Destra di Popolo.net

MATTARELLA LANCIA UN SEGNALE A SALVINI. MENTRE IL LEADER DELLA LEGA SMANIA PER IL RITORNO AL VIMINALE, IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA HA RICEVUTO AL QUIRINALE IL MINISTRO DELL’INTERNO, MATTEO PIANTEDOSI

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

“NON SERVE ESSERE PARTICOLARMENTE MALIZIOSI PER CAPIRE CHE MATTARELLA HA DECISO DI FARE DA SCUDO AL MINISTRO RENDENDO PUBBLICO L’INCONTRO”

Poche righe, diffuse dal Quirinale: Sergio Mattarella oggi ha ricevuto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Hanno fatto il punto della sicurezza nel Paese. Rientra nelle prerogative di entrambi incontrarsi periodicamente.
Ma stavolta c’è un di più che non è sfuggito agli osservatori: l’incontro rafforza la posizione di Piantedosi proprio in un momento nel quale è messo in discussione nel partito che l’ha scelto per il Viminale, la Lega.
Sono settimane che una parte del Carroccio reclama un avvicendamento, per fare tornare Matteo Salvini all’Interno, nell’ottica di rafforzarlo, viste le difficoltà in cui è precipitato dopo la scissione di Roberto Vannacci e per politicizzarne la funzione.
Dal Quirinale non filtra nessuna considerazione, zero commenti, ma non serve essere particolarmente maliziosi per capire che Mattarella ha deciso di fargli da scudo
Piantedosi non ha mai voluto fare polemiche sul possibile rimpasto. È stato solo fatto filtrare che prenderebbe atto dell’avvicendamento. Ma chi gli è vicino l’ha descritto umanamente amareggiato.
(da Repubblica)

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SALVINI HA SMANTELLATO LA MACCHINA COMUNICATIVA, DETTA “LA BESTIA”, CHE LO HA RESO POPOLARE FINO A PORTARE LA LEGA AL 34,2% ALLE ELEZIONI EUROPEE DEL 2019

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

CON L’ADDIO DEL PORTAVOCE MATTEO PANDINI, SOSTITUITO DA CRISTIANO BOSCO, NON RIMANE PIU’ NESSUNO DEL VECCHIO GIRO – LUCA MORISI E’ FINITO NEL DIMENTICATOIO, DOPO LO SCANDALO CON GLI ESCORT GAY; GIUSEPPE INCHINGOLO E’ IL CAPO DELLA COMUNICAZIONE DI FERROVIE DELLO STATO; IL SENATORE ANDREA PAGANELLA SI DEDICA ALLE NOMINE

Anche la mitologica Bestia è tornata nella tana. Sparita nei meandri del logorio. Le brutte notizie non arrivano mai da sole per Matteo Salvini. Prima la necessità di rifare il vertice della comunicazione, poi il sondaggio di Youtrend che annuncia il sorpasso virtuale di Futuro nazionale di Roberto Vannacci sulla Lega: 5,9 contro 5,8 per cento.
Tra i tanti nodi ai vertici leghisti, resta quello della riorganizzazione della comunicazione: la Bestia, la macchina di comunicazione organizzata per Salvini, è solo un ricordo. E ha perso anche l’ultimo pezzo. Con il saluto del portavoce Matteo Pandini, non resta più nulla della creatura forgiata da Luca Morisi, guru social, in asse con Andrea Paganella, attuale senatore della Lega.
Morisi è finito nel cono d’ombra, mentre Paganella si occupa principalmente della parte politica, a partire dalle nomine. In quella squadra spiccava anche Giuseppe Inchingolo, oggi capo della comunicazione di Ferrovie dello stato. Insomma, ognuno ha intrapreso la propria strada, capitalizzando il successo di quell’era
Comunque la si veda, al netto delle critiche sullo stile quantomeno aggressivo, la Bestia è stato un pezzo di storia della comunicazione politica. La base del successo di Salvini, che in molti hanno provato a replicare. In questo contesto Pandini è stato il motore dei rapporti con la stampa, chiamato a diffondere i messaggi del leader attraverso i giornali.
Da almeno un anno Pandini aveva confidato alle persone più vicine l’idea di voler lasciare – al più tardi – a fine legislatura. Era logorato dagli anni in prima linea. Per questo aveva già lasciato il peso dell’ufficio stampa del ministero delle Infrastrutture a Simone Rossi, in precedenza capo ufficio stampa della Lega alla Camera.
Infatti tutto intorno i vari portavoce di governo hanno lasciato, mentre lui era rimasto al fianco di Salvini. Un ruolo occupato fin dai tempi del Viminale nel “periodo d’oro”, in termini di consensi, del leader della Lega. Pandini non lo ha mai mollato nemmeno dopo il Papeete. L’anticipo dell’addio sarebbe stato dettato dall’apertura di una nuova porta (da settembre), quella all’Enav, affidata a Igor De Biasio, manager di area leghista. Certo, il commiato arriva in un momento delicat
E ora? Il sostituto prescelto è Cristiano Bosco, già capo ufficio stampa della Lega all’Europarlamento e con un lungo cursus honorum nell’inner circle salviniano. Un passaggio di consegne simbolico dal punto di vista territoriale: un lombardo passa il testimone a un ligure, regione di provenienza di Bosco, territorio dominato nella Lega da Edoardo Rixi, viceministro delle Infrastrutture e uomo di fiducia di Salvini. Bosco ha lavorato, durante il mandato da consigliere regionale, per Francesco Bruzzone, attuale deputato, da sempre legato a Rixi. L’inserimento del nuovo comunicatore non è stato improvviso, già la sua mano si era intravisto dietro alcuni cambiamenti di approccio del vicepremier leghista. Meno “bestiale” più tiktoker.
Ma nella new wave della comunicazione salviniana c’è anche la mano di un altro giornalista, Davide Vecchi. Ex firma del Fatto quotidiano, poi passato nel gruppo editoriale degli Angelucci, per cui ha diretto Il Tempo. Ora è una presenza costante alla Camera, in Transatlantico, dove tiene il polso della situazione. Vecchi ha scalato le gerarchie con le strategie che intrecciano la comunicazione e le scelte politiche.
(da agenzie)

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SCONTRO MELONI-TRUMP, RULA JEBREAL: “LA PREMIER HA BARATTATO L’INTERESSE DELL’ITALIA PER LA PREFAZIONE DI UN LIBRO”

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

“L’ITALIA MERITA UNA LEADERSHIP DIGNITOSA E COMPETENTE, NON SUBALTERNA ALLA CASA BIANCA”

“La propaganda sulla credibilità internazionale della Meloni è stata frantumata dal suo alleato Donald Trump”. A dirlo a Fanpage.it Rula Jebreal commentando l’incredibile botta e risposta a distanza esploso questa mattina tra la Presidente del Consiglio italiana e il Presidente degli Stati Uniti. “La Meloni invocò di dare a Trump il premio Nobel per la pace”, ha ricordato la giornalista e scrittrice di origini palestinesi. Meloni “ha barattato l’interesse nazionale dell’Italia per la prefazione di un libro”, dichiara Jebreal, riferendosi al volume autobiografico “Io sono Giorgia”, pubblicato lo scorso autunno con prefazione di Trump Junior. “L’Italia – continua Rula Jebreal – merita una leadership dignitosa, coraggiosa e competente, e all’altezza delle crisi internazionali, non subalterna alla casa Bianca di Trump. L’Italia merita di meglio rispetto a questo squallore”.
Lo scontro istituzionale senza precedenti che ha scatenato la dura presa di posizione di Rula Jebreal è divampato in seguito alle controverse dichiarazioni rilasciate dal capo della Casa Bianca durante un’intervista telefonica alla trasmissione “L’Aria che tira” su La7. Riferendosi all’incontro avvenuto a margine del recente G7 di Evian, Donald Trump ha utilizzato toni fortemente sprezzanti verso la leader italiana. “Non ero obbligato a parlarle, probabilmente è contenta che io le abbia parlato”, ha esordito il presidente degli Stati Uniti in merito alla loro conversazione. Il tycoon ha poi affondato il colpo descrivendo la (presunta) genesi di una foto insieme: “Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena”.
Parole alla quali ha prontamente replicato la Presidente del Consiglio italiana attraverso un video pubblicato sui suoi profili social. Meloni si è detta “francamente allibita” dall’atteggiamento dell’alleato e ha bollato le frasi pronunciate da Trump come “totalmente inventate”. Passando al contrattacco, la premier ha sottolineato con durezza una precisa linea di principio: “Io e l’Italia non imploriamo mai”.
(da Fanpage)

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DOPO LE POLEMICHE PER IL “PATTO DEL CARCIOFO” IN OSTERIA TRA SCHLEIN, CONTE, BONELLI E FRATOIANNI, DARIO FRANCESCHINI SOLLECITA LA DISCESA IN CAMPO DI SILVIA SALIS, PER FEDERARE IL CENTRO, MANDANDO IN TILT IL “CAMPO LARGO”

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

“IL CENTRO È FRAMMENTATO E FATICA A UNIRSI. MA TUTTI RICONOSCONO A SALIS LE CAPACITÀ NECESSARIE PER FARE QUESTO LAVORO. DIVISI SI PERDE E CI RITROVIAMO LA MELONI AL COLLE”… “DITEMI QUAL È L’ALTERNATIVA ALLE PRIMARIE. CE NE SAREBBE SOLO UNA: CHE CONTE E SCHLEIN SI ACCORDINO SU UN NOME TERZO”… APPUNTO, SILVIA SALIS E’ L’UNICA CHE PUO’ BATTERE GIORGIA MELONI, NON DEVE “FEDERARE” IL CENTRO, DEVE ESSERE LA CANDIDATA PREMIER DI TUTTI

Nell’officina meccanica adibita a studio nel cuore del rione Esquilino, Dario Franceschini ha un bel da fare con la messa a punto della coalizione progressista «Stiamo sottodimensionando il rischio che la destra resti al governo per altri cinque anni».
Cosa intende, senatore?
«Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci, ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero».
Dove vuole arrivare?
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo. Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra?
«C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato».
Ma quale rischio esattamente?
«Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento
delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Prenderebbe i “pieni poteri”?
«Esatto, e non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo…».
Invece i leader Pd, 5S e Avs hanno staccato il gruppo e sono andati in fuga: le è piaciuta quella foto?
«Non l’ho trovata nuova, era già capitato altre volte. Io penso che un’alleanza per l’Italia vada fatta per cerchi concentrici. Il primo è quello della foto. E il merito è di Schlein, che ha saputo sanare le divisioni del ‘22, e di Conte che ha portato i 5S nell’alveo progressista da posizioni antieuropeiste e antisistema. Poi, man mano, questo cerchio si porterà dentro gli altri, a partire da Renzi».
Ecco, appunto Renzi: in tanti diffidano di lui. E lei, invece, si fida?
«Mi pare che sia stato uno dei primi a capire cosa rischia la democrazia se vince Meloni. Sta facendo bene l’opposizione. Ha pieno titolo di stare nell’alleanza. E non solo lui».
Il centro però è affollatissimo: ci sono Iv, +Europa, Ruffini, Onorato, Spadafora… Ce la faranno a confluire in una “casa” comune?
«Si tratta di esperienze variegate: civici, riformisti, moderati, con molte personalità e i movimenti, ma è un’area fondamentale per vincere le elezioni. Va costruita un’aggregazione. E siccome serve generosità da parte di tutti, io continuo a sperare che Silvia Salis — che sta facendo benissimo la sindaca a Genova — si metta a disposizione di questo progetto».
Salis federatrice della quarta gamba del centrosinistra?
«Se accettasse, rafforzerebbe il progetto e darebbe alla coalizione la possibilità di battere la destra. Il centro del centrosinistra è troppo frammentato e fa fatica a unirsi. Ma tutti riconoscono a Salis le capacità necessarie per fare questo lavoro.
Poi, cosa succederà in futuro si vedrà, ma intanto si salva l’Italia. Perché divisi si perde».
Conte ha già avvertito che non vuole accozzaglie, come si fa?
«Abbiamo già governato tutti insieme con ottimi risultati, non parliamo di teoria».
La politica estera dei 5S non è un ostacolo per il programma?
«Il programma parte sempre da posizioni diverse che trovano una sintesi. E io non ho nessun dubbio che si troverà. Se la pensassimo allo stesso modo staremmo nello stesso partito. Anche a destra è così».
Resta il rebus leadership: le primarie sono inevitabili?
«Ditemi qual è l’alternativa. Ce ne sarebbe solo una: che i leader si accordino su un nome terzo ma non ne vedo. Le primarie allora sono lo strumento migliore per esprimere le proprie idee in una cornice di valori condivisi che si stabiliscono prima. E dal giorno dopo chi perde sostiene chi ha vinto».
In uno scenario di forte rivalità fra Conte e Schlein non rischiano di essere divisive?
«Dipende dal comportamento di chi partecipa e io sono certo che sarà costruttivo. I gazebo possono dare un grandissimo slancio alla campagna elettorale unitaria, da avviare la sera stessa dei risultati con una grande festa di popolo».
Ma non potrebbero fare un passo indietro e scegliere un nome terzo?
«Ripeto: ci vorrebbe il nome che mette d’accordo tutti e non mi pare ci sia».
Se tuttavia non lo si cerca…
«Personalità di questo tipo non si cercano, si vedono, non le crei in laboratorio. Conte e Schlein mobiliteranno i rispettivi partiti dentro la competizione. Lui ha già fatto il premier e non ha bisogno di dimostrare nulla. Quanto a Schlein, io sono
stato al governo con cinque primi ministri, so le qualità che servono, e posso dire che lei le ha tutte per preparazione, carattere e credibilità internazionale».
C’è chi teme che in una sfida Meloni-Schlein prevarrebbe per esperienza e simpatia la prima.
«E invece si vedrebbe la diversità valoriale e di preparazione. Noi non dobbiamo cercare una Meloni di sinistra, dobbiamo mostrare le differenze. Che si vedono chiaramente».
La premier alla fine imbarcherà Vannacci in coalizione?
«Lei ha una grande opportunità: dimostrare di essere destra di governo, come accade nel resto d’Europa dove le estreme sono tagliate fuori. Ma non credo la sfrutterà, ci vorrebbero coraggio e lungimiranza. Vannacci però non so come si muoverà: se entra, farà un giro da ministro e finisce lì. Se no, purtroppo, durerà a lungo».
Se entra, Forza Italia si accoderà o romperà?
«Ci starà lo stesso, non mi sembra ci siano tanti leoni lì dentro».
(da agenzie)

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PER IL NEO SINDACO DI VENEZIA, SIMONE VENTURINI, I TURISTI SONO BANCOMAT DA SPREMERE FINO ALL’ULTIMO CENTESIMO

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

VENTURINI, VUOLE AUMENTARE IL CONTRIBUTO D’ACCESSO ALLA CITTÀ PER I VIAGGIATORI GIORNALIERI FINO A 50 EURO, SIAMO ALLA FOLLIA… TRA GLI OPPOSITORI C’È MASSIMO CACCIARI, EX PRIMO CITTADINO DELLA “SERENISSIMA”: “È UN ATTEGGIAMENTO BARBARO, INCIVILE E, A MIO AVVISO, DEL TUTTO ANTICOSTITUZIONALE”

Un super ticket fino a 50 euro per mettere piede a Venezia, cinque volte di più dell’attuale «contributo d’accesso» che va dai 5 ai 10 euro. L’idea del neo sindaco Simone Venturini porta la città al punto di ebollizione.
Nelle prossime settimane Venturini sarà a Roma, dai ministeri competenti, per trattare l’aumento del contributo istituito ad hoc per Venezia «fino a 10 euro» con la finanziaria del 2019 dal governo giallo verde, modificato dall’esecutivo Draghi nel 2021 e introdotto per la prima volta tre anni dopo (per i turisti giornalieri che non pernottano in città).
«Da una parte vogliamo puntare sulla prenotazione regolando i flussi, dall’altra avere risorse per far fronte ai costi che il turismo giornaliero porta — spiega il sindaco —. Il mio programma era chiaro: riformare il contributo facendolo evolvere».
Certo, per Venezia lo Stato ha già speso sei miliardi per il Mose e sta finanziando ancora i lavori e manutenzione, l’operazione potrebbe non essere poi così agevole. Il bilancio, però, racconta di un paio di milioni di euro incassati nel 2024 che nel 2025 sono arrivati a 5 e mezzo.
Arrivare a una forbice fra i 30 euro (prenotando la visita in anticipo di almeno 4 giorni) ai 50 euro massimi, decuplicherebbe gli introiti per le casse comunali. Per non parlare dell’idea di cancellare l’esenzione per i cittadini veneti non residenti nel comune di Venezia che ha fatto infuriare le associazioni dei consumatori.
Se lo zoccolo duro delle categorie non solo difende la proposta di Venturini, ma anzi propone di rendere il contributo d’accesso permanente, tutto l’anno e non solo nei giorni più caldi, l’opposizione con il senatore Andrea Martella, Pd, insorge: «Andrebbe cancellato, altro che alzato. La città ha bisogno di gestire i flussi turistici e dare servizi».
Fra i più arrabbiati c’è un veneziano illustre, l’ex sindaco Massimo Cacciari che tuona: «Ho sempre detto che è pura barbarie. Non c’è nessun’altra città italiana o europea in cui ci si sogni di far entrare con un biglietto in città come si trattasse di un museo. È un atteggiamento barbaro, incivile e, a mio avviso, del tutto anticostituzionale. Aspetto solo che provino a fermarmi e poi vediamo che ne pensa la Consulta. È una cosa semplicemente oscena, pensavo che Venturini fosse più intelligente del suo predecessore e lo togliesse, invece rilancia».
(da agenzie)

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E’ LUI IL PROSSIMO PREMIER BRITANNICO? ANDY BURNHAM TORNA IN PARLAMENTO E LANCIA LA SFIDA INTERNA ALLA LEADERSHIP DI KEIR STARMER CON L’OBIETTIVO DI SOSTITUIRLO AL VERTICE DEL LABOUR (E DEL GOVERNO)

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

CINQUANTASEI ANNI, POPOLARE SINDACO DIMISSIONARIO DI MANCHESTER, EX MINISTRO ED ESPONENTE PROGRESSISTA DELLA CORRENTE DELLA COSIDDETTA “SOFT LEFT”, BURNHAM HA OTTENUTO LA VITTORIA PER IL PARTITO LABURISTA ALLE ELEZIONI SUPPLETIVE A MARKERFIELD, SOBBORGO POPOLARE DELL’AREA METROPOLITANA DELLA GRANDE MANCHESTER

Vincendo le elezioni suppletive a Markerfield, sobborgo popolare dell’area metropolitana della Grande Manchester, in Inghilterra del nord, Andy Burnham torna in Parlamento e lancia la sfida interna alla leadership moderata di Keir Starmer con l’obiettivo di sostituirlo al vertice del Labour (e del governo). Cinquantasei anni, popolare sindaco dimissionario di Manchester, ex ministro ed esponente progressista della corrente della cosiddetta ‘soft left’, Burnham – riferisce la Bbc – ha ottenuto la vittoria per il Partito Laburista.
A Makerfield il Partito Laburista ha ottenuto il 54% dei voti contro il 35% di Reform UK, mentre Restore Britain ha avuto il 7%. L’affluenza è stata del 58,7%, sei punti percentuali in più rispetto alle elezioni generali, con 45.510 voti espressi. “Stasera potrebbe, solo potrebbe, essere il punto di svolta. Da ora in poi, darò tutto me stesso per far sì che ciò accada, per garantire che il nome Makerfield sia per sempre sinonimo del cambiamento di cui questo Paese ha bisogno, del recupero di qualcosa che abbiamo perso: la speranza. Una speranza per il futuro” le prime parole dopo l’elezione di Burnham, riportate dal Guardian.
(da agenzie)

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TRUMP E MURDOCH SONO DI NUOVO AI FERRI CORTI, SECONDO “THE HOLLYWOOD REPORTER”, IL “MATRIMONIO DI CONVENIENZA” TRA IL TYCOON E LA TV “FOX NEWS”, DI PROPRIETÀ DEL MAGNATE AUSTRALIANO, SI STA AVVIANDO “VERSO UN BRUTTO DIVORZIO”

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

FOX È STATA CRUCIALE PER LANCIARE LA CARRIERA POLITICA DI TRUMP, TRAENDONE VANTAGGIO NEGLI ASCOLTI, GRAZIE AL BOOM “MAGA”. MA CON IL GANGSTER DELLA CASA BIANCA CHE CROLLA NEI SONDAGGI, L’ECONOMIA A PEZZI E IL PARTITO REPUBBLICANO DIVISO, LE ELEZIONI DI MIDTERM POTREBBE ESSERE LA GOCCIA CHE FA TRABOCCARE IL VASO (È GIÀ SUCCESSO CON L’AUTOREVOLE “WALL STREET JOURNAL”, ANCH’ESSO DI PROPRIETÀ DELLO “SQUALO”)

“Un matrimonio di convenienza avviato verso un brutto divorzio”: questa la previsione di The Hollywood Reporter sui rapporti tra Donald Trump e Fox News, costante compagna e ‘confort zone’ per il presidente negli anni del suo doppio mandato.
Secondo la rivista di spettacolo la relazione tra il titolare della Casa Bianca e la rete del gruppo Murdoch che “nella buona e nella cattiva sorte” ha scommesso su di lui alimentando una un tempo improbabile carriera politica, potrebbe essere vicina al capolinea.
Fox e Trump hanno avuto un rapporto simbiotico per anni: il tycoon ha beneficiato
dell’enorme visibilità offerta dal network, mentre la rete ha tratto vantaggio dall’interesse e dagli ascolti generati dal fenomeno Maga.
E se il tycoon ha capito presto che non doveva conquistare l’intera rete, ma solo alcune figure chiave dell’opinionismo come Sean Hannity, Laura Ingraham e Carlson, la rete ha imparato che nel nuovo mondo trumpiano “prima viene il pubblico e solo dopo il giornalismo”. Cosa e’ cambiato oggi?
Tra sondaggi in crisi (al 37 per cento secondo l’ultimo New York Times/Sienna), l’economia sott’acqua e un Congresso irrequieto che comincia a dividersi, le elezioni di Midterm potrebbero essere la goccia che fa traboccare il vaso, scrive The Hollywood Reporter notando le debolezze di entrambi i partner: per la Fox l’invecchiamento dell’audience e la presenza di personalità indipendenti come Tucker Carlson che riescono a raggiungere decine di milioni di persone online senza aver bisogno di un network televisivo, per Trump una base politica educata per anni a diffidare di ogni autorità che potrebbe un giorno rivoltarsi anche contro di lui.
(da agenzie)

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IN UN PAESE DI VECCHI SIAMO A CORTO DI BADANTI. ERANO QUASI UN MILIONE NEL 2021, OGGI SONO POCO PIÙ DI 800MILA. PER IL QUARTO ANNO DI FILA IL NUMERO SCENDE, SOPRATTUTTO QUELLO DELLE LAVORATRICI. MANDATECI I SOVRANISTIAD ACCUDIRE I LORO ANZIANI

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

FINITA LA SPINTA DELLE REGOLARIZZAZIONI COVID, LARGO AL LAVORO NERO. MENTRE VA SCOMPARENDO LA FIGURA DELLA COLF – ANCHE CHI HA IL COMPITO DI ASSISTERE GLI ANZIANI, ORMAI NON E’ PIU’ UN PISCHELLO: LA MAGGIORANZA HA TRA I 55 E I 59 ANNI E VIENE DALL’EUROPA DELL’EST

Colf e badanti erano quasi un milione nel 2021. Oggi sono poco più di 800mila. Per l’esattezza 804.464 con almeno un contributo versato all’Inps nel 2025. Per il quarto anno di fila il numero scende: -2,3% sul 2024, circa 18.600 rapporti regolari in meno. In quattro anni la perdita è di 173mila lavoratori. Anzi, per lo più lavoratrici, visto che le donne sono l’89%.
Finita la spinta delle regolarizzazioni Covid e del decreto Rilancio, il settore torna a restringersi nella parte visibile. Il resto è la zona opaca del welfare familiare: lavoro nero e grigio, cura necessaria ma spesso lasciata al fai-da-te. […]
Le badanti superano le colf, già dal 2024: 51% contro 49%. Non è solo un sorpasso statistico. È l’Italia che invecchia e porta dentro casa il bisogno di assistenza. Anche chi lavora nella cura invecchia: la classe più numerosa è 55-59 anni, il 27% ha almeno 60 anni, appena l’1,6% meno di 25. Il settore resta in larga parte straniero: il 69%, con l’Europa dell’Est primo bacino, 269mila persone.

(da agenzie)

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CI SIAMO TOLTI DAL CAZZO ORBAN E ORA CI SI METTE RUMEN RADEV . IL PREMIER BULGARO PORRÀ IL VETO AL 21MO PACCHETTO DI SANZIONI CONTRO LA RUSSIA SE IL PATRIARCA RUSSO KIRILL (NOTO CRIMINALE) RIMARRÀ NELLA LISTA

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

“NON MI INTERESSA LA PERSONA DEL PATRIARCA KIRILL MA LA CHIESA ORTODOSSA RUSSA, PERCHÉ CONTRIBUÌ ALLA NOSTRA LIBERAZIONE DA CINQUE SECOLI DI GIOGO OTTOMANO” – PECCATO CHE KIRILL SIA FIANCHEGGIATORE DI PUTIN E DEI MASSACRI CHE HA PERPETRATO CON LE SUE GUERRE D’INVASIONE

La Bulgaria porrà il veto al 21mo pacchetto di sanzioni contro la Russia se il patriarca russo Kirill rimarrà nella lista. Lo ha dichiarato il premier bulgaro, Rumen Radevm ai giornalisti a Bruxelles a margine della riunione del Consiglio europeo. Il premier bulgaro ha tuttavia sottolineato che la Bulgaria non ostacolerà le decisioni comuni dell’Ue sull’Ucraina. “Sosterremo il processo negoziale per l’adesione dell’Ucraina all’Ue”, ha concluso Rumen Radev.
“Il tempo delle crociate è finito. Questa guerra ha già superato le trincee, si è estesa all’economia, all’energia, alla cultura e allo sport, ora resta da colpire la religione”, ha detto Radev. “Non mi interessa la persona del patriarca Kirill – ha aggiunto – mi interessa la Chiesa ortodossa russa, perché contribuì alla nostra liberazione da cinque secoli di giogo ottomano. Mi interessa l’intera società russa, che ha questa Chiesa, che è ortodossa come la nostra perché facciamo tutti parte di una stessa famiglia”.
Radev, pur dicendo di non volersi opporre alle decisioni comuni riguardanti Kiev, ha precisato che la Bulgaria non è d’accordo in generale con il progetto delle sanzioni, che sono “dannose e comportano un rischio per l’economia bulgara”. Come esempio ha citato il rischio per il funzionamento della raffineria di Lukoil a Burgas sul Mar Nero, la fornitura di pezzi di ricambio per la metropolitana di Sofia e la fornitura di fertilizzanti.
(da agenzie)

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