Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile
HA AMMESSO DI “NON AVER NESSUN RIMORSO”: “SONO ENTRATO IN AZIONE LÌ PERCHÉ È UN COVO DI ISLAMISTI” – IN CASA DELL’UOMO SONO STATI TROVATI UN CORANO, UNA BIBBIA, UNA COPIA DEL MEIN KAMPF DI ADOLF HITLER E DEL MATERIALE INNEGGIANTE AL RASSEMBLEMENT NATIONAL
Emmanuel Macron, in riferimento alla France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon (Lfi) e al Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen, ha denunciato “una disinibizione dell’antisemitismo per alcuni e una disinibizione del razzismo per altri” e ha invocato un “risveglio” in seguito all’Attentato “terroristico razzista” di Trappes.
Intervistato sul canale YouTube HugoDécrypte sui possibili responsabili di un clima talvolta razzista che potrebbe aver favorito l’Attentato di venerdì, Macron ha dichiarato che vi sono “movimenti politici che hanno permesso che ciò si instaurasse nell’estrema destra”, citando il Rassemblement national e “coloro che sono loro vicini”. Ha inoltre fatto riferimento a “una forma di disinibizione nel linguaggio”, a “un razzismo diffuso nell’atmosfera” e a “una disinibizione della violenza”.
Kevin T, l’autore del presunto Attentato razzista a Trappes e La Verrière, che ha causato un morto e sette feriti, è stato trasferito nella notte tra mercoledì e giovedì presso il tribunale giudiziario di Parigi, in vista di una sua possibile incriminazione da parte di un giudice antiterrorismo: è quanto scrive l’agenzia France Presse citando una fonte vicina all’inchiesta.
Lunedì, il procuratore antiterrorismo, Olivier Christen, ha spiegato che Kévin T., 39 anni, “non contesta la materialità dei fatti”, ma nega “la natura razzista dei suoi reati”. Venerdì mattina, a bordo della propria Renault Clio, l’uomo residente nel dipartimento di Yvelines, vicino Parigi, e sconosciuto ai servizi di intelligence ha ucciso a colpi di arma da fuoco Pengo Bossio Wangi, un cittadino francese di 26 anni originario della Repubblica Democratica del Congo, e ha ferito altre sette persone, tra cui diverse di origine africana o maghrebina, tra Trappes e La Verrière.
Kévin T., il responsabile dell’attentato razzista di Trappes, vicino a Parigi, ha affermato di non avere “nessun rimorso” ed ha ammesso di aver mirato a persone musulmane, africane o nordafricane. Nella sua adizione – ha dichiarato oggi il procuratore in una conferenza stampa – l’attentatore ha riconosciuto la “premeditazione” del suo gesto: “Ha ammesso di aver specificamente preso di mira persone che sono di tipo musulmano o africano, o nordafricano e di aver scelto il luogo della sua azione perché, ha detto, ‘è un covo di islamisti'”.
Durante le perquisizioni a casa di Kevin T., autore dell’attentato razzista di Trappes, sono state trovate armi e caricatori. Ma anche un Corano, una Bibbia e un esemplare del Mein Kampf di Adolf Hitler. Poi, contrariamente a quanto era stato smentito nei giorni scorsi, anche materiale inneggiante al Rassemblement National di Marine Le Pen. “Trenta adesivi – ha detto il procuratore in una conferenza stampa – avevano la scritta ‘Viva la Francia, RN, fiero di essere francese'”.
Kevin T. ha detto agli inquirenti di aver disegnato egli stesso gli adesivi e di averli poi ordinati on line. Si è fatto poi fotografare durante un evento dell’associazione Francia-Palestina, precisando di aver voluto “infiltrare la sinistra”.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile
E BOLSONARO PARE CHE ABBIA GODUTO DI UN TRATTAMENTO “DIPLOMATICO” CHE COMPORTA ALCUNI PRIVILEGI, TRA CUI IL MANCATO ESAME DEI BAGAGLI, PUR NON AVENDO UN PASSAPORTO DIPLOMATICO VALIDO, MA SOLO QUELLO ITALIANO. MA ANCHE IN QUESTO SECONDO CASO EMERGONO IRREGOLARITÀ
Flavio Bolsonaro, secondo la riforma migratoria approvata da Milei l’anno scorso,
non poteva entrare legalmente in Argentina. Il decreto 366, all’articolo 29, stabilisce in modo chiaro che l’omissione o la falsificazione di informazioni relative a precedenti penali e a procedimenti giudiziari in corso – questo il caso di Bolsonaro – costituisce motivo di respingimento o di espulsione. Tale misura, sottolinea il decreto, rientra nelle politiche di sicurezza interna volte a limitare l’ingresso o la permanenza di persone con procedimenti pendenti o condanne all’estero.
Un restringimento delle maglie dell’immigrazione che rappresenta una grande conquista per il governo Milei.
Ed è la politica chiave della ministra della Sicurezza Alejandra Monteoliva, che più volte ha guidato le operazioni all’aeroporto Aeroparque di Buenos Aires per impedire l’ingresso nel Paese agli stranieri non in regola. “Chiunque abbia precedenti penali, documenti irregolari o non soddisfi i requisiti non sarà ammesso”, ha dichiarato in un video pubblicato su X il mese scorso, in cui si vantava di aver espulso o respinto almeno 20mila clandestini. “In Argentina ora c’è la legge e l’ordine” esclamava nel video.
Quanto a Bolsonaro, secondo la stampa argentina, pare che abbia goduto di un trattamento ‘diplomatico’ che comporta alcuni privilegi, tra cui il mancato esame dei bagagli, pur non avendo un passaporto diplomatico valido, ma solo quello italiano. Ma anche in questo secondo caso emergono irregolarità: ogni turista europeo che non sia un passeggero in transito da un volo a un altro, per entrare in Argentina deve presentare obbligatoriamente, sempre secondo il nuovo decreto, un’ assicurazione medica per la durata del viaggio, il biglietto di ritorno e una prenotazione di un hotel o altre sistemazioni legali.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile
“IL SUO PROGRAMMA SOPRAVVIVE NEI CONTENUTI DELLA SUA AGENDA LEGISLATIVA, SOPRATTUTTO NEI DECRETI SICUREZZA; NELLE SUE DICHIARAZIONI ESTEMPORANEE, CHE RIVELANO COME NON ABBIA MAI SMESSO DI CONSIDERARSI LA LEADER DELLA DESTRA ITALIANA ANZICHÉ LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI TUTTI GLI ITALIANI; E NELLE ACROBAZIE POLITICHE CON CUI EVITA CHE IL DISSENSO NELLA COALIZIONE ESPLODA”
Traduzione di un estratto dell’articolo di Giovanna Maria Dora Dore* per “American Purpose”, il magazine online e la comunità fondata dallo storico Francis Fukuyama nel 2020
*professoressa associata presso la Krieger School of Arts and Sciences della Johns Hopkins University. In precedenza, la dottoressa Dore ha lavorato presso la Banca Mondiale e l’UNHCR.
Venerdì 4 settembre, al suo 1.413° giorno a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni è diventata la presidente del Consiglio con il mandato ininterrotto più lungo dal 1946. Considerate le abitudini della politica italiana, è un risultato notevole di per sé, tanto più sorprendente se si pensa a come Meloni è arrivata al potere.
La sua visione per l’Italia si fondava su proposte dirompenti e irrealizzabili, che avrebbero potuto mettere a rischio la permanenza del Paese nell’Ue e nell’euro.
Tutto lasciava pensare che il governo formato nell’ottobre 2022 si sarebbe rivelato fragile e di breve durata, come tanti altri prima di lui.
Invece Meloni celebra il suo record in pompa magna e, con l’approvazione parlamentare di una nuova legge elettorale soprannominata «Melonellum», la sua presa sul potere potrebbe durare ancora più a lungo.
Due anni fa, quando Meloni votò contro la rielezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, ci si chiedeva se l’immagine, costruita con cura, di leader pragmatica avrebbe lasciato il posto a quella di un’antieuropeista ostinata, al servizio della destra radicale e favorevole a un’Ue ridimensionata.
La risposta, quattro anni dopo l’inizio del suo mandato, è più strana e assai più deludente di entrambe le ipotesi. Meloni non ha trasformato né l’Europa né l’Italia. È semplicemente rimasta al suo posto.
A spiegare questo esito concorrono diversi fattori. In primo luogo, per una combinazione di incapacità politica, confusione di idee e rivalità personali, alle elezioni del 2022 i partiti di centrosinistra si presentarono divisi in tre blocchi: da una parte il Partito democratico, l’Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa; dall’altra l’alleanza del «Terzo Polo», composta dai centristi guidati da Matteo Renzi e Carlo Calenda; il Movimento 5 Stelle, invece, corse da solo. Meloni ottenne il 26 per cento dei voti con Fratelli d’Italia e, insieme alla coalizione di destra, poco meno del 44 per cento. La frammentazione del centrosinistra, tuttavia, le permise di sfruttare al meglio le regole della legge elettorale e di massimizzare il successo in termini di seggi parlamentari.
Il peso dei numeri che stanno dietro ai risultati elettorali non può essere sottovalutato, soprattutto alla luce della longevità del governo Meloni. In Italia i governi si formano e cadono a seconda che il Parlamento accordi o revochi loro la fiducia.
Ma per cambiare governo, o anche solo per minacciarne la stabilità, deve esistere una maggioranza alternativa plausibile rispetto a quella in carica. Dall’ottobre 2022 in Italia non ce n’è stata una, per due ragioni.
Da un lato, il risultato elettorale di Fratelli d’Italia e, più in generale, della destra era stato così netto che anche solo immaginare una diversa composizione parlamentare restava fuori discussione. Dall’altro, negli ultimi quattro anni il centrosinistra non è riuscito a presentarsi come una credibile alternativa di governo. Divisi, litigiosi e privi di un programma comune, i partiti di sinistra non hanno offerto una prospettiva solida a livello nazionale, nonostante alcune importanti vittorie locali.
Meloni è stata anche abile nel tenere sotto controllo i contrasti interni alla coalizione, concedendo di tanto in tanto piccole vittorie ai vicepresidenti del Consiglio Matteo Salvini e Antonio Tajani e facendo da mediatrice quando le tensioni tra loro diventavano troppo forti.
Ha inoltre beneficiato del fatto che né Salvini né Tajani potevano permettersi di sfidarne la leadership, impegnati com’erano a gestire i problemi e le debolezze crescenti dei rispettivi partiti. E nessuno dei due poteva tentare mosse rischiose che avrebbero fatto cadere il governo Meloni, perché i numeri in Parlamento non lo consentivano. Una situazione ideale per qualsiasi presidente del Consiglio italiano.
Altrettanto rilevante è il fatto che Meloni abbia abbandonato la convinzione, sostenuta a lungo, che uscire dall’Ue e dall’euro sarebbe stato un vantaggio per l’Italia. L’idea di lasciare l’euro fu rinnegata quasi subito dopo la sua nomina a presidente del Consiglio, mentre le precedenti dichiarazioni bellicose contro l’Ue lasciarono il posto a un sottile tentativo di costruire un rapporto di lavoro con Ursula von der Leyen.
Anche la sua ostilità all’austerità e al rispetto dei vincoli di bilancio europei si è lentamente dissipata: i principi che Meloni aveva contestato con ferocia e insistenza per anni sono diventati il pilastro della politica economica del suo governo.
Di conseguenza, la credibilità fiscale dell’Italia è migliorata e il contenimento della spesa ha portato il deficit a circa il 3,1 per cento.
Questo nonostante il rapporto tra debito pubblico e Pil resti tra i più alti dell’Ue, con una previsione compresa tra il 138,5 e il 138,9 per cento alla fine del 2026.
Allo stesso modo, le simpatie dichiarate apertamente da Meloni per la dittatura di Bashar al-Assad in Siria e per la Russia di Vladimir Putin hanno lasciato il posto a una cordiale collaborazione con gli Stati Uniti, anche durante l’amministrazione Biden.
Un esame serio del bilancio del governo Meloni suggerisce che la sua longevità storica sia una questione di sopravvivenza più che di risultati. O, nelle parole di Tito Boeri: «Questo governo ha cercato soprattutto di sopravvivere facendo il meno possibile».
Sul fronte della crescita e degli investimenti, il governo Meloni non ha nulla da mostrare. I dati dell’Istat indicano che tra il 2023 e il 2026 la produzione industriale è diminuita e, secondo l’Ocse e il Fondo monetario internazionale, la crescita italiana, prevista allo 0,9 per cento nel 2026, resta tra le più deboli dell’Ue.
Inoltre, tra il 2021 e il 2026 l’Italia ha ricevuto la parte più consistente dei fondi europei per la ripresa e la resilienza, ma il governo Meloni non è riuscito a impiegarli per stimolare una crescita di lungo periodo, ottenendo risultati limitati soltanto sul fronte del contenimento del debito. I leader dell’opposizione hanno criticato Meloni per aver preferito accontentarsi di riforme minori, senza affrontare i problemi strutturali dell’economia.
Quattro anni fa ci si chiedeva se ci si potesse fidare di Meloni in patria quanto sembrava ci si fidasse di lei all’estero. Il bilancio del suo governo suggerisce una risposta negativa.
La longevità del suo governo è stata ottenuta rinunciando alla maggior parte delle ragioni per cui era stata eletta.
Il suo programma di «Dio, patria e famiglia» sopravvive nei contenuti della sua agenda legislativa, soprattutto nei decreti sicurezza; nelle sue dichiarazioni estemporanee, che rivelano come non abbia mai smesso di considerarsi la leader della destra italiana anziché la presidente del Consiglio di tutti gli italiani; e nelle acrobazie politiche con cui evita che il dissenso interno alla coalizione esploda.
Nel luglio 2025, per descrivere le difficoltà di governare l’Italia, Meloni ha detto: «Ogni giorno per me è un lancio con il paracadute». Senza dubbio spera che l’impegno e le energie profusi per affrontare queste sfide le siano riconosciuti: ha già annunciato di essere pronta a ricandidarsi.
Resta da vedere che cosa farà della sua longevità, se un secondo mandato le consentirà di smettere di limitarsi a durare.
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Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile
EPPURE, PER USARE LE PAROLE DELL’EX CAPO DELLA POLIZIA FRANCO GABRIELLI, “NON LI HANNO VISTI ARRIVARE”. COME E’ STATO POSSIBILE? PERCHE’ SONO STATI IGNORATI I RIPETUTI AVVISI DELL’ANTITERRORISMO?
Quarantotto ore prima dell’assalto di Milano del 17 ottobre, i Servizi e la Polizia di
prevenzione avevano avvertito il Viminale. Il rischio di violenze nelle piazze era concreto. E soprattutto era stato individuato. Non si trattava di un allarme generico: durante una riunione del Casa, il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, gli apparati di sicurezza avevano segnalato due account social, tra i quali «Italia in piazza», che stavano chiamando a raccolta migliaia di persone.
E avevano indicato anche dove si concentrava il pericolo maggiore: a Milano, tra i minorenni. Esattamente quello che sarebbe accaduto quarantotto ore dopo, quando migliaia di giovanissimi avrebbero assaltato le città del Nord Italia, trasformando una protesta nata sui social in una giornata di devastazioni.
Eppure, per usare le parole dell’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, «non li hanno visti arrivare». Come sia stato possibile è una delle questioni sulle quali ci si interroga in queste ore. Perché l’allarme c’era. E non era nemmeno nuovo. Da tempo l’Antiterrorismo segnalava il rischio che una parte del mondo giovanile, soprattutto minorenne, fosse diventata una pentola pronta a esplodere. Una rabbia senza riferimenti politici, facilmente mobilitabile attraverso i social e soprattutto esposta al rischio di essere strumentalizzata dai cosiddetti «professionisti della piazza»: gruppi che scendono per strada non per protestare ma per cercare gli scontri.
Quello che è accaduto il 17 ottobre sembra aver confermato entrambe le previsioni. E ha mostrato che il problema non era tanto nell’analisi della minaccia, quanto nella capacità di affrontarla sul campo. I numeri ufficiali della Polizia raccontano la dimensione di quanto accaduto: appena undicimila manifestanti, cinque città coinvolte — Milano, Torino, Bologna, Brescia e Bergamo —, 28 arresti, 43 denunciati e soprattutto 141 feriti tra le forze dell’ordine. Una mobilitazione che, pur con numeri relativamente contenuti, è riuscita a mettere in ginocchio alcuni dei principali centri urbani del Nord Italia.
La questione è stata affrontata anche nell’informativa che il direttore dell’Aisi, Bruno Valensise, ha tenuto nei giorni scorsi davanti al Copasir. Ma proprio dal lavoro dell’intelligence emerge un secondo elemento, forse ancora più significativo. Perché mentre l’inchiesta giudiziaria si è concentrata su Youssef Siher, i Servizi hanno continuato a indagare su quello che era successo prima. Siher, infatti, avrebbe cercato di organizzare politicamente una protesta già esplosa. Non sarebbe stato lui a farla nascere. E dunque resta da capire chi abbia chiamato in piazza migliaia di ragazzi, riuscendo a mobilitarli in pochi giorni.
È qui che gli analisti hanno individuato una circostanza particolarmente interessante. Nei giorni precedenti alla manifestazione erano circolati volantini diversi, diffusi attraverso piattaforme e canali considerati compatibili tra loro. Il messaggio era sostanzialmente identico: scendere in piazza il 17 ottobre. A cambiare erano le grafiche, i colori, i simboli. E soprattutto il pubblico al quale sembravano rivolgersi.
C’era il volantino costruito con i colori del Partito democratico, che parlava di «piazze autorizzate». Quello che richiamava, attraverso simboli e impostazione grafica, l’universo No Vax. Un altro utilizzava caratteri e linguaggi visivi riconducibili all’estrema destra, sul modello di Forza nuova. Un altro ancora sembrava confezionato per i movimenti antagonisti. Stesso appuntamento, stesso invito alla mobilitazione, ma quattro linguaggi differenti. (…)
Per l’intelligence è uno degli indizi più significativi del carattere organizzato della mobilitazione. Non necessariamente la prova di una regia straniera, che allo stato non è stata individuata, ma il segnale di una strategia precisa: utilizzare messaggi identici, confezionati in maniera diversa, per raggiungere comunità digitali differenti e spingerle verso lo stesso appuntamento. Una tecnica che gli analisti accostano esplicitamente al «modello Ceuta», già osservato nelle mobilitazioni alimentate attraverso i social e costruite per intercettare pubblici diversi, sfruttandone rabbia e paure. La stessa che ha travolto l’Italia.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile
MA DOPO LA PRESA DI DISTANZA DA PARTE DI TRUMP (“BOLSONARO RIVENDICA LA PRESIDENZA DEL BRASILE? NON VOGLIO ESSERE COINVOLTO”) E’ COSTRETTO A RINCULARE CANCELLANDO DAL SUO POST I PASSAGGI IN CUI SI PROCLAMAVA “IL VERO PRESIDENTE ELETTO DEL BRASILE”
Flavio Bolsonaro, fuggito negli Stati Uniti dopo aver perso le elezioni contro il presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva, ha rivendicato di essere il “vero presidente del Brasile”. “Sono io il presidente eletto e i criminali che hanno rubato le elezioni in Brasile fanno parte di un’organizzazione criminale che ha instaurato una tirannia”, ha scritto il senatore in una dichiarazione pubblicata sul suo profilo X, denunciando una “frode elettorale”. “Da qui guiderò l’opposizione”, ha aggiunto.
Il senatore brasiliano Flávio Bolsonaro ha ringraziato il presidente argentino Javier Milei e quello statunitense Donald Trump per l’accoglienza negli Usa, dove è arrivato oggi con la famiglia. In una lettera diffusa dopo l’arrivo a Miami, il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro ha denunciato presunti brogli elettorali senza presentare prove e ha chiesto l’annullamento della candidatura di Lula e del suo vice Geraldo Alckmin, accusando le istituzioni brasiliane di persecuzione politica.
Bolsonaro Jr ha criticato in particolare il giudice della Corte suprema Cristiano Zanin, contestando la proroga dell’orario di voto fino alle 19, decisa domenica. Secondo il senatore, la misura avrebbe consentito a Lula di ottenere oltre 10 milioni di voti in più rispetto al primo turno. I dati ufficiali indicano tuttavia che dopo le 17 sono stati registrati soltanto 34.000 voti.
“Non sono fuggito dal Brasile, sono uscito per il Brasile”, ha scritto, sostenendo di aver lasciato il Paese per sottrarsi a un presunto regime autoritario. Ha inoltre annunciato che guiderà l’opposizione dall’estero e che presenterà nei prossimi giorni una strategia per mobilitare i suoi sostenitori. La partenza per gli Stati Uniti è avvenuta dopo che il giudice Alexandre de Moraes aveva disposto la consegna dei suoi passaporti nell’ambito di un’indagine per sospetto riciclaggio di denaro, nella quale il senatore nega ogni irregolarità.
TRUMP, ‘BOLSONARO RIVENDICA PRESIDENZA DEL BRASILE? NON VOGLIO ESSERE COINVOLTO’
Donald Trump ha detto che “non vuole essere coinvolto” in merito alle rivendicazioni di Flavio Bolsonaro che si è dichiarato il legittimo presidente del Brasile. “Non intendo commentare la questione”, ha detto il tycoon ai media prima di partire per l’Ohio, altra tappa del suo tour elettorale in vista delle midterm. “Non voglio essere coinvolto. È stata un’elezione molto strana, questo è certo”, ha aggiunto il tycoon.
Flávio Bolsonaro fa marcia indietro e cancella dalla sua lettera i passaggi in cui si proclamava “il vero presidente eletto del Brasile”, dopo la sconfitta al ballottaggio di domenica contro Luiz Inácio Lula da Silva. Il senatore, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, ha modificato il testo pubblicato sui social, sostituendo la rivendicazione della vittoria con la definizione di “leader del Brasile”.
La retromarcia è arrivata circa venti minuti dopo la pubblicazione della prima versione, nella quale Flávio contestava il risultato elettorale e denunciava presunti brogli senza presentare prove. Nella versione corretta, il senatore mantiene le accuse contro le istituzioni brasiliane e conferma la volontà di guidare l’opposizione dall’estero. Secondo il settimanale brasiliano Veja, Flávio avrebbe inoltre annullato la conferenza stampa prevista per domani. “Non sono fuggito dal Brasile, sono uscito per il Brasile”, ha scritto, promettendo di presentare nei prossimi giorni una strategia per mobilitare l’opposizione attraverso mezzi pacifici e legittimi.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA CONSULTA POTREBBE SMONTARE LA RIFORMA ELETTORALE E MAGARI RENDERE INUTILI LE PRIMARIE
Giuseppe Conte non molla. Il pressing del leader del Movimento 5 Stelle sul Pd è
sempre più serrato: «Il programma va fatto subito, ogni giorno sarà tardi. Non se ne può più. Di fronte ai cittadini che lamentano difficoltà e disagi, che manifestano per strada noi siamo ancora qui che non riusciamo a riunirci per il programma. Questa attesa deve finire».
Ma i tempi non saranno brevissimi. I dem temono che l’ex premier voglia affrettarsi solo per un motivo: per mettere nero su bianco i punti su cui tutti convergono (sono quelli della contromanovra delle opposizioni presentata in Parlamento a metà ottobre) e lasciare irrisolto il nodo Ucraina in modo da farci sopra la campagna per le primarie.
Una campagna all’insegna del pacifismo senza se e senza ma (ma soprattutto senza armi a Kiev) che metta in difficoltà il Pd. Stefano Patuanelli nega che sia questo l’intento però, quando gli si ricorda che lasciare l’Ucraina fuori dal programma converrebbe proprio ai 5 Stelle, sorride.
Perciò, nonostante le insistenze di Conte, è difficile che il programma del centrosinistra (criticato ieri da Massimo D’Alema che non lo ritiene adeguato) veda la luce a giorni. E una voce che da ieri circola nel Transatlantico di Montecitorio, dove deputati e senatori si sono ritrovati per votare i membri laici del Csm, sembra confermare che i tempi non saranno brevissimi.
Già, perché la data più gettonata per le primarie è quella del 14 marzo. «Sarebbe una buona data», confida Graziano Delrio a un collega di partito. E Patuanelli osserva: «Non so se saranno a marzo o meno, ma di sicuro non riusciamo a farle entro l’anno come avremmo preferito noi». Marco Sarracino la butta a ridere: «Per me il 14 va bene, basta che sia una domenica e che il Napoli non giochi».
C’è, però, un ma grosso come una casa. Lo esplicita Riccardo Magi: «E se Giorgia Meloni decidesse di prenderci tutti alla sprovvista e di indire le elezioni in una data simbolo come quella del 18 aprile?».
La possibilità che la premier anticipi le elezioni — e non di poco — è anche nella mente di Dario Franceschini che spiega ai colleghi di partito: «Si potrebbero pure anticipare le primarie…». La verità è che, comunque, sia Schlein sia Meloni vogliono aspettare la Corte costituzionale che potrebbe decidere sulla riforma elettorale a febbraio.
Dunque è confermato che non di programma si parlerà nel vertice tra Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli domani.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile
NOLE, CHE AVEVA DATO SOSTEGNO ALLE PROTESTE DOPO LA TRAGEDIA DI NOVI SAD, E’ FINITO NELLA LISTA NERA DEI MEDIA FILOGOVERNATIVI E SI E’ RIFUGIATO IN AUTO-ESILIO A ATENE CON LA MOGLIE E I DUE FIGLI, OGGI DI 9 E 12 ANNI: “HO PROFONDO RISPETTO PER GLI STUDENTI E PER I GIOVANI CHE HANNO LOTTATO E MOSTRATO DIGNITÀ”
Era un mito. Lo hanno additato come traditore. Adesso si appresta a tornare in patria come eroe. In Serbia, negli ultimi due anni, sono state queste le tre vite di Nole.
Definirlo dissidente forse è offensivo per le vittime di persecuzioni politiche, colpite direttamente dalla violenza dei regimi. Un fatto però è certo: dal primo istante Djokovic, fuoriclasse del tennis mondiale nato a Belgrado 39 anni fa, si è schierato dalla parte degli studenti scesi in piazza contro Aleksandar Vucic.
È successo nel tardo autunno del 2024, poche settimane dopo il tragico crollo di una pensilina nella stazione dei treni a Novi Sad: 16 morti causa corruzione di Stato, la scintilla delle mobilitazioni che domenica hanno democraticamente sancito la fine dei 14 anni del regime di Belgrado.
Quel giorno di due anni fa però anche Nole, tra la gloria e la dignità, ha fatto la sua scelta. Ha rotto il silenzio e ha detto pubblicamente che i manifestanti contro Vucic andavano «trattati con rispetto» e che le loro proteste erano giuste.
Agli increduli funzionari, ricompensati per alimentare il culto della personalità dell’erede politico di Milosevic, questa non autorizzata licenza di libertà d’espressione è bastata per iscrivere Nole nella lista nera dei media di Stato. Da allora, per mesi, è stato presentato come “traditore”, “falso patriota” e “sobillatore di una rivoluzione a colori”.
Nel 2025, temendo per l’incolumità della sua famiglia, Djokovic ha scelto così l’auto-esilio. Ha lasciato Belgrado e si è trasferito ad Atene con la moglie e i due figli, oggi di 9 e 12 anni. Nulla a che vedere con un gulag sovietico: da allora risiede a Glyfada, sobborgo di lusso della capitale ellenica, e anche per questi agi è stato più volte attaccato da Vucic.
«Nole è il più grane tennista di sempre — le parole dell’ormai ex presidente — ma nei nostri colloqui avrei dovuto usare con lui toni più duri. Le mie convinzioni comunque non cambiano per le isterie di qualche star di sport e spettacolo».
Due le risposte di Djokovic. Prima ha dedicato l’ultimo titolo agli Australian Open a uno studente serbo ferito dalla polizia durante una manifestazione. Poi a sorpresa si è presentato a Belgrado per seguire una partita di basket: addosso una felpa con la scritta “Gli studenti sono campioni”. E non era finita. Ad Atene, Nole si è portato anche il torneo Atp 250 di Belgrado, sottratto dopo 36 anni e organizzato dal fratello Djordje: non si gioca dove si soffre.
L’epilogo in queste ore, dopo il trionfo elettorale della Lista degli studenti, che hanno pacificamente travolto il potere di Vucic.
«Sono soddisfatto e molto felice — ha detto Nole dal torneo di Basilea — e ho il più profondo rispetto per gli studenti e per i giovani che hanno lottato e mostrato dignità, oltre che una resilienza incredibile per due anni, sotto una pressione gigantesca».
Visibilmente commosso ha aggiunto: «Provo un’immensa ammirazione per ciò che hanno fatto, per come si sono comportati e per come sono riusciti a generare questo spirito di orgoglio in tutta la popolazione, non solo in Serbia ma anche all’estero. Ora che la vittoria è assicurata, tutti nutriamo la speranza che il nostro Paese sia prospero e che si possa godere il futuro».
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile
CAMPA CAVALLO: LE MODALITÀ SU COME VERRANNO UTILIZZATI QUESTI SOLDI SARANNO DEFINITE SOLTANTO A GENNAIO… IN QUESTI ANNI IL GOVERNO NON HA RINNOVATO MISURE COME “OPZIONE DONNA” E “QUOTA 103” – CHI ANDRÀ IN PENSIONE IL PROSSIMO ANNO RISCHIA DI AVERE UN TAGLIO DEL 4% SULL’IMPORTO EROGATO DALL’INPS PER VIA DELLA REVISIONE DEI COEFFICIENTI SUGLI ASSEGNI CONTRIBUTIVI
Dopo quattro anni di stretta sull’età pensionabile e promesse tradite di abolizione
della legge Fornero, il governo Meloni tenta il recupero dell’ultimo minuto: nella manovra pre-elettorale trova spazio un fondo da 850 milioni per la flessibilità in uscita.
Il segretario leghista Matteo Salvini si augura di permettere il pensionamento a 64 anni, ma requisiti e modalità andranno definiti a gennaio, per ora c’è solo il fondo (che non dovrebbe bastare).
Dopo l’approvazione della legge di bilancio in consiglio dei ministri, sulle pensioni abbiamo annunci spot e poco altro, in particolare sul delicato tema della flessibilità in uscita.
Nei giorni scorsi si era parlato di due ipotesi. La prima riguarda una nuova Quota 100, questa volta accessibile a 64 anni di età con almeno 36 di contributi (mentre quella approvata nel 2019 dal governo Conte si otteneva con 62 anni e 38 di servizio).
La seconda, che il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon propone da agosto, consiste nel pensionamento a 64 anni con il ricalcolo contributivo dell’assegno, con un netto taglio sul trattamento mensile.
Le stime di costo per entrambi gli interventi superano gli 850 milioni disponibili. In ogni caso, tutto rinviato ai prossimi mesi, perché la manovra dispone solo lo stanziamento, non i dettagli.
Negli scorsi anni la legge Fornero è stata persino aggravata. Tutte le forme di anticipo dell’uscita – come Quota 103 e Opzione Donna – sono state prima irrigidite e poi cancellate. È stato inasprito il requisito per l’uscita anticipata con il contributivo, con l’aumento del trattamento minimo da maturare per potersi pensionare.
Ancora, è stato rivisto al ribasso il metodo di calcolo delle pensioni retributive di alcune categorie del pubblico impiego, dai sanitari ai dipendenti degli enti locali. Nel frattempo, a gennaio arriverà uno scatto di un mese, perché il meccanismo che lega l’età pensionabile all’aspettativa di vita non è stato modificato e questo causerà anche una riduzione degli assegni dal 2027.
Durante la conferenza stampa di ieri, Giorgia Meloni non ha chiarito se nel testo finale della manovra entrerà una penalizzazione sull’indicizzazione per i trattamenti da almeno cinque volte il minimo, ipotesi ventilata proprio per costituire il fondo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile
NEGLI ANNI DEL VAFFA, DI PIETRO DICEVA: ‘IO E GRILLO SIANO COMPLEMENTARI’. E NEI TEMPI D’ORO DELL’ULIVO DI PRODI, DI CUI FU MINISTRO, RIPETEVA: ‘NON MI SENTO UN OSPITE, SONO UNO DI VOI’… IL PRANZO CON DONZELLI CI RACCONTA CHE L’UOMO DI MANI PULITE È ORMAI L’UOMO DELLA TAVOLATA POLITICA
Il pranzo con Donzelli per farsi votare al Csm e forse pure a sindaco di Milano è stato per Antonio Di Pietro molto più di una svolta politica, di una campagna elettorale, di un inciucio della destra berlusconiana con il suo carnefice, di un “pappa e ciccia” dei giustiziati e del giustiziere che ovviamente indigna Stefania Craxi e, nel retroscena dei pudori, fa arrossire Marina Berlusconi.
E Meloni lo accoglie perché lo riconosce come simile e come fratello appunto, con quel suo dialetto storto e popolare: “il dipietrese” che è come “il melonese”. E infatti, spiega la Treccani, Di Pietro stesso lo ha definito “un linguaggio semplice con la caratteristica di non essere molto acculturato, ma che si fa capire”.
Certo, anche negli anni del vaffa, Di Pietro diceva: «Io e Grillo siano complementari». E nei tempi d’oro dell’Ulivo di Prodi, di cui fu ministro, ripeteva: «Non mi sento un ospite, sono uno di voi».
Antonio Di Pietro è salito su tutti i carri politici sempre dicendo che erano gli altri a salire, anzi ” a zompare” sul suo: «Sul mio carro sono zompati tutti. Si appiccicavano al mio nome come mosche».
Le parole di Meloni e di Di Pietro, tra gesti e scatti e riti, vengono spiritualizzate dalla lettera maiuscola, dalle esclamazioni, dai Valori appunto: «Vivono di ricordi altrui» diceva Longanesi. E certo i due fisicamente non si somigliano, ma la fisiognomica li avvicina.
Le mossette e le occhiatine, gli urli, i silenzi e le risatine che sono il meglio di lei sono anche il meglio di lui, che strabuzza gli occhi, parla con le mani, agita i pugni, come nella memorabile imitazione di Corrado Guzzanti che, deformandolo, ce lo svelò: «È come quando giochi a carte e tieni coppe in mano e vince coppe, ma poi quando tocca a te, quello dice: no, mo’ comanda spade…: e il cittadino? Qui stiamo sempre a tagliare il salame con il cucchiaino, ad acchiappa’ lo scarpaglione con la cerbottana».
Ecco perché il pranzo con Donzelli ci racconta che l’uomo di Mani Pulite è ormai l’uomo della tavolata politica popolare e sanguigna, non della ristorazione con il sugo di camorra alla Delmastro e neppure delle liaisons dangereuses alla vongola sgusciata di Ranucci e Lavitola.
Nell’opera buffa italiana, la tavola per Di Pietro supera il “se magna” del forchettone democristiano, e diventa senza neppure dirlo, la congiura dei sapori tipici, dei valori da proteggere e da conservare, dell’olio extravergine d’oliva, del vino, del grano e dell’orzo del Molise, ma anche dei faldoni sui misteri di Tangentopoli che di tanto in tanto dice di custodisce a Montenero di Bisaccia: «Io e mia figlia vorremmo dare fuoco all’archivio. Mia moglie e mio figlio Antonino lo vogliono tenere».
C’è lo strapaese dell’Italietta nel Di Pietro che racconta al collega Vittorio Zincone: «La ventricina è un salame che faccio io» e poi gli spiega come ammazza i maiali: «Ora non più, perché non li si fa soffrire, ma quando mio padre me lo faceva fare per educarmi…». Alla fine, Di Pietro fornisce il rosso buono a Lollo che crede che l’acqua ubriachi più del vino.
Da un lato c’è dunque Meo Patacca che affrontava li turchi, con er fidato Fazzolari, l'”Anvedi” Rampelli, er Rugantino, la parlata strascicata di Giorgia e di tutta Chigi , «l’italiano sfatto», come diceva Moravia, quello delle interiezioni, “daje” alla fine di ogni frase e “stacce”, “stai manzo”, “m’arimabarza”, “t’accolli”, Gnecco er Matriciano e ovviamente Arianna, moglie e sorella romanaccia.
E dall’altro lato c’è l’inno scritto da Fred Bongusto nel 1974: “Molise, puozz’ ess’ accise’ / nun penzà che è nu suonno pecché vivo lontano / Nun penzà che la colpa è du vino che è buono”.
Ha detto Di Pietro: «Io sono sempre vissuto col pensiero che sarei tornato nella mia masseria molisana per sdraiarmi sulla terra a guardare le stelle, come faceva mio padre. Vivo questa fase della mia vita con la voglia di tornare alle origini». Ecco, Di Pietro è tornato alle origini, alla casa dei fratelli.
(da Repubblica)
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