Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA COPPIA REPLICA: “LEI È UNA BRUTTA PERSONA, UN OMOFOBO” – È DOVUTO INTERVENIRE IL COLLEGA DEL M5S, LUCA PIRONDINI, CHE HA CALMATO MENIA AFFRONTANDOLO A BRUTTO MUSO: “GLI HO DETTO CHE NON DOVEVA AZZARDARSI A DIRE COSE DEL GENERE”
“Niente carezze ed effusioni in pubblico”. Sono passate da poco le 21 e alla lounge Ita dell’aeroporto di Fiumicino, in un attimo, scoppia un battibecco. Protagonista il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia che nota due ragazzi scambiarsi effusioni al tavolino accanto.
Stanno facendo una videochiamata con degli amici scambiandosi qualche carezza, ma questo al senatore meloniano non va bene. Non gli va giù. Non è ammissibile, per lui. Così reagisce: “Ora basta, le effusioni fatele a casa vostra“. Una scena che non passa inosservata.
I due ragazzi protestano, non capiscono cosa hanno fatto di male se non scambiarsi qualche gesto d’amore in pubblico. Ma Menia non ci sta e i due giovani sono costretti a chiamare gli assistenti della lounge Ita di Fiumicino che però non allontanano il senatore di Fratelli d’Italia.
Così a intervenire ci pensa il capogruppo del M5s Luca Pirondini che calma Menia e gli fa capire a brutto muso che non si deve permettere: “Gli ho detto che non doveva azzardarsi a dire cose del genere a una coppia di ragazzi che erano seduti al tavolo e non facevano niente di male, l’omofobia nel nostro Paese non è ammessa”, racconta il senatore pentastellato. Alla fine i due ragazzi restano per un po’, finchè non raggiungono il gate per il loro volo, indignati.
(da agenzie)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
“SE CI ATTACCANO E’ PERCHE’ ABBIAMO INTRAPRESO UNA STRADA DI PIANIFICAZIONE CHE ALTRE REGIONI NON HANNO FATTO”
“Se ci attaccano è perché abbiamo intrapreso una strada complicata di
pianificazione che altre regioni non hanno fatto”. Così la presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde ha risposto a una domanda dei giornalisti sull’attacco ricevuto dal Blog di Beppe Grillo, padre fondatore del M5s, in un articolo critico sulla gestione energetica sarda a firma di Marco Bella, già deputato pentastellato, oggi professore associato alla Sapienza.
La governatrice ha difeso il modello sardo contro le speculazioni: “Abbiamo visto territori in Puglia o Toscana trasformati in contesti industriali senza benefici sul prezzo dell’energia. Noi abbiamo scelto di non incentivare i produttori, ma di essere certi che l’energia prodotta vada a beneficio di cittadini e imprese”.
Sulla transizione energetica, Todde ha inviato un messaggio chiaro al ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin: “Noi facciamo il nostro dovere e non prendiamo lezioni. Il ministro ci dice che le centrali a carbone costano, ma non ricorda che se le spegne oggi la rete non regge, anche se l’isola fosse piena di rinnovabili, perché ci sono limiti infrastrutturali evidenti”.
La strategia regionale punta sul raggiungimento di 6,2 GW di potenza entro il 2030, ma con un controllo stretto: “Vogliamo una transizione vera che tocchi trasporti e aziende, non accettiamo una pianificazione dall’alto. Il territorio che abbiamo messo a disposizione è ampiamente sufficiente, ma vogliamo pianificare insieme alle comunità”.
Sul decreto sul nucleare, passato oggi a Montecitorio, per Todde “la fissione è una tecnologia vecchia, non è innovativa
Se siamo onesti intellettualmente, parliamo di una prospettiva di 15-20 anni, non di 10”. Pur precisando di non voler avere “un approccio ideologico”, la governatrice ha espresso forti dubbi sulla sicurezza: “Dobbiamo puntare a una tecnologia pulita e senza scorie. Il governo parla di delega, ma non ci ha ancora detto dove mettere le scorie, e questo mi preoccupa particolarmente”.
(da agenzie)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’ARTICOLO, FIRMATO DALL’EX DEPUTATO MARCO BELLA, AZZANNA LA PUPILLA DI GIUSEPPE CONTE, CHE HA FIRMATO COME PRIMO ATTO UNA MORATORIA SULLE RINNOVABILI: “SE SI DICE DI NO ALL’ALLUCINAZIONE NUCLEARE, NON SI POSSONO POI BLOCCARE LE RINNOVABILI, PERCHÉ SI FA LA FIGURA DEI CIALTRONI”
Il cosiddetto “campo largo” (Partito di Oz, PD, AVS, e soprattutto Matteo Renzi, non scordiamolo) critica giustamente il Governo sul nucleare ma poi blocca di fatto le rinnovabili, con il caso emblematico della Sardegna.
Pannelli fotovoltaici e pale eoliche sono brutte? Diciamocelo serenamente: sì, posso capire che alcune persone non le vogliano vedere. Ma le rinnovabili sono indispensabili per la transizione energetica.
Le pale eoliche su piattaforma galleggiante in mezzo al mare (25-50 km dalla costa, eolico cosiddetto “offshore”) sfruttano venti molto più costanti e prevedibili e non hanno impatto visivo (se non un puntino all’orizzonte) visto che la terra è rotonda e non piatta
Le rinnovabili non consumano suolo, se non quello del basamento della pala eolica a terra. Le rinnovabili occupano il terreno in modo reversibile, e anzi, l’impatto del fotovoltaico sull’ambiente e sulla tutela della biodiversità è decisamente inferiore a quello di un campo coltivato mediante agricoltura industriale, che sfrutta monocoltura e un eccesso di fertilizzanti e fitofarmaci, per non parlare del confronto con serre e allevamenti intensivi.
Le pale eoliche non “trinciano” gli uccelli come in un film horror, perché gli uccelli sono più intelligenti dei criminali che sabotano i cantieri delle pale eoliche e danno fuoco ai pannelli fotovoltaici: infatti, gli uccelli non ci vanno mica a sbattere. Quello che uccide più uccelli ogni anno sono gli attacchi dei gatti.
Le rinnovabili sono assolutamente indispensabili per abbassare le bollette, e nel giro di pochi anni non hanno più bisogno di incentivi. In Spagna le bollette si sono abbassate NON grazie al nucleare (l’ultimo reattore lo hanno avviato nel lontano 1988) ma proprio grazie allo sviluppo delle rinnovabili negli ultimi anni.
Le rinnovabili permettono di ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero, evitandoci di finanziare guerre e dittature.
Le rinnovabili non hanno necessità di chissà quante terre rare: i pannelli fotovoltaici sono fatti essenzialmente di silicio, uno degli elementi più abbondanti della crosta terrestre. Le terre rare come neodimio (Nd), praseodimio (Pr) e disprosio (Dy), invece, si utilizzano nei magneti permanenti e motori elettrici e non si consumano, quindi, si possono riciclare.
Alla luce di questo quadro, che cosa fanno le regioni amministrate dal campo largo? Bloccano le rinnovabili. E secondo Il Sole 24 Ore, la regione più indietro di tutte sugli obiettivi (-461 MW) è, guarda caso, la Sardegna, seguita da Calabria (-383), Toscana (-225) e Puglia (-211). Tre su quattro amministrate dal centrosinistra.
Non è difficile capire perché la Sardegna conduca questa poco invidiabile classifica. Il primo atto della nuova giunta regionale non è stato di occuparsi di lavoro e salute, ma di predisporre una moratoria di 18 mesi contro le “pericolossissime” rinnovabili.
Successivamente, è stata varata una legge regionale (che speriamo possa essere presto abolita) che impedisce l’installazione dei grandi impianti rinnovabili sul 99% del territorio sardo. Una cosa è regolamentare le pale eoliche, che non possono giustamente essere costruite troppo vicino alle case, e le domande di connessione, visto che la rete non può accoglierle tutte; un’altra è “tutelare” una quota sproporzionata come addirittura il 99% del territorio.
Qualcuno sostiene che l’area rimanente (circa 240 kmq) potrebbe essere sufficiente, ma in realtà le rinnovabili non si possono installare ovunque; quindi, quella legge rappresenta un colpo mortale alla possibilità di raggiungere gli obbiettivi 2030. Ma soprattutto: che senso ha “tutelare” il 99% del territorio sardo solo dalle rinnovabili? In quel 99% è possibile costruire strade, tralicci dell’alta tensione, abitazioni, serre, fabbriche di armi e altre attività umane, ma guarda caso no, non installare un “pericolosissimo” campo di pannelli fotovoltaici
Teniamo presente che la Sardegna è un sito ideale per le rinnovabili non solo perché ha sole e vento in abbondanza, che ci sono in tante regioni del sud Italia, ma proprio perché ha una bassa densità di popolazione (65 abitanti/kmq, meno c’è solo la Valle
d’Aosta). Che succederebbe se tutte le regioni italiane “tutelassero” dalle rinnovabili il 99% del proprio territorio?
La guerra alle rinnovabili non è solo insensata, ma anche direttamente dannosa per la Sardegna, perché rinunciare alle rinnovabili significa perdere un’opportunità senza precedenti. Infatti, secondo uno studio del Politecnico di Milano insieme alle università di Padova e Cagliari, la Sardegna potrebbe produrre a bassissimo costo elettricità, idrogeno verde ed e-fuel, decarbonizzando non solo il sistema elettrico, ma anche l’industria pesante e i trasporti dell’isola.
Secondo questa ricerca, uno scenario di decarbonizzazione accelerata potrebbe non solo far calare le bollette, ma generare dal qui al 2050 quasi nove miliardi di euro di valore per l’isola, con ben 143.000 ULA (Unità di Lavoro Annue) aggiuntive. Le sole attività permanenti di gestione e manutenzione degli impianti porterebbero 12.400 posti di lavoro stabili. Tutto questo è riassunto in un bellissimo articolo di Luigi Moccia, dirigente di ricerca del CNR.
Perché allora bloccare le rinnovabili? Esclusivamente per un miope e abietto calcolo elettorale, al fine di raccattare qualche voto dalle persone con la mente chiusa. Quello che per le destre è la lotta contro i migranti, per le sinistre è la lotta contro le rinnovabili, presuntamente “a difesa del territorio” ma in realtà direttamente togliendo importanti opportunità di lavoro e sviluppo ai cittadini e cittadine delle regioni da loro amministrate.
Quindi, se si dice di no all’allucinazione nucleare, non si possono poi bloccare le rinnovabili, perché si fa la figura dei cialtroni. Se questa è l’alternativa al governo delle destre, povera Italia!
Marco Bella
per www.beppegrillo.it
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’ÉLITE RUSSA SI STA STANCANDO DELLA GUERRA. MA A PUTIN NON SEMBRA IMPORTARE
L’incapacità della Russia di rompere lo stallo in Ucraina sta diventando così
evidente che voci autorevoli all’interno dell’establishment russo hanno iniziato a chiedere pubblicamente la fine del conflitto.
La grande domanda è se il presidente Vladimir Putin riconoscerà questa realtà e abbandonerà l’aspirazione di azzerare l’indipendenza ucraina.
Finora, nel quinto anno del conflitto più sanguinoso in Europa da generazioni a questa parte, non ci sono segni che sia pronto a fare un passo indietro rispetto agli obiettivi originari della sua “operazione militare speciale”. Ma la situazione potrebbe cambiare se le sorti della guerra dovessero volgersi ulteriormente a favore di Kiev.
Le richieste di stop non provengono solo dalle élite economiche e dalle fazioni più liberali dell’establishment. Anche alcuni dei falchi più noti della Russia sono diventati molto più espliciti nel dichiarare che Mosca non ha semplicemente la capacità di ottenere una vittoria totale contro l’Ucraina – scrive il WSJ
Uno di questi è Oleg Tsaryov, ex deputato ucraino fuggito in Russia nel 2014, che era tra i candidati principali di Putin per guidare un regime fantoccio filorusso da insediare a Kiev nel 2022. In un post su Telegram il mese scorso, Tsaryov ha
avvertito che la propaganda russa ha alimentato una pericolosa illusione su un’inevitabile vittoria:
“I professionisti nella creazione di realtà alternative hanno convinto non solo la popolazione, ma anche se stessi, che l’illusione inventata sia la realtà. Prima o poi, il mondo delle illusioni e la realtà devono scontrarsi. E ora sta accadendo nel modo più doloroso.”
Un altro intransigente, lo storico ed ex funzionario del Cremlino Aleksey Chadaev, che dirige il centro di ricerca sulla guerra con i droni *Ushkuynik*, ha osservato che proseguire con l’attuale corso della guerra “non è solo una strada verso la ‘non-vittoria’, ma verso una sconfitta su vasta scala”. Ha quindi chiesto una pausa affinché la Russia possa riorganizzarsi per il round successivo.
Vasily Kashin, direttore del Centro per gli Studi Europei e Internazionali Globali presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca, ha pubblicato il mese scorso un articolo molto discusso sulla principale rivista di politica estera russa. Ha argomentato che l’Ucraina rimarrà inevitabilmente un paese antirusso e filoccidentale, specialmente dopo che centinaia di migliaia di ucraini sono stati uccisi o mutilati. Ha dichiarato che l’obiettivo di installare un regime amico a Kiev non è più realistico.
Prendendo come esempio la guerra fredda tra Stati Uniti e Iran, Kashin ha affermato che persino un’escalation maggiore — come l’assassinio del presidente Volodymyr Zelensky e della leadership militare e civile ucraina — porterebbe probabilmente al potere una generazione di leader ucraini “più attiva, ambiziosa e radicale”
Secondo Kashin, non è nell’interesse della Russia distruggere il proprio potenziale
tecnologico e umano “inseguendo obiettivi immaginari” sulla linea del fronte di Mala Tokmachka, una cittadina nel sud dell’Ucraina diventata sinonimo dell’incapacità russa di avanzare.
Le opinioni di Kashin non sono ovviamente condivise da tutti. Nella stessa rivista, l’accademico ultranazionalista Sergey Karaganov ha ripetutamente minacciato la guerra nucleare contro l’Occidente se l’Ucraina non si arrenderà. Gli analisti geopolitici affermano però che l’approccio più pragmatico, che riconosce i limiti del potere militare russo, è caldeggiato in diverse aree del Cremlino, tra cui l’influente vice capo dello staff di Putin, Sergey Kiriyenko, il servizio di intelligence estera (SVR) e il blocco economico che desidera un ritorno a una qualche forma di normalità.
Al contrario, la linea dell’escalation (estendibile potenzialmente ai paesi baltici) è sostenuta dal sempre più potente Secondo Direttorato del servizio di sicurezza interna (FSB), oltre che da una costellazione di propagandisti di guerra e volontari militari che auspicano una rottura storica con l’Occidente, utile a trasformare la Russia in una miscela ortodossa tra la teocrazia iraniana e il totalitarismo nordcoreano.
“Sembra che nel quinto anno di guerra, alcune persone stiano iniziando a capire che continuare il conflitto per un altro anno o due non migliorerà seriamente la posizione negoziale della Russia”, ha affermato Alexander Gabuev, direttore del *Carnegie Russia Eurasia Center* a Berlino. “Il dibattito tra le élite su questo tema sta iniziando a normalizzarsi, pur con tutti i vincoli di lealtà al regime. Ma Putin si rende conto di essere in un vicolo cieco? Questo non lo sappiamo. Nulla dimostra che abbia cambiato idea”.
La natura dello Stato russo, fortemente militarizzato, rende improbabile che Putin ascolti la voce della ragione, secondo Pavlo Klimkin, ex ministro degli Esteri ucraino: “La guerra è il *modus vivendi* di questo regime; è come andare in bicicletta: se si fermano, cadono”.
Funzionari russi affermano di essere pronti a valutare la fine delle ostilità, a patto che gli Stati Uniti costringano l’Ucraina a rispettare gli “accordi di Anchorage”, un riferimento a un presunto patto raggiunto da Putin e dal presidente Trump in Alaska in agosto, che comporterebbe la resa da parte ucraina della cintura di città pesantemente difese nel Donetsk settentrionale. Kiev ha rifiutato di cederle e le forze russe hanno compiuto solo progressi minimi nella regione da allora.
“I negoziati di pace sono in una fase di stallo perché i russi si aspettano che gli americani concedano al tavolo delle trattative le loro richieste massimaliste, che non sono riusciti a ottenere militarmente”, ha dichiarato Kaja Kallas, l’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza. “Naturalmente, questo è qualcosa che l’Ucraina non può accettare”.
Nei giorni scorsi Putin ha scelto di intensificare gli attacchi missilistici su Kiev e altre città ucraine. I pesanti bombardamenti di lunedì notte hanno ucciso 22 civili e ferito oltre 100 persone, in uno degli attacchi più sanguinosi dell’intera guerra. Poche ore prima, in un incontro con i funzionari della sicurezza, Putin aveva dichiarato che l’Ucraina dovrà fare i conti con “una nuova qualità dell’intero conflitto”.
L’escalation degli attacchi su Kiev è arrivata come ritorsione per un attacco di droni ucraini che, secondo la Russia, ha ucciso alcune studentesse nel dormitorio di un
istituto magistrale a Starobilsk, città ucraina occupata dai russi. Le autorità ucraine hanno invece dichiarato di aver preso di mira una base logistica di droni russi.
Nelle aree dell’Ucraina occupate dalla Russia, i droni d’attacco a medio raggio hanno paralizzato la logistica russa negli ultimi giorni, segnando un importante sviluppo nel conflitto. Spesso guidati dall’intelligenza artificiale, hanno preso di mira camion di carburante e convogli militari sulle strade che collegano la Russia alla penisola di Crimea e alle basi del fronte. Il razionamento del carburante è stato imposto a Luhansk e Donetsk, e le scorte sono già esaurite in Crimea.
I commentatori militari russi avvertono del rischio di un’imminente offensiva ucraina. Nelle ultime settimane, l’Ucraina ha riscosso maggiore successo nei suoi attacchi a lungo raggio in tutta la parte europea della Russia, incluso l’attacco di mercoledì al terminal petrolifero di San Pietroburgo, proprio mentre la città natale di Putin ospitava l’apertura di un vertice economico annuale.
Nel frattempo, gli ultra-falchi russi e l’apparato di sicurezza si stanno assicurando che i nuovi appelli al pragmatismo non si diffondano troppo. Il quotidiano filo-Cremlino *Moskovski Komsomolets* ha rimosso un articolo molto discusso il mese scorso che, senza fare espliciti riferimenti all’Ucraina, raccontava come le sconfitte nelle guerre passate — come la campagna di Crimea del 1853-56 e la guerra contro il Giappone del 1904-05 — avessero finito per portare maggiori libertà e prosperità ai cittadini russi.
Lunedì, l’account Telegram del generale in pensione Andrey Gurulyov, importante membro del parlamento russo, ha pubblicato un duro saggio sullo stallo in Ucraina e sull’ingiustificato ottimismo dei comandanti russi che guardano la realtà con “occhiali rosa”.
Poche ore dopo, Gurulyov è apparso su *Max*, il nuovo social network russo, per dichiarare che il suo account Telegram era stato hackerato. Una giustificazione accolta con scetticismo dagli altri commentatori russi, convinti che il generale in pensione sia stato costretto a censurare una verità scomoda.
(da Wall Street Journal)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
MIGLIAIA IN PIAZZA DA GIORNI CONTRO IL PROGETTO IMMOBILIARE DEL GENERO DI TRUMP IN AREE PROTETTE
Cosa c’entrano Donald Trump, una riserva di fenicotteri e una partita di calcio tra Albania e Israele? Parecchio, per quanto strano possa suonare. Nel Paese guidato da Edi Rama da cinque giorni migliaia di manifestanti scendono in piazza e si scontrano con la polizia in quella che qualcuno ha ribattezzato “rivoluzione dei fenicotteri“. In realtà il movimento di protesta è nato per opporsi a un singolo progetto, l’investimento immobiliare con cui Jared Kushner, genero di Trump, s’è messo in testa di costruire un resort di lusso tra l’isola di Saseno e l’area costiera di Narta/Zvernec. La prima è un’isola disabitata sul lato orientale del Canale di Otranto contesa nei secoli da italiani, greci e inglesi soprattutto come avamposto militare. La seconda è l’incantevole area costiera che le sta dirimpetto, a due passi
dalla città di Valona, nota tra l’altro per ospitare nella Laguna di Narta una rinomata colonia di fenicotteri, foche monache, tartarughe marine e 200 specie di uccelli migratori. Nel 2024 una riforma di legge in Albania ha reso possibile lo sviluppo turistico in alcune aree protette, tra cui quella nei pressi di Valona, e poco dopo Kushner, innamoratosi dell’area, ha annunciato la costruzione con la sua società Affinity Partners di un resort di lusso da 10mila stanze.
Il progetto fa discutere da tempo, ma la questione si è fatta rovente in Albania da quando a inizio anno Jared Kushner, che pur non avendo ruoli formali nell’Amministrazione Trump è pure “super-negoziatore” Usa sui grandi tavoli internazionali – da Gaza all’Iran all’Ucraina – ha visitato a sorpresa la zona dove dovrebbe sorgere il resort insieme alla moglie Ivanka Trump e a una squadra di architetti. Kushner ha spiegato di recente che l’idea del progetto è sorta in una notte dell’estate 2021 chiacchierando con il premier albanese Edi Rama durante una vacanza in barca sullo yacht dell’amico e finanziere Nathaniel Rothschild. Fino a quel momento, ha confessato candidamente, non sapeva nulla né di quell’area né del Paese in generale. Poi s’è innamorato perdutamente delle «grandi opportunità» di sviluppo della zona, oltre che della «visione» di Rama per l’Albania, e con la sua Affinity ha partorito un progetto d’investimento da oltre 7 miliardi di dollari. Il governo albanese ha dato il via libera al progetto nel dicembre 2024, ossia subito dopo la rielezione di Donald Trump alla guida degli Usa, classificandolo come “investimento d’interesse strategico”. Ma c’è chi pensa di strategico per Rama ci sia soprattutto il rapporto con Trump e il suo entourage. E così ora è lui stesso a doverci mettere la faccia.
Il cantiere e gli scontri
A fine maggio il cantiere è partito per davvero: l’impresa di costruzione ha fatto recintare parte della zona dove dovrebbe sorgere il resort con blocchi di cemento e filo spinato, e ha iniziato a spianare sabbie e boschi di pini dell’area. Da sabato i manifestanti sono scesi perciò in forze in piazza, scontrandosi con la polizia e gli agenti di sicurezza privata reclutati. Diverse persone sono state arrestate. Le associazioni ambientaliste contestano in particolare la «totale carenza di trasparenza» del progetto, senza alcuna consultazione pubblica o documentazione accessibile. Da Narta le proteste si sono allargate, sbarcando nella capitale Tirana. Pullulano nei cortei i cartonati a forma di fenicottero, simbolo degli ecosistemi da proteggere, mentre sui cartelli e dai megafoni si urla “L’Albania non è vendita” e “Ivanka vai a casa”. I manifestanti un primo risultato l’hanno in realtà ottenuto: lunedì la procura nazionale anticorruzione ha confermato l’apertura di un’inchiesta sulle modifiche apportate nel 2024 alle norme sulla protezione ambientale dell’area interessata dal progetto. Lo stesso governo è costretto sulla difensiva. Martedì Edi Rama si è detto pronto a incontrare una delegazione del movimento di protesta, e mercoledì in un’intervista alla Cnn ha assicurato che l’obiettivo del progetto non è certo quello di «buttare cemento sulla testa dei fenicotteri», ma che la sfida è al contrario quella di «dimostrare che natura e sviluppo non solo possono coesistere, ma hanno bisogno l’uno dell’altro».
Le proteste e la rissa in Albania-Israele
La “rivoluzione dei fenicotteri” però ormai vive di vita propria e ieri nel calderone delle proteste è finito pure un evento apparentemente del tutto scollegato dalla disfida di Saseno/Narta. Mercoledì sera infatti si giocava l’amichevole di calcio Albania-Israele, e la rabbia per il progetto di Kushner s’è mescolata con l’ostilità
verso la squadra israeliana in relazione alle guerre che incendiano il Medio Oriente. La polizia ha dovuto sigillare la zona attorno allo stadio dopo che sui social sono state fatte circolare fake news che evocavano lo spettro di una «svendita» dell’isola di Saseno direttamente a Israele. Kushner è un noto sostenitore dello Stato ebraico, e nella prima Amministrazione Trump è stato l’architetto degli Accordi di Abramo, ma il progetto di resort non ha ovviamente nulla a che fare con le vicende mediorientali. Fatto sta che a interpretare la rabbia di un pezzo di popolo albanese (circa la metà è di religione musulmana) sono stati sul campo alcuni giocatori della nazionale. Dopo aver sbloccato il match al 73′, l’israeliano Oscar Gloukh s’è portato il dito prima alla bocca e poi sulla bandiera per «silenziare» idealmente i fischi che avevano coperto a inizio partita l’inno d’Israele. Il difensore della Lazio Elseid Hysaj s’è messo i panni del «giustiziere», gli è volato addosso e gli ha rifilato un pugno, seguito a ruota da un compagno. Ne è nato un breve parapiglia. Ma l’amichevole – si fa per dire – alla fine l’ha portata a casa Israele.
(da agenzie)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
SI PUO’ ESSERE ORGOGLIOSI DEL PROPRIO PAESE SENZA DISPREZZARE QUELLO DEGLI ALTRI?
Si può essere orgogliosi del proprio Paese senza disprezzare quello degli altri? Si
può amare la propria patria senza odiare quella degli altri? O l’unica alternativa al sovranismo di Trump, Netanyahu, Putin e Vannacci è la condizione fluida di chi non riconosce più radici né storie condivise e si muove per il mondo come dentro un immenso aeroporto?
Le celebrazioni del 2 Giugno, con le polemiche che ne sono seguite, hanno riproposto l’interrogativo: è possibile essere patriottici senza diventare fanatici o, per contrasto, apolidi? Con il nazionalismo gli italiani hanno sempre avuto un rapporto complesso, in bilico tra disprezzo e retorica. D’Annunzio e Mussolini abusarono di iperboli italocentriche, e con esiti talmente catastrofici che, per reazione, la nascente Repubblica finì per diffidare del patriottismo, facendolo coincidere con il suo gemello violento: il bellicismo.
In quegli anni l’Inno godeva di scarsa considerazione (quando veniva suonato prima delle partite della Nazionale, il telecronista dava la linea alla pubblicità) e la stessa parola «Italia» era accolta con sospetto. Dopo aver saputo che Bruce Springsteen cominciava i suoi concerti a Los Angeles al grido di «siamo in California, cioè negli Stati Uniti d’America!», ricevendo in risposta un boato, Lucio Dalla raccontava di aver provato a fare la stessa cosa a Bologna. «Siamo in Emilia, cioè in Italia!», ma il pubblico ammutolito lo aveva preso per matto. L’aneddoto è probabilmente inventato (Dalla era un poeta e un bugiardo strepitoso), però assolutamente credibile.
Sandro Pertini fu il primo a invertire la rotta, insediandosi al Quirinale. Il suo passato di partigiano socialista lo metteva al riparo dal pregiudizio che il patriottismo fosse un sentimento di destra. La sua esultanza durante la finale del Mundial 1982 contro quella stessa Germania che aveva combattuto in guerra è rimasta nella memoria come esempio di patriottismo elegante. Un istinto forte, ma pacifico. Per la propria squadra, non contro quella avversaria. Toccò a un altro presidente laico completare l’opera dando lustro ai riti di appartenenza. La bandiera, la festa, l’Inno: Ciampi risvegliò l’orgoglio nazionale senza trasformarlo in tracotanza. E il cattolico Mattarella ne ha portato avanti la missione in
quest’ultimo decennio complicatissimo, dominato dai social e dalla divaricazione eccitata dei punti di vista: o «prima gli italiani» o «l’Italia non esiste».
Il luogo comune afferma che gli italiani si sentono italiani solo quando sono all’estero. (Ne ricordo uno, in un albergo dei Pirenei nei tardi anni Settanta, avventarsi contro un indigeno che aveva osato scherzare sul nostro Paese: «Maleducaton d’un franceson, je suis italien e me ne vant!» Non padroneggiava la lingua, ma — come si dice? — quel che conta è il pensiero). Sarà forse per questo che i più bravi nel maneggiare con cura il patriottismo sono sempre stati degli italiani di confine: Cavour, Garibaldi, De Gasperi, Falcone. Gente che aveva talmente impresso il senso dello Stato — Garibaldi anche di più Stati — da non sentire l’esigenza di esprimerlo con troppa enfasi, né di usarlo come una clava per umiliare qualcun altro. Il limite del sovranismo è esattamente questo: ama il proprio Paese in modo così possessivo e aggressivo (nel linguaggio delle relazioni di coppia si direbbe «tossico») da non poter coltivare alleanze paritarie fuori dal cortile di casa, tantomeno con i sovranismi altrui. E, com’è accaduto nell’America di Trump e nella Russia di Putin, cerca di piegare persino la religione ai suoi fini.
Ma se il sovranismo produce bulli, il globalismo ha creato individui spaventati e smarriti. Senza punti di riferimento identitari, la vita diventa un deserto. E nei deserti di solito ci si perde. La diffidenza di tante persone nei confronti del nuovo nasce da questa mancanza di radici solide. Solo se sai chi sei, ti viene voglia di conoscere l’altro.
Un diverso patriottismo non soltanto è possibile, ma indispensabile. Altrimenti si finisce per consegnare certe suggestioni a chi le strumentalizza per perseguire scopi di contrapposizione brutale. I veri patrioti pensano che la felicità della patria non
dipenda dallo sfruttamento o dall’esclusione di chi non ne fa parte, ma da una ricerca cocciuta dell’armonia che porta a un equilibrio tra gli interessi di tutti. Questa riflessione la espresse e la mise in pratica un grande statista fiorentino, che era già un italiano molto prima che l’Italia nascesse. Si chiamava Lorenzo de’ Medici e anche per questo fu davvero Magnifico.
(da Corriere della Sera)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL CENTRO CHE NON C’E’
L’esodo di deputati (quasi tutti leghisti) in direzione di Vannacci documenta un ulteriore slittamento a destra della destra italiana, del suo elettorato che va per le spicce, dei suoi giornali nerboruti e insolenti.
A ben vedere è un processo di chiarificazione, e a suo modo di outing: se uno “va con Vannacci” vuol dire — scusate la dicitura un poco rozza — che era fascio anche prima. Gli piace la Decima Mas, non sopporta gay e lesbiche, vuole rispedire “a casa loro” gli immigrati, preferisce Putin e Trump all’Unione Europea, eccetera. (La somma di queste caratteristiche, presa una per una, farebbe sì che anche il Salvini abbia le carte in regola per essere vannacciano. Se non si dichiara tale è solo perché la vanità maschile gli impedisce di riconoscere che non è più lui il maschio alfa).
Questo ricollocamento lascia sempre più scoperto il misterioso “centro”, a meno che, con uno sforzo di ottimismo, si voglia considerare “centro” anche il partito di
famiglia dei Berlusconi, nato come fulcro ideologico e finanziario della destra italiana e mai sospettabile, fino a qui, di non farne parte. Davvero non si vede, in quel luogo opaco eppure bene indicabile (centro è ciò che sta tra destra e sinistra), una figura o un partito in grado di definirlo e catalizzarlo: centro, ovvero antifascista e anticomunista, moderato a partire dai toni, refrattario a ogni forma di radicalità. Chi l’ha visto?
Renzi sta nel campo largo e dopotutto è stato segretario del Pd. Calenda, per sua natura, si incazzerebbe già nell’atrio del congresso costituente e tornerebbe a casa. Europeisti ed ex radicali sono pochi e snob, e in fondo è il loro bello. E dunque potrebbe anche capitare che quello spazio vuoto, grande quanto una spiaggia del Nord quando la marea si ritira, rimanga vuoto. Il misterioso luogo del quale si sa solamente chi non c’è.
(da Repubblica)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL RACKET DEL BRACCIANTATO E IL CONTROLLO MAFIOSO DELL’ATTIVITA’
Li chiamiamo invisibili, come a giustificare la nostra indifferenza. Perché sono come
polvere da mandare sotto al tappeto nelle zone buie dell’agro-industria nostro vanto. In realtà si vedono benissimo. Nelle piazze dei paesi quando è ancora buio. Dall’alba al tramonto sui campi, poi a gruppi alle stazioni di servizio, in attesa del minivan. O a piedi lungo il ciglio delle strade statali e provinciali. Qualcuno in bici, qualcun altro in monopattino. Più spesso a piedi. E quando li falciano, meritano meno di cinque righe in cronaca. Dagli allevamenti veneti, giù lungo lo stivale, per l’Emilia e poi più a Sud, nell’agro Pontino, fino ai campi di pomodoro campani, e nelle distese di serre e stalle, dalla Calabria alla Sicilia. Fanno notizia quando gli sparano, li picchiano fino a ucciderli, per abbandonarli in un fossato, nascondendone corpi e storie. Alla nostra vista e alla nostra indignazione.
Sono i braccianti venuti da lontano. Fatica e paga a giornata. Il contratto, quando
c’è, ha clausole e un’infinità di però. Primo fra tutti il pizzo dovuto ai caporali. Che come ai tempi delle lotte contadine – delle Leghe e dei capi del sindacato a cui sono intestate una infinità di sigle che provano a rappresentarli – a loro volta sono al soldo dei padroni. Del territorio più che della terra. Sono le organizzazioni criminali che detengono il monopolio della forza lavoro. C’è sempre qualcuno che organizza i pulmini, decide chi sale e chi resta a terra, trattiene una quota del salario e una parte della paura. Incassa in percentuale e garantisce che a nessuno venga in mente di reclamare diritti. Esattamente quello che è accaduto ad Amendolara, Statale Ionica 106: la strada della morte la chiamano. Per via del numero di incidenti su una dorsale essenziale per muoversi in Calabria, che si incunea per chilometri tra i paesi, alla velocità di una strada ad alta percorrenza.
I quattro braccianti bruciati vivi da caporali migranti come loro non sono le vittime di una faida tra urla e lamenti in dialetti lontani. Sono morti di lavoro e di sfruttamento, di un sistema che tiene insieme i soprastanti capaci di parlargli – o quantomeno di impartirgli ordini essenziali – e di padroni, tutti localissimi, che delegano lo sfruttamento, mantenendone il controllo. Mafia: racket di manodopera nel mercato che per restare florido deve tenere bassi i salari. E reclutare senza andare troppo per il sottile. A questo serve l’intermediazione. Pagare una quota per avere produzioni economicamente sostenibili e alimentare i banchi della filiera italiana e l’export. Di loro, dei migranti, abbiamo un disperato bisogno in un Paese a denatalità crescente. Lo dicono gli indicatori economici, lo ribadiscono le associazioni degli imprenditori. Per mantenere in equilibrio il sistema abbiamo bisogno di nuovi cittadini. Che faticano a diventare tali anche quando il lavoro, sia pure con contratti capestro, riescono ad agguantarlo. Lo raccontano i dati (Rapporto
“Ero straniero”) dei recenti decreti flussi, su cui ogni governo costruisce la propria politica dell’immigrazione: invece di accompagnare verso la legalità, spesso spingono verso l’illegalità. Con il decreto del 2024 meno di due su 10 sono riusciti ad arrivare fino a un permesso di soggiorno. Meno di uno su 10 con quello del 2025. Ora, possiamo chiamarli invisibili, ma diciamoci almeno con franchezza che in quella nuvola di fumo se ne va anche la nostra coscienza.
(da lespresso.it)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
“IL COMUNICATO E’ CONTRADDITTORIO: VI ACCUSANO DI FALSO, MA NON HANNO FATTO TUTTI GLI ACCERTAMENTI”
“A me pare che qui ci sia un superiore interesse a chiudere la vicenda, garantendo la reputazione e la corretta condotta di tutti gli attori coinvolti”. È questa l’opinione di Antonio Di Pietro, già pm simbolo di “Mani pulite”, poi ministro e ora avvocato, a proposito del caso della grazia concessa a Nicole Minetti, nuovamente ribadita ieri dal Quirinale, dopo che la Procura generale di Milano ha confermato il suo parere positivo.
Dal comunicato del Colle che aveva chiesto un supplemento d’indagine, dopo le inchieste del Fatto, non sono passati neanche 40 giorni.
“Io ho preso atto delle conclusioni della Procura generale di Milano, che rispetto come tutti i provvedimenti – dice Di Pietro – Ma non non ho capito l’obiettivo dei legali di Minetti e Cipriani di voler procedere contro Il Fatto”.
Annunciano una richiesta di risarcimento danni.
Se è vero che l’accertamento della Procura generale si è concluso senza indagini rogatorie, mi pare controproducente. Potrebbero farvi un favore.
Perché?
In questo modo avrete l’opportunità di dimostrare la bontà delle vostre fonti, producendo tutti gli elementi utili a dimostrare di aver raccontato una storia vera. E quindi di dimostrare quello che non hanno potuto o voluto dimostrare adesso.
La Procura generale, però, ha spiegato che non ha potuto ordinare una rogatoria internazionale perché gli accordi con l’Uruguay la prevedono solo nei procedimenti penali in corso.
Quel comunicato, secondo me, è contraddittorio: da una parte dicono che non hanno svolto attività rogatorie perché si possono fare soltanto con l’indagine penale in corso. Ma dall’altra parte scrivono che quanto affermato dal Fatto Quotidiano è falso. Ora una cosa è dire ‘non abbiamo trovato riscontro a quanto scrive Il Fatto‘, un’altra sostenere che avete scritto il falso. Vuol dire accusarvi di aver sostenuto qualcosa di diverso dalla realtà in modo consapevole. Ma come fai a sostenere questo e allo stesso tempo dire che non sono stati fatti tutti gli accertamenti perché la normativa non lo permette?
Sostengono che le dichiarazioni di Graciela De Los Santos Torres, la massaggiatrice uruguaiana intervistata dal nostro giornale, “risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede d’indagine difensive”.
Il problema di fondo è che tutte le indagini devono essere riscontrate, quelle degli avvocati e quelle del pm. Ma a me non convince la parte del comunicato stampa in cui si parla di attività giudiziaria non realizzata e nello stesso tempo si afferma che quanto riportato dal vostro giornale è falso. Con l’affermazione di falsità siete stati accusati di un reato. Ripeto: una cosa è dire che non è stato riscontrato quello che avete scritto, un’altra sostenere che avete volutamente raccontato falsità.
Secondo lei, dunque, perché c’è questa contraddizione nel comunicato della Procura generale?
A me pare che qui ci sia un superiore interesse a chiudere la vicenda, garantendo la reputazione e la corretta condotta di tutti gli attori coinvolti. Ripeto: io rispetto il provvedimento in sé, assolutamente. Ma certo se fossi stato io il procuratore generale avrei cercato di fare qualcosa in più.
Ma la Procura generale cosa avrebbe potuto fare di più?
Acquisire maggiori informazioni attraverso rapporti diplomatici, rapporti collaborativi dal punto di vista governativo.
Che però, è l’obiezione, sono operazioni che spettano al ministero.
Va bene, chiunque fosse il responsabile avrebbe dovuto farlo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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