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“IL TAGLIO DELLE ACCISE È UNA MISURA SBAGLIATA CHE NON SOLO AUMENTA IL DEBITO PUBBLICO, MA È PERSINO UN BENEFICIO PER CHI UTILIZZA SUV E AUTOMOBILI CHE CONSUMANO MOLTO”

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

DAVIDE TABARELLI: “BISOGNA RIDURRE I CONSUMI. NON TANTO IL LIMITE DEI 30 KM IN CITTÀ, QUANTO LA VELOCITÀ SULLA RETE EXTRAURBANA. BISOGNA TORNARE ALLO SMART WORKING. PREOCCUPANO I COSTI PER LE IMPRESE, CHE PAGANO L’ELETTRICITÀ IL 20% IN PIÙ RISPETTO ALLA MEDIA EUROPEA… RIDURRE LA DIPENDENZA ENERGETICA DAI PAESI ESTERI È DIFFICILISSIMO PER TUTTA L’UE, CHE È ANCORA DIPENDENTE PER IL 57% DAI PAESI STRANIERI. LE DIRETTRICI SONO TRE: 1) DIVERSIFICARE LE FONTI DI APPROVVIGIONAMENTO; 2) RAGIONARE SUL NUCLEARE 3) L’EFFICIENTAMENTO ENERGETICO, SFRUTTANDO LE RISORSE NEL SOTTOSUOLO, IL NOSTRO PATRIMONIO IDROELETTRICO, IL POTENZIALE DELLA GEOTERMICA E L’EOLICO”

«Il taglio delle accise non è una misura lungimirante dato che porta a unariduzione modesta dei costi: soltanto 15 centesimi al litro. Inoltre, l’uso dei fondi di Coesione europei per sostenere i consumi correnti presenta una contraddizione evidente: quei
soldi dovrebbero essere impiegati per interventi strutturali sui territori, non per misure emergenziali».
Il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, non ci gira intorno: «Sono contrario» all’intervento sulle imposte su benzina e gasolio. Ma nell’Italia colpita dalla crisi del Golfo Persico, che ormai ha superato i tre mesi, sono tanti i nodi energetici. Dalle rinnovabili al palo alla corsa per approvare il Ddl Nucleare, dalla dipendenza delle forniture estere fino alle pesanti ricadute sull’economia reale.
Perché è così critico sul taglio delle accise?
«Perché è una misura marginale che non solo aumenta il debito pubblico, ma è persino un beneficio per chi utilizza Suv e automobili che consumano molto. Piuttosto, quei fondi dovrebbero essere indirizzati verso la scuola, la sanità e le famiglie più fragili […] Francia e Germania hanno fatto scelte differenti. Ma non è una misura né equa né mirata. E in un momento di crisi come quello attuale, è fondamentale ridurre i consumi».
Come? Con le domeniche a piedi?
«Le domeniche a piedi sono una banalità, ma da non escludere. Oggi le strade sono altre e diverse: non tanto il limite dei 30 chilometri orari in città, quanto una riduzione della velocità sulla rete extraurbana. E, soprattutto, l’uso dello smart
working: l’abbiamo sperimentato durante la pandemia, funziona e diminuisce la mobilità. […]».
Tuttavia, la crisi energetica pesa sulle bollette.
«L’aumento del 40% cui si fa spesso riferimento riguarda il prezzo all’ingrosso, non la bolletta finale. Ed è anche vero che per le famiglie italiane i prezzi sono allineati alla media Ue. A preoccupare sono i costi per le imprese, che pagano l’elettricità circa il 20% in più rispetto alla media europea. […]»
Bisogna puntare una volta per tutte sull’autonomia energetica?
«Ridurre la dipendenza energetica dai Paesi esteri è strutturalmente difficilissimo.
Non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa. Da 50 anni ci proviamo, ma senza riuscirci davvero. Le direttrici sono tre. La prima è diversificare le fonti di approvvigionamento, come abbiamo fatto dal 2022 sostituendo il gas russo. La seconda è tornare a ragionare sui benefici del nucleare. La terza è l’efficientamento energetico, sfruttando le risorse nel sottosuolo, il nostro patrimonio idroelettrico, il potenziale della geotermica e l’eolico».
Un sondaggio di Only Numbers parla di un 55% di italiani a favore dell’uso del nucleare di ultima generazione. È l’ora di accelerare
«Da nuclearista convinto, dico di sì. Nelle grandi democrazie occidentali c’è paura riguardo i depositi delle scorie, gli incidenti e, persino, la bomba. Mentre i partiti di
sinistra più aperti all’industria e all’innovazione, comunque, faticano a trattare questi temi, che generano imbarazzo al loro interno».
«Va anche detto che in Italia la costruzione di un reattore richiedere tra gli 8 e i 10 anni, mentre Russia e Cina lo realizzano in tre, senza per ricorrere a tecnologie particolarmente innovative come i reattori modulari».
Resta comunque una energia pulita.
«E aggiungo: abbondante, prevedibile, sicura, indipendente e a basso costo. Dal 1987, post referendum abrogativo, dipendiamo dalla Francia per circa il 15% della nostra domanda elettrica. Quest’ultima ha ottenuto da SoftBank un investimento da 75 miliardi di dollari sull’intelligenza artificiale e sui data center proprio perché è dotata delle centrali nucleari».
Ecco, la crisi dello Stretto di Hormuz. Dopo la sua riapertura, può servire almeno un mese per il ritorno a un transito “normale” per le petroliere. Rotte alternative?
«Il mercato petrolifero non tornerà com’era prima. Per tre mesi l’Iran ha dimostrato che lo Stretto di Hormuz può essere bloccato. È una minaccia che resterà per sempre e deve spingere a investire verso infrastrutture di trasporto di gas e petrolio alternative.
In questo caso, ci sono pipeline esistenti o in parte dismesse da potenziare come l’oleodotto da Kirkuk, in Iraq, che arriva fino al Mediterraneo, passando attraverso la Turchia, con una capacità di circa un milione e mezzo di barili che potrebbe
essere potenziata. Così come può essere vitale il raddoppio del gasdotto da Abu Dhabi verso il Pacifico».
A tre mesi dallo scoppio del conflitto, l’Europa rischia la stagflazione?
«Sì, se il conflitto prosegue, il rischio c’è. La crescita dell’Europa è legata all’energia. E il continente è ancora dipendente per il 57% dall’estero».
(da agenzie)

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“LA DESTRA SOVRANISTA HA CERCATO DI USARE L’ARMA DELLA GIUSTIZIA PER ARRIVARE AD UN ACCENTRAMENTO AUTORITARIO DEL POTERE”: L’EX MINISTRO SOCIALISTA RINO FORMICA E GLI 80 ANNI DELLA REPUBBLICA

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

“LA SINISTRA NON HA SAPUTO TRASFORMARE LA VITTORIA DEL ‘NO’ AL REFERENDUM IN UNO STOP ALLE VELLEITÀ DELLA DESTRA DI DESTRUTTURARE L’ORDINAMENTO DEMOCRATICO E PARTECIPATIVO DISEGNATO DOPO IL 2 GIUGNO DEL 1946. IL MONDO SI STA COMPLICANDO. C’È LA TENDENZA DELLE DESTRE A PUNTARE SULLA CENTRALIZZAZIONE AUTORITARIA DEL POTERE”

In quelle ore memorabili Rino Formica aveva 19 anni e oggi, che di anni ne sono passati 80, è lui stesso che può restituire un’immagine vivida di quelle giornate: «Ricordo quel 2 giugno 1946: finalmente si poteva votare liberamente anche per i partiti ma in quelle ore di straordinaria passione popolare la scelta istituzionale fu persino più vissuta di quella partitica. Il popolo che votò per la Repubblica, scelse una nuova forma di Stato, condannava il passato e scommetteva sul proprio futuro».
Ma l’attualità permanente di quella giornata, Formica la individua in un dato interessante, trascurato da storici e da politici: «In quelle settimane nessuno capiva quanti fossero ancora i fascisti in Italia, ma il 2 giugno accaddero due cose. I fascisti parteciparono al referendum istituzionale che ebbe una partecipazione del 93%.
Ma non parteciparono alla competizione tra i partiti che infatti fu più bassa, del 90%. E dunque non sono stati gli altri partiti ad escludere la destra dal processo costituente, come si è ripetuto per decenni, ma il pensiero fascista fu escluso
all’origine, dal voto popolare che si svolse prima della elaborazione della Carta. E questo spiega tante cose di questi 80 anni, tanti revanscismi. Ma la battaglia continua…».
Novantanove anni, almeno ottanta vissuti con una inguaribile passione politica, barese, figlio di un ferroviere antifascista, un piglio anticonformista mai dismesso, per decenni dirigente socialista, più volte ministro, Rino Formica è uno dei rarissimi testimoni di quei giorni di svolta, dei quali mantiene nitida e duratura memoria.
Oggi si celebrano anniversari minori che si trasformano in rito consumistico e in discorsi retorici: l’ottantesimo del 2 giugno 1946 ha un'”anima” di lunga durata?
«Il rischio di una certa baldanza festaiola c’è e chi sicuramente saprà evitarla è il Presidente della Repubblica. L’anima di quella data sta scritta nella storia: i partiti della Resistenza chiesero agli elettori di votare su due schede: una per la scelta istituzionale e una per i partiti. In quelle settimane si determinò l’attesa per una partecipazione molto diversa alle due consultazioni: alta per il referendum, molto più bassa per i partiti. E invece la differenza fu minima, solamente 3 punti percentuali, e così i partiti democratici furono legittimati a scrivere la nuova Carta costituzionale che ora si prova a rimettere in discussione».
Però dal 1946 al 1994, alla destra politica non restò che prendere atto di quella esclusione: ogni tanto cercò di entrare nel gioco politico, ma in modo ininfluente?
«Fino al 1992 i tentativi della destra di entrare nell’ordinamento dello Stato e di provare a modificarlo sono timidi, ma altrettanto non si può dire per le azioni di terrorismo e di paraterrorismo coperti da un organismo sovranazionale come la destra della Nato, che attraverso corpi separati dello Stato fa due cose: da una parte copre la destra italiana, le dà una legittimazione seppur negativa, dall’altra indebolisce i partiti democratici».
Le modifiche costituzionali sono contemplate dalla Costituzione e la normativa bocciata nel recente referendum, nelle intenzioni intendeva contrastare una seria degenerazione lottizzatoria: perché diffidare sempre e comunque del revisionismo costituzionale della destra?
«Dopo la fine della Prima Repubblica, nel 1992-94 la destra prova ad entrare nel sistema come forza innovatrice proponendosi con due volti contraddittori. Prima il volto moralista, giustizialista: vuole il cappio. Una volta penetrata nel sistema diventa innocentista, garantista. E nei mesi scorsi ha cercato di usare l’arma della giustizia, con l’idea di superare la rottura storica del 1946 per arrivare ad un accentramento autoritario del potere, rendendo marginali gli organismi della rappresentanza popolare».
Ma il recente referendum sarà una data spartiacque?
«Non è detto. La sinistra ha capito che la partita non riguardava i ruoli dei magistrati, ma che occorreva affrontare una battaglia politica, perché in gioco c’era tutto l’ordinamento costituzionale. Ma la sinistra non ha saputo trasformare la vittoria del No in uno stop a tutte le velleità della destra di destrutturare tutto l’ordinamento democratico e partecipativo disegnato dopo il 2 giugno del 1946».
Lei aveva 20 anni quando la Costituzione fu approvata: nell’attuale mondo di super-poteri, il maggior pregio della Carta – pesi e contrappesi in equilibrio – le pare basti?
«Il mondo si sta complicando. C’è la tendenza delle destre a puntare sulla centralizzazione autoritaria del potere e al tempo stesso dobbiamo fare i conti con motori generatori di sviluppo diversi da quelli tradizionali. Ecco perché bisogna sapere adattare la Costituzione ad una più affinata qualità del sapere, ma di un sapere che non sia totalizzante. Un sapere che non divorzi mai da due valori costituzionali fondanti: la partecipazione popolare e l’umanità».
(da “la Stampa”)

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LUCA ZAIA, DOPO AVER DORMITO DIECI ANNI E NON AVER SCALZATO SALVINI QUANDO ERA IL MOMENTO, ORA VUOLE UNA LEGA FEDERALISTA “COME LA CDU TEDESCA”

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

UNA RICETTA STANTIA PER IL RILANCIO DEL CARROCCIO, QUANDO ORMAI SIAMO ALLE ESEQUIE

«Un partito che voglia rispondere a tutte le istanze deve essere federalista. Ho già detto parecchie volte che esiste un modello nato nel 1948 in Germania, che prevede un partito nazionale, la Cdu, con una costola locale bavarese (Csu)». Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale veneto ex presidente di Regione, in un’intervista al Corriere della Sera offre la sua ricetta per il rilancio del Carroccio. Secondo l’ex governatore una scelta del genere trasformerebbe la Lega nel partito «più innovativo e più in grado di offrire una scelta interessante anche per i giovani».
La Lega federalista
Zaia ricorda che a breve, in Consiglio regionale, tornerà la legge di iniziativa popolare sul fine vita che fu bocciata nel 2024. «Confermo che voterò a favore», dice, sottolineando che la legge si pone l’obiettivo di colmare alcuni buchi della sentenza della Corte costituzionale del 2019. «Primo non esiste un termine entro cui
l’Azienda sanitaria debba rispondere alla richiesta del paziente. Marco Cappato nei giorni scorsi ha sollevato il caso di una signora di 77 anni, Maria Cristina, malata terminale, che ha fatto richiesta il 5 marzo e non aveva avuto alcun riscontro. Il secondo buco: il servizio pubblico non garantisce la somministrazione del farmaco». Sul tema, secondo l’ex presidente del Veneto, «la politica deve fare un salto di qualità. Il fine vita deve essere una no-fly zone: i partiti devono lasciare libertà di coscienza, come peraltro ha fatto il segretario Salvini. Ci sono tanti esponenti politici le cui coscienze non collimano con la posizione del loro partito».
(da agenzie)

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IL COMUNE CHE VUOLE UNA TASSA “VOLONTARIA” DI 20 EURO PER CHI HA UN ANIMALE DOMESTICO (PER DARLI A CHI FA FIGLI)

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

PERCHE’ NON FARLI PAGARE ALLORA A CHI HA UN AUTO, A CHI STA AL TERZO PIANO, A CHI E’ CORNUTO, A CHI USA LA LAVATRICE DALLE 9 ALLE 10? … ORMAI SIAMO ALLA FOLLIA CON LA FISSA DELLA CRISI DEMOGRAFICA

Una donazione volontaria in base al numero di animali domestici presenti nelle famiglie del paese, destinata a sostenere quelle che invece hanno figli. È la proposta avanzata dal sindaco di San Giorgio su Legnano (Milano), Claudio Ruggeri, che ha scelto di lanciare l’idea attraverso un editoriale pubblicato sull’ultimo numero del periodico comunale.
Le motivazioni del sindaco
«Vediamo sempre più spesso giovani coppie che preferiscono allevare un animale di compagnia, forse perché meno impegnativo o, forse, per timore del futuro. Ognuno è libero chiaramente di fare ciò che desidera, ci mancherebbe», ha dichiarato il sindaco. «Però dubito che il Labrador di casa vi possa, un giorno, pagare la pensione. Lo farà sicuramente il figlio o la figlia di qualcun altro, che
dovrà pagarla indistintamente sia ai propri cari che l’hanno messo al mondo sia a chiunque altro», ha aggiunto.
La pressione fiscale
Nel suo ragionamento, il sindaco richiama anche il tema della pressione fiscale sulle famiglie con figli, sottolineando come alcune voci di spesa comunali ricadano direttamente sui nuclei familiari. Tra gli esempi citati dal primo cittadini, la tariffa rifiuti e i costi dei servizi scolastici, in particolare la mensa. «C’è una discreta parte della cittadinanza che utilizza i servizi comunali (Tari esclusa) solo occasionalmente, per esempio per rinnovare la carta di identità. Sarebbe bello che costoro contribuiscano, in modo volontario e libero ma consapevole, ad alleviare le famiglie nel loro percorso di crescita dei figli», ha affermato il primo cittadino.
La proposta del sindaco: «Donate 20 euro all’anno»
«Lancio una provocazione, donare almeno 20 euro all’anno per ogni animale domestico posseduto. A San Giorgio su Legnano sono registrati circa 850 cani, senza contare i gatti o altre specie animali. Se ognuno li versasse, sarebbe un bell’aiuto per i 280 alunni della scuola primaria. Un segnale concreto di una comunità attenta e che si fa carico dei più piccoli, i bambini», ha concluso il sindaco.
(da agenzie)

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TEMPI DI GUERRA, MA LA FARNESINA PENSA ALLA WEB REPUTATION

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

TAJANI A CACCIA DI VISIBILITA’ SUL WEB E PREPARA UN BANDO AD HOC

Bisogna piacere di più in tempi di crisi geopolitiche. Antonio Tajani alla Farnesina vuole raccogliere più like. Già a dicembre, come raccontato da Domani, era partita la missione “restyling digitale”. Nuova veste grafica, contenuti più accattivanti e rilancio dell’immagine. Un’operazione da 139mila euro previsti. Il salto è ora  ulteriore: la Farnesina vuole affidare un servizio di «social media strategy and management» per costruire la comunicazione social fino al 31 luglio 2027. Budget: 85mila euro più Iva per un totale superiore ai 100mila euro. Gli obiettivi sono chiari: «rafforzare la web reputation» della Farnesina, «creare interesse attorno alle attività» e soprattutto «aumentare l’interazione con gli utenti».
La macchina della diplomazia trasformata in macchina di engagement. Il ministero di Tajani chiede storytelling, monitoraggio dei social, campagne per i grandi eventi e un community manager per il controllo di commenti e messaggi diretti. I contenuti dovranno essere prodotti in italiano e inglese, con eventuali traduzioni in francese, spagnolo e tedesco. E poi ancora: reel, editing video e strumenti di intelligenza artificiale. Il tutto con operatività garantita anche nei festivi e nelle emergenze. Perché le crisi internazionali non aspettano.
(da editorialedomani.it)

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UNA VOLTA GLI STATI UNITI ESPORTAVANO DEMOCRAZIA. ORA SONO RITORNATI ALLO SCHIAVISMO

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

DALLE FATTURE GONFIATE AL PENTAGONO AL MURO ANTI-MIGRANTI IN MESSICO

Ancora gli indiani. Ma se questa volta si tratta dei lavoratori che secondo la Procura di Milano sarebbero stati reclutati da un’agenzia di Nuova Delhi e poi portati a lavorare in Italia in condizioni di sfruttamento, la Caddell Construction era già finita in acque torbide per i suoi rapporti con altri “indiani”: i nativi americani al centro di un programma federale che doveva aiutare le piccole imprese a entrare nei grandi appalti del Pentagono.
Nel sistema dei grandi appalti federali Usa, Caddell non è un gigante, ma nemmeno un microbo. È al 90° posto nella classifica 2026 dei general contractor americani, quelli che forniscono le grandi opere “chiavi in mano”, o quasi, ai committenti.
Fondata nel 1983 a Montgomery, in Alabama, da John A. Caddell, l’azienda è cresciuta basandosi sullo stretto rapporto con la macchina pubblica. Oggi è controllata dai dipendenti attraverso un piano di azionariato. La continuità dinastica, però, resta: presidente e amministratore delegato è Mac Caddell, nipote del fondatore.
I dati della società raccontano che il suo portafoglio supera i 24 miliardi di dollari in lavori negli Stati Uniti e in 38 Paesi su cinque continenti. Con una buona domanda pubblica: l’ufficio del Dipartimento di Stato che si occupa degli edifici diplomatici americani all’estero, indica Caddell come general contractor del nuovo consolato di Milano, con un progetto che vale fino a 211,9 milioni di dollari.
Ma la scala dei rapporti con Washington è molto più ampia. Nel 2024, tra le altre
cose, Caddell è stata scelta anche per il nuovo compound dell’ambasciata americana a Port of Spain, a Trinidad e Tobago, con un contratto fino a 350 milioni di dollari. A Kabul, in Afghanistan, ha lavorato a un progetto di sede diplomatica il cui costo è salito da 400 a oltre 800 milioni.
E poi contratti con la Difesa Usa, dall’Alaska al Texas. Basta questo elenco sommario per capire che non si parla di un costruttore regionale dell’Alabama, ma di un fornitore stabile in quei cantieri dove sicurezza, diplomazia e denaro pubblico si impastano con il cemento.
Un capitolo significativo riguarda anche il muro al confine con il Messico, l’opera-simbolo di Donald Trump. Nel 2017 Caddell venne selezionata tra le imprese incaricate di costruire i prototipi nella zona di San Diego: in pratica dei “modellini” di dieci metri per dieci dello sbarramento anti-migranti, pagati ai costruttori qualche centinaio di migliaia di dollari. Due anni dopo la joint venture Gibraltar-Caddell ottenne una fetta del muro di Trump: 22 miglia, con un contratto base da 155,3 milioni.
È in questo incrocio tra appalti pubblici, sicurezza nazionale e programmi federali per i subappalti che si collocano anche i rapporti con i nativi americani e i problemi giudiziari. Nel 2012 Caddell si impegnò a pagare 2 milioni al Dipartimento di
Giustizia, che in cambio la dichiarò non perseguibile, per chiudere un caso legato all’assistenza fornita a Mountain Chief, società nativa americana inserita nei programmi “Mentor-Protégé” e “Indian Incentive” del Pentagono.
Quei programmi servivano a favorire l’accesso alle commesse militari di piccole imprese svantaggiate, associate a gruppi più grandi che avrebbero dovuto appunto fare da mentori. Secondo il Dipartimento di Giustizia, però, Caddell presentò richieste di pagamento che gonfiavano in modo significativo l’aiuto fornito a Mountain Chief. L’anno dopo Caddell accettò di versare altri 1,15 milioni per risolvere accuse civili secondo cui aveva falsamente rappresentato il ruolo di Mountain Chief in lavori a Fort Bragg e Fort Campbell.
C’è poi il caso di Camp Lejeune, la nota base dei Marine in North Carolina, dove una joint venture tra Caddell e W.G. Yates fu accusata da una “soffiata” interna di usare piccole imprese-schermo, con annessi benefici fiscali, per una serie di subappalti svolti invece da operatori più grandi. In carcere, nel 2015, finì solo la titolare di una impresa subappaltante: 30 mesi per false dichiarazioni.
Secondo il Project On Government Oversight, che studia la trasparenza della pubblica amministrazione e che nel 2018 pubblicò un’analisi sui contractor scelti per i prototipi del muro, già nel 2014 il Corpo degli ingegneri dell’Esercito Usa
trasmise una raccomandazione per escludere Caddell dagli appalti federali proprio per le false dichiarazioni contestate. L’esclusione, alla fine, non scattò e l’azienda ricevette soltanto un avvertimento. Vedremo se anche il caso milanese finirà allo stesso modo.
(da Repubblica)

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I CRIMINALI PLANETARI: QUANTO GLI ATTACCHI A UCRAINA, GAZA E IRAN AVVELENANO IL PIANETA

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

CHI GUADAGNA DAL DISASTRO AMBIENTALE

La guerra è tornata strumento di politica internazionale, scrive Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas e avverte sul rischio altissimo di «costruire un mondo disumano e più ingiusto», una nuova Torre di Babele. Solo nell’ultimo anno 59 guerre nel mondo, il numero più alto dal 1945, con conseguente sterminio di popolazione e devastazione sociale ed economica (dati Global Peace Index). Questo tragico quadro ne alimenta un altro, che si abbatte silenziosamente sull’intero pianeta: il peggioramento della crisi climatica, ormai prossima a un punto di non ritorno. Le attività militari sono responsabili del 5,5% delle emissioni mondiali di gas serra. Se il comparto bellico fosse uno Stato, sarebbe il quinto più inquinante
dopo Cina, Usa, India e Ue. Analizziamo i dati relativi agli attacchi a Ucraina, Gaza e Iran.
Ucraina, le emissioni causate dalla guerra
Dal febbraio 2022, le emissioni generate dal conflitto in Ucraina hanno superato 311 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. È quanto documenta lo studio Climate Damage Caused by Russia’s War in Ukraine, coordinato dal ricercatore olandese Lennard de Klerk: una quantità di CO2 poco inferiore alle emissioni annuali prodotte dall’Italia. Il 37% sono legate direttamente a operazioni militari: consumo di combustibili fossili da parte di carri armati e aerei da combattimento, produzione di munizioni e sostituzione di equipaggiamenti distrutti. Il 23% è diffuso dagli incendi che, nel solo 2025, hanno devastato 1,4 milioni di ettari di territorio nelle aree a ridosso delle linee del fronte. Un quarto delle emissioni sono dovute alla distruzione di infrastrutture civili e alla loro ricostruzione.
Infrastrutture, pozzi e depositi di carburante
I raid sugli impianti energetici hanno finora generato il 6% della CO2 emessa. Nell’ultimo inverno, con temperature fino a –20 °C, la Russia ha condotto una sistematica campagna contro centrali termiche, sottostazioni e linee di trasmissione per privare la popolazione di elettricità, acqua e riscaldamento. Tra marzo 2025 e febbraio 2026 si sono registrati almeno 15 massicci attacchi contro impianti di
produzione e stoccaggio del gas e altri 19 contro infrastrutture civili. A questi si sono aggiunti raid con droni kamikaze, missili balistici e da crociera che hanno colpito centrali termoelettriche in città come Kiev, Kharkiv e Dnipro, causando blackout prolungati e costringendo milioni di persone a usare generatori a diesel o benzina. Parallelamente, le forze ucraine hanno condotto 140 attacchi contro raffinerie e depositi petroliferi e di fertilizzanti in Russia e nei territori occupati dall’armata russa.
Terreni contaminati e mine
E poi c’è quello che rimane sul terreno: un inquantificabile campionario di sostanze tossiche. Un recente studio pubblicato sulla rivista Environmental Problems rivela come i terreni intorno all’Oblastdi Sumy, una delle aree più colpite dai combattimenti, presentino livelli elevati di piombo, zinco, rame, cromo, cobalto e arsenico che alterano le proprietà chimiche del suolo, compromettendone fertilità e sicurezza alimentare per decenni. A rendere incoltivabili i terreni agricoli ci sono le mine, peraltro spesso non mappate, che secondo l’agenzia statale Demine Ukraine occupano 132 mila chilometri quadrati, un’area grande quanto la Grecia (Qui). Questi ordigni, oltre a causare amputazioni e a mettere in pericolo la vita di migliaia di civili, impediscono anche la semina dei campi riducendo, secondo le
Nazione Unite, la crescita del Pil del Paese tra il 3 e il 5% (Qui). Durante l’ultima conferenza internazionale sul clima a Belém, l’Ucraina ha annunciato l’intenzione di chiedere alla Russia un risarcimento di 57 miliardi di dollari per danni ambientali.
Gaza rasa al suolo
La distruzione di Gaza ha generato oltre 1,3 milioni di tonnellate di CO2. Le emissioni, segnalate da uno studio pubblicato sulla rivista One Earth, riguardano esclusivamente le attività militari: i voli e i bombardamenti israeliani, le operazioni statunitensi per trasportare in Israele 50 mila tonnellate di equipaggiamenti e rifornimenti, oltre all’impiego di razzi e artiglieria. Gli attacchi hanno raso al suolo infrastrutture, ospedali, condomini, strade, reti fognarie, scuole e università, mentre la Fao segnala che oltre l’80% delle terre agricole è stato danneggiato dai bombardamenti. Lo studio prevede inoltre che i costi climatici aumenteranno esponenzialmente con la ricostruzione, fino a raggiungere 33,2 milioni di tonnellate di CO2: un valore equivalente alle emissioni generate in un anno dalla Giordania. Occorrerà aggiungere i dati sugli attacchi israeliani al Libano, che al momento non sono ancora stati quantificati.
Golfo Persico: il dato sui primi 15 giorni
Per il monitoraggio completo dell’attacco condotto da Stati Uniti e Israele in Iran e della risposta di Teheran, che ha coinvolto sei Paesi del Golfo in quanto alleati di Washington, occorrerà attendere. Per il momento esiste solo l’analisi del think tank Climate and Community Institute: il centro di ricerca stima che nei primi 15 giorni i bombardamenti abbiano prodotto oltre 5 milioni di tonnellate di CO2, pari a quelle emesse in un anno da 1,1 milioni di automobili a benzina. Quasi la metà delle emissioni è stata causata dalla distruzione di edifici militari e civili, inclusi 16.191 abitazioni, 3.384 unità commerciali, 77 centri medici e 69 scuole. Tra queste ultime l’istituto femminile Shajareh Tayyebeh di Minab raso al suolo nel primo giorno di guerra, dove sono state uccise 168 persone tra cui 120 bambine (Fonte Mezza Luna Rossa iraniana).
La Ong Conflict and Environment Observatory che ha monitorato oltre 300 azioni belliche, di cui 232 valutate ad alto rischio ambientale, sostiene che le conseguenze degli attacchi alle infrastrutture hanno prodotto contaminazione dell’aria, del suolo e delle acque, oltre a rilasciare sostanze inquinanti come combustibili, oli industriali, metalli pesanti, esplosivi e Pfas. Si aggiungono poi la dispersione di materiali edilizi tossici come l’amianto e gli incendi innescati dalle esplosioni, con conseguente emissione di composti nocivi quali diossine e furani
Petrolio e gas in fiamme
Un terzo delle emissioni è stato generato dalla combustione di petrolio durante gli attacchi a infrastrutture energetiche e impianti di stoccaggio. Tra il 7 e l’8 marzo sono stati colpiti 30 depositi di petrolio a Teheran e nelle aree circostanti, mentre la quantità di greggio distrutto nella regione del Golfo è stimata tra 2,5 e 5,9 milioni di barili. Da parte sua l’Iran ha attaccato con droni raffinerie e depositi di petrolio nei Paesi vicini. Tra i raid più imponenti quelli alla raffineria di Ras Tanura in Arabia Saudita e al porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti. Il 18 marzo, dopo l’attacco israeliano al giacimento di gas di South Pars in Iran, uno dei più grandi al mondo, Teheran ha risposto colpendo l’impianto di Ras Laffan, in Qatar, che produce circa il 20% delle forniture globali di Gnl.
Pioggia nera e catrame
Gli attacchi ai depositi di carburante a Teheran hanno esposto 9 milioni di abitanti a una «pioggia nera» che ha rilasciato fuliggine e sostanze tossiche sprigionate dalle nubi di fumo. L’esposizione prolungata a queste microparticelle – spiega uno studio su Nature – è causa di malattie polmonari e cardiovascolari. Gli incendi a pozzi e depositi hanno sprigionato enormi colonne di fumo contenenti particolato, ossidi di
azoto, anidride solforosa, monossido di carbonio e altre sostanze chimiche tossiche, tra cui composti che favoriscono l’insorgenza di malattie tumorali.
Non si salva nemmeno l’ecosistema marino del Golfo Persico, già caratterizzato da un lento ricambio delle acque che favorisce l’accumulo di inquinanti. Gli attacchi a impianti offshore e ad almeno 16 petroliere e navi commerciali bloccate nello Stretto di Hormuz hanno provocato sversamenti di greggio lungo le coste. La perdita più imponente è stata rilevata a maggio vicino all’isola di Kharg, in Iran, dove si stima siano stati dispersi fino a 3 mila barili di petrolio (Qui). Ad aprile, la distruzione di una raffineria a Lavan ha causato uno sversamento che ha raggiunto l’isola di Shidvar, riserva naturale che ospita specie protette, tartarughe marine e uccelli migratori. Nei giorni successivi la fauna selvatica è rimasta intrappolata nella marea nera, mentre carcasse di animali galleggiavano lungo le coste e masse di catrame si depositavano sui fondali marini. Ci vorranno mesi, o forse anni per quantificare l’ampiezza del disastro ambientale nel Golfo Persico.
Chi ci guadagna
Le civiltà più avanzate stanno producendo tutto questo, ma il clima non conosce frontiere, e un ecosistema compromesso non sarà ripristinabile dall’intelligenza artificiale. Però c’è sempre chi trae vantaggi da un mondo «più disumano e ingiusto». Secondo i dati elaborati dalla Ong Global Witness, pubblicati dal
Guardian, nel primo mese di guerra le 100 maggiori compagnie di petrolio e gas hanno registrato extraprofitti per circa 23 miliardi di dollari, grazie all’impennata del prezzo del greggio a seguito della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Mentre per l’industria bellica, che non ha mai conosciuto momenti di crisi, sono anni d’oro. I numeri sono raccolti nell’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) pubblicato nel 2025 e basato su dati del 2024: i profitti delle prime 100 aziende produttrici di armi hanno raggiunto 679 miliardi di dollari, con una crescita del 26% in dieci anni.
(da Repubblica)

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SONDAGGIO: MATTARELLA FARO DEGLI ITALIANI, PIACE ANCHE A CHI VOTA CENTRODESTRA

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

APPREZZAMENTO TRASVERSALE E GENERAZIONALE

Siamo alla vigilia della Festa della Repubblica, che celebra il referendum con cui gli italiani sancirono il passaggio alla Repubblica, 80 anni fa. Nel 1946. Una data “storica”. Davvero. Perché ha segnato la nostra storia. E ha dato significato al percorso della nostra democrazia. In questo quadro la figura e il ruolo del presidente della Repubblica è fondamentale. In particolare, di questo presidente. Sergio Mattarella. Per la sua storia personale e familiare. E, comunque, segna il nostro tempo, in una fase attraversata da tensioni e divisioni che mettono in discussione il fondamento stesso della nostra democrazia “rappresentativa”. Non
per caso sono diffuse e crescenti le richieste che mirano a “presidenzializzare” il nostro sistema. Passando attraverso il premierato. L’elezione diretta del premier. Il “capo del governo”.
Naturalmente, si tratterebbe di un cambiamento sostanziale della nostra democrazia che, tuttavia, seguirebbe il percorso della personalizzazione, che ha segnato e segna la politica italiana (e non solo). Visto che, ormai da tempo, i partiti in Italia (e non solo), si sono personalizzati. Riassunti dalla e nella “persona“ del leader. Il “capo”. Il sondaggio di Demos conferma questa tendenza. Rileva, infatti, come la fiducia nei confronti del capo dello Stato, «nel corso del percorso» di Sergio Mattarella si sia consolidato e nell’ultimo decennio sia costantemente sopra al 60 per cento. I rapporti che Demos conduce, con “La Polis-Università” di Urbino, da molti anni confermano questo quadro istituzionale, che vede il presidente della Repubblica come il soggetto intorno a cui ruotano tutte le istituzioni e tutti gli attori politici. È interessante, per questo, osservare come Mattarella abbia “personalizzato” il Paese. O meglio, la nostra democrazia. Visto ciò che sta avvenendo nel sistema politico e nei partiti, possiamo affermare (e io, per quanto mi riguarda, affermo) che si tratta di una grande e fortunata opportunità. In quanto si tratta di una figura autorevole. E di grande valore.
Il consenso nei confronti di Mattarella, inoltre, è, ovviamente trasversale, sotto diversi profili. Anzitutto, sul piano generazionale. Visto che tocca i livelli più elevati fra i più giovani (sotto i 25 anni): 63 per cento. E, soprattutto, fra i più anziani, con oltre 65 anni. Ma il dato forse più sorprendente riguarda l’orientamento politico. Perché il presidente della Repubblica è una figura istituzionale, ma con poteri e ruoli politici.
Per questo motivo è interessante e significativo che il consenso nei riguardi di Mattarella sia davvero trasversale. E attraversi gli schieramenti e i partiti da destra a sinistra, passando per il centro, Con punte elevatissime dovunque. Quasi il 90 per cento fra i sostenitori di Pd, Italia Viva e +Europa. Ma poco meno anche fra chi è vicino a FI. E registra un sostegno oltre i 2 terzi anche nella base del M5S e della Lega.
E ciò riflette sicuramente la domanda di con-divisione che attraversa tutti i campi della politica. Più o meno larghi. In questi tempi attraversati da profonde divisioni. Interne e internazionali
Per questo Mattarella non è «un uomo solo al comando». Ma di certo è il «solo uomo» che ci può guidare, E farci sentire sicuri. Speriamo (io lo spero) che duri ancora a lungo. Soprattutto per noi e la nostra democrazia.
(da La Repubblica)

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LA BEFFA. GAZA, UNA DELLE BARCHE DELLA FLOTILLA ALLA DERIVA RIESCE A RAGGIUNGERE LA STRISCIA

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

VENTO E CORRENTI L’HANNO SPINTA FINO ALLA SPIAGGIA DOVE SI E’ RADUNATA UNA PICCOLA FOLLA… “ALMENO UNA DELLE NOSTRE IMBARCAZIONI HA ROTTO L’ASSEDIO”

Una delle barche della Global Sumud Flotilla ha rotto il blocco navale ed è riuscita a raggiungere Gaza. Non si tratta di una vela sfuggita al raid israeliano di qualche settimana fa, ma di una delle ultime intercettate. Anzi, della più grande, l’ammiraglia Kasr-i-Sadabad, su cui erano imbarcati anche il deputato Dario Carotenuto e il giornalista Alessandro Mantovani, bloccata e abbordata a oltre cento chilometri dalla Striscia. Abbandonata in mezzo al mare come le altre 74, 22 al largo di Creta, 52 davanti all’Egitto, priva di equipaggio, è stata spinta da vento e correnti fino alle coste di Gaza.
L’hanno avvistata ieri mattina e subito sulla spiaggia si è riunita una piccola folla che l’ha trainata a riva. Al momento, non è chiaro se una parte del carico di aiuti – magari lo scatolame o l’olio – sigillati in tutti gli anfratti della pancia dello scafo, siano arrivati intonsi. Ma di certo sono stati recuperati tutti i pannelli solari, fondamentali nella Striscia affamata di energia perché il carburante entra ancora con il contagocce.
“Nonostante tutti gli ostacoli, alcuni pezzi dell’imbarcazione Kasr-i Sadabad, appartenente alla Global Sumud Flotilla, sono approdati sulla costa di Gaza”, fa sapere la sezione turca. “Il regime israeliano, con un intervento illegittimo in mare aperto, ha sequestrato l’equipaggio e abbandonato l’imbarcazione dopo averla danneggiata. Oggi, quei resti hanno superato il blocco, rotto l’assedio e hanno raggiunto la loro destinazione”.
Le immagini registrate sulla spiaggia e rilanciate dalla sezione turca della Flotilla, mostrano decine di persone che si affollano attorno allo scafo, lo trainano a riva. Un bimbo stringe in mano il timone, un altro cerca su quel che resta del ponte qualcosa di utile, dai pezzi di legno buoni per accendere un fuoco a, chissà, magari un pacco di riso.
“Simbolicamente è stata un’emozione grandissima. Vedere una delle nostre barche che era stata lasciata alla deriva dalla Marina israeliana arrivare da sola e rompere il blocco, ci ha commossi. Sappiamo che è semplicemente qualcosa di simbolico, è una piccola cosa che ci rende felici”, dice la portavoce italiana, Maria Elena Delia.
Circa una settimana fa, un’altra vela era arrivata quasi intatta sulle spiagge egiziane, con tutto il suo carico di aiuti. E adesso la speranza, dicono dal movimento, è che anche Eolo si metta di mezzo e “altre barche possano arrivare da sole dove agli equipaggi è stato impedito di portarle”

(da agenzie)

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