Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
UNA SCONFITTA SAREBBE CARICATA SULLE SPALLE DEL PD E CONTE POTREBBE NEGOZIARE QUOTE DI POTERE CON IL CENTODESTRA… SONDAGGI RISERVATI: FINO A 1,5 DI PARTECIPANTI ALLE PRIMARIE VINCE ELLY FACILMENTE, FINO A 3 MILIONI VINCE SEMPRE SCHLEIN MA SAREBBE PIU’ DURA, OLTRE I 3 MILIONI DIVENTA UN’INCOGNITA
Se, di qui a quattro-cinque mesi, la segretaria del Pd fosse sicura dei suoi voti e dell’appoggio degli elettori, nessuno si stupirebbe se Conte rinunciasse all’ultimo a prender parte alle primarie. Lo farebbe agitando qualche vessillo pacifista e ritirandosi nel perimetro dei 5S.
Il campo progressista andrebbe alle elezioni politiche con una candidata premier, sì, ma in una certa misura delegittimata. Conte tutto può desiderare, tranne farsi battere da Schlein nelle primarie, sapendo che i militanti pentastellati, in buona misura, non avrebbero voglia di sostenerla contro Giorgia Meloni.
In fondo una sconfitta del centrosinistra sarebbe caricata tutta o quasi sulle spalle del Pd. Che infatti considera il voto del 2027 una questione di vita o di morte. Conte vedrebbe invece aprirsi uno spazio considerevole davanti a sé per ricostruire un’opposizione a sua immagine.
E per negoziare quote di potere direttamente con il centrodestra.
Nel Pd, grazie ad alcuni sondaggi riservatissimi, sono convinti che sotto il milione e mezzo di votanti alle primarie la Schlein vincerebbe a mani basse. Sopra, fino a 3 milioni, sarebbe più dura, ma la segretaria dem comunque avrebbe buone chances per vincere.
Sopra i tre milioni le primarie diventerebbero più contendibili per Giuseppe Conte. Ed e per questa ragione secondo il Nazareno che il leader del Movimento 5 Stelle, al di là dei proclami, sta facendo dei passi indietro rispetto all’ipotesi delle primarie.
Nella cerchia stretta di Elly Schlein sono tutti molto rinfrancati dopo il passaggio della Direzione della scorsa settimana. Nessuno ha obiettato alla richiesta della segretaria di essere l’unica candidata del Pd alle primarie, e le critiche sono state molto flebili, giusto qualcuna dai Riformisti.
Il corpaccione del partito si è adeguato alla “linea caserma”, così qualcuno la chiama nel Pd, diffusa urbi et orbi dal capo del cerchio magico Igor Taruffi a inizio settimana. “Tutti a pensare alle candidature e agli eventuali posti al governo e sottogoverno nel caso in cui Elly andasse al governo”, commenta qualcuno in Transatlantico.
La “linea caserma” sembra quindi destinata a non essere messa in discussione. C’è solo un punto, che può portare alla rivoluzione dei maggiorenti Pd: la continua perdita di consensi che il partito sta registrando in questi ultimi due mesi di sondaggi. Ora il Pd è fra il 20% e il 19%, percentuale molto bassa. Se la caduta continuasse, e si arrivasse alla soglia del 18 per cento, allora scatterebbe la fronda dei colonnelli Pd, preoccupati dei pochi seggi che il partito, con quelle percentuali, potrebbe raccogliere alle elezioni politiche.
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
IN MOLTI SI SONO RIFIUTATI DI PARTECIPARE ALLA COMMEMORAZIONE IN PRESENZA DI “BIBI”, MA QUANDO IL PREMIER NON HA FATTO UN SOLO ACCENNO DI SCUSE, È ESPLOSA LA RABBIA DEI PRESENTI: “MIO FIGLIO ERA NELL’ESERCITO. È MORTO ADEMPIENDO ALLE SUE RESPONSABILITÀ: MA QUI DI RESPONSABILITÀ C’È ANCHE CHI NON NE HA ASSUNTA NESSUNA”
«È come se da quel giorno mi mancasse una parte di corpo: un braccio o una gamba.
Ma è un figlio», dice Ruby Chen. Quel giorno è il 7 ottobre del 2023: quello in cui suo figlio Itay fu ucciso nel carro armato in cui prestava servizio militare nei pressi della base militare di Nahal Oz. Il cadavere è tornato in Israele solo un anno fa, fra gli ultimi, perché era un soldato.
E questo, il signor Chen, a chi guida Israele non lo perdonerà mai. Se oggi è qui al cimitero dove Netanyahu celebra la cerimonia ufficiale, è solo perché la famiglia di un altro soldato ucciso ha deciso di ricordare qui il proprio caro: alla sfilata con le autorità ha rifiutato di partecipare e ricorderà Itay domani, a Re’im, con la maggioranza delle famiglie delle vittime del 7 ottobre.
È un Paese spaccato, ferito, rabbioso quello che da ieri ha iniziato il ricordo del giorno più duro della sua Storia: alla cerimonia ufficiale con il premier Benjamin Netanyahu qui al cimitero del monte Herzl, a Gerusalemme, hanno partecipato poche famiglie: la maggior parte è in aperto contrasto con il governo e ha scelto di non presentarsi.
Nonostante la scarsa presenza di familiari, di fronte a un discorso – quello del premier – in cui non c’è stato un solo accenno di scuse o una presa di responsabilità, è esplosa la rabbia: quella di Yaakov Godo, padre di Tom, 51 anni, ucciso dal fuoco amico dell’Idf nel kibbuzt di Kissufim: «Il sangue di mio figlio e di altre 1.200 persone è sulle tue mani», ha urlato l’uomo a Netanyahu, prima di essere invitato ad allontanarsi.
Il primo ministro ha atteso che tornasse il silenzio e poi ha ripreso il discorso come nulla fosse: «Israele ha ancora delle missioni da compiere e intende portarle a termine», ha detto. «A Gaza non ci sarà alcun dominio di Hamas. Chiunque sia stato coinvolto nell’attacco contro di noi, chiunque abbia tenuto in ostaggio la nostra gente, ha i giorni contati», ha detto.
Parole che suonano disgustose a gente come Ruby Chen: «Itay è morto facendo il suo dovere, adempiendo alle sue responsabilità: ma qui di responsabilità c’è anche chi non ne ha assunta nessuna», prosegue l’uomo, che indossa una maglietta commemorativa e gira con un’auto che ha il volto del figlio sulla fiancata.
La richiesta di una inchiesta indipendente sarà quella che dominerà la giornata di domani, quando a unirsi nel ricordo, a Re’im e nei kibbutz del sud di Israele, saranno familiari e comunità, senza la politica. Ieri anche il capo di Stato maggiore dell’Idf Eyal Zamil ha parlato di un «fallimento che richiede di non essere nascosto, ma indagato, per imparare la lezione e andare avanti».Anche perché i pericoli, secondo l’establishment della sicurezza, non sono finiti: il giornale conservatore Israel Hayom riportava l’allarme lanciato dal capo dello Shin Bet, David Zini, durante una riunione a porte chiuse del gabinetto di sicurezza, secondo cui Hamas preparerebbe un nuovo attacco in coincidenza con le elezioni o subito dopo.
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
I COMMENTI SUI SOCIAL: “SUCCEDE QUANDO SENTI LE STESSE CAZZATE ININTERROTTAMENTE DA DIECI ANNI” … NON È LA PRIMA VOLTA CHE I FAN SI ANNOIANO A UN EVENTO DEL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO: A GIUGNO, DURANTE LA “GREAT AMERICAN STATE FAIR”, A WASHINGTON, DECINE DI PERSONE LASCIARONO L’EVENTO MENTRE TRUMP PARLAVA
Diversi partecipanti a un comizio del presidente Donald Trump hanno sbadigliato mentre lui ripeteva i suoi soliti punti di discussione, a meno di un mese dalle elezioni di metà mandato.
In un video pubblicato su X, Trump […] appare pieno di energia ed entusiasmo. Alle sue spalle, però, alcuni presenti sbadigliano e sembrano annoiati, guardandosi intorno.
Non è la prima volta che i sostenitori di Trump si annoiano a un evento del presidente.
A giugno, durante la Great American State Fair, decine di sostenitori MAGA sono stati visti lasciare l’area mentre Trump pronunciava il suo discorso principale.
«Non capisco. Perché andarci? Sapevano cosa li aspettava», ha commentato un utente su X. «Ecco a voi il Dormiglione Donnie. Poca energia e, di fatto, analfabeta», ha scritto un altro. «Succede quando senti le stesse ca****te ininterrottamente da dieci anni», ha scherzato un terzo.
A giugno, i sostenitori hanno lasciato in massa il discorso del presidente Trump alla Great American State Fair, sul National Mall, davanti a un pubblico poco entusiasta.
L’esodo ha sorpreso, visto che centinaia di sostenitori MAGA avevano aspettato per ore di vedere Trump. Il Mirror US ha osservato la folla esplodere di entusiasmo all’arrivo del corteo presidenziale, ma l’atmosfera è rapidamente cambiata quando Trump ha iniziato a vantarsi dei risultati ottenuti durante il suo mandato.
In un’ironia della sorte, molti partecipanti sembravano dirigersi verso le uscite proprio mentre Trump cominciava a lamentarsi dei media che riportavano i suoi bassi indici di gradimento e il calo del numero dei suoi sostenitori.
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
COSTRUIRE LE CENTRALI HA COSTI ENORMI E TEMPI DI ATTESA DECENNALI E DA SOLO NON BASTA, OCCORRE PUNTARE SUL RINNOVABILE
Non è vero, come dice Giorgia Meloni, che con il nucleare in Italia avremo bollette meno
care. Primo, perché costruire le centrali ha costi enormi e tempi di attesa decennali. Secondo, perché da solo il nucleare non basta. Serve puntare di più e subito sul rinnovabile.
Lo spiega a Fanpage.it Michele Governatori, professore e docente universitario di Economia e responsabile del programma energia di Ecco, think thank indipendente per il clima.
Quando in Italia tornerà il nucleare “saremo meno dipendenti dall’estero”, “meno esposti alle crisi internazionali”, ma soprattutto “questa è la cosa che interessa di più le famiglie, avremo bollette meno care”. Così, qualche giorno fa, la presidente del Consiglio spiegava che cosa cambierà ora che la legge delega sul nucleare è stata approvata. Tutto perfetto, se non fosse che in realtà non è vero.
Primo, perché costruire centrali nucleari ha costi enormi e tempi di attesa decennali. Se pure i reattori modulari su cui punta il governo dovessero essere mai messi in cantiere, di vederli funzionare se ne riparlerebbe tra quindici anni. Secondo, perché il nucleare da solo non basta. Serve puntare maggiormente e con più coraggio sulle fonti rinnovabili, attualmente le uniche in grado di produrre dei risultati nel breve periodo. Come successo in Spagna, che ha drasticamente abbattuto i costi dell’elettricità. Ne abbiamo parlato con Michele Governatori, docente universitario e responsabile del programma energia di Ecco, think thank italiano indipendente per il clima.
Meloni dice che grazie al nucleare pagheremo di meno in bolletta. È così?
Con le tecnologie oggi disponibili, l’energia nucleare ha dei costi medi che si aggirano intorno al doppio di quelli di un grande impianto fotovoltaico. Sono tecnologie che richiederebbero comunque, nel migliore dei casi, una ventina d’anni per un Paese che deve ancora localizzarle, progettarle e realizzare poi il quadro giuridico, perché al momento abbiamo solo la legge delega. Oggi il nucleare che conosciamo è costosissimo e richiede un sacco di tempo. Non potrà esistere nulla per almeno 15 anni e in ogni caso, se esistesse un impianto con le tecnologie che oggi conosciamo in Europa non abbasserebbe il prezzo della bolletta.
Quali saranno i costi?
Quali saranno i costi nel 2050 non lo so e secondo me non lo sa nemmeno Meloni. È possibile che ci saranno delle novità, delle accelerazioni positive sulle tecnologie.
Si riferisce alla fusione?
La fusione è una tecnologia radicalmente diversa e in questo momento, secondo tutti gli esperti, è lontanissima da una realizzabilità commerciale. Le tecnologie di cui parla la legge quadro sono i cosiddetti reattori avanzati, piccoli e modulari, basati sulla fissione e che in teoria produrrebbero meno scorie. Ci sono due progetti di questo tipo che coinvolgono aziende o gruppi italiani ma siamo molto lontani da un prodotto commerciale. Ad oggi non esiste nessun reattore modulare che sia pronto a livello commerciale.
Quelli in Cina e in Russia?
I microreattori sono usati nei sottomarini bellici da una cinquantina d’anni. Non è che non esistono dei microreattori, il problema è che non esistono dei reattori piccoli commercializzabili, producibili e distribuibili a livello civile per la generazione dell’energia elettrica. Non ne esistono e non ne esisteranno per molto tempo. Tantomeno sappiamo quanto costeranno.
Non avete delle stime?
Probabilmente si sa quanto stanno investendo le aziende che li stanno progettando. Il problema è che il prezzo dell’energia non dipende da quanto ci sta investendo un’azienda, ma da quanto saranno i costi industriali per produrre quei reattori e per metterli in funzione, divisi per l’energia prodotta. Oggi non c’è nessun motivo di pensare che frazionare la produzione in unità più piccole porti a dei vantaggi complessivi di costo. Costruirli in fabbrica, anziché assemblarli completamente sul sito, è effettivamente un vantaggio perché si standardizzerebbe la costruzione, ma poi ci sarebbe anche la duplicazione di una serie di di apparecchiature ancillari che dovrebbero essere moltiplicate in un sito modulare. A mio avviso è ridicolo ipotizzare in Italia di fare decine di siti di piccoli reattori perché non si tiene conto di tutte le difficoltà di trovare il sito, di presidiarlo, di metterlo in sicurezza, di fare i piani di evacuazione. Tutto questo avrebbe dei costi immensi.
Costi che verrebbero scaricati sul consumatore finale?
Costi che sicuramente non pagherebbe nessun privato di tasca propria, men che meno i consumatori industriali di energia. O li paga il contribuente o li paga il pagatore di bollette Sicuramente sono costi che devono essere socializzati. Tra l’altro, l’aumento dei tassi di interesse a livello internazionale rende tutti gli investimenti così intensivi di capitale e con tempi così lunghi. tra l’investimento e il ritorno, ancora meno fattibili. Il nucleare nel mondo si fa coi soldi pubblici, è sempre stato così. Il problema è che non è economico e non abbasserebbe i costi della bolletta. È falsa l’idea che gli Small Modular Reactor siano dei piccoli impianti da costruire senza troppo problemi. Sono reattori dell’orine di 100 MW. Parliamo di macchine dello stesso ordine di grandezza del reattore di Chernobyl. Quando Pichetto dice “ne facciamo venti” vuol dire che moltiplichiamo per venti i costi di presidio.
La Spagna, che prima ha investito sul nucleare e poi sulle rinnovabili, è riuscita ad abbassare il prezzo dell’elettricità ai minimi in Europa. I costi dell’energia elettrica sono in media quasi la metà di quelli italiani. È questo il modello a cui dobbiamo guardare?
La ragione per cui la Spagna oggi ha un clamoroso vantaggio di costi di elettricità è che ne fanno meno degli altri da fonti fossili. Questo gli dà un vantaggio soprattutto nei momenti delle crisi del gas e del petrolio. La Spagna si è emancipata molto rapidamente dal bisogno di gas per fare l’elettricità. Questa è la ricetta vincente. Ha contribuito il fatto di avere ancora alcune centrali nucleari (che comunque hanno deciso di spegnere da qui al 2035), ma quello che ha fatto la differenza negli ultimi quindici anni è l’eccezionale velocità con cui hanno sviluppato fotovoltaico e eolico. Tutta la penisola iberica, anche il Portogallo, ha il vantaggio di avere messo a frutto l’enorme potenziale non solo solare, ma anche eolico. Il fatto di avere sia solare che eolico insieme è un grande vantaggio perché sono due tecnologie che tendono ad avere momenti di produzione complementari. L’eolico tipicamente funziona d’inverno o di notte, quando il fotovoltaico produce di meno, quindi complessivamente aiuta moltissimi sistemi elettrici. È chiaro che, in un momento di crisi come questo, avere un impianto nucleare acceso è meglio che non averlo, perché significa importare meno gas, ma non sono state le centrali nucleari ad aver reso la Spagna così competitiva. È stato l’incredibile investimento, nonché la velocità con cui è stato fatto, sulle fonti rinnovabili. Investimenti che stiamo facendo anche noi, ma un po’ più lentamente di quello che potremmo fare.
E forse, mi permetto di aggiungere, con qualche più remora da parte del governo italiano a dirlo a voce alta?
Con molte più remore a dirlo. Il governo Meloni si è incastrato in questa sciocca narrativa di dover considerare la transizione verde come un’ideologia green. Sono schiavi di questa di questo posizionamento e il nucleare serve al governo per gestire la campagna elettorale dal punto di vista dell’energia. Il nucleare è perfetto per una campagna elettorale, perché tu lo annunci e dimostri fiducia nel Paese, fai promesse ai clienti energia, ma poi non sarai tu a dover pagare il fio del fatto che non riuscirai a farlo. Nemmeno un eventuale Meloni II dovrà occuparsene.
Finora cosa è stato fatto sul fronte delle rinnovabili?
Negli ultimi anni il governo si è mosso. Abbiamo fatto circa 5 GW di nuove fonti rinnovabili all’anno. Stiamo installando tra le più rapide batterie per l’accumulo in Europa. Quindi la rivoluzione sta arrivando anche da noi, seppur con una lentezza legata a questa retorica di retroguardia.
Torno un attimo alle dichiarazioni di Meloni e al punto di partenza della nostra intervista. Abbiamo appurato che il nucleare avrà tempi lunghissimi e che da solo non ci farà avere bollette meno care, ma da qualcosa dobbiamo pur partire. Ad oggi quindi, le rinnovabili ci permetterebbero di abbassare i costi?
Il nucleare nel breve periodo non esiste. Non è che non basta, il nucleare in Italia non c’è e non ci sarà per i prossimi 15 anni. Può essere una strategia di lungo periodo, ma nel breve periodo non ha nessun impatto. Quindi, l’unico modo di abbassare le bollette nel breve periodo è fare più rinnovabili. E aggiungo, l’unico modo di abbassarle questo inverno è risparmiare gas. Mi stupisce che il governo non punti di più sul risparmio energetico, come è successo nella storia delle altre crisi petrolifere. Darebbe un sollievo immediato. Bisognerebbe accettare che forse in casa dovremmo stare un po’ più freddi questo inverno, perché sennò a livello europeo il gas rischiamo di pagarlo ancora più di quanto non stiamo facendo adesso.
(da Fanpage)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
“DOBBIAMO A ‘UNO VALE UNO’ ANCHE GIUSEPPE CONTE, CHE PURE RINNEGA L’INCONSISTENZA CHE L’HA PRODOTTO. CI CREDO CHE SENTA DI VALERE MOLTO PIÙ DI UNO, ADESSO CHE, ACQUATTATO NELLA SINISTRA PACIFISTA, SI CONTRAPPONE AL PD DI ELLY SCHLEIN, E SEMPRE PIÙ IN POLITICA ESTERA SI AVVICINA A SALVINI E VANNACCI, ASPIRANTE LEADER DEL FUTURO BLOCCO DEI PARTITI FILORUSSI”
Ho visto nascere i grillini, «uno vale uno» non è stata l’esaltazione dell’uguaglianza, ma la cancellazione delle competenze e del merito, l’idea strampalata ed eversiva che i deputati dovessero essere scelti per sorteggio invece che con elezioni.
Più dannoso dello stesso vaffa, quello slogan legittimò Di Maio, Toninelli, Di Battista, Fofò DJ Bonafede, Virginia Raggi e gli altri ex squinternati d’assalto, non solo “i diciannovisti” del vaffa-day, ma tutte le impalpabili emanazioni della piattaforma Rousseau, i reclutati in rete da Grillo e Casaleggio, più numerosi e più fake delle loro fake news.
Uno vale uno è stato il fondamento della cretinocrazia che continua a perseguitarci nelle varie forme di populismo: il popolo contro l’élite, il web contro l’università, la promozione dei professori-paperini, quelli delle scie chimiche, dei microchip sotto la pelle, e «il tumore si cura con il limone e la cacca di capra» e «l’Aids è la più grande bufala del secolo».
Dobbiamo a «uno vale uno» anche Giuseppe Conte, che pure rinnega l’inconsistenza che l’ha prodotto. Grigio e sconosciuto professore con il curriculum gonfiato, era «il premier uno vale uno» di Salvini e Di Maio, il vice dei suoi vice.Ci credo che Conte senta di valere molto più di uno, adesso che, acquattato nella sinistra pacifista, si contrappone al Pd di Elly Schlein, e sempre più in politica estera si avvicina a Salvini e Vannacci, aspirante leader del futuro blocco dei partirti filorussi.
(da Repubblica)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
PROSEGUE L’EMORRAGIA DI MILITANTI CHE SE NE VANNO
Gli addii
Uno degli addii è stato quello di Luca Belotti, prima tra An, Pdl e Fli. Ha restituito la tessera: «Purtroppo avevo visto male». Luca Sforzini, presidente del Centro studi Rinascimento nazionale, è stato espulso. Aveva accusato alcuni dirigenti di voler «legittimare e sdoganare i peggiori mostri del ’900» e si era accapigliato con Roberto Jonghi Lavarini, il barone nero milanese («Nazista autentico» secondo Sforzini). Dopo l’espulsione: «Vannacci preferisce cornacchie nere a grilli parlanti». Mentre lui ha prescritto «Imodium per tutti».
Gli esposti
Poi ci sono i due esposti di un sindacato alla procura militare di Roma. Uno sugli incarichi di partito ai militari in servizio. E uno addirittura sulla violazione della legge Scelba che vieta la riorganizzazione del partito fascista. Ma non ci sono notizie di indagini. La partita più importante però si è giocata in Calabria. Che doveva essere la Sassonia di Futuro Nazionale. L’uomo di Vannacci Domenico Giannetta ha sfiorato l’11% ma il centrodestra senza di lui ha vinto lo stesso. Non vedo l’effetto Vannacci» ha constatato Stefania Craxi.
La sezione 643
In ultimo c’è la sezione 643 del partito, quella di Sassari. Erano in 500, hanno restituito la tessera per andare con il partito di Marco Rizzo Italia Domani. «Vannacci ha costruito più una caserma che un partito politico» dice l’ex consigliere regionale Marcello Orrù. A lasciare anche dieci circoli nel cuneese, il 465 di Latina e il 167 di Benevento. Tutti quanti, circa 700 tesserati, passati con Rizzo. «Per me è molto più importante vincere per governare che vincere per non governare», ha detto Giorgia Meloni. Chissà se al generale sono fischiate le orecchie.
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
LO SFRATTO DIVENTA UNA PROSPETTIVA REALE PER QUASI 100 MILA PERSONE: OGNI ANNO VENGONO EMESSE ALMENO 40 MILA SENTENZE (TRE SU QUATTRO SONO PER MOROSITÀ)… UN BEL PARADOSSO PER UN PAESE CHE HA IL 70% DELLE FAMIGLIE CHE VIVONO IN CASE DI PROPRIETÀ
Casa dolce casa. Non più. Anche in Italia, dove il 70 per cento delle famiglie vive in un’abitazione di proprietà, avere un tetto sicuro sulla testa sta diventando un problema. E non solo nelle grandi città e nei centri turistici, dove b&b, case vacanze e ospitalità diffusa hanno fatto lievitare i prezzi degli immobili in affitto e in vendita, finendo per espellere anche i residenti storici.
Complici i salari rimasti al palo, anzi percentualmente diminuiti per i lavoratori del settore privato del 6.6 per cento negli ultimi trent’anni, la casa è un’emergenza.
Ci sono almeno sette milioni di persone in grave difficoltà perché un terzo del loro reddito se ne va in affitto o mutuo, superando così la soglia della sostenibilità. Per 3 milioni di persone pagare il canone o la rata significa rinunciare addirittura al 40 per cento dello stipendio.
Peggio: «In molte grandi città — sostiene il segretario generale del Sunia, il sindacato inquilini, Stefano Chiappelli — l’affitto assorbe da solo più della metà, in alcuni casi quasi la totalità, del reddito disponibile di chi lo paga».
E almeno uno su 5, secondo il Country report Italy del 2026, spende per la casa una quota così elevata da compromettere ogni altra spesa. Tradotto: «Lavorare — spiega Cappelli — non basta più per pagarsi il tetto».
Lo sfratto diventa allora la prospettiva reale per almeno centomila persone. Ogni anno vengono emesse almeno 40 mila sentenze che ordinano a singoli e famiglie di lasciare l’appartamento in cui vivono. Tre su quattro sono per morosità.
Chi spera nell’edilizia popolare si metta in fila: in 700mila sono già in lista d’attesa. E sempre più lavoratori — il 30-35% di chi vive nelle grandi aree urbane — vengono divorati da quella “fascia grigia” in cui l’Isee li racconta troppo ricchi per una casa popolare e troppo poveri per un affitto o un acquisto, anche con un mutuo a trent’anni.
Possibile se oltre il 70 per cento degli italiani risulta proprietario di un alloggio?
Certo. E non solo perché spesso si tratta di case abitate solo sulla carta da titolari che in realtà vivono altrove: una casa su tre è vuota. Lo dicono i dati dell’Agenzia delle entrate, secondo cui dei 32,2 milioni di abitazioni di persone fisiche, quasi 20 sono abitazioni in cui il proprietario vive, 5,7 milioni sono seconde case, spesso neanche utilizzate sporadicamente, 3,6 milioni sono affittate e 9,6 sono vuote.
Le chiamano “case dormienti” e la distribuzione è estremamente eterogenea — a Reggio Calabria e Messina quasi il 40%, a Milano a stento il 15% — ma per gli analisti l’immissione sul mercato basterebbe ad abbassare, e di molto, canoni e mutui.
Guai a essere single: con uno stipendio medio fra i 1.500 e 1.700 euro, la spesa è insostenibile. Per molti, a partire dagli insegnanti che ogni anno vagano per la penisola a caccia di un incarico annuale, spesso si traduce in un tuffo nel passato. «Lo chiamano co-housing — dice Paola, infermiera finita dalla provincia di Cosenza all’hinterland milanese — ma significa tornare ad avere coinquiline come all’università.
Solo che oggi ho 40 anni». Impiegati, addetti ai servizi, operatori socio-sanitari, dipendenti e sanitari fuori sede, separati e divorziati: almeno il 15-20% delle stanze singole o doppie sono occupate da un piccolo esercito di adulti che una casa non se la può permettere.
Non che ai 650mila fuorisede vada meglio. Le città universitarie sono spesso anche quelle dove sono esplosi gli Airbnb: annunci aumentati del 225% negli ultimi dieci anni in mano a multihost che gestiscono decine di case e si sono espansi sempre più anche nelle periferie e nei comuni attorno alla cintura urbana
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
MELENCHON AL FIANCO DEI LICEALI DELLA CAPITALE: “STATE FACENDO QUALCOSA DI INCREDIBILE”
Francia, nuove proteste degli studenti e scontri con la polizia a Parigi, Lione, Marsiglia e
Strasburgo. La terza giornata di mobilitazione dei liceali si trasforma in un’altra giornata ad alta tensione per l’ordine pubblico, con feriti, arresti, lacrimogeni e centinaia di scuole coinvolte.
Nel pomeriggio decine di migliaia di studenti sono scesi in piazza in tutto il Paese, mentre nella capitale è partito il grande corteo da place de la République. A Lione gruppi di giovani hanno affrontato le forze dell’ordine nelle strade attorno a place Guichard, a Marsiglia è partito un corteo non autorizzato e incidenti vengono segnalati anche a Strasburgo. La protesta studentesca che scuote la Francia da metà settembre non accenna a fermarsi: dall’inizio delle mobilitazioni sono già 215 gli studenti feriti e 715 i poliziotti e gendarmi rimasti feriti.
La dimensione della protesta è ormai nazionale. Secondo il ministero dell’Interno, già in mattinata erano scese in piazza circa 86 mila persone fuori dalla capitale. La CGT fornisce però una stima molto più alta: oltre 260 mila manifestanti alle 13.30, sempre senza contare Parigi. Sono 891, sui circa 3.700 del Paese, i licei nei quali le lezioni sono state sospese totalmente o parzialmente.
Nella capitale il corteo, partito nel primo pomeriggio da place de la République e diretto verso Nation lungo boulevard Voltaire, era atteso con un’affluenza fra le 20 mila e le 40 mila persone. La polizia ha predisposto un imponente dispositivo di sicurezza e diverse stazioni della metropolitana lungo il percorso sono state chiuse.
La tensione è alta anche nel resto della Francia. A Lione oltre 20 mila persone hanno partecipato alla manifestazione secondo le stime riportate sul posto, mentre nelle strade laterali alla place Guichard gruppi di attivisti hanno sfidato le forze dell’ordine. Già dalla mattina la prefettura aveva segnalato otto arresti per danneggiamenti e possesso di oggetti incendiari o artifici. La polizia ha disperso anche gruppi di persone mascherate che avevano bloccato i binari del tram.
A Marsiglia, terminato il corteo ufficiale, migliaia di manifestanti, in gran parte liceali e universitari, hanno continuato a muoversi per il centro della città. Manifestazioni e momenti di tensione sono stati segnalati anche a Strasburgo e Rennes, mentre in diverse città la polizia ha fatto ricorso ai lacrimogeni.
A rendere ancora più esplosivo il clima è il bilancio delle violenze accumulate nelle ultime settimane. Dall’inizio della mobilitazione sono rimasti feriti 215 studenti. A questi si aggiungono 85 dipendenti dell’Istruzione pubblica e 715 poliziotti e gendarmi. Oltre 6.100 persone sono state arrestate, in larghissima parte minorenni. Una decina di inchieste dell’IGPN, la polizia delle polizie francese, sono state aperte sulle modalità di alcuni interventi delle forze dell’ordine.
Tra i casi più gravi c’è quello del quindicenne che a Lens ha perso una mano dopo l’esplosione di una granata della polizia e quello del sedicenne di Tours che ha perso l’uso di un occhio dopo essere stato colpito durante un blocco. La Commission nationale consultative des droits de l’homme ha espresso «viva inquietudine» per quello che considera un ricorso sproporzionato alla forza, mentre il ministro dell’Interno Laurent Nuñez sostiene che gli interventi della polizia siano avvenuti nel rispetto della «massima proporzionalità».
La protesta, partita il 17 settembre dalla regione parigina, è ormai diventata una contestazione molto più ampia. Gli studenti chiedono maggiori investimenti nella scuola, denunciano edifici degradati, classi sovraffollate, insegnanti non sostituiti, orari giudicati insostenibili e le disuguaglianze legate a Parcoursup. Alla mobilitazione si sono progressivamente aggiunti studenti universitari, insegnanti, genitori e organizzazioni sindacali.
Nel pomeriggio al corteo di Parigi si è unito anche Jean-Luc Mélenchon, accompagnato da esponenti di La France Insoumise. «State facendo qualcosa di incredibile e non ve ne rendete conto», ha detto rivolgendosi ai ragazzi, definendo quella in corso «la più potente mobilitazione giovanile degli ultimi cinquant’anni» e invitandoli allo stesso tempo alla prudenza.
Il premier Sébastien Lecornu, intervenendo all’Assemblea nazionale, ha denunciato una «banalizzazione della violenza» che, ha detto, «non è accettabile». Il governo si trova però davanti a un movimento che, invece di esaurirsi, sembra essersi allargato: dalle proteste davanti ai singoli licei a una mobilitazione nazionale capace di portare in strada studenti, famiglie, insegnanti e sindacati. E con il passare delle ore l’attenzione resta concentrata soprattutto su Parigi, dove il corteo del pomeriggio rappresenta il banco di prova più delicato per l’ordine pubblico.
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA PERCENTUALE TRA GLI ISPANICI È ANCORA PEGGIORE, CON SOLO IL 24% CHE LO PROMUOVE (IL VOTO DEI LATINOS FU DETERMINANTE PER LA SUA RIELEZIONE NEL 2024) … IL TYCOON, CHE VIVE IN UNA BOLLA FOMENTATO DA YES MAN CHE NON OSANO CONTRADDIRLO, RINTIGNA CON LE SOLITE BUFALE: “LA POVERTÀ È SCESA AI MINIMI STORICI, ABBIAMO ILT ASSO DI CRIMINALITÀ PIÙ BASSO DI SEMPRE”
Il tasso di gradimento di Donald Trump è ai minimi. Secondo un sondaggio di Reuters-Ipsos, il 32% degli americani approva il presidente.
La performance di Trump fra gli ispanici è peggiore, con solo il 24% che lo promuove. Il voto degli ispanici aveva spinto il presidente nel 2024.
“Due anni fa abbiamo ereditato l’epoca nera dei democratici e l’abbiamo trasformata nell’età dell’oro. La povertà è scesa ai minimi storici, il numero degli americani che lavorano è il più alto, abbiamo il tasso di criminalità più basso di sempre”.
Lo ha detto Donald Trump nel corso di un comizio in Nebraska criticando i media per non parlare dei suoi successi. “Ora li chiamiamo fake news o artificial news”, ha aggiunto. “Non c’è stato alcun presidente che ha fatto quanto ho fatto io in due anni”, ha messo in evidenza.
Donald Trump finanzierà personalmente gli spot pubblicitari “patriottici” intorno ai quali si è scatenata una bufera perché pagati con fondi pubblici. “La sinistra radicale è contrariata dal fatto che io stia realizzando degli spot, che considero una promozione positiva per i nostri grandi Stati Uniti, e che li stia pagando con fondi americani”, ha detto il presidente sul suo social Truth, spiegando che nonostante si tratti di una “pratica piuttosto comune ho deciso” di pagarli “di tasca mia e utilizzando i fondi raccolti per Maga Inc”, il suo superpac.
(da agenzie)
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