Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA VICENDA ASSUME CONTORNI PARADOSSALI, ORMAI SIAMO AL SERVIZIO DEI TRAFFICANTI LIBICI
Dopo che una motovedetta libica ha aperto il fuoco contro la nave da soccorso Sea
Watch-5, lunedì 11 maggio, fortunatamente senza conseguenze per l’incolumità delle persone a bordo, il governo italiano non si è espresso a tutela dell’equipaggio dell’Ong (tra cui ci sono anche italiani), per condannare il violento tentativo di abbordaggio e dirottamento. E intanto nel Mediterraneo si continua a morire: da poco si è appresa la notizia della morte di una neonata di poche settimane, originaria della Costa d’Avorio, subito dopo uno sbarco a Lampedusa.
§Le autorità italiane sono rimaste in silenzio, sebbene fosse stato proprio l’attuale esecutivo nel 2023 a donare la motovedetta utilizzata dalle milizie libiche nell’attacco, nell’ambito di accordi tra Roma e Tripoli per il contrasto dell’immigrazione. Parliamo di un’imbarcazione che in precedenza apparteneva alla Guardia di finanza italiana.
E ora il governo Meloni – lo stesso che si attiva per aggiustare a domicilio i motori delle navi libiche che sparano contro la flotta civile cercando di effettuare un respingimento illegale verso Tripoli – risponde avviando un’indagine penale contro il capitano della nave, come fa sapere la stessa organizzazione umanitaria, a cu
dopo l’episodio è stato assegnato il porto di Brindisi, che era distante quattro giorni di navigazione dal punto in cui la nave battente bandiera tedesca si trovava. “Nuovo attacco alla solidarietà in mare: dopo le raffiche di spari delle milizie libiche contro SEA Watch5, lo Stato italiano risponde avviando un’indagine penale contro il suo capitano”, si legge su X sul profilo social di Sea-Watch Italy.
L’indagine contro il capitano dell’Ong: cosa è successoAll’arrivo al porto pugliese, con 166 migranti a bordo, è scattata l’indagine con l’accusa di “favoreggiamento dell’ingresso illegale”. Verso mezzogiorno di ieri, racconta l’Ong, agenti della Guardia costiera italiana e della Polizia sono saliti a bordo della nave. Sono rimasti sul ponte di comando fino a sera tardi, oltre la mezzanotte, sequestrando documenti e attrezzature. Quindi hanno condotti sue membri dell’equipaggio alla stazione di polizia per un interrogatorio.
Oggi invece sarà il turno del capitano, che sarà sentito dalle forze dell’ordine. “Siamo davanti a un’escalation paradossale”, commenta l’Ong, “dopo che lunedì due motovedette e un’altra unità della cosiddetta Guardia costiera libica avevano attaccato e sparato una raffica di colpi contro la nave e minacciato di dirottarla verso Tripoli”.
“Motovedette donate alla Libia dall’Italia nel quadro dell’Intesa tra i due Paesi”. L’indagine contro l’operato di Sea-Watch “è un altro feroce attacco alla solidarietà in mare e un’aggressione allo stato di diritto. Invece di fare luce sulle responsabilità dell’attacco contro i civili sulla nostra nave, accusa chi ha soccorso vite in mare”, dichiara la portavoce di Sea Watch Giorgia Linardi.§La vicenda della Sea Watch-5: gli spari e l’inseguimento dei libici
L’11 maggio la Sea-Watch 5, poco dopo aver soccorso 90 persone in pericolo in acque internazionali, è stata raggiunta da un’imbarcazione armata della cosiddetta Guardia costiera libica, che ha aperto il fuoco contro la nave, sparando una quindicina di colpi, minacciando l’abbordaggio e il dirottamento. Una seconda motovedetta ha in seguito intimato alla Sea-Watch di consegnarle le persone soccorse per rapirle e riportarle in Libia.§”Il nostro capitano – afferma Linardi – ha agito anteponendo la protezione delle persone a bordo sotto la sua responsabilità, rifiutandosi di compiere una grave violazione del diritto internazionale se si fosse reso complice di un respingimento”. Nell’episodio di lunedì, l’unità coinvolta era scortata dalla Murzuq 662, “una motovedetta donata dall’Italia alla cosiddetta guardia costiera libica nel giugno 2023, nell’ambito del quadro di cooperazione UE-Libia Sibmmil”.§Poche ore dopo la Sea-Watch 5 è stata inseguita anche dalla Ras Jadir 648, “un’altra nave che l’Italia aveva già ceduto ad attori libici nel maggio 2017, coinvolta in diversi casi documentati di violenza in mare. Spari libici e criminalizzazione italiana sono due facce della stessa medaglia per attaccare la società civile e il soccorso in mare”.
(da Fanpage)
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Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA CONSIGLIERA REGIONALE CARMELA ROZZA RISPONDE AL PRESIDENTE DI ALER
“Essere poveri per la destra è un reato: lo conferma la gestione degli alloggi pubblici in Lombardia, così come il piano Casa nazionale e il recente ddl sfratti”. A parlare con Fanpage.it, partendo dall’inchiesta da noi realizzata sulle case popolari a Milano, è Carmela Rozza, consigliera regionale in quota Pd, che da decenni si occupa di questo tema e periodicamente porta all’attenzione della giunta lombarda ciò che non funziona nel sistema dell’edilizia residenziale pubblica.
“Fatta la legge, trovato l’inganno”
“Il vizio è anzitutto legislativo – precisa Rozza -: tutta la legge 16 [legge 16/2016, disciplina regionale dei servizi abitativi, ndr] non è fatta per riuscire a trovare un equilibrio tra le tasche dei cittadini che accogli, la gestione immobiliare e il sostegno al sociale. Si tratta invece di una normativa costruita per determinare l’illusione dell’autosufficienza economica delle Aler, incentivando strumenti che non siano il sostegno pubblico all’abitare”.
“Mettere il limite del 20 per cento all’assegnazione di case popolari per le fasce in più grave difficoltà, cioè con Isee sotto i 3mila euro, è già di per sé aberrante –
continua la consigliera -. Il problema è che per la destra, regionale e nazionale, i poveri sono solo i clochard che vivono per strada, non considerano famiglie con bambini, persone malate, nuclei in difficoltà”.§
“Oltre a limitare il numero di alloggi messi a bando, per ridurre in proporzione la quota del 20 per cento che spetterebbe ai più indigenti – spiega Rozza -, Aler sta procedendo negli ultimi anni con tanti piccoli avvisi pubblicati durante l’anno e destinati alle cosiddette valorizzazioni, cioè assegna case a quelle categorie come studenti, sanitari, forze dell’ordine, che possono permettersi affitti più elevati. E in quei bandi, essendo fuori dall’edilizia residenziale pubblica, la quota del 20 per cento non viene conteggiata. Al contrario, dovrebbe esserci un unica graduatoria e il limite percentuale dovrebbe semmai essere su chi ha un reddito più elevato”.
Conti in rosso
Rozza torna poi sulla crisi finanziaria dell’Azienda lombarda di edilizia pubblica, illustrata nell’inchiesta sopracitata e commentata dal presidente di Aler Milano, Alan Rizzi. “Se c’è una cosa che la destra nega pubblicamente, anche davanti all’evidenza, è che le Aler abbiano problemi economici, lo negano persino se è scritto nero su bianco, perché per loro le case popolari non sono una questione da affrontare, al massimo possono diventare uno strumento di campagna elettorale”.
Alla base della voragine che da decenni investe il più grande ente italiano di edilizia pubblica ci sarebbe, secondo Rozza, una gestione che non tiene in considerazione la reale capacità contributiva degli inquilini: “Ogni mille euro che una famiglia produce in più in un anno di reddito – spiega la consigliera – fa scattare un aumento sul canone di locazione che deve corrispondere ad Aler, aumento che però si riflette sull’anno successivo, senza tenere in considerazione se tale situazione economica di miglioramento è ancora effettiva. Questo determina un incremento della morosità, così come il fatto che i costi di utenze e manutenzione non sono correlati al reddito, quindi c’è chi diventa debitore non per via del canone d’affitto ma le spese accessorie”
A proposito di spese per la manutenzione, il presidente di Aler Milano ha commentato l’inchiesta di Fanpage.it affermando che “Non ci sono stati tagli ai servizi per gli inquilini”. “Certo che non ci sono stati tagli – ribatte Rozza -, perché quei servizi già erano inesistenti, dal momento che i fornitori e le aziende appaltatrici non vengono pagati, tanto è vero che abbiamo continuamente segnalazioni di ratti che si aggirano nei cortili di diversi caseggiati, cantine che non vengono sgomberate e via dicendo”.
Alloggi vuoti, famiglie per strada
Oltre alla manutenzione c’è il problema degli alloggi sfitti, che restano tali nonostante le lunghe liste d’attesa: “Aler dichiara di avere circa 6mila case vuote, ma non è così – dice Rozza -, solo tra Comune di Milano e città metropolitana sono almeno 10mila e in tutta la Lombardia le Aler hanno 23mila alloggi da ristrutturare, a cui si aggiungono altri 10mila dei vari Comuni”.
“Oltre a non fornire una casa a chi ne ha bisogno – prosegue Rozza -, tutti quegli alloggi rappresentano una spesa: il problema non sono gli inquilini che non possono pagare, lo sono semmai le mancate entrate da canone degli sfitti, dove comunque Aler deve pagare il riscaldamento, perché sono impianti centralizzati, e le spese di gestione delle parti comuni perché se non ci sono gli inquilini i soldi li deve mettere Aler. In ultimo le tasse, visto che l’Imu sugli alloggi vuoti è a carico dell’ente”.
Uno degli obiettivi vantati da Regione Lombardia e da Aler è la lotta all’abusivismo. Lo stesso presidente di Aler Milano, nell’enunciare il nuovo modus operandi per gli sgomberi, ha ammesso che l’azienda dà un premio di produttività a chi ne effettua di più. Ma quali sono i rischi? “Così si agevola lo sgombero indiscriminato – risponde Rozza – quello che non passa dalla Prefettura, la quale darebbe il via libera solo in presenza di soluzioni abitative alternative in caso di minori e fragili”.
Al tema ci aveva già introdotti il nostro insider durante l’inchiesta, proprio parlando di questo premio di produttività: “Oggi – aveva riferito a Fanpage.it un dipendente di Aler – la maggior parte degli sgomberi vengono fatti passare come ‘sgomberi lampo’, entro le 48 ore dalla denuncia del reato, anche se magari la famiglia vive nell’alloggio da anni. È ovvio che in questo modo possono essere sgomberate anche donne con bambini, senza particolari vincoli. E sgomberare mamme sole con
minori è senza dubbio più facile, e quindi più redditizio, che far uscire altri tipi di soggetti, soprattutto chi delinque”.
Conclude Rozza: “Se un tempo famiglie abusive potevano essere sistemate in alloggi transitori per cinque anni e cercare di regolarizzarsi, adesso questo passaggio è stato abolito e mamme con bambini sono costretti ad andare nelle case famiglia, dove però ormai non c’è più posto”.
(da Fanpage)
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Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL FORUM DEI CRISTIANI DI TERRA SANTA, DOPO LE VERGOGNOSE AZIONI DEI MILITARI DELL’ESERCITO ISRAELIANO, BECCATI A DISTRUGGERE O PROFANARE SIMBOLI CRISTIANI
Un nuovo episodio di intolleranza contro i cristiani a Gerusalemme è stato segnalato da
Wadie Abunassar, coordinatore del Forum dei Cristiani di Terra Santa. “Un altro episodio offensivo contro un simbolo cristiano da parte di un ebreo radicale: un partecipante alla ‘Processione delle Bandiere’ (pomeriggio del 14 maggio 2026) sputa sulla statua della Vergine Maria presso la Porta Nuova nella Città Vecchia di Gerusalemme. È urgente chiedere conto delle sue azioni e avviare un percorso di rieducazione”, scrive su X Abunassar postando il video in cui effettivamente si vede il gesto.
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile
“SERVONO PERIZIA E PRECAUZIONE, NON AVEVANO PERMESSI”
“Ho fatto fatto almeno 50 immersioni nelle grotte di Alimathà, con le giuste precauzioni e l’equipaggiamento adatto. Ogni volta è stata un’esperienza fantastica: ma con la consapevolezza dei rischi estremi che stavo correndo”. Shafraz Naeem, sub maldiviano e pioniere delle immersioni professionali, è un esperto nell’esplorazione delle grotte marine negli atolli delle Maldive con 30 anni di esperienza subacquea. Conosce come una seconda casa le grotte della tragedia.
La giusta miscela di gas
“Perizia e precauzione”, spiega l’ex sommozzatore militare ora consulente per la Difesa e la Polizia delle Maldive, “sono necessarie: per me scendere ad Alimathà non è stato difficile, sono un sub specializzato in immersioni in grotta e ogni volta avevo la giusta miscela di gas, l’attrezzatura adeguata e un sistema di riserva”. Requisiti e attrezzatura che, secondo Naeem, i cinque sub italiani non avevano perché “parliamo di ambienti al limite”, ambienti che Naeem conosce bene avendo, tra i tanti record, anche quello della spedizione Across Maldives, un viaggio sottomarino di 335 chilometri attraverso gli atolli di Malé Nord, Malé Sud e Vaavu, oltre 70 ore sott’acqua in più di 35 immersioni.
“Regole infrante”
“Le autorità hanno confermato che l’operatore ha superato il limite di profondità ricreativa di 30 metri delle Maldive e ha effettuato le immersioni senza i permessi necessari”, dice Naeem. “Tutti sanno che le regole sono state infrante, non avevano neanche il permesso per fare ricerca a quelle profondità”. Naeem conosce bene quella grotta, l’ha visitata e fotografata: “L’ingresso è tra i 55 e i 58 metri di profondità, si addentra fino a circa 100 metri, poi si biforca e prosegue sempre più giù”. Insomma letteralmente una discesa negli abissi attraverso cunicoli. “Le immersioni in grotte profonde sono generalmente considerate immersioni tecniche avanzate che richiedono una formazione specializzata, procedure rigorose, un’adeguata pianificazione del gas e configurazioni di attrezzatura appropriate. Anche i subacquei più esperti possono trovarsi ad affrontare sfide considerevoli in ambienti del genere”.
“Morti per una concomitanza di cause”
Naeem è convinto tuttavia che i cinque sub italiani siano morti “per una concomitanza di cause perché in quegli ambienti estremi un solo problema ne genera altri a catena e un imprevisto può rapidamente trasformarsi in tragedia”. “Sarebbe irresponsabile affermare con precisione cosa sia successo senza un’indagine approfondita”, spiega. “Però in base alla mia esperienza, un’immersione in grotta a quasi 58 metri con aria normale presenta già molteplici fattori di rischio. A quella profondità, la narcosi da azoto può compromettere gravemente la consapevolezza. Il consumo di gas aumenta rapidamente e in un ambiente come una grotta risalire in superficie è molto complesso”.
Dunque, spiega, qualunque sia il fattore scatenante “narcosi, stress, disorientamento, perdita di visibilità, problemi di navigazione, riserve di gas insufficienti, problemi all’attrezzatura, separazione dal gruppo o panico”, sono tutti fattori che possono presentarsi in sequenza e a cascata.
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile
SE FOSSE VERO, COME MAI LE LICENZE VENGONO VENDUTE A CIFRE FOLLI, A VOLTE SUPERIORI AI 200MILA EURO? LA LIBERALIZZAZIONE NON È PIÙ RINVIABILE: IL PAESE NON PUÒ RIMANERE OSTAGGIO DEI FURBETTI CHE OFFRONO UN SERVIZIO INDECENTE A PREZZI FOLLI
Non si muovono se non per poche centinaia di euro: calcolatrice alla mano circa 88
euro al mese di aumento in un anno. I redditi dei taxi fotografati dal dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia sulla base delle ultime dichiarazioni, sono uguali a loro stessi in una lunga serie di numeri che anno dopo anno, dal 2017 al 2024, ultimo dato disponibile, confermano una cosa sola: condurre un taxi in città garantisce piccoli guadagni. E per la precisione su un campione di sette province italiane, da Nord a Sud, in media 18.983,09 euro lordi l’anno, pari a circa 1.582 euro lordi al mese.
A Firenze si dichiarano in media 25.606 euro lordi l’anno, cioè 2.133 euro al mese, in aumento rispetto ai 24.244 euro del 2023. Milano segue a quota 23.741 euro (1.978 euro mensili), circa 1.170 euro in più rispetto all’anno precedente, mentre Bologna sale a 19.399 euro dai 18.923 del 2023
Roma si ferma a 16.983 euro, circa 1.415 euro al mese, con una crescita di 1.228 euro su base annua. Torino passa da 13.349 a 14.577 euro.
Più movimentato il quadro nel Mezzogiorno. Palermo cresce sensibilmente, da 10.730 a 12.900 euro annui, mentre Napoli è l’unica tra le grandi città a registrare un arretramento: dai 12.830 euro del 2023 agli 11.236 del 2024, vale a dire meno di mille euro al mese. In una media nazionale la categoria ha guadagnato 1.060 euro in più l’anno, 88 euro al mese, pari a +5,9% in 12 mesi.
§Il punto politico è che la questione taxi continua a scontare una lunga stagione di paradossi: da un lato c’è una domanda di mobilità che nelle grandi città, archiviata la pandemia, e nonostante le giornate di poco lavoro nella bassa stagione, è tornata a correre insieme al turismo, ai grandi eventi e ai flussi aeroportuali che negli anni si sono moltiplicati a dismisura.
Dall’altro le dichiarazioni fiscali continuano a raccontare redditi medi tutt’altro che generosi. Poco è cambiato rispetto agli anni precedenti. Anche nel 2024 il Sole 24 Ore aveva raccontato una situazione fiscale sostanzialmente ferma, con guadagni medi relativi al 2022 poco sopra i 15mila euro annui e un andamento che sembrava replicarsi quasi identico anno dopo anno. L’anno d’imposta 2023 segna un recupero ulteriore, ma senza grandi salti: 2.537 euro in più di reddito medio annuo non incidono poi tanto se spalmati su dodici mesi.
Il mercato delle licenze, soprattutto nelle grandi città, ha continuato negli anni a mantenere un forte valore economico con picchi anche superiori ai 200mila euro: un forte ostacolo all’ingresso reso complicato dal sistema dei contingentamenti duro da scalfire. Qualcosa nel settore si è mosso anche se i picchi di domanda non sempre riescono a essere assorbiti dal mercato.
Prova ne sono le scene delle lunghe attese fuori dalle stazioni o davanti agli aeroporti, soprattutto nei giorni di pioggia o quando le città vanno in tilt per l’arrivo dei turisti. Un aspetto che continua a tenere aperto il dossier sulle licenze in un mercato rimasto a lungo blindato. Le promesse, almeno sui numeri, sono state mantenute. Le auto bianche in tre grandi Comuni sono aumentate: secondo le ultime rilevazioni di gennaio scorso Roma ha incrementato il servizio con 999 nuovi taxi, Milano con 390 in più, Bologna con 45. In totale, il parco si è rafforzato di 1.434 vetture. In altre città, invece, la musica non è cambiata: Genova resta a 869 taxi, Firenze a 724, Napoli a 2.364, Torino a 1.501.
Flavia Landolfi,Vittorio Nuti
per “il Sole 24 Ore”
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Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile
SI CHIAMA BRIAN CRHISTINE ED È NOTO PER AVER DIFFUSO TEORIE COMPLOTTISTE DURANTE LA PANDEMIA DI COVID, OLTRE CHE PER IL SUO LAVORO PER COMBATTERE LA DISFUNZIONE ERETTILE
Monta la polemica negli Stati Uniti perché il medico incaricato dall’amministrazione di Donald Trump a gestire la risposta all’hantavirus è un urologo, specializzato in protesi del pene, senza nessun’esperienza in virologia e noto per aver rilasciato dichiarazioni in favore di tesi cospirazioniste durante la pandemia. L’ammiraglio Brian Christine, sottolinea la Cnn, è sottosegretario al dipartimento della Salute americana con delega alle malattie infettive. Settore nel quale, tuttavia, non ha nessun background.
Presso gli Urology Centers of Alabama, ha lavorato soprattutto sulla disfunzione erettile ed è diventato una figura di spicco nel settore della salute sessuale degli uomini. Sull’argomento ha perfino condotto un programma su YouTube dal titolo ‘Erection Connection’. Inoltre, durante il Covid sostenne in un podcast che la pandemia potesse essere il frutto di un complotto globale volto a colpire le piccole imprese.
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA STILETTATA AL BISTECCHIERE DELMASTRO: “BASTA ALL’OPACITÀ DI UOMINI DELLE ISTITUZIONI CHE SI OCCUPANO DI GIUSTIZIA. NON VOGLIAMO PIÙ VEDERE SOTTOSEGRETARI CHE CREANO IMBARAZZO ALLE ISTITUZIONI DELLA REPUBBLICA”
“Ai colleghi più giovani dico: oggi serve un nuovo patto intergenerazionale tra
magistrati, fondato sul senso di responsabilità reciproca e su una visione del futuro. Un patto sociale che ricordi alla magistratura le sue responsabilità verso ogni essere umano”.
Così Michele Ciambellini, Presidente di Unità per la Costituzione e Sostituto Procuratore Generale della Corte di Cassazione intervento all’Assemblea Generale dell’Anm.
“Abbiamo rispetto per la politica con la P maiuscola, ma diciamo con forza basta agli attacchi del ministro contro singoli provvedimenti, basta alle ispezioni dal sapore inquisitorio nei confronti di magistrati già sottoposti a uno stress mediatico durante i processi, basta all’opacità di uomini delle istituzioni che si occupano di giustizia. Non vogliamo più vedere sottosegretari che creano imbarazzo alle istituzioni della Repubblica” ha proseguito Ciambellini.
“Avete trovato un sistema di reclutamento serio, la garanzia di essere distinti solo per funzioni, la non gerarchizzazione della giurisdizione e l’inamovibilità a tutela dei cittadini. Dobbiamo difendere tutto questo da ogni tentativo del potere esecutivo di occupare spazi che non gli appartengono”. “La magistratura deve essere al passo coi tempi, capace di ascoltare il Paese senza cercare consenso per le proprie decisioni. Non dobbiamo ricostruire, dobbiamo continuare a costruire con ottimismo e senso del limite. L’Europa ci guarda: non dobbiamo deluderla” ha concluso.
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile
L’OPINIONE SUL TYCOON, EX ALLEATO “NUMBER ONE” DI GIORGIA MELONI, È TRASVERSALE: SE INFATTI TRA GLI ELETTORI DI FDI E LEGA I GIUDIZI POSITIVI RADDOPPIANO SUPERANDO IL 30%, LE OPINIONI NEGATIVE SONO SOPRA I DUE TERZI, DATO CHE SALE AL 76% TRA GLI ELETTORI DI FI
Trump ha teso pesantemente i rapporti con il nostro Paese: attacca l’Italia che non si è a suo parere prestata a sostenere gli Usa in Iran minacciando ritorsioni, definisce Giorgia Meloni una leader priva di coraggio, attacca papa Leone XIV che
metterebbe in pericolo la vita di molti cattolici e starebbe al fianco di un Iran con la bomba atomica.
Gli italiani ricambiano questa sempre più netta ed evidente ostilità. Richiesti di esprimersi sul gradimento di Trump, solo il 15% esprime giudizi positivi, mentre il 77% esprime valutazioni negative.
Si tratta, pur con importanti differenze, di una valutazione trasversale: se infatti tra gli elettori di FdI e Lega i giudizi positivi raddoppiano superando il 30%, le opinioni negative sono sopra i due terzi, dato che sale al 76% tra gli elettori di FI. Tra gli elettori delle forze di opposizione la disapprovazione supera l’80% fino ad arrivare al 97% tra gli elettori del Pd. E si tratta di un dato che cresce nel tempo: poco più di un anno fa i critici erano il 58% degli elettori, oggi sono cresciuti di quasi 20 punti.
La guerra con l’Iran è giudicata un rischio, anche qui con maggioranze molto ampie: il 69% infatti pensa che sia una cattiva notizia che produrrà molte vittime e pesanti conseguenze per tutti. Solo l’11% invece condivide la scelta, ritenendo l’Iran una minaccia da combattere
Tutti gli elettorati fanno prevalere il disaccordo, con le differenziazioni che abbiamo già visto: la condivisione della scelta di attaccare raddoppia fra gli elettori di FdI e Lega (mentre chi vota FI si esprime come la media degli intervistati), sparisce o quasi tra gli elettori del Pd. Oltre che sbagliata la guerra in Iran è anche mal gestita da Trump: lo pensa il 74% degli italiani, con solo il 9% che invece condivide la conduzione del conflitto e il 17% che non sa esprimersi al proposito. Anche in questo caso le differenze son quelle già viste: decisamente critiche le opposizioni, in particolare gli elettori Pd, critici ma con qualche gradazione di maggiore approvazione gli elettori della compagine di governo.
Il rapporto privilegiato con gli Usa — tema centrale nella prima parte del mandato di Meloni — sembra ormai alle spalle. Il 63% ritiene che l’Italia debba impegnarsi a essere vicina all’Ue, mentre solo il 9% privilegerebbe l’alleanza con gli Usa. Questo orientamento, largamente condiviso da tutti, sembra indicare una presa di distanza evidente anche negli elettorati più vicini a Trump.
Gli elettori leghisti, infatti, pur essendo quelli che un po’ più degli altri vedono con
favore la vicinanza agli Usa (20%), per la maggioranza assoluta (56%) privilegiano il rapporto con l’Ue.
Appare evidente che la presidenza Trump stia producendo un importante riassestamento delle opinioni. Questo anche perché sembra ormai chiaro che Trump consideri l’Italia un Paese secondario rispetto ad altri Stati europei. Lo pensa il 53% degli italiani, mentre 22% ritiene che Trump ci valuti un Paese strategico.
Solo nell’elettorato leghista, sia pur di stretta misura, prevale quest’ultima idea: lo pensa il 43%, mentre il 41% ritiene che siamo percepiti come un Paese secondario. Anche tra gli elettori di FdI, dove pure albergava il sentimento di special relationship dei primi anni di governo, oggi solo il 36% pensa che per Trump l’Italia sia strategica, contro il 45% che invece ritiene che siamo valutati un Paese secondario.
Nando Pagnoncelli
per il “Corriere della Sera”
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Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile
“ANDAVA A CENTO ALL’ORA, BLATERAVA QUALCOSA”
«Abbiamo visto l’auto arrivare, puntava il marciapiede. Ha fatto un’accelerazione
improvvisa. Andava almeno a cento all’ora, abbiamo visto le persone volare». E’ il racconto di testimoni a quanto successo nel pomeriggio di oggi a Modena, via Emilia Centro, dove un’auto ha investito una decina di pedoni.
Ci sono due feriti gravi. Una donna di 55 anni è in pericolo di vita e un uomo anche lui di 55 anni, è in gravi condizioni. Una donna, colpita in pieno dall’auto, ha perso entrambe le gambe.
Luca Signorelli, l’uomo che ha braccato l’autore dell’investimento racconta: «Mentre tento di soccorrere la signora con le gambe amputate , lui (l’investitore, ndr) scappa. Quindi l’ho inseguito, nel frattempo altre 4-5 persone mi sono venute dietro. Ho ricevuto un primo fendente ma sono riuscito a evitarlo, l’altro l’ho preso. Poi gli ho bloccato il polso. E poi l’ho neutralizzato» con l’aiuto di altre 4 o persone arrivate nel frattempo. E’ sparito dietro una pila di macchine e poi è risaltato fuori col coltello in mano. Blaterava qualcosa ma non era italiano».
L’investitore si chiama Salim El Koudri ed è laureato in Economia. L’uomo, 31 anni, è nato in provincia di Bergamo, ma risiede nel Modenese. Non si sa se fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o alcol. La Polizia di Stato è impegnata nella perquisizione dell’abitazione dell’uomoa Ravarino, in provincia di Modena. Secondo le prime informazioni, il 31enne, era in cura a Castelfranco Emilia per problemi psichiatrici.
I feriti sono stati trasportati all’ospedale di Baggiovara, al policlinico di Modena e al Maggiore di Bologna.
Tutto è accaduto sulla via Emilia in pieno centro, con la vettura proveniente da Largo Garibaldi§
Al volante, il cittadino di origine marocchina, italiano di seconda generazione, che risulterebbe incensurato. Una volta sceso dall’auto l’uomo ha cercato di allontanarsi ma è stato subito circondato da diversi cittadini. A quel punto avrebbe estratto un coltello e ferito almeno uno dei presenti prima di essere definitivamente bloccato e consegnato alle Forze dell’Ordine.
Secondo le prime ricostruzioni che troverebbero conferma dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza del centro storico, pare si sia trattato di un gesto deliberato. L’uomo alla guida dell’auto, avrebbe subito puntato verso il marciapiede a velocità sostenuta per poi finire la propria corsa contro la vetrina di un negozio.
(da agenzie)
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