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LA SCIAGURATA GUERRA DI DONALD HA MANDATO IN FRANTUMI IL PARTITO REPUBBLICANO: ALLA CPAC, LA RIUNIONE DELLA PIÙ POTENTE LOBBY CONSERVATRICE NEGLI USA, IL PUBBLICO INVOCA L’IMPEACHMENT DI TRUMP (CHE PER LA PRIMA VOLTA IN 10 ANNI HA DISERTATO LA KERMESSE)

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

I CONSERVATORI AMERICANI SI SENTONO TRADITI DAL COATTO DELLA CASA BIANCA, CHE AVEVA PROMESSO DI PORRE FINE ALLE GUERRE INFINITE IN MEDIORIENTE… LA SITUAZIONE POTREBBE PEGGIORARE: SE SCORRERÀ SANGUE AMERICANO IN IRAN, SARANNO CAZZI AMARI PER TRUMP ALLE MIDTERM DI NOVEMBRE

Il momento più imbarazzante, non l’unico per la verità, arriva a sorpresa nel mezzo del dibattito. Il capo della Conservative Political Action Conference, Matt Schalpp, domanda al pubblico: «Volete il terzo impeachment Trump?». E’ un esercizio retorico, per suscitare sdegno e mobilitare in vista delle midterm di novembre. La risposta però è sì, o quanto meno la reazione entusiastica suscita perplessità.
Allora Schlapp cerca la marcia indietro: «No, la risposta giusta non è questa. Proviamo di nuovo: quanti di voi vorrebbero vedere di nuovo l’impeachment?». Niente da fare. La gente ha capito, ma la reazione resta tiepida.
L’impressione palpabile nelle sale del Gaylord Resort di Grapevine, dove quest’anno Schalpp ha trasferito la riunione annuale della più potente lobby conservatrice negli Usa, è che qualcosa non quadra. Trump non è venuto, per la prima volta in dieci anni; la partecipazione è bassa, le perplessità abbondano. La prima riguarda l’Iran, attaccato dal presidente che si era candidato promettendo di smetterla con le guerre infinite in Medio Oriente.
Il suo ex consigliere Steve Bannon aveva avvertito che non bisognava attaccare l’Iran per fare un piacere a Israele. «Ora che ci siamo dentro – dice dal palco dove tiene il podcast War Room – dobbiamo vincere. Per riuscirci però è necessario chiarire obiettivi e strategia, soprattutto perché andiamo verso l’invio dei nostri figli a combattere. I genitori vogliono sapere come e perché». E qui scatta un altro episodio significativo
Dal palco i conduttori di War Room lanciano un sondaggio vocale improvvisato: «Abbiamo due ipotesi: bombardare e andarcene; o mandare i nostri ragazzi sul terreno per cambiare il regime. Chi favorisce la prima?». Urla di approvazione si alzano dal pubblico. «E chi favorisce la seconda?». Silenzio, quasi assoluto.
Allora Ahmed Aghoubi, spettatore avvolto nella bandiera dello scià, alza la voce: «Siete ignoranti. Questa non è una guerra, ma una missione per la libertà e dovreste appoggiarla. Il regime vuole distruggere l’America, per farlo cadere bisogna combattere a terra». Gli animi si scaldano e i conduttori chiedono: «Manderesti i tuoi figli a morire in Iran?». Ahmed urla: «Certo! Ci andrei pure io». Allora David Durbin, del Partito repubblicano locale, lo apostrofa: «”Ecco, bravo, allora vacci tu. Se gli iraniani vogliono cambiare il proprio governo, tocca a loro farlo».
Perplessità a parte, quando Reza Phalavi sale sul palco viene accolto dagli appalusi: «Combattiamo per tutti. Immaginate un Iran che invece di dire “morte all’America” dica “Dio benedica l’America”‘, amico di Israele. Bisogna allargare gli accordi di Abramo agli accordi di Ciro».
Il principe ereditario risponde a chi non vuole morire per il suo paese: «Gli iraniani hanno pagato con 40.000 morti la voglia di libertà, cambiare un tiranno con un altro non risolverà nulla. Dobbiamo finire il lavoro. Il colpo finale lo daranno gli iraniani, al momento giusto li inciterò ad insorgere».
Lui si candida alla guida, anche se Trump non si fida: «Milioni mi hanno chiesto di gestire la transizione e ho accettato. A voi chiediamo di creare le condizioni. Quest’anno si celebrano i 250 anni dell’indipendenza degli Usa, speriamo coincidano con la nostra indipendenza». L’impressione è che la guerra, sommata ai problemi economici che genera, rischia di diventare una frattura fra Trump e la base. «Non è questa – protesta Durbin – la ragione per cui lo abbiamo eletto», anche se Donald non ha l’ambizione dei neocon di esportare democrazia.
(da agenzie)

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E’ TORNATO IL CAMALE-CONTE: L’EX PREMIER INIZIA A STRAMBARE LE SUE POSIZIONI PACI-FINTE SULL’UCRAINA, CONFERMANDO IL SOSTEGNO A KIEV IN CASO DI RITORNO AL GOVERNO

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

E PER MARCARE IL SUO PERCORSO DI AVVICINAMENTO AL PD, AGGIUNGE UN ALTRO PAIO DI TASSELLI: SULLA DIFESA COMUNE (CHE “È ASSOLUTAMENTE NECESSARIA”) E SUL SUPERAMENTO DELL’UNANIMITÀ IN EUROPA (“DIVENTATA LO STRUMENTO PER CONCRETIZZARE UN’INERZIA TOTALE”)

Dopo averle evocate a urne del referendum ancora calde, ora Elly Schlein e Giuseppe Conte sembrano frenare: «Prima il programma, poi le primarie». Ma si capisce che è una finzione. La schiacciante vittoria del no alla riforma della giustizia ha dato ufficialmente il via alla corsa per la leadership progressista che vale la candidatura a premier. Ambita in egual misura dai due maggiori azionisti della coalizione, per nulla intenzionati a cederla l’uno all’altra, e viceversa. Al punto da spingere, in particolare il capo del M5s, a ridurre le distanze sui temi risultati fin qui più divisivi.
Bastava ascoltare l’ex premier giallorosso alla convention organizzata da Riccardo Magi a Roma per valutare il tasso di fedeltà alla Ue degli alleati. «Il campo liberal-progressista deve essere un campo europeo» a partire da «cose per noi imprescindibili» come «il sostegno all’Ucraina, anche militare», precisa in apertura il segretario di +Europa.
«Se noi saremo al governo non verrà mai meno, perché la difesa dell’Ucraina è la difesa dell’Europa», ribadisce all’indirizzo di quanti, nel Movimento, hanno invocato lo stop all’invio di armi in caso di cambio della guardia a palazzo Chigi.
«Poniamo questa questione a tutti i leader del centrosinistra perché crediamo che debba essere un tratto unificante e distintivo», conclude Magi
Una chiamata esplicita a Conte. Che non si sottrae: anziché giocare a distinguersi, prova a correggere la rotta. Sorvola sui suoi no alle forniture militari, mai citati. E archivia ogni ambiguità sulle presunte simpatie per Mosca.
«Sul conflitto russo-ucraino abbiamo sensibilità diverse, ma ci sono dei passaggi che si devono modificare», premette l’avvocato per rivendicare un percorso di avvicinamento in realtà già avviato con «la risoluzione comune da me proposta in Parlamento», anche se poi sfumata, «in cui si riconosceva che l’aggressione russa va sanzionata. Di fronte a un allettante e conveniente prezzo del gas russo», scandisce in uno dei passaggi-chiave, «non lo dobbiamo acquistare fino a quando non ci sarà un trattato di pace».
Pace che non si può fare «senza l’Europa», puntualizza. «Lavoriamo per questa svolta negoziale, cerchiamo di difendere con le unghie e coi denti la popolazione ucraina, ma mettiamo fine al conflitto perché l’escalation militare non può durare all’infinito», insiste. E per far capire come la sua posizione sia simile a quella del Pd più di quanto si pensi, aggiunge pure un altro paio di tasselli: sulla difesa comune che «è assolutamente necessaria» e sul superamento dell’unanimità, «diventata lo strumento per concretizzare un’inerzia totale».
Soddisfatti i riformisti dem: «È positivo che oggi il leader 5S abbia fatto retromarcia e sconfessato i suoi che minacciavano la fine del sostegno all’Ucraina e l’apertura al gas russo», twitta Filippo Sensi. Ma di più lo è Schlein: in fondo, se Conte ha cambiato postura, se è diventato più conciliante sulla politica estera, lo si deve anche a lei e al suo partito, rimasti granitici sulla difesa di Kiev.
Prove tecniche d’intesa che non passano inosservate. «Bene la svolta di Conte sull’Europa, ora primarie», esorta il senatore renziano Enrico Borghi. Ma Ernesto Ruffini, il centrista già pronto alla sfida, avvisa: «Non devono diventare un talent show: prima serve un accordo su regole, apertura e visione di Paese»
(da agenzie)

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IL CERCHIO DI ARCORE SI STRINGE INTORNO A TAJANI, CHE RESTA COME LEADERINO COMMISSARIATO (CON DUE GUERRE IN CORSO NON SI PUO’ MANDARE VIA IL VICEPREMIER E MINISTRO DEGLI ESTERI)

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

MARINA BERLUSCONI, DOPO LA CACCIATA DI GASPARRI, ORA PUNTA A DEFENESTRARE BARELLI DA CAPOGRUPPO ALLA CAMERA – TAJANI, CHE SI E’ SFOGATO CON GIANNI LETTA (“SE SI VA AVANTI COSÌ, SI DISTRUGGE FORZA ITALIA”) HA MINACCIATO LE DIMISSIONI NEL CASO DI SILURAMENTO DI BARELLI, CHE E’ SUO CONSUOCERO

“Se si va avanti così, si distrugge Forza Italia», è lo sfogo di Antonio Tajani. Il segretario degli azzurri e vicepremier ha parlato con un “grande vecchio” come Gianni Letta, un po’ per un confronto dopo le vicissitudini post-referendarie e un po’ per far arrivare la sua riflessione su a Milano.
«Con questa modalità ci siamo messi da soli sul banco degli imputati», si è lamentato Tajani. Dopo il terremoto al Senato con Maurizio Gasparri “dimissionato” da capogruppo, la prossima settimana di Forza Italia doveva essere più riflessiva, per così dire. Anche se il capogruppo alla Camera Paolo Barelli resta un indiziato speciale in quanto a prossimo sostituito. La famiglia Berlusconi ha dimostrato che volendo in 15 ore può imporre un cambiamento forte ai vertici del partito
E adesso? Tajani a giorni incontrerà personalmente Marina Berlusconi a Milano. La quale a sua volta si confronterà con altri big del partito, come i ministri Elisabetta Casellati e Paolo Zangrillo (il cui silenzio di questi giorni non è passato inosservato).
La sconfitta del referendum sta destabilizzando l’attuale struttura. Sostituito Gasparri con Stefania Craxi, alla Camera su 54 deputati gli unici pronti a battersi in difesa di Barelli sono 11. Il doppio quelli pronti a firmare un documento per chiederne la sostituzione. Gli altri silenti
Tajani sta difendendo l’assalto al capogruppo a Montecitorio (sono anche consuoceri), tre giorni fa ha addirittura evocato le sue dimissioni in caso di defenestrazione di Barelli, ma tutto dipenderà dalle indicazioni che arriveranno dalla “family”. La quale da tempo si chiede un cambio di marcia e un’identità più riconoscibile e innovativa al partito.
Tajani incontrerà i segretari provinciali la prossima settimana e poi dopo le feste è prevista una segreteria nazionale. Una “esterna” come Francesca Pascale, che ha un filo diretto con Marina Berlusconi, sta facendo un po’ da grillo parlante, con parole che girano di chat in chat: «Questa storia delle tessere è fasulla sono pilotate e servono a questa classe dirigente della vecchia politica a chiudersi, servono a Tajani e ai suoi amici coordinatori regionali a essere riconfermati: Meloni ha il 30 per cento e 250 mila iscritti, Fi con il 6-7 per cento ha lo stesso bacino. Chiaro che qualcosa non torna. Questa situazione offende la memoria di Berlusconi, il quale era il primo a prendere le distanze dai partiti fatti col tesseramento».
Di sfondo, soprattutto, ci sono le Politiche del 2027. Le candidature delle scorse elezioni furono gestite da Tajani con i capigruppo. Cambiare i capigruppo, significherebbe cambiare le logiche di individuazione dei nuovi, possibili, eletti
nelle due Camere. Per fare una nuova Fi, più giovane e dinamica E da Milano sono decisi a una iniezione di “freschezza”.
Alla Camera Gli oppositori ipotizzano una raccolta firme per la sostituzione di Barelli Mentre dentro Forza Italia divampano tanti piccoli fuochi nelle regioni (Sicilia, Puglia, Abruzzo, Piemonte, Lombardia, Liguria) a Roma si tenta la ricomposizione. Tajani resta molto arrabbiato. «Adesso si diano tutti una calmata — ha riferito ai suoi —. Siamo in un momento delicato, basta col braccio di ferro quotidiano, non è certo quello che vuole la famiglia Berlusconi».
La «calmata» significa rinunciare alla sostituzione di Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, fedelissimo e cognato del segretario, con uno tra Debora Bergamini, Alessandro Cattaneo, Giorgio Mulè. E in effetti su quel fronte le macchine si sono fermate. Ma mentre Tajani e i suoi confidano che sia uno stop definitivo fino a fine legislatura la minoranza è pronta a riprendere la guerriglia, confidando di avere l’avallo da parte della famiglia del fondatore: «Tanto se Marina vuole, Barelli salta», soffiano.
L’obiettivo, per chi dà a Tajani responsabilità per la sconfitta al referendum e per la performance incolore di Forza Italia un po’ in generale, troppo «schiacciata sul governo», non è tanto sostituire Barelli. Ma fermare i congressi provinciali. I primi della storia di Forza Italia, fissati a partire dal mese prossimo. Per la minoranza un tentativo del segretario «di blindarsi senza tenere nel dovuto conto che il tempo di quel rinnovamento che i fratelli Berlusconi predicano da mesi non si ottiene lacerandosi».
Sui congressi pendono i sospetti di tesseramenti gonfiati, appunto per salvaguardare l’attuale classe dirigente. A dirlo in chiaro, ieri, è stata Francesca Pascale: «I 250 mila tesserati di Forza Italia confrontati con i voti sono un’offesa all’intelligenza degli elettori e alla memoria di Silvio Berlusconi, lontanissimo da quel modello di partito». Ma se la ex compagna del Cavaliere lo dice in chiaro, in tanti fanno questi conti: «Hai decine di migliaia di tesserati a Napoli e perdi 75 a 25? I numeri non tornano». Sull’altro fronte respingono il sospetto: «Il tesseramento è stato regolarissimo. Loro voti non ne hanno affatto e quindi hanno paura di noi».
(da Repubblica)

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IL PROBLEMA NON È TRUMP, SONO GLI AMERICANI. IL “NEW YORK TIMES”: “TRUMP È IL COMPIMENTO DI CIÒ CHE L’AMERICA È SEMPRE STATA, UNA NAZIONE AUTORIZZATA DAI PROPRI MITI A FARE CIÒ CHE VUOLE. TRUMP NON È SPUNTATO DAL NULLA. LE SUE DUE VITTORIE SONO IL RISULTATO DELLE SCELTE COMPIUTE DAGLI AMERICANI E DAI LEADER CHE HANNO ELETTO”

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

“MA NEL CORSO DELLA SUA PRESIDENZA, TRUMP HA RIVELATO UNA MALATTIA PIÙ ANTICA: LA FEDE INCROLLABILE DELL’AMERICA NELLA PROPRIA CAPACITÀ DI MODELLARE IL MONDO A SUO PIACIMENTO, INDIFFERENTE A CIÒ CHE GLI ALTRI POTREBBERO VOLERE”

Come molti altri americani, in questi tempi cupi mi sono trovato a oscillare tra due poli emotivi. A volte mi dico che Donald Trump è una figura unicamente malevola, che ha afferrato leve di potere che nessun presidente precedente aveva mai osato impugnare. La storia non si ferma alla violenza di Stato nelle strade o alle operazioni militari illegali all’estero.
Eppure questa lettura ha i suoi conforti: una volta che Trump uscirà di scena —
come richiedono le leggi della natura, se non quelle della politica — potrà avvenire una qualche restaurazione del progetto democratico e costituzionale americano.
Nei giorni più bui, mi ritrovo invece a propendere per una narrazione più radicale: che Trump sia il compimento di ciò che l’America è sempre stata — una nazione compiaciuta, autorizzata dai propri miti sulla provvidenza e sull’eccezionalismo a fare tutto ciò che vuole.
Trump, dopotutto, non è spuntato dal nulla. Le sue due vittorie sono il risultato delle scelte compiute dagli americani e dai leader che hanno eletto. Se non fosse esistito, la storia avrebbe inventato qualcuno come lui. Anche questa spiegazione offre una sua consolazione: almeno è qualcosa che una mente razionale può afferrare.
Questa oscillazione può dare una sensazione di vertigine. La sconfitta di Trump nel 2020, gli interventi dei tribunali per bloccare alcune delle sue mosse più spregiudicate e la prospettiva di un trionfo democratico alle elezioni di medio termine alimentano la teoria dell’eccezione.
Ma altri sviluppi — la vittoria di Trump nel voto popolare nel 2024, la quasi totale sottomissione del Partito Repubblicano alla sua volontà e la decisione della Corte Suprema di concedergli un’ampia immunità per atti potenzialmente criminali compiuti da presidente — suggeriscono il contrario.
La guerra in Iran ha frantumato questa dicotomia. È certamente il prodotto dell’unica e peculiare imprudenza di Trump, che si getta senza esitazione in un conflitto che i suoi predecessori avevano avuto la saggezza di evitare. Ma è anche il punto di arrivo logico di decenni di storia americana: la dipendenza del Paese dalla tecnologia per combattere guerre a distanza, la convinzione miope di poter plasmare eventi lontani con la forza, il progressivo svuotamento dei limiti costituzionali al potere presidenziale.
Trump è un’anomalia della storia o il suo compimento? La risposta, naturalmente, è entrambe le cose. Ma nel corso della sua presidenza, Trump ha rivelato una malattia molto più antica: la fede incrollabile dell’America nella propria capacità di modellare il mondo a suo piacimento, indifferente a ciò che gli altri potrebbero volere e assolutamente convinta che il proprio piano sia quello giusto. Al di là di Trump, è questa mentalità deformante che noi americani dobbiamo affrontare.
Nel dicembre del 1952, uno studioso scozzese di nome Denis Brogan pubblicò un saggio notevole intitolato The Illusion of American Omnipotence. Scrivendo mentre gli Stati Uniti emergevano come potenza dominante mondiale, Brogan individuò una caratteristica peculiare della mentalità americana.
Gli Stati Uniti, alimentati dai propri miti e fermamente convinti della loro visione del mondo, non riuscivano a vedere le difficoltà, tantomeno la sconfitta, come un motivo per mettere in discussione i propri obiettivi. Il fallimento non derivava mai dalla forza o dalla potenza dei rivali, ma da errori o tradimenti.
“Molti americani, a mio avviso, trovano inconcepibile che una politica americana, annunciata e attuata dal governo americano con il sostegno del popolo americano, non abbia successo immediato”, scriveva Brogan. “Se non lo ha, allora — pensano — deve essere per stupidità o tradimento.” Osservatore attento e ammirato del Paese, Brogan colse qualcosa di essenziale: l’America, nella propria immaginazione, non può fallire; può solo essere tradita.
Nella lotta contro il comunismo globale durante la Guerra Fredda, il Paese ebbe molte occasioni per manifestare questo riflesso. Quando i comunisti vinsero in Cina, ciò fu interpretato come il risultato di errori o tradimenti americani.
La Cina, una civiltà vasta e antica, veniva vista come qualcosa che l’America poteva vincere o perdere. Quel fallimento contribuì ad alimentare la paranoia del maccartismo. Corea, Vietnam e altri disastri più occulti alimentarono ulteriormente recriminazioni, anche dopo la fine dell’era di McCarthy. Il fallimento poteva derivare solo da un tradimento interno, un’idea che paradossalmente rafforzava l’illusione di onnipotenza.
Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, l’America ebbe l’occasione di sperimentare appieno il peso della propria potenza. Aveva sconfitto il “male impero” e si trovava sola come nazione più potente mai esistita, con i suoi fallimenti passati riassorbiti in una narrazione di successo.
La rapida e decisiva vittoria nella guerra del Golfo fu una dimostrazione della superiorità militare americana. Gli Stati Uniti si sarebbero trasformati nel “poliziotto del mondo”, pronti a mettere i propri soldati in gioco per difendere un ordine internazionale basato su regole che essi stessi guidavano.
Ma non passò molto prima che riemergesse il vecchio schema di fallimento seguito da recriminazione. L’America convinse una Cina in rapida crescita a liberalizzare
ulteriormente la propria economia, certa che sarebbe diventata più simile agli Stati Uniti — una società aperta e libera.
Quando questa strategia produsse lo “shock cinese”, svuotando il manifatturiero americano mentre la Cina diventava più ricca, potente e autoritaria, gli americani parlarono di tradimento da parte dei loro leader politici. La Cina e i suoi dirigenti entrarono poco nella narrazione.
Poi arrivò l’11 settembre 2001, che distrusse l’illusione dell’invulnerabilità americana. Le responsabilità erano diffuse, ma George W. Bush trasformò quella ferita in un’espansione straordinaria del potere. Portò l’America in guerra in Afghanistan e in Iraq con un piano irrealistico di trasformarli in democrazie liberali.
La sua amministrazione sostenne che, in Iraq — un Paese che non aveva avuto alcun ruolo negli attacchi — l’urgenza fosse tale da giustificare l’aggiramento del ruolo costituzionale del Congresso nella dichiarazione di guerra. Dopo l’11 settembre, i limiti al potere presidenziale furono essi stessi considerati potenziali tradimenti e vennero progressivamente smantellati.
Naturalmente, non funzionò. Le guerre si trascinarono per anni, causando migliaia di morti tra i militari americani e centinaia di migliaia tra afghani e iracheni. L’Afghanistan è oggi governato dagli stessi talebani che avevano ospitato Osama bin Laden. L’Iraq resta un Paese fragile e diviso. La guerra destabilizzò profondamente il Medio Oriente, favorendo la nascita di gruppi terroristici come lo Stato Islamico e innescando la guerra civile siriana.
L’elezione nel 2008 di Barack Obama, critico delle guerre post-11 settembre, sembrò un momento di resa dei conti con le illusioni americane. Ma Obama si trovò presto impantanato nei conflitti e in una crisi finanziaria globale. Pur mostrando qualche segnale di umiltà nella politica estera, mantenne molti dei poteri straordinari ereditati per condurre guerre tecnologiche a distanza con scarsa supervisione. L’America continuò ad agire senza limiti.
Emergendo sulla scena nazionale all’indomani di questi disastri, Trump ha attinto a una narrazione profondamente americana: le élite avevano tradito il popolo. Tutta la sua vita è stata una preparazione a questo momento: imporre costantemente la propria volontà, sfuggire alle conseguenze, non essere mai chiamato a rispondere delle proprie azioni, nascere già in vantaggio e credere di aver vinto da solo. Era l’incarnazione dell’illusione americana di onnipotenza.
Trump ha annullato la distanza tra la propria volontà personale e quella dell’America, dichiarando nel 2016: “Solo io posso risolvere tutto”. Come l’America, Trump non può fallire: può solo essere tradito. È sempre colpa di qualcun altro. Dotato degli strumenti della presidenza imperiale, considera chiaramente l’America come un’estensione della propria persona. Abbandona ogni pretesa di ordine costituzionale. Ha detto che “sentirà” quando le guerre saranno vinte, e che gli unici limiti sono il suo senso morale.
Nel Golfo Persico, questa illusione si è scontrata con la realtà materiale. La speranza di Trump di un rapido crollo del regime iraniano era sempre stata fantasiosa. La geografia si sta prendendo la sua rivincita: il petrolio e il gas che alimentano gran parte dell’economia globale passano attraverso uno stretto che l’Iran controlla di fatto. Un’invasione terrestre, in un territorio vasto e ostile, potrebbe superare di gran lunga il pantano del Vietnam.
Il regime iraniano, brutale con i suoi vicini e con il proprio popolo, appare scosso ma non piegato dagli attacchi incessanti di Israele e degli Stati Uniti. Sembra prepararsi a una lunga guerra.
Eppure Trump sembra incapace di concepire una forza immune alla potenza americana. E non riesce a immaginare che una guerra lontana possa danneggiare gli Stati Uniti, benedetti da un territorio ricco e protetti da due oceani. Ma l’aumento vertiginoso dei prezzi del carburante, il rialzo dei tassi d’interesse e il rischio di un crollo dei mercati azionari hanno demolito ogni illusione di isolamento dalla realtà economica globale. Se la guerra continuerà, gli americani ne soffriranno profondamente.
Le sofferenze, del resto, non sono nuove: oltre 58.000 nomi sono incisi nel memoriale della guerra del Vietnam a Washington. Non esiste ancora un memoriale nazionale per le cosiddette “guerre infinite”, ma più di 7.000 americani vi hanno perso la vita.
In quei conflitti c’era almeno una parvenza di idealismo americano, per quanto fragile e autoingannevole. Trump ha trascinato l’America in una guerra completamente priva anche di quella facciata: un esercizio nudo di potere, senza alcun velo di provvidenza o superiorità morale. Nella sua sfacciataggine, è quasi scioccante.
Scrivendo negli stessi anni di Brogan, il teologo Reinhold Niebuhr pubblicò un breve libro intitolato The Irony of American History. Molto apprezzato da Obama, è un invito all’umiltà cristiana nella politica internazionale, rivolto agli americani che fraintendono la propria virtù. “L’uomo è una creatura ironica perché dimentica di non essere soltanto creatore, ma anche creatura”, scrive Niebuhr.
Quella frase mi ha fatto capire l’errore della mia stessa oscillazione: entrambe le visioni — Trump come anomalia o come compimento — mettevano comunque l’America al centro della propria storia, con il mondo come palcoscenico. Serviva una prospettiva più ampia, un confronto onesto con la storia e la disponibilità ad ammettere che l’America è, come ogni altro Paese, semplicemente uno dei tanti luoghi del mondo.
L’America non sa esistere in un mondo che non controlla. Fin dalla sua nascita, si è convinta di essere troppo grande, troppo distante e troppo ricca di risorse per subire conseguenze serie per le proprie azioni. Ma non ci sarà modo di sfuggire al cataclisma in Iran.
Nel suo seguito, esiste la possibilità di riconoscere il proprio posto in un mondo interconnesso e di vedersi con chiarezza. L’unico modo per uscire dal ciclo di

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PONTE SULLO STRETTO, IL GEOLOGO MARIO TOZZI: “SE NON APPROFONDISCI, RISCHI COME A KOBE”

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

NEL 1995 LA CITTA’ GIAPPONESE FU COLPITA DA UN CATASTROFICO TERREMOTO

In un nuovo post pubblicato su Instagram il geologo, primo ricercatore del CNR e divulgatore scientifico Mario Tozzi è tornato a occuparsi del Ponte sullo Stretto di Messina, sottolineando che se non si approfondiscono tutti i dati a disposizione si rischia come a Kobe, città giapponese nella Prefettura di Hyōgo (isola di Honshu) colpita da un catastrofico terremoto nel 1995, che oltre a numerose vittime ha causato una devastazione senza precedenti, con crolli di ponti e autostrade. Nel post il conduttore di Sapiens – Un solo pianeta ha innanzitutto affermato che del progetto, “forse da rifare”, nulla inizierà prima del 2028. Alla luce di questo ritardo sulla tabella di marcia, evidenzia che sarebbe opportuno sfruttare questa pausa per raccogliere più dati possibili “sulla sismotettonica e il contesto deformativo della regione, come pure richiesto da ricercatori e geologi professionisti”. Il riferimento è anche ai risultati del recente studio “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab” condotto da scienziati dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), nel quale è stato evidenziato che la sopracitata deformazione è associata a un complesso sistema di faglie interconnesse, come un mazzo di carte lanciato su un tavolo in cui alcune figure si sovrappongono alle altre. Questo intricato puzzle sismotettonico abbraccia sia il mare che la terraferma.
La Società Stretto di Messina, che ha l’incarico di realizzare l’infrastruttura, ha dichiarato che le evidenze del nuovo studio non hanno alcun impatto sulla realizzazione del progetto, mentre il dottor Tozzi e altri esperti continuano a sottolineare l’importanza di analizzare più a fondo l’intricato mosaico di faglie che interagiscono fra di esse, conducendo indagini mesostrutturali ad hoc e senza trascurare ciò che è emerso. L’effetto combinato di queste faglie, aveva spiegato il geologo in una recente intervista con Fanpage.it, potrebbe infatti amplificare la potenza distruttiva di un eventuale terremoto. Siamo infatti in una zona a elevato rischio sismico già colpita da un evento catastrofico nel 1908, che ha provocato oltre 80.000 vittime tra le sponde siciliana e calabrese dello Stretto. In sostanza, il dottor Tozzi non dice che il ponte sullo Stretto di Messina non si possa fare, ma che non si può non tenere conto dei nuovi dati prima di procedere all’eventuale costruzione. Ed è proprio per questo che cita il disastro naturale avvenuto in Giappone nel 1995: “Ponti si fanno in zone sismiche in tutto il mondo, ma nessuno così lungo con la ferrovia. E dove non approfondisci rischi (come a Kobe)”. Dunque cos’è successo in occasione del devastante sisma nipponico?
Erano le 05:47 del 17 gennaio 1995, quando dalla Faglia Nojima che attraversa l’isola Awaji – a una ventina di chilometri da Kobe – si innesca un catastrofico terremoto di magnitudo 7.2-7.3, ad appena 16 chilometri di profondità. La scossa dura una ventina di secondi, un tempo relativamente breve ma sufficiente a innescare uno dei peggiori disastri sismici della storia, soprattutto in termini di portata distruttiva. In pochi istanti, il terremoto di Kobe (formalmente terremoto di Hyogo Ken Nanbu) causò quasi 6.500 morti, oltre 26.000 feriti e 300.000 sfollati. Furono distrutti ben 150.000 edifici e i danni economici per l’epoca furono stimati 200 miliardi di dollari americani, come indicato in un articolo dell’Università Statale della Pennsylvania. Molte persone morirono a causa degli incendi sprigionati dai crolli. Danni significativi, a causa dei picchi di accelerazione fino 0.8 g molto superiori alla progettazione dell’epoca, colpirono anche moltissime infrastrutture, fra le quali porti, dighe, argini, metropolitane, autostrade e ponti. Fra i crolli più rilevanti, quello del ponte di Fukae da 18 campate della superstrada Hanshin (Hansin Route 3). “L’impalcato ribaltato era collegato monoliticamente a pilastri di 3,1 m di diametro, che cedettero in modo drammatico”, si legge nello studio “Fukae bridge collapse (Kobe 1995) revisited: New insights” pubblicato nel 2020 su Soils and Foundations. Drammatiche le immagini del ponte letteralmente adagiato su un fianco.
Come si legge nel documento del College di Ingegneria dell’Università Statale della Pennsylvania, per i crolli dei ponti sono emersi diversi problemi di progettazione, come “enfasi sulla resistenza anziché sulla duttilità”; “dettagli inadeguati della piastra di base”; “ganci inadeguati”, “insufficiente armatura trasversale” e via discorrendo. “I danni alle autostrade e ai ponti sopraelevati sono stati diffusi e catastrofici. I danni tipici includevano cedimenti per taglio e flessione delle colonne in calcestruzzo, instabilità delle colonne in acciaio, movimenti delle fondazioni dovuti a cedimenti del terreno e dislocazioni delle travi. Sia i ponti nuovi che quelli vecchi presentavano prestazioni scadenti, rendendo necessarie revisioni dei codici e interventi di adeguamento sismico”, hanno scritto gli esperti. Sono tutti problemi analizzati a fondo dagli esperti e che oggi, a oltre 30 anni di distanza, non vengono assolutamente lasciati al caso.
Per questi crolli non ha influito solo una progettazione inadeguata, in grado di resistere a un sisma così forte, ma anche elementi ambientali non valutati correttamente, con il conseguente “mancato intervento sugli effetti della liquefazione del suolo e dello spostamento laterale del suolo” e il fatto di non aver tenuto conto degli effetti di amplificazione locale dovuti al territorio alluvionale di
Kobe. È stata proprio la liquefazione del terreno a causare moltissimi danni e vittime, a causa della peculiare condizione geologica di Kobe il cui suolo è caratterizzato da strati di sabbia, argilla marina morbida e altri elementi. Chiaramente nella zona sismica dello Stretto di Messina non ci troviamo nella stessa situazione e oggi le moderne procedure di costruzione antisismica eviterebbero i sopracitati problemi. Tuttavia, come sottolineato dal dottor Tozzi, la situazione delle faglie è molto più complessa di quel che si immaginava, come emerso dal nuovo studio, pertanto è doveroso approfondire la sismotettonica e il contesto deformativo prima di avviare qualunque lavoro. “Senza scontri ideologici, solo per stare tranquilli”, chiosa il geologo su Instagram, aggiungendo che “se poi volessimo, invece, destinare quei denari ad altre opere, beh, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta.”

(da agenzie)

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FAZZOLARI LO HA SPIEGATO BENE: “RISCHIAMO DI FINIRE COME UNA SALSICCIA SULLA BRACE”. UN ROSOLAMENTO LENTO FINO A FINE LEGISLATURA. ECCO PERCHE’ GIORGIA MELONI, NELLA CENA A TRE NELLA SUA VILLA AL TORRINO, HA SONDATO SALVINI E TAJANI SU UN EVENTUALE VOTO ANTICIPATO

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

AL LEGHISTA NON DISPIACEREBBE, COSI’ DA AZZOPPARE VANNACCI, CHE NON AVREBBE TEMPO DI ORGANIZZARSI . FAVOREVOLE ANCHE LA RUSSA CHE PERO’ AVVERTE CHE MATTARELLA POTREBBE NON SCIOGLIERE LE CAMERE E TENTARE UN GOVERNO TECNICO… IL GRANDE INCUBO DEL GOVERNO È NON CENTRARE QUOTA 3% DEL DEFICIT RISPETTO AL PIL. L’ITALIA NON USCIREBBE DALLA PROCEDURA D’INFRAZIONE. SALTEREBBE L’AUMENTO DELLE SPESE IN DIFESA, CARO A TRUMP, E IL GOVERNO, DOPO QUATTRO MANOVRE ACCORTE, NON POTREBBE VARARE UN’ULTIMA FINANZIARIA “ESPANSIVA”, CIOÈ ELETTORALE

Non è il piano A di Giorgia Meloni. Ma la tentazione del voto anticipato comincia a farsi largo ai piani altissimi dell’esecutivo. Dentro FdI rimbalza una metafora coniata da Giovanbattista Fazzolari. Suona così: «Rischiamo di finire come una salsiccia sulla brace».
Significa rosolamento lento, da qui alle Politiche, dopo la scoppola referendaria. La premier ne ha discusso naturalmente con i due vicepremier. Prima a tu per tu, a ridosso di un cdm in cui ha strigliato i ministri, invitandoli a «ingranare le marce alte e portare risultati». Una chiacchierata vis a vis con Matteo Salvini, poi con Antonio Tajani. Con tanto di sfogo sui suoi compagni di partito che l’hanno messa nei pasticci: «Invece di aiutarmi, c’è chi mi mette i bastoni tra le ruote».
Dopo averli sondati entrambi singolarmente, Meloni ha scodellato l’argomento voto a tavola con i vice, nella cena-summit ospitata nella sua villa al Torrino, venerdì. Con un pressing agli alleati riottosi sulla legge elettorale, che invece «va approvata presto», per evitare il pantano. Non era una richiesta, quella delle urne anzitempo. Piuttosto un sondaggio: che ne pensate?
Naturalmente a Palazzo Chigi si valutano pro e contro. Tra i favorevoli ad evitare il rosolamento, ci sarebbe il presidente del Senato, Ignazio La Russa, peraltro amareggiato per una sconfitta, sulla giustizia, colpa «di una battaglia non nostra, ma di FI».
Sia dalla seconda carica dello Stato che da Fazzolari, trapela da fonti di primo piano, viene anche messo in conto uno scenario: che il presidente della Repubblica non sciolga le Camere, in caso di dimissioni della premier. Si valuta dunque l’ipotesi di un governo tecnico
Che però, è il suggerimento di chi caldeggia questa opzione, non sarebbe negativo, per le sorti di FdI.
Semmai, un balsamo. Permetterebbe alla leader di surfare sulla campagna elettorale di nuovo col vestito dell’underdog. Preoccupano i sondaggi, a via della Scrofa. Si aspettano quelli della prossima settimana. Il grande timore è il primo brusco calo dall’inizio della legislatura. «Magari di un paio di punti».
Che reazioni ha avuto la premier dagli alleati? Da FI nulla filtra, anche perché gli azzurri hanno altre grane, interne, a cui badare. Nel Carroccio invece, anche intorno a Salvini, c’è chi non è ostile alle elezioni a stretto giro. Anche perché Roberto Vannacci non avrebbe tempo di attrezzarsi
Per Meloni, come detto, non è ancora il piano A. Prima la premier intende risistemare il governo, dopo le dimissioni di Daniela Santanchè. Se terrà l’interim a lungo, verrà nominato sottosegretario Gianluca Caramanna. Ma molti vorrebbero un ministro. Opzione tecnica: la presidente Enit, Alessandra Priante. Ma, sorpresa, tra i Fratelli non escludono Luca Zaia.
Certo la navigazione non sarà facile. Anche nell’ultimo Cdm sono venute a galla tensioni. Più ministri presenti raccontano di un pressing su Giancarlo Giorgetti, perché metta sul piatto più soldi per le imprese, che con Confindustria già protestano
Alle richiete di Adolfo Urso e Gilberto Pichetto Fratin, il ministro dell’Economia avrebbe risposto così: «Quei soldi li avete promessi voi alle imprese, mica io».Il grande incubo del governo è non centrare quota 3% del deficit rispetto al Pil. L’Italia non uscirebbe dalla procedura d’infrazione. Salterebbe l’aumento delle spese in difesa, caro a Trump, di cui infatti si è discusso in Cdm. E il governo, dopo quattro manovre accorte, non potrebbe varare un’ultima finanziaria «espansiva», cioè elettorale. Anche per questo dentro FdI c’è chi ipotizza: se non siamo sotto al 3%, tutti al voto
Per la premier ci sono anche le grane di partito. Il repulisti prosegue. In Sicilia, sarà dimissionata l’assessora Elvira Amata. Mentre, senza un passo indietro, dovrebbe essere sospeso il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno. Un pezzo di partito contesterebbe perfino Giovanni Donzelli, capo dell’Organizzazione. Ma per le sorelle Meloni, Giorgia e Arianna, non è in discussione.
(da Repubblica)

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GIORGIA, PERCHE’ TACI? SORGI: “LA SCELTA DI ASSUMERE L’INTERIM DEL TURISMO AL POSTO DELLA SANTANCHÈ, COSÌ COME INDUGIARE NELLA NOMINA DI UN NUOVO SOTTOSEGRETARIO ALLA GIUSTIZIA DOPO LA RINUNCIA DI DELMASTRO, NEI PIANI DI GIORGIA MELONI, HANNO UN UNICO OBIETTIVO: EVITARE DI DOVERSI PRESENTARE IN PARLAMENTO PER DISCUTERE DELLA CRISI POLITICA APERTA DALLA SCONFITTA DEL “SÌ” AL REFERENDUM

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

PER NON PRESENTARE, MAGARI IN DIRETTA TV LE DIFFICOLTÀ DEL GOVERNO MAGGIORI DI QUELLO CHE SONO. PER DIMOSTRARE CHE IL GOVERNO NON HA NULLA DA TEMERE, DAVVERO È MEGLIO QUESTA SORDA RESISTENZA A QUALSIASI APPUNTAMENTO PARLAMENTARE?

La scelta di assumere l’interim del Turismo al posto della dimissionata Santanchè, così come quella di indugiare nella nomina di un nuovo sottosegretario alla Giustizia dopo la rinuncia di Delmastro, nei piani della Meloni, hanno un unico obiettivo: evitare di doversi presentare in Parlamento per discutere della crisi politica aperta dalla sconfitta del “Sì” al referendum, per non […] presentare, magari in diretta tv […] le difficoltà del governo maggiori di quello che sono.
Dal primo minutotutto ciò che Meloni ha detto e fatto è stato mirato a […] archiviare al più presto […] la prima pagina nera di questi tre anni e mezzo di governo Si sa che la sostituzione di un solo ministro […] non richiede né dibattito né fiducia. E su questo concordano anche al Quirinale
È altrettanto evidente che la conclusione del referendum ha aperto una specie di terremoto nella maggioranza, non limitato al solo partito della presidente del Consiglio. Di qui la domanda: per dimostrare che il governo non ha nulla da temere, davvero è meglio questa sorda resistenza di Meloni a qualsiasi appuntamento parlamentare?
O non sarebbe stato più semplice per lei e in linea con quanto ha detto subito dopo
il voto nel suo messaggio autoprodotto che si presentasse alle Camere a ripetere in modo formale il suo pensiero?
La verità è che Meloni non ha molto altro da aggiungere, e invece da un governo che intende andare avanti fino alla prossima primavera ci si aspetterebbe sapere come intende riempire l’ultimo anno della legislatura e come far fronte alle conseguenze economiche del conflitto in Iran. Certo, si può sempre sperare nella tregua di Trump […] Ma se Meloni confida nello stellone e al momento non sa neppure se prolungare e per quanto il taglio delle accise sui prezzi dei carburanti che tanto colpiscono le tasche degli italiani, anche questo, dovrebbe dirlo.
Marcello Sorgi
per “la Stampa”

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LE BUSTE PAGA “REALI” ITALIANE NON SI SONO MAI RIPRESE DALLA CRISI DEL 2008: DA ALLORA HANNO PERSO IL 9% DI VALORE. UN CALO DRAMMATICO CHE NON HA PARI IN EUROPA (LA FRANCIA HA GUADAGNATO IL 5 E LA GERMANIA IL 14%)

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

LO 0,1% PIÙ RICCO DEGLI ITALIANI, CIRCA 50.000 PERSONE, DAL 1995 AL 2016 HA QUASI RADDOPPIATO LA PROPRIA QUOTA DI RICCHEZZA. IERI DETENEVA MENO DEL 6% DEL TOTALE, OGGI QUASI IL 10. NELLO STESSO PERIODO LA QUOTA DI RICCHEZZA DELLA METÀ PIÙ POVERA DELLA POPOLAZIONE, OLTRE 25 MILIONI DI PERSONE, È SPROFONDATA DAL 12 A MENO DEL 4%

Estratto da “Tassare i milionari. prendere ai ricchi per dare ai poveri”, di Riccardo Staglianò (Giulio Einaudi editore)
Lo 0,1% più ricco degli italiani, circa 50 000 persone, dal 1995 al 2016 ha quasi raddoppiato la propria quota di ricchezza. Ieri deteneva meno del 6% del totale, oggi quasi il 10.
Nello stesso periodo la quota di ricchezza della metà più povera della popolazione, oltre 25 milioni di persone, è sprofondata dal 12 a meno del 4% .
Trent’anni fa l’equivalente dell’8% del reddito nazionale passava ogni anno, come eredità o donazioni, da una generazione all’altra. Vent’anni dopo era quasi il doppio (14%) .
Le buste paga “reali” italiane non si sono mai riprese dalla crisi del 2008. Il loro tonfo di quasi il 9% non ha pari in Europa, dove la Francia ha guadagnato il 5 e la Germania il 14%.
Di recente, e in soli quattro anni (2020-23), la quota di valore aggiunto che ha remunerato il lavoro ha perso 12 punti, mentre ne ha guadagnati 14 quella andata agli utili.
Il 10% dei percettori di redditi più elevati detiene oggi quasi il 40% dei redditi nazionali contro il 28 che intascava negli anni Ottanta
Giovanni Ferrero, che guida la lista dei miliardari italiani, vale circa 700 000 volte l’odierno reddito medio. Il leggendario triumviro Marco Licinio Crasso, il più ricco dell’antichità, ne valeva “solo” 526 000 .
Nel 1974, a due anni dall’invenzione dell’Irpef, c’erano trentadue scaglioni e l’aliquota massima era al 72%. Oggi di scaglioni ce ne sono quattro, con l’aliquota massima al 43%.
Le rendite, che sono la voce principale delle grandi fortune, in Italia vengono tassate tra il 10 e il 21% (case) e il 26% (guadagni azionari). Il lavoro dipendente, invece, quasi o più del doppio.
Per chi li incassa tramite una società holding dividendi e plusvalenze vengono detassati anche oltre il 95%. L’imposizione reale finisce per essere inferiore all’1% .
Tassando dall’1 al 3% lo 0,1% più ricco della popolazione italiana potremmo ottenere un gettito sui 13 miliardi di euro .
(da agenzie)

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LA SPUTTANASCION DI KASH PATEL, DA PARTE DEGLI HACKER IRANIANI DI “HAMDALA”, CHE HANNO PUBBLICATO CENTINAIA DI FOTO E DOCUMENTI DALL’INDIRIZZO EMAIL DEL DIRETTORE DELL’FBI

Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile

IL BUREAU HA CONFERMATO IL CYBER-ATTACCO MA PRECISA CHE I DATI COINVOLTI “NON CONTENEVANO INFORMAZIONI GOVERNATIVE”… RESTA LA FIGURA DA PERACOTTARI DEGLI AMERICANI: COME È POSSIBILE CHE I CYBERCRIMINALI SIANO RIUSCITI A IMPOSSESSARSI DELLE CREDENZIALI DI PATEL? PERCHE’ NON E’ STATO FATTO NIENTE PER EVITARE LA DIFFUSIONE DEI DATI SENSIBILI?

Si vede Kash Patel annusare e fumare un grosso sigaro, ma anche guidare una decappottabile d’epoca e poi scattarsi un selfie allo specchio con una bottiglia di rum in mano. Sono solo alcune delle fotografie private che il gruppo di hacker iraniani Handala ha pubblicato online dopo aver violato la casella di posta personale del direttore dell’fbi, diffondendo anche un campione di oltre 300 email.
Una notizia confermata dallo stesso Bureau, che precisa di aver «adottato tutte le misure necessarie per mitigare i potenziali rischi» e che i dati coinvolti erano «di natura storica e non contenevano informazioni governative».
I messaggi rubati dall’account Gmail di Patel risalgono in parte al 2010, in parte al febbraio 2022, e riguardano per lo più il periodo in cui Patel fece domanda per entrare alla divisione per la sicurezza nazionale del dipartimento di Giustizia e si trasferì a Washington. Le email includono i documenti relativi alla sua candidatura, messaggi di amici e una fotografia che appare ritrarre una visita a Cuba nel 2013.
Violazioni simili — tecnicamente poco sofisticate, ma ad alto impatto mediatico — non sono una novità: nel 2016 hacker riconducibili alla Russia violarono l’account Gmail di John
Podesta, responsabile della campagna di Hillary Clinton, riversando il materiale su Wikileaks. Chi sono gli hacker di Handala? Attivi almeno dal 2022, si presentano come un collettivo di hacker vigilantes pro-palestina, ma gli esperti lo considerano uno dei bracci armati digitali del governo iraniano, riconducibili al ministero dell’intelligence e della sicurezza (Mois) e ai pasdaran.
Per chi fornirà informazioni utili all’identificazione dei suoi membri, l’fbi ha offerto 10 milioni di dollari. Il metodo operativo rispecchia quello classico dell’ingegneria sociale: gli obiettivi — giornalisti, dissidenti, attivisti, funzionari — vengono contattati via email con messaggi costruiti su misura, calibrati sulle abitudini e sulle informazioni disponibili di ciascuna vittima. Chi abbocca viene indotto a condividere codici di accesso e credenziali; il malware viene mascherato da applicazioni comuni per sistemi Windows.
Una volta compromesso il dispositivo, un bot Telegram stabilisce il collegamento remoto con gli attaccanti e preleva file, screenshot e, in alcuni casi, registrazioni audio e video di sessioni Zoom.
(da agenzie)

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