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BELLA STRONZATA HA FATTO TRUMP CON LA GUERRA: IL REGIME IRANIANO NON È CADUTO E AVRÀ IN MANO UN RICATTO PERENNE SULLO STRETTO DI HORMUZ

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

I PASDARAN AVVERTONO: “LO STRETTO NON TORNERÀ MAI PIÙ AL SUO STATO PRECEDENTE” – TEHERAN SI PREPARA A QUELLO CHE DEFINISCE “UN NUOVO ORDINE REGIONALE”: NELLE ULTIME 24 ORE 15 NAVI SONO TRANSITATE DIETRO AUTORIZZAZIONE DEL REGIME DEGLI AYATOLLAH. CHE AVRÀ IL POTERE DI APRIRE E CHIUDERE I RUBINETTI AL COMMERCIO GLOBALE

La Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane ha annunciato che lo strategico Stretto di Hormuz “non tornerà mai più al suo stato precedente”, aggiungendo di star completando i preparativi per quello che ha definito un nuovo ordine regionale, secondo un post su X attribuito alla forza, scrive Haaretz.
La dichiarazione non specificava quali misure operative fossero in fase di preparazione, ma lasciava intendere un cambiamento a lungo termine nel modo in cui Teheran intende gestire questa vitale via navigabile, in particolare nei confronti degli Stati Uniti e di Israele.
L’agenzia di stampa Fars, affiliata al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc), ha riferito che nelle ultime 24 ore 15 navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz dopo aver ricevuto l’autorizzazione dall’Iran.
Nonostante il traffico limitato, Fars ha affermato che il traffico marittimo complessivo attraverso questo punto strategico rimane inferiore di circa il 90% rispetto al periodo precedente l’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Un alto consigliere della Guida Suprema iraniana ha lanciato un duro avvertimento sulle rotte energetiche globali, suggerendo che i principali punti strategici marittimi oltre lo Stretto di Hormuz potrebbero essere presi di mira se Stati Uniti e Israele dovessero intensificare ulteriormente le tensioni. Lo scrive Al-Jazeera.
Ali Akbar Velayati, consigliere dell’Ayatollah Ali Khamenei, ha affermato che un singolo passo falso da parte di uno dei due Paesi potrebbe perturbare gravemente i flussi energetici globali e il commercio internazionale. Secondo la televisione di stato iraniana Press Tv, Velayati ha dichiarato che il “comando unificato della resistenza” considera lo Stretto di Bab el-Mandab “altrettanto strategico dello Stretto di Hormuz”.
Le sue dichiarazioni giungono dopo che Trump ha minacciato di “scatenare l’inferno” sull’Iran se non riaprirà completamente lo Stretto di Hormuz entro domani. Velayati ha aggiunto che, sebbene gli Stati Uniti abbiano imparato alcune lezioni dalla storia dell’Iran, “devono ancora comprendere la geografia del potere”.
Lo stretto di Bab el-Mandab, al largo delle coste dello Yemen, collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e il Mar Arabico, rappresentando un punto di strozzatura cruciale per il traffico marittimo diretto al Canale di Suez. I ribelli Houthi yemeniti, alleati di Teheran, hanno in passato avvertito di essere pronti a colpire lo stretto in segno di solidarietà con l’Iran.
(da agenzie)

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COSI’ LA LOBBY E’ DIVENTATA UNA ZAVORRA: IL MARCHIO FILOISRAELIANO AIPAC

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

PER I PARTITI USA AVERE LEGAMI CON IL GRUPPOD INTERESSE AIPAC E’ PIU’ UN PROBLEMA CHE UN VANTAGGIO

Il marchio Aipac è diventato tossico. Per anni la più potente lobby filo-israeliana d’America ha influenzato il Congresso a Washington, sostenendo campagne elettorali con milioni di dollari e costruendo una rete di relazioni bipartisan, spesso lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica. Oggi, però, quella sigla è essa stessa un fattore politico, capace di pesare sia sulle imminenti elezioni di midterm sia, soprattutto, sulla corsa presidenziale del 2028. Tanto che si fa strada un’idea fino a poco tempo fa impensabile: per vincere potrebbe essere necessario rompere ogni legame con l’organizzazione, ormai percepita come troppo allineata all’agenda politica del primo ministro Benjamin Netanyahu.
«Ritengo che Aipac (American Israel public affairs committee) sia destinata a restare influente soprattutto nel partito repubblicano. Tra i democratici, invece, potrà mantenere la presa su alcuni esponenti più conservatori, ma non avrà più il potere del passato», commenta con l’Espresso Matthew Duss, ex consigliere di politica estera del senatore Bernie Sanders e ora al Center for international policy. «Non credo che nel 2028 un candidato democratico potrà ottenere la nomination senza riconoscere le atrocità di massa commesse a Gaza e senza impegnarsi a porre condizioni agli aiuti militari americani all’alleato, se non addirittura a interromperli. Biden sarà l’ultimo presidente dem ad aver avuto quel tipo di legame».
Se da tempo l’elettorato progressista mostrava un crescente disagio verso l’asse Washington-Tel Aviv e una consapevolezza sempre più chiara del ruolo di Aipac (nata negli anni Cinquanta e divenuta nel tempo il principale presidio filo-israeliano), il genocidio a Gaza, insieme al ruolo attribuito al governo Netanyahu nella decisione di Donald Trump di colpire l’Iran, hanno accelerato ulteriormente questo cambiamento. Un sondaggio Nbc News mostra che il 57 per cento dei democratici ha un’opinione negativa di Israele, mentre altre rilevazioni indicano
che la maggioranza considera eccessivo l’appoggio garantito da Washington. C’è persino chi chiede che l’organizzazione venga registrata come soggetto che opera negli Stati Uniti nell’interesse di un governo straniero.
«Non avevamo mai visto così tanti leader democratici criticare le politiche israeliane», osserva Duss, convinto che la svolta sia iniziata nel 2016, quando durante le primarie presidenziali «Bernie Sanders disse che l’America avrebbe dovuto sostenere anche i palestinesi e non soltanto Israele. Da allora sono emersi altri nomi, come Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar e Rashida Tlaib che hanno espresso posizioni simili».
Nelle ultime settimane, diversi possibili protagonisti della corsa alla Casa Bianca del 2028 in campo dem si sono esposti pubblicamente: il senatore moderato del New Jersey Cory Booker ha dichiarato a Politico di aver rinunciato ai fondi; il governatore della California Gavin Newsom ha ribadito di non aver mai accettato donazioni dalla lobby, arrivando a sostenere la possibilità di rivedere il supporto militare a Tel Aviv. Impermeabili ai soldi Aipac anche governatori come Josh Shapiro in Pennsylvania e Andy Beshear in Kentucky. Questo non significa che vi sia stata una levata di scudi contro Israele, che continuano anzi a difendere con forza, quanto piuttosto che un numero crescente di esponenti politici inizi a mettere in discussione quello che fino a ieri era un tabù, ovvero l’aiuto incondizionato all’alleato.
Un primo banco di prova del peso elettorale di Aipac in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre, che rinnoveranno la Camera e un terzo del Senato, è stato quello delle primarie democratiche in Illinois. La lobby ha investito 20 milioni di dollari per orientare la scelta di candidati in collegi chiave; ha ottenuto due vittorie, ma ha subito due sconfitte nelle sfide in cui aveva concentrato più risorse.
Se la stella di Aipac – criticata da molti per essere ormai diventata la longa manus in Usa di Netanyahu e del partito nazionalista Likud – oggi brilla meno, resta comunque rilevante. «Il nostro obiettivo sarà fermare i candidati critici nei confronti di Israele o che vogliono porre condizioni agli aiuti», ha dichiarato a The Jerusalem Post il portavoce dell’organizzazione Patrick Dorton.
Peter Beinart, una delle voci più autorevoli del dibattito, concorda sul fatto che siamo davanti ad una rottura. Per l’editorialista della rivista Jewish Currents, l’elemento oggi sorprendente e meno prevedibile «è la crescita di un’opposizione a Israele anche tra i repubblicani, in particolare tra i più giovani». Non a caso, nei podcast di Tucker Carlson e Megyn Kelly, ex volti di Fox News oggi commentatori indipendenti, così come negli interventi della controversa Candace Owens, torna spesso il tema del “complotto sionista” e dell’influenza del governo Netanyahu sulla politica estera di Washington. Posizioni per le quali sono stati accusati di antisemitismo. «Per loro, il concetto “America First” significava che gli Stati Uniti dovessero concentrare risorse solo all’interno del Paese», spiega Beinart. Sfruttando il mutato clima politico, stanno inoltre nascendo nuovi Pac, con l’obiettivo di favorire l’ingresso al Congresso di figure più vicine alla causa palestinese.
Anche il rapporto tra Washington e Tel Aviv potrebbe in futuro cambiare e di conseguenza gli equilibri stessi in Medio Oriente. «Se gli Stati Uniti riducessero il sostegno militare e l’Europa ne seguisse la linea altresì sul piano economico, Israele probabilmente non sarebbe in grado di essere così aggressivo», ci dice concludendo Beinart. «La mia speranza è che, senza le armi, sia costretto a cercare soluzioni diplomatiche. Innanzitutto con i palestinesi, come pure con il Libano e naturalmente con l’Iran».
(da l’espresso)

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CARO CARBURANTI PER GLI AEREI, COSA SI RISCHIA TRA VOLI CANCELLATI E PREZZI IN AUMENTO

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO LUFTHANSA E RYANAIR GIA’ A MAGGIO AVREMO PROBLEMI SERI

Si fanno sempre più concreti sia i rincari dei biglietti aerei che la conferma dei tagli dei voli. In quattro aeroporti italiani, Milano Linate, Bologna, Treviso e Venezia da ieri sono scattate delle limitazioni alle forniture di carburante che dureranno fino al 9 aprile. Uno dei principali fornitori del settore, Air Bp Italia, ha infatti comunicato che la priorità verrà data ai voli ambulanza, ai voli di Stato ed ai voli con durata superiore a 3 ore. Per Pierluigi Di Palma, presidente dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac), «sono difficoltà legate al periodo pasquale di traffico intenso, non la blocco di Hormuz».
Ma l’orizzonte si prospetta nebuloso se la guerra in Medio Oriente continua. Le due più importanti compagnie aeree europee, la low cost Ryanair e la tedesca Lufthansa, hanno già lanciato l’allarme sui rischi di approvvigionamento degli gli hub europei. I primi problemi potrebbero verificarsi già da fine maggio.
Aumenti e approvvigionamento cherosene
Le compagnie aeree sono costrette a fare i conti con il raddoppio del prezzo del jet-fuel e la prospettiva che tra qualche mese le forniture potrebbero non essere sufficienti a soddisfare la domanda. E così sono iniziate le contromosse, dal taglio delle partenze all’adeguamento del costo del biglietto.
Il nodo Hormuz
Secondo i dati forniti dal monitoraggio del Fondo monetario internazionale, la chiusura dello Stretto di Hormuz, l’importante snodo marittimo da cui passa buona parte dell’energia venduta nel mondo,in seguito allo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Israele da un lato e l’Iran dall’altro, ha quasi azzerato il numero delle navi cisterna che hanno attraversato lo stretto: da una media di 60 al giorno (fino al 28 febbraio) a massimo un paio in seguito. Tra queste ci sono anche decine di navi che, oltre al greggio, trasportano migliaia di barili di cherosene nel Vecchio Continente.
La stima associazione Internazionale del Trasporto Aereo
L’associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) stima che circa il 25-30% della domanda europea di carburante per aerei provenga proprio dal Golfo Persico, il che rende il continente europeo una delle aree maggiormente esposte, rispetto alle forniture, all’impatto della guerra. Quindi, se il conflitto in Medio Oriente dovesse continuare, le forniture di carburante per gli aerei che volano in Europa potrebbero subire interruzioni a partire già da maggio.
A rischio le scorte di Rayanair tra fine maggio e giugno
La compagnia irlandese Ryanair nell’immediato non ha annunciato cancellazioni. Il problema potrebbe crearsi nel pieno dell’estate. Sta, infatti, valutando la soppressione del 5-10% dei voli tra giugno, luglio e agosto e un aumento delle spese per i passeggeri del 4%. «Non prevediamo carenze di carburante nel breve termine, ma la situazione è in evoluzione – fa sapere la low cost -. Al momento i nostri fornitori di carburante possono garantire le forniture fino a metà o fine maggio». Ma se non ci sarà una tregua e una ripresa dei normali flussi commerciali entro giugno, «non possiamo escludere rischi per le forniture di carburante in alcuni aeroporti europei».
Lufthansa e ITA Airway
Il Gruppo Lufthansa – proprietario di Ita Airways al 41% – valuta se fermare, parcheggiandoli negli hangar, tra i 20 e i 40 aerei. Nello scenario peggiore, con 40 “sospensioni”, il gigante tedesco bloccherebbe quasi il 5,5% dei suoi mezzi, avendone 737 nella flotta. Un team è stato incaricato di valutare la situazione e di predisporre eventuali misure a riguardo, ha dichiarato l’amministratore delegato, Carsten Spohr, durante una riunione virtuale con i dipendenti, secondo quanto scrive il quotidiano tedesco Handelsblatt.
Lo scenario peggiore di Lufthansa coinvolgerebbe anche ITA Airways, di cui possiede il 41%. Se il fermo del 5,4% dei velivoli venisse applicato in maniera lineare su tutti i marchi del gruppo tedesco, potrebbe riguardare circa 3-4 aerei della compagnia italiana.
Scandinavi di SAS hanno iniziato a marzo a tagliare
Gli scandinavi di SAS hanno iniziato a marzo, tagliando un paio di centinaia di decolli. Più drastica la cura ad aprile quando il vettore cancellerà mille voli.
United Airlines taglierà le partenze nei prossimi due trimestri
United Airlines taglierà le partenze nei prossimi due trimestri (tra aprile e settembre). Saranno ridotti del 3% i voli off-peak (in fasce a bassa richiesta, dunque a metà settimana, a metà giornata e in bassa stagione). Ma ridimensionerà anche le partenze in momenti di alta domanda. A fine anno, le riduzioni si attesteranno così al 5%. Tra l’altro, United Airlines ha già imposto 10 dollari in più per prima e seconda valigia in stiva, passate così a 45 e 55 dollari.
Air New Zealand rinuncerà al 5% dei voli
Air New Zealand rinuncerà al 5% dei voli, circa 1.100, fino ai primi di maggio. La compagnia avrà, dunque, 44mila passeggeri da riproteggere. Sono persone che, in molti casi, hanno già un biglietto per un volo che non partirà più e devono trovare posto su un altro velivolo.
Vietnam Airlines ha sospeso 23 voli a settimana dal primo aprile
Vietnam Airlines – vettore scelto anche da turisti italiani in estate – ha sospeso 7 rotte domestiche e 23 voli a settimana dal primo aprile per risparmiare carburante. Ma il taglio dei volumi di volo si spingerebbe al 10%-20% al mese, nel prossimo trimestre, se il jet fuel restasse fra 160 e 200 dollari al barile
Aumenti dei biglietti e, anche, dei bagagli
I primi a muoversi sono stati i vettori asiatici: Emirates, Qatar Airways ed Etihad Airways sono state costrette a fermi operativi e parziali riaperture, con ripercussioni sul flusso dei voli e sui prezzi dei ticket. Qantas, Cathay Pacific, Air India, Air New Zealand hanno alzato le tariffe. A metà marzo Air France-Klm ha annunciato un rincaro di 50 euro sui biglietti economy di andata e ritorno per i viaggi intercontinentali.
Lorenzo Lagorio. country manager per l’Italia di easyJet, parla di «ricadute inevitabili sui prezzi». «Gli aumenti toccheranno tutti gli operatori – assicura – se diventano strutturali, si rifletteranno sulle tariffe». L’americana Jet Blue ha annunciato un aumento delle tariffe per il bagaglio, citando come motivo «l’aumento dei costi operativi». «Pur riconoscendo che gli aumenti delle tariffe non sono mai l’ideale, valutiamo attentamente che tali modifiche vengano implementate solo quando necessario», ha dichiarato la compagnia aerea.
Gli operatori consigliano di acquistare un’assicurazione
Visto lo scenario che si prospetta, tra aumenti, possibili cancellazioni o riprogrammazioni, gli operatori consigliano di acquistare un’assicurazione, ma questo fa alzare ancora di più le spese per i consumatori. Per RimborsoAlVolo, società specializzata in trasporto aereo e assistenza ai passeggeri, «eventuali restrizioni ai voli dovute a carenza di carburante rientrerebbero nelle circostanze eccezionali non imputabili alle compagnie aeree, facendo venire meno il diritto dei passeggeri al risarcimento fino a 600 euro previsto dalla legge comunitaria in caso di cancellazione dei volo».
Le misure dell’Ue
Dall’Ue è già arrivato un invito a limitare l’uso dei carburanti. Il commissario Ue all’energia, Dan Jørgensen, ha inviato una missiva ai 27 Stati membri, prima del Consiglio dei ministri competenti del 31 marzo. Il testo invita a razionare le scorte di combustibile, a privilegiare i mezzi pubblici rispetto all’auto privata e a ricorrere allo smart working quando possibile. Suggerite poi anche misure per dissuadere dal prendere voli non necessari. Poi l’avvertimento: «Lo choc sarà prolungato».
(da agenzie)

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LA GUERRA IN UCRAINA NON SARA’ VINTA O PERSA SULLA LINEA DEL FRONTE”: l’ANALISI DI KEIR GILES

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

IMPASSE RUSSA E CONTROFFENSIVE UCRAINE DIMOSTRANO CHE IL CONFLITTO “SI DECIDERA’ SU POLITICA, ECONOMIA E ACCORDI TRA POTENZE”

Non saranno i soldati e i loro generali a vincere o a perdere la guerra in Ucraina, dice a Fanpage.it Keir Giles, senior consulting fellow di Chatam House: “Nessuna delle due parti vincerà al fronte. Tutto dipende da strategie politiche, accordi e guerra economica”.
La narrativa russa di un inesorabile attrito fino al crollo delle difese nemiche è sempre meno sostenibile. In marzo i soldati di Putin non hanno guadagnato terreno. In alcune zone sono arretrati. Secondo l’Institute for the Study of War, le truppe ucraine hanno riconquistato circa nove chilometri quadrati. Quasi 40 ne avevano ripresi in febbraio, rilevano le analisi OSINT di Black Bird. I 400 chilometri rivendicati da Kiev vanno quindi ridimensionati. Conteggio forzato.
Sensazionalismo. Fatto sta che le controffensive ucraine nel sud-est hanno stabilizzato e spesso invertito la situazione.
Un fattore conta: all’inizio di febbraio le autorità ucraine e SpaceX — la società di Elon Musk che gestisce Starlink — hanno introdotto un sistema per cui i terminali in uso alle forze russe sono stati disattivati. Niente più guida dall’alto assicurata, per le truppe di Mosca. Strutturalmente svantaggiate nella IMINT (Imagery Intelligence) e nella ricognizione satellitare.
“La vittoria di Mosca è tutt’altro che inevitabile”, secondo Giles. E la “distrazione” mediorientale di Donald Trump non crea solo vantaggi per il Cremlino. Anzi, viene a mancare “la pressione di Washington per una resa di fatto degli ucraini”. Niente, nei fatti recenti, è in grado di sbloccare lo stallo.
Keir Giles è uno dei maggiori esperti delle forze armate russe e del conflitto tra Mosca e l’Occidente, a cui ha dedicato sei libri. Chatam House, ovvero il Royal Institute of International Affairs con sede in St James’s a Londra, è tra i più autorevoli think tank mondiali. L’intervista che segue è stata rivista per brevità e chiarezza. È integrale nei suoi contenuti.
I russi non sono avanzati né in febbraio né in marzo. Che significa?
“È una prova contro l’argomento russo secondo cui la vittoria è inevitabile. Servito per convincere molti, in Europa e negli Stati Uniti, che la guerra deve finire subito. Visto che Kiev l’ha già persa.
È anche una conferma dell’importanza di Starlink. L’inizio delle controffensive ucraine ha coinciso con la disattivazione dei dispositivi satellitari Starlink in mano ai russi”.
Starlink è così importante da cambiare il corso della guerra?
“No. Ha importanza limitata. La guerra non sarà vinta o persa sulla linea del fronte. Ma con le strategie e gli accordi politici. E con la guerra economica”.
E perché questa guerra non si può vincere al fronte?
“È chiaro almeno dal 2023. Il fronte è in stallo. Motivo: gli sviluppi tecnologici e il modo in cui si combatte. È la guerra dei droni. Lo stallo ha spinto la Russia su altre strade. Ha tentato di sconfiggere l’Ucraina non più con l’invasione militare diretta, ma colpendo la sua capacità di funzionare come Stato”.
Con i bombardamenti sulle strutture civili e le città, quindi. Mosca però continua a sostenere che i suoi soldati avanzano. Proclama per la terza volta volta in quattro anni di aver conquistato quel poco della oblast di Luhansk ancora controllata dalle forze di Kiev. E lascia intendere di preparare un’offensiva per l’estate. Tutta propaganda?
“La propaganda è importante. È servita alla Russia per convincere mezzo mondo che la sua avanzata in Ucraina fosse lenta ma inarrestabile, e che il crollo del nemico fosse imminente. In questo clima, in cui gli stessi alleati di Kiev hanno spinto per una sua resa di fatto, la percezione conta, per mantenere il sostegno all’Ucraina”.
Fanpage.it ha potuto constatare come pattuglie russe vengano mandate a “conquistare” anche due o tre isba disabitate per poi fotografarsi con la bandiera. Su alcuni fronti le linee non sono definite. Azioni del genere sono irrilevanti dal punto di vista tattico. E molto spesso suicide. Che motivo hanno?
“I comandanti russi sono sotto pressione per mostrare risultati. E sono disposti a fabbricarli. È normale, nel sistema russo. Non sorprende”.
Anche gli ucraini fanno simili incursioni “simboliche”. Come oltre il fiume a Kherson, riportano alcuni canali Telegram. Intanto, per l’anniversario di Bucha da Cremlino e dintorni è partita una campagna propagandistica impressionante. Per qualità, quantità e noncuranza della realtà. Eppure si conoscono addirittura nomi di unità e militari responsabili. Perché ostinarsi a negare?
“È una anomalia. Negli ultimi tempi, la Russia aveva dedicato meno sforzi a negare crimini di guerra e atrocità, arrivando talvolta a rivendicare alcuni fatti con orgoglio, per motivi di consenso interno. Strano vedere un ritorno alle smentite impossibili. L’attenzione internazionale sull’anniversario di Bucha è stata sfruttata per riproporre le narrative del Cremlino. Ma potrebbe essere semplice inerzia del sistema, che funziona in automatico, più che una nuova campagna strategica”.
Mosca ha risposto con disprezzo annoiato alla proposta di Zelensky per un cessate il fuoco a Pasqua. Eppure lo scorso anno Putin aveva proposto la stessa cosa. Anche se la tregua si rivelò poi fittizia. Cosa è cambiato?
“Putin non trarrebbe alcun vantaggio da una tregua, oggi. Gli Stati Uniti stanno impiegando gran parte delle loro armi e dei loro missili in Medio Oriente, invece che per difendere l’Ucraina o l’Europa. Va bene così, per il Cremlino. Che può andare avanti con la propria agenda senza ricorrere a mosse artificiali per costruire una leva politica e indebolire il sostegno internazionale a Kiev”.
Che impatto ha la guerra in Medio Oriente sulla guerra in Ucraina?
“Positivo per Putin. L’attacco di USA e Israele all’Iran ha indirettamente fornito un sostegno economico importante alla Russia, proprio mentre si prevedeva che le difficoltà economiche avrebbero limitato la sua capacità di combattere. Ci sono benefici immediati, come l’aumento dei prezzi petroliferi, ma anche effetti più ampi. Come l’allentamento delle sanzioni sul petrolio russo destinato ad altri Paesi. Potrebbe diventare permanente.
In più, gran parte dei missili per i sistemi di difesa aerea che gli americani avrebbero destinato all’ Europa e quindi a Kiev vengono ora lanciati altrove. Gli stessi fondi europei per l’acquisto di sistemi d’arma americani vengono reindirizzati per rifornire gli arsenali degli Stati Uniti. Tutto questo è motivo di soddisfazione a Mosca”.
Ma son poi così contenti, a Mosca? La popolazione è depressa per la censura di internet e per l’inflazione, rilevano i sondaggi. E l’aumento dei prezzi energetici non risolve tutti i problemi dell’economia. Tanto che Putin ha chiesto ai suoi oligarchi di tirar fuori il portafoglio per sostenere lo sforzo bellico…
“Non è la prima volta che Putin chiede agli oligarchi di contribuire economicamente alla guerra. Fa parte di un patto implicito. Gli ha concesso di riportare i loro capitali in Russia gratis. In cambio, devono sostenere lo Stato”.
Non si parla più dei negoziati di pace. Riprenderanno?
“Gli Stati Uniti sono concentrati altrove. Erano loro a guidare i cosiddetti colloqui di pace. L’amministrazione Trump ha pochi decisori e capacità limitata di seguire più crisi contemporaneamente. Ma questo cambierà quando l’attenzione tornerà sull’Ucraina”.
Una soluzione politica è ancora possibile? Ci sarà almeno un cessate il fuoco, nei prossimi mesi?
“Non era realistico prima della guerra in Medio Oriente e non lo è ora. Ma questo non impedirà agli Stati Uniti di riprovarci”.
Il rinvio dell’impegno USA sull’Ucraina aiuta Mosca?
“È un quadro misto. Per il Cremlino è negativo che la pressione americana sull’Ucraina sia diminuita. Perché Trump ha cercato di convincere Zelensky a una resa di fatto. Ma tutti gli altri fattori giocano a favore di Mosca. Nel frattempo, non è cambiato nulla di sostanziale nei rapporti tra Russia e Stati Uniti. La Russia continuerà a trarne vantaggio quando gli Stati Uniti saranno meno concentrati altrove”.
Russia e Stati Uniti sono partner?
“Gli interessi, in questa fase, sono allineati contro l’Europa e contro l’attuale configurazione degli equilibri occidentali. Non è un’alleanza formale. Ma è una convergenza di interessi”.
(da Fanpage)

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“TRUMP È PSICOTICO, HA BISOGNO DI AIUTO” : JIM MCGOVERN, IL PIÙ ALTO ESPONENTE DEMOCRATICO DELLA COMMISSIONE PER IL REGOLAMENTO DELLA CAMERA USA, LANCIA L’ALLARME SULLA SALUTE MENTALE DEL PRESIDENTE USA DOPO LE ULTIME SPARATE DI IERI CONTRO IRAN

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

“QUANDO GLI USA VIOLANO IL DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO, INCORAGGIAMO GLI ALTRI A FARE LO STESSO” – CRESCE IL NUMERO DI DEM CHE ACCUSA IL COATTO DELLA CASA BIANCA DI VOLER COMMETTERE “CRIMINI DI GUERRA”

Un numero crescente di parlamentari democratici statunitensi condanna la minaccia “squilibrata” di Trump di commettere “crimini di guerra”.
A raccogliere le dichiarazioni da X è Al-Jazeera. Jim McGovern, il più alto esponente democratico della Commissione per il Regolamento della Camera, ha scritto: “Quando gli Stati Uniti violano il diritto internazionale umanitario, incoraggiamo gli altri a fare lo stesso. Questo ci rende tutti meno sicuri”.
Ha sottolineato che esperti internazionali di diritto dei diritti umani “stanno lanciando l’allarme” sulla condotta degli Stati Uniti nella guerra, “incluse gravi violazioni” delle Convenzioni di Ginevra e del diritto internazionale, nonché possibili “crimini di guerra”. In un altro post, McGovern ha anche descritto le recenti minacce di Trump come “totalmente squilibrate ed estremamente pericolose”. “È psicotico. Il Presidente degli Stati Uniti ha bisogno di aiuto”.
Il senatore Edward Markey del Massachusetts ha dichiarato: “Un tweet sconclusionato e volgare che minaccia crimini di guerra non riaprirà lo Stretto di Hormuz”. Ha sollecitato negoziati con l’Iran “affinché gli americani non continuino a pagare di più alla pompa di benzina e i nostri militari non paghino con la vita”.
Il senatore Chris Murphy del Connecticut ha descritto le azioni pianificate da Trump come un “chiaro crimine di guerra” e ha esortato i leader repubblicani a fermare il presidente. “Trump sta chiamando i giornalisti per dire loro che commetterà crimini di guerra di massa la prossima settimana
I leader del Gop devono fermarlo. Non importa che far saltare in aria ponti e centrali elettriche e uccidere iraniani innocenti non riaprirà lo Stretto. È anche questo un chiaro crimine di guerra”, ha affermato.
La senatrice Elissa Slotkin del Michigan ha dichiarato: “È irresponsabile e sbagliato uccidere indiscriminatamente civili in Iran e distruggere infrastrutture civili come ponti e centrali elettriche, soprattutto quando il Presidente ha detto che questa guerra era per aiutare il popolo iraniano”.
Ha aggiunto che sono i militari statunitensi a essere messi in pericolo legale e mortale e ha affermato che le azioni di Trump stanno rendendo gli americani meno sicuri all’estero e “costando vite umane e risorse economiche americane”.
Il senatore Brian Schatz delle Hawaii ha esortato la popolazione a opporsi ai piani di Trump. “Bombardare infrastrutture civili è un crimine di guerra, ed è adesso il momento di denunciare”, ha scritto.
(da agenzie)

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ORBAN, IL MIGLIOR ALLIEVO DI PUTIN: HA BISOGNO DI UNA SCUSA PER RINVIARE LE ELEZIONI E SPUNTA UN MISTERIOSO “ATTENTATO”

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL PREMIER UNGHERESE, CHE TRA UNA SETTIMANA RISCHIA DI PERDERE CONTRO IL SUO EX COLLEGA DI PARTITO PETER MAGYAR, SAREBBE STATO INFORMATO DAL COLLEGA SERBO ALEKSANDER VUCIC (UN ALTRO PUTINIANO DI FERRO) UN SABOTAGGIO AL GASDOTTO “TURKSTREAM”… UN CASO CHE PUZZA DA LONTANO DI OPERAZIONE “FALSE FLAG” ORCHESTRATA DA BUDAPEST IN COMBUTTA CON BELGRADO E MOSCA, PER INFLUENZARE L’ESITO DEL VOTO O, ADDIRITTURA, RINVIARLO PER RAGIONI DI SICUREZZA

Esplosivi di “potenza devastante” e le spolette necessarie per attivarli sono stati rinvenuti nei pressi di un gasdotto che dalla Serbia trasporta gas in Ungheria. Lo ha sostenuto nella tarda mattinata di ieri il presidente serbo, Aleksandar Vucic, che ha informato della scoperta il primo ministro ungherese, Viktor Orban, in una conversazione telefonica
La notizia ha ulteriormente infiammato una campagna elettorale già incandescente in Ungheria – ormai alle battute finali in vista del voto del 12 aprile – nella quale il
partito di governo, Fidesz, ha incessantemente alzato i toni alla luce dell’apparente svantaggio nei sondaggi.
In seguito al ritrovamento degli esplosivi, Orban ha convocato una riunione straordinaria del Consiglio di difesa, al termine della quale ha esplicitamente parlato di un tentato “atto di sabotaggio” in corso di pianificazione lungo una sezione del gasdotto Turkstream nella regione serba della Vojvodina.
Il Turkstream trasporta gas russo dalla Turchia in direzione dell’Europa centrale e la sezione presso la quale sono stati scoperti gli esplosivi soddisfa circa il 60 per cento del fabbisogno di gas ungherese.
Sia le autorità di Budapest che quelle di Belgrado hanno disposto un monitoraggio rafforzato del gasdotto. Orban, peraltro, aveva ordinato lo schieramento di militari nei pressi delle infrastrutture energetiche già a febbraio.
Sebbene il premier ungherese non abbia accusato direttamente l’Ucraina di aver piazzato l’ordigno esplosivo, ha comunque insinuato che Kiev lavori da anni per “privare l’Europa dell’energia russa” e sia responsabile di un “blocco petrolifero” ai danni dell’Ungheria, dopo la sospensione delle forniture attraverso l’oleodotto Druzhba a partire da fine gennaio; allusioni che sono state ripetute anche dal suo ministro degli Esteri, Peter Szijjarto, e che, a dire il vero, sono pressoché quotidiane da quando è in corso la campagna elettorale nel Paese.
Nel tardo pomeriggio di ieri, il portavoce del ministero degli Esteri di Kiev, Heorhii Tykhyi, ha respinto “categoricamente” i tentativi del governo di Budapest di “collegare falsamente l’Ucraina” al rinvenimento degli esplosivi vicino al gasdotto TurkStream in Serbia. “L’Ucraina non c’entra nulla. Molto probabilmente si tratta di un’operazione russa sotto falsa bandiera, parte della massiccia interferenza di Mosca nelle elezioni ungheresi”, ha controbattuto il portavoce.
A sostenere che l’intera vicenda possa essere un’operazione “false flag” ordinata dall’esecutivo ungherese in combutta con Serbia e Russia è stato anche Peter Magyar, leader del Partito del rispetto e della libertà (Tisza), che ha fagocitato i consensi dell’opposizione magiara e che le rilevazioni preelettorali danno in significativo vantaggio su Orban a ormai una sola settimana dal voto.
“Voglio chiarire che (Orban) non sarà in grado di impedire le elezioni di domenica prossima; non sarà in grado di impedire a milioni di ungheresi di porre fine ai due decenni più corrotti della storia del nostro Paese”, ha dichiarato Magyar, mostrando di temere che l’episodio possa essere usato dal governo come un pretesto per dichiarare lo stato di emergenza, con conseguenze sulla campagna elettorale o, addirittura, sul voto del 12 aprile.
Anche il giornalista investigativo Szabolcs Panyi ha affermato che l’informazione di un potenziale attacco sotto falsa bandiera appoggiato da Mosca era giunta a diversi giornalisti già settimane fa da fonti legate agli ambienti governativi ungheresi.
Lo stesso Panyi è finito suo malgrado travolto dalla tumultuosa campagna elettorale a fine marzo, quando le autorità di Budapest lo hanno accusato di “spionaggio” per conto dell’Ucraina. L’accusa, che Panyi ha respinto come una “tattica autoritaria” del governo per screditarlo, è legata alle sue indagini sulle comunicazioni tra il ministro degli Esteri Szijjarto e l’omologo russo, Sergej Lavrov.
Il 21 marzo, il quotidiano “Washington Post” ha rivelato che Szijjarto ha fatto regolarmente telefonate a Lavrov durante le riunioni dell’Ue per fornire alla controparte russa aggiornamenti in tempo reale su quanto discusso. Il ministro ungherese ha dapprima respinto le accuse parlando di “fake news”, salvo poi ammettere le telefonate qualche giorno più tardi ma derubricandole a contatti diplomatici ordinari.
In tutto questo, Budapest si prepara a ospitare il vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance, che atterrerà oggi nel Paese per una visita di due giorni. Vance reitererà il sostegno del presidente Usa, Donald Trump, a Orban e al suo governo. Lo scorso febbraio era stato a Budapest anche il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, che aveva parlato di una “epoca d’oro” nelle relazioni bilaterali e indicato che Trump fosse “profondamente impegnato” per il successo del primo ministro ungherese.
(da agenzie)

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UNGHERIA, ORBAN SI INVENTA IL FINTO ATTENTATO AL GASDOTTO PER RINVIARE LE ELEZIONI: FALSE FLAG PER INCOLPARE L’UCRAINA

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

OPERAZIONE SOTTO FALSA BANDIERA PER INFLUENZARE L’ESITO ELETTORALE. DEDICATO A CHI E’ PERPLESSO QUANDO DA MESI SOSTENIAMO CHE L’INTERNAZIONALE CRIMINALE SOVRANISTA USA MEZZI DELIQUENZIALI PER MANTENERE IL POTERE

A pochi giorni dalle elezioni parlamentari in Ungheria il nazionalista Viktor Orbán, in corsa per un quinto mandato consecutivo, è tutt’altro che il favorito. I sondaggi di istituti indipendenti prevedono la vittoria del partito Tisza del conservatore filoeuropeo Peter Magyar. Che in meno di due anni è riuscito a costruire un movimento di opposizione in grado di sfidare l’egemonia di un leader vicino sia al presidente Donald Trump che a Vladimir Putin. E domenica il primo ministro ungherese ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio di Difesa dopo il ritrovamento di potenti esplosivi vicino a un gasdotto in Serbia che trasporta gas russo nel paese.
Gli analisti si aspettano un’affluenza record intorno al 75-80%. La campagna elettorale è stata caratterizzata, nella sua fase finale, da una raffica di accuse reciproche. I servizi segreti ungheresi sono sospettati di aver tentato di screditare Tisza; conversazioni telefoniche trapelate hanno rivelato stretti legami tra il ministro degli Esteri e Mosca. Mentre Viktor Orbán ha affermato che Peter Magyar avrebbe trascinato l’Ungheria nella guerra in Ucraina. Sono emerse anche accuse di interferenze russe e di massicci acquisti di voti da parte di Fidesz. Ma l’incidente del gasdotto ha suscitato un dibattito politico a parte.
Il ritrovamento
Orbán ha dichiarato che il presidente serbo Aleksandar Vučić, suo stretto alleato, lo ha informato telefonicamente del ritrovamento nei pressi della città di Kanjiza, vicino al confine ungherese con la Serbia. «Le nostre unità hanno trovato un esplosivo di potenza devastante», ha scritto Vučić in un post su Instagram. «Ho assicurato al primo ministro Orbán che lo terremo aggiornato sull’indagine». In Ungheria si vota il 12 aprile. Mentre un ex funzionario dell’intelligence ungherese ha dichiarato a Reuters che negli ultimi giorni si sono svolte discussioni negli ambienti della sicurezza ungherese su un piano preciso per un’operazione false flag che avrebbe colpito il gasdotto in Serbia, nell’ambito di un tentativo di influenzare il voto ungherese.
False flag?
Anche Peter Magyar, leader del partito di opposizione Tisza, ha sollevato dubbi sull’incidente, affermando che sembrava mirato a favorire le prospettive elettorali di Orbán. «Diverse persone hanno pubblicamente indicato che qualcosa sarebbe accaduto ‘accidentalmente’ al gasdotto in Serbia a Pasqua, una settimana prima delle elezioni ungheresi. E così è stato», ha dichiarato Magyar in un comunicato. In un post su Facebook dopo la riunione del Consiglio di Difesa Orbán invece ha insinuato che l’incidente fosse legato a un tentativo di far saltare in aria il gasdotto,
che trasporta gas russo attraverso i Balcani verso l’Europa centrale e orientale. «Secondo le informazioni in nostro possesso… era in preparazione un atto di sabotaggio», ha dichiarato dopo l’incontro, aggiungendo che entrambi i paesi hanno rafforzato la protezione del gasdotto.
L’Ucraina
Senza incolpare direttamente l’Ucraina per l’incidente in Serbia, Orban ha affermato: «L’Ucraina da anni cerca di isolare l’Europa dall’energia russa- Anche la sezione russa del TurkStream è sotto continuo attacco militare. Gli sforzi dell’Ucraina rappresentano un pericolo mortale per l’Ungheria». Il capo dell’intelligence militare serba, Djuro Jušić, ha dichiarato che gli esplosivi rinvenuti su un tratto di gasdotto collegato al sistema TurkStream, che trasporta gas russo in Turchia e poi nell’Europa centrale, erano stati prodotti negli Stati Uniti.
«Avevamo informazioni secondo cui una persona proveniente da una comunità di migranti, con addestramento militare, avrebbe effettuato un sabotaggio dell’infrastruttura del gas», ha detto ai giornalisti a Belgrado. Non ha fornito ulteriori dettagli, ma ha affermato che le autorità serbe erano alla ricerca di questa persona. A febbraio, Orbán ha rafforzato la sicurezza delle infrastrutture energetiche del paese inviando truppe, dopo aver denunciato presunti piani dell’Ucraina per sabotare il sistema energetico ungherese – accuse che Kiev ha respinto.
La risposta di Kiev
Il Ministero degli Esteri ucraino ha fermamente respinto quelli che ha definito tentativi di collegare Kiev all’attentato. «L’Ucraina non c’entra nulla», ha dichiarato il portavoce Heorhii Tykhyi su X. «Molto probabilmente si tratta di un’operazione sotto falsa bandiera russa, parte della massiccia interferenza di Mosca nelle elezioni ungheresi».
Anche Budapest è in disputa con l’Ucraina per l’interruzione delle forniture di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba. Il partito Fidesz di Orbán ha cercato di associare il leader dell’opposizione Peter Magyar a Bruxelles e all’Ucraina, suggerendo che votare per il suo partito Tisza significhi votare per i carri armati e la guerra.
L’Ungheria e la Russi
L’Ungheria rappresenta un’eccezione nell’Unione Europea per i suoi rapporti con Mosca, che ha espresso sostegno all’Ungheria in seguito all’incidente di domenica e ha insinuato che la responsabilità fosse dell’Ucraina. Anche il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto ha incolpato l’Ucraina, scrivendo su Facebook che «nelle ultime settimane gli ucraini hanno organizzato un blocco petrolifero contro di noi, e poi hanno cercato di imporci un blocco energetico totale… E ora abbiamo l’incidente di oggi».
Budapest, Washington e Mosca
Il primo ministro ungherese è considerato un modello da molti movimenti di estrema destra in tutto il mondo e un alleato degli Stati Uniti sotto Trump – che martedì invierà il vicepresidente JD Vance a sostenerlo – e dalla Russia di Vladimir Putin. Ma di fronte alla stagnazione economica del paese e alla corruzione dilagante, l’argomentazione non è riuscita a convincere, osservano gli analisti. «Sembra che una barriera sociale e psicologica sia stata infranta. L’aura di Fidesz e la paura che ha sfruttato si sono indebolite», sottolinea la politologa Zsuzsanna Szelenyi in un post sul blog pubblicato da Strategic Europe.
La campagna elettorale
Orbán è stato persino accolto da alcuni fischi durante i comizi. Peter Magyar, che non è apparso in televisione, ha condotto un’efficace campagna sui social media e ha attraversato l’Ungheria instancabilmente da metà febbraio, tenendo da quattro a sei incontri pubblici al giorno. Il leader dell’opposizione di 45 anni, ex membro di Fidesz, ha promesso un «cambiamento di sistema» e, in particolare, di combattere la corruzione e ricostruire i servizi pubblici e le istituzioni democratiche. Ha inoltre affermato che avrebbe reso l’Ungheria un membro leale dell’UE, alla quale ha aderito nel 2004.
Il voto
Il 12 aprile gli ungheresi avranno la possibilità di scegliere tra cinque partiti, il numero più basso dall’avvento della democrazia nel 1990, poiché diversi partiti hanno scelto di ritirarsi per dare a Tisza maggiori opportunità. I critici di Orbán lo accusano di manipolare la legge elettorale e di utilizzare le risorse statali per favorire il suo partito. Un documentario trasmesso a marzo sostiene che la
coalizione di governo intende esercitare pressioni su circa 500 mila elettori poveri per assicurarsi il loro voto.
Le ONG hanno inoltre espresso preoccupazione per la potenziale manipolazione dei voti per corrispondenza espressi dagli ungheresi all’estero, raccolti da partiti alleati di Fidesz in Romania e Serbia. L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha inviato una missione di osservatori per la seconda volta. Tuttavia, è stata criticata per aver nominato l’ex interprete di Putin a un ruolo di coordinamento.
(da Open)

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LONGEVITA’ SCANDALI E DIMISSIONI, COSI’ IL GOVERNO MELONI INSEGUE QUELLO DI BERLUSCONI

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

DALLA CASA A SUA INSAPUTA DI SCAJOLA ALLA BISTECCHERIA DI DELMASTRO, LE ANALOGIE

E’ vero che Giorgia Meloni sogna ardentemente di superare Silvio Berlusconi, vincendo lo scudetto dei governi più longevi della Repubblica, salvo rimpasti che portano al bis o elezioni anticipate, succederà a settembre. Ma la premier e il Cavaliere hanno un’altra cosa in comune. Ovvero, i loro esecutivi, di gran durata, sono stati sì stabili, ma non indenni da scandali e dimissioni.
Il Berlusconi II registrò l’avvicendamento di Renato Ruggiero, Claudio Scajola, Giulio Tremonti, Umberto Bossi, Franco Frattini, Rocco Buttiglione, Carlo Giovanardi, Mario Baccini, Luigi Mazzella.
Nel Berlusconi IV lasciarono Scajola, Sandro Bondi, Aldo Brancher, Angelino Alfano, Luca Zaia, Andrea Ronchi. Il governo Meloni al momento è solo a quota tre: Raffaele Fitto perché promosso in Europa; Gennaro Sangiuliano per l’affaire Boccia; e da ultimo è toccato a Daniela Santanché, vittima degli scandali e sacrificata sull’altare della batosta al referendum.
Oggi come oggi Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022, è il terzo governo più longevo di sempre. Al primo posto c’è il Berlusconi II, che rimase in carica dal giugno 2001 ad aprile 2005; seguito dal Berlusconi IV, in sella dal maggio 2008 al novembre 2011, quando cadde stroncato dallo spread. Ma le turbolenze, a dispetto della retorica del “lasciateci governare”, non sono mai mancate. Nè ieri, né oggi.
Prendiamo il governo dei record, il Berlusconi II. A un certo punto finì perché i centristi dell’Udc, guidati dal vicepremier Marco Follini, imposero una discontinuità nell’azione di governo (sia detto in estrema sintesi), e alle amministrative di quella primavera il centrodestra perdipiù era andato male. “Intendo dare una risposta politica a un segnale di disagio venuto dal Paese”, disse il Cavaliere al Senato, prima di recarsi al Quirinale, dal presidente Ciampi, per dimettersi; con Follini si dimisero i ministri Buttiglione, Baccini, Giovanardi. Fu l’epilogo di quella compagine, a un anno dalla fine della legislatura. Era appena stato eletto Papa Ratzinger, il professor De Rita scriveva che il ceto medio si stava stufando delle promesse di Silvio e nei giornali le grandi firme godevano ancora degli articoli in corsivo.
Anche adesso manca un anno, e sta succedendo di tutto.
Il Berlusconi II fu funestato da molte uscite anticipate. L’europeista Ruggiero lasciò nel gennaio 2002 perché Bossi e Tremonti erano stati freddi sull’euro appena entrato in vigore; sei mesi dopo toccò a Scajola perché definì Marco Biagi – il giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse – “un rompicoglioni”; poco dopo sbatté la porta Tremonti, nel frattempo non più gradito ad Alleanza nazionale per beghe nella maggioranza (sia detto in estrema sintesi); lasciò anche Bossi, da ministro delle Riforme, per curarsi dopo l’ictus; due anni dopo Frattini andò a fare il commissario Ue, e prima di Natale si fece da parte anche il ministro tecnico Luigi Mazzella. Per non parlare dei sottosegretari andati via anzitempo, tra cui si segnala uno Sgarbi in lite col ministro Urbani. Sgarbi, peraltro, se ne è andato anche da questo governo.
Il governo Berlusconi IV governa negli anni del Bunga Bunga. Mamma mia sono passati quindici anni! E c’era Giorgia Meloni già ministra, alla Gioventù. Ancora una volta al centro di uno scandalo ritroviamo Scaloja, per l’indimenticabile casa con vista mozzafiato sul Colosseo comprata a sua insaputa. Una vicenda che gonfiò le vele dei grillini, che tre anni dopo sbarcheranno in Parlamento col 25 per cento
dei voti. Nel marzo 2011 Sandro Bondi si sentì abbandonato da Silvio e dai suoi e tornò a dedicarsi alla poesia; lasciarono anche ministri i cui nomi risuonano come quelli dei giocatori delle vecchie figurine Panini: Aldo Brancher, in carica per diciassette giorni; Angelino Alfano si dimise da Guardasigilli per dedicarsi alla cura del partito, ma poi Berlusconi fece sapere che gli mancava il quid; Luca Zaia tornò in Veneto per una felicissima carriera da governatore, e i finiani sbatterono la porta, dopo che Fini, allora presidente della Camera, disse a Berlusconi: “Che fai, mi cacci?” E così se ne andò il ministro Andrea Ronchi. Era il novembre 2010. Ma Berlusconi non cadde perché magicamente arruolò Scilipoti e Razzi.
E oggi? Magari a Giorgia Meloni riuscirà di superare Berlusconi, centrando l’agognato record. Ma è probabile che un giorno, di questo governo, che annovera anche le dimissioni di un viceministro e di cinque sottosegretari,ricorderemo la cicatrice di Sangiuliano, la bisteccheria di Delmastro, la confessione amorosa di Claudia Conte sul ministro dell’Interno Piantedosi, le vicende di Augusta Montaruli, costretta a lasciare per gli incauti acquisti di Rimborsopoli, anche se sul sito di palazzo Chigi figura ancora come sottosegretaria alla Cultura. A tre anni dalle dimissioni.
(da La Repubblica)

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I NUOVI SIGNORI DELLA GUERRA DEL DRONI LOW COAST

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

NELLA CORSA A PRODURLI VINCE IL FATTORE PREZZO

Tutti li vogliono, nessuno li vende. Il conflitto del Golfo ha posto ancora una volta in evidenza il ruolo dei droni,protagonisti indiscussi della guerra contemporanea. Ma a oltre quattro anni dall’invasione dell’Ucraina che ha consacrato definitivamente la loro importanza, continua a esistere un gap profondo tra domanda e offerta. La ragione è semplice: i sistemi low cost non interessano ai Big statunitensi ed europei, che puntano su apparati con margini di profitto molto più alti e guardano ai caccia senza pilota o alle navi senza equipaggio del futuro prossimo.
Le prospettive sono favolose: si stima che il mercato degli armamenti autonomi che operano in cielo, terra e mare passerà da oltre 47 miliardi di dollari dello scorso anno — dovuti soprattutto alla spinta dell’amministrazione Trump — a 98 miliardi nel 2033. Nel mondo dei droni volanti — quelli più richiesti — esistono però il Vecchio e il Nuovo Testamento.
Dal Predator in poi
A dominare la scena dal 2001 sono stati gli aerei senza equipaggio, grandi e costosi. Il capostipite è il Predator, icona della Guerra Globale al Terrorismo, poi sostituito dal Reaper: per oltre dieci anni la versione dotata di missili è stata monopolio americano. Li costruisce la General Atomics, leader nel settore per fatturato con 3,2 miliardi di dollari nel 2025. Sulla scia si sono inserite le aziende israeliane, con l’Hermes della Elbit e l’Heron della Iai. La concorrenza è sorta in Turchia con la Baykar fondata da Selciuk Bayraktar, genero di Erdogan: un miracolo tecnologico che con il TB2 si è imposto in 36 Paesi, ottenendo il primato per esemplari venduti. Le loro creature sono care: circa trenta milioni di euro per un Reaper; un terzo per il TB2 e l’Heron più le centrali satellitari di guida. E il passaggio dalle campagne contro formazioni di jihadisti ai conflitti su larga scala sta mettendo in crisi questi velivoli, lenti e facilmente visibili ai radar. Durante l’offensiva sull’Iran il Pentagono ne ha persi più di venti e gli israeliani altrettanti: sono prede troppo facili per i missili terra-aria.
Il Nuovo Testamento è nato sui campi di battaglia ucraini, dove sono state sviluppate categorie innovative. La prima sono i droni-kamikaze simili a bombe volanti. I russi hanno adottato e perfezionato lo Shahed iraniano: un capolavoro di efficienza, che percorre duemila chilometri, è difficilissimo da scoprire e arriva con precisione sui bersagli con una spesa inferiore a 25 mila euro. Persino gli americani lo hanno clonato: il loro Lucas ha esordito proprio nei raid contro i pasdaran. L’operazione è stata condotta da una piccola ditta, la SpektreWorks che li consegna per 35mila dollari: un centesimo del prezzo dei missili cruise Tomahawk.
Le alleanze
Gli ucraini hanno inventato dozzine di modelli, messi a punto da startup spuntate come funghi dall’estate 2022. Il loro segreto è la rapidità: progettano sulla base delle necessità della prima linea e aggiornano in continuazione i mezzi. Questi laboratori sono cresciuti e hanno intrecciato relazioni con società degli States, oggi fucine della nuova idea di industria della difesa che vuole scalzare il dominio di Lockheed Martin, Boeing e Raytheon. La più dinamica è Project Eagle, creatura dell’ex ceo di Google Erich Schmidt. La più nota è Anduril, come la spada del Signore degli anelli, finanziata e vicina a Palantir di Peter Thiel: il suo volto è Palmer Luckey, camicie hawaiane e ciabatte da spiaggia. Sono profeti della “Repubblica Tecnologica” — titolo del libro-manifesto di Alex Karp, amministratore delegato di Palantir — che propugna una visione politica scaturita dalla supremazia della Silicon Valley convertita agli ordigni hi-tech.
I pilastri della rivoluzione
La loro rivoluzione ha tre pilastri. Anzitutto, tempi brevi tra requisiti e operatività, spazzando via la lentezza delle gare federali. Poi i costi limitati, permessi pure dall’uso di componenti prese dal mercato dei generi di consumo elettronici. Infine tanta intelligenza artificiale. Questa new wave ha solide basi finanziarie: le compagnie non si quotano perché c’è la fila per investire. E stanno allestendo buone capacità industriali. In questi giorni gli emissari delle monarchie del Golfo hanno bussato a tutte le porte sui due lati dell’Atlantico, chiedendo in fretta la consegna di migliaia di droni anti-drone. Gli unici a poter soddisfare le loro esigenze sembrano
essere Anduril e Project Eagle, che ha già fatto arrivare in Medio Oriente 10mila Merops per fare scudo alle basi Usa.
«L’Europa non riesce ancora ad adeguarsi al ritmo che ha preso lo sviluppo del settore: i ministeri della Difesa sono ancorati a schemi pluriennali di investimento — spiega Giuseppe Lacerenza di Keen Venture Partners, il primo fondo del Continente che si occupa di startup militari — e tardano a prendere atto di quanto stiano cambiando i conflitti. Questo ostacola la crescita delle aziende, tutte giovani e piccole. Esistono comunque realtà che si stanno affermando, in particolare in Germania: la bavarese Tytan ha ottenuto finanziamenti dalla Nato e fatto un accordo per trasformare impianti dell’automotive nella catena di montaggio di droni anti-drone».
Gli intercettori a basso costo stanno facendo emergere pure l’estone Frankeburg e la britannica Cambridge Aerospace, che sei mesi fa ha raccolto cento milioni di dollari. Più strutturate le società che producono velivoli teleguidati da ricognizione come la tedesca Quantum System, che conta sulla partnership con l’ucraina Frontline; l’olandese DeltaQuad; la francese Harmattan Ai e la portoghese Tekever. A Kiev ci sono TAF Industries e UkrSpecSystems, che non possono esportare, mentre la Skyeton ha aperto una filiale in Slovacchia. Invece sugli apparati d’attacco senza pilota si stanno imponendo le tedesche Helsing e Stark.
Minuscoli quadricotteri-bomba
Neppure loro però confezionano i minuscoli quadricotteri-bomba, onnipresenti nei cieli del Donbass: sono assemblati con pezzi made in China o generati da stampanti 3D, e vengono venduti a mille-duemila euro l’uno. Perché? Al solito: i margini sono infimi. E c’è un altro fattore, sottolineato da Lacerenza: «L’Ucraina dimostra che ogni sei mesi l’innovazione rende superati questi droni e quindi c’è una sorta di Comma22: non si possono ordinare mezzi che diventeranno obsoleti prima di venire utilizzati e quindi non si producono. Per questo bisogna rivedere l’organizzazione del procurement e definire formule di contratti per ricevere quello che serve al momento giusto».
Cosa succede in Italia
E in Italia? Leonardo ha stretto un accordo con Baykar e presto sarà pronta a Ronchi dei Legionari la versione made in Italy con strumentazioni elettroniche nazionali del TB3 Akinci, un sistema di fascia alta che sorveglia il campo di battaglia ma può essere armato con missili e bombe. C’è poi la pisana Sky Eye System che offre il Rapier, un mini ricognitore, mentre a Terni la Siralab ha brevettato un aeroplanino simile, il Radon X, e i quadricotteri SR-X1 e SR-X4.
La componente italiana di Mbda, il gruppo europeo dei missili, sta mettendo a punto con queste due aziende un modello di drone d’attacco low cost. Si tratta di attività sostenute dallo Stato maggiore dell’Esercito, che punta a mantenere un’autonomia nazionale nelle forniture. Ma che finora non hanno trovato investimenti adeguati per misurarsi con la competizione internazionale.
(da La Repubblica)

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