Luglio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LE NOSTRE RISPOSTE PUNTO PER PUNTO SULLE SUE AFFERMAZIONI FARLOCCHE
In occasione della sua visita a Genova, il factotum sovranista sedicente securitario Vannacci ha rilasciato una intervista al Secolo XIX. Non ci interessa l’aspetto politico delle sue affermazioni, qua entriamo nel merito delle sue critiche alla gestione dell’ordine pubblico a Genova.
Domanda del Secolo XIX:
La sindaca di Genova, Silvia Salis, sostiene che i sindaci sono lasciati soli dal governo sulla sicurezza.
Risposta di Vannacci:
«No, il sindaco partecipa al comitato per l’ordine e la sicurezza, è responsabile della sicurezza”. Ci sono stati sindaci, come Gentilini a Treviso, che hanno fatto tanto sul tema. Salis si dia da fare: invece di organizzare rave party restituisca la possibilità ai vigili di usare il taser, aumenti le pattuglie della polizia locale nei quartieri difficili, e utilizzi le ordinanze urgenti. Lavori in sinergia con le forze dell’ordine, invece di criticare il governo e scaricare su altri le responsabilità».
Vannacci non conosce la materia
1) Lo Stato (Ministero dell’Interno) è il vero responsabile dell’ordine pubblico e della sicurezza contro i crimini gravi. A livello provinciale, l’autorità è il Prefetto che coordina le forze dell’ordine, mentre il Questore cdirige le operazioni sul campo. Dipendono da loro: Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza.
2) Il Sindaco è responsabile del decoro urbano e della vivibilità della città. Non comanda i poliziotti dello Stato, gestisce la Polizia Locale. Il Sindaco può emettere ordinanze urgenti per tutelare i cittadini in caso di pericoli (es. degrado o schiamazzi notturni). In breve: Per denunciare un reato o per problemi di ordine pubblico, serve lo Stato (Polizia/Carabinieri). Per problemi di quartiere o multe, serve il Comune (Polizia Locale).
3) La sicurezza pubblica è la tutela dell’ordine pubblico, dell’incolumità delle persone e della proprietà, ed è gestita in via esclusiva dallo Stato tramite le forze di polizia. La sicurezza urbana è invece un’estensione incentrata sulla vivibilità e il decoro delle città, curata dai Comuni attraverso misure di riqualificazione, inclusione sociale e prevenzione del degrado. La sicurezza urbana punta a migliorare la qualità della vita e la coesione sociale, affrontando il degrado urbano, l’esclusione sociale e l’inciviltà.
4) Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica è un organo di CONSULENZA del Prefetto. Il suo compito principale è coordinare le Forze di Polizia per garantire la sicurezza sul territorio. Viene convocato dal Prefetto per discutere strategie di prevenzione, ordine pubblico e sicurezza urbana. Il Comitato è guidato dal Prefetto. I membri fissi sono: il Questore (capo della Polizia di Stato provinciale), il Sindaco del capoluogo ,il Presidente della Provincia metropolitana, i comandanti provinciali di Carabinieri e Guardia di Finanza . Come funziona : Il Prefetto presiede le riunioni. I membri condividono informazioni sui crimini locali. Insieme decidono come usare le forze dell’ordine e stabiliscono i piani di controllo. Quindi il sindaco può segnalare problemi ma non ha alcun potere , il Comitato è solo un ORGANO CONSULTIVO DEL PREFETTO.
5) Frase di vannacci: “invece di organizzare rave party Silvia Salis restituisca la possibilità ai vigili di usare il taser”.
In caso di querela della Salis qui Vannacci puo’ solo fare appello alla sua ignoranza: SILVIA SALIS NON HA MAI ORGANIZZATO RAVE PARTY. Se Vannacci si riferisce alla esibizione di Charlotte De Witte in piazza Matteotti si informi sui concerti di musica elettronica che si tengono in tutto il mondo, regolarmente autorizzati e che non c’entrano una mazza con i rave party.
Capitolo taser è un tragico autogol: è stata la giunta precedente sovranista ad annunciare due anni fa la sperimentazione del taser alla polizia locale e poi a non emanare mai un regolamento per porla in essere. Tutto documentato: per informazioni si rivolga al suo attuale referente locale che era assessore della giunta Bucci (si vede che allora del Taser non gli interessava una mazza)
6) Il Comune di Genova lavora in coordinamento con Prefetto e Questore da un anno, sia nel pattugliamento del Centro Storico che nella prevenzione dei reati, sopperendo alle carenze delle forze di polizia targate governo, anche qui Vannacci è male informato (chieda a Prefetto e Questore).
7) Patetica la conclusione: “invece di criticare il governo…”. Ma come, sei uscito dalla Lega , attacchi per finta il Governo ogni giorno e poi ti scappa la frase in difesa del governo? E’ la parabola del figliol prodigo o la commedia “aggiungi un posto a tavola”?
8) Informiamo Vannacci che il suo mito Gentilini ha subito una condanna definitiva per istigazione all’odio razziale dalla Corte di Cassazione nel 2014. Ognuno ha i suoi modelli.
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Luglio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA TENDENZA ERA STATA CONFERMATA ANCHE DAL SONDAGGIO YOUTREND PER SKY-TG24… ORA VEDIAMO SE IL CAMPO LARGO RIESCE LO STESSO A PERDERE LE ELEZIONI PER L’EGOCENTRISMO DI CERTI SUOI LEADER CHE NON SI VOGLIONO FARE DA PARTE PER ACCORDARSI SU UN CANDIDATO VINCENTE, CAPACE DI PARLARE “OLTRE” GLI STECCATI… IL TICKET VINCENTE? SILVIA SALIS E NICOLA GRATTERI
Lo scorso 3 luglio, anche una rilevazione di YouTrend per SkyTg24 riportava dati critici per il
governo, seppure meno nettamente del sondaggio Emg. Il 55% degli italiani esprime un giudizio negativo sul Governo Meloni, mentre il 35% lo valuta positivamente.
Per quel che riguarda le rilevazioni legate al voto, secondo Emg l’affluenza stimata si attesta al 62%, stabile.
Quanto alle intenzioni di voto, la coalizione di centrosinistra sarebbe al 43,9% (+0,2%) con il Pd al 21,0%, il M5s al 12,8%, Alleanza Verdi-Sinistra al 6,0%, Italia viva al 2,5%, +Europa all’1,6%. La coalizione di centrodestra è al 42,8% (-0,5%) con Fratelli d’Italia al 25,0%, Forza Italia all’8,8%, Lega al 7,4%, Noi Moderati all’1,6%. Tra le altre forze politiche, Futuro nazionale 6,7% (+0,1%); il totale del Centro è 4,3% (-0,1%) con Azione al 2,5% e il Partito liberaldemocratico all’1,8%, Altra lista: 2,3% (+0,3%).
Anche la Supermedia Agi/Youtrend di questa settimana certifica infatti il sorpasso di Fn sul Carroccio, come già preannunciato da diversi recenti sondaggi. Fn sale infatti sopra il 6%, crescendo di un ulteriore 0,9% nelle ultime due settimane, mentre il centrodestra nel complesso arretra esattamente della stessa misura, e la Lega scende al 5,8% (-0,4%).
(da agenzie)
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Luglio 11th, 2026 Riccardo Fucile
L’INGIUSTIZIA SOCIALE STA DILAGANDO, I RICCHI SONO SEMPRE PIU’ RICCHI E I POVERI SEMPRE PIU’ POVERI E DAL CAMPO LARGO SENTIAMO SOLO PERSONALISMI E CAZZATE FILOPUTINIANE DA PACIFISTI DELLA DOMENICA… L’EUROPA DIMENTICATA IN NOME DELL’ITALIETTA DEI VILI
Giorgia Meloni ha già vinto le prossime elezioni politiche, che si terranno nel 2027. Sostanzialmente, per l’improntitudine del cosiddetto campo largo di centrosinistra. Una coalizione che, piuttosto che larga, risulta a oggi slabbrata, divisa su tutto in politica estera e unita letteralmente sul nulla in politica interna. Sul nulla, sì, perché mancano una visione chiara e una proposta netta in grado, non dico di entusiasmare, ma quantomeno di convincere la maggioranza dell’elettorato (soprattutto coloro che si astengono, di fatto il partito con più consensi nel paese).
Né a nulla vale la “carta Vannacci”, fondata sulla pia illusione che il generale fintamente reazionario eroderà consensi proprio al centrodestra, consentendo la vittoria, per banale osmosi, del campo avverso. Sorvoliamo pure sull’infondatezza di tale convinzione che, fra le altre cose, manifesta la pochezza di chi si rifugia sulla strategia numerica con la quale, ammesso che si vincano le elezioni, certo non si governa un paese in forte crisi come l’Italia.
Anche uno studente al primo anno di Scienze politiche ha già appreso che, appunto in politica, esattamente come in natura non sono consentiti “vuoti”, i quali vengono regolarmente riempiti. Fino a che Meloni e Salvini davano l’illusione di coprire la casella della Destra radicale, buona parte dell’elettorato li ha votati sperando che facessero il “lavoro sporco” su immigrati, sicurezza, contrasto ai poteri forti etc.. Ma adesso che è stato svelato il meccanismo, per cui l’andare al governo può implicare l’omologarsi alle volontà di quei medesimi poteri (tecnici e finanziari, sopra gli altri), si è aperto uno spazio proprio alla loro destra: il medesimo rappresentato da Le Pen in Francia, AfD in Germania (Alternative für Deutschland), Farage in Inghilterra e lo stesso Trump negli Usa.
Se la Storia insegna qualcosa, però, è che la Destra più radicale è sempre stata sfruttata dai poteri economici, quando le ingiustizie sociali arrivavano a un livello inaccettabile come dopo la Prima guerra mondiale. Allora, c’era il bisogno di qualcuno che togliesse alla Sinistra (peraltro storicamente incapace) la rappresentanza politica delle categorie subalterne e impoverite. Si tratta di un meccanismo raccontato egregiamente dal sociologo ungherese Karl Polanyi, in quel capolavoro di analisi socio-politica che è stato il libro su La grande trasformazione (1944).
Non è per caso che il fascismo italiano – specie all’inizio – ottenne il consenso perfino di grandi intellettuali liberali, convinti che potesse essere utile per arginare (ma in realtà reprimere con la forza) le proteste di operai e lavoratori subito dopo la Prima guerra mondiale, nonché la forte spinta a sinistra che derivava dalla Rivoluzione d’Ottobre in Unione Sovietica (1917). Pensiamo a Ludwig von Mises, principale autore liberale della prima metà del Novecento, convinto che il fascismo rappresentasse la legittima reazione a quanto accaduto in Unione Sovietica, ma anche che, una volta svolto il ruolo di repressore delle proteste operaie per le condizioni di sfruttamento, sarebbe tornato nei ranghi delle forze moderate. Ancora nel 1927, scriveva testualmente: “I meriti che il fascismo ha conseguito con la sua opera, vivranno in eterno nella storia”.
Abbastanza simile fu, in Italia, il caso di Benedetto Croce, dapprima disposto a giustificare “due ceffoni” nei confronti dei lavoratori indisciplinati da parte dei fasci, salvo poi diventare un convinto antifascista. Purtroppo, quando il danno era ormai fatto.
Insomma, la storia del capitalismo contemporaneo non è stata tanto una vicenda di contrapposizione fra Destra e Sinistra, quanto della capacità da parte dei poteri finanziari di sfruttare l’una o l’altra a seconda delle convenienze e condizioni del momento.
Ovviamente in chiave di difesa del mercato e riduzione ai minimi termini dell’intervento politico per la giustizia sociale. Ecco: mai come oggi l’ingiustizia sociale sta dilagando, con pochissimi ricchi detentori di capitali vergognosi e una fascia sempre più ampia di popolazione impoverita e privata di diritti e tutele minimi.
I profitti dei dieci più grandi miliardari basterebbero a sconfiggere tutta la fame nel mondo. Qui risiede l’unico vero atto di coraggio e prospettiva politica che il campo largo può mostrare, fornendo anche un’immagine di unità sostanziale. Non sperare che Vannacci faccia perdere il centrodestra, ma studiare fin da oggi misure volte alla redistribuzione delle ricchezze e a una tassazione progressiva, specie delle transazioni finanziarie più ingenti. In palio c’è il consenso democratico della ormai stragrande maggioranza della popolazione. Ce la faranno i nostri eroi?
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 11th, 2026 Riccardo Fucile
GLI 007 AMERICANI SONO PRUDENTI SUL MESSAGGIO DEI COLLEGHI DELLO STATO EBRAICO: RITENGONO SIA UNA MOSSA PER CONDIZIONARE IL PRESIDENTE. NETANYAHU CROLLA NEI SONDAGGI, SUPERATO DALL’EX GENERALE GADI EISENKOT, E HA BISOGNO DI ALZARE LA TENSIONE IN VISTA DELLE ELEZIONI IN AUTUNNO
Donald Trump ha “lasciato istruzioni” nel caso l’Iran dovesse riuscire ad assassinarlo e le
conseguenze per la Repubblica islamica sarebbero catastrofiche. “Sono sulla loro lista da molto tempo. È con questo che abbiamo a che fare”, ha affermato il presidente in un’intervista al New York Post, in riferimento ai piani di Teheran per ucciderlo.
“L’unica cosa è che ho lasciato istruzioni: se dovesse succedere qualcosa, bisogna letteralmente bombardarli con una potenza mai vista prima”, ha affermato Trump.
Quanto alle notizie secondo cui questa settimana Israele avrebbe segnalato informazioni di intelligence su un complotto per eliminare il presidente americano, Trump ha indicato che non vi è alcun nuovo piano da parte dell’Iran, pur sottolineando che Teheran ne desidera la morte da anni. “No, no. Israele non ha trovato nulla. No, no”, ha detto. “Sono il numero uno [nella lista degli obiettivi iraniani] da molto tempo; è così che vanno le cose, sa”. Il presidente ha poi aggiunto: “Spero che sentirete la mia mancanza”.
L’ omicidio mirato è parte dello scontro che oppone lo schieramento Usa-Israele all’asse Iran-milizie sciite. Molte le eliminazioni fisiche dei dirigenti iraniani, episodi che hanno alimentato la voglia di vendetta da parte della Repubblica islamica, ancora prima dei recenti conflitti. E questo ha determinato un flusso di rivelazioni su piani veri o presunti per assassinare Donald Trump.
Nelle scorse ore il nuovo allarme. Israele ha informato Washington su un progetto dei mullah decisi a far fuori il presidente americano. La nota segue storie analoghe accompagnate da inchieste giudiziari
Teheran ha un conto aperto con Trump per l’assassinio del generale Qasem Soleimani, dilaniato dal raid di un drone statunitense a Bagdad nel gennaio 2020. Una perdita grave per l’Iran visto quanto fatto dall’esponente dei guardiani. Ha diretto per anni la divisione Qods — operazioni speciali —, ha sviluppato i rapporti tra le fazioni sciite in Medio Oriente trasformandole in un «braccio» rilevante del sistema, ha disegnato la strategia nella regione.
Non è un caso che da quello strike si siano moltiplicate le informative su rappresaglie dirette da parte dei guardiani. Sono apparse ricostruzioni, sempre smentite da Teheran, dove gli iraniani sono stati accusati di preparare colpi contro l’ex segretario di Stato Mike Pompeo, il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton (oggi caduto in disgrazia perché critico verso il presidente), lo stesso Trump. Qualcuno ha poi ricordato come lo scrittore Salman Rushdie sia stato vittima di un’aggressione decenni dopo la fatwa di morte di Khomeini.
Nel 2024 c’è stata l’incriminazione di tre delinquenti comuni a New York che sarebbero stati reclutati dai pasdaran per eseguire omicidi negli Stati Uniti.
Sempre nel 2024, a novembre, la stampa americana aveva raccontato di un messaggio inviato dalla Repubblica islamica all’amministrazione Biden ormai in uscita: conteneva l’impegno a non attentare alla vita di The Donald.
La rassicurazione rappresentava un gesto distensivo per placare i timori della Casa Bianca. Un paio di mesi prima gli Usa, dopo aver raccolto indizi su possibili attacchi contro il tycoon, avevano messo in guardia Teheran sulle possibili conseguenze: lo considereremo un atto di guerra.
La guerra poi è arrivata sul serio ma per altre ragioni, scatenata dal patto Stati Uniti-Israele. E la decapitazione del nemico è diventata parte cruciale di una strategia che avrebbe dovuto provocare il collasso del regime. Così non è stato.
duellanti hanno cavalcato il momento, l’avviso israeliano è tornato utile a tutti. I pasdaran hanno ricordato, alla fine dei funerali di Khamenei, che la vendetta è legittima. Altrettanto baldanzoso Trump: «Vogliono eliminare il leader degli Stati Uniti, cioè me…Sono in tutte le liste. Ho visto stamattina che sono in ognuna di esse».
Quando il gioco si fa duro, sempre meglio chiamare al proprio fianco l’amico più forte e fidato. Questo deve aver pensato Benjamin Netanyahu quando ha visto il vento iniziare a girare a suo sfavore: perché dopo settimane di testa a testa, ieri i sondaggi hanno certificato per la prima volta che si andasse a votare oggi il primo ministro perderebbe la maggioranza per cederla all’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot: 21 seggi per il Likud contro 22 dell’ex generale e del suo Yashar, partito centrista; 49 quelli della coalizione di governo contro 61 dell’opposizione (esclusi i partiti arabi). Ancora più implacabili i numeri del testa a testa: il 48% degli elettori vorrebbe Eisenkot premier, solo il 41 Netanyahu.
Prevedendo tutto ciò, Netanyahu nei giorni scorsi ha chiesto a Donald Trump di poter andare a Washington per una «visita personale». […] Ma dalla Casa Bianca l’invito per l’ottavo incontro diretto fra i due leader finora non si è materializzato.
Con il risultato che l’avviso su un nuovo complotto per ucciderlo, recapitato al team di Trump dagli 007 del Mossad e reso pubblico dal presidente Usa, è al momento il segnale migliore della vicinanza fra i due alleati che Netanyahu riesce a produrre sul palcoscenico nazionale e su quello internazionale.
Un’operazione che non appare troppo diversa da quella già messa in atto a inizio anno dal premier israeliano: allora con una presentazione alla Casa Bianca basata su informazioni riservate, riuscì a convincere Trump che un’operazione militare contro Teheran sarebbe stata rapida e risolutiva. Il presidente si fidò più di lui che dei vertici della sua difesa, assai perplessi.
Oggi lo scenario è mutato ma i fondamentali no: Israele riporta nel cuore della Casa Bianca la minaccia iraniana, spostando il focus questa volta sulla vita stessa del suo alleato più importante.
Del resto, che il conto con Teheran per Netanyahu non fosse chiuso, ma solo sospeso, in Israele lo sanno tutti. […]
Tenere alta la tensione, spingere per un ritorno alle armi è ciò che Netanyahu ha fatto dalle prime ore dopo l’entrata in vigore dell’accordo. I raid degli ultimi giorni, per quanto non lo abbiano coinvolto direttamente, vanno esattamente nella direzione che auspica: «L’umore in Israele è agrodolce e si può riassumere in poche parole: “Ve l’avevamo detto”. Le dichiarazioni di Trump sull’Iran (“Gente malata… feccia”) sono state come musica celestiale per le orecchie di Netanyahu.
(da agenzie)
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Luglio 11th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI VALUTA UN INTERVENTO PER “AGGIUSTARE” IL PREMIO DI MAGGIORANZA: NON ANDREBBE PIÙ AL LISTONE DI COALIZIONE MA ALLA LISTA DI PARTITO PIU’ VOTATA (FDI?)… UN PO’ A SORPRESA, IL CENTRODESTRA APRE AL VOTO PER I FUORISEDE (NON CERTO BASE MELONIANA)
Secondo fonti qualificate, la premier Giorgia Meloni avrebbe avvertito gli alleati Matteo Salvini e Antonio Tajani: l’emendamento sulle preferenze sarà presentato da Fratelli d’Italia in aula e sarebbe meglio che la maggioranza non si spaccasse nel voto segreto.
Meloni con gli alleati ha usato un’argomentazione pesante: se l’emendamento dovesse essere bocciato a scrutinio segreto, a quel punto si rischierebbe un intervento prima del Quirinale e poi della Corte costituzionale, che sul tema sono già intervenuti.
Fonti parlamentari confermano che il Colle osserva con attenzione questo passaggio delicato della legge. Non sarebbero arrivate richieste esplicite del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al governo sul testo dello Stabilicum, se non quello sul premio di maggioranza che è già stato “aggiustato” portando la soglia dal 40 al 42,5% per accedere al premio.
Ma un listone bloccato in base al quale sarà attribuito il premio, non solo farebbe riflettere il presidente della Repubblica al momento della firma, ma rischia di non passare al vaglio della Consulta, dopo le sentenze su Porcellum e Italicum. Resta il fatto, ragionano le stesse fonti, che Mattarella non firmerebbe la legge solo in presenza di un testo “palesemente incostituzionale”.
Che la decisione della Corte costituzionale, invece, arrivi dopo il voto poco importa, è il ragionamento che si fa ai vertici di FdI: sarebbe una figuraccia lo stesso e si rischierebbe comunque di dover correggere il testo dopo la sua approvazione.
A questo proposito, comunque, Meloni ha messo sul piatto una soluzione che è sembrata anche una sorta di avvertimento: se l’emendamento sulle preferenze sarà bocciato, FdI ne presenterà uno per tornare ad attribuire il premio di maggioranza a “scorrimento” alla lista di partito e non più al “listone” di coalizione.
In questo modo FdI non concederebbe niente agli alleati nelle trattative pre-voto e si prenderebbe il premio in caso di arrivo al primo posto. Si tornerebbe, insomma, al testo base. Avviso che comunque non è servito a far togliere il veto degli alleati. Ieri il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari ha detto che “ora è difficile inserire le preferenze” nella legge.
Le preferenze dovessero passare, i parlamentari contrari si sfogherebbero al primo voto segreto, se dovessero essere bocciate invece si rischia una spaccatura nella maggioranza. Tanto più che gli strateghi delle opposizioni stanno già preparando decine di emendamenti da votare a scrutinio segreto per titillare gli scontenti.
La coalizione è bloccata sulle preferenze, ma fa sapere di aver trovato un punto d’incontro sul voto ai fuorisede, con un emendamento di FdI, Lega, FI e Noi Moderati. La soluzione trovata è la “residenza bis”: consentire l’iscrizione nelle liste elettorali a chi ha dichiarato, entro il 31 dicembre precedente, il domicilio in un comune diverso dal proprio in cui si trova da almeno 9 mesi.
Una formula che convince i più nella maggioranza, ma non l’opposizione: per il Pd si tratta di «una presa in giro». Secondo Simona Bonafè e Marco Meloni, l’emendamento è «la contropartita di una legge elettorale incostituzionale che la maggioranza vorrebbe approvare in fretta per favorire se stessa».
Ma il problema della coalizione guidata da Giorgia Meloni resta un altro, perché a tenere banco è ancora il tema delle liste bloccate. Un nodo su cui gli sherpa del centrodestra si sono confrontati per tutto il giorno anche ieri, senza arrivare a un accordo. E in questo clima FdI teme l’autogol: numeri alla mano se via della Scrofa volesse forzare, alla Camera l’emendamento sulle preferenze potrebbe passare grazie ai 117 deputati meloniani e gli 8 di Noi Moderati (e forse gli 8 di Futuro nazionale). Sarebbero abbastanza, anche senza i 110 voti di Lega e Forza Italia.
E se l’opposizione uscisse dall’aula, sarebbero impossibili trucchi, magari dichiarando il sì e facendo saltare la norma nel voto segreto. Ma poi la frattura riemergerebbe in Senato, dove i numeri favoriscono l’asse tra il Carroccio e gli azzurri. Uno scontro che potrebbe arrivare fino a far saltare la legge.
L’intesa tra alleati è dunque un imperativo. E in questa direzione lavorano senza sosta gli sherpa. Tra le ipotesi sul tavolo, una strada potrebbe essere il cosiddetto “modello croato”, che vedrebbe il capolista bloccato e gli altri candidati a seguire nella lista. Con la possibilità però per chi superasse una certa percentuale di voti di scavalcare i capilista bloccati nella conquista di uno scranno in Parlamento.
In questo caso la norma darebbe la possibilità di esprimere fino a tre preferenze. Un meccanismo analogo a quello delle elezioni Europee, ma con la lista di nomi già stampata e la possibilità per l’elettore di apporre fino a tre X, purché venga garantita l’alternanza di genere.
L’altra ipotesi sul tavolo della coalizione – su spinta di Lega e FdI – manterrebbe le liste bloccate, ma senza il listone di coalizione. In questo caso il premio di maggioranza verrebbe redistribuito tra i partiti della coalizione più votata, in base alle percentuali elettorali. Ma così, niente preferenze.
(da Repubblica)
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Luglio 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL CENTROSINISTRA NON HA SAPUTO CAVALCARE L’ONDA LUNGA DEL SUCCESSO DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA
Il centrosinistra ha stravinto il referendum sulla giustizia. Ma non ha saputo cavalcare l’onda lunga
di quel successo. E ora, nell’immaginario della sua gente e della sua classe dirigente, si riaffaccia la paura di riperdere anche le prossime elezioni. Una preoccupazione reale, tutt’altro che immotivata.
Secondo i sondaggi, i consensi di Meloni sono in calo ma restano alti. Nonostante la disfatta referendaria su un tema fortemente identitario per le destre. Nonostante il fallimento delle altre due pseudo-riforme alle quali aveva appeso la legislatura, il premierato forte e l’autonomia differenziata. Nonostante il fuoco incrociato che le riversa addosso Vannacci, pronto a sparare sul quartier generale e a ricattare la maggioranza.
Nonostante le scelte sbagliate della sua politica economica, che non ha risparmiato al Paese la stagnazione del Pil, l’inflazione dei prezzi e la deflazione dei salari. Nonostante le scommesse mancate della sua politica estera, che ha condannato “la Patria” alle paranoie dell’Amico Amerikano e all’isolamento dai partner europei. Nonostante tutto questo, la Sciamana tiene. In che altro modo si può spiegare, se non per la mancanza di un’alternativa politica visibile, credibile e affidabile, qui ed ora?
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Forse è un’ossessione personale. Ma ho ricontrollato l’archivio. Sulla separazione delle carriere tra giudici e pm abbiamo votato il 22 e il 23 marzo. Da cittadino-elettore – e come me molti progressisti, ne sono certo – mi sarei aspettato la svolta già dalla mattina dopo, sulle ali dell’entusiasmo per quei 15 milioni di no che avevano respinto l’assalto alla Costituzione ordito dalle destre al comando. L’attesa era stata vana. Pd, Cinque Stelle e Avs avevano cominciato subito a discutere sul Nome, invece di parlarci della Cosa.
Già a metà di aprile, da queste colonne, mi ero permesso di suonare una sveglia ai leader del campo largo, abusando (con tutto il rispetto) di uno storico titolo del Mattino di Napoli, all’indomani del tragico sisma in Irpinia: “Fate presto”. Invece di marcarvi l’un l’altro, di inseguire i brusii dei palazzi romani come il re in ascolto di Calvino, di presidiare i rispettivi blocchi sociali ognuno con una sua “campagna d’ascolto”, cosa aspettate a spiegare ai cittadini che di fronte ai conclamati fallimenti dell’Armata Brancameloni c’è un centrosinistra riformista già pronto a governare l’Italia?
“Già pronto” vuol dire già in grado di presentare un programma con pochi punti irrinunciabili e non negoziabili: sul lavoro e sul fisco, sulla sanità e sulla scuola, sull’immigrazione e sulla sicurezza, sull’America e sull’Europa, sull’Ucraina e sulla Palestina. E di indicare entro un tempo certo le modalità attraverso le quali sarà scelto il candidato premier: con un accordo tra i partiti, prima delle elezioni o dopo le elezioni, con le primarie aperte o riservate agli iscritti, col ballottaggio o senza, scegliete voi i meccanismi che ritenete più opportuni.
Questo era e questo resta l’auspicio. Perché nel frattempo nulla di tutto questo è accaduto. Anzi, in mezzo c’è stata pure la mezza delusione delle amministrative di fine maggio, con la riconferma della destra a Venezia. Dalla Serenissima doveva partire un “avviso di sfratto” al governo Meloni: sfortunatamente, non è mai arrivato a destinazione.
La prima prova unitaria di esistenza in vita i leader l’hanno data solo il 16 giugno – ben tre mesi dopo il referendum – col famoso selfie del pranzo in grotta che ricordava i riti segreti dei paleo-cristiani nelle catacombe. Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, finalmente seduti allo stesso tavolo (sia pure in contumacia di Matteo Renzi, eterno convitato di pietra per tutte le Izquierde più o meno Unide). Ancora poco, ma meglio di niente.
Da quel convivio è venuto fuori il promettente annuncio: segnatevi in agenda le date dell’8 e del 15 luglio, perché lì sì che l’alternativa prenderà plasticamente forma e sostanza. Ma anche stavolta, come la morte di Mark Twain, la notizia del neonato “Fronte popolare” è risultata largamente esagerata. La manifestazione di Napoli ha deluso le attese. E, va detto, non solo per colpa dell’apposito drappello gruppettaro di tafferuglisti-nichilisti, che a forza di sognare il “Potere al popolo” lo lasciano gioiosamente in mano al pur sgangheratissimo kombinat fascio-leghista.
Per un’alleanza che non ha ancora messo a fuoco e condiviso i suoi punti cardinali, la discesa in piazza è la via più facile e più breve. Può anche rassicurare, ma non scioglie i nodi e non risolve i problemi. Se non c’è una leva forte e chiara che spinge e giustifica la mobilitazione – com’è stata e com’è ancora Gaza per la Generazione Z – le gloriose “masse” di una volta non si riaggregano mai. Men che meno se a richiamarle “alla lotta” sono i partiti, ormai capaci al massimo di inseguire le istanze della società civile, non più di orientarle e di guidarle. Come diceva quel primo ministro conservatore inglese negli anni ’20, anticipatore di tutti i populismi: “Devo seguirli, sono il loro leader”.
A Napoli difettavano sia il mezzo che il messaggio. Serve a poco andare in piazza, se sulla sanità ripeti sempre l’ovvio, se sul lavoro puoi solo rilanciare il salario minimo, e se sul sostegno alla resistenza di Zelensky ti tocca votare in tre modi diversi al Parlamento europeo e poi sentire Conte che dal palco riesce a dire addirittura «stanno costruendo la minaccia russa per farci comprare le armi». Nelle stesse ore in cui Putin devasta di bombe Kiev e minaccia per la prima volta la Polonia.
In tanta confusione programmatica, è in bilico il secondo appuntamento di Padova. E forse è un bene che salti, signore e signori del campo largo. Chiaritevi le idee, ora o mai più, poi trasformatele subito in progetto per la prossima legislatura. E fate in modo che il dibattito parlamentare sull’obbrobrioso e pericoloso “Melonellum” non sia solo un pretesto, ma diventi l’occasione per costruire, nel fuoco della battaglia, una vera “Alleanza per la Costituzione” (o come preferirete chiamarla). Fatelo con tutti quelli che ci stanno, compresi i reprobi renziani, se sono disposti come dicono a sottoscrivere un patto di coalizione e magari pure una norma anti-ribaltone.
Cercate di riaccendere lo spirito referendario di marzo, rinnovando l’impegno a difendere la democrazia formale e materiale che la Sorella d’Italia vuole manomettere di nuovo, blindando il suo potere e togliendo ai cittadini il diritto di contare. Non vi lasciate intimidire dalle anime belle del “terzismo” in servizio permanente effettivo, sempre riparate all’ombra dei Cassese di ogni epoca e sempre pronte a irridere qualunque “allarme democratico”. Come ai tempi del Cavaliere di Arcore, a loro va benissimo se nel 2029 sale al Quirinale l’Underdog di Colle Oppio che celebra Almirante come padre della Repubblica, o Ignazio La Russa che rende omaggio “al camerata Marcello Bignami”. Lo so bene: come nel ventennio berlusconiano, essere “contro” le destre autoritarie e illiberali non basta. Ma ancora oggi rimane un buon inizio.
(da Repubblica)
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Luglio 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROGETTO SI CHIAMA ‘MACHINA SACRA’ E ARRIVA A POCHE SETTIMANE DALLA PUBBLICAZIONE DI “MAGNIFICA HUMANITAS”, L’ENCICLICA DI PAPA LEONE XIV DEDICATA ALLA CUSTODIA DELLA PERSONA UMANA NEL TEMPO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE (SARÀ CONTENTO PREVOST)
Un’inedita processione che percorre le vie di un borgo portando a spalla un grande schermo digitale. Durante il percorso, le persone hanno partecipato accompagnando l’azione con i propri smartphone, connessi all’opera tramite un qr code: ogni dispositivo ha trasmesso una litania digitale che si è propagata in tutte le strade sonorizzando la processione e al contempo illuminandone il percorso e i volti fino alla tappa conclusiva, quando l’opera è stata deposta nella Cappella del Carmine di Bosco.
Qui resterà per tutta la durata di MicroCosmi, il format ideato da Vittorio Cosma e da lui diretto e curato insieme ad Annarita Masullo (The Goodness Factory), in programma fino a domenica 12 luglio a San Giovanni a Piro, Bosco e Scario, nel Cilento.
Il progetto si chiama ‘Machina Sacra’ e nasce nell’anno di Magnifica Humanitas, l’enciclica di Papa Leone XIV dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, “inserendosi in una riflessione contemporanea sul rapporto tra spiritualità, tecnologia e collettività”, spiegano i promotori.
Il progetto artistico è di Max Magaldi e Matteo Mandelli. “Non volevamo mettere in discussione la fede, ma osservare come cambiano i simboli che attraversano il nostro tempo. Le processioni non parlano solo di religione: parlano di comunità, di appartenenza e di ciò che decidiamo di seguire”, ha dichiarato Mandelli.
“A testa bassa, quando col telefono tra le mani scrolliamo, scriviamo, commentiamo, cerchiamo, compriamo, crediamo che quel momento sia nostro. Intimo, privato. Invece, proprio in quel momento siamo parte di una nuova liturgia, collettiva e inconsapevole, durante la quale cediamo tutti le stesse cose: dati, attenzione, tempo, presenza”, dice Magaldi.
(da agenzie)
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Luglio 11th, 2026 Riccardo Fucile
I CASI IN CUI L’IO ESPLODE NELLE MANI DI CHI LO MANEGGIA COMINCIANO DAVVERO A ESSERE TROPPI
L’idea che il caos sia la regola dei nostri tempi ha molte pezze d’appoggio. Probabilmente, in molti,
si è abituati a criteri di giudizio troppo rigidi, novecenteschi. Molti dei quali andati in frantumi. A me, per esempio, capita sempre più spesso di non riuscire a farmi un’opinione su persone e fatti, voglio dire un’opinione che poggi su paradigmi politici o culturali o psicologici ancora leggibili.
Il caso Adinolfi, per esempio, per uno come me è semplicemente indecifrabile. Non capisco cosa c’entrino Dio e Mammona con il gioco d’azzardo (a meno che si attribuisca a Dio ogni vincita e a Mammona ogni perdita). Non ho mai colto il senso dell’iter politico di una persona passata per il Pd, approdata all’integralismo cattolico e infine in odore di simpatia per Vannacci.
Infine non so capacitarmi del fatto che qualcuno abbia ordito una congiura di false accuse ai danni di un personaggio che, a ben vedere, ha un peso politico minimo e non dà fastidio a nessuno: chi avrebbe mai interesse a zittirlo? E perché?
Posso solo dire che – a parte i cattivi quelli veri – dispiace sempre vedere qualcuno nei pasticci, e si spera che se la cavi senza troppi danni. Infierire su chi è in difficoltà non riguarda l’annoso derby tra Dio e Mammona, è molto più banalmente una manifestazione di meschinità umana. Però mi darebbe sollievo capire perché una persona che dicono di talento debba mettere in piedi un casino del genere, e finirci sotto. Diventare famosi? Diventare ricchi? Ma ci sono anche maniere più normali per farlo. L’ambizione non è una colpa, l’io ingombrante è un problema di molti, ma i casi nei quali l’io esplode nelle mani di chi lo maneggia cominciano a essere veramente troppi.
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Luglio 11th, 2026 Riccardo Fucile
IN ITALIA I GIOVANI CHE NON STUDIANO, NON LAVORANO E NON SEGUONO CORSI DI FORMAZIONE SONO QUASI 1,2 MILIONI NELLA FASCIA 15-29 ANNI
I NEET (Not in Education, Employment or Training) ossia i giovani che non studiano né lavorano, in Italia sono oltre un milione nella fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni e salgono a 1,9 milioni se si considera quella tra i 15 e i 34 anni. Tra loro, a prevalere sono le donne, che rappresentano il 59% del totale dei NEET nella fascia 15-34 anni. A preoccupare di più è però il dato che vede il numero delle donne NEET più alto se in coppia con figli piuttosto che da madri single: una madre su due all’interno di un legame familiare non lavora. Sono i dati che emergono dalla seconda edizione del Rapporto Dedalo 2025 – Laboratorio sul fenomeno NEET, presentato alla Camera dei Deputati.
Che cos’è il Rapporto Dedalo
Giunto alla sua seconda edizione, il Rapporto Dedalo – Laboratorio permanente sul fenomeno NEET, è un progetto, unico nel suo genere, lanciato nel 2025 dalla Fondazione Gi Group, in partnership con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, ZeroNeet, Fondazione Cariplo e Fondazione Compagnia di San Paolo. Si tratta di uno studio che pone al centro della sua analisi i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni, ma anche i cosiddetti giovani adulti (29-34 anni) che per vari motivi si sono allontanati dai percorsi scolastici, formativi e dal mondo del lavoro. L’obiettivo del report è promuovere una corretta conoscenza della loro condizione e individuare e proporre iniziative di contrasto e prevenzione.
I NEET in Italia
In Italia, i NEET sono quasi 1,18 milioni nella fascia 15-29 anni e salgono a quasi 1,9 milioni se si estende il campione dai 15 ai 34 anni di età. Si tratta di un dato in ripresa, corrispondente complessivamente al 13,3% delle persone in età lavorativa, che è sceso di 10 punti rispetto al 2020, quando si attestava al 23,7 per cento. Eppure non basta: l’Italia rimane indietro rispetto alla media europea dell’11% e ancor più rispetto all’obiettivo europeo del 9% entro il 2030. A preoccupare, poi, l’altissima percentuale di NEET tra le donne, in particolare quando madri all’interno di una coppia.
Scala di gravità: 1 NEET su 3 non vuole e non cerca lavoro da almeno 12 mesi
Quest’anno il rapporto, il cui titolo è NEET, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno, si distingue per l’introduzione di una scala di gravità, uno strumento originale a 8 livelli che misura la distanza dal mercato del lavoro e il rischio di esclusione occupazionale persistente dei giovani. Rispetto alla precedente edizione, si distingue inoltre per una lettura di genere del fenomeno. Il dato più preoccupante rileva che 1 NEET su 3 si colloca a livello più alto della scala: non cerca lavoro non è disponibile ad accettarlo e si trova in questa condizione da oltre 12 mesi. Tra di loro, a prevalere sono le donne con il 43,1%, contro il 13,2% degli uomini.
Donne NEET: il fattore di rischio della genitorialità
All’interno dei quasi 1,9 milioni di NEET (15-34 anni), 1.106.000 sono donne che si trovano così fuori da percorsi di studio, formazione e lavoro. La genitorialità rappresenta la principale condizione familiare di rischio: eppure, il paradosso vuole che siano più le donne NEET tra le madri in coppia 49,4%, che quindi potrebbero dividere il carico famigliare con i mariti, rispetto a quelle tra le madri single 47,6 per cento. Un dato, questo, che rispecchia responsabilità famigliari non equamente distribuite: il 90% dei genitori in coppia NEET, infatti, è donna. La situazione più grave si legge tra le giovani madri (20-24 anni): il tasso NEET raggiunge il 78,2%, 58,5 punti in più dei padri.
Quando la laurea in famiglia non basta
Un dato interessante riguarda il “role model” famigliare e la trasmissione intergenerazionale dello svantaggio: quando una madre ha un titolo di studio basso, per esempio una licenza elementare, anche le figlie tendono ad averlo: si tratta del 67,1% delle giovani. Questo dato porta la loro percentuale di NEET al 64,8%, con un gap di quasi 40 punti percentuali rispetto ai maschi. Al tempo stesso, una laurea aiuta molto, ma non è sufficiente ad azzerare le diseguaglianze di genere: tra i giovani adulti (25-34 anni) il tasso di NEET è pari al 12,3% per le donne contro l’8,1% per gli uomini. In generale, il titolo di studio ha comunque un forte impatto sull’astensione dal lavoro: la licenza elementare porta il 52,1% delle madri a non lavorare né studiare, dato che scende al 23,8% per la licenza media, 10,6% per diploma e 6,9% in caso di laurea.
Le possibili soluzioni
Le soluzioni individuate a conclusione del rapporto per poter arginare il fenomeno NEET sono diverse: dal rafforzamento dell’orientamento come leva di prevenzione, alla costruzione di condizioni occupazionali che garantiscano indipendenza economica e abitativa, al contrasto al lavoro irregolare fino al potenziamento delle Politiche Attive del Lavoro e a sgravi contributivi per le imprese che assumono NEET, in particolare donne. Inoltre, è stata messa in luce l’urgenza di interventi mirati per le giovani madri (e le figlie), le donne straniere di prima generazione e le giovani donne del Mezzogiorno, più colpite dal fenomeno rispetto a quelle del nord.
La presentazione del Rapporto Dedalo alla Camera dei Deputati
L’evento di presentazione del Rapporto Dedalo si è svolto nella cornice della Camera dei Deputati, alla presenza del Presidente Commissione Lavoro della Camera dei deputati Walter Rizzetto, della Presidente della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla Transizione Demografica Elena Bonetti e del Segretario della Commissione Lavoro Pubblico e Privato della Camera dei Deputati Lorenzo Malagola. Come ha sottolineato Chiara Violini, presidente della Fondazione Gi Group, «il Rapporto individua nel livello culturale-educativo la prima area di intervento, sottolineando l’importanza di agire fin dall’età scolastica sui meccanismi attraverso cui gli stereotipi di genere influenzano scelte formative e professionali, aspettative e modelli di ruolo».
(da agenzie)
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