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L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER DELLA COALIZIONE, PREVISTA NELLA NUOVA LEGGE ELETTORALE, PER LA DUCETTA È UN’ARMA PER SPACCARE PD E M5S

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

DE ANGELIS: “A REGOLE VIGENTI, IL CAMPO LARGO PUÒ DIRE ‘A PALAZZO CHIGI VA IL LEADER DEL PARTITO CHE ARRIVA PRIMO’. DIRLO SUBITO IMPONE UN CHIARIMENTO DI FONDO DA PARTE DI UNA COALIZIONE CHE FINORA È TALE SOLO ‘CONTRO’ MA NON ‘PER’ COME ASSETTO, PROGRAMMA E LEADERSHIP…. È COSÌ SICURO CHE, SE LE PRIMARIE LE VINCE ELLY SCHLEIN, I CINQUE STELLE ALLE POLITICHE LA VOTERANNO COMPATTI E VICEVERSA?”

Come prevedibile, le opposizioni hanno declinato l’offerta di Giorgia Meloni – molto “tattica” – a discutere di legge elettorale. Di fatto, siamo già all’inizio di una lunga campagna elettorale (lo si è visto anche nel premier-time) e invece di sfidare nel merito anche per migliorare la proposta – in fondo la governabilità che eviti nuovi accrocchi post voto potrebbe convenire a tutti – le varie opposizioni preferiscono un calcolo attorno al consenso.
Ma perché Giorgia Meloni ha tanta fretta, al punto da esporsi all’intero repertorio di accuse e pure alla cabala, non avendo mai portato tanta fortuna mettere mano alle regole a fine legislatura?
La ragione è duplice e ha a che fare sia con la meta sia con la strada che ad essa conduce. La meta è tornare a palazzo Chigi, che verrebbe preclusa dal famoso
pareggio non impossibile con le norme attuali. E di lì giocare la partita del post-Mattarella, la vera posta in gioco della prossima legislatura.
La strada riguarda la competizione con la sinistra, in relazione a un tema nient’affatto banale: la leadership. L’indicazione del premier – ovunque venga prevista nella nuova legge, magari non sulla scheda ma sul programma – è comunque un’arma in grado di far impazzire il centrosinistra. A regole vigenti, il campo largo può dire «a palazzo Chigi va il leader del partito che arriva primo».
Dirlo subito impone un chiarimento di fondo da parte di una coalizione che finora è tale solo “contro” ma non “per” come assetto, programma leadership. Il trailer di ciò che accadrà è stato proiettato già dopo il referendum: il dibattito sulle primarie, lanciato e poi archiviato, la sempreverde successione del Papa straniero, il salomonico “prima il programma”…
Ecco, è una discussione destinata a ritornare, in caso di approvazione della riforma. E per una coalizione siffatta è già complicato trovare un meccanismo di selezione condiviso, poi non è scontato che esso funzioni.
Detta in altri termini: è così sicuro che, se le primarie le vince Elly Schlein, i Cinque stelle alle secondarie (cioè alle politiche) la voteranno compatti e viceversa, cioè che i rispettivi elettorati si mobilitino non solo sul proprio leader, ma su quello che lo ha sconfitto nella competizione intra-moenia?
Insomma, è chiaro che nell’attuale fase di difficoltà post-referendum, Giorgia Meloni, venuti meno parecchi elementi del suo racconto punta a enfatizzare quello della leadership: qui si sa chi comanda, e lì? Di esso fa parte anche quella narrazione bipolare contro gli “inciuci”, che solletica le corde del popolo di centrodestra dai tempi della discesa in campo di Silvio Berlusconi nel lontano ’94: la chiamata alle armi di tutto ciò che non è sinistra.
Matteo Salvini rinunciando ai collegi, dimezzerebbe i parlamentari in Piemonte, Veneto, Lombardia – i suoi cinque ministri sono tutti Lombardi – e infatti si registra una inquietudine dei parlamentari del Nord ma col pareggio addio governo e addio sogno del Viminale.
Ma anche dentro Forza Italia la questione è assai più complessa di come viene raccontata, in relazione alla convenienza di smarcarsi, puntare al pareggio e giocare su più forni. L’eventualità piace a Gianni Letta ma Marina di cognome fa Berlusconi, il cognome non è associabile alla parola “inciucio” e ancor meno a esporre le aziende allo scontro col governo.
Perché i Berlusconi sono, innanzitutto, degli imprenditori. E un conto è il riequilibrio, una postura meno accondiscendente verso la premier e la sfida dentro il campo, altro è la rottura del campo fondato dal Cavaliere, esponendosi all’accusa di intelligenza col nemico.
E infatti già si comincia a dire che anche con la nuova legge, se scatta il premio, non diminuisce il numero dei parlamentari. Attenzione a proiettare su quel mondo la propria logica e i propri auspici.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”

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È IN ARRIVO IL TAJANI-EXPRESS: MA QUALE PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA, AL MOMENTO L’UNICA “GRANDE OPERA” INFRASTRUTTURALE DEL GOVERNO È L’ALTA VELOCITÀ IN CIOCIARIA, TANTO CARA AL LEADER DI FORZA ITALIA, DEFINITA “UN’INFRASTRUTTURA STRATEGICA PER LO SVILUPPO DEL FRUSINATE

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

ORA C’È ANCHE LO STUDIO DI FATTIBILITÀ DELLA STAZIONE DELL’ALTA VELOCITÀ A FROSINONE, A CIRCA 800 METRI DAL CASELLO AUTOSTRADALE DI FERENTINO, PAESE NATALE DELLA MADRE DI TAJANI

Antonio Tajani è vicepremier e ministro degli Esteri, ma non smette mai di pensare al “suo” territorio ciociaro. E andrà a finire che la “grande opera” varata dal governo di Giorgia Meloni non sarà il salviniano Ponte sullo Stretto di Messina, ormai dimenticato da tutti tra mille intoppi burocratici, ma – udite udite – la stazione ferroviaria ad alta velocità di Frosinone.
Cioè quella che viene pomposamente definita come «un’infrastruttura strategica per lo sviluppo del Frusinate, decisiva per la mobilità del territorio, per i lavoratori pendolari, gli studenti».
Era un vecchio pallino del leader di Forza Italia, di cui Lettera43 aveva già dato conto. Adesso è arrivato anche lo studio di fattibilità della stazione dell’alta velocità a Frosinone: «L’opera nascerà a circa 800 metri dal casello autostradale di Ferentino (con cui Tajani ha uno stretto legame affettivo visto che lì era nata la madre Augusta Nardi, insegnante di latino e greco, ndr) e a meno di 10 chilometri da quello di Frosinone».
Va bene, ma le tempistiche? «L’anno prossimo si passa all’iter autorizzativo, nel 2028 alla validazione del piano di fattibilità economica e all’avvio della gara. Se tutto va come è accaduto in questi anni su questo progetto, l’avvio dei lavori può avvenire nel 2030, la fine dei cantieri nel 2033», ha detto il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Matteo Salvini
Tutto merito della «stretta sinergia tra il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, attraverso il diretto impegno del ministro Salvini, la società Rfi, la Regione Lazio e l’amministrazione comunale di Frosinone».
Sono stati compiuti «rilevanti passi in avanti verso il completo ammodernamento del sistema di mobilità della Provincia di Frosinone e di tutto il Lazio meridionale», ha detto l’assessore alle Politiche abitative, case popolari, politiche del mare e Protezione civile della Regione Lazio, Pasquale Ciacciarelli, che è della Lega.
Però chi gongola alla fine è sopratutto Tajani, ciociaro doc, che può rivendicare anni di battaglie per conquistare un “hub” di qualità per il territorio, e capace di creare tanti nuovi posti di lavoro.
Il progetto della stazione, che si chiamerà MedioLatium, costerà 125 milioni di euro, se tutto va bene. «Magari un giorno quella stazione verrà intitolata proprio ad Antonio, in segno di eterna riconoscenza», spifferano scherzando, ma neanche troppo, i milanesi di Forza Italia. In fondo, già esiste un aeroporto che porta il nome di Silvio Berlusconi, il fondatore del partito
(da agenzie)

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DONALD TRUMP, IN CINA, SI È PORTATO DIETRO 17 “PERSONE BRILLANTI”: ELON MUSK, JENSEN HUANG DI NVIDIA, TIM COOK DI APPLE E IL MEGLIO DELLE GRANDI CORPORATION A STELLE E STRISCE. L’OBIETTIVO È TROVARE UN MEGA ACCORDO COMMERCIALE CON PECHINO, CHE POSSA RIVENDERSI COME SUCCESSO

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

UN PARADOSSO, PER L’EX IDOLO DEI COLLETTI BLU, ELETTO GRAZIE AL RISENTIMENTO POPOLARE DELLA CLASSE MEDIA E LAVORATRICE DEVASTATA DALLA GLOBALIZZAZIONE E DALLA CONCORRENZA SLEALE CINESE

Se non otterrà da Xi una svolta nelle relazioni con l’Iran, Trump conta almeno di tornare dalla visita in Cina con una manciata di risultati commerciali per poter rivendicare la vittoria economica.
Lo ha ammesso lui stesso, quando smentendo via social di essersi dimenticato a casa il ceo di Nvidia Huang, ha esaltato la delegazione di grandi imprenditori portata al suo seguito: «La prima cosa chi chiederò a Xi sarà aprire il suo Paese, affinché queste persone brillanti possano realizzare le loro magie, portando la Repubblica popolare ancora più in alto».
È una storia lunga e fondamentale anche sul piano politico, perché Trump deve in buona parte la doppia elezione presidenziale proprio al risentimento provocato nella classe media e lavoratrice dalla globalizzazione, con la relativa ondata di trasferimenti all’estero dell’occupazione nel settore manifatturiero.
Senza l’enorme successo ottenuto dalla Cina, Donald probabilmente non sarebbe mai comparso nei radar degli americani.
Ora però deve mantenere la promessa di essere l’unico in grado di invertire questo fenomeno, cosa che non sta accadendo, perché almeno finora i posti di lavoro non sono tornati nelle fabbriche e il surplus commerciale cinese è aumentato, anche senza avere più l’accesso di un tempo al mercato americano
Nell’ottobre scorso lui e il rivale Xi avevano firmato una tregua a Busan, abbassando i nuovi dazi americani sotto la soglia superiore al 100% minacciata da Trump, in cambio della sospensione delle limitazioni imposte dai cinesi sulle forniture di terre rare, essenziali per il settore tecnologico, e perciò usate da Pechino come arma per costringere il capo della Casa Bianca a ripiegare verso ragionevolezza e praticità.
L’intesa scade in autunno e la visita sarà l’occasione per iniziare a discuterne il rinnovo. Il presidente americano però vuole di più, perciò si è portato dietro […] un gruppo selezionato dove c’è tutto, dalle banche ai fondi di investimento, passando per tecnologia digitale e spazio. Trump vorrebbe che la Cina si aprisse davvero a queste aziende, senza le pretese avanzate finora su partecipazioni societarie e condivisione delle tecnologie.
Il suo sogno poi sarebbe che la produzione tornasse negli Usa, ma tale sembra destinato a restare, perché i dazi non bastano a compensare i vantaggi generati dai costi bassi della manodopera, per non parlare del fatto che i giovani americani non muoiono dalla voglia di riandare in fabbrica.
Nel frattempo il presidente vorrebbe tornare negli Usa con l’impegno della Repubblica popolare a comprare beni americani per almeno 30 miliardi di dollari, dalla soia coltivata dagli agricoltori del Midwest agli aerei della Boeing.
Washington punta a creare un Board of Trade e un Board of Investment, affinché i due governi abbiano gli strumenti per proseguire e intensificare gli scambi. Altre volte, però, Xi ha promesso acquisti mai fatti, e con il surplus commerciale salito sopra i 1.200 miliardi di dollari, ha dimostrato di poter rimpiazzare il mercato Usa con altri
Leader della tecnologia e della finanza americana, dal capo di Apple Tim Cook a quello di BlackRock, Larry Fink, arrivati a Pechino prima ancora del presidente. Elon Musk che ha viaggiato a bordo dell’Air Force One: dopo le liti e la fredda riappacificazione, segni di ritorno a un rapporto cordiale tra i due ex best buddy .
E lo spettacolare «recupero» di Jensen Huang, il ceo di Nvidia: non faceva parte della missione presidenziale annunciata dalla Casa Bianca ma, grazie a una convocazione «last minute», ha raggiunto Trump durante lo scalo in Alaska per fare rifornimento. Così il presidente è arrivato a Pechino circondato, più che da diplomatici ed esperti di geopolitica, da imprenditori e negoziatori commerciali. «Gente geniale», li definisce.
Leader di molti dei più potenti gruppi del capitalismo tecnologico e finanziario americano che hanno indotto qualcuno a ironizzare: «I tycoon del capitalismo Usa arrivano in Cina accompagnati da Donald Trump».
Ironia, certo, anche perché non siamo a una prima assoluta: nove anni fa, nella visita fatta durante il suo primo mandato, Trump era accompagnato da una delegazione di businessmen doppia rispetto a quella attuale.
Il presidente presenta un’agenda orientata al business: dice che la sua prima richiesta a Xi è aprire alle imprese americane. E promette effetti «magici» sull’economia cinese. Niente di nuovo: correva il 1998 quando Bill Clinton a Pechino spiegava ai leader del PCC che il liberalismo applicato al commercio fa miracoli.
Ma oggi sul tavolo del vertice ci sono alcuni affari concreti che, se andranno a buon fine, possono rendere meno aspro il confronto tra le due superpotenze, consentendo a Trump di tornare a casa con contratti da presentare come fattori di rilancio dell’economia Usa, di riequilibrio dei suoi conti con l’estero e di sostegno a settori in difficoltà, come l’agricoltura.
Per riuscirci, però, dovrà fare concessioni, soprattutto sulle tecnologie americane di punta, oggi off limits per i cinesi.
Il nodo dei chip Un nodo centrale anche per le tecnologie informatiche. Le imprese americane che operano in Cina lamentano grandi limitazioni: soffre, ormai, anche Elon Musk, un tempo considerato, con le sue fabbriche cinesi (Tesla e pannelli solari), un ambasciatore ufficioso di Pechino alla Casa Bianca.
Ora si cerca di ripristinare fiducia reciproca attraverso gli affari come promette anche Tim Cook: la sua Apple produce ancora molto in Cina, ma ha spostato varie produzioni altrove in Asia su pressione di Washington. Ci sarà una correzione della rotta? È quello che ci si chiede soprattutto con riferimento al giallo di Huang, recuperato in extremis. Svista della Casa Bianca che lo aveva dimenticato o il segnale di un possibile sblocco del braccio di ferro Usa-Cina sui microprocessori?§Dopo molte remore, Trump aveva autorizzato Nvidia ad esportare gli H200: chip molto avanzati, ma non quanto i Blackwell di ultima generazione. Fin qui, però, le imprese cinesi non li hanno acquistati: da un lato Pechino preme per avere i modelli più avanzati, dall’altro teme di diventare dipendente dagli Stati Uniti per questa tecnologia, esponendosi al rischio di improvvise interruzioni delle forniture o di qualche trappola informatica.
Vedremo se la diplomazia sotterranea di Huang ha prodotto risultati. Infine molti investimenti nelle due direzioni orchestrati, oltre che da Fink, da Steven Schwarzman di Blackstone, David Salomon di Goldman Sachs e altri banchieri. Da gestire mediaticamente con cautela: c’è già chi parla di America colonizzata dagli investimenti cinesi mentre quelli americani in Cina rischiano di apparire in contrasto con la volontà di Trump di riportare in patria tutte le produzioni.
(da agenzie)

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IL VERO DRAMMA DELL’ITALIA SONO GLI STIPENDI: SONO TRA I PIÙ BASSI D’EUROPA. E L’UNICO LAVORO CHE SI CREA È NEI SETTORI SBAGLIATI. IN DIECI ANNI L’ECONOMIA ITALIANA HA CREATO 3,7 MILIONI DI LAVORATORI DIPENDENTI NEL PRIVATO, E ALLO STESSO TEMPO HA PERSO IN MEDIA 1800 EURO ALL’ANNO DI SALARIO REALE PER OGNI LAVORATORE A TEMPO PIENO

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL PROBLEMA È IL TIPO DI OCCUPAZIONE CREATA: TURISMO E RISTORAZIONE, CIOÈ SETTORI IMPRODUTTIVI SENZA VALORE AGGIUNTO… IL RISULTATO? IL PAESE ARRANCA, DIVENTATO UN LUNA PARK PER TURISTI E UN FAST FOOD A CIELO APERTO, MENTRE LE INDUSTRIE CHIUDONO, LICENZIANO, DELOCALIZZANO

Tra il 2014 e il 2024, i dipendenti privati sono aumentati di 3,7 milioni, passando a 14 a 17,7 milioni in dieci anni. In contemporanea, il salario reale a parità di tempo lavorato è passato da 34.450 a 32.655 euro, circa 1.800 euro in meno. L’Italia ha creato più lavoro, ma quel lavoro è pagato meno di dieci anni fa.
I numeri vengono dall’Osservatorio Statistico INPS sui Lavoratori Dipendenti del settore Privato, che ogni anno pubblica i dati sulle retribuzioni e una serie di informazioni demografiche e di settore economico.
Coprono il settore privato ma escludono la pubblica amministrazione e i lavoratori autonomi. Sul totale dei 24 milioni di occupati italiani, i 17,7 milioni di dipendenti privati nel 2024 sono circa il 75 per cento del mercato del lavoro.
Per misurare il salario in modo pulito ho usato lo stipendio annuo a tempo pieno equivalente. Si calcola dividendo il totale delle retribuzioni per le settimane “utili” lavorate dallo stesso gruppo.
Le settimane utili sono un indicatore Inps che corregge per l’intensità del part-time: chi lavora a metà tempo per tutto l’anno conta come 26 settimane utili invece di 52. Il rapporto è la retribuzione media per settimana riportata a un’unità di lavoro a tempo pieno; moltiplicato per 52 dà l’equivalente annuo. In pratica è il salario medio annuo che si otterrebbe se tutti lavorassero a tempo pieno per tutto l’anno.
Tutti i valori sono espressi in base ai prezzi del 2024, correggendo così per l’inflazione. Nei dieci anni considerati, infatti il costo della vita in Italia è aumentato del 20 per cento. 100 euro del 2014 corrispondono a 119,6 euro nel 2024: senza la correzione qualunque stipendio sembrerebbe crescere anche se può permettersi poi di comprare meno beni.
l quadro generale
Si potrebbe pensare che la media scenda solo perché negli ultimi dieci anni sono entrati molti più part-time o molti più lavoratori che non coprono l’intero anno (tipo gli stagionali).
Ma anche depurando completamente la misura da entrambi gli effetti, guardando solo a chi lavora un anno intero e in equivalenza a tempo pieno, il salario reale è oggi sotto del 6,1 per cento rispetto al 2014. La quota di chi lavora un anno intero è anzi leggermente cresciuta, dal 53,5 al 54,4 per cento del totale, segno che la discontinuità dei rapporti non è aumentata.
Anno per anno, dal 2014 al 2021, il salario reale è stato sostanzialmente piatto, oscillando tra i 34 e i 35 mila euro. Il calo si concentra nel biennio 2022-2023, in due anni l’inflazione ha fatto crescere il costo della vita del 14 per cento ma i contratti collettivi e gli scatti salariali ci mettono molto di più a recuperare. Il punto minimo è il 2023, con 31.878 euro reali, oltre 2.500 in meno rispetto al 2016. Nel 2024 c’è un parziale recupero a 32.655 euro, ma il gap con il 2014 resta. Il “ritardo” dei dieci anni, in altre parole, si è creato quasi tutto in un biennio.
Bisogna anche considerare che, a differenza dei dati sulle dichiarazioni dei redditi, qui stiamo considerando l’imponibile previdenziale, che corrisponde sostanzialmente alla retribuzione annua lorda contrattata con il datore di lavoro. L’imponibile fiscale delle dichiarazioni dei redditi invece non tiene conto dei contributi sociali che vengono trattenuti dalla busta paga.
Il calo di stipendio si concentra tra i più anziani
Dentro il dato medio ci sono diversi movimenti. Concentriamoci sui 9,6 milioni di lavoratori privati che nel 2024 hanno avuto un rapporto continuativo per tutti i dodici mesi dell’anno, il 54 per cento del totale, mentre gli altri 8 milioni hanno lavorato per periodi più brevi. Anche per questo gruppo “stabile” il salario reale dei lavoratori sotto i 30 anni è praticamente fermo (-0,8 per cento per la fascia 20-29). Sopra i 40, il calo cresce con l’età: i 40-49 perdono 3.240 euro reali all’anno (-7,9 per cento), i 50-59 ne perdono 4.450 (-9,8), i 60 e oltre 6.300 (-12,9). Più si è anziani, più si è perso.
In parallelo, il numero dei lavoratori senior è esploso. Gli over-60 sono triplicati in dieci anni, da 272 mila a 842 mila; i 50-59 sono cresciuti del 57 per cento. Sotto i 50 l’occupazione è quasi ferma. La riforma Fornero del 2011, che ha innalzato l’età pensionabile, è il principale fattore dietro questo invecchiamento della forza lavoro.
L’effetto combinato è paradossale in quanto la composizione demografica spinge in alto la media salariale, perché gli over-50 guadagnano più dei giovani. Ma dentro quella stessa categoria il salario reale è sceso. La decomposizione statistica che separa l’effetto dei cambiamenti dei salari per classe da quello del peso di ciascuna classe sul totale, mostra che senza l’invecchiamento il salario medio sarebbe sceso del 6 per cento invece che del 5,2. La stagnazione nelle classi avanzate è quindi ancora più forte di quanto non dica il dato medio.
L’effetto più importante però viene dai settori. La manifattura, che ha i salari più alti fra i grandi settori del lavoro privati, è cresciuta solo del 9 per cento (da 3,67 a 4 milioni di lavoratori) e il suo salario annuo equivalente è quasi in linea con quello di dieci anni fa, 36.815 euro.
I settori che hanno trainato l’occupazione sono altri. Il turismo e la ristorazione sono cresciuti del 54 per cento, con oltre 700 mila lavoratori in più in dieci anni, ma
il salario annuo equivalente è 21.645 euro, il più basso fra i grandi settori, ed è sceso dell’8,7 per cento reale dal 2014.
I servizi alle imprese (pulizie, vigilanza, somministrazione, contact center) sono cresciuti del 34 per cento e pagano 25.852 euro all’anno equivalente, in calo del 4,3. La sanità e l’istruzione private sono cresciute del 43 e del 56 per cento, ma con salari attorno ai 25 mila euro, anch’essi in calo.
La finanza, di gran lunga il settore più pagato del privato (60.912 euro, più 1,3 per cento reale), ha invece avuto un calo di occupazione dell’8 per cento. Il settore informatico, ben pagato a 43 mila euro, è cresciuto in occupazione del 32 per cento ma resta troppo piccolo per spostare la media
I settori che hanno trainato l’occupazione sono anche quelli a più bassa produttività, in alcuni casi in calo. Una misura standard della produttività del lavoro è il valore aggiunto per occupato, cioè quanta ricchezza viene prodotta in media da ciascun lavoratore. Lo calcolano i conti nazionali Istat a prezzi costanti 2020, depurato cioè dall’inflazione.§
Nel turismo sono 34.800 euro di valore aggiunto per occupato all’anno, in calo del 17 per cento reale dal 2014; nell’istruzione 39.300, meno 16 per cento; nei servizi alle imprese 39.800, fermi da dieci anni mentre l’occupazione cresce di quasi un terzo; nella sanità 51.200, meno 9 per cento.
Nella manifattura, dove l’occupazione è cresciuta solo del 4 per cento, il valore aggiunto per occupato vale 72.400 euro (più 8 per cento dal 2014); nel settore informatico 101.100 (più 11 per cento); nella finanza 119.000, ma con occupazione in calo. Un occupato del turismo produce meno della metà del valore aggiunto di un occupato della manifattura. La produttività media dell’economia italiana è cresciuta del 2 per cento reale in dieci anni. Come abbiamo già detto diverse volte, senza crescita della produttività non c’è spazio per crescita salariale.
È evidente come i settori dove si crea lavoro sono quelli dove si paga di meno.
A questo si aggiunge un dato sui contratti. I lavoratori a tempo determinato sono cresciuti del 55 per cento, gli stagionali del 79, gli indeterminati solo del 17. Il salario annuo equivalente del determinato è sceso del 10,3 per cento reale, contr meno 3,3 dell’indeterminato: oggi un determinato guadagna 12.300 euro in meno di un indeterminato a parità di tempo lavorato, contro 10.900 di dieci anni fa.
La forbice si è allargata, ma una parte di questa precarizzazione è già “dentro” lo spostamento settoriale: i nuovi contratti precari sono concentrati nel turismo, nei servizi alle imprese, nell’istruzione privata. Una decomposizione che tiene contemporaneamente conto di settore e tipologia contrattuale mostra che, una volta fissato il settore, il cambio di mix contrattuale spiega solo il 6 per cento del calo del salario reale; il restante effetto contrattuale era in realtà già contato dentro l’effetto settore.
In conclusione
In dieci anni l’economia italiana ha aggiunto 3,7 milioni di lavoratori dipendenti nel privato e ha contemporaneamente perso circa 1.800 euro all’anno di salario reale per ogni lavoratore a tempo pieno equivalente. Quasi metà del calo è composizione settoriale, l’altra metà si spiega in gran parte con il fatto che i salari non si sono adeguati all’inflazione facendo perdere potere d’acquisto ai dipendenti.
In sostanza, l’Italia ha creato lavoro nei settori sbagliati. Le politiche governative, indipendentemente dalla maggioranza di quel momento, hanno continuato a proteggere rendite e settori a basso valore aggiunto invece di promuovere quelli ad alto valore aggiunto, manifattura avanzata, servizi professionali, settore informatico, ricerca, finanza.
Né nel governo attuale né nelle opposizioni esiste oggi un piano coerente per invertire la rotta. Si discutono singoli sgravi sul cuneo e bonus salariali, raramente investimenti strutturali in capitale umano, ricerca, infrastrutture digitali, capitale fisico e riforma della concorrenza nei settori protetti.
La via dei sussidi fiscali, come il taglio del cuneo, gli sgravi sui redditi bassi, i bonus mensili, non risolve il problema per due ragioni. La prima è che la finanza pubblica italiana non ha più margini per espanderli: con un debito oltre il 137 per cento del PIL e una spesa per interessi tra gli 80 e i 90 miliardi l’anno, gli spazi fiscali sono saturi. La seconda è che i sussidi spostano il problema senza risolverlo. Senza crescita della produttività non c’è spazio per stipendi più alti in modo permanente, e ogni euro di sgravio è un euro di tasse o di debito che qualcun altro paga, oggi o domani.
Senza una correzione di rotta l’Italia continuerà a impoverirsi in termini relativi rispetto al resto d’Europa e del mondo. È un fenomeno già in corso e che si autoalimenta: ogni anno qualche decina di migliaia di giovani lascia il paese, attratti da paesi dove gli stipendi sono più alti e crescono. La fuga dei laureati e il calo dei salari reali sono lo stesso fenomeno visto da due angolazioni diverse.
(da agenzie)

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“PER LA PRIMA VOLTA, SIAMO DAVVERO SOLI, INSIEME”. MARIO DRAGHI RICEVE IL PREMIO CARLO MAGNO AD AQUISGRANA E PROVA A SCUOTERE PER L’ENNESIMA VOLTA I LEADER EUROPEI, TROPPO IMPEGNATI A FARSI LA GUERRA PER CAPIRE CHE O L’UE DIVENTA UNA POTENZA POLITICA, ECONOMICA E MILITARE, O È DESTINATA ALL’ESTINZIONE

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

“NON SI PUÒ DARE PIÙ DARE PER SCONTATO L’IMPEGNO DEGLI USA PER LA NOSTRA SICUREZZA, MA LA CINA NON È UN’ALTERNATIVA VALIDA” – “SERVONO INVESTIMENTI PER 1200 MILIARDI L’ANNO” – “PER L’EUROPA UN MOMENTO DI PERICOLO MA ANCHE DI RIVELAZIONE. L’AZIONE A 27 È INADEGUATA, SERVE UN FEDERALISMO PRAGMATICO”

Non si può più dare per scontato che gli Stati Uniti rimangano impegnati a preservare l’ordine postbellico e la sicurezza europea, ma nemmeno la Cina si presenta come un’alternativa valida, e l’Europa, per la prima volta, è davvero sola. Lo afferma l’ex premier italiano ed ex presidente della Bce, Mario Draghi, nel suo discorso alla cerimonia di consegna del premio Carlo Magno della città di Aquisgrana, evidenziando che “il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più: è diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”.
“Oltre l’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i garanti dell’ordine postbellico rimangano impegnati a preservarlo”, rileva Draghi. “Decisioni con conseguenze profonde per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole che gli Stati Uniti un tempo sostenevano. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Usa non garantiscano più la nostra sicurezza nei termini che un tempo davamo per scontati”.
“Nemmeno la Cina offre un’ancora alternativa: sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non riesce ad assorbire senza svuotare la nostra base produttiva. E sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”, continua l’ex leader della Bce. “In un mondo di partnership in cambiamento, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli, insieme”.
A causa degli shock globali consecutivi degli ultimi anni, gli investimenti che dovrebbe fare l’Ue ogni anno sono saliti da 800 miliardi a quasi 1.200 miliardi.
Lo afferma l’ex premier italiano ed ex presidente della Bce, Mario Draghi, nel suo discorso alla cerimonia di consegna del premio Carlo Magno della città di Aquisgrana, sottolineando che la pressione sul continente europeo “è profonda e si fa più pesante di mese in mese” e ricordando che la crescita è “condizione per tutto ciò che l’Europa dice di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che stanno invecchiando”.
“Dal 2020, uno shock esterno ha seguito l’altro, ciascuno aggravando il precedente, ciascuno riducendo lo spazio per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo dazi imposti dal nostro principale partner commerciale a livelli mai visti in un secolo.
Ora la guerra in Medio Oriente ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie”, rileva Draghi.
“Anche quando lo Stretto di Hormuz riaprirà, le fratture inflitte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni”, prosegue, sottolineando che tali shock “sarebbero difficili in qualsiasi circostanza, ma arrivano proprio quando i bisogni di investimento dell’Europa sono diventati immensi. Ciò che era già stimato in circa 800 miliardi di euro l’anno in spesa strategica aggiuntiva è salito, con gli impegni sulla difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media”.
“Non voglio fingere che il futuro dell’Europa sia facile. La pressione sul nostro continente è profonda e si fa sempre più pesante di mese in mese. Ma questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione. Le forze che ora mettono alla prova l’Europa stanno realizzando ciò che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno costringendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme. Questo dovrebbe infonderci fiducia. Dovrebbe anche renderci lucidi riguardo alla portata del compito che ci attende.” Lo ha detto Mario Draghi alla cerimonia del Premio Carlo Magno.
“In un mondo in cui le alleanze sono in continua evoluzione, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme.
L’Europa sta reagendo a questa nuova realtà. Ma lo sta facendo all’interno di un sistema che non è mai stato concepito per affrontare sfide di questa portata”.. “Per la prima volta dal 1949” c’è “la possibilità che gli Usa non possano più garantire la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate. Né la Cina offre un punto di riferimento alternativo”, ha aggiunto.
“All’esterno, abbiamo abbattuto le barriere commerciali, accolto con favore le catene di approvvigionamento globali e costruito la principale economia più aperta del pianeta. Ma all’interno, non abbiamo mai messo pienamente in pratica l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato il mercato unico incompiuto, i mercati dei capitali frammentati, i sistemi energetici insufficientemente interconnessi e ampie parti della nostra economia intrappolate in una fitta rete di regolamentazioni.
C’è una certa ironia in tutto questo. L’Europa ha fatto affidamento sui mercati per svolgere un compito che l’autorità politica comune non era in grado di svolgere. Ma abbiamo negato a quei mercati la dimensione continentale di cui avevano bisogno per avere successo. Il risultato non è stata una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica”, ha spiegato Draghi.
Quindi l’ex premier italiano ha individuato due ordini di vulnerabilità. “La prima è la nostra esposizione alla domanda estera. Le imprese europee si sono rivolte all’estero alla ricerca della crescita che l’Europa stessa non era in grado di garantire. Dal 1999, la quota del commercio sul Pil è passata dal 31% al 55% nell’area dell’euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, è rimasta pressoché invariata.
Entrambi i Paesi rimangono molto meno esposti al commercio. La nostra sensibilità ai cambiamenti nella politica americana e cinese non è quindi semplicemente una sfortuna imposta dall’estero. È il riflesso del nostro fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente solido. La seconda vulnerabilità è la nostra crescente dipendenza strategica”, ha spiegato Draghi.
L’ex presidente della Bce ha poi rimarcato: “Se avessimo intrapreso le misure necessarie per integrare la nostra economia, i mercati dei capitali avrebbero convogliato una quota maggiore dei risparmi europei verso investimenti produttivi all’interno dell’Unione. L’energia circolerebbe più liberamente attraverso i confini, grazie a reti, interconnettori e sistemi di stoccaggio.
La decarbonizzazione sarebbe stata più a portata di mano e le nostre economie meno sensibili agli shock legati ai combustibili fossili: dall’inizio del conflitto in Iran, i cittadini dei paesi con una quota maggiore di energia pulita hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto a quelli con quote inferiori. Ma l’Europa ha scelto una strada più difensiva. Abbiamo cercato di tenere a bada i cambiamenti. Abbiamo limitato il consolidamento, contenuto il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non è stato un maggiore controllo. È stata la dipendenza”.
Gli Usa, “il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile. L’Europa ha cercato la negoziazione e il compromesso. Per lo più non ha funzionato.
Una postura pensata per de-escalare sta invece invitando ulteriore escalation. Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque. Ciò che ci frena è la sicurezza.” Lo ha detto Mario Draghi alla cerimonia del premio Carlo Magno. “Il cambio di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo. È anche un necessario risveglio”, ha aggiunto.
“Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio. Ci sono due percorsi per dare sostanza a quell’impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda. Uno passa attraverso coalizioni più ridotte di Paesi accomunati già oggi da capacità e percezioni della minaccia affini. L’altro percorso è dare sostanza operativa all’articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca dell’Ue, che, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando”.
“La nostra esperienza attuale è che l’azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe. Il risultato è un’azione che può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione. Dobbiamo spezzare questo ciclo. I Paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho chiamato federalismo pragmatico.”
“La virtù” del federalismo pragmatico “è che può ricostruire insieme la capacità di realizzazione e la legittimità democratica. I Paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare.
E ciascuno dovrebbe entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano a cosa si è impegnato il loro governo e possano chiederne conto. La realizzazione costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l’abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di scopo comune. Questo approccio sarà necessariamente sperimentale. Alcune iniziative funzioneranno; altre no.
Ecco perché è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali. Sono guidati da una destinazione condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori”, ha sottolineato l’ex premier italiano.
“L’euro mostra come questo possa accadere. Quanti erano disposti sono andati avanti. Hanno costruito istituzioni comuni con un’autorità vera. Quando l’impegno è stato messo alla prova fin quasi al punto di rottura, la solidarietà richiesta si è rivelata di gran lunga maggiore di quanto molti avevano immaginato. Il quadro ha retto, i paesi hanno continuato ad aderire e il sostegno all’euro è ora ai massimi storici. Per le società che lo condividono, uscirne è diventato quasi impensabile”, ha aggiunto
Il punto debole “forse più importante” dell’Europa è il progressivo indebolimento della posizione dell’Europa nei settori tecnologici che caratterizzeranno il prossimo decennio. Dal 2019, il divario di produttività oraria dell’Europa rispetto agli Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, in termini di parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti.
Questo dato, di per sé, non misura le differenze nei livelli di vita. Tuttavia, indica una crescente divergenza nella capacità produttiva, che riflette non solo le maggiori dimensioni del settore tecnologico americano, ma anche la più profonda digitalizzazione delle imprese e dei flussi di lavoro statunitensi. L’intelligenza artificiale si aggiunge ora a questo divario”.
“L’IA non è semplicemente un altro strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale su una scala che non si vedeva da generazioni: ingenti investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture informatiche e capitale. E qui l’Europa sta restando indietro. Gli Stati Uniti sono sulla buona strada per spendere circa cinque volte di più dell’Europa nella costruzione di centri dati entro il 2030.
La Cina si sta mobilitando su una scala simile. Se l’Europa dovesse eguagliare tale ambizione, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20-30% rispetto a oggi. L’Europa possiede i risparmi, i talenti e il potenziale energetico latente per competere in questa trasformazione. Ma le stesse barriere e vincoli che hanno prodotto la nostra esposizione e le nostre dipendenze ci impediscono ora di
mobilitarci alla scala che il momento richiede. Questo non è un divario che possiamo permetterci di lasciar allargare.
A differenza dell’elettricità o di internet, l’IA migliora con l’uso. Ogni ciclo di implementazione genera i dati e le capacità che rendono il ciclo successivo ancora più potente. Le economie che combineranno per prime questi vantaggi si porteranno avanti in modo permanente”, ha rimarcato l’ex presidente della Bce.
“Per alcuni, la risposta” a questo momento per l’Europa “è non cambiare: mentre altri si ritirano dall’apertura, l’Europa dovrebbe cogliere le opportunità che lasciano dietro di sé, espandere il commercio con il resto del mondo e diventare il principale difensore del sistema basato su regole. L’Europa può ancora guadagnare da un’ulteriore liberalizzazione degli scambi.§Ma sui limiti di quest’ultima dobbiamo essere onesti. Secondo una stima, anche se l’Europa concludesse con successo tutti i negoziati commerciali in corso, la spinta a lungo termine sul nostro Pil ammonterebbe a meno dello 0,5%.”
“Il problema più profondo è politico. Concordare nuovi accordi commerciali è più facile che affrontare il lavoro incompiuto in casa, perché questo lavoro impone scelte che l’Europa ha a lungo preferito evitare: confrontarsi con le posizioni di rendita consolidate e gli interessi acquisiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati. Se l’apertura rimane la nostra unica risposta, diventa l’assenza di una decisione”, ha rimarcato l’ex premier italiano.
“In tutta Europa, c’è un rinnovato appetito per la politica industriale, per orientare il capitale verso le tecnologie che non siamo riusciti a costruire, per proteggere i settori strategici dalle pressioni esterne e per usare dazi e sostegno statale per proteggere in casa la crescita che stiamo perdendo all’estero.
Queste posizioni sono comprensibili. Per molti aspetti, sono necessarie. Tutte le grandi economie del mondo stanno oggi dispiegando la propria politica industriale su una scala che fa sembrare ridicola l’idea di un campo di gioco livellato a livello globale”.
Eppure per l’ex presidente della Bce tutto questo non basta a risollevare l’Unione. “Made in Europe” dovrebbe essere visto anche in quest’ottica: come un modo per utilizzare la domanda europea in modo più deliberato. Dovrebbe offrire alle industrie con orizzonti di investimento lunghi, come semiconduttori, tecnologie pulite e difesa, un mercato abbastanza grande e stabile da investire qui. Senza una propria domanda, l’Europa non può sostenere una postura credibile all’estero”, ha sottolineato Draghi.
“I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla. Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato.
Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta. Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo in più”.
“In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà. E continuano a sostenere, con passione, i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che, oggi, la rendono unica. Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione”, ha sottolineato.
“Il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali. Se correttamente concepiti, l’uno rafforza l’altra”. Lo ha detto Mario Draghi a Aquisgrana spiegando che con “il mercato unico incompiuto, i mercati dei capitali frammentati, i sistemi energetici insufficientemente interconnessi e ampie porzioni della nostra economia avvolte da strati di regolamentazione”, l’Ue ha “negato ai mercati la dimensione continentale necessaria per avere successo” e ha così creato una serie di vulnerabilità che la indeboliscono sul piano internazionale, come l’esposizione alla domanda esterna e la crescente dipendenza strategica”.
“Ogni comunità politica è in ultima analisi plasmata dalla sua comprensione dell’obbligo reciproco, da ciò che i suoi membri ritengono di doversi l’un l’altro quando accade il peggio. Per settant’anni, l’Europa ha potuto lasciare questa domanda in parte senza risposta. Ora dobbiamo rispondervi noi stessi.
I primi segni si iniziano già a vedere. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, l’Europa ha scelto di stare al fianco di una nazione che combatte per la propria libertà, e ha mantenuto quell’impegno anno dopo anno. Quando la Groenlandia è stata minacciata, l’Europa ha tenuto testa al suo alleato più stretto e, così facendo, ha scoperto capacità che non sapeva di avere.” Lo ha detto Mario Draghi nel corso della cerimonia del Premio Carlo Magno a Aquisgrana. “Persino i partiti che hanno costruito la loro identità sulla sovranità nazionale riconoscono ora che nessuna nazione europea può difenderla da sola”, ha sottolineato.
(da agenzie)

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INTERVISTA ALLA FONDATRICE DELLE PUSSY RIOT: “MOSCA USA L’ITALIA E L’UE PER FINGERE CHE IN RUSSIA ESISTA ANCORA LA LIBERTA’ CULTURALE”

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL BLITZ ALLA BIENNALE, IL CARCERE. L’ESILIO

“Sono da sempre di sinistra, il balaclava rosso delle Pussy Riot si ispira allo zapatismo e al subcomandante Marcos. Ma mi accusano di essere finanziata dalla CIA perché combatto Putin”. Nadezhda “Nadya” Tolokonnikova si sente privata anche della patria politica, oltre che della sua Russia. Musicista, artista concettuale e attivista politica, Nadya è la fondatrice del collettivo femminista Pussy Riot. È diventata un simbolo globale della dissidenza anti-Putin dopo essere stata condannata nel 2012 a due anni di colonia penale per una performance di protesta nella cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca. Oggi vive in esilio e continua a unire arte, femminismo e attivismo contro l’autoritarismo russo.
“La nostra azione alla Biennale di Venezia era arte”, spiega Nadya a Fanpage.it. Il blitz antagonista delle Pussy Riot davanti al padiglione della Russia di Putin è stato seguito dal terremoto e dai licenziamenti al ministero della Cultura. Non è dato
sapere quanto abbia contribuito. Di sicuro, la performance punk ha fatto del “pasticcio” deplorato dal ministro Giuli un disastro mediatico da antologia. “Col ritorno della Russia la Biennale rischia di diventare irrilevante”, ha titolato il Financial Times a tutta pagina su una grande foto dell’irruzione, pugni chiusi in primo piano. “Biennale Riot” era invece il taglio centrale in prima pagina della Stampa. E via dicendo.
Nadya, avete assaltato la Biennale e immediatamente si è parlato solo delle Pussy Riot e non delle opere esposte. La vostra irruzione era un’opera d’arte?
“Sì, certo. Le Pussy Riot sono sempre state un collettivo artistico. Il nostro linguaggio è quello della performance e dell’“actionism”: arte come azione politica nello spazio pubblico. Anche quello alla Biennale di Venezia era un gesto artistico”.
Se fossi incaricata di creare il padiglione russo del 2028, cosa vedrebbero i visitatori?
“Vedrebbero opere realizzate da prigionieri politici, da oppositori del regime. Possono essere anche post sui social. O disegni e piccoli oggetti creati in carcere. Molte opere sono minuscole, perché devono essere fatte uscire di nascosto dalle celle”.
Come?
“Attraverso gli avvocati, i parenti, gli assistenti volontari. È un processo complicato: bisogna prima far uscire l’opera dal carcere e poi dalla Russia. E se vieni fermato rischi un procedimento penale. Sono piccoli artefatti che raccontano storie enormi”.
Qual è la prima cosa che il carcere cerca di uccidere in una persona?
“La libertà interiore. Il carcere ti toglie la libertà fisica, ma non si ferma lì. Cerca di distruggere anche quella mentale, costringendoti a lavorare per ore in condizioni terribili, immergendoti continuamente nella paura e nell’aggressività. Alla fine il sistema prova a ridurti a una creatura spaventata, incapace perfino di immaginare qualcosa di diverso”.
Hai minacciato di denunciare il padiglione russo…alle autorità russe. Perché ha mostrato un video delle Pussy Riot, cosa proibita dal regime. Di che li accusi, davvero
“Ipocrisia e appropriazione. Parole che descrivono il regime di Putin. È paradossale che usino immagini e opere di persone che continuano a perseguitare. Io ho passato quasi due anni in carcere e ho ancora procedimenti penali aperti, in Russia. Le Pussy Riot sono state dichiarate “organizzazione estremista”. Questo significa che condividere le nostre immagini, sostenere pubblicamente il nostro lavoro o persino dire che apprezzi la nostra arte può diventare un reato
Ma il Cremlino usa l’Italia e l’Europa per fingere che in Russia esista ancora libertà culturale. Ho voluto riportare questa contraddizione alla realtà: in Russia non si potrebbe nemmeno guardare quel materiale senza rischiare il carcere”.
La Russia sta combattendo la guerra ibrida anche attraverso la cultura
“Sì, e lo fa in modo molto intelligente. Quella di Putin è una nuova forma di dittatura: continua a definirsi democrazia e parla di libertà d’espressione mentre reprime chi dissente. È questo che rende il sistema così pericoloso: chi lo sostiene può dire di stare difendendo la libertà contro la censura occidentale. A volte ho la sensazione che usino la cultura per manipolare psicologicamente anche me. Il guaio è che in molti finiscono davvero per credere che Putin sia il leader della lotta contro la censura”.
Tanti giovani in Italia criticano il neoliberismo e l’ipocrisia occidentale…
“A chi lo dici, è quel che faccio da quando avevo sedici anni…”.
Ma il fatto è che spesso vedono la Russia di Putin come un contrappeso legittimo al sistema neoliberale dell’Occidente.
“Il regime di Putin economicamente fa parte dello stesso sistema contro cui queste persone credono di ribellarsi. È una vecchia storia: chi rifiuta il proprio sistema politico spesso finisce per idealizzare un dittatore “alternativo”. È successo anche nel Novecento. Amo Jean-Paul Sartre (Nadya ha studiato filosofia all’università statale Lomonosov di Mosca, ndr) ma anche lui rimase intrappolato in questa logica, lodando l’Unione Sovietica che però perseguitava intellettuali e filosofi.
Io sono sempre stata di sinistra. L’immaginario dei balaclava rossi delle Pussy Riot viene dagli zapatisti e dal subcomandante Marcos. Ma oggi mi sento politicamente senza patria, perché molti ambienti che consideravo “miei” mi accusano di essere finanziata dalla CIA solo perché combatto Putin”§
Cosa diresti a una giovane progressista europea che vede il Cremlino come un alleato del Sud globale?
“Non vedo nessun vero sostegno al Sud globale da parte della Russia. Vedo sfruttamento economico e violenza. In Africa, la Russia si comporta come qualsiasi altra potenza predatoria. Spesso peggio. Giornalisti che indagavano sulle attività dei mercenari russi nella Repubblica Centrafricana sono stati uccisi. E il Cremlino reprime anche le comunità native delle diverse regioni della Federazione. Attiviste e attivisti per i loro diritti vengono arrestati, mentre il governo sfrutta l’immagine dei nativi a fini propagandistici. Vengono trattate come figure simboliche, per mostrare una falsa immagine di inclusione. La Russia è profondamente razzista. Un problema mai affrontato seriamente dal potere. Ogni Paese ha il suo lato oscuro. Ma in Russia il razzismo è spesso legittimato dallo Stato, che allo stesso tempo pretende di presentarsi come anti-coloniale. È una contraddizione enorme”.
Sei una femminista. Perché i regimi autoritari sono così ossessionati dal controllo del corpo femminile, dalla sessualità e dai “valori familiari”? Com’è oggi la condizione delle donne in Russia?”Non è più sicuro essere femministe in Russia. Prima del 2022 si poteva ancora parlare di diritti delle donne senza entrare direttamente in conflitto col potere. Ora non più. Il regime ha bisogno di nuovi corpi da mandare in guerra e quindi glorifica la maternità. Incoraggia persino le adolescenti ad avere figli. Si viene educate fin da piccole a pensarsi prima di tutto come future madri. Succede in molti sistemi autoritari: il controllo del corpo della donna diventa uno strumento politico”Quando hai iniziato nei collettivi artistici antagonisti cercavi il cambiamento politico o la libertà personale”Per me le due cose sono inseparabili. Fin da adolescente ho capito che libertà personale e libertà politica si intrecciano continuamente. La performance era anche un modo per liberarmi dai condizionamenti imposti alle femmine. Sono cresciuta negli anni ’90, che pure furono un periodo relativamente libero per le donne russe. Ma mi era stato insegnato che il sesso fosse qualcosa di sporco e che una donna dovesse stare zitta e non occupare troppo spazio. Attraverso l’arte e l’attivismo ho imparato a essere “troppo”: troppo rumorosa, troppo visibile, troppo presente”.
Sei su OnlyFans. La cosa ha schoccato chi voleva vederti solo come dissidente. Capitalismo digitale, sfruttamento del corpo femminile o dichiarazione politica sul corpo e l’autonomia?
“È una continuazione della mia esplorazione della sessualità, dei confini personali e del consenso. È uno spazio dove posso parlare apertamente di cose che normalmente vengono considerate tabù. Mi capita di dover spiegare a certi uomini il significato del consenso e dei limiti personali. C’è anche un elemento di gioco e di esplorazione del desiderio femminile, del potere e dei ruoli imposti dal patriarcato. E poi c’è l’aspetto pratico: mi garantisce indipendenza economica. Dedico tutte le mie energie all’arte, alla musica, all’attivismo e a mia figlia. Non voglio perdere tempo a inseguire finanziamenti o assegni di ricerca. E quei famosi soldi della CIA mica li ho mai visti, uffa”.

(da Fanpage”!

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GERUSALEMME, MIGLIAIA DI PALESTINESI CACCIATI DALE CASE PER FAR POSTO A ISRAELIANI: “PULIZIA ETNICA LEGALIZZATA”

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LE VITTIME SONO OLTRE 2.200 PALESTINESI, 240 LE FAMIGLIE COINVOLTE

“I nostri occhi rimarranno sempre puntati su Silwan, anche se verremo tutti cacciati”. Il riferimento è al progetto “I Witness Silwan” (ho visto Silwan), progetto artistico pubblico e internazionale iniziato nel 2015. La campagna mira a sostenere la resistenza degli abitanti del paese e denunciare le responsabilità degli sfratti in corso. Si vuole invertire la prospettiva del controllo orwelliano di cui i residenti palestinesi sono vittime. Per farlo si rivolge lo sguardo di cittadini e storiche figure legate alla resistenza verso gli occupanti e i loro crimini. Per questo, a partire dal 2015, sui muri delle case sono comparsi murales e stampe che raffigurano gli occhi di Milad Ayyash, 17 anni, ucciso dai coloni a Silwan nel 2011. Così come quelli di Umm Nasser, che qui ha cresciuto undici figli. Insieme ai loro, quelli di Che Guevara, Sigmund Freud, George Floyd, Rachel Corrie, Ghassan Kanafani, Hamed Moussa e molti altri.
Kayed Rajabi, 50 anni, ci accoglie sul terrazzo di casa. L’ultimo ordine di sfratto che ha ricevuto verrà implementato tra meno di dieci giorni. La sua battaglia legale, come quella dell’intera sua comunità, è durata oltre undici anni. “Dopo l’inizio del genocidio a Gaza, la violenza dell’offensiva da parte del governo e dei coloni nel quartiere di Baten al-Hawa è accelerata. Qui vogliono che abbandoniamo le nostre case per offrirle ai coloni. Nella zona di al Bustan le stanno invece demolendo per far loro posto”.
Siamo a Silwan, villaggio a sud della città vecchia di Gerusalemme. Solo in quest’area verranno presto sfrattate 150 famiglie, circa 1500 persone, dal quartiere di Baten al-Hawa. Altri novanta nuclei familiari, che comprendono circa 700 individui, da quello di al-Bustan. Altre espulsioni sono in programma nel vicino villaggio di Sheikh Jarrah. Da entrambi i paesi si raggiungono la Cupola della Roccia e la spianata delle Moschee in meno di mezz’ora a piedi. Si tratta del terzo
luogo più sacro dell’Islam, ma il primo per i palestinesi, in quanto si trova a Gerusalemme, capitale dello Stato di Palestina.
Parla il Dr. Raed Yousef Basbous, 49 anni, quattro tra figli e figlie, PhD in scienze informatiche, che insegna all’Università Al-Quds di Gerusalemme e ha tenuto conferenze anche in Italia: “Questo è il cuore pulsante del piano sionista di pulizia etnica di Gerusalemme Est. Il tutto avviene nella legalità, solo secondo la legge israeliana naturalmente. Quanto accade qui è una componente cruciale della strategia d’insediamento in atto in Cisgiordania”.
La sua famiglia è originaria di un villaggio vicino a Hebron chiamato Al-Darwayima. Qui, durante la Nakba del 1948, l’esercito israeliano condusse un massacro che costò la vita a centinaia di persone. Moltissime delle vittime erano donne e bambini, le cifre variano a seconda delle fonti storiografiche. Si tratta di un minimo di 100 a più di 200 civili. Ma secondo il capo del villaggio Mukhtar Hassan, sopravvissuto al massacro, mancarono all’appello almeno 455 suoi concittadini.
Per questa ragione suo nonno si trasferì a Gerusalemme e nel 1963 acquistò un terreno a Silwan, nel quartiere Batan al-Hawa. Qui costruì la casa dove suo nipote ha vissuto con la sua famiglia fino al 25 marzo 2026, prima di essere sfrattato. I primi ordini di sfratto per i residenti di Batan al-Hawa vennero notificati nel 2015. Per la famiglia Basbous e altri 26 nuclei la lotta per la casa è stata persa con la notifica dell’ordine di sfratto definitivo di inizio 2025. Sei mesi di tempo per abbandonare gli stabili e lasciarli liberi per i nuovi inquilini israeliani.
Raed Yousef Basbous: “Dopo il dominio ottomano, che finì nel 1917, nell’area di Gerusalemme si susseguirono diversi mandati di governo. Il periodo coloniale britannico, fino al 1948. Quello giordano, e solo dopo la guerra del 1967 gli israeliani presero illegalmente il controllo giuridico di quest’area”. “Oggi – continua – è l’associazione Ateret Cohanim a fare pressione sul governo per reinsediare la popolazione ebrea a Gerusalemme Est. Abbiamo domandato se ci fossero discendenti di quelle famiglie ebree che abitavano qui per via delle leggi del sultano ottomano emanate nell’800. Le leggi che oggi vengono riesumate. Ci è stato risposto che al momento il sultano è Israele. Nessuno dei rappresentanti di quelle
famiglie ebree è coinvolto nel processo legale. Vogliono solo che la proprietà dei terreni ritorni a cittadini israeliani”.
“Per incoraggiare i coloni ad abitare qui il governo offre loro lavoro e affitti simbolici per vivere nelle nostre case. Il loro compito è avviare le cause legali contro di noi per evitare che debba essere il governo a farlo al posto loro”, continua Yousef Basbous, che poi aggiunge: “Quasi sempre arrivano dall’estero, America ed Europa. Sono spesso giovanissimi e non conoscono la situazione qui. Vengono attratti con gli incentivi perché è raro trovare cittadini israeliani che vogliono trasferirsi in queste zone. La famiglia che sta occupando la mia casa a Silwan in questo momento non paga nulla per l’affitto. Sono stati invitati a venire e occupare legalmente”.
E poi conclude: “Rivolgendomi alla polizia, mentre venivo sfrattato, ho menzionato il ragazzo che stava prendendo il posto della mia famiglia chiamandolo colono. Sono stato ripreso dall’ufficiale che mi ha detto: lui non è un colono, è il nuovo proprietario di casa. Avrà avuto massimo 19 o 20 anni”.
Alla base dell’offensiva legale iniziata nel 2001 c’è l’azione dell’organizzazione no profit citata dal Dr. Basbous, la Ateret Cohanim fondata nel 1978. Il suo leader è Mati Dan e la maggior parte dei fondi arrivano dalle attività del businessman Irving Moskowitz e della moglie Cherna Moskowitz, entrambi attivi nell’acquisto di terre per ristabilire la predominanza ebraica a Gerusalemme.
Il sito web di questa organizzazione recita nella home page: “riprendere, reclamare e ricostruire una Gerusalemme unitaria”. Poi, si definisce leader nel settore della bonifica di quest’area da oltre 40 anni. Poco sotto chiedono donazioni.
La questione della “legge per il ritorno per gli ebrei”, come la definiscono con amara ironia i palestinesi, o Legge sulle Questioni Legali e Amministrative, era già stata esaminata dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Ciò avvenne durante la quarantasettesima sessione del giugno 2021, grazie alla dichiarazione scritta del Cairo Institute for Human Rights, ONG con status consultivo presso l’ONU. Allora si riuscì a portare all’attenzione del Consiglio il tema dei trasferimenti forzati in corso a Gerusalemme Est, Silwan e a Sheikh Jarrah.
Cinque anni fa la tensione culminò nella guerra di undici giorni tra Israele e Hamas nel maggio 2021. Il clima che portò al conflitto montò proprio a causa della
situazione a Gerusalemme Est, Silwan e Sheikh Jarrah compresi, delle restrizioni imposte ai fedeli durante il Ramadan (aprile-maggio 2021) e degli scontri avvenuti nella Spianata delle Moschee tra il 7 e il 10 maggio. Centinaia di palestinesi persero la vita durante i bombardamenti, molti erano bambini e migliaia furono i feriti. Le vittime israeliane ammontarono a 12, più di 200 i feriti.
La situazione politica in Israele era instabile. Le proteste legate alle espulsioni nell’area di Gerusalemme Est scoppiarono durante il quarto mandato Netanyahu che durò solo un anno. La questione venne poi ereditata dal governo Bennett-Lapid nel giugno 2021. L’esposizione mediatica legata al recente conflitto, unita a quella miscela di attivismo palestinese e presenza internazionale sul campo, fece optare il nuovo esecutivo per il congelamento dei processi di espulsione.
Tale decisione venne ufficializzata dalla Corte Suprema tramite una sentenza che prevedeva la possibilità per i palestinesi di restare nelle loro case. Il patto prevedeva che pagassero l’affitto ai coloni che li volevano sfrattare. Questo diktat venne rigettato dalle comunità coinvolte in quanto avrebbe significato ammettere che la proprietà delle case costruite dai loro padri e nonni fosse, de facto, dei coloni.
Oggi le frange più estremiste al potere in Israele hanno riportato in auge la questione. L’attenzione mediatica internazionale è concentrata altrove, Iran, Gaza e Ucraina in testa, e un numero esiguo di attivisti internazionali è presente sul campo a causa dei molteplici conflitti in corso da anni nella regione del Levante. Per questo motivo gli sfratti sono iniziati nel silenzio collettivo.
Kayed Rajabi: “La mia famiglia vive a Baten al Hawa da sessanta anni. Siamo stati sfrattati dal quartiere di Sharafat, Gerusalemme Est, dopo la guerra del 1967, non lontano dall’area dove fondarono la colonia di Gilo, nel 1971. Per questo motivo mio nonno e mio padre comprarono questo terreno a Silwan e costruirono la casa dove ci troviamo ora”.
Nel 2015 dai tribunali israeliani arrivò l’ordine di sgombero. Nel documento si menziona che intorno alla metà dell’800 i proprietari di questi terreni erano ebrei yemeniti. Per questo motivo pretendono che la terra debba tornare ad appartenere agli ebrei”.
“Il caso è passato dal tribunale di primo grado a quello distrettuale fino alla Corte Suprema. Ci è stata offerta una compensazione in denaro sulla base del valore del terreno. L’abbiamo rifiutata. Nelle stanze di questa casa ho i ricordi di una vita, da quando ci giocavo da bambino fino ad oggi dove a giocarci sono i miei figli”. Quanto dichiarato da Kayed Rajabi è esemplare dell’asimmetria legale che tutela le due comunità, israeliani e palestinesi.
Nel congedarsi il Dr. Raed Yousef Basbous si dice grato di aver potuto condividere la sua esperienza. Si augura che ciò possa attirare l’attenzione internazionale. Con il suo appello vuole amplificare il grido d’aiuto di Silwan e di tutti i palestinesi vittime del colonialismo d’insediamento che Israele perpetra illegalmente in Palestina.
(da Fanpage)

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NUOVI PROGRAMMI DI FILOSOFIA SENZA MARK E SPINOZA

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

CACCIARI: “ATTO DI SCEMENZA, VALDITARA CHIEDA SCUSA”

“Spero che il ministro chieda scusa per aver tirato fuori questa direttiva, se sono seri faranno così”. Con queste parole il filosofo Massimo Cacciari commenta a Fanpage.it la vicenda relativa alle nuove Indicazioni nazionali, destinate ai licei italiani, per l’insegnamento della filosofia. Nei giorni scorsi, le linee guida emanate dal ministero dell’Istruzione e del Merito, guidato da Giuseppe Valditara, avevano acceso il dibattito pubblico per l’assenza di alcuni filosofi considerati “giganti del pensiero critico”, tra cui Marx e Spinoza. Cacciari, insieme ad altri sessanta docenti universitari, è firmatario di una lettera aperta, indirizzata al ministero, nella quale vengono criticate duramente le scelte contenute nel documento.
Le indicazioni del ministero dell’Istruzione
Nel messaggio pubblico sottoscritto da Massimo Cacciari e da altri colleghi, tra cui anche Giuseppe Licata e Gaetano Lettieri, il gruppo di docenti universitari mette in luce l’assenza, nel documento ministeriale, di alcuni dei filosofi più importanti dei secoli scorsi: Spinoza, Leibniz, Marx, Schelling, Fichte e, per quanto riguarda il pensiero critico, la possibilità di scegliere discrezionalmente tra Hobbes, Locke e Rousseau. I sessanta firmatari spiegano che “si trova il modo di sostituire gli autori appena menzionati con una non meglio specificata ‘filosofia italiana dell’Ottocento'” che non ritengono “davvero così rilevante al cospetto dei classici fatti rimuovere”. Di fronte a questa riformulazione dei programmi scolastici,
Cacciari dice a Fanpage.it che spera si tratti “semplicemente di una scemenza uscita da qualche buco ministeriale e che il ministro possa correggere al più presto”.
Per Cacciari è “un atto di scemenza”
Secondo quanto riportato nella lettera aperta firmata Cacciari e gli altri – che è diventata anche una petizione online – la composizione della lista indirizzata agli istituti superiori di secondo grado, definita “quantomeno bizzarra”, appare come uno degli ultimi tasselli di un progetto di “egemonia culturale di un governo in ritirata” che i sessanta studiosi paragonano a una “polpetta avvelenata al mondo della scuola, ai docenti e, soprattutto, alle nuove generazioni”. Per il filosofo veneziano, “non può essere considerata una discriminazione politica dire che non vanno studiati Spinoza o Leibniz, è semplicemente un atto di scemenza”.
“Il ministro lasci fare ai docenti”
Dal ministero, nelle scorse ore, è arrivata una replica alla lettera attraverso le parole di Loredana Perla, presidente della Commissione per la revisione dei programmi scolastici, che ha ribadito la natura del documento come indicazioni e non imposizioni, sottolineando come il dicastero guidato da Giuseppe Valditara lasci “alla libertà e all’esperienza del docente di costruire il percorso di studi”. Su questa impostazione, in parte, concorda anche Cacciari, che a Fanpage.it spiega che, nella sua visione, “se lasciassero fare ai docenti sarebbe meglio” e che “se ci fosse veramente autonomia scolastica su queste cose e non si mettessero di mezzo la politica o i ministeriali sarebbe infinitamente meglio”. Per questo, conclude il filosofo, “spero che il ministro o qualcuno dica ‘sì, scusate, qualche povero scemo ha tirato fuori questa direttiva’. Se sono seri faranno così”.

(da Fanpage)

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DOPO 4 ANNI DI GOVERNO PER MELONI E’ ANCORA COLPA DEGLI ALTRI

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

L’UNDERDOG USA ANCORA IL VITTIMISMO

La politica non è una materia semplice. Richiede preparazione e, soprattutto, la capacità di gestire il potere, in particolare quando lo si esercita dai palazzi romani. Giorgia Meloni ne è consapevole. Nonostante si sia sempre definita un underdog, ovvero una figura che si è costruita autonomamente venendo dall’esterno, la sua storia racconta una crescita costante dentro le istituzioni. Ha compiuto l’intera gavetta politica, dalla militanza nella giovanile di Alleanza Nazionale fino a diventare, giovanissima, ministra di un governo Berlusconi.
Dallo studio all’opposizione alla Presidenza del Consiglio
Dopo aver fondato il proprio partito, Meloni ha studiato a lungo il funzionamento della macchina statale. Dai banchi dell’opposizione ha attaccato i governi che si sono succeduti, fino a ottenere la guida del primo partito italiano e la maggioranza relativa. Il prossimo 22 ottobre il suo esecutivo raggiungerà i quattro anni di attività. In questa cornice si è svolto il primo Premier Time, l’appuntamento in cui la Presidente del Consiglio risponde direttamente alle interrogazioni di maggioranza e opposizione.
Il confronto parlamentare e le critiche dei leader
Mentre dalla maggioranza sono giunti elogi e difese contro le cosiddette fake news, dalle opposizioni sono arrivati attacchi duri. Tra gli interventi si segnalano quelli di Calenda, leader di un’opposizione che è stata spesso definita una stampella dialogante per l’esecutivo, ma anche quelli di Renzi e Boccia. La critica centrale riguarda lo scollamento tra la narrazione governativa, secondo cui tutto procede per il meglio, e la realtà di una linea politica che appare schiacciata da Trump o ininfluente a livello internazionale.
Il bilancio dopo quattro anni e le giustificazioni del governo
Secondo Meloni, l’operato del governo rispecchia esattamente gli obiettivi prefissati, nonostante le promesse elettorali sulle accise e sull’interesse nazionale. La strategia difensiva attuale punta a escludere responsabilità dirette dell’esecutivo per i problemi esistenti, attribuendoli a fattori esterni come il buco del Superbonus o la crisi internazionale. Tuttavia, a quasi quattro anni dall’insediamento, ci si attendeva un bilancio differente. La politica, nel passaggio dalla critica dell’opposizione alle decisioni difficili di Palazzo Chigi, si è rivelata una sfida estremamente complessa.
(da Fanpage)

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