eletto parlamentare all’assemblea parlamentare siciliana e ha ricoperto la carica di componente della commissione Lavoro.
Vitrano è stato poi rieletto nelle successive legislature nelle file del Pd e fino ad oggi ricopriva la carica di deputato segretario e di componente della commissione attività  produttive.
Nel curriculum da lui stesso pubblicato si definisce “da sempre impegnato nel sociale” e “ha fatto esperienze di volontariato nei Paesi in via di sviluppo.
”.Gaspare Vitrano, arrestato mentre intascava una tangente da 10 mila euro, è stato il più votato tra i deputati regionali del Partito democratico alle ultime elezioni grazie a 13.450 preferenze pari all’11,22 per cento di quanto ottenuto dalla lista.
Laureato in giurisprudenza, dipendente regionale in aspettativa, Vitrano al Pd è arrivato dalla Margherita.
Da qualche tempo ha aderito alla corrente “Innovazioni” che fa capo all’ex segretario siciliano Francantonio Genovese e all’ex ministro Salvatore Cardinale. Recentemente, il deputato arrestato per concussione, è stato indicato nelle stanze dell’Assemblea regionale quale possibile assessore di un’eventuale giunta politica con il Pd.
Nel partito il clima è di disorientamento e i suoi colleghi dell’Ars faticano ad affrontare l’argomento.
“Sono veramente sconvolto, è incredibile – afferma Antonello Cracolici, capogruppo all’Assemblea regionale – La prudenza è come sempre d’obbligo ma il Pd ha delle regole ferree e se l’arresto con questa accusa è confermato non possiamo che sospendere immediatamente il parlamentare dal partito. Lo prevede il nostro codice etico”.
Vitrano sarà  sospeso dall’Assemblea regionale, come prevede la legge in caso di arresto, al suo posto subentrerà  il primo dei non eletti nella lista del Pd, cioè Salvino Pantuso, avvocato cinquantasettenne, che è già  stato parlamentare all’Ars.

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FEDERALISMO, ALTOLA’ DELLE REGIONI: “IL GOVERNO NON HA ONORATO GLI IMPEGNI PRESI”

Marzo 5th, 2011 Riccardo Fucile

SALTA L’INTESA DI DICEMBRE IN TEMA DI TRASPORTO PUBBLICO E DI TAGLI PREVISTI DALLA MANOVRA…SOLO QUATTRO REGIONI FAVOREVOLI AL NUCLEARE…IL PROBLEMA DEI TG REGIONALI

«Al governo abbiamo detto che, dal momento che non ha onorato i contenuti dell’accordi siglato nel dicembre scorso, l’intesa sul federalismo regionale per noi non c’è».
A dirlo è stato il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Vasco Errani, al termine della conferenza Stato-Regioni.
«Le Regioni vanno a questo incontro con il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, con la piena disponibilità  a costruire un quadro concertato di azioni che impegni tutta la Repubblica italiana» ha detto Errani, al termine della conferenza Stato-Regioni e poco prima dell’inizio dell’incontro con Maroni sull’emergenza Libia.
«Ascolteremo cosa il ministro avrà  da dirci – ha concluso Errani – e poi faremo le nostre valutazioni».
L’accordo con il governo siglato a dicembre, che ha portato le regioni a dare l’intesa sul decreto di attuazione del federalismo che le riguarda, deve essere concretizzato «rapidissimamente».
Si tratta «di un punto molto importante. La situazione è molto critica».
Vasco Errani, torna sull’accordo siglato il 16 dicembre scorso con il ministro della Semplificazione, Calderoli, per il finanziamento del trasporto pubblico locale e per i tagli previsti dalla manovra.
A margine della Stato-regioni, ai giornalisti Errani spiega: «Visto che il governo non ha ancora onorato l’accordo di dicembre, che comprendeva anche il federalismo regionale, per noi quell’accordo non c’è. Ciò significa che il governo deve rapidissimamente deve far fronte agli impegni che abbiamo condiviso».
Le autonomie hanno anche espresso il loro parere sul decreto relativo ai criteri per la localizzazione degli impianti nucleari. «La maggioranza delle regioni ha espresso un parere negativo. Solo 4 regioni ossia Piemonte, Lombardia, Campania e Veneto – ha detto Errani – hanno espresso un parere favorevole mentre le altre hanno espresso un parere contrario».
«Abbiamo rappresentato alla commissione di Vigilanza Rai – ha aggiunto poi Errani – la necessità  di sensibilizzare i vertici Rai rispetto alla prospettata cancellazione della edizione serale dei telegiornali regionali», ha dichiarato Vasco Errani.
«Su questo tema abbiamo riscontrato interesse e sensibilità  da parte di tutti i commissari. Si tratta di garantire il diritto all’informazione e in questo momento in cui si discute sulle necessità  di un processo federalista si dovrebbe prevedere valorizzare e ampliare i notiziari regionali».

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TASSE E FEDERALISMO: ALLA FINE, SOLO TARIFFE PIU’ CARE

Febbraio 20th, 2011 Riccardo Fucile

PER RECUPERARE GETTITO, LE BOLLETTE AUMENTANO A RITMO   DOPPIO DELL’INFLAZIONE…DUE COMUNI FALLITI FATTI RIENTRARE NELL’ELENCO DELLE AMMINISTRAZIONI VIRTUOSE: I CASI DI CATANIA E TARANTO

In Italia capita anche questo.
Succede che due Comuni praticamente falliti finiscano nell’elenco delle amministrazioni più virtuose, quelle premiate dallo Stato con la possibilità  di spendere più soldi rispetto ai limiti ferocemente imposti dal Patto di Stabilità . Possibile che nella lista ci sia anche Catania?
La città  dove il neosindaco Raffaele Stancanelli, appena eletto a metà  2008, denunciò con le mani tra i capelli un miliardo di debiti nascosti nelle pieghe del bilancio?
Dove il suo predecessore era inseguito da torme di creditori di tutte le specie, dai librai cittadini alle ballerine brasiliane?
Dove le strade erano al buio perchè non erano state pagate le bollette dell’Enel?
E dove, per assurdo, il bilancio di quel 2008 appariva talmente in ordine da far guadagnare a Catania un premio da 983.411 euro?
Premio, per inciso, negato a città  mai censurate per cattiva amministrazione, come Sondrio, Belluno, Asti…
Catania come Taranto.
Comune dichiarato ufficialmente in dissesto finanziario e sommerso da un debito pazzesco di 616 milioni di euro, dove succedeva davvero di tutto. Perfino che 23 dipendenti, dopo essersi aumentati lo stipendio da soli rubando alle casse municipali 5 milioni, restassero miracolosamente al loro posto.
Una città  talmente sprofondata nel buco nero dei debiti, che i liquidatori ci hanno messo tre anni per ricostruire la contabilità  e pagare i creditori.
Con i denari dei contribuenti, naturalmente.
Gli stessi quattrini che due anni dopo hanno permesso alla città  di incassare un bel «premio» da 1.378.069 euro.
Difficile spiegare tutto questo.
Una sola cosa è certa: l’elezione diretta di sindaci e governatori e la riforma del Titolo V della Costituzione, voluta nel 2001 dal centrosinistra, hanno dato agli amministratori locali maggiori poteri, ma non maggiori doveri.
Da allora ad oggi metà  della spesa pubblica è passata dal centro alla periferia, ma il compito di tassare i contribuenti è rimasto allo Stato, perchè Regioni, Comuni e Province sono responsabili solo del 18% delle entrate.
La finanza locale, già  caotica, è diventata ancora più disordinata.
E indebitata, perchè mentre montava il caos normativo e istituzionale, da Roma, inseguendo il risanamento dei conti pubblici, hanno cominciato a tagliare i trasferimenti di bilancio.
Fatto sta che oggi gli italiani si trovano appesantiti, solo a livello locale, da 45 fra tasse, tributi, canoni, addizionali, compartecipazioni, con la pressione fiscale complessiva che è schizzata nel 2009 al 43,5%, al terzo posto fra i Paesi dell’Ocse.
Nonostante le promesse di riduzione e semplificazione che ci sentiamo ripetere da almeno dieci anni.
Per raggranellare denaro i sindaci hanno dato sfogo alla fantasia.
Alcuni hanno anche rispolverato la «tassa sull’ombra» del 1972, che colpisce «la proiezione sul suolo pubblico di balconi, tende e pensiline».
Con le casse sempre più vuote, ma nessuna voglia di incidere sulle spese improduttive, gli enti locali hanno di fatto scaricato sui cittadini i sacrifici imposti dal governo centrale.
Aggirando ad esempio il blocco delle addizionali comunali sull’Irpef, in vigore dal 2008, pompando le tariffe.
Anche i governi, poi, ci hanno messo del loro.
Per esempio con l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, l’unica tassa «federalista» vigente in Italia, sacrificata sull’altare dell’ultima campagna elettorale.
E pazienza se, come rivelava uno studio dell’Ifel, l’istituto di ricerca dell’Anci, tra il 2004 e il 2009 le tariffe comunali sono cresciute a una media del 3,5% annuo.
Il doppio dell’inflazione, con punte stratosferiche per i rifiuti (+29% tra il 2004 e il 2009, e continuano ad aumentare) e i servizi idrici, le cui tariffe crescono in media del 5% l’anno.
Dopo l’immondizia e l’acqua, l’ondata dei rincari nel 2010 e in questo primo scorcio del 2011 si è abbattuta su asili nido, mense scolastiche, piscine e impianti sportivi, musei, servizi cimiteriali, trasporto locale.
E nel Milleproroghe, appena approvato dal Senato, c’è una nuova sorpresa: tutti i Comuni, anche quelli che non si trovano in emergenza rifiuti, potranno aumentare le tariffe fino a coprire l’intero costo del servizio.
Incrociamo le dita.
Il caso dell’Ama, che oltre ad essere l’azienda municipalizzata per l’ambiente del Comune di Roma è anche uno straordinario collettore di voti, forse vale per tutti come cattivo esempio di amministrazione.
Il bilancio del 2008 si è chiuso con una perdita monstre di 257 milioni di euro. E il 2009 sarebbe stato archiviato con un altro buco di 70 milioni, senza il contributo di 30 milioni erogato dal Comune e l’aumento delle tariffe per ben 40,8 milioni di euro.
E tutto questo mentre i crediti verso gli utenti morosi aumentavano, in dodici mesi, di 108 milioni, raggiungendo la cifra astronomica di 623 milioni di euro. La circostanza non ha comunque impedito all’azienda di assumere nuove legioni di dipendenti: 91 nel 2008, 489 nel 2009, 766 nel 2010.
Impiegati, netturbini, perfino 164 spalatori di foglie ingaggiati in un colpo solo. Poi, naturalmente, anche parenti e amici dei politici.
Per rendersi conto del disordine che regna negli enti locali del nostro Paese, del resto, è sufficiente dare uno sguardo a una tabella elaborata dal senatore Marco Stradiotto, componente della Bicamerale sul federalismo, sui dati del ministero dell’Interno.
Si scopre, per esempio, che su ogni cittadino di Cosenza grava un costo del personale comunale di 506 euro l’anno: quasi il doppio rispetto a una città  poco più grande come Cesena (271 euro), e addirittura il 117% in più nei confronti di Catanzaro (233).
Per non parlare delle differenze macroscopiche che ci sono fra Regione e Regione.
La Sicilia, con metà  dei residenti della Lombardia, sopporta una spesa per il personale regionale nove volte superiore (un miliardo 782 milioni contro 202 milioni).
E investe nelle infrastrutture ferroviarie 13,9 milioni l’anno, 57 volte meno della Lombardia (786 milioni).
Differenze eclatanti, che danno anche la dimensione dell’assistenzialismo in salsa locale.
Il bello è che cominciano a saltare fuori solo adesso.
Dopo che i tecnici della Commissione mista tra governo ed enti locali per l’attuazione del federalismo, guidata da Luca Antonini, sono quasi impazziti per riportare su base omogenea i bilanci dei Comuni, dove molte spese sono nascoste dall’esternalizzazione dei servizi, e delle Regioni, scritti in quindici modi diversi.
In attesa di quello fiscale, in Italia regna da sempre il federalismo contabile, nel senso che ognuno si fa il bilancio a modo suo.
E a nulla sono valsi, finora, i tentativi di mettere un po’ d’ordine.
Vi siete mai chiesti perchè da qualche tempo in qua se un’amministrazione di destra sostituisce una di sinistra, o viceversa, la prima cosa che fa è mettere i libri contabili in mano a un ispettore del Tesoro?
Certamente per scaricarsi delle responsabilità  dei predecessori.
Ma anche perchè i bilanci sono così complicati e poco trasparenti che dentro ci si può nascondere di tutto.
Dalla due diligence eseguita dalla Ragioneria generale dello Stato sui conti della Campania, richiesta dall’attuale governatore Stefano Caldoro, sono saltati fuori «bilanci di previsione fortemente sovradimensionati rispetto al reale andamento degli impegni, e pagamenti ancora più incoerenti».
Per dire poi come sia possibile piegare i bilanci a ogni esigenza, la Regione, allora guidata da Antonio Bassolino, ha pagato spese che non potevano essere coperte facendosi prestare i soldi dalle banche.
Come la manutenzione dei boschi (210 milioni), oppure il servizio di «monitoraggio» (21 milioni) del patrimonio forestale alla Sma Campania, società  partecipata dalla Regione che aveva assunto 568 lavoratori socialmente utili.
Le cose non vanno meglio con i bilanci dei Comuni.
Nell’estate del 2010 la Corte dei conti ha trovato in quello di Foggia cose turche.
Non esisteva un inventario dei beni comunali, ma in compenso c’era un contenzioso civile devastante, con decreti ingiuntivi per 30 milioni.
Nel bilancio erano contabilizzate come residui «attivi» somme impossibili da incassare. Insomma, una baraonda totale.
I decreti attuativi sul federalismo fiscale ora promettono di metterci una pezza, imponendo l’omogeneità  dei bilanci.
Ma non a tutti, perchè per le Regioni a statuto speciale le regole sono dettate dagli Statuti, che hanno rilevanza costituzionale.
Dietro l’angolo si profilano altre insidie, ma non si può che partire da qua. Facendo ordine nel caos dei numeri, mettendo al bando con la trasparenza i giochi di prestigio degli amministratori furbacchioni.
Poi toccherà  ai cosiddetti «fabbisogni standard», che dovrebbero far superare il principio della «spesa storica», grazie al quale vengono premiate le amministrazioni più spendaccione.
Di che cosa si tratta?
Si stabilisce sulla base di parametri economici e territoriali qual è il costo efficiente di un servizio: la polizia locale, l’asilo nido, l’impianto sportivo…
Chi vuole spendere di più si arrangi.
Dallo Stato non arriverà  un euro in più: o si risparmia altrove, o bisognerà  aumentare le tasse, e poi rendere conto, ai propri elettori.
Ma questo, come vedremo nelle prossime puntate, non è affatto «federalismo».
Anche Luca Antonini parla di «razionalizzazione della spesa pubblica».
La devolution è un’altra cosa.
Anche se ci ostiniamo a chiamarla così.

Mario Sensini e Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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IL TROTA HA FATTO GOL: IN ATTESA DELLA SUCCESSIONE DINASTICA SI DA’ AL CALCIO

Febbraio 7th, 2011 Riccardo Fucile

MENTRE ALTRI LEGHISTI VIVONO RACCONTANDO PALLE, RENZO BOSSI SVILUPPA IL PROGETTO DEL PALLONE PADANO:… DIVENTA COSI’ RESPONSABILE DI NF-BOARD PER L’EUROPA, OVVERO DELLE NAZIONALI DI CALCIO DI PRESUNTE “MINORANZE NON RICONOSCIUTE”… LA SCALATA DEL TROTA NEL PARTITO MONARCHICO PADANO SUSCITA PARECCHI MAL DI STOMACO

Banche, fondazioni, autostrade, enti, municipalizzate: è bulimica la Lega Nord nel mangiarsi ogni fettina disponibile di sottogoverno, con tecniche ormai persino più sofisticate di quelle del mezzo secolo democristiano.
Ma una forza politica “popolana” (copyright Bossi), oltre alla finanza e alle centinaia di altre poltrone di potere che promanano dagli enti locali controllati, non può trascurare il più popolare degli sport in Italia e in Padania: il calcio.
Così Renzo Bossi, detto il Trota, che compare ormai quotidianamente al fianco del padre Umberto suscitando le ansie di tutte le paranze interne che lavorano sodo alla successione del capo carismatico e che temono la soluzione “dinastica”, è stato incaricato di sviluppare il progetto pallone padano.
L’altro giorno a Barcellona, il Trota è stato nominato per acclamazione responsabile e delegato per l’Europa di Nf-Board.
Di che si tratta ?
Del calcio “Non Fifa” che, come spiega La Padania, “è un mondo fatto di passione, di entusiasmo, di sacrificio, di rispetto delle tradizioni, di amore verso la propria terra e verso il proprio popolo, attraverso quello strumento unico, semplice e meraviglioso al tempo stesso che è lo sport”.
Il Nf -Board, oltre alla Padania, comprende la Lapponia, le Isole Chagos, la Groenlandia, Gozo, Fiume, Cipro Nord e altri undici membri   espressione di   “minoranze non riconosciute”.
Promuove un campionato che nel prossimo giugno prevede il “Mondiale dei Popoli” : femminile in Corsica e nel 2012 quello maschile in Kurdistan.
Tra gli incarichi del giovane Bossi c’è quello di accrescere l’interesse “anche economico dell’universo calcistico Non -Fifa” costituito da un centinaio di squadre.
Nel giugno scorso a Gozo (Repubblica di Malta) il figlio prediletto del Senatur ha già  presidiato col piglio del supermanager la partita Nazionale della Padania contro il Regno delle Due Sicilie, vinta per 2-0 portando i padani   per il terzo anno consecutivo nella finale dei campionati del mondo riservati   ai “Popoli senza nazione”.
Intanto i maldipancia nel partito per l’onnipresenza di Renzo al fianco del padre e per l’evidente tentativo di deriva dinastica si moltiplicano, insieme alle tensioni locali che preparano il grande scontro finale sulla successione a Bossi, di cui peraltro nessuno può prevedere i tempi.
Sintomatica la battaglia nel Veneto, faticosamente rientrata, tra il segretario uscente Giampaolo Gobbo e l’aspirante Flavio Tosi, il potente sindaco di Verona di cui si è ipotizzata persino l’uscita dalla Lega.
La scalata calcistica e non del Trota tiene banco nei discorsi interni persino più del federalismo quasi realizzato e del dare-avere con Berlusconi.
Se Marina B. scende in campo per la successione dinastica del padre anatra zoppa (politicamente) perchè non dovrebbe farlo Renzo B. ?

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