Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
C’E’ UN SOLO OBIETTIVO: VINCERE E LIBERARSI DEI SOVRANISTI, QUINDI E’ NECESSARIO INDICARE UN CANDIDATO PREMIER CHE SIA QUELLA/O CHE PORTA VOTI EXTRA, NON CHE FA PERDERE QUELLI PRESUNTI CERTI… LE PRIMARIE SERVONO AL MASSIMO PER VOTARE IL SEGRETARIO DI UN PARTITO, NON UN PREMIER, NON SIAMO PER IL CULTO DEL CAPO… SE NON RIUSCITE A DORMIRE SENZA PRIMARIE FATELE CON LO SCOPO DI INDICARE TRE NOMI CHE ASSUMERANNO INCARICHI O COME PREMIER O COME MINISTRI… SE POI VOLETE PERDERE CONTINUATE COSI’
Il sondaggio Izi, gli interventi di Conte, Schlein, Salis, Cacciari, Rosy Bindi e altri hanno riportato di attualità, alla luce della vittoria del No al referendum, il dibattito sulla leadership dell’area larga alle politiche previste nel 2027.
Partiamo nella nostra analisi da una semplice considerazione: a noi non interessa chi vincerebbe le primarie in base a sondaggi che cambiano ogni settimana ma CHI E’ IN GRADO DI BATTERE GIORGIA MELONI alle prossime politiche e liberarci da questa banda di incompetenti e traditori della Destra, una vergogna che resterà negli annali della Repubblica italiana.
Non ci interessa chi può vincere le primarie se poi viene sconfitto alle elezioni perché sono più i voti che fa perdere che quelli che porta.
Non ci interessano i sondaggi sulle primarie perché un conto è rispondere al telefono, altra cosa muovere il culo e andare a votare ai gazebo.
Le primarie hanno un senso solo per indicare un segretario di partito, limitando quindi agli elettori di area il potere di designare chi vogliono come guida.
E’ la strada che ha portato alla segreteria Elly Schlein contro ogni previsione (non la nostra, dato che la davamo vincente contro Bonaccini quando tutti davano per scontata la vittoria del presidente della regione Emilia-Romagna).
E’ la strada che ha portato (senza avversari) Giuseppe Conte alla presidenza del M5S (limitando peraltro il voto solo agli iscritti),
Le primarie di coalizione sono una cazzata, una prova di forza tra apparati che producono solo divisioni, polemiche e scazzo dell’elettore. Per non parlare di come i sovranisti ogni giorno cercheranno di speculare sulle differenze, montando casi ad arte.
Il candidato/a premier, se sarà necessario indicarlo/a (ad oggi non l’ha ordinato il medico) deve essere chi , in base a dieci istituti di ricerca, ha più possibilità di vincere. E va quindi monitorato ogni 15 giorni fino a tre mesi prima della data delle elezioni.
Se qualcuno non riesce proprio a prendere sonno senza le primarie, suggeriamo un antidoto: si facciano pure ed escano solo i primi tre nomi tra cui poi decideranno chi farà la/il premier e gli altri/e due i ministri. Una triade che accontenta così tutti, visto che raccoglierebbero insieme l’80% dei voti delle primarie.
Visto che in passato ci abbiamo visto giusto in tante occasioni, chi puo’ battere la Meloni?
Elly Schlein è una eccellente segretaria del Pd, ha il merito di aver compattato il partito, vinto in diverse regioni e aver creduto fino in fondo al Campo largo, contro tutti e tutto. Se la coalizione vincerà il merito sarà soprattutto suo. Ma come premier non ha l’appeal, ha recuperato certamente voti dei “delusi dalla sinistra” ma non porterebbe altri voti nuovi. Un consiglio: a tempo debito faccia un passo indietro e indichi un altro nome potenzialmente vincente. Ha l’intelligenza per farlo.
Giuseppe Conte ha stabilizzato il M5S intorno al 12%, ha creato in pratica un partito personale e sogna solo il ritorno a palazzo Chigi. Ha riposizionato il partito nel campo progressista perché non aveva alternative per raggiungere il suo obiettivo. Positivo nella gestione Covid e in parte anche nel prendere soldi europei con il PNRR e nel reddito di cittadinanza (ma i controlli andavano fatti a monte) ma nessuno può dimenticare le infamie perpetrate nel primo governo Conte con Salvini. Ben venga nel campo largo, ma con l’umiltà di chi si aggrega non con la presunzione di chi si sente investito dal Signore. Diciamolo chiaro: c’e’ chi non lo voterebbe premier perché personaggio ambiguo.
L’outsider Silvia Salis
A Genova guida una coalizione che va da Avs ad Azione, caso quasi unico in Italia, ha ereditato una situazione lasciata allo sfascio dai sovranisti e lo sta gestendo con grande capacità. Nei sondaggi raccoglie più consensi a sinistra di Elly Schlein. Noi che la seguiamo da vicino osserviamo che quando posta un intervento nazionale ha oltre 500.000 interazioni, una enormità per un volto nuovo della politica. Non lo diciamo da oggi: Silvia ha carisma, intelligenza, grinta, capacità, battuta pronta per vincere un confronto con Giorgia Meloni. Rappresenta non un cavallo di ritorno, ma una novità assoluta, capace di conquistare voti anche nell’area “moderata”. Parla di cose concrete con naturalezza, non è per nulla “costruita”, è proprio così, pragmatica, decisionista, affidabile. Mai visti a Genova migliaia di cittadini al suo comizio finale di campagna elettorale senza big nazionali. Se le danno il ruolo di candidata premier bastano tre mesi di apparizione sui media e li asfalta tutti.
Ultimo nome per la triade? Il procuratore capo Gratteri, una garanzia per un futuro ministro della Giustizia. Se il No ha vinto il referendum è anche merito suo, ci ha messo la faccia senza paura.
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
MANCA ANCORA PIU’ DI UN ANNO ALLE POLITICHE MA IL VERO SONDAGGIO E’ UN ALTRO: CHI E’ DAVVERO IN GRADO DI BATTERE GIORGIA MELONI? (IL RESTO SONO SOLO PERDITE DI TEMPO)
Il sondaggio esclusivo dell’Istituto Izi per Domani, effettuato all’indomani del voto
referendario, il 24 e il 25 marzo, dice che se si votasse oggi per le primarie del centrosinistra Conte vincerebbe contro ogni avversario
Primo con il 38 per cento in una competizione a quattro, con la sindaca di Genova
Silvia Salis al secondo posto con il 30,4, terza Schlein al 18,9, quarto il candidato di Avs Nicola Fratoianni o Angelo Bonelli 12,6%
Conte vincerebbe anche in una competizione a tre (seconda Salis, terza Schlein) e a due: con quasi il 60 per cento contro Schlein e contro Salis. In caso di duello Schlein-Salis, sarebbe invece la sindaca di Genova a prevalere sulla segretaria del Pd, con il 55 contro il 49.
Questo il punto di partenza, tra elettori che al 61,1 per cento ritengono che le primarie siano ancora uno strumento utile per scegliere il candidato premier.
Una percentuale alta, ma lontana dai quattro milioni e mezzo che nel 2005 votarono per le prime primarie di coalizione che nominarono
La fotografia che emerge dal sondaggio dell’istituto Izi, pubblicato dal quotidiano Domani, ha una qualità che raramente appartiene alle rilevazioni: non si limita, infatti, soltanto a misurare un orientamento, ma racconta una dinamica politica in atto. Dentro quei numeri, che indicano Giuseppe Conte come favorito alle eventuali primarie del centrosinistra, si legge infatti una tensione più profonda, che riguarda la natura stessa di questo campo politico e il modo in cui prova, faticosamente, a ridefinirsi dopo anni di dispersione. Il leader del Movimento 5 Stelle raccoglie la quota più consistente di preferenze tra gli elettori dell’area progressista interpellati: il 36,1% degli elettori. E quando il perimetro dei possibili candidati si restringe, il suo vantaggio cresce ancor di più, fino al 42,6%, come se la competizione, semplificandosi, rendesse ancora più evidente una disponibilità diffusa a riconoscerlo come punto di riferimento.
Il consenso si sposta nei sondaggi dopo il referendum: Conte favorito alle primarie
Attribuire questo risultato esclusivamente alla forza personale di Conte sarebbe però una lettura comoda, ma parziale. Più interessante è invece, osservare il movimento che lo rende possibile: una parte dell’elettorato di centrosinistra sembra oggi premiare chi appare più capace di intercettare un disagio sociale ancora irrisolto, più che chi incarna una linea politica già definita e strutturata. Conte, da questo punto di vista, si muove su un terreno che conosce bene, cioè quello della rappresentanza fluida, capace di parlare a segmenti diversi senza irrigidirsi in una collocazione troppo prevedibile. Il suo vantaggio nei sondaggi riflette insomma questa capacità di posizionarsi in uno spazio intermedio, dove la domanda politica è ancora in formazione e cerca figure che sappiano interpretarla prima ancora che organizzarla.
Il lavoro politico di Schlein (che non si misura solo nei numeri)
Ridurre però tutto quanto a una gara di consenso personale significherebbe perdere un passaggio decisivo. Il centrosinistra che oggi può persino permettersi di discutere di primarie non è lo stesso uscito dalle elezioni del 2022, quando la vittoria di Giorgia Meloni aveva lasciato dietro di sé un campo disarticolato, incapace persino di immaginarsi come alternativa. In questo senso, il ruolo di Elly Schlein sembra meno visibile nei sondaggi ma resta politicamente determinante. La ricostruzione di un perimetro, il tentativo di riaprire un dialogo tra forze che avevano smesso di parlarsi, la scelta di riportare il confronto su temi sociali concreti: sono tutti elementi che non producono immediatamente leadership, ma che rendono comunque possibile che una leadership venga discussa. Esiste, in altre parole, una distinzione tra chi crea le condizioni della competizione e chi, in quella competizione, risulta momentaneamente più competitivo. Ed è una distinzione che pesa più di quanto i numeri suggeriscano.
Tra i dati che più colpiscono nella rilevazione c’è poi la performance di Silvia Salis, che si colloca davanti alla stessa Schlein nelle preferenze espresse dagli intervistati. Un risultato che, al di là della sua immediata traducibilità politica, segnala qualcosa di più interessante, e cioè la disponibilità dell’elettorato a considerare anche figure percepite come meno interne alle dinamiche tradizionali dei partiti.
Primarie: soluzione o moltiplicatore di tensioni?
Ma l’elemento tutt’altro che secondario che il sondaggio racconta è, appunto, che una larga maggioranza degli intervistati considera ancora le primarie uno strumento utile per scegliere la leadership. Un dato che, letto superficialmente, sembra chiudere la discussione; letto politicamente, la apre. Perché le primarie non sono mai un semplice meccanismo procedurale, sono, se mai, una scelta di campo, che implica regole, modalità di partecipazione, equilibri tra partiti e società civile. Aperte o chiuse, a turno unico o con ballottaggio: ogni opzione produce effetti diversi e, soprattutto, riflette rapporti di forza che nessuno è disposto a ignorare. Ed è qui che il consenso teorico incontra la realtà politica. Accettare le primarie significa anche accettarne l’esito, e quindi ridefinire gerarchie e leadership in modo potenzialmente irreversibile. Una prospettiva che, nella storia recente del centrosinistra, non è mai stata del tutto priva di dolore
Il convitato di pietra: la legge elettorale
A complicare invece il quadro c’è la variabile più tecnica e, proprio per questo, più decisiva e cioè la legge elettorale. Con il sistema attuale, il leader del partito più forte della coalizione tende naturalmente a coincidere con il candidato alla guida del governo. Un meccanismo che, nei fatti, favorisce chi dispone già di una struttura organizzativa e di un peso elettorale consolidato, oggi, dunque, il Partito Democratico guidato da Schlein. Se invece la legge venisse modificata per rendere obbligatoria l’indicazione preventiva del candidato premier, le primarie assumerebbero un ruolo completamente diverso, diventando centrali per decidere chi guiderebbe la coalizione e in che modalità, aperte o chiuse, a uno o due turni.
(da Fanpage)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
PER IL VOTO DEL PROSSIMO 12 APRILE, IL LEADER D’OPPOSIZIONE, PETER MAGYAR, NEI SONDAGGI E’ AVANTI DI OTTO- DIECI PUNTI PERCENTUALI (NONOSTANTE LA SUA CAMPAGNA ELETTORALE SIA NASCOSTA DA MEDIA ASSERVITI A ORBAN)
Il ragazzo si sbraccia, «fermatevi, noi non siamo così». Il coro si smorza. Qualcuno capisce tardi, si sente un ultimo “fanculo Orbán”. Poi tutto tace. La folla che si è radunata sotto al palco ha obbedito. E obbedisce quando un paio di minuti dopo il ragazzo agguanta il microfono: «Appena arriva Peter, in alto i cellulari!». Il sole sta tramontando, sopra al palco la scritta “Ora o mai più” si illumina delle luci della piazza. Finalmente Peter Magyar sale sul palco: è accolto da un boato.
«Buonasera Kecskemét!», esordisce. Il buio viene squarciato all’unisono da una marea di telefonini accesi. Mentre Magyar balza sul proscenio a godersi gli applausi, dalla folla si leva un altro coro: “Arada Tisza”, “il fiume esonda”. Tisza è il nome del suo partito, ma in Ungheria il blu dei suoi manifesti non si è quasi mai visto sui giornali, in radio o in tv.
Al 90% i media tradizionali sono in mano a Viktor Orbán e i suoi oligarchi, e da anni ne hanno bandito l’opposizione. In questa piazza i cartelloni, i poster blu di questo piccolo miracolo sul Danubio sventolano invece ovunque, insieme alle bandiere ungheresi. E Magyar urla: «Siamo in tanti! Siete pronti?».
Markus Akos lo voterà. Ha 63 anni, è in pensione, è venuto al comizio con sua moglie: «Ho votato Orbán per tanto tempo. Ma ora sono deluso. Non è più un patriota. È corrotto ed è un servo di Putin», ci dice, sventolando una bandierina ungherese.
A un’ora e mezza da Budapest migliaia di persone come Akos sembrano accogliere un uomo della provvidenza, un politico che può cambiare tutto e mettere fine a sedici anni di regime autocratico. È ormai un culto quello intorno a Magyar il “traditore”, come lo considera il suo rivale, l’immarcescibile Orbán.
E la sua campagna elettorale, condotta lontana dai media tradizionali, esclusivamente nelle piazze e sui social, coreografata al millimetro come uno spettacolo di Broadway — sulle nostre teste ronzano ininterrottamente due droni che riprendono tutto per i live — è già una scommessa vinta. Welcome to the show.
Magyar ha percorso in due anni l’Ungheria in lungo e in largo, la sua agenda anche in queste settimane è da capogiro: dai 3 ai 5 comizi al giorno in vista delle elezioni del 12 aprile. Ha arringato le folle centinaia di volte, anche nei villaggi più minuscoli, ha sfidato Orbán sul suo terreno, l’Ungheria rurale, e forse può vincere.
Nei sondaggi è avanti di 8, 10 punti — e da mesi. Molto dipenderà dai pochi partiti che hanno deciso di non ritirarsi dalla corsa. Quasi tutta l’opposizione ha fatto invece il beau geste, ha rinunciato alla campagna perché potrebbe essere la più importante del decennio.
Magyar è l’espressione tipica dell’élite magiara. Per decenni lavora all’ombra di Orbán, come diplomatico e alto funzionario del suo partito, Fidesz. Finché non fiuta un’opportunità imperdibile, uno scandalo, l’ennesimo che lambisce l’autocrate: a febbraio del 2024 un pedofilo graziato dalla presidente della Repubblica, Katalin Novák, costringe alle dimissioni lei e la ministra della Giustizia, Judit Varga. Il marito di Varga è Peter Magyar.
E poco dopo concede un’intervista all’unica tv d’opposizione, Partizan, in cui denuncia la «doppia morale» e la «corruzione strutturale» del suo partito. È una bomba. Ed è il fischio d’inizio di un movimento che «nasce anzitutto sui social, su Facebook, nelle comunità di volontari, le cosiddette “Isole Tisza”, e poi contagia tutto il resto», ci racconta Veronica Kövesdi:
«Magyar ha un vantaggio competitivo enorme rispetto a tutti i leader dell’opposizione che hanno tentato di sfidare Orbán in 16 anni: lo conosce a fondo, ne conosce le strategie comunicative, il linguaggio. Ne ha adottato persino la stessa filosofia, quel “cambiamo il regime” con cui l’autocrate vinse le elezioni nel 2010. E sa che gli ungheresi sono polarizzati e hanno fame di carisma.
Da subito, infatti, gli ha strappato le parole d’ordine patriottiche e la bandiera ungherese». La differenza sostanziale, pur nei contenuti conservatori, è che il messaggio di Magyar «è positivo, costruttivo, non di odio come quello di Orbán». Ci sono altre differenze, ovviamente, altrimenti non avrebbe raggiunto la popolarità che ha conquistato in soli due anni
Magyar è più giovane — una tappa della campagna elettorale l’ha fatta in canoa, a rimarcare la differenza anche fisica con Orbán — ha promesso di liberare l’Ungheria dall’endemica corruzione, dall’asservimento palese a Vladimir Putin, di riportarla in Europa. Non senza qualche ambiguità.
Dal palco del comizio di Kecskemét, Magyar dedica all’Ue solo un breve passaggio: «Ci riprenderemo i soldi», i 18 miliardi congelati dalla Commissione Ue. Nelle sue duecento pagine di programma — anche questa è una differenza sostanziale con Fidesz — c’è scritto che Budapest adotterà l’euro e che ripristinerà un rapporto di fiducia con Bruxelles e la Nato. Ma sull’Ucraina, Tisza è contraria all’adesione velocizzata di Kiev alla Ue e le rifiuterà ogni sostegno militare.
Magyar è la nemesi di Orbán e ha risvegliato nel Paese una voglia di libertà che non si vedeva da tempo: «Per noi giovani è l’unica speranza» ammette Eric, 24 anni, venuto al comizio di Kecskemét con la rabbia di chi ha visto morire la sua città. «Il centro è vuoto tra le 21 e le 7 perché c’è una sorta di coprifuoco imposto dal sindaco di Fidesz per non disturbare il suo elettorato: famiglie con figli piccoli e vecchi. E noi non possiamo neanche berci una birra all’aperto».
(da Repubblica)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
“IO, LA MIA FAMIGLIA, MOLTI MILANESI…ABBIAMO VISSUTO QUEL RAZZISMO”
Un minuto di silenzio finito in bagarre quello tenutosi oggi durante il Consiglio comunale di
Milano, che si è aperto con un momento di raccoglimento per la morte di Umberto Bossi, fondatore della Lega scomparso a 84 anni la settimana scorsa. Anche lui sedette nella stessa aula come consigliere comunale.
Una commemorazione introdotta dalla vice presidente dell’aula Roberta Osculati, di casa Pd, finita in bagarre dopo le accuse del collega di partito Michele Albiani, che ha aperto il suo intervento in forte polemica con la decisione di fare un minuto di silenzio in nome del fondatore del Carroccio, chiedendo scusa ai cittadini milanesi.
“Colui che ha sdoganato l’odio nei confronti di chi non è del Nord, colui che aveva detto mai con i fascisti – ha spiegato -. Vergogna, abbiamo appena fatto un minuto di silenzio per una persona che ha sdoganato l’odio per chi non è del nord. Io, la mia famiglia, molti milanesi abbiamo vissuto quel razzismo”.
Urla e proteste dai banchi del centrodestra a suon di “vergogna, stai zitto” urlato a più riprese dal capogruppo comunale della Lega Alessandro Verri. Toni sempre più accesi e seduta sospesa per alcuni minuti.
(da l’Espresso)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
LE IMMAGINI DEI SOLDATI CATTURATI METTEREBBERO PIÙ IN DIFFICOLTA’ “THE DONALD”: IL MONDO “MAGA” NON HA MAI VOLUTO LA GUERRA, FIGURIAMOCI COSA PUO’ ACCADERE A WASHINGTON SE VENISSERO DIFFUSI I VIDEO DEI SOLDATI USA TORTURATI IN IRAN
Washington fa trapelare sui media possibili piani d’attacco terrestri, Teheran si adegua promettendo risposte. Un alto ufficiale ha alluso all’impiego di presunte «armi segrete», un secondo ha risvegliato i fantasmi: la cattura di soldati trasformati in ostaggi. Gli iraniani, nel caso in cui le forze americane mettano gli scarponi sulle isole nello Stretto di Hormuz, a Kharg o in qualche sito nucleare, cercheranno di fare dei prigionieri per umiliare Trump.
Il messaggio riprende una mossa auspicata da Mohsen Rezai, una delle vecchie volpi ancora in vita dell’era khomeinista. La presa di ostaggi è un suo pallino perché è convinto che possa creare difficoltà agli Usa ma è anche utile sul piano della propaganda. E se si guarda alla carriera del personaggio è facile comprenderne il motivo.
Membro dei mujaheddin islamici, poi parte della sicurezza di Khomeini, è passato alla guida dell’intelligence dei pasdaran dal 1979 all’81.
La successiva promozione lo ha portato a guidare i Guardiani della rivoluzione fino al 1997. Un periodo lunghissimo seguito dalla direzione del centro di commando che gestiva i miliziani e l’esercito.
Stimato dai duri e puri, ha avuto un ruolo nella repressione dei curdi e degli oppositori interni. Meno entusiasti alcuni generali per le tattiche adottate durante la guerra contro l’Iraq: Rezai avrebbe mandato a morire migliaia di pasdaran e basij con azioni sconsiderate.
Il suo ruolo di vertice lo ha coinvolto nelle indagini per l’attentato a Buenos Aires contro l’associazione ebraica Amia nel luglio ’94 e Washington lo ha inserito nelle liste nere.
Rezai ora ricopre la carica di consigliere per la sicurezza di Mojtaba Khamenei. Un’altra «ombra» dei pasdaran alle spalle del leader che non si vede. E dunque può suggerire metodi per ingaggiare il nemico. Nel marzo 2007, 15 militari britannici a bordo di gommoni sono stati bloccati dai guardiani in una zona di confine tra Iran e Iraq. Episodio controverso chiuso con il rilascio dopo un paio di settimane, prova di come Teheran cerchi di sfruttare il momento per sottolineare chi ha (avrebbe) l’iniziativa.
Poche ore fa il Comando iraniano si è rivolto ai civili nei Paesi del Golfo perché aiutino a individuare hotel ed edifici che ospitano personale americano. In effetti, un articolo del Washington Post ha raccontato come molti soldati e ufficiali siano stati spostati in luoghi lontani dalle basi considerate troppo esposte al tiro di missili o droni-kamikaze.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRA STRONCA LE PRIMARIE (“RISCHIANO DI NON ESSERE UNO STRUMENTO DI PARTECIPAZIONE, MA UNO SCARICO DI RESPONSABILITÀ”) E INVOCA IL PAPA STRANIERO PER IL “CAMPOLARGO”: “SERVE UN FEDERATORE AUTOREVOLE” – LA BORDATA DELLA PIA ROSY ANCHE AL CANDIDATO CATTOLICO RUFFINI
«L’ultima volta che ho visto tanta partecipazione e tanto entusiasmo è stata per il
referendum del 2006». Era la proposta di legge costituzionale del centrodestra, bocciata pure quella volta: Rosy Bindi era in prima linea per il No, allora come oggi, testimonial del comitato contrario alla riforma Nordio.
«Vorrei sottolineare due sorprese: la destra per il No ben più numerosa della sinistra per il Sì di cui tanto si era parlato, e poi naturalmente l’impegno dei giovani», ci tiene a ricordare l’ex ministra fondatrice del Pd, che rilancia la richiesta al Parlamento di lavorare a una legge per i fuori sede. «All’inizio mi sembrava una strada in salita, ma a un certo punto ho cominciato a credere nella vittoria». E si aspettava le conseguenze che stiamo vedendo nel governo?
«Le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè erano atti dovuti già da prima. Ma non vorrei che la reazione del governo si fermasse a una resa dei conti interna: spero che la premier colga la lezione del voto».
Cioè?
«Che la Costituzione non si tocca a colpi di maggioranza stravolgendone i principi. E che chi vince governa, ma non comanda. Per questo, mi aspetterei che ritirasse il premierato e la legge elettorale, che è un premierato mascherato».
Si aspettava anche la reazione del centrosinistra, la proposta immediata di primarie?
«Ho provato un moto di fastidio davanti a chi, a spoglio ancora in corso, si è messo a parlare di primarie».
Il leader dei Cinque stelle Giuseppe Conte.
«Anche questa fretta dimostra che non si è capito il voto. Sovrapporre immediatamente il risultato al consenso all’opposizione e intestarsi la vittoria rischia di far imboccare una strada sbagliata».
Vuole dire: attenzione, i No non sono tutti voti di partiti di centrosinistra?
«Voglio dire: abbiamo fatto una battaglia per difendere la Costituzione e, nemmeno il tempo di finire lo spoglio, ci metti il cappello sopra? I partiti hanno fatto la loro parte, ma abbiamo vinto soprattutto grazie ai comitati, all’impegno civico. E in
primo luogo bisogna capire i motivi profondi del voto: la democrazia, la pace, i diritti, la libertà».
Perché secondo lei è partita subito la proposta delle primarie?
«Perché anche a sinistra si è diffuso il virus della personalizzazione. So bene che non si fa a meno di un leader, ma la tradizione delle forze di sinistra è quella della comunità che lo esprime, non della lotta per la leadership. Anche questa volta abbiamo vinto perché si è votato sulla Costituzione, non su una persona».
Ma anche le primarie sono nella vostra tradizione. A parte il momento in cui sono state lanciate, restano una buona idea?
«Non fatte così. Non scarto certo lo strumento: sarebbe come smentire la mia storia politica degli ultimi trent’anni. Ma il referendum ha chiesto un’alternativa e ci vuole altro per costruirla».
Perché?
«Se ogni candidato va col proprio programma, si va nel senso esattamente opposto. Prima bisogna fare la fatica di chiarire le antinomie che conosciamo, a cominciare dalla politica internazionale».
Ma anche Schlein e Conte dicono prima il programma.
«E allora ci si siede attorno a un tavolo, si lavora e si dice al Paese: ci proponiamo per governare con questa visione. Siamo in grado di superare le divisioni, anche tra i nostri militanti ed elettori?».
Secondo lei?
«Io penso di sì, ma ci vuole buona volontà. E forse il sostegno di un’autorevole personalità che accompagni il percorso».
Intende un federatore o un papa straniero?
«Non è una eventualità da escludere».
Ha in mente qualcuno?
«Sì ma non glielo dico».
Secondo la segretaria del Pd Schlein però è finita l’epoca dei federatori.
«A un anno dal voto, consiglierei di non essere troppo assertivi e rimanere aperti a qualunque soluzione».
Insomma, sta dicendo: attenzione a non credere che i gazebo siano la bacchetta magica che risolve tutti i problemi.
«Dico di più: buttate lì così, le primarie rischiano persino di smentire il dettato della Costituzione, quando parla di responsabilità della rappresentanza. Rischiano di non essere uno strumento di partecipazione, ma uno scarico di responsabilità».
Eppure c’è stato subito interesse: si è già candidato anche il centrista Ernesto Maria Ruffini.
«Sono stata la prima a salutare positivamente il suo impegno per costruire una prospettiva moderata, ma mi dispiace che ora rinunci anche lui a fare quello che doveva per sposare la gara».
Ma dopo il tavolo per il programma, quale pensa dovrebbe essere il percorso?
«Se si trova l’accordo su un progetto e un programma, affinando anche la comunicazione per cui dalle tessere esca finalmente la percezione del mosaico, a quel punto non sarà lacerante l’individuazione del leader. In quel caso, non mi spaventerebbero le primarie».
(da La Stampa)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
LA DUCETTA AVVERTE LA CAVALIERA CHE DETRONIZZARE TAJANI POTREBBE SCATENARE UNA CRISI DI GOVERNO – LE DUE NON SI FIDANO L’UNA DELL’ALTRA: MARINA NON AMA IL PIGLIO DA DUCETTA DELLA PREMIER E MELONI TEME CHE UN ALTRO BERLUSCONI POSSA ENTRARE IN POLITICA. PIER SILVIO CI PENSA, NONOSTANTE I DUBBI DELLA SORELLA
Marina Berlusconi e Giorgia Meloni non hanno mai avuto una grande consuetudine. Solo dopo la morte del Cavaliere c’è stata una maggiore vicinanza tra le due. Per il resto, nel corso di questi anni di governo, tra la premier e la presidente di Fininvest si è cristallizzata una reciproca diffidenza.
Per motivi politici e di carattere. Anche per questo la telefonata di Marina, all’indomani del referendum, è apparsa abbastanza sorprendente.
È stata lei, la figlia dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, a chiamare Meloni, come gesto di conforto reciproco e di riconoscenza. Si sono ritrovate dalla stessa parte, sconfitte. In una battaglia in cui avevano scommesso tanto, per ragioni diverse. L’unica vera riforma che avrebbe potuto rivendicare questo governo ha convinto Meloni a impegnarsi direttamente nella sfida mediatica a favore del Sì.
L’omaggio al padre, il progetto politico di una vita che si sarebbe realizzato almeno in parte, è stato invece il motore sentimentale dell’investimento di Marina. La manager è rimasta profondamente amareggiata dal risultato, ancor di più nel leggere che nel centrodestra è stata proprio Forza Italia, che aveva la paternità della riforma, a perdere consensi più degli altri, a vantaggio del No.
Le è sembrato quasi «paradossale» che fosse stato Fratelli d’Italia a guidare la campagna elettorale, con Meloni in primissima linea e infaticabile negli ultimi giorni.
Marina, da quanto filtra tra le fonti parlamentari e di Palazzo Chigi, glielo ha riconosciuto durante il loro colloquio.
La telefonata è stata anche il preludio alla resa dei conti dentro i due partiti.
Marina ha spiegato quanto fosse necessario adesso «un cambio di passo» nella classe dirigente azzurra. Ed è successo. Via Maurizio Gasparri, capogruppo in Senato. Un messaggio rivolto ad Antonio Tajani. Pagano i suoi fedelissimi: la prossima volta potrebbe toccare a Paolo Barelli, presidente dei deputati di FI, e cognato del leader.
Con un’immagine tanto efficace quanto brutale, un dirigente che chiede di restare anonimo la definisce la strategia della lama a doppio filo: al primo passaggio levi la barba, al secondo completi la rasatura.
Non è confermato che Meloni sia stata informata dei dettagli di quest’operazione personalmente da Marina, anche se, vista la tempistica, è verosimile immaginarlo.
Lo scossone di un partito come FI che esprime il vicepremier e ministro degli Esteri provoca effetti sulla tenuta dell’esecutivo che vanno governati. Ed è proprio per questo che la presidente di Fininvest non vuole – per il momento – arrivare a dare il colpo fatale a Tajani.
Il “regicidio” è un’opzione valutata, ma che ora non converrebbe a nessuno. Con argomenti molto simili, anche Meloni ha fatto in modo di far sapere a Marina che detronizzare Tajani potrebbe scatenare una crisi di governo.
Un tema che la premier sa può toccare cuore e tasche dei fratelli Berlusconi, convinti che FI, dentro l’esecutivo come socio di maggioranza e di pari grado, tenga protetti gli affari delle aziende.
La telefonata è servita implicitamente anche a questo: a sondare l’aria, per capire se davvero tutto possa collassare. Chi ne è stato informato, lo descrive come un colloquio cortese. Le due continuano a non fidarsi l’una dell’altra
E il loro rapporto è una storia che meriterebbe un racconto a parte: una è una leader politica, romana, che veste l’epica della figlia della Garbatella, il vanto della parlata popolare, dei modi spicci; l’altra è un’imprenditrice, milanese, figlia di un uomo che è stato un’epoca, cresciuta in una borghesia aristocratica, dai modi garbatissimi ed eleganti, quasi timidi, come ha mostrato nella clip dei The Journalai che l’hanno seguita fino al seggio, il giorno del voto.
Marina B. mantiene una distanza, per indole, Meloni invece è diffidente perché teme che un altro Berlusconi possa seguire le orme paterne in politica. Pier Silvio ci pensa, nonostante i dubbi della primogenita.
Nel frattempo, si studiano alternative sulla leadership. E di fronte a quanto sta accadendo il primo interrogativo è proprio sui ruoli. Marina si muove da padrona di Forza Italia.
È il partito fondato dal padre, ereditato da Tajani, ma vivo e vegeto grazie soprattutto ai finanziamenti dei Berlusconi. Ieri questo cortocircuito è emerso con prepotenza
Nel partito si racconta di uno sfogo del segretario azzurro al telefono: «Ditemi se c’è ancora fiducia altrimenti tolgo il disturbo». Marina gliel’ha rinnovata pubblicamente ma è indubbio che ormai sia in atto un commissariamento.
(da la Stampa)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
IGNAZIO LA RUSSA, ALTRO FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA, È SULLA STESSA LINEA, E AVREBBE AVVERTITO LA DUCETTA: “QUESTA TUA SCELTA LA PAGHEREMO CARA”
Un silenzio tetro è calato su Fratelli d’Italia, mentre Giorgia Meloni scatena la sua furia
vendicativa. Le truppe sono impaurite, disorientate. Osservano rotolare le teste di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi, Daniela Santanché.
Si chiedono quale sarà la prossima, cercano rassicurazioni. Sono ore, queste, in cui le parole più ascoltate sono quelle dei generali, solitamente capaci di rassicurare, indirizzare, compattare il gruppo.
Ma in pochi, oggi, riescono a condividere la reazione della premier. Non lo fanno nemmeno i due che, con Meloni, hanno fondato il partito nel 2012: il ministro della Difesa Guido Crosetto e il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Queste purghe sono «un errore» per i tempi e i modi con cui sono state portate avanti, così come per le conseguenze che avranno nel partito e sul governo.
Ne sono convinti entrambi. Il ministro della Difesa ne fa una questione di garantismo, lui che su questo tema non ha mai arretrato di un millimetro. I casi di Bartolozzi e Santanché erano noti da tempo, eppure i parlamentari di FdI le avevano sempre difese. Non si può quindi cambiare idea ora, solo perché è arrivata una sconfitta nelle urne, se quella idea si fondava su un principio dirimente come il garantismo.
Peggio ancora se la sconfitta è arrivata al referendum sulla riforma della magistratura. «Così ci stiamo consegnando ai giudici», è il senso del ragionamento che il titolare della Difesa avrebbe affidato ai suoi fedelissimi in questi giorni.
Ci si chiede cosa succederà la prossima volta che un membro del governo verrà semplicemente indagato: si chiederanno dimissioni immediate? Ed è possibile che un’inchiesta che coinvolga un ministro acquisisca immediatamente peso solo perché si entra nell’anno delle elezioni?
Per Crosetto – non da oggi – il garantismo è un valore che non si può declinare a seconda delle stagioni o dello stato di salute del governo.
La Russa si ritrova sulle stesse posizioni del ministro della Difesa. Delmastro, per il caso del ristorante preso in società con una famiglia legata al clan Senese, «non ha nessun processo in corso, nemmeno un avviso di garanzia, come Santanché», dice La Russa.
«La particolarità sta nel fatto che la sua vicenda è capitata dentro il referendum. Paga un prezzo alto ma per una vicenda contingente».
La vede, insomma, come qualcosa che si avvicina molto a un’ingiustizia. E fonti di FdI raccontano che il presidente del Senato non avrebbe mancato di far notare a Meloni: «Questa tua scelta la pagheremo cara».
Frase che non va letta come una minaccia, figurarsi. Piuttosto, con il tono di chi prevede, in questa operazione, costi ben più alti dei benefici.
Tutti hanno ben chiaro che Meloni abbia avviato questo repulisti interno per non offrire al centrosinistra punti deboli da cui farsi attaccare nei prossimi mesi. Ma è difficile, dall’altra parte, non vedere l’opportunismo con cui la premier è passata, di colpo, da un approccio garantista a uno giustizialista.
Così cresce il rischio che Meloni si voglia isolare sempre di più. E che venga percepita lontana persino dai suoi parlamentari. «Di una cosa ora siamo sicuri – confida un giovane deputato di FdI –: se un secondo prima lei ti tiene in grande considerazione, un secondo dopo può gettarti nella polvere».
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
LA DUCETTA NON SI FIDA DI MARINA BERLUSCONI: A DIFFERENZA DI TAJANI, NESSUNO PUÒ GARANTIRE CHE LA FIGLIA DEL CAV NON SI SFILI IN ALCUNI PASSAGGI CHIAVE – IL PIANO PER “RILANCIARE” L’ESECUTIVO: NELLA LEGGE ELETTORALE NON CREDE QUASI NESSUNO, PREVALE LA CONFUSIONE, E IL TERRORE DI DOVER AFFRONTARE DODICI MESI INFERNALI
Una telefonata istituzionale e una montagna di pensieri. Giorgia Meloni non sale al Colle, ma sente al telefono il presidente Sergio Mattarella.
Chiamata veloce, riferiscono da entrambe le parti, utile a comunicare questo messaggio: non c’è al momento un nome per sostituire Daniela Santanchè al ministero del Turismo, per questo assumo l’interim del dicastero, in attesa di capire se mantenere la delega o cederla prossimamente a un nuovo ministro. Secondo le stesse fonti, non si sarebbe invece discusso della batosta referendaria, né sarebbe stato fissato un incontro di persona.
Fin qui la telefonata. Il resto attiene ai dubbi e ai timori che assillano la presidente del Consiglio. Prima di pranzo, la leader riceve Antonio Tajani. Non ha intenzione di abbandonare il vicepremier – nonostante alcune tensioni recenti – e glielo comunica.
Ragiona con lui delle prossime mosse. Sa che la mossa di Marina Berlusconi ha fiaccato il leader azzurro e dunque preferisce non voltargli le spalle. Meglio porgere la mano a un alleato in difficoltà, soprattutto in una fase così incerta.
La figlia del Cavaliere vuole che Forza Italia le risponda senza incertezze, questa la premessa meloniana. Anche perché altrimenti per una delle principali aziende del Paese non avrebbe senso mantenere un partito e sarebbe più efficace coltivare un
confronto diretto e non mediato con il governo. In questa logica di rapporti di forza viene dunque inquadrata a Palazzo Chigi l’operazione. Il problema, che non sfugge alla premier, sono gli effetti collaterali.
Essenzialmente due: l’instabilità di una delle forze di maggioranza – destinata a diventare cronica, a causa di queste lacerazioni – e il rapporto mai davvero sereno con la primogenita di Berlusconi, che non promette una navigazione tranquilla.
Con un retropensiero in più, che Meloni non nasconde ai più fidati che la circondano: a differenza di Tajani, nessuno può garantire che Marina non decida di sfilarsi in alcuni passaggi chiave, nell’ultimo scorcio di legislatura come in avvio della prossima.
Resta però il dilemma più stringente: come muoversi adesso, come rilanciare l’esecutivo? Nella legge elettorale credono in pochi, né sembra reggere la tesi che il Pd possa lasciarla approvare simulando rabbia, ma coltivando in realtà soddisfazione per i vantaggi del nuovo sistema.
La verità è che al momento prevale la confusione. Il timore di dover affrontare dodici mesi infernali: questo angoscia il cerchio magico, con un copione che assomiglia all’ultimo miglio della campagna referendaria.
E anche l’azzardo di elezioni anticipate presenta due limiti al vaglio di Palazzo Chigi. Primo: il rischio che nascano soluzioni alternative, non gradite. Il secondo: i tempi. Calendario alla mano, sono strettissimi: per votare entro il 28 giugno bisognerebbe sciogliere le Camere entro i primi giorni di maggio.
(da agenzie)
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