“IL VOTO SULLA GIUSTIZIA SI TRASFORMERÀ IN UN REFERENDUM SUL GIORGIA MELONI, LO SARÀ PER COME LA RIFORMA È STATA PRESENTATA, UNO SCALPO STORICO DELLA MAGISTRATURA. LO SARÀ PER COME È STATA REALIZZATA, COME RIFORMA ‘DEL GOVERNO’, SENZA CONFRONTO IN PARLAMENTO”
“LO SARÀ PERCHÉ L’ACCELERATORE LO HA PREMUTO CONSAPEVOLMENTE GIORGIA MELONI, HA SCELTO DI TENERE LE PROVE GENERALI DELLE POLITICHE UN ANNO PRIMA, DANDO COSÌ AGLI AVVERSARI L’UNICO BERSAGLIO UNIFICANTE: IL ‘NO’ CHE, IN QUESTO CASO, BASTA PER VINCERE”… “COMPLICATO CHE IN CASO DI SCONFITTA, GIORGIA MELONI POSSA FAR FINTA DI NIENTE”
Va di moda, nel centrodestra, spifferare che “Giorgia Meloni non commetterà l’errore di Matteo Renzi”. Quello cioè di trasformare il referendum costituzionale in un voto politico su di sé. Allora la personalizzazione fu l’errore fatale e bye bye palazzo Chigi.
Lo spiffero, che oggi rivela una preoccupazione, è destinato, vedrete, a diventare una pia illusione in tempi brevi. Ovvero: finite le regionali, quando partirà una campagna referendaria lunga sei mesi. L’illusione è destinata a cadere non solo per ragioni di indole della premier, piuttosto incline a non sottrarsi alla pugna in prima persona, quando il clima si scalda. Ma soprattutto per ragioni squisitamente politiche.
C’è poco da fare: si trasformerà in un referendum sul governo e su Giorgia Meloni per tutta una serie di motivi. Lo sarà per come la riforma è stata presentata: uno “scalpo” storico della magistratura, eretta a nemico da ricondurre nei ranghi per
giustificare i pasticci del governo, dai centri in Albania al Ponte sullo Stretto, bocciato dalla Corte dei conti.
Del trumpismo si mutua il racconto di un potere senza vincoli in virtù della propria unzione popolare, del vecchio e nuovo berlusconismo (pure Marina è si è appalesata) il repertorio sulle “toghe rosse”.
Un racconto, appunto la cui enfasi conflittuale è sproporzionata rispetto a una riformicchia pasticciata tra Csm sorteggiati e la creazione di una casta di pm che rende le procure ancora più potenti, in una singolare eterogenesi dei fini.
Lo sarà per come la separazione delle carriere è stata realizzata: come riforma “del governo”, senza confronto in Parlamento, portata avanti a tappe forzate. Non ci sono precedenti di riforme costituzionali che, dall’inizio alla fine del percorso, non vengono modificate di una sola virgola.
Lo sarà perché l’acceleratore lo ha premuto consapevolmente Giorgia Meloni. Delle tre riforme, pomposamente annunciate per “fare la storia”, una si è rivelata infattibile (l’Autonomia), l’altra troppo rischiosa e dunque congelata (il premierato), la Giustizia è stata ritenuta il terreno più agevole, vista la scarsa popolarità dei giudici nel paese.
E lo sarà, a dispetto di quanto viene detto oggi, per esigenze di mobilitazione elettorale. Per portare la gente alle urne alle Europee Giorgia Meloni si è dovuta candidare capolista (anche
lì: fu un voto sul governo e le andò bene), alle regionali ha stampato il suo volto sui manifesti […], difficilmente potrà stare alla finestra in occasione del referendum […] lasciando l’onere comiziante a pensosi costituzionalisti.
Insomma, la premier avrebbe potuto continuare a prosperare in un tranquillo tran tran fino alle politiche. Ha invece scelto, sostanzialmente, di tenere le prove generali delle politiche un anno prima, dando così agli avversari, divisi su tutto, l’unico bersaglio unificante: il “no” che, in questo caso, basta per vincere.
Certo è che per entrambi gli schieramenti ci sono elementi di rischio. Complicato che, in caso di sconfitta, Giorgia Meloni possa far finta di niente, di fronte alla bocciatura della principale riforma del suo governo.
A maggior ragione se sarà premiata la linea della “difesa della democrazia”, risulterà azzoppata proprio nella sua legittimità politica a governare e dovrà ritrovare un racconto per le politiche. Se invece vincerà rispetto a questo allarme, per le opposizioni è un game over definitivo. Si ritroverebbero a dover fare in un anno ciò che non hanno fatto in quattro, con le leadership già travolte nelle urne.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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