Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
PER L’ACCUSA, NEL 2024, MAURO (PRESTANOME DEI SENESE) E MIRIAM CAROCCIA HANNO INVESTITO AL FINE DI “PERMETTERE AL CLAN DI ACCRESCERE E RAFFORZARE LA SUA POSIZIONE SUL TERRITORIO ATTRAVERSO IL CONTROLLO DI ATTIVITÀ ECONOMICHE” … MA COME È POSSIBILE CHE IL BISTECCHIERE DELMASTRO NON SAPESSE DELLE ATTIVITÀ E DEI RAPPORTI DEI SUOI SOCI?
Mauro e Miriam Caroccia, indagati dalla Procura di Roma nel procedimento sulla società ‘Le 5 Forchette’ di cui è stato azionista anche l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, hanno “trasferito e reinvestito” nella società proventi delle attività illecite del clan di stampo camorristico dei Senese.
È quanto emerge dagli atti dell’indagine della Dda di Roma in cui si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Una attività illecita aggravata dal fatto di averla “commessa al fine di agevolare l’associazione di stampo mafioso” facente capo al gruppo dei Senese.
Secondo l’impianto accusatorio i due indagati, nel dicembre del 2024, hanno ‘investito’ nella Srl al fine di “permettere al clan di accrescere e rafforzare la sua posizione sul territorio attraverso il controllo di attività economiche” e “di reinvestire i capitali illecitamente accumulati nel corso degli anni”.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
AL REFERENDUM HA VINTO IL NO; IL PRESIDENTE DELL’ARS GAETANO GALVAGNO E L’ASSESSORA AL TURISMO ELVIRA AMATA, ENTRAMBI DI FDI, SONO INDAGATI PER CORRUZIONE, E POTREBBERO FINIRE DIMISSIONATI
«Giorgia Meloni, la presidente del Consiglio, mi ha mandato un messaggio molto stizzito a
mezzanotte. La donna più potente del mondo, con tutto quello che sta succedendo, all’estero e in Italia, trova il tempo per infastidirsi e arrabbiarsi con me». Nella fotografia della crisi del centrodestra e della leadership di Giorgia Meloni, si inserisce anche Ismaele La Vardera. Ex giornalista, ex inviato delle Iene, oggi è un deputato di opposizione dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana, leader del movimento Controcorrente.
Qualche ora prima di ricevere la visita su WhatsApp di Meloni, La Vardera aveva pubblicato un video per denunciare la decisione presa venerdì dal Consiglio dei ministri di impugnare la legge regionale siciliana sui ristori per le zone colpite dal ciclone Harry, definendola «una ritorsione» contro il plebiscito a favore del No che ha travolto l’Isola governata dalla destra
Va tenuto in mente perché fa da premessa alla reazione della premier. Che va su tutte le furie e gli scrive in piena notte: «La ritorsione??? (con tre punti interrogativi, ndr), io veramente non ho parole. E ora che faccio mi metto a impugnare le leggi di quasi tutte le regioni? Che modo vergognoso di fare politica. Il cambiamento…».
Per la premier la Sicilia è un problema serio. La Regione guidata da Renato Schifani, Forza Italia, è preda di lacerazioni. L’onda che ha spazzato via la riforma della giustizia e la serenità della coalizione è un campanello d’allarme.
Il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e l’assessora al Turismo Elvira Amata, entrambi di FdI, sono indagati per corruzione, e potrebbero essere i prossimi a finire dimissionati da un ordine di Meloni, come successo al sottosegretario Andrea Delmastro e alla ministra Daniela Santanchè. Il primo dei due è, tra l’altro, come quest’ultima, amico e fedelissimo del cofondatore di FdI, Ignazio La Russa.
Un tentativo di rigenerare l’anima più legalista, che la leader aveva però accantonato nei lunghi mesi della battaglia referendaria, quando ha lasciato tutti al proprio posto, nonostante le inchieste e, in alcuni casi, le condanne.
Per La Russa, che ha provato a difendere inutilmente Santanchè, e che ha un suo personale fortino in Sicilia, sarebbe un ulteriore smacco. Non è neanche certo che il governo di Schifani sopravviverà.
La crisi siciliana potrebbe essere il preludio a un crollo nazionale. Altre volte in passato l’Isola ha funzionato da laboratorio, ha anticipato tendenze, trionfi e sciagure. È successo con l’onda che ha portato il M5S al potere nel 2018. E oggi il No che colora di rosso le province del Sud è per la premier un segnale di emorragia di consenso.
(da La Stampa)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO È STATO FISCHIATO DURANTE UN COMIZIO A GYOR, HA PERSO LE STAFFE ACCUSANDO GLI OPPOSITORI DI ESSERE FILO UCRAINI. E IL GIORNALISTA INVESTIGATIVO UNGHERESE SZABOLCS PANYI È STATO FORMALMENTE ACCUSATO DI ESSERE UNA SPIA AL SOLDO DEGLI UCRAINI
La narrazione della paura, a iniziare da quella dei migranti, ha spinto Viktor Orbán per tre mandati consecutivi alla guida dell’Ungheria. Ma questa volta, a due settimane dal voto che potrebbe segnare la fine di un’era, sembra soprattutto lui ad essere in preda al panico, mentre arranca nei sondaggi dietro al suo rivale, Péter Magyar.
Quando l’altro giorno è stato fischiato a un suo comizio a Gyor, città guidata dall’opposizione, il leader magiaro ha perso le staffe e ha iniziato ad accusare chi gli chiedeva conto della disastrosa situazione economica di promuovere «gli interessi ucraini», di puntare a «un governo filo ucraino» e di voler trasferire «i soldi degli ungheresi in Ucraina». Slogan onnipresenti nella sua campagna elettorale
Ora questi slogan sono stati scagliati come insulti contro quegli ungheresi non allineati. Ci mancava poco e sarebbero stati bollati anche loro come spie, come è accaduto in questi giorni al giornalista investigativo ungherese Szabolcs Panyi, autore dell’inchiesta sui colloqui segreti prima e dopo le riunioni Ue tra il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjártó e il suo omologo russo Sergey Lavrov: Panyi ora è stato formalmente accusato di essere una spia al soldo degli ucraini.
Nell’incalzante conto alla rovescia verso il voto, le elezioni in Ungheria appaiono una spystory dai contorni sempre più foschi, con rivelazioni e contro rivelazioni.
«La storia del “cyberattacco di Stato” sta crollando sotto il suo stesso peso» ha osservato ieri sui social il portavoce del governo Zoltán Kovács.
Il riferimento è all’inchiesta della testata investigativa ungherese Direkt36 che descrive il tentativo dei servizi segreti di Budapest di infiltrarsi nel partito di opposizione Tisza, caso che Magyar ha ribattezzato «Orbán gate». Un agente, identificato come «Henry», avrebbe cercato di reclutare due informatici che lavoravano per Tisza con l’obiettivo di introdursi nel server del partito. Quando i due informatici hanno deciso di smascherare l’agente, sono stati accusati di pedopornografia, ma nulla di compromettente è stato trovato
Ora questa versione è stata ribaltata dal governo, che ha reso pubblici quelli che ha definito elementi declassificati di un briefing sulla sicurezza nazionale: uno degli esperti informatici di Tisza avrebbe «ammesso di essere stato reclutato da agenti ucraini, addestrato all’estero e collegato a reti legate a Zelensky». E così l’«attacco
governativo» si trasforma in «operazione di controspionaggio in difesa dell’interesse nazionale».
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEGLI ESTERI NON SI FIDA DELLA MINORANZA INTERNA DEL SUO PARTITO CHE PREME PER SOSTITUIRE IL CAPOGRUPPO ALLA CAMERA, PAOLO BARELLI, FEDELISSIMO E CONSUOCERO DEL SEGRETARIO… SI VA VERSO UNO STOP AI CONGRESSI REGIONALI DI FORZA ITALIA, PER IMPEDIRE A TAJANI DI BLINDARSI E DI GOVERNARE LA DELICATA FASE DI COMPOSIZIONE DELLE LISTE ELETTORALI
Mercoledì o giovedì, alla fine di una doppia trasferta a Kiev prima e a Belgrado poi, Antonio
Tajani incontrerà Marina Berlusconi. Un faccia a faccia fortemente cercato dal segretario di Forza Italia, per provare a frenare la slavina interna, innescata dalla sconfitta al referendum.
«Se si vuole dare una scossa al partito, concordiamola. Io non posso subirla». Questo il ragionamento che Tajani avrebbe condiviso con i suoi e vorrebbe portare alla figlia del fondatore del partito in quello che auspicherebbe come «un chiarimento definitivo, almeno fino al voto delle Politiche». Non per puntellare sé stesso, giura, ma per salvaguardare il partito.
Tajani non si fida della minoranza interna che da giorni preme per sostituire il capogruppo, fedelissimo e consuocero del segretario, Paolo Barelli, come ha già fatto con Maurizio Gasparri al Senato, dopo aver sollecitato e ottenuto il via libera dalla famiglia Berlusconi. «Se sostituiamo Barelli — il calcolo che Tajani vuole portare all’attenzione di Marina Berlusconi — non si fermeranno, il giorno dopo pretenderanno altro».
E «l’altro» è già emerso: bloccare i congressi regionali il cui iter è stato avviato dal segretario, con circolare formale, a meno di 24 ore dalla batosta elettorale.
Se questa è la strategia di Tajani, sul fronte della minoranza regna una calma apparente. A consigliare prudenza in parte è la paura delle elezioni anticipate, minacciate dalla premier.
Se la sostituzione di Barelli è congelata — «ma non certo abortita», sono sicuri i più attivi —, domani bisogna confermare l’impegno con Gasparri che deve essere eletto presidente della commissione Esteri e difesa.
Si attende uno stop ai congressi, per impedire a Tajani di blindarsi e di governare la delicata fase di composizione delle liste elettorali senza contraddittorio. Ma lo snodo fondamentale è ancora un altro: le nomine nelle aziende pubbliche.
Giovedì infatti si depositano le prime liste dei candidati alla guida di Poste, Eni, Enel, Terna. E Leonardo, su cui sono puntati gli occhi di tutti. E la partita interna alla maggioranza è cominciata da tempo. Per la presidenza al posto di Stefano Pontecorvo, Forza Italia vorrebbe Stefano Cuzzilla: già manager pubblico, sostenuto da Barelli. Fermare la candidatura di Cuzzilla sarebbe un segnale non meno potente della sostituzione del capogruppo.
Se invece Tajani riuscisse a difendere l’indicazione, dimostrerebbe l’autonomia di manovra che rivendica. Autonomia dalla sua minoranza. Ma dalla famiglia non si prescinde. Così Tajani andrà a chiedere di condividere i passi di quel rinnovamento che Marina Berlusconi chiede.
Del resto non è certo l’unico a parlare con i Berlusconi: nei prossimi giorni gli appuntamenti già fissati con la figlia del fondatore sono diversi.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL MONDO REALE SMENTISCE LA NARRAZIONE SOVRANISTA TRA IDENTITA’, PAURA E RIFIUTO DELLA DEMOCRAZIA
Dalle piazze americane ai giovani delle Nazioni Unite, passando per lo stop a Meloni al referendum fino all’Europa: il mondo reale smentisce la narrazione della destra tra identità, paura e rifiuto dei limiti democratici. Da New York, in questi giorni, si ha una percezione molto chiara: il mondo non si sta restringendo, si sta allargando. E lo sta facendo più velocemente di quanto la politica, soprattutto quella europea, riesca a comprenderlo.
Ma c’è anche un altro segnale, ancora più importante. In questi giorni, nell’evento annuale ospitato dalle Nazioni Unite, “Change the World”, che riunisce migliaia di ragazzi provenienti da decine di Paesi per confrontarsi su futuro, diritti, sviluppo e trasformazioni globali, emerge un dato netto: per le nuove generazioni, il mondo rabbioso e identitario è fuori dal tempo.
Così come per le piazze americane di queste ore, figure come Donald Trump non rappresentano una risposta al futuro. Rappresentano una regressione. E lo stesso vale per una destra europea, da Giorgia Meloni a Viktor Orbán, che continua a inseguire una narrazione identitaria mentre il mondo cambia.Perché mentre quella politica continua a incidere sugli equilibri globali, i ventenni guardano in un’altra direzione: convivenza tra identità diverse, apertura, uguaglianza, cooperazione. Esattamente l’opposto della chiusura identitaria che domina il discorso dei nazionalisti.
E nello stesso tempo, le piazze di queste ore, piene e partecipate, attraversate da una mobilitazione civile forte contro le derive autoritarie e in difesa della Costituzione americana, dicono qualcosa di ancora più chiaro. Non è una protesta isolata. È un’onda. Negli Stati Uniti si sono svolte oltre 3000 manifestazioni “No Kings” in più di 3000 città, da New York a Washington, da Chicago a Boston, a Minneapolis
fino ai centri più piccoli. Milioni di persone sono scese in piazza contro l’aumento dei prezzi, i costi della sanità, le tensioni internazionali e contro un’idea di potere sempre più concentrato.
Non è solo quantità. È qualità politica. È una società che si muove per difendere un principio semplice: abbiamo una Costituzione, non un re. Ed è impossibile, stando qui, non cogliere anche un altro elemento. Questa non è rabbia. È consapevolezza. Non è chiusura. È richiesta di democrazia. E mentre negli Stati Uniti prende forma una mobilitazione di dimensioni quasi storiche, anche in Europa qualcosa si muove. Sabato a Roma è andata in scena una protesta partecipata, che segnala come in Italia esista una domanda di alternativa, di diritti, di giustizia sociale.
Due contesti diversi, certo. Ma un filo comune molto evidente. Da una parte milioni di persone negli Stati Uniti che si oppongono a una deriva autoritaria e nazionalista. Dall’altra una società europea che, pur con numeri e forme diverse, torna a mobilitarsi. È il segno che qualcosa si è rimesso in movimento. E che, nonostante il racconto della destra, non è vero che il mondo chiede più chiusura e più potere senza limiti: sta chiedendo esattamente il contrario.
Qui non c’è traccia di quell’Occidente compatto, omogeneo, quasi assediato evocato da molti leader nazionalisti. C’è, al contrario, un mondo aperto, competitivo, interdipendente, attraversato da trasformazioni profonde: tecnologiche, demografiche, sociali. Il punto è semplice, ma decisivo: non è il mondo che non regge più. È la loro idea di mondo che non regge più. Perché i problemi reali delle società occidentali non hanno nulla a che fare con la difesa di un’identità astratta. Riguardano la vita quotidiana delle persone: salari che non crescono, lavoro che cambia e si precarizza, costo della vita, accesso alla casa, qualità dei servizi pubblici, sanità, scuola, tempo di vita, sicurezza sociale.
E dentro queste trasformazioni si è affermato un altro fattore decisivo: il capitalismo digitale e l’accelerazione prodotta dall’intelligenza artificiale, che stanno comprimendo tempi, cambiando il lavoro, concentrando potere economico e ridefinendo gli equilibri sociali con una velocità senza precedenti. Eppure, di fronte a tutto questo, la destra continua a spostare il terreno dello scontro. Non parla di salari, parla di identità. Non affronta il lavoro, evoca la nazione. Non costruisce soluzioni, costruisce nemici. È un meccanismo noto: trasformare l’insicurezza materiale in paura culturale. Funziona sul piano del consenso, ma non nella realtà.
Negli Stati Uniti questa deriva è ormai esplicita. Ma non è inevitabile. Le piazze e le nuove generazioni lo dimostrano. E sarebbe un errore pensare che tutto questo resti lì. Anche in Italia, la destra al governo si muove nella stessa direzione. Evoca continuamente l’Occidente, la civiltà, le radici, ma quando si tratta di affrontare i nodi veri come salari, produttività, lavoro povero, sanità pubblica, scuola, politiche industriali, ricerca, il vuoto di proposta è evidente.
E soprattutto emerge una contraddizione che non può più essere nascosta: si parla di sovranità nazionale, ma si blocca sistematicamente il rafforzamento dell’Europa. Si difende il diritto di veto, si rallentano le decisioni comuni, si indeboliscono gli strumenti che potrebbero davvero proteggere cittadini e imprese. È una politica che rivendica forza, ma produce impotenza. Nel frattempo, il mondo si muove. E chi resta fermo non difende il proprio spazio: lo perde. C’è poi un elemento più profondo, meno visibile ma ancora più preoccupante: il tentativo di costruire una giustificazione culturale del potere senza limiti.
Figure come Peter Thiel non sono un’anomalia marginale. Rappresentano una regressione precisa: l’idea che il problema non sia il potere che si concentra, ma chi prova a limitarlo. È una torsione che va presa sul serio. Perché qui non siamo davanti a una semplice provocazione intellettuale, ma a una vera e propria deriva teologico politica del tecnopotere: l’uso di categorie religiose assolute per delegittimare la regolazione democratica e sottrarre il potere tecnologico a ogni forma di controllo pubblico. È il tentativo di dare una base ideologica e perfino “razionale” a un mondo in cui il potere non deve più essere limitato, ma liberato.
Ma questa visione non regge. Nessuno dei grandi rischi contemporanei, dall’intelligenza artificiale al cambiamento climatico, è affrontabile senza regole, senza standard condivisi, senza coordinamento internazionale. Negarlo non è anticonformismo. È negazione della realtà. Ed è qui che il quadro si ricompone. Da una parte il nazionalismo politico mobilita paura e identità.
Dall’altra, una parte delle élite tecnologiche delegittima ogni limite democratico.
Il risultato è una combinazione nuova e pericolosa: identità senza pluralismo, tecnologia senza regole, potere senza limite. E questo riguarda anche noi. Perché è legittimo chiedersi anche in Italia quale sia il livello reale di interlocuzione tra queste visioni e alcune aree della destra nazionalista. Su questo serve chiarezza. Non per alimentare polemiche, ma perché quando si mette in discussione il
principio stesso del limite democratico non siamo più nel terreno del confronto politico ordinario: siamo davanti a una questione che riguarda la qualità della nostra democrazia.
La verità è che la protezione che viene promessa non arriva. Arriva invece più fragilità, più isolamento, meno capacità di incidere. Ed è qui che si apre la vera sfida. Non si tratta di difendere un’idea astratta di Occidente, ma di costruire una proposta credibile per il presente. Perché il mondo è già aperto. La domanda è se la politica vive questa apertura e la interpreta o se continua a negarla. La destra ha scelto la seconda strada. Le nuove generazioni e le piazze di questi giorni indicano con chiarezza la prima.
(da Fanpage)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
SERVIVA IMPEDIRE LA CELEBRAZIONE DI UNA MESSA PER CONVOCARE L’AMBASCIATORE ISRAELIANO, NON UN GENOCIDIO
Serviva impedire la celebrazione di una messa per convocare l’ambasciatore israeliano. Non
un genocidio, non decenni di apartheid, il bombardamento costante di altri Paesi o gli attacchi alle basi Unifil con il personale italiano. Nemmeno il sequestro di parlamentari e cittadini italiani in acque internazionali.
La decisione di non permettere al Patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa, di presiedere alla messa in vista della Santa Pasqua, ufficialmente per questioni di sicurezza, è un segnale grave di un’ostilità che non colpisce più solo i palestinesi, ma tutti coloro che sostengono la popolazione e denunciano il massacro in corso, esattamente come fatto dallo stesso Pizzaballa e da padre Romanelli durante l’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza.
Eppure, questa è la reazione di Giorgia Meloni, rimasta in silenzio davanti al genocidio, così come il Ministro degli Esteri. Quest’ultimo, proprio mentre la Sumud Flotilla con decine di attivisti italiani si dirigeva verso Gaza, dichiarò che il diritto internazionale vale fino a un certo punto: quel punto coincideva con l’azione di Israele nel sequestrare i nostri concittadini in acque internazionali per trasferirli e arrestarli in territorio israeliano.
Oggi comprendiamo che quel limite è molto chiaro: impedire lo svolgimento di una funzione religiosa conta più di decine di migliaia di vite spezzate dalle bombe, dalla fame e dalla sete imposte dal governo Netanyahu o dagli assalti dei coloni contro i palestinesi, cristiani e musulmani. In Cisgiordania le comunità cristiane sono numerose e sempre più spesso subiscono attacchi nel silenzio totale. In quel contesto, l’indifferenza verso i palestinesi prevale sulla necessità di apparire “buoni cristiani”.
Non è un caso che Israele abbia vietato proprio a Pizzaballa l’accesso al Santo Sepolcro: il motivo ufficiale è per questioni di sicurezza, quello reale è perché ha denunciato i crimini israeliani.
L’obiettivo della destra italiana sembra essere la difesa di valori cristiani di facciata. Si potrebbe citare la retorica sulla famiglia tradizionale, punto cardine per Meloni e Salvini, nonostante le loro storie personali vadano in direzione opposta. Ma soprattutto emerge l’assenza della solidarietà, pilastro del cristianesimo di cui non vi è traccia nella loro azione politica quotidiana.
(da Fanpage)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO ALESSANDRO GIULI, PRESIDENTE DEL MUSEO, FU CHIAMATO AL MINISTERO DELLA CULTURA, DOCIMO FU INDICATA ALLA REGGENZA, MA FU TRAVOLTA DALLE POLEMICHE E FECE UN PASSO INDIETRO. ORA, GIULI L’HA “RICOLLOCATA”
Nel magico mondo della cultura targato Fratelli d’Italia, che al ministero del Collegio romano ci sia Gennaro Sangiuliano o Alessandro Giuli, la logica per assegnare le nomine non cambia.
Il caso di Raffaella Docimo è significativo. Lei, stimata odontoiatra e docente universitaria napoletana, è amica da sempre di Sangiuliano, che ha spinto per la candidatura alle Europee del 2024 nelle liste Fratelli d’Italia. La docente non è stata eletta, ma intanto è andata, nominata da Gennaro, del cda della Fondazione Maxxi di Roma,
Quando Sangiuliano si è dimesso, Giuli, presidente del Maxxi, ha preso il suo posto.
Docimo, in quanto consigliera anziana del cda della Fondazione, è stata indicata a quel punto alla reggenza, con possibilità di restare al timone per un po’.
Ma le polemiche sono state travolgenti: che ci fa una specialista in odontoiatria alla guida del Museo nazionale delle Arti? Allora è arrivato il passo indietro. Ma Giuli non dimentica gli amici: poche settimane fa, nella grande infornata di nomine raccontata da Domani nella Cultura, ha inserito Docimo nel cda del Museo archeologico nazionale di Napoli (Mann). E pazienza se ci sono sospetti di nomine politiche: alla Camera, il sottosegretario Mazzi ha difeso le indicazioni di Giuli, rispondendo a un question time del Pd.
(da Domani)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DELLA CULTURA SCALPITA PER UN POSTO IN PARLAMENTO ALLA PROSSIMA LEGISLATURA: SE CI DOVESSERO ESSERE ELEZIONI ANTICIPATE, È PRONTO SUBITO PER CORRERE PER UN SEGGIO A PALAZZO MADAMA
Il Consiglio regionale in Campania come una collocazione a tempo per continuare a
frequentare i palazzi della politica e delle istituzioni. Ma l’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, già scalpita per un posto in Parlamento alla prossima legislatura.
Se ci dovessero essere elezioni anticipate, è pronto subito per correre al Senato. Altrimenti attenderà il 2027 come da calendario. Da senatore e volto mediatico di Fratelli d’Italia, vista la capacità di fronte alle telecamere. Intanto è meglio muoversi in anticipo: a via della Scrofa ci sarà la fila per una candidatura.
A Domani hanno confermato l’accordo fatto con i vertici di FdI (che hanno molto apprezzato la lealtà dell’ex ministro della Cultura dopo le dimissioni): il giornalista-politico, dopo aver perso l’occasione di sogno di correre per la presidenza della Campania (era troppo fresca la scottatura del caso Boccia), potrà avere di nuovo una ribalta nazionale.
Insomma, vedi Napoli, ma pensi a Roma. Almeno in politica.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
LE SPESE PER L’AGGRESSIONE ALL’UCRAINA FANNO TREMARE IL CREMLINO… IN 4 ANNI E’ COSTATO 500 MILIARDI DI DOLLARI IN SPESE DIRETTE
Vladimir Putin ha chiesto ai principali oligarchi russi di sostenere direttamente le finanze statali, nel tentativo di arginare le difficoltà di bilancio legate al protrarsi della guerra in Ucraina. Lo riferisce il Financial Times, secondo cui il presidente russo si sarebbe rivolto personalmente a un gruppo ristretto di grandi imprenditori. Questa mossa, fa notare il quotidiano britannico, rappresenta un passaggio inedito rispetto ai precedenti tentativi di raccogliere risorse dal settore privato e sembra confermare la volontà del Cremlino di proseguire il conflitto fino al raggiungimento di tutti gli obiettivi militari, nonostante le crescenti pressioni economiche.
I negoziati falliti e lo stallo sul Donbass
Secondo due fonti consultate dal Financial Times, Mosca intende continuare le operazioni fino al controllo completo delle aree del Donbass orientale ancora fuori dal proprio controllo. Una linea che si è irrigidita dopo il fallimento dei recenti colloqui mediati dagli Stati Uniti, durante i quali Kiev ha respinto l’ipotesi di un ritiro unilaterale dalla regione. Putin avrebbe inizialmente valutato un compromesso, come la creazione di una zona demilitarizzata o a statuto speciale nel Donbass, ma l’ipotesi è stata accantonata dopo il rifiuto ucraino.
Le mosse del Cremlino per reggere i costi della guerra
Negli ultimi mesi, il governo russo ha già introdotto diverse misure per aumentare le entrate: dall’aumento dell’Iva al 22% alla tassa straordinaria sugli extraprofitti delle grandi aziende. Il ministro dell’Economia, Maxim Reshetnikov, ha lasciato intendere che nuove imposte potrebbero arrivare in caso di ulteriore indebolimento del rublo. Nel frattempo, la spesa per la difesa continua a crescere, con un aumento del 42% nell’ultimo anno. Il deficit accumulato nei primi mesi dell’anno avrebbe già superato il 90% di quanto previsto per l’intero 2026, anche a causa delle sanzioni che costringono Mosca a vendere il petrolio a prezzi scontati.
Quanto costa alla Russia la guerra in Ucraina
In poco più di quattro anni, la cosiddetta «operazione speciale» in Ucraina ha divorato più di 500 miliardi di dollari in spese dirette, mentre oggi il suo costo giornaliero è di oltre 500 milioni di dollari. Nel bilancio di previsione per il 2026, la Russia ha destinato 217 miliardi di dollari alla difesa, pari al 38% della spesa pubblica totale. Le assunzioni del documento finanziario si basavano su un prezzo del petrolio pari a 59 dollari al barile. Ma ora che il Medio Oriente è ripiombato nel caos e lo stretto di Hormuz è ancora ostaggio dei pasdaran, l’aumento dei prezzi dell’energia regala di fatto al Cremlino guadagni aggiuntivi per quasi 200 milioni di dollari al giorno.
La conferma (a metà) del Cremlino
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che il tema dei contributi è stato discusso da Putin e dagli oligarchi, ma ha negato che le eventuali donazioni siano destinate direttamente allo sforzo bellico. Alcuni partecipanti avrebbero comunque definito «doveroso» restituire allo Stato parte delle ricchezze accumulate negli anni Novanta.
(da agenzie)
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