Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I CARABINIERI HANNO ACQUISTO DOCUMENTI NELLE SEDI DEL MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE, DEL DIPARTIMENTO CHE COORDINA LA POLITICA ECONOMICA, DELLA SOCIETÀ “STRETTO DI MESSINA SPA” E DEL CONSORZIO EUROLINK – SECONDO L’IPOTESI INVESTIGATIVA, QUANDO IL COSTO DELL’OPERA È AUMENTATO, SAREBBE STATO NECESSARIO INDIRE UNA NUOVA GARA EUROPEA
Non c’è soltanto la corruzione, le pressioni sui magistrati contabili. Adesso al centro dell’inchiesta della procura di Roma c’è l’intero Ponte sullo Stretto, i suoi 13,5 miliardi di euro, le procedure di affidamento e soprattutto le gare d’appalto mai bandite. Un’indagine che ha cambiato dimensione. E alla quale partecipa anche la Direzione nazionale antimafia.
Il salto di qualità è arrivato martedì pomeriggio, quando i carabinieri del Ros si sono presentati al ministero delle Infrastrutture. Poi al Dipe, il dipartimento che coordina la politica economica. E ancora alla Stretto di Messina Spa e al consorzio Eurolink, il general contractor incaricato della progettazione definitiva del ponte. […]
«Non solo abbiamo dato tutti i documenti dell’anno scorso, ma ho dato indicazioni di dare di più: quelli dell’anno prima, quelli di quest’anno, fotocopie, chat, computer, computer, tavole ingegneristiche», ha spiegato il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.
Il punto è un altro. E riguarda i soldi. Perché secondo l’ipotesi investigativa, quando il costo dell’opera è aumentato, sarebbe stato necessario indire una nuova gara europea.
Una questione già sollevata dalla Corte dei conti e dall’Anticorruzione. Sulla quale adesso si concentrano i pm coordinati dall’aggiunto Giuseppe De Falco. Vogliono capire se possano nascondersi episodi di corruzione. Al vaglio ci sono le posizioni di almeno tre persone, tra funzionari pubblici e manager.
L’inchiesta nasce dal fascicolo che a giugno aveva portato alle perquisizioni dell’ex presidente aggiunto della Corte dei conti Tommaso Miele, dell’imprenditore Vincenzo Virgiglio e dell’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno, esponente della Lega in Calabria. Secondo l’accusa, gli ultimi due avrebbero tentato di corrompere Miele per condizionare uno dei passaggi decisivi dell’approvazione del Ponte: la delibera Cipess.
Nel 2001 il Ponte era stimato intorno ai cinque miliardi. E si sperava intervenissero, al 40 per cento, i privati. Oggi il conto supera i 13 miliardi, con un finanziamento statale diventato preponderante.
La normativa europea sugli appalti però pone limiti precisi. «L’aver deciso di non svolgere una nuova gara in coincidenza della riattivazione del percorso per la costruzione del Ponte sullo Stretto pone dei vincoli sui costi dell’opera: non possono crescere oltre il 50% del valore originariamente messo a gara», aveva avvertito il presidente dell’Anac Giuseppe Busia.
I sostenitori dell’opera hanno indicato come riferimento i 6,1 miliardi stimati all’approvazione del progetto. Ma anche utilizzando quella cifra, secondo i rilievi già formulati, i conti non tornerebbero. Alcune voci non sarebbero neanche state considerate. Tra queste 786 milioni di euro relativi alla progettazione.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA MAGGIOR PARTE DEI CITTADINI È INCAZZATA CON “THE DONALD”: IL 65% NON APPROVA LA GESTIONE DELL’INUTILE GUERRA IN IRAN, DATO CHE IL CONFLITTO HA PROVOCATO UN AUMENTO DEI PREZZI DI BENZINA E PETROLIO – IL 59% BOCCIA L’OPERATO DEL PRESIDENTE USA E IL 52% HA INTENZIONE DI VOTARE PER IL CANDIDATO DEMOCRATICO
Il tasso di gradimento di Donald Trump e’ sceso al 36% in un sondaggio del New York
Times/Siena College. Quando mancano due settimane dalle elezioni di meta’ mandato, si tratta del livello piu’ basso mai registrato, stando a quanto riporta il ‘Guardian’.
La maggior parte degli intervistati ha espresso frustrazione per la sua gestione dell’economia statunitense, del costo della vita e della guerra in Iran. In un sondaggio condotto nel mese di ottobre, che ha coinvolto 3.494 probabili elettori, il 59% ha dichiarato di non approvare l’operato di Trump, mentre il 52% ha affermato di avere intenzione di votare per il candidato democratico alle imminenti elezioni.
Gran parte del disappunto nei confronti del presidente statunitense è legato alla frustrazione per la gestione, da parte di Trump, delle questioni economiche e del costo della vita. Per quanto riguarda i prezzi del carburante, il 73% degli elettori registrati ha espresso disapprovazione; la stessa opinione e’ stata condivisa dal 69% in merito al costo della vita e dal 64% riguardo all’economia in generale.
Circa il 65% degli intervistati ha dichiarato di non approvare la gestione della guerra in Iran da parte di Trump, un conflitto che prosegue da quasi otto mesi e che ha provocato un aumento dei prezzi di benzina e petrolio. Trump aveva promesso di ridurre i costi quotidiani per gli americani, mantenere bassa l’inflazione ed evitare che gli Stati Uniti venissero coinvolti in ulteriori conflitti all’estero.
Tuttavia, al 21 ottobre, il prezzo della benzina superava i 4,25 dollari al gallone – sottolinea il quotidiano britannico -, l’inflazione era salita al 3,7% il mese precedente e il conflitto del presidente con l’Iran continuava senza sosta. Tra settembre e ottobre, il tasso di gradimento del presidente statunitense e’ diminuito di due punti percentuali nei sondaggi del New York Times/Siena College.
I nuovi dati dei sondaggi delineano uno scenario cupo per Trump e per i Repubblicani, impegnati in una difficile battaglia per sconfiggere i Democratici nelle imminenti elezioni di meta’ mandato e mantenere cosi’ la maggioranza al Congresso. Trump, la cui notorieta’ ha rappresentato in passato un sostegno fondamentale per i candidati repubblicani, e’ attualmente impegnato in una campagna elettorale a favore di esponenti vicini al movimento Maga.
Tuttavia, alcuni candidati hanno cercato di prendere le distanze dall’ex presidente, la cui popolarita’ e’ in costante calo a causa delle sue politiche economiche. Nel frattempo, i candidati democratici hanno colto l’occasione puntando sulle questioni legate al costo della vita per attrarre gli elettori indipendenti e quelli ancora indecisi, e promettendo di arginare le politiche del presidente – come i dazi – che hanno fatto lievitare i prezzi.
Sebbene i sondaggi del New York Times/Siena College indichino un vantaggio per i Democratici in vista delle elezioni del mese prossimo, il partito deve comunque confrontarsi con ingenti risorse finanziarie messe in campo dagli avversari nelle sfide elettorali piu’ combattute in Texas, Ohio, New York, Alaska e Iowa.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LO RILEVA L’ISTAT (DI CERTO UN ENTE NON OSTILE AL GOVERNO). L’IMPENNATA HA RIGUARDATO SOPRATTUTTO I PERMESSI PER FAMIGLIA (+61,2%) E QUELLI PER STUDIO (+76%) – LO SCORSO ANNO SONO CALATE DEL 15% LE RICHIESTE DI ASILO
Record dei permessi di soggiorno nel 2025. I rilasci di quelli nuovi sono stati 426.956, con un incremento del 47,2% rispetto al 2024 (quando erano stati 290.119). Si tratta del dato più elevato, segnala l’Istat, registrato nell’ultimo quindicennio subito dopo il picco del 2022 determinato dall’afflusso di profughi dall’Ucraina.
La crescita ha riguardato soprattutto i permessi per famiglia (+61,2%) e quelli per studio (+76,0%). I permessi per lavoro sono cresciuti del 45,9% e nell’83,2% dei casi sono stati concessi a uomini. In calo del 15% le richieste di asilo, respinte il 70% delle prime istanze dalle Commissioni territoriali.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
POI ADERISCE ALLA CRIMINALIZZAZIONE DEI CAMIONISTI CHE PROTESTANO PER IL CARO BENZINA: “ALTAMENTE PROBABILI INFILTRAZIONI”– IL VERDE BONELLI LO IMPALA: “PAROLE INDECENTI”
“Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta. Vi sono dei
momenti in cui è necessario mandare dietro le sbarre i minori violenti, ma il sistema carcerario minorile in questo momento è effettivamente in sofferenza”.
Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, aggiungendo che “proprio ieri abbiamo fatto una riunione per cercare di risolvere il problema, sia stanziando quei pochi fondi che abbiamo per ampliare la capienza delle carceri minorili, sia eventualmente per trovare accordi perché sezioni di carceri per maggiorenni possano essere destinati ai minori”.
“Sulle proteste dei camionisti direi che vi è una forte probabilità che vi sia una strumentalizzazione e una infiltrazione”. Così il ministro della Giustizia Carlo NORDIO intervenendo a Sky Tg 24 commentando i blocchi degli autotrasportatori che stanno paralizzando l’Italia meridionale.
“Da sempre si dice che l’infiltrazione mafiosa in certe regioni d’Italia è tentacolare ed è capillare, addirittura qualche volta si è detto che certe regioni erano governate dalla criminalità organizzata, cosa in cui non ho mai creduto, però – ha sottolineato Nordio – che le mafie ci siano e possano infiltrarsi in una situazione di questo tipo mi pare altamente probabile”.
Per quanto riguarda invece l’intenzione del governo di intervenire sul blocco pacifico dei camionisti, il Guardasigilli ha ricordato che “il diritto al dissenso, allo sciopero, alla manifestazione anche vigorosa non può mai compromettere il diritto al lavoro e il diritto degli altri, quindi – ha sottolineato – in un certo modo bisogna pure intervenire per evitare che a chi vuole lavorare venga impedito di lavorare e chi invece manifesta legittimamente per le situazioni di disagio che tutti conosciamo abbia comunque il diritto di protestare. Non è facile trovare la combinazione – ha concluso – ma si è sempre trovata negli anni passati e si troverà anche adesso vista anche un’emergenza, chiamiamola così, alimentare di cui tutti abbiamo conoscenza soprattutto dell’Italia meridionale”.
“Sono parole indecenti quelle pronunciate dal ministro Nordio” sulla protesta dei tir. Lo ha detto Angelo Bonelli di Avs in conferenza stampa alla Camera, commentando le parole del ministro della Giustizia Nordio che aveva parlato a proposito della protesta dei tir di “una forte probabilità che vi sia una strumentalizzazione e una infiltrazione”.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA LETTERA-DENUNCIA DI SABRINA BRIZZOLA, 24 ANNI, VOLTO DELLA PROTESTA CONTRO IL CARO AFFITTI E IL CARO VITA: “PARLANO SOLO DELLE PIAZZE DEGLI ULTIMI GIORNI SENZA RENDERE GIUSTIZIA A UNA GENERAZIONE CHE STA LOTTANDO PER COSTRUIRSI UN FUTURO QUI”
Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Sabrina Brizzola, 24 anni, coordinatrice dell’Unione degli universitari, uno dei volti della protesta delle tende contro il caro affitti e il caro vita, che pochi giorni fa ha fatto parlare di sé per il suo appassionato intervento dal palco della manifestazione di Roma, promossa dalla Cgil con la rete La via Maestra. “I nostri diritti sono svenduti al miglior offerente. Vogliamo 1,7 miliardi sulle borse di studio, vogliamo 2 miliardi per rendere l’università gratuita”, ha urlato al microfono alla mobilitazione del 17 ottobre, che a Roma ha visto la partecipazione di centomila persone.
Cara Italia,
avere vent’anni e vedere che non riesci a dare risposte alla nostra rabbia, alla nostra voglia di cambiamento, fa male. Ci fa sentire esclusi e piccoli quando invece la voglia è di urlare che non ce la facciamo più. Cara Italia, ti vogliamo bene, ma vederti devastata da definanziamenti e polizia ci fa chiedere: ma qui che ci restiamo a fare?
Parlare delle piazze degli ultimi giorni, solo in riferimento a Milano e Torino, come di piazze di violenti, piazze di rabbia espressa, inascoltata per anni e compressa, non rende sicuramente giustizia ad una generazione, la nostra, che sta lottando per costruirsi un futuro qui. Siamo una generazione che l’anno scorso è scesa nelle piazze di tutta Italia massicciamente, per chiedere la fine del genocidio in Palestina, perché non accettava che il proprio Stato finanziasse con armi e soldi l’uccisione di un intero popolo. Lo chiedeva con forza perché le scelte governative andavano nella direzione opposta ed era necessario far vedere che il mondo che vogliamo è fatto di pace e giustizia sociale. L’abbiamo fatto e siamo stati manganellati nelle piazze, siamo stati daspati dalle nostre città, siamo stati chiamati violenti, denunciati, senza la possibilità di andare a scuola, ci hanno represso insomma, con le buone ma soprattutto con le cattive. Le buone sono, come adesso, una narrazione schiacciante e pervasiva che non ci racconta, ma si ferma ad un gesto: una vetrina rotta, senza neanche analizzare come mai si è scelta la vetrina di un negozio di lusso. Forse è questo il simbolo dell’odio di classe? forse è per questo che stiamo male? Perché ci hanno detto che tutti saremmo potuti arrivare alla ricchezza e invece siamo poveri.
Con le buone, dicevamo, e con le cattive: 500 militari a Milano, cosa pensano risolveranno? In una città che ha già polizia ed esercito ad ogni angolo, che sta immobile, mentre la gente sta male. O ancora, con l’invenzione di un reato, come quello di manifestazione violenta, per applicare meglio quel DL Sicurezza a cui i cittadini si erano ampiamente opposti.
Si cerca il colpevole, a chi far pagare i danni, la famiglia che ha educato male: forse è questo modello che non educa, perché non rispetta, non ascolta, e si volta dall’altra parte se un giovane prova a mettere in discussione il sistema che vive.
Il focus sembra essere scovare chi ha organizzato, ma questo serve solo a chi comanda per trovare un colpevole, per puntare il dito. Quello che deve essere indagato invece è il fatto che se bastava un messaggio social per unire, in una settimana, centinaia di migliaia di persone, con lo stesso sentimento, quello di essere senza futuro e senza nessuno che ci rappresenta, forse dovremmo tutti interrogarci meglio su come costruire spazi di partecipazione e, come soggetti organizzati, dovremmo interrogarci su quale debba essere il nostro ruolo nel rappresentare la rabbia sociale senza che un singolo si trovi inerme davanti alla repressione delle forze dell’ordine.
Non c’è nulla di tradizionale, non c’è l’adesione ad un soggetto di cui si condivide l’ideologia, non c’è neanche la semplice espressione del dissenso da parte di un singolo, come sempre è tutto più complesso. L’organizzazione era collettiva ma la partecipazione era del singolo; cioè ognuno era lì con un proprio obiettivo, raggiungere un benessere personale, anche condividendo una rabbia sociale, ed è in questa distanza che ci dobbiamo inserire. Così è nato un cortocircuito in cui è emerso un malessere che viene provato da chi, a 12 anni, non è entrato in nessun sistema se non quello scolastico.
E oggi, lo vediamo tutti, le scuole sono teatro di esclusione sociale e, quando si fa accoglienza, è merito di singole iniziative. A scuola si inizia a delineare il privilegio e a classificare i cittadini di serie A e di serie B. Dalla stessa divisione si deciderà poi chi potrà continuare gli studi all’università, chi avrà un lavoro meglio retribuito, chi potrà pagare una visita medica e chi invece dovrà scegliere tra spesa e salute. E lo stato in tutto questo è assente, perché non garantisce a tutti le borse di studio, taglia sul trasporto pubblico, sulla residenzialità, sul sistema universitario e sulla ricerca, taglia e svende il sistema di welfare a privati che fanno profitto e non benessere.
E se tutta l’educazione di uno stato viene delegata ad un sistema di istruzione che cade a pezzi, non ci possiamo stupire se un 12enne prova rabbia. Se non esistono, in ogni quartiere, spazi di socialità, di aggregazione, di sport, se fuori dall’orario scolastico tutto pesa sulle spalle delle famiglie perché non ci sono parchi pubblici, luoghi di svago e di vacanza, come si costruisce la speranza di una vita dignitosa?
Quello che è evidente è che se tutti i canali televisivi avessero parlato di giovani e delle loro prospettive di futuro quando le piazze erano pacifiche e le proteste organizzate, non si sarebbe arrivati a questo punto.
Oggi dobbiamo ripartire, come? Iniziando ad ascoltare e ad essere coerenti: se la gente non vede un futuro è perché ci sono ostacoli materiali ed economici. Non servono promesse, serve vivere in un sistema accogliente, che non lascia indietro nessuno.
Come sindacato studentesco non smetteremo mai di lavorare per dare voce alle istanze della nostra generazione, perché abbiamo tutto il diritto di vivere, studiare e lavorare, con dignità, in Italia.
(da Fanpage)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA DIPENDENZA DALLE FONTI FOSSILI E DAL TRASPORTO SU GOMMA NON SONO DESTINI INELUTTABILI, MA SCELTE SBAGLIATE CHE STIAMO PAGANDO
Non diciamo che non si poteva evitare, per cortesia.
Semplicemente, alla fine, i nodi vengono sempre al pett
ine. E nel caso della protesta degli agricoltori e degli autotrasportatori che ha svuotato gli scaffali dei supermercati e i distributori di benzina del sud Italia nel giro di pochi giorni, sono venuti al pettine tutti assieme.
C’è il nodo del gasolio, ovviamente. L’Italia è un Paese che dipende enormemente dalle fonti fossili per scelta, un “petrostato senza petrolio”. Basta che aumenti il prezzo della benzina, a causa di una crisi geopolitica, e i prezzi di tutto si impennano. Scegliere di essere dipendenti dalle fonti fossili è una scelta. E l’altra strada, quella di un mix energetico fondato sulle fonti rinnovabili e dell’elettrificazione della mobilità, è si è deciso di non percorrerla perché era “ideologia green”. Alla prova dei fatti, un errore.
C’è il nodo, poi, del trasporto su gomma. Anche dipendere dai tir è una scelta. E in questi giorni abbiamo scoperto, drammaticamente, quanto ci dipende il Sud. Che non ha ferrovie degne di questo nome, ha quattro interporti in croce – un quinto rispetto al nord Italia – ed è completamente privo di intermodalità, ossia di una logistica che preveda l’uso di più mezzi – navi e treni, soprattutto – per far arrivare le merci a destinazione. Se fermi i tir, fermi mezza Italia, insomma. Un destino ineluttabile? No, assolutamente. Semplicemente, un’altra scelta sbagliata. Due volte sbagliata, visto il fiume di soldi del Pnrr che è appena passato dall’Italia.
C’è il nodo, poi, della debolezza del governo. Che fa il gradasso con quattro ragazzini che sfondano le vetrine a Milano, ma fa una fatica enorme a trattare con chi svuota gli scaffali dei supermercati di mezza Italia, lasciandola priva di generi di prima necessità. Un po’ perché non ha i soldi per farlo, un po’ perché ne teme il potere negoziale. E dire che in uno dei tanti decreti sicurezza c’è la possibilità di rompere i blocchi stradali, arrestando chi li pone in essere. Una legge, questa, che evidentemente valeva solo per i ragazzini che protestavano contro l’inazione di fronte alla crisi climatica.
Infine, c’è il nodo geopolitico. E qui, repetita iuvant, paghiamo cara come il fuoco l’acquiescenza a Trump e Netanyahu. Certo, non siamo ingenui: sappiamo benissimo che non avremmo impedito la guerra in Iran. Ma è proprio grazie a Paesi come l’Italia e a governi come quello di Meloni, che hanno sabotato un’azione comune europea contro lo strapotere del tycoon della Casa Bianca, che Trump ha trovato terreno fertile per fare quel che voleva. Alla prova dei fatti, fare il pontiere tra Bruxelles e Washington – o peggio: la quinta colonna di Washington a Bruxelles – è stata l’ennesima pessima idea.
Oggi noi paghiamo tutto questo, non il destino cinico e baro. Non è una grande consolazione saperlo, ok. Ma almeno evitiamo di raccontarci bugie.
(da Fanpage)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“I DATI DEL VIMINALE SUI RIMPATRI? E’ PORNOGRAFIA STATISTICA. PERCHE’ PIANTEDOSI NON DICE CHE, RISPETTO AGLI SBARCHI, DAL 13% DELLA SCORSA LEGISLATURA SI E’ PASSATI AL 7% ? PERCHE’ HANNO DETTO CHE I REATI SONO CALATI DEL )% E POI E’ EMERSO CHE SONO SCESI SOLO DELL’1,8%?”
Se serve, Franco Gabrielli ci sarà. Ci sarà alle primarie, se si faranno, e se gli verrà chiesto da Più Uno, da Ernesto Maria Ruffini, dagli amici, dalla sua comunità. Ci sarà, per dire, come dice al Foglio: “Credo che il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, non abbia peso politico e che ancora una volta dobbiamo ringraziare il presidente Mattarella. Credo che questa realtà non vada letta con le formule a effetto, agitando i vecchi fantasmi. Credo che i vecchi cliché non reggano più”.
Serve il coprifuoco come in Francia? “Sa cosa provocherebbe? Altra paura”. Non le fa paura la sinistra che sottovaluta la violenza? “C’è stata in passato ma oggi non la vedo. La repressione non è una bestemmia”.
Ogni volta che la destra lo chiama “lo sbirro” e lo indica come il terzo uomo, la figura nascosta, Gabrielli sorride e dice: “Tremate, tremate, le streghe sono tornate”. Quando provano, anche a sinistra, a farlo passare per l’esperto della sicurezza e gli domandano: “Gabrielli ci dia una ricetta”, Gabrielli si alza in piedi e replica squillante: “Non cadete nella trappola della semplificazione.
Gabrielli non sopporta il racconto della destra, del governo e di Meloni. Prende le parti di Guido Crosetto, il ministro della Difesa, che avrebbe voluto dare poteri di polizia ai militari e all’esercito, e mi dice: “Sui militari ha, paradossalmente, ragione Crosetto: se li volete non possono essere figuranti”.
Anche Gabrielli li vorrebbe a Milano a marciare con i carri e arrestare con le manette? Gabrielli si prende spazio e tempo e poi allunga il suo pensiero: “Il tema è proprio questo: che i militari non dovrebbero esserci e si dovrebbero utilizzare al meglio le forze di Polizia, ma per fare questo serve una visione diversa della amministrazione della Pubblica sicurezza. In questo ipotetico duello tra Crosetto e il resto del governo, Crosetto è il più coerente. E’ pronto a offrire i militari ma dice: ve li do come dico io. E’ una posizione da rimandare al mittente, ma squarcia il velo di ipocrisia”.
Anche Gabrielli pensa come Crosetto: “Vogliamo i militari ma come attori – una sostanziale loro mortificazione – e in perfetta coerenza con la nostra mai chiarita posizione sullo strumento di difesa, a destra come a sinistra”. A Roma, alla stazione Termini, dopo l’arrivo dell’ultimo treno (ci sono i video sui social) si vedono questi militari salire sul loro cingolato e tornare in caserma. Tutti a casa.
Gabrielli aggiunge: “E tralascio il commento non onorevole di Salvini – per le nostre forze armate”. Ricorda che diceva? “In buona sostanza diceva che anziché tenerli in caserma, come se non facessero niente, i militari andavano messi a disposizione di Strade sicure”. E Gabrielli cosa ha pensato? “Che non è seguito nessun sussulto dei soliti difensori delle divise. Evidentemente ce ne sono alcune meno degne di solidarietà…”.
Gabrielli si serve di un’espressione ormai entrata tra i classici, lo schleiniano “non mi hanno visto arrivare”. Dice: “Quando il Viminale parla di inedito significa che non li si è visti arrivare. Quando ce li hai in piazza e in quelle condizioni, sei costretto a rincorrere”.
Gli domando: chiuderebbe i social ai minori, li vieterebbe fino ai 14 anni, come ora si dice pronta a valutare Meloni o è meglio un bel coprifuoco alla francese? Gabrielli che ha buona memoria ricorda che a sinistra “molti lo stanno dicendo anche pubblicamente, a partire da Avs. Io sono sempre scettico sulle misure draconiane. Oltre alla loro complessa realizzazione, si può invece monitorare. Oggi gli strumenti ci sono”.
E la sinistra c’è? Gabrielli, il solo che da quella parte ha la patente per farlo, “lo sbirro”, non teme di introdurre il concetto di “repressione”: “Mi si chiede come intervenire, quali ricette e io rispondo: dando risposte concrete sull’oggi, immaginando che la repressione non è una bestemmia, ma lavorando sodo sul domani. E quando dico domani intendo, lavorando sulle cause: marginalità, governo serio dell’immigrazione, salute mentale, dispersione scolastica, lavoro e casa”.
Condivide la paura che hanno in molti e che traspare dai sindacati di polizia. Vannacci vuole agenti come Greg Bovino, il poliziotto dell’Ice trumpiana mentre Salvini ora parteggia per l’esercito. E invece per Gabrielli “il rischio è che questo corpo dello stato si senta smarrito e venga strattonato. E’ un pericolo che esiste. E’ un pericolo concreto”.
Anche i dati si strattonano? Gabrielli riferendosi a quelli diffusi dal Viminale ha parlato di “pornografia statistica”. Si è forse pentito? Mi risponde: “Perché mi dovrei essere pentito? Quando c’è un uso compulsivo dei numeri come mai prima? Ho fatto esplicito riferimento ai dati agostani ricordando che nel 2025 ci avevano detto che i reati erano calati del nove per cento quando poi, a dato consolidato, erano scesi all’1,8 per cento. Oppure sui rimpatri. Perché non si dice che nella scorsa legislatura furono del tredici per cento gli sbarchi e oggi sono al sette per cento? Perché si insiste sulle mirabolanti cifre ma parziali? Pornografia, in senso lato, indica l’esibizione compiaciuta, eccessiva di un determinato argomento per stimolare la reazione emotiva, spesso svuotando l’oggetto del suo reale valore o contesto”.
Oggi Gabrielli, insieme al suo compagno d’armi e di avventura, Ernesto Maria Ruffini, parlerà alla stampa estera e illustrerà le “Proposte per un paese più uguale, sei strade verso l’uguaglianza”. Cosa farà Gabrielli? Significa che si candiderà alle primarie? “Non sappiamo nemmeno come si faranno.
Sono interessato a far crescere il progetto che ho contribuito a far nascere. In ogni caso decideremo come soggetto politico e non come singole monadi”. Come direbbe Ruffini, la sua spalla: Gabrielli, più uno.
(da Il Foglio)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
MELONI ALZA PURE LA VOCE CONTRO I CAMIONISTI INCAZZATI PER IL CARO CARBURANTI: “L’INTIMIDAZIONE NON LA TOLLERIAMO. USEREMO TUTTI GLI STRUMENTI CHE LA LEGGE CI OFFRE, COMPRESE LE NORME DEL DECRETO SICUREZZA CHE HANNO RESO REATO IL BLOCCO STRADALE”… L’ALLARME DEL CODACONS SUL NUOVO PROVVEDIMENTO: “A PAGARE IL CONTO DELLA SITUAZIONE POTREBBERO ESSERE I CONSUMATORI FINALI, SUI QUALI VERREBBERO SCARICATI I MAGGIORI COSTI DI TRASPORTO”
Ammonta a 175 milioni di euro il mini-pacchetto di aiuti per l’autotrasporto,
l’agricoltura e la pesca varato oggi dal Consiglio dei ministri. Nel dettaglio, per combattere il caro gasolio sono destinati ulteriori 45,2 milioni di euro per il credito d’imposta già previsto per il periodo di spesa marzo-agosto 2026.
Altri 60 milioni sono stanziati per le spese dal primo settembre al 5 ottobre. In totale, quindi, si tratta di 105,2 milioni per i Tir.
Per l’agricoltura vengono invece allocati 60 milioni di euro e per la pesca 10 milioni: in entrambi i casi come contributi a fondo perduto validi nel 2026.
La misura prevista dal decreto sull’autotrasporto approvato oggi dal Consiglio dei ministri “rischia di determinare rincari dei prezzi al dettaglio per l’88% della merce venduta nei negozi italiani”. Lo denuncia il Codacons, che esprime “perplessità” circa il provvedimento secondo cui i rincari del gasolio “saranno trasferiti” in parte ai committenti.
“Giusto aiutare gli autotrasportatori schiacciati dal caro-carburante, ma trasferire i rincari alla pompa sui committenti e quindi sulla filiera di distribuzione rischia di determinare un aumento generalizzato dei prezzi al dettaglio per quei prodotti, l’88% della merce venduta nei negozi e nei supermercati, che vengono trasportati su gomma in Italia”, spiega il Codacons.
“A pagare il conto della situazione potrebbero quindi essere i consumatori finali, sui quali verrebbero scaricati i maggiori costi di trasporto, con impatti negativi sull’inflazione”, avverte l’Associazione dei consumatori, invitando il governo a “vigilare con la massima attenzione e a prevedere strumenti volti ad evitare che il caro-gasolio venga pagato solo dai consumatori attraverso i listini al dettaglio”
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
C’E’ CHI ALZA I TONI: “PRESIDIARE LE STRADE NON BASTA, BISOGNA ANDARE A BLOCCARE LE RAFFINERIE SE VOGLIAMO OTTENERE DAVVERO QUALCOSA” … “STANNO EROGANDO I FONDI? ARRIVA IL CREDITO D’IMPOSTA? FORSE ANDAVA FATTO UN PO’ PRIMA, ADESSO È TARDI. NOI RIMARREMO QUI FINCHÉ NON SI DARANNO UNA MOSSA E LA PROTESTA SI ESTENDERÀ A TUTTA ITALIA”
Ride come se gli avessero raccontato una barzelletta Roberto Cipriani, quando sente che il governo sostiene che i fondi per l’autotrasporto sono già disponibili e che è ora di rimettersi al volante e smetterla di bloccare le autostrade. Ride, anzi sghignazza, Roberto Cipriani, avvolto nella giacca giallo fosforescente che è la sua divisa di lavoro.
«Hanno erogato i soldi? E chi li ha visti?». Con una mano ferma il traffico, due file di auto che da diversi minuti attendono di passare. E con l’altra chiede a un collega di raggiungerlo. «Ahó, hai sentito? Hanno mandato i soldi. Ti è arrivato il bonifico? Ora ci colleghiamo alla banca, se ci hanno fatto il versamento ce ne andiamo». Finge di controllare qualcosa sul cellulare, scuote la testa e continua a bloccare le due file di auto che aspettano pazienti.
Nessuno suona il clacson, nessuno bestemmia o lancia insulti contro il manipolo di autotrasportatori da tre giorni riuniti all’uscita del casello di Anagni. Più o meno sono una cinquantina di persone. Una ventina sono qui con i i loro Tir, giganteschi e pieni di merci, una decina sono arrivati con i trattori e gli altri con le auto.
Il suo tono si fa serio, non ha più voglia di scherzare. «Non stiano facendo nulla di che, non stiamo bloccando tutto. Chiediamo solo un po’ di collaborazione da parte di chi ha voglia di aiutarci in questa protesta. C’è chi resta dieci minuti, un quarto d’ora Ma c’è anche chi resta una notte intera e poi riprende a camminare. Creiamo un po’ di disagio, dobbiamo farlo per essere ascoltati».
«Smettere di protestare perché ci hanno dato un contentino? Dobbiamo fare di più, invece. Presidiare le strade non basta, bisogna andare a bloccare le raffinerie se vogliamo ottenere davvero qualcosa», afferma. È un autista Massimo Furiani, lavora alle dipendenze di un padroncino. Da due giorni sta presidiando il casello di Anagni, anche sotto la pioggia di ieri notte, anche se non sta guadagnando un centesimo.
Trasporta asfalto e passerà ancora del tempo prima che il suo carico arrivi a destinazione. «Quello che chiediamo – avverte – è innanzitutto uno stipendio migliore. Non è possibile arrivare alla mia età e guadagnare meno di duemila euro al mese. Io attacco verso le otto di sera e vado avanti fino alla mattina successiva.
Poi faccio una, due ore di sonno e, quando sto finalmente per addormentarmi davvero, devo ripartire. Non è vita questa. E poi i parcheggi che non si trovano, in tanti dormono sulle corsie di emergenza. Sarebbe bello se Salvini venisse qui a capire come viviamo invece di fare un incontro con delle associazioni che non ci rappresentano».Poco lontano, chiuso nel suo Tir, c’è Antonio Fantini.
Trasporta carburanti: finché lui e i suoi colleghi rimangono fermi, il disagio è garantito. E, a quanto assicura, rimarrà nello spiazzo davanti al casello di Anagni ancora per un po’. «Stanno erogando i fondi? Arriva il credito d’imposta? Forse andava fatto un po’ prima, adesso è tardi, è difficile che si trovi una soluzione.
Noi, comunque, rimarremo qui finché non si daranno una mossa e la protesta si estenderà a tutta Italia». La mossa, sottolinea Fantini, è «un calo del prezzo del gasolio ai livelli di un anno fa. A Salvini chiedo di permetterci di lavorare con più serenità».
Molti degli autisti fermi sono stranieri. Alcuni non parlano italiano, altri invece lo parlano alla perfezione e quello che dicono non è facile da ascoltare. Konstant Bodak è arrivato ventidue anni fa dalla Romania. «Pensavo che qui la situazione sarebbe andata sempre meglio, invece mi rendo conto che ci sono Paesi prima considerati arretrati che ora stanno superando l’Italia. Non dico che si stia meglio in Romania ma c’è più organizzazione.
«Quello che stiamo facendo non serve a nulla. C’è lo sciopero fino a Valmontone. E Roma? E il resto d’Italia?», chiede Gianni Pieragostino. Alle sette di sera si accendono fari e fuochi sul piazzale. Sta per iniziare un’altra notte di protesta e di veglia. «È duro ma è necessario», dice Damiano Corsini, agricoltore, che sta per chiudere l’azienda perché non riesce più a sostenere i costi. Dietro di lui, uno striscione ricorda a tutti perché sono lì: «Tu mi blocchi il futuro, noi il presente».
(da La Stampa)
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