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MILIONI DI RUSSI OSTAGGIO DEL REGIME

COME FUNZIONA LA RIFORMA DELLA LEVA VOLUTA DA PUTIN

“Io resto”, dice al telefono da Mosca Alexander, Sasha per gli amici. Non aggiunge molto altro. I russi stanno cominciando ad avere una certa paura, peraltro quasi sempre ingiustificata, a parlare al telefono. Sasha è sempre stato contrario a questa guerra. Ha trentadue anni, ha fatto il servizio militare ma non è stato richiamato con la mobilitazione del settembre scorso.
Probabilmente perché ha un lavoro importante. Guadagna bene, ha un figlio in arrivo, ha appena comprato una casa. “Non posso lasciare tutto questo, preferisco rischiare. Cercherò di non farmi trovare. Intanto, ho cancellato il mio account per l’accesso informatico agli enti pubblici”, spiega. Per ovvi motivi non pubblichiamo il suo cognome.
“È il momento di partire, poi sarà troppo tardi”: è il mantra sui social russi, dove trionfa la discussione sulla nuova legge che prevede l’arrivo della cartolina di precetto per via informatica e il conseguente divieto di espatrio. Pene severissime per chi cercasse di defilarsi. “Un modo per tenere in ostaggio tutti i cittadini in età militare”, è il tono dei commenti. “Una legge marziale non dichiarata”.
La legge, passata alla Duma, la camera bassa del Parlamento, deve essere ancora approvata dal Consiglio federale, l’equivalente del nostro Senato. Poi, la firma di Vladimir Putin. Ma la sua entrata in vigore è certa. I processi legislativi nella Russia di Putin sono parecchio prevedibili. Una riforma della leva era da tempo in gestazione.
Poi qualche giorno fa, è piovuta dall’alto — ovvero dall’amministrazione presidenziale — una montagna di emendamenti preconfezionati. Fatti apposta per consentire al governo di arruolare milioni di russi se ce ne sarà bisogno. E la riforma giacente in pochi minuti ha avuto il sì di tutta l’aula.
“Di fatto i russi in grado di combattere diventano ostaggio del regime, che però non vuol farglielo sapere in modo drastico”, commenta a Fanpage.it Mark Galeotti, uno dei maggior esperti mondiale della Russia, a cui ha dedicato una ventina di libri. Galeotti, inglese di origini carraresi, è uno specialista delle forze armate, dei servizi di sicurezza e della criminalità nel Paese di Putin.
Lo abbiamo raggiunto al telefono nella sua casa alle porte di Londra. Abbiamo molte domande da fargli sulla nuova legge per l’arruolamento e su altro. Gli raccontiamo il nostro dialogo di poco prima con Sasha.
Professor Galeotti, perché Alexander non vuole partire? Perché i russi sono così passivi anche quando si oppongono alla guerra e non vorrebbero combatterla?
Capisco bene Alexander. Il fatto è che la maggior parte delle persone non può semplicemente lasciar tutto ed emigrare.
Ma questa legge potrebbe costringere milioni di Alexander ad andare al fronte.
La nuova legge è draconiana ma allo stesso tempo vuol evitare provvedimenti ancora più draconiani. L’alternativa sarebbe quella di tornare ai visti d’uscita per tutti i cittadini, com’era ai tempi dell’Urss. È stata ritenuta impraticabile. La legge passata alla Duma dimostra che il regime cerca di costruire la struttura adatta per mobilitare quanti nuovi soldati desideri e combattere una guerra infinita. Allo stesso cerca di minimizzare l’impatto sociale di una tale prospettiva.
È una grande ipocrisia. In pratica, una legge marziale non proclamata.
Non proprio. Non è come è successo in Ucraina subito dopo l’invasione, quando ad ogni cittadino di sesso maschile in età militare è stato vietato di lasciare il paese.
Ma era normale, per un Paese aggredito. Per un Paese in guerra. La Russia nemmeno la chiama guerra.
Vabbè la chiamano ancora “operazione militare speciale”. Ma certo che la Russia è in guerra. Ed è certo che, anche senza legge marziale, lo Stato farà tutto quel che deve esser fatto per condurre la guerra. Ma tenta di far quadrare il cerchio. Si assicura il controllo delle persone. Potrà prendere chi vuole per mandarlo al fronte. Ma senza la situazione sembri definitiva, permanente. Senza che tutti i russi si sentano costretti in questa posizione di ostaggi.
Come reagirà il pubblico. I biglietti della Turkish Airlines dall’aeroporto di Vnukovo a Mosca per Istanbul sono subito saliti a oltre tremila euro solo andata, in classe economica. A parte Alexander che non vuole partire, ci sarà una fuga in massa?
Se fosse così sarebbe un triste paradosso. Il meccanismo predisposto con la nuova legge non entrerà in funzione immediatamente. Ci vorrà tempo. La legge spiega che vale solo per la normale chiamata alla leva, quella che viene fatta ogni primavera e ogni autunno. E questo non è vero, in realtà il meccanismo potrà valere in ogni momento. Ma intanto ci vorranno mesi prima che tutti i database siano integrati nel nuovo sistema. Se ne parlerà in autunno, appunto. Non prima.
Ma c’è già chi fa le valige.
Chi parte adesso, a meno che non abbia un lavoro assicurato all’estero o un doppio passaporto, tra qualche mese finirà per tornare. Perché non avrà mezzi per sostenersi fuori dalla Russia. Come è successo per molti di quello che fuggirono durante la prima ondata di mobilitazione, che dopo tre o quattro mesi son dovuti rientrare. Ed ecco il paradosso, appunto: potrebbero dover rientrare proprio in tempo per esser fagocitati dalla nuova e più efficiente chiamata alle armi “elettronica”, che sarà allora diventata operativa.
Intanto, cartelloni pubblicitari che invitano ad arruolarsi ed uffici leva anche mobili stanno riempiendo le città russe.
Proprio perché il regime cerca di non prendere misure troppo draconiane. È chiaro che potrà mandare al fronte chi gli pare. Ma Putin è ben conscio delle possibili conseguenze sociali e politiche negative se lo facesse con modi drastici. Ecco quindi la campagna per indurre la gente ad arruolarsi volontariamente con promesse di vantaggi e paghe sontuose che poi magari non vengono nemmeno corrisposte.
Il fatto è che ora questa “pubblicità per la guerra” sta diventando nelle ultime settimane davvero onnipresente, in Russia.
E dà la misura della scala della sfida lanciata dal regime. Che propaganda questa guerra come una “lotta esistenziale” della Russia contro la Nato. Ma che non vuol far sembrare ai cittadini che saranno costretti a combatterla in prima persona, se non vogliono. Questo è il messaggio. Certo non esente da ipocrisia.
E che dice tutto questo rispetto alla possibile durata delle ostilità?
Dal punto di vista russo, protrarre la guerra è l’unico modo per vincerla, se mai sarà possibile vincerla. Si tratta di sopravvivere, di durare più a lungo dell’Ucraina e dell’Occidente nell’impegno militare sul campo. Al Cremlino sanno bene che non metteranno a segno alcuna vittoria decisiva. Sì, potranno prendere Bakhmut. Ma non vinceranno mai la guerra grazie a una singola battaglia. Né conquisteranno mai l’intero Donbass. Non potranno mai proclamarsi vincitori in seguito a conquiste territoriali dirette. L’unico modo per uscirne a mani piene è tirarla per le lunghe, prendere il nemico per stanchezza.
A questo proposito, l’attivista per i diritti dei carcerati in Russia Olga Romanova ha reso noto, citando documenti da lei visionati, che si stanno ancora arruolando carcerati. Ma con contratti più lunghi rispetto al passato: non sei ma 18 mesi. E ad arruolarli, adesso, non è il gruppo di mercenari della Wagner ma il ministero della difesa. Interessante, no?
È in linea con quanto dicevamo. Vedremo sempre più spesso questo tipo di mosse, da parte del governo. E riguardo ai carcerati, contratti di 28 mesi sono più digeribili, dal punto di vista sociale e anche per il governo. Sei mesi sono pochi: in molti sopravvivono e ci si ritrova una massa di criminali incalliti perdonati dal carcere e incattiviti dalle battaglie in giro per le strade. Con 18 mesi al fronte, in questa guerra, la possibilità che tornino vivi sono davvero scarse. Per la società, meglio così. Ragionamento cinico ma realistico. E poi una più lunga permanenza nei reparti aumenta l’efficacia degli stessi, al fronte.
Assassini, serial killer e addirittura persone condannate per cannibalismo usate come carne da cannone. E ora il video della decapitazione di un nemico, in stile Isis. Si sta sviluppando una specie di “culto della morte” tra i militari e nella società russa?
È interessante che lo stesso portavoce di Putin, Dmitri Peskov abbia definito “orribile” quel video. Credo che sia strettamente associato con la Wagner. E ritengo che possa dare nuove munizioni a chi, ai vertici della Russia, è ostile al patron del gruppo di mercenari, Dmitry Prigozhyn: i suoi avversari potranno dire che è definitivamente incontrollabile e fuori dalla realtà. Ma non credo che esista un “culto della morte”, nella società russa.
Ma nei negozi si vendono gadget e soprammobili che rappresentano il maglio con cui la Wagner uccide i presunti traditori. È raccapricciante pensarlo, ma evidentemente qualcuno se li compra.
Certo esiste una rumorosa minoranza entusiasta del “culto della Z”. E ha un’influenza sulle persone normali. Ma assumere che i russi abbiano subito un tale lavaggio del cervello da diventare in massa tutti fascisti violenti e assetati di sangue è parecchio esagerato. I russi non sono così. La maggior parte tiene la testa bassa e cerca di ignorare la guerra. Altri si oppongono, ormai soprattutto silenziosamente, vista la durezza della repressione. Altri ancora, sia per una genuina fascinazione sia perché sperano che la loro carriera ne abbia considerevoli e immediati vantaggi, diventano portavoce di questo “culto della morte”.
Un culto che quindi è una realtà?
Ma non si può pensare che l’intera Russia sia nelle grinfie di questo “culto”. Sarebbe sbagliato. E sarebbe molto pericoloso. Perché stiamo già cominciando a trattare i russi come se fossero tutti alleati di Putin. E alla fine li costringiamo a esserlo, perché non sanno più dove trovare appoggio.
Di fatto, c’è tanto conformismo, in Russia. Nessuno — o pochi, che pagano tantissimo — si ribella alle nefandezze della guerra e all’involuzione totalitaria del regime. D’accordo, la repressione è durissima. Ma basta a spiegare il trionfo del conformismo e della passività, anche di fronte a bestialità come il “culto della Z” o quello della morte?
Per spiegarselo, basta pensare ai tempi sovietici, quando il regime aveva ancor più controllo di adesso sui cittadini ordinari e sui media. Tutti sapevano cosa dovevano dire: che erano contenti di far parte del Komsomol (organizzazione giovanile del Partito comunista dell’Urss, ndr), o di indossare il fazzoletto rosso dei giovani pionieri. E sapevano come parlare in pubblico, agli incontri del partito, usando le parole “giuste”. Anche se poi nella cucina della kommunalka (gli appartamenti in condivisione tipici dell’era sovietica, ndr), dicevano peste e corna del regime. E quando questo entrò in crisi, contenti guardarono morire il sistema comunista. Con sulle labbra un grande sorriso.
(da Fanpage)

This entry was posted on giovedì, Aprile 13th, 2023 at 20:40 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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