Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
LE BUFALE PRO-CREMLINO SONO TRIPLICATE NEGLI ULTIMI 4 ANNI GRAZIE ALL’IA DI “YANDEX”, MA ORA TUTTI I SUPERCOMPUTER CHE FANNO FUNZIONARE QUESTI “BOT” SONO STATI TUTTI DANNEGGIATI E IL TRAFFICO GESTITO DALL’AZIENDA È CALATO DEL 99%
La distruzione di tre dei data center di Yandex, “la Google russa”, sembra mettere a nudo la grande macchinazione informatica che attraverso una falange di bot automatici inonda l’Occidente di contenuti favorevoli al Cremlino.
In tutto il mondo infatti, dopo il raid dei droni ucraini che hanno incendiato i server, si assiste a un calo della propaganda digitale che spinge politici, imprenditori e narrative in sintonia con Vladimir Putin, spesso accompagnati da notizie distorte ed esaltazioni della protesta più violenta contro le istituzioni democratiche europee.
Dal sostegno alle idee dell’Afd in Germania a quelle di Marine Le Pen in Francia fino ai candidati Maga nel voto americano di Midterm, viene registrato un crollo dei post social che esaltano chi ha posizioni degli esponenti vicini al Cremlino.
Una concatenazione presentata – con una sintesi tecnica forse sommaria – come la prova dell’origine del supporto web assicurato da Yandex a chi si schiera con la Russia, mettendo al lavoro una catena di montaggio di troll: ossia sistemi robottizzati che sfornano notizie tarate per plasmare l’opinione pubblica verso i partiti amici o, con maggiore frequenza nell’ultimo periodo, per sgretolare la fiducia nelle istituzioni democratiche cavalcando temi come l’immigrazione e la crisi economica.
Il punto di partenza di queste analisi è il rilevamento di Cloudflare: dopo il primo assalto ucraino il traffico gestito da Yandex è diminuito del 35 per cento; l’incendio del terzo data center nella notte tra sabato e domenica lo ha fatto precipitare del 99 per cento: lo ha raso al suolo, paralizzando una parte consistente della vita digitale nella Russia centrale e spazzando via i servizi offerti da una trentina di app, dai taxi ai pagamenti online, dalle consegne di cibo allo shopping sul web.
Nel 2022 si stimava che su 350 mila messaggi filorussi sull’invasione dell’Ucraina, un quinto fosse composto dai bot. Nel 2026 la percentuale sarebbe triplicata grazie all’intelligenza artificiale addestrata dalla stessa Yandex per propalare disinformatia: i tre supercomputer che fanno funzionare questa IA sono stati tutti danneggiati dai droni di Kiev.
È certo che i bombardamenti hanno causato un esaurimento dei flussi comunicativi manipolati. Ad esempio, quelli seminati sulle chat da Storm1516 – account che opera dalle infrastrutture di Yandex – per influenzare la campagna elettorale francese, venerdì si sono ridotti a poche decine di migliaia di commenti: lo stesso monitoraggio il 24 settembre ne aveva censiti milioni.
«Molte persone se ne sono accorte. C’è stato meno odio, meno divisioni e meno provocazioni perché ci sono stati meno bot», ha scritto il presidente Zelensky rivendicando di avere amputato la “bestia” automatizzata con cui Mosca semina zizzania per aprire crepe nella società europea e statunitense.
In realtà, molti esperti spiegano che le incursioni contro Yandex non hanno eliminato i bot e che le statistiche vanno interpretate in modo diverso: si tratta di un effetto del crollo completo dei server, non di una sconfitta delle macchine spara-menzogne. Lo evidenzia “antibot4navalny,” un osservatorio delle fabbriche di troll e delle campagne social gestite dall’intelligence russa, che riconduce il calo della propaganda al blocco delle attività di profilazione dei contenuti realizzate da Yandex: nel blackout generale sono spariti pure gli araldi delle fake news.
La paralisi potrebbe essere solo temporanea. Ci sono già segnali di ripresa del traffico, che quindi tornerà lentamente a far risorgere pure gli spot per Afd, Le Pen, Maga e magari pure per candidati di casa nostra.
(da Repubblica)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
IL CARRELLO DELLA SPESA FUORI CONTROLLO PUÒ DIVENTARE IL MIGLIOR VOLANO PER DARE FORZA AL CAMPO LARGO. IL PRESIDENTE DELLA CONFINDUSTRIA ORSINI LA INCALZA: “SEMPRE PIÙ IMPRENDITORI SONO COSTRETTI A FARE PRESTITI PER PAGARE LE BOLLETTE”
Una volata verso le elezioni con i prezzi dell’energia fuori controllo e l’aumento a
cascata sui beni di prima necessità. Il binario è doppio: i cittadini impoveriti dal carovita e le aziende costrette a licenziare o addirittura a chiudere. Giorgia Meloni, all’ultimo anno di legislatura, osserva i dati macroeconomici con grande apprensione.
Se il Pil può chiudere «verso l’1 per cento», come ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e l’occupazione raggiunge la quota del 63,1 per cento (con oltre 24 milioni di occupati), i timori sulla crescita – comunque fiacca – sono alti.
Il carrello della spesa fuori controllo può diventare il miglior volano per dare forza al campo largo.
«Sempre più imprenditori sono costretti a fare prestiti per pagare le bollette», ha denunciato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. L’energia è diventata la sua priorità: il numero uno di viale dell’Astronomia ha chiesto un grande piano nella prossima manovra.
Trivelle d’emergenza Meloni ha colto il primo messaggio con grande celerità. Così ha varato, in fretta e furia, il decreto che vuole spingere le trivellazioni per l’estrazione di idrocarburi. Lo scopo è quello di aumentare la produzione di energia “fatta in casa”, prevedendo commissari ad hoc contro i presidenti di regione renitenti alle trivelle.
È anche il manifesto di una destra che preferisce il fossile alle rinnovabili. Con il rischio di aver avviato la solita iniziativa a favore di telecamera.
«Le riserve italiane sono scarse, costose, e capaci di coprire il fabbisogno solo per pochissimo tempo», ha ricordato l’eurodeputata del Pd, Annalisa Corrado. Sulla stessa falsariga è stato ripreso l’armamentario ideologico del nucleare, che tuttavia nei prossimi anni non farà sentire alcun miglioramento in materia di approvvigionamento.
«Abbiamo avuto il coraggio di riaprire la strada del nucleare», ha detto la leader di Fratelli d’Italia.
La realtà, però, non è quella di un governo longevo e in piena salute. Palazzo Chigi sta guardando al presente per limitare l’impatto del caro-benzina. Serve qualcosa da rivendere subito sul mercato del consenso. Lo ha ammesso la presidente del Consiglio: «Stiamo lavorando su un provvedimento che vorremmo più targetizzato verso i consumatori che hanno maggiormente bisogno. Vorremmo anche un provvedimento facile, immediato per i cittadini».
È al vaglio, dunque, la più volte annunciata misura per contenere i costi del carburante per i ceti più deboli. A parole è facile, complicata rendere esecutiva l’idea. Il nodo resta la platea dei beneficiari. La Lega vorrebbe tutelare le partite Iva che per loro natura hanno bisogno di spostarsi con mezzi privati. Forza Italia punta a inserire nell’elenco i pensionati, che rischiano di essere maggiormente colpiti dagli aumenti alla pompa di benzina. Resta, insomma, da individuare la declinazione dell’idea meloniana di uno sconto selettivo. Dal governo emerge una sola certezza: la prossima settimana non ci sarà il rinnovo della misura così come è stata approvata, ossia con il taglio generalizzato ai prezzi del gasolio.
Gli interventi per contenere i rincari, d’altra parte, servono a poco. Più che i decreti servirebbe la pace, è il concetto che Giorgetti ha ripetuto ai colleghi in varie circostanze. Meloni paga il “peccato originale”, quell’antica amicizia con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, causa di molti mali in materia di carovita.
Sofferenza produttiva I dati sull’occupazione vengono ostentati come il fiore all’occhiello del governo Meloni. Ma in filigrana si legge una tendenza tutt’altro che positiva sulla stabilità: cresce il lavoro intermittente, quella a chiamata. Nel secondo trimestre del 2026, questo dato è cresciuto dell’1,3 per cento rispetto ai primi mesi dell’anno e addirittura del 6,7 per cento in confronto allo stesso periodo del 2025. Da qui il passo verso le crisi industriali.
La vicenda ex Ilva si trascina ancora, ma le vertenze hanno un peso mediatico importante. L’ultimo caso è quello di Electrolux, che ha confermato i 1.450 esuberi. «Quando si sceglie di non avere una politica industriale, questi sono i risultati. Urso appare immobile, senza idee come un frigo vuoto», ha commentato il deputato di Alleanza verdi sinistra, Marco Grimaldi.
Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha rivendicato negli anni la diminuzione del numero di tavoli di crisi.
Ma restano vertenze molto scottanti. Così Meloni ha preparato la sua contro-strategia. Nelle ore in cui è esplosa la vicenda Electrolux, la premier ha vistato le aziende modello di manifattura: la Sambonet Paderno Industrie e Herno, in provincia di Novara. Una tacca propagandistica da aggiungere al presidio del tessuto produttivo.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
“PERPETUA L’ILLUSIONE CHE CON ARTIFIZI GIURIDICI SI POSSA CONFORMARE, PER LE PROPRIE CONVENIENZE, IL SISTEMA POLITICO. L’ABNORMITÀ DEL PREMIO È MESSA IN MAGGIORE RISALTO RISPETTO ALL’IMPRESSIONANTE AUMENTO DELL’ASTENSIONISMO”… “LE PREFERENZE PLURIME FAVORISCONO LA FORMAZIONE DI GRUPPETTI ALL’INTERNO DELLE LISTE, CHE AUMENTANO LA FRAMMENTAZIONE E FACILITANO IL CONTROLLO DEL VOTO”
“Il più grande difetto della legge?». Gaetano Silvestri, tra gli insigni professori che hanno guidato la Consulta e formato generazioni di studenti, si sforza di non usare le parole del diritto. «Una legge davvero opportunistica. Che perpetua l’illusione che con artifizi giuridici si possa conformare, per le proprie convenienze, il sistema politico».
E invece, per il costituzionalista Silvestri: da cosa dipende la stabilità ?
«La risposta è nella durata del governo Meloni. Che reca, mi pare, una forte contraddizione. Proprio questo esecutivo dimostra che la stabilità è frutto della politica e non del sistema elettorale. Non di macchinosi congegni normativi, che si sovrappongono alla sovranità popolare».
Silvestri, 82 anni e una fibra che gli consente studio e battaglie, poi alza le mani: «Non mi si chieda di sostituirmi al vaglio sereno e sacrosanto della Corte che, da quanto leggo, sarà investita dai ricorsi. Quello che posso offrire è l’osservazione di un vecchio cittadino, oltre che giurista che si è interessato anche di questi aspetti».
Se n’è occupato, eccome. Lei era presidente della Corte quando fu bocciato il Porcellum : quel premio di maggioranza alterava il processo democratico. Il Melonellum può inciampare nello stesso vulnus?
«Deciderà, ripeto, la Corte. Ma ritengo personalmente che il 42% sia una soglia troppo bassa per attribuire un premio di 70 deputati e 35 senatori.
E l’abnormità del premio è messa oggi in maggiore risalto rispetto all’impressionante aumento dell’astensionismo. Una distorsione del risultato del voto che comprime artificiosamente le scelte degli elettori».
Sono 6 i punti a rischio: tra cui l’indicazione del futuro premier, il blocco dei capilista, la mancata alternanza di genere. Su quali coinvolgere l’opinione pubblica?
«Trovo sano, in effetti, che sia nato un dibattito fuori dalla dialettica maggioranza-opposizione. Il blocco dei capilista si combina con la scarsa democraticità dei procedimenti interni dei partiti.
Le preferenze plurime – ferma restando la doppia preferenza di genere – favoriscono la formazione di gruppetti all’interno delle liste, che aumentano la frammentazione e facilitano il controllo del voto. Se pensiamo poi al listone di 70 più 35 “eletti in blocco” su Camera e Senato, risulta chiaro che questa legge si trova in rotta di collisione con la giurisprudenza della Corte».
La legge vuole infilare dalla finestra un surrogato di premierato che non entra dalla porta?
«Vorrebbe. È più appropriato dire che tenta di introdurre surrettiziamente il premierato».
(da Repubblica)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
ACCORDO ANCHE PER ALLOGGI PER LE FORZE DELL’ORDINE NEL CENTRO STORICO, STANZIAMENTO DEL VIMINALE DI OLTRE UN MILIONE DI EURO E L’ARRIVO DI “FALCHI” IN SUPPORTO ALLA SQUADRA MOBILE… IL RISULTATO DEL SUMMIT A GENOVA CON IL MINISTRO DEGLI INTERNI E IL CAPO DELLA POLIZIA… UN ANNO FA PIANTEDOSI AVEVA VINCOLATO GLI AIUTI DOVUTI ALLA CREAZIONE DI UN CPR A GENOVA, IPOTESI RIGETTATA DA SILVIA. ALLA FINE HA VINTO LEI CHE CON STILE RICORDA: “LA SICUREZZA NON HA COLORE, HA VINTO GENOVA”
Un posto fisso di polizia in via Prè, alloggi per le forze dell’ordine da realizzare nel
centro storico, uno stanziamento di 1 milione e 160mila euro del Fondo per la sicurezza urbana che il Comune di Genova potrà utilizzare anche per nuove assunzioni o per gli straordinari della polizia locale, l’invio dei ” falchi” per supportare la squadra mobile della città.
Sono alcune delle misure per aumentare la sicurezza del centro storico di Genova annunciate dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi e dalla sindaca, Silvia Salis, dopo la riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica che si è svolta in Prefettura.
“È stato un incontro molto proficuo”, ha esordito Piantedosi, sottolineando “la buona sinergia che c’è in questa città fra tutti gli attori istituzionali”.
Quanto agli “ulteriori segnali di attenzione da destinare a questa importante città in termini”, il ministro ha spiegato che ci saranno assegnazioni di risorse, in termini di uomini ed economiche e che saranno resi sistematici alcuni interventi già in corso. Ed ha annunciato anche l’invio di unità dei “falchi” di supporto alla squadra mobile, vale a dire agenti in borghese, già in servizio in altre città, “addestrati per interventi sul territorio così complicati come quelli nei caruggi di Genova”.
Soddisfatta dell’incontro la sindaca Salis: “La richiesta del Comune di Genova è arrivata al cuore del ministero che ha messo a terra un progetto molto importante” ha detto Salis. La sindaca ha quindi spiegato che il posto fisso di polizia in locali del Comune in via Prè 26-28 rossi dovrebbe essere allestito in tempi relativamente brevi e ha annunciato l’impegno del Comune per cercare immobili nel centro storico da destinare ad alloggi per le forze di polizia, come proposto dal ministero.
Salis è poi intervenuta in Consiglio comunale per fare anche all’aula resoconto sulle misure per la sicurezza del centro storico decise nella riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.
“Questa è una giornata storica per Genova, c’è stata una presa di coscienza nazionale della situazione del centro storico da parte di tutte le istituzioni”, ha detto Salis.
E, dopo aver illustrato gli interventi, la sindaca ha sottolineato che “questo piano per la sicurezza non era mai stato pensato prima e nasce in un momento particolare, nel quale l’amministrazione comunale ha un colore politico diverso da quello del governo nazionale, a dimostrazione che la sicurezza non ha colore, è un tema che possiamo trattare tutti e tutti possiamo ottenere risultati collaborando per il bene delle nostre città e del nostro Paese”.
I consiglieri comunali della maggioranza di centrosinistra hanno accusato il centrodestra di aver “fallito” nel passato ciclo amministrativo e di aver “governato per 8 anni senza riuscire a portare sicurezza nel centro storico”.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
L’ATTACCO INFORMATICO NON È STATO RIVENDICATO, LA PROCURA DI PARIGI HA APERTO UN’INCHIESTA – SECONDO GLI ESPERTI È POSSIBILE CHE A COMPIERE IL BLITZ SIA STATO “UN ATTORE STATALE” (CIOE’ LA RUSSIA)
Cyber-attacco senza precedenti in Francia, dove oltre cinquecento supermercati di diverse catene della grande distribuzione sono stati bersaglio dei pirati informatici nella notte tra domenica e lunedì.
Sono stati manomessi a distanza i sistemi di refrigerazione e congelamento. Ieri mattina, quando i dipendenti hanno aperto i locali, hanno sentito un’ondata di caldo inusuale: nella notte la temperatura dei frigoriferi era stata portata a 50 gradi, e tonnellate di prodotti sono stati danneggiati e destinati al macero.
Latticini, carne, insaccati, verdure, ogni genere di surgelati: tutto da buttare, con un danno di decine di milioni di euro. «Una catastrofe», secondo i responsabili di Intermarché.
Domenica un attacco informatico nei Paesi Bassi aveva provocato malfunzionamenti nelle catene di supermercati Albert Heijn, Etos e Gall & Gall, mettendo fuori uso lo shopping online e i cartellini elettronici dei reparti, e ieri anche la catena Delhaize in Belgio ha segnalato problemi al sistema informatico. Non è chiaro per adesso se gli eventi nei tre Paesi facciano parte di un attacco coordinato.
In Francia sono stati colpiti i grandi marchi della distribuzione, come Intermarché, Super U, Leclerc o Metro. «Gli attacchi sono uno strumento di destabilizzazione politica — ha detto Thierry Cotillard, presidente del gruppo Les Mousquetaires —. Siamo bersaglio di tre o quattro azioni ogni giorno». […]
Nell’agosto scorso una società specializzata nella cyber-sicurezza, Team82, aveva trovato falle nei sistemi Danfoss per gestire la refrigerazione a distanza, e la società aveva rilasciato un aggiornamento che avrebbe dovuto essere installato da tutti gli utenti. […]
Il cyber-attacco non è stato rivendicato, e la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta. Le piste possibili sono l’azione di un gruppo legato a uno Stato, e il primo pensiero va alla Russia e ai suoi metodi di guerra ibrida, a hacker che abbiano voluto colpire uno dei centri del sistema capitalistico, oppure a pirati informatici decisi a chiedere un riscatto, di cui però per il momento non si ha notizia.
Un esperto di sicurezza informatica, Antoine Hautin a capo dell’azienda Almond, giudica improbabile la responsabilità di un concorrente, e anche lo scopo di estorsione, visto che i bersagli sono tanti, appartenenti a catene diverse e su tutto il territorio nazionale.
«L’ipotesi che mi sembra più plausibile è quella di un attore statale, o simile, che cerchi di destabilizzare la nostra società — ha detto al Figaro —. Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, sappiamo che l’intelligence ci mette in guardia contro questo tipo di minaccia».
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
I PRECEDENTI PACCHETTI DI SANZIONI AVEVANO PREVISTO L’EMBARGO SUL PETROLIO, I DIVIETI SUL GAS NATURALE LIQUEFATTO E UNA STRETTA SULLA “FLOTTA OMBRA”
L’Unione europea ha adottato ieri un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il
22esimo dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Si tratta della più imponente espansione delle liste sanzionatorie mai concordata da Bruxelles dal 2022, con 1.569 nuove designazioni mirate a colpire il complesso militar-industriale di Mosca.
Nel dettaglio, il provvedimento deciso durante il consiglio Affari Esteri in Lussemburgo inserisce nell’elenco dei soggetti colpiti altre 826 aziende russe e 743 amministratori delegati, oltre a fornitori di componenti chiave per armi avanzate come missili balistici, droni e aerei.
Il totale dei soggetti russi sanzionati da Bruxelles sale così a circa 4.600. Le misure colpiscono le imprese intermedie della difesa che generano oltre 20 miliardi di euro di fatturato annuo e impiegano 250mila persone, concentrandosi per oltre la metà sulla filiera dei missili balistici. Il pacchetto sanziona inoltre 77 individui (74 candidati e tre membri della Commissione elettorale) per le elezioni farsa del settembre scorso nei territori occupati dall’esercito di Mosca e include sette misure sulla cooperazione militare con la Corea del Nord. Le nuove liste avranno durata triennale e seguono la rimozione degli oligarchi Usmanov e Fridman avvenuta il mese scorso.
In questi anni, l’Ue aveva già varato 21 pacchetti progressivi per erodere la capacità di Mosca di finanziare la guerra. Il penultimo provvedimento, il 21esimo, era stato formalizzato il 23 luglio scorso e aveva colpito 48 persone e 170 entità, vietando l’accesso ai porti della Ue a 41 navi della “flotta ombra” di Mosca, congelando l’adeguamento del tetto al prezzo del petrolio fino al luglio 2027 e stoppando le operazioni con 33 banche e 14 piattaforme di criptovalute.
Tra i pacchetti precedenti figurano misure chiave come l’embargo sul petrolio, i divieti sul gas naturale liquefatto, la stretta sulla “flotta ombra” e la disconnessione delle banche russe dal sistema creditizio internazionale Swift.
L’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha dichiarato che l’Europa ha mostrato un fronte unito dopo una settimana di raid russi in Ucraina con oltre 150 vittime civili, evidenziando che bombardare i ponti di Kiev, le navi che trasportano cereali nel Mar Nero e l’Accademia delle Scienze ucraina dimostra che Mosca non cerca la pace e che la pressione su Putin è l’unica via. Kallas ha espresso sostegno a un’eventuale tregua sulle infrastrutture energetiche, a condizione che venga rispettata da Mosca.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROTESTA DEI DEPUTATI DEMOCRATICI: “PERCHÉ IL NUMERO UNO DELL’FBI SI STA RECANDO IN VISITA PRESSO UNA POTENZA STRANIERA OSTILE, CHE HA CONDOTTO OPERAZIONI DI INFLUENZA CONTRO LE ELEZIONI STATUNITENSI E SFERRATO ATTACCHI INFORMATICI MALEVOLI?”
«Perché il direttore dell’Fbi si sta recando in visita presso una potenza straniera ostile che ha commesso crimini di guerra, condotto operazioni di influenza contro le elezioni statunitensi, sferrato attacchi informatici malevoli contro le nostre infrastrutture critiche e aiutato i nostri avversari a prendere di mira e uccidere soldati americani?».
Chi scrive, chiedendo che il direttore dell’Fbi, un trumpiano di stretta osservanza Maga, Kash Patel, annulli l’imminente viaggio a Mosca, sono due dei membri tra i più importanti dei Dem Usa, Jim Himes, il democratico di rango più alto nella commissione Intelligence della Camera, e Jamie Raskin, il più alto in rango alla commissione Giustizia.
Il viaggio di Pate, mai annunciato ufficialmente, è in programma domani e giovedì, prima nella capitale russa poi a San Pietroburgo, e arriva proprio nel momento in cui Trump sigla il contestato accordo sul diesel con Putin, e sullo sfondo di indiscrezioni sempre più inquietanti su affari che il clan-Trump, attraverso il genero Jared Kusher, avrebbe iniziato a discutere con Putin a Mosca. Tra questi, la cessione degli asset esteri di Lukoil a una cordata vicina a Kushner e Witkoff.
Non si sa chi Patel vedrà. L’Fsb si occuperà probabilmente della sua logistica. Non si sa quale sia l’agenda e l’argomento dei colloqui. E la lettera accusa, come fatto certo: Patel sta costruendo una collaborazione inedita con i tradizionali avversari degli Stati Uniti: Cina, e ora Russia.
«Queste partnership – si legge nel documento, datato 5 ottobre – hanno incluso scambi di personale e la condivisione di informazioni di intelligence, nonostante il fatto che funzionari russi e cinesi sfrutteranno tale accesso per compiere attività di spionaggio ai nostri danni, infiltrarsi nelle strutture governative Usa e persino prendere di mira dissidenti residenti negli Stati Uniti.
Ignorando tali preoccupazioni, a quanto si apprende avete già concesso a funzionari cinesi un accesso senza precedenti alla comunità di intelligence americana, al personale diplomatico e alle strutture e agli appaltatori del governo statunitense. L’imminente missione in Russia sembra prefigurare scambi analoghi con il Cremlino».
E Patel va a Mosca mentre «la Russia continua a condurre operazioni di spionaggio, attacchi informatici e attività di influenza maligna ai danni degli Stati Uniti e dei nostri alleati. Il dipartimento di Giustizia ha recentemente reso noto che l’Fbi ha sventato un complotto per un omicidio su commissione ai danni di un noto dissidente russo a Washington, orchestrato dai servizi di intelligence russi.
La Russia ha fornito all’Iran informazioni per contribuire a perfezionare gli attacchi aerei della Repubblica Islamica contro le truppe americane in Medio Oriente ed è stata accusata di organizzare attacchi a infrastrutture in tutta Europa al fine di mettere alla prova la determinazione della Nato».
Si ricorda anche che Patel «ha ricevuto un compenso di 25 mila dollari per la partecipazione a “All the President’s Men: The Conspiracy Against Trump”, un documentario realizzato da un noto alleato del Cremlino che ha agito come sostenitore retribuito della violenza e dello spionaggio russi all’estero».
Si teme poi che Patel possa ricevere “kompromat” russo sui Dem. Se proprio il viaggio si farà, si chiede a Patel di presentarsi a un briefing a porte chiuse con le commissioni del Congresso, e rivelare itinerario completo del viaggio in Russia, identità di tutte le persone che prevede di incontrare, gli argomenti di discussione e l’ordine del giorno degli incontri, una descrizione dettagliata di eventuali attività sociali, l’indicazione precisa dei propri spostamenti nei momenti di tempo libero.
Nell’intelligence c’è il timore che dietro il viaggio ci siano anche gli affari di Kushner e della “dollar’s diplomacy”.
(da “la Stampa”)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
“IN GIRO CI SONO PERSONAGGI CHE SEMBRANO CATENACCI IN CARNE E OSSA. SOLO CHE NON STANNO SCHERZANDO, E VANNO PRESI MOLTO SUL SERIO” … MERLO: “BRACARDI PROFETIZZÒ ANCHE L’ANTIDOTO A CATENACCI-VANNACCI, CHE NON ERA L’ISCRIZIONE ALL’ANPI O UNA MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA MA IL PERNACCHIONE CHE SUPERA TUTTI I GRADI MISURABILI: “BECCHETE QUESTA: PRRRRR”
Giorgio Bracardi, morto ieri a 93 anni, era un grandissimo, e ho l’amaro rimpianto di
non averlo mai intervistato.
Da ragazzo lo seguivo alla radio e in tv, spesso nei programmi geniali pensati dal suo mentore Renzo Arbore, e mi faceva ridere fino alle lacrime. Meraviglioso il personaggio del nostalgico, Ermanno Catenacci, che vestito di nero ricordava le gesta del duce, ad esempio quando scendeva con lo slittino sul campo minato, per lo spavento dei gerarchi — «il duce è spacciato, il duce è spacciato» —, e all’arrivo dopo aver slalomeggiato tra le esplosioni sorrideva felice: «Sorbole, che bella giornata! Mi sono proprio divertito!». E il bello è che queste gag le trasmetteva la Rai.
Ieri Dagospia ha rilanciato un suo intervento in un programma della Carrà del 1978 in prima serata su Raiuno. Oggi qualcuno che prendesse in giro il fascismo non avrebbe assolutamente accesso alla televisione. Anzi, in giro ci sono personaggi che sembrano davvero Catenacci in carne e ossa. Solo che non stanno scherzando, e vanno presi molto sul serio. Bracardi non poteva immaginarlo e non può più seguirlo, ma il suo personaggio è all’8 per cento, e magari un domani sarà al governo.
(da Corriere della Sera)
CATENACCI LA PRE-VISIONE DI VANNACCI
La profezia più attuale, che allora ci divertiva e oggi ci spaventa, è quella del fascista Catenacci. Al solito e scontato repertorio di camicie nere e di “quando c’era… lui caro lei”, Bracardi aggiunse, come un vero preveggente, il suffisso peggiorativo in “acci”, un dispregiativo che, sebbene accompagnato da un “peppeppé”, rimandava a Farinacci, a Bombacci, ai Petacci, ai tipacci e alle squadracce e, come in un incantesimo dadaista, cinquant’anni dopo si sarebbe inverato in Vannacci.
Bracardi era un genio, la maschera popolare che, smorfiando e gracchiando, pre-vide l’Italia. Infatti profetizzò anche l’antidoto a Catenacci — Vannacci, che non era l’iscrizione all’Anpi o una manifestazione antifascista ma il rito pagano della pernacchia esagerata, la pernacchia antifascista appunto: “Becchete questa: prrrrr”.
Ed è una scala tellurica che va ben oltre le variazioni di Eduardo, è il pernacchione che supera tutti i gradi misurabili. L’irriverenza ghigno, la boccaccia intelligente, la fisicità da marionetta sfrontata di Bracardi, che frequentava i libri di storia, era consapevolmente ispirata a Totò e inconsapevolmente ai balli meccanici di Depero, ai balletti russi di Djagilev. Arbore si ritrae dai paragoni altisonanti che hanno sempre un tocco comico, ma Quelli delle notte è stato il nostro Cabaret Voltaire che i dadaisti avevano inventato a Zurigo mescolando arte e salsicce, genialità e baccano (svegliavano Lenin che dormiva di fronte e chiamava la polizia).
Il più dadaista di tutti era Bracardi che, terribilmente scorretto, persino oltre le sfrontatezze di Charlie Hebdo, era “l’ebreo israeliano” nello stereotipo antisemita. Il cappello da rabbino, la barba e le treccine — “shalom, shalom” — cantando salmi, teneva in mano un frammento di polistirolo del muro del pianto e “regalava” a Arbore un souvenir con la neve che cadeva su Tel Aviv, ma in cambio voleva almeno diecimila lire.
(da Repubblica)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
TRA GLI EPISODI DENUNCIATI, AUTO DANNEGGIATE, TENDE INCENDIATE E UN’AGGRESSIONE IN CUI IL PADRE (MALATO, COSI’ COME LA MADRE) HA PERSO TRE DENTI … IL RACCONTO DEL FIGLIO: “HA MINACCIATO DI BRUCIARE MIA MADRE. APPENA CI SIAMO TRASFERITI GRIDAVA, E TUTTORA GRIDA: ‘MAROCCHINI DI MERDA, FATE SCHIFO, SCENDETE CHE VI AMMAZZO. VI STERMINO, FIGLI DI PUTTANA’…” – IL GIUDICE HA IMPOSTO AL VICINO IL DIVIETO DI AVVICINAMENTO CON BRACCIALETTO ELETTRONICO
L’apice della violenza, perlomeno in termini numerici, lo racconta l’anziano padre di famiglia, malato oncologico e, come la moglie, dichiarato invalido al 75 per cento: «Era il 25 febbraio. Sentiamo suonare al citofono. Ci affacciamo. Per strada ci sono 15 persone. Uno alza la testa e grida: “Marocchini di merda, siamo in Italia. Comandiamo noi. Scendi che ti tagliamo la testa. Questa è la tua ultima serata, devi lasciare in pace mio zio».
Il branco non si disperde quando qualcuno chiama il 112. Alcuni restano. Cercano di spaccare la macchina di una famiglia provata da prevaricazioni quasi quotidiane. Le volanti della polizia ne fermano quattro. Ma loro, quasi in manette, continuano a urlare: «Vi bruciamo vivi».
Per otto anni una madre e un padre malati, e il loro figlio, sono stati minacciati di morte, aggrediti e vessati in più modi dal vicino di casa o dal branco di cui si è servito per organizzare spedizioni punitive. «Ce l’hanno con noi perché siamo marocchini».
Le «persecuzioni condominiali», secondo pm e gip, si sono «protratte per un tempo considerevole e si sono aggravate nel tempo».
E sono talmente gravi da avere spinto il gip – su richiesta della procura guidata da Giovanni Bombardieri – a emettere nei confronti dell’indagato, un italiano di 53 anni, la misura del divieto di avvicinamento con obbligo di braccialetto elettronico.
Decine di esposti, anche al Comune, immagini riprese dalle videocamere, testimonianze, l’inchiesta a carico dell’italiano, sposato e con un figlio, ricostruisce l’escalation di una serie di violenze che inizia quando la sua famiglia si trasferisce nella palazzina dove le vittime vivono da 26 anni.
Racconta il figlio, una delle tre parti offese nel procedimento: «Appena si sono trasferiti quell’uomo ha incendiato la tenda del nostro balcone. Poi ha rotto tre denti a mio padre. Ha minacciato di bruciare mia madre. Da subito gridava, e tuttora grida: “Marocchini di merda, fate schifo, scendete che vi ammazzo».
Vasi da fiori lanciati contro la porta, pneumatici bucati. Urla di giorno e anche di notte. «Una sera è andato avanti fino alle cinque e mezza del mattino. Gridava: “Vi stermino, figli di puttana».
L’ennesima aggressione è vista da molti condomini l’8 settembre, il giorno in cui l’uomo viene arrestato. Dai verbali: «Brandisce una bottiglia spezzata e un’asta di ferro lunga un metro. Porta la bottiglia al collo mimando il gesto di tagliare la gola, sino a provare di tentare di colpirlo».
Il movente dell’odio non è solo il razzismo. Il figlio della famiglia marocchina diventa vittima per il suo coraggio. Qualche anno fa era stato l’unico ad avere la forza di diventare «referente di scala». Non un compito qualunque in uno stabile qualunque. Una vera e propria missione per una comunità esposta da anni a prevaricazioni.
«Gli ex referenti di scala si sono tutti dimessi – scrivevano gli inquilini in un comunicato del 2020 – per paura di manifestazioni violente e verbali».
Ad agosto un incappucciato fa esplodere uno pneumatico dell’auto della famiglia vessata. «È stato uno scoppio forte – ricorda la madre – era la seconda volta che capitava. La prima ci avevano tagliato le gomme. Quell’uomo non accetta che mio figlio sia rappresentante di scala. Dice: “Io non voglio essere comandato da un marocchino”. Ci minaccia ogni giorno». Il figlio ora teme, soprattutto, per la sua salute: «Mamma vive nel terrore. È costretta a prendere lo Xanax. Ha attacchi di panico. Non esce più da sola». Con spranghe o bottiglie in mano, gli agguati denunciati sono decine. «Scendi che sono sotto». «Portatemi alle Vallette perché oggi lo ammazzo».
(da La Stampa)
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