Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
NELLE ULTIME SETTIMANE, DOPO LE SPARATE DI NORDIO, IL VANTAGGIO DI 10 PUNTI PERCENTUALI (CERTIFICATO DA “YOUTREND” A FINE GENNAIO) SI E’ SBRICIOLATO
I femminicidi sono un’emergenza nazionale per il 52% degli italiani (65% tra le donne). Sul piano continentale, prevale la richiesta di un rafforzamento dell’UE, con
il 36% a favore degli Stati Uniti d’Europa. In ambito internazionale, Russia e USA sono percepiti come le principali minacce all’ordine mondiale e alla pace.
La fiducia nel Governo Meloni scende sale 36%, quella nella Magistratura si attesta al 51%, con un recupero di 6 punti rispetto al 2025.
Nelle intenzioni di voto, il quadro di generale stabilità registrato negli ultimi mesi viene scombussolato dal discreto esordio del partito di Vannacci (2,7%) e dalla conseguente flessione della Lega (6,2%).
Rispetto al referendum, il 46% dei cittadini risulta intenzionato ad andare a votare. Gli orientamenti di voto, pur scontando un ancora elevato tasso di indecisione, segnalano il sorpasso del NO (forchetta 51,3-54,3%) sul SÌ (45,7-48.7%).
Comunicato stampa “Ixè”
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’AVVERTIMENTO ALL’UE: “ORA L’EUROPA PUÒ RESISTERE CON PIÙ FORZA. MA NON PUÒ DIPENDERE DAL CLOUD AMERICANO, DALLA TECNOLOGIA AMERICANA, DALLA DIFESA AMERICANA. L’EUROPA DEVE RIAPPROPRIARSI DELLA PROPRIA SOVRANITÀ ECONOMICA”
«I dazi sono un’arma illegittima, che Trump ha usato senza che ci fosse un’emergenza, per 
fare inginocchiare gli altri Paesi». Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia e già capo economista della Banca Mondiale, non è sorpreso che la Corte Suprema abbia bocciato le tariffe doganali reciproche imposte dagli Usa. Né che il presidente americano abbia reagito con nuove ritorsioni: «Non ha mai prestato troppa attenzione alla legge», osserva.
Il giorno dopo la sentenza dei giudici statunitensi, a poche ore dall’annuncio di un inasprimento delle tariffe generalizzate al 15%, l’economista americano analizza le conseguenze della decisione e critica senza appelli la Trumponomics, che definisce «un fallimento miserabile».
Poi, lancia un monito all’Europa: «Non può dipendere dal cloud americano, dalla tecnologia americana, dalla difesa americana. Deve riappropriarsi della propria sovranità economica».
Professore, si aspettava la decisione della Corte Suprema sui daz
«Sarebbe stata una sorpresa se i giudici fossero arrivati a una conclusione diversa. La Costituzione è molto chiara, il diritto di imporre tasse spetta al Congresso e non può essere delegato.
I dazi sono una forma di tassa, quindi il presidente non aveva l’autorità per imporli. Ma c’è di più: non esisteva alcuna emergenza. Quella legge diceva autorizza alcune misure restrittive in caso di emergenza».
Trump ha reagito imponendo dazi globali prima al 10% e poi al 15%. Cosa si aspetta farà adesso?
«Beh, speriamo che rispetti la legge. Gli esperti di diritto dovranno esaminare se gli strumenti che dice di voler usare gli conferiscono davvero la discrezionalità che ritiene di avere.
Il Congresso ha delegato poteri al presidente su questioni molto specifiche, come la sicurezza nazionale, e non si può sostenere che nell’imposizione di dazi […] vi fosse alcun elemento di sicurezza nazionale. Gli altri procedimenti disponibili sono molto più lenti e richiedono indagini approfondite. Spero che esistano strumenti di controllo giudiziario per assicurarsi che non imponga unilateralmente la sua volontà sull’intenzione del Congresso».
Ritiene che il presidente abbia una strategia adesso?
«Penso che cercherà di fare tutto ciò che può. Non ha mai prestato molta attenzione alla legge. Potrebbe imporre illegalmente un’altra serie di dazi, che daranno origine a elevati livelli di incertezza e a numerose sfide legali.
Il dazio generalizzato al 15% genera somme significative, ma è una tassa regressiva che grava in modo sproporzionato sugli americani a basso reddito. La Federal Reserve lo ha sottolineato e chiunque abbia esaminato la questione lo conferma.
Almeno però non è distorsivo come i dazi disordinati – alti contro la Cina, alti contro l’India, su e giù con il Brasile -, e la sentenza della Corte riduce la possibilità di usarli come arma. Il randello di un Paese contro l’altro è stato uno strumento per fare inginocchiare le potenze di tutto il mondo. Un dazio uniforme al 15% toglie quest’arma».
È trascorso quasi un anno dal Liberation Day. Qual è il suo giudizio sulla Trumponomics?
«È ovvio che ha fallito. Il deficit commerciale è più alto, l’inflazione è molto più elevata di quanto previsto. La famiglia americana media ha speso mille dollari in dazi, questo abbassa il loro tenore di vita.
L’economia non ha generato posti di lavoro nel manifatturiero, che è in calo. Tutti i nuovi posti di lavoro riguardano la cura alla persona e non hanno nulla a che fare con i dazi. Chiunque guardi obiettivamente alla Trumponomics non può che considerarla un fallimento miserabile».
In questo anno c’è stato anche un indebolimento del dollaro. Come lo giudica?
«Normalmente, quando i Paesi impongono dazi si riduce la domanda di valuta estera e si rafforza la propria moneta. La cosa straordinaria è che abbiamo invece un dollaro più debole, che riflette una disillusione nei confronti della Trumponomics – la consapevolezza che Trump ha creato politiche ondivaghe e difficili da prevedere, che minano l’efficienza e la produttività dell’economia americana e le prospettive per il futuro. Il dollaro è più debole nonostante i dazi: è davvero straordinario. E questo mi suggerisce un accumulo di pressioni inflazionistiche per gli anni a venire».
Cosa dovrebbe fare l’Europa adesso?
«Quello che la sentenza cancella davvero è l’arma di pressione che Trump ha usato contro ogni Paese, inclusa l’Ue. Ha minacciato di farvi ricorso qualora l’Europa non avesse ceduto la Groenlandia, se non avesse rinunciato alle sue politiche digitali – il Digital service act, il Digital markets act, la legge sulla privacy.
Ora l’Europa può resistere con più forza. Ma è assolutamente essenziale che continui il percorso discusso a Davos e alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: un’Europa con sovranità economica nazionale. Non può dipendere dal cloud americano, dalla tecnologia americana, dalla difesa americana.
L’Europa deve riappropriarsi della propria sovranità economica».
(da La Stampa)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’AGENTE SAREBBE UN “LUPO SOLITARIO” E AVREBBE MESSO IN PIEDI UN GIRO DI RACKET AI DANNI DEGLI SPACCIATORI NELLE PIAZZE DI SPACCIO AI CONFINI DI MILANO… DIVERSI COLLEGHI HANNO RIVELATO CHE CINTURRINO AVREBBE AGGREDITO E MINACCIATO ALCUNI SPACCIATORI, E IN ALTRI CASI AVREBBE DECISO DI NON ARRESTARE QUANDO RICORREVANO TUTTI I PRESUPPOSTI – I FAMILIARI DI MANSOURI HANNO RACCONTATO CHE IL POLIZIOTTO PRETENDEVA 5 GRAMMI DI COCAINA E 200 EURO AL GIORNO PER PERMETTERE AL 28ENNE DI SPACCIARE
Finora voci e testimonianze arrivate dal Corvetto e da Rogoredo parlano del poliziotto “Luca” come di un lupo solitario. L’assistente capo Carmelo Cinturrino non sarebbe stato un capo branco alla guida di un gruppo più ampio di agenti che avrebbero tradito la divisa deragliando in comportamenti criminali.
Sua sarebbe stata la decisione e sua l’implementazione di un giro di racket ai danni di pusher e tossicodipendenti che gravitavano nella sua zona di competenza. Soldi e droga in cambio di protezione. «Non mi risulta nulla di tutto ciò», si limita a dire il suo avvocato Piero Porciani.
Gli inquirenti non vogliono tralasciare nulla al caso nell’indagine per omicidio volontario che non riguarda solo la morte di Abderrahim Mansouri, ma che vuole scavare nel passato di Cinturrino. Possibili risposte potrebbero arrivare dall’analisi del cellulare, sequestrato all’assistente capo.
In primis, sui suoi possibili contatti con il ventottenne marocchino. Lo spacciatore a lui noto con il soprannome di «Zack». […] Che Cinturrino fosse una testa calda all’interno del commissariato Mecenate, dove presta servizio da una decina di anni,
era cosa risaputa. Almeno per gli altri tre componenti della squadretta investigativa del presidio territoriale di via Quintiliano che erano con lui nell’area boschiva di Rogoredo nel tardo pomeriggio dello scorso 26 gennaio.
Tutti più giovani e soggiogati dal carisma del collega più anziano. Sono stati indagati con una quarta agente con l’ipotesi di averlo aiutato, con diversi gradi di responsabilità, nella messinscena del posizionamento della replica a salve della Beretta 92 vicino al corpo agonizzante di Mansouri dopo essere stato centrato alla testa dal quarantunenne.
Nell’ultima tornata di interrogatori hanno raccontato dei metodi poco ortodossi di Cinturrino nella gestione degli arresti degli spacciatori e nei controlli dei tossicodipendenti nella piazza di spaccio ai confini di Milano. Un’area dove Cinturrino macinava numeri e statistiche. «So che lì nascondono la sostanza e spesso sono rimasto appostato per ore a vedere dove la nascondevano, quindi conosco abbastanza bene quel posto. Ho fatto circa quaranta arresti lì l’anno scorso e quest’anno quattro», ha messo a verbale la notte del 26 gennaio in questura.
Non di rado – hanno riferito i colleghi – avrebbe ecceduto nell’uso della forza e delle minacce. In altri casi, invece, avrebbe deciso di non arrestare quando ricorrevano tutti i presupposti. Spetterà all’inchiesta del pm Giovanni Tarzia, coordinato dal procuratore Marcello Viola, verificare tutto ciò.
Il precedente, segnalato dal Tribunale di Milano con una trasmissione atti alla procura, che vedrebbe ne 2024 Cinturrino essersi intascato alcune banconote da una ragazza quando nel verbale di sequestro aveva scritto di soli 20 euro, non gioca a suo favore.
Più sul piano amministrativo che su quello penale invece ci concentrerà la probabile indagine interna della polizia di Stato per capire se le voci, che oggi travolgono Cinturrino e lo dipingono come un ras di quartiere, non fossero arrivate anche alle orecchie dei suoi superiori in commissariato e in questura. Non risulta che sia stato mai adottato un provvedimento disciplinare nei confronti dell’assistente capo. Anzi nel 2017 era stato insignito della lode dall’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, per un’operazione dell’ottobre del 2015 quando era solo un agente scelto.
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“QUEI MORTI CI CHIEDONO CONTO E NOI NON POSSIAMO RISPONDERE CON IL SILENZIO”
«Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il
silenzio». È un monito duro, un appello indignato, un’orazione affranta quella arrivata ieri dai vescovi di Calabria e Sicilia, dove nelle ultime settimane le onde hanno restituito i corpi di almeno quindici vittime di naufragio.
«Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore», dicono i religiosi calabresi «con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano», ma soprattutto «con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità».
E non si può nascondere, spiegano in una durissima lettera, che quanto sta accadendo «non è una tragedia isolata», ma il risultato di precise scelte politiche. Secondo l’organizzazione internazionale per le migrazioni, ricordano, nei primi mesi del 2026 i morti sono quadruplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. «Meno arrivi, più morti».
Il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, parla di «ennesima strage». Bambini, donne e uomini, afferma in un messaggio, sono vittime «delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia, capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo».
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
MATTARELLA HA INCONTRATO GLI SFOLLATI: “NELLE CASE C’ERANO GLI AFFETTI, C’ERA LA VOSTRA VITA. LO CAPISCO BENE. PER QUESTO SONO VENUTO QUI PER FAR VEDERE CHE IL SOSTEGNO SI MANTIENE ALTO”
Un altro «blitz», questa volta a Niscemi. Sergio Mattarella è arrivato a mezzogiorno nel paese siciliano in provincia di Caltanissetta sospeso da un mese sull’orlo di una frana.
Il presidente della Repubblica vuole portare la solidarietà del Quirinale e dell’Italia intera, vuole vedere con i suoi occhi il dramma che la popolazione sta vivendo dal
25 gennaio, quando una parte dell’abitato è stata inghiottita dal crollo e un centinaio di famiglie hanno perso per sempre le loro case.
«È difficile in queste condizioni, lo capisco». Nelle case «c’erano gli affetti, c’era la vostra vita. Lo capisco bene. Per questo sono venuto qui per far vedere che il sostegno si mantiene alto».
Mattarella, durante la visita, ha risposto a una signora che gli ha raccontato il dolore provato nel perdere tutto. «Ci siamo e stiamo lavorando per Niscemi», ha detto ancora il presidente della Repubblica parlando con l’architetto Roberto Palumbo che ha perso la casa a causa della frana. «Non mi aspettavo che si fermasse – ha poi commentato Palumbo – ci ha fatto capire che c’è attenzione»
Nei giorni scorsi, tornata per la seconda volta nei luoghi devastati dal ciclone Harry, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva annunciato lo stanziamento di 150 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio e delle case.
Il capo dello Stato è arrivato alle 12, ha sorvolato Niscemi in elicottero, poi accolto dal sindaco Massimiliano Valentino Conti, ha fatto un giro nelle stradine del centro storico.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“È PREMATURO MA ROMA HA 2 VANTAGGI: NEL 2040 SARANNO 80 ANNI DALLE OLIMPIADI DI ROMA 1960. POI C’È LA QUESTIONE SOSTENIBILITÀ. E LA CAPITALE HA LO STADIO OLIMPICO”
Nel giro di pochi giorni l’ipotesi di una candidatura di Roma ai Giochi olimpici estivi del
2040 ha smesso di essere un semplice esercizio teorico ed è entrata apertamente nel dibattito politico e sportivo. A riaccendere il dossier è stato il successo celebrato dei Giochi invernali di Milano Cortina 2026, che hanno rafforzato l’idea di un’Italia pronta a tornare protagonista anche sull’edizione estiva, che al nostro Paese manca dal 1960.
Le cautele restano nelle formule, ma il confronto è ormai avviato. Alla conferenza stampa conclusiva ieri il presidente della Fondazione Milano Cortina, Giovanni Malagò, ha invitato a non bruciare le tappe: «Oggi non è il momento di trattare l’argomento: è prematuro, sbagliato e anche controproducente parlarne». Un richiamo alla prudenza formale, accompagnato però dalla consapevolezza che il tema è sul tavolo. E sul precedente della candidatura mancata di Roma 2024 ha aggiunto: «In questo momento sembra cancellato, ma ce n’è voluto. Un po’ di cicatrice è bene che rimanga».
Nei giorni scorsi il segnale politico era stato ancora più esplicito. Il ministro per lo Sport Andrea Abodi ha definito Roma 2040 «un sogno che ha bisogno di qualche settimana di riflessione», precisando che «non c’è necessariamente bisogno di un annuncio per costruire una candidatura vincente, che è possibile». Anche il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, ha indicato la capitale come sede naturale: «Lì c’è una percentuale di impianti già realizzata, credo che il nostro Paese meriti un’altra Olimpiade estiva, perché una volta ci è stata scippata».
Il calendario internazionale è definito fino al 2032, con Los Angeles 2028 e Brisbane 2032 già assegnate dal Comitato olimpico internazionale. Lo spazio temporale per il 2040 esiste. E Roma si prepara a giocare le sue carte. Malagò, pur evitando annunci, ha richiamato i punti di forza della capitale: «Ha un doppio vantaggio: una storia unica anche di candidature olimpiche e nel 2040 saranno 80 anni dalle Olimpiadi di Roma 1960. Poi c’è la questione sostenibilità, che è tutto. E Roma ha lo stadio Olimpico».
Sulla partita che si aprirà, resta anche un altro interrogativo: terminato il lavoro per Milano Cortina, torna a farsi il nome di Malagò come possibile candidato sindaco al Campidoglio per il centrodestra.
«Rispondo dopo le Paralimpiadi su certe idee che ho in testa», ha tagliato corto rispondendo a chi gli ha chiesto del suo futuro. Intanto, però, il dossier Roma 2040 è entrato nella fase politica: le formule sono prudenti, ma la partita è iniziata.
(da Repubblica)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“LA DOMANDA È QUANTO TERRITORIO RIUSCIRÀ A CONQUISTARE E COME FERMARLO. LA RUSSIA VUOLE IMPORRE AL MONDO UN DIVERSO STILE DI VITA E CAMBIARE LA VITA CHE LE PERSONE HANNO SCELTO PER SE STESSA”… “CEDERE I TERRITORI DEL DONETSK SAREBBE UN ABBANDONO. DIVIDEREBBE LA NOSTRA SOCIETÀ E SODDISFEREBBE PUTIN SOLO PER UN PO’. NON SI FERMERÀ ALL’UCRAINA”
Una Terza Guerra Mondiale “credo che Putin l’abbia già scatenata. La domanda è quanto territorio riuscirà a conquistare e come fermarlo… La Russia vuole imporre al mondo un diverso stile di vita e cambiare la vita che le persone hanno scelto per se stesse”.
Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in una lunga intervista rilasciata alla Bbc.
La richiesta di cessione dei territori del Donetsk “non la considero semplicemente una questione di territorio. La vedo come un abbandono. E sono sicuro che dividerebbe la nostra società”.
Probabilmente, secondo Zelensky, questo soddisferebbe Putin “per un po’. Ma una volta guarito, i nostri partner europei affermano che potrebbero volerci dai tre ai cinque anni”. “Credo che fermare Putin oggi e impedirgli di occupare l’Ucraina sia una vittoria per il mondo intero. Perché Putin non si fermerà all’Ucraina”.
Alla domanda se vittoria significa riavere tutto il territorio risponde: “Lo faremo. È solo questione di tempo”. Al momento, spiega, gli mancano uomini e armi, “quindi, al momento, non è possibile, ma tornare ai giusti confini del 1991 senza dubbio non è solo una vittoria, è giustizia”.
Zelensky ha affermato di non aver ancora deciso se ricandidarsi, in caso di elezioni: “Potrei candidarmi e potrei anche non candidarmi”.
“Oggi il problema è la difesa aerea. Questo è il problema più difficile – ha detto inoltre – Sfortunatamente, i nostri partner non ci concedono ancora le licenze per produrre noi stessi sistemi, ad esempio i sistemi Patriot, o persino missili per i sistemi che già possediamo. Finora, non abbiamo ottenuto risultati positivi in questo”
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’AFRICA, POCO RACCONTATA DAI MEDIA, VIENE CITATA SOLO DAL 34,1% DEGLI INTERVISTATI – ANCOR MENO GLI SCAZZI NELL’ASIA-PACIFICO, CON LA TENSIONE TRA CINA E TAIWAN CHE SI FERMA AL 32,9% … COSA DOVREBBE FARE L’ITALIA IN QUESTO CONTESTO? IL 64,0% CHIEDE MEDIAZIONE DIPLOMATICA, POI INTERVENTI UMANITARI (44,4%) E DIALOGO INTERCULTURALE (32,3%) … SOLO IN CODA COMPAIONO IL CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI (26,8%) E LE SANZIONI ECONOMICHE (20,3%)
C’è un dato che più di ogni altro fotografa lo stato d’animo del nostro Paese: l’80,2% degli
italiani considera instabile l’attuale situazione politica internazionale. È una maggioranza che racconta una percezione diffusa di disordine globale. una sensazione collettiva di fragilità, di un mondo entrato in una fase di turbolenza permanente. Tra le opposizioni questa lettura sfiora il 90,0% (86,9%), mentre tra gli elettori del centrodestra, pur prevalendo una visione negativa, l’instabilità appare meno assoluta (67,2%).
Un dato interessante riguarda gli elettori della Lega: il 44,5% di loro valuta la situazione internazionale addirittura stabile. È un elemento che merita attenzione perché suggerisce che una parte dell’elettorato interpreta le nuove dinamiche globali come trasformazione. Le aree di crisi percepite come più gravi dall’opinione pubblica nazionale, confermano una sensibilità fortemente mediatica e politica.
Il Medio Oriente (72,2%) occupa il primo posto: la guerra tra Israele e Hamas, le tensioni con l’Iran, l’instabilità regionale continuano a rappresentare per gli italiani il barometro più immediato della crisi globale. Subito dopo viene l’Europa orientale (63,3%), con il conflitto tra Russia e Ucraina
Qui le differenze politiche emergono con chiarezza. I temi europei risultano […] sentiti tra gli elettori del centrodestra; la questione palestinese mobilita invece in modo marcato le basi del Partito Democratico (83,9%) e di Alleanza Verdi e Sinistra (81,5%). Tuttavia, ciò che colpisce è altro. Nonostante la possibilità di indicare più risposte nel sondaggio di Only Numbers, l’Africa, attraversata da guerre civili e instabilità in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo, nel Sahel, viene citata solo dal 34,1% degli intervistati.
L’Asia-Pacifico, con la tensione tra Cina e Taiwan e i delicati equilibri regionali, si ferma al 32,9%. È come se la percezione della crisi si concentrasse dove l’impatto emotivo e soprattutto mediatico è più immediato, lasciando in secondo piano scenari che pure avranno conseguenze profonde sugli equilibri futuri [
E l’Italia?
Il 34,0% vede il nostro Paese come collaborativo, ma non leader. È l’immagine di una nazione che partecipa, ma non guida. Questa posizione raccoglie consensi trasversali: dagli elettori di Forza Italia (35,8%) a quelli della Lega (41,7%), fino al Partito Democratico (49,5%), a Italia Viva (52,9%) e ad Azione (81,4%). […] Per il 30,0% degli italiani il ruolo del Paese è soprattutto economico. Una lettura che prevale tra gli elettori di Alleanza Verdi e Sinistra (55,6%) e del Movimento 5 Stelle (57,2%), segno di una visione più prudente, forse più ancorata alle priorità interne.
Diverso lo sguardo degli elettori di Fratelli d’Italia: il 43,1% riconosce all’Italia un ruolo attivo e da protagonista diplomatico, attribuendo alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni un forte impegno internazionale.
La lettura che emerge da questo quadro è politica prima ancora che geopolitica dove il giudizio sul ruolo del Paese si intreccia con quello sulla leadership di governo Tuttavia, il dato forse più significativo riguarda le priorità che gli italiani indicano per il futuro. In un mondo percepito come instabile, la risposta non è l’escalation. Il 64,0% chiede mediazione diplomatica, seguono interventi umanitari (44,4%) e dialogo interculturale (32,3%).
Solo in coda compaiono il controllo degli armamenti (26,8%) e le sanzioni economiche (20,3%). È una richiesta chiara: meno muscoli, più ponti. […] l’Italia deve giocare la carta della diplomazia, della mediazione, della capacità di tessere relazioni.
Alessandra Ghisleri
per “la Stampa”
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Febbraio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
FDI VUOLE IL PROPORZIONALE CON UN PREMIO DI MAGGIORANZA E IL NOME DEL CANDIDATO PREMIER NELLA SCHEDA… C’È’ POI IL NODO VANNACCI: IL CARROCCIO PRETENDE DI ALZARE LA SOGLIA DI SBARRAMENTO AL 4% PER BLOCCARE IL GENERALE “TRADITORE”, MENTRE LA DUCETTA SI È IMPEGNATA A METTERLA AL 3% PER FAVORIRE LA CORSA SOLITARIA DI CARLO CALENDA ED EVITARE CHE IL “CHURCHILL DEI PARIOLI” SI ALLEI CON IL “CAMPO LARGO”
C’è un motivo se, da un po’ di giorni, è ricominciata tutta una ridda di chiacchiere sulla legge elettorale, finora scomparsa dai radar. L’argomento, si sa, è di una noia pari alla sua rilevanza.
Giorgia Meloni vorrebbe quantomeno chiudere l’accordo di maggioranza su un testo prima del referendum. Anche senza portarlo in Aula, sarebbe comunque un punto politico fissato. Il motivo, dicevamo, riguarda proprio il referendum. E racconta di un’evidente preoccupazione.
Non ci vuole una Cassandra per prevedere che, in caso di sconfitta, possa mutare il clima: un governo “del popolo” bocciato “dal popolo” è difficile che possa forzare sulle regole del gioco; gli alleati poi, tiepidi sull’argomento, si ringalluzzirebbero; gli avversari salirebbero sugli scudi.
Insomma, “dopo” diventa una mossa del governo in affanno per correre ai ripari, “prima” serve a costruire un racconto su una legge per impedire i famosi inciuci. Senza un serio accordo politico di maggioranza – con le opposizioni non c’è
neanche l’ombra di un dialogo – è assai complicato che la nuova legge elettorale possa passare in Aula. Basta un voto segreto e patatrac.
Se c’è un patto a monte, invece, si può mettere la fiducia, che sarà anche un atto di arroganza, ma l’ha già praticato il centrosinistra per ben due volte ai tempi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Per la serie: chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Giorgia Meloni, per dar corpo all’intenzione, ha oggettivamente un elemento persuasivo tutto politico: blindiamoci così proviamo a tornare al governo e da lì a piazzare un “nostro” capo dello Stato, la vera posta in gioco della prossima legislatura. Però la realizzazione ha un costo. Per intenderci, Matteo Salvini che coi collegi fa il pieno in Piemonte, Veneto, Lombardia – i suoi cinque ministri sono tutti lombardi – col proporzionale vedrebbe dimezzati i suoi eletti.
Chissà, magari, come contropartita del Natale per i suoi tacchini, il leader del Carroccio chiederà, per chiudere l’accordo, il Viminale in caso di vittoria, visto che la volta scorsa gli fu negato con la scusa del processo, ma in verità per le sue simpatie filo-russe (ancora non sopite).
E Forza Italia? Marina Berlusconi con Forza Italia sarebbe centrale in una situazione ballerina. Logica dice che qualche riflessione la farà prima di consegnarsi a Giorgia Meloni, peraltro in un momento di sua acuta trumpizzazione. Ecco, a naso, il negoziato politico è ancora tutto da fare, e prima del referendum, tranne Giorgia Meloni, non si registra tutta questa fretta da parte degli altri.
In più, a complicare la questione, ci si è messo pure Vannacci, a sua insaputa. Andiamo con ordine che qui si rischia il mal di testa. La cornice di massima della nuova legge elettorale prevede, nell’ordine: uno, il premio per la coalizione che supera il 40 per cento, in seggi. Chi lo raggiunge ne avrà tot alla Camera e tot al Senato.
Due, l’indicazione del premier sul programma da depositare e non sulla scheda elettorale. Non è un premierato di fatto ma comunque è una bella certificazione di leadership per Meloni, appunto non a costo zero. Ed è una bella arma per il pollaio del centrosinistra, chiamato alla faticosa scelta del gallo sfidante. Tre, e veniamo a Vannacci, una soglia di sbarramento per chi sta fuori dalle coalizioni.
La premier si era impegnata a metterla bassa (al tre per cento) per favorire la corsa solitaria di Carlo Calenda (sottraendolo alla sinistra). Ora però Vannacci, secondo i sondaggi, la supererebbe. È vero che quando scatta il voto utile è tutt’altro film, ma la Lega la vorrebbe più alta.
Alzando la soglia, però, Vannacci si incattivisce e, al contempo, si spinge Calenda tra le braccia del campo largo per ragioni di sopravvivenza. Poi c’è anche il caso che il leader di Azione ci vada lo stesso, a giudicare dalle sue ultime esternazioni di fronte alla radicalizzazione impressa dalla premier negli ultimi tempi. In tal caso, tornerebbero utili, per fare il pieno, pure i voti di Vannacci.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”
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