Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DI BAKKALI: “ IL DISPREZZO PER CHI VIVE CONDIZIONI DI POVERTÀ E MARGINALITÀ TOCCA IN QUESTE PAROLE LIVELLI OSCENI. SE CREDERE CHE VIVERE NELLE CASE POPOLARI SIA IL PUNTO ‘BASSO’ NELLA VITA DI UNA PERSONA E UN ATTICO QUELLO ‘ALTO’ SIGNIFICA ESPRIMERE UN’IDEA DI SOCIETÀ PROFONDAMENTE CLASSISTA”
Dopo la presa di posizione qualche giorno fa alla Camera contro il movimento della Remigrazione e i seguaci di Vannacci, la deputata dem Ouidad Bakkali denuncia sui social nuovi insulti razzisti ricevuti.
Stavolta un commento di una consigliera comunale della sua città, Ravenna (di cui era stata assessora comunale prima di candidarsi in Parlamento), esponente di Fratelli d’Italia. Bakkali condivide lo screenshot su Facebook di un commento della consigliera Anna Greco, che la offende, facendo riferimento in modo denigratorio alle origini marocchine e umili. È bufera.
§”Al mio appello alla responsabilità di chi è nelle istituzioni per un patto repubblicano contro l’odio questa è la risposta”, scrive Bakkali. “Due passaggi mi hanno lasciato basita di queste parole scritte da una rappresentante delle Istituzioni cittadine. ‘Arrivata con le pezze al culo’: il disprezzo per chi vive condizioni di povertà e marginalità tocca in queste parole livelli osceni.
Il riferimento alle condizioni materiali in cui sono cresciuta è di una miseria umana che ho raramente trovato altrove. Sì, sono orgogliosamente e felicemente cresciuta in una famiglia in cui mio padre, arrivato in Italia, ha fatto il venditore ambulante, il camionista e poi l’operaio. Mia madre lavorava part-time nelle pulizie, crescendo tre figlie e insegnandoci, ogni giorno, il valore dell’autonomia e dell’indipendenza. Un uomo e una donna di una dignità ed etica rare”.
E poi la seconda espressione usata dalla Greco: “‘dalle case popolari al super attico: No, non possiedo un attico – precisa la deputata – Se credere che vivere nelle case popolari sia il punto ‘basso’ nella vita di una persona e un attico quello ‘alto’ significa esprimere un’idea di società profondamente classista, che disprezza le persone, le politiche pubbliche abitative e il diritto alla casa.
Sono cresciuta in una casa popolare. Sono stati anni meravigliosi della mia infanzia, trascorsi insieme a tanti bambini e bambine del quartiere Peep di Ravenna, nella zona Gallery, giocando, crescendo e diventando, insieme, ravennati e italiani. Da bambina non sapevo che Peep fosse l’acronimo di Piani per l’edilizia economica e popolare. Sapevo solo una cosa: che ero orgogliosamente una di ‘quelli del Peep'”.
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
PER PROVOCARE, VANNACCI HA SCELTO LA ZONA SIMBOLO DELLA RESISTENZA DELLA CITTA’… QUEI GIOVANI FIGHETTI VANNACCIANI INVECE CHE SCANDIRE “DOVE SONO GLI ANTIFASCISTI?” (PROTETTI DALLA POLIZIA) PERCHE’ NON SI SONO DIRETTI DOVE ERANO REALMENTE I CONTESTATORI? O SONO COME DON ABBONDIO?
La sorpresa che sta terremotando la destra italiana arriva in ritardo anche sul ritardo
annunciato. Il suo popolo lo aspetta per le sette di sera, il passaparola del servizio d’ordine lo annuncia non prima delle sette e mezza. Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale e europarlamentare, apparirà alle sette e quaranta, già sudato, braccia verso l’alto per ringraziare quello che cerca di presentare come un successo di pubblico.
In realtà la piazza è ben lontana dall’essere piena, saranno al massimo duecento persone, quasi tutte arrivate da Massa Carrara, da Prato, da ovunque ma non da Gavinana, il quartiere di Firenze dove ha deciso di organizzare una passeggiata identitaria. Difficile che potesse andare diversamente, si tratta di uno dei luoghi simbolo della Resistenza fiorentina.
E la piazza dove Vannacci fa montare un mini palco con i colori di Futuro nazionale è intitolata a Gino Bartali, grande ciclista ma soprattutto un Giusto tra le nazioni si oppose al regime fascista facendo salvare circa 800 ebrei durante la Seconda guerra mondiale.
Nei giorni scorsi la zona ha accolto l’ex generale a modo suo. «Vannacci fuori dalle palle» si legge sui cassonetti dei rifiuti. Oppure, sui muri: «Firenze è antifascista». Ieri due sono state le contromanifestazioni organizzate per far capire a Vannacci di che pasta è fatta la gente di Gavinana. Alla seconda, che si è tenuta quasi in contemporanea e a pochi metri dalla passeggiata di Vannacci, hanno partecipato in cinquemila dietro lo striscione “Gavinana è partigiana”».
«Il quartiere sta da una parte. La parte giusta», afferma Davide Pinelli del centro sociale autogestito Cpa, uno dei motivi per cui Vannacci si è spinto in questa zona. Ha deciso di battersi per la chiusura di quello che considera «un presidio di illegalità», perché «fanno feste con bevande e musiche non autorizzate. E probabilmente c’è anche spaccio. Andrebbe sgomberato, come andrebbero sgomberati gli altri centri sociali in Italia».
Inutile ricordargli che anche CasaPound è occupato abusivamente. «Sono a Firenze e mi occupo di Firenze», risponde. Poi aggiunge: «Sgomberiamo in ordine cronologico, si arriverà anche a CasaPound»
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
ZAIA SCEGLIE LA LINEA DEL SILENZIO ANCHE DI FRONTE A UN SONDAGGIO CHE DA’ LA LEGA DI SALVINI INCHIODATA AL 5,8% MENTRE IL POTENZIALE COMPLESSIVO DELL’EX GOVERNATORE DEL VENETO SALE AL 12,2% – AL VIA LE PRIMARIE LEGHISTE PER IL CANDIDATO SINDACO DI MILANO, L’ORDINE DI SCUDERIA E’ DI VOTARE SALVINI MA “IL CAPITONE” FRENA: “PER FARE IL SINDACO CI SARA’ TEMPO…”
Se non pace, almeno tregua. Fragile, probabilmente. Dopo un Consiglio federale incandescente, in vista delle primarie leghiste per il sindaco di Milano e soprattutto dopo la richiesta di Luca Zaia di un cambio di statuto per un partito del Nord federato con quello nazionale, ieri Matteo Salvini ha cominciato a mostrare le sue carte.
Lunedì si riunirà per la prima volta la «cabina di regia» leghista. Un «tavolo di
coordinamento al quale parteciperanno, oltre ai quattro presidenti di Regione, un rappresentante dei Presidenti dei Consigli regionali, i sindaci dei comuni capoluogo, un rappresentante dei Presidenti di Province e una delegazione di ministri».
A saltare agli occhi anche a una prima lettura, l’assenza dei capigruppo parlamentari. Oltre a un organismo non proprio così snello come annunciato: 19 componenti, più dei dieci di cui si era parlato e anche più del «massimo quindici» che era l’idea iniziale di Salvini.
Difficile dire prima ancora che l’organismo si riunisca se la montagna ha partorito un topolino oppure la «cabina di regia» saprà essere il motore del rinnovamento che nessuno in Lega nega essere, più che necessario, vitale.
Luca Zaia non si lascia sfuggire una sillaba. Nemmeno sullo scenario elettorale fatto da Youtrend per Sky Tg24 : in cui la Lega di Salvini è al 5,8%.
Mentre il potenziale complessivo di Luca Zaia è il 12,2% In realtà, alla modifica statutaria la Lega si era avvicinata. Roberto Calderoli aveva preparato una bozza, Zaia l’aveva rivista e Claudio Durigon, il plenipotenziario di Salvini per il Sud, sembrava convinto. Poi, qualcuno di quelle pagine ha fatto coriandoli.
E le lacerazioni restano. Per esempio, ieri 12 parlamentari lombardi (su 14, 16 se si includono gli esponenti di governo) hanno scritto al segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo chiedendo di essere convocati ogni volta che si riunisce il direttivo regionale. Una sorta di accerchiamento che arriva dopo che lunedì sera la riunione quasi era finita a cazzotti sul tema del commissariamento della Provincia di Pavia dopo il caso Vigevano, dove erano stati candidati due cittadini islamici.
I «lealisti» salviniani lunedì hanno perso per 17 voti a 12, ma nel malessere da cui è nata la lettera si può includere anche il duro intervento di Romeo contro Salvini al federale, le critiche del governatore Attilio Fontana e parecchio altro. Insomma, un bell’esempio della frattura ormai nemmeno più negata tra «salviniani» e «nordisti». Ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è stato ricevuto al Quirinale dal presidente Sergio Mattarella. Una blindatura dopo gli attacchi dei leghisti che vorrebbero Salvini al Viminale
E adesso l’appuntamento che preoccupa e preoccupa è quello del «ritiro» del 4 e 5 luglio a Treviso. Ieri mattina in Veneto sono comparsi altri striscioni anti salviniani
“Io faccio il ministro dei trasporti per tutta l’Italia e ne riparliamo lunedì” al termine delle votazioni. Lo ha detto il ministro e segretario della Lega, Matteo Salvini, a margine dei gazebo del partito a Milano rispondendo a chi gli chiedeva cosa farebbe se dalle consultazioni interne uscisse il suo nome come candidato per le comunali di Milano.
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
LA DUCETTA REPLICA: “PRESIDENTE TRUMP, QUESTI ATTACCHI CONTINUI E IMMOTIVATI SONO PRIVI DI SENSO. PER QUANTO RIGUARDA LA MIA POPOLARITÀ, ESSERE TUA AMICA NON L’HA CERTO FAVORITA, LA MIA POPOLARITÀ NON È AFFAR TUO. TI SUGGERISCO DI CONCENTRARTI SULLA TUA
Trump rilancia. Il giorno dopo il caso della foto con la premier Giorgia Meloni, il Tycoon
ritorna sulla vicenda. «Meloni – sottolinea il presidente Usa – dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, vuole tornare a essere amica per far risalire i suoi “numeri”. No, grazie». Il capo della Casa Bianca affida al suo social Truth le sue esternazioni tornando ad attaccare Meloni. «Mi ha chiesto ripetutamente di farsi una foto con me durante il vertice del G7 in Francia. La sua popolarità in Italia è in calo, forse perché ha voltato le spalle agli Stati Uniti – un Paese che ama e protegge davvero l’Italia – rifiutandosi di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare armi nucleari (cosa che, peraltro, ha fatto anche la Nato!)».
E ancora: l’attacco alla premier Giorgia Meloni arriva per non aver consentito agli Stati Uniti di usare le piste di atterraggio e decollo italiane durante la guerra con l’Iran. «Non ci ha nemmeno concesso di utilizzare le piste di atterraggio o di decollo italiane, causando un notevole disagio logistico, nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno alla difesa dell’Italia e degli altri ‘cosiddetti’ alleati della Nato. Ora, dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, lei vuole tornare a essere amica», ha osservato Trump.
La replica di Meloni
«Presidente Trump, questi attacchi continui e immotivati sono privi di senso. Per quanto riguarda la mia popolarità, essere tua amica non l’ha certo favorita, né dipende dal mio rapporto con te. La mia popolarità dipende dalla mia capacità di difendere l’interesse nazionale italiano, ed è esattamente ciò che ho sempre fatto».
Lo scrive la premier Giorgia Meloni commentando il post con il nuovo attacco del presidente Usa sui social. «È ciò che ho fatto – aggiunge – anche riguardo alle basi militari americane in Italia. Il loro utilizzo è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato e che non potranno essere violati finché sarò Primo Ministro. L’Italia rimane una nazione sovrana. In ogni caso, la mia popolarità non è affar tuo. Ti suggerisco di concentrarti sulla tua».
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
DISEGNARE UNA SOCIETA’ DOVE UNA CASTA DI “INTOCCABILI” VIVRA’ SEPARATA DAGLI INDIGENI, PRIVA DI DIRITTI FONDAMENTALI… UN TIPICO DISEGNO CRIMINALE AL SERVIZIO DI LOBBIE E DEL PEGGIORE CAPITALISMO
La remigrazione è ormai una parola entrata stabilmente nel dibattito pubblico italiano, assieme all’irruzione del ciclone Vannacci ad agitare le acque del centrodestra. Sondaggi, dibattiti televisivi, cortei neofascisti e dichiarazioni in doppio petto, tutti parlano di remigrazione. Così un’agenda elaborata da gruppi razzisti ed estremisti, è diventata patrimonio condiviso della destra mainstream, costretta ormai a inseguire ogni volta l’idea più estremista spunti sul mercato politico. D’altronde dopo due decenni di avvelenamento del dibattito pubblico sulle migrazioni e di manipolazione dell’opinione pubblica, non c’è certo da stupirsi che questo avvenga, e Salvini e Meloni non hanno di che lamentarsi: la radicalizzazione del loro elettorato di riferimento non è che colpa loro
A leggere il libro di colui che si presenta come il teorico della remigrazione, il neofascista austriaco Martin Sellner ,il cui libro/manifesto è stato distribuito in edicola come allegato a La Verità, con pregevole prefazione di Francesco Borgonovo, l’idea di fondo è quella di ristabilire l’identità tra eredità
biologico/culturale e cittadinanza (con il tempo che ci vuole badate bene, mica si tratta di un’idea estremista, ma anzi di pratico buon senso). Via i clandestini quindi, ma soprattutto via tutti coloro che sono ritenuti “inassimilabili”, anche se hanno la cittadinanza o se risiedono regolarmente. Prima quelli che si comportano male, che non vogliono integrarsi etc, ma in caso via anche gli altri. Quanti afgani può assimilare la Germania nel corpo della nazione? Quanti francesi? Quanti brasiliani? Quanti siriani? Sellner si fa sul serio questa domanda e la risposta è: dipende da gruppo etnico a gruppo etnico. Più sono bianchi e simili ai tedeschi, più ne possono essere integrati garantendo l’identità biologica/culturale del popolo tedesco.
L’imporsi della remigrazione nell’agenda politica di molti paesi europei, da già i primi risultati, ad esempio nel nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e il regolamento rimpatri approvati dall’Europarlamento. Si tratta di due testi che demoliscono il diritto d’asilo così come era stato definito nel dopoguerra, aprono alle deportazioni di massa, ai respingimenti collettivi, alle retate in stile ICE, allargano le maglie della detenzione amministrativa delle persone migranti e rendono possibile l’apertura di centri di detenzione in paesi terzi. Tutto ciò è stato possibile, è importante sottolinearlo, grazie a un accordo di ferro tra il Partito Popolare Europeo e i partiti dell’estrema destra, e in particolare tra la CDU tedesca e Alternative für Deutschland. Ma non sono mancati molti voti a favore dal gruppo dei liberali. In aula molti europarlamentari hanno festeggiato al grido di “è l’inizio della remigrazione”.
Dobbiamo però guardare ancora oltre: l’ulteriore spostamento a destra del dibattito pubblico sulle migrazioni, oltre a prendere di mira i soggetti più fragili, ricattabili e vulnerabili, punta a cambiare per sempre lo status delle persone migranti nel nostro paese e nell’Occidente Globale. L’idea di fondo è che chi arriva da un altro paese, tranne alcune eccezioni, di fatto non potrà essere mai diventare un cittadino. La proposta politica delineata da Sellner e soci punta a rendere semplice revocare la cittadinanza e a fare diventare un percorso a ostacoli ottenerla, con precise e stabilite quote di persone straniere assimilabili, diverse a seconda dei gruppi etnici
di provenienza, per non snaturare l’identità nazionale (inutile dire: cittadini provenienti da paesi africani o asiatici sono di fatto escluse dal conteggio).
Dunque non importa se lavori, paghi le tasse, ti comporti onestamente e così via: non potrai mai avere accesso ad alcuni diritti. E qui avviene un passaggio importante, fondamentale, che fa dell’agenda “remigrazionista” una proposta profondamente razzista e pericolosa: non credete che davvero la remigrazione punti a eliminare la presenza di persone straniere in Italia, semplicemente le vuole rendere schiave, vuole una società separata composta da lavoratori e lavoratrici usa e getta, impedendogli la costruzione di una vita piena.
Già nel cosiddetto Dl Immigrazione del Governo Meloni, con cui vengono recepite le nuove indicazioni europee, i ricongiungimenti familiari di chi lavora regolarmente nel nostro paese diventano un miraggio. Un messaggio chiaro: puoi abitare e lavorare qua da noi finché ci è utile, perché d’altronde la tua forza lavoro serve, ma non potrai mai essere un cittadino con pari diritti o vivere assieme ai tuoi cari. La remigrazione non è un progetto che va discusso nel merito (costa troppo, non ci sono gli accordi con i paesi terzi, come si fa a deportare tutta questa gente etc), ma va respinto per quello che è: un progetto razzista che mira a fare delle persone di origine straniera una casta di intoccabili da sfruttare.
(da Fanpage)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
MOLTI LO CONSIDERANO L’UNICO IN GRADO DI CONTRASTARE L’ASCESA DI FARAGE E CHIEDONO A KEIR STARMER DI FARE UN PASSO INDIETRO (MA LUI VUOLE RESTARE IMBULLONATO ALLA POLTRONA)
Il Regno Unito si accinge ad avere il quinto primo ministro in quattro anni. Il settimo premier
nei dieci anni che lo hanno sconvolto, dal referendum che approvò la Brexit fino a oggi. Con la schiacciante vittoria di giovedì a Makerfield, nell’elezione per un seggio vacante alla camera dei Comuni, il 56enne Andy Burnham, sindaco uscente di Manchester, ribattezzato “il re del Nord” […] annuncia «l’ultima occasione di invertire la rotta e di una svolta per il Labour».
Era noto che aspirava a rimpiazzare l’opaco Keir Starmer a Downing Street, ora può provarci avendo soddisfatto la condizione necessaria: essere un parlamentare. Per adesso sir Keir promette battaglia: «Se verrò sfidato, mi candiderò», afferma, esortando i laburisti a unire le forze anziché «gettare il partito e la nazione nel caos con una lotta intestina».
Starmer si dice pronto a offrire un posto a Burnham nel proprio governo. Ma le indiscrezioni indicano che saranno proprio i suoi deputati e ministri a premere per convincerlo a dimettersi (ha già cominciato la ministra dei Trasporti Heidi Alexander), evitandogli quella che secondo sondaggi e bookmaker sarebbe un’umiliante sconfitta in un voto per sostituirlo. «I suoi fedelissimi gli hanno dato il weekend per preparare il calendario di un’ordinata uscita di scena», riporta il Guardian.
Queste, tuttavia, sono le regole della democrazia britannica. Se il primo ministro in carica è costretto a dimettersi, il partito con la maggioranza assoluta nomina un nuovo leader che assume automaticamente pure l’incarico di premier.
Naturalmente, Starmer potrebbe insistere e competere nelle primarie del Labour, a cui parteciperebbe probabilmente anche il blairiano Wes Streeting, ex-ministro della Sanità: voterebbero 250mila iscritti al partito e alcune decine di migliaia di sindacalisti e membri “affiliati”.
Per quanto abbia brillato come sindaco e in precedenza se la sia cavata come
deputato e ministro, Burnham non è stato ancora messo veramente alla prova: qualcuno ricorda che di primarie per la leadership laburista ne ha già perse due, nel 2010 (battuto da Ed Miliband) e nel 2015 (battuto da Jeremy Corbyn). Da allora però è maturato e la situazione comunque non offre nulla di meglio per arginare il populismo che scommettere su un volto nuovo: «Andy rappresenta la speranza di un cambiamento», commenta il Financial Times.
Rappresenta in realtà anche qualcosa di più concreto, perché a Makerfield ha prevalso in un seggio difficile, dove la Brexit passò con il 70 per cento nel referendum del 2016 e alle regionali del mese scorso ha trionfato Reform, il partito di Nigel Farage, che della Brexit è stato il promotore, con il 51 per cento contro appena il 24 per il Labour.
Nell’elezione suppletiva di questa settimana, invece, Burnham è riuscito a imporsi con quasi il 55 per cento, superando sia il candidato di Reform, fermo al 34, sia quello di Restore Britain, nuovo partito ancora più a destra di Farage, che ha preso meno del sette. Neppure coalizzandosi le due formazioni nazionaliste avrebbero potuto dunque sconfiggerlo: più popolare e carismatico di Starmer, il “re del Nord” sembra il solo in grado di creare problemi al filotrumpiano Farage nelle elezioni in programma fra tre anni, a fine legislatura
Tutto deve cambiare», dice a Repubblica il “re del Nord”, ovvero il sindaco di Manchester Andy Burnham, che ieri ha iniziato la sua marcia su Londra. «So che cos’è l’alienazione qui nel Nord dell’Inghilterra. Nella capitale si prendono le decisioni e spesso si discrimina il resto del Paese».
Del resto, Burnham vuole abolire i Lord per una seconda Camera regionale, e destina il 15% del suo stipendio annuo di 118mila sterline alla lotta contro la crisi abitativa. «La Brexit, che ho sempre contrastato, è arrivata soprattutto per queste discriminazioni», sottolinea. Perché lui è un europeista di ferro, e sua moglie Marie-France van Heel, con la quale ha tre figli, è olandese
Sono frasi di una lunga conversazione inedita che abbiamo avuto l’anno scorso con Burnham, nel suo ufficio di Manchester […]. Una città che Burnham sostiene di aver rigenerato, fondando il culto del “manchesterismo” e rinazionalizzando l
flotta di bus: «L’economia di mercato ha fallito in questo senso», ci dice, «c’è una redistribuzione delle risorse ineguale nel Regno Unito, mentre le disuguaglianze crescono»
Burnham non è un mezzo comunista come l’ex leader laburista Corbyn — contro il quale perse le primarie nel 2015 — ma vuol far pagare più tasse ai ricchi. Ora il “King of the North” — citazione da Game of Thrones per la rivolta contro l’allora premier Johnson per le restrizioni anti-Covid «discriminatorie verso il Nord» — vuole spodestare l’attuale primo ministro Keir Starmer.
La maggioranza dei deputati è con lui. Perché Burnham, sindaco di Manchester per nove anni, è un “uomo del popolo”. Ha bussato personalmente a tutte le case della circoscrizione di Makerfield dove giovedì ha vinto il seggio a Westminster. Sa parlare agli operai ma anche ai radical chic. È spontaneo e non impacciato come Sir Keir. Si è intestato battaglie popolari come la giustizia per i tifosi del Liverpool nella strage di Hillsborough del 1989.
Andrew Murray Burnham, nato 56 anni fa ad Aintree (sobborgo di Liverpool), da papà Roy tecnico telefonico e mamma Eileen segretaria, potrebbe essere il primo cattolico a Downing Street. Il che innescherebbe un problema costituzionale perché, per alcune leggi risalenti allo scisma di Enrico VI, non potrebbe “consigliare” al sovrano la nomina di vescovi e arcivescovi della Chiesa d’Inghilterra.
Ma una soluzione si troverà, anche perché Burnham venera una trinità chiara: “La squadra di calcio dell’Everton, il Labour e la Chiesa Cattolica”. E poi ovviamente “hope”, la “speranza”, nonostante vesta sempre di nero, come i suoi occhiali nerd e spessi e come “la classe operaia”.
«Nel 2017 lasciai Westminster perché il sistema era marcio», ci dice Burnham, «volevo fare politica vera, per la gente. Cosa che non mi era stata possibile nemmeno da ministro con Gordon Brown». Ora Burnham, laurea in letteratura inglese a Cambridge, iscritto al partito da quando aveva 15 anni e deputato già nel 2001, vuole ribaltare il Labour. Ce la farà? I suoi critici gli rinfacciano che il miracolo di Manchester — l’economia con la maggiore crescita del Regno — non è opera sua, ma di una congiunzione favorevole tra imprenditoria, politica e società
Ricordano che Andy ha già perso due primarie alla leadership — anche contro Ed Miliband nel 2010. Che i sindaci troppo ambiziosi hanno fallito in Europa, vedi Renzi in Italia. Che ai mercati non piacerà. E che il suo “dream”, il sogno, presto si infrangerà contro la dura realtà.
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
“MELONI OGGI SE LA PRENDE PERCHÉ TRUMP L’HA MALTRATTATA, MA PERCHÉ NON HA DETTO NULLA QUANDO LUI INSULTAVA COME “SCIMMIE” GLI OBAMA O ATTACCAVA MACRON E SANCHEZ? PER UN ANNO E MEZZO HANNO FATTO I PAGGETTI DI TRUMP E ORA RIVENDICANO DI AVERE LA SCHIENA DRITTA. NON È MELONI CHE ABBANDONA TRUMP, È IL CONTRARIO. LEI FINO A DUE GIORNI FA STAVA ANCORA DISPERATAMENTE CERCANDO DI RICUCIRE IL RAPPORTO”
“Politicamente, dobbiamo prendere atto che la rottura tra Donald Trump e Giorgia Meloni segna il fallimento della destra in Italia: ci hanno raccontato per anni che il nostro compito era fare il ponte con Trump, che Meloni era decisiva a livello internazionale, la grande mediatrice, adesso la realtà è sotto gli occhi di tutti».
Matteo Renzi, nello strappo tra il leader Usa e la premier italiana vede la conferma di quello che va dicendo da tempo sull’irrilevanza di Meloni
Una rottura così clamorosa non era prevedibile. Cosa è successo per lei?
«Meloni si accorge solo oggi di ciò che a noi è evidente da sempre: Trump è dannoso. Non più tardi di qualche mese fa, però, Antonio Tajani andava alla Casa Bianca con il cappellino rosso Maga e Meloni proponeva Trump per il Nobel per la pace. Non è cambiato Trump, è Meloni che ha cambiato idea, ben svegliata!».
Meloni stavolta ha reagito duramente, ha fatto bene?
«Oggi se la prende perché Trump l’ha maltrattata, ma perché non ha detto nulla quando lui insultava come “scimmie” gli Obama o attaccava Macron e Sanchez? Perché non ha detto una parola quando gli agenti dell’Ice arrestavano i bambini? Per un anno e mezzo hanno fatto i paggetti di Trump e ora rivendicano di avere la schiena dritta. Attenzione, non è Meloni che abbandona Trump, è il contrario. Lei fino a due giorni fa stava ancora disperatamente cercando di ricucire il rapporto ed era tutta contenta dell’incontro»
È possibile che la brutalità con cui Trump l’ha scaricata sia dovuta al fatto che Meloni non sta investendo quanto pattuito sulla difesa?
«Meloni non mantiene mai gli impegni, dunque ci sta. Ma capire come ragiona Trump è impossibile»
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
INOLTRE, SONO PILOTATI DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E VOLANO SENZA LASCIARE TRACCE ELETTRONICHE… QUELLO CHE STA ACCADENDO FRENA L’ARMATA RUSSA E SGRETOLA LA CREDIBILITÀ DI PUTIN
I video della periferia di Mosca sotto attacco mostra scene grottesche. Un intercettore russo
lanciato contro i droni ucraini che invece centra in pieno una cisterna con 30 milioni di litri di petrolio: l’esplosione infernale fa saltare in aria la copertura come un disco volante.
Miliziani della Rosgvardia – la Guardia Nazionale che obbedisce direttamente a Putin – sparano missili terra-aria tra le auto in coda nel traffico, incuranti del fatto che la traiettoria sfiora le vetture. Pretoriani che, tra l’altro, provengono dal Caucaso o dalla Cecenia e accompagnano le loro prodezze con il grido di «Allah Akhbar».
Sembrano le immagini di un film comico, invece sono un documento sconvolgente: testimoniano come le poderose difese contraeree schierate intorno alla capitale non solo siano inutili ma pure controproducenti. Fanno piovere ordigni dovunque e finiscono per aumentare il panico tra i residenti: amplificano la paura per i raid di Kiev.
Sulla carta, Mosca oggi è protetta da uno scudo impressionante: nessuna città al mondo ha una barriera così potente. È stata articolata su più strati. Ci sono le batterie di missili a lungo raggio S300 e S400, questi ultimi con prestazioni simili ai Patriot americani. E ci sono dozzine di più piccoli sistemi Pantsir, concepiti proprio per fermare le bombe volanti di Kiev a distanza ravvicinata. In più, intorno alle
infrastrutture sensibili ci sono i pretoriani della Guardia Nazionale con i missili portatili Igla
Nella metropoli l’allarme è scattato già all’inizio del 2023. Due minuscoli velivoli ucraini pochi mesi prima hanno raggiunto le mura del Cremlino, generando fiamme simboliche. Nell’arsenale di Kiev stavano però comparendo mezzi più insidiosi: aerei da turismo della Skyeton modificati con una guida automatica. Ai generali russi hanno fatto venire un brivido […] E sono state messe in campo forze straordinarie.
Una colossale gru ha issato un semovente Pantsir sul tetto del ministero della Difesa. Un elicottero Mi26 ne ha deposto un altro sopra un grattacielo di 42 piani. Un altro ancora su una terrazza nel distretto Sokolniki, dove abitano magnati e alti papaveri. Da allora si sono moltiplicati: gli ultimi quattro sono stati issati a fine maggio
All’inizio, i russi si sono affidati al semovente con otto ruote motrici: dispone di un radar, otto missili e due cannoni a tiro rapido. Ha ingaggiato i primi duelli contro i droni in Libia nel 2019 ma la comparsa dei Bayraktar turchi lo ha surclassato obbligando la Wagner alla ritirata da Tripoli. Poi nel 2024 gli ingegneri russi ne hanno realizzato una variante più piccola: un istrice, con 24 missili a corto raggio e altri sei in grado di arrivare a venti chilometri.
Gran parte di quelli consegnati sono finiti sui tetti della capitale. Uno sforzo che non ha prodotto risultati. I droni ucraini costruiti in vetroresina sfuggono ai radar: piombano invisibili sugli obiettivi e solo il ronzio dell’elica innesca una reazione tardiva. Hanno motori solo elettrici o a basso consumo e i sensori all’infrarosso dei missili portatili Igla non li agganciano: gli intercettori sfrecciano impazziti tra i palazzi moscoviti. Inoltre, sono pilotati dall’intelligenza artificiale e volano senza lasciare tracce elettroniche.
È un problema drammatico, non solo a Mosca. Sulle strade e sui binari che riforniscono la prima linea ormai i droni fanno il tiro al bersaglio contro ogni veicolo. Ora autocisterne e camion delle munizioni vengono scortati da furgoni zeppi di mitragliatrici. Ma ci sono troppi passaggi sensibili ed è impossibile sorvegliarli tutti. Quello che sta accadendo frena l’armata russa e sgretola la credibilità di Putin. Allo stesso tempo, però, rappresenta un monito per l’Occidente: nessuno oggi dispone di antidoti contro il dilagare dei droni.
(da Repubblica)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
“POSSIBILE CHE NON ABBIA RIVALI O SOSTITUTI NÉ IN PATRIA NÉ FUORI? QUANDO L’INCANTESIMO POP DEL BEL CANTO ALL’ITALIANA SI SPOSA CON IL POTERE, QUEST’ULTIMO PERDE IL SUO LATO OSCURO E RISPLENDE QUEL POCO CHE DURA UNA ROMANZA, POI RICOMINCIA IL TRAN-TRAN”
Quando le stelle vengono a contatto, la luminosità non si somma ma si moltiplica, ed è quanto accaduto sotto il baldacchino della parata militare del 2 giugno allorché Andrea Bocelli ha salutato le autorità e con Giorgia Meloni c’è scappato un abbraccio, un bacetto e un bisbiglio di parole che non è dato di conoscere.
Con lieve ingenuità o innocua malizia, dopo aver cantato Fratelli d’Italia per l’80° della Repubblica, si potrebbe ritenere che il grande tenore sia ormai definitivamente entrato nel protocollo istituzionale e nel palinsesto dei grandi eventi. Bocelli si è infatti esibito alla Camera intonando il Nessun dorma per il 75° della Costituzione, ha poi cantato al G7 di Borgo Egnazia e a quello di Pompei, alle Olimpiadi invernali di Cortina, al galà della Biennale, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo di Napoli, al sorteggio per i Mondiali, all’anniversario del terremoto a Gemona, a un’iniziativa sociale per il disagio giovanile al Circo Massimo, quest’ultima per via dell’accordo tra la fondazione Bocelli e il ministero dell’Istruzione in ambito educativo, oltre al festival di Sanremo, dove si è presentato in groppa al suo cavallo bianco di nome “Caudillo”.
Ma perché? E qui le risposte venute in mente al tenutario di questa rubrichetta impicciona sono diverse, per quanto non riescano a spiegare tale regime di monopolio. E dunque Bocelli è ovunque perché è bravo e perché, come gli ha detto Trump, «hai una voce angelica, tanto dolce quanto quella di Pavarotti era potente».
Quindi perché è sempre ottimista e rappresenta lui stesso un messaggio di speranza. Infine perché guadagnerà pure un sacco di soldi, ma parecchi milioni li devolve in donazioni e progetti filantropici – e in questo senso il beneficio si è tradotto nella strana circostanza che l’ospedale di Massa ha fatto omaggio al Maestro di un modello in 3d del suo cuore, realizzato dai bio-ingegneri sulla base di una vera Tac.
Non c’è italiano al mondo la cui fama varchi così frequentemente i confini nazionali, per cui Bocelli ha cantato all’Onu, al giubileo di Queen Elizabeth, all’incoronazione di Carlo, a Villa La Certosa per Putin, a Capitol Hill per l’insediamento di Biden e nello Studio Ovale a favore di Trump, al Borgo Beato sia per papa Francesco e a piazza San Pietro prima dello spettacolo dei droni allestito dal fratello di Elon Musk.
Possibile che non abbia rivali o sostituti né in patria né fuori? Possibile, evidentemente. Quando l’incantesimo pop del bel canto all’italiana si sposa con il potere, quest’ultimo perde il suo lato oscuro e risplende quel poco che dura una romanza – poi ricomincia il tran-tran.
(da Repubblica)
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