Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
“IL SUO INTERVENTO NEI PERIODI DI CAMPAGNA ELETTORALE HA RINVIGORITO GOVERNI PROGRESSISTI DI TUTTO IL MONDO (BASTA OSSERVARE I CASI DI AUSTRALIA E CANADA)” – “VEDREMO SE IL PROSSIMO A BENEFICIARNE SARÀ PEDRO SANCHEZ CHE, VIETANDO AGLI STATI UNITI DI UTILIZZARE LE BASI SITUATE SUL TERRITORIO SPAGNOLO PER ATTACCARE L’IRAN, È DIVENTATO L’AVVERSARIO POLITICO NUMERO UNO DEL LEADER MONDIALE PIÙ INVISO AGLI SPAGNOLI”
Uno spettro si aggira per il dibattito politico e l’opinione pubblica globale: lo spettro di Donald
Trump. In pochi decenni, è riuscito a oltrepassare i confini nazionali come simbolo politico: le sue mosse negli Stati Uniti riverberano fino alle campagne elettorali di altri continenti.
Il Presidente Usa è diventato un simbolo politico globale: sostenere o respingere i partiti a livello nazionale significa, sempre più spesso, prendere posizione anche rispetto al modello politico incarnato dal tycoon.
Ad aprile 2025, il suo approccio aggressivo di inizio mandato portò a un clamoroso ribaltone alle elezioni canadesi rispetto alle aspettative della campagna elettorale. Il premier Trudeau, dopo dieci anni di guida ininterrotta, scelse di lasciare la guida del Partito Liberale a Mark Carney: le minacce di annessione e i dazi furono la base di una rimonta rapida quanto netta, con la sconfitta della destra.
I conservatori erano stati ininterrottamente in vantaggio nella media dei sondaggi dall’inizio del 2022 fino a marzo 2025: il ruolo di Trump fu decisivo per coronare una rimonta imprevista, agevolata anche dall’abile mossa di Trudeau di lasciare spazio al meno logoro Carney.
Un fenomeno analogo, altrettanto sorprendente, è avvenuto negli stessi mesi in Australia, dove il Primo Ministro Anthony Albanese, laburista, da tempo in svantaggio nei sondaggi, scelse di chiedere il voto anticipato, uscendone infine con una maggioranza superiore alle più rosee previsioni, primo premier in più di vent’anni a uscire riconfermato dal voto politico
L’hanno chiamato “effetto-Trump”, una sorta di “fenomeno Re Mida all’inverso”: chi viene attaccato dal Presidente americano, chi cerca lo scontro con lui, ottiene consenso; chi lo sostiene, ne esce indebolito. Il suo intervento nei periodi di campagna elettorale, a conti fatti, ha rinvigorito governi progressisti di tutto il mondo. Vedremo se il prossimo a beneficiarne sarà Pedro Sanchez.
Leader socialista da nove anni, ininterrottamente al governo da otto, ha vinto tre elezioni generali di fila, l’ultima delle quali destando grande sorpresa. Da qualche tempo si trova in difficoltà nell’opinione pubblica spagnola, logorato da una lunga fase di governo e da qualche scandalo che ha colpito il suo partito. Tuttavia, l’attacco frontale portato da Trump alla Spagna ha riacceso l’orgoglio socialista:
Sanchez, alfiere progressista, ha sfruttato l’occasione per polarizzare tutta la partita tra lui e l’inquilino della Casa Bianca. Con una semplice mossa, ha raggiunto tre obiettivi simultaneamente: è diventato l’avversario politico numero uno del leader mondiale più inviso agli spagnoli, ha mostrato tutto il suo standing internazionale e ha schiacciato su Trump la destra, divisa tra i populisti di Vox, in grande ascesa, e il conservatorismo duro del Pp.
Va ovviamente considerato il clima d’opinione spagnolo: il 76,6% esprime un giudizio negativo sul Presidente americano, secondo un’indagine di febbraio del Centro de Investigaciones Sociologicas, mentre per il 79.5% rappresenta “una minaccia per il mondo”.
Sono dati che in questo teatro internazionale evidenziano come gli interventi di Trump agiscano da catalizzatori involontari, ridisegnando equilibri politici lontani migliaia di chilometri da Washington, e ci ricordano che il potere simbolico di un leader globale, ai tempi della fast politics, non conosce confini. Ma questi numeri, soprattutto, suggeriscono che la “mossa del cavallo” di Sanchez ha buone possibilità di andare a segno.
(da Repubblica)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
UN ASSIST CLAMOROSO ALLA CAMPAGNA DEL “NO”, IN RIMONTA. L’OPPOSIZIONE HA GIOCO FACILE NELL’EVIDENZIARE LE CONTRADDIZIONI DELLA DESTRA. GIUSEPPE CONTE: “MELONI HA SPESO 13 MINUTI DI VIDEO PER NASCONDERE QUELLO CHE BARTOLOZZI HA AMMESSO IN POCHI SECONDI”
“Meloni ha speso 13 minuti di video per nascondere quello che Giusi Bartolozzi, il Capo di gabinetto del ministro Nordio, padre della riforma, ha ammesso in tv in pochi secondi: ‘Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione'”.
Lo scrive sui social il presidente del M5s Giuseppe Conte, postando il video di Bartolozzi. “Votiamo NO al referendum salva-casta che serve solo a controllare politicamente la giustizia evitando inchieste scomode per chi è al potere”
“La migliore risposta al video di Meloni che chiedeva di stare sul merito è arrivata con i deliri di Bartolozzi che evidentemente vuole affossare la riforma del suo ministro. Siete ancora sicuri che siano i magistrati a impedirvi di governare?”. Lo afferma il segretario di Più Europa Riccardo Magi.
“Le parole di Giusi Bartolozzi sono sbagliate e inaccettabili. Dire ‘votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura’ significa avvelenare il dibattito pubblico e mancare di rispetto a chi ogni giorno serve lo Stato.
Io difendo le ragioni del Sì, ma non contro i magistrati. Le riforme servono per rendere la giustizia più giusta, più efficiente e più credibile, non per trasformare il referendum in una guerra contro la magistratura. Chi usa toni da resa dei conti danneggia la giustizia e la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Inaccettabile”. Lo afferma in una nota la vicepresidente del parlamento europeo, Pina Picierno (Pd).
“Apprezziamo la sincerità della capo di gabinetto del ministro Nordio Bartolozzi che, come il suo diretto superiore, ha ammesso le vere finalità della riforma, cioè consumare la vendetta del centrodestra contro la magistratura, che gli eredi di Berlusconi non hanno mai tollerato.
Dire ai cittadini che bisogna votare sì per togliersi di mezzo la magistratura, vista come un plotone di esecuzione, da parte di un’esponente di vertice del ministero della Giustizia è un messaggio eversivo, ma almeno chiarisce ancora una volta perchè il governo Meloni ha voluto questa riforma: sbarazzarsi della magistratura.
Altrettanto eversivo che un’esponente delle istituzioni affermi candidamente di avere in animo di scappare all’estero mentre è indagata, peraltro a seguito della vergognosa vicenda Almasri che ha infangato le nostre istituzioni. Il referendum costituzionale è una partita decisiva per la nostra democrazia, chi sostiene il sì afferma candidamente di volerne minare le fondamenta”. Lo affermano i rappresentanti del M5S nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
HANNO PASSATO MESI A DIRE CHE LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA NON MINA L’AUTONOMIA DEI GIUDICI E ORA AMMETTONO CHE VOGLIO METTERLA SOTTO IL CONTROLLO DEL GOVERNO
Uno ci vorrebbe anche credere, davvero. Che la riforma della giustizia su cui andremo a votare
al referendum dei prossimi 22 e 23 marzo non è contro i giudici.
Che non serva per mettere il potere giudiziario sotto quello del governo.
Che non sia punitiva contro chi si oppone quando il governo fa cose che violano la legge
Che non sarà usata dalla politica per guadagnarsi l’impunità.
Uno ci vorrebbe credere, dicevamo, ma poi Meloni & co aprono bocca.
“Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione”, ha detto sabato scorso Giusi Bartolozzi, che non è una che passa in tv per caso, ma la capa di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, quello che sulla riforma ci ha messo la firma. Come dire, una che qualcosa ne sa.
Tempo qualche ora e sono arrivati i quattordici minuti di propaganda di Giorgia Meloni che i giornali di destra celebrano oggi come fosse Martin Luther King quando pronuncio il celebre “I have a dream”.
E vediamolo, quindi, il sogno di Meloni sulla giustizia, in parole sue.
Dice che la riforma interviene contro le “interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare l’immigrazione”.
Dice che i giudici sono “comprensivi coi criminali stranieri”.
Dice che non hanno dato alcun “seguito giudiziario” alle “devastazioni dei centri sociali a Roma e Torino”.
Dice che “la sinistra ha sempre usato la giustizia quando non riusciva a vincere le elezioni”
Dice, infine, che la riforma “interviene su immigrazione e sicurezza”.
In altre parole, dice che è una riforma contro la magistratura che rompe le scatole al governo, che non fa qualche che dicono loro, che non li aiuta a governare come vogliono loro. Che è un nemico politico. Esattamente quel che dicono da mesi i sostenitori del No al referendum.
E il fatto che sia lei a dirlo, che quella riforma l’ha firmata, nel video definitivo della propaganda per il Sì, è praticamente un sigillo di garanzia.
Se non altro, a questo punto, le cose sono chiare, ammesso che prima non lo fossero.
Tocca solo decidere da che parte stare.
(da Fanpage)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO LA CAPA DI GABINETTO DI NORDIO AFFERMA CHE “BISOGNA VOTARE SI’ PER TOGLIERE DI MEZZO LA MAGISTRATURA” E RIMANE AL SUO POSTO IL DADO E’ TRATTO
Negli uffici di via Arenula qualcuno sta sabotando il governo, altrimenti non si spiega come, ogni volta che si discute del referendum, si verifichi una gaffe o un’uscita talmente assurda da favorire il fronte del “No” alla riforma della giustizia. Proprio dal Ministero della Giustizia, da una delle figure di spicco di quegli uffici, è arrivata ieri l’ultima dichiarazione a favore di chi si oppone alla riforma: Bartolozzi, ovvero la capo di gabinetto del ministro Nordio, ha affermato che bisogna votare “Sì” per “togliersi di mezzo la magistratura”. Un’uscita netta quanto discutibile anche per i più ferventi sostenitori della riforma che, ufficialmente, dovrebbe limitarsi a separare le carriere tra magistrati e giudici e ad adottare un approccio più laico rispetto al Consiglio Superiore della Magistratura.
Eppure, questa esternazione ricalca quella del suo superiore diretto. Il ministro Nordio, alcune settimane fa, aveva parlato di giudici che devono sottomettersi al potere politico: un’affermazione singolare se si considera che il Guardasigilli è un ex magistrato e autore di una riforma che, a sua detta, non è mossa da intenti punitivi contro l’ordine giudiziario.
A ciò si aggiungono le dichiarazioni della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Non dal Parlamento – dove ormai si potrebbe affiggere un manifesto con la scritta “wanted”, data la sua assenza sistematica dall’aula se non per obblighi istituzionali – ma durante la trasmissione Fuori dal Coro su Rete 4. Meloni ha dichiarato che con la riforma potranno essere cambiate le sentenze non gradite alla politica. In un post il suo partito ha usato l’immagine della Presidente per dire che la riforma serve a rimpatriare stupratori e spacciatori mentre lei stessa in un video social ha detto invece che non si dimetterà, cercando di rallentare una personalizzazione del voto che sembra però ormai inevitabile.
Chi sostiene le ragioni del “No” ne è consapevole, ma tali uscite indeboliscono strutturalmente il fronte del “Sì”, il quale continua a presentare il progetto come una razionalizzazione del sistema e non come uno smantellamento dell’indipendenza della magistratura volto a minare un pilastro della democrazia: la separazione dei poteri.
(da Fanpage)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA ESIBITA SICUREZZA SI INFRANGE SULLA REALPOLITIK
Il «non condivido né condanno» di Giorgia Meloni è la frase che segnala il punto di caduta del
melonismo prima versione, quello che aveva le idee chiarissime (e nessuna intenzione di nasconderle) sui fatti del mondo, dell’Europa, dell’Italia e giù giù fino ai fatterelli della cronaca nera, delle liti da cortile, persino degli show musicali.
In quella vecchia modalità, il fronte su cui collocare la destra era sempre chiaro, il pensiero sempre netto, qualunque fosse il tema e soprattutto su ogni iniziativa collegata al trumpismo: le invettive di JD Vance contro l’Europa («Siamo d’accordo, l’Europa si è un po’ persa»), il blitz americano in Venezuela («Legittimo intervento di natura difensiva»), l’annuncio di una possibile annessione della Groenlandia (uno sbaglio legato a un «errore di comprensione e di comunicazione»). Ora la presa di posizione assertiva è un lusso che il centrodestra non può più permettersi, in nessuna delle sue componenti, e infatti la ritirata dal giudizio è collettiva, un non possumus politico che riguarda un po’ tutti.
La Lega archivia la prima reazione istintiva di Matteo Salvini – «Chi è intervenuto in Iran ha fatto bene» – e ai suoi raccomanda di evitare ogni commento sulla guerra, che se la spiccino quelli che fanno la politica estera, cioè Meloni e Tajani. Forza Italia fa finta di non aver letto le parole di Marina Berlusconi sulla «guerra sciagurata», che pure sono state scritte e si inseriscono in una linea critica molto precisa della Cavaliera al trumpismo fondato su «legge del più forte, prevaricazione, affarismo». Fratelli d’Italia si chiude a riccio sugli affari correnti, le bollette, i rincari, le scorte di gas, le accise mobili e il prossimo decreto in materia, e anche qui non si capisce se sia disponibile a una gestione emergenziale della crisi, cercando l’accordo con le opposizioni, oppure se preferisca ancora una volta far da sé in nome dell’autosufficienza della maggioranza.
Il «non condivido e non condanno» è il riassunto di questi impicci e lo schermo dietro al quale si nasconde la crisi di tre grandi ambizioni di Palazzo Chigi. La prima è il ruolo ponte italiano nelle relazioni fra la Casa Bianca e l’Europa, con l’idea di gestire la vicinanza a Trump come risorsa vantaggiosa, da spendere con furbizia ai tavoli dell’Unione: ma che “amicizia speciale” è se Roma viene tenuta all’oscuro di un attacco come ogni altra capitale, Parigi, Londra, Madrid?
Il secondo crash riguarda l’aspirazione della destra a farsi interprete privilegiata del mondo cattolico, presidio di valori in assoluta sintonia con la tradizione religiosa italiana. Un desiderio sfiorito pian piano con Gaza, con il Venezuela, con il no della Santa Sede al Board of Peace, e infine fulminato dall’aperta condanna del Segretario di Stato Pietro Parolin sull’uso della forza militare come arma preventiva in Iran.
Il terzo e forse più rilevante strappo riguarda il racconto che questa maggioranza, questo esecutivo, questa premier, hanno fatto di se stessi e del superiore valore di un governo politico rispetto a ogni altra formula del passato: come difenderlo d’ora in poi? Rinunciare al giudizio politico su una guerra è un atto normale per un esecutivo tecnico, non certo per una maggioranza che ha sempre esibito le sue sicurezze sul dove, come e perché schierarsi.
Per la prima volta, davanti all’immenso putiferio suscitato dall’attacco all’Iran, le esigenze di realpolitik sono entrate in conflitto con i tratti identitari coltivati dalla destra italiana (nella sua più recente versione: in passato le cose erano un po’ diverse). L’identità guarda a Trump, alle sue guerre, alla rivendicazione d
supervisionare le scelte di ogni Paese che gli interessa (in Venezuela e in Iran ma pure in Europa dove tifa apertamente per Afd e Fidesz), al suo attacco alle mollezze europee, alla sua propaganda che mischia videogame e bombe vere, con istintiva vicinanza: è il presidente che sfida il cosiddetto buonismo e impone un nuovo mainstream fondato sulla forza del leader e sulla sua capacità di decidere per il bene di tutti, contro il sistema che lo vorrebbe ingabbiare in regole desuete. La realpolitik dice: Trump spaventa gli italiani, gli porta la guerra in casa, li impoverisce, e per di più finora ha fatto perdere ogni forza politica che si è collegata a lui, dall’Australia al Canada.
Il «non condivido e non condanno» arriva qui, a questo punto. Molti lo hanno paragonato all’antico ne-neismo, «né con lo Stato né con le Br» di un pezzo della sinistra intellettuale, molti parlano di ignavia, apatia, e i più generosi fanno riferimento agli equilibrismi mediterranei della vecchia Dc che ci misero al riparo dagli attentati di matrice palestinese e poi islamica. Ciascuno sceglierà la sua versione, ma forse la traccia è più semplice: l’Italia è da sempre il Paese del barcamenarsi nelle crisi, il governo Meloni non fa eccezione.
(da La Stampa)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL SOLO PAESE UE CHE HA TENUTO LA SCHIENA DRITTA E’ LA SPAGNA DI PEDRO
Il solo Paese dell’Unione europea che ha tenuto la schiena dritta, e continua a farlo, in questa “guerra preventiva” scatenata dai giudeo americani è la Spagna del socialista Pedro Sánchez che ha innanzitutto negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi yankee di Moron e Rota
. Ma è interessante riportare anche una parte del discorso che il leader socialista ha tenuto a Palazzo Moncloa il 4.3.2026. Eccolo: “La posizione del governo di Spagna è chiara e coerente: no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto le popolazioni civili. No all’idea che i problemi del mondo si risolvano con conflitti e bombe. No alla ripetizione degli errori del passato. In definitiva, la posizione del governo di Spagna si riassume in quattro parole: no alla guerra. Il mondo, l’Europa e la Spagna si sono trovati qui prima. Ventitré anni fa, un’altra amministrazione statunitense ci trascinò in una guerra in Medio Oriente che ha prodotto l’effetto contrario di quanto promesso: maggiore insicurezza, terrorismo, crisi migratoria e aumento dei prezzi dell’energia. È vero che è ancora presto per sapere se la guerra con l’Iran avrà effetti simili a quelli in Iraq o porterà alla caduta del regime degli ayatollah, ma da questa guerra non nascerà un ordine internazionale più giusto né benefici per le persone comuni. Per questo la Spagna si oppone a questo disastro, perché i governi devono migliorare la vita delle persone, non peggiorarla. Ed è inaccettabile che leader incapaci utilizzino il fumo della guerra per occultare il proprio fallimento e arricchire pochi. Gli unici che vincono quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili…”
A proposito della guerra all’Iraq del 2003, è bene ricordare che fu il leader socialista Zapatero a ritirare i soldati spagnoli che il suo predecessore, il cattolicissimo Aznar, aveva inviato sul terreno, nonostante Papa Wojtyla avesse tuonato contro quella guerra. Trump sta facendo pressioni sui curdi iracheni perché attacchino il contiguo Iran. Insomma siccome gli americani non hanno il coraggio di scendere direttamente sul terreno vorrebbero utilizzare i curdi, che questo coraggio ce l’hanno, come fecero già quando si trattò di smantellare lo Stato islamico di al-Baghdadi. Come premio furono dati in pasto a Saddam Hussein che concluse un patto leonino con la Turchia per cui l’esercito iracheno e quello turco, violando ogni limite di confine, potevano inseguire e massacrare i curdi per ogni dove. Famoso è rimasto il Massacro di Halabja, del 16 marzo 1988, dove circa 5000 curdi furono ‘gasati’ in un sol giorno, ma Saddam, che era allora un nostro cripto alleato, non fu mai perseguito per questo genocidio, ma per reati di gran lunga minori che aveva compiuto nel suo Paese. Perché denunciare Saddam per Halabja significava smascherare le responsabilità occidentali, dato che la Turchia è membro della Nato. All’epoca avevo dei contatti coi curdi della zona che mi informarono nei dettagli su quella criminale operazione. Ne scrissi sull’Europeo (“Chi si ricorda dei poveri curdi?”) ma nessun giornale europeo e in genere occidentale riprese la notizia di quell’orrore. Insomma si vuole riavverare l’affermazione che il giornalista statunitense del New York Times, William Safire, fece nel 1991: “Svendere i curdi è una specialità del Dipartimento di Stato americano”. Insomma i curdi prima vengono utilizzati e poi mazzolati. È vero che il popolo curdo, come tutti i popoli tradizionali, è ingenuo ma visti i precedenti non credo proprio che oggi voglia farsi massacrare e stendersi ai piedi degli Usa per le brame egemoniche di Trump. Brame che non hanno mai fine, se è vero che The Donald ha rimesso nel mirino Cuba per farla finita una volta per tutte con l’unico Stato comunista rimasto al mondo e di cui l’aggressione al Venezuela era un prodromo.
E l’Italia? Concederà le numerose basi yankee che si trovano nel nostro Paese agli Usa per concorrere alla guerra contro l’Iran? Meloni, specialista in surfing politico, è stata come al solito ambigua rinviando tutto alle decisioni del Parlamento. Invece, come hanno giustamente obiettato le opposizioni, per una volta unite, avrebbe dovuto prendere una decisione chiara, alla Sánchez, non oggi ma ieri o l’altroieri. Il
più esplicito è stato il ministro della Difesa Crosetto che ha parlato di “una guerra di cui nessuno era a conoscenza e che ha trovato noi di fronte allo stesso scenario degli altri, non una decisione condivisa, che è al di fuori delle regole del diritto internazionale”. Ora le cose sono due: o Crosetto non crede a ciò che dice oppure ci crede e allora, di fronte a una decisione del nostro governo di permettere l’uso agli americani delle loro basi in Italia, dovrebbe dimettersi. Questa guerra sarà lunghissima, interminabile. La mia impressione è che gli americani abbiano messo il piede su una merda planetaria dalla quale alla fine usciranno largamente imbrattati, più di quanto lo siano già ora.
Massimo Fini
(da il Fatto Quotidiano)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
LE CITTA’ SONO APERTE E COSMOPOLITE, TRA LE MASSE RURAL E RELIGIOSE C’E’ SOLO IL RIFIUTO DELLA MODERNITA’: E IL DISCORSO NON VALE SOLO PER L’IRAN
Buona parte dei ceti urbani, gli studenti, le attiviste per i diritti delle donne. Gli intellettuali
esuli, gli artisti, le scrittrici, i cineasti, parte degli sportivi che, viaggiando per il mondo, hanno potuto aprire la mente. L’opposizione iraniana, grosso modo, la conosciamo, anzi la riconosciamo. E la sosteniamo per ragioni al tempo stesso semplici e gravi: perché è istintivo sostenere la libertà e i diritti delle persone libere, specie se martirizzate da un regime. Abbiamo familiarità con quel genere di idee, la libertà di espressione, la libertà di credere o non credere in una religione. La libertà di ballare e di sciogliere i capelli.
Quella che conosciamo di meno è la porzione di popolo (non piccola) che per quel regime parteggia. Le masse rurali, gli ossequenti confessionali, gli assoggettati al potere in quanto potere, la fanteria dei militanti religiosi, i nazionalisti aggressivi, i rassegnati irriflessivi, gli spaventati dalla modernità. Quelli con i quali non sapremmo parlare, ai quali non sapremmo cosa dire, mentre non c’è esule persiano, o studentessa di Teheran, con la quale non potremmo capirci al volo. È una zona d’ombra, quella dei devoti al regime (ai regimi) della quale sappiamo poco: eppure è anche lì che si deciderà il futuro di quel Paese antico e affascinante.
Le città sono aperte e cosmopolite; e tutto ciò che non è città (vale anche per gli Usa, anche per la Russia) ci sembra un mistero tenebroso, pericoloso. È in quei
luoghi non mediatici che fiorisce, soprattutto, il consenso per l’Autorità, la Tradizione, la Religione e la Nazione. Là non ci si ribella, se non alla modernità. E la libertà sembra uno sfizio da studenti, o da ragazze da rimettere in riga.
(da Repubblica)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL MAGISTRATO MARCO PATARNELLO:L’ARMA DEI PROVVEDIEMMTNI DISCIPLINARI IN MANO AL GOVERNO
Nei giorni scorsi ci siamo già occupati di cosa succederebbe se vincesse il No. E se, al contrario, vincesse il Sì? L’ideazione del Csm come organo di governo autonomo dalla magistratura, aperto alla relazione con le professioni giuridiche e con il parlamento, presieduto dal capo dello Stato e composto da magistrati eletti, selezionati con le regole della democrazia, è stata una delle intuizioni più innovative del Costituente del 1948 ed ha segnato profondamente quello che sarebbe stato il cammino della magistratura italiana del Dopoguerra. Un cammino straordinario, a cui sono onorato di aver potuto partecipare. L’apertura della magistratura alla crescita democratica interna e alla relazione con la società è stato il respiro che ha reso vivo questo ordine, che ne ha contrastato la prospettiva corporativa e che ha aperto la strada ad una lettura della Costituzione non come un insieme di principi programmatici, ma come un catalogo di diritti concretamente attivabili. Con il sorteggio dei componenti togati del Csm quella pagina si chiude e se ne apre un’altra. Quali saranno i tratti caratteristici di questa nuova pagina
nessuno può dirlo con certezza: abbandonare il metodo democratico è un salto nel buio.
Cattivi presagi
Vi sono, però, molti cattivi presagi. Il più grave di essi è dato dal fatto che la virata verso il sorteggio (e dunque verso una prospettiva a-politica nel senso valoriale del termine) è unilaterale: la componente dei magistrati sarà selezionata dal caso, quella dei “laici” sarà selezionata dal parlamento e dunque dalla politica. Questa pericolosa asimmetria è il viatico per il controllo politico della magistratura ed è quella che ha fatto dire al ministro della Giustizia che questa riforma domani servirà anche a chi oggi è all’opposizione.
Il Sì porta via con sé anche la figura di pubblico ministero che abbiamo conosciuto e che in questi decenni del Dopoguerra, con un faticoso percorso di crescita, ci ha consentito di affrontare le indagini sulle stragi, l’emergenza del terrorismo e della mafia restando saldamente ancorati a una prospettiva processuale penale democratica, indipendente, complessivamente piuttosto affidabile e rispettosa dei diritti: non un accusatore alla ricerca di un colpevole, ma un magistrato alla ricerca della verità, per ciò che questa impegnativa e insidiosa parola può significare all’interno del processo penale.
Il Sì apre, infine, una pagina del tutto inedita sulla prospettiva disciplinare a carico dei magistrati, probabilmente quella più densa di incertezze e preoccupazioni. I processi disciplinari sono il cuore dell’autonomia ed indipendenza della magistratura. Quale sarà la cifra del controllo disciplinare è un interrogativo in larga parte ignoto, in quanto affidato alle leggi attuative della riforma, che arriveranno a breve e che il governo non ha inteso far conoscere, se non quanto basta a capire che anche su questo versante saranno i laici i protagonisti principali.
Queste prospettive potrebbero essere corrette con la legislazione ordinaria successiva? Solo in minima parte. Per quanto attiene ai laici, la realizzazione di una rosa circoscritta o di una rosa più ampia, difficilmente potrà spostare la sostanza della selezione: è facile pronosticare che la nomina dal parlamento con maggioranza semplice, con successivo sorteggio, condurrà ad una falange politicamente molto omogenea e agguerrita, a meno di fantasiosi scenari che introducano una maggioranza qualificata per la nomina. Ciò che – in teoria – la legislazione ordinaria potrebbe effettivamente correggere è la natura “secca” del sorteggio per i magistrati, temperandone il rigore con l’introduzione di meccanismi
selettivi a carattere elettivo, introducendo forme di sorteggio “temperato”, in analogia con quanto stabilito per i laici. Questa prospettiva lascerebbe intonso il messaggio culturale di spregio al principio democratico, ma potrebbe consentirne l’abbozzo di un suo recupero.
È facile, però, pronosticare che le cose non andrebbero così: il senso dell’intervento riformatore è stato descritto con lucidità e franchezza da tutti i protagonisti che l’hanno voluto e può essere sintetizzato efficacemente col motto «chi vince prende tutto, anche il controllo della giurisdizione».
Marco Patarnello
(da editorialedomani.it)
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Marzo 10th, 2026 Riccardo Fucile
CHI ENTRA IN CONTATTO CON LUI RICEVE IN REGALO UN PAIO DI OXFORD NERE DI FLOSHEIM… ORMAI E’ UN EVIDENTE CASO PSICHIATRICO
Try walking in my shoes, applicato alla lettera. Le scarpe preferite di Donald Trump sono il
nuovo status del circolo MAGA, il simbolo frat dei fedelissimi del presidente USA.
Un paio di Oxford nere da 145 dollari firmate dal marchio statunitense Florsheim, entrato nelle grazie di The Donald in persona da pochi mesi per completare la divisa presidenziale di abiti blu Brioni e cravatte rosse identificative. Un brand storico, fondato a fine Ottocento a Chicago da una famiglia di immigrati tedeschi, Sigmund (padre) e Milton (figlio) Florsheim, che ha vestito prima i soldati americani in entrambe le guerre mondiali, poi già un presidente, Harry Truman. Ma erano del marchio anche gli insuperabili mocassini neri – con calzino bianco – che vestivano il moonwalk di Michael Jackson. Oggi diventano un nuovo simbolo della corte di Donald Trump.
A quanto pare, non le indossa solo lui: ogni persona che entra in contatto lavorativo con Trump ne riceve un paio in regalo, in seguito deve indossarli ad ogni incontro successivo.
Tra i prescelti che ne posseggono un paio, o addirittura di più, figurerebbero naturalmente il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario ai Trasporti Sean Duffy, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il segretario al Commercio Howard Lutnick, il direttore delle comunicazioni di Trump Steven Cheung, il vice capo di gabinetto James Blair e lo speechwriter Ross Worthington, ha svelato il Wall Street Journal. Altri che ne hanno ricevuti e ne indossano più paia sono il presentatore televisivo Sean Hannity e il senatore Lindsey Graham.
Tra le curiosità riportate dal giornale, ci sarebbe anche il gioco che a monte decide chi entra nelle grazie del presidente USA e chi no. Le scatole marroni delle scarpe Florsheim sono riconoscibili, e il flow continuo verso il 1660 di Pennsylvania Avenue avrebbe svelato il curioso, inedito elemento di affiliazione alla compagine di Trump: The Donald avrebbe preso l’abitudine di indovinare il numero di scarpe di chi entra in contatto con lui per più di una volta, poi farebbe ordinare le scarpe a un assistente con spedizione alla Casa Bianca, infine le donerebbe personalmente.
A volte il presidente firmerebbe direttamente la scatola, altre allegherebbe un biglietto di ringraziamento. La Casa Bianca non ha voluto commentare il nuovo, particolare rituale del presidente, così come l’azienda di scarpe, che tramite il suo CEO Thomas Florsheim Jr. ha fatto sapere di essere all’oscuro degli ordini verso Washington DC, rifiutando di rilasciare ulteriori dichiarazioni. Fino al prossimo passo pubblico.
(da agenzie)
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