Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
CI RITROVIAMO GIOVEDI’ 28 MAGGIO
Dopo 14 mesi senza pause, il blog va in vacanza per 10 giorni:
riprenderemo la pubblicazione degli articoli giovedi’ 28 maggio (ogni tanto abbiamo bisogno di disintossicarci dalle vicende italiche e tirare il fiato).
Un grazie alle migliaia di lettori che ogni mese seguono un blog anticonformista che da quasi 19 anni rappresenta un “unicum” a livello nazionale e di “destra sociale”.
Una voce libera oltre gli steccati ideologici che non ha paura di raccontare fatti e verita’ scomode.
Ps Domenica prossima ci saranno elezioni amministrative in diversi comuni italiani. Un’occasione per mandare a casa diversi sindaci sovranisti, in primis Venezia e la corte dei miracolati di Brugnaro.
Un abbraccio a tutti
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO OPENPOLIS, LO STATO DI FINANZIAMENTO DELLE “INFRASTRUTTURE STRATEGICHE” FINANZIATE DALL’EUROPA (TRA FERROVIE, TRAMVIE, PORTI, DIGHE E ACQUEDOTTI) È AL 52% … E I 25 MILIARDI DI FONDI ANDATI AL GRUPPO FS? 18 MILIARDI DI SPESA SONO STATI RENDICONTATI A BRUXELLES, MENTRE GLI ALTRI 7 MILIARDI SONO GIÀ STATI MESSI A TERRA
Se i progetti più grandi non fossero stati spezzettati in vari lotti funzionali, come ha suggerito a suo tempo la Commissione europea, o sfilati dal Piano e messi a carico del bilancio ordinario dello Stato perché di difficile realizzazione nei 4 anni di tempo concessi dalla Ue, l’Italia si sarebbe trovata in grande difficoltà nel portare a termine entro il 30 giugno la realizzazione delle grandi opere inserite nel Pnrr.
Secondo la Corte dei Conti, che in settimana ha presentato una nuova relazione sullo Stato di avanzamento del Pnrr, il capitolo «infrastrutture» come pure altri inseriti nel pacchetto finanziato coi fondi Ue, presenta comunque «alcune criticità».
In linea generale «l’attuazione degli interventi risulta sostanzialmente in linea con gli obiettivi concordati a livello europeo», ma il ridimensionamento dei progetti secondo la magistratura contabile «rischia di sfociale in opere incomplete»
In base ai dati aggiornati allo scorso 26 febbraio la fondazione Openpolis ha
analizzato per La Stampa lo stato di attuazione dei progetti relativi alle grandi opere. Il campione comprende in tutto 59 progetti tra ferrovie, tramvie, porti, dighe ed acquedotti finanziati col Pnrr ed inseriti nella lista delle infrastrutture strategiche e prioritarie del Paese per un ammontare di 17,4 miliardi a fronte di un costo totale di 38.
«Tutti i progetti individuati sono in corso e nessuno si è già concluso. Lo stato di avanzamento finanziario medio è pari a circa il 24,6% se si considerano gli importi totali delle opere, quindi molto basso – spiega l’analista di Openpolis, Luca Del Poggetto –. Se si considera solo la componente Pnrr però saliamo al 52,3%».
«In particolare sul fronte ferroviario i fondi del Pnrr sono stati utilizzati per accelerare e dare certezza a opere già in corso di realizzazione – spiega Andrea Giuricin, economista dei trasporti dell’Università Milano Bicocca – ed è stata una scelta corretta visto che in passato l’Italia ha faticato a completare alcune grandi opere proprio per carenza di fondi».
Il progetto più oneroso in assoluto compreso nelle lista dei 59, 9,59 miliardi in tutto (e di questi 3,69 miliardi finanziati dal Pnrr), è quello relativo al Terzo valico dei Giovi sulla linea Av Genova-Milano i cui lavori finora secondo l’analisi di Openpolis risultano pagati esclusivamente coi fondi europei per un totale di 2,54 miliardi pari al 69,05% del totale dei fondi Ue disponibili.
Arriva invece all’85,19% del «tiraggio» dei cantieri per realizzazione della sub tratta Verona-Vicenza lungo la direttrice Milano e Venezia dell’alta velocità: costo totale 3,28 miliardi di cui 2,37 finanziati dal Pnrr e ben 2,02 già pagati.
Sulla stessa linea la subtratta Brescia-Verona ha invece già assorbito il 77% dei fondi messi a disposizione dal Pnrr (2,2 miliardi in tutto a fronte di un investimento complessivo di 3,1).
Analizzando i lavori il cui importo supera il miliardo di euro e scendendo al Sud l’avanzamento «finanziario» (e quindi dei lavori) – secondo Openpolis – risulta più lento: la prima fase del lavori per portare l’Av da Salerno a Reggio Calabria ha infatti assorbito appena il 37,97% dei fondi del Pnrr (in totale 719 milioni per una tranche di quest’opera che vale 2,7 miliardi).
E’ invece al 40,33% (480 milioni a fronte di 1,19 miliardi finanziati ed una spesa totale di 1,9 miliardi) il raddoppio della tratta Cancello-Vitulano della nuova linea Av Napoli-Bari, mentre per i lavori di integrazione con l’alta velocità di questa stessa tratta non è ancora stato utilizzato un euro a fronte dei 376 milioni disponibili ed un costo totale di 1,05 miliardi di euro.
Il Gruppo Fs, alle cui società sono stati assegnati in tutto 25 miliardi di euro, pari all’11% delle risorse disponibili per l’Italia (22,74 assegnati in particolare a Rfi), conferma non solo che tutti i progetti sia del Pnrr che del Pnc sono state avviati, e che sono tutti i fase di realizzazione avanzata; tutti gli obiettivi fissati per il 31.12.2025, poi, sono stati raggiunti, e risultano già consuntivati anche a Bruxelles circa 18 miliardi di spesa (72% del totale).
Quanto ai restanti 7 miliardi, questi sono già stati messi a terra . Si tratta di interventi che riguardano sia lo sviluppo dell’Alta velocità che il potenziamento del trasporto regionale
Alle Fs sono certi di completare in tempo tutti i programmi. Detto questo, ora che mancano poche settimane dalla scadenza del 30 giugno del Pnrr, secondo la Corte dei Conti occorre «velocizzare gli interventi in corso».
«Da qui ai prossimi anni è estremamente importante avere le risorse necessarie per mandare avanti tutti i cantieri: oggi questo è il punto – sostiene Giuricin -. Perché anche se manca il controllo dell’Europa tutte le opere vanno comunque completate. Non avrebbe infatti senso lasciarle a metà».
(da La Stampa)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
UNA MOTOVEDETTA DELLA GUARDIA DI FINANZA HA SOCCORSO 55 PERSONE A POCHE MIGLIA DA LAMPEDUSA, TROPPO TARDI
Un viaggio su un barchino di metallo di 7 metri, costato dalle 400 alle 600 euro a
persona, si è trasformato nell’ennesima tragedia nel Mediterraneo. Una neonata di pochi giorni ha perso la vita a Lampedusa, dopo una traversata in mare su un barchino. Il decesso della piccola è avvenuto subito dopo lo sbarco sull’isola al molo Favarolo, dove è arrivata insieme alla madre.
La vicenda
Questa mattina, poco prima dell’alba, intorno alle 4.30, al molo Favarolo sono sbarcate 55 persone originarie di Camerun, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea, Mali, Nigeria e Sierra Leone, dopo il soccorso effettuato della motovedetta V1307 della Guardia di finanza, che le ha recuperate in mare. Fra loro c’erano anche sette donne e sei minori. I migranti che viaggiavano con madre e figlia hanno detto di essere salpati da Sfax-El Amra in Tunisia alle 2 circa di ieri.
La neonata una volta arrivata è subito apparsa in condizioni cliniche critiche, ed è stata trasferita al Poliambulatorio assieme alla madre. La bambina però è deceduta durante il trasporto. Giunti al Poliambulatorio, i medici non ha potuto fare altro che constatare il decesso della piccola, che aveva poche settimane, forse poco più di un mese.
La Procura apre un’inchiesta per la morte della neonata
Ora la Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta. È stata disposta l’ispezione cadaverica che dovrà confermare l’ipotermia come causa del decesso. La madre sarà sentita per ricostruire i dettagli della traversata e come e quando la bimba ha iniziato a mostrare segni di malessere. La donna ha, al momento, solo riferito che entrambe sono originarie della Costa d’Avorio. Dopo essere stata dimessa dal punto sanitario dell’isola è stata portata all’hotspot dove le verrà prestata assistenza psicologica. La salma è stata trasferita alla camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana.
Le reazioni
“Mentre lo Stato attacca chi salva vite in mare indagando il capitano di Sea-Watch, a Lampedusa è arrivata una neonata di un mese, morta tra le braccia della mamma, dopo una traversata di tre giorni. Chi pagherà per quest’ingiustizia?”. È il commento dell’Ong tedesca Sea Watch.
(da agenzie)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LE AZIENDE IN DIFFICOLTÀ SPAZIANO TRA I VARI SETTORI INDUSTRIALI, DELL’AUTOMOTIVE (BOSCH BARI E SPEEDLINE) ALLA SIDERURGIA/METALLURGIA (LIBERTY MAGONA, JSW STEEL PIOMBINO), FINO ALL’ARREDAMENTO (NATUZZI) E ALLA MICROELETTRONICA (SIAE). SENZA DIMENTICATE IL “BUBBONE” DELL’EX ILVA
Il caso Electrolux porta a 44 il conteggio dei tavoli di crisi attivi, in tutti i principali settori industriali, al ministero delle Imprese e del made in Italy. Il “bianco” era già rappresentato nella lista da Beko, ora si aggiunge un dossier complicatissimo, che prefigura 1.700 esuberi.
Tra i 44 tavoli ministeriali figurano crisi conclamate che vanno dalla filiera dell’automotive (Bosch Bari e Speedline ad esempio), alla siderurgia/metallurgia (Liberty Magona, Eurallumina, Jsw Steel Piombino), dall’arredamento (Natuzzi) alla microelettronica (Siae).
Electrolux Italia già figurava in un differente elenco, quello dei 33 tavoli di crisi in fase di “monitoraggio”, come coda di una vecchia vertenza.
Il settore degli elettrodomestici – sembrano concordare ministero e sindacati – sta scontando in Italia l’esplosione degli effetti di una difficoltà strutturale a livello continentale, con i produttori extraeuropei che hanno guadagnato spazi quasi impronosticabili soltanto pochi anni fa.
La vicenda Beko, a controllo turco, è stata per lunghi mesi paradigmatica. La crisi si era aperta con quasi 2mila esuberi, si è poi giunti a un accordo che ne ha previsti 700 in meno con un impegno per 300 milioni di investimenti in Italia.
A sbloccare la situazione è stato un compromesso diplomatico giocato anche su altri piani, tramite i contatti tra ministero delle Imprese e del made in Italy e il ministero dell’Economia di Ankara che hanno portato all’acquisizione di Piaggio Aerospace da parte della turca Baykar.
A un anno dall’accordo, secondo il ministero per le Imprese e il made in Italy, l’azienda «ha confermato la prosecuzione dell’attuazione del piano di trasformazione industriale in Italia, in coerenza con gli impegni sottoscritti. Sono stati finora destinati circa 110 milioni di euro agli stabilimenti italiani».
Ma i sindacati sono meno ottimisti. In un report, la Fim-Cisl sottolinea che «ad oggi, per lo stabilimento di Siena, non c’è una proposta industriale concreta che permetta di mantenere la vocazione produttiva del sito per almeno 300 occupati e anche negli altri siti italiani la produzione risente del calo della domanda europea».
Specchio fedele di come è cambiato il mercato del “bianco” in Italia: nel low cost dominano i produttori extra-europei, la fascia media di gamma è in crisi conclamata e alla fine sopravvive chi si colloca sul made in Italy di livello alto (Smeg ed Elica ad esempio) o chi ripiega sulla logistica.
(da agenzie)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
WASHINGTON PROPONE AIUTI DA VINCOLARE A “CAMBIAMENTI FONDAMENTALI” COME RIFORME ECONOMICHE, L’ALLONTANAMENTO DA RUSSIA E CINA E LIBERAZIONE DEI PRIGIONIERI POLITICI … L’AVANA NON HA MOLTE ARMI: LA SITUAZIONE UMANITARIA E’ VICINA AL COLLASSO, SULL’ISOLA NON C’E’ PIU’ PETROLIO, I BLACKOUT DURANO FINO A VENTIDUE ORE AL GIORNO SU OLTRE IL 60% DEL TERRITORIO NAZIONALE, GLI OSPEDALI SONO PARALIZZATI
«L’embargo non basta a spiegare la crisi di Cuba. Non spiega lo stop alle riforme
economiche promesse dal regime nel 2011 né la riforma monetaria del 2021 che ha portato l’inflazione a tre cifre. Non spiega gli investimenti miliardari nel turismo mentre molti hotel restano vuoti e vaste terre agricole restano inutilizzate. Non spiega neppure la repressione contro dissidenti e artisti come Luis Manuel Otero Alcántara e Maykel Osorbo» [Ferrer, “New York Times”, Usa, 11/5].
Il “suo” uomo all’Avana. Donald Trump ha mandato nell’isola ribelle il capo della Cia, John Ratcliffe, emblema vivente, nella retorica rivoluzionaria, del «potere dell’imperialismo statunitense». Non è la prima volta che un dirigente dell’intelligence americana si reca a Cuba. Né che incontri emissari del governo. Il fatto inedito è che la riunione sia stata ampiamente pubblicizzata – con tanto di foto – dai media super controllati del Paese. Ratcliffe, oltretutto, è arrivato in pompa magna, con tanto di aereo ufficiale della Casa Bianca.
Non ne atterrava uno dal viaggio di Barack Obama, dieci anni fa. Tanta enfasi sembrerebbe indicare uno snodo cruciale nei nebulosi negoziati in corso da quattro mesi tra i due nemici storici a partire dal cambio della guardia in Venezuela e dal blocco petrolifero decretato da Washington.
L’oggetto della trattativa è opaco. Più chiaro, invece, cosa non si sta negoziando: la democratizzazione dell’isola socialista. Con il consueto humor nero, i cubani definiscono i piani di Trump una «dittatura Coca Cola». Un cambio di vertice che non intacchi la struttura del sistema, sul modello di Caracas. Anche stavolta ad essere “sacrificato” sarebbe il presidente. Sulla carta sarebbe facile: al contrario di Nicolás Maduro, Miguel Díaz-Canel non detiene il potere reale, ancora nelle mani del clan Castro.
E quest’ultimo verrebbe “esentato” dalla purga. Incluso l’anziano Raúl, ancora “jefe máximo”, capo supremo, come lo chiama Díaz-Canel, nonostante i 94 anni. La sostituzione interna tra élite, però, scatenerebbe l’ira degli esuli di Miami, i quali
aspirano ad assumere la guida dell’isola. E la loro opinione conta: a differenza dell’opposizione venezuelana, costituiscono una base elettorale fondamentale del movimento MAGA e del segretario di Stato, Marco Rubio, già in corsa per le presidenziali 2028.
In cambio della fine dell’embargo energetico, l’Avana continua ad offrire cooperazione sui temi della sicurezza, migrazione, narcotraffico. Dossier su cui la cooperazione fra i due Paesi è storica, al di là della retorica.
Lucia Capuzzi
per “Avvenire”
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA SOLITA STRUMENTAIZZAZIONE DEI FATTI DI MODENA, EVIDENTEMENTE IL CASO DI ROGEREDO NON HA INSEGNATO NULLA
Da vocabolario, uno sciacallo è una persona che approfitta delle disgrazie altrui per il proprio tornaconto. Forse però, in una prossima edizione dei dizionari di lingua italiana, basterebbe scrivere “Matteo Salvini” accanto a questa definizione, per rendere l’idea.
Perché davvero, non c’è nessun politico in Italia, forse in Europa, capace di gettarsi su qualsiasi tragedia per racimolare un po’ di visibilità e qualche like sui social network, o per portare acqua al mulino delle sue idee politiche razziste e discriminatorie.
Lo fa da sempre, dal tempo degli attentati dell’Isis nelle città europee, chiamando allo scontro di civiltà col mondo islamico, e da allora abbiamo sindaci musulmani a Londra e New York, molto più progressisti e liberali e Occidentali di lui. L’ha fatto, di recente, di fronte a uno spacciatore ucciso nei pressi della stazione di Rogoredo, a Milano, difendendo “senza se e senza ma” il poliziotto che gli aveva sparato, salvo poi scoprire che era un ricattatore che aveva inscenato una “legittima difesa” che non era mai esistita, mettendo una pistola scacciacani accanto al cadavere di una persona uccisa a sangue freddo.
L’ha fatto di nuovo ieri pomeriggio, quando un uomo ha investito otto persone a Modena, falciandole con la sua auto a tutta velocità e ferendone quattro in modo molto grave e accoltellando un passante che voleva fermarlo. E l’ha fatto solamente perché ha letto da qualche parte che l’uomo che le ha investite era un giovane di origine nordafricana: Salim El Koudri.
Tanto è bastato, al vice presidente del consiglio del nostro Paese, per lanciarsi in un’intemerata senza capo ne coda contro l’integrazione delle seconde generazioni, lo ius soli e le cittadinanze facili. Perché, dice Salvini, “certe persone non sono assolutamente integrabili”.
Caro Salvini, verrebbe da dire: certe persone chi? Quelle nate a Seriate, in provincia di Bergamo? Laureate in economia? Che faticano a trovare lavoro, nonostante siano nate e cresciute in Italia, solamente perché hanno un cognome straniero? Quelle che devono fare i conti con problemi psicologici cui il nostro sistema sanitario fatica a far fronte?
Perché Salim El Koudri, dietro il nome “nordafricano”, era questo.Non un migrante arrivato l’altro ieri col barcone. Non un maranza col coltello in tasca. Non un giovane di periferia che non studia e non lavora. Non, per farla breve, uno dei cliché da demagogia leghista da un tanto al chilo, buoni per creare nemici alla bisogna e decreti sicurezza in tutta risposta.
Però tutto questo, allo sciacallo, non interessa. Bastano quattro like, un lancio d’agenzia, e un po’ di polarizzazione attorno alle sue parole, per atteggiarsi a cucciolone, per fare la vittima del Paese in cui “non si può dire nulla”, per dar del buonista a chi prova a raccontare la verità, dell’ideologico a chi prova a essere fattuale al posto suo, per seminare odio e riprendersi qualche voto che il generale Vannacci gli sta portando via, in una gara a chi la spara più becera e razzista.
E pazienza se da domani migliaia di ragazze e ragazzi italiani che hanno una storia di migrazione alle spalle – loro o i loro genitori – si sentiranno colpevoli di un crimine che non hanno commesso, solo in ragione delle loro origini e del loro nome.
Pazienza se si sentiranno ancora più stranieri a casa loro, solo perché un ragazzo con problemi psichiatrici che non c’entra nulla con loro, si è macchiato di un gesto orribile e senza sens
Pazienza se da domani sarà ancora più difficile, per loro, per emanciparsi dai luoghi comuni di cui sono vittima, in un Paese di cui sono il futuro, e che non li merita.
E pazienza se a tutte le parole in libertà spese per andare contro a chiunque abbia un nome straniero si sommano i silenzi di quanto ad uccidere gli stranieri, in nome delle loro ossessioni razziali e securitarie, sono militanti leghisti come Luca Traini o assessori leghisti come Massimo Adriatici. O quando una banda di quindicenni italiani uccide un bracciante straniero come Bakari Sako, a Taranto, per futili motivi.
Pazienza, perché lo sciacallo Salvini aveva bisogno di visibilità, e tanto basta per passare sopra a tutto.
Anche alla decenza.
Anche alla pietà.
(da Fanpage)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHÉ NESSUNO HA SEGUITO IL SUO PERCORSO? NON AVEVA LEGAMI CON IL MONDO DELL’ISLAMISMO: LAUREATO IN ECONOMIA, CERCAVA LAVORO ED ERA UN TIPO SOLITARIO
«Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua
araba». È la frase che Salim El Koudri ha scelto per la sua short bio di Instagram e che oggi, dopo i fatti di Modena, appare come un frammento inquieto, un tentativo di spiegare una difficoltà rimasta sospesa nel tempo.
Dietro queste parole c’è Salim, 31 anni, laureato in Economia, nato a marzo del 1995, l’uomo che ieri pomeriggio, alla guida di una Citroën C3 lanciata ad alta velocità, ha travolto diversi pedoni nel centro di Modena, seminando il panico tra le vie dello shopping cittadino.
Nato in provincia di Bergamo, a Seriate, da famiglia di origine marocchina, El Koudri è cresciuto nel Modenese, dove ha sempre vissuto. Abitava a Ravarino, comune della pianura a nord-est della città, e fino a ieri il suo nome non era mai comparso negli archivi delle forze dell’ordine.
Nessun precedente, nessuna segnalazione, nessun profilo criminale noto agli investigatori che ora stanno cercando di ricostruire le ore precedenti all’investimento e, soprattutto, il contesto personale e psicologico in cui sarebbe maturato il gesto.
La perquisizione nella sua abitazione e gli accertamenti svolti dalla Digos non avrebbe fatto emergere elementi riconducibili a radicalizzazioni religiose o a contatti con organizzazioni eversive. Gli investigatori, al contrario, starebbero concentrando l’attenzione su una possibile condizione di instabilità psichica.
La sua situazione clinica è in fase di ricostruzione con il supporto dei servizi territoriali dell’Ausl di Modena: nel 2022, ha riferito la prefetta di Modena Fabrizia Triolo, era stato «attenzionato dal centro di salute mentale per disturbi schizoidi», poi se ne sono perse le tracce.
Pochi elementi sulle sue pagine social. Foto per nulla sopra le righe, didascalie semplici, selfie. E quelle parole scritte sui social- il desiderio di comprendere gli esseri umani come si comprendono le regole di una lingua – oggi assumono il tono malinconico di una distanza mai colmata.
(da La Stampa)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA SOLITA BECERA POLEMICA SU UNA SCUOLA DEL VICENTINO… NOI SIAMO PER PORTARE I RAZZISTI IN LIBIA SU UN BARCONE, COSI’ POI CHIAMANO LA GUARDIA COSTIERA LIBICA PER SALVARLI
Un’esperienza educativa pensata per far riflettere i bambini sul tema delle migrazioni si è trasformata in un caso politico nazionale. Al centro delle polemiche c’è il progetto che nei giorni scorsi ha coinvolto due classi quinte della scuola primaria “Arpalice Cuman Pertile” di Marostica, nel Vicentino, accompagnate a Trieste per conoscere da vicino la realtà dei migranti nella rotta balcanica. L’iniziativa, organizzata nell’ambito dell’educazione civica insieme ad alcune associazioni della zona, prevedeva anche un’attività svolta in classe: i bambini, bendati e a piedi scalzi, hanno affrontato piccoli ostacoli e camminato sui sassi per provare a comprendere le difficoltà affrontate dai migranti durante il viaggio lung
la Balkan Route. Gli alunni si sono poi recati a Trieste, in piazza Libertà, dove hanno distribuito pasti caldi ai migranti arrivati in città dopo giorni di cammino.
Lo scontro politico dopo il video sui social
L’iniziativa ha immediatamente acceso lo scontro politico. La prima ad attaccare è stata l’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint, ex sindaca di Monfalcone, che ha parlato di «lavaggio del cervello in classe» accusando la scuola di aver fatto simulare ai bambini «la rotta balcanica camminando a piedi scalzi sui sassi». Cisint – citata dal Corriere della Sera – ha annunciato un’interrogazione al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Critiche anche da Fratelli d’Italia. L’europarlamentare vicentina Elena Donazzan ha denunciato il rischio di utilizzare gli studenti «per veicolare messaggi ideologici», contestando il fatto che i bambini siano stati invitati a immedesimarsi «in clandestini costretti a sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine». Secondo Donazzan, iniziative di questo tipo rischierebbero di trasformare «la scuola in uno spazio di propaganda politica».
Il Pd sostiene il progetto
Il centrosinistra difende l’iniziativa. Giovanni Manildo, già candidato alle Regionali e portavoce dell’opposizione in Consiglio regionale, parla di «strumentalizzazioni politiche di cattivo gusto» contro «un’esperienza che invita gli studenti a mettersi nei panni di chi soffre». Anche Chiara Luisetto, consigliera regionale del Pd definisce il progetto «un’iniziativa educativa di alto valore civico», accusando la destra di aver alimentato «una campagna social indegna contro bambini e insegnanti».
L’interrogazione al ministro Valditara
Nel frattempo un’interrogazione parlamentare è stata depositata anche dal deputato e vicecoordinatore veneto di Fratelli d’Italia Silvio Giovine insieme alla collega Nicole Matteoni. Nel testo si chiede di chiarire quali attività siano state svolte durante la gita, con quali autorizzazioni e quale sia stato il ruolo delle associazioni coinvolte. «La scuola deve formare cittadini liberi e consapevoli, non esporre i bambini a messaggi politicamente orientati», sostiene Giovine. Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente del Friuli Venezia Giulia, il leghista Massimiliano Fedriga, che ha definito l’iniziativa «una scelta particolare», aggiungendo che
«troppo spesso l’illegalità viene coperta da associazioni che di questa illegalità vivono».
La scuola: «Tutto autorizzato e condiviso con le famiglie»
Dopo le polemiche, il dirigente scolastico dell’istituto di Marostica ha inviato una relazione all’Ufficio scolastico regionale spiegando che il progetto si è svolto seguendo tutte le procedure previste. L’iniziativa, viene precisato, era stata discussa in consiglio di classe, approvata dal collegio docenti e condivisa preventivamente con le famiglie degli alunni coinvolti. La scuola sottolinea inoltre che «nessun bambino sarebbe stato obbligato a entrare direttamente in contatto con i migranti: chi non se la sentiva avrebbe potuto limitarsi ad assistere alle attività». Anche diversi genitori difendono il progetto educativo. Le famiglie confermano di aver ricevuto il programma dettagliato della gita e spiegano che era stata organizzata persino una raccolta fondi per acquistare calze da donare ai profughi. «Ci è sembrata un’iniziativa lodevole, non avremmo mai immaginato che potesse scatenare un simile putiferio», conclude un genitore.
(da Dagoreport)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA STORIA E’ PIENA DI PICCOLI PARTITI DIVENTATI DECISIVI GRAZIE ALL’ASSENZA DI UNA MAGGIORANZA CHIARA
C’è un animale politico che si aggira da anni nei corridoi della Seconda Repubblica. Non è
il vincitore, non è lo sconfitto, non è nemmeno il centrista nostalgico che sogna di rifare la Dc con il pongo. È il pareggista. Quello che non punta a stravincere le elezioni ma a impedire che le vincano gli altri. Perché sa che, quando
nessuno ha i numeri, anche un piccolo drappello può diventare decisivo. E il re dei pareggisti, oggi, è Carlo Calenda.
Bisogna ammettere che nel panorama politico italiano è una figura piuttosto anomala. Mentre tutti cercano disperatamente una tribù dove accasarsi, lui continua a dire di no. Non vuole stare con Elly Schlein perché nel campo largo c’è Giuseppe Conte, e Calenda considera i cinquestelle una calamità naturale. Ma non vuole nemmeno entrare nel recinto del centrodestra, dove vede muoversi Matteo Salvini che per lui è la quinta colonna di Putin. Su questo punto, peraltro, Calenda rivendica una coerenza che pochi possono contestargli. Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, il leader di Azione è stato uno dei pochissimi politici italiani a difendere senza esitazioni il sostegno militare a Kiev e la necessità di costruire una difesa europea credibile. Lo ha fatto nei talk show, duellando con chiunque. Lo ha fatto nelle università, dove la parola “europeista” è stata usata dai suoi contestatori come un insulto borghese. Lo ha fatto anche quando conveniva molto di più inseguire gli umori pacifisti di una parte dell’opinione pubblica. E in un Paese dove molti leader cambiano posizione sulla politica estera con la velocità di un aggiornamento meteo, questa ostinazione ha qualcosa di rispettabile.
Il problema è che la politica non premia sempre la coerenza. Anzi, spesso la punisce. Azione continua infatti a navigare attorno al tre e mezzo per cento. Troppo poco per vincere, troppo poco persino per pensare di guidare un’alleanza, ma forse abbastanza per diventare decisivi se le prossime elezioni dovessero finire in bilico. Ed è qui che entra in gioco il vero progetto politico di Calenda. Perché il leader di Azione non sta cercando una vittoria classica. Sta aspettando un pareggio. Non è un’idea così stravagante come sembra. La storia italiana è piena di piccoli partiti diventati decisivi proprio grazie all’assenza di una maggioranza chiara. Naturalmente il sistema elettorale è costruito proprio per evitare questo scenario. I collegi uninominali aiutano chi arriva primo e tendono a produrre maggioranze anche quando il consenso reale del vincitore resta sotto il cinquanta per cento. Se poi passasse la riforma elettorale del centrodestra, chi arriva primo otterrebbe un consistente premio in seggi. Ma la politica italiana è un laboratorio dove gli imprevisti diventano spesso la regola. Basta poco perché la macchina si inceppi
Una fuga di voti verso Roberto Vannacci. Una riforma elettorale che salta. I collegi uninominali che vengono distribuiti tra i due schieramenti neutralizzando il premio del maggioritario. O addirittura il paradosso di una maggioranza diversa tra Camera e Senato. Ecco il momento che Calenda aspetta. Il momento in cui chi oggi viene considerato marginale potrebbe ritrovarsi improvvisamente al centro della scena. Naturalmente c’è anche l’ipotesi opposta: che uno dei due poli vinca nettamente e renda inutile ogni mediazione. In quel caso la scommessa del leader di Azione sarebbe perduta. Ma nulla, oggi, gli impedisce di sperare in un pareggio.
(da lespresso.it)
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