Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
DIRE CHE PAGA DI TASCA SUA TRE VOLTE IL PREZZO STABILITO PER GLI OSPITI DI UN VOLO DI STATO NON VUOL DIRE UNA MAZZA, VISTO CHE LUI E’ OSPITE DI SE STESSO IN QUANTO L’AEREO E’ STATO MANDATO A PORRE IN SALVO LUI, NON ALTRI
Il ministro della difesa Guido Crosetto sta rientrando in Italia dagli Emirati Arabi con un aereo militare. Il ministro era rimasto bloccato a Dubai dopo l’attacco all’Iran. Così come lo sono al momento anche tanti italiani, residenti o meri turisti colpevoli di aver scelto lo scalo aereo sbagliato.
«Ho pagato il volo, il triplo»
«Sto rientrando in italia continuando a gestire da ieri la situazione delicata con tutti gli strumenti tecnici necessari per farlo anche all’estero. Rientrerò come ovvio da solo, per evitare l’esposizione ad ulteriori pericoli ad altri che viaggiando con me in condizioni attuali possono essere messi a rischio. Lo farò ovviamente con un aereo militare, e lascerò qui la mia famiglia (che comprende la scelta), dopo essermi sincerato che per loro, come per gli altri cittadini italiani e stranieri, non ci siano rischi rilevanti se non quelli di nefasta casualità. Continuo a lavorare, per loro come per altri, per trovare una soluzione veloce e sicura a totale supporto dell’unità di crisi della Farnesina. Rientrerò utilizzando un volo militare ma dopo aver bonificato (un’ora fa) al Comando del 31esimo stormo di Ciampino un importo triplo ( per mia scelta) rispetto a quello che prevede la tariffa per gli ospiti dei voli di Stato, in modo tale da togliere anche la possibilità di attaccarmi dicendo che sono tornato usando un volo di Stato». Ha scritto su X il ministro della Difesa.
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
QUEI GIOVANI CHE FESTEGGIANO PERCHE’ UNA POTENZA NUCLEARE HA APPENA ASSASSINATO L’EQUIVALENTE SCIITA DEL PAPA HANNO LE IDEE CONFUSE
Ho appena visto un filmato con festeggiamenti in una città italiana di alcuni giovani –
una ventina -, figli di esuli iraniani, che gioiscono perché, parole testuali: “E’ morto Khamenei, la dittatura è finita”.
Ora, premesso che quando si è giovani dire e credere scemenze rientra tra i diritti umani, è difficile immaginare una maggiore lontananza dalla realtà.
Sorvoliamo sui dettagli volgarmente etici, come il fatto che state festeggiando perché una potenza nucleare ha appena assassinato l’equivalente sciita del papa.
Sono banalità, mi rendo conto, e aver sdoganato l’assassinio politico come forma di
civiltà oramai non fa più notizia (ricordo però sommessamente che il senso delle norme morali sta nella loro universalità, nella loro implicita reciprocità: ergo quando legittimi un assassinio politico laggiù, legittimi ogni assassinio politico, anche quando lo scenario sarà casa tua.)
Ma passiamo oltre. Ciò che mi colpisce è la sequenza di insensatezze, che messe in fila rasentano uno stato allucinatorio.
Primo, il regime iraniano può legittimamente non piacere, tuttavia NON è una dittatura ma una complessa struttura istituzionale, con meccanismi di sostituzione per elezione o cooptazione delle proprie classi dirigenti. Dunque letture che immaginano che la decapitazione del vertice implichi la caduta del sistema (come se valesse il Fuhrerprinzip) sono prive di senso.
Secondo, in Iran (e nel resto del mondo sciita) il seguito personale di Ali Khamenei era enorme. Per vederlo basta guardare alle odierne manifestazioni di piazza in Iran e al fatto che dall’Iraq al Pakistan, le varie comunità sciite stanno mettendo a ferro e fuoco le ambasciate americane. Che un seguito del genere, rivolto ad un leader religioso, possa essere cancellato con un assassinio politico è qualcosa che può funzionare solo in un videogioco. Qualunque cosa succederà, quali che siano gli esiti del conflitto in corso, quel seguito popolare per un martire rimarrà cristallizzato e consolidato nella popolazione. Quand’anche domani scendesse a Teheran l’erede dello Scià a governare, con una robusta guardia di pretoriani americani, egli si troverà a governare quel popolo. E questo significa che un’operazione del genere nasce morta, potendo al massimo produrre una guerra civile perenne.
Ergo, ciò che quei fanciulli stanno festeggiando è nell’ordine:
l’assassinio politico di un capo di stato,
la sua sostituzione con qualcuno che si sentirà in dovere di vendicarlo,
il consolidamento all’interno di gran parte della popolazione iraniana di un odio duraturo verso i “liberatori”.
Il migliore degli esiti possibili di questa dinamica, in un’ottica antiregime, è la distruzione della Repubblica Islamica e la sua sostituzione con un Iraq (o Libia) 2.0, uno stato fantoccio con una perenne guerra civile serpeggiante in corso.
Che questo esito sia perfettamente desiderabile per americani e israeliani è chiaro. Ma che questo possa essere festeggiato da qualcuno che pensa di parlare a nome del
popolo iraniano, per il bene del popolo iraniano, per la libertà del popolo iraniano, questo lascia davvero esterrefatti.
Siccome questi ragazzi studiano nelle nostre università, l’impressione è che essi siano un sintomo della nostra catastrofe culturale, della nostra incapacità di analizzare la realtà, preferendo invece sostituirla con scorciatoie moraleggianti, dove anche la morale, tuttavia, è rimpiazzata da spot e jingle pubblicitari.
(da Andrea Zhok)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
IN POLE POSITION C’E’ ALI LARIJIANI, ATTUALE NUMERO UNO DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA NAZIONALE, L’UOMO DELLA REPRESSIONE E DEI CONTATTI ALL’ESTERO … POI MOHAMMED GHALIBAF, ANCHE LUI CON UN PERCORSO NEI RANGHI DEI PASDARAN, GIÀ CAPO DELLA POLIZIA E IN SEGUITO PRESIDENTE DEL PARLAMENTO… NEL LOTTO C’E’ ANCHE MOJTABA KHAMENEI, IL FIGLIO DELLA GUIDA, ANCHE SE HA MENO CHANCE … LA CIA METTE IN GUARDIA: “E’ POSSIBILE CHE PRENDE IL POTERE UNA FIGURA ANCORA PIÙ RADICALE DI KHAMENEI”
Un regime da sempre nel mirino, abituato ad affrontare crisi difficili, con pochi alleati. E dunque pensato per resistere ad ogni costo usando religione, nazionalismo, metodi brutali, alchimie non sempre visibili.
La prima misura è stata la preparazione di una catena di comando, con almeno quattro sostituti per ogni carica militare. Insieme a questa si è pensato alle scorte a livello nazionale e regionale. Terzo passo la concessione di maggiore flessibilità ai comandi locali, specie quelli dei reparti missilistici: in caso di black out nelle comunicazioni devono sapere cosa fare. E le risposte di queste ore contro target multipli da Israele al Golfo Persico dimostrano che la «macchina» operativa ha funzionato nonostante i bombardamenti costanti.
Più complessa l’eventuale successione all’ayatollah Alì Khamenei, sintesi di un sistema di potere. La procedura prevede che il candidato sia selezionato dall’Assemblea degli esperti, istituzione formata da elementi a loro volta scrutinati dal Consiglio dei Guardiani.In teoria la scelta dovrebbe riguardare una personalità del clero sciita. Negli scorsi mesi sono stati fatti diversi nomi.
L’hojatoleslam Moshsen Qomi, vicino a Khamenei e ritenuto un personaggio che può garantire stabilità. L’ayatollah Alireza Arafi, membro della gerarchia con un peso specifico nell’ambiente delle scuole coraniche. L’ayatollah Mohsen Araki,
parte dell’Assemblea e dal passato rilevante. L’ayatollah Hussein Ejei, capo del dipartimento giudiziario, con alle spalle una grande esperienza. L’ayatollah Hashem Bushehri, guida della preghiera nella città santa di Qom.
Gli appartenenti al mondo religioso, tuttavia, sono solo una componente. Si è parlato spesso anche di una dirigenza collettiva oppure di una designazione di facciata dietro la quale agiscono i veri detentori della «forza» in condominio con i pasdaran, lo Stato nello Stato.
Ecco, allora, altri profili. Su tutti Ali Larijiani, ex dirigente dei guardiani, attuale numero uno del Consiglio di Sicurezza nazionale, l’uomo della repressione e dei contatti importanti all’estero, grande gestore degli affari più delicati.
Poi Mohammed Ghalibaf, anche lui con un percorso nei ranghi dei pasdaran, già capo della polizia e in seguito presidente del Parlamento. Oltre ad essere tra i fedelissimi di Khamenei ha lavorato a lungo con Qassem Soleimani, il generale che dirigeva la Divisione Qods, l’organismo dei guardiani che coordina le milizie sciite in Medio Oriente. Nota: Soleimani è stato assassinato da un drone Usa per ordine di Trump nel gennaio 2020.
Ogni tanto è stato citato Mojtaba Khamenei, il figlio della Guida, anche se per gli osservatori è molto in basso nel panorama politico. Gli esperti, però, sono molto prudenti nel fare previsioni perché molti dei giochi avvengono in segreto e secondo regole non scritte. Al tempo stesso non trascurano le incognite di una fase ad alta instabilità. In uno dei suoi ultimi report la Cia non ha escluso che da questa fase possa uscire qualcuno di ancora più radicale.
(da La Stampa)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
INDOVINATE UN PO’? LO STABULICUM NON PREVEDE AFFATTO LE PREFERENZE . MESSA DI FRONTE ALLE SUE CONTRADDIZIONI, “IO SO’ GIORGIA” ANNUNCIA UN EMENDAMENTO PER CORREGGERE LA LEGGE E PERMETTERE GLI SCEGLIERE CHI ELEGGERE E SI APPELLA ALLL’OPPOSIZIONE. UN MODO PARACULO PER SCARICARE SUL PARLAMENTO LE RESPONSABILITÀ SULL’IMPOSSIBILITÀ DI UN ACCORDO
Matteo Renzi se la ricorda benissimo Giorgia Meloni contestarlo su un punto, quando
lui era a Palazzo Chigi e lottava per ottenere per l’approvazione dell’Italicum: «Noi siamo disposti a votare qualsiasi legge elettorale – sosteneva l’allora semplice presidente di Fratelli d’Italia – ma chiediamo una sola cosa: le preferenze. Basta la vergogna di tre persone che decidono in nome degli italiani i loro rappresentanti in Parlamento».
L’ex premier e leader di Italia Viva ha subito dato mandato di rilanciare ovunque, via social, quelle immagini. E lo stesso stanno facendo altri partiti di opposizione. Era il 2014. Da allora Meloni non si è mai spostata da questa convinzione. Fino alla notte tra mercoledì e giovedì, quando il centrodestra ha licenziato il testo della riforma senza le preferenze (a differenza dell’Italicum che le prevedeva, anche se con sistema misto e capilista bloccati).
Nello stesso istante in cui ha visto la luce la legge che la maggioranza ha volutamente battezzato Stabilicum, in nome della stabilità delle future maggioranze di governo, la premier ha dato l’ordine di annunciare che FdI presenterà un emendamento in Parlamento per l’introduzione delle preferenze.
Sa che, se fallirà, per uscirne dovrà fare in modo di condividere le responsabilità dell’insuccesso. O almeno questo è il suo obiettivo: difendersi dall’accusa di opportunismo e di essere inciampata in un’ennesima giravolta
L’occasione per potere – almeno teoricamente – correggere la rotta gliela sta offrendo l’opposizione, come spiega a La Stampa Giovanni Donzelli, responsabile nazionale dell’organizzazione di FdI: «Siamo da sempre favorevoli e non abbiamo cambiato idea: abbiamo già assicurato che presenteremo un emendamento. Siccome le sinistre ci accusano di non volere le preferenze, presto avranno l’opportunità di votarle con noi».
L’impressione, condivisa da diverse fonti del centrodestra, è che si voglia scaricare sul Parlamento l’impossibilità di un accordo, già certificata nelle discussioni tra i partiti di governo che hanno partorito la bozza di riforma.
La Lega è contraria e non ne ha mai fatto mistero. Forza Italia ha una linea più sfumata, anche perché nella sua storia ha saputo sfruttare, specie al Sud, la forza dei portatori di voti ben radicati nel territorio: «Non c’è una posizione ideologica sulle preferenze – dice il portavoce nazionale Raffaele Nevi –. Certo, possono avvicinare l’eletto all’elettore, ma sappiamo anche che in alcune realtà territoriali, dove esistono vulnerabilità e presenze della criminalità organizzata, possono diventare uno strumento delicato».
In realtà, leghisti e azzurri fanno anche esercizio di malizia e pensano che alla fine nessuno si immolerà in nome delle preferenze, tanto meno Giorgia Meloni che ha fondato un partito sul principio di assoluta fedeltà al leader. Sbloccare le liste vorrebbe dire aprire le forze politiche a una maggiore contendibilità.
Anche la segretaria dei dem Elly Schlein si pone lo stesso interrogativo sul timore di perdere il controllo del Pd. E su questo gioco di specchi e dissimulazioni si misureranno le reali le intenzioni di cambiamento.
Gli alleati di governo si dicono certi che sarà difficile trovare una formula di compromesso migliore di questa. E Donzelli elenca quelle che a suo dire sono «bufale già preconfezionate» contro la legge. Per esempio sul premio di maggioranza, che a destra preferiscono chiamare «di governabilità»: «Ho letto definirlo abnorme, e invece è inferiore a quanto ipotizzato dalle diverse sentenze della Corte costituzionale», circa il 15 per cento in più dei voti ottenuti.
E a riprova di questa convinzione, FdI sta facendo girare l’analisi del direttore di YouTrend Lorenzo Pregliasco. Secondo i suoi calcoli con la nuova legge elettorale il centrodestra prenderebbe il 57% dei seggi, contro il 60% attuale, ottenuto con il Rosatellum: «Non ci saranno super-maggioranze», in grado di conquistare gli organi di garanzia costituzionale, a partire dal Presidente della Repubblica, vera posta in gioco della prossima legislatura.
Resta da capire, tra gli altri punti, se verrà rispettato il principio di rappresentanza. L’assenza delle preferenze e contemporaneamente l’addio ai collegi uninominali pone più di un dubbio in questo senso, e potrebbe alimentare il mostro dell’astensionismo
Forza Italia non esclude che sarà aumentato il numero dei collegi, FdI pensa possano restare gli stessi, facendo salire fino a sei i nomi sulla scheda.
C’è una domanda, infine, che tutti si fanno in queste ore. La legge elettorale sarà incardinata a giorni alla Camera. Meloni vuole la prima lettura entro l’estate e ha chiesto che venga calendarizzata con precedenza. Così sarà, in commissione Affari Costituzionali, dove da mesi giace dimenticata la riforma del premierato. L’iter di quest’ultima, una norma costituzionale, sarà ancora ritardato. E a un anno dal voto, che fine farà?
(da “La Stampa”)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
NON DÀ LA GARANZIA CHE L’IRAN SMETTA DI COMBATTERE – LA DOMANDA È SEMPRE LA STESSA: PERCHÉ INTERVENIRE PROPRIO ORA? GLI OBIETTIVI DI ISRAELE SONO CHIARISSIMI, QUELLI DI TRUMP MENO. QUESTA SCELTA POTREBBE PESARGLI IN CASA
Vali Nasr è uno dei massimi esperti di Medio Oriente e soprattutto d’Iran, è professore alla Johns Hopkins ed è stato consulente di Barack Obama.
i aspettava un attacco due giorni dopo i negoziati?
«C’erano tutti i segnali. Il calcolo di Trump è che l’Iran si arrenda. Non l’ha ottenuto al tavolo, e ora pensa di poter avere una vittoria rapida e decisiva bombardandoli. Ma è una mossa molto rischiosa perché gli iraniani si stanno preparando a trincerarsi e a contrattaccare nella regione. Vogliono che questa non sia una guerra facile e breve»
Qual è la loro strategia?
«L’obiettivo degli ayatollah è incassare, tenere la posizione, espandere il conflitto e aspettare che attori regionali preoccupati medino un cessate il fuoco. Contano sul fatto che, senza una vittoria rapida, Trump cercherà una via d’uscita, e così i negoziati successivi saranno diversi».
Trump invece spera in un Venezuela?
«Lo scenario Maduro è il suo sogno. Uccidere la Guida suprema e qualche pezzo grosso dei pasdaran e poi costringere chi rimane a firmare le sue richieste. […] La struttura di potere del regime è molto diversa, e già non stanno reagendo come il Venezuela».
A quanto pare hanno ucciso Ali Khamenei.
«La sua morte non dà la garanzia che l’Iran smetta di combattere. I Guardiani della Rivoluzione sono molto diversi dall’esercito venezuelano. Non rinunciano facilmente al petrolio e non si sottomettono a Israele e agli Usa: hanno basato la loro esistenza sull’odio verso questi Paesi».
Chi potrebbe succedere a Khamenei?
«Una persona prenderà il potere, ma non avrà la stessa influenza della Guida suprema, ci vogliono anni per quello. Secondo me, però, la questione più
interessante è che tipo di alleanza o coalizione o deep State prenderà il controllo in Iran».
Può immaginare una nuova leadership che tratta con Trump e Netanyahu?
«Questo tipo di cambiamenti non accadono da un giorno all’altro in un regime come quello degli ayatollah».
Quali sono gli obiettivi di Trump?
«Non c’è nulla di chiaro se non il fatto che voglia imporre la sua volontà».
Non punta al cambio di regime?
«Sarà tra gli obiettivi, ma la domanda è sempre la stessa: perché proprio ora? Quando gli Stati Uniti sono intervenuti in Iraq, George W. Bush ha passato mesi a spiegare le sue ragioni agli americani. Mentre gli obiettivi di Israele sono chiarissimi, quelli di Trump meno. Questa scelta potrebbe pesargli in casa».
E gli iraniani?
«Sono traumatizzati. Prima massacrati dal loro regime, poi le bombe in testa: ora devono sopravvivere. E sì, potrebbero poi ribellarsi, come invita Trump, ma a causa della repressione non sono organizzati politicamente».
Cosa si aspetta?
«Il rischio che vedo è che questo conflitto diventi molto costoso per i Paesi del Golfo, come Arabia Saudita, Emirati, Qatar. Che diventi abbastanza grande da impattare sui prezzi dell’energia, e per questo trasformarsi in una fonte molto più lunga di instabilità nella regione. Trump sta operando sull’assunzione che possa controllare la guerra, che immagina rapida e pulita. Ma lo potrà fare realmente?».
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
IL PREMIO DI GOVERNABILITÀ DELLO “STABILICUM”, CHE GARANTISCE UN BOTTINO DI 70 SEGGI EXTRA ALLA CAMERA E 35 AL SENATO, FORNIREBBE AL CENTRODESTRA I NUMERI PER ELEGGERE IN SOLITARIA IL CAPO DELLO STATO, CON OLTRE 50 VOTI DI SCARTO, SENZA DOVER CERCARE ACCORDI CON L’OPPOSIZIONE (E SENZA PREOCCUPARSI DEI FRANCHI TIRATORI)
È la riforma passepartout: blinda Palazzo Chigi per le Politiche del ‘27, ma due anni
dopo può aprire con destrezza perfino le porte del colle più alto, il Quirinale. La nuova legge elettorale sfornata dal centrodestra – che il forzista Stefano Benigni, uno dei quadrumviri delegati a trattare dalla maggioranza, ha ribattezzato “Stabilicum” – è un asso pigliatutto per le istituzioni.
Passasse il testo così com’è, chi vince alle prossime elezioni, con il premio di governabilità che garantisce un bottino di 70 seggi extra alla Camera e 35 al Senato, può giocare in solitaria la partita quirinalizia. Senza l’affanno di cercare accordi con almeno un pezzo di minoranza. E perfino senza crucciarsi dei franchi tiratori nel segreto dell’urna.
Lo dicono i numeri che già rimbalzano tra i partiti. Con il risultato massimo previsto dalla riforma, la coalizione di Meloni vincendo potrebbe contare fino a 386 grandi elettori su 663: 237 deputati (con il premio si può arrivare a 230, più i seggi
vinti in Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e all’estero), 118 senatori (qui la soglia è di 114, più gli altri seggi). Vanno poi sommati i delegati regionali.
In tutto sono 58 i rappresentanti dei territori che partecipano all’elezione del presidente della Repubblica insieme ai 605 membri del Parlamento in seduta comune (600 parlamentari elettivi più 5 senatori a vita).
Con gli equilibri attuali, il centrodestra, che è maggioranza in 12 regioni, ne strapperebbe 31, 2 sarebbero espressione degli autonomisti (1 dalla Val d’Aosta e 1 dal Trentino Alto Adige) più 25 di centrosinistra, che guida 6 regioni.
La maggioranza avrebbe da sola dunque il 58% dei grandi elettori. L’opposizione, tolti parlamentari e delegati autonomisti, e i 5 senatori a vita, avrebbe circa il 40% dei votanti. Per eleggere al quarto scrutinio il capo dello Stato, va centrata quota 332 voti. Il margine di sicurezza, per la maggioranza, sarebbe allora di 54 voti. […]
Di fatto, uno schieramento avrebbe la forza di nominare in piena solitudine anche il proprio leader alla presidenza della Repubblica, cosa mai accaduta.
Matteo Renzi l’ha già detto da mesi: occhio, il sogno di Meloni è conquistare il Quirinale post Mattarella. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha mandato un avviso ai naviganti pochi giorni fa, subito dopo il varo della legge da parte della maggioranza: «Rischiamo di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica».
Il capo del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, condivide l’apprensione: la legge «super-truffa», l’ha ribattezzata così, orchestrata dalla destra, permetterà a «una minoranza con tantissimi parlamentari di scegliersi il presidente della Repubblica e i vari organi di garanzia».
(da Repubblica)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
NON ESISTE AD OGGI UNA COALIZIONE CERTA DI PREVALERE
Secondo l’Istituto Cattaneo con la nuova legge elettorale proposta dalla maggioranza, chiamata dall’Istituto “progetto Malan”, dal nome del primo firmatario in Senato, sarebbe impossibile prevedere un vincitore tra le coalizioni di centrodestra e centrosinistra. Il testo, che è stato depositato alla Camera e al Senato giovedì scorso, prevede un premio di governabilità da attribuire alla coalizione che abbia conseguito la maggiore cifra elettorale e almeno il 40% dei voti validi nell’Assemblea di riferimento (ma non oltre il 15% dei seggi), l’eliminazione della componente uninominale del sistema vigente e dei collegi uninominali, niente preferenze, un eventuale turno di ballottaggio, indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di Presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, soglia di sbarramento al 3%.
L’analisi dell’ist. Cattaneo: “Modifiche continue alla legge non hanno niente di fisiologico”
“Ad oggi, qualsiasi previsione o stima su quale delle due coalizioni potrà beneficiare del premio è altamente aleatoria” visto che, alla luce dei dati attuali, “è pressoché impossibile prevedere la coalizione che potrebbe essere destinataria del premio in occasione di elezioni politiche generali. La distanza tra le due coalizioni risulta risicata e significativamente al di sotto del margine di errore effettivo delle stime. L’alea sul risultato è resa ancora più ampia dalle incertezze riguardo alla composizione finale delle due coalizioni”, si legge in una analisi dell’Istituto Cattaneo.
Si tratta di un progetto che da un lato rende “possibile un certo pluralismo partitico” ed insieme incentiva ” la dinamica bipolare”. Quanto al premio, osserva l’istituto di sondaggi, chi se lo aggiudica potrebbe eleggersi da solo il Presidente della Repubblica
Nel dettaglio si legge nell’analisi: “La proposta di legge elettorale depositata dai partiti della maggioranza di governo si muove nel solco dei sistemi elettorali misti già adottati per tutti i livelli di governo in Italia dal 1993. L’intenzione sottostante è tuttavia simile: rendere possibile un certo pluralismo partitico (dentro e fuori le coalizioni principali) e al tempo stesso incentivare la dinamica bipolare favorendo l’aggregazione politica che raccoglie più consensi. Si tratta, in sostanza, di sistemi elettorali che hanno inizialmente dato origine e oggi continuano ad essere disegnati per corrispondere alla dinamica bipolare. Una dinamica che si è ormai consolidata, superando anche la fase in cui il M5S ambiva a collocarsi al di fuori delle due coalizioni maggiori e a costituire una radicale alternativa a tutti gli altri partiti. Nonostante l’identica logica di fondo, i sistemi elettorali per il parlamento nazionale hanno subito un numero di cambiamenti abnorme”.
“Al contrario di quanto viene detto nella relazione di accompagnamento al progetto del centrodestra, queste continue modifiche non hanno niente di normale e di fisiologico. Non esiste alcun altro paese democratico al mondo nel quale il sistema elettorale sia stato modificato con tanta frequenza come è accaduto in Italia dal 1993 ad oggi. È dunque altamente auspicabile che, se questo progetto sarà approvato, possa godere del consenso – aperto o sotterraneo – di un largo campo di forze politiche in modo che sia destinato a durare. Questa aspettativa non è implausibile”.
“Il progetto -si legge ancora nell’analisi dell’Istituto Cattaneo – sceglie un modello in uso da oltre trent’anni per l’elezione dei consigli regionali e comunali. Questo stesso modello è stato riproposto per il parlamento nazionale — anche dopo la censura della Corte costituzionale alla Legge Calderoli — da parlamentari autorevoli di ogni orientamento politico, dalla Commissione di esperti nominata dal Governo Letta e dal Governo Renzi attraverso il cosiddetto Italicum. La scelta delle soglie pare a prima vista compatibile con le indicazioni della Corte e il modo in cui viene prevista l’indicazione della ‘proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio’ appare rispettosa delle prerogative del Capo dello stato”.
“Il sistema elettorale assegna una parte preponderante dei seggi con formula proporzionale, mentre prevede che, a certe condizioni, il restante 17,5% dei seggi sia assegnato in blocco al partito o alla coalizione che ottiene più voti, purché abbia ricevuto almeno il 40% dei consensi
“La stessa quota viene messa in palio in un secondo turno di ballottaggio, nel caso in cui al primo turno nessuna coalizione raggiunga il 40% e le due coalizioni più votate ottengano almeno il 35% dei voti. Il sistema elettorale è dunque potenzialmente misto in quanto è possibile che il premio non venga assegnato. Tuttavia, le circostanze che farebbero venire meno il “premio”, portando all’assegnazione di tutti i seggi con formula proporzionale, si sono verificate, dal 1994 ad oggi, solo nel 2018. La proposta stabilisce inoltre che la coalizione vincente non possa ottenere più di 230 seggi alla Camera e 114 seggi al Senato. Si deve però considerare che da questo limite sono esclusi i seggi assegnati in Valle d’Aosta, Trentino- Alto Adige e nella circoscrizione estero”.
Chi vincerebbe tra Cdx e Csx con la nuova legge elettorale: gli scenari
Basandosi sulle intenzioni di voto aggregate per macroaree politiche, ovvero centrodestra (Fi, Mod, Fdi, Lega, Fn) e centrosinistra (Avs, M5S, Pd, +Eur, Az, Iv), analizzando le medie mensili di tutti i sondaggi pubblicati da settembre 2019 a febbraio 2026, è “pressoché impossibile prevedere la coalizione che potrebbe essere destinataria del premio in occasione di elezioni politiche generali”.
“Le intenzioni di voto stimate per l’aggregato del campo largo – scrive l’Istituto – sono rimaste chiaramente superiori a quelle stimate per l’aggregato del centrosinistra dall’ottobre 2022 alla fine del 2024, cioè nella fase in cui le sue varie componenti si sono presentate all’elettorato divise o tendenzialmente divise: cosa che consentiva di raggiungere una quota di elettori complessivamente più ampia. La distanza tra le due macroaree si è invece ridotta a partire dal momento in cui i partiti del centrosinistra allargato hanno iniziato a stipulare più stabilmente accordi e presentare candidati comuni per le elezioni comunali e regionali. Sulla base di questi dati, è pressoché impossibile prevedere la coalizione che potrebbe essere destinataria del premio in occasione di elezioni politiche generali”.
Quindi l’Istituto Cattaneo analizza alcuni casi. Un “caso limite, piuttosto improbabile” in cui “una coalizione vinca con il 36% dei voti e che solo il 2% dei voti vengano ‘sprecati’ verso partiti sottosoglia, nonostante il premio e anche considerando qualche seggio ottenuto nelle circoscrizioni Val d’Aosta e Estero, non otterrebbe la maggioranza assoluta dei seggi. Va tuttavia sottolineato che questo caso è molto improbabile perché potrebbe verificarsi solo laddove tutte e due le coalizioni maggiori ottengano una percentuale di voti tra il 35 e il 36 per cento dei voti”. In questa circostanza, “sarebbero rappresentate in parlamento anche “terze forze” il cui consenso potrebbe essere richiesto per ampliare la base parlamentare del governo. Cosa che, dati gli equilibri elettorali sottostanti, sarebbe tutto sommato giustificato”.
Secondo l’Istituto “più problematico il caso opposto. Una coalizione che vince con il 47% dei voti può ottenere circa il 59% dei seggi. Con il sostegno di una maggioranza relativa dell’elettorato, sarebbe dunque facilmente in condizione non solo di adottare decisioni di rango costituzionale ma anche di eleggere il Presidente della Repubblica senza bisogno di cercare convergenze nel fronte opposto”.
(da agenzie)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
IL PREMIO DA’ ALLA COALIZIONE VINCENTE DA SOLA I NUMERI PER SCEGLIERE IL PRESIDENTE CON OLTRE 50 VOTI DI SCARTO
È la riforma passepartout: blinda Palazzo Chigi per le Politiche del ‘27, ma due anni
dopo può aprire con destrezza perfino le porte del colle più alto, il Quirinale. La nuova legge elettorale sfornata dal centrodestra – che il forzista Stefano Benigni, uno dei quadrumviri delegati a trattare dalla maggioranza, ha ribattezzato “Stabilicum” – è un asso pigliatutto per le istituzioni. Passasse il testo così com’è, chi vince alle prossime elezioni, con il premio di governabilità che garantisce un bottino di 70 seggi extra alla Camera e 35 al Senato, può giocare in solitaria la partita quirinalizia. Senza l’affanno di cercare accordi con almeno un pezzo di minoranza. E perfino senza crucciarsi dei franchi tiratori nel segreto dell’urna. Perché stavolta, con l’impalcatura disegnata da FdI, Lega e FI, il margine di sicurezza sarebbe decisamente meno insidioso delle ultime tornate: fino a oltre 50 voti di scarto.
Lo dicono i numeri che già rimbalzano tra i partiti. Con il risultato massimo previsto dalla riforma, la coalizione di Meloni vincendo potrebbe contare fino a 386 grandi elettori su 663: 237 deputati (con il premio si può arrivare a 230, più i seggi vinti in Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e all’estero), 118 senatori (qui la soglia è di 114, più gli altri seggi). Vanno poi sommati i delegati regionali. In tutto sono 58 i rappresentanti dei territori che partecipano all’elezione del presidente della Repubblica insieme ai 605 membri del Parlamento in seduta comune (600 parlamentari elettivi più 5 senatori a vita). Con gli equilibri attuali, il centrodestra, che è maggioranza in 12 regioni, ne strapperebbe 31, 2 sarebbero espressione degli autonomisti (1 dalla Val d’Aosta e 1 dal Trentino Alto Adige) più 25 di centrosinistra, che guida 6 regioni.
La maggioranza avrebbe da sola dunque il 58% dei grandi elettori. L’opposizione, tolti parlamentari e delegati autonomisti, e i 5 senatori a vita, avrebbe circa il 40% dei votanti. Per eleggere al quarto scrutinio il capo dello Stato, va centrata quota 332 voti. Il margine di sicurezza, per la maggioranza, sarebbe allora di 54 voti. Consistente. Di fatto, uno schieramento avrebbe la forza di nominare in piena solitudine anche il proprio leader alla presidenza della Repubblica, cosa mai accaduta.
Questi sono i numeri. Poi ci sono le mire politiche, un intreccio di ambizioni sottaciute, perfino negate, sospetti, denunce pubbliche. Matteo Renzi l’ha già detto da mesi: occhio, il sogno di Meloni è conquistare il Quirinale post Mattarella. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha mandato un avviso ai naviganti pochi giorni fa, subito dopo il varo della legge da parte della maggioranza: «Rischiamo di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica». Il capo del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, condivide l’apprensione: la legge «super-truffa», l’ha ribattezzata così, orchestrata dalla destra, permetterà a «una minoranza con tantissimi parlamentari di scegliersi il presidente della Repubblica e i vari organi di garanzia». Meloni pubblicamente ha negato ambizioni quirinalizie. Alla conferenza stampa di inizio anno, l’unica aperta a domande di tutti, se l’è cavata con una battuta, dicendo che semmai il suo proposito, una volta lasciato Chigi, sarebbe un ingaggio da Fiorello. «Il Colle? Nel mio radar non c’è quello di alzare il livello». Ma anche a destra in pochi ci credono davvero.
(da agenzie)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
“PURE IL PRESIDENZIALISMO ERA PREVISTO NEL PIANO DELLA P2”
Vedere che l’Italia va a votare per approvare la separazione delle carriere in magistratura “farebbe felice” Licio Gelli. A sostenerlo non è un esponente dell’opposizione e neanche un componente del comitato per il No al referendum, ma Maurizio Gelli, quartogenito del capo della P2. Classe 1959, in passato processato per aver favorito la fuga del genitore (“Ma sono stato assolto”, sottolinea), da tempo Gelli junior ha lasciato l’Italia per il Nicaragua, dove ha scalato le gerarchie diplomatiche. Dopo i precedenti incarichi in Uruguay e Canada, il governo di Daniel Ortega l’ha nominato ambasciatore in Spagna, con accredito concorrente anche in Grecia, Francia, Andorra, Slovacchia e Regno Unito.
Poche settimane fa, però, Managua ha cacciato l’ambasciatore spagnolo, considerandolo “persona non grata”. Per il principio di reciprocità diplomatica, dunque, pure Madrid ha espulso Gelli. “Sono state scritte cose imprecise su questa storia, pago responsabilità non mie”, sostiene lui, rispondendo dalla Francia alle domande del Fatto . Inevitabile interpellarlo sulla separazione delle carriere, già prevista nel Piano della Loggia P2.
Ambasciatore, col Sì al referendum si realizzano le idee portate avanti da suo padre?
Sì, questo vuol dire che sono attuali e continuano a influenzare il dibattito pubblico. La separazione delle carriere potrebbe aiutare a migliorare la funzionalità e l’efficienza del sistema giudiziario italiano.
È il suo parere o sarebbe pure quello di suo padre, morto nel 2015?
Mio padre aveva una mente acuta, con una grande visione della politica italiana: sono certo che avrebbe avuto un’opinione molto favorevole su questa riforma.
In un’intervista al direttore Travaglio ai tempi della Bicamerale, suo padre disse che stavano copiando il suo Piano: “Dovrebbero darmi il copyright”. Sono parole ancora attuali?
Sì, mio padre sosteneva che la politica italiana spesso si appropriava delle sue idee. Mi chiedo cosa ne penserebbe un avvocato specializzato in proprietà intellettuale. La questione della separazione delle carriere non è un tema nuovo e il fatto che oggi sia al centro di un referendum rispecchia la lungimiranza di mio padre. Questo è un momento di rinnovamento che potenzialmente potrebbe portare a una nuova visione della magistratura in Italia.
“Io non conosco il piano della P2. Posso dire che se quella del signor Gelli era un’opinione giusta, non si vede perché non si dovrebbe seguire”. Lo ha dichiarato il ministro Nordio il 18 novembre: è d’accordo?
So bene che la figura di mio padre può suscitare sentimenti contrastanti, ma è fondamentale esaminare le sue proposte con un occhio critico. Non è un caso che la politica italiana negli ultimi anni abbia riscoperto molte delle sue idee: se possono portare miglioramenti alla società italiana, ben venga.
Che opinione ha di Nordio?
Sta affrontando sfide cruciali e il suo operato ha sollevato un dibattito molto stimolante. Le sue iniziative, come i test psicoattitudinali per i magistrati, dimostrano la volontà di attuare cambiamenti strutturali. È interessante notare come anche quest’idea dei test fosse già nel Piano di mio padre.
Tra le riforme ipotizzate dal governo Meloni c’è anche il premierato: che ne pensa?
Giorgia Meloni possiede indubbiamente una personalità forte e carismatica. Sono convinto che le politiche del governo, specialmente nell’ambito delle riforme istituzionali, avranno un impatto significativo. La proposta di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale è una questione delicata che richiede un ampio dibattito. Vorrei ricordare che pure il presidenzialismo era già previsto nel Piano della P2.
L’ex Gran Maestro del Grande Oriente, Giuliano Di Bernardo, sostiene che gli elenchi della P2 erano incompleti: c’erano altri nomi?
Ovviamente ci saranno sempre misteri su questa storia, ma chi può dire se gli elenchi fossero davvero completi? Non certo Di Bernardo.
Un altro mistero è quello dell’archivio di suo padre in Uruguay: che fine ha fatto?
La ricerca del passato può essere complicata, purtroppo ci sono cose che restano irraggiungibili. Pochissime persone erano a conoscenza del vero archivio di mio padre.
Silvio Berlusconi era iscritto alla P2, come Fabrizio Cicchitto: li ha mai conosciuti
Ho avuto l’opportunità di interagire con Berlusconi, il suo approccio alla politica è stato a volte polarizzante, ma indubbiamente affascinante. Quanto a Cicchitto, è un politico di grande esperienza e il suo punto di vista ha sempre suscitato interesse.
Tra le novità emerse dai processi, il ruolo di suo padre e della P2 nella strage di Bologna. Vuole dire qualcosa ai familiari delle vittime?
Non esistono parole in grado di attenuare il dolore delle famiglie. Non desidero addentrarmi nei dettagli, posso solo dire che mio padre ha sofferto enormemente a causa di alcune persone che lo hanno calunniato. È essenziale continuare a cercare la verità su un episodio oscuro della storia.
Verrà in Italia per votare?
Sì, se gli impegni me lo permetteranno.
Ambasciatore, lei è massone?
Preferisco non rispondere.
(da ilfattoquotidiano.it)
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