Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL VICEPRESIDENTE DEL CSM FABIO PINELLI STA RACCONTANDO AI PARLAMENTARI DI DESTRA CHE IL QUIRINALE, A FRONTE DI UN ACCORDO ANCHE CON LE OPPOSIZIONI, NON SI OPPORREBBE A UN ELECTION DAY. MA LE VARIABILI SONO TANTISSIME. MELONI DOVRA’ PRIMA DI TUTTO CONVINCERE I SUOI RIOTTOSI ALLEATI TAJANI E SALVINI
Adesso tocca alle istituzioni parlare. La Corte Costituzionale e il Capo dello Stato, ai quali non a caso anche i vincitori di ieri guardano con un certo timore. Quando si sarà diradato il fumo della battaglia – una delle più dure combattute in questa legislatura – saranno i giudici di Palazzo della Consulta e il loro dirimpettaio del Quirinale a dire l’ultima parola.
Con due compiti diversi ma convergenti: mentre infatti la Corte, esprimendosi sulla legge elettorale, darà o no il via alla campagna con o senza le nuove regole, Mattarella dovrà condurre ordinatamente la legislatura alla fine, esercitando fino in fondo il suo compito di arbitro tra due delle coalizioni più rissose mai viste prima.
I punti della legge che verranno sottoposti alla Consulta già si conoscono: la limitazione della presenza delle donne nelle liste e conseguentemente in Parlamento; il numero eccessivo di firme da raccogliere, per partecipare alla corsa, per le formazioni politiche non presenti in Parlamento; il nome del candidato premier che le coalizioni dovrebbero obbligatoriamente scrivere sul testo del programma, limitando così il potere del Presidente della Repubblica di sceglierlo; il premio che al Senato, come alla Camera, viene assegnato su base nazionale, mentre la Costituzione prevede che lo stesso Senato sia eletto su base regionale.
Paradossalmente, se la Consulta dichiarasse incostituzionali tutti questi articoli, lo Stabilicum, o Melonellum che dir si voglia, non esisterebbe più. Ma non è detto che sia l’obiettivo dei giudici, che ad esempio, intervenendo sulla riforma delle autonomie rafforzate, formalmente l’hanno lasciata in piedi, anche se con una ventina di modifiche richieste l’hanno in sostanza affossata.
Gli altri nodi, però, restano da sciogliere: anche se gli autori della legge sostengono di averla scritta sulla falsariga della precedente sentenza della Corte che riguardava l’Italicum, la legge voluta e non realizzata da Renzi nel 2015, che suggeriva di scrivere per la Camera e il Senato norme il più possibile simili, e ammetteva la possibilità del premio per le coalizioni che avessero raggiunto il 40 per cento (in questo caso è il 42).
Se in un modo o nell’altro la legge sopravviverà all’esame della Corte (ma anche se non ci riuscirà) sarà Mattarella a prendere in mano la situazione. Si sa che la premier ha in mente di abbreviare la legislatura, la cui conclusione naturale sarebbe a settembre 2027, e chiamare gli elettori alle urne in primavera, entro maggio, accoppiandole magari con quelle delle elezioni nelle grandi città.
Ciò prevede che il governo sia in grado di far approvare le leggi di bilancio entro la fine di quest’anno, e non c’è ragione di dubitare, dato che Meloni e Giorgetti, i più coinvolti in questo compito, affrontano la scadenza per la quinta volta, sebbene le condizioni attuali siano più complicate, con la crisi energetica, i prezzi dei carburanti alle stelle e l’inflazione in crescita. Ma ne usciranno lo stesso. Il peggio verrà dopo, quando Meloni, per fare quel che vuol fare, dovrà mettersi d’accordo con il Presidente della Repubblica.
LE VARIABILI
Le variabili sono tantissime e passano anche dal Quirinale. In queste ore il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli sta raccontando ai parlamentari di destra che il Quirinale, a fronte di un accordo anche con le opposizioni, non si opporrebbe a un election day. E qui scatta un altro rovello che arriva fino al piano nobile di Palazzo Chigi: i rischi e i pericoli di agganciare le Politiche alle Amministrative, punteggiate dal voto nelle grandi città (Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli e Palermo). C’è chi sostiene che le Comunali potrebbero trainare il Campo largo mobilitando gli elettori contro Meloni. E chi sostiene il contrario
(da il Foglio)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile
LA MOSSA AGEVOLA IL PROGETTO CENTRISTA DELLL’ASSESSORE CAPITOLINO, LEGATO A CONTE (E AI FERRI CORTI CON RENZI) … IL CENTROSINISTRA DEVE SBRIGARSI A PRESENTARE UN PROGRAMMA COMUNE E AD INDIVIDUARE UN LEADER…
Il Movimento si mobilita per Alessandro Onorato ed Enzo Maraio. È il senatore Luigi
Nave a lasciare il gruppo del M5s e ad aderire alla componente di Avs, che fa parte del misto a Palazzo Madama.
E, viene spiegato, già questa sera dovrebbe nascere, sempre all’interno del misto a palazzo Madama, la componente Avanti Psi.
In quest’ottica, la decisione mira anche a sostenere Progetto Civico Italia, di Alessandro Onorato che, legandosi a Avanti Psi di Enzo Maraio, potrebbe poi consentire al soggetto politico dell’assessore capitolino di raccogliere 1500 firme per circoscrizione anziché le 6.000 a collegio previste dalla nuova legge elettorale.
Dal M5s viene chiarito che Nave, che è capogruppo 5S nella commissione Antimafia, “è e resta del M5s e si è fatto carico di una battaglia che riguarda tutto il Movimento”. Si è trattato, quindi, “non di una manovra di palazzo” ma di una mossa “contro una legge liberticida e antidemocratica”.
Con il varo del Melonellum — si riflette nei ranghi dell’opposizione — inizia ufficialmente la campagna elettorale per le Politiche. Perciò «ora dobbiamo accelerare», incalza per l’ennesima volta Nicola Fratoianni: «Definire in tempi rapidi il perimetro e il programma della coalizione per rendere efficace la proposta dell’alternativa».
È la road map del centrosinistra atteso alla sua prova più difficile: trasformare in maggioranza di governo una minoranza parlamentare fin qui frastagliata e litigiosa.
Due gli scogli da superare, a cui però sottotraccia si sta già lavorando: ordinare le priorità dei partiti che compongono l’alleanza, anche a colpi di compromessi se serve; raggruppare in un’unica lista, al massimo due, le tante sigle centriste che insistono nel campo largo.
Impresa non facile. Ma, rassicurano in tanti, entro fine mese entrambi gli iceberg potranno iniziare a sciogliersi. A sera, Giuseppe Conte va a giurarlo in tv: «Noi abbiamo completato il nostro percorso. Il 18 Avs presenterà il suo programma e Schlein ha l’assemblea del Pd. Un attimo dopo, veramente un attimo dopo, ci ritroveremo». Allo stesso tavolo, stavolta. Per preparare, insieme, la successione a Giorgia Meloni.
In realtà il sogno di Schlein, a cui ha dedicato le ultime settimane, è convogliare tutti in un’unica lista, ma c’è il problema Matteo Renzi, inviso ai “colleghi” centristi, ricambiati con eguale cordialità dal leader di Iv. L’idea per risolverlo — accolta con freddezza, ma non ancora archiviata — sarebbe allora quella affidare a una figura autorevole il compito di federarli.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile
DISORDINI ANCHE A RENNES, NANTES, STRASBURGO, BORDEAUX E LIONE: IL BILANCIO È DI 504 ARRESTI E 48 AGENTI FERITI IN TUTTO IL PAESE… IL GOVERNO CORRE AI RIPARI, ANNUNCIANDO L’ARRIVO DI 3 MILA SUPPLENTI NEI LICEI PIÙ IN DIFFICOLTÀ
Dopo le parole, il governo francese passa ai fatti per cercare di calmare la protesta studentesca. L’arduo compito è spettato al minisitro dell’Istruzione, Edouard Geffray, che ieri sera, al termine dell’ennesima giornata incandescente, ha annunciato misure per «diverse decine di milioni di euro».
Prima fra tutte, quella che porterà «nelle prossime ore» 3 mila insegnanti nelle scuole «in situazioni molto problematiche» dove scarseggia il corpo docente. Geffray ha inoltre garantito che le rivendicazioni dei 66mila liceali raccolte sulla piattaforma Agora lanciata dal suo dicastero «verrà ascoltata».
Un primo gesto concreto, arrivato all’indomani dei discorso del premier Sebastien Lecornu, che ha teso la mano agli studenti rimandando però a fine ottobre gli annunci sulle misure decise. Una mossa che non era piaciuta al movimento, tornato ieri in strada per una nuova mobilitazione sostenuta dai sindacati.
Il “Quarto atto” di una protesta che sembra decisa ad andare avanti, nonostante il calo delle adesioni registrato ieri: 71.500 manifestanti secondo il ministero dell’Interno, che solo a Parigi ne ha contati 24.500 (martedì ne erano stati annunciati più di 250 mila in tutto).
Il dicastero dell’istruzione, invece, ha rilevato a metà giornata solamente 157 licei su 3.700, con il 96% degli istituti rimasti aperti. Ma nonostante il calo della partecipazione, non sono mancati i disordini.
A Parigi l’appuntamento era stato fissato per il primo pomeriggio nell’emblematica place de la Bastille per un raduno statico. In una piazza stracolma, campeggiava uno striscione con scritto “Gen Z in collera”, attaccato sulla maestosa Colonna di Luglio posizionata al centro, mentre il leader della sinistra radicale, Jean-Luc Ménenchon, ribadiva il suo sostegno alla protesta pubblicando su X l’immagine della folla accompagnata da un commento evocativo della Rivoluione del 1789: «La Bastiglia è ripresa».
La situazione è degenerata verso le 16:20 quando gli agenti hanno risposto con cariche, lacrimogeni e cannoni ad acqua al lancio di petre da parte di alcuni black bloc. Da tetto di un palazzo, sono stati lanciati pezzi di comignolo su alcuni agenti. A fine giornata, in accordo con le autorità, è partita una manifestazione verso place de la Nation per far defluire la massa di persone.
Tensioni anche a Rennes, Nantes e Strasburgo. A Bordeaux un liceo è stato saccheggiato e devastato da alcuni giovani a volto coperto, per un danno complessivo stimato tra i 100 mila e i 200 mila euro. In una scuola di Lione, invece, quattro persone sono rimaste ferite dall’esplosione di ordigni pirotecnici, mentre a Marsiglia il vicepreside del liceo Victor Hugo è stato pestato mentre cercava di spegnere della spazzatura in fiamme. I fermi annunciati in serata sono stati 504, insieme a 48 agenti feriti.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile
FILIPPO SENSI (PD): “UNA VERGOGNA CHE NON SO DIRE, CHE NON HA BISOGNO DI COMMENTI”. CARLO CALENDA: “RIPUGNANTE”… CONTE SOFFIA CONSAPEVOLMENTE SUL FUOCO PER ALZARE ANCORA LA TENSIONE CON ELLY SCHLEIN E FAR SALTARE L’ACCORDO PRE-ELETTORALE E CORRERE OGNUNO PER SÉ (CON IL “MELONELLUM”, SE NESSUNA COALIZIONE RAGGIUNGE LA SOGLIA DEL 42%, SI VA CON IL PROPORZIONALE PURO”
A riaccendere gli animi del campo largo sul nodo Kyiv è stato Giuseppe Conte. “Putin,
avendo compiuto un’aggressione criminale, bombarda tutti i giorni, come anche Zelensky ha iniziato a bombardare anche il territorio russo, ma da tempo”, ha detto ieri sera il presidente del M5s a Porta a Porta su Rai Uno.
“Non sto difendendo Putin, ma non possiamo far passare che dal lato di Zelensky ci sia un atteggiamento solo difensivo, perché da tempo hanno iniziato anche loro, purtroppo, a fare attentati vari, bombardamenti, che hanno coinvolto i civili. E ne potremmo fare un lungo elenco anche lì. È una guerra in atto – ha proseguito –, Il tema è: come ne usciamo? L’unica possibilità che abbiamo è costruire un negoziato, tra l’altro facendo attenzione, perché il negoziato dipende anche da come lo imposti. Dobbiamo pretendere che ci sia l’intervento anche dei paesi Brics, in primis della Cina. La Cina si offrì da subito di mediare – ha detto ancora Conte –. E la Cina ha un’influenza notevole con la Russia. Senza l’appoggio della Cina la Russia non poteva sostenere tutto questo”.
Il leader del M5s ha negato che la posizione del suo partito sia quella di abbandonare l’Ucraina a se stessa, per poi parlare di sondaggi secondo cui “anche gli ucraini nella stragrande maggioranza vogliono un negoziato”.
Parole a cui ha replicato con durezza Filippo Sensi, senatore del Pd e volto di spicco dell’ala riformista del partito. “Sento uno che vorrebbe guidare il centrosinistra dire che Zelensky e Putin sono sullo stesso piano. Una vergogna che non so dire, che non ha bisogno di commenti”, ha scritto su X.
Dello stesso avviso, sebbene fuori dall’alleanza di centrosinistra, Carlo Calenda: “Ripugnante Conte che mette sullo stesso piano Putin e Zelensky”, ha scritto il leader di Azione sui social. “Non so come si possa pensare di allearsi con questa gente e continuare a definirsi progressisti o europeisti. Che ipocrisia”.
Le parole di Conte si aggiungono a un lungo elenco di dichiarazioni in cui il leader del M5s ha via via reso più chiara la sua posizione sul conflitto in Ucraina. Di fronte alla platea riunita a Napoli l’8 luglio se n’è uscito così: “Pensate che stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti. Queste cose non le dicono, ve le dico io”.
Fino ad arrivare alla Festa del Fatto Quotidiano si settembre, in cui ha detto che sull’Ucraina “è chiaro che dovremo preventivamente precisare qualche punto fermo perché non può essere che domattina vinca Schlein o un altro candidato e a quel punto si mandano armi a go go a Kyiv per una escalation militare che ci sta portando al terzo conflitto mondiale giorno dopo giorno”, ha detto l’ex premier.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile
NOVE ANNI DOPO, È LEI A METTERE LA FIDUCIA SULLA LEGGE ELETTORALE
Sarebbe tecnicamente possibile, a commento della giornata, citare le parole che pronunciò, con tono indignato, proprio Giorgia Meloni qualche anno fa: «È scandaloso che le regole del gioco vegano decise con la fiducia, ci appelliamo a Mattarella».
E, volendo, si potrebbe citare anche il seguito del ragionamento: «Ma se questi partiti non si fidano dei propri parlamentari, poi con che faccia chiedono i voti agli italiani». Ipsa dixit.
Correva l’anno 2017 e, allora, fu il centrosinistra a perdere l’innocenza, imponendo a forza una legge elettorale, per ben due volte, prima il cosiddetto Italicum, poi il cosiddetto Rosatellum.
Il copione si ripete nove anni dopo, a parti invertite. Metodo e logica sono l’opposto di ciò che dovrebbe accadere in un paese normale, dove le regole del gioco si disegnano assieme, sulla base dell’interesse del paese, non come un abito sartoriale, dopo aver visto l’ultimo sondaggio.
La fiducia, su provvedimenti del genere, è al tempo stesso un atto di arroganza verso il Parlamento e, a dispetto al termine, una manifestazione di conclamata sfiducia verso la propria maggioranza, di cui si teme tenuta e fedeltà.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO LA FIRMA DI MATTARELLA, IL MELONELLUM FINIRÀ AL VAGLIO DELLA CORTE COSTITUZIONALE. GIURISTI E AVVOCATI, SPALLEGGIATI DAL “CAMPO LARGO”, SONO PRONTI CON I RICORSI PER AVERE QUANTO PRIMA UN VERDETTO DELLA CONSULTA
Ci sono almeno due punti della legge elettorale che sono cambiati in corso d’opera pare
grazie alla moral suasion del presidente Mattarella: quello sulla soglia e quello sull’indicazione del candidato premier. La soglia che fa scattare il premio per la coalizione che la supererà è passata dal 40 al 42%. […]
Nell’interlocuzione è venuto fuori che un’asticella del 40 avrebbe potuto trovare l’opposizione della Consulta, alla luce delle sue precedenti sentenze, così come il premio, che è sempre una distorsione della rappresentanza, non poteva essere monstre. Alla fine si è trovato un punto di caduta in 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato.
L’altra modifica è stata quella di aggiungere «fatte salve le prerogative del presidente della Repubblica» nella parte sull’indicazione del candidato presidente. La nuova legge stabilisce che ciascuna lista o coalizione dovrà indicare il proprio leader al momento della presentazione delle candidature.
Ora, secondo la Costituzione, è il capo dello Stato a nominare il premier: la specificazione, fatta inserire strada facendo, ribadisce che l’ultima parola spetta al Quirinale, anche se poteva apparire pleonastico. […]
Superato lo scoglio del voto segreto alla Camera, la legge elettorale deve passare l’esame della Corte costituzionale. Ma prima ancora lo Stabilicum dovrà essere firmato da Sergio Mattarella.
Il giurista del Colle non si è mai espresso pubblicamente sulla legge che le opposizioni ritengono «una truffa», ma non è un azzardo pensare che evidenti strappi alla Carta non ve ne siano, visti i cambiamenti in corsa.
Il faro del presidente della Repubblica sul nuovo sistema di voto, il quarto in vent’anni, è infatti acceso da mesi, prova ne siano le corpose limature che la maggioranza ha apportato al testo prima dell’ultimo approdo alla Camera.
Il cambiamento più vistoso riguarda la soglia per il premio di maggioranza, che è stata alzata al 42 per cento. In odore di incostituzionalità era apparsa la norma che impone l’indicazione del candidato premier nel programma e anche lì la modifica non è passata inosservata.
Dopo il confronto tra Mattarella e Meloni rivelato sul Corriere da Francesco Verderami, sono spuntati nel testo due articoli della Costituzione: il 67, che prevede l’assenza di vincolo di mandato per i parlamentari e il 92, sulla prerogativa del capo dello Stato di nominare il premier.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile
SI RAGIONA SU UN ELECTION DAY (POLITICHE + AMMINISTRATIVE) CHE POTREBBE CREARE UN EFFETTO “TRAINO” PER IL CENTROSINISTRA… TUTTO È APPESO ALLA CORTE COSTITUZIONALE, CHE DOVREBBE DECIDERE ENTRO FEBBRAIO, CON PROCEDURA D’URGENZA
Da ieri è iniziato il conto alla rovescia. La legislatura è finita: se non materialmente, lo è nello spirito. Tutto, adesso, si sposta fuori. Lotta dentro i partiti, congressi, primarie, liste dei candidati, data del voto. Di questo si parlerà da qui in avanti.
Con un piano che si va delineando sulle elezioni probabilmente in primavera, come vuole Giorgia Meloni, e la grande incognita della Corte costituzionale che potrebbe segare una o più parti la legge elettorale appena varata.
Ieri, Giovanbattista Fazzolari è uscito allo scoperto. Al Foglio ha detto chiaramente che esistono due ipotesi per le urne. La prima è la scadenza naturale, settembre, con le relative complicazioni sulla scrittura della legge di bilancio, tempi strettissimi, governo appena formato, lavori parlamentari contingentati più del solito. Insomma, quello che capitò al centrodestra vincitore nel 2022.
La seconda ipotesi è quella che privilegia Meloni e che riporterebbe il voto in primavera. Fazzolari parla di giugno, altri di Fratelli d’Italia, anch’essi molto vicini alla premier, di maggio. Di certo, a Palazzo Chigi ragionano su uno scenario di election day.
Nello stesso giorno gli italiani voterebbero per le politiche e per le amministrative. Meloni teme le grandi città, dove la sinistra è in vantaggio e potrebbe sbancare, creando un effetto traino – negativo per la destra – sul voto per rinnovare il Parlamento, se si terrà dopo.
Se però ci si soffermasse solo sulle dichiarazioni dei meloniani di stretta osservanza, apparirebbe immediata la confusione. Negli ultimi giorni sono state ipotizzate date diverse: prima il ministro Luca Ciriani, poi il capogruppo dei senatori Lucio Malan, che ha indicato maggio come mese preferibile, infine Fazzolari che ha tirato fuori giugno. Smentito poco dopo da Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione di FdI che addirittura fissa il voto «al 25 novembre», ribadendo: «L’obiettivo è finire la legislatura».
Anche Meloni contribuisce, a suo modo, a non fare chiarezza: «Io non seguo questi dibattiti abbastanza surreali sulla data del voto, anche perché noi parliamo come se si votasse domani. Signori, manca un anno alla scadenza della legislatura», dice da Ascoli senza curarsi del fatto che suona un po’ strano che lei parli di dibattiti surreali quando ad alimentarli sono uomini di sua strettissima fiducia.
E chiunque conosca FdI sa che il partito non brilla per libertà di parola: ogni dichiarazione è attentamente valutata prima con la leader. Dunque è possibile, come ormai riconoscono in tanti nella maggioranza, che Meloni stia evitando di dare certezze all’opposizione, lasciando nel limbo i due contendenti Elly Schlein e Giuseppe Conte.
D’altronde, la data delle primarie tra i leader di Pd e M5S dipenderà molto da quando si andrà al voto. Mentre Meloni, non lasciando punti di riferimento, potrebbe anche decidere sulla base dei sondaggi quando le converrà di più mettere fine al governo.
Poi toccherà al presidente della Repubblica, a cui fino a prova contraria resta questa facoltà, sciogliere le Camere.
La strategia di Meloni non tiene troppo conto degli alleati. Ieri il leader di Forza Italia Antonio Tajani non sembrava contento delle dichiarazioni di Fazzolari: «Lui ha le sue idee – la replica del vicepremier – per noi si deve andare a votare a fine legislatura». Segno di una preoccupazione crescente.
Un’aria che si respira anche in casa Lega, il partito che sacrificherà il maggior numero di eletti, in proporzione, nella prossima legislatura. I sondaggi sono a picco e ieri pochi minuti dopo l’ok definitivo del Parlamento alla legge elettorale, il segretario Matteo Salvini ha annunciato data e luogo del congresso, a Milano il 24 e 25 ottobre.
Lunedì il comitato dei costituzionalisti guidato da Roberto Zaccaria e da Enrico Grosso annuncerà i ricorsi urgenti contro il Melonellum, nella speranza di accelerare la sentenza della Corte Costituzionale. Esiste la possibilità che la Consulta si esprima tra gennaio e febbraio. È una eventualità che ai vertici di FdI tengono presente, senza troppi timori. La destra è convinta dell’impianto della riforma.
L’elenco delle incostituzionalità potenziali in mano ai giuristi e ai partiti di opposizione, in realtà, è più lungo. E lo sarebbe stato ancora di più, si viene a sapere da fonti di governo, se non fosse intervenuta la moral suasion del Quirinale su due punti: la percentuale che una coalizione deve raggiungere per ottenere il premio di maggioranza, passata dal 40% al 42%, e la precisazione «fatte salve le prerogative del Capo dello Stato» che accompagna l’indicazione del nome del candidato premier della coalizione, divenuta giuridicamente vincolante. Per molti costituzionalisti una maschera dietro la quale si introduce un premierato di fatto.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile
“MELONI SI GODRÀ L’ALTRUI CONFUSIONE VANTANDO LA RISORSA DELLA SUA LEADERSHIP. MA NON È AFFATTO UNA CERTEZZA CHE LA RIFORMA FUNZIONERÀ IN RELAZIONE AGLI OBIETTIVI FISSATI. VARATA QUANDO ANCORA NON C’ERA VANNACCI, PER IMPEDIRE PAREGGIO E ‘INCIUCI’, POTREBBE PRODURRE ENTRAMBI”
Sarebbe tecnicamente possibile, a commento della giornata, citare le parole che
pronunciò, con tono indignato, proprio Giorgia Meloni qualche anno fa: «È scandaloso che le regole del gioco vegano decise con la fiducia, ci appelliamo a Mattarella».
E, volendo, si potrebbe citare anche il seguito del ragionamento: «Ma se questi partiti non si fidano dei propri parlamentari, poi con che faccia chiedono i voti agli italiani». Ipsa dixit.
Correva l’anno 2017 e, allora, fu il centrosinistra a perdere l’innocenza, imponendo a forza una legge elettorale, per ben due volte, prima il cosiddetto Italicum, poi il cosiddetto Rosatellum.
Il copione si ripete nove anni dopo, a parti invertite. Metodo e logica sono l’opposto di ciò che dovrebbe accadere in un paese normale, dove le regole del gioco si disegnano assieme, sulla base dell’interesse del paese, non come un abito sartoriale, dopo aver visto l’ultimo sondaggio.
La fiducia, su provvedimenti del genere, è al tempo stesso un atto di arroganza verso il Parlamento e, a dispetto al termine, una manifestazione di conclamata sfiducia verso la propria maggioranza, di cui si teme tenuta e fedeltà.
Ieri non è nata la Terza Repubblica, come ha pomposamente annunciato Giovanni Donzelli, facendo le veci di Giorgia Meloni, forse non casualmente assente dall’Aula, quasi a mettere una distanza fisica rispetto all’ennesimo atto che rompe il racconto di una sua “diversità” rispetto a chi c’era prima.
Non c’è nulla di più antico di un potere impegnato nell’estrema autoconservazione di sé, mentre il paese ha ben altre priorità e inquietudini perché bollette e pieni di benzina non si pagano con la moneta dello Stabilicum.
Saremmo alla sesta Repubblica se il criterio fondativo fossero le leggi elettorali, facendo il conto di quante ne sono cambiate negli ultimi trent’anni.
Esclusa quella che portò il nome dell’attuale capo dello Stato, basata sui collegi, le altre sono tutte operazioni discutibili, che hanno contribuito […] alla deriva oligarchica della democrazia italiana e alla disaffezione.
Ieri, semplicemente, Giorgia Meloni, in difficoltà nel paese reale e con scarsi risultati da spendere, si è dotata di una formidabile arma politica. Potenzialmente letale per gli avversari, e questo ne spiega l’urgenza.
L’indicazione del candidato premier, con ogni evidenza è condizione che già sta facendo impazzire la maionese del centrosinistra, perso nel suo mondo a parte tra sedute spiritiche sui Papi stranieri e dibattiti esoterici sulle primarie. È una lama sul punto di più acuta fragilità di un’alternativa che, finora, è tale in quanto “contro”, ma non “per” come assetto, programma e leadership. Su questi presupposti, magari si scioglierà il nodo primarie, ma non è detto che funzioni. Detta in altri termini: è così sicuro che, se vince Elly Schlein, i Cinque stelle la voteranno alle secondarie, e viceversa?
Ecco, mentre i nostri eroi saranno occupati nello spettacolo masochistico di una competizione intra-moenia «testardamente dis-unitaria» – cosa c’è di più divisivo di una competizione interna su «chi guida?» – Giorgia Meloni si godrà l’altrui confusione vantando la risorsa della sua leadership. Può piacere o no, ma è una certezza di fronte all’incertezza.
Se il racconto leaderistico è assicurato, non è invece affatto una certezza che la riforma funzionerà in relazione agli obiettivi fissati. Varata quando ancora non c’era Vannacci, per impedire pareggio e “inciuci”, ora potrebbe produrre entrambi. Se nessuno dei poli raggiunge il 42 per cento, scatta il proporzionale puro, la grande palude dell’ingovernabilità e degli accrocchi post voto. Sarebbe un caso di scuola di eterogenesi dei fini, non a costo zero in un momento in cui c’è bisogno di stabilità per affrontare i marosi della crisi economica. Accade spesso quando si scinde l’interesse di parte dall’interesse del paese, facendo prevalere il primo.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile
SI PENSA A DIMEZZARE I TERMINI DEL GIUDIZIO… I NODI:IL PREMIO DI MAGGIORANZA, IL NOME DEL PREMIER, LE FIRME
La nuova legge elettorale di Giorgia Meloni accelera il voto alle politiche. Ma la Corte Costituzionale è pronta a esaminare lo Stabilicum anche dimezzando i tempi della consultazione. Per arrivare a un giudizio prima della data delle elezioni. Ma c’è il rischio che non si faccia in tempo. E in questo caso «lo scenario di un giudizio a Parlamento già eletto, sarebbe da evitare, ma comunque non sarebbe inedito. È accaduto nel 2014, quando venne dichiarata incostituzionale la legge Calderoli di circa dieci anni prima», spiega il presidente della Consulta Giovanni Amoroso. I ricorsi delle opposizioni partiranno già lunedì 12 ottobre. Mentre «la quantità di criticità in questa legge è tale che è difficile metterle in fila: in questo caso la somma fa il totale», dice Gaetano Azzariti, docente all’Università Sapienza di Roma.
Il premio di maggioranza
Il punto più critico della nuova legge elettorale è anche la sua caratteristica principale: il premio di maggioranza. Lo Stabilicum assegna i seggi con metodo proporzionale. Ma al partito o alla coalizione che ottiene più voti, se e solo se raggiunge il 42% in entrambe le Camere, è assegnato un premio di maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Con un tetto: la coalizione che vince non può avere più di 220 seggi alla Camera (55%) o 113 al Senato (56,5%) senza contare gli eletti all’estero. Resta il proporzionale invece se una coalizione ottiene il 42% in un solo ramo del Parlamento. La sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum, che risale al 2017, dichiarava legittimo il premio per chi otteneva almeno il 40% dei voti.
Il ritocchino da lassù
Per questo, racconta il Corriere della Sera, i leader del Campo Largo sono pronti al ricorso. «Cambiatevi questa legge da soli, noi voteremo no e vinceremo comunque», ha detto ieri Elly Schlein. I ricorsi sono stati già annunciati nei tribunali dei 29 distretti di Corte d‘Appello. L’avvocato Pietro Adami e i professori Enrico Grosso e Roberto Zaccaria li illustreranno la settimana prossima in una conferenza stampa. I leader si attendono, è il retroscena, «un ritocchino da lassù», ovvero dai giudici. E non dal Quirinale che invece la legge dovrebbe firmarla. Intanto proprio il presidente della Consulta Amoroso spiega al Corriere della Sera la questione dei tempi: «Se si vota alla scadenza naturale della legislatura sicuramente» si arriverà a un giudizio in tempo. Ma questa è l’ipotesi meno probabile.
Dimezzare i tempi
Invece «nell’ipotesi del voto in primavera si rischierebbe di arrivare sul filo. C’è il tempo necessario per instaurare un giudizio davanti al giudice ordinario; quello che impiegherebbe quest’ultimo per sollevare la questione; quello per pubblicare in Gazzetta Ufficiale l’ordinanza del giudice dopo i controlli di rito; infine quello, di almeno un mese, per mettere in moto il giudizio costituzionale. La Corte potrà decidere di dimezzare i termini: è l’unico strumento di cui dispone per accelerare». C’è anche il rischio di un giudizio ex post rispetto al voto.
Ma non sarebbe un problema: «Posso dire che la giurisprudenza della Corte, nelle sue linee generali, è già delineata in due sentenze del 2014 e del 2017. I nodi principali, in passato, sono stati il premio di maggioranza, che persegue sì il legittimo obiettivo di favorire la formazione di stabili maggioranze parlamentari, ma che non deve essere di entità tale da determinare un’eccessiva sovrarappresentazione della lista di maggioranza relativa, e le liste che, se bloccate, non possono essere lunghe, perché non consentirebbero al cittadino di esercitare la propria scelta in qualità di elettore».
Il nome della premier, il numero di firme, il premio di maggioranza
Amoroso naturalmente non si esprime sui tanti profili di incostituzionalità indicati dalle opposizione, come l’indicazione del nome della premier, il numero di firme, il premio di maggioranza: «Il riserbo che credo debba tenere chi fa parte — o ha fatto parte — della Corte non mi consente di dire altro. Le questioni, se sollevate, saranno affrontate dalla Corte con il consueto approfondimento e con indipendenza di giudizio nel binario tracciato dalla sua giurisprudenza».
Azzariti invece spiega al Fatto che «anche la maggioranza sa quanto sia elevata la possibilità che consistenti parti del testo possano essere dichiarate incostituzionali. Così lo dico oggi per domani: nessuno nel prossimo futuro potrà lamentarsi per eventuali decisioni sgradite della Corte, perché la Consulta è il giudice delle leggi, quindi le spetta l’ultima parola».
La Carta
Secondo il costituzionalista la Consulta «ha spiegato che premi e liste bloccate sono ammissibili, a patto che il premio sia limitato e il blocco valga solo per una parte dei seggi, mentre le liste devono essere ‘corte’, così da rendere conoscibile all’elettore il parlamentare che vota. Ora, se si prevede un listone da eleggere nella sua interezza, per la cui assegnazione varrà tanto il voto espresso in Calabria quanto quello in Piemonte, si rende non conoscibile all’elettore il candidato che si contribuirà a mandare alla Camera o in Senato».
Il Quirinale
E sempre secondo la Carta «il Senato va eletto su base regionale, mentre il premio opera su base nazionale, rendendo irrilevante l’esito nelle varie regioni». Sull’indicazione del candidato premier, infine, «siamo di fronte al primo caso di auto-assoluzione di una legge ordinaria rispetto al rischio di essere dichiarata incostituzionale, visto che prevede: ‘Fatte salve le prerogative del presidente della Repubblica’. Ma è evidente che incide su una prerogativa del capo dello Stato, che in base all’articolo 92 della Carta nomina il presidente del Consiglio». E l’obbligo di firme? «Una soglia irragionevole – sostiene – che discrimina i partiti senza eletti nelle Camere e che chiude i Palazzi a movimenti potenzialmente rilevanti». Norme che potrebbero mettere in imbarazzo anche il Capo dello Stato, ragiona Azzariti: «Ma quale sarà il suo orientamento non spetta a me dirlo».
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »