Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
NELLE FOTO, IL SEGRETARIO DI STATO SEMBRA UN CLOWN CON LE SCARPE MOLTO PIÙ GRANDI DELLA SUA TAGLIA… L’ULTIMA OSSESSIONE DI “THE DONALD” SONO LE CALZATURE OXFORD IN PELLE DA 180 DOLLARI REALIZZATE DA FLORSHEIM, STORICO MARCHIO AMERICANO … SECONDO GLI ANALISTI POLITICI, TRUMP COMPRA LE SCARPE PER I MEMBRI DEL SUO GABINETTO PER SMINUIRLI E UMILIARLI
Il segretario di Stato Marco Rubio è stato preso in giro questa settimana per aver indossato scarpe troppo grandi dopo che è stato riferito che il presidente Donald Trump aveva regalato ai suoi funzionari delle scarpe eleganti che poi erano troppo “timorosi di non indossare”.
Le foto dei piedi di Rubio martedì sono diventate virali sui social media dopo che lo hanno mostrato mentre indossava un paio di scarpe apparentemente troppo grandi. Le foto sono state scattate solo un giorno dopo che il Wall Street Journal aveva riportato che Trump stava indovinando la misura dei piedi dei suoi alleati e poi ordinando loro scarpe Florsheim da 145 dollari che erano poi troppo “timorosi di non indossare”.
“Tutti i ragazzi le hanno”, ha detto un funzionario della Casa Bianca che ha preferito rimanere anonimo, mentre un altro ha dichiarato al Journal: “È esilarante perché tutti hanno paura di non indossarle”.
Secondo il quotidiano, “il presidente ha preso l’abitudine di indovinare la misura delle scarpe delle persone davanti a loro. Chiede a un assistente di effettuare un ordine e, una settimana dopo, una scatola marrone di Florsheim arriva alla Casa Bianca”.
“I destinatari hanno iniziato a indossare le loro Florsheim in presenza di Trump, alcuni apparentemente con riluttanza”, ha riferito il Journal. “Un segretario di gabinetto si è lamentato di aver dovuto mettere da parte le sue Louis Vuitton, secondo persone che hanno sentito la lamentela”.
Tra i destinatari delle scarpe finora figurano Rubio, il vicepresidente JD Vance, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il segretario al Commercio Howard Lutnick, il segretario ai Trasporti Sean Duffy, il direttore della comunicazione della Casa Bianca Steven Cheung, il vice capo di gabinetto della Casa Bianca James Blair, l’autore dei discorsi Ross Worthington, il senatore Lindsey Graham (R-SC), il conduttore della Fox News Sean Hannity e l’ex conduttore della Fox News Tucker Carlson.
“Chi compra scarpe per altre persone? Per lo più i genitori per i propri figli”, ha commentato il giornalista Euan MacDonald guardando le foto dei piedi di Rubio. “Trump che compra scarpe per i membri del suo gabinetto è un modo per sminuirli e umiliarli.
Rubio ha persino una tale mancanza di dignità e rispetto di sé davanti a Trump da essere disposto a umiliarsi indossando scarpe troppo grandi per lui”. Il giornalista conservatore Matt Lewis, dal canto suo, ha espresso preoccupazione che le scarpe possano “causare vesciche”.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
ANDREA ORLANDO: “SE È VERO CHE BUCCI HA FATTO PREPARARE CON SOLDI PUBBLICI DOSSIERAGGI E LISTE DI PROSCRIZIONE DI CRONISTI SGRADITI, IN UN QUALUNQUE PAESE CIVILE DOVREBBE LASCIARE L’INCARICO” … LA PROCURA DI GENOVA HA APERTO UN FASCICOLO CONTRO IGNOTI PER IL REATO DI DIFFAMAZIONE AGGRAVATA, IN SEGUITO ALL’ESPOSTO PRESENTATO DAL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO, MICHELE BRAMBILLA, CONTRO FEDERICO CASABELLA, PORTAVOCE DI BUCCI
La procura di Genova ha aperto un fascicolo dopo l’esposto presentato dal direttore del
Secolo XIX Michele Brambilla contro Federico Casabella, portavoce del presidente della Regione Liguria Marco Bucci per le dichiarazioni rilasciate nel corso di un’audizione davanti all’ordine dei giornalisti della Liguria in cui avrebbe parlato di un presunto accordo tra lo stesso direttore e il governatore Bucci. L’esposto è stato depositato in Procura il 6 marzo e ipotizza il reato di diffamazione aggravata. Il fascicolo d’inchiesta al momento è contro ignoti. La vicenda nasce nell’ambito del presunto dossieraggio nei confronti dei giornalisti della testata genovese da parte dello staff del presidente Bucci durante la campagna elettorale per le elezioni comunali che giudicavano gli articoli troppo sbilanciati nei confronti di Silvia Salis.
“Questa mattina ho chiamato il direttore del Secolo XIX per esprimere la solidarietà alla redazione per le notizie di un presunto dossieraggio messo in atto dallo staff del presidente Bucci sui giornalisti per provare a condizionare la campagna elettorale per le comunali contro Silvia Salis
Una notizia, se confermata, gravissima che rappresenta un vulnus inaccettabile per la libertà di informazione nella nostra regione e nel Paese”.
Lo scrive in una nota l’ex ministro della Giustizia, attuale consigliere regionale ligure ed esponente Pd Andrea Orlando. “Non si tratta purtroppo di un caso isolato perché, come abbiamo visto in questi mesi con vicende di spionaggio e dossieraggio contro altri giornalisti, di querele temerarie verso la stampa, di gogna verso giornalisti, la tentazione di una certa politica, ed in particolare della destra, è sempre quella di non avere intralcio, di non essere infastiditi, di comprimere gli spazi del diritto di critica e di cronaca – conclude Orlando -.
Ci auguriamo che il presidente Bucci chiarisca quanto prima i contorni torbidi di questa vicenda traendone le conseguenze visto lo strappo istituzionale determinato con la stampa in seguito a questa vicenda”.
“Se fosse confermato che il presidente della Regione Liguria Bucci ha fatto preparare con soldi pubblici dossieraggi e liste di proscrizione di giornalisti sgraditi, inviandoli agli editori per mettere pressione per far cambiare linea a un giornale, in un qualunque Paese civile questo stesso Presidente dovrebbe rassegnare le dimissioni perché sarebbe un abuso di potere intollerabile per interessi propri realizzato alle spalle e sulla pelle dei cittadini, aldilà di tutti i risvolti giudiziari.”
Lo scrive in una nota l’eurodeputato del Partito Democratico Brando Benifei, a seguito delle inchieste giornalistiche sui presunti dossieraggi da parte dell’ufficio stampa della Regione Liguria.
“La mia piena solidarietà al direttore e ai giornalisti del Secolo XIX e agli esponenti politici e istituzionali che sarebbero stati presi di mira, come la sindaca Silvia Salis: non abbiamo ancora tutti gli elementi, ma quello che sappiamo già per certo è che nel contesto di crescenti intimidazioni alla stampa che avvengono nel nostro Paese, la maggioranza politica che sostiene il Presidente Bucci è la stessa che al governo dell’Italia ha deciso di non recepire ancora lo European Media Freedom Act e si distingue per frequenti attacchi alla libertà di stampa.
Mi auguro che il Presidente Bucci dia rapidamente spiegazioni convincenti su quanto sta emergendo o ne tragga le conseguenze politiche”, conclude Benifei.
“La vicenda che emerge oggi sul Secolo XIX è gravissima e non può essere minimizzata. Secondo quanto riportano Fatto Quotidiano e Repubblica, per mesi l’ufficio stampa della Regione Liguria, quindi una struttura pagata con soldi pubblici, avrebbe monitorato e schedato i giornalisti del quotidiano e il direttore
Michele Brambilla, arrivando a compilare report e segnalazioni da inviare all’editore sui cronisti ritenuti sgraditi.
Non semplici critiche politiche, ma un sistema di pressione costruito dentro un ufficio pubblico per controllare e condizionare il lavoro di una redazione. Se tutto questo venisse confermato, saremmo davanti a un fatto incompatibile con qualsiasi idea di democrazia. Per questo Marco Bucci deve dimettersi. Un presidente di Regione non può usare la macchina pubblica per schedare i giornalisti che lo criticano
Non può trasformare un ufficio istituzionale in uno strumento di controllo sull’informazione. A tutte le giornaliste e a tutti i giornalisti del Secolo XIX va piena solidarietà. La libertà di stampa è un pilastro della democrazia e chi prova a metterla sotto pressione dimostra di non essere all’altezza delle istituzioni che rappresenta”. Così il capogruppo M5s al Senato, Luca Pirondini.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
I DOSSIER, COMPRENSIVI DI UNA BLACK LIST DEI CRONISTI SGRADITI, VENIVANO INVIATI ALL’EDITORE DEL QUOTIDIANO, L’ARMATORE GIANLUIGI APONTE… IL CASO NASCE DA UN’ISTRUTTORIA DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI DELLA LIGURIA, FINITO IN PROCURA
Per mesi l’ufficio stampa della Regione Liguria, una struttura pagata con fondi pubblici, avrebbe confezionato dossier nei confronti dei giornalisti del Secolo XIX e del suo direttore Michele Brambilla, colpevoli secondo Marco Bucci di favorire il centrosinistra.
I dossier, comprensivi di una black list dei giornalisti sgraditi, venivano inviati all’editore del quotidiano, la società Bluemedia guidata dall’armatore italo-svizzero Gianluigi Aponte. Il caso nasce da un’istruttoria dell’Ordine dei giornalisti della Liguria, che ipotizza varie violazioni deontologiche, ma un pezzo di questa storia è già finito alla Procura di Genova.
L’obiettivo politico della campagna sarebbe stato quello di arginare l’ascesa di Silvia Salis. Fra i documenti agli atti c’è un decalogo – fabbricato dall’entourage di Bucci e inviato all’editore del Secolo XIX – che indicava come avrebbero dovuto comportarsi i giornalisti e il direttore in campagna elettorale.
Una proposta “di riequilibrio” di Marco Bucci che, dando l’impressione di voler quasi dettare le linea al giornale, avverte: “Il riequilibrio spetta al direttore, non perché si debba tifare centrodestra, ma perché lo schieramento non è utile in primis al Secolo: il giornale deve essere imparziale, non subdolamente di parte”.
La vicenda nasce da un esposto anonimo con un primo dossier di 23 pagine. Nelle ultime settimane l’Ordine ha convocato tutti i capi delle redazioni genovesi – tra cui Ansa e Repubblica. Ieri, inoltre, sono stati sentiti una decina dei giornalisti del XIX vittime dei dossieraggi
La paternità dei report è stata rivendicata da Federico Casabella e da Diego Pistacchi, membro dello staff di Bucci, entrambi ex giornalisti del Giornale. La loro versione – Casabella è stato sentito il 14 gennaio – è che non si sarebbe trattato di dossier, ma di una fisiologica mappatura dei media (“definirli dossier”, dice Casabella al Fatto, “è falso e diffamatorio”), e che i rapporti sarebbero stati a uso interno.
Lo staff li avrebbe insomma consegnati a Marco Bucci. Casabella riferisce anche di un accordo fra Bucci e il direttore del Decimonono Michele Brambilla, chiamato in questo modo a una sorta di corresponsabilità e accusato successivamente di aver violato quel patto.
Brambilla, sentito il 28 gennaio, nega tutto e, anzi, si dichiara a sua volta vittima delle pressioni di Bucci, dimostrando come i dossier, anche su di lui, sarebbero stati mandati al suo editore. L’Ordine ha archiviato Brambilla, il quale a sua volta ha querelato per diffamazione Casabella.
Ma in cosa consistevanoi presunti dossieraggi? Partiamo dai “desiderata” di Bucci sotto elezioni: “Interviste a esponenti nazionali anche di centrodestra; un servizio che racconti come è cambiata Genova negli ultimi anni (cioè quando era governata da lui, ndr); servizio di inchiesta su quante volte un candidato sfavorito ha poi ribaltato le previsioni della vigilia (in un momento in cui i sondaggi davano avanti Salis su Pietro Piciocchi, delfino di Bucci, ndr); equilibrio nei titoli; correggere gli eventi, oggi sbilanciati a favore della Salis; il quotidiano dovrebbe garantire più spazio ai cosiddetti candidati “minori” (per evitare di dare visibilità a Salis, ndr)”.
A scorrere i documenti agli atti dell’istruttoria, e in parte depositati in Procura, emerge come i report, trimestrali, fossero capillari e quasi “quotidiani”. Il 1º maggio è segnalato un caso “clamoroso”: “L’irrispettoso attacco di Silvia Salis a Bucci”, che in un battibecco lo aveva definito “un bulletto”. La “Bestia” bucciana si lamenta in varie occasioni del cronista politico Emanuele Rossi. Il 13 settembre la lamentela riguarda il delicato tema della malattia del governatore e il titolo di un’intervista, “sono guarito dal tumore”, definito “espressione infelice”.
Nei dossier finisce anche il compleanno glamour di Silvia Salis, “degno di un book da matrimonio”, di cui è stigmatizzata la presenza di Brambilla. Nella black list finisce anche Emanuele Capone, giornalista esperto di web, messo alla berlina per “i complimenti a Silvia Salis” per aver “postato un video in cui canta i Pinguini Tattici Nucleari”.
Il 20 novembre, in piena crisi Ilva, gli operai in piazza ricevono la visita sia di Bucci che di Salis. Ma, lamentano gli autori del report, “Bucci è ritratto in una foto con la testa china”, Salis “in uno scatto ad alta risoluzione mentre parla orgogliosa con i lavoratori”. Un’ossessione ricorrente e a tratti quasi comica, quella delle foto, in cui Salis è raggiante mentre Bucci appare “corrucciato”.
La pretesa di controllare il giornale di Genova riporta a un antefatto: nei primi mesi del 2024 il Secolo fu oggetto delle mire di una cordata di imprenditori guidati da Aldo Spinelli, con l’interessamento di Giovanni Toti. Un’iniziativa chiusa dall’acquisto di Aponte e dal successivo arresto dell’ex governatore per corruzione. Quel sogno, evidentemente, non è mai tramontato del tutto.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
L’IRAN AVVERTE: “PREPARATEVI AL RAGGIUNGIMENTO DI UN PREZZO DI 200 DOLLARI AL BARILE PER IL PETROLIO. DIPENDE DALLA SICUREZZA REGIONALE CHE AVETE DESTABILIZZATO. NON PERMETTEREMO CHE NEMMENO UN LITRO DI GREGGIO RAGGIUNGA GLI USA, ISRAELE E I LORO PARTNER”
“Preparatevi al raggiungimento dei 200 dollari al barile perché il prezzo del petrolio
dipende dalla sicurezza regionale che avete destabilizzato”. L’avvertimento a Usa e Israele arriva dalle forze armate iraniane, nel pieno della crisi lungo lo Stretto di Hormuz.
“Non permetteremo che nemmeno un litro di petrolio raggiunga gli Stati Uniti, Israele e i loro partner. Qualsiasi nave o petroliera diretta a loro sarà un obiettivo legittimo”, ha ribadito Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran, aggiungendo che Washington non sarà in grado di controllare i prezzi. Lo riporta al Jazeera.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
“LA RICHIESTA NON AVREBBE POTUTO ESSERE PRONUNCIATA DUBITANDO QUESTA CORTE DI APPELLO DELLA LEGITTIMITÀ DELLA DISCIPLINA DEL PROTOCOLLO ITALIA-ALBANIA E DELLA CONSEGUENTE LEGGE DI RATIFICA”
“La richiesta di convalida del trattenimento non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando questa Corte di Appello della legittimità della disciplina del Protocollo Italia-Albania e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e il 17 novembre scorso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea”.
E’ quanto si legge in tre dispositivi emessi a febbraio dalla Corte d’Appello di Roma con cui sono stati convalidati i trattenimento nel Cpr di Gjader in Albania per tre richiedenti “protezione internazionale”. Si tratta di cittadini marocchini su cui gravava un decreto di espulsione.
Tra loro soggetti con precedenti condanne, già scontate, per accuse che vanno dall’associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, violenza sessuale e resistenza a pubblico ufficiale.
(Nei provvedimenti di una decina di pagine i giudici affermano che “ancora oggi permangono i dubbi già sollevati da questa Corte di Appello con decreto del 24 aprile 2025 e ribaditi poi da questa Corte di Appello il 19 maggio 2025, rispetto alla compatibilità con l’art. 9 della direttiva, a norma del quale il richiedente asilo ha il diritto di rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda”.
In tema di “domande reiterate” di protezione internazionale da parte dei richiedenti, i giudici affermano che “non possono considerarsi integrati gli estremi delle eccezioni”. In un caso i giudici osservano che “dall’esame degli atti, compreso il provvedimento di espulsione e dagli atti trasmessi dalla Questura, non risulta che vi sia stata una precedente domanda e che la stessa sia stata rigettata benché la procura abbia riferito il contrario in udienza senza però essere in grado di documentare quanto dedotto; che ad ogni modo non risulta che detto eventuale provvedimento sia stato notificato”.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
ALTRI DUE CARGO SONO STATI SQUARCIATI DALLE BOMBE DEI PASDARAN: TRUMP AVEVA PROMESSO CHE UNA SCORTA ARMATA USA AVREBBE GARANTITO IL PASSAGGIO, MA AL MOMENTO È UNA SONORA CAZZATA
Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato di aver colpito due navi nello Stretto
di Hormuz: una battente bandiera della Liberia, la Express Room, e la portarinfuse thailandese Mayuree Naree.”La nave liberiana, di proprietà di Israele, non ha prestato attenzione agli avvertimenti delle nostre forze navali ed è stata fermata dopo essere stata colpita – affermano i pasdaran in un comunicato -. La seconda nave, la portarinfuse Mayuree Naree che ha tentato di passare illegalmente lo Stretto, è stata presa di mira anche lei dopo gli avvertimenti delle forze navali”.”Lo Stretto di Hormuz è indubbiamente sotto la gestione delle forze navali delle Guardie: gli aggressori, gli Stati Uniti e i loro alleati, non hanno il diritto di attraversarlo”, conclude la nota.
Secondo l’agenzia marittima britannica Ukmto, sono almeno tre le navi colpite oggi nelle acque a ridosso di Hormuz. La Marina thailandese ha confermato l’attacco alla Mayuree Naree, che era partita da un porto degli Emirati, aggiungendo che 20 marinai erano stati tratti in salvo dalla Marina dell’Oman, mentre tre risultano dispers
Una delle tre navi colpite nelle ultime ore nello Stretto di Hormuz è di proprietà greca. Si tratta della “Star Gwyneth”, di proprietà della compagnia di navigazione “Star Bulk” dell’armatore Petros Pappas
Secondo il sito marinetraffic, la nave, lunga 228 metri e con una capacità di 83.000 tonnellate, è stata costruita 20 anni fa (nel 2006) e batte bandiera delle Isole Marshall
Secondo le informazioni ricevute finora, la nave portarinfuse greca è stata colpita a circa 50 miglia nautiche a nord-ovest di Dubai alle 02:05 ora locale da un missile di origine sconosciuta .
Secondo i primi rapporti delle autorità britanniche, non ci sono stati feriti né inquinamento ambientale
Anche le informazioni pervenute alla sala operativa della Marina mercantile di Atene indicano che l’equipaggio è al sicuro. Inoltre, le notizie secondo cui la nave ancorata nel Golfo Persico si sarebbe inclinata dopo l’attacco non sono state confermate.
Si tratta del terzo mercantile colpito in poche ore nell’area dello Stretto di Hormuz.
Prima di tutto questo, l’esercito statunitense aveva annunciato di aver “neutralizzato” 16 navi posamine iraniane nella regione, in seguito all’avvertimento del presidente Trump all’Iran di “non posare mine”
Nello specifico, le forze armate statunitensi hanno annunciato pochi minuti prima della mezzanotte (ora italiana) di avere distrutto ieri, martedì, 16 navi iraniane in grado di trasportare e posare mine “vicino allo Stretto di Hormuz”, dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato la Repubblica islamica di subire “conseguenze militari” se avesse deciso di minare il passaggio chiave per le spedizioni marittime di petrolio e gas.
“Le forze (armate) statunitensi hanno eliminato diverse navi da guerra iraniane il 10 marzo, tra cui 16 navi da mina vicino allo Stretto di Hormuz”, ha dichiarato via X il comando congiunto del Comando delle forze armate statunitensi responsabile per la regione del Medio Oriente (CENTCOM, “Central Command”).
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
FORSE C’ENTRA IL CASO ALMASRI, IN CUI È ACCUSATA DI AVER FORNITO INFORMAZIONI FALSE AI MAGISTRATI? LA CAPO DI GABINETTO DI NORDIO SA TUTTO DI QUEL DOSSIER E DI CHI HA DATO ORDINE DI FAR DECOLLARE, CON JET DEI SERVIZI SEGRETI, L’ILLUSTRE TORTURATORE LIBICO, ED È RIMASTA L’UNICA INDAGATA DEL GOVERNO
Si è cosparso il capo di cenere lui, il ministro, e non lei, la sua capo di gabinetto.
Bizzarrie che capitano, se lei è Giusi Bartolozzi, “la zarina”. Sempre più somigliante a un piccolo potere separato all’interno del governo. Tollerato dalle sorelle Meloni fino a quando lei stessa non le ha deluse, nel momento più delicato, con quella infelice frase contro la magistratura a pochi giorni dal referendum.
Così ora, questa indipendenza, dalle parti di Palazzo Chigi inizia a provocare l’orticaria: «È ingestibile», ringhiano gli uomini intorno a Giorgia Meloni. «Incontrollabile», sbuffano anche dalle file della maggioranza. «Deve tenere a freno la lingua», è l’ultimo messaggio avvelenato che lasciano trapelare dalla sede del governo.
I fedelissimi della premier, ieri, erano decisi a non tornare sulla polemica innescata dalle parole di Bartolozzi sui magistrati. Meglio «gestirla internamente», ragionavano, non alimentarla.
Lo fanno capire con chiarezza: non devono esserci scuse da parte di Bartolozzi.
Passa la giornata barricata nel suo ufficio, da sola, perché tutti i soggetti politici, dal ministro ai sottosegretari, sono fuori Roma impegnati nei diversi appuntamenti della campagna referendaria. Nel pomeriggio Bartolozzi sente però al telefono Nordio, il suo più forte e fedele alleato, la prima vera fonte del suo potere, perché raramente le dice di no.
Lei gli comunica che è alla sua scrivania, impegnata a scrivere un comunicato. Quello che Palazzo Chigi non vuole. Lui, con i cronisti, azzarda una previsione: «Penso si scuserà». Come se non avesse alcun potere di convincimento. E in effetti, Bartolozzi non si scusa. Il comunicato viene affidato all’Ansa poco dopo che il ministro si era detto «dispiaciuto per le parole della mia capo di gabinetto».
Lei, invece, arriva al massimo a confessare un «profondo dispiacere» per come è stata mal interpretata. Oltre questo, nulla di più di una precisazione, affidata a un comunicato che ottiene il via libera di Nordio, ma che – a quanto risulta – non sarebbe stato preventivamente condiviso con altri
Bartolozzi oggi riscopre le prime pagine, ma non è mai stata un’oscura funzionaria. Nelle maglie grigie della pura azione amministrativa lei si sente stretta. In via Arenula si è guadagnata i gradi di “zarina” per via della crescita esponenziale della sua influenza politica: si dice che decida tutto lei.
Magistrata (a sua volta), ex deputata di Forza Italia, carattere diretto e nessuna timidezza per l’esposizione pubblica. Prima vice, poi capo di gabinetto, con un ufficio sterminato, qualcosa di più di una semplice segreteria: 20 persone alle sue dirette dipendenze. Le opposizioni l’ hanno chiamato il “gabinetto del gabinetto” Eppure a intervalli regolari la zarina esonda e finisce sui giornali per ragioni poco edificanti. Magnifico esempio, il viaggio a Capri dello scorso autunno.
A ottobre si tiene un fondamentale convegno sulla digitalizzazione della giustizia, Nordio rinuncia all’ultimo momento, Bartolozzi invece raggiunge l’isola su un mezzo peculiare: una motovedetta della Guardia di finanza. Poi soggiorna nell’ hotel di lusso Quisisana.
La gita istituzionale – diciamo – finisce in un fascicolo della Procura di Napoli per verificare se quel passaggio in mare rientrasse davvero nei protocolli di sicurezza
del ministro (si è mossa anche la Corte dei conti, interessata all’eventuale danno erariale).
Non è l’unico dossier aperto su Bartolozzi. C’è una questione più pesante: la già citata inchiesta sul caso Almasri, il generale (e torturatore) libico arrestato in Italia su mandato della Corte penale internazionale, poi rimpatriato dopo pochi giorni e una pacca sulla spalla.
Tra gli indagati dalla Procura di Roma c’è anche lei: Giusi è accusata di aver fornito informazioni false ai magistrati. Si dice “serena” (purché vinca il Sì). Giusi, gabinetto e famiglia: il marito è l’avvocato e docente Gaetano Armao, grande notabile della politica siciliana; vicepresidente della Regione, ex candidato per il “terzo polo”, consulente del governatore Renato Schifani.
È presidente del comitato “Per un giusto Sì”, a fianco dell’imperitura Paola Binetti. Con Giusi la liaison domestico-politica è sopravvissuta anche all’assalto dell’ex moglie di lui, Carmela Transirico, che nel 2018 presentò un esposto al Csm contro Armao e Bartolozzi: li accusava di aver messo in atto strategie per “rendere inaggredibili” alcuni beni immobiliari, aggirando gli obblighi finanziari derivanti dalla separazione. Ne seguirono dolorose ipoteche, pignoramenti, contenziosi legali: la battaglia contro i magistrati, la zarina, ce l’ha dentro casa.
(da La Repubblica)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
SUI SOCIAL SI SCATENA UN PUTIFERIO: “PARE UN ALPINO AL QUINTO NEGRONI” – “PENSARE CHE POTREBBE ESSERE CHIAMATO A SOSTITUIRE MATTARELLA FA VERAMENTE IMBARAZZO”
Durante la seduta del 5 marzo, il presidente del Senato Ignazio La Russa si è fatto sfuggire
un commento sprezzante e un insulto nei confronti di due parlamentari. Dopo aver definito “interventone” il discorso del 5 Stelle Ettore Licheri, La Russa chiede a chi gli è accanto: “Come si chiama quel coglione che continua a urlare?”. Quando gli fanno il nome del senatore del Partito Democratico Antonio Nicita, il presidente del Senato prosegue: “Nicita abbiamo apprezzato il suo intervento”.
Il presidente del Senato e seconda carica dello Stato presiedendo la seduta in aula chiama “coglione” un esponente dell’opposizione. Ogni giorno che passa con La
Russa ai vertici delle istituzioni democratiche è un giorno di imbarazzo per la Repubblica italiana.
Mai le Istituzioni erano state così indecorosamente rappresentate negli 80 anni della Repubblica
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
MENTRE GLI STATI EUROPEI PROCEDONO IN ORDINE SPARSO E LA VON DER LEYEN PIGOLA PAROLE COMPIACENTI CON L’INIZIATIVA MILITARE, L’UNICO AD ALZARE LA VOCE E’ IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO, IL SOCIALISTA ANTONIO COSTA: “LIBERTÀ E DIRITTI PER L’IRAN NON POSSONO ESSERE CONQUISTATI CON LE BOMBE. FINORA, C’È UN SOLO VINCITORE IN QUESTA GUERRA: LA RUSSIA”
«L’Ue è al fianco del popolo iraniano. Sosteniamo il suo diritto a vivere in pace e a determinare il proprio futuro. Ma la libertà e i diritti umani non possono essere conquistati con le bombe. Solo il diritto internazionale li tutela».
È quanto ha detto stamattina il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa intervenendo alla Conferenza degli ambasciatori dell’Ue. In quella che appare come la più netta presa di distanza finora dalle istituzioni europee dalla guerra lanciata da Stati Uniti e Israele all’Iran lo scorso 28 febbraio. «Proteggere i civili, garantire la sicurezza nucleare e rispettare il diritto internazionale è fondamentale. Dobbiamo evitare un’ulteriore escalation. Un percorso del genere minaccia il Medio Oriente, l’Europa e oltre. Le conseguenze sono gravi, anche in ambito economico», ha detto Costa.
Un cambio di tono netto rispetto alle tesi tutto sommato «compiacenti» con l’iniziativa militare Usa-Israele di altre leader come Ursula von der Leyen. Costa d’altronde è l’unico dirigente in una posizione apicale Ue espressione della famiglia europea dei socialisti (centrosinistra), che nell’ultima settimana hanno trovato una volta più il loro punto di riferimento in chiave anti-Trump nel premier spagnolo Pedro Sanchez, che ha «osato» rifiutare agli Usa l’utilizzo delle loro basi in Spagna per operazioni di supporto a quella guerra
Se in Iran vince la Russia
«Questo mondo multipolare richiede soluzioni multilaterali. Non sfere di influenza, dove la politica di potenza sostituisce il diritto internazionale. Conosciamo la nuova realtà: una realtà in cui la Russia viola la pace, la Cina interrompe il commercio e gli Stati Uniti sfidano l’ordine internazionale basato sulle regole», ha spiegato Costa. E proprio autocrati come Vladimir Putin rischiano essere alla fine fine così gli unici a beneficiare del nuovo contesto. «Finora, c’è un solo vincitore in questa guerra: la Russia. Continua a minare la posizione dell’Ucraina offuscando il diritto internazionale. Ottiene nuove risorse per finanziare la sua guerra contro l’Ucraina con l’aumento dei prezzi dell’energia. Trae profitto dalla deviazione di capacità militari che altrimenti avrebbero potuto essere inviate a sostegno dell’Ucraina. E beneficia della ridotta attenzione al fronte ucraino, mentre il conflitto in Medio Oriente diventa centrale», addita il presidente del Consiglio europeo.
edro Sanchez ha enunciato quella che avrebbe dovuto essere la posizione dell’Unione Europea sulla guerra, non provocata, contro l’Iran. Ossia: il diritto internazionale non è un menu à la carte che si può ignorare quando a calpestarlo sono i nostri sedicenti amici, ma un valore assiologico di portata universale. Null’altro che questo dicono i Trattati e la Dichiarazione dell’Ue, amplificati fino alla noia da stuoli di zelanti commentatori che, con qualche nobile eccezione, sono stati improvvisamente colpiti da afasia.
Forte della consapevolezza di essere stata un impero globale ben prima che gli Stati Uniti si affacciassero sul palcoscenico della storia, la Spagna non l’ha mandata a dire. Non è vero forse che il trattato di non proliferazione nucleare stipulato da Obama con l’Iran nel 2015 aveva ricevuto plauso unanime con la sola eccezione di Israele? E invece la scena è stata pietosa. Bruxelles ha balbettato parole incomprensibili. La Francia ha gesticolato, a uso interno, con la sua patetica force de frappe nucleare. Il cancelliere tedesco si è genuflesso senza pudore di fronte al presidente americano guerrafondaio.
L’Italia si è barcamenata come sempre per tenere i piedi su due staffe. A questo punto la rotta dell’Ue è chiara. Continuerà a fare quello in cui riesce meglio, ossia presidiare il mercato interno, ma senza che sussistano le condizioni anche solo per evocare evoluzioni confederali o addirittura federali. Non solo non esiste un popolo europeo ma nemmeno gli interessi e le visioni degli Stati coincidono. Conclusione:
gli Stati nazionali continueranno a essere i protagonisti del nocciolo duro della sovranità: il diritto di pace e di guerra.
(da agenzie)
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