Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
NEL MIRINO FINISCE ANCHE L’INAZIONE DELL’AMBASCIATA ITALIANA IN URUGUAY, CHE NON HA FORNITO INFORMAZIONI SU CIÒ CHE STAVA AVVENENDO NELLA “BARRA”, LA VILLA-BORDELLO DI GIUSEPPE CIPRIANI, COMPAGNO DELL’EX CONSIGLIERA REGIONALE CARISSIMA A SILVIO BERLUSCONI, NONOSTANTE SUL CASO FOSSE EMERSE MOLTE OMBRE E RIVELAZIONI MOLTO SCOTTANTI IN URUGUAY … LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA NON HA STRUMENTI AUTONOMI DI INDAGINE PER ACCERTARE I FATTI, MA SI BASA SUL PARERE INVIATO AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA DALLA PROCURA GENERALE DELLA CORTE D’APPELLO DI MILANO
L’ufficio stampa del Quirinale comunica che la Presidenza della Repubblica ha
inviato, in data odierna, la seguente lettera al Ministero della Giustizia: “In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”
A chi si chiede perché il Quirinale non abbia fatto verifiche prima di firmare l’atto di clemenza, i collaboratori del presidente rispondono che il capo dello Stato non dispone di autonomi strumenti di indagine per accertare i fatti.
E si basa, dunque, sul parere (favorevole) del procuratore generale e del ministero della Giustizia: «In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa».
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
“IL FATTO”: “NELL’ISTANZA DI GRAZIA SI SOSTIENE CHE GIÀ NEL 2021 MINETTI E CIPRIANI ABBIANO PORTATO IL BAMBINO NEGLI USA PER UN DELICATO INTERVENTO CHIRURGICO. MA ALL’EPOCA NON AVEVANO ANCORA ALCUN DIRITTO A FARLO. COME HA POTUTO ESPATRIARE? FORSE CON LO STESSO JET PRIVATO CON CUI ARRIVAVANO E PARTIVANO ANCHE LE ‘RAGAZZE’ DAL RANCH DI PUNTA DEL ESTE, AGGIRANDO I CONTROLLI DELL’IMMIGRAZIONE?”
Il bambino grazie al quale Nico e Minetti ha ottenuto la grazia ha una madre biologica in Uruguay. Ma ora è scomparsa: il 14 aprile, quattro giorni dopo il primo articolo del Fatto, le autorità hanno diramato un ordine di rintraccio a suo nome. Anche l’avvocata che difendeva quella madre non c’è più: è morta carbonizzata insieme al marito, anche lui avvocato, in circostanze sospette.
Nulla, ufficialmente, collega questi fatti alla grazia che a febbraio ha cancellato le condanne a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato che Minetti avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali.
Ma più si scava, più le ragioni della grazia traballano. A partire da un presupposto: quel bambino che nell’istanza viene presentato come “abbandonato alla nascita” senza legami familiari non lo era.
Gli atti del Tribunale di Maldonado consultati dal Fatto raccontano invece che ancora oggi ha entrambi i genitori viventi e identificati, tanto che Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno intentato una vera e propria causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”.
Il procedimento si chiuderà in loro favore soltanto il 15 febbraio 2023.Il bambino è nato a fine 2017. Nel gennaio 2018 il Tribunale lo affida all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay (INAU) per un massimo di 45 giorni come “estrema ratio”, vista la situazione della famiglia: madre indigente, padre detenuto. Il giudice González Camejo dispone di “creare un legame tra madre e figlio e verificarne il ricongiungimento”.
Non un abbandono, dunque, ma una famiglia povera che lo Stato avrebbe dovuto aiutare. Maldonado è un contesto spaccato: turismo e denaro da una parte, povertà estrema dall’altra. Il 17% della popolazione vive nell’indigenza. I minori dell’INAU finiscono in hogares anonimi: maltrattamenti, adozioni forzate e corruzione — una vera “fabbrica di orfani”. Negli ultimi mesi è esploso uno scandalo nazionale alla notizia di 114 bambini morti in cinque anni.
È in questo contesto che entrano in scena Minetti e il suo compagno, l’imprenditore milionario Giuseppe Cipriani, in rapporti di affari e di piaceri con Jeffrey Epstein, come ha rivelato il Fatto tre giorni fa.
La coppia trasferitasi in Uruguay costruisce un rapporto stretto con l’ente pubblico: dona soldi e beni, nei weekend apre il ranch ai bambini. Fra questi c’è anche il piccolo, con genitori così poveri da non potersi permettere neppure un avvocato, tanto da ottenere l’ausiliatoria de pobreza.
Ma in che modo entra nell’orbita della ricca coppia italiana? L’Inau, secondo una testimonianza raccolta dal Fatto, portava i minori a pranzo nella tenuta di Cipriani. “Giuseppe li faceva arrivare al chakra, li serviva lui, ma era solo per coprire altri traffici”. Il piccolo dopo l’operazione negli Stati Uniti “stava benissimo, correva felice”.
Eppure, “Minetti non ci stava mai, stava sempre e solo con la tata Fatima”. Su come sia arrivato lì, la risposta è piesos, poder e miedo. Soldi, potere e paura. Ed è qui che emergono altre crepe. Nell’istanza di grazia si sostiene che già nel 2021 Minetti e Cipriani abbiano portato il bambino negli Usa per un delicato intervento chirurgico. Ma all’epoca non avevano ancora alcun diritto a farlo.
Come ha potuto espatriare? Forse con lo stesso jet privato con cui– secondo la testimonianza resa al Fatto – arrivavano e partivano anche le “ragazze” dal ranch di Punta del Este, aggirando i controlli dell’immigrazione?
L’avvocata dei genitori biologici non può più rispondere: Mercedes Nieto, 49 anni, è morta il 15 giugno 2024 insieme al marito, anche lui avvocato, carbonizzati nella loro casa di vacanza a Garzón. Si indaga per duplice omicidio.
I legali sostengono che nell’ottobre 2021, grazie a Cipriani e Minetti, il bambino sia stato operato al Boston Children’s Hospital dopo due pareri contrari all’operazione del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale di Padova. Per tale ragione, scrive l’avvocato, il bambino sarebbe stato operato negli Stati Uniti. Quei pareri contrari, citati nella copia visionata dal Fatto, tuttavia, non sono stati numerati e allegati all’istanza.
Il professor Pietro Mortini del San Raffaele fa sapere: “Mai visti”, e il minore non risulta tra i pazienti dell’ospedale. Stessa risposta da Luca Denaro e Maurizio Iacoangeli a Padova. L’istanza firmata dall’avvocato Antonia Calcaterra evidenzia che l’intervento a Boston non è stato risolutivo, tanto che all’ultimo controllo del 16 aprile 2025 sono emersi rischi di recidiva e complicazioni.
Allega una dichiarazione dell’équipe che indica come “necessaria la costante presenza della madre, anche per consentire una discussione esaustiva e un processo decisionale condiviso sul suo piano di trattamento”. Calcaterra, contattata dal Fatto, spiega di aver depositato l’istanza “prima dell’estate”. Il 3 dicembre era fissata l’udienza per l’esecuzione dell’affidamento in prova ma salta proprio perché interviene quella richiesta al Capo dello Stato.
Ma sono stati svolti accertamenti o ci si è limitati a recepire quanto dichiarato nell’istanza? Cinque minuti d’auto separano la Procura da via Fatebenefratelli dove, 15 anni fa, Minetti disse ai poliziotti che Ruby era nipote di Mubarak. Insieme alla pena, il “perdono di Stato” cancella pure la memoria?
La procuratrice Francesca Nanni ha detto al Fatto di non aver mai letto quella pratica: “Se non presenta aspetti specifici di particolare delicatezza, viene gestita in automatico e io non ne vengo informata”. Dunque per Milano non era un caso delicato. Per il Quirinale sì, al punto da tenere segreta la grazia fino al nostro articolo 10 aprile scorso.
Nel 2024 Minetti, Cipriani e il bambino si trasferiscono in Italia. Il 18 settembre, tre mesi dopo la morte degli avvocati di Garzón, il settimanale “Chi” dedica quattro pagine alla nuova vita di Nicole Minetti. Lei elegante, il bambino che corre e gioca ai giardini Montanelli, davanti all’hotel-boutique Casa Cipriani.
Lei e lui in tenuta sportiva che fanno la spesa. “Chi” è Mondadori, che è Fininvest, che è la famiglia Berlusconi, per il cui fondatore Minetti “favoreggiava” la prostituzione. Il cerchio, almeno editorialmente, si chiude.
La storia invece no. Quattro giorni dopo la nostra inchiesta, il Ministero dell’Interno uruguaiano diffonde un avviso nazionale con la foto: María de los Ángeles González Colinet, di anni 29, è scomparsa. E’ la madre biologica del bimbo al centro della grazia a Nicole Minetti. L’ultima traccia di lei risale a metà febbraio. Negli stessi giorni, Nordio e Mattarella – nel silenzio dei palazzi romani – firmano. A settembre 2024 quel bimbo molto malato corre e gioca ai giardini Montanelli, a due passi da Casa Cipriani.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
COLPA DELLA INFAUSTA GUERRA AL DEEP STATE INIZIATA DAL GOVERNO MELONI
Il pastrocchio sul deficit (l’Italia resterà sotto procedura d’infrazione per la miseria di
600 milioni, lo 0,03% del PIL) è frutto della totale assenza di “polso” nelle stanze del Tesoro.
Come ben raccontava Federico Fubini sul “Corriere della Sera” qualche giorno fa, “di solito in queste condizioni per la Ragioneria spostare qualche spesa da dicembre a gennaio, mandandola all’anno dopo, è facile. Invece non è successo.
A quanto pare, non sono mancate tensioni fra la Ragioneria dello Stato e Eurostat in questi mesi: gli statistici europei hanno espresso dubbi sulla classificazione contabile senza copertura di 600 milioni di sconti alle imprese per la prevenzione Inail e per altri 600 milioni circa di spese per il Piano di ripresa (Pnrr) sugli studentati addossati alla Cassa depositi e prestiti (fuori bilancio) anziché al ministero dell’Economia. Eurostat l’ha data vinta all’Italia su questi due punti, ma alla fine si è irrigidita proprio sugli ultimi 600 milioni che hanno determinato lo sforamento”.
La principale indiziata, insomma, è la ragioniera generale dello Stato, la rampante Daria Perrotta
Fedelissima del ministro Giorgetti ma molto acerba, la sua nomina scatenò molte perplessità, nell’estate del 2024: andò a sostituire il grand commis Biagio Mazzotta, vecchio volpone dei conti pubblici, in un atto di sfida ai poteri “storti” di Roma.
Uno come lui, mormorano i tecnici più velenosi, avrebbe portato a casa il risultato, con qualche “genialata” contabile: spostando qualche milione qua e qualche altro là, avrebbe ammorbidito la tensione con gli uffici europei spuntando per l’Italia l’uscita anticipata dalla procedura di infrazione, che obbligherà la Meloni a stringere la cinghia e a non varare una manovra di fine legislatura “espansiva”.
Un autogol clamoroso, a maggior ragione visto che è stato lo stesso Ministero dell’Economia a indicare inizialmente il 3% di deficit come target.
Scriveva Luciano Capone sul “Foglio” del 24 aprile: “Al Mef erano consapevoli che si trattava di un dato precario, visto che nel Dpfp di ottobre il deficit al 3 per cento era solo il frutto dell’arrotondamento di una stima del 3,04 per cento che, formalmente, neppure avrebbe consentito l’uscita dalla procedura d’infrazione (secondo le regole fiscali europee bisogna restare sotto la soglia: un pelo sopra, seppure al secondo decimale, non basta).
In ogni caso, una volta posta l’asticella politica al 3 per cento, il compito principale del governo e del Mef sarebbe dovuto essere quello di controllare la spesa più
scrupolosamente del solito per evitare brutte sorprese, dato che una manciata di milioni avrebbero potuto far superare la soglia autoimposta come obiettivo.
E invece no. Il paradosso è che, come certifica il governo nel Dfp, il 3,1 per cento è il risultato di un deficit al 3,07 per cento, ovvero 0,03 punti più del previsto: appena 600 milioni (598 per la precisione). Bastava davvero poco al governo per evitare di spararsi un colpo nei piedi…”
C’è anche una questione di “karma”: l’esito infausto sul deficit è anche il risultato della guerra imbastita dalla sora Giorgia e dal ministro leghista al deep state. Quel potere che non va sui giornali o nei talk show, lo “stato dentro lo Stato” costruito dai burocrati inamovibili, un apparato di cui non fa parte Daria Perrotta e che, anzi, in questa situazione avrebbe rimediato la situazione…
Certo, oltre ai giochi contabili, sarebbe bastata una crescita anche solo lievemente più sostenuta per ribaltare il tavolo e consentire di non sforare il deficit.
Ricorda Veronica De Romanis sulla “Stampa”: “L’Italia è tornata agli ultimi posti della classifica per variazione del Pil. Peraltro, la stabilità non ci tiene neanche fermi: ci fa arretrare.
I numeri lo dimostrano: nel 2023 il tasso di crescita è stato pari allo 0,9 per cento, poi è sceso allo 0,8 nel 2024 fino allo 0,5 nel 2025. Per il 2026 la previsione dell’Ocse dello 0,4 per cento. La traiettoria è chiara: è quella che porta dritta verso il declino.
La scelta di non intervenire in maniera incisiva dal lato della spesa si ripercuote inevitabilmente sulla dinamica del rapporto debito/Pil.
Nel 2025 il debito ha raggiunto il 137,1 per cento del Pil. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale è atteso crescere ancora fino al 138,4 nel 2027 per poi – nel 2028 – iniziare finalmente a scendere sebbene in maniera graduale al 137,6”.
Dati horror, destinati probabilmente a peggiorare, considerando lo choc globale, che colpisce in particolare il nostro Paese, che ha i prezzi dell’energia tra i più alti del mondo e dipende per la quasi totalità dalle importazioni di gas. L’uscita dalla procedura d’infrazione sarebbe stata una boccata d’ossigeno
(da Dagoreport)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
LA VITA SOPRA LO SPARTITO DELLA MUSICISTA CARA A MELONI
“Chiama temi direttore!» Giovane, brillante, energica, la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, 36 anni, è stata per le sorelle Meloni una delle bandiere della nuova egemonia culturale di destra. Il volto di una nuova Italia. Si faceva chiamare pure direttore, al maschile, come Giorgia. E il padre, Gabriele Venezi, immobiliarista, si era candidato con i neofascisti di Forza Nuova, a sindaco di Lucca, nel 2007: più nero di così. E lei si diceva tutta «Dio, patria e famiglia».
Cosa chiedere di più?
Ecco allora per lei la nomina a direttrice musicale della Fenice di Venezia, uno dei teatri lirici più prestigiosi al mondo, nonostante nell’ambiente dicessero che la politica avesse prevalso sul talento, e che era stata messa, con decorrenza ottobre 2026, alla testa di un’orchestra che non aveva mai diretto: un unicum.
E quando gli orchestrali sono insorti – erano già insorti quelli del Politeama di Palermo, dove aveva diretto un concerto – Federico Mollicone, il capo della cultura di Fratelli d’Italia, uno dei suoi sostenitori insieme agli architetti della nomina, il ministro Gianmarco Mazzi e il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, accusò «i soliti circoletti di sinistra». Te pareva. «L’hanno addirittura accusata di essere bella!», aggiunse.
Bacchetta nera, l’ha chiamata in questi mesi convulsi Dagospia. Beatrice Venezi del resto non ha mai fatto niente per nascondere la propria fede. Era alla convention dei meloniani a Milano, nel maggio del 2022, quando si capì che Giorgia Meloni avrebbe vinto le elezioni.
A lungo la leader pensò di candidarla in Parlamento. Portarla nel governo. Poi il ministro Gennaro Sangiuliano la scelse con gran fanfara di superlativi come consulente, col compito di trovare talenti. Un anno dopo – ironia della sorte – Maria Rosaria Boccia, allora amica di Sangiuliano e aspirante consigliera, sostenne che aveva fatto pochino. Venezi minacciò querele. Vai a sapere!
Si concentri sul talento, dimostri sul campo di essere brava, le consigliò su questo giornale Michele Serra, e lei era tutta miele per «Giorgia»: «Una donna che ha fatto la storia!».
A Francesco Regatelli della Stampa confessò di trovare «nella destra attuale un’attenzione forte verso i temi a me cari». E intanto gli italiani la vedevano nella pubblicità del Bioscalin, dove diceva: «La forza crea bellezza». E Virginia Raffaele in Colpo di luna la imitava, con le caratteristiche amate a destra: diretta, decisa, carica di ambizione. La destra che si fa Stato.
Nello slancio della popolarità si è persino permessa di dare un consiglio a Meloni: «Dovrebbe solo sorridere un po’ di più».
A Venezia ha subito avuto tutti contro: i tecnici, gli artisti, i membri del coro, quelli dell’orchestra. Le contestavano il curriculum. La mancanza di trasparenza nella nomina. Chiedendo le dimissioni di colui che formalmente l’aveva nominata, il sovrintendente Nicola Colabianchi. Ci sono stati scioperi. È saltata la prima dell’opera Wozzeck.
Lancio di volantini prima di uno spettacolo: «La musica non ha colore, non ha genere, non ha età: la musica è arte, non intrattenimento». Per il seguitissimo concerto di Capodanno, trasmesso dalla Rai, i lavoratori hanno deciso di protestare indossando una spilletta dorata.
Che è diventata subito ricercatissima. Ristampata in tremila copie. Venezi invece di tendere la mano, usare un po’ di diplomazia, aveva commentato con sarcasmo, sostenendo di avere avuto così tanto da fare, da non avere nemmeno colto le proteste. In questi mesi in sua difesa è sceso in campo anche il padre, che oggi è direttore editoriale di un giornale online, Lucca Times, che le ha dedicato un articolo dal titolo: «Una favola italiana».
Non ne avrà l’occasione. Del resto si può guidare un gruppo di lavoro accusato di essere composto da figli di papà come ha avuto l’ardire di dire al quotidiano argentino La Nacion? (Si trova lì, per lavoro). Non si era mai visto, no? E alla fine questa incontinenza verbale, un mix di sfrontatezza ed anarchismo, le è stata fatale. È stato persino troppo per il governo. E quindi il giro dell’oca alla ricerca di interpreti per sancire una volta per tutte la famosa egemonia culturale può ricominciare daccapo. Per fortuna la legislatura volge al termine.
(da Repubblica)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
GLI INVESTIGATORI CERCANO NELL’AMBIENTE DELL’ESTREMA DESTRA ROMANA, TRA LE CHAT DEI SUPREMATISTI, IL MONDO CHE RUOTA INTORNO AGLI APPASSIONATI DI SOFTAIR VICINI ALLA “GALASSIA NERA”… L’ATTACCO DI SABATO POMERIGGIO È UN’AZIONE STUDIATA E MIRATA. L’IPOTESI DI UNA SOPRALLUOGO IL GIORNO PRIMA
Si cerca l’uomo con il casco in testa. Il ragazzo ripreso dalle telecamere. Che sapeva
chi colpire, quando e dove. Perché l’attacco di sabato pomeriggio al parco Schuster è un’azione studiata e mirata.
Il 25 aprile a Roma, […] un giovane in sella a uno scooter chiaro, con il casco integrale nero e la giacca militare ha sparato con una pistola ad aria compressa ferendo una coppia che indossava il fazzoletto dell’Anpi.
L’estrema destra romana, le chat dei suprematisti, i forum che si muovono tra web e dark web, il mondo che ruota intorno agli appassionati di softair vicini alla galassia nera: è questo il perimetro su cui si concentra l’indagine. È qui che si cercano tracce, parole, rivendicazioni.
C’è un filmato capace di chiarire cosa sia accaduto sabato pomeriggio intorno alle 4 all’incrocio tra via delle Sette Chiese e l’Ostiense, a pochi metri dal parco dove veniva celebrata la Resistenza.
È il punto in cui Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano, 62 anni lei, 65 lui, sono stati colpiti dalla raffica di pallini, bianchi e lucidi. Le ferite sono lievi: una alla spalla per lei, alla gola e alla mano per lui. Ma a essere significativo è il bersaglio. Due persone con i simboli dell’Anpi al collo, isolate in quel momento dalle centinaia di antifascisti in corteo. Un dettaglio che pesa ben più del referto medico.
Per questo motivo l’indagine, per lesioni aggravate, finirà sul tavolo del procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi, che coordina anche il pool antiterrorismo. Le
telecamere possono dare una risposta. Ce ne sono diverse attorno a una delle quattro basiliche papali romane, San Paolo fuori le mura, che affaccia su parco Schuster. Iniziano su via Ostiense, proseguono davanti ai locali, tra i ristoranti e i chioschi.
Ci sono anche sulle insegne luminose comunali dove due giorni fa scorrevano le immagini delle donne della Resistenza. Le telecamere inquadrano ogni percorso che l’aggressore potrebbe aver percorso. C’è anche un dispositivo di sorveglianza che punta esattamente sul punto in cui sono stati trovati i pallini. Lo ha fatto installare un concessionario per difendersi dai furti:
Che il motociclista con casco integrale abbia aspettato che la festa si svuotasse, individuando due persone riconoscibili dai simboli della resistenza per colpire e andare via. Un gesto emblematico, per questo si cerca in un contesto preciso.
Intanto resta la versione delle vittime, raccolta poco dopo. Raccontano il pranzo, la sosta all’incrocio, gli spari. Lei è iscritta a Sinistra italiana, impegnata tra scuola, cultura e Anpi. Lui è attivo nel sociale, ha la passione per il teatro. Hanno denunciato, poi il silenzio: «Per me il caso è chiuso», dice lui. Per chi indaga è appena cominciato.
(da Repubblica)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL FRATELLO DI ‘GNAZIO NEGA: “NON LO CONOSCO NEL MODO PIÙ ASSOLUTO. NON SO DI CHI STIA PARLANDO” … “DOMANI”: “NON È UN’INTERCETTAZIONE QUALUNQUE, È UN DIALOGO POLITICO, CHE SA DI MANIFESTO. RACCONTA STRATEGIE E OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE. AGGIUNGE ELEMENTI SUI VANTATI E A VOLTE DOCUMENTATI RAPPORTI CON ESPONENTI DI VERTICE DI FRATELLI D’ITALIA. RAPPORTI STRETTI DA VESTITI E DAL SUO RAMPOLLO, AMICO, OGGI COLLABORATORE DI GIUSTIZIA…” (PROTAGONISTA DEL SELFIE CON GIORGIA MELONI…)
«Io lo conosco bene perché con Romano ci esco insieme a mangiare». Il Romano è La Russa, assessore alla Sicurezza in regione Lombardia, e fratello di Ignazio, presidente del Senato. Uomini forti della destra sociale milanese, vertici di Fratelli d’Italia in Lombardia.
A parlare di uscite con il fratello del presidente del Senato è Giancarlo Vestiti in un’intercettazione, che Domani ha letto, nell’ambito dell’inchiesta Hydra sul consorzio delle mafie al nord: è la stessa inchiesta in cui emergono relazioni del boss Gioacchino Amico, ora pentito, con Carlo Fidanza, altro big del partito a Milano .
L’intercettazione di Vestiti è del maggio 2020 e il padrino parla al telefono con un amico, l’avvocato Mario Marino, estraneo all’indagine, storico esponente della destra estrema del capoluogo lombardo, che vanta rapporti con le alte sfere di Fratelli d’Italia sul territorio. Condividono la fede politica e a destra vogliono fare strada piazzando uomini (un medico non indagato, Ignazio Ceraulo) e orientando carriere.
Romano La Russa a Domani dice: «Non lo conosco nel modo più assoluto. Non so di chi stia parlando. Poi con la vita che facciamo uno può incontrare chiunque, ma escludo che io sia andato a pranzo a cena con questo signore».
Non è un’intercettazione qualunque, è un dialogo politico, che sa di manifesto. Racconta strategie e obiettivi da raggiungere. Aggiunge elementi sui vantati e a volte documentati rapporti con esponenti di vertice di Fratelli d’Italia. Rapporti stretti da Vestiti e dal suo rampollo, Amico, oggi collaboratore di giustizia.
Amico, nel 2019, si mette in foto con Giorgia Meloni in un selfie durante un incontro pubblico. Uno tra i tanti.
L’anno dopo proprio Vestiti, nell’intercettazione, ascolta le richieste dell’avvocato che vorrebbe parlare con Meloni, si evince la ricerca di una strada per raggiungere la leader di Fratelli d’Italia, ipotizzano di mandarle un’email, sondano strade e contatti per raggiungerla. Se raggiungere la leader è più complesso, più facile è interloquire con altri vertici milanesi del partito.
«Sappi che lei è molto legata a Romano (La Russa, ndr) e lo ascolta perché gli vuole bene lei non c’aveva il padre e gli vuole bene come un padre», dice Vestiti. In un altro passaggio: «Romano viene qua da noi cioè io che ti devo spiegare più qualcosa?». Rapporti che l’assessore nega con fermezza.
Ma chi è il boss con la passione per la politica? Vestiti, quando andava in giro, non si presentava con il suo cognome, ma con quello del capo che tutto muove e comanda. «Io sono Giancarlo Senese», diceva a tutti.
Vantava una parentela con Michele Senese, il pazzo, che a Roma è diventato re, 40 anni di regno incontrastato. I suoi uomini hanno messo radici ovunque anche a Milano. Suo luogotenente sotto la Madonnina è proprio Vestiti.
Il Fatto, nei giorni scorsi, ha raccontato di un’altra intercettazione nella quale proprio Vestiti parlava di una cena con l’attuale presidente del Senato, risalente al 2020, ma la seconda carica dello stato ha negato ogni incontro e la stessa conoscenza. Torniamo all’intercettazione del maggio 2020.
Vestiti e Marino parlano di come raggiungere Meloni e l’avvocato, in un passaggio già divulgato, chiariva la sua distanza dal blocco del partito lombardo: «Allora con la Santanchè e Mantovani abbiamo fatto Noi Repubblicani che io ho già rinominato Noi repubblichini e abbiamo fatto entrare tutti quelli che erano incazzati con La Russa».
Marino, contattato da Domani, aveva spiegato di aver conosciuto Vestiti «perché aveva bisogno di una consulenza legale sul penale, lui è incensurato, lui ha sempre lavorato nella moda e nell’abbigliamento, rappresentante di Versace e grandi marchi e poi si è messo in proprio».
Secondo Marino, Vestiti è solo una vittima del luogo di origine, mica un mafioso: «Siccome è napoletano e conosceva Michele Senese (boss di camorra a Roma, ndr)». Aggiunge che le strade di Vestiti e Senese «si sono poi separate da giovanissimi».
Torniamo all’intercettazione. Vestiti chiede, in un altro passaggio inedito che Domani ha letto, le ragioni della mancata conoscenza con Meloni. «E come mai non hai mai conosciuto lei?», chiede il boss.
L’avvocato risponde: «Non ho mai conosciuto lei perché io non ho fatto politica attiva negli ultimi anni perché ho preferito lavorare guadagnare molto di più che fare politica perché non ne avevo voglia francamente hai capito?
Perché tutti i miei amici tutti i miei amici fascisti sono passati alla Lega i vecchi “Sanbabilini” di Milano i vecchi “Sanbabilini” di Milano sono tutti nella Lega dal primo all’ultimo perché dicono Salvini è molto più fascista della Meloni fa le cose che dovrebbe fare la Meloni».§
Gli investigatori di Milano monitorano la scalata politica, ma tutto si blocca con l’arresto di Vestiti nell’inchiesta dell’antimafia romana Affari di famiglia. Decisione che racconta un difetto di coordinamento tra procure e la fine degli approfondimenti sul livello politico.
In quel 2020 quando Vestiti e Marino preparano la scalata, Amico lavora nella stessa direzione: infiltrare il partito. Incontra a Roma Paola Frassinetti, attualmente sottosegretaria all’Istruzione, e Carmela Bucalo, parlamentare in commissione Cultura.
«In data venti maggio, Amico e Raimondo Orlando si recano a Roma, dove incontrano Alice Murgia, Paola Frassinetti, Carmela Bucalo e Alessandra Gazzellone», si legge negli atti, le altre due donne sono collaboratrici delle onorevoli.
Amico, oggi collaboratore, raccontava al telefono anche di aver ricevuto la tessera di Fratelli d’Italia. Come emerso da un incontro pubblico, svoltosi nel 2019, aveva un rapporto anche con Carlo Fidanza, oggi capo delegazione di Fratelli d’Italia al parlamento europeo.
Si presentava come imprenditore e c’era la campagna elettorale, ha chiarito Fidanza, anche lui come gli altri politici estraneo all’inchiesta.
Una cosa è certa: gli uomini di Senese si muovono a loro agio, non sono estranei a quei mondi, spinti dall’antica esigenza di penetrare settori produttivi e politici. Soprattutto se non trovano barriere.
(da Domani)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
“IL PASSANTE DISPOSTO A FARSI INTERVISTARE PER STRADA O È UN PERDIGIORNO O UN ESIBIZIONISTA. SPESSO ENTRAMBE LE COSE. I PIÙ TEMIBILI SONO I VICINI DI CASA, QUELLI CHE RICHIESTI DI UN PARERE SUL ‘MOSTRO’ CHE ABITA SUL LORO PIANEROTTOLO RISPONDONO OGNI VOLTA: ‘ERA UNA PERSONA NORMALE, A POSTO, TRANQUILLA’. E STANNO PARLANDO DI UNO CHE HA APPENA COMPIUTO UNA STRAGE”
Vorrei avanzare un’immodesta proposta: l’abolizione nei telegiornali, o in altri
programmi informativi, delle interviste alla cosiddetta gente comune. Provo a proporre motivi per la loro definitiva cancellazione.
Innanzitutto, non servono a niente, sono piene di banalità, fanno colore e basta. Sono facilmente manipolabili nel montaggio e poi il giornalista fa dieci interviste e manda in onda quelle tre o quattro che servono a sostenere la tesi del servizio. Il passante disposto a farsi intervistare per strada o è un perdigiorno o un esibizionista. Spesso entrambe le cose.
Le intervista per strada (alla cui famiglia appartengono anche le interviste al citofono) servono solo al giornalista per non assumersi la responsabilità etica di quello che sta mandando in onda.
L’uomo della strada viene spesso spacciato come opinione pubblica (altro fantasma temibile) o come “vox populi”, il che non è vero. È solo sbornia demagogic
Con l’abolizione dell’intervista all’uomo della strada si eviterebbe che il cronista si avvicini a una persona che ha appena subito una grave disgrazia e l’assalga con la fatale domanda: «Cosa ha provato in quel momento?» oppure «È pronto a perdonare l’assassino di sua figlia?».
I più temibili sono i vicini di casa, quelli che richiesti di un parere sul “mostro” che abita sul loro pianerottolo rispondono ogni volta: «Era una persona normale, a posto, tranquilla». E stanno parlando di uno che ha appena compiuto una strage.
Esiste la fondata possibilità che gli intervistati non capiscano la domanda, soprattutto per come è stata posta dai giornalisti. Quindi, meglio evitare.
Aldo Grasso
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
OLTRE UN MILIONE DI PICCOLE IMPRESE ITALIANE DOVRÀ AFFRONTARE NEI PROSSIMI ANNI IL PASSAGGIO GENERAZIONALE DELLA PROPRIA ATTIVITÀ, MA PIÙ DELLA METÀ DEGLI IMPRENDITORI NON HA ANCORA AVVIATO AZIONI CONCRETE PER REALIZZARLO… NELLA MAGGIOR PARTE DEI CASI, IL “PASSAGGIO DI TESTIMONE”AVVIENE ALL’INTERNO DELLE FAMIGLIE (E COME DIMOSTRANO ALCUNE GRANDI DINASTIE ITALIANE NON E’ LA MIGLIORE OPZIONE) – LE FORTI DIFFICOLTÀ NELLA VENDITA A DIPENDENTI O TERZI, TRA MANCANZA DI ACQUIRENTI, RISORSE E CONDIZIONI ADEGUATE
La trasmissione d’impresa si conferma una delle sfide decisive per il futuro del sistema produttivo italiano e nei prossimi anni oltre un milione di imprese dovrà fare i conti con le forti criticità del passaggio generazionale. È quanto emerge dall’indagine realizzata dalla Cna, che ha coinvolto oltre 2.000 imprenditori su tutto il territorio nazionale. I dati parlano chiaro: oltre l’80% degli imprenditori over 40 ha già affrontato il tema della trasmissione della propria attività.
Tuttavia, tra il dire e il fare permane una distanza significativa: più della metà non ha ancora avviato azioni concrete per pianificare il passaggio di testimone. La trasmissione si conferma più efficace in ambito familiare, dove il passaggio generazionale va a buon fine nel 63,7% dei casi. Al contrario, emergono forti criticità nelle cessioni a dipendenti o a terzi: mancano acquirenti, risorse finanziarie e spesso anche condizioni di accordo soddisfacenti. Un dato su tutti: tra chi prova a vendere sul mercato, quasi nessuno riesce a concludere l’operazione.
Insomma, quasi il 30% delle piccole imprese deve affrontare forti difficoltà nel percorso di trasmissione. Un dato che segnala una criticità strutturale e che rischia di compromettere la continuità di una parte rilevante del tessuto produttivo nazionale.
A pesare sul processo intervengono anche fattori esterni: burocrazia eccessiva, pressione fiscale elevata, costo del lavoro e carenza di personale qualificato rappresentano barriere che rallentano non solo la nascita di nuove imprese, ma anche la continuità di quelle esistenti.
Il tema si intreccia inoltre con quello della trasmissione delle competenze. In particolare, nell’artigianato, dove impresa e “saper fare” coincidono, il rischio non è solo la chiusura dell’attività, ma la perdita di conoscenze che costituiscono un patrimonio unico del Paese.
Il quadro si complica ulteriormente alla luce delle trasformazioni demografiche. I giovani imprenditori under 40 rappresentano appena l’11,3% del campione, mentre cresce il peso delle classi più anziane. Una dinamica che incide non solo sulla trasmissione delle imprese, ma anche su quella delle competenze, elemento distintivo dell’artigianato e della qualità italiana.
Proprio l’artigianato, tuttavia, mostra segnali di resilienza: il 68,1% dei giovani imprenditori opera in questo ambito, confermandone l’attrattività e il ruolo strategico per il futuro del Paese. L’indagine evidenzia anche gli ostacoli strutturali al “fare impresa”: burocrazia eccessiva (46,2%), pressione fiscale (44%), costo del lavoro e difficoltà nel reperire personale qualificato. A questi si aggiunge un nodo sempre più critico: l’accesso al credito. Negli ultimi anni si registra una riduzione significativa del supporto bancario, soprattutto per micro e piccole imprese, penalizzando in particolare chi intende acquistare un’attività esistente.
Nonostante le difficoltà, resta elevata la soddisfazione per la scelta imprenditoriale: oltre l’83% degli intervistati si dichiara complessivamente soddisfatto. Un segnale importante, che testimonia la resilienza e la determinazione del tessuto imprenditoriale italiano.
“Il passaggio generazionale non è solo una questione privata delle imprese – sottolinea il presidente Cna, Dario Costantini – ma una sfida strategica per l’intero Paese. I dati della nostra indagine confermano che la consapevolezza c’è, ma manca ancora una pianificazione concreta e, soprattutto, un contesto favorevole che accompagni questo processo. Servono meno burocrazia, più accesso al credito e strumenti mirati per sostenere chi vuole rilevare un’impresa. Solo così possiamo garantire continuità al nostro sistema produttivo e valorizzare quel patrimonio di competenze che rende unico il Made in Italy.”
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTA LA STORIA PALESA LA PENOSA INADEGUATEZZA DELLA CLASSE DIRIGENTE DI FDI: SONO DEI SOVRANISTI ALLE VONGOLE, ASSOLUTAMENTE NON IN GRADO DI CAPIRE COSA SIA LA FENICE, UN LUOGO SACRO, UN ALTARE DELLA PATRIA, NON L’UFFICIO DI COLLOCAMENTO PER I LORO AMICHETTI E SODALI…. SONO TROPPO IGNORANTI PER SAPERE COS’È LA FENICE, COS’È LA GRANDE ARTE ITALIANA, LA NOSTRA CULTURA, LA NOSTRA CIVILTÀ, NON CAPIRANNO NEMMENO CHE QUESTA È, FINORA, LA LORO SCONFITTA PIÙ GRANDE, ALTRO CHE EGEMONIA CULTURALE
Ieri pomeriggio alla Fenice si dava Lohengrin. Quando è arrivato il comunicato su
Venezi il teatro è esploso in un’ovazione travolgente, pubblico e orchestra insieme. Che la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale del teatro fosse un’assurdità era chiaro fin dall’inizio. Non è questione di sinistra o di destra, ma di chi sa di cosa sta parlando e chi no. Riassumiamo, con la premessa che Venezi non è un’improvvisata o un’impostora come pure è stato detto, ma una professionista.
Ciò detto, separiamo le opinioni dai fatti. Io Venezi l’ho sentita dirigere una volta sola, e mi è sembrata una mediocre direttrice: non catastrofica, ma mediocre. E questa è un’opinione, che dipende da conoscenza, esperienza e buona fede.
Poi ci sono i fatti. E i fatti dicono che il curriculum di Beatrice Venezi è del tutto insufficiente per un incarico come quello che le è stato dato. Questo è sempre stato di un’evidenza plateale: perché per essere direttrice musicale della Fenice, con buona pace dei Mollicone, dei Mazzi, dei Brugnaro e compagnia cantante, non conta essere stata al Festival di Sanremo o aver fatto la pubblicità allo shampoo o essere stata inserita in qualche classifica di donne influenti o chiome fluenti.
Come ha scritto Opernwelt (per Mazzi & co: è un’autorevolissima rivista, oltretutto specializzata e tedesca, quindi noialtri bolscevichi non c’entriamo), «motivi artistici per la sua nomina si cercano invano».
Ma, sbagliata nel merito, la nomina è stata assurda nel metodo. Chiunque sappia come funziona un’orchestra sinfonica, quindi non Brugnaro e soci, sa che non si nomina alla sua testa qualcuno che non l’ha mai diretta. Questo invece lo sa il sovrintendente e direttore artistico della Fenice, Nicola Colabianchi, che però ha rivelato la sua palese inadeguatezza: quando gli è stato ordinato di procedere alla
nomina, come ha incautamente rivelato il sindaco Brugnaro, l’ha gestita nel peggiore dei modi.
Ma quella del grande talento osteggiato per ragioni politiche dai komunisti cattivi è una favola, che non diventa una verità perché la rilanciano i giornali di area e i talk show di aria fritta, sia pure con l’attenuante che chi ci ha deliziato con le glorie di Venezi non distingue un basso profondo da un soprano di coloratura (altri invece sì, quindi si confermano, una volta di più, in malafede).
Politica la scelta di Venezi, politico anche il suo licenziamento. Certo che lei ci ha messo del suo. È stato un crescendo di interviste una più sbagliata dell’altra.
Prima ci sono state le dichiarazioni sulla Fenice anarchica dove governano i sindacati, sconfessando quindi il suo datore di lavoro; poi l’abbraccio a tale Andrea Ruggieri che aveva definito «quattro pippe» gli orchestrali; infine, la famigerata intervista alla «Nacion» dove ha detto che alla Fenice i professori si passano il posto di padre in figlio, quindi accusando in sostanza il teatro che l’ha assunta di taroccare i concorsi.
E qui perfino Colabianchi non ha potuto non reagire. La mossa di Venezi è stata così maldestra che viene il sospetto che abbia voluto provocare il suo licenziamento per uscire da una posizione impossibile. Però è anche vero che in tutto questo affaire la signora ha mostrato perfino meno perspicacia dei suoi sostenitori.
Sull’addio pesa, certo, la perdita delle sue sponde politiche, sorelle Meloni a parte. Sangiuliano è sparito da tempo
Mazzi, dopo i disastri combinati come sottosegretario alla Cultura, è stato promosso a ministro del Turismo (il governo del merito, capitolo primo). Brugnaro fra un mese non sarà più sindaco e si trasferirà nelle aule dei tribunali. E il ministro Giuli aveva già fatto sapere di essere «stufo» di una storia infinita che è stata anche una figura di shit planetaria per il governo, e qui pazienza, ma anche per l’Italia.
Di certo, con le sue improvvide uscite Venezi passerà alla storia come il primo direttore che distrugge una carriera che non c’è.
Infine, tutta la storia palesa la penosa inadeguatezza della classe dirigente di questa destra. Sono dei sovranisti alle vongole, assolutamente non in grado di capire cosa sia la Fenice, quel che rappresenta per la civiltà e l’identità italiane, e che il teatro dove sono risuonati per la prima volta Tancredi o Rigoletto, Semiramide o La traviata e dove hanno lavorato Paisiello, Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi è un luogo sacro, un altare della Patria, non l’ufficio di collocamento per i loro amichetti, sodali, camerati. Sono troppo ignoranti per saperlo e troppo arroganti per chiedere a chi lo sa, e qualcuno ci sarà pure anche fra i loro clienti. Non sanno niente, ma sono capaci di tutto.
E, proprio perché non sanno cos’è la Fenice, cos’è la grande arte italiana, la nostra cultura, la nostra civiltà, non capiranno nemmeno che questa è, finora, la loro sconfitta più grande.
Altro che egemonia culturale. Potranno fare altri danni, ma intanto per una volta, per la prima volta, devono fare marcia indietro, ammettere la sconfitta, rimangiarsi quello che hanno proclamato per sei mesi con la loro arrogante protervia. La lezione è che non possono fare quello che vogliono come hanno fatto finora.
Per loro, forse non è l’inizio della fine; di certo, è la fine dell’inizio.
Alberto Mattioli
per “La Stampa”
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