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“HA FATTO SESSO CON IL PREMIER”: LE TELEFONATE DI RUBY, LA RAGAZZA AVREBBE AMMESSO CIO’ CHE ADESSO NEGA

Gennaio 16th, 2011 Riccardo Fucile

SU BERLUSCONI IL RISCHIO DEL CARCERE… RUBY: “MI PAGANO PER PARLARE E MI PAGANO PER TACERE, COSI’ SONO DIVENTATA RICCA”…DAI RACCONTI DELLE ALTRE RAGAZZE EMERGONO I   DETTAGLI DELLE SERATE

Se Niccolò Ghedini ci ha messo del suo, in questa storia pasticciata non manca la mano di Silvio Berlusconi.
Il premier oggi rischia di finire prigioniero dello stesso dispositivo che il suo governo ha preparato per castigare papponi, immigrati e predatori metropolitani. Come loro, può finire in carcere.
Anche se il reato che gli viene contestato ha come pena massima tre anni. È vero, in Italia, nessuno entra davvero in una cella per una condanna così mite. C’è un ma.
Il Cavaliere, per fare la faccia feroce, sospinto dai leghisti e dagli utili elettorali della “politica della paura”, ha pensato di escludere dai benefici carcerari un bel gruppo di reati, considerati di “particolare pericolosità  sociale”.
Tra questi delitti c’è anche il crimine che gli viene contestato. Favoreggiamento della prostituzione minorile, secondo comma dell’articolo 600 bis: “Chiunque compia atti sessuali con un minore di età  compresa tra i 14 e i 18 anni, in cambio di denaro o di altra utilità  economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a euro 5.164”.
Qualche sciocco ironizza sull’esiguità  della pena, come se la limitatezza della sanzione rendesse trascurabile il reato, e quindi imperdonabile l’iniziativa della procura di Milano.
Quello sciocco ignora che, se dovesse volgere al peggio, non ci possono più essere scappatoie per il capo del governo, perchè in questo caso non esiste la discrezionalità  dei giudici.
Anche se dovesse essere condannato (per dire) a una settimana di reclusione, a due giorni di carcere, nessun cavillo o prodigalità  potrebbe impedire che quella settimana, quei due giorni, Silvio Berlusconi li sconti davvero.
Lo dice – e la procura milanese lo sa bene – l’articolo 4 bis del nuovo ordinamento penitenziario.
Leggiamolo: “Divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità  sociale dei condannati per taluni delitti. 1. L’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione (…) possono essere concessi ai detenuti e internati per i delitti commessi per finalità  di terrorismo, di mafia, per i responsabili di reati di cui agli articoli 600, 600 bis, primo comma, 600-ter, primo e secondo comma, 601, 602… solo nei casi in cui tali detenuti collaborino con la giustizia”.
Gli avvocati del presidente, Niccolò Ghedini e Piero Longo, sono consapevoli del baratro che Berlusconi potrebbe avere dinanzi.
Ma quel che più li preoccupa oggi non è la futuribile settimana di carcere del premier (a quel punto tutto già  sarebbe stato perduto), ma il fantasma di un’incombente rovina della sua immagine.
Mancano poche ore al materializzarsi di questo incubo, con l’arrivo domani alla giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, e quindi ai politici di tutti gli schieramenti, delle trecento pagine che raccolgono, per i pubblici ministeri, “le prove evidenti” della colpevolezza di Berlusconi.
E’ l’invito a comparire, insieme con la possibilità  di giudizio immediato, che diventa pubblico.
Per quel che se ne sa, ci sono intere pagine con lunghe conversazioni, appassionati sfoghi che disegnano una scena convergente, sino al millimetro, con quanto, quasi due anni fa, Veronica Lario ha raccontato al Paese, ai più cari amici del marito (a cui s’era rivolta per avere un aiuto).
Ricordiamo le parole della moglie separata del premier: “… figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà  e la crescita economica”.
Quando “le carte” potranno essere rese note, si toccherà  con mano quanto la metafora del Drago, l’atmosfera di violenza che evoca, il dominio dei corpi e l’uso dei corpi come strumento di promozione sociale ed economica, siano concretissimi.
Tangibili e realistici non nella polemica di una donna ferita dal tradimento, ma nella vita segreta e nelle ossessioni private del tycoon che si è fatto capo del governo.
E lo sono oggi, in questi giorni, in queste stesse ore, perchè – è lampante dalla lettura delle carte, a quanto pare – Berlusconi non controlla la sexual addiction che si manifesta nella ritualità  del bunga bunga. A
nche se consapevole dei racconti di Ruby ai pm la scorsa estate, dei guai che gliene sarebbero forse venuti, dell’attualità  del vaglio dei comportamenti illeciti nelle sue ville e palazzi, il Cavaliere non è riuscito e non riesce a fermarsi.
La testimonianza della ragazza che ieri abbiamo chiamato A, riminese, studentessa modello, amica di scuola di Nicole Minetti, è più che esplicita.
A spiega alle sue amiche (e infine ai pm) quanto quell’uomo sia “malato”.
Di come ogni parola, ogni gesto, lo stesso sguardo durante quelle serate “imbarazzanti”, abbiano più a che fare con un girone infernale che con un magnifico eden del piacere.
È una fiaba che siano “serate rilassanti”.
È un’illusoria leggenda il consesso di misurata e raffinata allegria dove “quel che accade non può far vergognare nessuno”.
Chi ha letto le carte usa queste parole: “Alcune scene oscillano tra lo squallore e l’orrore”.
Si legge di ragazze madri, che – andati via gli Apicella, i cortigiani, gli ospiti di rango – restano là  di sotto, nella sala sotterranea del bunga bunga, e si offrono al Drago per bisogno.
Il Drago, con il suo sorriso fisso, finge a volte di non capire.
Ascolta quei drammi, perchè gli vengono raccontati – e un po’ si assomigliano tutti – eppure chiede il “sacrificio”: quelle donne sono lì per confermarlo nella sua illusione di immortalità ..
Poi spesso aiuta, è vero, ma è un soccorso o è un compenso?
È un fatto che quel che egli chiede e pretende, gli deve essere dato.
Chi ha letto le carte sostiene che c’è qualcuna che è stata terrorizzata da questa atmosfera cupa, dispotica non nelle parole, sempre gentili, ma nei gesti, nei comportamenti, nei desideri, nell’umiliante sottomissione che ne è il frutto.
“Sono donne giovanissime, venti, ventidue anni”, racconta una fonte vicina all’inchiesta. “Molte di loro non hanno avuto una vita felice, costrette come sono al mestiere, anzi involgarite dal mestiere, eppure tra di loro c’è chi, dopo quelle cerimonie, dopo essere stata coinvolta in serate via via incandescenti, non ne ha voluto più sapere di tornare, era sbigottita, come preda di un malessere”.
È in questo palcoscenico che nel febbraio 2010 appare, nel giorno di San Valentino, la diciassettenne Ruby.
Una ragazza “scappata di casa”, fuggita o allontanata da più d’una comunità . A Milano “senza fissa dimora”.
Una che nel concorso di bellezza siciliano, dove ha vinto una fascia vattelapesca, alla presenza di Emilio Fede, commuove le altre concorrenti e i promoter: “Dormo in strada, non ho da mangiare, ho sedici anni e lavorare nello spettacolo è il mio sogno”.
Ascoltiamola al telefono, ora che è a Milano e si racconta a un amico: “A me non me ne frega niente, la mia vita non è qui, faccio più soldi possibile e poi me ne torno in Marocco…”.
In questa conversazione si parla di Berlusconi, appaiono cifre che possono nascere dalla fantasiosa millanteria della ragazza, eppure chi ha letto le carte su tre punti è molto esplicito: “Quando diventeranno pubbliche le fonti di prova, chiunque potrà  rendersi conto come sia evidente che Ruby ha fatto sesso con il presidente, il quale era consapevole della sua minore età , e che in cambio è stata generosamente retribuita”.
Sesso con il presidente: questo è il punto che nelle interviste e negli interrogatori Ruby nega con ostinazione.
Per lei questa vaghezza è una nuova opportunità  e lo confessa in qualche occasione: “Mi pagano per parlare. Mi pagano per tacere. Sono diventata ricca”.
Il 3 agosto 2010 la ragazza ha raccontato ai pubblici ministeri la sua versione dei fatti, in larga parte sincera, ma con qualche omissione, qualche fanfaronata, qualche parola di troppo o di troppo poco.
I pm però hanno “tracciato” il suo telefonino e hanno scoperto che Ruby non è stata ad Arcore tre volte, “per una cena”, o “per una notte”.
Ma, per esempio, è stata fissa ospite della villa San Martino dal 24 al 26 aprile 2010. Silvio Berlusconi era stato alla Scala con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e si era detto “radioso”.
Poi era andato a prendere Vladimir Putin e l’aveva accompagnato ad Arcore. Il giorno dopo, conferenza stampa a Villa Gernetto, ma ritorno a Villa San Martino.
E ad Arcore chi c’era? Ancora la giovane e frizzante Ruby, la quale “notte e giorno era presente”, come hanno stabilito i tecnici che analizzano il traffico telefonico per conto della Procura.
C’era anche a Pasqua e Pasquetta, c’era il Primo Maggio, quattro settimane prima di quella notte in cui, accusata di un furto, finì in questura, in via Fatebenefratelli.
La notte in cui Silvio Berlusconi telefonò, spiegando che avevano a che fare non con una “scappata di casa”, ma con la “nipote di Mubarak”.
C’è dunque una ragazza che da mesi, da quando la sua vicenda è emersa, cerca da una parte di rassicurare gli amici, dall’altra di non preoccupare troppo il presidente così munifico, il “vecchio” (parole sue) Emilio Fede e Lele Mora, affettuoso “come un padre” (sempre parole sue).
E chi è questa Ruby, se non una neo-diciottenne che teme di pregiudicare irrimediabilmente il suo futuro?
Ma c’è anche un’altra Ruby, che al telefono, con qualche amica nella comunità , nelle sue lunghe giornate, si lascia andare alle confidenze più sincere sulla ventura che le è capitata.
“Se ci sono stata o non ci sono stata, sono affari miei”, ripete agli amici.
È il suo mantra. Però qualche frase le sfugge, una di queste è molto esplicita. Ruby racconta come agli occhi del Drago lei non è neanche un corpo, ma una parte molto precisa di un corpo.
Nel suo infantilismo o nella sua cinica ambizione, Ruby non si sente neanche umiliata da questo. Se ne vanta, ne è quasi divertita.
Quella parte del suo corpo, in fondo, non è anche la sua fortuna?
Ci sono più testimoni che confermano questa soddisfatta smania di Ruby.
C’è un carabiniere che ha conosciuto la ragazza in una discoteca e che per un breve periodo la frequenta.
C’è un altro bel tomo, non si capisce se gigolò o giramondo, che non riesce a resistere ai tanti tentativi di Ruby di coinvolgerlo, di uscire, di girare, e per togliersela di torno si allontana dal suo appartamento in pieno centro a Milano. S
Sono mesi che Ruby, senza saperlo, è stata intercettata e ascoltata dai pubblici ministeri, ma quel che conta è quanto delle sue parole trova una conferma nei ricordi e nell’esperienza delle altre habituè nella casa del Drago.
Chi ha letto le carte ne ha ricavato stupore per la forza del quadro probatorio, che ordina ricostruzioni, relazioni, ruoli e condotte in un disegno dal significato univoco.
Lo si può anche immaginare.
La tecnologia consente di sapere che in quel giorno, in quella ora, per quelle ore, un certo numero di telefoni cellulari si è raccolto nella villa di Arcore.
Quei cellulari corrispondono a dei nomi e quei nomi diventano conversazioni, confessioni, resoconti personali.
E, alla fine, formano un racconto, una storia che fiorisce in modo autentico proprio perchè libera da ogni costrizione, diplomazia, vincolo.
La stessa Ruby è la perfetta testimonial di questo metodo che chi ha letto le carte definisce “padre di prove schiaccianti”.

Piero Colaprico e Giuseppe D’Avanzo
(da “la Repubblica“)

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LO SQUILLO CHE SCOTTA TRA BERLUSCONI E LA MINETTI: “NON POTRANNO MAI DIMOSTRARE CHE IO SAPEVO CHE E’ MINORENNE”

Gennaio 16th, 2011 Riccardo Fucile

NELLA TELEFONATA INTERCETTATA UNA DELLE PROVE CHIAVE DELL’ACCUSA AL PREMIER… HANNO PARLATO ANCHE ALTRE RAGAZZE PRESENTI ALLE FESTE, TRA BUSTE E CONVERSAZIONI COMPROMETTENTI DI RUBY CON LE AMICHE

Tra le “prove evidenti” che la Procura di Milano ha squadernato per chiedere il giudizio immediato di Silvio Berlusconi, c’è una telefonata intercettata: tra Nicole Minetti e il presidente del Consiglio.
È l’estate 2010 e le indagini sul caso della ragazza marocchina Karima el Mahroug detta Ruby stanno decollando.
Il procuratore aggiunto che ha preso in mano le carte sulla minorenne, Pietro Forno, va a interrogarla a Genova, nella comunità  protetta in cui vive, pur non rinunciando a molte serate “libere”.
Ruby è una ragazza irrequieta, al tempo stesso spavalda e fragile.
Dopo i suoi contatti ravvicinati con il presidente del Consiglio, è seguita a distanza da alcune persone.
Da Nicole Minetti, la soubrette di Colorado Cafè diventata così intima di Silvio da essere stata imposta nelle liste elettorali, con elezione assicurata, nel listino del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Dall’impresario Lele Mora, che assieme al direttore del Tg4 Emilio Fede l’ha catapultata nel “giro” del presidente, facendola arrivare fino ad Arcore. Dall’avvocato Luca Giuliante, fedelissimo del presidente della Provincia di Milano Guido Podestà , tesoriere lombardo del Pdl e legale di Lele Mora nelle questioni tributarie.
Nicole Minetti ha già  dovuto farsi carico di Ruby, correndo in questura la fatidica notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, a chiedere che le fosse affidata la minorenne, indicata ai funzionari, da una telefonata molto autorevole, come “la nipote del presidente egiziano Mubarak”.
Bene, Minetti qualche mese dopo è al telefono proprio con Silvio Berlusconi e, fedele al suo mandato, lo informa di un nuovo pericolo: Ruby è stata interrogata a Genova da un magistrato arrivato da Milano (è l’aggiunto Pietro Forno).
Il presidente del Consiglio le risponde e le dice che non è allarmato, che non c’è da preoccuparsi.
“Non importa, tanto non potranno mai dimostrare che io sapevo che è minorenne”. Così dice il presidente.
Peccato che la sua voce rimanga registrata nei file degli investigatori della Procura di Milano.
Certo: il presidente del Consiglio non può essere intercettato. Ma a essere controllati erano i telefoni di Nicole Minetti. E parlando con lei, Berlusconi offre incautamente agli investigatori la prova che, invece, sapeva: sapeva che Ruby Rubacuori, più volte ospite ad Arcore nelle nottate del Bunga bunga, non aveva ancora compiuto i 18 anni.
Eccole, dunque, le “prove evidenti” che i pm Ilda Boccassini, Pietro Forno, Antonio Sangermano e il procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati ritengono di aver già  raccolto, tanto da chiedere il giudizio immediato per Berlusconi, saltando l’udienza preliminare.
Nella telefonata ha ammesso di sapere che era minorenne.
Le presenze di Ruby ad Arcore in almeno sei occasioni (il 14 febbraio, San Valentino; il 24, 25 e 26 aprile, festa della Liberazione; il 1 maggio, festa del Lavoro; il 4 e il 5 aprile, Pasqua e Pasquetta) sono provate inconfutabilmente dalla presenza del cellulare della ragazza nella “cella” di Arcore.
Per far scattare l’accusa di prostituzione minorile, nell’unico caso in cui il codice punisce (con una pena da 6 mesi a 3 anni) il cliente di una prostituta, e cioè quando questa ha un’età  compresa tra i 14 e i 18 anni, resta da provare che Ruby ad Arcore non abbia parlato di filosofia, ma abbia avuto rapporti sessuali con il padrone di casa.
Per questo ci sono i racconti delle molte ragazze presenti, che hanno parlato del Bunga bunga nelle intercettazioni e negli interrogatori.
Ci sono anche le immagini riprese con i telefonini dalle protagoniste?
La procura smentisce e il procuratore Bruti Liberati allarga le braccia e sospira: “Permettetemi che queste prove me le tenga per me”.
Ci sono, comunque, anche i pagamenti: buste con centinaia, migliaia di euro, approntate da Salvatore Spinelli, l’uomo-portafoglio di Silvio Berlusconi. Troppi per premiare innocenti serate organizzate per assicurare il riposo del guerriero.
E a cui si aggiungono anche gli affitti pagati nella casa residence di via Olgettina, a un passo dall’ospedale San Raffaele: una vera tana delle ragazze a disposizione del presidente.
Ruby continua a smentire: “Non ho mai fatto sesso con il premier”, ha dichiarato ieri a Sky Tg24. “Silvio mi ha dato soldi perchè aveva saputo della mia situazione difficile”.
Ma nelle perquisizioni dei giorni scorsi alle ragazze sono stati trovati migliaia di euro, tutti in banconote da 500, e anche una busta con su scritto “Silvio”.
Nel decreto di perquisizione degli uffici di Spinelli, la Procura di Milano spiega che Minetti, Fede e Mora, “in concorso con ulteriori soggetti”, hanno “continuativamente svolto un’attività  di induzione e favoreggiamento della prostituzione di soggetti maggiorenni e della minore El Mahroug Karima, individuando, selezionando, accompagnando un rilevante numero di giovani donne, che si sono prostituite con Silvio Berlusconi, presso le sue residenze, dietro pagamento di corrispettivo in denaro da parte di quest’ultimo, nonchè gestendo e intermediando il sistema di retribuzione delle suddette ragazze a fronte dell’attività  di prostituzione svolta”.
La prosa è cruda, ma chiara.
Tutto il resto, tutto il malloppone delle “prove evidenti” che condurranno Silvio Berlusconi diritto al giudizio immediato per prostituzione minorile e per concussione (per le pressioni esercitate nelle notte tra il 27 e il 28 maggio 2010 sui funzionari della Questura di Milano, affinchè rilasciassero Ruby), sta nell’invito a comparire spedito al presidente del Consiglio e nelle 300 pagine mandate alla Camera per rinnovare la richiesta di perquisizione degli uffici di Spinelli, considerati “pertinenza della segreteria politica dell’onorevole Silvio Berlusconi”.
Sarà  la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera a decidere. Intanto il plico è arrivato a Montecitorio ed è stato chiuso in cassaforte.
Lo ha comunicato il presidente della Giunta, Pierluigi Castagnetti: “È arrivato alla Camera, ma non è stato aperto. Io mi trovo in Sicilia e ho anticipato il mio rientro a Roma da martedì a lunedì proprio per questo”.
Anticipata di due giorni la riunione dell’organismo, che era prevista, su tutt’altro argomento, per mercoledì. “Visto che i pm hanno chiesto il giudizio immediato”, commenta Castagnetti, “si può immaginare che i magistrati ritengano di disporre già  di prove sufficienti. Dunque la nostra decisione potrebbe non rivelarsi decisiva ai fini processuali”.
Ma intanto il materiale che, secondo la Procura di Milano, incastra Berlusconi è approdato nei Palazzi della politica romana.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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GRAZIE A CALDEROLI ADULTERARE GLI ALIMENTI NON E’ PIU’ REATO

Gennaio 16th, 2011 Riccardo Fucile

IL LEGHISTA TAGLIA SENZA NEANCHE LEGGERE E CANCELLA LA LEGGE 263 DEL 1962 CHE PUNIVA LE SOFISTIFICAZIONI DANNOSE ALLA SALUTE….IL PM GUARINIELLO: “BLOCCATI I PROCESSI SULLE MOZZARELLE BLU E CASI ANALOGHI”

Più che semplificare, il ‘taglialeggi’ varato dal ministro Roberto Calderoli rischia di azzerare l’ordinamento giurifico, abrogando leggi di vitale importanza.
Se infatti si è rivelato un falso allarme quello dell’abrogazione del tribunale dei minori (La norma di abrogazione è stata corretta in extremis prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale), al momento sembra definitiva l’abrogazione della legge 263 del 1962, che puniva le adulterazioni alimentari. A denunciarla il pm di Torino Raffaele Guariniello, che si occupa abitualmente di questo tipo di reati, e che dalla seconda metà  di dicembre si trova di fatto bloccato, non avendo più alcuna normativa alla quale fare riferimento.
Tra i procedimenti bloccati c’è anche quello sulle “mozzarelle blu”.
Ma come si è arrivati all’abrogazione di una legge così importante, che tutela la salute dei cittadini?
Il provvedimento “taglia-leggi” del ministro per la semplificazione, Roberto Calderoli, ha cancellato le norme risalenti a prima del 1970.
Per evitare che finissero al macero delle leggi di cui si riteneva “indispensabile la permanenza in vigore”, il decreto 179 del 2009 aveva previsto che entro un anno venissero corretti “eventuali errori e omissioni”, stilando un apposito elenco di provvedimenti da salvare: la 263/62, non vi compare e, quindi, deve essere considerataabrogata a partire dall’11   dicembre.
Finora il pm Guariniello aveva continuato a indagare su “mozzarelle blu” e altri fenomeni analoghi grazie a una sentenza della Cassazione, depositata il 31 marzo 2010, che analizzando l’intreccio delle norme stabiliva che la 263/62 restava in vigore fino a dicembre.
Il termine, però, ormai è scaduto e adesso, anche se la legge venisse riesumata, i processi si concluderanno con delle assoluzioni in base al principio che devono essere applicate le norme più favorevoli agli imputati.
Il magistrato ha preso contatto con il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, per chiedere se è possibile prendere dei provvedimenti che salvino le indagini.
Guariniello ha sospeso la procedura verso il rinvio a giudizio per due casi, scoperti a Torino, di messa in commercio di pesce adulterato: “Restiamo senza il baluardo che ci permetteva di combattere adulterazioni e contaminazioni”, ha denunciato il magistrato, ricordando che anche “in passato c’erano stati blandi tentativi di depenalizzazione che non erano andati a buon fine. Ma questa non è una depenalizzazione: è un’abrogazione vera e propria. Vuol dire che certi comportamenti diventano leciti”.
Secondo Guariniello è possibile tuttavia che il governo trovi il modo di ripristinare la legge.
“Ma il problema – spiega – è che dallo scorso dicembre la 283 è stata di fatto eliminata, visto che non è stata inclusa nello speciale elenco delle norme da salvare. Per questo motivo, in tribunale non può più essere applicata. E gli imputati, in caso di processo, a meno che non vengano contestati anche altri reati, dovranno essere assolti”.
Secondo quanto ha potuto accertare l’Ansa, il primo caso di assoluzione si è verificato lo scorso 21 dicembre in un tribunale dell’Italia del Sud. L’interessato era il gestore di un esercizio commerciale: il suo avvocato ha sollevato la questione e il giudice lo ha assolto “perchè il fatto non è più previsto dalla legge come reato”.
Ma questa non è una depenalizzazione: è un’abrogazione vera e propria. Vuol dire che certi comportamenti diventano leciti”.

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AUTO BLU LEGHISTE: L’EX PRESIDENTE DEL FRIULI BALLAMAN HA CAUSATO UN DANNO ERARIALE DI 23.000 EURO

Gennaio 16th, 2011 Riccardo Fucile

PER LA CONTE DEI CONTI, BALLAMAN HA EFFETTUATO 57 VIAGGI NON GIUSTIFICATI CON AUTO DELLA REGIONE, SPESSO CON LA FIDANZATA…INDAGINI ANCHE SULL’AGENZIA TURISMO FVG, ENTE NELL’ORBITA DELLA LEGA: LA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA ORMAI SULLE ORME DI ROMA LADRONA

Il virus Roma ladrona, Umberto Bossi l’ha scoperto una ventina d’anni fa.
Ma l’infezione, nonostante il Senatùr ha colpito anche i suoi che credevano bastasse indossare una camicia verde per immunizzarsi. Non è stato così. Una variante del virus, al quale è stato dato il nome di auto blu, ha un ceppo ben radicato in Friuli Venezia Giulia, dove la Lega è al governo col Pdl.
Un ceppo che ha colpito Edouard Ballaman, leghista della prima ora, parlamentare per tre volte e poi presidente del consiglio regionale, a cui ora la Procura della Corte dei Conti contesta un danno erariale di quasi 23mila euro.
Uomo di ferro tra i bossiani, il più rigido, ricordano i compagni di partito, Ballaman è finito sotto inchiesta per 57 viaggi personali fatti da lui e la fidanzata (poi diventata moglie), a bordo dell’auto blu che la Regione gli metteva a disposizione.
Anzi, più di una vettura, visto che prima si spostava con una Lancia Thesis, poi ha scelto una più robusta Audi A6, ammiraglia della casa tedesca.
Secondo la Procura della Corte dei Conti Ballaman avrebbe creato un danno erariale di 22.877 euro.
Una spesa divisa tra carburante, pedaggi autostradali, gestione delle autovetture, compensi agli autisti.
“Il danno — scrive il procuratore regionale dei magistrati contabili Maurizio Zappatori nell’atto di citazione — è stato causato dal comportamento di Ballaman che ha deliberatamente, e quindi dolosamente, violato i più elementari principi di buona amministrazione nonchè le norme giuridiche di contabilità  pubblica, vigenti in materia di utilizzo dell’autovettura di servizio”. Zappatori, nell’atto di citazione che porterà  a un’udienza fissata per il 9 giugno, spiega che “Ballaman era perfettamente in grado di valutare che l’utilizzo dell’automobile di rappresentanza per attività  meramente private era contrario alla legge” ed “era il solo responsabile del corretto utilizzo dell’auto blu. Si ravvisa non soltanto la colpa grave, cioè la grave negligenza, ma anche il dolo contabile cioè la volontà  consapevole di violare le norme di contabilità  pubblica”.
Certo, non poteva non sapere Ballaman che farsi accompagnare dall’autista all’aeroporto di Malpensa per il viaggio di nozze e farsi venire a riprendere venti giorni dopo, non poteva essere considerato impegno istituzionale.
Come il week end romantico che i due fecero da fidanzatini a Istanbul, volo dall’aeroporto di Venezia Marco Polo, andata e ritorno sull’Audi di rappresentanza.
Ma al magistrato non torna neppure il viaggio a Milano sempre con signora per incontrare Bossi, il 2 novembre del 2009: anche quello è finito tra i 57 viaggi che l’esponente della Lega, oggi dimissionario, dovrà  rimborsare di tasca sua.
Per non parlare degli impegni che i Ballaman dovevano sopportare con cadenza quasi settimanale: incontro col notaio, visita all’idraulico, le serate al ristorante da Gigetto e le visite alla loro casa al mare, a Santa Margherita di Caorle, Venezia.
Ballaman si è dimesso, la vicenda politica — per adesso — appare conclusa. Ma in Friuli non c’è un attimo di pace e il filone delle auto blu sembra non essersi concluso.
Se quella di Ballaman è un’indagine chiusa, nei confronti dell’agenzia regionale per il turismo, “Turismo Fvg”, ente in orbita Lega, gli accertamenti sono appena iniziati.
In questo caso sono da verificare gli spostamenti del direttore dell’ente, Andrea Di Giovanni, scorrazzato in lungo e in largo su una Mercedes classe C, e di un collaboratore esterno della stessa società , Claudio Tognoni, che si accontentava di una più modesta Alfa Romeo Mito.
Appena saputo dell’indagine, l’assessore regionale Federica Seganti, Lega anche lei, ha bloccato il parco vetture.

Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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NADIA MACRÃŒ RACCONTA: “A VILLA CERTOSA, NOI A TURNO A LETTO CON IL PRESIDENTE”

Gennaio 16th, 2011 Riccardo Fucile

“LE SUE FESTE TRA RAGAZZINE E DROGA”… LA TESTIMONIANZA DI POCHI MESI FA RESA DA NADIA MACRI’ GIA’ ANTICIPAVA QUANTO STA EMERGENDO NELL’INDAGINE SU RUBY

Nadia Macrì ha cambiato vita e lavoro: “Quando ero ospite di Silvio Berlusconi facevo l’escort, e lui sapeva. Ora sono una ballerina con un alloggio temporaneo. Ha letto i giornali? Il mio fidanzato mi ha cacciato di casa”.
Nadia Macrì è una ragazza di 28 anni, magra, bionda, emiliana.
Una fra tante.
Una ragazza che addolciva le serate del presidente del Consiglio: “Due volte nella villa di Arcore, l’ultima a fine marzo dell’anno scorso. Una a villa Certosa in Sardegna, nell’aprile 2009”.
Il racconto di Nadia è una sceneggiatura grezza per una pellicola a luci rosse.
Si aprono i cancelli di una residenza da favola.
Entro in taxi con Emilio Fede.
Lele Mora ci segue in autoblu con giovani e belle ragazze. Mora l’avevo incontrato grazie a un mio amico.
Nessun controllo, non ci chiedono neanche i documenti.
Iniziamo la cena, scherziamo. Berlusconi parla di politica, ci fa ridere, ci mette a nostro agio.
Il dolce, e via.
E poi passiamo in una stanza buia, senza finestre, tende chiuse al piano inferiore del salone di Arcore.
Sembrava il privè di una discoteca: luci basse, un palo per la lap dance.
Noi balliamo, ci spogliamo, ci baciamo. Molte ragazze erano in maschera, si toglievano i vestiti e restavano nude.
Quanti uomini dentro?
Solo il presidente, Mora e Fede guardavano e ci salutavano per tornare a casa.
E voi, a dormire?
No, allora inizia la seconda parte della festa. In otto, massimo dieci, un gruppo scelto, andavamo con Berlusconi nel centro benessere della villa con piscina di acqua termale e facevamo il bagno nude, e ci baciavamo.
Berlusconi faceva il bagno con voi?
Ci osservava. Ci diceva: “Girati, vieni tu, tocca a te”. Si ritirava in una stanza per i massaggi e una alla volta entravamo per un rapporto sessuale, cinque minuti ciascuna, le più adulte e anche le minorenni.
Minorenni?
Certo, ho conosciuto ragazze di 17 o quasi 18 anni come Ruby all’epoca. Molte straniere: marocchine, russe, soprattutto brasiliane. Non a villa Certosa, ma ad Arcore, tutte portate da Mora.
C’era Ruby?
C’era una ragazza marocchina, troppo giovane, troppo piccola per me, rimase a seno nudo dopo un balletto, girava ubriaca per le stanze di Arcore. Credo sia Ruby. Non era facile conoscersi, eravamo sempre una ventina.
Non parlavate tra di voi?
Sì, ma solo dei soldi e del trucco. A noi interessava essere pagate, anche le minorenni venivano pagate. A fine serata, nel suo ufficio, Berlusconi consegnava buste sigillate con contanti e il nome già  scritto. Io ho ricevuto 10 mila euro per due prestazioni sessuali, zero per la prima presentazione ad Arcore. Una minorenne si lamentò con me perchè aveva ricevuto solo 2 mila euro.
C’era droga?
Io ho fumato dell’erba. L’ho trovata lì, a villa Certosa. C’erano ragazze che fanno le ballerine in televisione e la fumavano in camera
Cocaina?
Non l’ho vista.
E Berlusconi fumava?
No, però all’inizio della cena faceva discorsi seri, poi con noi mi sembrava fuori di testa. Non ragionava più.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA RIFORMA BRUNETTA HA LE GAMBE CORTE, FLOP DELLA GUERRA AI FANNULLONI

Gennaio 16th, 2011 Riccardo Fucile

SE NE VA PIETRO MICHELI, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE INDIPENDENTE DI VALUTAZIONE, ACCUSANDO BRUNETTA: “TROPPE PRESSIONI E BUROCRAZIA, RIFORMA IN ALTO MARE”….”COMMISSIONE INUTILE, MI DIMETTO”

Una riforma storica, che l’Italia aspetta da anni, divenuta un giocattolo nelle mani della politica.
Impantanata tra gli «adempimenti burocratici» che non snelliscono la pubblica amministrazione nè migliorano i servizi ai cittadini.
E che ora rischia di fallire.
Con una lettera-denuncia al ministro Renato Brunetta si consuma l’addio di Pietro Micheli dalla Civit.
La Civit è la Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità  delle amministrazioni pubbliche, che ha un ruolo di primo piano nell’attuazione della riforma.
Micheli si è dimesso due giorni fa, torna a lavorare all’estero, uno dei 5 membri nominati a dicembre 2009, arrivato apposta dalla Gran Bretagna, dove era consulente del corrispettivo organismo inglese.
Va via perchè «non credo vi siano più i presupposti per lavorare», dice.
E accusa: a dispetto dei risultati iniziali, i difetti nell’impianto e «i gravi difetti nel modo in cui sta essendo attuata, rischiano di far naufragare» la riforma.
Nelle sue parole c’è il rammarico di chi ha trascorso 150 giorni per il Paese a parlare con dipendenti e amministratori, spiegare il testo, scrivere documenti, e oggi traccia un bilancio negativo.
Ritiene che la nota “autorità  anti-fannulloni” rischia di perdere la partita perchè non ha margini d’azione.
«La mia valutazione attuale – si legge – è che i limiti stiano prevalendo sul cambiamento e i vizi di un sistema da riformare non siano stati affrontati in modo corretto e con l’intensità  di energie politiche e risorse economiche che la sfida richiede».
Sotto accusa l’impianto della riforma costruita sui cardini della performance e della valutazione e i poteri della Commissione – finita nella bufera quando il presidente Antonio Martone, anche se non indagato, è rimasto coinvolto nell’inchiesta sull’eolico e la nuova P3 –   che deve indirizzare, coordinare e sovrintendere alle valutazioni dei dipendenti pubblici e garantire la trasparenza delle amministrazioni.
Dopo il consenso della campagna anti-fannulloni, la riforma si è concentrata sulla “performance individuale” dei dipendenti.
Premi e sanzioni ne sono stati il fulcro, ma le risorse per i primi sono state azzerate dalla legge di stabilità .
L’assenteismo si è ridotto, ma «ha finito per deprimere la reputazione e il senso di appartenenza di tanti», denuncia Micheli.
Che tornelli e telecamere non basteranno a rimotivare.
«Per rendere la PA più efficiente e competitiva bisogna risolvere i problemi a livello organizzativo e di sistema» suggerisce l’ex membro della Civit «puntando sulla creazione di valore pubblico e la valutazione degli impatti dell’azione amministrativa».
Per chiarire la sua scelta ricorda anche le difficoltà .
La Commissione non ha potere ispettivo nè sanzionatorio, come il National Audit Office inglese che ha un organico di 800 persone contro le 12 di quello italiano, senza sede propria ma ospitato dagli uffici dell’Aran.
La commissione è indipendente solo sulla carta: «Le ingerenze della politica sono fortissime – racconta Micheli – ha un budget di 8 milioni di euro l’anno: la metà  va a progetti vagliati da Brunetta e dal ministero dell’Economia».
E ricorda che «oltre alle pressioni su come usarli, i fondi stanziati per il 2010 non sono ancora allocati».
Ruolo e compiti si sovrappongono a quelli di altri soggetti che interagiscono con la PA, come la Ragioneria dello Stato.
Non manager ma soprattutto giuristi i suoi membri, la cui indipendenza è minata dal fatto che «il governo si riserva di determinare nomine, compensi e ambiti di operatività ».
E nei prossimi mesi – prevede Micheli – ci sarà  un fuggi-fuggi dei ministeri dalla valutazione dei dipendenti, come già  è accaduto con l’autoesclusione della presidenza del Consiglio e del ministero dell’Economia.

Paola Coppola
(da “La Repubblica“)

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IL PATTO DISEGUALE DELLA FIAT : LO SCAMBIO SUI DIRITTI E QUELLO SULLE RETRIBUZIONI

Gennaio 16th, 2011 Riccardo Fucile

SI E’ FORSE OTTENUTO DA FIAT LA COGESTIONE TEDESCA O LA PARTECIPAZIONE ALL’AZIONARIATO AMERICANO? SI E’ FORSE OTTENUTA L’EQUIPARAZIONE DEL SALARIO MEDIO ANNUO DI 23.000 EURO IN ITALIA   CON QUELLO TEDESCO DI 42.000 EURO? LA PAUSA RIDOTTA VALE 32 EURO LORDI AL MESE,…LE 120 ORE PROMESSE DI STRAORDINARIO RENDERANNO IN TEORIA 3.600 EURO L’ANNO DI AUMENTO, MA PER UN ANNO E MEZZO CI SARA’ SOLO LA CASSA INTEGRAZIONE

La vera sfida di Mirafiori comincia adesso.
“Vinceranno i sì, anche se in molti avrebbero preferito votare no”, era la previsione della vigilia.
Con la sua consueta, lapidaria schiettezza, l’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne aveva spiegato la sua linea: se prevalgono i sì andiamo avanti con l’investimento e diamo una scossa all’Italia, se prevalgono i no ce ne torniamo a festeggiare a Detroit e ce ne andiamo a fare auto in Canada.
Una posizione “win-win”: io vinco comunque.
La realtà  è assai più complessa su due punti fondamentali: i contenuti dell’accordo e sulle prospettive che si aprono.
1) Sui contenuti dell’accordo.
È diseguale lo scambio sui diritti (ammesso che su questo terreno, nonostante la dura legge della globalizzazione, qualcosa si possa e si debba scambiare nelle democrazie occidentali). Ma si potrebbe dire: hai ceduto sul diritto individuale allo sciopero, hai ceduto sul “mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d’azienda”, hai ceduto sui “diritti di costituzione e di assemblea delle rappresentanze sindacali aziendali”.
Ma in cambio hai ottenuto la versione italiana della Mitbestimmung, cioè la co-gestione conquistata da decenni dai sindacati tedeschi della Ig-Metall, presenti nei consigli di sorveglianza della Volkswagen, oppure la partecipazione all’azionariato ottenuta dai sindacati americani dell’Uaw, presenti nei consigli di amministrazione con il 63% della Chrysler.
E invece non è così.
È diseguale lo scambio sulle retribuzioni (ammesso che siano vere le cifre scritte dall’azienda sull’accordo separato).
Si potrebbe dire: hai ceduto sulle pause ridotte, hai ceduto sui turni, hai ceduto sulle indennità  di malattia. Ma in cambio hai ottenuto l’allineamento del tuo salario medio annuo (23 mila euro in Italia) a quello dei tuoi colleghi tedeschi (42 mila euro in Germania).
E invece non è così.
La tua pausa ridotta vale 18 centesimi l’ora, cioè un euro al giorno, cioè 32 due euro al mese, lordi e persino esclusi dal calcolo del Tfr.
Il tuo straordinario possibile, 120 ore all’anno, è a discrezione dell’azienda, vale teoricamente 3.600 euro di aumento futuro, ma sconta una contraddizione attuale: l’accordo prevede “la cassa integrazione straordinaria, per crisi aziendale… per tutto il personale a partire dal 14 febbraio per la durata di un anno”.
Come potrai fare lo straordinario, se starai in Cig per tutto il 2011?
2) Sulle prospettive future. Resta il sospetto che fossero vere le affermazioni sfuggite a Marchionne a “Che tempo che fa”, il 24 ottobre: “Senza l’Italia la Fiat potrebbe fare molto di più…”.
Produrre auto in Italia, per la Fiat, è un problema che neanche l’accordo su Mirafiori può risolvere.
Al supermanager italo-svizzero-canadese, apolide e multipolare, il Belpaese non conviene. Per due ragioni di fondo.
Non c’è convenienza “politica”. Lo dicono i fatti.
Finora il salvataggio e il rilancio della Fiat sono avvenuti sulla base di uno schema collaudato con gli Stati: io costruisco, salvo o rilancio le fabbriche, tu mi paghi.
È avvenuto in una prima fase in Italia, finchè sono andati avanti gli ecoincentivi.
È accaduto in Messico, dove il Lingotto ha ottenuto un prestito statale da 500 milioni per rifare l’impianto di Toluca.
È accaduto in Serbia, dove per l’impianto di Kragujevic il gruppo incassa un contributo statale di 10 mila euro per ogni assunzione.
È accaduto in America, dove l’operazione Chrysler è passata attraverso il “bailout” pubblico da 17 miliardi di dollari.
E sta accadendo in tutti gli altri Paesi dove la Fiat vuole essere presente, dal Canada al Brasile, dall’Argentina alla Polonia.
Nel mondo i governi stanno spendendo soldi per salvare l’auto, e tra i principali stakeholder del settore ci sono proprio gli Stati.
Obama ha speso 60 miliardi di dollari per le Chrysler, Ford e Gm. Sarkozy ha speso 7 miliardi per Psa-Renault. La Merkel ha speso 3 miliardi per la Opel.
In Italia gli aiuti pubblici sono finiti nel 2004.
Per la Fiat, dunque, lo Stato non è un interlocutore. E non lo è il governo, che non ha un euro da spendere e un “titolo” per intervenire.
Ecco perchè Marchionne può andarsene, se crede e quando crede, con la “benedizione” di Berlusconi, che in due anni (di cui quasi uno da ministro dello Sviluppo ad interim) non ha trovato il tempo per convocare almeno una riunione sul caso Fiat.
Non c’è convenienza economica. Lo dicono i numeri.
La Fiat produce all’incirca 2,1 milioni di automobili l’anno.
Circa 730 mila sono in Brasile, dove lavorano 9.100 dipendenti: ogni operaio sforna 77,6 automobili.
Circa 600 mila in Polonia, dove lavorano 6.100 dipendenti: 100 auto per ogni operaio.
In Italia 22.080 operai producono meno di 650 mila auto: 29,4 auto per dipendente.
Il tasso medio di utilizzo degli impianti, da noi, oscilla tra il 30 e il 40%, con punte bassissime a Cassino (24%) e a Pomigliano (14%), contro una media dell’80% negli impianti dei costruttori franco-tedeschi.
Su queste basi, in teoria, si fonderebbero gli accordi separati a Pomigliano e Mirafiori: bisogna lavorare di più, per schiodare l’Italia dallo scandaloso 118esimo posto (su 139) nella classifica Ocse sull’efficienza del lavoro.
Ma qui c’è il grande rebus e il grande limite della Dottrina Marchionne. I
l grande rebus: riportare il coefficiente di utilizzo degli impianti a livelli competitivi è un impegno colossale: può bastare il “modello” di accordo sottoscritto da Fim, Uilm, Fismic e Ugl il 23 dicembre scorso? Nessuno, realisticamente, lo può credere.
Non può bastare la rimodulazione dei turni su quattro diverse tipologie.
Non può bastare la riduzione di 10 minuti delle pause giornaliere infra-turno.
Non possono bastare le 120 ore annue di “lavoro straordinario produttivo”.
Non può bastare il disincentivo all’assenteismo basato sul mancato pagamento del primo giorno di malattia collegata a periodi pre o post festivi.
Non può bastare nemmeno la “nuova metrica del lavoro” imposta dal famigerato metodo “Ergo-Uas”, la scomposizione post-taylorista dell’ora di lavoro di ogni operaio in 100 mila unità  di “tempo micronizzato” e la previsione pseudo-orwelliana di 350 operazioni effettuate dal singolo operaio in 72 secondi ciascuna.
Il problema della produttività  non si risolve così, senza una strategia sull’innovazione di prodotto.
Produrre di più per fare che cosa?
Questo è il grande limite della Dottrina Marchionne.
Se con un colpo di bacchetta magica il “ceo” riuscisse a far lavorare gli impianti italiani a ritmi di produttività  tedeschi o americani, e se per magia ogni operaio di Mirafiori o di Pomigliano sfornasse 100 automobili all’anno come il “collega” serbo, la Fiat non saprebbe che farne.
Le vetture prodotte in più resterebbero invendute nei piazzali.
La Fiat non è in affanno perchè la sua offerta, sul piano dei volumi, non riesce a soddisfare la domanda.
Non è in affanno per ragioni di quantità , ma di qualità .
È in difficoltà  perchè non ha nuovi modelli, soprattutto nella gamma alta e nel segmento a più elevato contenuto ecologico e tecnologico.
E perchè i modelli che ha soffrono sempre di più la concorrenza straniera.
Nel 2010 il calo delle immatricolazioni Fiat (meno 16,7%) è il doppio della media del mercato (-9,2). E la quota di mercato si è ridotta al 30% (era 32,7 nel 2009).
Sulla carta, il rilancio di Mirafiori dovrebbe servire a colmare queste lacune. Con la produzione di “automobili e Suv di classe superiore per i marchi Jeep e Alfa Romeo”.
Con la possibilità  di “produrre fino a più di mille auto al giorno per un totale di 250-280 mila vetture l’anno”.
Con l’investimento promesso che “supera il miliardo di euro, suddiviso tra Fiat e Chrysler”. Questo è l’impegno del Lingotto, affidato al comunicato stampa accluso all’intesa e sottoscritto dai sindacati firmatari.
Non c’è nulla, nel testo dell’accordo, che ne garantisca il rispetto.
E non c’è nulla, nel misterioso piano “Fabbrica Italia” da 20 miliardi, che apra uno scenario industriale plausibile sui prossimi dieci anni.
Si tratta allora di aggrapparsi disperatamente a quello che si ha, qui ed ora. E per il futuro, affidarsi a Marchionne. Una “scommessa” giocata su una “promessa”.
Il rischio è altissimo. Se fallisce, perdono tutti. Perdono i sindacati e la politica. Ma perde anche la Fiat.
E perde anche Marchionne, anche se se ne torna a brindare a Detroit.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)

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