Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL TESTO È STATO SUPERVISIONATO AI “RAGGI X” DAL LEADER DI FUTURO NAZIONALE, A CUI L’EX SINDACO DI ROMA HA ADERITO: IL GENERALE VUOLE EVITARE CHE NEL TESTO CI SIANO CONTENUTI NON IN LINEA CON IL SUO PARTITO… “DOMANI”: “NELLE ULTIME SETTIMANE, GLI SPAZI PER LA LIBERTÀ DI AZIONE DENTRO FUTURO NAZIONALE SI SONO RISTRETTI. BASTI PENSARE AL CASO DI LUCA SFORZINI”
Il tempo stringe e Gianni Alemanno deve consegnare il suo nuovo libro, Il cuore e la tempesta
(Foglio edizioni), in uscita il 24 novembre. La scadenza fissata dall’editore è il 20 settembre
L’ex sindaco di Roma ripercorre le varie tappe politiche fino all’esperienza in carcere per la condanna nell’ambito dell’inchiesta Mondo di mezzo. Un «racconto diretto di chi è stato ministro, sindaco di Roma e detenuto», si legge nella presentazione.
Ma, secondo quanto risulta a Domani, i contenuti sono passati ai raggi X da un correttore di bozze non ufficiale: Roberto Vannacci, fondatore e leader di Futuro nazionale, a cui Alemanno ha aderito subito dopo essere tornato in libertà.
L’ex generale vuole evitare passaggi imbarazzanti o problematici all’interno del libro. Nelle ultime settimane, gli spazi per la libertà di azione dentro il suo partito si sono ristretti. Basti pensare al caso di Luca Sforzini.
(da Domani)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
LONGOBARDI ERA GIÀ FINITO NEL MIRINO DEL “CERCHIO TRAGICO” DELLA SORA GIORGIA DOPO LA DISFATTA AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, DOVE ERANO STATI DECISIVI I VOTI DEGLI ELETTORI PIÙ GIOVANI PER IL “NO” – ORA LA DUCETTA VUOLE UNA SVOLTA NELLA COMUNICAZIONE DEL GOVERNO E RICICCIA L’IDEA DI ASSOLDARE COME PORTAVOCE IL DIRETTORE DEL TG1, GIAN MARCO CHIOCCI, UN “ACQUISTO” INDIGESTO PER FAZZOLARI E FILINI, IL DUO CHE GESTISCE LA MACCHINA COMUNICATIVA DI FDI
A Palazzo Chigi la priorità non è risollevare il Pil asfittico, alzare i salari da fame degli italiani, oppure trovare soluzioni per rilanciare la produttività. No, al momento il pensiero numero uno di Giorgia Meloni è fare in modo che la propaganda del governo funzioni al meglio.
È da qui che bisogna partire per capire l’addio (sarebbe meglio dire “l’allontanamento”) di Tommaso Longobardi, ormai ex stratega digitale della premier, l’uomo che in questi anni ha costruito la macchina social della Ducetta.
La stessa “Statista della Sgarbatella”, nella recente intervista-fiume concessa al “Foglio”, ha abbozzato un’autocritica farcita dalla solita dose di vittimismo: “Rimpianti veri e propri non ne ho. Mi pento forse di aver ritenuto sufficiente fare le cose, anche quando non riuscivo a raccontare tutto il lavoro. Mi rendo conto che sarebbe stato importante far conoscere meglio tutto il nostro lavoro”.
Ecco spiegata la caduta in disgrazia di Longobardi: “Mi rendo conto che sarebbe stato importante far conoscere meglio tutto il nostro lavoro”. Tradotto: qualcuno avrebbe dovuto raccontare online, in modo più pervasivo e martellante, l’azione di governo. E chi se non Longobardi, social media manager di palazzo Chigi?
Longobardi, su Instagram, ha provato a far passare il messaggio che il suo addio sia frutto di una separazione consensuale: “il rapporto con Giorgia resta quello di sempre. Non ci sono rotture, retroscena o dietrologie da cercare dietro questa scelta”.
Eppure l’uscita di scena del capo della comunicazione social della presidente del Consiglio, a pochi mesi dalle elezioni, è un segnale evidente che Giorgia Meloni non sia affatto felice del lavoro svolto dal para-guru nero, mentre nei sondaggi il Campo Largo è in vantaggio sul centrodestra e Roberto Vannacci continua a scippare voti ai partiti di governo.
Longobardi era finito nel mirino di Giorgia e del suo “cerchio tragico” già con la cocente disfatta del referendum sulla giustizia. A Palazzo Chigi non si aspettavano un divario di due milioni di voti a favore del “no”. Soprattutto perché l’analisi del voto ha dimostrato che l’elettorato più giovane ha votato in maniera massiccia contro la riforma targata Nordio.
Quindi è scattato l’allarme nelle stanze del potere meloniano: “Ao’, non riusciamo a intercetta’, ’sti pischelli”. Da qui la decisione della sora Giorgia di riorganizzare la comunicazione, proprio alla vigilia di una campagna elettorale che si annuncia mediaticamente feroce.
Nel tentativo di portare a termine almeno questa riforma, quella della “propaganda”, “Io so‘ Giorgia” sta pensando si affidarsi al direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, come portavoce. Un desiderio che l’ex Underdog della Garbatella nutre da tempo.
La prossima settimana a Palazzo Chigi è prevista una riunione per discutere come riorganizzare la squadra della comunicazione.
Si capirà davvero quante chance ci sono per il trasloco di Chiocci “in trincea”, in vista del voto 2027. Ovviamente, nel caso in cui Chiocci accettasse il ruolo di portavoce della presidente del Consiglio, dovrebbe mettersi in aspettativa dalla Rai, con cui ha un contratto, e servirà un nuovo direttore al telegiornale di Rai1. Mica facile, in questo momento.
Non sarebbe indolore neanche l’approdo di Chiocci a palazzo Chigi, nonostante la necessità di rilanciare il consenso calante del governo: l’ex cronista de “il Giornale” non troverebbe le porte spalancate. Tutt’altro.
Dovrebbe affrontare l’ostilità del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e di Francesco Filini, coordinatore della macchina della comunicazione di Fdi, che non vedono di buon occhio l’arrivo di un giornalista fin troppo autonomo come l’ex direttore dell’AdnKronos.
Si vocifera poi che a Palazzo Chigi stiano pensando di assoldare per i social e la comunicazione online l’italo-albanese Gino Zavalani, volto del network online de’ destra “Esperia”, che in questi ultimi mesi ha diffuso il verbo meloniano a pie’ sospinto, ricalcando la comunicazione digitale grassroots (“di base”, ovvero “dal basso”) che negli Stati Uniti è stata decisiva per l’affermazione di Donald Trump
(da Dagoreport)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
L’APPOGGIO DI CONTE ALL’ASSESSORE DI ROMA SEMBRA UN “BACIO DELLA MORTE”: “PROGETTO CIVICO” STA DIVENTA “PROGETTO PEPPINIELLO”? GLI OCCHI DEGLI ADDETTI AI LAVORI SULLE ELEZIONI SUPPLETIVE DI REGGIO CALABRIA PER IL SEGGIO ALLA CAMERA: VUOI VEDERE CHE IL CANDIDATO DI VANNACCI TOGLIERA’ VOTI AL CENTRODESTRA E FARA’ VINCERE IL PD?
Giorgia Meloni si vanta per il record di longevità del suo governo ma ha una paura fottuta di
tornare alle urne. A destra la “volontà popolare” viene tirata in ballo quando fa comodo ma dopo più di quattro anni di vuoto cosmico, zero riforme e promesse mancate i cittadini potrebbero mandare un bel “vaffa” ai Fratellini d’Italia.
Da qui l’urgenza per la Ducetta di far approvare una legge elettorale che, in nome della “stabilità”, serve a fregare gli avversari come l’emendamento “ammazza-cespugli” sulla raccolta delle firme. La proposta, presentata da Fratelli d’Italia e approvata dal Senato, e’ una bella inculata per i partiti ora assenti dal Parlamento: chi non ha un gruppo dovrà raccogliere 6 mila sottoscrizioni in ogni collegio, chi ha una componente invece ne dovrà rimediare solo 1.500.
Con l’emendamento, la statista della Sgarbatella prende due piccioni con una fava.
Il blitz della maggioranza andato in scena in Senato serve innanzitutto a creare difficoltà al generale Vannacci, che cavalca nei sondaggi rubando voti al centrodestra.
I meloniani stanno anche cercando di capire se la “sporca dozzina” di Futuro nazionale si possa sabotare, depotenziare o scardinare, mettendo nel mirino i suoi membri. Il generale ha raccattato peones in Parlamento, tra pistoleri alla Pozzolo, erinni alla Ravetto e tanti ex leghisti in cerca di ricandidature facili. Personalità così “controverse” qualche scheletro nell’armadio se lo ritrovano sempre. E, scava scava, qualcosa verrà fuori.
L’ex parà ha arruolato otto deputati ma non ha nessun soldato a Palazzo Madama, dove si esamina la legge elettorale. Vannacci, che ama mostrare i muscoli e atteggiarsi a Dictator dell’Antica Roma, tramite l’intelligenza artificiale, si e’ tappato la boccuccia sull’emendamento e finora non ha detto nulla. Non vuole dare segnali di debolezza né mostrarsi lagnoso.
L’emendamento sull’aumento della raccolta firme, sostenuto soprattutto da Forza Italia, Udc e Noi moderati, serve a “proteggere” i centristi al traino della Meloni. Quel merluzzone di Tajani, Lorenzo Cesa e Maurizio Lupi temono che Alessandro Onorato gli porti via voti con il suo Progetto Civico Italia. L’assessore di Roma ai Grandi eventi insiste su un elettorato centrista, pragmatico, liberal e de-ideologizzato: puo’ rosicchiare consensi anche a destra.
Il 46enne Onorato, però, ha altri guai, oltre alle firme da raccogliere: l’endorsement di Giuseppe Conte in suo favore sembra un “bacio della morte”. Peppiniello, in stretto raccordo con Goffredo Bettini, sta brigando in Parlamento per sostenere la causa dell’assessore: sarebbe pronto a “prestare” qualche parlamentare del M5s per permettere a Onorato di creare una componente di Progetto Civico in Parlamento, così da facilitare la raccolta firme per la presentazione della lista alle politiche.
Perché tanta premura da parte del camaleontico Giuseppi? Semplice: Onorato e’ pronto a sostenerlo nella corsa alle primarie contro Elly Schlein. Ma questa “corrispondenza di amorosi sensi” rischia di minare la “terzietà” dell’iniziativa dell’assessore nato a Ostia: da Progetto Civico Italia a “Progetto Conte” il passo e’ breve.
Ad avvicinare i due vaporosi ciuffi è anche l’antipatia verso Renzi. Nessuno dei due vuole Matteonzo tra le palle: Conte non gli ha mai perdonato la “congiura” con cui il leader di Italia Viva lo sfrattò da palazzo Chigi per sostituirlo con Mario Draghi; Onorato non tollera l’abilità manovriera del senatore di Rignano, a cui contende la leadership della “gamba centrista” del Campo largo.
Matteonzo se ne impipa e gode come un riccio per l’emendamento “ammazza cespugli”, approvato anche grazie alla “manina” di Ignazio la Russa (che non ha dimenticato di essere stato eletto presidente del Senato anche con i voti dei renziani…).
La mossa di Giorgia Meloni sulle firme ha indignato le anime pie del Campo largo. Conte addirittura ha chiesto a Mattarella di non firmare la legge elettorale. Ma a sinistra dimenticano le regole: il Melonellum non e’ stato ancora approvato dal Parlamento, puo’ ancora essere modificato e il capo dello Stato, sic stantibus rebus, non può fare (ancora) nulla.
L’ultima speranza del centrosinistra è il voto segreto finale della Camera sulla legge elettorale. L’auspicio delle opposizioni e’ che si ripeta quanto accaduto a luglio, quando i franchi tiratori della maggioranza hanno affossato le preferenze. Ma i sogni si scontrano con la realtà: i parlamentari non hanno voglia di infiocinare il governo, far zompare le legislatura e andare a casa, visto che i loro vitalizi matureranno il 14 aprile.
L’unica cosa che può riportare allegria a Schlein e soci e’ un voto che riguarda 300 mila cittadini.
Il 27 e 28 settembre si terranno le elezioni suppletive a Reggio Calabria per il seggio alla Camera. Futuro nazionale ha candidato Domenico Giannetta (ex capogruppo in Regione di Forza Italia) contro Fabio Roscioli, tesoriere degli azzurri vicino a Marina Berlusconi. Se il candidato di Vannacci finisse per agevolare la vittoria del candidato del Pd, il medico Erik Benedetto, a palazzo Chigi scatterebbe l’allarme rosso
(da Dagoreport)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
PER OGNI COMPITO PORTATO A TERMINE, GLI UOMINI DI PUTIN INCASSANO 150 EURO IN BITCOIN… COME AVVIENE IL RECLUTAMENTO? SUI CANALI TELEGRAM FILORUSSI VENGONO INVIATI MESSAGGI DEL TIPO: “ABBIAMO BISOGNO DI VOLONTARI IN GERMANIA, FRANCIA E ITALIA. PAGHIAMO” … È GRAZIE ALLA RETE DI SPIONI PAGATI DUE SPICCI CHE MOSCA COMPIE ATTIVITA’ DI SABOTAGGIO COME QUELLO ALL’AEROPORTO DI LIPSIA, DOVE UN DRONE CARICO DI ESPLOSIVO E’ ARRIVATO SULLA PISTA DELLO SCALO
Ingaggiati per pochi spicci per iscriversi alla Cdu – considerato “il partito più dannoso per la Russia” – e girare al Cremlino documenti interni. O per ritirare misteriosi pacchi o arruolarsi in un’importante ong che protegge dissidenti russi e vittime dei crimini di guerra e accaparrarsi i loro indirizzi. Altrimenti, per fotografare droni e missili alla più importante fiera tedesca delle armi, l’Ila, e procurare a Mosca nomi e indirizzi degli imprenditori.
Ma anche per prestarsi come influencer per la propaganda filroussa. In un anno vissuto pericolosamente, due giornalisti d’inchiesta, Angelique Geray, già nota per essersi infiltrata e aver fatto saltare in un’organizzazione terroristica neonazista, e Sergej Maier, hanno frequentato sotto copertura le reti russe dove vengono reclutati gli agenti “usa e getta” in Europa.
E, insieme a un altro giornalista d’inchiesta, Markus Frenzel, hanno svelato in uno straordinario documentario come funzionano le spie “low cost” reclutate da Vladimir Putin in Europa e in particolare in Germania. Spesso si tratta di persone assoldate per 150 euro a “missione”, pagati in bitcoin.
Il risultato è un micidiale affresco della facilità con cui il Cremlino prepara gli attacchi ibridi che stanno affliggendo il continente, come quello all’aeroporto di Lipsia dello scorso anno, replicato con i droni poco più di un mese fa.
Dal film emerge Putin manovra i suoi “utili idioti” come li chiamano con disprezzo gli uomini dell’intelligence russa, anche in Italia – menzionata più volte – o in Francia. “Putins Wegwerfagenten. Die billigen Vollstrecker” (“Gli agenti usa e getta di Putin. Gli esecutori a prezzi stracciati”), è andato in onda ieri sera sul canale Rtl. Ed è già un caso. E Angelique Geray ha rischiato grosso: la sua copertura ad un certo punto è saltata e ha ricevuto pesantissime minacce di morte dai suoi “datori di lavoro” a Mosca.
Ma come funziona il reclutamento? Sui canali Telegram filorussi, la giornalista ventinovenne ha intercettato un giorno un messaggio che recitava così: “Amici! Abbiamo bisogno di volontari in Germania, Francia e Italia. Paghiamo”. Sia Angelique sia Sergej hanno dunque risposto, sotto falso nome. E l’anonimo ha replicato a sua volta se fossero disposti a compiti semplici o meno semplici.
Nei mesi, i due hanno scoperto che i compiti meno complessi erano fare fotografie, comprare schede Sim per telefoni o ritirare pacchi. Quelli più compromettenti: analizzare infrastrutture critiche, preparare gravi atti di sabotaggio. In una di queste azioni a Sergej è stato chiesto ad esempio di candidarsi per un lavoro all’Ecchr, un’importante ong che ha raccolto materiale importante per i processi contro Bashar Assad e ora sulla guerra in Ucraina ed è in contatto con molte vittime dei crimini di guerra russi. […]
Un’altro momento interessante è quando Gueray crea un profilo da influencer filorussa su tiktok e comincia a caricare video in cui canta canzoni e propaga opinioni pro-Cremlino. Anzitutto, come se si trattasse di una comunità di bot, la giornalista viene invitata in privato semplicemente a copiaincollare i contenuti di altri utenti simili. Ma dopo un po’, viene contattata in privato da un famoso attivista putiniano che vive nella Ruhr, Jovica Jovic.
Noto anche per aver fatto campagna elettorale, a Dinslaken, per il partito di Sahra Wagenknecht, la rossobruna che potrebbe allearsi con l’Afd e portarla al governo in Sassonia-Anhalt. Jovic le fa i complimenti e vuole incontrarla a Duesseldorf.
I tre giornalisti di Rtl sono riusciti anche a intervistare Aleksandr Suranovas. L’uomo è sotto processo in Lituania per aver preparato e spedito un pacco andato a fuoco a luglio del 2025 all’aeroporto di Lipsia: un attentato ordito da Mosca e fallito soltanto perché l’aereo è partito in ritardo e il pacco è andato in fiamme mentre era ancora sulla pista.
(da Repubblica)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL GRANDE NODO RESTA LA LEGGE ELETTORALE: SE DOVESSE SALTARE IL MELONELLUM, PER IL CENTROSINISTRA LE PRIMARIE NON SAREBBERO PIÙ NECESSARIE, PERCHÉ IL ROSATELLUM IN VIGORE NON PREVEDE L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO A PALAZZO CHIGI
Rispondere al caos con il caos. Celare ogni possibile punto di riferimento agli avversari. E
complicare il percorso delle primarie del centrosinistra. C’è una ragione per cui Giorgia Meloni continua a lanciare messaggi ambigui rispetto alla data delle prossime elezioni.
C’è dietro una strategia precisa. Pensata ed elaborata con i big del partito, con un obiettivo definito: far implodere il centrosinistra. Perché senza un quadro chiaro su cosa accadrà nei prossimi 9-12 mesi, il campo largo potrebbe avvitarsi nella ricerca del candidato alla presidenza del Consiglio.
Meloni ne ha discusso con alcuni ministri anche negli ultimi giorni. Rafforzando una convinzione: confondere le acque innervosisce gli avversari e permette di coglierli in contropiede. Ecco perché la leader ha deciso che salvo incidenti parlamentari che la costringeranno a chiedere il voto in tempi rapidi (dovesse ad esempio fallire la riforma elettorale, spingerà per votare appena dopo l’approvazione della manovra) non fornirà dettagli sulla data delle elezioni prima dell’inizio di febbraio del 2027. […]
Dettaglio necessario, a questo punto: è evidente che la legge elettorale resta il fattore decisivo. Senza “Melonellum”, il centrosinistra potrebbe evitare i gazebo. Il Rosatellum, infatti, non prevede l’indicazione del candidato unitario a Palazzo Chigi. Ma se invece la riforma superasse la prova del Parlamento, allora la leader potrebbe gestire il ritorno alle urne in modo da massimizzare il danno inflitto agli avversari.
Vanno dunque interpretati in questa chiave le accelerazioni e le brusche frenate dei meloniani negli ultimi giorni. Dopo il ministro Luca Ciriani, l’unico ad aver apertamente ipotizzato una finestra elettorale («il voto in primavera sarebbe l’opzione di maggior buonsenso, rispetto a ottobre»), si è fatto sentire Giovanni Donzelli. Il responsabile dell’organizzazione di FdI ha corretto il collega, negando l’idea di urne a maggio e ipotizzando invece di arrivare fino all’autunno del 2027, in assenza però di strappi o eventi politici rilevanti.
Ieri si è esposto anche Ignazio La Russa, segnalando che c’è «molto da fare, quindi ci sono probabilità altissime che si vada avanti fino a fine legislatura». E però aggiungendo che «la minaccia della sinistra è forte, e dunque attenzione: nessun dorma». «Gli italiani devono sapere che c’è un governo che non scappa», ha detto sabato Meloni. «Abbiamo ancora moltissimo da fare». E infine: «Gli italiani ci hanno detto cosa fare ed è quello che continueremo a fare fino all’ultimo».
Un passaggio necessario pure per rassicurare Forza Italia e Lega, in profonda crisi interna, in modo da evitare un pericoloso “liberi tutti” nei gruppi parlamentari in vista della manovra economica. Ma soprattutto, ancora, per sgambettare Pd e Movimento.
Esistono due schemi di gioco, rispetto ai quali Palazzo Chigi intende calibrare le proprie scelte. Il primo prevede che il centrosinistra arrivi a fine gennaio senza ancora aver organizzato primarie. A quel punto Meloni potrebbe sfruttare questo stallo per favorire la soluzione preferita, anche se mai dichiarata: elezioni ad aprile. Nessun preavviso e pochissimo tempo concesso agli avversari per chiamare ai gazebo i simpatizzanti. O comunque per decidere il capo della coalizione.
E se invece il campo largo dovesse risolvere l’aspro dibattito interno organizzando le primarie entro l’inizio del 2027? A quel punto Meloni accarezzerebbe la tentazione di allungare di diversi mesi il momento elettorale, senza escludere la finestra di ottobre o novembre.
Con uno scopo preciso: logorare il vincitore delle primarie, chiunque sia. Nove o dieci mesi prima del voto, in modo da dare tempo al centrosinistra di mostrarsi litigioso. Provando insomma a far realizzare la profezia di molti dirigenti del Pd che si sono esposti anche pubblicamente per dire: evitiamo i gazebo, dal giorno dopo le scorie avvelenerebbero il clima tra alleati.
(da Repubblica)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL CANCELLIERE, FRIEDRICH MERZ, VOLATO IN FINLANDIA PER IL VERTICE UE, TUONA: “QUI, NELL’ESTREMO NORD DELL’EUROPA, SI PUÒ VEDERE QUANTO SIA A RISCHIO LA PACE IN EUROPA. NON POSSO CHE ESORTARE TUTTI NOI A PRENDERE SUL SERIO QUESTO PERICOLO”
“Qui, nell’estremo nord dell’Europa, si può vedere quanto sia a rischio la pace in Europa. Non posso che esortare tutti noi a prendere sul serio questa minaccia”. Lo ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz a Rovaniemi, in Finlandia, vicino al Circolo Polare Artico, dove si è incontrato con altri capi di Stato e di governo dell’Ue.
La Finlandia ha deciso di aderire alla “deterrenza nucleare avanzata” proposta a marzo dal presidente francese Emmanuel Macron ai paesi europei. Lo hanno annunciato i due Paesi in una dichiarazione congiunta, nell’ambito di un nuovo partenariato strategico tra Francia e Finlandia, che sarà firmato nel pomeriggio a Helsinki dai rispettivi ministri degli Esteri.
«Nei prossimi mesi verrà istituito un gruppo di coordinamento nucleare per avviare l’attuazione di questa cooperazione», hanno indicato i due Paesi. Ciò porta a dieci il numero di paesi europei che hanno aderito all’iniziativa francese. La Finlandia si aggiunge a Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia, Danimarca e Norvegia.
Il presidente finlandese Alexander Stubb ha osservato su X che l’iniziativa francese mira «innanzitutto a rafforzare la sicurezza europea» e a «prevenire escalation», senza «sostituirsi» alla «deterrenza nucleare della Nato». «Per la Finlandia, il quadro d’azione prioritario rimane quello della Nato e dell’Unione Europea», ha aggiunto, assicurando che il suo paese non intende ospitare armi nucleari «sul proprio territorio in tempo di pace».
(da agenzie)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
“LA STAMPA”: “MA DAVVERO SI PUÒ PENSARE DI CANDIDARSI A GOVERNARE L’ITALIA SENZA AVER SCIOLTO QUESTO NODO IN UN’EPOCA IN CUI LA POLITICA ESTERA È TUTTO? C’È QUALCOSA DI AUTOREFERENZIALE, MA ANCHE DI AUTODISTRUTTIVO IN QUESTO MECCANISMO. È UN AZZARDO FONDARE UNA COALIZIONE CHE NON È MAI STATA TALE SULLA CONTESA PER LA LEADERSHIP PRIMA DI COSTRUIRE IL PROGETTO. SI RISCHIA CHE CHI VINCE NON SARÀ POI SEGUITO ALLE SECONDARIE”
Al termine della giornata comiziante, vissuta dai protagonisti con un certo vigore agonistico,
tutti “pronti” a sfidare Giorgia Meloni, ma in verità pronti a sfidarsi tra loro, la domanda viene spontanea: è davvero così che si costruisce l’alternativa?
L’uno, Giuseppe Conte, al termine del suo tour autopromozionale nelle Feste dell’Unità – mai così tante – arringa gli aficionados alla Festa del Fatto quotidiano contro le armi a Kiev. Lo chiamano pacifismo.
Forse è qualcos’altro, l’indebolimento dell’aggredito, peraltro in una settimana che si è aperta con il drone russo e l’allarme per l’aereo di Zelensky in Moldavia e si è chiusa ieri col bombardamento di un convoglio al confine polacco.
L’altra, Elly Schlein, a Reggio Emilia, ha voluto rendere plastica una prova di forza, riempiendo uno spazio più grande del solito. Un segno di vita, ma niente di paragonabile alle adunate di una volta. «Bene, e adesso che te ne fai?». Così disse Togliatti a Giancarlo Pajetta
Tutto legittimo. Ma il filo che lega la festa dell’uno e la festa dell’altra, l’arringa dell’uno a quella dell’altra, insomma il duello a distanza, è un unico grande “festival dell’ambizione”.
Personale, più che collettiva. Che, come domanda di fondo, risponde al “chi guida?” più che al “che fare?” per conquistare chi è fuori dal recinto. Ecco, il meccanismo della competizione per la leadership si è già innescato. L’uno lo gestisce in modo corsaro, arrembante, spregiudicato. L’altra in modo più “ecumenico” e più dall’intero popolo dell’altro.
Da questa curiosa miscela scaturisce lo stallo politico a tutti i livelli. Se l’assillo fosse quello di sfidare la destra coinvolgendo i moderati proprio nel momento in cui Vannacci ha prodotto una radicalizzazione a destra, il tema del centro non sarebbe posto come una batracomiomachia, in cui c’è chi sceglie Renzi e chi Onorato secondo ciò che gli aggrada.
E se la priorità fosse costruire un’alternativa e non solo un’ammucchiata “contro” dopo aver stabilito chi è il più fico del bigoncio, qualcuno metterebbe la testa sulle amministrative.
Quel che è mancato nel discorso di Reggio Emilia, in perfetta continuità con la storia di questi anni, è una propria visione dell’Italia, su cui misurare in modo esigente il rapporto con gli altri. Un grande partito riformista non accetta tutto pur di stare assieme, ma costruisce lo stare assieme attorno a punti negoziabili e non negoziabili.
E la visione del Paese, in questo mondo così confuso e interconnesso, è più di un insieme di proposte, fossero pure giuste, su sanità, salario minimo, trasporti.
Significa interrogarsi sulle questioni di fondo che riguardano il rapporto dell’individuo con questa epoca inquieta. Una su tutte: la sicurezza per l’Europa.
In Svezia, i socialdemocratici hanno vinto sostenendo l’aumento delle spese militari e il sostegno incondizionato a Kiev.
Ma davvero si può pensare di candidarsi a governare l’Italia senza aver sciolto questo nodo in un’epoca in cui la politica estera è tutto? C’è qualcosa di autoreferenziale, ma anche di autodistruttivo in questo meccanismo che stringe e non allarga.
E che porterà a privilegiare, gli uni e gli altri, gli elementi identitari. È un azzardo fondare una coalizione che non è mai stata tale sulla contesa per la leadership prima di costruire il progetto.
Si rischia che chi vince non sarà poi seguito alle secondarie Il caso Torino è di scuola. C’è un sindaco uscente che parte con i favori del pronostico, è pronto col suo programma, è così pronto che la destra fatica a trovare il candidato e – per inciso – non vuole l’election day perché pensa di perdere alle comunali.
Quel sindaco apre all’alleato con cui ci si candida a governare l’Italia, ma riceve il rifiuto, perché Chiara Appendino è contro di lui ma anche un po’ contro Conte, che però avrà bisogno di lei alle primarie, e quindi si vedrà. Come si vedrà a Milano e pure a Roma. «Continuiamo così, facciamoci del male!» chioserebbe Nanni Moretti in Bianca. Se non ci fossero il caro bollette, il caro affitti, il caro vita, la partita sarebbe ingiocabile.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
TRUMP STRAPARLA E SUGGERISCE CHE GLI STATI UNITI POTREBBERO RESTARE IN IRAN E “TENERSI IL GREGGIO”, COME FATTO IN VENEZUELA DOPO IL GOLPE AI DANNI DI NICOLAS MADURO
I prezzi del petrolio continuano a correre, spinti dalla chiusura temporanea di un oleodotto chiave in Arabia Saudita in seguito ad alcuni attacchi e dal rinvio di una riunione tra i paesi del Golfo e l’Iran sullo stretto di Hormuz. I future sul Brent sono saliti del 3,36% a 108,12 dollari, quelli sul Wti del 3,55% a 103,60 dollari.
Il presidente americano Donald Trump ha suggerito che gli Stati Uniti potrebbero restare in Iran e “tenersi il petrolio”, tracciando un parallelo con l’iniziativa statunitense volta ad assumere il controllo di un quinto delle vaste riserve petrolifere del Venezuela.
Durante un viaggio in Irlanda per incontri istituzionali e per assistere a una gara di golf, ha ribadito di aspettarsi che il conflitto con l’Iran si concluderà entro l’anno, forse subito dopo le elezioni di mid-term previste negli Stati Uniti a novembre. Parlando al torneo di golf Irish Open, Trump ha aggiunto che, una volta terminata la guerra con l’Iran, il prezzo della benzina “crollerebbe vertiginosamente”.
Le tensioni in Medio Oriente hanno scosso i mercati petroliferi: gli operatori prevedono un nuovo rialzo dei prezzi nella giornata odierna, in seguito a un attacco contro un oleodotto saudita. Trump ha detto che accetterebbe “solo l’accordo giusto”, rifiutandone uno “inadeguato”, e ha aggiunto che l’Iran “chiede continuamente colloqui di pace”. Un’affermazione che Teheran in passato ha smentito.
Tuttavia, il tycoon ha prospettato anche un’altra opzione: mantenere il coinvolgimento in Iran. Facendo un paragone con l’accordo statunitense riguardante il Venezuela, annunciato ad agosto, Trump ha detto che “alla fine ce ne andremo dall’Iran, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come in Venezuela”. I proventi statunitensi derivanti dal Venezuela “hanno ripagato la guerra molte volte”, ha concluso
(da agenzie)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
NEL TESTO, KLEIN SOSTIENE CHE DIETRO ALL’ATTUALE DERIVA AUTORITARIA NON CI SIA UNA SEMPLICE RIPETIZIONE DELL’ESTREMA DESTRA DEL ‘900, MA UN “FASCISMO DELLA FINE DEI TEMPI” ALIMENTATO DA DISEGUAGLIANZE, CRISI CLIMATICA, ROBOTICA E IA… IL TUTTO È TRAINATO DAI TECNO-PAPERONI AMICI DI TRUMP, COME IL “TEOLOGO DELL’ANTICRISTO” PETER THIEL: “IL FASCISMO DI OGGI NON È PIÙ MONOLITICO, È UNA LITIGIOSA ALLEANZA DI FONDAMENTALISTI RELIGIOSI, TECNO-MILIARDARI E MILITANTI ETNO-NAZIONALISTI, DA CUI PUÒ SVILUPPARSI UN NUOVO TIPO DI APOCALISSE
Di fronte alla recente crescita di regimi autoritari e partiti nazionalisti, conseguenza del declino
economico delle classi medie, molti commentatori ricordano che il mondo ha già vissuto qualcosa del genere, negli anni Venti del secolo scorso: e ha avuto per risultato il nazifascismo, la Seconda guerra mondiale, l’Olocausto.
Nel suo nuovo libro, End Times Fascism (espressione traducibile come Il fascismo della fine dei tempi o Fascismo apocalittico), in uscita il 15 settembre in Nord America e Regno Unito — e a fine ottobre in Italia con La nave di Teseo — Naomi Klein obietta che siamo davanti a un sequel, non a una mera ripetizione di fenomeni già accaduti.
«Il fascismo emerge sempre durante tempi di acuta crisi», spiega Klein nel nuovo saggio, scritto insieme ad Astra Taylor, scrittrice e attivista politica, canadese come lei. «Ciò era certamente vero all’epoca di Mussolini e Hitler: la Prima guerra mondiale aveva massacrato milioni di persone, schiacciato le economie, riempito le città di orfani, vedove e veterani mutilati.
Le crisi di oggi, tuttavia, sono molto differenti dalla semplice ricerca dell’uomo forte e di un capro espiatorio di cent’anni fa. Sono crisi su scala planetaria, con una portata apocalittica, esistenziali. Non siamo alle prese con un semplice ritorno all’autoritarismo del passato, bensì a un sequel, capace di condurci a disastri mai prima sperimentati. Uno sviluppo agghiacciante, che perciò definiamo come il fascismo della fine dei tempi».
Un micidiale cocktail di diseguaglianze, cambiamento climatico, robotica e intelligenza artificiale, avvertono le autrici, apre due possibili scenari per il pianeta, entrambi spaventosi. Il primo è l’estinzione della nostra specie, una catastrofe dovuta a cause naturali, guerre biologiche e supercomputer con gli strumenti per scatenarle sfuggendo al controllo umano.
Il secondo è una Terra modello Blade Runner, in cui una ristretta élite di super ricchi prospera in enclavi ultramoderne e ultraprotette, magari un giorno perfino su un altro pianeta, mentre masse di derelitti sopravvivono tra caos, conflitti e sciagure.
«L’estrema ricchezza ha un effetto dirompente, ti trasforma in un suprematista», argomenta Klein in un’intervista al quotidiano britannico Guardian. «Trent’anni fa Umberto Eco osservò che il fascismo ha un complesso dell’Armageddon», scrive nel libro. «Il grande semiologo notava che, se i nemici vanno sconfitti, dovrà esserci una battaglia finale, dopo la quale i vincitori avranno il completo controllo del mondo.
Ebbene, il fascismo di oggi non è più monolitico, è una litigiosa alleanza di fondamentalisti religiosi, tecno-miliardari e militanti etno-nazionalisti, da cui può svilupparsi un nuovo tipo di Apocalisse».
Per capirlo, invita a guardare la realtà: una corrente messianico-millenarista sembra essersi impadronita della Silicon Valley, dove il miliardario trumpiano Peter Thiel profetizza un imminente Armageddon, e il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, da Thiel sponsorizzato, dice che non si sorprenderebbe «se l’AntiCristo camminasse tra noi».
Quello che serve, conclude Klein, sono leader politici e ordinari cittadini determinati a resistere al nuovo fascismo.
(da Repubblica)
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