Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
A PARTI INVERTITE, I MEDIA SOVRANISTI AVREBBERO TITOLATO: “SE STAVA A CASA, INVECE CHE ANDARE A CONTESTARE LE INIZIATIVE ALTRUI, NON GLI SAREBBE SUCCESSO NULLA”
L’uccisione di un giovane militante di estrema destra a Lione sta provocando grandi polemiche
in Francia, dove molti accusano La France Insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon di avere alimentato un clima di odio che ha portato all’omicidio.
Le indagini sono ancora in corso ma tra i sospettati c’è Jacques-Elie Favrot, collaboratore parlamentare del deputato Lfi Raphaël Arnault. La presidente dell’Assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet ha annunciato la sospensione dell’accesso di Favrot all’aula.
La vittima è Quentin Deranque, 23 anni, militante identitario nazionalista del gruppo neofascista Allobroges Bourgoin, e convertito di recente al cattolicesimo tradizionalista dell’organizzazione Academia Christiana.
Giovedì 12 febbraio Quentin Deranque è intervenuto assieme ad alcuni compagni per scortare il collettivo femminile nazionalista Némésis, che protestava contro la conferenza dell’eurodeputata Lfi Rima Hassan alla facoltà di Scienze politiche di Lione, esibendo lo striscione «islamo-gauchisti, fuori dalle nostre università».
Intorno alle 18, poco lontano dal luogo della conferenza, Quentin Deranque è stato aggredito, gettato a terra e colpito da calci e pugni in tutto il corpo, volto compreso. Secondo i testimoni, gli aggressori erano un gruppo di «anti-fa», militanti di estrema sinistra. Il ragazzo sarebbe stato affrontato dagli avversari politici, che gli hanno provocato un’emorragia cerebrale risultata fatale.
Dopo avere rifiutato in un primo momento di essere portato in ospedale, Quentin Deranque è stato infine soccorso da un’ambulanza intorno alle 20, quando ormai le sue condizioni erano critiche. Entrato in coma in ospedale, è morto sabato 14 febbraio.
Da mesi il clima politico francese conosce una radicalizzazione dello scontro tra le ali estreme che ha come occasione la situazione a Gaza. Subito dopo il 7 ottobre, prima ancora della risposta di Israele, la France insoumise di Jean-Luc Mélenchon ha preso posizione a favore della causa palestinese e ha esitato a condannare come atti di terrorismo i massacri di quel giorno.
Da parte sua, Jacques-Élie Favrot, tramite il suo avvocato, «nega formalmente di essere responsabile di questa tragedia» e «presenterà una causa per diffamazione contro tutti coloro che lo accusano di essere responsabile della morte» dell’attivista di estrema destra. Il collaboratore del deputato Raphaël Arnault si è comunque già sospeso dal suo incarico di assistente parlamentare durante l’inchiesta: «Riceve minacce di morte dall’estrema destra in tutto il Paese e in Europa, quindi non può svolgere adeguatamente le sue funzioni», ha spiegato il suo avvocato.
Se la destra e il governo accusano Mélenchon e il suo partito La France insoumise (da poco ri-classificato da una circolare del ministero come «estrema sinistra» e non più sinistra radicale) di corresponsabilità morali, la condanna del clima in cui è avvenuto l’omicidio si fa sentire anche a sinistra.
Raphaël Glucksmann, eurodeputato, fondatore del partito Place Publique e probabile candidato alle presidenziali, giudica ormai «impensabile» un’alleanza della sinistra socialdemocratica con La France insoumise in vista del voto per l’Eliseo del 2027. Parlando alla radio Rtl, Glucksmann ha denunciato la brutalizzazione del dibattito pubblico e sottolineato «la responsabilità di tutti i leader politici che incitano all’odio, compresi quelli de La France Insoumise», citando specificamente Jean-Luc Mélenchon e Rima Hassan e accusandoli di «versare benzina sul fuoco».
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
“ERA A TERRA CON LA SCHIUMA ALLA BOCCA”: UN TESTIMONE SMENTISCE LA VERSIONE DELLE AUTORITA’
“Lo abbiamo trovato steso a terra con della schiuma in bocca e sulle orecchie”. A parlare a Fanpage.it è uno dei trattenuti del Cpr (Centro di permanenza per i rimpatri) di Bari, che è assistito dall’avvocato Stefano Afrune, e che si trovava nella quinta sezione, la stessa dove lo scorso 11 febbraio è morto il 25enne Simo Said.
Secondo i primi rilievi delle autorità, il decesso del ragazzo sarebbe da ricondurre a cause naturali, probabilmente un arresto cardiaco. Una versione che, però, stride con la testimonianza di chi si trovava all’interno del Cpr insieme al 25enne che parla, invece, di una morte “per overdose”, e con le parole della moglie di Said che a “Mai più Lager, NO ai CPR” ha riferito: “Aveva un figlio di 9 anni, non era malato, voglio la verità”, ribadendo di non credere alla versione della morte naturale.
In seguito a tali fatti – ritenuti “gravi” e sui quali ora indaga la Procura, che ha già disposto l’autopsia sul corpo del 25enne – le parlamentari del Partito Democratico Rachele Scarpa e Cecilia Strada hanno chiesto che sia fatta “chiarezza” sulla vicenda, sottolineando che “non si può morire in custodia dello Stato” e definendo la morte di Said come “l’ennesimo decesso” prodotto dal sistema dei Cpr italiani.
La versione del trattenuto sulla morte del 25enne
“Il ragazzo che è deceduto era trattenuto nella mia sezione, la numero 5”, ha esordito l’altro trattenuto a Fanpage.it. “Continuava a chiedere medicine e continuavano a dargliele. Lì dentro non importa nulla a nessuno, anzi, per loro è solo meglio se prendi gli psicofarmaci: almeno stai zitto e calmo”.
Secondo la sua ricostruzione, dopo aver assunto i medicinali il giovane sarebbe stato trovato da un altro trattenuto: “Era steso a terra con della schiuma che gli usciva dalla bocca. Abbiamo lanciato l’allarme perché non c’è mai nessuno a supervisionare”. Dopo l’intervento dei soccorsi interni, Said sarebbe stato portato via senza che agli altri venissero fornite spiegazioni immediate. “Non volevano dirci come stesse, se fosse morto o fossero riusciti a salvarlo”, ha spiegato il trattenuto.
È a quel punto che è scoppiata una rivolta. “I trattenuti si sono arrabbiati, hanno spaccato tutto, hanno acceso un fuoco e si sono stesi a terra”, ha continuato a raccontare. A questo ha poi fatto seguito uno sciopero della fame e della sete che, però, “non è servito, abbiamo saputo della morte del ragazzo dall’esterno e nulla qui dentro è cambiato”. Lo stesso giorno anche “un altro ragazzo è stato male”, ha aggiunto il trattenuto a Fanpage.it. “Si è salvato per miracolo”.
Di tali fatti si trova traccia anche nell’istanza che l’avvocato Afrune ha presentato alla Corte di Appello di Bologna per chiedere la revoca del trattenimento del suo assistito che lui definisce “illegittimo” e in contrasto “con i dettami costituzionali”. Nel documento, che Fanpage.it ha potuto visionare, viene infatti citata la morte del 25enne e lo “sciopero della fame”, in seguito al quale il suo assistito “a forza ha dovuto riprendere a cibarsi poiché nella struttura gli è stata palesata l’alternativa degli psicofarmaci a forza”.
Il Cpr di Bari, una “stalla dove siamo trattati come bestie”
“Non è un Centro, ma una stalla. C’è spazzatura ovunque, i bagni sono sporchi. Ci trattano come animali”, ha denunciato a Fanpage.it il trattenuto della quinta sezione che, dopo aver assistito all’ennesima morte all’interno del Cpr, non ha mezzi termini per descrivere le condizioni all’interno del Centro.
“Ci riempiono di medicinali, li mettono anche nel cibo, lo fanno per tenerci tranquilli”, ha esordito. “Per questo ogni volta che mangio mi sento debole ed è colpa delle medicine”. Oltre a questo, il degrado che, stando alla testimonianza del trattenuto, sembra ormai essere diffuso e fuori controllo. “I bagni sono sporchi, pieni di spazzatura”, ha rincarato. “Non ci sono finestre, gli insetti sono dappertutto, c’è vomito nei bagni e c’è sangue”.
Le stesse condizioni sono documentate anche nell’istanza presentata dall’avvocato Stefano Afrune, nella quale si fa riferimento proprio a bagni otturati, “feci
ovunque”, dove i trattenuti “sono costretti a lavarsi usando delle bottiglie di plastica, in condizioni degradanti e inumane”.
Proprio perché costretti a vivere tali condizioni, però, “le persone qui impazziscono, cercano di uccidersi perché non ce la fanno più”, ha concluso a Fanpage.it. “Sono stato in carcere in passato, preferisco la galera al Cpr perché qui non siamo altre che bestie lasciate nella propria spazzatura”.
Il nuovo DDL immigrazione che vuole rendere i Cpr “buchi neri”
Qualche giorno dopo tali fatti, è stato approvato un nuovo disegno di legge che rischia di aggravare ulteriormente la situazione all’interno dei Cpr. Il testo, infatti, introduce misure estremamente restrittive in materia di trattenimento dei migranti. Tra queste c’è anche la rimodulazione delle regole interne ai Cpr, con disposizioni che negano l’uso dei telefoni da parte dei trattenuti e limitano l’accesso di osservatori esterni, rendendo praticamente impossibile documentare abusi e violazioni.
Così, però, il rischio – neanche troppo lontano – è che i Cpr si trasformino in “buchi neri”, zone grigie dove condizioni disumane, maltrattamenti e sofferenza potranno verificarsi con più facilità, senza che nessuno lo sappia e abbia così la possibilità di intervenire. L’opacità intorno alla morte di Said ne è l’assaggio e l’ultima tragica dimostrazione.
(da Fanpage)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA RIFORMA NORDIO E’ IL PERNO ATTORNO AL QUALE RUOTA LA SVOLTA IN SENSO AUTORITARIO E ILLIBERALE DI MELONI
Fatalmente, spiazzando Giorgia Meloni e la maggioranza schierata compatta per il Sì, il
referendum sulla Giustizia è scivolato lungo la china del confronto politico. La questione dirimente – i sette articoli della Costituzione che la riforma Nordio vorrebbe polverizzare – sono trasmigrati sul terreno dello scontro politico a tutto campo. Senza esclusione di colpi, spesso con colpi sotto la cintura in spregio alle regole del confronto e della contrapposizione delle idee, degradati a insulto e a manipolazione di qualunque evento si presti allo scopo.
A destra come a sinistra si percepisce il valore squisitamente politico del referendum, ben oltre la questione specifica, seppure importante e dirimente. In gioco può finire per essere la salute politica della premier e della sua maggioranza. Una sconfitta alle urne del 23 e 24 marzo, quanto più ampia e sonora tanto più esplicitamente significativa, ridurrebbe l’una e l’altra ad un’anatra zoppa.
Valga l’esempio del governo Renzi, baldanzosamente andato alla verifica popolare sul progetto di riforma costituzionale nel 2016. Renzi non resistette alla tentazione di intestarsi personalmente la consultazione, finendone travolto. Meloni ha fatto di tutto per schivare la trappola, tuttavia gli eventi l’hanno scavalcata, che il referendum investirà prima di ogni altra cosa proprio la presidente del Consiglio e la sua agibilità politica nello scorcio finale della legislatura.
Anche sul fronte opposto, quello del No, i mal di pancia non mancano. Il Pd di Schlein è afflitto dagli eretici del sì, l’ala riformista di Picierno, Guerini e Fassino. Il M5S è tentato dalla spallata sul nome del candidato premier per il 2027. I polverosi cespuglietti centristi, guidati dal Italia Viva, secondo indole ondeggiano fra il sì già sposato da Calenda, peraltro transitato a destra con armi e bagagli, e i
misteri alimentati dal leader unico, Renzi ci farà sapere come voterà soltanto alla vigilia.
La deriva politica del referendum è spiegabilissima. La riforma Nordio è il perno attorno al quale, negli auspici di chi sta al governo, dovrebbe ruotare la svolta in senso autoritario e illiberale che rappresenta il marchio di fabbrica del governo Meloni. Per centrare l’obiettivo è cruciale cambiare la Costituzione, svuotandola in senso antigarantista, smontando l’equilibrio perfetto dei poteri costruito dai Padri Costituenti. La riforma Nordio dovrà offrire la sanzione per così dire giuridica alle manomissioni già in corso ai danni della Carta. L’elenco è ricco.
Il decreto Sicurezza con l’obbrobrio del fermo preventivo, le strette alla libertà di riunione e manifestazione del pensiero garantite dagli art 17 e art 21 della Costituzione, lo scudo penale per gli agenti di polizia e assimilati. Il ddl Gasparri-Delrio (singolare consonanza di sentimenti fra destra e sinistra) che intende punire come manifestazioni di antisemitismo qualunque critica a Israele (sarà vietato persino inneggiare alla libertà del Palestina!). La stupefacente circolare del ministro Valditara che vieta qualunque discussione o proiezione cinematografica nelle scuole che riguardi Gaza. Le schedature degli insegnanti sospettati di professare idee di sinistra invocate da Azione Studentesca, figliazione giovanile di Fratelli d’Italia.
Tutte queste torsioni autoritarie puzzano di regime e segnalano ad abundantiam la svolta antidemocratica che Meloni e i suoi partner vogliono imprimere alla vita politica italiana.
La riforma della Giustizia della quale lo stesso Nordio candidamente denuncia l’obiettivo finale: sottoporre il pubblico ministero al potere esecutivo, ossia al governo, è omogenea alla strategia di sbocconcellare l’impianto della Costituzione utilizzando espedienti capaci di parlare alla pancia dell’elettorato di destra.
Ultimo trucco, la minaccia (inesistente) dell’invasione migratoria, tema che ha appena ricevuto una chiara impostazione repressiva richiamata nel ddl recentemente approvato dal Cdm che ha introdotto norme più severe rispetto all’immigrazione illegale e richiamato all’attuazione del patto dell’Ue sulla migrazione e l’asilo del maggio 2024. In sintesi, più severi controlli alle frontiere fino ad attuare il blocco navale in acque territoriali italiane. Procedure accelerate di rimpatrio, requisiti stringenti per i ricongiungimenti familiari, sanzioni rafforzate in
caso di inosservanza degli ordini di allontanamento, procedura peraltro nella quale il governo si è finora segnalato per insipienza.
Renzo Parodi
(da ilfattoquotidiano.it)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA LEGGE SULLA PRIVACY VIETA DI RENDERE PUBBLICI I NOMI E IL COMITATO E’ AUTONOMO RISPETTO ALL’ANM… IL PD: “SIAMO ALLE LISTE DI PROSCRIZIONE”
La mossa era stata annunciata e non si è fatta attendere neanche un giorno. Dopo
un’interrogazione del deputato di Forza Italia Enrico Costa, il governo ha chiesto all’Associazione nazionale magistrati di rendere pubblici i nomi dei finanziatori del comitato “Giusto dire No” – il principale tra i soggetti creati per la campagna
contro la riforma Nordio – col pretesto di prevenire presunti conflitti d’interesse delle toghe che si trovassero a giudicarli. La richiesta, anticipata venerdì nella risposta all’interrogazione, ha preso la forma di una lettera ufficiale inviata al presidente dell’Anm Cesare Parodi e firmata da Giusi Bartolozzi, potente capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio.
“Gentilissimo presidente”, si legge nella missiva protocollata venerdì stesso, “è pervenuto al ministero un atto di sindacato ispettivo con il quale il parlamentare interrogante (Costa, ndr) riferisce che il segretario generale dell’Anm avrebbe dichiarato che il comitato “Giusto dire No” promosso dall’Anm ha raccolto contributi da migliaia di cittadini che hanno aderito liberamente con una donazione volontaria. Da ciò l’interrogante assume un potenziale conflitto tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto dell’Anm. Sottopongo alle Vostre valutazioni, pertanto, l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal comitato “Giusto dire No” da parte di privati cittadini”.
Tra i dirigenti del “sindacato” di giudici e pm – che hanno letto la lettera lunedì mattina – è in corso un confronto su come reagire a quella che viene considerata un’iniziativa intimidatoria, volta a scoraggiare chi vuole contribuire alla campagna del No. Il dubbio è se rispondere in privato o con un comunicato pubblico, e, in quest’ultimo caso, firmato da chi.
Il comitato infatti, pur essendo stato promosso dall’Anm, è un soggetto giuridicamente autonomo, con il giudice Antonio Diella come presidente esecutivo e il costituzionalista Enrico Grosso come presidente onorario.
La richiesta del governo, peraltro, è inattuabile in base alla legge sulla privacy, che garantisce la riservatezza degli aderenti e dei finanziatori delle associazioni e impone di nominare un responsabile del trattamento dei dati: nemmeno la stessa Anm, si fa notare, ha a disposizione l’elenco dei nomi.
“Non sono nelle condizioni di rispondere in quanto il comitato in questione è solo stato promosso dall’Anm, ma è soggetto, anche giuridico, assolutamente autonomo”. La replica del presidente dell’Anm, Cesare Parodi che garbatamente avverte la capo di gabinetto che sta chiedendo qualcosa di contrario alla norma sulla privacy.
“Un atto molto grave che sa tanto di liste di proscrizione”, reagisce subito il Pd, con la deputata Debora Serracchiani, un’“intimidazione” per il capogruppo di Avs Peppe De Cristofaro. Mentre il governo, che è intervenuto all’esito di una interrogazione del parlamentare di FI Enrico Costa, alza le mani: si tratta di una semplice richiesta di chiarezza, per evitare “potenziali” conflitti di interessi.
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
GLI AGENTI WAGNER HANNO RICEVUTO INCARICHI DI OGNI TIPO, DAGLI INCENDI DOLOSI CONTRO LE AUTO DEI POLITICI E I MAGAZZINI CONTENENTI AIUTI PER L’UCRAINA, AL FINGERSI PROPAGANDISTI NAZISTI … L’EX CAPO DELLA WAGNER, YEVGENY PRIGOZHIN, ERA ANCHE RESPONSABILE DELLA GESTIONE DELL’INTERNET RESEARCH AGENCY CON SEDE A SAN PIETROBURGO, OVVERO LA PIÙ NOTA “TROLL FARM” RUSSA, CHE HA INIZIATO A PRENDERE DI MIRA IL PUBBLICO OCCIDENTALE CON LA DISINFORMAZIONE OLTRE UN DECENNIO FA
Secondo funzionari dell’intelligence occidentale, reclutatori e propagandisti che in precedenza
lavoravano per il Gruppo Wagner russo sono emersi come il principale canale per gli attacchi di sabotaggio organizzati dal Cremlino in Europa. Lo scrive il Financial Times.
Lo status del gruppo di combattenti è incerto da quando una fallita ribellione contro i vertici dell’esercito russo nel giugno 2023 ha provocato una repressione e la morte del suo fondatore, Yevgeny Prigozhin. Ma ai reclutatori del Wagner, specializzati nel persuadere giovani dell’entroterra russo a combattere in Ucraina, è stato assegnato un nuovo incarico: reclutare europei economicamente vulnerabili per compiere atti di violenza sul suolo Nato, hanno affermato i funzionari.
L’agenzia di intelligence militare russa (Gru) “sta utilizzando i talenti di cui dispone”, ha affermato un funzionario dell’intelligence occidentale, riferendosi alla rete Wagner. Per il Gru, la rete Wagner si è dimostrata uno strumento particolarmente efficace, seppur rudimentale, per raggiungere questo obiettivo, hanno dichiarato al Financial Times alti funzionari dell’intelligence europea.
Gli agenti Wagner hanno ricevuto incarichi di ogni tipo, dagli incendi dolosi contro le auto dei politici e i magazzini contenenti aiuti per l’Ucraina, al fingersi propagandisti nazisti. In genere, chi viene reclutato lo fa per denaro e sono spesso individui emarginati, a volte privi di uno scopo o di una direzione.
Prigozhin era anche responsabile della gestione dell’Internet Research Agency con sede a San Pietroburgo – la più nota ‘troll farm’ russa – che ha iniziato a prendere di mira il pubblico occidentale con la disinformazione ben oltre un decennio fa. Ad esempio, gli account social media gestiti da Wagner sono stati responsabili del reclutamento di un gruppo di britannici alla fine del 2023. Sulla scia di quell’attacco, le agenzie europee hanno lentamente delineato il quadro di una rete molto più estesa di ‘agenti usa e getta’ di Wagner in tutta Europa.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
COME LA PENSI IL PRESIDENTE, È NOTO: HA PIÙ VOLTE DIFESO PUBBLICAMENTE L’ONU E IL MULTILATERALISMO, CONTRO LE BORDATE DI TRUMP
Non era stato il Quirinale a stoppare l’ingresso a pieno titolo dell’Italia nel Board per la ricostruzione di Gaza. E non sarà il Quirinale a impedire che Meloni accetti l’invito di Trump a partecipare come «osservatore».
Il presidente Mattarella, cui non compete la regia della politica estera, si tiene a distanza dallo scontro tra maggioranza e opposizione. E non lascia trapelare giudizi o sentimenti riguardo alla determinazione della premier ad avere una sedia […] nella discussa organizzazione a pagamento dell’inquilino della Casa Bianca.
Nei giorni di Davos, in cui Trump ha tenuto a battesimo la sua Onu privata, i meloniani avevano anticipato le possibili obiezioni di Mattarella. Il Quirinale aveva preteso chiarezza, i due presidenti si erano confrontati al telefono e i rispettivi staff avevano concordato la formula diplomatica della «massima consonanza di vedute» tra capo dello Stato e capo del governo.
Si è poi capito che la consonanza riguardava solo lo scoglio dell’articolo 11 della Costituzione, che non consente al nostro Paese di far parte di organismi internazionali quando non ci siano «condizioni di parità» con gli altri Stati.
Per il Pd di Schlein il ruolo di osservatore in un organismo sovranazionale di cui Trump è dominus assoluto è un tentativo di «aggirare» la Carta, ma non è detto che al Quirinale la pensino allo stesso modo.
Per ora il presidente tace, eppure di certo segue il dossier con la massima attenzione. Se ci saranno passi formali da parte del governo li valuterà, alla luce del dettato costituzionale.
Nelle settimane scorse Mattarella ha più volte e con forza difeso l’Onu e il multilateralismo anche dalle bordate di Trump, ma al Colle fanno notare che accogliere un invito di cortesia è cosa diversa da una adesione formale al Board, che innescherebbe un contrasto insanabile con l’articolo 11.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
SENZA 20 ANNI DI VERSAMENTI UN LAVORATORE PERDE TUTTO QUELLO CHE HA ACCUMULATO FINO A QUEL MOMENTO: SECONDO UNA STIMA DEL 2014, NELLE CASSE DELL’INPS C’ERANO 10 MILIARDI DI CAPITALI SILENTI
Versare contributi per la pensione senza maturarla e perdere tutto. Un rischio che riguarda
sempre più lavoratori in Italia. Stando all’Osservatorio previdenza della Cgil, oggi quasi un dipendente su tre del settore privato non riesce a maturare dodici mesi interi di anzianità contributiva.
Si tratta, secondo le stime, di oltre cinque milioni di lavoratori. A causare questo effetto, sempre secondo l’analisi, è il mix fra salari troppo bassi (al di sotto di 15 mila euro) e i minimali contributivi.
In pratica, se l’adeguamento all’inflazione aumenta il livello retributivo minimo per riconoscere valido un anno ai fini pensionistici ma lo stipendio resta fermo sotto questa soglia, non si ottiene l’accredito di tutte le 52 settimane.
Da parte sua, l’Osservatorio statistico Inps sui dipendenti del settore privato, per l’ultimo anno disponibile, certifica in circa un milione i lavoratori che hanno lavorato un anno intero con una retribuzione annua inferiore ai 15mila euro (di più, se si considerano contratti di durata inferiore).
L’Istituto previdenziale ha appena aggiornato a 611,85 euro il “nuovo” minimale di retribuzione mensile per il 2026. Questo significa che il livello minimo annuo sale a 12.726 euro: sotto questo, non si ha il riconoscimento di un anno pieno di contributi.
L’indagine della Cgil calcola che i lavoratori con un salario annuo sotto gli 11 mila euro quest’anno vedranno sfumare sette settimane ai fini contributivi. Ma il conto delle perdite, negli ultimi cinque anni, è più salato: 22 settimane in meno, ben cinque mesi e mezzo di futura pensione non maturata.
Questo non si traduce automaticamente nella perdita della pensione ma, certo, la mette più in pericolo. E il meccanismo penalizza di più giovani, donne spesso costrette a part-time involontari, contratti con salari bassi, di durata breve o discontinui.
Va peggio agli iscritti della gestione separata: il nuovo minimale, per il 2026, lievita a 18.808 euro annui (al di sotto, non si ottiene l’accredito dei dodici mesi ai fini pensionistici). Qui, il bilancio è più pesante perché si stima che meno del 10% di collaboratori esclusivi riesca a maturare un anno pieno ai fini contributivi.
§Per maturare il diritto alla pensione servono, in generale, venti anni di contributi. Altrimenti, si entra in quell’area definita “contributi silenti”. Quanti sono? Non esiste un numero ufficiale. L’ultimo attendibile risale a più di dieci anni fa quando i Radicali imbracciarono una battaglia per la restituzione dei contributi previdenziali, se insufficienti a maturare un trattamento pensionistico.
Si parlò di otto miliardi di euro versati “a fondo perduto” nelle casse previdenziali.
Ma, nel 2014, la stima della direzione generale Inps quantificò in 10 miliardi di euro l’ammontare dei contributi silenti e in «diversi milioni» la platea degli assicurati coinvolti. Non pochi.
«Facemmo una lunga battaglia con Marco Pannella e i suoi parlamentari a suon di 52 sit-in davanti altrettante sedi Inps per il rimborso», racconta Arvedo Marinelli, al tempo presidente dell’Associazione nazionale consulenti tributari e oggi a capo di Confiti.
La riforma Fornero ha risolto una parte del problema consentendo di riunire i contributi di diverse gestioni. I contributi silenti finiscono nel calderone Inps a discapito di chi li ha versati ormai siamo in un regime di contributivo puro
Basterebbe ritoccare il sistema e calcolare l’assegno su quanto versato, indipendentemente dagli anni di contributi. Lo Stato ci guadagnerebbe evitando
l’evasione in itinere di tanti lavoratori. E chi versa non rischierebbe di perdere quanto accantonato, mentre chi non ha mai versato magari prende la pensione sociale».
(da La Stampa)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
NON SI TRATTA DI NUOVI POSTI (CHI PERDE IL LAVORO IN ETÀ AVANZATA RESTA IN DIFFICOLTÀ), MA DI UNA DOPPIA CONGIUNTURA: È AUMENTATA L’ETÀ PENSIONABILE E C’È STATO UN BALZO DI FASCIA TRA CHI, FINO A IERI, OCCUPAVA QUELLA TRA I 36 E I 49 ANNI. E INFATTI CALA IL LAVORO TRA GLI UNDER 49
Tre anni di governo Meloni e il lavoro cresce. Ma non nel modo in cui viene raccontato. Gli occupati aumentano di 851mila tra dicembre 2022 e dicembre 2025. Il tasso di occupazione sale di poco al 62,5%, ancora tredici punti sotto la media Ue. La disoccupazione scende dal 7,9 al 5,6%, meglio dell’Ue (5,9). Ma basta guardare dentro i numeri Istat per vedere che il “milione di posti” non c’è, se non in una sola classe d’età. E si tratta di occupati, non di posti, over 50 che si impennano di 1,1 milioni.
Sorpresa: 881mila tra 50 e 64 anni e addirittura 237mila tra gli over 65. Nel frattempo, calano gli occupati giovani: di 136mila fino a 24 anni e di 254mila nella fascia 36-49. Un mercato che invecchia, con una dinamica che non si spiega solo con la congiuntura.
Andrea Garnero, economista Ocse, ridimensiona i trionfalismi: «Non è successo solo in Italia. Il calo del tasso di disoccupazione si è visto in molti Paesi, soprattutto nel Sud Europa: i vecchi Pigs si sono avvicinati al Nord». Ma ammette una specificità: «La parte over 50 è più forte in Italia: ogni mese la quantità di occupati che “si muovono di fascia” è maggiore che altrove e trascina i dati».
E qui entra il fattore pensioni: «Incide la stretta normativa di questi anni che ha tenuto molte persone incollate al lavoro: uno specifico italiano. In ogni caso, un dato positivo. Non era scontato che le aziende non se ne liberassero».
Maurizio Del Conte, giuslavorista e docente alla Bocconi, spinge la lettura oltre: «Non sono nuovi posti di lavoro, le imprese non assumono i cinquantenni che rimangono una categoria fragile se restano disoccupati: aumentano perché chi aveva 49 anni ora si sposta di coorte».
Insomma per spiegare cosa succede nel mercato del lavoro italiano ci sono almeno tre componenti: «Il governo incassa l’onda lunga post Covid, lo smottamento demografico che si somma ai 15 anni della legge Fornero resa ancora più rigida dalle norme recenti» Forse l’unica politica del lavoro messa in campo dal governo di destra: meno pensioni.
Il vero buco nero italiano sono gli inattivi che restano 12,5 milioni al 33,7%. Quasi un terzo della forza lavoro italiana. Contro il 25% di media Ue, il 19 della Germania, il 25 di Francia e Spagna. Nei tre anni di Meloni salgono gli inattivi under 24 (oggi 4,6 milioni), come pure fino a 34 anni (1,6 milioni). Calano sopra.
Segno che l’Italia fatica a recuperare il bacino che servirebbe per compensare la piramide demografica.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
IN COLOMBIA, IL PRESIDENTE GUSTAVO PETRO HA INVITATO LA POPOLAZIONE A SCENDERE IN PIAZZA PER DIFENDERE L’AUMENTO DELLE RETRIBUZIONI: LA CHIAMATA ALLA MOBILITAZIONE ARRIVA IN RISPOSTA ALLA DECISIONE DEL CONSIGLIO DI STATO, CHE HA SOSPESO IL DECRETO CHE FISSAVA L’INCREMENTO DEL SALARIO MINIMO DEL 23,7% PER IL 2026
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha promulgato una nuova legge che garantisce
ricariche gratuite di bombole di gas da 13 chili alle famiglie più povere. Il programma, denominato ‘Gas del Popolo’, mira a sostenere circa 15 milioni di nuclei familiari, coprendo una platea potenziale di 50 milioni di persone registrate nei sistemi di assistenza sociale.
L’iniziativa, coordinata dai ministeri dell’Energia e dello Sviluppo Sociale insieme alla banca pubblica Caixa, intende combattere la “povertà energetica” facilitando l’accesso al gas da cucina. Per accedere al beneficio, la presidenza ha specificato che i richiedenti dovranno dimostrare un “reddito per persona fino alla metà del salario minimo”.
Dal Palazzo del Planalto sottolineano il successo dell’adesione dei distributori: “Con il traguardo di 10.000 punti vendita accreditati in meno di due mesi, un rivenditore su sei nel Paese è stato collegato all’iniziativa”. Il piano sarà pienamente operativo da marzo per chi è già beneficiario del sussidio ‘Bolsa Família’.
Il presidente della Colombia Gustavo Petro ha invitato la popolazione a scendere in strada il prossimo giovedì per difendere l’aumento delle retribuzioni. La chiamata alla mobilitazione arriva in risposta alla decisione del Consiglio di Stato, che venerdì scorso ha sospeso provvisoriamente il decreto che fissava l’incremento del salario minimo del 23,7% per il 2026.
Attraverso i suoi canali digitali, il capo di Stato ha dichiarato: “Oggi alle 19 parlo in televisione del salario vitale. Giovedì alle 16 ci vediamo in tutte le piazze pubbliche della Colombia”. Petro sostiene che la decisione giudiziaria colpisca le fasce più deboli e ha affermato che “sospendere un decreto di salario minimo vitale mette a rischio la Costituzione che non permette di deteriorare il potere d’acquisto”.
Il tribunale amministrativo ha ordinato al governo di emettere una norma transitoria mentre si esamina il caso, sostenendo che l’aumento decretato mancava di una giustificazione tecnica sufficiente rispetto all’inflazione. Il governo dovrà ora presentare nuovi argomenti economici per sostenere la misura durante una riunione di concertazione prevista per lunedì.
(da agenzie)
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