Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
AREA OFF LIMITS GIA’ PRIMA DELL’INIZIO PER TUTTO ESAURITO, MISURE DI SICUREZZA AD HOC… SILVIA: “VOGLIO UNA CITTA’ DOVE I GIOVANI VENGANO DA FUORI, NON CHE DEBBANO ANDARSENE PER CERCARE FORTUNA”
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel vedere migliaia di persone radunarsi sotto un unico suono, soprattutto quando a guidarle è una figura come Charlotte de Witte, dj belga tra le più famose al mondo.
In piazza Matteotti, nel cuore di Genova, con ingressi contingentati e varchi di accesso monitorati già ore prima dello start del live, lo spazio urbano davanti a Palazzo Ducale si trasforma in una cassa di risonanza collettiva, un punto di incontro tra club culture e città, tra identità individuali e una comunità temporanea costruita sul ritmo.La nota dj si è affacciata dal suo palco pochi minuti dopo le 19, esattamente come da programma
Una consolle posizionata sulla scalinata, un sound elettronico e avvolgente, de Witte, maglietta nera e occhiali da sole, che rende l’aria e i corpi elettrici: «Divertitevi e prendetevi cura uno dell’altro», scrive su Instagram prima di iniziare lo show.
L’evento, gratuito e voluto dal Comune di Genova, realizzato in collaborazione con Ops Eventi, come immaginabile richiama già da ore prima migliaia di giovanissimi, ma anche molti turisti e curiosi di diverse età, confermando la capacità della musica elettronica di attraversare diverse generazioni.
La piazza si riempie progressivamente fino all’inizio del dj-set, alle 19. Charlotte de Witte, da anni simbolo di emancipazione femminile in un panorama storicamente dominato dagli uomini, è oggi una delle figure più influenti della techno globale: non è solo una dj, ma un riferimento culturale capace di parlare a pubblici differenti, per questo la sua presenza nella città della Lanterna assume il peso di un appuntamento che va quasi oltre la musica.
Genova risponde con grande partecipazione, trasformando la piazza in uno spazio vibrante e attraversato da un’energia collettiva.
Le parole della sindaca Salis
La sindaca Salis in prima fila dietro la console di Charlotte de Witte: “Sono giornate pensate per i nostri giovani, anche per quelli che vogliono arrivare da fuori Genova. La vista della piazza così è davvero uno spettacolo. Bisogna farla vivere questa città: diciamo sempre che Genova è la città con l’età media più alta d’Europa, per questo bisogna cercare di attirare sempre più ragazzi con eventi come questo. Il merito va al nostro consigliere delegato ai Grandi eventi, Lorenzo Garzarelli, a tutta la giunta, ai nostri uffici e a chi ha lavorato per questo evento”.
(da Il Secolo XIX)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
IN TESTA NEI SONDAGGI, DOMANI SI VOTA IN UNGHERIA, MA SI TEMONO I BROGLI ELETTORALI DEL SERVO DI PUTIN
A 24 ore dalle elezioni ungheresi del 12 aprile, il sistema politico costruito da Viktor
Orbán in più di quindici anni sembra mostrare crepe per la prima volta. Nonostante le visite di JD Vance e il sostegno statunitense al primo ministro Orbán, alcuni sondaggi indicano uno svantaggio di circa il 10% per il premier uscente. A metterlo in difficoltà è il partito Tisza guidato da Péter Magyar. Magyar ha 45 anni e fino al 2024 era interno al sistema di potere di Fidesz, il partito di Orbán, mentre oggi è il leader del partito Tisza. I sondaggi mostrano un testa a testa, segno di un cambiamento negli equilibri politici del Paese.
Chi è Péter Magyar
Péter Magyar è un avvocato nato a Budapest nel 1981, cresciuto in una famiglia con forti legami nel mondo politico e istituzionale ungherese. Il suo padrino fu Ferenc Mádl, presidente della Repubblica tra il 2000 e il 2005 ed è stato sposato con Judit Varga, ministra della Giustizia tra il 2019 e il 2023, figura centrale del governo. La sua carriera politica nasce all’interno di Fidesz a cui aderisce nei primi anni duemila durante gli studi in giurisprudenza. Nel corso degli anni successivi lavora tra Budapest e Bruxelles, occupandosi anche dei rapporti tra il governo ungherese e le istituzioni europee. In particolare, nel 2011 si trasferisce a Bruxelles durante la presidenza ungherese del Consiglio dell’Ue, dove lavora alla
Rappresentanza Permanente dell’Ungheria presso l’Unione europea e collabora nei rapporti politici con le istituzioni comunitarie. Al suo ritorno in Ungheria, entra anche nei consigli di amministrazione di diverse aziende di Stato. Per più di vent’anni, quindi, Magyar non è una figura esterna al sistema, ma parte integrante della sua struttura politica e amministrativa.
La rottura con Orbán e l’ascesa di Tisza
La rottura avviene nel 2024 e coincide con uno dei più gravi scandali politici degli ultimi anni in Ungheria. Il caso riguarda la concessione della grazia da parte della presidente della Repubblica Katalin Novák a un uomo condannato per aver coperto abusi su minori in una casa famiglia statale.
Lo scandalo ha un effetto a catena: Novák si dimette e anche Judit Varga lascia la scena politica. È proprio in questa fase che Magyar decide di esporsi pubblicamente. Pur essendo ormai separato dalla ex moglie, ne prende le difese e accusa l’establishment di aver usato le dimissioni delle due donne come capro espiatorio per proteggersi. Da quel momento rompe con Fidesz, lascia tutti i suoi incarichi e annuncia pubblicamente la fine della sua appartenenza al sistema politico che aveva servito per oltre due decenni
In pochi mesi, questa trasformazione personale si traduce in un progetto politico. Magyar entra in Tisza, una formazione nata nel 2020 ma fino ad allora marginale, che diventa rapidamente il contenitore della nuova opposizione. La crescita culmina alle elezioni europee del 2024, dove Tisza ottiene circa il 30% dei voti ed elegge sette eurodeputati.
Perché Orbán è alle strette
La difficoltà di Orbán non nasce con l’ascesa di Magyar, ma viene da più lontano e riguarda una serie di fattori che negli ultimi anni hanno indebolito la sua posizione. Dopo oltre quindici anni al potere, il premier deve fare i conti con un contesto più fragile, segnato da scandali e accuse di corruzione. A questo si aggiunge un rallentamento dell’economia ungherese, messa sotto pressione dall’inflazione e dalla riduzione dei fondi europei, che ha contribuito a erodere il consenso interno. Infatti, il rapporto sempre più teso con l’Unione europea, che ha portato al congelamento di 1 miliardo di euro di fondi destinati all’Ungheria a causa delle
violazioni dello stato di diritto. Sul piano internazionale, la linea del governo, spesso ambigua nei confronti della Russia e critica verso il sostegno occidentale all’Ucraina, ha contribuito ad aumentare l’isolamento del Paese. Magyar ha costruito la sua proposta politica proprio su queste criticità, accusando Orbán di aver trasformato lo Stato in uno strumento al servizio di una ristretta cerchia di potere. Le sue denunce, unite a una crescente insoddisfazione interna, hanno reso possibile quello che fino a poco tempo fa sembrava impossibile: un reale equilibrio nei sondaggi tra governo e opposizione.
Magyar tra cambiamento e continuità
Nonostante si presenti come il principale interprete del cambiamento, Péter Magyar non rappresenta una rottura completa con il sistema politico da cui proviene. Il suo partito propone un riavvicinamento all’Unione Europea e alla Nato, con l’obiettivo di ricostruire la fiducia internazionale e rilanciare il ruolo dell’Ungheria in Europa, arrivando a ipotizzare anche l’ingresso nell’eurozona entro il 2030.
Allo stesso tempo, però, emergono elementi di continuità con la linea di Orbán. Su temi come la guerra in Ucraina e la migrazione, Magyar mantiene posizioni prudenti, evitando una distanza netta dal governo. Anche al Parlamento europeo, i rappresentanti di Tisza hanno in alcuni casi votato in modo simile a Fidesz, soprattutto su questioni legate alla sovranità nazionale e alla gestione dei flussi migratori.
Una scelta strategica sia per intercettare un elettorato conservatore diffidente verso i cambiamenti, sia per ridurre il rischio di esporsi direttamente alle critiche della macchina della propaganda di Fidesz. In campagna elettorale, Orbán ha cercato di sfruttare queste ambiguità, presentandosi come garante della stabilità e accusando il suo sfidante di essere vicino a Bruxelles. Magyar, dal canto suo, insiste sulla necessità di un cambiamento profondo, puntando su trasparenza e rinnovamento politico. Il voto del 12 aprile stabilirà se questa sfida rappresenta davvero una svolta storica per l’Ungheria o solo il momento più difficile affrontato finora da Orbán.
(da agenzie)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
MASSIMO FINI: “NON SIAMO PIU’ PROTAGONISTI, VIVIAMO DI RESOCONTI”
Se c’è un periodo particolarmente amaro per un vecchio è quello delle feste pasquali. A Natale va un po’ meglio perché, come dice il detto popolare, “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Il Natale è abitudine passarlo in famiglia, se ne hai ancora una, a Pasqua i figli, i ragazzi, se ne vanno per i fatti loro. Ciaone. Inoltre l’inverno, col suo buio, in qualche modo ti copre, ti copre soprattutto alla vista degli altri, mentre in estate, con la sua luce, sei esposto
Ma in fondo queste sono solo quisquilie. Il problema vero è l’invecchiamento, piano piano le forze ti abbandonano e ciò che un tempo facevi con facilità diventa arduo. La “quarta età”, ho scritto, comincia quando hai difficoltà a metterti le mutande. Prendo ad esempio, per quello che mi riguarda, il mare. Un tempo, con l’ardire, la spensieratezza e anche l’incoscienza della giovinezza, affrontavo ogni tipo di mare, anche quello in burrasca, con onde altissime, oggi se c’è un po’ di “bulesume”, come si dice in dialetto ligure, me ne sto sulla spiaggia, non voglio fare la fine di Sgarbi.
Del resto alla mia età non dovrei nemmeno andarci al mare. I miei coetanei infatti scelgono la collina, non la montagna perché a certe altezze ti manca il respiro. Il mare, si sa, irrita i nervi, la collina no. È più riposante, ma è un riposo troppo simile all’eterno riposo. E poi in collina, per le ragioni che ho abbozzato, ci vanno soprattutto i vecchi. E se c’è una cosa che il vecchio non tollera è di essere circondato da altri vecchi. E di che cosa parlano i vecchi? Di medicine, di malattie, di ospedali. Se ho ancora qualche fortuna con i ragazzi e le ragazze è perché a me piace ancora parlare di “Dio, l’anima e il mondo”, come facevo da giovane.
Ma torniamo alla Pasqua. Nel silenzio della città, perché tutti quelli che possono se la sono svignata, senti le ambulanze e dici a te stesso “per questa volta me la sono cavata, ma se non sarà questa volta sarà la prossima”. E questo ha a che fare col suicidio dei vecchi, in costante aumento, fenomeno addirittura nuovo rispetto a un passato non troppo lontano. Il suicidio del giovane ha un suo fascino estetico e anche epico, perché si gioca tutto ciò che ha, la vita. Quello del vecchio è patetico perché si gioca solo degli spiccioli
Ti aggiri per le strade silenziose della tua città, dove hai vissuto per tanti anni e ti senti estraneo, non a Milano, se parliamo di Milano, ma alla vita. Tutto è cambiato, gli attori, le letture di riferimento, le musiche, le canzonette, se sono rap o trap non le capisci, se sono musiche della tua giovinezza è ancor peggio, perché rimandano a un tempo perduto per sempre. Una volta che intervistavo una grande attrice di teatro, Paola Borboni, allettata come si dice nell’orribile gergo medico, ebbi l’imprudenza di dirle: “Però almeno lei ha dei bei ricordi”. “I ricordi?” sibilò lei, facendo quasi un balzo sul letto, era pur sempre una grande attrice: “I bei ricordi sono la cosa più tormentosa per un vecchio”.
Perché enfatizzano, per contrasto, la pena presente, meglio i ricordi brutti che impallidiscono col tempo. Diciamo la verità, una volta tanto, il vecchio perde ogni curiosità e per riempire in qualche modo gli sgoccioli di una vita che se ne sta andando si occupa di cose di cui non gli è mai importato un cazzo (Bouvard et Pécuchet, Flaubert).
I vecchi sono avarissimi, tesaurizzano il denaro. Ho visto dei vecchi andare nel panico per l’ovo che era aumentato di 20 cent. E questo è uno dei tanti paradossi della vecchiaia, perché il denaro, in estrema essenza, è futuro e un vecchio ne ha molto meno degli altri (Il denaro, “sterco del demonio”)
Poiché insieme al vecchio invecchiano le sue arterie, tutto ciò che gli sta attorno, e che esula dalla normalità, gli dà fastidio. Per decenni ho parcheggiato la mia macchina sul marciapiede, adesso una macchina sul marciapiede mi manda in bestia, la mia vendetta, inutile, è spaccare con un martello gli specchietti retrovisori o pisciare fra due macchine, preferibilmente lussuose, troppo accostate.
Per molti anni abbiamo dominato la vita, adesso è la vita che domina noi. Tutto ci appare lontano, lontano. I ricordi vagano fra gli amici morti, quelli che se ne sono andati, e un tempo, non più nostro, diventato irraggiungibile.
A guardarli dalla nostra età tutti i decenni trascorsi hanno la potenza abissale di un rimorso, per tutto ciò che potevamo fare e non abbiamo fatto e anche per quello che abbiamo fatto e non avremmo dovuto fare. Non siamo più i protagonisti, viviamo di resoconti.
Massimo Fini
(da il Fatto Quotidiano)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
ORMAI GIORGIA SPERA SOLO NELLE DIVISIONI DEL CAMPO LARGO
Adelante, con juicio. L’esortazione manzoniana è la miglior sintesi dello spirito con cui
Giorgia Meloni ha aperto la campagna elettorale per il 2027. Grandi carte da giocare non ce ne sono. Non ci sono soldi. Lo schema conservatore e sovranista frana sotto il peso delle mattane di Donald Trump e di due conflitti dagli sviluppi indecifrabili. L’aura vincente del centrodestra si è dissolta con il referendum e i prossimi dodici mesi appaiono come un percorso paludoso: correre sarà impossibile, ma forse basterà non fermarsi per presentarsi all’appuntamento con la “chance” di conquistarsi un secondo mandato.
La principale opportunità su cui scommette il centrodestra è la stessa che lo ha reso vincente nel 2022: la difficoltà di fare sintesi dei suoi avversari, i troppi galli che cantano nell’area progressista. Elly Schlein e Giuseppe Conte si avviano a un duello mortale, che Giorgia Meloni ha furbescamente aizzato anche nel suo ultimo intervento parlamentare eleggendo a “competitor” la segretaria del Pd ed evitando persino la citazione del capo dei Cinque Stelle.
In gioco, da quelle parti, non c’è solo una premiership ma anche le rispettive leadership. Uno scontro per la sopravvivenza. Comunque vada a finire, e persino se ritrovasse spazio la tesi del Papa straniero, del federatore, del “nuovo Prodi”, il centrodestra immagina un campo largo terremotato per mesi da rivalse, vendette, scontri sul programma e sulle liste. Insomma, il nemico perfetto per una campagna fondata sul motto: con noi la stabilità (per quanto grigia), con loro il caos.
Tutto il resto è avvolto nella nebbia e contribuisce ad alimentare timori nuovi per una coalizione che, fino a due mesi fa, si percepiva come sicura vincente. È imprevedibile il quadro politico e sociale, dove si teme uno spostamento in massa dell’elettorato popolare e del voto di protesta che quattro anni fa aveva consegnato la vittoria a FdI.
Nel 2022 si era rivolto alla destra un terzo del consenso operaio insieme con un elettore su sei del vecchio Movimento Cinque Stelle. È un bacino enorme. A dar retta ai sondaggi è rimasto alquanto fedele a Giorgia Meloni, ma potrebbe esprimere all’improvviso la sua delusione voltandole le spalle. Le statistiche su occupazione, salari, lavoro femminile snocciolate in ogni occasione dalla premier non sono un vezzo auto-elogiativo, ma il tentativo di tenersi stretti mondi che le hanno aperto una linea di credito senza finora ricevere molto in cambio.
Il secondo rebus riguarda la tenuta interna dei partiti della coalizione. In Forza Italia, l’operazione rinnovamento sollecitata da Marina Berlusconi può funzionare ma anche risolversi in una faida interna senza fine. Se andrà bene, Giorgia Meloni dovrà fare i conti con un alleato più rivendicativo e competitivo rispetto agli ultimi quattro anni. E magari anche con un vero conflitto tra l’area liberale della maggioranza e il sovranismo di Matteo Salvini, che ricomincia ad alzare le bandiere della remigrazione e dell’alleanza con l’estremismo europeo. Se andrà male, se il mondo forzista si avviterà in una lotta intestina, vai a vedere: in passato il centrodestra è stato quasi sempre sconfitto proprio dalle sue improvvise crisi interne.
Infine, c’è uno specifico rischio di immagine che riguarda direttamente la premier. È evidente, concreto, legato alle sue relazioni personali con Donald Trump e con Victor Orban, che restano nella memoria collettiva malgrado il tentativo di minimizzarle o raccontarle come il mero adempimento di linee di politica estera di vecchia data. Quelle parentele speciali sembravano due carte vincenti, all’estero e in patria. Si sono rivelate un problema enorme, che peggiora ogni giorno: la dimostrazione sul campo che la cultura Maga produce sfracelli e divora se stessa. Anche per questo, avviandosi “con juicio” sulla strada accidentata verso le
prossime elezioni, il centrodestra preferisce dimenticare gli amici e confidare nella debolezza dei nemici
(da La Stampa)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
DALLA LOTTA AL CARTOON AI CALCI AL DEPUTATO DONNO, FINO AL PASTICCIO SUL FILM DI REGENI

Federico Mollicone, detto dai suoi camerati “Sotto la cravatta nulla”, viene anche lui dalla nidiata della sezione di Colle Oppio, sede di quel seminterrato esistenziale del Movimento sociale che vuole dire fiamma & rancore in purezza. Proprio come la sua amica Giorgia Meloni e il più anziano di loro, Fabio Rampelli, il capo dei cosiddetti Gabbiani, che ancora oggi si sentono figli della Nazione, non della Repubblica, grazie a una spiccata memoria selettiva che tiene insieme l’orbace della tradizione con il suprematismo digitale di nuovo conio, ma sempre passando dalle “Fettuccine di Alfredo”, uno dei loro documentari popolani preferiti.
Cresciuto in quella penombra, oggi Mollicone sta nella piena luce di Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, con tutte le maiuscole del caso, a spezzare di giorno in giorno, di saga in saga, le catene della odiata egemonia culturale della sinistra. La quale, proprio in queste ore, sta strumentalizzando un inciampo di cui lui non ha colpa, il mancato finanziamento pubblico del docufilm sulla vita e sull’atroce morte di Giulio Regeni, il nostro ricercatore, sequestrato, torturato e ucciso dai Servizi segreti egiziani. Che sarà mai?
Occupato com’era a valorizzare il progetto “Fantastico Medioevo”, e a promuovere un “Nuovo immaginario nazionale”, Molli non aveva tempo per dare un’occhiata a Tutto il male del mondo che la commissione ministeriale ha scartato, preferendo finanziare storie meno drammatiche, ma di sicuro per loro più illustri, la biografia di Gigi D’Alessio, la commedia di Pier Francesco Pingitore, quello del Bagaglino, il giallo con Manuela Arcuri, il favoloso film di Giulio Base (un milione e mezzo di euro) per il suo Albatross, incassi al botteghino, 34 mila euro. “Non sapevo del documentario – ha detto Mollicone –. L’ho appreso dai giornali”. Così come ha appreso dai giornali (per smentirlo) l’amichettismo che regola le sue nomine, le sue segnalazioni, nelle più varie istituzioni culturali, dalle fondazioni teatrali alle produzioni Rai, dai festival ai convegni.
Stesso inciampo per il suo camerata maggiore, Alessandro Giuli, addirittura ministro della cultura, detto “L’Elegantone” per via delle basette, dei panciotti con catena e del soprabito in pelle nero-nazi, che a suo tempo s’è infilato nei panni del povero Gennaro Sangiuliano, l’ex ministro dimissionato quando ancora gli sanguinavano il cuore e la cabeza. Anche Giuli, esperto di “pensiero meridiano solare”, sapeva niente del docu su Regeni. Ma si è affrettato a tirarsene fuori: “Non condivido la scelta della commissione, ma non è stata il frutto di una decisione politica”.
Semmai, ha ragionato di rincalzo Molli, è la sinistra che ha scelto la polemica per trarne un frutto politico: “Ho il timore, purtroppo, che tutto questo scandalo sia stato costruito a tavolino”. Per la banale ritorsione di una sinistra “in queste ore colta da crisi isterica” perché vede “sfarinarsi la sua egemonia”.
Ma costruita a tavolino cosa? La storia di Regeni? La composizione della Commissione? La decisione di non finanziare? La circostanza che nessuno ne sapeva nulla? Lo scaricabarile che in piccolissima e miserabile misura replica quello del governo egiziano?
Federico Mollicone non sa, non vede, non c’era. Per la testa ha ben altro: una cultura come perimetro, come spazio nazionale da presidiare. Del resto è camerata romano da quando è nato, nell’anno 1970. L’ha istruito il babbo Nazzareno, classe 1939, dirigente missino, autore del libro-moschetto “L’aquila e la fiamma”, seguace di Pino Rauti, l’ideologo, che ci ha lasciato in eredità l’intera storia della sua organizzazione, Ordine Nuovo, ispirato dal pensiero di Julius Evola, antiliberale, anticomunista, anticapitalista. Che Rauti maneggiò in modo complementare con la linea in doppiopetto di Giorgio Almirante. Praticando un estremismo antisistema
Molli studia al liceo linguistico. Poi smette. Le sue sua passione sono la politica e le bretelle. Milita accanto a Gianni Alemanno, marito al quel tempo di Isabella Rauti, figlia in carta carbone del padre. Poi in scia di Giorgia Meloni, quando abbandona Alleanza nazionale. Invece di Tolkien, ogni volta che può cita Nietzsche, “filosofo del futuro” di cui si sente allevo. Partecipa alle associazioni “Fare futuro” e “Fare verde”. Anche se campa scegliendo il mestiere di fare comunicazione e fare marketing.
La svolta nel 2018, e poi nel 2022, quando viene due volte eletto deputato in Fratelli d’Italia. Si fa notare per qualche intervento d’alto valore culturale, come l’assalto e le botte a un deputato dei 5 Stelle, Leonardo Donno, colpevole di voler consegnare in Aula un tricolore al ministro Calderoli, quello del matrimonio druidico e della secessione padana. Donno rimedia 3 giorni di prognosi per pugni e calci. Mollicone 15 giorni di sospensione. Archiviati i quali si impegna in una polemica contro Peppa Pig, il cartone animato, colpevole di veicolare una pericolosa scheggia di “cultura gender”, presentando un personaggio “con due mamme” dunque con il rischio di “indottrinamento dei nostri figli”. I giornali abboccano. Peppa non replica. Molli s’avventura a definire le famiglie omosessuali “illegali in Italia” e la maternità surrogata “un reato peggio della pedofilia”. […]
Non contento il 2 agosto 2024, anniversario della strage di Bologna del 1980, 85 morti, 216 feriti, s’è spinto a definire le sentenze di Cassazione “un teorema per colpire la destra”. Accompagnando l’iniziativa con una interrogazione al ministro della Giustizia, il magico Carlo Nordio, per “sapere se nello sciame di processi siano state rispettate le garanzie di accusa, difesa e il giusto processo”. Alzando un polverone di polemiche con massima irritazione del Quirinale, dei parenti delle vittime, persino di Giorgia Meloni che avrebbe preferito il silenzio a quella sgangherata difesa degli antichi camerati, Mambro, Fioravanti, Ciavardini, Bellini, meglio sorvolare
Mollicone quando non deve, non replica. Nel frattempo macina benemerenze.
Critica l’uso di parole straniere nei documenti pubblici. E altrettanto l’uso di attori stranieri in ruoli di personaggi italiani, pratica di perfida “appropriazione culturale”. In quanto alla difesa della identità nazionale asseconda l’autorevole Carlo Calenda, il quale ha appena chiesto in parlamento “se il Fatto Quotidiano prenda oppure no i soldi da Putin”. Astuta polemica culturale che Molli da oggi aggiunge a Peppa Pig per il curriculum.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
“NECESSITA’ DI PROVVEDERE AD ESIGENZE FAMILIARI”… DA TEMPO SI STA DEDICANDO AD OPERE DI VOLONTARIATO
Doveva scontare 3 anni e 11 mesi di reclusione ma non sconterà neppure un giorno.
Nicole Minetti, condannata in via definitiva per Ruby-bis e per peculato nella “rimborsopoli” lombarda, a febbraio è stata graziata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato parere favorevole dopo quello della Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano. Mattarella ha firmato. La pena viene così cancellata prima ancora di essere eseguita. Le due condanne – 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby-bis e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali – erano state unificate in un cumulo per un totale di 3 anni e 11 mesi. Nel 2022 si era aperta la fase esecutiva, con fascicolo attivo presso la Procura generale. Ma l’esecuzione era stata sospesa: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali e l’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza era fissata nel dicembre 2025. Prima ancora di arrivarci, però, è giunta la richiesta di grazia. Il perno fondamentale è la necessità di provvedere a esigenze familiari che devono restare riservate per motivi di privacy. Esigenze ritenute valide dalle autorità e dalle istituzioni competenti che hanno deciso di concederle questo raro atto di clemenza senza dare alcuna pubblicità al provvedimento.
A scoprirlo è stato il programma d’inchiesta Mi Manda Rai3 condotto da Federico Ruffo che domenica dedica un’ampia ricostruzione sulle “rimborsopoli” regionali a cura di Floriana Bulfon. La notizia della grazia concessa a Minetti salta fuori dalla curiosità di capire che fine abbiano fatto quei consiglieri terremotati dalle inchieste.
Contattata ieri dal Fatto Nicole Minetti ha preferito non commentare né rilasciare dichiarazioni in proposito. L’argomentazione è lineare: l’esecuzione della pena – anche in forma alternativa – avrebbe inciso in modo rilevante proprio sulle esigenze familiari che Minetti ha posto alla base della sua richiesta di grazia. Tali per cui la pena non poteva essere eseguita. La riservatezza è dovuta anche all’alto rischio di esposizione mediatica della richiedente dal passato a dir poco “controverso”.
Igienista dentale di Silvio Berlusconi (“Love of my life”), poi consigliera regionale in Lombardia, per un decennio Nicole Minetti è stata una delle figure più riconoscibili – e discusse – di una intera stagione politica e ha segnato a suo modo un’epoca. Dalle “cene eleganti” di Arcore all’esposizione continua, è diventata nel tempo un simbolo di quel sistema: visibilità, fedeltà personale, potere e leggerezza nell’uso dei fondi pubblici. Negli anni in Regione il suo nome finisce infatti anche nell’inchiesta sulla “rimborsopoli” lombarda. La condanna per peculato riguarda l’utilizzo di circa 19 mila euro di fondi pubblici per spese ritenute estranee all’attività istituzionale: pasti, taxi, acquisti personali e altre spese di carattere privato, lontane dall’esercizio del mandato consiliare. Somme che successivamente sono state risarcite
A distanza di 15 anni il racconto è completamente diverso: la Minetti col gloss che impartiva istruzioni alle Olgettine ha cambiato vita. Nell’istanza di grazia preparata dall’avvocata milanese Antonella Calcaterra, emerge il profilo di una vita ricostruita lontano dalla politica, inserita in un contesto economico internazionale. Accanto a lei, il compagno imprenditore Giuseppe Cipriani, attivo da decenni tra Europa e Uruguay, dove nel 2018 ha avviato quello che nell’istanza viene descritto come il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael.
È in questo contesto che si collocano e maturano le esigenze familiari che hanno consentito a Nicole Minetti di modificare anche la sua posizione giuridica fino all’istanza di grazia accolta lo scorso febbraio.
Nel 2024 la famiglia si è trasferita a Milano, dove lei svolge attività di volontariato certificate. “La signora Cipriani ha svolto volontariato nel periodo aprile 2024 – giugno 2025, in ambito ambulatoriale”, conferma al Fatto la Lega Italiana per la lotta contro i tumori. Ha poi fatto domanda alla Casa della Carità, collabora con la Caritas per il doposcuola nella parrocchia di San Marco, in centro. La prova di un percorso rieducativo – che la stessa istanza assume come già compiuto – non è mai
passata attraverso l’esecuzione della pena. La grazia interviene prima di tutto questo. Il decreto è legittimo. La Costituzione lo prevede. Ma resta una scelta discrezionale che farà discutere. Sulla bilancia della giustizia hanno pesato le esigenze familiari della nuova Minetti che chiudono una parabola tutta italiana: da via Olgettina al Palazzo di Giustizia, al decreto di grazia. In mezzo, un Paese che s’indigna ma poi perdona.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA CRISI ISTERICA DI BRUNO VESPA
La crisi isterica di Bruno Vespa con Peppe Provenzano mi è sembrata sincera: questo significa che Bruno Vespa si considera per davvero un giornalista al di sopra delle parti. Mi sono chiesto, dunque, perché non vedo nemmeno un minuto di una sua trasmissione da una trentina d’anni, come minimo (la sfuriata a Provenzano l’ho intercettata in una delle decine di repliche online): forse perché io sono decisamente di parte, e dunque non sopporto quelli super partes come lui?
La risposta non è questa. Vespa, da sempre, non fa parte del mio palinsesto perché è un uomo di potere, abita dentro il potere, parla il linguaggio del potere. Ne è il cerimoniere, l’accompagnatore, l’illustratore (vedi lo show di Berlusconi con il modellino del Ponte sullo Stretto: era il 2001, santiddio, pensa da quanto tempo ci prendono per i fondelli, con il Ponte).
Non mi aspetto da lui neppure un grammo di inedito o di inaspettato o di spiazzante. Ultimamente, del potere, Vespa è anche il tour operator, visto che ospita fior di potenti nella sua tenuta di Nonsodove. Alle presentazioni dei suoi libri annuali ci sono sempre o quasi sempre: un cardinale, un politico di destra, un politico di sinistra, l’affresco del consociativismo capitolino.
Curiale e di destra, dicono che ultimamente trascuri la curialità in favore del tifo per la destra — si sa che da vecchi in un certo qual senso si ringiovanisce, perché si perdono i freni inibitori. Non si conoscono frizioni o scontri tra politici di destra e Vespa, che nella Rai melonizzata si trova come un pesce rosso nella sua boccia. Super partes, dunque, che cosa vorrebbe dire, esattamente? Nel mio caso, per esempio, vuol dire vivere lontano dal potere, dunque da Bruno Vespa. Vedi come è relativo, il concetto.
(da Repubblica)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA GEN Z IN PIAZZA A BUDAPEST, MAXI CONCERTO CONTRO LA FECCIA SOVRANISTA
Per capire la posta in palio delle elezioni di domani in Ungheria basta leggere l’ultimo
post di Donald Trump: “Viktor Orbán è un leader veramente forte e potente, con un record di risultati fenomenali. Ama il suo grande Paese e il suo popolo, proprio come faccio io per gli Stati Uniti… Lavora duramente per proteggere l’Ungheria, far crescere l’economia, creare lavoro, promuovere il commercio, fermare l’immigrazione illegale e garantire legge e ordine… Domenica votate per Orbán, è un vero amico, combattente e vincitore… sono con lui fino in fondo!”.
Il “voto a distanza” del commander in chief è la prova di quanto sia cruciale per le destre trumpiste il ruolo politico-ideologico del fedelissimo “amico magiaro”. Se rivince, continua la sua missione speciale: quella di “agente patogeno” che si insinua nelle vene del continente europeo per svuotarlo e distruggerlo da dentro.
Se perde, il processo di decostruzione endogena della Ue subisce una seria battuta d’arresto: i tre imperi che speculano sulla disunione europea perdono un asset strategico, e la sua caduta può diventare preludio di una frana più vasta dell’Internazionale sovranista. Dice bene Romano Prodi: dal risultato ungherese può dipendere il futuro della libertà e della democrazia in Europa.
I sondaggi danno in vantaggio “Tisza”, il partito di opposizione guidato da Péter Magyar, più liberale e più vicino a Palazzo Justus Lipsius che non alla Casa Bianca. Ma il dispotico Viktor, a conferma del suo irriducibile disprezzo per le regole, non è tipo che si ritira in buon ordine. Al pari del maestro di Washington — che dopo la vittoria di Biden lanciò l’assalto a Capitol Hill — anche l’allievo di Budapest prepara già il suo quasi-golpe, accusando gli avversari di brogli e di complotti con le intelligence straniere. Cosa farebbe, di fronte a una sconfitta? Non esagera Anne Applebaum, a chiedersi se manipolerà il risultato, invaliderà le elezioni o farà esplodere qualche scandalo.
In sedici anni di governo ininterrotto,Orbán ha assegnato a se stesso e alla sua piccola nazione da 9,5 milioni di abitanti un compito ambizioso e sedizioso: far
del suo partito, Fidesz, un modello di conservatorismo autoritario, ultra-nazionalista e xenofobo da offrire al suo paese, all’Europa e al mondo. La sua dottrina l’ha illustrata nel luglio 2014 in Romania, in un discorso alla Bálványos Summer Free University: la democrazia occidentale ha fallito, io costruirò uno “stato illiberale”. Non a caso, la stessa teoria che Putin perfezionò nel 2019, spiegando al Financial Times che “l’ideologia liberale è ormai obsoleta” perché con il multiculturalismo e le politiche migratorie “non tutela gli interessi dei popoli”.
“We were Trump before Trump”, come ha giustamente ricordato qui Paolo Gentiloni: con quel progetto, Orbán ha ispirato l’America First prima ancora che il tycoon ce l’avesse in testa e lo usasse come slogan per vincere le presidenziali del 2016. Nell’attuarlo, il primo ministro ungherese è stato inesorabile, trapiantando in Europa quel regime di “democratura” che negli stessi anni si consolidava in Russia. Orbán ha picconato sistematicamente la Costituzione, per abbattere tutti i contropoteri (e il Partito popolare europeo, al quale Fidesz ha aderito dal 2004 al 2021, ha l’enorme responsabilità di averlo tollerato). Il primo fronte è stato quello della giustizia, aggredita con “riforme” che ora a noi italiani suonano assai familiari. Ha disarmato la Corte costituzionale, aumentando il numero dei membri “laici” nominati dal partito. Ha introdotto norme che accrescono l’influenza politica sulla giurisdizione della Corte Suprema. Ha creato l’Ufficio giudiziario nazionale, organo di disciplina della magistratura guidato sempre da figure vicine a Fidesz. Ha ridotto da 70 a 62 anni l’età pensionabile dei giudici, sostituendo i più “anziani” con toghe di nomina politica. Il secondo fronte è stato quello dell’informazione, silenziata con bavagli di ogni genere. Ha creato una “Fondazione della stampa e dei media”, nella quale ha fatto confluire giornali, tv, radio e siti web sotto il controllo governativo. Ha fatto chiudere più di 90 media indipendenti, obbligando le aziende pubbliche a negargli la pubblicità. Ha varato decreti persecutori, contro i migranti e le comunità Lgbtq. Per queste continue violazioni dello Stato di diritto, l’Ungheria è tuttora sottoposta a una procedura d’infrazione Ue, che le ha congelato 16 miliardi di fondi del Next Generation Eu.
Oggi l’Ungheria è un paese in crisi. Poca crescita e alta inflazione, bassi salari e tanta corruzione. Nonostante questo, Orbán è diventato capofila tra i 27 delle forze
sovraniste che impediscono all’Europa di accelerare sulla via dell’integrazione, imbrigliandola con le catene del voto all’unanimità. Per questo i tre imperi l’hanno scelto come “utile idiota”. L’America di Trump, che chiede agli ungheresi di rivotarlo perché divide e indebolisce la Ue. La Cina di Xi Jinping, che lo usa come testa di ponte per i suoi investimenti nel Vecchio continente. E la Russia di Putin, che lo foraggia con gas e petrolio ottenendo in cambio un’interdizione continua, a colpi di diritto di veto, sui tentativi europei di rafforzare gli aiuti militari a Kiev o inasprire le sanzioni contro il Cremlino. A suggellare l’asse del male Mosca-Budapest c’è la trascrizione della telefonata del 17 ottobre 2025, pubblicata da Bloomberg, con Orbán che dice “Vlady, sono pronto ad aiutarti in qualunque modo, sono al tuo servizio”, e Putin che risponde “grazie caro Viktor, apprezzo molto il tuo atteggiamento flessibile sull’Ucraina”. E tutti e due, naturalmente, si sdilinquiscono per Trump: “Ha una sorprendente abilità”, “si muove come un carrarmato”. E via così, “spasibo” e “dasvidania”.
La rielezione di Orbán è essenziale, per le autocrazie che odiano la democrazia e per le destre che non amano l’Europa. Ecco perché il voto ungherese conta anche per l’Italia. Come ha riconosciuto martedì scorso il vicepresidente Vance, in visita “pastorale” al Mathias Corvinus Collegium di Budapest, l’Amministrazione Usa è rimasta “molto delusa dai leader europei, abbiamo avuto aiuti solo da alcuni, il più utile è stato Viktor, ma anche Giorgia Meloni è stata molto utile…”. Dal punto di vista dello sceriffo di Washington, Fidesz e Fratelli d’Italia fanno parte della stessa catena di comando, funzionale al signoraggio americano e al sabotaggio europeo. Dal punto di vista della Sorella d’Italia, il sostegno alla campagna elettorale orbaniana è stato costante e imbarazzante. Lo testimonia quel video di gennaio, dove lei si spertica di lodi per l’amico magiaro: “Insieme difendiamo un’Europa che rispetta la sovranità nazionale ed è orgogliosa delle sue radici culturali e religiose, Dio vi benedica tutti!”. La premier non esita a “metterci la faccia”, accostando la sua a quella dei peggiori estremisti occidentali: da Netanyahu a Milei, da Marine Le Pen ad Alice Weidel. Dopo la disfatta referendaria, e prima dell’ordalia del mid-term di novembre, si profila un altro test decisivo, per fiutare il
vento di un possibile cambiamento. Se Viktor va a casa, la campana suona anche per Giorgia.
(da Repubblica)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
COSI’ GAZA RESTA NEL LIMBO TRA ISRAELE E HAMAS… E IL GOVERNO TECNICO PALESTINESE NON PUO’ NEPPURE ENTRARE NELLA STRISCIA
Che fine ha fatto il Board di Pace lanciato in pompa magna da Donald Trump a Washington il 19 febbraio? Non serve un mago per capire che pochi giorni dopo quell’evento il presidente Usa le velleità da peace-maker mondiale le ha messe decisamente da parte per vestire le parti del Commander in chief di guerra all’Iran.
Né che la Striscia di Gaza non sia esattamente in cima ai suoi pensieri. Ma se il lavoro di ricostruzione fisica e politica dell’enclave palestinese a sei mesi dal cessate il fuoco non decolla è anche per un’altra ragione: il Board trumpiano non ha una lira. Dei 17 miliardi di dollari promessi da vari Paesi per consentire il lavoro del nuovo Comitato tecnico palestinese per Gaza e per avviare progetti di ricostruzione nella Striscia si sono visti sinora solo gli spiccioli, svela Reuters citando fonti a conoscenza del dossier. Solo Stati Uniti, Marocco ed Emirati Arabi hanno messo per ora qualcosa, per un tesoretto totale da meno di un miliardo di dollari. Anche per questo, spiegano le fonti, il Comitato guidato dal tecnocrate palestinese Ali Shaath non ha tuttora mai potuto mettere piede nella Striscia di Gaza, continuando a operare «in remoto» dal Cairo. «Non ci sono soldi disponibili», avrebbe detto a interlocutori palestinese il rappresentante del Board sul terreno, il diplomatico bulgaro Nikolay Mladenov.
Cosa succede nella Striscia
A parole Hamas continua a dire di essere pronta a cedere il potere a quel Comitato. Di fatto però pare ben lieta delle difficoltà operative del nuovo Comitato, che le consentono di continuare a governare di fatto Gaza. O meglio la porzione della Striscia rimasta sotto il suo controllo. L’altra resta controllata da Israele, che aveva accolto con analoga il freddezza sia il cessate il fuoco che il Board of Peace firmati Trump, e vuole tenersi le mani libere per gestire direttamente la sicurezza nell’area. Per la ricostruzione dei Gaza, dove quattro quinti degli edifici sono stati rasi al suolo in due anni di guerra, si stima un fabbisogno di circa 70 miliardi di dollari. Trump a febbraio aveva annunciato che i soli Usa ne avrebbero investiti 10 nel Board, e che una decina di altri Paesi ne avevano già promessi 10. I Paesi europei – Italia compresa – avevano guardato con sospetto a quella nuova istituzione made in Usa «parallela all’Onu» ma alla fine fatto buon viso a cattivo gioco. Poco dopo però con la guerra all’Iran il clima è drasticamente cambiato e ogni promessa di spesa – o quasi – è stata congelata. E così nel frattempo la realtà per l’enclave palestinese resta per ora uno status quo senza futuro.
(da agenzie)
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