Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’ULTIMO CASO È QUELLO DELLA FABBRICA DI MICROCAR “LEAR” DI TORINO: DOPO ANNI DI CASSA INTEGRAZIONE, È SALTATO IL PROGETTO REINDUSTRIALIZZAZIONE E 374 PERSONE RISCHIANO DI RIMANERE SENZA NULLA… I SIDACATI CONTRO IL MINISTERO DEL MADE IN ITALY DI URSO
Solo pochi giorni fa si brindava a una crisi industriale chiusa, dopo anni di cassa integrazione
e incertezze per i lavoratori della Lear di Grugliasco. Ieri l’annuncio, arrivato a Fim, Fiom e Uilm, che è venuto meno il progetto di reindustrializzazione della fabbrica del settore automotive alle porte di Torino
A rischio ci sono 374 posti di lavoro. La comunicazione è arrivata dal ministero
delle Imprese e del Made in Italy e dalla Fipa, newco Fabbrica Italiana Produzione Auto, pronta ad avviare nella sede della Lear l’assemblaggio di quadricicli elettrici a marchio Desner, importati dalla Cina e destinati al mercato italiano tramite la rete commerciale del gruppo Fassina.
«Esprimiamo profondo disappunto per una vicenda dai tratti confusi, che la Lear e il ministero stesso dovranno assolutamente chiarirci», spiegano sindacati dei metalmeccanici a cui è stato prospettato l’interessamento di un nuovo investitore, Zetronic. Il 9 marzo, al Mimit, ci sarà un incontro.
Sono più di 115 mila i lavoratori del settore metalmeccanico coinvolti nella crisi dell’intero comparto. Un dato che sale rispetto allo scorso anno di 11.946 unità, quando ci si fermava a 103 mila persone. È come se – solo per dare un’idea – l’intera popolazione di Pescara o Siracusa fosse coinvolta in questa emergenza, secondo quanto emerge dall’ultimo rapporto stilato dalla Fim-Cisl.
L’analisi approfondisce anche l’impatto su differenti aziende, da quelle che si occupano della componentistica auto a quelle che producono macchine agricole. E il quadro della crisi è fortemente trasversale: coinvolge i settori dell’automotive e della siderurgia, quelli del comparto termomeccanico e dell’elettrodomestico. Tutti subiscono negativamente l’aumento del costo dell’energia e delle materie prime, problemi a cui si sommano i dazi e la diffusa crisi geopolitica.
Per l’automotive – si legge nell’analisi del sindacato – il gruppo Stellantis nel 2025 ha visto la produzione scendere sotto quota 380 mila (-24,5% rispetto all’anno prima), con un taglio della produzione sia delle autovetture sia dei veicoli commerciali. Numeri che riflettono la crisi di molte aziende, piccole e medie, che ruotano intorno all’indotto diretto di Stellantis e delle altre case automobilistiche europee, interessando oltre 256 mila lavoratori.
Il costo dell’energia, invece, penalizza fortemente fonderie e laminatoi. La situazione impatta in modo più forte sulle regioni ad alta industrializzazione, come Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte. «I dati – ha sottolineato il segretario della Fim, Ferdinando Uliano – rilevano una situazione in peggioramento per molte filiere del settore. Il nostro Paese ha bisogno di politiche industriali e interventi che rimettano la “questione industriale” al centro delle risposte e delle politiche economiche».
(da La Stampa)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA HA FATTO MARCIA INDIETRO DOPO IL CASO DEL POLIZIOTTO, CARMELO CINTURRINO, ARRESTATO PER AVERE UCCISO IL PUSHER NEL BOSCHETTO DI ROGOREDO … UNA SCONFITTA PER SALVINI, CHE AVEVA FATTO DELLO SCUDO UNA SUA BATTAGLIA
Ci sono voluti quasi venti giorni per giungere alla bollinatura del decreto Sicurezza approvato il 5 febbraio. E, nonostante questo, l’ultimo ritocco è arrivato ieri su una delle norme più discusse: lo scudo penale per gli agenti, allargato poi a tutti i cittadini, annunciato dal governo sull’onda di una spinta emotiva legata agli scontri tra manifestanti e polizia al corteo per Askatasuna a Torino, e all’episodio del boschetto di Rogoredo dove il poliziotto Carmelo Cinturrino ha sparato e ucciso un pusher
Lo scudo è stato calmierato. Si chiamerà «annotazione preliminare» l’atto con cui il pubblico ministero procederà nell’indagine su un reato commesso «in presenza di una causa di giustificazione», ma in caso di incidente probatorio scatterà l’iscrizione nel registro degli indagati sempre e comunque.
Nell’ultima bozza invece era previsto che quando si procede ad incidente probatorio il pubblico ministero avrebbe dovuto prima «compiere atti di indagine cui il difensore ha facoltà o diritto di assistere e diversi dagli accertamenti tecnici» e poi provvedere all’iscrizione del nome della persona nel registro.
Per quanto riguarda l’annotazione preliminare ci sarà «un filtro tecnico prima della formale iscrizione a modello 21, cioè sul registro degli indagati», così lo definisce il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto. Quindi non propriamente un scudo, che era stato oggetto di lunghe interlocuzioni con il Quirinale.
Il decreto prevede che entro 60 giorni il ministro della Giustizia adegui il codice di procedura penale introducendo il modello per le annotazioni preliminari. L’annotazione, che dovrebbe durare fino a un massimo di 150 giorni, garantisce pari diritti e garanzie di chi è iscritto nel registro degli indagati.
Nel caso di iscrizione tra gli indagati in un secondo momento, i termini per le indagini preliminari decorrono dall’annotazione.
La senatrice del Pd Valeria Valente, componente della commissione Affari costituzionali, boccia il provvedimento perché, anche se «le norme inserite nel decreto sicurezza non prevedono uno scudo penale», vi è «comunque una corsia preferenziale per gli agenti»
Alla fine anche il vicepremier azzurro Antonio Tajani ammette che «non c’è nessuno scudo», al contrario di quanto chiesto dalla Lega per mesi. E infatti ecco il capogruppo leghista in Regione Lombardia Alessandro Corbetta: «Lo scudo penale resta uno strumento necessario».
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
TRA GLI ELETTORI SICURI DI ANDARE AL VOTO IL DISTACCO E’ ADDIRITTURA DI 20 PUNTI PERCENTUALI: PER IL SERVO DI PUTIN SI AVVICINA IL MOMENTO DELLA RESA DEI CONTI
Il partito ungherese di opposizione Tisza consolida il proprio vantaggio sul premier Viktor
Orban. Lo rileva l’istituto demoscopico Median, considerato tra i più affidabili, in un nuovo sondaggio in vista delle elezioni del 12 aprile.
Il rilevamento, condotto tra il 18 e il 23 febbraio e pubblicato dal portale hvg.hu, indica una crescita netta per la formazione guidata da Péter Magyar. Tra gli elettori decisi, Tisza vola al 55%, rispetto al 51% di gennaio, portando il distacco su Fidesz a ben 20 punti. Il partito al governo subisce al contrario una flessione di quattro punti percentuali, scivolando dal 39% al 35% in un solo mese.
Se si guarda al dato riferito all’intera popolazione, che include anche gli indecisi e chi non vota, il distacco si riduce, ma resta netto: 42% per Tisza contro il 31% per Fidesz. Tra le altre formazioni, l’unica vicina alla soglia di sbarramento del 5% è l’estrema destra Mi Hazánk (Movimento Nostra Patria), che avanza di un punto percentuale rispetto a gennaio, portandosi al 6%.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA E LEGA HANNO FATTO LE BARRICATE, E LA DUCETTA HA DOVUTO TROVARE UN COMPROMESSO
La mitica Maria Elisabetta Alberti Casellati, in stretto contatto con Giovambattista Fazzolari, si è messa a cofana bassa per chiudere il prima possibile il dossier legato alla legge elettorale. Il testo della legge, ricorda Marco Cremonesi sul “Corriere della Sera”, “avrebbe dovuto essere presentato oggi, ma al momento resta sul tavolo degli sherpa. Fdi vuole comunque arrivare a un accordo di maggioranza, prima del referendum”.
E quell’accordo di maggioranza sarebbe stato trovato. La prossima settimana, infatti, la ministra per le riforme istituzionali, dovrebbe presentare a Giorgia Meloni la proposta finale della riforma elettorale, che dovrebbe poi essere portata all’attenzione dei leader dell’opposizione il prossimo 10 marzo, dunque due settimane prima del referendum sulla giustizia.
E quale sarà la sorpresa, secondo rumors raccolti? La novità principale è che la riforma non prevederebbe il nome del premier sul simbolo elettorale, come invece sognava Giorgia Meloni.
Avendo fallito la riforma del premierato, la Ducetta voleva introdurlo “di fatto” forzando gli alleati ad accettare di togliere i nomi Berlusconi e Salvini, che campeggiano ancora sui loghi di Forza Italia e Lega.
Un possibile sacrificio che ha fatto imbestialire Marina e Pier Silvio Berlusconi, “azionisti” di maggioranza del partito azzurro, che alla sola idea di rimuovere il cognome dell’amatissimo Papi hanno minacciato fuoco e fiamme. Lo stesso Salvini, pur consapevole che non sarà mai premier, non può accettare, traballante com’è, di vedere cancellare il suo cognome dal simbolo del suo partito (dove già in molti lo vogliono mandare ai giardinetti).
La proposta di non prevedere il nome del candidato premier nel simbolo, placa Salvini e Tajani
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
CONTROLLI ANCHE DA MC DONALD’S, BURGER KING ED ESSELUNGA
Dopo il caso Glovo, il pm Paolo Storari dispone l’amministrazione coatta per il colosso del
food delivery. Indagato l’amministratore unico: migliaia di lavoratori sfruttati con retribuzioni «contrarie alla Costituzione»
La scure della Procura di Milano si abbatte nuovamente sul mondo delle piattaforme di consegna a domicilio. Dopo il provvedimento contro Glovo della scorsa settimana, il pm Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza per Deliveroo Italy srl. L’accusa è quella di caporalato: la società avrebbe sfruttato sistematicamente migliaia di rider, approfittando del loro stato di bisogno e corrispondendo retribuzioni che, in alcuni casi, risultavano inferiori fino al 90% rispetto alla soglia di povertà e a quanto previsto dalla contrattazione collettiva. La società intanto assicura massima collaborazione con le autorità: «Deliveroo sta esaminando la documentazione ricevuta dalle Autorità e la società sta collaborando alle indagini». Intanto guai (forse) in arrivo anche per Mc Donald’s, Burger King ed Esselunga.
Un sistema di sfruttamento su scala nazionale
L’inchiesta, condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, scatta una fotografia inquietante sulla gestione dei lavoratori del colosso del delivery. Sono coinvolti circa 3.000 rider a Milano e oltre 20.000 su tutto il territorio nazionale. Secondo il magistrato, le somme versate ai fattorini violano l’articolo 36 della Costituzione, non essendo sufficienti a garantire una «esistenza libera e dignitosa». Nel provvedimento di 60 pagine, il pm Storari è durissimo nei confronti dei vertici aziendali: Deliveroo e il suo amministratore unico, Andrea Giuseppe Zocchi (ora indagato), avrebbero adottato una «politica di impresa che rinnega esplicitamente le
esigenze di rispetto della legalità». Lo sfruttamento non sarebbe un incidente di percorso, ma una pratica «perpetrata da anni» che deve «cessare al più presto».
L’arrivo dell’amministratore giudiziario
Per sanare questa situazione di illegalità diffusa, la Procura ha nominato come amministratore giudiziario Massimiliano Poppi. Il suo compito sarà quello di affiancare il management di Deliveroo Italy per procedere alla regolarizzazione dei lavoratori. L’obiettivo è trasformare quel regime di finta autonomia in un inquadramento che rispetti i diritti e le tutele dei dipendenti, garantendo paghe dignitose. Il provvedimento, emesso in via d’urgenza, dovrà ora essere valutato e convalidato da un gip, seguendo lo stesso iter che lo scorso 19 febbraio ha confermato il controllo giudiziario per Foodinho (Glovo).
Il meccanismo contestato
Questa operazione si inserisce in un filone d’indagine più ampio che la Procura di Milano sta portando avanti da tempo nei settori della logistica, dei trasporti e della moda. Il meccanismo contestato è quasi sempre lo stesso: la frammentazione del lavoro e l’uso di contratti irregolari per abbattere i costi a discapito dei soggetti più fragili. Nel caso del delivery, i lavoratori vengono formalmente considerati autonomi in regime forfettario, ma per l’accusa sono a tutti gli effetti lavoratori dipendenti privi di ogni protezione sociale.
I controlli da Mc Donald’s, Burger King e Esselunga
Intanto i carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, agendo su input del pm Paolo Storari, hanno esteso gli accertamenti dell’inchiesta anche ai principali partner commerciali di Deliveroo. I militari si sono recati nelle sedi di sette grandi società — tra cui McDonald’s Italia, Burger King Restaurants Italia ed Esselunga spa — per acquisire documentazione relativa ai contratti e ai modelli organizzativi. Le aziende coinvolte, che al momento non risultano indagate, sono tutte in rapporti d’affari con il colosso del delivery e «si avvalgono dei medesimi rider per effettuare le consegne». L’obiettivo degli investigatori è analizzare nel dettaglio i «modelli di organizzazione» e i «sistemi di controllo interni» per verificare come venisse gestito il lavoro dei fattorini anche all’interno di questa filiera.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
ESCLUSA L’IPOTESI DI UN ERRORE: “LO SCERIFFO” ADRIATICI ERA USCITO PER UN PEDINAMENTO DEL 39ENNE MAROCCHINO NON CHIAMANDO LE FORZE DELL’ORDINE NEL MOMENTO IN CUI SI ERA ACCORTO CHE L’UOMO POTEVA ESSERE PERICOLOSO”
«L’uso di un’arma deve essere giustificato da un pericolo reale, non significa farsi giustizia da soli. Sparare deve essere l’extrema ratio». Lo diceva nel 2018 Massimo Adriatici, l’ex assessore leghista alla sicurezza di Voghera (Pavia) che ieri è stato condannato a 12 anni di reclusione per aver ucciso Youns El Boussettaoui sparandogli al petto il 20 luglio 2021.
Nelle carte del processo si legge che il trentanovenne di origini marocchine, con problemi psichici e senza fissa dimora, era noto per i suoi atteggiamenti «molesti» che disturbavano gli abitanti.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, accolta in primo grado dal giudice Luigi Riganti, la sera dell’omicidio Adriatici, ex poliziotto e avvocato conosciuto come «lo sceriffo», era uscito per una «ronda armata e di pedinamento di El Boussettaoui», non chiamando le forze dell’ordine nel momento in cui si era accorto che l’uomo poteva essere pericoloso.
I due si erano incontrati davanti al bar Ligure di piazza Meardi e Adriatici aveva mostrato al trentanovenne la pistola che aveva con sé, una Beretta carica con il colpo in canna. A quel punto le cose sono degenerate in fretta: El Boussettaoui lo ha colpito al volto, facendolo cadere a terra, e da sdraiato Adriatici ha sparato, raggiungendo l’uomo al petto e uccidendolo quasi sul colpo.
Subito, Adriatici era stato accusato di eccesso colposo di legittima difesa, ma nel novembre 2024 la giudice Valentina Nevoso ha deciso di bloccare il processo e di trasmettere gli atti di nuovo al pm per un cambio dell’imputazione.
Quella sera l’ex assessore non avrebbe sparato per difendersi, preso da un momento di scarsa lucidità, come da lui spiegato nei primi interrogatori, ma avrebbe avuto una reazione di rabbia per l’offesa subita, il colpo in faccia, innescata dal suo gesto di mostrare l’arma a una persona già in stato di alterazione.
Così, nuovo processo con il rito abbrevviato, nuove perizie sull’arma e sui proiettili, nuove testimonianze, nuove requisitorie, fino alla condanna di ieri a 12 anni di reclusione. Il procuratore Fabio Napoleone e l’aggiunto Stefano Civardi avevano chiesto 11 anni e 4 mesi (calcolando l’applicazione delle attenuanti generiche e la riduzione di un terzo della pena per omicidio, 24 anni). Il giudice ha accolto in pieno la ricostruzione dell’accusa e condannato in primo grado Adriatici a una pena di sei mesi in più rispetto alla richiesta.
Se per i legali dell’imputato, Guido Alleva e Luca Gastini, la sentenza è un «fulmine a ciel sereno», per l’avvocata della famiglia della vittima, Debora Piazza, è stata una vittoria che va oltre un responso favorevole per i suoi assistiti
«Non esistono persone di serie A e di serie B, anche se viviamo in un momento storico molto complesso, in cui cercare la verità è sempre molto difficile». Piazza, insieme al collega Marco Romagnoli, assiste anche i familiari di Abderrahim Mansouri, il ventottenne di origini marocchine ucciso con un colpo di pistola dal poliziotto Carmelo Cinturrino: «Avevano parlato di legittima difesa, qui come nel caso di Rogoredo. La sentenza di oggi ci ha detto che siamo tutte persone uguali davanti alla legge».
Il giudice ha disposto anche il risarcimento di 90 mila euro per ognuno dei due genitori di El Boussettaoui, e 50 mila euro a ciascuno dei suoi quattro fratelli
(da La Stampa)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX VICE SEGRETARIO DELLA LEGA RISCHIA DI RUBARE VOTI DECISIVI A FDI, MENTRE SI AVVICINANO LE ELEZIONI POLITICHE 2027 – D’ALTRA PARTE LA DUCETTA E VANNACCI HANNO UN AMICO COMUNE: ORBAN, IL CAVALLO DI TROIA DI PUTIN IN EUROPA – “LA STAMPA”: “COME SANZIONARE IN CASA UNO CHE HA IL TUO STESSO IDOLO FUORI?”
Interroga sia Giorgia Meloni sia Elly Schlein questo “asse” giallonero, che si è manifestato in
Europa, proprio in un giorno ad alta intensità simbolica – il quarto anniversario dell’invasione russa – e proprio dopo il collegamento di Zelensky al Parlamento europeo.
Gli unici italiani a votare contro la risoluzione di sostegno a Kiev sono stati, sia pur partendo da presupposti diversi, Roberto Vannacci, che per l’occasione ha aderito al gruppo di Esn, la famiglia sovranista fondata da Afd, e gli eurodeputati dell’M5s.
Interroga, dicevamo, soprattutto Giorgia Meloni che, dopo aver fatto dell’Ucraina il suo principale asset di politica estera e l’elemento qualificante del suo governo per anni, ha pienamente legittimato il Generale nel gioco politico.
Prima gli ha consentito, nel voto italiano sulle armi a Kiev, di votare la fiducia, poi lo ha reso oggetto di riflessioni anche in materia di legge elettorale. Insomma, per non avere un nemico a destra, gli consente di avere un potere condizionante.
E la ragione per cui la premier ha scelto di non consumare lo strappo a destra è di fondo. Ha a che fare con la postura complessiva assunta in questa fase, fuori e dentro i confini nazionali, che racconta di una radicalizzazione a destra.
C’era una volta Giorgia Meloni che, nel mondo pre-Trump, vestiva i panni della populista gentile che riceveva il bacio in fronte da Biden, riusciva a convincere Orban a votare i finanziamenti per Kiev e domava Salvini. Poi la fase del famoso “ponte”, un po’ di qua ove necessario, un po’ di là ove possibile
Ora, se possibile, ha ridotto ancor di più il tasso di intensità dell’europeismo e incrementato quello di trumpismo: il board of peace ove la Germania ha mandato un anonimo funzionario e noi il titolare della Farnesina, la difesa del mondo Maga in polemica col cancelliere Mertz e – punto assai rilevante – la questione Orban.
È trattato come un alleato privilegiato, sostenuto con un certo vigore nella sua campagna elettorale, e coperto politicamente in Europa, difendendo quel diritto di veto che ha consentito di rinviare i 90 miliardi di aiuti a Kiev
Rispetto alla solennità della fase, si registra una divaricazione netta tra le dichiarazioni – vedi quelle piuttosto enfatiche pro-Kiev del sottosegretario Fazzolari – e la pratica politica. Restano, e non è poco, le armi a Kiev, ma manca tutto il resto, ovvero quella spinta all’integrazione che consenta all’Europa di esercitare un ruolo nel mondo degli imperi di Trump e Putin.
Anzi, viene assecondata in un qualche modo a spinta frenante proprio di Orban, perfettamente funzionale all’indebolimento dell’Europa nello schema degli imperi. Per lui tifano tutti: Meloni, Salvini e Vannacci. Come sanzionare in casa uno che ha il tuo stesso idolo fuori?
Chissà, forse in questo schema c’è un calcolo politico non solo domestico alla vigilia dell’imminente tornata elettorale ungherese, di quella spagnola del prossimo anno dove si scommette su un governo Popolari-Vox, delle elezioni francesi con l’avanzata di Bardella e in relazione alla crisi del governo Starmer. In un’Europa che svolta a destra, Meloni non vuole apparire quella che ha abbandonato il campo.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
INOLTRE, TIRARE IN BALLO “MAD VLAD” È PERICOLOSO: VISTO IL VERGOGNOSO SOSTEGNO CHE HA PUTIN IN QUESTO DISGRAZIATO PAESE, POTREBBE INDURRE MOLTI A VOTARE “NO”
Mescolando impropriamente la campagna per il referendum del 22 marzo con il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Fazzolari (solitamente indicato come «il potente sottosegretario») se ne è uscito con una battuta che poteva risparmiarsi su «Putin che voterebbe no».
Ora, a parte la raccomandazione di mordersi la lingua e abbassare i toni, raccolta con un’inattesa autocritica dal ministro della Giustizia Nordio appena due giorni fa, non si capisce che c’entri Putin e un Paese autoritario come la Russia con l’Italia.
Dove, se fosse il “no” a vincere nelle urne, la situazione resterebbe quella che è, con un numero assai limitato di magistrati che chiedono di passare da una carriera all’altra, un Csm unico presieduto dal Presidente della Repubblica, il quale, diversamente da ciò che prevede la riforma con l’istituzione dell’Alta Corte, non verrebbe privato del compito di sovrintendere anche alle azioni disciplinari nei confronti dei giudici.
Fazzolari prova a ridimensionare quella che definisce «una battuta» durante «una chiacchierata informale». «Non ha mai paragonato chi vota No a Putin», precisa il suo ufficio stampa. Ma ormai la polemica politica è scoppiata. «Ha detto che Putin avrebbe votato No e che tutti quelli che votano No hanno una visione simile della politica e delle istituzioni – attacca il capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia –. Noi non glielo consentiamo ed è la dimostrazione che il governo guida la propaganda che sostiene il comitato del Sì».
Boccia se la prende anche con Ignazio La Russa, che attribuisce i toni troppo alti della campagna referendaria al fatto che c’è chi usa «argomenti che creano confusione», finendo per provocare «falli di reazione che rendono più complicata la decisione dei cittadini», la tesi del presidente del Senato
Chissà se si riferisce alle parole di Conte, convinto che, se dovesse vincere il Sì al referendum, «un attimo dopo tireranno fuori dal cassetto il premierato, che è collegato. Da un lato dobbiamo allontanare i pm, che sono temuti di più per le inchieste – spiega il leader M5s – e poi diamo pieni poteri al primo ministro».
Oppure pensa alle critiche di Nicola Gratteri, convinto che si faccia un referendum «perché per sei persone che si spostano tra giudice e pubblico ministero si cerca di modificare sette articoli della Costituzione», avverte il procuratore capo di Napoli.
O, ancora, all’allarme lanciato dal presidente dell’Anm, Cesare Parodi, durante un dibattito all’università la Sapienza di Roma, sul rischio che, con l’eventuale vittoria del Sì, «ci sarà una democrazia diversa da quella che conosciamo. L’attacco alla vera indipendenza della magistratura – sottolinea – è soprattutto nei confronti dei giudici, penali e civili, perché sono loro che hanno l’ultima parola».
Nei partiti di maggioranza si lavora per definire gli eventi della campagna referendaria in questo mese scarso che manca al voto. […] Le date possibili per un comizio della premier sono il 12 marzo a Milano o il 18 a Roma, per due iniziative organizzate da FdI.
Sembra ormai certo, invece, che non ci sarà un palco comune con gli alleati, proprio per evitare il rischio che il voto diventi sul governo.
(da La Stampa)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
GIORNI DA INCUBO PER IL “GIUDICE SALVINI”: DOPO ESSERSI SCHIERATO CON IL POLIZIOTTO CORROTTO E ASSASSINO HA DOVUTO FARE I CONTI CON LA CONDANNA A 12 ANNI PER IL SUO EX ASSESSORE ADRIATICI
C’è tutto il peggio possibile, nel caso di Massimo Adriatici, ex assessore leghista alla sicurezza
del comune di Voghera, condannato ieri a 12 anni di carcere per aver ucciso Youns El Boussetaoui.
C’è, innanzitutto, la morte di un uomo ai margini della società, straniero e senza fissa dimora. Un uomo la cui unica dimensione è quella di problema di ordine pubblico, perché così ha deciso la politica.
C’è un assessore alla sicurezza, leghista, che decide che il suo ruolo sia quello dello sceriffo che pattuglia la città con una calibro 22 nella cintura, per controllare che nessuno beva alcolici dopo una certa ora.
C’è un pedinamento, poi forse una rissa, poi sicuramente un colpo esploso addosso a El Bossettaui.
C’è il tentativo dell’assassino di depistare le indagini, forte delle sue conoscenze, del suo ruolo istituzionale, della sua professione e pure del suo essere italiano e bianco.
E poi, ovviamente, c’è l’immancabile difesa d’ufficio di Matteo Salvini, paladino dei più forti e degli armati.
Che come nel recentissimo caso del poliziotto killer di Milano Rogoredo, decide di emettere sentenze via social, prima ancora che il processo sia celebrato. Parla di un “docente di diritto penale, ex funzionario di polizia, avvocato penalista noto e stimato”. Non pago decide in spregio a ogni indagine che sia “vittima di
un’aggressione” e che la sua sia solo legittima difesa. “Altro che far west”, dice. Senza se e senza ma.
Fortunatamente, in tutto questo peggio, c’è una giudice che delle sentenze di Salvini, francamente, se ne infischia. E che impone alla procura di cambiare il capo d’imputazione di Adriatici, da eccesso di legittima difesa a omicidio volontario. E poi ce n’è un altro che, quattro anni e mezzo dopo l’omicidio, decide di condannare Adriatici a 12 anni, nonostante la richiesta della Procura di Pavia fosse di 11 anni e 4 mesi.
Se c’è qualcosa di istruttivo in queste due storie, quella di Adriatici e pure quella del poliziotto killer di Rogoredo, è che forse tutta questa difesa non è sempre legittima.
E se c’è un’altra cosa altrettanto istruttiva, è che forse in attesa del referendum per separare le carriere di magistrati inquirenti e requirenti, sarebbe meglio separare la carriera dei giudici da quella dei politici, evitando che questi ultimi emettano sentenze a indagini in corso.
Perlomeno, sarebbe meglio lo facesse Salvini
Perché sul politico si può avere l’opinione che si vuole, ma come giudice proprio non ci siamo.
(da Fanpage)
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