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“LA NUOVA LEGGE ELETTORALE? SONO ALMENO CINQUE I PUNTI CRITICI” . ENZO CHELI, VICEPRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE FINO AL 1996, ELENCA LE FALLE DEL MELONELLUM: “IL PREMIO DI MAGGIORANZA È TOTALMENTE SPROPORZIONATO, VISTO CHE PREVEDE 70 DEPUTATI E 35 SENATORI IN PIÙ PER CHI OTTIENE IL 42 PER CENTO DEI VOTI. E AL SENATO DEVE VALERE SU BASE REGIONALE”

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

“L’INDICAZIONE DEL PREMIER? E’ VERO CHE SONO FATTE SALVE LE PREROGATIVE DEL CAPO DELLO STATO MA BISOGNA RICONOSCERE CHE LEGA LE MANI NEL MOMENTO DELLA FORMAZIONE DEL GOVERNO. UNA MODIFICA SURRETTIZIA E FURBESCA DI CHI PERSEGUE IL DISEGNO DEL PREMIERATO”

“Confesso che mi ha fatto un po’ impressione ascoltare il modo in cui la maggioranza celebra, diciamo così, il via libera parlamentare a una siffatta legge elettorale», scuote la testa il costituzionalista Enzo Cheli. Classe ‘34, vicepresidente della Corte Costituzionale fino al 1996, docente emerito e già capo dell’Authority per le comunicazioni, è tra i firmatari dell’appello dei giuristi contro il Melonellum.
Cosa la stupisce, professor Cheli?
«Varie posizioni. Ma, in particolare, che esponenti della maggioranza riescano a salutare l’avvio di una supposta Terza Repubblica (…). Al di là di ogni suggestione, comunque, sono i ricorsi che metteranno in luce i profili di incostituzionalità».
Lei pensa che la Consulta faccia in tempo a intervenire, nel caso del voto anticipato a maggio?
«Spero proprio, e credo, che la Corte debba intervenire per tempo, anche nell’ipotesi di un anticipo delle urne. Siamo di fronte a un conflitto tra i più seri e sono almeno cinque i punti più critici di questa legge, in grado di produrre lesioni anche gravi ai princìpi».
Anche tra giuristi stilate una gerarchia diversa dei profili dubbi. Il più forte, per lei?
«Per me resta quello del premio di maggioranza totalmente sproporzionato, visto che prevede 70 deputati e 35 senatori in più per chi ottiene il 42 per cento dei voti. Uno scenario che ora mi pare un po’ trascurato anche da alcuni che sono contrari alla legge Al Senato, ecco il secondo serio nodo, deve valere su base regionale. E soprattutto: va considerato l’astensionismo. Poi ci sono anche altri punti critici, ma tecnicamente più superabili».
Come la mancata alternanza di genere? O il mega-requisito delle 300mila firme?
«Si tratta di due aspetti, per me, altrettanto negativi della legge, ma su cui la Corte potrebbe intervenire correggendo con sentenza additiva…»
E arriviamo al punto per i giuristi non meno indigesto: l’indicazione del premier.
«Una faccenda più perniciosa di quanto si voglia far credere. Perché è vero che l’indicazione è solo politica, che con le modifiche sono fatte salve le prerogative del Capo dello Stato. Ma bisogna riconoscere che quella novità lega le mani nel momento della formazione del governo. E appare proprio una modifica surrettizia e furbesca di chi persegue il disegno del premierato. D’altro canto, se non fosse così, perché celebrare l’alba di un giorno nuovo…».
Cosa intende?
«La “Terza Repubblica” alla cui guida si candida la maggioranza».

(da agenzie)

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IL TRUMPONE, IN DISPERATO BISOGNO DI VOTI PER EVITARE LA SCOPPOLA ALLE ELEZIONI DI METÀ MANDATO, FLIRTA CON LA COMUNITÀ ITALOAMERICANA. IERI ALLA CASA BIANCA SI È TENUTA LA CERIMONIA ANNUALE DEL “COLUMBUS DAY”, LA GIORNATA DEDICATA A CRISTOFORO COLOMBO (DIVENTATA FESTA PER GLI AMERICANI CHE DISCENDONO DAGLI IMMIGRATI ITALIANI), IN CUI HA SPESO PAROLE AL MIELE PER IL NOSTRO PAESE, TORNANDO PERSINO A ELOGIARE IL RAPPORTO CON GIORGIA MELONI (NONOSTANTE IL GELO TRA I DUE DEI MESI SCORSI)

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON PERONACI: “LE TENSIONI SONO ALLE SPALLE. IL PRESIDENTE SI ESPRIME CON MOLTA LIBERTÀ CHE È LA SUA CIFRA ESPRESSIVA”

«È una grande soddisfazione per l’Italia, per tutti gli italiani, per il lavoro che si sta facendo in questi anni», dice al Corriere l’ambasciatore a Washington Marco Peronaci, soffermandosi con i giornalisti alla fine della cerimonia annuale che si è tenuta ieri alla Casa Bianca in occasione del Columbus Day, la Giornata dedicata a Cristoforo Colombo.
Trump ha detto di credere di poter contare su quasi il 100% del voto italoamericano. «La ragione per cui prendo tutti i voti italiani è che ho portato alla resurrezione di Cristoforo Colombo», ha detto il presidente, criticando la distruzione delle statue in anni passati.
La sua è un’offensiva culturale per conquistare il voto italoamericano nelle elezioni di midterm, ma anche per l’Italia può essere un’opportunità. Per Peronaci la cerimonia di ieri dimostra come «il riesame storico legato anche agli eccessi della cancel culture» e l’attenzione di Trump per la classicità possano essere parte di un rapporto che rafforza la comunità transatlantica, «la comunità occidentale, l’idea che nel mondo sempre più sfidante di oggi l’Italia e l’America devono stare dalla stessa parte».
E ora che Trump è tornato a elogiare il rapporto con Giorgia Meloni, il lavoro — che comunque era continuato in questi mesi nonostante il gelo tra i due leader — può trovare un maggiore riconoscimento pubblico.
Trump e Meloni si incontreranno al G20 a Miami a dicembre, ma intanto le tensioni scoppiate con le critiche del presidente americano ad aprile, sembrano oggi «una pagina voltata», spiega Peronaci: «Noi abbiamo sempre detto dall’inizio con molta franchezza che l’episodio andava secondo noi circoscritto in una fase, che il presidente si esprime con molta libertà che è la sua cifra espressiva, ma sotto non c’era un problema reale tant’è vero che piano piano lui stesso ha rettificato il messaggio e ha avuto parole di esplicito apprezzamento per il nostro presidente del consiglio».
Le foto di due statue di Colombo fiancheggiavano il palco: una è quella di Baltimora, che fu abbattuta dalla folla il 4 luglio 2020 ed è stata ricostruita e collocata davanti all’Eisehower Building, accanto alla Casa Bianca; l’altra, più piccola, è destinata con ogni probabilità al Giardino delle Rose.
Trump ha sottolineato che «i comunisti della sinistra radicale odiano Colombo e vogliono abolire Columbus Day». Ha citato Abdul El Seyed, il democratico in corsa per il Senato in Michigan, affermando che «vuole abolire Colombo». Ma ha promesso: «Saremo qui per quasi due anni e mezzo e sarà protetto come mai nessuno prima».

(da agenzie)

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“NESSUNO DI NOI HA MAI SFIDUCIATO RANUCCI, NÉ HA MAI CHIESTO LA SUA RIMOZIONE”: LA SQUADRA DI “REPORT” COMMENTA LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DI ROMA DI RESPINGERE L’ISTANZA DI SIGFRIDO PER IL REINTEGRO ALLA GUIDA DEL PROGRAMMA RAI3

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

“IN QUESTI MESI È STATA ALIMENTATA LA NARRAZIONE DI UNA REDAZIONE SPACCATA, DIVISA TRA TRADITORI E COLLABORAZIONISTI. NON È COSÌ. LE DECISIONI SULLA CONDUZIONE LE HA PRESE L’AZIENDA E CI SIAMO BATTUTI PERCHÉ NON FOSSE MINACCIATA L’AUTONOMIA E L’INDIPENDENZA DEL NOSTRO LAVORO. ‘REPORT’ NON PRENDE ORDINI DALLA POLITICA. ALLE POLEMICHE RISPONDEREMO COME ABBIAMO SEMPRE FATTO: CON LE INCHIESTE”

“Con l’ordinanza del Tribunale di Roma si chiude una vicenda che per tutti noi è stata dolorosa. In questi mesi è stata alimentata la narrazione di una redazione spaccata, divisa tra traditori e collaborazionisti. Non è così”.
A sottolinearlo è la squadra di Report, all’indomani della decisione del giudice che ha respinto l’istanza di Sigfrido Ranucci per il reintegro alla guida del programma. “Nessuno di noi ha mai sfiduciato Sigfrido, né ha mai chiesto la sua rimozione”, sottolinea la squadra, evidenziando che “Report non prende ordini dalla politica”.
“Alle polemiche risponderemo come abbiamo sempre fatto: con le inchieste”. “Già a giugno, prima dello scandalo Lavitola – sottolinea la squadra di Report in una nota – il gruppo degli inviati aveva proposto di affiancare a Sigfrido due coautori nella gestione del programma. La proposta, tuttavia, non aveva avuto seguito.
Poi a luglio tutta la squadra aveva avanzato una nuova proposta che prevedeva due coautori al suo fianco e un coordinamento della redazione e degli inviati. L’abbiamo discussa e votata in assemblea, alla luce del sole, quasi all’unanimità. Lo scopo era uno solo: non lasciarlo solo nel momento più difficile e mettere in prima linea la squadra, a protezione del programma”.
“Quella proposta – ricostruisce ancora la squadra del programma – non è stata accolta e forse non è stata compresa. Ma nessuno di noi ha mai sfiduciato Sigfrido, né ha mai chiesto la sua rimozione. Le decisioni sulla conduzione le ha prese l’azienda e ci siamo battuti perché non fosse minacciata l’autonomia e l’indipendenza del nostro lavoro. Report non prende ordini dalla politica, né da chi ha chiesto di cambiarlo né da chi lo difende. Report non è influenzabile da poteri più o meno forti ne’ da gruppi di interesse. È sempre stato un lavoro collettivo e continuerà a esserlo. Alle polemiche risponderemo come abbiamo sempre fatto: con le inchieste”.

(da agenzie)

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ELLY SCHLEIN: “DA QUANDO SONO SEGRETARIA DEL PD, HANNO SEMPRE PROVATO A COMMISSARIARMI, A FEDERARMI O FARMI FUORI, EPPURE SIAMO ANCORA QUI”.

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

IL “VAFFA” AL CENTRO E AI MODERATI: “NON CREDO CHE SIA IL MOMENTO DI FARCI SPIEGARE, COME È STATO PER TANTI ANNI NEL CENTROSINISTRA, COME FARE A VINCERE, PERCHÉ CI DIRANNO SEMPRE LA STESSA COSA. CHE SI VINCE AL CENTRO E QUINDI SAREBBE MEGLIO UN CANDIDATO PIÙ DISPONIBILE ALLE LARGHE INTESE, PIÙ MODERATO O PIÙ RASSICURANTE. IN QUESTI VENT’ANNI CI HANNO FATTO PERDERE SEMPRE COSÌ, QUINDI È ORA DI CAMBIARE” … “I SONDAGGI? NON ME NE SONO MAI PREOCCUPATA. LE ULTIME PRIMARIE CHE HO FATTO MI DAVANO SOTTO DI 20 PUNTI E LE ABBIAMO VINTE…”

“Da quando sono qua io come segretaria del Pd hanno sempre provato a commissariarmi, a federarmi o farmi fuori eppure siamo ancora qui”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein alla Festa del Foglio a Firenze.
“Non credo che sia il momento di farci spiegare, come è stato per tanti anni nel centrosinistra, come fare a vincere, perché ci diranno sempre la stessa cosa. Che si vince al centro e quindi sarebbe meglio un candidato più disponibile alle larghe intese, più moderato o più rassicurante. In questi vent’anni ci hanno fatto perdere sempre così, quindi è ora di cambiare”.
“I sondaggi delle ultime primarie che ho fatto mi davano sotto di 20 punti e le abbiamo vinte, quindi non mi preoccupo dei sondaggi: non mi sono mai preoccupata neanche di quelli delle Europee che davano il Pd al 18% e poi abbiamo fatto il 24%. Noi crediamo di dover costruire un’alternativa perché in questi quattro anni di governo Meloni, con i numeri che avevano in Parlamento, potevano davvero trasformare e migliorare la vita degli italiani e non abbiamo visto questo. Non lo dice il Pd: lo dicono gli italiani stessi”.
Schlein ha poi detto: “noi siamo sempre stati molto chiari. O” si fa “l’accordo sul partito che prende un voto in più oppure le primarie, a cui io mi sono sempre detta disponibile. La cosa in comune di questi due criteri è semplice: è la democrazia. Un partito che porta democratico nel nome non può che essere fedele a se stesso: per tenere insieme questa alleanza usiamo il criterio democratico”.
“Ho sempre detto che o si fa l’accordo a chi prende un voto in più come si fa negli altri paesi europei: o si fanno delle primarie a cui mi sono detta da subito disponibile proprio per il bene della coalizione”, e “che cosa hanno in comune questi due criteri? La democrazia, che si passa per il coinvolgimento della nostra gente, non crediamo che questo vada risolto con una manovra di palazzo o una stanza chiusa che decide, o tanto meno andando incontro a interessi che ci sono sempre stati”.
“Noi lavoriamo perché il programma comune che parte dalle proposte unitarie ci sia entro la fine dell’anno, visto che è prioritario”.
“Pd e M5s hanno storie completamente diverse, per questo è impegnativo costruire basi per l’alternativa progressista insieme, ma è difficile essere più divisi di quanti siano a destra”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein intervenendo alla Festa del Foglio a Firenze.
Primarie due-tre mesi prima del voto? “Di questo discuteremo con gli alleati, sicuramente ci faremo trovare pronti in qualsiasi momento, capiamo intanto se si vota in primavera o ottobre dell’anno prossimo. Ci organizzeremo con i nostri tempi, è chiaro che saremo uniti, lo abbiamo promesso agli elettori”.
Al direttore Claudio Cesara che le chiede se le primarie ci saranno a prescindere da una eventuale bocciatura della nuova legge elettorale da parte della Corte costituzionale, Schlein risponde che “noi dobbiamo fare il nostro percorso e questo a prescindere da quello che accadrà”.
“Penso che prima si va a votare e meglio è per il paese visto il risultato di questi quattro anni del governo Meloni. E’ incredibile che Meloni non dica quando si vada a votare perché anche questo è oggetto di litigio e divisioni nella sua maggioranza, con Salvini e Tajani che vorrebbero proseguire fino ad ottobre e lei che probabilmente preferirebbe la primavera. Per il paese prima si va a votare e meglio è”.

(da agenzie)

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SI FRANTUMA IL CENTRODESTRA A MILANO. FORZA ITALIA MANDA UN “VAFFA” A SALVINI CHE SPINGE PER FARE LE PRIMARIE PER LA SCELTA DEL CANDIDATO SINDACO: “SE DOVESSIMO FARLE A MILANO, DOVREMMO FARLE DAPPERTUTTO. NON PUÒ ESSERE UN METODO A MACCHIA DI LEOPARDO. SE NON SI DOVESSE TROVARE LA QUADRA, LA LEGA PUO’ ANCHE CORRERE DA SOLA. IN PASSATO SI VINSE ANCHE SENZA LA LEGA. NON SAREBBE UNA TRAGEDIA”

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

IL CARROCCIO RINCULA: “LA NOSTRA COALIZIONE VINCE QUANDO SI PRESENTA COMPATTA”… IGNAZIO LA RUSSA, GRAN VISIR DI FDI SOTTO LA MADUNINA, FA IL POMPIERE: “IL CENTRODESTRA TROVERÀ LA SINTESI CON O SENZA PRIMARIE, NON ESCLUDO NIENTE, GUAI A FARE MURO CONTRO MURO”

“Se dovessimo fare le primarie a Milano, è chiaro che a quel punto si fanno dappertutto. Non può essere un metodo a macchia di leopardo. Detto questo, se non si dovesse trovare la quadra e la Lega volesse correre da sola, si andrebbe un po’ a rifare il vecchio Polo della libertà che nel primo governo Albertini a Milano vinse anche senza la Lega. Non sarebbe una tragedia”. Così il segretario lombardo di Forza Italia, il deputato Alessandro Sorte, replicando a margine di un evento di partito a Milano alla proposta di Matteo Salvini di fare le primarie per Milano.
“Non tifo per questa soluzione, ma in via del tutto eccezionale, solo su Milano, non la troverei così drammatica” osserva Sorte. “Probabilmente – spiega il deputato azzurro – Forza Italia, in una condizione del genere, riuscirebbe ulteriormente a essere attrattiva per tutto un elettorato in fuoriuscita, scontento della giunta Sala”.
“Per noi – commenta Sorte – Matteo Perego è il candidato più forte, gli altri sono assolutamente rispettabili. Aggiungo che oggi noi abbiamo bisogno di prendere un elettorato che normalmente vota Terzo polo o Pd per vincere Milano. Con scelte troppo identitarie mi sembra molto complicato”. Nel caso di una giunta senza la Lega, Fratelli d’Italia appoggerebbe Perego? “È tutto nella mia risposta” conclude Sorte.
“Dispiace sinceramente leggere le dichiarazioni dell’amico Alessandro Sorte su possibili corse in solitaria a Milano o rievocazioni del passato che rischiano solo di fare il gioco della sinistra. Per la Lega il valore dell’unità del centrodestra non è negoziabile: la nostra coalizione vince, convince e governa bene quando si presenta compatta, determinata e con un progetto chiaro e condiviso per la città”. Lo dichiara in una nota Samuele Piscina, segretario provinciale della Lega a Milano e consigliere comunale, replicando al coordinatore lombardo di Forza Italia, Alessandro Sorte.
“Mentre i milanesi sono esasperati da 15 anni targati sinistra e Beppe Sala, segnati da fallimenti, degrado e insicurezza, il centrodestra non può permettersi divisioni, calcoli di parte o tentazioni solitarie. L’obiettivo primario deve essere liberare Milano dal centrosinistra, allargando e rafforzando la nostra coalizione, non frammentandola”, aggiunge Piscina.
“Proprio per questo motivo – prosegue – se al tavolo della coalizione c’è un momento di stallo e non si trova la quadra sul candidato ideale, non dobbiamo avere timore della democrazia: lasciamo scegliere direttamente ai milanesi attraverso le primarie. Coinvolgere i cittadini, aprirsi alla base e ridare voce a chi vive ogni giorno i quartieri e le periferie non deve spaventare nessuno, anzi, è il modo più forte e trasparente per incoronare un candidato vincente e creare entusiasmo attorno a una squadra unita. Chi ha paura del giudizio dei cittadini? Lavoriamo insieme per un centrodestra compatto e vincente, mettendo al centro Milano e il suo futuro”.
“Sarebbe sbagliato chiudere subito, come al solito il centrodestra troverà la sintesi con o senza primarie, non escludo niente, guai a fare muro contro muro, noi non abbiamo chiesto le primarie ma se un partito importante della coalizione, specie a Milano come la Lega le chiede non dico che bisogna farle, dico che non si può dire allora se ne va da solo, quello è sbagliato”. Così il presidente del Senato Ignazio La Russa interpellato a margine della Festa del Foglio a Firenze sulla presa di posizione di Forza Italia.
“Speriamo di vincere questa volta, io – ha sottolineato La Russa – sono molto fiducioso anche a Milano, è una strada in salita ma l’Italia ha una tradizione di scalatori da Coppi in poi che riescono a vincere anche in salita”. Gli avversari del centrosinistra “hanno da 15 anni la guida della città, l’hanno saputa abbastanza controllare, non governare. Quindi è una strada in salita ma in salita si vince bene”.

(da agenzie)

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SONDAGGIO PIAVE: CAMPO LARGO IN VANTAGGIO ANCHE CON LO STABILICUM

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

CONTE IN VANTAGGIO SU SCHLEIN ALLE PRIMARIE (42% A 38%) MA I VOTI PER ELLY SONO PIU’ CERTI… SULLA FIDUCIA AI LEADER POLITICI SILVIA SALIS CON IL 30% E’ AVANTI A SCHLEIN, TAJANI, SALVINI, FRATOIANNI, CALENDA E RENZI

Anche con lo Stabilicum, la legge elettorale voluta dal governo Meloni e appena approvata in via definitiva, il campo largo risulta in vantaggio sul centrodestra. Sia alla Camera che al Senato la coalizione di centrosinistra avrebbe la maggioranza. È quanto emerge dal nuovo sondaggio realizzato da Piave in esclusiva per Fanpage.it e svelato dal vivo sul palco di Rumore Festival di Fanpage.it. La rilevazione scatta anche una fotografia sulle ipotetiche primarie di coalizione: nel testa a testa per la leadership, Giuseppe Conte stacca Elly Schlein raccogliendo il 42% dei consensi contro il 38% della segretaria del Pd.
Le intenzioni di voto
Partiamo dai partiti. Fratelli d’Italia guida la classifica, raccogliendo il 26,6% dei consensi e confermando il suo primato. Alle sue spalle si colloca il Partito Democratico al 21,0%, mentre il Movimento 5 Stelle si attesta al 12,6%.
Futuro Nazionale sembra essersi stabilizzato in quarta posizione. Il partito di Roberto Vannacci ottiene il 7,7% delle preferenze, superando Forza Italia con il 7,3%. Segue Alleanza Verdi-Sinistra al 6,4%, davanti alla Lega, ferma al 5,6%. Completano la classifica: Azione con il 3,4%, Italia Viva al 2,5%, +Europa all’1,5% e Noi Moderati all’1,1%.
Chi vince le elezioni con lo Stabilicum
Il sondaggio si sofferma anche sulla nuova legge elettorale, che giovedì scorso ha ricevuto il via libera definitivo dalla Camera. Le previsioni sulla distribuzione dei seggi mostrano il campo largo in vantaggio sul centrodestra. Alla Camera infatti, il centrosinistra otterrebbe 221 seggi, contro i 137 seggi del centrodestra.
Lo scenario tiene conto della situazione attuale, con Futuro Nazionale fuori dalla coalizione di governo. Nel caso in cui corresse in solitaria, il partito dell’ex generale conquisterebbe 25 seggi. I centristi invece, eleggerebbero 11 deputati.
Al Senato gli equilibri non cambierebbero. Al centrosinistra andrebbero 111 seggi, al centrodestra 72 seggi, mentre Futuro Nazionale raccoglierebbe 10 seggi.
La classifica dei leader: Vincenzo De Luca in testa
La classifica dei leader mostra l’ex governatore della Campania e sindaco di Salendo Vincenzo De Luca in testa, con il 39% di giudizi positivi. A brevissima distanza si posizionano Giuseppe Conte con il 38% e la premier Giorgia Meloni con il 36%.
La sindaca di Genova Silvia Salis totalizza il 30%, seguita da Elly Schlein al 29% e da Antonio Tajani con il 27%. Matteo Salvini e Nicola Fratoianni sono pari merito con il 24%, mentre Carlo Calenda e Alessandro Onorato si posizionano un gradino più sotto, entrambi al 22%. Chiudono la graduatoria il governatore della Calabria Roberto Occhiuto, al 21%, Matteo Hallissey al 19% e Matteo Renzi con il 16%.
Conte vince le primarie contro Schlein secondo i sondaggi
Il centrosinistra non ha ancora fissato la linea sulle primarie, ma nell’ipotesi di una consultazione per definire la leadership del campo largo, Conte risulterebbe vincente. La previsione limita a considerare il duello con la segretaria Pd, escludendo l’eventualità di candidati terzi. In questo scenario, l’ex presidente del Consiglio prevale con il 42% delle preferenze, contro il 38% attribuito a Schlein. Un 11% degli intervistati si dichiara indeciso, mentre il 9% afferma che non voterebbe nessuno dei due candidati.
Dall’analisi delle risposte emergono tuttavia, diversi livelli di coninvolgimento tra l’elettorato dem e quello pentastellato.
Chi vota Schlein si mostra più convinto della sua scelta, con il 46% degli elettori “molto sicuro” e un altro 46% “abbastanza sicuro”. Solo il 3% si definisce “poco sicuro” e il 2% indica che “potrebbe cambiare idea”. L’elettorato di Conte invece, registra un 30% di “molto sicuri”, un 47% di “abbastanza sicuri”, un 2% di “poco sicuri” e un 5% che ammette la possibilità di ripensamento.

(da Fanpage)

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LA FRANCIA È DIVENTATA IL MALATO D’EUROPA. PENSIONI, CONTI FUORI CONTROLLO E RISCHIO LE PEN O MELENCHON ALL’ELISEO. PARIGI RISCHIA DI CONTAGIARE L’EUROZONA

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO IL NOBEL PER L’ECONOMIA PAUL KRUGMAN LA FRANCIA SI TROVA SU UNA STRADA FISCALMENTE INSOSTENIBILE. IL DEBITO È GIÀ MOLTO ELEVATO IN RAPPORTO AL PIL E IL GOVERNO LO STA AGGRAVANDO ACCUMULANDO INGENTI DEFICIT DI BILANCIO. PARIGI SI DISTINGUE PER UNA CARATTERISTICA PECULIARE: LA SUA PERSISTENTE INCAPACITÀ DI ESSERE REALISTICA RIGUARDO ALLE PENSIONI

Se Paul Krugman dice che un paese ha il deficit troppo alto, e che i mercati finanziari non hanno tutti i torti a chiedere tassi più elevati, allora la situazione è davvero grave. Soprattutto se questo paese non sono gli Stati Uniti governati da Trump – per Krugman il debito americano non è mai stato un problema, finché al governo c’erano i democratici-, ma la Francia.
Il premio Nobel per l’Economia, voce di riferimento per il mondo progressista, ha sempre difeso il modello francese di welfare generoso e tasse elevate dalle critiche della stampa anglosassone e liberalconservatrice.
Ma ora persino lui dice che è troppo: “L’attuale situazione della Francia è preoccupante”, scrive l’economista americano su Substack. “Si trova su una strada fiscalmente insostenibile. Il debito è già molto elevato in rapporto al pil e il governo lo sta aggravando accumulando ingenti deficit di bilancio”
Quello dei disavanzi pubblici è un problema comune a molti paesi sviluppati, a partire dagli Stati Uniti, ma tra le economie con problemi fiscali – scrive Krugman – la Francia si distingue per una caratteristica peculiare: “La sua persistente incapacità di essere realistica riguardo alle pensioni”.
Come è noto, l’età pensionabile d’oltralpe è di appena 62 anni di età mentre in Italia, dopo la riforma Fornero, è di 67 anni, e slitterà a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e 3 mesi nel 2028.
L’età di uscita dal lavoro francese è la più bassa dell’Europa occidentale ed è chiaramente insostenibile rispetto alla dinamica demografica. Il presidente Emmanuel Macron aveva tentato di approvare una riforma nel 2023 che aumentasse, gradualmente, l’età pensionabile da 62 a 64 anni ma non ci è riuscito: non solo ha perso gran parte del suo capitale politico, ma la riforma – per la forte opposizione sociale e politicamente trasversale, dall’estrema destra all’estrema sinistra – è stata sospesa fino al 2028.
Secondo l’analisi di Krugman, sebbene i giovani che in questi giorni protestano in piazza siano tra i più acerrimi nemici delle riforme “neoliberiste” tentate da Macron, questo sistema insostenibile è proprio una delle cause dei problemi e dell’insoddisfazione delle giovani generazioni: “La pressione fiscale causata in gran parte dal generosissimo sistema pensionistico pubblico francese ha portato a tagli in altre spese, in particolare nell’istruzione – sostiene l’economista –. La Francia sta di fatto elargendo ingenti sussidi agli anziani a scapito di tutti gli altri. Le massicce manifestazioni studentesche a livello nazionale non dovrebbero sorprendere”.
Il problema ulteriore è che praticamente tutti i candidati alle presidenziali, ma soprattutto quelli che hanno più possibilità di vittoria, non intendono attuare alcuna riforma previdenziale: Marine Le Pen, la candidata dell’estrema destra in testa ai sondaggi, vuole bloccare il limite a 62 anni; mentre Jean-Luc Mélenchon, il candidato dell’estrema sinistra che secondo i sondaggi dovrà sfidarla al ballottaggio, vuole ridurre quella soglia a 60 anni.
Pertanto, buona parte del movimento sui rendimenti dei titoli di stato è dovuto a questo fattore: alla generale avversione della politica francese a fare i conti con la realtà. Certo, il deterioramento fiscale è evidente. Il debito pubblico è arrivato al 120 per cento del pil (era al 60 per cento 25 anni fa) e il deficit previsto al 5,4 per cento salirà al 6,6 per cento nel 2027, in assenza del consolidamento fiscale da 54 miliardi proposto dal primo ministro Lecornu che però non ha i numeri in Parlamento.
Ma il forte aumento dei rendimenti e dello spread delle ultime settimane sta incorporando un rischio molto maggiore di quello che si può spiegare con il solo deterioramento dei conti pubblici. Secondo un’analisi di Abn-Amro i mercati stanno chiedendo un premio per livelli di debito pubblico e spesa per interessi pari al 140 per cento e al 3,7 per cento del pil, molto più alti rispetto ai dati reali rispettivamente del 120 per cento e del 2,8 per cento.
Come Krugman, gli investitori vedono nei conti, e soprattutto nel dibattito politico, una follia tutta francese. Che però rischia di contagiare l’Eurozona. Negli ultimi tre mesi, lo spread dell’Oat francese è aumentato di circa 60 punti e quello del Btp di 40, anche se in Italia nessuno più mette in discussione la riforma Fornero.

(da agenzie)

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AL VOTO! MA QUANDO? GIORGIA MELONI VUOLE ELEZIONI ANTICIPATE TRA MAGGIO E GIUGNO. SALVINI HA CAPITO L’ANTIFONA E CHIEDE DI ACCELERARE L’APPROVAZIONE DELL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA, PER RIANIMARE IL CONSENSO DELLA LEGA (E TENERE BUONI I SUOI GOVERNATORI)

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

TRABALLA FORZA ITALIA, DOVE SI VUOLE ARRIVARE A FINE LEGISLATURA, CIOE’ OTTOBRE, PER AVERE IL TEMPO DI SFANCULARE TAJANI, CAMBIARE LEADER E PROVARE A RILANCIARSI (ZANGRILLO, RONZULLI, OCCHIUTO E SCAJOLA SPINGONO PER UN CAMBIO MA MOLTO DIPENDERA’ DALLA FAMIGLIA BERLUSCONI)… MELONI PREPARA UN TOUR ELETTORALE IN GIRO PER L’ITALIA E PRENOTA IL CIRCO MASSIMO PER “ATREJU”, LA FESTA DI FDI SOTTO NATALE

Varata la legge elettorale, a destra la campagna elettorale è alle porte. Perché Giorgia Meloni si è convinta a votare tra maggio e giugno, anche se nessuno lo può ancora dire chiaramente. In maggioranza, gli unici a remare ancora convintamente contro lo scioglimento anticipato delle Camere sono i big di FI, anche perché nel partito azzurro ha ripreso a circolare la tentazione (della minoranza interna) di avvicendare Antonio Tajani e l’operazione è possibile solo se si ha un anno davanti, prima del voto.
Così si spiega la batteria di dichiarazioni di ieri dalla convention del partito sull’economia. Paolo Zangrillo: «Serve aria nuova, non accontentiamoci del 7%». Licia Ronzulli: «Grazie Tajani, ma ora aria nuova, FI è in sofferenza». Roberto Occhiuto: «Dobbiamo essere più ambiziosi e sexy». Altro che gonne lunghe. Claudio Scajola ha addirittura ricordato che Berlusconi non voleva il suo nome nel simbolo, come dire: si può cambiare.
Si vedrà. Molto dipenderà dall’input che imprimeranno i Berlusconi: Marina e Tajani dovrebbero rivedersi a breve. Il ministro degli Esteri, comunque, ieri ha messo di nuovo a verbale: «Si arriva a fine legislatura, nessuno ha mai parlato di anticipare».
In realtà se n’è discusso, eccome, negli ultimi vertici di maggioranza. E il tema dovrebbe essere affrontato pure nel prossimo, che potrebbe tenersi tra lunedì e martedì, prima che la premier parta per Bruxelles.
Quanto a FdI, l’ordine di scuderia è negare strappi imminenti, ma il partito si sta attrezzando per la corsa delle Politiche. Segnale: Atreju quest’anno tornerà in formato maxi. Non più a Castel Sant’Angelo, come l’anno scorso, ma sul pratone del Circo Massimo. Sempre sotto Natale. Magari da lì, Meloni farà intuire pubblicamente l’accelerazione verso le urne. Intanto la presidente del consiglio ha strutturato un’agenda molto più locale che internazionale.
L’idea è di piazzare almeno una tappa nello Stivale a settimana. Questa è stata ad Ascoli, la prossima a Milano da Assolombarda. E così via. Un anticipo di tour elettorale. Alla Camera, invece, i meloniani vogliono votare subito, prima della manovra, il ddl Kelany-Filini che prevede una stretta su moschee e burqa (divieto non solo a scuola). Pure la Lega si proietta sul voto, anche se il leader davanti a microfoni e taccuini ripete la solita posizione: «Per quanto mi riguarda si arriva a scadenza naturale».
In realtà, ammettono i suoi, Salvini ha capito benissimo che Meloni non cederà sulle elezioni a maggio. Ecco perché ha chiesto di fare in fretta con l’autonomia

(da agenzie)

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GIORGIA, LA SOLITA CAMALEONTE. OTTO PAESI, TRA CUI ITALIA, FRANCIA, GERMANIA, GIAPPONE E REGNO UNITO, SI SCHIERANO A DIFESA DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE, DOPO CHE TRUMP HA ANNUNCIATO SANZIONI CONTRO LA CPI PER L’ASSEGNAZIONE DEL NOBEL PER LA PACE A NAVI PILLAY

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

MELONI SI È RITROVATA CON LE SPALLE AL MURO: NON VORREBBE ESPORSI TROPPO NELLA DIFESA DELLA CORTE, CON CUI I RAPPORTI RESTANO TESI DOPO LA VICENDA ALMASRI, MA NON HA AVUTO ALTRA SCELTA VISTO CHE RESTARE A FIANCO DI WASHINGTON (E DI ISRAELE) POTREBBE COSTARLE CARO ALLE ELEZIONI

Il Nobel per la pace alla giurista che ha accusato Israele di genocidio a Gaza scatena una guerra di sanzioni e uno scontro duro tra gli alleati atlantici. È Marco Rubio a sguainare la spada quando annuncia, poco dopo la proclamazione di Oslo, che Washington è determinata a imporre sanzioni di vasta portata alla Corte penale internazionale, il tribunale in cui ha lavorato Navi Pelley e che gli americani hanno già sanzionato.
«Vieteremo le transazioni con questo tribunale canaglia, tagliando le sue risorse e paralizzandone la capacità operativa», attacca il segretario di Stato americano.
Gli Stati Uniti avevano già sanzionato 17 funzionari della Corte, costringendoli persino a cambiare sistema operativo per avere un indirizzo di posta elettronica. […] Ma l’offensiva annunciata da Rubio mira a bloccare l’intero Tribunale.
La reazione internazionale è forte, almeno a parole. Otto Paesi – Italia, Canada, Danimarca, Germania, Francia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito – firmano una dichiarazione congiunta per ribadire «il sostegno incrollabile alla Cpi» ed esprimono «rammarico» per la decisione degli Stati Uniti. Il segretario Onu, Guterres, definisce l’iniziativa americana un «duro colpo» per il diritto internazionale, «inaccettabile». I vertici europei intanto cercano una mediazione.
Washington ha concesso un periodo di sei mesi prima che le misure entrino in vigore per permettere agli stati membri di affrontare la situazione e trovare un compromesso. «Il nostro impegno a proteggere la Cpi, i suoi membri e il suo personale è evidente, e adotteremo le misure idonee a continuare a tutelarli», annuncia il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa.
«La giustizia internazionale è essenziale per far rispettare il diritto internazionale, è l’unica alternativa alla vendetta». Bruxelles però non vuole rompere con l’alleato e «lavorerà per evitare che si rendano necessarie» contromisure.
Associazioni e parlamentari chiedono all’Europa di attivare il cosiddetto statuto di blocco, il regolamento Ue pensato per proteggere persone e imprese dagli effetti extraterritoriali di leggi di Paesi terzi.
La Cpi è stata istituita nel 2002 e il suo dna è anche italiano: nacque dalla conferenza Onu di Roma che gettò le basi per la creazione di un tribunale in grado di processare crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio, aggressione contro un altro Stato.
Gli americani sono in conflitto con la Cpi da tempo, per un’inchiesta sui soldati Usa in Afghanistan, poi archiviata, e più di recente per i mandati di arresto contro il premier israeliano Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Gallant.
La riflessione, a Palazzo Chigi, è stata breve. Il confronto con la Farnesina ancora più rapido.
Impossibile per l’Italia non partecipare alla dichiarazione congiunta con cui i membri del G7 (ad eccezione degli Stati Uniti) si sono schierati a favore della Corte penale internazionale e contro le sanzioni annunciate da Donald Trump.
Impossibile restare al fianco di Washington – in questa battaglia spalleggiata da Israele – senza pagare un prezzo politico devastante. Un costo che la premier non intende affrontare, a pochi mesi dalle elezioni.
E così si spiega anche l’intervento di Antonio Tajani: «Il Nobel per la Pace è assegnato. È stata scelta una donna che ha una grande esperienza, è giusto che sia così. Non è che gli Usa devono commentare a chi si dà il premio».
Lo scudo fornito dalle capitali europee e dagli altri partner del G7 rende la presa di posizione neanche troppo scomoda o scivolosa.
E comunque, Palazzo Chigi eviterà di cavalcare la difesa della Cpi, a differenza di altri partner, anche perché con la Corte le relazioni restano fredde dopo il caso Al Masri. Semmai l’esecutivo batterà sulla necessità di provare a ricucire nel corso dei sei mesi che i contendenti hanno deciso di far trascorrere prima che le sanzioni entrino effettivamente in vigore.
Altre elezioni, quelle che in Italia si terranno nel 2027, orientano le mosse di Palazzo Chigi. Da molti mesi ormai – e certamente dopo gli insulti pubblici ricevuti da Trump – la presidente del Consiglio evita di mettere troppo la faccia sulle decisioni del Presidente Usa. Di difenderlo, di sostenerlo. Ha pagato un prezzo con l’opinione pubblica, non intende replicare.
Certo, cerca di ripristinare relazioni civili. Ma per aiutarlo non intende rompere il fronte europeo, e men che meno mostrarsi conciliante con “Bibi”: non conviene e fa perdere voti, è la lezione ormai chiara al vertice del governo.

(da Repubblica)

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    • SI FRANTUMA IL CENTRODESTRA A MILANO. FORZA ITALIA MANDA UN “VAFFA” A SALVINI CHE SPINGE PER FARE LE PRIMARIE PER LA SCELTA DEL CANDIDATO SINDACO: “SE DOVESSIMO FARLE A MILANO, DOVREMMO FARLE DAPPERTUTTO. NON PUÒ ESSERE UN METODO A MACCHIA DI LEOPARDO. SE NON SI DOVESSE TROVARE LA QUADRA, LA LEGA PUO’ ANCHE CORRERE DA SOLA. IN PASSATO SI VINSE ANCHE SENZA LA LEGA. NON SAREBBE UNA TRAGEDIA”
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