Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile
SCIACALLAGGIO NON ANDATO A BUON FINE… NON CONOSCONO NEANCHE LA LEGGE: CHI COMMETTE UN OMICIDIO VIENE PRIMA PROCESSATO E, SE CONDANNATO, DEVE SCONTARE LA PENA IN CARCERE, NON VIENE “REMIGRATO”
È anche un caso politico l’omicidio del pizzaiolo Raffaele Stipa ieri sera a Reggio Emilia. Alcuni
esponenti della Lega si sono scagliati contro il presunto killer “straniero”, come da prime informazioni raccolte, salvo poi, con la notizia della nazionalità italiana dell’arrestato, fare retromarcia chiedendo di annullare i comunicati inviati.
Una tragedia “che impone una riflessione seria, senza ipocrisie: un uomo è stato accoltellato e ucciso per essersi rifiutato di regalare l’ennesima pizza ad uno straniero. Non siamo davanti a un episodio di ordinaria criminalità, ma all’ennesima dimostrazione di una violenza incompatibile con il nostro modo di vivere”, “la remigrazione deve diventare uno strumento concreto di tutela della sicurezza”, ha scritto Tommaso Fiazza, capogruppo della Lega in Regione Emilia-Romagna.
“Basta a persone che portano la violenza, efferata e ingiustificabile come in questo caso, nel nostro Paese”, ha dichiarato la deputata reggiana della Lega Laura Cavandoli.
Entrambi hanno inviato una successiva comunicazione, chiedendo di annullare i rispettivi comunicati “alla luce delle nuove informazioni diffuse dagli inquirenti, che modificano un elemento centrale della ricostruzione iniziale”.
Il colpevole è un italiano
E’ stato arrestato l’uomo che ieri ha accoltellato a morte Raffaele Stipa, titolare di una pizzeria a Reggio Emilia colpendolo alla gola (foto). Si chiama Andrea Pellati, 43 anni. E’ un pluripregiudicato, nato a Reggio Emilia con diversi precedenti per droga. Gli agenti della questura, dopo la fuga, lo hanno intercettato intorno alle 2 di notte a casa dei genitori. A seguito di una perquisizione nell’abitazione del 43enne, sono stati sequestrati sia i vestiti utilizzati durante l’aggressione sia il coltello con cui è stata presumibilmente è stato ucciso il 67enne.
(da agenzie)
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Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile
L’IPOTESI DI UNA STAFFETTA A PALAZZO CHIGI CON IL SUO SOTTOSEGRETARIO
È l’ultimo azzardo di Giorgia Meloni. Il più grosso, tanto da non averlo anticipato a nessuno alla vigilia dell’intervista tv. Per giunta, in un momento di estrema difficoltà: priva della sponda politica di Donald Trump, allarmata dal rischio che Roberto Vannacci provochi smottamenti irrimediabili nella destra di governo. Eppure, la premier esce allo scoperto per la prima volta con una scommessa inedita: prendersi tutto, Quirinale compreso. I pieni poteri, il soffitto di cristallo da infrangere con l’obiettivo di garantirsi il record che le manca: non più solo la prima donna premier, ma anche presidente della Repubblica. Perché adesso? A sentire fonti meloniane di massimo livello, l’obiettivo è lanciare lo slogan d’emergenza per la prossima campagna elettorale: se volete un presidenzialismo senza riforma costituzionale, votate di nuovo la coalizione. Fuori dal perimetro di questa maggioranza, dunque anche scegliendo Vannacci, c’è solo gioia per la sinistra e dolori per i moderati.
È, appunto, un azzardo. Ma svela la tentazione che Meloni accarezza da tempo. Ne avevano parlato Dario Franceschini e, ancora prima, Matteo Renzi. Il piano avrebbe anche una scaletta già pronta, in caso di trionfo alle politiche: la premier che torna a Palazzo Chigi e attende da quella postazione la scadenza del mandato di Sergio Mattarella, quindi si fa eleggere al Colle e spedisce alla guida del governo Alfredo Mantovano. Lui, il sottosegretario, è anche l’altro potenziale candidato che la leader spingerebbe per il dopo Mattarella, se dovesse fallire la scalata
Eppure, bisogna scavare ancora per comprendere la tempistica di questo annuncio. Pesano i sondaggi dell’ex generale che posizionano ormai stabilmente Futuro nazionale sopra la Lega. È come se la presidente del Consiglio volesse in questo modo lanciare un segnale per compattare le truppe, anticipando il senso della battaglia finale: prendersi il Quirinale e indicare una prospettiva di lungo termine. C’è però un punto che rende la scommessa più rischiosa, quasi al buio: la nuova legge elettorale, la sua reale convenienza.
Cambiare il sistema del voto è di fatto un “testa o croce”. Perdere le politiche con il “Melonellum” significherebbe rinunciare in un colpo solo alla corsa per il Colle nel 2029 e riparlarne nel 2036, tra dieci lunghissimi anni. L’hanno spiegato anche di recente a Meloni: se esiste un dubbio sull’opzione di allearsi con Vannacci, meglio tenersi il Rosatellum. Si perde meno, anche arrivando secondi. E soprattutto, si può ambire a un Capo dello Stato di destra pure se il centrosinistra raccoglie qualche seggio in più del centrodestra: anche con Fn fuori dall’alleanza, i suoi seggi potrebbero risultare decisivi con un’intesa post elettorale. In nome di una linea rossa: tenere i progressisti lontani non solo da Palazzo Chigi, ma anche dal Quirinale. A quel punto, lo “scambio” avrebbe come contropartita la prossima presidenza della Repubblica.
In questo senso, e chissà che non sia un indizio, sembra che la corsa a perdifiato per varare la legge prima dell’estate sia rallentata. Il Senato non dovrebbe approvare il sistema di voto prima di settembre o ottobre: questa, almeno, è l’ultima indicazione trasmessa da Palazzo Chigi che probabilmente sarà discussa in un prossimo vertice dei leader.
Nel frattempo, bisogna fronteggiare l’ascesa di Vannacci. Sta letteralmente divorando la Lega e affossando Salvini, che è pur sempre segretario di una gamba dell’alleanza e vicepremier. Il messaggio che Meloni ha messo agli atti già in Parlamento è dunque questo: aiuta la sinistra, chi lo vota colpisce la destra. Poi, certo, il futuro nessuno può scriverlo con un anno di anticipo, ma la presidente del Consiglio – in questo consigliata da Giovanbattista Fazzolari – ritiene complesso conciliare la linea dell’esecutivo sulla Russia con quella dell’ex generale. Che tra l’altro a Mosca ha anche vissuto, come ricordano spesso a Palazzo Chigi: era
addetto per la difesa presso l’ambasciata italiana tra dicembre del 2020 e maggio del 2022.
(da Repubblica)
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Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile
UN GOVERNO PRONO ALLA LOBBY DELLE ARMI
Non sono un anticaccia pregiudiziale (l’allevamento intensivo, che trasforma gli animali in
pezzi di ricambio e gli toglie la vita già da vivi, è centomila volte più sterminatore e feroce; quantitativamente, in rapporto al prelievo venatorio, è quella la vera ecatombe). Proprio per questo mi chiedo come abbia potuto concepire, questo governo, le nuove regole, molto più permissive delle precedenti, che sembrano fatte apposta per rendere ancora più sgradita e contestata la caccia, già ora considerata un’attività settaria. Un gioco di pochi esercitato sul territorio di tutti.
Cosa penserà chi, su una spiaggia o in un parco regionale, vedrà uomini armati in cerca di prede? Penserà che la lobby delle doppiette ha segnato un punto a proprio vantaggio. Penserà, con aggravata animosità, ciò che già oggi pensa vedendo entrare in un fondo privato i cacciatori, che in certi periodi dell’anno sono autorizzati a farlo (paradosso: una persona disarmata, in teoria, non potrebbe circolare con la stessa disinvoltura).
Penserà che in un territorio molto promiscuo e non troppo esteso come quello italiano la caccia non dovrebbe allargarsi, semmai autolimitarsi per farsi sopportare meglio. E qualificarsi, quando e dove può, per le sue facoltà naturalistiche: di controllo del territorio e monitoraggio degli ecosistemi. Non sembra questa
l’intenzione di un governo già in fama di essere in ottima sintonia con la lobby delle armi (da caccia e da difesa privata). Renderà la caccia ancora più impopolare, e per un governo populista è un paradosso.
(da Repubblica)
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Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX TRUCE DEL PAPEETE SI SENTE BLINDATO NELLE SUE VESTI DI SEGRETARIO PERCHE’ IL CONSIGLIO FEDERALE (UNICO ORGANO CHE PUO’ SFIDUCIARLO) E’ COMPOSTO DA FEDELISSIMI – SALVINI PERO’ RISCHIA DI RITROVARSI LEADER DI UN “PARTITO TASCABILE”, IN CADUTA LIBERA NEI SONDAGGI
È una «trappola». L’evento di Milano Marittima fa crescere il clima di sospetto dentro la Lega. Due fazioni che si sfidano a distanza, affinano la strategia e studiano le prossime mosse. Matteo Salvini si dice sicuro che Massimiliano Fedriga e Luca Zaia saranno al suo fianco durante la prossima campagna elettorale. Ma l’immagine del trucchetto si palesa nelle conversazioni tra chi, negli ultimi mesi, sta sfidando il segretario: sono parole studiate per rassicurare e dimostrare che il partito è unito.
Per questo il fronte del Nord è cauto, il percorso è ancora lungo e Fedriga, Zaia, Fontana e Fugatti sono sempre più convinti che il futuro della Lega non possa non passare da una revisione dello statuto. […]
«Matteo non ha proprio capito. Gioca a fare il bullo», sono i commenti che corrono tra i detrattori del ministro. Statuto attuale alla mano, Salvini sa benissimo che è blindato. Per sfiduciarlo da segretario occorre che il cinquanta per cento più uno dei componenti del consiglio federale si dimetta o chieda le dimissioni del leader.
Impossibile, «in consiglio federale ha messo tutti i suoi fedelissimi», sostiene la fazione degli amministratori del Nord legata ai tre governatori e all’ex presidente Zaia. Se vuole restare segretario, continui pure, è il ragionamento. Si ritroverà ad essere il leader «di un partito tascabile».
E per tascabile si intende una Lega al tre per cento. «I sondaggi saranno inesorabili», sono convinti. E la vicenda Vannacci ha con sé un peso enorme che può portare al tracollo del Carroccio. Di questo è convinto il fronte del Nord, che gioca ancora a carte coperte ma che nei conciliaboli interni è un fiume in piena.
Ancora non si sa se questo fiume in piena strariperà. Se e quando lo farà. Tra le voci che circolano dentro e fuori la Lega c’è anche quella di una possibile nuova scissione. Questa volta ad andar via sarebbe quella fetta di partito che nei fatti chiede una Lega del Nord e una Lega nazionale. In pratica, se Salvini non li accontenterà potrebbero anche realizzare da soli il loro obiettivo.
In che tempi, è tutto da vedere. Comunque si vota tra circa un anno e con un partito al collasso — sono convinti i suoi rivali — l’idea di restare in sella altri tre anni è una illusione del segretario. Sono sicuri: se non dai sondaggi, sarà sfrattato dalle urne.
(da agenzie)
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Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO NON CONVINCE PIU’ NESSUNO NEL PAESE A STELLE E STRISCE
Papà Tungsteno fa ricchi i suoi figli con le miniere del Kazakistan ma arranca nei sondaggi più
che mai. Nate Cohn, guru dei New York Times/Siena polls , scrive che nessun presidente negli ultimi 17 anni era sceso sotto la soglia del 38% di approvazione se non per pochi giorni.
Donald Trump sta sul fondale del 37%, e giù è rimasto anche dopo la pur fragile intesa con l’Iran del 17 giugno, come notava pochi giorni fa The Economist , con
appena il 16% dei contattati che nutre fiducia nella riapertura stabile di Hormuz e il 54% convinto che la guerra con Teheran sia stata un errore.
Il termometro della popolarità trumpiana si è alzato appena dello 0,3% nella settimana successiva all’accordo. Il tasso di disapprovazione è al 58%, con il 4% di indecisi e il resto pollice verso.
Un saldo negativo di 20 punti che sale a 43 quando gli americani sono chiamati a giudicare su inflazione e costo della vita. Il segretario al Tesoro Bessent ha promesso a più riprese che «gli aiuti arrivano». Ma per ora chi sorride sicuramente sono i figli del suo collega al Commercio Howard Lutnick e quelli del grande capo che, secondo il New York Times di ieri, grazie agli investimenti in una piccola società semisconosciuta stanno beneficiando degli accordi raggiunti nell’autunno scorso con il governo kazako per lo sfruttamento del sottosuolo vicino al villaggio di Unrek, che già ai tempi dell’Urss era stato oggetto di interesse
I sondaggi in vista delle elezioni di mid-term non gli sorridono, anche se i seggi realmente contesi tra repubblicani e democratici sono una manciata. Peggio sarebbe se a novembre ci fossero le presidenziali. Trump ha un paio d’anni per sperare di raddrizzare la curva dell’impopolarità. Il neurologo Oliver Sacks scrisse un bel libro di «ricordi di infanzia chimica» intitolato «Zio Tungsteno». Come presidente The Donald non convince più gli americani, ma come Papà Tungsteno non lo batte nessuno
(da agenzie)
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Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile
I BAGAGLI MAL GESTITI DA SOLI ERODONO IL 15% DEL PROFITTO TOTALE DEL SETTORE (CHE PER IL 2025 È DI CIRCA 41 MILIARDI DI DOLLARI)
L’anno scorso 2.500 bagagli sono spariti nel nulla, ogni giorno, negli aeroporti di tutto il mondo e non sono stati più ritrovati. Persi chissà dove (o portati via da chissà chi) una volta lasciati dai passeggeri ai banchi del check-in e destinati alle stive degli aerei. Poi ci sono quelli consegnati in ritardo o danneggiati, oltre 63 mila al giorno. Sono questi alcuni dei dati più interessanti che emergono dalla nuova edizione del rapporto Sita «Baggage IT Insights» realizzato dall’organizzazione tecnologica del trasporto aereo.
La buona notizia, su scala globale, è che nel 2025 il tasso di bagagli mal gestiti è sceso di quasi un quarto rispetto all’anno precedente, arrivando a 4,9 ogni mille passeggeri trasportati. Il volume totale dei trolley «mal gestiti» è calato del 19%, da 30 a 24 milioni. Sono i livelli più bassi mai registrati al di fuori del periodo pandemico, quando il crollo del traffico aveva semplicemente svuotato gli aeroporti.
La cattiva notizia, per gli europei, è che il continente svetta come l’area più problematica: con quasi 12 milioni di valigie «disguidate». Metà degli effetti personali vengono insomma persi o consegnati in ritardo dalle nostre parti, con un tasso di 10,5 ogni mille viaggiatori. Dove? Sui voli internazionali, soprattutto. È bene ricordare che questi sono trolley destinati alle stive, non quelli portati a mano in cabina.
Tornando alla fotografia mondiale, il calo è ancora più significativo se visto in prospettiva storica: nel 2007 il tasso era di 18,9 bagagli mal gestiti ogni mille passeggeri. In quasi vent’anni, l’industria ha tagliato quel numero di quasi tre quarti, pur trasportando il doppio dei passeggeri. I costi complessivi sono scesi di conseguenza del 17%, da 7,7 a 6,3 miliardi. Un risultato positivo, ma che lascia comunque sul tavolo una cifra di proporzioni industriali.
Il profitto totale dell’industria aerea per il 2025 è di circa 41 miliardi di dollari. I bagagli mal gestiti da soli erodono il 15% di quell’utile. «Considerando che il profitto netto medio per passeggero è di appena 8 dollari, ogni valigia smarrita equivale ai ricavi di oltre 30 biglietti venduti», sostiene David Lavorel, ceo di Sita, in una nota. «Cinque bagagli persi possono azzerare il guadagno di un intero volo».
Il costo reale di un bagaglio mal gestito è oggi di 260 dollari in media. Una valigia in ritardo ne costa 245, una danneggiata 255. Una smarrita definitivamente? Ben 635 dollari. I bagagli danneggiati incidono per il 20% dei costi (1,3 miliardi) e per il 21% del volume. I bagagli definitivamente persi — il 4% dei casi — generano il 10% dei costi totali, per via degli indennizzi che possono raggiungere in media 420 dollari per pratica.
I ritardi sono il problema dominante: rappresentano il 75% del volume totale (18,2 milioni di bagagli) e il 70% dei costi, ovvero circa 4,4 miliardi di dollari. La causa principale? I trasferimenti. Nel 2025, il 39% di tutti i casi di malagestione ha avuto origine nel momento in cui un bagaglio non ha fatto in tempo a essere trasferito su un volo in coincidenza — in leggero miglioramento rispetto al 41% del 2024. Seguono gli errori di biglietteria e sicurezza (18%) e i mancati caricamenti (16%).
(da Corriere della Sera)
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Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile
PER MOLTI FANATICI ORMAI NON BASTA PIU’ LA CACCIATA DEI PALESTINESI E LA DISTRUZIONE DI INTERE REGIONI. IL RADICALISMO PIU’ ESTREMO SOGNA UNA “GRANDE ISRAELE BIBLICA”
Una nuova bandiera è apparsa da qualche tempo fra gli estremisti religiosi israeliani e si va
diffondendo nel Paese, quella dei sostenitori della costruzione del Terzo Tempio. Non ha la stella di David, come la bandiera ufficiale dello Stato, ma l’immagine del Terzo Tempio. È stata sventolata il giorno in cui si ricordava la presa di Gerusalemme nel 1967 ed è il simbolo di un radicalismo sempre più estremo.
Nell’ebraismo, le sinagoghe non sono un luogo sacro, l’unica sacralità appartiene al Tempio. Il primo Tempio di Gerusalemme fu distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., il secondo Tempio fu distrutto dai romani nel 70 d.C., nell’anno a cui si usa far risalire l’inizio della diaspora ebraica. Esso sorgeva dove nel Medioevo sono state edificate le tre grandi Moschee.
Visione del Terzo Tempio seocndo il profeta Ezechiele
L’unico resto che se ne ha è il cosiddetto Muro del Pianto, il Muro Occidentale. Il Terzo Tempio non è mai stato costruito, anche se l’auspicio di una sua ricostruzione è presente nella liturgia ebraica ed è strettamente legato all’ideologia messianica.
Ma un conto è pregare per l’avvento del Messia e la ricostruzione del Tempio, un conto è operare per renderlo possibile. In teoria, tutto il mondo ortodosso lo auspica. Ma oggi, coloro che lo sostengono in Israele ma anche in qualche parte della diaspora, sono i religiosi più estremi, gli zeloti come vengono detti riprendendo il termine con cui nel I secolo si designavano i più fanatici dei giudei in guerra contro i romani. Quelli che attendono, in concomitanza con la sua ricostruzione, l’avvento del Messia e della sua era e il ripristino dei sacrifici e del sacerdozio.
Non è uno scherzo. Esiste, per esempio, da molti anni a Gerusalemme l’Istituto del Tempio, situato nella parte ebraica della Città Vecchia, che si occupa proprio di studiare le modalità della costruzione del Tempio, i suoi rituali, l’oggettistica e fin gli abiti sacerdotali, con lo scopo di affrettarne la ricostruzione.
L’anno scorso, alcuni suoi membri in vesti sacerdotali sono stati fermati mentre trascinavano un capretto sul Monte del Tempio, cioè sulla spianata delle Moschee,
per sacrificarvelo. Ricordiamo che si tratta di un luogo sacro ai tre monoteismi e gestito secondo accordi internazionali che vietano ai non musulmani di pregarvi.
Non è un caso che fra i seguaci del Terzo Tempio troviamo insieme ultraortodossi e sionisti religiosi estremisti, di solito lontani gli uni dagli altri. Per ora, non ci sono state spinte da parte dell’estrema destra religiosa a affiancare nelle bandiere la stella di David (simbolo divenuto dominante solo nel Medioevo) all’immagine del Terzo Tempio. Le due bandiere sono apparse insieme,
Ma certamente, per quanto estremi ci appaiano i partiti religiosi in Israele, questo movimento va oltre e porta direttamente verso uno Stato teocratico su modello biblico. Come ha scritto recentemente in una rivista israeliana, +972Maga, un importante studioso dell’Università di Bar Ilan, Menachem Klein, questa ideologia «mira ad una profonda trasformazione dello Stato stesso» e «all’emergenza di un ordine ebraico teocratico centrato sul Terzo Tempio» .
Siamo di fronte a una profonda trasformazione della stessa Israele e dell’ideologia sionista su cui si fonda. Per ricostruire la Grande Israele biblica non basta più cacciarne i palestinesi, estenderne i confini, distruggere intere regioni.
Serve ricostruire l’ideologia religiosa del periodo biblico, distruggere ogni aspetto della modernità, la democrazia in primo piano, e lo stesso sionismo.
(da La Stampa)
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Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile
ALL’EVENTO CI SONO “STAND DI RISTORAZIONE”, DOVE SI PUÒ PAGARE TRAMITE BRACCIALETTO CASHLESS RICARICABILE ONLINE … I PACCHETTI PER SOGGIORNARE E ASSISTERE ALLA CONSACRAZIONE DI QUATTRI VESCOVI
È la Woodstock dei tradizionalisti, un po’ messa in latino un po’ Tripadvisor, la grande festa dello scisma. A Écône, in Svizzera, i lefebvriani preparano la separazione ufficiale dalla Chiesa cattolica in pompa magna. Altro che timore reverenziale e spirito penitenziale, c’è aria di giubilo e revanscismo e per l’occasione — la consacrazione di quattro vescovi in calendario il primo luglio — è stata addirittura prodotta un’edizione speciale di bottiglie di vino griffate.
Ferocemente opposti a ogni contaminazione tra fede cattolica con la “F” maiuscola e modernità, paradossalmente i lefebvriani sono all’avanguardia della tecnologia digitale. Antimoderni e postmoderni. Questione di propaganda ecclesiale: sono una minoranza — due vescovi, 733 preti, 264 seminaristi, 145 fratelli e 250 suore –, ma grazie ad un’efficacissima strategia comunicativa, discretamente alimentata anche all’interno della Chiesa dai settori più conservatori, riescono a monopolizzare da decenni il dibattito sulla liturgia e l’eredità del Concilio Vaticano II.
Fu in rottura con la grande riunione di vescovi di tutto il mondo che, dal 1962 al 1965, aprì all’ecumenismo e alla libertà di coscienza, al ruolo dei laici e all’uso della lingua volgare a messa, che monsignor Marcel Lefebvre guidò un drappello di fedelissimi oltre i margini estremi (a destra) della cattolicità. Quando il 30 giugno del 1988, in pieno regno wojtyliano, ordinò quattro vescovi per garantire una successione apostolica al suo movimento, l’arcivescovo francese incorse nella scomunica.
Poi Benedetto XVI tentò con caparbietà di farli rientrare, cancellando la scomunica (ma senza riuscire a suturare lo scisma), Francesco richiuse di fatto la porta. E ora il nuovo superiore, l’italiano don Davide Pagliarani, persa l’iniziale speranza in Leone XIV, ricevuto nei mesi scorsi in Vaticano dal capo dell’ex Santo Uffizio, il cardinale argentino Victor Manuel Fernández, senza spuntare alcuna concessione, ha deciso di rompere.
Preannunciando per il primo del mese prossimo la consacrazione di quattro nuovi vescovi (lo svizzero Pascal Schreiber, lo statunitense Michael Goldade e i francesi Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier), oltre all’ordinazione di svariati preti. Il motivo è sempre quello, evitare che, quando sarà, la morte dei due presuli ancora in vita (lo svizzero Bernard Fellay, ex superiore, e lo spagnolo Alfonso de Gallareta) spenga per sempre la fiamma tradizionalista. L’effetto il medesimo: una fragorosa rottura con Roma.
Scisma né dissimulato né nascosto ma anzi rivendicato e festeggiato. Sullo scintillante sito internet creato per l’occasione, infatti, oltre al countdown per la grande esplosione si può organizzare la gita al seminario internazionale di Écône — lo stesso del primo scisma di 40 anni fa — con tutti i comfort.
A partire dai souvenir — «Portate a casa un ricordo di questo evento storico» — un cofanetto Cuvée Écône 2026, quattro bottiglie di vino (Pinot nero, Syrah, Petit Arvine e Fendant) ognuna con etichetta beninteso episcopale: mitria, anello, croce e bastone pastorale. Il tutto per il modico prezzo di 75 franchi svizzeri (81,33 euro).
Come in un qualsiasi portale per comprare i biglietti di un concerto o di una partita si può prenotare il proprio posto scegliendo la categoria (fedele, clero, stampa o gruppo organizzato: parrocchia, scuola, scout, movimento).
Vengono poi elencati — a tariffe preferenziali, ovviamente — gli hotel partner del grande evento («Godetevi una calda accoglienza a due passi dal seminario»), e ci sono tutte le informazioni logistiche (come arrivare, parcheggio, carpooling in loco, facilitazioni per i disabili).
Non è tralasciata l’alimentazione, con «stand di ristorazione» ma, come in ogni scampagnata che si rispetti, «potete anche portare il vostro pic-nic». Alla sagra della reazione si può pagare «tramite braccialetto cashless ricaricabile online o alle casse in loco» associato a QR Code personalizzato.
Lo showdown del primo luglio è stato preceduto da un montare di schermaglie tra Écône e il Vaticano; da ultimo un estremo appello al Papa e ai cardinali più simile a un cazzotto che a un ramoscello d’ulivo, con l’ennesima denuncia di «tutti gli errori» contrari alla fede, «in particolare quelli del liberalismo, dell’indifferentismo, del modernismo, dell’ecumenismo e del laicismo».
Tutto sembra precipitare verso la scomunica, che scatterà automaticamente (“latae sententiae”) nel momento stesso in cui verranno consacrati i nuovi vescovi. In Vaticano nessuno crede veramente che la scissione sia evitabile: «Ci vorrebbe un miracolo», sospira un monsignore.
(da agenzie)
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Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL BOARD POTREBBE PERFINO CONFISCARE LE TERRE AI GAZAWI A TITOLO GRATUITO, SENZA INDENNIZZI, DEMOLIRE IMMOBILI O ACQUISIRE PROPRIETÀ SENZA IL RISCHIO DI INCHIESTE O BATTAGLIE GIUDIZIARIE
Chi paga a Gaza? Per quel che è accaduto in trentadue mesi di distruzione, si vedrà: ci sono
stati 73.054 morti, dice l’ultimo bilancio palestinese, e il penale è tutto da decidere. Per quel che accadrà nei prossimi anni di ricostruzione, qualcosa si sta già vedendo: il Board of Peace, quel cda che dovrebbe sovrintendere ai progetti trumpiani d’una Gaza Riviera, si porta avanti con l’ipotesi di un’immunità legale per tutte le operazioni che verranno intraprese. Una specie di decreto salva-ruspe.
Una clausola in calce a quattro paginette d’una bozza di risoluzione, scritta all’inizio di giugno, che dà amplissimo margine di manovra a chiunque prenderà decisioni sul futuro della Striscia: il presidente americano Donald Trump e l’Ohr — ovvero l’Ufficio dell’Alto rappresentante per Gaza, guidato dall’ex ministro bulgaro Nickolay Mladenov — e poi i tecnocrati dell’Autorità palestinese, i delegati israeliani, gli appaltatori, i contractor e tutte le figure internazionali che siederanno nel consiglio di pace.
Se confermato (uno degli interessati, la Bank of Pakistan, smentisce che la bozza abbia un valore), si tratterebbe d’un salvacondotto no limits: il Board potrebbe perfino confiscare le terre ai gazawi «a titolo gratuito», senza indennizzi, e demolire immobili o acquisire proprietà senza incorrere in fastidiose inchieste penali o in battaglie giudiziarie, che rallenterebbero i piani di ricostruzione.
Il documento estenderebbe l’immunità a «qualsiasi arresto, detenzione o procedimento legale presso i tribunali o altre entità a Gaza». Un tentativo, commentano diversi giuristi, di sanare fin d’ora eventuali violazioni di legge. Un sistema a sé stante, senza controlli esterni. Con l’ultima parola concessa a Trump — a chi, se no? — sull’applicazione o meno dell’immunità a tutti i membri del Board.
Ci si muove, nella prospettiva che prima o poi si muova anche la giustizia internazionale. Ed è anche in questa chiave, forse, che va letta l’improvvisa decisione del governo israeliano di riconoscere ufficialmente, ieri, il genocidio armeno d’oltre un secolo fa: i tre milioni d’innocenti che vennero massacrati dalla Turchia fra il 1915 e il 1923.
Uno sterminio del quale nessuna leadership turca, men che meno l’attuale di Tayyip Recep Erdogan, s’è mai preso la responsabilità. Ma perché proprio adesso? Su Gaza, Erdogan non ha mai risparmiato la parola «genocidio», incrinando in questi anni un rapporto non sempre facile con Israele.
(da Corriere della Sera)
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