Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
GUERRIGLIA URBANA ANCHE A TORINO E BOLOGNA TRA SASSAIOLE E CARICHE DELLA POLIZIA… GIOVANISSIMI, A VOLTO COPERTO, SENZA LEADER, ARRABBIATI COME IN FRANCIA
L’Italia torna a scendere in piazza in un sabato di vaste mobilitazioni che sta attraversando da Nord a Sud le principali città del Paese. All’indomani delle proteste studentesche, migliaia di cittadini si sono riversati nelle strade dando vita a una giornata complessa, caratterizzata sia da grandi cortei pacifici che da momenti di forte tensione, culminati in scontri, lanci di oggetti e cariche della polizia. Ad alimentare la protesta sono anime diverse ma unite da un profondo malessere economico e sociale. Da un lato, il movimento spontaneo e apartitico «Italia in Piazza», nato sui social, sta animando centri come Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma e Napoli per denunciare il carovita, i rincari dei carburanti e la fatica (o impossibilità) di arrivare a fine mese. Dall’altro, Roma ospita la grande mobilitazione nazionale, «Insieme sulla Via Maestra», promossa dalla Cgil e da oltre cento associazioni, che chiede un radicale cambio di rotta sulle politiche sociali. Aumento dei salari e delle pensioni, lotta al lavoro povero e maggiori investimenti per la sanità e l’istruzione pubblica sono le principali istanze portate avanti
Corteo a Milano, violenti scontri in Duomo: piazza evacuata. Sassi, tavoli e sedie contro la polizia
Tutto è cominciato quando oggi pomeriggio una fitta sassaiola è partita in direzione della Polizia in via Broletto, in centro a Milano, durante un corteo a cui hanno partecipato oltre cinquemila manifestanti. La polizia in tenuta antisommossa ha messo in atto una carica di alleggerimento.
Il corteo si è poi spezzato in due gruppi. Danneggiate pensiline Atm e le vetrate ai primi piani di alcuni palazzi storici. Sono state lanciate alcune bombe carta e fuochi pirotecnici. C’è molta confusione anche tra i ragazzi.
Nuove cariche delle forze dell’ordine, in via Broletto a Milano. Feriti a terra, per fortuna in modo lieve, alcuni ragazzi che imprecavano contro la Polizia. Tutti si sono rialzati, qualcuno più malconcio. Un agente in borghese ferito alla testa è stato deriso in coro mentre veniva soccorso.
I manifestanti hanno poi lanciato bombe carta contro le forze dell’ordine che sono prese da due lati essendo il corteo spezzato in due e non appaiono in grande numero. Resta la tensione. Alcuni ragazzi sono stati fermati e identificati.
Lanci di sedie dei tavolini dei bar contro gli agenti e lancio di petardi e lacrimogeni. Tutto in una zona centralissima di Milano, a pochi metri dal Duomo coi turisti che filmano quanto sta accadendo.
Sono seguiti momenti di tensione, in centro a Milano, tra via San Prospero e piazza Cordusio, dove per una decina di minuti la Polizia è stata bersagliata da gruppi di giovani vestiti di nero e con il volto coperto. Non si tratta di black bloc, ma di ragazzini delle periferie, che hanno sventolano anche la bandiera albanese per inneggiare alla rivolta in corso a Tirana.
Poi la tensione si è spostata in piazza Duomo, con la Polizia in tenuta antisommossa al centro e alcuni gruppetti che la bersagliano. La piazza è stata evacuata. Ovunque vetri rotti, cantieri edili ribaltati, tavolini a terra, vetri, scarpe. Giovani, passanti e turisti assistono sotto i portici esterrefatti con gli occhi arrossati per i lacrimogeni.
Gli irriducibili del corteo sciolto in Cordusio, svariate centinaia, si sono divisi in gruppetti e radunati sul sagrato del Duomo bersagliano le forze dell’ordine che lanciano lacrimogeni ed effettuano micro cariche di alleggerimento. I ragazzi lanciano transenne, porfido e bombe carta. E in tre riprese, in centinaia tutti insieme, hanno attaccato lo schieramento di polizia al centro della piazza, la Polizia è arretrata e i manifestanti hanno devastato e saccheggiato un’auto dei Carabinieri danneggiando i furgoni blindati. I ragazzi violenti tengono la piazza e il monumento equestre, ergono barricate.
Dopo lo scioglimento del corteo in piazza Cordusio, alcuni manifestanti si sono riorganizzati in piccoli gruppi e hanno raggiunto il sagrato della cattedrale. Da lì hanno preso di mira le forze dell’ordine, che hanno risposto con lacrimogeni e cariche. I giovani hanno lanciato transenne, sampietrini e bombe carta. Devastata e saccheggiata un’auto dei Carabinieri e danneggiati alcuni furgoni blindati. I gruppi più violenti sono rimasti nella piazza, nei pressi del monumento equestre, dove hanno innalzato barricate.
«Le ragioni della protesta erano comprensibili. Le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili»: così ha detto il sindaco Giuseppe Sala, dopo la giornata di guerriglia di cui è stata protagonista la città. «La politica può decidere di strumentalizzare, alla ricerca di consenso elettorale. Oppure – ha aggiunto – di affrontare con saggezza questo momento storico così difficile: spero sia questa la scelta».
Scontri alla stazione di Bologna: idranti e lacrimogeni
La protesta a Bologna è degenerata in scontri tra giovani manifestanti e forze dell’ordine nell’area della stazione ferroviaria. In piazza Medaglie d’Oro gli agenti hanno impiegato idranti e lacrimogeni. Alcuni ragazzi incappucciati hanno risposto con un fitto lancio di pietre e altri oggetti. Decine di biciclette Mobike, utilizzate per il servizio di noleggio, sono state rovesciate a terra. L’aria nella zona è diventata irrespirabile per i lacrimogeni e la tensione si è estesa dalla piazza davanti alla stazione ai viali vicini. Gli agenti hanno continuato a utilizzare idranti e lacrimogeni anche in direzione di via Indipendenza, nel centro cittadino.
A Torino cori contro Meloni e Vannacci
Diverse centinaia di persone si sono radunate in piazza Castello, a Torino, per protestare contro l’aumento del costo della vita e dei carburanti. «La gente è stanca di non riuscire ad arrivare più a fine mese», racconta Miriam, una studentessa di 23 anni e tra le promotrici della manifestazione. Le forze dell’ordine hanno invitato ad allontanarsi alcune persone incappucciate che cercavano di unirsi alla folla. Dalla piazza si sono levati cori contro Giorgia Meloni e Roberto Vannacci. «Che siano di destra o siano di sinistra, ai governi non interessa nulla dei problemi della povera gente. L’unico cui dobbiamo rivolgerci è il presidente Mattarella», ha dichiarato uno speaker. Tra i simboli esposti anche un tricolore con una stella rossa. «Quando i nostri partigiani liberarono l’Italia, scesero in piazza e sfilarono tutti insieme anche se la pensavano diversamente. Così dobbiamo fare noi», ha aggiunto un altro speaker.
Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine a Torino, durante la protesta contro il caro vita. In piazza slogan e striscioni contro l’aumento dei prezzi di carburanti e bollette, giudicati insostenibili a fronte di «stipendi inadeguati». Gruppi di giovanissimi hanno lanciato sassi e bottiglie contro gli agenti schierati a protezione dell’ingresso della stazione ferroviaria di Porta Nuova. La polizia ha risposto con il lancio di lacrimogeni, disperdendo la folla.
Nell’ambito della manifestazione contro il carovita svoltasi oggi pomeriggio a Torino, un gruppo di giovani ha tentato di bloccare la stazione ferroviaria di Porta Nuova, lanciando pietre e altri oggetti contro la polizia, che ha risposto con i lacrimogeni. Nel corso degli interventi sono state fermate 12 persone, 10 delle quali minorenni, trovate, a vario titolo, in possesso di bottiglie molotov e petardi assemblati, sanpietrini e martelletti frangivetro. Gli scontri sono poi proseguiti in piazza Castello, dove a seguito di un secondo attacco la polizia ha azionato l’idrante procedendo poi con cariche di alleggerimento e lacrimogeni, che hanno definitivamente disperso i manifestanti lungo vie Po e via Pietro Micca.
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
LO SCONCIO DI BLOCCARE L’ASSISTENZA UMANITARIA DELE RETI SOLIDALI PER TUTELARE LE ATTIVITA’ ECONOMICHE
«Qui siamo arrivati al punto di vietare di dare da mangiare agli affamati per consentire
alla gente di fare l’aperitivo. Siamo al divieto di solidarietà». Lo sdegno dell’attivista Lara Cavalli riassume la svolta imposta dalle autorità di pubblica sicurezza a Trieste. Qui un’ordinanza della questura ha imposto lo stop totale, per il sabato e la domenica, alla distribuzione di pasti caldi, vestiti asciutti, coperte e assistenza legale ai migranti nella piazza della stazione centrale.
Come scrive Repubblica, il crocevia che da oltre sette anni accoglie i richiedenti asilo della rotta balcanica viene “ripulito” dalla presenza dei volontari per non intralciare la movida e le manifestazioni cittadine.
L’ordinanza: tutelare «svago e iniziative economiche»
A mettere nero su bianco il divieto è il testo del provvedimento notificato a “Linea d’ombra“, l’associazione simbolo dell’accoglienza triestina che raduna una rete trasversale capace di unire scout, centri sociali e comunità religiose. La motivazione formale adottata dalla questura è quella di prevenire «ogni eventuale turbativa dell’ordine pubblico e della sicurezza al fine di garantire il regolare svolgimento delle attività di socialità, intrattenimento e svago, di libera circolazione e delle iniziative economiche che interessano capillarmente questo centro cittadino».
Sul piatto, per giustificare il blocco del fine settimana, è stata posta anche una gara sportiva destinata a concludersi nel primo pomeriggio, considerata tuttavia sufficiente per azzerare qualsiasi presidio umanitario serale.
Orari contingentati e ispezioni dei Nas
Il divieto per il weekend rappresenta solo l’ultimo tassello di un cerchio che va stringendosi da mesi. Già nei giorni feriali l’attività dei volontari era stata compressa e limitata a una strettissima finestra oraria, esclusivamente tra le 18:00 e le 20:00, con l’obbligo di preavviso equiparato a quello delle manifestazioni politiche. Un’escalation coincisa con l’entrata in vigore delle nuove procedure del Patto europeo su migrazione e asilo: code interminabili agli uffici, stop ai trasferimenti e un clima di crescente ostilità culminato negli esposti e nelle provocazioni dell’estrema destra cittadina.
Fino all’arrivo dei carabinieri del Nas per verificare persino «la distribuzione di pizza al taglio, appena comprata da un esercente della zona», nonostante l’associazione disponesse già di tutte le certificazioni sanitarie e di una comunicazione formale del Comune che attestava la legittimità degli interventi.
«Chi ha fame può aspettare, la festa no»
A dar voce all’amarezza della rete solidale, insignita in passato persino del San Giusto d’oro (la massima onorificenza civica locale), è la fondatrice Lorena Fornasir: «E se alle 20.15 arrivasse un ragazzo sbranato dai cani della polizia croata, con le scarpe tenute insieme dai lacci, se avesse visto i compagni di viaggio annegati nella Kulpa e fosse bisognoso di soccorso? Prestargli aiuto potrebbe comportare la violazione dell’articolo 650 del codice penale».
Una critica frontale alla scala di priorità imposta alla città di frontiera: «Una ferita da medicare può aspettare. Chi ha fame può aspettare. Chi scappa dalle più orrende repressioni può aspettare. La festa, invece, no. La città che vuole mostrarsi bella, divertente, audace, insomma una città sotto l’effetto di sostanze alteranti, assunte per scappare dalla realtà». E così, al calare della sera, la piazza della stazione resterà deserta, lasciando nell’invisibilità chi scende dal Carso senza un riparo.
(da Open)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
“PER QUEL GIORNALE, DI PROFESSIONE RUFFIANO DELL’OPINIONE PUBBLICA INDIGNATA, TUTTI GLI UOMINI DELLE ISTITUZIONI, DA MATTARELLA IN GIÙ, A PARTE I SODALI GIUSTIZIALISTI E APPUNTO UN CONTE, SONO UNA MANICA DI LADRI E PROFITTATORI”… “IL PUNTO È CHE QUEL GIORNALE DETTA LA LINEA A CONTE, È UN’IPOTECA VISCHIOSA PERMANENTE SUL CAMPO LARGO, CAPACE DI AVVELENARE TUTTI I POZZI’’
C’è un giornale che lavora per Conte, spinge Conte, vota Conte, e dileggia Schlein, detesta i riformisti del Pd, danna e insegue con malagrazia Matteo Renzi, odia Calenda.
E’ un giornaletto a suo modo rivoltante e divertente, privo di gusto e di senso per la politica, devoto al sensazionalismo e allo scandalismo, prostrato ai piedi di Putin, odiatore di Zelensky e degli ucraini resistenti.
Per quel giornale, di professione ruffiano dell’opinione pubblica indignata, tutti gli uomini delle istituzioni, da Mattarella amico della Minetti in giù, a parte i sodali giustizialisti e appunto un Conte, sono una manica di ladri e profittatori o facilitatori dei suddetti malacarne.
Cosa non si fa per vendere e vendersi al miglior offerente nel mercato del banale e del corrivo e dell’ovvio. Il punto è che quel giornale detta la linea a Conte, è un’ipoteca vischiosa permanente sul campo largo, un soggettone da elezioni primarie a fumetti, capace di avvelenare tutti i pozzi e impedire a ogni costo una soluzione decente della contesa sui punti dolenti della guerra in Europa, della rinascita dell’antisemitismo, di un pacifismo non intriso di paura e di spirito di resa al più forte.
I giornali sono meno influenti di una volta sulla politica, così come la politica è meno influente di una volta sui giornali. Ma l’ortodossia opportunista con la quale i giustizialisti fanno da mosca cocchiera al leader degli ex grillini, il modo studiato e pertinace con cui lo spingono allo scontro con gli elettori di sinistra più affini per storia e prassi alla democrazia italiana, nei suoi difetti e nelle sue virtù, il disprezzo che affettano verso tutto quel che sa di riformista, di socialdemocratico, di liberale, la sistematicità dell’azione guastatrice nella scelta dei bersagli da crocifiggere e della leadership del Pd da colpire e affondare senza pietà, tutto questo è un bell’ostacolo sulla via della unificazione di un campo politico esteso e competitivo con il centrodestra, unificazione perseguita con spirito testardamente unitario da chi oggi guida il partito.
Bettini, che a quel giornale offre sé stesso come una garanzia, come fanno tutti quelli che non amano essere messi in discussione da gente senza scrupoli, ha proposto un lodo sull’Ucraina, quello delle armi difensive, che ha semplicemente del grottesco.
Si dà da fare anche il direttore del manifesto, quotidiano di razza, tradizione elegante, se vogliamo una punta noioso, ma con un suo stile.
Si moltiplicano insomma quelli che ci terrebbero a non disperdere il senso e il valore di un’esperienza e pratica di opposizione coeva al governo e alla maggioranza della stabilità. Hanno un punto dalla loro, ma finché Conte si lascia eterodirigere dall’accozzaglia dei putiniani e dei manettari, non vedo dove possano andare a parare gli honest broker destinati a essere sconfitti dal super broker.
Giuliano Ferrara
per “il Foglio”
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL 25 OTTOBRE IN BRASILE SI VOTA IL BALLOTTAGGIO TRA LULA E FLAVIO BOLSONARO… SECONDO GLI ULTIMI SONDAGGI E’ TESTA A TESTA
Il prossimo 25 ottobre si celebrerà il ballottaggio tra Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio
Bolsonaro per la presidenza del Brasile. Al primo turno il candidato ultraconservatore ha sopravanzato quello progressista di circa due punti percentuali; Lula, ora, cerca di rimontare il risultato per vincere il suo quarto mandato alla massima guida del paese. Ne parliamo con la brasiliana Juliana Peixoto Batista, residente in Argentina e componente del Núcleo del Partido dos Trabalhadores in Argentina. Peixoto è ricercatrice del Conicet e del Flacso nell’area delle relazioni internazionali.
Al primo turno delle presidenziali Bolsonaro ha superato Lula per circa il 2% dei voti, contrariamente a quanto sostenevano i sondaggi: che è successo?
È successa la stessa cosa in Brasile nel 2022, già allora era chiaro che i sondaggi non interpretano completamente gli scenari elettorali. In questo caso ci sono dei fattori più strutturali: c’è un voto “silenzioso” nell’estrema destra, quello che in Argentina si chiama “il voto della vergogna”, diversamente da come succede per l’elettorato di centro-sinistra che annuncia il proprio voto nelle manifestazioni, con le proprie bandiere. Questo, in molti casi, offre una falsa idea sulla maggioranza dei consensi, che è ciò che sta succedendo. Quello che accade in Brasile è l’appoggio incondizionato di gran parte della chiesa evangelica all’estrema destra, un voto che è molto difficile da cambiare perché è su base religiosa e si tratta di un cambiamento strutturale.
Una parte delle chiese evangeliche sta però con il centro-sinistra.
C’è sempre stato un movimento evangelico più progressista che sostiene un’agenda sociale più prossima alla sinistra, ma si tratta di una minoranza. Che ora rivendica il riferimento a quello spazio progressista, dopo il primo turno, spiegando che gli altari della chiesa non sono luoghi da cui chiedere il voto a nessuno, che il compromesso di un credente è con la propria fede e non con un candidato specifico. In meno di trent’anni la popolazione evangelica è passata in Brasile da meno del 5% al 27%.
L’Argentina è il paese dove le chiese evangeliche sono meno radicate, forse anche per la forte presenza di interessi legati alla popolazione giudaica.
È un fenomeno che tarderà un po’ a installarsi, ma è già iniziato nei settori più lontani dai grandi centri di opinione, nei settori popolari a basso reddito, nei quartieri più vulnerabili. È vero che in Argentina è comunque meno radicato rispetto al Perù, alla Bolivia o al Brasile e che c’è una maggiore penetrazione giudaica, che è di estrema destra, è sionista, ossia che per certi aspetti gli uni e gli altri non stanno su fronti opposti, appoggiano gli stessi settori: Flávio Bolsonaro sostiene incondizionatamente Israele, come Javier Milei.
Si è detto che Lula non è riuscito a sollevare l’entusiasmo di un tempo. Dopo il primo turno ha rivisto tutto il sistema della comunicazione ed è tornato a mobilitare il suo elettorato in piazza, specialmente i giovani: è la strada giusta?
Penso di sì. C’è una differenza rispetto alle elezioni precedenti: Lula allora usciva appena dal carcere, il governo di Jair Bolsonaro era piuttosto malconcio, l’economia non andava bene e Lula era vissuto come un martire, ossia il fascino che suscitava allora era molto più forte. Oggi Lula guida il governo, e non è mai facile farsi rieleggere stando al governo, in uno scenario nazionale e regionale complicato, con Trump e paesi vicini che hanno una politica pro-statunitense. I mezzi di comunicazione brasiliani stanno tutti con Bolsonaro e coprono quello che succede altrove costruendo un racconto deviato dalla realtà, secondo cui, per esempio, in Argentina va tutto bene.
C’è chi sostiene che in questa epoca le aspirazioni della società non giochino più quel ruolo centrale di prima e prevalga piuttosto l’affermazione soggettiva degli elettori, è così?
È sempre più così, ma credo che c’è una parte legata alla materialità, alle condizioni di vita, insomma il voto “del portafoglio”, che è ancora importante. Lula ha conquistato più voti tra la comunità di brasiliani all’estero e ne ha persi all’interno del paese, e questo dà un’idea della soggettività. Noi che stiamo fuori del paese vediamo come va il mondo, la politica di Trump, in Europa e in America Latina avanziamo con il voto. Invece, la soggettività costruita all’interno del paese è un’altra.
Quanto incide la frammentazione dello spazio pubblico prodotta dai social sul primeggiare di una visione individualista?
È un fattore importante, soprattutto quando risulta evidente che l’algoritmo gioca per le estreme destre. Come nell’essere riusciti a eliminare account quali quello di Lula. Le reti sociali fanno sì che quell’individualismo, quella bolla sia più blindata e dal momento che l’algoritmo gioca per una parte, è tutto più complicato. Non sono ottimista in questo senso, salvo che ci sia un patto globale di regolamentazione dell’algoritmo, perché altrimenti si andrà sempre più verso una riduzione degli standard. Una regolamentazione che non ci sarà con l’amministrazione di Trump. E anche se si dice che la materialità sta importando di meno, bisogna tornare a questo, per me la soluzione è tornare a costruire radicamento nel territorio, materialità, comunità.
In Argentina c’è un detto, secondo cui “dov’è il giro di mate l’algoritmo non entra”. Abbiamo perso molto radicamento in favore delle chiese evangeliche, laddove lo Stato non arrivava e loro risolvono problemi molto concreti e urgenti della popolazione, come quelli legati all’alcoolismo o al gioco d’azzardo. Un altro attore che è venuto per risolvere i problemi della gente sono le milizie, la base di appoggio della famiglia Bolsonaro. In Rio vennero a risolvere il problema della sicurezza, vendendola come sicurezza parastatale alla classe media e medio-bassa e così cominciarono a espandere il loro consenso tanto che in Rio vincono, l’illusione che le milizie abbiano collaborato alla soluzione del problema è passata e i cittadini continuano a scommettere sulla famiglia Bolsonaro.
In America Latina il voto utile sta diventando una costante e si riversa sulle estreme destre, considerate il vero baluardo contro il nemico/avversario progressista.
Hanno costruito nemici molto rapidamente. Ci sono differenze tra i paesi. In Argentina, per esempio, il peronismo è molto più antico e il voto conservatore è un voto antiperonista e non importa chi sia il candidato che si vota. In Brasile questo non era mai successo fino all’impeachment di Dilma Rousseff (esponente del PT ed ex presidente del Brasile, destituita dal parlamento nel 2016, ndr). In quell’occasione riuscirono a costruire un antipetismo, un antilulismo violento, orientando con molta efficienza il voto verso qualunque opzione vincente che non fosse per Lula.
Che destra è quella rappresentata dal clan Bolsonaro?
Non è una destra tradizionale, è una destra recente che rappresenta un fenomeno abbastanza comune in America Latina. I leader di questa destra, con l’eccezione di Keiko Fujimori in Perù (che è parte della destra più tradizionale, ndr), sono per lo più personaggi spuntati fuori dal nulla con un discorso di rottura e l’appoggio delle destre tradizionali e Milei è l’esempio più emblematico. La famiglia Bolsonaro ha una tradizione politica che ha la base di appoggio nelle chiese evangeliche e nelle milizie. È una famiglia di politici che non rappresentava la destra tradizionale, non aveva peso politico oltre gli affari, la corruzione e il suo coinvolgimento criminale. Era una mafia locale che utilizzava il Congresso per i suoi interessi e che a un certo punto è riuscita a canalizzare l’appoggio delle destre.
Lula lascia un’economia in condizioni migliori, colpisce soprattutto il buon dato della disoccupazione riportata al livello quasi fisiologico. È un problema il livello del debito pubblico?
Non credo che l’opinione pubblica arrivi a interessarsi del debito pubblico. C’è una costruzione del messaggio sull’inflazione (poco al di sotto del 5%, ndr) che è molto dannosa, anche perché l’inflazione è un problema che interessa tutto il mondo e perciò è difficile da spiegare in un paese in cui, fino a non molto tempo fa, i beni di genere alimentare erano molto economici. Subito dopo la pandemia, le auto e i generi alimentari che erano molto economici smisero di esserlo. Questo ha un effetto sulla vita quotidiana delle persone e su questo l’estrema destra costruisce la sua propaganda. È una costruzione sull’economia molto elementare.
Quando nelle scorse settimane si è scoperto un nuovo giacimento petrolifero alla foce del Rio delle Amazzoni, Lula ha detto che questo rafforza la sovranità nazionale del Brasile: che fine ha fatto la denuncia della crisi climatica?
Un atteggiamento che la letteratura ecologica definisce come neo-estrattivismo. Prima Lula lo nascondeva meglio e adesso il mondo è cambiato molto, siamo tornati indietro, tutti sono asserragliati sulle proprie risorse strategiche, salvo chi le sta consegnando ad altri, come l’Argentina, che ha venti trattati con gli Stati Uniti su diverse materie.
Lula è stato determinante nell’avvio dei Brics e nel raggiungimento dell’accordo tra Mercosur e Unione Europea; che fine farebbe l’impegno del Brasile in entrambi gli spazi economici se Bolsonaro diventasse presidente?
Se vincesse Bolsonaro non so se il Brasile uscirebbe dai Brics, con Bolsonaro padre il paese non uscì dall’alleanza, per cui non credo che ce ne andremo via. Ma la questione è delle risorse della banca, ossia delle risorse alternative che sarebbero disponibili. Per quanto riguarda l’accordo Mercosur – Ue, penso che ci sono alcune strategie che il Brasile è riuscito a mantenere indipendentemente dal presidente di turno di difesa commerciale e che magari non cambierebbero molto. Forse la diplomazia del Brasile, che è un po’ più stabile dei governi, continuerà a difendere in qualche modo gli interessi commerciali, oltre il governo, magari con più o meno retorica. Perciò non so se ci sarebbero cambiamenti radicali in materia di politica estera economica, magari ci sarebbe piuttosto l’allineamento con gli Stati Uniti in materia di sicurezza e difesa.
Parliamo dell’ingerenza degli Stati Uniti nei processi elettorali dei paesi dell’America Latina: come sta agendo nei confronti del Brasile? Parlavamo prima dei social, Lula ha denunciato Meta, da cui dipendono Fb, WhatsApp e Instagram.
Penso che in Brasile è un po’ più difficile fare questo, dicono sempre che è il paese più avanzato della regione nella gestione dei dati, quindi è molto difficile manipolare i dati. Il che non vuol dire che sia ugualmente difficile manipolare l’opinione pubblica attraverso i social. Di fondo c’è un interesse economico degli Stati Uniti sulle risorse del Brasile. Un altro obiettivo americano è quello di entrare nelle transazioni bancarie del paese, perché il Brasile è l’unico paese della regione che si serve del Pix per i bonifici bancari, un sistema di pagamenti pubblico gestito dalla banca centrale senza commissioni.
All’ultima Assemblea generale delle Nazioni Unite, Lula ha affermato che il Brasile “non entra nel cortile di nessuno”: nel caso in cui Bolsonaro fosse eletto presidente che impatto avrebbe sull’intero continente americano?
Il panorama è piuttosto preoccupante perché ci sono gravi denunce di ingerenze degli Stati Uniti. Per quanto riguarda il Brasile, Jair Bolsonaro ha un altro figlio negli Stati Uniti che sta operando per influire e realizzare vincoli con l’amministrazione americana. Alcuni aspetti sono cambiati rispetto a un tempo, perché prima c’era una disputa strategica, eravamo in uno scenario di guerra fredda e anche gli Stati Uniti erano diversi. Adesso la strategia è molto più aggressiva e sta riuscendo a conquistare democraticamente molti seguaci nell’America Latina. Se prima per gli Stati Uniti era necessario fare un colpo di Stato per annichilire la resistenza dei paesi della regione, oggi non ce n’è bisogno e quindi è più preoccupante, perché è una strategia più aggressiva che vince con le elezioni.
Con il Venezuela non è stato così e non lo sta essendo con Cuba.
Ma sono gli unici due paesi, negli altri è avvenuto democraticamente. E perfino le situazioni di Venezuela e Cuba sono rese molto più invisibili, il dibattito si è spostato molto più a destra: che non venga vissuto come uno scandalo un intervento degli Stati Uniti sul territorio latino americano è davvero preoccupante ed è un segnale dei tempi che corrono.
Lula può vincere il ballottaggio?
Può vincere, oggi è uscito un nuovo sondaggio che riduce ancora la differenza col suo avversario. Si gioca tutto nell’area dell’astensione e nel cambio della campagna dove si stanno discutendo i programmi elettorali, mettendoli a confronto. Inoltre, lo slogan della campagna di Lula ora è: “Destra e sinistra contro Bolsonaro”, ossia che non è più rilevante l’appartenenza politica quanto la difesa della democrazia.
(da Fanpage)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI SONO INCAZZATI NERI: AL SUD GLI AUTOTRASPORTATORI E GLI AGRICOLTORI HANNO BLOCCATO LE RAFFINERIE DI TARANTO, LASCIANDO A SECCO MOLTI DISTRIBUTORI DI BENZINA
Dall’ottimismo di Meloni a Bruxelles alle piazze infiammate in Italia. Tanta è la distanza tra i toni della presidente del Consiglio al termine del Consiglio europeo e le immagini delle proteste degli studenti e degli autotrasportatori in molte città.
La premier ha rivendicato che nelle conclusioni del vertice sia rientrato il tema della revisione degli Ets (Emission Trading System) e di aver concluso positivamente la trattativa sul decreto Bollette. «Le misure avevano bisogno del via libera della Commissione, la trattativa è stata lunga ma costruttiva» e ora il governo potrà intervenire sul prezzo dell’elettricità e, auspicabilmente, «abbassare le bollette», ha spiegato Meloni, che si è definita «ottimista» dopo la conversazione con la presidente Ursula von der Leyen, cui ha chiesto per l’Italia più flessibilità. «Ho spiegato la situazione» anche con l’ausilio «di slide», ha spiegato la premier: «Sul tema dell’energia l’Italia è determinata e non è sola». Il risultato sono stati «significativi progressi» per ottenere maggiori margini di flessibilità «anche per investimenti sull’energia».
Misure che verranno annunciate al termine di un dibattito che si concluderà nel prossimo Consiglio. Nel mentre, un incontro con il primo ministro iberico Pedro Sánchez ha fatto calare la tensione, con un lavoro congiunto dei rispettivi ministeri dell’Interno «per sostituire le misure reciproche con forme di cooperazione». La deescalation si traduce in una piccola proroga di sette giorni del blocco di Schengen per poi passare a nuove misure sostitutive.
Sulla carta, il bottino presentato da Meloni sembra ricco, in particolare per quel che riguarda il comparto energia. In realtà per ora – anche stando ai numeri della bozza di manovra – ancora non si intravedono soluzioni strutturali per calmierare i costi in continuo aumento e che minacciano di abbattersi ancora più violentemente su famiglie e imprese con l’arrivo dell’inverno e i termosifoni che si accendono.
La narrazione della premier si infrange contro la realtà delle piazze e dei numeri. L’Istat ha infatti rilevato che l’inflazione è volata nel mese di settembre, facendo registrare un aumento dello 0,7 per cento e arrivando al 4,2 per cento. L’accelerazione è dovuta soprattutto «all’andamento dei prezzi degli energetici, sia regolamentati (da +18,6 a +25,8 per cento) sia non regolamentati (da +17 a +22,5 per cento), e degli alimentari non lavorati (da +3,8 a +5,5 per cento)».
Una notizia, questa, che si riverbera nell’attuale protesta degli autotrasportatori che si sono mobilitati in particolare nelle regioni del Sud, dove i blocchi alle raffinerie di Taranto (che ieri si sono conclusi) hanno lasciato a secco molti distributori di benzina, dove i prezzi rimangono insostenibili per il comparto.
Le mobilitazioni hanno provocato il blocco di alcune uscite autostradali sulla A30 e anche di una corsia sulla A2 Salerno-Reggio Calabria «Siamo al lavoro per dare risposte», è stato il messaggio di Meloni, che su questo è stata incalzata dal leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte. «Ci aggiorna su Ceuta. Non ci ha detto nulla, invece, sulle gravi emergenze che stanno esplodendo sul nostro territorio», ha detto riferendosi agli autotrasportatori e agli studenti.
Ora si apre proprio la lunga fase negoziale che riguarda la Finanziaria, che sempre dovrà passare da Bruxelles dove Meloni dovrà ottenere il via libera all’uso della clausola di salvaguardia per l’energia per calmierare l’impatto dell’inflazione che – come certificato dall’Istat – è schizzata proprio a causa dei costi energetici.
Operazione non facile nonostante l’ottimismo di facciata, visto che i fondi europei sono stati pensati per finanziare la decarbonizzazione e andrebbero invece convertiti in misure che potrebbero essere interpretate come un indiretto incentivo al consumo di energia fossile a prezzi più bassi.
(da agenzie)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL VALORE DELLE ATTIVITÀ ILLEGALI (SPACCIO, PROSTITUZIONE E CONTRABBANDO DI SIGARETTE) AMMONTA 19,8 MILIARDI DI EURO
L’Italia che sfugge al fisco vale più di 218 miliardi di euro, un tesoro nascosto tra lavoro
sommerso, traffico di droga, prostituzione e contrabbando di sigarette. L’Istat mette nero su bianco il bottino del 2024, ultimi dati disponibili a fini statistici: l’economia sommersa, al netto dell’illegalità, sale a 198,4 miliardi (+0,8 miliardi rispetto all’anno precedente), mentre il valore delle attività illegali scende a 19,8 miliardi. Il totale è di 218,2 miliardi, in aumento dello 0,3% rispetto al 2023 quando il conto totale dell’economia non osservata era a 217,6 miliardi.
L’incidenza sul Pil dell’economia sommersa scivola dal 10,2% al 9,9%, ma la stra è ancora lunga. Sotto la lente degli esperti finisce la crescita del lavoro irregolare che viaggia al triplo della velocità dell’occupazione in regola. Riguarda 3,2 milioni di persone, con un aumento del 4,6% in un solo anno (+145mila in termini assoluti).
L’accelerazione riguarda in particolare il settore delle costruzioni, l’agricoltura e si concentra soprattutto nei servizi alle persone. «È un segnale che dovrebbe spingerci a guardare non soltanto al numero degli occupati, ma anche alle condizioni nelle quali si lavora», ha sottolineato il presidente di Adapt, Francesco Seghezzi.
A sostenere la dinamica complessiva dell’economia sommersa è proprio la crescita del valore aggiunto connesso all’impiego di lavoro irregolare, che aumenta del 3,9% (corrispondente a circa 3,1 miliardi). Secondo l’Istituto di statistica, il lavoro irregolare e la sotto-dichiarazione di fatturato e costi delle imprese arrivano a toccare i 187,8 miliardi di euro.
Non manca dai conti dell’Istat il peso delle attività illegali, che resta consistente. Nel 2024 il traffico di stupefacenti registra una lieve riduzione e il suo valore scende a 14,9 miliardi di euro. Nello stesso periodo, invece, i servizi di prostituzione mostrano una crescita e valgono 4,2 miliardi. Mentre si conferma marginale l’attività di contrabbando di sigarette con un valore a 0,6 miliardi.
(da La Stampa)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
LO SCAZZO CON LANDAU: “CON LUI HO LITIGATO PER IL FENTANYL. MI SOTTO ATTIVATO PER PROMUOVERE UNA RISOLUZIONE DELL’ ONU PER CONTRASTARE LA DIFFUSIONE DI QUESTO VELENO CHE AMMAZZA TANTISSIME PERSONE E, A LUI, QUESTA IDEA NON È PIACIUTA” … “LA FRASE DI MELONI SULL’ACCORDO CON LA RUSSIA NON È PIACIUTA”
«La gente non sta lasciando l’amministrazione Trump, sta scappando». Paolo Zampolli non sembra troppo dispiaciuto di aver perso il posto di inviato speciale per le partnership globali, che attribuisce a una vendetta del vice segretario di Stato Christopher Landau. Vuole tornare agli affari nel settore privato, come quello discusso con il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte durante la loro colazione del marzo scorso: «Avevo un acquirente per il loro albergo, ma è finita lì».
Lei conosce Trump da quando gli aveva presentato la futura moglie Melania. Perché il presidente ha deciso di lasciarla andare?
«Era un po’ di tempo che ci parlavamo. L’incarico di inviato speciale dura un anno. Ci sono discussioni in corso anche per gli altri, come Grenell, Boulos, gli stessi Kushner e Witkoff, tutti irregolari. Il presidente mi aveva prorogato per sei mesi, ma a questo punto il dipartimento di Stato mi stava stretto». […]
Cosa vi siete detti nella conversazione col presidente?
«Prima di tutto gli ho spiegato che i leak sugli scambi di email (quelli riportati da Politico che hanno scatenato la crisi culminata con le disimissioni di Zampolli, ndr) non erano venuti da me. Sono convinto che siano venuti da Landau, anche per esporre la situazione della figlia della capo di gabinetto Susie Wiles, pagata dalla Republika Srpska (Katie Wiles era stata fotografata ad agosto nella regione serba filo-russa della Bosnia, dove Zampolli era andato in missione a febbraio, ricevendo un rimprovero di Landau, ndr). Anche Don junior ci era stato, e anche Grenell.
Il presidente odia i leak. Ci siano domandati cosa posso fare. Lui mi ha detto: “Al dipartimento di Stato l’incarico è finito, perché non vai a fare business, visto che sei capace? Almeno guadagni qualcosa”. Gli ho risposto: “Signor presidente, hai sempre ragione”».
Landau le ha rimproverato di essersi occupato di cose che non rientravano nel suo mandato, come l’energia. Voleva gestire lui queste attività?
«Sono andato nella Republika Srpska per affari sportivi. Gli altri non hanno alcun interesse per quella nazione, fanno solo i propri interessi. Io sono stato l’unico a portare soldi, non c’è una sola cosa fatta che non abbia generato ricavi per gli Usa. Gli unici problemi sono stati con la mia ex (Amanda Ungaro, deportata in Brasile per immigrazione irregolare, ndr)».
Quindi Trump le ha suggerito di tornare al business?
«Mi ha chiesto: “Cosa vuoi fare?”. Io ho domandato: “Cosa c’è da fare?”. “Business”».
Ha detto che molte persone stanno lasciando l’amministrazione: temono la sconfitta alle elezioni di midterm?
«Certo, tutti stanno lasciando. Non lasciando, scappando».
È vero che l’ambasciatore americano in Italia, Tilman Fertitta, si era lamentato delle sue invasioni di campo?
«Questo era accaduto proprio all’inizio, ma in seguito tutto si era normalizzato. Poi è arrivato il casino della colazione con Conte, ma nessuno si è arrabbiato. Quindi gli attacchi di Report, che sono politici e finanziati, perciò mi sono dovuto difendere. Ma non ho mai detto che l’Italia era il mio territorio: non lo è mai stata, non l’ho mai chiesta. Questo è stato chiaro dal primo giorno».
Conserva un rapporto col governo italiano, la premier Meloni, il leader della Lega Salvini?
«Un rapporto cordialissimo. Ci salutiamo, punto e basta. Io non sono il loro referente per l’America. Non lo sono mai stato e non volevo esserlo».
Con Conte aveva discusso di affari?
«Una colazione. Abbiamo parlato cinque minuti di quel palazzo ed è finita li».
Si riferisce all’Hotel Plaza, che la famiglia Paladino voleva vendere?
«No, io avevo un acquirente. Poi è finita lì».
Secondo alcuni l’ex ambasciatrice in Grecia Kimberly Guilfoyle, appena dimessa, potrebbe avere informazioni dannose.
«Su cosa?».
L’amministrazione, cose imbarazzanti.
«Di sicuro non sul presidente. Magari ha informazioni su qualcuno al dipartimento di Stato».
Lei conosce Trump e la sua famiglia da molti anni. Potrebbe avere anche lei informazioni da rivelare?
«Le informazioni vengono fuori da sole».
(da Repubblica)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
“SE MOSCA CI ATTACCASSE, SIAMO PRONTI. LA COLPIREMMO NEL CUORE E ABBATTEREMMO TUTTO CIÒ CHE SOSTENESSE QUELL’AZIONE” … TSAHKNA SVEGLIA CHI SI RIEMPE LA BOCCA SOSTENENDO CHE IL CONFLITTO IN UCRAINA POSSA ESSERE RISOLTO ATTRAVERSO VIE DIPLOMATICHE: “NON PENSO CHE PUTIN VOGLIA ORA AVVIARE ALCUN TIPO DI NEGOZIATO VERO” – L’ACCORDO SUL DIESEL TRA TRUMP E “MAD-VLAD”: “E’ UN PASSO VERSO LA DIREZIONE SBAGLIATA”
Margus Tsahkna, ministro degli Esteri dell’Estonia, i bombardamenti russi nel Mar Nero
e l’aumento degli attacchi ibridi in Europa quanto segnano un aumento delle pressioni di Putin?
«Se pensiamo all’ipotesi di un’azione su larga scala contro la Nato, al momento non pensiamo che la Russia rappresenti una minaccia seria per il fianco orientale. Ma osserviamo un intensificarsi di attacchi terroristici e di sabotaggio, disinformazione e attacchi informatici in Europa.
La Russia sta alzando la tensione. E gli attacchi mirano a spaccare l’Ue e la Nato. Ma non condivido la narrazione per cui Narva o l’Estonia sarebbero bersagli imminenti: al livello militare non vediamo queste capacità».
E se accadesse?
«Siamo pronti come Estonia e più che mai come Nato. Se la Russia dovesse attaccarci, la colpiremmo nel cuore e abbatteremmo tutto ciò che sostenesse quell’azione. Anche il governo svedese ha annunciato di essere pronto a sferrare attacchi in profondità contro la Russia, se l’aggredisse.
Ma l’obiettivo principale è l’Europa: le sue società non sono abituate a questa minaccia. Ed è preoccupante che i russi stiano intensificando le aggressioni nel Mar Nero, contro Bulgaria e Romania. È una questione molto seria».
Ma se al momento non vi sentite minacciati, perché state spostando truppe verso il confine russo e a Narva?
«Le nostre truppe sono sempre dislocate vicino al confine russo. Lo stesso vale per quelle Nato. E le truppe Nato di stanza in Estonia sono integrate al 100% con le nostre.
La deterrenza è ovvia: se la Russia dovesse attaccare l’Estonia, nelle prime ore rischierebbero di cadere soldati francesi, britannici e di altri alleati. Quanto a Narva: spostiamo continuamente le nostre truppe in Estonia».
Trump ha stretto un accordo sul diesel con Putin. Quanto mina la deterrenza della Nato?
«Consideriamo l’accordo, ovviamente, un passo nella direzione sbagliata. Dovrebbe esercitare una maggiore pressione sulla Russia e garantire un sostegno ancora più deciso all’Ucraina. Putin sta sfruttando questa situazione per dimostrare che sta vincendo anche se sul campo di battaglia è in stallo.
Ma allo stesso tempo ha intensificato aggressioni e terrore contro i civili e le infrastrutture. Che Trump stia esercitando maggiore pressione sull’Ucraina è un passo nella direzione sbagliata per raggiungere una pace giusta e duratura. Ma noi dobbiamo concentrarci sull’Europa». […]
Che effetto ha avuto sulla guerra l’apertura di un “canale diplomatico” da parte di Trump con Putin?
«Credo che il presidente Trump voglia la pace, come il presidente Zelensky. C’è solo una persona che non vuole alcun tipo di pace o cessate il fuoco: Putin. Lui ha sfruttato i colloqui con Trump per guadagnare tempo e intensificare l’aggressione contro l’Ucraina. E ora aumenta la pressione sull’Europa e bombarda il Mar Nero. Ogni nuova offerta di compromesso rappresenta per Putin una nuova linea rossa oltre la quale spingersi. È una strada pericolosa».
Pensa ancora che, se la Russia attaccasse l’Estonia, Trump accetterebbe di attivare l’articolo 5 della Nato?
«Sì, ne sono assolutamente convinto. Ma è anche nostra responsabilità europea assumere una posizione più forte. Dobbiamo capire che se vogliamo una pace duratura, dobbiamo eliminare le zone di neutralità tra Russia, Nato e Ue».
Molti criticano l’Europa per non aver compiuto sufficienti tentativi di negoziare con Putin. La Ue dovrebbe nominare un negoziatore?
«Non penso che Putin voglia ora avviare alcun tipo di negoziato vero. E per qualsiasi tipo di colloquio, l’Europa dovrebbe assumere una posizione neutrale sulla guerra in Ucraina. Non potremmo più imporre sanzioni o esercitare pressioni sulla Russia, né sostenere l’Ucraina. Se Putin mostrasse una sincera volontà di negoziare, l’Europa potrebbe partecipare ai colloqui, ma non in qualità di mediatore neutrale».
Il ministro degli Esteri polacco Sikorski sostiene che in Europa dovremmo prepararci a un’aggressione “letale”. Ossia?
«Gli attacchi terroristici e i sabotaggi russi potrebbero diventare sempre più gravi e provocare vittime civili. Dobbiamo prepararci ad azioni che potrebbero causare danni gravi».
(da agenzie)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
COSA COMPORTEREBBE LA SOSPENSIONE DELL’INTELLIGENCE AMERICANA A KIEV
Se c’è un uomo in America che conosce bene Vladimir Putin, quello è John Sipher. Ventotto anni nella Cia, una carriera nelle operazioni clandestine e nel controspionaggio tra Mosca, i Balcani e Washington che avevano spesso un unico obiettivo: anticipare le mosse dei russi. Oggi Sipher, 65 anni, è fellow della George Mason University e dell’Atlantic Council ma continua a seguire molto da vicino quello che accade in Europa. Risponde alle domande di Open via Zoom.
Cosa perderebbe l’Ucraina se gli Stati Uniti sospendessero davvero la condivisione dell’intelligence?
«Non esiste un interruttore per accendere e spegnere l’intelligence. Con gli ucraini lavoriamo dal 2014 in maniera continuativa e molto coordinata: una parte della relazione consiste nel consegnare rapporti di intelligence, un’altra i collegamenti elettronici che forniscono informazioni satellitari, un’altra ancora nell’addestrare il personale locale e lavorare insieme, ma anche acquistare equipaggiamenti e fornire tecnologie che possano aiutarli a raccogliere informazioni».
L’intelligence può significare molte cose diverse: fonti sul campo, satelliti, capacità informatiche, valutazioni analitiche. È possibile sospendere alcune forme di condivisione e mantenerne attive altre?
«Se si tratta di sistemi come Starlink, si possono disattivare facilmente, ma tutto il resto è impossibile. Prendiamo un Paese come la Gran Bretagna. Ci sono funzionari dei servizi segreti Usa che lavorano all’interno dell’agenzia britannica di intelligence. Condividono informazioni grezze e rapporti, lavorano insieme a operazioni congiunte. È molto difficile accendere e spegnere tutto questo».
Quindi la minaccia di Trump è “solo” politica?
«Lui non capisce nulla di tutto questo, non comprende il valore che ricaviamo dalla collaborazione con gli alleati. Gran parte dell’intelligence che riceviamo proviene dai partner, Ucraina compresa. Negli ultimi anni Kiev è diventata molto importante per tecnologia e difesa. Le nostre forze armate e la nostra comunità di intelligence stanno imparando molto da loro: ci stanno aiutando a comprendere meglio sia le attività informatiche russe, sia le nuove frontiere della guerra ibrida. Se Trump “spegnesse” davvero l’intelligence ucraina, danneggerebbe anche gli Stati Uniti».
Durante i suoi 28 anni alla Cia ha mai assistito alla sospensione o alla limitazione della condivisione dell’intelligence per ragioni politiche?
«No, mai. Posso dirle che quando arriva una nuova amministrazione rende chiare le proprie priorità politiche. Per esempio, l’amministrazione Obama dichiarò fin da subito che voleva concentrarsi maggiormente sull’Asia. Quelle priorità passavano dal Consiglio per la Sicurezza nazionale, che poi informava le diverse agenzie. Ovviamente gli agenti sul campo continuavano a mantenere i rapporti con gli altri al di là delle priorità del momento. Non ho mai visto interrompere la condivisione dell’intelligence per ragioni politiche. Se guardiamo al rapporto tra i Five Eyes (l’alleanza di sorveglianza nata nel Dopoguerra che comprende Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, ndr) ci sono stati periodi in cui le relazioni politiche erano molto difficili. Henry Kissinger quando lavorava per Nixon a volte chiedeva di smettere di condividere informazioni “per mandare un segnale” a un alleato. Succedeva allora che tutti gli esperti e gli operativi si precipitavano a dissuaderlo. Se ci sono divergenze politiche, vanno gestite attraverso i canali politici. Il discorso cambia quando c’è una vera rottura delle relazioni diplomatiche».
Si fa fatica a immaginare rapporti e modalità così lineari…
«Può capitare di condividere un po’ meno se si tratta di un dossier sensibile o se temi di non poterti fidare completamente dei tuoi interlocutori. È proprio il caso dell’Ucraina prima del 2014: c’era sempre una paura di fondo che la loro intelligence fosse infiltrata dai russi. Dopo il 2014, quando la Russia prese la Crimea, gli ucraini allontanarono molte delle persone che avevano lavorato nel vecchio sistema. Iniziammo così a sviluppare relazioni con unità d’élite di cui potevamo fidarci. Nel corso degli anni costruimmo rapporti solidi e così la condivisione delle informazioni aumentò perché eravamo meno preoccupati che potessero finire nelle mani dei russi. C’erano anche Paesi come la Germania di cui, francamente, non ci fidavamo del tutto. Collaboravamo su questioni come il terrorismo ma su alcuni temi particolarmente sensibili, compresa la Russia, no. Eppure tutto questo rientra ancora nei parametri di “normalità”. Io ho lavorato per cinque presidenti diversi, repubblicani e democratici, e la nostra capacità di collaborare con i partner e di raccogliere informazioni all’estero non è mai cambiata molto. Le priorità potevano cambiare un po’ con ogni amministrazione ma i rapporti costruiti restavano intatti. Le faccio un esempio: quando le forze armate americane entrano in Afghanistan, il personale arriva e poi se ne va. Gli agenti di intelligence invece restano e continuano a lavorare con i partner, costruendo relazioni e condividendo informazioni. Raramente tutto questo cambia in maniera radicale. Ecco perché questa situazione è così insolita».
Che cosa rende l’approccio di Trump diverso da quello dei presidenti precedenti?
«Quando la maggior parte dei nuovi presidenti entra in carica, capisce di avere sotto di sé un apparato governativo enorme, probabilmente la più grande concentrazione al mondo di esperti in qualsiasi settore: dall’energia nucleare alla salute, dalla medicina alla sicurezza nazionale. Hanno un Consiglio per la Sicurezza nazionale che traduce le loro idee e le loro politiche in indicazioni per questi esperti, che poi danno indicazioni al governo. Il presidente Trump non ha mai compreso il valore di questa enorme organizzazione di esperti. Anzi, ha voluto presentarli come il «deep state», persone che erano contro di lui. Quando è tornato per il secondo mandato ha licenziato le persone che costituivano il meccanismo di coordinamento del Consiglio per la Sicurezza nazionale, che collegava la Casa Bianca alle diverse agenzie. Ha anche nominato alla guida di agenzie come l’Fbi, la Cia e il Dipartimento della Giustizia persone che non erano interessate a valorizzare le competenze ma che puntavano a smantellarle, così che Trump potesse fare quello che voleva. Questo significa che il presidente non riceve il genere di informazioni che normalmente riceverebbe un presidente. Fa telefonate personali agli amici. Si occupa solo di quello a cui vuole credere. Tutto è personale».
Ricorda un momento della sua carriera in cui le priorità politiche sono entrate in conflitto con il giudizio professionale degli agenti di intelligence?
«Gli agenti di intelligence sanno che il loro compito non è decidere la politica. Il Dipartimento di Stato, il potere esecutivo e il presidente prendono le decisioni politiche. Il nostro lavoro consiste nel fornire le migliori informazioni possibili, affinché possano prendere decisioni consapevoli. Non è insolito che il presidente faccia una scelta diversa da quella suggerita da noi. Lo capiamo. Va bene così. Ma non abbiamo mai avuto un presidente che screditasse così completamente i professionisti e prendesse decisioni passando da un capriccio all’altro, senza nemmeno prendere in considerazione le informazioni dei professionisti».
Lei si è occupato di Russia per buona parte della sua carriera, come pensa che Putin e i servizi di intelligence russi interpretino la possibilità di una rottura nella cooperazione tra Washington e Kiev?
«I servizi di intelligence russi hanno sempre voluto dividere l’Europa dagli Stati Uniti. Cercano continuamente fratture o crepe da sfruttare per creare problemi. Quindi per lui questa è un’ottima notizia. Se vede il presidente Trump e le persone all’interno della sua amministrazione litigare o essere in disaccordo, questo lo avvantaggia. I russi hanno sempre cercato di indebolire gli avversari attraverso disinformazione e sabotaggio. È il classico modo di operare russo. E purtroppo il nostro presidente ci casca in pieno».
Come potrebbero i servizi di intelligence russi sfruttare questa divisione?
«Negli Stati Uniti il primo emendamento permette alle persone di dire quasi qualsiasi cosa, anche quando hanno torto. I russi sfrutteranno questo ambiente, amplificheranno le voci di soggetti che diffondono messaggi dannosi e ne faranno circolare i contenuti. Useranno tutti gli strumenti della guerra ibrida, della guerra cognitiva e di quella politica. Li useranno in Ucraina e in tutta Europa. Stanno cercando di convincere settori dell’opinione pubblica che l’America non è affidabile e che il presidente Putin è potente. Il messaggio che vogliono veicolare è che Trump comprende il potere di Putin e che, dato che l’America fa affari con Mosca, anche gli europei dovrebbero fare un accordo con la Russia. Se l’Ue non parteciperà, resterà indietro. È un’operazione che va avanti da tempo. Tradizionalmente le amministrazioni americane capivano le intenzioni dei russi e sapevano come rispondere. Anche l’Europa affronta questo problema da anni».
C’è una parte dell’opinione pubblica e della politica in Italia, e in Europa, convinta che sarebbe meglio riprendere a fare affari con la Russia.
«Anche questo è un traguardo che Putin è riuscito a ottenere sfruttando Trump. Presenta la Russia come un Paese grande, potente e ricco, che offre ogni genere di opportunità commerciale a chi collabora con loro. Ma la Russia non è un’economia grande e ricca. L’Italia ha un Pil superiore a quello russo!».
Pensa che le agenzie di intelligence europee potrebbero compensare una riduzione del sostegno americano all’Ucraina? Quali capacità sarebbero più difficili da sostituire?
«Non esiste un’organizzazione paragonabile alla comunità dell’intelligence americana, con un programma globale così vasto e risorse economiche così importanti. Poi certo con alleati e amici si dividono da sempre settori e responsabilità: gli Stati Uniti forniscono una determinata capacità, l’Italia un’altra, la Gran Bretagna un’altra ancora e così via. Un servizio di intelligence può essere molto bravo in un determinato settore, ma essere privo di altre capacità perché fino a quel momento le avevano sempre fornite gli Stati Uniti. Essendo alleati, non c’era bisogno di sviluppare tutto autonomamente. Lo stesso vale nel settore militare».
Cosa non capiscono della Russia i leader che continuano a credere che fare accordi con Putin possa essere vantaggioso per i propri Paesi?
«Putin è un ex ufficiale del Kgb, è riuscito a presentare al mondo un’immagine falsa della Russia. Quello che, secondo me, queste persone non capiscono è che lui e la leadership russa odiano l’Occidente. Molti leader pensano: “Se sono amichevole con loro e faccio un accordo, vorranno collaborare con me. Vorranno fare affari con noi”. Ma semplicemente non è così. Credo che negli Stati Uniti ci sia una particolare debolezza: tendiamo a pensare che i problemi nel nostro rapporto con la Russia siano in qualche modo colpa nostra. Pensiamo che forse non stiamo dando loro abbastanza informazioni, oppure che non ci stiamo spiegando abbastanza chiaramente. Ma chiunque conosca la Russia sa che non ragionano come noi, non vogliono le stesse cose che vogliamo noi. Sono una dittatura imperiale che vuole controllare o invadere i propri vicini. E non esiste una quantità di persuasione sufficiente a trasformarli in un Paese che ragiona da democrazia occidentale. I sostenitori di Mosca non capiscono che i russi non ragionano come noi. Me lo hanno detto di persona ufficiali dell’intelligence russa. Ricordo ancora le parole di uno di loro: “Voi non capite. Pensate che, siccome vi somigliamo, ragioniamo come voi. Non vi comportereste con un ufficiale dell’intelligence cinese nello stesso modo in cui vi comportate con noi. Pensate che siamo occidentali, ma non lo siamo. Non ragioniamo come voi”. I russi hanno una storia diversa, una visione diversa del mondo e quella visione non è compatibile con la nostra».
(da Open)
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