Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL PARTITO E’ DIVENTATO “COLTELLI D’ITALIA”: IN ATTO UNA GUERRIGLIA TRA I RAS DI ”VIA DELLA SCROFA” (LOLLOBRIGIDA, LA RUSSA, RAMPELLI) E LA “FIAMMA MAGICA” DI FAZZOLARI E MANTOVANO. E STA MONTANDO UNA TENSIONE LATENTE ANCHE TRA GIORGIA E ARIANNA … LA STATISTA DELLA SGARBATELLA HA PERSO L’ANTICO VIGORE COATTO, E NON SA DOVE SBATTERE LA TESTA: AL COMIZIO PER IL “SÌ” AL REFERENDUM ERA MOSCIA E SENZA VERVE – SE VINCE IL “NO”, L’UNICA SCONFITTA SARA’ LEI
Urge davvero uno bravo per Giorgia Meloni. Dimenticate la Ducetta di ieri, la Regina di Coattonia, l’Underdog che con due occhiatacce e quattro sarcasmi ti sistemava per le feste. Oggi, la Poverina si ritrova in mezzo a mille tensioni e conflitti, alle prese con buriane internazionali e faide interne.
A livello geopolitico la Camaleonte di Colle Oppio, colei che doveva far da “pontiera” tra gli Stati Uniti di Trump e l’Europa di Ursula von der Leyen, è finita a far la “portiera” del Bundestag del cancelliere Merz, ultima forza economico e militare europea a cui attaccarsi per non finire nel girone del’inaffidabilità e quindi dell’irrelevanza.
La guerra in Iran, sovrapponendosi a quella in Ucraina, sta amplificando le distanze tra gli Stati Uniti e l’Ue, da un punto di vista di metodo (bombardamenti contro sanzioni e diplomazia/intelligence) ma anche di merito.
Ed è l’Europa, come al solito, a ritrovarsi come vaso di coccio tra Usa e l’asse Cina/Russia/Iran, e di conseguenza a pagare il prezzo più alto dal punt di vista economico.
Anche Giorgia Meloni, dopo aver abbracciato con mille piroette il Far West politico di Trump, si è resa conto che l’instabilità mentale e l’amoralità affaristica del Caligola della Casa Bianca non permette più mediazioni.
Quando ha tentato di trattare con i partner europei per trovare una via di uscita dal blocco dello Stretto di Hormuz da contrapporre al Trumpone (che anche oggi è tornato a minacciare la Nato: “Ci sarà un futuro molto negativo se non interverranno”), il marito di Melania l’ha subito messa in difficoltà.
In un colloquio telefonico con la corrispondente dagli Usa del “Corriere della Sera”, Viviana Mazza, Trump ha detto: “Giorgia Meloni cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed è una mia amica”. Un modo per sputtanarla con i Macron e i Merz, gli Starmer e i Sanchez.
La premier ha sperato di salvarsi attaccandosi alla giacchetta del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Ma la Melona ha fatto male i conti: prima il violento pronunciamento di Merz contro il mondo MAGA alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e poi, di fronte alla guerra Usa-Israele all’Iran, il Cancelliere ha cominciato a ridefinire la linea tedesca in una chiave più pragmatica, avvicinandosi a Emmanuel Macron e a Keir Starmer.
Questa mattina, alla richiesta di Trump di coinvolgere nel suo fallimento iraniano i paesi europei, Merz ha fatto dire al suo portavoce: “Questa non è una guerra della Nato e non ha nulla a che fare con la Nato”.
Anche di fronte alla decisione di Trump di revocare le sanzioni alla Russia (al momento, ha varato una deroga agli acquisti di greggio russo all’India, ma non esclude di allentare l’embargo in generale), la reazione di Merz è stata una ferma condanna, sulla stessa linea di Macron e della Commissione europea (soprattutto dell’Alto rappresentante per la politica estera, l’estone Kaja Kallas).
Se si isola dal gruppo di testa dell’Unione, a Giorgia Meloni restano solo i putiniani per convinzione e per lucro, come l’ungherese Viktor Orban e lo slovacco Robert Fico, e quelli per interesse, come il premier conservatore belga Bart De Weder, che ieri ha aperto alla normalizzazione dei rapporti con la Russia per “recuperare l’accesso all’energia a basso costo”.
La posizione di De Weder non è una novità: il Belgio, tramite la società Euroclear, detiene la maggior parte dei soldi russi congelati in Ue: a dicembre, insieme proprio a Giorgia Meloni, fu lui a impedire l’utilizzo dei beni di Mosca sequestrati in Europa.
Che farà Giorgia Meloni di fronte a questo dilemma? Tenere il piede in due staffe è sempre più complicato, anche per ragioni interne.
Non passa giorno che Matteo Salvini e la Lega, a loro volta in difficoltà per la concorrenza a destra del turbo-putiniano Roberto Vannacci, non prendano posizione a favore della riapertura di un canale con Mosca.
La maggioranza di governo di fatto è spaccata: il segretario del Carroccio è sempre più schiacciato sulle posizioni di Trump e Putin rappresenta un problema politico enorme: non solo si pone in contrapposizione con la linea del Quirinale, ma soprattutto con l’esecutivo stesso.
Agli scazzi con Salvini, non basta Tajani col tovagliolo sul braccio: si aggiunge la distanza siderale con Marina Berlusconi, che a febbraio, intervistata dal “Corriere della Sera”, aveva tuonato contro il tycoon: “Sono sempre più preoccupata. Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze. L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà”.
“Melonia Trump”, inoltre, si sta accorgendo che mantenere sotto schiaffo la coalizione di governo, formata dal suo “maggiordomo ciociaro” di Forza Italia, e dal poco che resta del Tovarish della Lega, Matteo Salvini, è una passeggiata di salute rispetto alla governance sempre più turbolenta che attraversa il suo partito.
Come ai tempi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, gran contenitori di correnti con posizioni diverse, anche Fratelli d’Italia, diventato partito di massa, si ritrova infatti attraversato e destabilizzato da una guerriglia intestina fatta di colpi bassi, ripicche e sputtanamenti, intrighi e complotti.
Alle tensioni ideologiche (lo zoccolo giustizialista post-missino non riesce a trovare l’entusiasmo per recarsi alle urne a votare “Sì” alla riforma della giustizia), si sommano gli scontri tra le correnti di Via della Scrofa (Lollobrigida, Rampelli, La Russa, Mollicone) e la “Fiamma Magica” di Palazzo Chigi (Fazzolari e Mantovano) per la partita delle nomine delle società di Stato e la riforma elettorale che fa fuori le preferenze.
Una parabola prevedibile, considerando che siamo davanti a un partito-miracolo: al suo esordio alle politiche del 2013 non arrivò al 2% e dopo cinque anni, nel 2018, raggiunse il 4,3% (contro il 14% di Forza Italia e il 17,4% della Lega). Più che un incremento di voti, un’autentica esplosione di consensi che ha issato, per la prima volta nella storia repubblicana, una donna sulla poltrona di premier.
Una volta intronizzata a Palazzo Chigi, l’ex “gabbianella” di Colle Oppio, pur travolta tra salamelecchi e baci della pantofola dei tanti che sgomitavano per salire sul carro del vincitore, è stata costretta a prendere atto che la classe dirigente del partito era insufficiente, inadeguata e spesso impresentabile.
E quella manciata di politici, esponenti e manager della Fiamma che si salvavano, dopo trent’anni passati reietti e a digiuno ai margini della cuccagna del potere, erano ignari dei mille artifici e giochi di potere che serpeggiano, e avvelenano i pozzi, nei Palazzi romani.
Diffidente di tutti coloro che non hanno le loro radici nella destra del Movimento Sociale e del Fronte della Gioventù, o perlomeno in quella Alleanza Nazionale che Fini annacquò a Fiuggi, la “Melona” ha sempre governato il partito concentrando tutto il potere nelle sue manine.
Una volta a capo di un governo di coalizione dove brilla il suo nemico più intimo, quel rompicazzi in servizio permanente ed effettivo di Matteo Salvini, malgrado la sua cocciutaggine da secchiona e la dipendenza patologica al lavoro politico, gli otoliti del suo sistema nervoso hanno iniziato ad andare in tilt.
E anche se non emergerà mai pubblicamente, esiste e sta montando una tensione latente anche tra sorelle: sono molti i punti d’attrito tra Giorgia e Arianna Meloni, in quanto espressioni della linea di governo di Palazzo Chigi una, e del partito di via della Scrofa l’altra.
Scazzi, sgambetti, veleni che si inseriscono nella crescita abnorme dei potentati del partito: grazie al potere, leaderini locali hanno coltivato la loro ubriacatura di posti e prebende, e hanno iniziato a sbroccare.
Rotti i ponti con l’antico demiurgo Fabio Rampelli, sostituito da Donzelli e Lollobrigida, dal 2023 la governance di via della Scrofa è passata da una sorella all’altra.
Ma pur contando due anni di più, Arianna è sempre rimasta nell’ombra di Giorgia: nel 2000 era solo una dipendente della Regione Lazio e la compagna di ‘’Lollo’’, nomignolato lo “Stallone di Subiaco”.
Benché negli ultimi tempi sia partita una campagna mediatica fitta di interviste e apparizioni pubbliche, che Arianna non possieda la “cazzimma” del potere, fatta di scaltrezza e determinazione e abilità oratoria che si trasforma in leadership, se n’è dovuta accorgere amaramente la secondogenita.
E finora Arianna, dal 24 agosto 2023 capo della segreteria politica e responsabile del tesseramento di Fratelli d’Italia, non ne ha azzeccata una: dalla Sicilia (caso Cannata) alla Lombardia (dove non tocca palla con Ignazio La Russa), passando per il fattaccio Ghiglia-Ranucci, per finire a Cinecittà con la nomina della Cacciamani.
Le tensioni sulla gestione del potere che ieri vedevano contrapposte le varie anime di Piazza del Gesù, sede del partito, e i democristiani al governo di Palazzo Chigi, oggi si ripropongono tra via della Scrofa e la “Fiamma magica” intronizzata a Palazzo Chigi.
Non è un caso che al tavolo per il rinnovo dei vertici di numerose partecipate statali, con oltre 100 nomine in ballo tra cui spiccano i colossi quotati come Leonardo, Eni, Enel, Poste Italiane, Mps, Enav e Terna, per conto del primo partito della maggioranza, ci siano Francesco Lollobrigida in “quota partito” (grazie a una vigorosa dote di voti, storicamente rappresenta una forte base di consenso per FdI) e il sottosegretario Richelieu di Lady Giorgia, Giovanbattista Fazzolari, in “quota Governo”.
Molti analisti dei Palazzi del potere dimenticano che la tornata di nomine va considerata strategica non solo per gli equilibri del governo ma anche per gli equilibri interni dei partiti della maggioranza. E tra Lollo e Fazzo c’è fibrillazione sulle nomine e riconferme dei vertici dei colossi pubblici, da Eni a Enel, da Terna a Leonardo.
Una fibrillazione che coinvolge tutti i dossier, non solo le nomine (ad esempio Giuseppina Di Foggia e Flavio Cattaneo, rispettivamente ad di Terna e di Enel, sono difesi dal partito, mentre Fazzolari avrebbe in mente altri nomi), ma si allarga a ogni campo
Si veda il caso Biennale, dove Fazzolari e Mantovano, una volta messo il guinzaglio al ministro della Cultura Alessandro Giuli, caro ad Arianna, lo hanno lanciato all’inseguimento del ribelle veneziano Buttafuoco, caro al cuore di Giorgia
O il ruolo di Italo Bocchino, inviso a Giorgia e a Fazzolari nonostante i suoi salamelecchi e peana televisivi, mentre la sorella, come Ignazio La Russa, è più aperturista (al punto da aver partecipato sorridente e compiaciuta alla presentazione del libro dell’Italo tascabile e multi-tasking).
Altri esempi di scazzo sull’asse Scrofa-Chigi: il caso Sangiuliano (Arianna l’ha protetto e spinto a candidarsi in Campania, in barba alla “Fiamma Magica”); il duplex Nordio-Bartolozzi (il Governo li deve proteggere, gli esponenti del partito rumoreggiano contro la Zarina del ministero della Giustizia: “Deve tenere a freno la lingua”).
Oggi il caso Cirielli: a Giovanbattista Fazzolari, sposato con una donna ucraina e su posizioni intransigenti contro la Russia, di certo non può aver fatto piacere la notizia dell’incontro del viceministro degli Esteri con l’ambasciatore russo in Italia, Aleksej Paramonov.
Nella guerra sotto-traccia in Fratelli d’Italia ha un ruolo di primo piano anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa: in Lombardia, dove ‘Gnazio e il fratello Romano se la comandano, è partito da tempo il killeraggio contro Carlo Fidanza, l’eurodeputato su cui Giorgia e Arianna avevano puntato come candidato in Regione nel 2028 (La Russa, che già aveva tirato fuori dal cilindro il nome di Maurizio Lupi come candidato sindaco a Milano, vorrebbe invece Alessio Butti).
L’ala La Russa-Santanchè sgomita anche in tv: ospite fissa nei talk di Paolo Del Debbio c’è Grazia Di Maggio, 30enne di bella presenza, pupilla della seconda carica dello Stato.
Anche sulla linea politica, i contrasti non mancano. Il siculo-meneghino, che ha sempre goduto di un ottimo rapporto con la Procura di Milano, non ha nascosto la propria contrarietà alla riforma della giustizia: “E’ giusta la separazione, ma forse il gioco non valeva la candela… L’esito del Referendum avrà conseguenze politiche ma non avrà conseguenze drastiche, come con Renzi. Del resto se dovessero vincere i Sì i leader di opposizione si dimetterebbero? Nessuno chiederà a Conte o a Schlein di dimettersi”.
E qualche giorno fa ha di fatto smentito la retorica sulla mala-giustizia, sostenendo: “Meno casi Garlasco? Non è l’obiettivo della riforma” (ma era stata la stessa Meloni a sfruttare l’omicidio di Chiara Poggi per la campagna elettorale)
Anche la regia del Governo Meloni al piano di Lovaglio-Caltagirone-Milleri per la scalata Mps-Mediobanca, obiettivo il forziere d’Italia di Assicurazioni Generali, non ha mai fatto girare la testa a La Russa, che non è mai stato trafitto dalle affinità elettive scoppiate tra la Fiamma Magica di Palazzo Chigi e l’imprenditore Caltagirone. (Del resto, il padre di ‘Gnazio ha guidato uno studio legale legatissimo a Salvatore Ligresti e al patron del mondo economico e finanziario italico che era incarnato da Enrico Cuccia con la sua Mediobanca)
Con questo triplo accerchiamento (Trump, Salvini-Tajani-Berlusconi, il partito), Giorgia Meloni si incupisce, e sta scemando la verve coatto-popolaresca in modalità “Io so’ una di voi” che l’ha fatta giganteggiare per tre anni e mezzo rispetto alla verbosa e arzigolata opposizione di Schlein e Conte.
Lo si è visto giovedì 12 marzo, al primo e unico comizio per il “Sì” della premier: lo sguardo basso, il discorso senza mordente, il vigore coatto d’un tempo perduto.
Come scrive Lorenzo Castellani su “Domani”: “Sembra che la presidente del Consiglio preferisca gestire una sconfitta su cui ha messo poco la faccia che prendersi dei rischi per cercare di vincere la partita. L’atteggiamento è difensivo e probabilmente si lega alla situazione internazionale. La guerra all’Iran ha ridotto molto la portata mediatica del referendum e ha aperto a una difficile situazione sia diplomatica sia economica.
I leader sono terrorizzati da un’opinione pubblica che, anche a destra, non vuole sentire parlare di guerre e men che meno è disposta a pagarne il conto, anche in forma indiretta. Dall’altro lato, però, Meloni sì è impegnata a essere una alleata affidabile di Trump e quindi non può sfilarsi del tutto dal sostenere l’azione americana, come testimonia l’invio di qualche arma nel Golfo.
Mentre è incastrato in questa strettoia tra interni ed esteri, il governo si ritroverà a breve a fronteggiare una situazione economica peggiore del previsto.
Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ciò implicherebbe una crescita del costo del debito, cittadini e imprese preoccupati dall’inflazione, salari già bassi messi ancora più a dura prova e una riduzione dello spazio fiscale nella prossima manovra di bilancio.
A quel punto il rapporto tra promesse e realtà sarebbe radicalmente capovolto: il governo non potrebbe abbassare le tasse o garantire nuovi sussidi nell’anno elettorale e probabilmente sarebbe costretto a concentrare le risorse sul contrasto
alla crescita dei costi energetici, sul finanziamento del debito pubblico e si ritroverebbe a dover aumentare il prelievo fiscale”.
Sì perché, mentre in Italia ci trastulliamo con il Csm e l’Alta corte, le sparate della “Zarina” Bartolozzi e il padiglione russo di Buttafuoco, il mondo sta andando gambe all’aria: Giorgia Meloni si sta rendendo conto che lo scenario è uan polveriera e le ripercussioni potrebbero esserle fatali.
Ad esempio, insieme al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva fatto affidamento sull’uscita dalla procedura di infrazione nel 2026, ma chiudere con un deficit inferiore al 3%, con l’aria che tira, rischia di diventare impossibile. Se così fosse, per l’Italia, che dal prossimo anno non avrà più i fondi del Pnrr a sostenere la propria economia, si chiuderanno le porte dei prestiti agevolati “Safe” della difesa.
Il Tesoro sta cercando di trattare con l’Eurostat un aggiustamento e una ridefinizione delle statistiche, ma niente è scontato.
Al punto che l’autoritaria Giorgia Meloni, che è sempre andata dritta come un treno, fregandosene dei partiti d’opposizione, ha improvvisamente cambiato strategia, e l’altro giorno ha telefonato a Elly Schlein, Giuseppe Conte e agli altri per tentare di aprire una sorta di gabinetto di guerra sull’Iran.
Ricevendo, prevedibilmente, una serie di no: dopo tre anni e mezzo passati a chiudere ogni porta al dibattito civile, non è questo il momento di andare in soccorso della Ducetta, e questo lo capisce anche un’opposizione incapace come quella che si ritrova questo disgraziato Paese…
Ps. Ciliegina sulla torta, ad aggravare la situazione ci sono anche gli attacchi iraniani ai contingenti italiani all’estero, a Erbil (Iraq) e in Kuwait. Una questione delicatissima da gestire per Giorgia Meloni: l’Italia è un paese che la guerra non vuole vederla nemmeno in televisione. È un attimo che la “madre” Meloni si ritrovi il “partito delle mamme” dei nostri militari a incatenarsi a Palazzo Chigi per il rimpatrio dei loro figli…
(da Dagoreport)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRIMO FRENO PER MOSCA È STATO IL GELO, CHE HA RIDOTTO L’ATTIVITÀ DEI DRONI. POI È ARRIVATA LA BOTTA DI STARLINK. ORA I TECNICI DI MOSCA STANNO LAVORANDO PER RISOLVERE IL BUCO NELLE TRASMISSIONI SATELLITARI PROVOCATO DALLO STOP DELLA COMPAGNIA DI ELON MUSK
Nel mondo all’incontrario di Donald Trump, l’armata di Putin sta marciando trionfale verso la
vittoria. Ma sul campo di battaglia sono gli ucraini ad attaccare e avanzare. Lo fanno senza sosta dall’inizio di gennaio e hanno appena chiuso un’offensiva nella regione di Dnipropetrovsk, riconquistando 400 chilometri quadrati di territorio. Per l’esattezza, sono 434 come ha dichiarato il presidente Zelensky questa mattina: il suo esercito non registrava un successo simile dal novembre 2022.
Le truppe di Mosca sono bloccate da Natale. Non sono riuscite neppure a espugnare completamente Prokovsk, la città fortezza sotto assedio dal giugno 2024.
Il primo freno è stato il gelo, che ha ridotto l’attività dei droni: un settore in cui attualmente sono in vantaggio, grazie soprattutto a quelli guidati via cavo. Poi è arrivata la botta di Starlink: la compagnia di Elon Musk ha tagliato le connessioni ai russi, paralizzando le comunicazioni tra i comandi e i sistemi di guida delle armi hitech.
A questo punto, i generali ucraini hanno studiato come sfruttare la situazione e si sono lanciati sulla zona grigia che può unire il fronte del Donetsk a quello di Zaporizhzhia: quella nell’angolo più orientale del Dnipropetrovsk. Lì hanno superato le postazioni nemiche – quattro villaggi restano isolati – procedendo su due direttrici e preso il controllo dei 400 chilometri quadrati. Il cuore degli scontri adesso è a Huliapole, che fa da cerniera tra questi territori.
Analisti come il generale australiano Mick Ryan la considerano una manovra preventiva, per impedire l’assalto in grande stile pianificato dal Cremlino per aprile.
Gli ucraini non hanno abbastanza fanti per infliggere un colpo decisivo ma ora possono tenere sotto tiro le retrovie russe e impedirgli di accumulare uomini e mezzi.
Contemporaneamente Kiev ha intensificato i raid notturni contro le industrie in tutta la Russia, sia contro gli impianti petroliferi che contro le fabbriche belliche. Il più importante è stato messo a segno lo scorso 10 marzo contro lo stabilimento Kremniy El microelectronics di Bryansk, centrato da una raffica di cruise europei Storm Shadow: produce le componenti per i sistemi di guida di tutti i missili russi.
In queste incursioni vengono utilizzati ordigni più potenti come i Flamingo FP5 che causano danni maggiori: riparare raffinerie e catene di montaggio diventa più complesso. Gli ucraini si sono focalizzati pure sulle navi che trasportano rifornimenti verso la Crimea superando lo stretto di Kerch: hanno colpito i due traghetti più capienti, usati per trasferire munizioni senza esporre il lungo ponte, e i moli di imbarco del porto di Kavkaz. Sempre più spesso i droni puntano sul distretto della capitale, protetto adesso da una massiccia rete di difese contraeree: ne lanciano anche cinquanta contemporaneamente.
(da La Repubblica)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
SULLO SFONDO, IL RISCHIO SANZIONI DELL’UE. BUTTAFUOCO EVITA I TONI ACCESI MA NEL GOVERNO LA SPACCATURA È NETTA: LA LEGA DEL FILOPUTINIANO SALVINI CONTINUA A SCHIERARSI CON BUTTAFUOCO… FDI ALLARGA LO SCONTRO, IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ALLA CAMERA FEDERICO MOLLICONE PUNGE BUTTAFUOCO “PER L’ASSENZA DI ARTISTI ITALIANI IN SFREGIO ALLO STATUTO ORIGINARIO”
«Io giovedì a Venezia al posto di Giuli? Ma no, sarò a Roma», taglia corto il sottosegretario alla
Cultura, Gianmarco Mazzi (FdI), 65 anni, già direttore artistico del Festival di Sanremo e dell’Arena di Verona, grande amico e produttore di big come Morandi, Mina e Celentano.
E però «è un’ipotesi», confermano al Mic, in una domenica di calma apparente, mentre la guerra a destra continua tra il ministro Alessandro Giuli e il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, per la storia del Padiglione russo che il 9 maggio, salvo colpi di scena, riaprirà dopo 4 anni di stop per la guerra in Ucraina. Buttafuoco è d’accordo, Giuli (e 22 Paesi europei, pronti a bloccare i 2 milioni di euro già stanziati) no.
Così, giovedì 19 marzo, ore 12, a Venezia ci sarà la cerimonia per la fine dei lavori di restauro del Padiglione centrale, realizzati con i fondi Pnrr del Mic.
E la presenza di Giuli, annunciata martedì scorso da Buttafuoco, non è più scontata. «Se andrà, lo farà solo per l’Italia, vedremo cosa dice Palazzo Chigi», chiosa una voce vicina al ministro della Cultura. Già, Palazzo Chigi
Con cui, separatamente, da giorni si stanno confrontando sia Giuli che Buttafuoco. La premier Giorgia Meloni e il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano seguono con attenzione l’ affaire del Padiglione russo («Inaccettabile», per l’Ucraina). Oggi da Venezia dovrebbero arrivare i documenti chiesti dal ministro per scandagliare i rapporti tra la Biennale e i russi in questi mesi: sullo sfondo, il rischio sanzioni dell’Ue. Ma Buttafuoco evita i toni accesi («Non voglio prestare il fianco, devo tenere salda l’istituzione») e intanto riceve l’appoggio di Iv e della Lega («La libertà di pensiero è da difendere sempre — ha ripetuto ieri Matteo Salvini — perciò mettiamo fine a polemiche che non hanno senso e non fanno bene a nessuno»).
Il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone (FdI) ieri però ha rinnovato l’altolà: «Noi stimiamo Buttafuoco, perciò auspichiamo un suo ripensamento, motu proprio , affinché prevalga l’interesse nazionale. La Biennale, sui russi, è andata oltre».
Lo strappo istituzionale tra ministero della Cultura e Fondazione della Biennale si fa ancora più profondo e si arricchisce di una nuova anomalia: a segnalarla è il presidente della commissione alla Camera Federico Mollicone: «La Biennale è indipendente per indirizzi artistici, ma ci risulta che sia stata anche criticata per la totale assenza di artisti italiani in sfregio allo statuto originario che prevedeva la promozione della cultura italiana a confronto con quella mondiale».
Un fatto che apre uno scontro più ampio e giudicato quantomeno singolare da Mollicone che fa notare come Buttafuoco abbia «optato per l’invito agli artisti russi scelti dal governo russo». Sul caso sono attesi sviluppi nelle prossime ore: la consegna dei carteggi con la Russia da parte della Biennale così come richiesto dal ministro Giuli, diversamente si procederà con l’invio degli ispettori. L’obiettivo è, una volta verificati i documenti, accertare che la gestione logistica dei padiglioni dell’Esposizione, di proprietà dei singoli Stati, rientri nel perimetro del regime sanzionatorio imposto dall’Ue, escludendo la possibilità di una partecipazione di Mosca
Mollicone stigmatizza il comportamento della rappresentante del Mic (Tamara Gregoretti, ndr) che ha respinto la richiesta di dimissioni del ministro appellandosi all’autonomia conferita dal decreto di nomina: «È una fiduciaria, la sua risposta è irricevibile»
Lo scontro però crea anche una frattura all’interno della maggioranza con la Lega che si schiera in difesa di Buttafuoco e della partecipazione russa alla Biennale, posizione che secondo il presidente della commissione Cultura di fdi è “indelicata” ma si tratta di «normale dialettica interna alle coalizioni, basta che il voto in aula sia allineato a tutto il centrodestra».
Dal partito del vicepremier leghista in effetti sono molte le voci che si schierano in favore di una maggiore apertura nei confronti di Mosca precisando che “la cultura deve unire”.
(da La Stampa)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL TESTO, RECUPERATO NONOSTANTE UN TENTATIVO DI CANCELLAZIONE, E’ STATO REDATTO TRA OTTOBRE E NOVEMBRE 2024… SU X, A FEBBRAIO 2025, MILEI PRESENTÒ $LIBRA COME PARTE DI UN PROGETTO PER “FINANZIARE PICCOLE IMPRESE ARGENTINE”, INNESCANDO UNA CORSA AGLI ACQUISTI CHE FECE SALIRE IL VALORE DELLA CRIPTOVALUTA FINO AL 1.000%. POCHE ORE DOPO IL PRESIDENTE FECE DIETROFRONT E CANCELLÒ IL POST E A QUEL PUNTO…
La procura argentina ha recuperato dal telefono del lobbista Mauricio Novelli una nota che descriverebbe un presunto accordo da 5 milioni di dollari in cambio del sostegno pubblico del presidente Javier Milei alla criptovaluta $Libra. Lo riferisce il quotidiano La Nación, secondo cui il caso potrebbe segnare una svolta nell’inchiesta sullo scandalo esploso lo scorso anno.
Il testo, recuperato nonostante un tentativo di cancellazione, sarebbe stato redatto tra ottobre e novembre 2024 e indirizzato all’imprenditore statunitense Hayden Davis, tra i promotori dell’iniziativa. Gli investigatori non hanno trovato prove che l’intesa sia stata effettivamente approvata, ma il contenuto del testo coincide con alcuni eventi successivi, tra cui l’incontro tra Milei e Davis alla Casa Rosada il 30 gennaio 2025. I tabulati recuperati indicano anche numerose comunicazioni tra Novelli e l’entourage presidenziale nelle ore precedenti e successive al lancio del progetto.
In una pubblicazione su X di febbraio 2025 Milei aveva presentato $Libra come parte di un progetto privato per “finanziare piccole imprese e startup argentine”, innescando una corsa agli acquisti che fece salire il valore della criptovaluta fino al 1.000%. Poche ore dopo il presidente fece però marcia indietro e cancellò il messaggio, provocando un crollo. Il movimento avrebbe causato perdite per oltre 100 milioni di dollari a centinaia di investitori nel mondo, garantendo al tempo stesso guadagni milionari ad altri operatori e portando all’apertura di un’inchiesta.
(da agenzie)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
SAREBBE STATO MOUSAVI A MIGLIORARE GLI ECONOMICI DRONI “SHAHED”, CHE RIESCONO A COLPIRE AEROPORTI E A INCENDIARE DEPOSITI DI CARBURANTE
Giugno 2025. L’Iran è sotto attacco israeliano, vengono uccisi molti dirigenti. Tra questi Amir
Hajidazeh, l’artefice del sistema aerospaziale. L’ayatollah Khamenei nomina come successore Majid Mousavi, il generale dei pasdaran vice della Divisione dal 2009. Nell’investitura lo esorta a promuovere il programma di droni e missili, armi che il nuovo comandante conosce bene.
Mousavi, 61 anni, originario della capitale, appartiene a quel cerchio di ufficiali che, dopo l’esperienza nel conflitto contro l’Iraq, si è dedicato all’ammodernamento dell’arsenale. A coordinarli c’era Hassan Moghaddam, responsabile dello sviluppo di vettori che all’epoca erano un’evoluzione degli Scud sovietici e di altri sistemi analoghi.
Interagiscono con regimi arabi, nordcoreani, cinesi e russi, per poi essere in grado di produrre in modo autonomo. Adattano, quando è possibile, la tecnologia straniera ai loro prototipi, vanno a caccia di componenti all’estero, aggirano i controlli.
I piani procedono con la messa a punto di sistemi a lungo raggio, la produzione di combustibile solido per il nuovo missile Sejil 2 — impiegato ieri, portata di 2 mila chilometri —, la creazione di basi all’interno di bunker. Le chiamano le città dei missili: gallerie dove nascondere i lanciatori e le munizioni.
I pasdaran attuano una dispersione di apparati per sottrarli agli attacchi, usano bersagli esca, cercano di avere impianti multipli per resistere il più a lungo possibile, concedono autonomia alle singole batterie in modo che sparino nel caso le comunicazioni siano bloccate.
I mezzi con lunga «gittata» sono completati da quelli per il corto-medio raggio, necessari per colpire le installazioni americane sull’altra sponda del Golfo. Ne avrebbero migliaia. Come sono migliaia i droni-kamikaze diventati l’insidia maggiore: secondo gli esperti c’è la mano di Mousavi nel miglioramento degli Shahed lanciati per incendiare depositi di carburante, bloccare aeroporti, mettere in crisi la sicurezza dei «vicini» ritenuti complici di Washington. E il miglior apprezzamento di questi droni è arrivato indirettamente dagli Stati Uniti che li hanno copiati.
Su Israele, invece, hanno sparato oltre 400 missili, compresi quelli con testate a grappolo, altra soluzione per costringere la difesa ad un alto consumo di intercettori. Tel Aviv ha negato di esserne a corto, come hanno suggerito fonti anonime americane. Il tema delle scorte esiste. La rappresaglia dei Guardiani prima ha cercato di mettere fuori uso la rete di avvistamento dei missili e, successivamente, ha puntato le postazioni dotate di strumenti costosi e lenti da rimpiazzare.
Ancora gli esperti hanno annotato un calo netto dei lanci di vettori iraniani rispetto alle salve iniziali, molto intense. Una diminuzione imputata alla distruzione di lanciatori, ai danni della rete logistica, ai raid israelo-americani su alcune «città dei missili» (Shiraz, Isfahan, Tabriz, Khorgo). Alcuni bunker sarebbero ora inaccessibili in quanto le bombe hanno provocato macerie estese. Le perdite comincerebbero ad essere rilevanti.
Altri osservatori sono meno convinti e offrono una spiegazione tattica: i pasdaran puntano sul logoramento e risparmierebbero gli ordigni limitandosi ad una quota ridotta, magari affidandosi — come domenica — a ordigni più moderni e veloci. Perché pochi «colpi» sono sufficienti a tenere in scacco il nemico.
(da l “Corriere della Sera”)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
CLASSE 1958, VAHIDI GESTISCE LA GUERRA NELL’OMBRA, INSIEME AGLI ALTRI COMANDANTI NASCOSTI IN BUNKER … IL SUO PRIMO COMPITO È SOPRAVVIVERE: GLI ANALISTI MILITARI SONO STUPITI DALLE SUE CAPACITÀ ORGANIZZATIVE. STA GESTENDO UNA DIFESA DECENTRALIZZATA, CON COMANDI E UNITÀ AUTONOME
A dicembre, due mesi prima di essere ucciso dagli israeliani, Ali Khamenei aveva deciso che ai
Sepah Pasdaran serviva un nuovo numero due. Un generale esperto, fedele, che avesse anche conoscenza della macchina burocratica dei Guardiani: soldi, aziende, relazioni politiche.
Qualcuno in grado di condurre una guerra esistenziale con l’America e Israele, se il suo capo fosse stato eliminato. È successo, nelle prime ore del conflitto: Mohammad Pakpour, il comandante dei pasdaran, è stato ucciso e a guidare i Sepah ora è il suo ex numero due, Ahmad Vahidi, scelto da Ali Khamenei.
Dal giorno della sua nomina è sparito dalla scena: nessun messaggio, nessuna apparizione. Gestisce la guerra nell’ombra insieme agli altri comandanti militari nascosti probabilmente in bunker e sparpagliati.
Il suo primo compito è sopravvivere, anche se il suo nome non compare nella lista dei most wanted, i ricercati dal dipartimento di Stato americano che valgono una taglia da dieci milioni di dollari, come Ali Larijani e Mojtaba Khamenei. Vahidi è però su un’altra lista con un mandato di cattura dell’Interpol per il suo presunto
coinvolgimento nell’attentato del 1994 al centro ebraico Amia di Buenos Aires, 85 morti.
Nato nel 1958 a Shiraz, la città del sud conosciuta per la poesia e il suo spirito più liberale, ingegnere con un dottorato in studi strategici, incarna alla perfezione la storia e l’ideologia della Repubblica islamica.
Entra nei pasdaran agli inizi, si arruola durante la guerra con l’Iraq, ricopre posizioni chiave nell’intelligence e nell’esercito, e fonda la forza Quds, l’unità d’élite che si occupa delle operazioni all’estero, guidata dopo di lui dal generale Soleimani, ucciso nel 2020 dagli americani. Quel ruolo gli consente di stabilire legami forti con tutto il cosiddetto asse della resistenza – gli Hezbollah in Libano, le milizie Houthi nello Yemen – mentre il suo lavoro nell’intelligence lo porta a trattare col nemico americano.
A metà degli anni Ottanta, secondo Mohsen Kangarlu, allora capo della sicurezza, Vahidi partecipa ai negoziati segreti con la Casa Bianca di Reagan nello scandalo Iran-Contra, quando gli americani fornirono clandestinamente armi all’Iran. Secondo l’analista Ali Alfoneh, dell’Arab Gulf States Institute, quei colloqui diedero a Vahidi ampia conoscenza di Israele e degli Stati Uniti.
La sua carriera nei Pasdaran avviene per molto tempo sotto la guida dell’ex comandante delle Guardie, Mohsen Rezai, l’uomo che ha ampliato il raggio d’azione dei Sepah allargando la loro influenza all’economia e alla politica. Vahidi impara a gestire l’amministrazione
Quando arriva al potere il populista Ahmadinejad, nel 2005, si occupa della logistica delle forze armate e della pianificazione. Col secondo mandato di Ahmadinejad, diventa ministro della Difesa e poi con il presidente ultraconservatore Ebrahim Raisi, morto in un incidente aereo, assume l’incarico di ministro dell’Interno.
Gli analisti militari ne sottolineano le capacità organizzative: sta gestendo una difesa decentralizzata, con comandi e unità autonome, per adesso senza che questo abbia prodotto colpi di mano da parte di qualche reparto. La sua storia, nella politica interna iraniana, è segnata dalla paura e della repressione.
(da La Repubblica)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “PECHINO ATTENDE; TOKYO E SEUL FANNO CAPIRE CHE POTREBBERO STARCI; LONDRA E PARIGI POSSONO FORNIRE DRONI MA NON PORTAEREI”… “DA VECCHIO AFFARISTA, DONALD SA COSA FARE NEI FALLIMENTI: COINVOLGERVI ALTRI”
Nelle acque di Hormuz la guerra di Donald Trump urta un muro di gomma iraniano. Le navi non passano. Il problema, creato dagli Stati Uniti, è più grande dell’America. È mondiale. Dal cappello trumpiano esce così l’idea di, e l’appello a, una coalizione cui vengono invitati – per ora – Cina, Corea del Sud, Francia, Giappone, Regno Unito.
In ordine alfabetico. L’ordine logico, alquanto diverso, si rispecchia nelle risposte a caldo. Pechino attende; Tokyo e Seul fanno capire che potrebbero starci; Londra e Parigi droni e simili sì, le portaerei servono altrove. Non esattamente una corsa alle armi, piuttosto una coalizione di non volenterosi.
Ma Trump è già comunque riuscito a scaricare il transito di Hormuz anche su spalle non sue. Dopo tanta denigrazione di alleati e partner, il presidente americano scopre di averne bisogno. O, almeno, che gli serve coinvolgerli in un’avventura sulla quale non li aveva minimamente consultati e dalla quale preferirebbero tenersi alla larga.
Se lo Stretto rimane chiuso, con tutte le ricadute che sta provocando in America e nel resto del mondo, “Furia Epica” si rivela un fallimento epico
Energetico immediatamente, economico a ruota, geopolitico in prospettiva. Quanta fiducia gli Usa si sono bruciati in Medio Oriente? Ma questi sono conti che si faranno a mente fredda e a guerra conclusa. Il problema urgente è energetico – perdere un quinto delle forniture mondiali di gas e petrolio non è uno scherzo – e, per immediata conseguenza, economico.
L’inflazione è in agguato, le Banche Centrali sul chi vive. Le attese riduzioni dei tassi d’interesse – Trump ci puntava in vista delle elezioni di novembre – sono ora in predicato. Forse si faranno, quando la guerra finirà e lo sconquasso prezzi-forniture sarà riassorbito.
Trump ha provato di tutto per stabilizzare il mercato; promesse di assicurazione del Tesoro Usa agli armatori, annuncio di scorta della Navy Usa, eliminazione delle sanzioni sul petrolio russo. Le navi restano a bollire all’ancora; pochissime (targate “petrolio per la Cina”) azzardano il transito dello Stretto. Per gli Usa – qui le finalità potrebbero divergere da Israele – più della guerra il nodo diventa sempre più la navigazione.
Da vecchio affarista di dubbia fama, Donald Trump sa cosa fare nei fallimenti: coinvolgervi altri. La logica non fa una grinza. La chiusura di Hormuz vi sta danneggiando? Lasciamo perdere chi o cosa l’abbia causata – la guerra iniziata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio. Lasciamo perdere la prevedibilità della risposta iraniana su Hormuz – tutti gli analisti l’avevano anticipata. Se vi sta danneggiando dovete darci una mano a riaprire la navigazione nello Stretto.
Non a caso l’invito a far parte della coalizione era rivolto ai tre Paesi asiatici più in sofferenza di forniture dal Golfo. Francia e Uk vi si aggiungono in quanto i due Paesi occidentali che ne hanno mezzi e capacità aeronavali, e che sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Trump ha aperto così la partita dell’allargamento del conflitto extra-Medio Oriente. Non sarà la temuta Terza guerra mondiale, non fino a che Russia, non chiamata in causa ma addolcita con petrolio e, forse, concessioni sull’Ucraina, e Cina, “parte lesa” nell’ottica dell’invito, ne rimangono fuori. Per il momento non è quello il rischio all’orizzonte.
Ma è sicuramente un pericoloso salto nel buio. Per due motivi. L’Iran considererà nemico chiunque partecipi ad operazioni di messa in sicurezza della navigazione via Hormuz. La protezione dei natanti richiederà un intervento agguerrito, forse anche con azioni a terra, altrimenti a cosa servono i 5.000 marine Usa
Secondo, non ci sarebbe da stupirsi se Donald Trump chiedesse aiuto o comunque sostegno anche ad altri alleati ponendoli di fronte a un difficile «che fare?».
L’Italia non ne è stata ancora oggetto. Per il momento può limitarsi a difendersi da attacchi come quello, via drone, subito dai nostri militari in missione di
stabilizzazione in Iraq – per Teheran, la presenza in area, militare o civile (ambasciate) basta a farne legittimo bersaglio.
Ma il problema potrà porsi in un futuro non lontano. Il coordinamento con Ue e Uk per una linea comune è essenziale. Non si può improvvisare a titolo nazionale. Il «Cosa fare se» sarà sicuramente sul tavolo del Consiglio europeo del 19-20 marzo.
(da La Stampa)
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Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER: “L’ITALIA DEVE CONTINUARE A STARE NELLO STATO DI DIRITTO”
Al referendum del 22 e del 23 marzo «voterò no, non per punire il governo, non per favorire le
opposizioni, ma soltanto per una ragione che a me sembra molto più fondamentale: che l’Italia continui a stare dalla parte dello Stato di diritto, nella vita del Paese e nel sistema internazionale». A dirlo è l’ex premier Mario Monti in una intervista rilasciata al Corriere della Sera.
Nella quale sostiene che «l’unico effetto indiscutibile della riforma sarebbe di spostare l’equilibrio dei poteri tra l’esecutivo e il giudiziario, a favore del primo. Se mi preoccupa? Molto. Può sembrare un limitato smottamento, al confine tra due terreni. Ma, come sappiamo bene in Italia, uno smottamento può trasformarsi in una grande frana».
Per Monti «l’insofferenza profonda ha spesso caratterizzato l’atteggiamento dell’attuale governo quando la magistratura o la Corte dei Conti hanno sanzionato suoi atti. La coerenza propositiva è quella che lega tra loro più proposte del governo, accomunate dall’intento di depotenziare alcuni presidi dello Stato di diritto, visti come inaccettabili ostacoli all’esecutivo. Mi riferisco alla riforma sul premierato intesa ad accrescere la governabilità e la legge elettorale recentemente presentata, con meccanismi intesi a rafforzare notevolmente la maggioranza».
(da agenzie)
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