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MELONI E I SETTE LAMENTI CAPITALI

Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile

PER LEI LA COLPA E’SEMPRE DI BRUXELLES, DEI GIUDICI, DEL DESTINO, MAI DI CHI GOVERNA DA 4 ANNI

Alla Nuvola di Roma, il 26 maggio, Giorgia Meloni ha chiamato l’Unione europea “gigante burocratico” e le ha addossato i guai dell’economia. È il suo registro fisso: la sventura arriva sempre da fuori. Ma vale davvero la pena contarle a una a una, perché in fila smettono di somigliare alla sfortuna.
I vincoli del Patto di stabilità? Legano tutti e ventisette. Con le stesse regole la Spagna corre al 2,1% e l’Italia striscia allo 0,5%, ultima dell’Unione: quattro volte più lenta a parità di catene, certifica la Commissione europea.
Le guerre? Lo shock energetico mediorientale ha tagliato la crescita dell’intera eurozona allo 0,9%. Pandemia, inflazione e conflitti li hanno governati tutti e ventisette: la “sfortuna” di Meloni è il calendario di mezzo continente quindi, non una maledizione personale.
L’ETS che gonfia le bollette “in modo asimmetrico”? La stessa Commissione lega l’asimmetria al mix nazionale di gas, e l’Italia ne è il caso estremo per scelte sue lunghe trent’anni.
I giudici che frenano l’Albania, “spazi che non gli competono”? Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha dato ragione ai magistrati italiani: lo impone una direttiva che vincola, di nuovo, tutti e ventisette.
Il modello Albania sabotato dalle toghe? Ottantatré rimpatri in tre anni, centri quasi vuoti, 74,2 milioni solo per costruirli e altri 71,4 milioni nella Manovra 2026 per il triennio, 29,7 nel solo 2026, mentre il calo degli sbarchi viene dalle partenze tunisine, non dalle gabbie oltre Adriatico.
I soldi che “ci sono solo per la difesa”? L’Italia è il primo beneficiario del PNRR con 194,4 miliardi, il piano più ricco del continente, e all’Italia che chiede nuove deroghe Bruxelles ha risposto di spendere prima quelli già stanziati.
La crescita ferma per le crisi? L’Istat certifica vent’anni di stagnazione, con il prodotto reale poco sopra i livelli di allora. La sfortuna è cominciata molto prima delle guerre, anzi molto prima di lei.
Sono sette lamenti ma sono anche sette specchi. La colpa è di Bruxelles, dei giudici, del destino, mai di chi governa da quasi quattro anni. E quando la disgrazia ti casca addosso ogni volta dallo stesso punto, smette di chiamarsi sfortuna. Forse è qualcosa di più simile a un indirizzo politico. Ci pensi, presidente Meloni.
(da lanotiziagiornale.it)

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MELONI CONTRO IL PARTITO DEL PAREGGIO: DIETRO LA CROCIATA DELLA PREMIER C’E’ LA SUA SOPRAVVIVENZA POLITICA

Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile

SENZA BIPOLARISMO MELONI PERDEREBBE LA LEADERSHIP DEL CENTRODESTRA E IL RITORNO A PALAZZO CHIGI

Giorgia Meloni boccia il proporzionale e difende il bipolarismo. Ma dietro la battaglia contro il “partito del pareggio” si nasconde una partita di potere che riguarda il suo futuro politico.
A leggere le dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni combatte il “partito del pareggio” per una nobile causa: garantire stabilità, evitare governi deboli, impedire il ritorno delle larghe intese e delle maggioranze assemblate nei corridoi del Palazzo. Ma dietro la versione ufficiale, nei palazzi romani circola una lettura molto meno istituzionale e molto più politica.
La premier sa perfettamente che il bipolarismo è stato il motore della sua ascesa e continua a essere la migliore assicurazione sul suo futuro. Per questo a Palazzo Chigi il dibattito sulla legge elettorale viene osservato con estrema attenzione. Perché dietro una discussione apparentemente tecnica si nasconde una questione molto più concreta: chi governerà l’Italia nei prossimi anni e soprattutto chi avrà ancora la possibilità di tornare a Palazzo Chigi.
Le cronache raccontano di una Meloni impegnata a bloccare sul nascere qualsiasi tentazione di riaprire il dossier elettorale. Una linea che ha una spiegazione molto semplice. Il bipolarismo conviene alla leader di Fratelli d’Italia molto più di quanto convenga al sistema. Finché esiste una competizione tra due schieramenti contrapposti, Meloni resta il punto di riferimento inevitabile del centrodestra. Nessuno degli alleati può davvero insidiarne la leadership. Nessuno può presentarsi come alternativa credibile alla guida della coalizione. Senza il bipolarismo, invece, cambierebbe tutto.
In uno scenario del genere Fratelli d’Italia potrebbe persino restare il primo partito italiano senza avere la certezza di esprimere il presidente del Consiglio. Ed è qui che si trova il vero nodo politico. Per anni la leader di Fratelli d’Italia ha costruito il proprio consenso presentandosi come alternativa ai giochi di Palazzo. Ma il paradosso è che proprio il ritorno della politica parlamentare potrebbe ridimensionarne il peso.
Forza Italia potrebbe trattare autonomamente. La Lega potrebbe tornare a giocare una partita propria. Potrebbero nascere aggregazioni centriste capaci di diventare decisive. Potrebbero emergere figure considerate più rassicuranti per Bruxelles, per il Quirinale o per determinati ambienti economici. In altre parole, Meloni smetterebbe di essere indispensabile. Ecco perché da via della Scrofa leggono la
battaglia contro il “partito del pareggio” come qualcosa di molto diverso da una semplice disputa istituzionale.
Nei corridoi parlamentari la sintesi viene affidata a una battuta tanto brutale quanto efficace. Per Meloni è “bipolarismo o morte“. Morte politica, naturalmente. Perché il sistema che l’ha portata a Palazzo Chigi è lo stesso che potrebbe consentirle di restarci o di tornarci domani. Per questo la premier non vuole sentire parlare di “pareggio”. Non perché tema l’instabilità del Paese. Ma perché senza bipolarismo perderebbe la leadership del centrodestra e con esso la possibilità di tornare a Palazzo Chigi. Dietro la crociata contro il “pareggio”, dunque, c’è una domanda che a Palazzo Chigi preferiscono non pronunciare ad alta voce: senza il bipolarismo, Giorgia Meloni avrebbe ancora la strada spianata verso Palazzo Chigi oppure diventerebbe una leader come tante?
(da lespresso.it)

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CALENDA SCORDA IL SUO PASSATO PUTINIANO

Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO 4 ANNI FA ATTACCO’ DRAGHI AFFERMANDO CHE L’UCRAINA NON POTEVA ENTRARE NELLA UE

È empiricamente provato: non esiste materia dello scibile politico su cuiCalenda non si sia contraddetto. Il suo problema però è che è sempre molto severo con chi non la pensa come lui, esponendosi agli sberleffi di chi gli ricorda le sue posizioni passate (o future). L’ultimo caso è l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Calenda ha preso a dare dei putiniani a tutti, soprattutto Lega e M5S (Conte è “l’avvocato del popolo russo”), annunciando senza timore di smentita che “l’Ucraina deve entrare nella Ue con corsia preferenziale perché ha difeso l’Europa”.
Peccato che 4 anni fa, a guerra già scoppiata, Calenda fosse pure lui putiniano, arrivando persino a contraddire Mario Draghi: “Ha sbagliato, l’Ucraina non ha nessuna delle condizioni che le consentono di entrare nel processo di ammissione nell’Ue. E poi se continuiamo ad allargare non costruiremo mai un’Europa forte, l’abbiamo visto col clamoroso errore dell’allargamento a Est”. Diceva Roberto Ruffilli: ormai siamo tutti troppo vecchi per essere coerenti. Ma in questo Calenda è un enfant prodige.
(da Il Fatto Quotidiano)

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AVETE NOTIZIA DEL CAMPO LARGO?

Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile

PIU’ INTENTI A FARE LA GUERRA A SILVIA SALIS CHE A DEFINIRE PROGRAMMI E PERCORSO

I sondaggi politici che misurano, quasi giorno dopo giorno, il divario tra centrodestra e campo largo, hanno qualcosa di surreale. Uno dei duellanti, il campo largo, molto semplicemente non esiste. È una supposizione alla quale non ha fatto seguito niente di chiaro e di significativo, se non qualche generoso tentativo di alleanza locale.
Come è composto il campo largo? Ha un programma, un percorso, è stata fissata una data nella quale, salvo altri impegni impellenti, i leader possono incontrarsi e cominciare a scambiarsi un po’ di idee sul da farsi? Al di là di lodevoli quanto fantomatiche intenzioni di “ascoltare cosa dicono i giovani attivisti e il mondo associativo” (è mai esistito un partito di sinistra, nella storia, che abbia annunciato di non avere la benché minima intenzione di ascoltare cosa dicono i giovani e il mondo associativo?), qualcuno sta lavorando concretamente a quel programma, sta prendendo appunti, sta leggendo documenti, sta scambiando opinioni con i pari grado degli altri partiti? Se questo sta accadendo, sarebbe bene comunicarlo agli elettori potenziali: che per il momento non hanno notizie, e magari gradirebbero sapere come diavolo si presenteranno al voto politico, le opposizioni. Si sa solo, per adesso, che intendono partecipare.
Si fa notare che il centrodestra non ha alcun programma comune e che i suoi componenti sono divisi su molte cose, per esempio la politica estera. Ma sono molto differenti i due corpi elettorali, quello di centrosinistra più critico, più esigente. Meno facile da accontentare. A desta basta un “no all’immigrazione” che a sinistra deve diventare, necessariamente, “come governare l’immigrazione e lavorare per l’integrazione”. È più difficile. Dunque ci vuole più tempo per capire il da farsi: e il tempo stringe.
(da Repubblica)

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CRIMINALI DI GUERRA CHE ALL’EUROCAMERA SI SENTONO A CASA

Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile

L’ORGANIZZAZIONE IDSF, COSTITUITA DA EX MEMBRI DELLE FORZE DI SICUREZZA ISRAELIANE, PUO’ ENTRARE LIBERAMENTE AL PARLAMENTO EUROPEO E TUTELARE GLI INTERESSI MILITARI DI NETANYAHU

Ci sono anche loro al “Mickey Mouse”, il bar del Parlamento europeo. Lochiamano così perché lo schienale e i braccioli tondeggianti delle sedie ricordano la testa del personaggio di Walt Disney. È anche noto per essere il bar preferito da eurodeputati e lobbisti per un caffè informale. È per questo che qui può capitare di imbattersi in loro: i rappresentanti dell’Idsf, l’Israel defense and security forum. Gran parte dell’organizzazione è costituita da ex membri delle forze di sicurezza israeliane, provenienti da Idf, Mossad, Shin Bet e polizia. Il loro obiettivo, come esplicitato sul loro sito, è di promuovere un’agenda politica che tuteli gli interessi militari di Tel Aviv. L’Idsf risulta iscritto nel registro di trasparenza dell’Ue. Tuttavia, l’anno scorso, un’inchiesta di Follow the Money aveva rivelato come le attività di lobby dell’organizzazione fossero iniziate prima della loro registrazione e come alcuni degli incontri tra i rappresentanti dell’Idsf e membri del Parlamento europeo si fossero svolti in violazione dei criteri di trasparenza. Ne è un esempio l’incontro, non dichiarato, tra l’eurodeputata del Pd, Pina Picierno, e il presidente e fondatore dell’Idsf, Amir Avivi, un ex generale di alto rango dell’Idf oggi in pensione
Nei suoi interventi Avivi si dichiara contrario all’esistenza di uno Stato palestinese§
e a favore degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. «La creazione di uno Stato palestinese in Giudea e Samaria (ovvero in Cisgiordania) costituirebbe una minaccia per la sicurezza nazionale di Israele», si legge a chiare lettere sul sito dell’Idsf. «Soprattutto, la Giudea e la Samaria, e in particolare Gerusalemme, sono il cuore del motivo per cui il popolo ebraico è tornato nella propria patria, come sancito dal diritto internazionale. Senza di esse, il popolo ebraico non può sopravvivere». I loro interessi a Bruxelles vengono portati avanti anche con l’aiuto di una società di consulenza con sede a Milano, la B&K Agency, guidata dall’italiano Luca Bertoletti e l’ucraina Julia Kril.
A gennaio di quest’anno il massacro di manifestanti compiuto dal regime iraniano ha sconvolto il mondo. Davanti a tali atrocità, il 12 gennaio, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha reagito vietando l’accesso ai locali dell’Eurocamera ai rappresentanti della Repubblica islamica. La decisione di Metsola, per quanto condivisibile, fa cadere la maschera dietro cui le istituzioni europee si nascondono. Quando interrogate sulla loro inazione nei confronti di Israele, molto spesso la risposta è che per poter agire serve il consenso degli Stati membri. In molti casi ciò è vero, ma non in tutti, come mostra questa vicenda. Un funzionario molto vicino alla presidente ha confermato a L’Espresso che Metsola ha effettivamente il potere di decidere a chi impedire l’accesso. Tuttavia, la fonte, che ha tutto l’interesse a proteggere l’immagine della numero uno del Parlamento, afferma che a livello pratico la decisione viene presa previa consultazione informale con i presidenti dei gruppi politici. La sostanza però non cambia: il potere di decidere lo ha Metsola. Le forze di sicurezza israeliane sono state inserite dall’Onu nella cosiddetta lista della vergogna, ovvero un elenco degli attori statali e non statali che hanno commesso gravi crimini contro i minori. Nella prima categoria, insieme al braccio armato di Tel Aviv, ci sono gli eserciti di Russia, Myanmar, Sudan, Sud Sudan, Congo, Siria e Somalia. In particolare, le forze israeliane vengono accusate di uccidere e mutilare bambini e di attacchi contro scuole e ospedali. Che sia per mancanza di coraggio politico o per assenza di volontà, rimane il fatto che ancora oggi rappresentanti di forze armate accusate di crimini così atroci possono entrare nel Parlamento per portare avanti i propri interessi.
(da lespresso.it)

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VADE RETRO, TRUMP. IL “RECORD” DEL TYCOON: È IL PRESIDENTE PIÙ IMPOPOLARE DEGLI ULTIMI 17 ANNI! SECONDO “THE ECONOMIST” IL SUO INDICE DI GRADIMENTO NETTO È -24 (IL 34% LO APPROVA, IL 58% NO), IL DATO PEGGIORE DA QUANDO IL SETTIMANALE HA AVVIATO I SUOI SONDAGGI, NEL 2009

Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile

A COMPROMETTERE DEFINITIVAMENTE LA POSIZIONE DI TRUMP È STATA LA GUERRA IN IRAN, MA A PENALIZZARLO È SOPRATTUTTO LA GESTIONE DELL’ECONOMIA. AGLI AMERICANI NON INTERESSANO I CONFLITTI, MA SOLO IL LORO PORTAFOGLIO: IL 63% RITIENE CHE LA SUA SITUAZIONE FINANZIARIA STIA PEGGIORANDO

Donald Trump è il presidente più “impopolare da quando abbiamo avviato i nostri sondaggi nel 2009. Il suo indice di gradimento netto è -24. Il 34 lo approva, il 58% non lo approva e il 6% non è sicuro”.
Lo afferma The Economist, sottolineando che la guerra in Iran ha compromesso la posizione di Trump ma è la sua gestione dell’economia a penalizzarlo davvero.
Tre quarti degli americani ritengono infatti le condizioni economiche ‘discrete’ o ‘scarse’ e un 63% ritiene che la situazione stia peggiorando. I modelli di previsione usati da The Economist indicano che i democratici hanno nove chance su dieci di conquistare il controllo della Camera mentre il Senato è in bilico.
(da agenzie)

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“L’ITALIA NON PERDE SEMPLICEMENTE GIOVANI: TRASFERISCE ALL’ESTERO LA PROPRIA FUTURA CLASSE DIRIGENTE”: IL QUOTIDIANO FRANCESE “LE FIGARO” INFILA IL DITO NELLA PIAGA DEL NOSTRO DISGRAZIATO PAESE

Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile

“PER LA PRIMA VOLTA DALL’UNITÀ D’ITALIA, IL PAESE CONTA PIÙ CITTADINI ALL’ESTERO (6,4 MILIONI) CHE STRANIERI REGOLARMENTE RESIDENTI SUL PROPRIO TERRITORIO”… “L’ITALIA FORMA TALENTI GRAZIE ALLE IMPOSTE DEI CONTRIBUENTI PER POI CEDERNE LA PRODUTTIVITÀ E IL GETTITO FISCALE AD ALTRI PAESI”

Per la prima volta dall’Unità d’Italia, il Paese conta più cittadini all’estero (6,4 milioni) che stranieri regolarmente residenti sul proprio territorio. Questo sorpasso,
avvenuto nel 2025, non ha nulla a che vedere con la congiuntura economica né con la crisi migratoria: segnala l’esaurimento demografico di una nazione che esporta proprio ciò che dovrebbe trattenere.
Il vecchio paradigma «povertà/emigrazione» è stato definitivamente sostituito da una dinamica più profonda e strutturale: il binomio capitale umano altamente qualificato/opportunità globali.
Questo storico sorpasso non è una semplice statistica: chi lascia l’Italia appartiene spesso alla fascia d’età in cui si formano le famiglie. L’esodo non svuota soltanto le casse dello Stato, ma consuma il suo futuro demografico e produttivo, mentre il fenomeno continua a essere percepito come transitorio nonostante il suo carattere ormai strutturale.
Ogni anno il Paese perde una popolazione equivalente a quella di città come Avignone o La Rochelle. Tra il 2011 e il 2024, 486.000 giovani italiani sotto i 34 anni sono emigrati verso le principali economie avanzate — Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, Spagna — contro appena 55.000 giovani stranieri qualificati entrati in Italia: un rapporto di 9 a 1.
Una quota crescente di questi emigrati è composta da laureati e profili altamente qualificati. Il Paese non perde semplicemente dei giovani: trasferisce all’estero la propria futura classe dirigente.
Ogni laureato che parte rappresenta un investimento senza ritorno per l’economia nazionale.
L’Italia forma talenti grazie alle imposte dei contribuenti per poi cederne la produttività e il gettito fiscale ad altri Paesi. Il rapporto del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) quantifica questa emorragia: 159,5 miliardi di euro di capitale umano usciti dall’Italia tra il 2011 e il 2024, pari al 7,5% del PIL cumulato nello stesso periodo. Questo squilibrio migratorio colloca l’Italia in una situazione unica in Europa, caratterizzata da una doppia asimmetria che minaccia la qualità stessa del suo capitale produttivo.
L’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita nel medio termine
La prima asimmetria è il divario con i partner europei. Mentre la Germania attira 400.000 lavoratori qualificati all’anno e la Francia ne accoglie 80.000, l’Italia ne riceve appena 4.200 annualmente — un rapporto di 1 a 100 rispetto a Berlino, di 1 a 20 rispetto a Parigi. Ma il vero divario non è quantitativo: è qualitativo.
I Paesi dell’Europa del Nord attraggono i talenti globali trattenendo al tempo stesso i propri. L’Italia subisce una doppia emorragia: perde i propri laureati e non attira i loro equivalenti stranieri. Il saldo netto è devastante: per ogni ingegnere, medico o ricercatore che arriva, nove se ne vanno. Questa asimmetria non riflette un deficit di competitività salariale — le differenze con Francia o Spagna sono minime — ma un deficit di fiducia nel futuro del Paese.
La seconda asimmetria è la sostituzione produttiva regressiva. L’Italia non si limita a perdere talenti senza sostituirli: opera una sostituzione qualitativa inversa.
Il sistema economico italiano perde strutturalmente profili altamente qualificati, mentre viene alimentato da flussi migratori complessivamente meno istruiti e concentrati in settori a bassa e media qualificazione. Ne deriva un deterioramento continuo della qualità del capitale produttivo: gli ingegneri partiti per Monaco o Londra vengono sostituiti da manodopera impiegata nell’agricoltura, nella logistica o nei servizi alla persona. Questa dinamica non implica alcun giudizio sul valore delle persone, ma una constatazione economica ineludibile: l’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita nel medio termine.
Queste due asimmetrie — geografica e qualitativa — si rafforzano reciprocamente. Non segnalano una crisi passeggera, bensì una trasformazione strutturale del posizionamento economico italiano: uno slittamento progressivo verso un’economia di servizi di base e di subfornitura industriale, mentre i suoi vicini europei consolidano il proprio vantaggio tecnologico grazie ai talenti che l’Italia ha formato ma non è stata capace di trattenere.
L’Italia non sa valorizzare i propri giovani. Il nuovo esodo italiano non è una fuga dalla povertà, ma una scelta consapevole. Le nuove generazioni si spostano con pragmatismo verso contesti globalizzati, dove la crescita non è più una promessa ma un’opportunità concreta che il loro Paese non riesce a offrire.
L’Italia soffre di un cortocircuito generazionale: la sua classe dirigente, la cui età media è di 64 anni, blocca di fatto il ricambio delle élite. In questo contesto, l’emigrazione diventa la risposta razionale: i giovani rifiutano di sprecare i loro anni più preziosi aspettando un’opportunità che spesso non arriva mai, in un sistema che seleziona in base all’anzianità e protegge per appartenenza, non per merito. Questo squilibrio si riflette in un mercato del lavoro dominato da piccole imprese con scarsa capacità di crescita dimensionale e bassa intensità innovativa, associato a una cultura imprenditoriale ancora fortemente familiare, che limita la mobilità sociale e riduce le prospettive di avanzamento professionale.
Le conseguenze non riguardano soltanto chi parte, ma anche chi resta. Precarietà del lavoro, salari insufficienti e assenza di prospettive rendono la costituzione di una famiglia un progetto spesso rinviato a tempo indeterminato.
Un indicatore particolarmente significativo riguarda la componente femminile: negli ultimi vent’anni, la presenza delle donne italiane all’estero è aumentata del 116%, a un ritmo superiore a quello degli uomini. Le donne italiane emigrano sempre più spesso da sole, altamente qualificate, e costruiscono all’estero i propri percorsi familiari e professionali.
Ogni bambino nato a Londra, Berlino o Parigi da una madre italiana rappresenta un capitale umano formato in Italia e perduto per il Paese: un investimento demografico senza ritorno
Circa 600.000 giovani partiti negli ultimi quindici anni — laureati, dirigenti e imprenditori affermati in hub come la Silicon Valley, New York, Londra o Hong Kong — rappresentano una riserva di competenze che l’Italia non è ancora riuscita a mobilitare.
Le stime convergono: il loro ritorno massiccio genererebbe incrementi di produttività dal 20 al 30% per le imprese che li accoglierebbero e un potenziale aumento del PIL dell’1,5% annuo grazie a nuovi brevetti, start-up e reti internazionali. Ma questi benefici si materializzeranno a una sola condizione: che l’Italia si doti di politiche serie […]e che sia pronta a mettere in discussione proprio quelle strutture di potere che hanno spinto questi talenti a partire. Senza quest
rottura, gli scenari ottimistici resteranno ciò che sono: proiezioni prive di radicamento nella realtà.
Trasformare questa perdita in un attivo strategico è possibile — gli strumenti esistono, gli esempi stranieri abbondano. Ciò che manca non è la conoscenza del problema, ma la volontà politica di affrontarlo. Una classe dirigente la cui età media supera i 64 anni, che riduce gli incentivi al rientro dei talenti, invia un messaggio inequivocabile ai giovani: andatevene, qui non siete attesi. L’Italia non soffre di una carenza di giovani. Soffre di una carenza di visione strategica per il proprio futuro.
(da lefigaro)

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NEL SUO SAGGIO “LA CONFISCA DEL MONDO. STORIA DEL CAPITALISMO DELLA FINITUDINE”, ARNAUD ORAIN TRATTEGGIA LA NUOVA TENDENZA DEL POTERE ECONOMICO E POLITICO: SE IL NEOLIBERISMO PROMETTEVA BENEFICI PER TUTTI ATTRAVERSO IL LIBERO COMMERCIO E L’INNOVAZIONE, IL “CAPITALISMO DELLA FINITUDINE” PRESUPPONE CHE LE RISORSE SIANO SCARSE E CHE L’UNICA STRATEGIA RAZIONALE SIA SOTTRARLE AI PROPRI CONCORRENTI

Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile

IN QUESTO SCENARIO, LE POTENZE AGISCONO COME LE FLOTTE PIRATESCHE, CHE CERCANO DI CONTROLLARE LE MATERIE PRIME, LE ROTTE COMMERCIALI E LE TECNOLOGIE CRITICHE PRIMA CHE LO FACCIANO GLI ALTRI – NON SI TRATTA PIÙ DI CREARE VALORE BENSÌ DI SOTTRARLO AGLI ALTRI

Ve ne sarete accorti: il capitalismo non è più quello di una volta, quando tutto girava attorno al libero mercato. Oggi le grandi potenze sono tornate a competere per accaparrarsi e monopolizzare le risorse scarse in un mondo finito. «The world is not enough», diceva James Bond; lo sostiene anche lo storico dell’economia Arnaud Orain in un saggio appena uscito per Einaudi, La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine.
Per approdare alla comprensione di questo nuovo capitalismo, ci sono due rotte. La prima, più lunga e impegnativa, consiste banalmente nel leggere il libro in questione. La seconda è più originale e prevede di seguirmi nell’universo di One Piece.
È uno dei franchise giapponesi più redditizi e iconici della storia, un record assoluto nel mondo dell’editoria con più di seicento milioni di copie del manga in circolazione; ma è anche una potente allegoria della contemporaneità. Non a caso, nelle manifestazioni di tutto il pianeta sventola la sua bandiera: un teschio col cappello di paglia.
One Piece è un manga di Eiichiro Oda lanciato nel 1997, ma anche un anime che dura da un quarto di secolo nonché una serie Netflix giunta in questi mesi alla seconda stagione.
Il primo episodio si apriva parlandoci di un mondo «brulicante di misteri e traboccante di pericoli, con centinaia di isole sparpagliate su vasti mari; e su questi mari c’è chi vive secondo le proprie regole, chi brama una vita di libertà e di avventure: questo è un mondo di pirati». E se fosse anche il nostro mondo?
Le ragioni del successo di One Piece, oramai transgenerazionale, sono varie e stratificate
Innanzitutto c’è l’originalità del suo world-building cartoonesco – un po’ western, un po’ steampunk, un po’ parco d’attrazioni L’epopea offre una galleria di personaggi variopinta
La serie intercetta le ansie dell’opinione pubblica globale introducendo i “Draghi celesti” e il loro “governo mondiale”, un’organizzazione corrotta che protegge i privilegi dei potenti. Inevitabili le letture politiche, sfortunatamente anche quelle antisemite. Ma One Piece vola molto più alto perché riesce a rappresentare in modo semplice il concetto economico al quale Arnaud Orain dedica centinaia di pagine, quello di capitalismo della finitudine.
In effetti il titolo della serie fa riferimento al tesoro nascosto dal vecchio re dei pirati, Gold Roger, prima di morire. Chi metterà la mano sul One Piece diventerà automaticamente il nuovo re.
Ma questa promessa è soprattutto una maledizione lanciata al mondo intero, come si evince ancor più chiaramente dalla prima scena della serie Netflix. La sfida di Gold Roger apre di fatto una grande epoca di pirateria, nella quale appare più allettante concentrare le energie nell’accaparramento piuttosto che nella creazione di nuova ricchezza. Inizia così una guerra di tutti contro tutti: improduttiva, disperata, distruttiva.
La nostra situazione geopolitica non è poi tanto dissimile: un’arena globale dove la prospettiva della crescita economica ha ceduto il passo a una competizione per mettere mano sui fattori di produzione, come racconta Orain. Se il neoliberismo prometteva di allargare la torta attraverso il libero commercio e l’innovazione – beata illusione, durata poco! – il capitalismo della finitudine presuppone che la torta sia di dimensioni fisse e che l’unica strategia razionale sia sottrarne una fetta ai propri concorrenti.
In questo scenario, le potenze agiscono come le grandi flotte piratesche, cercando di assicurarsi il controllo delle materie prime, delle rotte commerciali e delle tecnologie critiche prima che lo facciano gli altri. Non si tratta più di creare valore bensì di estrarlo in un gioco a somma zero dove il guadagno dell’uno coincide con la perdita dell’altro. Un capitalismo, dunque, sempre meno pacifico.
Siamo entrati anche noi in una nuova era dei pirati? Scrive Orain che il capitalismo della finitudine è «sospeso tra la guerra e la pace, poiché istituisce il rapporto di forza armato come proprio orizzonte naturale e non come spiacevole eccezione
Nella trilogia di romanzi Tortuga, Veracruz e Cartagena (2008-2012) Valerio Evangelisti suggeriva che la violenza piratesca del Seicento fosse una prefigurazione del capitalismo. Al contrario, secondo il sociologo Max Weber, il capitalismo moderno nasceva dal superamento di quel vecchio capitalismo “di rapina”.
Chi ha ragione? Forse entrambi. Il capitalismo moderno ha sicuramente un approccio più razionale, ma la violenza non è scomparsa: è stata concentrata nelle mani di pochi attori legittimi, che furono prima le Compagnie e poi gli Stati.
Questa è anche l’ambizione del Governo Mondiale e della sua Marina nell’universo di One Piece: imporre il proprio monopolio sui mari per mettere fine all’era dei pirati. Ma Eiichiro Oda non smette di mostrarci quanto sono simili i metodi dei “buoni” e quelli dei “cattivi”.
Il trionfo del capitalismo ha richiesto la “securizzazione” del commercio marittimo attraverso – lo ricorda Orain nel suo libro – la militarizzazione delle rotte. Quindi, a partire dall’Ottocento la scomparsa dei pirati è effettivamente connessa alle trasformazioni della catena del valore internazionale, all’aumento dell’output produttivo globale e alle emissioni di anidride carbonica.
La pirateria, però, non è mai del tutto scomparsa. Negli ultimi anni è riapparsa lungo le grandi rotte strategiche, come il Corno d’Africa. Gli attacchi obbligano le compagnie a deviare le rotte, aumentando i costi di assicurazione e il tempo di trasporto, spezzando in più punti la catena del valore internazionale. Questo revival del capitalismo di rapina coincide con il trionfo del capitalismo della finitudine, poiché dietro ognuna di queste ciurme di bucanieri c’è un potere politico che muove le sue pedine nel grande gioco della geopolitica.
È in questo quadro generale che devono essere lette le ambizioni militari di Donald Trump, dall’Artico allo stretto di Hormuz: come una rapina più grande per assicurare la sicurezza dei flussi del capitale americano.
Il vero protagonista di One Piece è un pirata particolare: non ruba, non tortura, non uccide. Monkey D. Luffy ha un’idea tutta sua della pirateria come ricerca della libertà. Sognando di diventare re dei pirati, intende emancipare sé stesso e tutti gli
altri. Per farlo deve innanzitutto costituire una ciurma […] attraverso il suo ottimismo contagioso. Luffy è un […] un apologeta della cooperazione in un mondo di concorrenza spietata.
È proprio attraverso questa solidarietà orizzontale che i protagonisti propongono un’alternativa alla simmetrica violenza dei pirati e del governo mondiale: la ricchezza non è un tesoro da sottrarre agli altri, ma risiede nella libertà di costruire un destino comune in un mondo che resta aperto alla speranza del cambiamento.
(da agenzie)

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IL DRONE CADUTO IN ROMANIA ERA UN GERAN-2 DI FABBRICAZIONE RUSSA

Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile

BUCAREST HA CHIESTO L’ATTIVAZIONE DELL’ART 4 DELLA NATO

Un drone proveniente dalla Russia ha colpito nella notte di ieri un edificio residenziale a Galați, città romena situata sulle rive del Danubio e a pochi chilometri dal confine con l’Ucraina. L’incidente ha provocato un incendio e il ferimento lieve di due persone, alimentando forti preoccupazioni sul fronte della sicurezza regionale. Secondo il ministero della Difesa della Romania, il velivolo ha violato lo spazio aereo nazionale per circa «quattro minuti» prima di schiantarsi sul territorio romeno. Il drone faceva parte di uno sciame di 43 velivoli senza pilota «diretti contro obiettivi in Ucraina».
Un Geran-2 di fabbricazione russa
Le autorità di Bucarest hanno identificato il velivolo come un Geran-2, la versione russa del drone iraniano Shahed-136. Il ministro della Difesa ad interim, Radu-Dinel Miruță, ha dichiarato che il drone era stato individuato dai radar e che i caccia romeni avevano ricevuto l’autorizzazione ad aprire il fuoco. Tuttavia, l’abbattimento non è stato effettuato per evitare conseguenze più gravi nelle aree abitate. Il generale di brigata Gheorghe Maxim ha spiegato che le forze armate romene «non hanno avuto il tempo necessario per completare le procedure di identificazione, classificazione e ingaggio del bersaglio». Inoltre, ha sottolineato l’esistenza di vincoli legali che impediscono di aprire il fuoco qualora vi sia il rischio di colpire lo spazio aereo di un Paese vicino. Maxim ha precisato che l’episodio «non viene considerato un attacco deliberato della Russia contro la Romania», pur ribadendo che Mosca rappresenta una minaccia per la sicurezza dei Paesi dell’area.
Bucarest valuta l’attivazione dell’articolo 4 della Nato
La ministra degli Esteri ad interim, Oana Toiu, ha dichiarato che l’incidente rientra tra i casi che possono giustificare l’attivazione dell’Articolo 4 del Trattato Nato. La disposizione consente agli Stati membri di avviare consultazioni quando ritengono minacciate la propria integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza nazionale. L’eventuale attivazione non comporterebbe automaticamente una risposta militare, ma aprirebbe un confronto formale tra gli alleati sulle misure da adottare. A poche ore dall’accaduto, il governo romeno ha dichiarato «persona non gradita» il console generale della Russia a Costanza, disponendone l’espulsione. Mentre la Nato ha annunciato il trasferimento di ulteriori sistemi di difesa aerea sul territorio romeno per rafforzare la protezione del fianco orientale dell’Alleanza.
Sprezzanti le parole di Dmitry Medvedev, ormai avvezzo a provocazioni, insulti e minacce via social, che ha avvertito i cittadini europei: «Sono finiti i vostri sonni tranquilli. L’Ue è entrata unilateralmente in guerra con la Russia, chiedete conto» ai vostri leader, ha ammonito.
La condanna dei leader europei
L’episodio ha provocato una dura reazione da parte dei partner occidentali. La Nato lo ha definito un «gesto irresponsabile» da parte di Mosca. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha accusato la Russia di alimentare ulteriormente le tensioni nella regione, l’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha denunciato quella che ha definito una «chiara violazione della sovranità della Romania». Mentre la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha condannato con fermezza l’accaduto, sottolineando come la «guerra di aggressione» russa rappresenti una minaccia per la sicurezza dell’Europa.
(da agenzie)

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