Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
EVVIVA LA FAMIGLIA TRADIZIONALE…. ALLA CONTE È STATO AFFIDATO ANCHE L’INCARICO DI PRESENTATRICE DEL TOUR DELLA NAVE AMERIGO VESPUCCI, IN GIRO PER IL MONDO
Nel corso dell’intervista, a un certo punto il confronto si sposta su uno dei temi più discussi
negli ultimi mesi, quello del presunto legame con il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. La domanda arriva diretta, senza giri di parole:
“Si parla di una tua relazione col Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. È vero o non è vero?”
Per un attimo cambia espressione: rimane spiazzata, nei suoi occhi si percepiscono
insieme emozione e un po’ di imbarazzo, come quando una domanda tocca una sfera più personale. Poi si lascia andare a una risposta breve, essenziale:
“È una cosa che non posso negare, però sono molto riservata nella mia vita privata.”
Subito dopo, però, senza approfondire e aggiungere dettagli, cambia completamente registro e riporta la conversazione su altri temi, chiudendo di fatto il capitolo personale.
(da Money)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
VOGLIONO MANTENERE IL SERVO AL POTERE, NOI LO ASPETTIAMO IN CATENE E AL GUINZAGLIO COME ILARIA SALIS PER RISPONDERE DEI REATI COMMESSI
L’11 gennaio 2026 sull’account X di Orbán Viktor (gli ungheresi mettono prima il cognome) spunta un video con gli elogi del comico americano Rob Schneider seguito da 11 politici internazionali: Giorgia Meloni, Matteo Salvini, la leader del Rassemblement National francese Marine Le Pen, Alice Weidel della tedesca AfD, Benjamin Netanyahu, l’ex premier polacco Mateusz Morawiecki, il primo ministro ceco Andrej Babis, il presidente dell’Fpö austriaca Herbert Kickl, il capo del partito spagnolo Vox Santiago Abascal, il presidente serbo Aleksandar Vucic e quello argentino Javier Milei. La crème della destra sovranista europea e mondiale va in soccorso a Viktor Orbán, l’uomo che guida l’Ungheria da sedici anni, descritto come insostituibile campione dello Stato nazione, e che per la prima volta alle elezioni del prossimo 12 aprile rischia di perdere il posto.
La violazione dei principi Ue
È dall’arrivo al governo nel 2010 che l’orbanismo concentra soldi e potere nelle mani degli amici. Giornali, portali, radio e tv sono dal 2018 sotto il controllo della Fondazione centro-europea per la stampa e i media Kesma che risponde direttamente a Fidesz, il partito del premier nato come forza liberale e diventato poi bastione del nazionalismo più intransigente. Fidesz, uscito nel 2021 dai Popolari europei, è entrato insieme a Lega, Vox e Rassemblement nel gruppo dei Patrioti. Il
sistema giudiziario è stato terremotato con pensionamenti anticipati, nomine politiche dei giudici e, dal 2019, una nuova rete di tribunali amministrativi sottoposta all’esecutivo. Tra il 2010 e il 2023 le società vicine al mondo orbaniano hanno vinto il 45% di tutti i loro contratti con gare d’appalto a partecipante unico, pratica ad alto rischio corruzione attenzionata da Bruxelles. La percentuale è salita al 69% tra 2024 e 2025. Secondo il rapporto del World Justice Project del 2025 l’Ungheria è all’ultimo posto tra i 27 dell’Unione europea per rispetto dello Stato di diritto, ed è il solo Paese Ue classificato come «parzialmente libero» dalla Ong Freedom House. Negli anni, le violazioni di libertà e principi base hanno portato l’Unione a bloccare il trasferimento dei fondi Ue, e in seguito a sbloccarli, alimentando il sospetto di subire il ricatto del veto.
Diritto di veto e ricatto
Emblematico il caso del 2023, quando la Commissione decise di mettere mano a 10,2 miliardi bloccati per le condizioni del sistema giudiziario, svincolandoli proprio alla vigilia dell’importante Consiglio nel quale Orbán ha lasciato la sala, consentendo così agli altri 26 leader di approvare l’avvio dei negoziati di adesione di Kiev. Un via libera ai finanziamenti che ora la Corte di giustizia Ue, sollecitata dall’Europarlamento, raccomanda di rivedere: la sentenza potrebbe imporre la restituzione dei soldi tramite rimborso o deduzione da futuri stanziamenti. Circa 20 miliardi restano invece congelati dal 2022 a causa della stretta imposta da Orbán su insegnamento universitario, immigrazione illegale, diritti della comunità Lgbtq+ e cioè il trasferimento delle università in fondazioni pubbliche gestite da amministratori fiduciari graditi al primo ministro, respingimenti e massima restrizione del diritto d’asilo, divieto di condividere materiali su argomenti legati alla diversità di genere, sia nella scuola che sui mezzi d’informazione. Temi sui quali l’orbanismo si sovrappone perfettamente a putinismo e trumpismo. Va detto che l’Ungheria, dal suo ingresso nella Ue nel 2004 fino al 2024 è stata fra i maggiori beneficiari netti dei fondi strutturali e di coesione. Dal 2014 al 2020 gli investimenti totali, compresi i co-finanziamenti, hanno sfiorato i 30 miliardi, con 52 mila progetti riconosciuti dalla Commissione; per il settennato 2021-2027 sono stati assegnati a Budapest 21,7 miliardi in fondi di coesione e quasi 6 di sovvenzioni. Si stima che dall’inizio dell’era Orbán dal 2010 al 2023 l’Ungheria abbia ricevuto in totale tra i 60 e i 65 miliardi di euro netti.
Dare e avere: Putin e Trump
Il braccio di ferro di Orbán con Bruxelles s’intreccia al gioco di sponda con Russia e Stati Uniti. Nella Strategia di sicurezza nazionale pubblicata l’anno scorso, Washington mette nero su bianco tra le priorità: «Coltivare, all’interno delle nazioni europee, la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa». Tradotto: sostenere governi e partiti sovranisti contrari al rafforzamento dell’integrazione comunitaria. Ed è il punto sul quale gli interessi della Casa Bianca e quelli del Cremlino si incontrano.
L’Ungheria oggi è in piena reindustrializzazione e sull’energia gioca una partita vitale. Con la Slovacchia, è il solo Stato Ue esentato dalle sanzioni di Bruxelles che proibiscono di comprare gas e petrolio dalla Russia, dalla quale, secondo dati del Fondo monetario internazionale, nel 2024 dipendeva ancora per il 74% del gas importato e l’86% del petrolio. Nel 2025, in visita alla Casa Bianca, Orbán ottiene una deroga di un anno anche sulle sanzioni secondarie americane e si impegna a sottoscrivere contratti da 600 milioni di dollari per l’acquisto di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Qualche mese prima il Tesoro Usa ha revocato le sanzioni imposte a una dozzina di banche e istituti finanziari russi coinvolti in transazioni su progetti di nucleare civile: tra questi la costruzione di due reattori nella nuova centrale nucleare Paks 2, sulla riva destra del Danubio un centinaio di chilometri a sud di Budapest, affidata al colosso russo dell’elettricità Rosatom e finanziata dalla banca, sempre russa, Gazprombank. Con l’accordo stipulato nel 2014 Mosca si faceva carico della maggior parte dei costi tramite una linea di credito da 10 miliardi di euro, e Budapest aggiungeva aiuti di Stato per altri 2,5 miliardi. L’autorizzazione della Commissione europea all’operazione arrivata nel 2017 è stata poi annullata nel settembre 2025 dalla Corte di giustizia Ue. Però i lavori del Paks 2 sono comunque partiti ad inizio febbraio 2026.
Il pretesto dell’oleodotto
A fine gennaio 2026 i russi colpiscono, sul territorio ucraino, la parte meridionale dell’oleodotto Druzhba che porta il petrolio di Mosca al Centro Europa compromettendo anche le forniture per Ungheria e Slovacchia. Kiev non può ripararlo in tempi brevi così Budapest e Bratislava si rivalgono sul presidente Zelensky e per ritorsione bloccano sia il prestito europeo da 90 miliardi del quale l’Ucraina ha disperato bisogno, sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro
Mosca. Su un tavolo separato, Orbán pone il veto, che poi ritira, anche al rinnovo delle sanzioni individuali contro oltre 2.700 tra persone fisiche ed entità coinvolte nella guerra. Tutto questo avvantaggia Putin, e indirettamente piace a Trump perché indebolisce la forza Ue. Fidesz ha impostato la parte finale della campagna elettorale sul pericolo di essere trascinati nel conflitto. A dire degli ungheresi, l’oleodotto Druzhba sarebbe potuto tornare in funzione subito ma resta fermo solo per volontà degli ucraini. La tensione ha raggiunto livelli tali che lo stesso presidente ucraino, con toni del tutto inediti, ha minacciato di passare l’indirizzo del premier ai suoi soldati. È toccato alla Ue richiamare Zelensky e difendere Orbán.
Nel pieno della propaganda
Il voto si avvicina e in Rete dilagano profili anonimi con falsi servizi giornalistici, finti video di star hollywoodiane e contenuti generati attraverso l’Intelligenza artificiale. Lo scopo è quello di esaltare Orbán e delegittimare il rivale intorno al quale si è coagulato l’elettorato stanco di scandali e corruzione, Péter Magyar, in netto vantaggio nei sondaggi. Una vasta offensiva social riconducibile alla Social Design Agency, società di comunicazione legata ai vertici russi e sottoposta a sanzioni per passate azioni di controinformazione sul conflitto ucraino, ha moltiplicato i post a favore di Orbán, definito «leader forte con amici globali» contro Magyar rappresentato come marionetta di Bruxelles. Secondo la piattaforma indipendente Vsquare Mosca ha pure inviato a Budapest una squadra di agenti disturbatori del Gru, il servizio d’intelligence militare, per interferire nella campagna elettorale, come è già in successo in Moldova. L’unità farebbe capo a Sergei Kiriyenko, fedelissimo di Putin, ex capo di Rosatom. Una recente indagine del Washington Post rivela che i servizi segreti russi avrebbero suggerito di inscenare un attentato a Orbán per spostare la campagna sui temi della stabilità istituzionale e della sicurezza statale.
La talpa nel Consiglio Ue
Sempre il Washington Post, citando fonti dei servizi di sicurezza europei, accusa il ministro degli Esteri di Budapest, Péter Szijjártó, di aver riferito in tempo reale all’omologo russo Sergej Lavrov informazioni sensibili e riservate circolate in sede di Consiglio. Szijjártó ammette i contatti diretti, prima e dopo gli incontri, anche con i colleghi «di Stati Uniti, Turchia, Israele, Serbia e di tutti gli altri partner del nostro Paese». Adesso Bruxelles sa chi è la talpa di Putin dentro al Consiglio Ue,
ma intanto la posizione del Consiglio nei confronti di Mosca si indebolisce. Sul fronte ungherese il governo, per tutta risposta, ha annunciato l’avvio di un procedimento penale contro l’autorevole giornalista investigativo Szabolcs Panyi per aver aiutato a rivelare lo scambio di telefonate fra i due ministri.
Ad esasperare la campagna elettorale e i rapporti con Kiev e la Bce, il 5 marzo scorso, c’è stato anche un fermo di persone e sequestro di denaro. Erano diretti in Ucraina i portavalori partiti dall’Austria, come da contratto tra le banche Raiffeisen Bank International e Oschadbank, fermati e sequestrati lungo la strada dalle autorità di Budapest per il sospetto che tra i 40 milioni di dollari, i 35 milioni di euro e i 9 chili d’oro trasportati ci fossero fondi illegali destinati alla campagna di Magyar. L’avversario di Orbán dichiara che tutti i finanziamenti sono pubblici e trasparenti; però il caso è destinato ad allargare la frattura con l’Europa: la Bce avverte che trattenere valori sul territorio Ue, a fronte di un regolare contratto fra due banche, mina l’affidabilità dei partner e la fiducia nella moneta unica.
Rush finale
«No migration! No gender! No war! Eravamo Trump prima di Trump» è il motto di ultraconservatori, populisti e nazionalisti che dal 2022 portano in trasferta il mega raduno annuale del Cpac americano nella capitale ungherese. Quest’anno si sono riuniti a tre settimane dalle elezioni. Orbán sul palco a elogiare Trump e il suo contributo alla lotta per salvare «l’anima del mondo occidentale», Trump ad augurare all’amico in videomessaggio «una grande vittoria». Nei giorni successivi il presidente Usa ha continuato a postare sul social Truth messaggi molto diretti: «Andate a votare per Viktor Orbán». Gli europei lo sanno, tra amici ci si aiuta, ma se l’interesse è solo personale non dura. Neanche tra sovranisti.
Milena Gabanelli e Maria Serena Natale
(da corriere.it)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
MELONI CONDANNATA A GOVERNARE E A TIRARE A CAMPARE CHE E’ SEMPRE MEGLIO DI TIRARE LE CUOIA
La definisce “un’opportunità” il ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani,
l’informativa alle Camere che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, “coglie al volo” per “riferire sull’attività di governo, che non si è mai interrotta, che è continuata con lo stesso impegno e determinazione di prima”.
L’appuntamento da segnare sul calendario è fissato al 9 aprile, anticipato di un giorno per risparmiare ad onorevoli e senatori pendolari il fastidio di doversi trattenere a Roma pure di venerdì. Sparita dai radar, dopo le ospitate fiume pre-referendum e il breve video dal giardino di casa per commentare la sconfitta elettorale, la premier si presenterà in Parlamento dopo il repulisti costato la poltrona al sottosegretario Delmastro, alla ministra Santanchè (entrambi FdI), alla ormai ex capo di gabinetto di Nordio, Bartolozzi, e al capogruppo dei senatori di Forza Italia, Gasparri. Meloni spiegherà che per il governo non è cambiato niente (anche se è cambiato tutto).
Ma evitando di dire che non c’erano alternative. Perché la tentazione di staccare la spina alla legislatura per tornare alle urne, prima che la lieve (per ora) flessione nei consensi dopo la sconfitta referendaria possa degenerare in emorragia (non si sa mai), non è un’opzione. Con il Medio Oriente in fiamme e nel pieno di una crisi energetica, difficilmente il Quirinale scioglierebbe il Parlamento senza tentare tutte le opzioni per dare vita ad un governo di emergenza nazionale.
Meloni condannata a governare, quindi. A tirare a campare, che è sempre meglio di tirare le cuoia, come disse Andreotti. Sempre che a tirare le cuoia non sia l’Italia.
(da lanotiziagiornale.it)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
SEI AVVISI DI GARANZIA AD AGRIGENTI, IL DEPUTATO PISANO INDAGATO PER TRUFFA AGGRAVATA E PECULATO
I primi ad annusare l’odore del sangue sono stati Matteo Renzi e Giuseppe Conte, due leader agli antipodi ma con la comune caratteristica di tenere sempre le antenne dritte. Il presidente dei Cinque Stelle ha parlato di una nuova «questione morale» che affliggerebbe Fratelli d’Italia «dalla Sicilia al Piemonte», mentre Renzi ha accennato alla possibilità che «altre inchieste» possano presto sfiorare il partito della premier.
Attenzione, non serve avere per forza fonti nelle procure, basta una rassegna stampa per capire che FdI comincia ad avere un serio problema. Mentre tutta l’attenzione era su Andrea Delmastro, altri casi infatti si moltiplicavano in tutta Italia, con un importante epicentro proprio in Sicilia. Giusto ieri sull’Isola si è aperto un ennesimo fronte giudiziario: sei avvisi di garanzia, partiti dalla procura di Agrigento, per presunte spese gonfiate legate ai grandi eventi. Tra gli indagati per truffa aggravata e peculato anche il deputato Lillo Pisano, ex vicecapo di gabinetto dell’assessorato regionale al Turismo. Proprio l’assemblea regionale siciliana è il buco nero dei Fratelli, se esiste una questione morale palazzo dei Normanni ne è l’epicentro, con Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, che tra un mese andrà a processo per corruzione, peculato e truffa, mentre su Elvira Amata, assessora al turismo di Schifani, penda una richiesta di rinvio a giudizio per corruzione. Teste che stanno per cadere, se si interpretano correttamente le parole di Luca Sbardella, il commissario spedito da Giovanni Donzelli per ripulire il partito isolano, che ha promesso di «applicare in Sicilia lo stesso criterio indicato dal partito nazionale». Ovvero, le dimissioni.
Dalla Sicilia al Piemonte, dove dietro Delmastro altre teste sono rotolate. Mentre il caso della Bisteccheria d’Italia approda in commissione Antimafia, a Torino esce di scena anche Elena Chiorino – vicina all’ex sottosegretario alla Giustizia – che si è
dimessa dalla giunta regionale dopo aver lasciato la poltrona da vicepresidente della Regione. L’ex guardasigilli Pd Andrea Orlando ieri ha pubblicato un video in cui ricordava i legami storici tra l’estrema destra e il mondo criminale negli anni Settanta e Ottanta – proponendo in qualche modo un nesso con l’attuale vicenda che ruota intorno al clan Senese – e concludeva immaginando «ulteriori risvolti».
Senza andare troppo indietro nel tempo, ricordando il caso di un’altra piemontese – Augusta Montaruli – condannata per peculato e dimessasi da sottosegretaria all’Università agli albori del governo Meloni, è il 2025 l’anno horribilis di Fratelli d’Italia. In Calabria il consigliere regionale Giuseppe Neri finisce nell’inchiesta della Dda che ne chiede addirittura l’arresto per scambio elettorale politico-mafioso. Richiesta rigettata prima dal gip e poi dal Tribunale del riesame. Salendo a Genova troviamo l’ex assessore comunale alla sicurezza, Sergio Gambino (autosospesosi per questo da FdI), coinvolto nell’indagine della procura per corruzione e presunte rivelazioni di segreto d’ufficio riguardanti l’allora candidata sindaca Silvia Salis. Clamoroso lo scandalo politico-erotico-massonico che sconvolge la tranquilla Prato. La procura procede nei confronti di Claudio Belgiomo, già membro del consiglio comunale nelle file dei Fratelli, e Andrea Poggianti, vicepresidente del consiglio comunale di Empoli, uscito nel febbraio 2024 dal partito, per «concorso continuato nei delitti di diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite» e di diffamazione ai danni dell’avvocato Tommaso Cocci, un altro consigliere comunale a Prato, sempre di FdI, e candidato in pectore alle regionali, destinatario di lettere anonime.
Dall’inchiesta emerge un aspetto, oltre ai ricatti sessuali, che mette in grande imbarazzo FdI, perché si scopre che questo Cocci, presunta vittima di revenge porn, è anche il segretario di una loggia massonica. Dalla Toscana al Lazio, con il consigliere regionale Enrico Tiero che lo scorso anno finisce indagato nell’ambito di un procedimento aperto dalla procura della Repubblica di Latina. Secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe agevolato l’assunzione di alcuni giovani, in cambio di “utilità”. Braccialetto elettronico per il presidente del consiglio comunale di Bolzano, Carlo Vettori, un altro Fratello, ma questa volta non c’entrano le mazzette, è una storia di maltrattamenti nei confronti della compagna. Dal Trentino alla Puglia, con un’inchiesta che nel 2024 coinvolge Francesco Ventola, allora capogruppo di FdI in consiglio regionale, poi eletto a Bruxelles. La procura di Trani
lo accusa di associazione a delinquere e corruzione elettorale, lui si difende parlando di un atto dovuto a seguito di una denuncia di un suo avversario politico. Tutti casi isolati, procure diverse, inchieste partite senza alcun nesso temporale con il referendum. Ma la paura che serpeggia a via della Scrofa è nelle parole in libertà di un dirigente dei FdI: «Adesso si vendicheranno per la riforma Nordio, i pm svuoteranno i cassetti nell’ultimo anno elettorale».
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
ORMAI CONDANNATI ALL’INUTILITA’
L’Onu: lo si sfoglia come un carciofo, e lo si lascia vivo, ma innocuo e quasi nudo come si è
fatto con altre istituzioni riverite, che esistono, ma non possono nulla. L’Onu è una Dulcinea del Toboso orfana perfino di don Chisciotte. Nell’epoca di Trump, di Netanyahu, di Putin, nel tempo in cui l’odio è diventato l’insegnamento ufficiale, a cosa servono i caschi blu, i soldatini della pace con i loro blindati immacolati che mostrano le insegne qua e là ma con il divieto di intervenire a fucilate, di immischiarsi? A nulla
Forse c’è stata una epoca in cui vederli sfilare era un gesto protettivo che ispirava speranza ai derelitti della geopolitica. Qua e là piccole sporcizie sulla mappa del pianeta, dal 1945 a oggi, sono state pulite anche da loro. Non dimentichiamo che le forze di pace abbandonarono, e non una sola volta, i civili al coltello degli sgozzatori. Ma che cosa significa dissuadere? Significa fare in modo che non si faccia. La dissuasione deve far sparire puramente e semplicemente l’oggetto della contesa. Se gli avversari, nazioni, fazioni, estremismi, di fronte a una terza forza hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare nell’opporvisi la guerra diventa assurda. La pace più che necessaria, inevitabile. Ma oggi un’autorità morale e non sorretta dalla forza è ancora in grado di dare pedate dissuasive al formicaio delle pulsioni di distruzione e di prepotenza, di interrompere il discorso di conquista dei terrorismi di Grandi e Piccoli? Nei luoghi caldi come il Libano senza di loro sarebbe il caos, si obbietta. Forse. Ma se il caos è proprio il programma dei nuovi signori della guerra planetaria che si fa?
Stiamo per assistere all’eclissi dello strumento che doveva, dal Palazzo di vetro, aprirsi un varco tra il sovra diritto dei furiosi abbandonati alla propria “hubrys” e il sotto diritto dei deboli e degli asserviti, eterni supplicanti incatenati?
Non ostiniamoci a fingere: le missioni di pace erano il simbolo e l’essenza delle Nazioni unite come furono pensate nel secolo scorso. Senza questo strumento di opposizione alle avventure omicide in tutto il mondo l’Onu è imbalsamato definitivamente in una elefantiaca burocrazia delle chiacchiere. Non lo salverà certo dall’estinzione il volenteroso affannarsi dell’attuale Segretario generale sul terreno della ecologia e della difesa del pianeta.
Ebbene: quanto gesticolare inutile, quanti incantesimi vani sotto la sigla Onu… In alcuni luoghi del mondo i caschi blu “si interpongono”, controllano, osservano, stilano rapporti che si accumulano, immagino, in polverosi sotterranei del Palazzo di vetro. Si interpongono ma nel senso che stanno lì, guerrieri senza cause, volenterosi abbandonati, soldati eternamente pronti a tutto, dunque al peggio. Figure fragili e tragiche del disordine del mondo. In luoghi come il sud del Libano dove si emanano ordini draconiani alle popolazioni (di uno Stato teoricamente sovrano) di allontanarsi definitivamente e ministri di un governo annunciano giulivamente che tutto verrà raso al suolo per non frapporre molesti ostacoli alle artiglierie presenti e future, quel contingente pacifico è poco più di un fastidio,
l’equivalente di una collina o un fiumiciattolo che fa perdere semplicemente tempo mentre si manovra con i carri armati. Non c’è nemmeno la pazienza di attendere che entro fine anno se ne vadano volontariamente dai loro bunker, sfiniti dalla impotenza. Qualche cannonata “fuori bersaglio” potrebbe accelerarne il ritiro. I testimoni, anche quelli disarmati, danno fastidio.
Le missioni dei caschi blu sono peraltro annose sopravvivenze di altre epoche storiche. Potete immaginare il realizzarsi di spedizioni di interposizione a Gaza o in Ucraina o in Sudan? Solo i devoti del Consiglio di sicurezza e della legittimità internazionale non si imbarazzano a proporli. L’Onu non lo dipingono come è, ma come vorrebbero che fosse. È una istituzione balbuziente, ammettono i fedeli della Santa Carta: ma oppongono che niente è perfetto, basta rinforzarla. Già. Ma se la difesa dei diritti e della pace è affidata a una commissione in cui i predatori dettano legge? Così i caschi blu sono condannati dal peggiore dei peccati: non servono. Sono doppiamente indifesi, tanto che si può sparare loro addosso. Da 48 anni la missione tra il fiume Litani e il confine tra Israele e Libano “assiste”. Impotente. Indifesa. Chi risponde senza retorica alla domanda: per cosa sono morti 342 soldati sotto mandato delle Nazioni Unite dopo il loro dispiegamento nel 1978? In questa zona del mondo i periodi di guerra sono stati più lunghi che quelli di tregua.
Dalla Bosnia al Congo al Mali al Centrafrica al Libano, spaventose località di una geografia senza memoria, queste missioni hanno modificato in modo decisivo la faccia del pianeta, hanno aperto una breccia nella tragedia dei derelitti, riplasmato i destini e le fatalità in nuovi inizi, in occasioni da afferrare, in pesi da sollevare, in inerzie vinte? Questi volenterosi eserciti della pace non portano con sé le chiavi di qualche paradiso terrestre ma neppure la chiusura di qualche inferno, non annunciano alle popolazioni un mondo senza guerra e morti ma neppure un mondo meno malvagio e un domani meno cupo.
Le Nazioni unite e i suoi eserciti “a la carte”, paralizzati dall’obbligo di non intervenire, e il tribunale dell’uomo a New York capace di distinguere e punire i giusti e i reprobi sono stati, forse, l’ultima avventura dell’Occidente. Il diritto di intervenire senza frontiere appare ormai da decenni come esorbitante, non riesce a ledere oggi più che mai le arroganti e fameliche autorità che si spartiscono il mondo.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
LE OMELIE DI UN FUORI DI TESTA
Se volete avere un’idea del disastro nel quale siamo finiti, ascoltate per intero una delle omelie che Pete Hegseth, ministro della Guerra degli Stati Uniti d’America, capo dell’esercito più potente della Terra, rivolge al suo popolo e al mondo intero. La sua retorica invasata, con la partnership di Dio (il Dio degli eserciti) che permea ogni sguardo ispirato, ogni parola bellica, e gli americani nel ruolo di popolo superiore che ha il compito di liberare l’umanità da tutto ciò che non è americano e cristiano, è per metà ridicola, per metà terrificante.
Un ayatollah non saprebbe fare di meglio. È uguale l’ispirazione trascendente dei più turpi e sanguinari atti terreni, tipo accoppare chi non è della tua tribù; uguale la missione di purificazione dagli impuri e di elevazione degli eletti; uguale l’ossessione di superiorità morale, e di spregio per gli inferiori, che l’aspetto vagamente nazista di questo maschio americano bianco (nei film sui nazisti i nazisti sono identici a Hegseth) rende perfettamente.
Si può valutare come una coincidenza l’identità di linguaggio, e di visione del mondo, tra i fanatici islamisti e questo tizio che non impugna un coltello, ma un arsenale atomico. Oppure la si può considerare una tragedia politica. Sebbene abbia forma di farsa (i tatuaggi da crociato, la pettinatura da Esse Esse) è questa la realtà che ci sta di fronte. C’è margine per rimediare? C’è speranza che finisca? Difficile dirlo. Impossibile non sperarlo, e non agire per denunciare e contrastare la mutazione dell’America in un nuovo Reich.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
UNA FORZATURA INACCETTABILE IN UNA DEMOCRAZIA, SOPRATTUTTO SE E’ UNA LEGGE CHE FAVORISCE SPUDORATAMENTE LA MAGGIORANZA DI GOVERNO
“Uno dei due giocatori non può cambiare le regole a suo vantaggio prima di iniziare la
partita”. Anche un bambino di sei anni può comprendere il valore di questa massima, perché è uno dei capisaldi di una qualunque competizione leale: le regole non si cambiano prima di giocare. O comunque, nel caso, si cambiano assieme.
Quel che sembra scontato al parco giochi, evidentemente, non lo è in Parlamento. Dove la destra al governo, intimorita dal calo di consensi che sta registrando, dalla sconfitta al referendum, dagli effetti della guerra in Iran prossimi venturi e da una possibile recessione alle porte, sta pensando di cambiare la legge elettorale attualmente in vigore a poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche.
Di più: sta pensando di farlo a maggioranza, coi suoi soli voti: se l’opposizione ci sta, bene. Altrimenti fanno da soli.
Dicono di farlo in nome della stabilità, per evitare un pareggio, ma in realtà è evidente anche ai sassi che lo fanno per inclinare il campo a loro favore.
La proposta di legge elettorale incardinata giusto in queste ore alla Camera dei Deputati, infatti, sembra scritta su misura per riportare Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Prevede infatti l’indicazione del candidato presidente nel simbolo dei partiti o anche solo nei programmi. Elimina i collegi uninominali con cui oggi si elegge il 37% dei parlamentari circa.
E prevede un premio di maggioranza molto importante alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti.
Sembrano tutte modifiche di buonsenso, ma come per la riforma della giustizia appena bocciata, il diavolo si nasconde nei dettagli.
Partiamo dall’indicazione del leader. Nel 2022 e pure nel 2018 la destra non aveva una leadership chiara. Per questo decisero di giocarsi l’opzione del tridente: tre leader, tre programmi diversi e chi prende un voto in più dà le carte. In quel modo la destra riuscì a massimizzare i suoi voti e non fu obbligata a trovare una sintesi prima delle elezioni. Bene: oggi le opposizioni si trovano in una situazione analoga e l’indicazione del leader li metterebbe in difficoltà. Detto, fatto.
Andiamo avanti. L’attuale legge elettorale prevede che più di un terzo dei parlamentari sia eletto in collegi uninominali, in cui in sostanza, vince chi prende un voto in più. È un metodo che favorisce chi ha una distribuzione di consenso più omogenea sul territorio nazionale: nel 2018, favorì i Cinque Stelle, nel 2022 la destra, mentre oggi, sondaggi alla mano, sembra favorire il campo largo. E quindi, via pure i collegi uninominali.
Terzo capolavoro. La nuova legge elettorale assegna un premio di maggioranza molto consistente alla coalizione che a livello nazionale ha anche solo un voto in più dell’avversario. E indovinate un po’ oggi, sondaggi alla mano, qual è questa coalizione?
Conosciamo l’obiezione: anche il centrosinistra, con Renzi, ha cambiato la legge elettorale prima del voto, nel 2017. Spiacenti, ma le cose sono un po’ diverse. Perché allora una legge elettorale non c’era: l’Italicum, la legge prevista nel caso fosse passata la riforma costituzionale, decadde automaticamente col No degli italiani. E il Porcellum, la legge allora vigente, che il governo Berlusconi impose agli italiani a pochi mesi dal voto del 2006 – anche in quel caso fatta su misura per non far perdere la destra – era stata fatta decadere dalla Consulta, perché incostituzionale.
Oggi una legge elettorale c’è, piaccia o meno.
E non c’è ragione di cambiarla, piaccia o meno.
Tantomeno da soli, piaccia o meno.
Farlo, e farlo a proprio vantaggio, senza che le opposizioni tocchino palla, è un colpo di mano inaccettabile, in un sistema democratico. Ed è un precedente che induce davvero ai peggiori timori, se chi ha in mente di fare una mossa del genere, vincesse poi le elezioni.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
BRAVO, FUORI DAI COGLIONI DALL’EUROPA E DALL’ITALIA: QUANDO PARTITE AVVISATECI CHE VI LANCIAMO QUALCHE PACCHETTO DI CAMEL
Donald Trump sta considerando seriamente il ritiro degli Stati Uniti dalla Nato. Lo ha detto lo stesso presidente statunitense in un’intervista al Telegraph, definendo l’Alleanza Atlantica «una tigre di carta». Le dichiarazioni arrivano sullo sfondo del conflitto con l’Iran e del mancato sostegno degli alleati europei alla richiesta statunitense di inviare navi da guerra nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico globale. Il rifiuto ha alimentato la frustrazione della Casa Bianca, che sembra sempre più mettere in discussione l’affidabilità dei partner europei. «Non sono mai stato convinto dalla Nato», ha affermato Trump, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno sempre garantito supporto agli alleati, senza ricevere lo stesso in cambio. Nel mirino del presidente è finito il Regno Unito. Trump ha criticato il premier Keir Starmer per non aver partecipato all’intervento militare contro l’Iran, arrivando a mettere in dubbio l’efficienza della marina britannica.
Anche Rubio attacca la Nato
A rafforzare la linea dura dell’amministrazione è intervenuto anche il segretario di Stato Marco Rubio, che – in un’intervista a Fox News – ha definito l’Allenza Atlantica una «strada a senso unico». Secondo Rubio, al termine del conflitto sarà inevitabile «riesaminare» il rapporto con gli alleati, soprattutto alla luce del mancato accesso alle basi militari europee richiesto da Washington. Il presidente dovrebbe tenere un discorso alla nazione alle 21 (ora della costa Est degli Stati Uniti) per aggiornare sull’andamento del conflitto, che – secondo lui – potrebbe
concludersi entro «due o tre settimane», con l’obiettivo di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
I VIAGGI COSTANO TROPPO E I DOCENTI GIUSTAMENTE NON VOGLIONO RISCHIARE NEL GESTIRE SOGGETTI A RISCHIO
Le gite scolastiche nel 2026 non sono più per tutti: quasi la metà degli studenti italiani
quest’anno non parteciperà al viaggio d’istruzione. Secondo l’ultimo Osservatorio di Skuola.net, il 44% degli alunni di medie e superiori resterà a casa a causa dei costi diventati eccessivi.
Dal costo delle gite scolastiche alla mancanza di prof: le cause
L’analisi, condotta su un campione di 1.500 studenti fotografa una crisi profonda. Oltre al peso economico sulle famiglie, pesa l’ormai cronica indisponibilità dei docenti a fare da accompagnatori e i frequenti problemi di disciplina che spingono molti istituti a cancellare le partenze. Le responsabilità legate alla vigilanza degli alunni, l’innalzamento dell’età media del corpo docente italiano e la pressione esercitata dalle famiglie sono alcuni dei fattori che negli ultimi anni hanno ridotto la disponibilità dei docenti.
La resistenza di chi non sopporta i compagni
Tra chi non parte, il 38% subisce la decisione per motivi burocratici o economici. Esiste però una piccola ma interessante quota del 6% che ha scelto consapevolmente di non fare le valigie. All’interno di questo gruppo, oltre la metà (il 52%) ha dichiarato di essersi ritirato spontaneamente per evitare la convivenza prolungata con i compagni di classe. Scelta che trasforma il momento della gita, un tempo agognato, in una potenziale fonte di stress da evitare.
Le mete delle gite scolastiche in Italia e all’ester
Nonostante i rincari e le difficoltà, il 66% del campione resta orientato alla partenza, tra chi ha già viaggiato e chi lo farà entro giugno. Un terzo di loro, il 34%, lo farà da qui a fine anno, mentre il 22% è già andato nei mesi scorsi. Sulle mete, l’Italia si conferma la prima scelta, anche se inizia a perdere colpi. Il 60% rimarrà entro i confini nazionali. A guidare la classifica delle preferenze sono le grandi città d’arte. Firenze è al primo posto (13%), seguita a ruota da Roma (12%) e Napoli (11%), con Torino, Palermo e Bologna a chiudere il gruppo. Ma è oltre confine che si registra un balzo. Il dato più rilevante riguarda però l’estero, che registra un balzo passando dal 35% al 40% in soli dodici mesi. Tra le capitali europee, la meta più gettonata del 2026 è Vienna, tallonata da Berlino e Atene, mete che sembrano offrire un rapporto qualità-prezzo più competitivo per i budget scolastici.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »