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SONDAGGIO YOUTREND PER SKYTG24: CALA LA FIDUCIA NEL GOVERNO,CAMPO LARGO AVANTI DI QUATTRO PUNTI ANCHE SE IL PD E’ IN DISCESA. SE VANNACCI ENTRA IN COALIZIONE IL CENTRODESTRA PERDE QUASI DUE MILIONI DI VOTI

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

PRIMARIE: SCHLEIN DAVANTI A CONTE CON AMPIO MARGINE, SILVIA SALIS SEMPRE CON ALTA PERCENTUALE… GLI ELETTORI DEL CAMPO LARGO IN MAGGIORANZA CONTRARI ALE PRIMARIE

Fratelli d’Italia è stabile al 26,5%, mentre il Partito Democratico scende al 21,1% (-1,1%). Futuro Nazionale sale all’8,1% (+0,2%) e si conferma davanti a Forza Italia, al 7,3% (+0,2%). Il Movimento 5 Stelle cresce al 13,2% (+0,6%). La Lega recupera al 5,1% (+0,7%), Alleanza Verdi-Sinistra è al 5,9% (+0,1%), Italia Viva al 2,2% (-0,2%), mentre +Europa è stabile all’1,6%, Noi Moderati all’1,0% (+0,1%).
Sono i dati dell’ultimo sondaggio YouTrend per SkyTG24* sulle intenzioni di voto degli italiani che fotografano l’altalena dei partiti, rispetto alla precedente misurazione del 4 settembre.
Quanto valgono centrodestra e campo largo
Quanto vale la maggioranza in questo scenario? Stando alla rilevazione il blocco di governo (FdI, FI, Lega, NM) si colloca al 39,9%. Se includiamo Roberto Vannacci, l’alleanza salirebbe al 48%. L’area giallorossa (PD, M5S, AVS) si attesta al 40,2%, che sale al 44,0% includendo Italia Viva e +Europa. Nell’area centrista Azione scende al 3,4% (-0,5%) e Italia Viva al 2,2% (-0,2%), mentre +Europa è stabile all’1,6%. Il Partito Liberaldemocratico è all’1,1% (-0,2%) e Ora! stabile all’1,1%. L’area degli astenuti e indecisi è al 34,1% (+0,5%).
Centrodestra, più di uno su due favorevole all’ingresso di Vannacci
Interessante l’approfondimento sugli elettori di centrodestra a cui è stato chiesto se fossero favorevoli all’ingresso di Vannacci nella coalizione. Ebbene il 51% ha risposto positivamente, contrari il 31% mentre il 18% non si sbilancia.
Nel dettaglio il 59% degli elettori di FdI è favorevole all’idea di allargare il centrodestra a Vannacci (i contrari sono il 29% e il 12% non sa), lo è il 56% di quelli di Futuro Nazionale (mentre i contrari sono il 28% e il 16% non sa), mentre fra gli elettori di FI, Lega e Nm prevalgono i contrari (40%, contro il 30% di favorevoli e il 30% di indecisi), pur con una base campionaria ridotta.
Dei contrari – secondo la rilevazione – il 18% confermerebbe comunque il proprio voto, mentre il 13% cambierebbe voto o si asterrebbe. La quota di chi cambierebbe voto o si asterrebbe è del 12% fra gli elettori di FdI, e sale al 18% fra quelli di Lega, Forza Italia e Noi Moderati, dove una parte rilevante dell’elettorato si mostra contraria all’alleanza.
Si tratta – secondo l’istituto – di circa 1,8 milioni di elettori che potrebbero spostarsi soprattutto verso l’astensione in caso di alleanza allargata a FnV. I potenziali elettori di FN sono soprattutto uomini (11,9% contro il 3,9% fra le donne) e giovani (13,2%).
Elly Schlein favorita come candidata premier del campo largo
Vediamo invece quali sono i movimenti nel campo largo. Elly Schlein è favorita come possibile candidata premier per il centrosinistra, seguita da Giuseppe Conte e dalla sindaca di Genova Silvia Salis, sia ipotizzando uno scenario di alta affluenza (61% di votanti tra elettori Pd, Avs e M5s), che di bassa affluenza (34%) alle primarie. Nel primo caso, la leader Dem otterrebbe circa il 31% dei voti, Conte il 27% e Salis il 17%. Nello scenario di bassa affluenza Schlein è al 38,6%, Conte al 22,3% e Salis al 20,7%.
Fra gli elettori del PD, Elly Schlein raccoglie il 55% delle preferenze, mentre fra quelli del M5S Giuseppe Conte è scelto in modo quasi plebiscitario (95%).
Nell’area centrista Silvia Salis è la candidata più votata con il 49%, davanti all’insieme degli altri candidati (51%).
Fra gli elettori di Pd, Avs, MoVimento Cinque Stelle e dell’area centrista, il 41% vorrebbe che il candidato premier fosse il leader del partito più votato alle politiche, il 26% preferirebbe le primarie e il 25% un accordo fra i leader. L’8% non si esprime.
I giudizi sul governo
In calo del 3% – rispetto all’ultima rilevazione del 4 settembre – i giudizi positivi sul governo Meloni che si attestano al 33%, quelli negativi restano al 59% e gli indecisi salgono all’8% (+3%). Il saldo negativo si allarga di 26 punti. Fra gli elettori di centrodestra – secondo la rilevazione – l’apprezzamento è all’82% (93% fra quelli FdI), nel campo largo i giudizi negativi raggiungono il 90%. Tiepidi gli elettori di Futuro Nazionale, divisi fra 54% di positivi e 46% di negativi. Nell’area centrista i negativi sono al 77%.
Bollo auto manovra elettorale per il 58%
Nello specifico: cosa pensano gli italiani della cancellazione del bollo per le auto sotto gli 80 Kw? Il 33% la considera una misura positiva, che aiuta concretamente le famiglie in difficoltà, mentre il 58% la giudica negativamente, come un modo per raccogliere facile consenso in vista delle elezioni politiche. Il 9% non si esprime. Nel centrodestra la quota dei favorevoli sale al 71%. Nel Campo Largo la norma è bocciata dal 91%, con punte del 95% fra gli elettori Pd.
Un italiano su due vuole fermare l’invio di armi all’Ucraina
Un capitolo del sondaggio di YouTrend riguarda la guerra in Ucraina. Il 34% degli italiani ritiene che l’Italia dovrebbe smettere di inviare armi e finanziamenti all’Ucraina assumendo una posizione neutrale (-4% rispetto a dicembre 2025), il 16% vorrebbe fermare le armi mantenendo il sostegno economico (-1%), il 24% continuare a inviare armi senza truppe (-2%) e il 6% aumentare il sostegno militare anche con l’invio di truppe (-1%). Probabilmente grazie alla minore centralità del tema nel dibattito, crescono di 8 punti gli indecisi, al 20%. Complessivamente, aggregando le opzioni, il 50% vorrebbe interrompere l’invio di armi, contro il 30% favorevole a proseguire il sostegno militare. Il centrodestra è diviso, con il 33% a favore del sostegno militare, il 44% per lo stop alle armi e il 23% di indecisi; anche nel Campo Largo il quadro è frammentato (43% contro 46%). Il fronte della neutralità è nettamente prevalente fra gli elettori di Futuro Nazionale (80%, contro il 31% del resto del centrodestra) e del M5S (65%). Prevale invece l’invio di armi senza truppe tra gli elettori PD (49%) e dell’area centrista (53%).

(da agenzie)

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“LA MAGGIORANZA HA FATTO RIFORME QUASI INUTILI PERCHÉ NON SI POSSONO APPLICARE”: IL PROCURATORE CAPO DI NAPOLI, NICOLA GRATTERI, A “OTTO E MEZZO” APPARE COME IL PIU’ ACERRIMO AVVERSARIO DEL CENTRODESTRA. “CHI GESTISCE IL POTERE, NON VUOLE ESSERE CONTROLLATO. ABBIAMO VISTO ATTACCHI NEI CONFRONTI DELLA MAGISTRATURA OGNI VOLTA CHE LE RIFORME DELLA MAGGIORANZA NON VENIVANO APPLICATE SECONDO LA LORO VISIONE”

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

“IMMIGRAZIONE E ISLAMIZZAZIONE NON SONO VERE EMERGENZE. SE NON CI FOSSERO, LE FABBRICHE ITALIANE SI FERMEREBBERO. NON FACCIO LA DIFFERENZA TRA ITALIANO O STRANIERO, MA TRA CHI COMMETTE REATI OPPURE NO”

“Chi gestisce il potere non vuole essere controllato. Abbiamo visto attacchi nei confronti della magistratura ogni volta che le riforme della maggioranza non venivano applicate secondo la loro visione.
Il problema è che hanno fatto riforme quasi inutili, pensiamo ai decreti sicurezza, che non possono ottenere risultati perché non riguardano norme del codice di procedura penale.
Il giudice applica le leggi che fa la maggioranza, che poi non se la può prendere con i magistrati”. Così il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri a Otto e mezzo su La7.
“La sconfitta del referendum – ha affermato Gratteri – è dovuta al fatto che abbiamo avuto la forza e l’energia di andare ovunque per spiegare agli italiani l’inutilità di quella legge”.(Lav/Adnkronos)
Giustizia: Gratteri, ‘non faccio la differenza tra italiano o straniero ma tra chi commette reati oppure no’
“Immigrazione e islamizzazione non sono vere emergenze. Se non ci fossero, le fabbriche italiane si fermerebbero perché nei decenni precedenti non si è dato ai giovani italiani la possibilità di sposarsi e fare figli; forse al posto del bonus 110 andavano costruite case popolari e asili nido. Non faccio la differenza tra italiano o straniero, ma tra chi commette reati oppure no”.
Lo ha detto il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri a Otto e mezzo su La7. “Se creo un sistema giudiziario forte e serio, senza perdere tempo con decreti legge, con il coraggio e la libertà di cambiare il codice penale, il codice di procedura penale e l’ordinamento penitenziario nel rispetto della Costituzione, non ho bisogno di fare altro”, ha concluso Gratteri

(da agenzie)

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41 MILIARDI BUTTATI NEL CESSO. LE PENSIONI HANNO FATTO ESPLODERE I CONTI PUBBLICI. QUOTA 100, LA MISURA VOLUTA DA SALVINI E APPROVATA DURANTE IL GOVERNO CONTE-1, E ALTRI STRUMENTI PREVIDENZIALI CHE HANNO PERMESSO DI ANDARE IN PENSIONE IN ANTICIPO SONO COSTATI ALLO STATO 41,3 MILIARDI DI EURO (IL VALORE DI DUE MANOVRE)

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

LO RILEVA LA RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO IN UN REPORT SULLE TENDENZE DEL SISTEMA PENSIONISTICO TRA IL 2019 E IL 2025 – LO SCORSO ANNO SONO STATE EROGATE 214 MILA PENSIONI ANTICIPATE

“Le misure di flessibilità nell’accesso al pensionamento introdotte dal decreto-legge n. 4 del 2019 e relative proroghe hanno comportato nel periodo 2019-2025 circa 41,3 miliardi di euro di complessivi oneri”.
Lo scrive la Ragioneria generale dello Stato nel Report “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario”, spiegando che nel complesso la possibilità di uscire con 62 anni di età e 38 di contributi (Quota 100), poi con 64 anni di età e 38 di contributi (Quota 102) e poi con 62 anni di età e 41 di contributi (Quota 103), insieme a Opzione donna e al blocco dell’adeguamento dei requisiti contributivi alla speranza di vita per chi andava in pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi sono costati nel cumulato 2019-2025 41.286.337.226 euro.
Dalla tabella pubblicata dalla Ragioneria emerge che nel complesso per le quote e il blocco degli adeguamenti alla speranza di vita per chi è andato in pensione avendo raggiunto 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne) sono stati spesi poco più di 36 miliardi mentre per Opzione donna introdotta nel decreto del 2019 e successive proroghe sono stati spesi nei sette anni circa 5,27 miliardi.
Guardando al complesso delle misure gli anni nei quali si è speso di più sono stati il 2021 con quasi 7,7 miliardi e il 2022 con oltre 8,1.
Tra il 2019 e il 2021, anni nei quali si poteva andare in pensione anticipata con 62 anni di età e 38 di contributi si sono superate le 330mila unità annue per le pensioni liquidate prima dell’età di vecchiaia (comprensive di quelle liquidate solo grazie ai contributi) con numeri molto superiori a quelle delle uscite con la vecchiaia (nel 2019 sono state solo 118mila, circa 200mila nei due anni successivi).
La tendenza si è invertita negli anni successivi e nel 2025 ci sono state 214mila pensioni anticipate (61,8 anni l’età media alla decorrenza) e 266.379 pensioni di vecchiaia (67,4 anni l’età media alla decorrenza).

(da agenzie)

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MELONI HA UN’OSSESSIONE: IL COLLE. DIETRO ALL’ATTACCO SCONSIDERATO A MATTARELLA, SUL TEMA DEGLI ALUNNI STRANIERI A SCUOLA, C’È ANCHE IL TIMORE DELLA MELONI CHE SALTI IL SUO PIANO PER ELEGGERE UN PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SOVRANISTA NEL 2029

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

LA RICOSTRUZIONE DI “DOMANI”: “LA PREMIER METTE IN CONTO UNA SCONFITTA ALLE PROSSIME POLITICHE MA HA UN’IDEA PER IL DOPO, CONVINTA CHE ‘TANTO SCHLEIN E CONTE NON REGGONO’ FINO AL FEBBRAIO 2029, CIOÈ ALL’ELEZIONE DEL NUOVO INQUILINO DEL QUIRINALE. E QUI CHE MELONI PENSA DI METTERE INSIEME UNA MAGGIORANZA DI DESTRA, CON VANNACCI, PER ELEGGERE UN PROPRIO UOMO AL COLLE. O UNA DONNA. PERÒ IL SUO GRANDE SOSPETTO È CHE MATTARELLA FACCIA UNA MOSSA CHE FA SALTARE IL SUO SOGNO: SI DIMETTA PRIMA DELLA FINE DEL MANDATO”

C’è una ragione se Giorgia Meloni ha deciso di attaccare Sergio Mattarella direttamente, tirandolo in ballo per una presunta contraddizione legata a una circolare del 1990 emanata da ministro dell’Istruzione, in cui auspicava «ove possibile» di raggruppare alunni dello stesso gruppo linguistico senza superare i cinque per classe, provando a dipingerlo come padre di un decreto d’urgenza per imporre un tetto al numero di studenti stranieri per classe.
Anzi ci sono due ragioni. La prima è contingente, ha a che vedere con la legge elettorale che sta per arrivare alla firma del Colle. Proprio grazie alla collaborazione degli uffici del Quirinale, dal testo originale sono stati espunti o attenuati i punti di palese incostituzionalità.
Meloni però non si fida, quindi lancia un avviso: il presidente è uomo di centrosinistra, se mai dovesse eccepire sul Melonellum sarà crocifisso alla sua origine politica. Dunque delegittimato.
La seconda ragione è più profonda. Meloni, alla vigilia del voto finale su una legge elettorale per sé autolesionista, fa i conti con la possibile sconfitta alle politiche. Ma ha un’idea per il dopo: è convinta che «tanto quelli non reggono». Lo dice in conversari privati: «Non reggono».
Cioè il governo di centrosinistra, sostiene, cadrà presto per il dualismo Schlein-Conte, chiunque dei due sia il premier (lei crede che sarà Schlein). Non durerà neanche fino a febbraio 2029, cioè all’elezione del nuovo inquilino del Colle. E qui che Meloni pensa di tornare a giocare la sua partita: mettendo insieme una maggioranza di destra, con Futuro nazionale, per eleggere un proprio uomo al Colle. O una donna.
Rompere dunque «il grande tabù», come lo ha definito lei stessa lo scorso giugno, «Avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra». E perché non lei, che dal gennaio 2027 avrà l’età per fare la (o il) capo dello Stato? Ora però il suo grande timore, e dunque sospetto, è che Mattarella faccia una mossa che fa saltare il suo sogno: si dimetta prima della fine del mandato, cioè prima che il centrosinistra si spappoli.
In questi quattro anni di governo, quello fra Palazzo Chigi e Colle è stato un rapporto tormentato. Il Quirinale è stato, nell’idea di Meloni, una zona a rischio nel cuore di Roma. A Palazzo Chigi lo chiamano «lassù». «Lassù» siede il garante della Costituzione, uno di cui diffidare sempre.
Se avesse il principio di realtà, la premier si renderebbe conto che Mattarella nel tempo, per dottrina e pratica, ha sempre tenuto una posizione «terza», rifiutato l’idea della «coabitazione», evitando di fare il controcanto al governo arrivando a respingere ogni tentativo delle opposizioni di «tirargli la giacca» (fino, spesso, a deluderle).
I suoi consiglieri hanno “salvato” tante volte l’esecutivo da sicure trappole, intrattenendo con Palazzo Chigi un rapporto di collaborazione leale, che le continue forzature dell’esecutivo hanno trasformato in un filo diretto quotidiano e preventivo. Fino alla legge elettorale, e all’ultimo decreto in vista. Certo, in questi anni Mattarella ha sempre tenuto il punto della Carta – è il suo ruolo – con la sua pedagogia costituzionale (ogni discorso ispirato a uno o più articoli).
Gli esempi sono molti, a partire dall’inizio. Mentre Meloni si schierava con Trump, lui ricordava il riaffacciarsi di una «riedizione della cosiddetta “dottrina” di James Monroe», la politica di potenza degli Usa. Quando gli sgherri del tycoon attaccavano l’Europa, e lei dava loro ragione, lui parlava di «ingiustificata aggressione all’Ue».
Quando lei sbeffeggiava Altiero Spinelli, lui definiva i padri dell’Europa «statisti lungimiranti e coraggiosi». Quando lei non riusciva a pronunciare parole decenti sul 25 aprile, lui ricordava che «è sempre tempo di Resistenza, perché sono sempre attuali i valori che l’hanno ispirata». Quando lei faceva l’elogio del nazionalismo, lui ne parlava come di «un virus insidioso».
Nella decisione di Meloni di rompere qualsiasi decenza istituzionale e invischiare il Colle nella dialettica politica sull’inguardabile decreto-tetti c’è di più: più della rincorsa di Vannacci, più del lancio di una campagna senza freni inibitori, più del nervosismo sulla legge elettorale e sul disastro dei numeri dell’Italia alla vigilia della legge di bilancio.
Dopo la sconfitta del premierato e quella del referendum, quello che chiude la vena alla premier è l’aver intravisto all’orizzonte la vera “Grande sconfitta”: quella della mancata conquista del Colle, che pensa come al capolavoro di una vita, dopo un passaggio incolore a Palazzo Chigi.
Fin qui non è riuscito agli eredi di Almirante. Oggi Meloni misura le probabilità che non riesca neanche a lei. E proprio mentre in tutto il resto del mondo la destra radicale avanza.

(da Dagoreport)

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“L’INTERNAZIONALE NERA HA USATO I SOCIAL NETWORK PER COLONIZZARE LA DESTRA EUROPEA E FRATELLI D’ITALIA ” – L’INVIATO DI “REPORT” GIORGIO MOTTOLA SOSTIENE CHE MELONI E ALTRI LEADER DELL’ESTREMA DESTRA EUROPEA COME MARINE LE PEN E SANTIAGO ABASCAL SIANO DIVENTATI MEGAFONI DI SLOGAN COSTRUITI ALTROVE, TRA STATI UNITI E RUSSIA

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL RUOLO DI STEVE BANNON NELLA COSTRUZIONE DELLA RETE INTERNAZIONALE E I FINANZIAMENTI DI MOSCA – LA SCOMPARSA DELLA DESTRA MODERATA – LA “GUERRA CULTURALE” VA DALLA DENUNCIA DELLE ÉLITE GLOBALISTE ALLE BATTAGLIE CONTRO L’IMMIGRAZIONE, FINO AD AGITARE LO SPETTRO DELLA SOSTITUZIONE ETNICA; DALLA DIFESA DELLA FAMIGLIA TRADIZIONALE ALL’ATTACCO DEI DIRITTI CIVILI E DELLA COSIDDETTA “IDEOLOGIA GENDER”

Sinossi del libro “L’Internazionale nera. L’assalto della nuova destra al cuore dell’Occidente” di Giorgio Mottola per Feltrinelli Editore:
Mentre siamo impegnati a districare il gomitolo nero del fascismo, alla ricerca della prova defi nitiva di un collegamento diretto tra il Ventennio e Giorgia Meloni, non ci accorgiamo che la nuova destra radicale è molto più pericolosa.
E non è un fenomeno nazionale, ma una rete internazionale che unisce leader politici, think tank, fondazioni ultraconservatrici, lobby religiose e colossi tecnologici.
Un sistema di relazioni che attraversa Stati Uniti, Europa e Russia e che mina la democrazia liberale dall’interno, indirizzandola pericolosamente verso l’autocrazia.
L’Internazionale nera racconta come è nata e come funziona questa infrastruttura di potere, che sta portando avanti una vera e propria guerra culturale: dalla denuncia delle élite globaliste alle battaglie contro l’immigrazione, fino ad agitare lo spettro della sostituzione etnica; dalla difesa della famiglia tradizionale all’attacco dei diritti civili e della cosiddetta “ideologia gender”.
Al centro di questa storia c’è anche l’Italia. L’ascesa di Giorgia Meloni non è solo la vicenda di una leader nazionale, ma il risultato di una trasformazione politica che ha ridefinito la destra occidentale nell’ultimo decennio.
Attraverso una rete di alleanze europee e transatlantiche, Fratelli d’Italia si è inserito in un movimento mondiale che condivide parole d’ordine e obiettivi politici. Attraverso interviste ai principali protagonisti di questa rete internazionale, Giorgio Mottola ricostruisce per la prima volta l’ideologia e i volti di questa nuova destra internazionale: un mondo che rivela una sorprendente coerenza strategica, mettendo da tempo l’Italia nel mirino.

(da agenzie)

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IL TRIBUNALE DI MILANO HA RITENUTO DISCRIMINATORIO UN BANDO DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE PER L’ASSUNZIONE DI 622 PERSONE RIVOLTO SOLTANTO A CHI HA LA CITTADINANZA ITALIANA. L’ANNUNCIO DI LAVORO ESCLUDEVA QUINDI SIA I CITTADINI EUROPEI CHE QUELLI EXTRACOMUNITARI

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

I MAGISTRATI HANNO ACCOLTO IL RICORSO PRESENTATO DA DIVERSE ASSOCIAZIONI. L’AGENZIA DELLE ENTRATE ORA DOVRA’ MODIFICARE IL BANDO DI SELEZIONE

Il Tribunale di Milano ha dichiarato “il carattere discriminatorio” di un bando del 15 maggio dell’Agenzia delle Entrate per l’assunzione di 622 persone nell’area assistenti, in particolare rivolto a persone con disabilità, “nella parte in cui ha previsto per la partecipazione alla selezione il requisito della cittadinanza italiana” e non anche di “tutti i cittadini europei” e di “cittadini di Paesi extra Ue aventi uno dei titoli di soggiorno” previsti.
In particolare, il giudice della Sezione lavoro, Luigi Pazienza, ha accolto il ricorso presentato da varie associazioni, tra cui Apn, Asgi, Cgil Lombardia e Ledha. La questione, spiega l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), “nasceva dal fatto che l’attuale normativa” prevede “l’accesso ai concorsi pubblici di alcune categorie di cittadini stranieri”, ma un “risalente Dpcm del 1994 impone invece che, per l’assunzione in alcuni ministeri (tra cui quello delle Finanze), venga sempre richiesta la cittadinanza italiana, sul presupposto che solo il cittadino italiano possa avere quella immedesimazione con gli interessi pubblici che tali ministeri perseguono con la loro attività”.
Secondo il Tribunale, invece, “questo presupposto è errato: bisogna valutare caso per caso se le mansioni assegnate comportano l’esercizio di poteri pubblici, cosa che, nel caso esaminato, non può ritenersi, poiché la qualifica di assistente non comporta l’esercizio di tali poteri”.
Con la sentenza, dunque, il giudice “ordina alla Agenzia delle Entrate di modificare il predetto bando di selezione pubblica”. Le associazioni in una nota “esprimono grande soddisfazione per una pronuncia che rimuove un’irragionevole disparità di trattamento”.

(da agenzie)

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INTERVISTA A ROMEO: “NELLA LEGA C’E’ CHI CI TRATTA COME NEMICI, MA NOI VOGLIAMO UNA SQUADRA AL VERTICE PER IL RILANCIO DEL PARTITO”

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL CAPOGRUPPO AL SENATO INVOCA UNA GUIDA COLLEGIALE DEL PARTITO E PARLA DEL CONGRESSO

Il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo è da mesi l’esponente leghista che più apertamente chiede a Matteo Salvini un cambio di strategia per il partito, in costante calo nei sondaggi. Assieme al governatore della Lombardia Attilio Fontana, Romeo è il frontman del cosiddetto fronte del Nord – composto tra gli altri anche da Luca Zaia e Massimiliano Fedriga – che vorrebbero rimettere al centro della linea politica della Lega la questione settentrionale. Ma a Salvini vengono fatte anche altre richieste, tra cui una gestione più aperta e collegiale del Carroccio. Per le sue posizioni, Romeo è finito anche al centro di diversi attacchi da parte dei fedelissimi del segretario. In questa intervista con Fanpage.it, il presidente dei senatori leghisti parla dello stato del partito e delle sue idee per rilanciarlo, oltre che delle mosse in vista del prossimo Congresso straordinario, convocato da Salvini a ottobre.
Presidente Romeo, siamo all’indomani della festa di Pontida. È stata una Pontida molto particolare, un po’ perché era la prima senza Umberto Bossi, un po’ perché il momento di difficoltà della Lega si è riflesso anche sul Pratone. Lei dal palco ha usato parole molto nette sulla necessità di un cambio di passo all’interno del partito. Le cronache raccontano di applausi al suo discorso, qualche contestazione e un derby di cori in platea “Romeo” contro “Matteo”. Ci racconta come è stata la sua Pontida vista dal palco e dal retropalco?
La cosa più importante è stata il ricordo di Umberto Bossi. Quello è stato un momento che ha fatto capire che le radici non bisogna assolutamente abbandonarle. Poi certo è chiaro che nella Lega c’è un dibattito aperto, ci sono delle sensibilità e delle visioni differenti. Io penso che siano importanti, perché la democrazia può aiutare la crescita del partito. Ma Pontida è stata soprattutto una festa, non ci sono stati regolamenti di conti, come qualcuno poteva immaginare.
Forse è anche perché i regolamenti di conti sono rimandati al Congresso straordinario che proprio da Pontida Salvini ha lanciato. Come legge questa mossa? È una reale apertura al confronto? Oppure, per i modi e i tempi con cui probabilmente si svolgerà, è più un modo di Salvini per blindarsi e dire: “Vinco un congresso convocato in fretta e furia e a quel punto azzero le critiche”?
Intanto, io penso che il vero tema per la Lega in questo momento non è una necessità di regolare dei conti, una questione interna. Se ci fossilizziamo su quello, non capiamo qual è il reale problema, cioè ritrovare l’attrattività verso i nostri elettori. Abbiamo subito un calo costante e continuo che dura ormai da anni, è evidente che bisogna capire quali sono le ragioni per cui abbiamo perso elettori e cercare di riguadagnarli. A noi dispiace che si sia tramutata in una questione personale, non c’è nulla di tutto questo. Noi abbiamo parlato di squadra, abbiamo parlato di collegialità, di Lega come sindacato del territorio, di una maggiore identità che dobbiamo ritrovare, abbiamo parlato di federalismo. Cioè abbiamo parlato di temi, un confronto delle idee che deve venire prima delle persone. Certo, proprio per questo motivo sarebbe stato bello magari fare una sorta di primarie delle idee tra i militanti, coinvolgere la base e ascoltare quelli che sono i suggerimenti che arrivano. Però probabilmente i tempi non ci sono e quindi è chiaro che è stato convocato il Congresso così in fretta e furia. Adesso dovremo vedere le regole, che ancora devono arrivare, ma ovviamente i delegati saranno quelli della volta scorsa. Io penso comunque che un’occasione per potersi confrontare sia sempre un’occasione buona.
Esiste il rischio che invece il Congresso si tramuti una conta su Salvini, “chi è con me e chi è contro di me”?
Questo non è mai stato l’obiettivo che noi abbiamo posto, non abbiamo sfidato qualcuno, non abbiamo mai voluto creare contrapposizioni o divisioni. Abbiamo solo detto che esiste un problema di consenso e abbiamo messo sul tavolo alcune proposte che ci arrivano dalla base. Noi abbiamo semplicemente fatto da megafono di quello che è un sentimento della base e un sentimento degli elettori, che quando vado in giro mi dicono: “Se non tornate un po’ a parlare di certi temi, noi la Lega non la votiamo più. Se invece tornate a riprendere certe questioni, c’è la volontà di ridare fiducia”. Quindi questo congresso deve diventare un momento di confronto delle idee per uscirne capendo qual è il progetto politico migliore da seguire, per poter riprenderci i nostri i nostri elettori in un momento di particolare difficoltà. Tanto più perché alle prossime elezioni lo scontro sarà polarizzato tra Meloni e il suo avversario o avversaria e quindi gli altri partiti delle coalizioni saranno penalizzati. Per questo ci vuole una mossa politica, per dimostrare che la Lega è riconoscibile e allora noi abbiamo parlato di fare squadra.
Lei ha raccontato nel dettaglio la sua visione sul futuro del partito in un libro che è uscito da poco e che si chiama “Fare la Lega – Agenda per il rinnovamento” . Quali sono i punti principali?
Io non chiedo un ritorno alle origini, alla questione dell’indipendenza, che oggi sarebbe molto difficile da portare avanti. Ma parlo di una Lega che riprende alcune battaglie storiche, che però sono ancora attuali. Le questioni del fisco e della burocrazia nel corso degli anni si sono aggravate, un po’ perché è intervenuta anche l’Unione europea, un po’ perché è un vizio italiano complicare le cose anziché semplificarle. Questi sono problemi che riguardano il mondo che noi abbiamo sempre rappresentato. Un mondo che non chiede privilegi ma vuole essere lasciato libero di poter lavorare e di essere competitivo. Allora tocca a noi dare le risposte, attualizzando alcune battaglie storiche, senza ovviamente fare operazioni di nostalgia. L’unica nostalgia che io descrivo nel libro è per uno spirito di comunità che veniva prima delle aspirazioni personali. Negli ultimi tempi ci siamo un po’ imborghesiti, c’è stato un po’ di scollamento e tante volte i personalismi hanno superato le idee. Ecco, invece bisogna riportare le idee davanti a quelle che sono le questioni personali.
Altre proposte della sua agenda?
Sono ritornato a parlare dell’importanza del federalismo, che può essere la chiave del futuro non solo per l’Italia, ma anche per l’Europa visto il momento di difficoltà che sta vivendo. Ho parlato di stipendi legati al costo della vita e dell’importanza di aumentare il welfare aziendale. Ho fatto proposte sul tema dell’immigrazione, come quella avanzata all’epoca da Maroni del permesso di soggiorno a punti, per premiare chi si integra ed è partecipe della vita della nostra comunità e invece penalizzare chi dimostra di non sopportare i nostri valori. E poi ci sono idee organizzative rivolte all’interno del partito. Quella che ha fatto più scalpore è quella di trasformare la Lega in una Confederazione.
A questo proposito, un’accusa che vi viene mossa da un’ala del partito è quella di voler rompere il progetto di Lega Nazionale, per fare una ridotta del Nord. Non dico tornare ai tempi in cui la Lega se la prendeva con i terroni, ma quasi.
Questa è una critica del tutto strumentale. Io parlo di una Confederazione, con un’unica Lega che però è strutturata al suo interno in tre Macroaree, Lega Nord, Lega Centro e Lega Sud. Noi vogliamo applicare il federalismo allo Stato Italiano, dicendo che non divide ma unisce, valorizzando però le specificità. E allora applichiamolo anche all’interno del nostro movimento, questo è il modo per conciliare la Lega nazionale con la sua vocazione di sindacato del territorio. Io non penso di aver fatto grandi proposte rivoluzionarie, ma dico: facciamo vedere come funziona bene il federalismo nel nostro partito così faremo capire ai nostri elettori quanto può funzionare bene per il Paese. Tutto senza creare contrapposizioni: io da capogruppo in Senato ho dei colleghi sia del Centro che del Sud di cui ho grandissima stima, che hanno costruito sul territorio. Penso ad esempio al Lazio, alla Calabria o alla Sicilia dove ho visto persone che hanno creato una presenza, quindi si possono valorizzare i territori senza fare contrapposizioni. Anzi Bossi diceva sempre che la contrapposizione Nord contro Sud era un artifizio di Roma, un divide et impera per continuare a decidere tutto.
A proposito di citazioni di Bossi, nel libro lei scrive che la Lega deve tornare al Celodurismo, nel senso di essere più intransigente, anche nei confronti degli alleati. Salvini è stato troppo accondiscendente in questi anni verso Meloni?
Da anni stiamo portando avanti la battaglia sul tetto agli stranieri nelle scuole e lo stop al burqa e poi improvvisamente arriva la Meloni e ce la porta via?”. Lo stesso per l’abolizione del bollo auto, che era un’idea di Roberto Maroni. Io capisco che dentro a una coalizione ognuno debba avere le proprie sensibilità però… Dice ancora Salvini che spesso si trovano le risorse per alcune iniziative che vuole Fratelli d’Italia, però quando le chiediamo noi facciamo un po’ fatica. Serve una Lega che sia un pochettino più battagliera e nello stesso tempo torni anche a fare paura, a spaventare un po’ il sistema in generale. Faccio un altro esempio: c’è l’Autonomia che stiamo portando avanti col grandissimo lavoro che sta facendo Calderoli però poi dall’altra parte si centralizzano i fondi coesione. Vuol dire togliere alla Lombardia la gestione di 7 miliardi in quattro anni e far scegliere tutto a Roma. Su certe cose dobbiamo essere più grintosi, ritrovare quella cattiveria agonistica che serve per cercare di portare a casa determinati risultati, pur rispettando gli alleati e la coalizione. Mi sembra di capire che lo stesso Salvini l’abbia fatto notare proprio dopo il Consiglio Federale di qualche giorno fa.
Le faccio un nome che penso che le provochi un po’ di orticaria: la Lega che lei si immagina è pronta a dire mai più con Vannacci?
Cerco di dare un giudizio oggettivo. Sicuramente Vannacci arriva da noi in un momento in cui non stavamo propriamente volando a chissà quale percentuale. All’inizio ci ha portato alcuni voti e sicuramente ci ha aiutato e dopo però ci ha tolto, volendo a tutti i costi imporre una sua linea interna. Diciamo che è stata un’esperienza come tante che ne abbiamo fatte, di cui terremo conto.
E per il futuro?
Dipendesse da noi indubbiamente dopo quello che ha fatto, andando via sbattendo la porta, sarebbe complicato ritrovare determinate sintonie. Però qui sarà la coalizione che deciderà, quindi è inutile dire adesso cosa succederà. Io ho imparato a non dire cose che poi mi possono essere rinfacciate tra un anno. In politica sono abituato a pensare: “Mai dire mai”. Ricordo Fini che disse “non berrò mai più un caffè con Bossi”, poi dopo due anni erano lì al tavolo insieme. Però è chiaro che se dovesse dipendere da noi sarebbe molto molto complicato.
Tornando al Congresso, la visione che lei adesso ci ha spiegato per il futuro della Lega si trasformerà in una mozione congressuale? E si augura che possa essere una mozione unitaria che tenga insieme lei, Fontana, ovviamente, ma anche Luca Zaia, Fedriga, e tutti gli altri che chiedono un cambio di passo nel partito?
Intanto dobbiamo vedere anche quali saranno le regole del Congresso, se si potranno presentare mozioni, documenti, quante firme a supporto bisognerà portare, etc… Però io penso che la questione non sia solo l’unità di quello che viene chiamato il fronte nordista, secondo me anche un po’ impropriamente, perché noi stiamo ponendo una questione che riguarda tutta la Lega, non solo il Nord. Quindi cercheremo di portare avanti queste idee sicuramente confrontandoci e cercando di trovare un’unità complessiva, se no, non diremmo che non vogliamo mettere in crisi il progetto nazionale. Quando due anni fa mi sono candidato a segretario della Lega lombarda, io non ho detto: “Dobbiamo parlare solo di Nord”. Ho detto: “Se non parliamo più del Nord, lì i voti non li prendiamo più”. Sono due cose differenti. Quindi la nostra logica sarà di questo tipo. Poi sulle iniziative da intraprendere, si faranno valutazioni nei prossimi giorni.
Lei giustamente spera che sia un Congresso sulle idee. Ma le idee camminano anche sulle gambe degli uomini. Ci deve essere un candidato alternativo a Salvini come segretario al Congresso? E quel candidato sarà lei?
Io insieme ad Attilio Fontana ho portato avanti questa battaglia, condivisa da tante altre persone, sia dalla base che da persone con ruoli istituzionali, governatori e non solo. Noi vogliamo che al vertice della Lega ci sia una squadra e secondo me invece la contrapposizione non gioca molto a favore della squadra. Poi è chiaro che essendo un congresso elettivo, c’è sempre la possibilità che qualcuno si possa candidare.
Voi però preferireste semmai un allargamento?
Noi abbiamo proposto questo e rimaniamo su questa proposta, non è che il Congresso cambia qualcosa. Abbiamo detto che l’unico modo che abbiamo in questo momento per affrontare la situazione è una Lega più collegiale, che fa squadra, dove le responsabilità e anche la capacità di iniziativa siano distribuite a figure che sicuramente hanno anche un grande appeal nei confronti dei nostri elettori, perché risultano tra i più stimati d’Italia nelle classifiche dei governatori o dei sindaci.
Traduco, Zaia e/o Fontana vicesegretari?
Ma non è una questione di posizioni o di poltrone, è una questione complessiva. Tutti insieme per rilanciare il movimento e per fare in modo di dare una percezione anche all’esterno che la Lega sta mettendo in campo una grande squadra.
Presidente, nel libro lei insiste molto sul concetto di libertà e scrive che negli ultimi tempi invece nel partito chi ha fatto notare gli sbagli è stato spesso visto come nemico. Teme che la battaglia che sta conducendo a viso aperto le possa costare il posto di capogruppo in Senato? E che qualcuno magari possa avere la tentazione anche di spingerla fuori dal partito?
Io mi auguro di no, ma non perché sia importante la mia posizione di capogruppo o di segretario regionale in Lombardia, quello che conta è rilanciare la Lega. A me però spiace che, siccome abbiamo fatto delle proposte, facendo delle assemblee e parlando coi militanti, siamo stati subito bollati come dei ribelli. Ho sentito anche questa accusa: dite delle cose fuori posto. Come se chiunque sostiene qualcosa al di fuori dalla posizione ufficiale del movimento debba essere considerato un nemico, perché si dice che si favorisce la sinistra. Ecco, io invece penso che quando si parla di libertà in un movimento, si presentano delle idee, senza attaccare o offendere nessuno, con metodi assolutamente democratici, questo debba essere visto come un’opportunità, una ricchezza interna per il partito. Non siamo né nemici, né ribelli, né frondisti, né quant’altro. Siamo semplicemente un gruppo di persone che con l’esperienza maturata, ha proposto delle soluzioni per uscire fuori da un momento di difficoltà.

(da Fanpage)

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ELLY SCHLEIN ROMPE GLI INDUGI E CONVOCA LA DIREZIONE PER I PRIMI DI OTTOBRE PER PARLARE DI PRIMARIE E SCELTA DEI CANDIDATI. A FINE OTTOBRE IN ASSEMBLEA DOVRANNO ESSERE FISSATE LE REGOLE PER PROROGARE IL MANDATO DELLA LEADER AL VERTICE DEL PD

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

MARETTA PER LA NORMA ANTI-GORI, PENSATA PER ESCLUDERE DA UN’EVENTUALE CORSA ALLE PRIMARIE DI COALIZIONE ALTRI CANDIDATI DEL PD. AI GAZEBO, ALL’INFUORI DI LEI, NON CI DOVRÀ ESSERE NESSUN ALTRO. LA DOMANDA DELLE CENTO PISTOLE CHE AGITA LE CORRENTI DEM: SE LA SCHLEIN SARA’ LA CANDIDATA PREMIER, CHI FARA’ LE LISTE? AL NAZARENO VERRÀ INSEDIATO UN COMITATO RISTRETTO? E COME VERRÀ SELEZIONATO?

Non si può più stare fermi, continuare a rinviare il chiarimento, da tanti invocato, per paura di affrontare il malcontento ormai trasversale che attraversa il Pd. Sempre più insofferente nei confronti della segretaria e del suo cerchietto magico di stanza al Nazareno, a cui si contesta di coinvolgere troppo poco il resto del partito, tenuto praticamente all’oscuro di tutto. Delle scelte giuste, ma anche — e soprattutto — di quelle sbagliate.
Un moto tettonico che, complici gli obblighi statutari, Elly Schlein ha capito di non poter ignorare.
Perciò ha rotto gli indugi: a inizio ottobre, in una data compresa tra il primo e il 7, verrà convocata la Direzione per discutere del percorso che separa le politiche da quest’ultimo scorcio di legislatura.
A fine mese, o al più tardi entro la prima decade di novembre, si terrà l’assemblea nazionale per modificare le regole interne: ritocco necessario innanzitutto per prorogarle il mandato da segretaria oltre i quattro anni previsti (che scadrebbero a marzo) e poi, si spera — anche se si annuncia battaglia — per varare la cosiddetta norma anti-Gori, pensata cioè per escludere da un’eventuale corsa alle primarie di coalizione altri candidati del Pd. Ai gazebo, all’infuori di lei, non ci dovrà essere nessun altro.
Tutt’altro che due appuntamenti di routine, com’è stato in passato, ma il primo vero test di tenuta del Partito democratico da qui alle elezioni.
Durante il dibattito che in entrambi i casi seguirà la relazione di Schlein, si cercherà di sciogliere tutti i quesiti rimasti ancora senza risposta. Sul programma, a partire da politica estera e nodo Ucraina su cui il M5S sembra irremovibile. Il perimetro dell’alleanza e come costruirla. Il metodo per individuare la leadership che si intende proporre ai partner del campo largo.
Senza trascurare il punto che pare stare più a cuore ai parlamentari, uscenti e aspiranti: cosa accadrà se la segretaria del Pd dovesse diventare la candidata premier dello schieramento progressista? Chi gestirà le liste del partito mentre lei sarà impegnata a fare campagna elettorale in giro per l’Italia? Al Nazareno verrà insediato un comitato ristretto? E come verrà selezionato? Domande non banali: una volta chiuso, infatti, l’elenco dei candidati per Camera e Senato deve essere approvato dall’organismo dirigente con una maggioranza dei due terzi. Anche volendo forzare, le correnti che sostengono Schlein da sole non bastano a centrare il quorum.
Ecco perché il passaggio di ottobre, in attesa che si riunisca il tavolo della coalizione, è a dir poco delicato. Per mesi la segretaria e i suoi fedelissimi hanno tenuto insieme i pezzi, rimandando il momento delle scelte. Ora però il calendario presenta il conto. Direzione e assemblea — che potrebbe svolgersi il 24 ottobre (per far saltare la convention di Montepulciano, che Schlein non gradisce) o più probabilmente l’8 novembre — servono proprio a questo: a fissare alcuni paletti dentro e la linea del Pd fuori, quella da portare al confronto con gli alleati.

(da agenzie)

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GIORGETTI NON SA PIÙ COME FAR TORNARE I CONTI, LA MANCATA USCITA DALLA PROCEDURA D’INFRAZIONE COMPLICA TERRIBILMENTE LA PROSSIMA MANOVRA FINANZIARIA

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL TESORO VUOLE COMUNQUE ATTIVARE LA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA EUROPEA PER LE SPESE SU RIARMO ED ENERGIA E CHIEDERE AL PARLAMENTO DI AUTORIZZARE LO SCOSTAMENTO DI BILANCIO. MA, ALLO STESSO TEMPO, DEVE GARANTIRE ALLA COMMISSIONE UE CHE TERRÀ SOTTO CONTROLLO IL DEFICIT NEI PROSSIMI MESI. UNA MISSIONE QUASI IMPOSSIBILE, SOPRATTUTTO CON IL GASOLIO SOPRA I 2,3 EURO AL LITRO

Dopo il flop sui conti, ora il governo prova a correre ai ripari. Incagliato nelle secche della procedura d’infrazione, riscrive in corsa la strategia. Ecco lo schema: aprire subito il paracadute della flessibilità senza rinunciare a uscire dal girone dei Paesi indisciplinati l’anno prossimo. P[…]
Il verdetto dell’Istat sul deficit ha complicato il quadro. Se l’asticella fosse scesa l’anno scorso sotto il 3%, la strada sarebbe stata spianata: l’esecutivo avrebbe attivato senza problemi la clausola di salvaguardia nazionale che libera la flessibilità.
Un effetto domino ideale: un aiuto a condizioni vantaggiose per rispettare gli impegni Nato sul riarmo e per contenere gli effetti della crisi energetica, oltre alla possibilità di tirare su una manovra elettorale abbondante. Il vantaggio? Le spese extra non sarebbero state conteggiate ai fini del rispetto delle regole del Patto di stabilità.
Ma ora che si ritrova ancora nel club degli osservati speciali, l’Italia non può contare più sul salvacondotto. Ecco allora il piano d’emergenza. Il governo attiverebbe comunque la clausola di salvaguardia.
Chiederebbe, quindi, al Parlamento di autorizzare lo scostamento di bilancio che serve a tradurre la flessibilità in soldi. Ma per non restare in castigo ancora a lungo si impegnerebbe a tenere il deficit sotto controllo quest’anno.
Tre mesi, da ottobre a dicembre, tirando la cinghia. Non proprio l’ideale con il gasolio sopra i 2,3 euro al litro in città. Ma così facendo potrebbe presentarsi, il prossimo aprile, con i conti in ordine. Più precisamente con un deficit in discesa: sotto la soglia critica del 3% nel 2026, in ulteriore calo nel 2027 e 2028.
A quel punto, il governo potrebbe chiedere alla Commissione europea di uscire dalla procedura d’infrazione. Non solo. La vera richiesta sarebbe un’altra: scomputare l’extradeficit dal conto generale, evitando così di ritornare sotto osservazione perché intanto il deficit, spinto dall’attivazione della clausola, è salito oltre il 3%. Il piano è ancora in fase di allestimento.
Giancarlo Giorgetti non si sbottona su questa ipotesi. A margine del question time alla Camera, il ministro dell’Economia si limita a ricordare che «da un anno, ogni giorno» lavora sulla clausola con la Commissione europea. Intanto, incalzato dalle opposizioni, anticipa il menù della manovra.
La priorità è il taglio delle tasse per il ceto medio, la misura cerchiata in rosso è l’estensione dell’aliquota Irpef del 33% ai redditi compresi tra 50mila e 60mila euro. […]
Matteo Salvini rilancia lo scostamento di bilancio in versione extra large, ma da Fratelli d’Italia arriva uno stop: «Non è la cosa migliore da fare ora», dice il responsabile economico del partito Marco Osnato. Il leader del Carroccio ribatte: «A me interessa la sostanza: se non è scostamento, allora una legge di bilancio importante e coraggiosa».

(da agenzie)

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