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LA TESTIMONIANZA DI UN TURISTA ITALIANO: “IN SPAGNA SONO AVANTI ANNI LUCE, IN ITALIA PAGHI ANCHE L’ARIA CHE RESPIRI”

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

“IN SPAGNA NON VOGLIONO FREGARE IL TURISTA COME DA NOI E LE STRADE SONO SENZA PEDAGGI”

“In Spagna sono avanti anni luce. Spiagge libere a non finire e prezzi convenienti, basta pensare che le strade non si pagano e così anche il carburante costa molto meno rispetto a noi. In Italia invece ti fanno pagare anche l’aria che respiri”. È il racconto che fa Sergio a Fanpage.it. Anche lui, come Agostino in Spagna ha trovato un paese bellissimo e anche molto conveniente: “Non capisco perché i turisti stranieri vengano a farsi spennare in Italia”.
Sergio conosce bene la Spagna, la figlia si è trasferita qui anni fa e con il tempo ha imparato ad apprezzarne i diversi aspetti. “Per quanto riguarda il turismo sono molto avanti rispetto a noi, non c’è quella volontà di fregare il turista che da noi è considerato la norma”.
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Il rapporto di Sergio con la Spagna inizia con il trasferimento della figlia a Siviglia: “Nel 2020 decidiamo di raggiungerla in auto da Reggio-Emilia, si tratta di 2200 km. Abbiamo speso 39 euro di pedaggio in Italia, solo per arrivare a Ventimiglia, mentre in Francia e Spagna si pagava pedaggio solo in alcune tratte. A nostro ritorno, dopo 20 giorni, avevano abolito anche i pedaggi autostradali, pertanto non si spendeva più. Abbiamo fatto oltre 30.000 km in Spagna su strade bellissime e non interrotte dai lavori”.
Una situazione ben diversa da quella italiana: “Da Reggio a Rimini sono 25 euro, se non di più. L’autostrada è un salasso”.
Durante la vacanza andalusa, Sergio e la moglie hanno anche noleggiato un’auto: “Il noleggio lì è a chilometri illimitati, si paga 14 euro al giorno, con auto di media cilindrata. Un sogno”. Poi sono tornati più e più volte, imparando a conoscere anche la comunità italiana che vive lì.
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Non solo i pensionati, ma anche tanti lavoratori preferiscono la Spagna all’Italia. “Ci sono tantissimi italiani, ne abbiamo conosciuti di Reggio, di Modena, e di tante altre città. Ormai esiste una vera e propria comunità”.
A questo punto anche gli andalusi, all’inizio più “diffidenti”, si sciolgono. “Sono molto cauti, soprattutto nei confronti degli italiani – racconta Sergio – Capisci che l’atteggiamento è cambiato dal sorriso. Quando iniziano a mostrare il sorriso vuol dire che ti hanno preso in simpatia e ti considerano una persona giusta”.

(da Fanpage)

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ROMA E LO SCOUTING DI FDI PER IL CAMPIDOGLIO, UN POLITICO PER BATTERE GUALTIERI, FINISCE L’ERA DEI CIVICI

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

DA RAMPELLI AD ANGELILLI, PASSANDO PER CIOCCHETTI: ALLA FINE SONO I SOLITI NOMI

Da un lato un candidato vincente ancora da scovare, dall’altro un campo largo da ricomporre, in salsa capitolina. A meno di un anno dalle elezioni comunali, nella corsa per il Campidoglio centrodestra e centrosinistra sono alle prese con due matasse da sbrogliare eugualmente complesse. Se Roberto Gualtieri ha già annunciato da tempo di voler correre per un secondo mandato, e lavora per allargare il più possibile il perimetro che lo sosterrà, nel centrodestra (che ora deve vedersela anche con le mosse di Roberto Vannacci) si lavora sui nomi. È caccia all’anti-Gualtieri, per non ripetere il flop del 2021. Una cosa però dalle parti di Fratelli d’Italia – che punta a fare da kingmaker – sembra ormai chiara: questa volta, assicurano ad Open, si punta su «un politico».
«A Roma vogliamo vincere», ha scandito a luglio Arianna Meloni, plenipotenziaria del partito e sorella della premier, dal palco di Piazza Italia, la manifestazione estiva di FdI al Giardino degli Aranci. Dietro la dichiarazione di guerra al centrosinistra, il partito sta iniziando a ragionare sul profilo da mettere in campo, facendo tesoro di una lezione che a via della Scrofa considerano acquisita dopo l’ultima sconfitta: evitare “un nuovo Michetti”, il candidato civico che arrivò primo al primo turno, ma venne poi nettamente sconfitto da Gualtieri al ballottaggio.
L’idea è che «rispetto a Milano qui serva un nome politico, anche sulla scia di quello che è successo», spiegano. Del resto, già nel vertice romano convocato a maggio da Marco Perissa alla presenza di Arianna Meloni, Fabio Rampelli e dei parlamentari del territorio, era filtrato lo stesso orientamento: il candidato dovrà avere un profilo politico. Il nome, però, è ancora tutto da capire.
FdI e la rosa dei «soliti», Rampelli e i papabili
«Tutti quelli che sono passati per il Campidoglio sognano di fare il sindaco di Roma», scherza un esponente di FdI. E infatti i nomi sul tavolo sono in buona parte quelli che ricorrono da mesi, se non da anni, nei ragionamenti del partito.
In prima fila resta sempre Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e storico riferimento della destra romana, con una lunga storia politica che passa da Colle Oppio alla nascita di Fratelli d’Italia. C’è poi Roberta Angelilli, vicepresidente della Regione Lazio ed ex vicepresidente del Parlamento europeo, altro profilo con esperienza politica e amministrativa. E continua a circolare nei ragionamenti interni il nome di Luciano Ciocchetti, deputato di FdI, già vicepresidente della Regione Lazio ai tempi della giunta Polverini.
Poi c’è lo stesso Perissa, coordinatore romano del partito, insieme ad altri esponenti della classe dirigente capitolina come Andrea De Priamo, Chiara Colosimo e Federico Mollicone. Più difficile, almeno allo stato, immaginare Francesco Rocca lasciare la Regione Lazio, mentre sembra tramontata anche l’ipotesi Andrea Abodi, già sondato prima delle comunali del 2021.
E Arianna Meloni? Nonostante le suggestioni circolate, fanno capire che il suo futuro sarebbe orientato altrove. «È più vicina a un altro destino», ragiona qualcuno, indicando come prospettiva più probabile un ingresso in Parlamento alle prossime elezioni politiche.
Michetti e l’errore del 2021
La partita sul nome non si chiuderà a breve. Ma i Fratelli sanno che stavolta bisognerà muoversi con maggiore anticipo: nel 2021 Michetti venne scelto meno di quattro mesi prima del voto. Troppo poco per far decollare un civico. L’errore è da non ripetere: l’obiettivo è sciogliere il nodo dopo l’estate, incrociando inevitabilmente la partita romana con quelle delle altre grandi città chiamate al voto, oltre che con gli equilibri tra i partiti della coalizione.
Sono d’accordo gli alleati, si deve accelerare. Anche Noi Moderati, che ha già sollecitato l’apertura di un confronto, è schierato per la scelta di un «politico vero», piuttosto che lo scouting «modello X Factor». La Lega aveva provato a rompere gli indugi lanciando come candidato Antonio Maria Rinaldi, salvo poi masticare amaro quando l’ex europarlamentare ha lasciato il Carroccio per Futuro Nazionale. E proprio la formazione dell’ex generale, che lavora a una propria candidatura per Roma, potrebbe rappresentare un’ulteriore incognita sul fianco destro della coalizione.
Per FdI la strategia passa intanto soprattutto dalle periferie e dalla sicurezza. È lì che il partito pensa di poter scalfire il consenso del sindaco uscente, battendo sui problemi di vivibilità, sul degrado e sulle difficoltà dei quartieri più lontani dal centro, come si nota anche dalle campagne social dei vari esponenti romani. «È una sfida che si può vincere», si ripetono.
L’incognita Calenda e quel «buon rapporto» con Gualtieri
C’è poi un altro punto interrogativo, che prende il nome di Carlo Calenda. Solo pochi mesi fa il suo nome era stato evocato da Maurizio Gasparri come possibile candidato capace di allargare il centrodestra. Salvo poi vedere liquidata l’ipotesi come «fantascienza» dallo stesso leader di Azione. Oggi, semmai, gli ammiccamenti sembrano andare nella direzione opposta.
Azione resta all’opposizione in Campidoglio, ma ha un rapporto con il sindaco dem molto diverso rispetto all’inizio della consiliatura. «Siamo all’opposizione, ma è un’opposizione costruttiva», sottolinea a Open un esponente di primo piano del partito. «Con Gualtieri abbiamo buoni rapporti. Gli riconosciamo, per esempio, di aver cambiato idea sull’inceneritore: onestamente glielo riconosciamo. Dopodiché si può sempre fare di meglio certo». E se il centrodestra presentasse un candidato capace di parlare anche all’elettorato centrista? «Se pensasse a un non-Michetti? Ma tanto il centrodestra non penserà…», è la battuta con cui liquidano la questione.
A luglio, infatti, il segretario romano del partito, Alessio D’Amato, ha aperto pubblicamente alla possibilità di sostenere Gualtieri già al primo turno: «Se ci saranno le condizioni programmatiche, non escludo che si possa lavorare insieme». Una convergenza costruita soprattutto su alcuni dei dossier più caldi della consiliatura, dalla questione del termovalorizzatore al nuovo stadio della Roma. Del resto nel 2021 Calenda corse contro Gualtieri al primo turno, arrivando terzo con quasi il 20%, prima di annunciare che al ballottaggio avrebbe votato Gualtieri. Uno schema che potrebbe ripetersi, stavolta già dal primo turno, con buona pace di chi a destra coltiva sogni centristi.
I dem e il puzzle del “campo larghissimo”
Se nel centrodestra il problema è trovare il candidato, Gualtieri il suo lo ha già risolto: sarà lui. «Per trasformare una città ci vogliono dieci anni di lavoro», spiegava già lo scorso ottobre lanciando la ricandidatura. Adesso il sindaco deve capire chi riuscirà a portare con sé fin da subito. Il cantiere è avviato: a dicembre Italia Viva è entrata ufficialmente nella maggioranza capitolina con Valerio Casini e Francesca Leoncini, due consiglieri eletti nel 2021 con la lista di Calenda. Per i renziani, dunque, il sostegno al bis è ormai la prospettiva naturale.
Più a sinistra la meta è vicina, ma non mancano gli ostacoli. Sinistra Italiana ha già fatto sapere di voler correre nella coalizione di Gualtieri con il simbolo di Avs. Il quadro complessivo è però più articolato. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno chiarito che a Roma «restano ancora dei nodi da sciogliere», e il confronto sul programma sarà inevitabile. Il passaggio più spinoso resta come prevedibile il coinvolgimento del Movimento 5 stelle. Dopo cinque anni di scontro con il Pd durante l’amministrazione Raggi, il M5s romano ha iniziato a preparare il terreno per un possibile accordo.
Il dopo-dopo Raggi
L’assemblea cittadina della scorsa primavera ha individuato quindici priorità programmatiche da portare al tavolo, dalla casa alla sicurezza, dal verde al no alla cementificazione. Perfino il termovalorizzatore, per anni simbolo dello scontro con Gualtieri, non sembra più considerato dalla dirigenza romana un ostacolo necessariamente insormontabile a un’intesa, pur restando la contrarietà all’opera.
E un altro segnale è arrivato sulle Olimpiadi. Il Movimento che con Virginia Raggi aveva alzato il cartellino rosso alla candidatura di Roma ai Giochi del 2024 ora apre invece alla possibilità di candidare la Capitale per quelli del 2040. «Credo che oggi il tema vada affrontato senza approcci ideologici», ha spiegato a luglio il consigliere Paolo Ferrara. Un cambio di passo che fotografa anche la crescente distanza dalla linea dura anti-Gualtieri dell’ex sindaca grillina, tra le voci più critiche nel Movimento rispetto all’ipotesi di un’alleanza con il Pd. Anche il M5s romano, dunque, sembra essersi incamminato verso il campo largo. Da capire, dopo l’estate con il confronto sui programmi, se da via di Campo Marzio arriverà il benestare al bis.

(da agenzie)

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LITTLE ITALIA: COME E’ PERCHE’ SI E’ SPENTA NEGLI USA LA STELLA DEGLI ITALOAMERICANI

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

SONO ANCORA AI VERTICI DELLA POLITICA AMERICANA, MA ON VOTANO PIU’ DA ITALIANI

L’ultimo segnale è stato il tentativo di cancellazione di Little Italy dalla mappa dei quartieri etnici di New York per volontà del nuovo sindaco Mamdani. Prima ancora c’erano state le statue di Cristoforo Colombo buttate giù una dopo l’altra dal Nord al Sud degli Stati Uniti, insieme a quella di Frank Rizzo, discendente di immigrati calabresi, che fu l’uomo più potente di Filadelfia negli anni Settanta. E infine le linee tricolori rimosse (e poi ripristinate) dopo 90 anni su una strada del pittoresco quartiere degli italoamericani a Newton, alle porte di Boston. Colpi finali a un’ identità politica e sociale – quella dell’America italiana – che dopo aver conquistato alcune delle più importanti istituzioni d’America nel secondo Novecento sembra essersi dissolta fino a diventare storia o, nel peggiore dei casi, folklore.
Chi sono gli italoamericani ai vertici delle istituzioni Usa
Secondo l’ultimo American Community Survey del Census, 16,3 milioni di americani dichiarano di avere origini italiane, quasi uno su ventuno. Di questi però appena mezzo milione parla italiano in casa. Guardando la geografia di nomi al vertice delle istituzioni americane, non mancano politici che rivendicano origini italiche: la Camera – dopo Nancy Pelosi e Kevin McCarthy – continua la sua tradizione italoamericana, rappresentata sia dallo speaker Mike Johnson, sia dall’attuale leader di maggioranza Steve Scalise: entrambi di origini siciliane.
La Corte Suprema – l’organo giudiziario più importante degli Usa – ha tra i suoi membri il giudice Samuel Alito, famiglia paterna calabrese e materna della Basilicata, mentre tra i governatori di ascendenza italiana spicca il repubblicano della Florida Ron DeSantis, la cui famiglia è originaria del Meridione. Se nel caso di Greg Gianforte in Montana e di Joe Lombardo in Nevada le radici italiane sono state a malapena menzionate durante le campagne elettorali, per Ron DeSantis vengono spesso raccontate come un elemento importante della sua educazione politica.
Certo, non sono più i tempi di Mario Cuomo e del figlio Andrew che – da governatori dello Stato di New York – hanno fatto del legame con l’Italia un’identità politica, e della comunità di immigrati un volano elettorale.
Non a caso Rick Azzopardi – che di Andrew Cuomo è stato direttore della comunicazione e potente portavoce fino alla sua ultima fallimentare impresa come candidato sindaco di New York – parla dell’ex governatore come dell’ultimo grande politico italoamericano d’America. «Tante persone nel suo staff avevano origini italiane – racconta Azzopardi a Open-. C’era una persona addetta alle relazioni con la comunità, Dolores Alfieri, che la nuova governatrice Kathy Hochul ha licenziato pochi giorni dopo l’insediamento tra le proteste di organizzazioni e cittadini».
Azzopardi ricorda le battaglie combattute dall’ex governatore per madre Cabrini, la patrona dei migranti e prima cittadina americana canonizzata, nata nel 1850 a Sant’Angelo Lodigiano ed emigrata per volere di Papa Leone XIII. Nel 2019 l’allora sindaco Bill de Blasio, originario del Sannio, indisse un concorso per ricordare con delle statue le donne che avevano contribuito alla costruzione di New York City. Cabrini era risultata la più votata, ma nonostante questo De Blasio la escluse, scatenando l’ira di Cuomo, che si occupò personalmente di far costruire la statua della santa a Battery Park.
Mulberry Street a Litte Italy, New York, nel 1900 (Ansa)
Con la stessa energia, l’ex governatore ha sempre difeso Cristoforo Colombo dagli attacchi di chi – in pieno clima woke – lo etichettava come simbolo di colonizzazione e sopruso. «Padre e figlio — continua lo spin doctor — erano uniti anche dal rifiuto orgoglioso degli stereotipi legati alle loro origini». Azzopardi ricorda come Mario Cuomo, che ha governato lo Stato di New York negli anni d’oro del potere italiano nella Grande Mela, si sia sempre rifiutato di guardare Il Padrino, perché associava i connazionali alla criminalità organizzata. Anni dopo, il figlio Andrew dirà lo stesso dei Sopranos, serie cult del piccolo schermo degli anni Novanta, spiegando che non voleva vedere i suoi connazionali rappresentati come mafiosi.
Eppure c’è un ricordo che, secondo Azzopardi, è in grado di restituire il valore delle radici italiane per Andrew Cuomo e la loro trasformazione in qualcosa di più grande. «Durante il Covid il governatore iniziò a fare dirette tv in cui raccontava delle cene e dei pranzi con la sua famiglia d’origine da bambino e di come quei momenti di convivialità fatti di polpette, salsicce e salsa di pomodoro fossero diventati un modo per rinsaldare il rapporto con i figli dopo il divorzio». Quelle dirette divennero una consuetudine per i newyorkesi chiusi in casa per la pandemia: «Furono in grado — continua Azzopardi — di diffondere il rito del sedersi intorno al tavolo con la famiglia come un valore comune di tutti gli americani, indipendente dalle etnie di riferimento».
Da italiani ad americani
È l’italianità che si svuota dei suoi significati tribali per diventare un valore universale per tutti gli americani. Quello che Anthony Julian Tamburri, dean del John D. Calandra Italian American Institute del Queens College, definisce il successo dell’assimilazione dei discendenti dell’immigrazione italiana: «A differenza dell’acculturazione — spiega a Open — l’assimilazione prevede che non ti relazioni più alle tue origini italiane come parte della tua identità. Vuoi essere o finisci con l’essere semplicemente americano, è una parte naturale del processo».
Da forza elettorale specifica a elemento della vastità dell’essere americano. Come ha scritto John Gennari, autore di Flavor and Soul: Italian America at Its African American Edge: «Gli italoamericani hanno occupato uno spazio liminale e di mediazione nell’ordine etnorazziale degli Stati Uniti — al tempo stesso bianchi, quasi bianchi e scuri. Hanno fatto da tramite tra le concezioni americane di bianco e nero, outsider e insider, cultura alta e cultura bassa, in modi che hanno contribuito in maniera decisiva a plasmare il modo in cui l’America pensa la razza e l’etnicità».
La conquista del potere: da LaGuardia al triumvirato del Massachussetts
Ma come ha fatto una delle comunità immigrate più riconoscibili d’America a integrarsi al punto da perdere la propria identità politica? Se è vero che agli inizi del Novecento emerge Fiorello La Guardia, che da sindaco di New York diventò simbolo della rinascita della Grande Mela dopo gli anni della Grande Depressione, è a partire dal Dopoguerra che città e Stati americani vengono conquistati dagli “italiani”. Negli anni Cinquanta ci sono cinque governatori con radici nella Penisola, da Michael DiSalle in Ohio ad Albert Rosellini nello Stato di Washington.
«Dopo la guerra — racconta a Open Stefano Luconi, docente di Storia degli Stati Uniti d’America all’Università di Padova — vengono varate una serie di misure grazie alle quali i reduci possono frequentare il college e l’università con rette pagate dallo Stato. Questo permette il salto dalla classe operaia al ceto medio». I figli e i nipoti dei “paisà” vanno all’università e diventano professionisti. Grazie ai mutui escono dalle Little Italy e cominciano a comprare casa nei sobborghi. È la stessa mobilità sociale che mentre disperde geograficamente la comunità, le spalanca le porte del potere.
Elezione dopo elezione gli italoamericani conquistano le cariche più importanti delle istituzioni americane, in particolare sulla Costa Est. Tra la dinastia Cuomo, il sindaco Rudolph Giuliani, il senatore Al D’Amato e la prima donna candidata alla vicepresidenza Geraldine Ferraro, New York si consolida come feudo del potere italiano, tanto che nel 1987 il New Yorker definisce gli italoamericani il più importante voto etnico dello Stato, mentre il New York Times in un articolo di qualche anno prima titola: «Quando si parla di politica l’accento è italiano».
Accade pure nel vicino Massachusetts, dove alla sfilza di governatori di ascendenza italiana — Foster Furcolo e John Volpe tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e Paul Cellucci alla fine degli anni Novanta — si aggiunge il longevo sindaco di Boston Thomas Menino nel 1993, e i due presidenti di Camera e Senato dello Stato Robert Travaglini e Salvatore DiMasi. Nel commentare la notizia di DiMasi, il Christian Science Monitor scrive nell’ottobre del 2004 che per la prima volta nella legislatura del Massachusetts gli italoamericani occupavano tutti i vertici della macchina dello Stato: «Negli ultimi cinquant’anni hanno capito il loro potenziale politico e sostituito gli irlandesi».Ma è proprio quel successo a segnare l’inizio della dissoluzione. Con l’americanizzazione, spiega Luconi, «viene meno il potere della minoranza come gruppo etnico».
Le associazioni e la delegazione italoamericana al Congresso
Del vecchio mondo italo-americano rimangono però strutture, organizzazioni e qualche roccaforte elettorale. Sono ancora numerose le associazioni che ne custodiscono interessi e storia, dalla Niaf, la National Italian American Foundation, all’Order Sons and Daughters of Italy in America. E se è vero che l’ultimo candidato alla presidenza che partecipò a una cena di gala di queste associazioni risale a Bill Clinton nel 1992, una traccia istituzionale di quella rappresentanza resta al Congresso, dove il repubblicano Michael Rulli guida insieme alla democratica Rosa DeLauro una delegazione bipartisan di quasi cento parlamentari.
Tuttavia è proprio la natura delle attività della Italian American Congressional Delegation che racconta quanto sia cambiato il significato di quell’influenza. «Il nostro lavoro – dichiara il deputato Rulli a Open – ha incluso l’accoglienza a Washington della presidente del Consiglio Meloni e la promozione di relazioni tra i due Paesi sui temi del commercio e della cooperazione culturale. Considero questo tipo di capacità di interlocuzione un riflesso concreto dell’influenza e del rispetto di cui la comunità italoamericana continua a godere».
L’assimilazione come successo: e ora?
Sul piano elettorale sopravvivono alcune eccezioni. In New Jersey, per esempio, un sondaggio della Fairleigh Dickinson University del 2023 rilevava che gli uomini di origine italiana continuano a comportarsi come un gruppo politicamente distinto (repubblicano e trumpiano). Ma nella maggioranza dei casi la forza collettiva è stata assorbita nell’identità americana. Per Luconi è sbagliato leggere questa dissoluzione come una sconfitta. «E’ un successo essere riusciti a integrarsi in una società che inizialmente li aveva accolti con grandissima ostilità». Il superamento della logica del gruppo etnico, sostiene il docente, è parte fondamentale della storia del successo italiano. Oggi sono altre le comunità, latine e asiatiche soprattutto, che provano a trasformare peso demografico e reti comunitarie in rappresentanza. Ed è ancora presto per sapere se l’ingresso nel mainstream finirà, come per gli italiani, per dissolvere anche la loro identità politica ed elettorale.

(da Open)

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“PRIMA DEI CONFINI CI SONO SEMPRE LE PERSONE”. DAL MEETING DI RIMINI, PAPA LEONE XIV LANCIA UN MESSAGGIO CHIARO, NEL PIENO DEL CASO MIGRANTI IN EUROPA SCATENATO DALLA MELONI: “LIBERIAMO LA CONVIVENZA DAL SOSPETTO. LA PACE È CUSTODITA E DIFFUSA DA PERSONE CHE AMANO INCONTRARSI E NON TEMONO DI CONFRONTARSI”

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

LA FRECCIATA AL GUERRAFONDAIO TRUMP: “AL FALSO REALISMO, CHE RIARMA LE MENTI, LE PAROLE E LE NAZIONI, LA CULTURA CATTOLICA HA OGGI DA OPPORRE IL REALISMO DELLA MISERICORDIA. ALLA RADICE DI POVERTÀ, GUERRA, DISEGUAGLIANZE E DISASTRI AMBIENTALI CI SONO POTERI INGIUSTI, SMASCHERIAMOLI” – L’APPELLO AI GIOVANI: “METTETEVI IN GIOCO! ALLARGATE I VOSTRI LEGAMI OLTRE OGNI APPARTENENZA TROPPO RISTRETTA…”

“La pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi”. Lo ha detto Leone XIV parlando al Meeting di Cl. “Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità”, ha aggiunto il Pontefice.
“Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo”, ha sottolineato il Papa sottolineando che Cl non ha fatto del Meeting “una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.
Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia”.
“Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verita’”.
Cosi’ Papa leone nel suo discorso ai partecipanti del Meeting a Rimini. “Il peccato esiste, certo, ma piu’ forte e’ l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto cio’ che la cultura della potenza ha inquinato”, ha sottolineato.
Il Papa lancia un appello al Meeting affinché affinché si costruisca un nuovo modello di società: “Liberiamo la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte”. èè”Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti”.
Il Papa sprona il popolo di Comunione e Liberazione a nove sfide: “Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura.
Le diverse edizioni del Meeting, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia e con ogni espressione dell’animo umano”, ha detto il Pontefice.
Il Papa, nel discorso al Meeting, invita alla speranza. “Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia”.
Poi, citando la sua enciclica Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV ha aggiunto: “In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo”.
Il Pontefice ha quindi rivolto un appello particolare ai giovani: “Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, ‘l’amor che move il sole e l’altre stelle’ – ha detto Leone citando il titolo di questa edizione del Meeting – sospinge ancora alla speranza”.
“Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!”, l’appello di Leone ai ciellini.

(da Repubblica)

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CHE FIGURA DI PALTA PER GIORGIA L’AFRICANA, L’ITALIA HA RICHIAMATO L’AMBASCIATORE IN ETIOPIA, SEM FABRIZI, DOPO APPENA DIECI MESI DALL’INIZIO DEL SUO MANDATO, UNA DECISIONE ARRIVATA SU PRESSIONE DEL PRIMO MINISTRO ETIOPE, ABIY AHMED

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

LA FARNESINA PARLA DI UN “RIENTRO CONCORDATO”, MA PER LA DIPLOMAZIA ITALIANA SI TRATTA DI UN EPISODIO DI UNA GRAVITÀ INAUDITA, COME SOTTOLIENA ANCHE GIUSEPPE MISTRETTA, AMBASCIATORE AD ADDIS ABEBA DAL 2014 AL 2017 – SUL TAVOLO DEL MINISTRO TAJANI POTREBBE FINIRE UNA REVISIONE DEI DOSSIER DEL PIANO MATTEI, VISTO CHE L’ETIOPIA È UNA PRINCIPALI BENEFICIARI DEL FUMOSO PIANO DI COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO CON L’AFRICA PROMOSSO DALLA DUCETTA

Il richiamo a Roma dell’ambasciatore italiano in Etiopia Sem Fabrizi, dopo appena dieci mesi dall’inizio del suo mandato, non può essere considerato un semplice avvicendamento diplomatico. E neppure una questione personale destinata a esaurirsi nel silenzio delle cancellerie.
A sollevare interrogativi pesanti sul significato politico della vicenda è Giuseppe Mistretta, ambasciatore italiano ad Addis Abeba dal 2014 al 2017 e autore del libro Tigray, la guerra invisibile.
In un intervento pubblicato dalla rivista missionaria Nigrizia, con il titolo eloquente “L’Etiopia ci detta l’agenda, e noi eseguiamo”, Mistretta ricostruisce un episodio senza precedenti nella storia recente dei rapporti tra Roma e Addis Abeba. Fabrizi non sarebbe stato formalmente dichiarato “persona non grata”, ma il suo rientro anticipato sarebbe maturato dopo una crescente insofferenza manifestata dalle autorità etiopiche, e in particolare dal governo del primo ministro Abiy Ahmed.
La versione ufficiale della Farnesina è più prudente. Il ministero degli Esteri ha smentito l’ipotesi di un’espulsione, parlando di un rientro concordato con il diplomatico per ragioni personali e in vista di un futuro incarico.
Ma proprio la distanza tra questa spiegazione e la ricostruzione di Mistretta alimenta i dubbi. Tanto che sul caso sono già state annunciate iniziative parlamentari per chiarire le reali circostanze della partenza dell’ambasciatore anche alla luce della centralità che Addisa Abeba ha avuto nella gestione del Piano Mattei, tanto caro alla Premier Giorgia Meloni.
Secondo diverse fonti della Farnesina consultate da Associated Medias, la vicenda sarebbe tutt’altro che conclusa. All’interno del ministero sarebbe in corso una valutazione non soltanto sulla gestione del rapporto con Addis Abeba, ma anche sulle conseguenze politiche e operative del precedente che si è creato.
La questione non riguarda più soltanto Fabrizi: investe il grado di autonomia della diplomazia italiana, la tutela dei suoi rappresentanti e la tenuta complessiva della strategia costruita dal governo in Etiopia.
Il punto sollevato da Mistretta è infatti sostanziale. Nei momenti più difficili delle relazioni bilaterali, compresi gli anni della dittatura marxista di Menghistu Haile Mariam e del “terrore rosso”, nessun governo etiope aveva mai provocato il rientro anticipato di un ambasciatore italiano.
Neppure vicende estremamente delicate, come le deportazioni nella regione del Tana Beles o la lunga permanenza nell’ambasciata italiana degli ex gerarchi del regime di Menghistu, avevano prodotto una rottura di questa natura.
Secondo la ricostruzione pubblicata da Nigrizia, Fabrizi non sarebbe stato accusato di un singolo episodio irreparabile. A renderlo poco gradito sarebbero state piuttosto alcune rigidità nella gestione dei dossier bilaterali, un maggiore rigore nelle procedure e una particolare attenzione alla situazione dei diritti umani.
Elementi sufficienti a deteriorare il rapporto personale e istituzionale con il governo di Abiy Ahmed, ma difficilmente paragonabili alle ragioni che normalmente conducono al richiamo definitivo di un capo missione: spionaggio, grave malagestione, interferenza politica o comportamenti incompatibili con lo status diplomatico.
È qui che il caso assume una dimensione politica. L’Etiopia è diventata uno dei principali interlocutori africani del governo Meloni e uno dei paesi centrali nell’attuazione del Piano Mattei. Addis Abeba ha ospitato il secondo vertice Italia-Africa nel febbraio 2026, reso possibile anche dall’intervento personale di Abiy Ahmed presso gli altri leader del continente. Il paese è inoltre uno dei maggiori beneficiari delle iniziative italiane di cooperazione e investimento.Acquistare Mappe E Atlanti Geografici
Una recente pubblicazione della rete diplomatica italiana indicava proprio Etiopia, Gibuti, Kenya, Tanzania e Ruanda come snodi della crescita manifatturiera dell’Africa orientale, sottolineando il ruolo del Piano Mattei nei progetti infrastrutturali, energetici e logistici della regione. Nello stesso documento Sem Fabrizi figurava ancora tra gli ambasciatori chiamati a illustrare le prospettive della cooperazione economica italiana. La centralità dell’Etiopia nella strategia africana del governo rende quindi impossibile archiviare il suo richiamo come un incidente amministrativo.
Le fonti consultate da Associated Medias spiegano che anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani sarà chiamato a valutare le conseguenze del caso per poi riferire a Meloni. Diversi dossier del Piano Mattei che passano dall’Etiopia potrebbero essere riesaminati, sia sotto il profilo politico sia sotto quello delle garanzie offerte dal governo di Addis Abeba.
Non si tratterebbe necessariamente di bloccare i progetti, ma di verificare se il rapporto privilegiato costruito negli ultimi anni sia davvero equilibrato e se l’Italia disponga di sufficienti strumenti di tutela dei propri interessi e dei propri rappresentanti.
Tra i programmi più discussi figurano gli interventi ambientali nell’area del Lago Boye e nella città di Jimma, luogo di nascita del primo ministro etiope, oltre alle forme di sostegno diretto al bilancio statale. Investimenti che assumono un significato ancora più delicato alla luce delle persistenti tensioni nel Tigray, dei conflitti nelle regioni Amhara e Oromo e delle ambizioni etiopiche per ottenere un accesso al Mar Rosso.
La questione posta da Mistretta va dunque oltre il destino professionale di Fabrizi. Un ambasciatore rappresenta lo Stato, non sé stesso. Se un governo straniero può ottenerne la sostituzione perché non ne apprezza il metodo, il rigore o l’attenzione verso dossier scomodi, si crea un precedente destinato a incidere sull’intera rete diplomatica italiana. E il messaggio che arriva alle capitali africane rischia di essere quello di un’Italia pronta a sacrificare un proprio rappresentante pur di non incrinare rapporti politici ed economici considerati strategici.
Il Piano Mattei è stato presentato come una nuova forma di partenariato paritario con l’Africa. Ma un partenariato può dirsi paritario soltanto se entrambe le parti sono disposte ad accettare osservazioni, divergenze e richieste di trasparenza. Se invece la tutela dei progetti prevale sulla libertà d’azione della diplomazia, il rischio è che la cooperazione si trasformi in acquiescenza.
Il caso Fabrizi, dunque, non è chiuso. La versione ufficiale del rientro concordato non elimina le domande sul ruolo esercitato dal governo etiope, sulle decisioni assunte a Roma e sulla mancata difesa del capo missione. Ora spetta alla Farnesina e al ministro Tajani chiarire quanto è realmente accaduto e stabilire se i rapporti con Addis Abeba possano continuare senza una revisione politica dei dossier aperti.
Perché il problema non riguarda soltanto un ambasciatore rimasto in carica dieci mesi. Riguarda la credibilità internazionale dell’Italia, la sua capacità di difendere la propria autonomia diplomatica e la coerenza di un Piano Mattei che, per essere davvero credibile, non può prescindere dalla reciprocità, dal rispetto istituzionale e dalla tutela dei diritti.

(da .associatedmedias.com)

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LA SINDACA DI LECCE DI FDI, ADRIANA POLI BORTONE, PRETENDE CHE TARANTO CHIEDA SCUSA A GIORGIA MELONI PER LA BORDATA DI FISCHI RIFILATA ALLA DUCETTA DURANTE LA CERIMONIA D’APERTURA DEI GIOCHI DEL MEDITERRANEO

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

QUALCUNO SPIEGHI ALLA POLI BORTONE CHE IN ITALIA È ANCORA PERMESSO IL DISSENSO

Taranto chieda scusa alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: è dura la presa di posizione della sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, dopo i fischi che per tre volte sono stati indirizzati alla premier durante la cerimonia di inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo, tenuta la sera del 21 agosto allo stadio Iacovone.
Alle ripetute ovazioni per il presidente della repubblica, Sergio Mattarella, hanno fatto da contraltare i fischi e i buu per Meloni, quando è stata inquadrata dalle telecamere Rai all’inizio della cerimonia e quando le sono stati rivolti i saluti dal presidente del Comitato internazionale dei Giochi, Mehrez Boussayene e dal presidente del Comitato organizzatore Massimo Ferrarese.
Per la prima cittadina di Lecce (presente alla serata) si è trattato di “un episodio davvero sgradevole, che non rende giustizia alla città di Taranto e alla sua accoglienza”.
Ieri sera era stata la stessa premier Giorgia Meloni a commentare immediatamente l’accaduto: “L’ex Ilva è una questione complessa che si trascina da decenni, e tutti noi siamo consapevoli di quanto sia difficile individuare una soluzione. Comprendo perfettamente le ragioni di chi, qui a Taranto, esprime il proprio dissenso, e garantisco che il governo sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere”.
“Si è trattato di una manifestazione di ingratitudine nei confronti di una presidente del Consiglio che si è attivata con grande determinazione per portare a compimento questa importante iniziativa – continua Poli Bortone – Non va dimenticato che sono stati investiti centinaia di milioni di euro per consentire a Taranto di ospitare i Giochi del Mediterraneo. Una scelta precisa, che ha puntato su Taranto e sul suo territorio, invece che su altre città”.
L’aiuto fornito dal Governo all’organizzazione dei Giochi era stato evidenziato da Ferrarese durante il discorso di apertura, nel quale è stato ricordato l’investimento di oltre 200 milioni, per ristrutturare alcuni impianti sportivi e realizzarne nuovi. In totale sono state realizzate 41 opere in 21 comuni delle province di Taranto, Brindisi, Lecce.
A far scattare la reazione contro la premier da parte delle migliaia di persone presenti allo Iacovone, potrebbe essere stato anche il rifiuto a convocare un tavolo sull’Ilva – in concomitanza con l’inaugurazione dei Giochi – che era stato proposto al Governo, come atto simbolico nel giorno della sua presenza a Taranto.
Senza trascurare il fatto che, in passato, l’associazione Genitori tarantini ha più volte scritto alla presidente del Consiglio per denunciare la violazione della Costituzione e delle normative europee nell’ambito della gestione dell’Ilva

(da agenzie)

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PER L’ITALIA È ARRIVATO IL CONTO DA SALDARE SUI MIGRANTI. PRIMA CHE ENTRASSE IN VIGORE IL NUOVO PATTO UE FORTEMENTE VOLUTO DA PALAZZO CHIGI, NEI PRIMI TRE ANNI DI GOVERNO MELONI, ROMA HA RICEVUTO 109.427 RICHIESTE DI TRASFERIMENTI DI “DUBLINANTI” DA PARTE DEGLI ALTRI STATI EUROPEI, MA NE HA ACCOLTI SOLTANTO 205. NELLA MAGGIOR PARTE DEI CASI SI E’ TRATTATO DI MINORI NON ACCOMPAGNATI

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

IL NOSTRO PAESE E’ QUELLO CHE HA RICEVUTO PIÙ DOMANDE, A CUI HA DECISO UNILATERALMENTE DI NON DARVI SEGUITO…LA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA CI AVEVA AVVISATO PER TEMPO, CON DUE SENTENZE

Con le vecchie regole di Dublino, gli Stati non avevano alcun obbligo di solidarietà verso i dei Paesi più esposti ai flussi migratori. Ma l’Italia, violando le norme, ha sempre praticato una redistribuzione de facto, evitando di riprendersi i richiedenti asilo che si erano spostati in altri Paesi: più di centomila in tre anni, oltre un terzo di quelli sbarcati nello stesso periodo.
Ora i paletti del nuovo Patto sono più rigidi sul fronte della responsabilità e la contropartita ottenuta in termini di solidarietà è al momento scarsa. A questo si aggiungono gli ostacoli che già emergono sulle procedure di frontiera che dovrebbero accelerare i rimpatri, ma per ora solo sulla carta.
Nei primi tre anni di governo, secondo i dati di Eurostat, l’Italia di Giorgia Meloni ha ricevuto 109.427 richieste di trasferimenti di dublinanti da parte degli altri Stati membri, ma ne ha accolti solo 205, principalmente minori non accompagnati: 60 nel 2023 (a fronte di 42.468 richieste), 60 nel 2024 (a fronte di 42.807) e 85 nel 2025 (su 24.152). L’Italia è di gran lunga il Paese che ha ricevuto più domande, ma – alla luce di un decreto adottato nel dicembre del 2022 – ha deciso unilateralmente di non darvi seguito.
Ben due sentenze della Corte di Giustizia europea (nel 2024 e nel 2026) hanno decretato che un Paese di primo ingresso non può rifiutare di riprendersi i migranti entrati nell’Ue attraverso il proprio territorio.
Ma ora l’Italia sostiene che, con l’entrata in vigore del nuovo Patto migrazione e asilo, le richieste pregresse siano da considerare decadute. Politicamente potrebbe essere così, ma da un punto di vista prettamente giuridico la questione è più complessa. […]
Nel nuovo Patto il bastone della responsabilità per i Paesi di primo ingresso è stato accompagnato dalla carota della “solidarietà obbligatoria”. Tutti gli Stati sono tenuti ad aiutare i più esposti ai flussi migratori, anche se possono scegliere le modalità.
Ogni anno, la Commissione stabilisce una quota di migranti che devono essere ripartiti: in alternativa ai ricollocamenti, i governi possono versare contributi finanziari (20 mila euro a migrante), fornire sostegno tecnico-logistico o compensare i cosiddetti dublinanti.
I numeri dicono che il rapporto costi-benefici potrebbe non essere affatto vantaggioso per l’Italia. Per il 2026, la Commissione ha indicato Italia, Spagna, Grecia e Cipro come i beneficiari del nuovo meccanismo e ha stabilito una “riserva di solidarietà” pari a 21 mila migranti da ripartire, di cui il 42% (8.820) da Italia e Spagna. Questo vuol dire che, con le nuove regole, l’Italia potrebbe vantare un “credito” di circa 4.000 migranti o un contributo di 80 milioni di euro.
Ma i richiedenti asilo non verranno mai effettivamente redistribuiti né i contributi verranno versati perché l’intera quota andrà a compensare i mancati trasferimenti dei migranti, che in realtà sono molti di più. Alla fine dei conti, quindi, l’Italia sarà ancora in debito.
Sui Paesi frontalieri, compresa l’Italia, gravano poi le nuove procedure accelerate di frontiera riservate ai migranti provenienti da Paesi sicuri o da Paesi il cui tasso di riconoscimento dell’asilo è inferiore al 20%.
Dopo un primo screening di sette giorni, la procedura dura 12 settimane (compreso l’eventuale ricorso). Per il primo anno l’Italia dovrà processare 16.032 domande. Secondo il nostro governo questo sarà compensato da rimpatri più veloci, perché i migranti oltre che in quello di origine potranno essere trasferiti anche nei Paesi terzi considerati sicuri, che hanno un accordo con uno degli Stati membri.

(da la Stampa”)

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PENSAVAMO DI AVERLE VISTE E SENTITE TUTTE, MA GIORGIA MELONI HA DECISO DI SUPERARSI. IN UN’INTERVISTA AL “NEW YORK TIMES”, CI HA TENUTO A FORNIRE UNA PROPRIA INTERPRETAZIONE “STORICA” E PERSONALE DEL FASCISMO DI UNA BANALITA’ IMPRESSIONANTE

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

PARLANDO DELL’EPOCA MUSSOLINIANA, HA DETTO TESTUALMENTE: “È STATA UN’EPOCA PARTICOLARMENTE COMPLESSA”. E ANCORA: “OGGI IL FASCISMO È UNA COSA, SE L’AVESSIMO VISTO STANDOCI IN MEZZO, L’AVREMMO VISTO DIVERSAMENTE”… LA DUCETTA HA SCELTO DI PARLARE AL QUOTIDIANO LIBERAL ODIATO DA TRUMP, CHE LE HA FATTO UN’INTERVISTA ALL’ACQUA DI ROSE (E L’HA DEFINITA “UNA DEMAGOGA DAL TALENTO FOCOSO ANCORATO A UN FREDDO REALISMO”) PER MANDARE UN MESSAGGIO ALLA CASA BIANCA: “CREDEVO CHE LE COSE SAREBBERO STATE PIÙ FACILI CON TRUMP”

Parlare con il New York Times, per una leader di destra come Giorgia Meloni, non è una scelta neutra. Lo è ancora di meno parlare di Donald Trump con la bibbia dei liberal che il presidente americano detesta, a cui ha fatto causa e che mette in cima alla lista dei propri avversari, sicuramente più di Vladimir Putin. È una scelta che svela la volontà della premier di mandare un messaggio. […]
Sono poche righe in un racconto lunghissimo, ma che condensano l’ammissione di un fallimento e il gelo che Meloni riserva al vecchio amico, con cui si era illusa di poter costruire un ponte tra Europa e Stati Uniti, in nome della comune ideologia sovranista: «È evidente che con Trump credevo che le cose sarebbero state più facili, data la nostra convergenza sull’immigrazione e sulla cultura woke. Le cose sono andate diversamente».
Riaffermare gli stessi concetti al New York Times assume, però, tutt’altra dimensione. Assieme alla Cnn, il quotidiano americano è la vera bestia nera del magnate repubblicano. Un’ossessione, per il numero di volte in cui ha insultato giornalisti e proprietà. Nel 2015 ha fatto causa al giornale per la cifra enorme di 15 miliardi di euro.
Lo scorso luglio ha citato in giudizio la squadra di reporter che in un’inchiesta aveva svelato i problemi di sicurezza del lussuoso Boeing 747-8 ricevuto in regalo dalla famiglia reale del Qatar, a bordo del quale, però, all’ultimo momento, di ritorno proprio dalla Turchia, il Secret Service gli aveva impedito di salire.
Meloni non concede nulla a Trump. Neanche una parola di circostanza per segnalare un merito del presidente Usa che prima del G7 aveva osannato, seguendolo in tutte le sue iniziative: unica leader dell’Ue a essere presente alla cerimonia di insediamento nel gennaio 2025, unica a proporlo per il Nobel, poco dopo essersi precipitata a Sharm el-Sheik per applaudire la nascita dell’impalpabile Board of Peace per Gaza.
Lei conferma di non essersi pentita: «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante. Non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali». Ma è evidente che tutto è cambiato. Trump ha scatenato una guerra commerciale all’Europa, e poi una militare all’Iran che gli italiani stanno pagando nei serbatoi delle proprie automobili.
Ha terremotato il mondo ed è crollato nei sondaggi. Anche in quelli italiani, che Meloni tiene d’occhio, in vista della campagna elettorale e che la convincono sia meglio tenerlo a distanza il più possibile. La premier rivela che non si sentono al telefono da diverse settimane e si limita a rispondere «vedremo» alla domanda se lo faranno dopo la pausa estiva.
Non è una cosa che Meloni ha fatto molte volte: passare un po’ del suo tempo con un giornalista nelle stanze di Palazzo Chigi e lasciarsi scrutare liberamente in un’intervista.
È stata un’eccezione per celebrare il traguardo a cui tiene più di altri: il 4 settembre conquisterà il primato del governo più longevo della storia repubblicana e per questa occasione ha scelto una delle testate più prestigiose del mondo, nonostante nel vocabolario trumpiano di Meloni e del suo partito il quotidiano verrebbe definito «di sinistra».
Sicuramente molto lontano dal controllo e dalla propaganda del governo. L’inviato del New York Times ne tratteggia l’«ambivalenza» e le «oscillazioni». La inquadra con un’espressione fulminante osservando «il talento focoso di una demagoga ancorato a un freddo realismo». Ne racconta le origini, si fa confessare le attitudini. Poi si sofferma sul Fascismo e sull’antifascismo.
Per il quotidiano restano argomenti seri, che non possono essere derubricati a folclore. L’inviato sembra colpito dal modo in cui la premier minimizza la portata violenta della dittatura, definendola un’epoca «particolarmente complessa», e aggiungendo: «Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi, è una cosa. Se l’avessimo vista stando nel bel mezzo di quegli eventi, probabilmente l’avremmo percepita diversamente, no?».
L’inviato insiste, ricorda cosa è stato il regime del Duce, prima di passare al terrorismo e agli Anni di Piombo. Meloni conferma orgogliosamente di rifiutarsi di definirsi antifascista: «Per lei – spiega il NYT – la sinistra era la responsabile dei problemi dell’Italia del dopoguerra, e il periodo “complesso” in cui il suo partito ha avuto origine era meglio dimenticarlo».

(da La Stampa)

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ANCHE LA FINLANDIA RIPRENDE I TRASFERIMENTI DI MIGRANTI VERSO L’ITALIA: I “DUBLINANTI” DI PRIMO APPRODO NEL NOSTRO PAESE SARANNO RISPEDITI INDIETRO. È L’EFFETTO DELL’ENTRATA IN VIGORE DEL PATTO MIGRAZIONE E ASILO, SPONSORIZZATO DALL’ITALIA COME UN SUPERAMENTO DEL TRATTATO DI DUBLINO, CHE SI È RIVELATO UN BOOMERANG

Agosto 20th, 2026 Riccardo Fucile

A MARZO 2024, LA SORA GIORGIA DICEVA: “LA POSIZIONE ITALIANA È DIVENTATA EUROPEA”. GIUSTO: NEL SENSO CHE OGNUNO FA IL SOVRANISTA A CASA SUA … PER LA DUCETTA È UN CETRIOLONE: DA QUANDO SONO STATI BLOCCATI I RIENTRI, SONO STATE 80MILA LE RICHIESTE PRESENTATE ALL’ITALIA PER ACCOGLIERE I “DUBLINANTI”. QUANTI DI ESSI SARANNO RIMANDATI INDIETRO?

“Riteniamo che l’entrata in vigore del regolamento Ue sulla gestione dell’asilo e della migrazione consenta la ripresa dei trasferimenti verso l’Italia. Tali trasferimenti sono attualmente in fase di preparazione”.
Lo afferma all’ANSA l’ufficio stampa del ministero degli Interni finlandese. Per la Finlandia – che diventa il quarto Paese a rispedire i dublinanti in Italia dopo Germania, Svizzera e Austria – “è importante che le norme sulla responsabilità per l’esame delle domande di asilo siano applicate come previsto, e che tutti gli Stati membri della Ue adempiano ai propri obblighi ai sensi del patto” .
«Sono particolarmente fiera del fatto che stia prendendo corpo un pacchetto di norme importantissime, che l’Italia ha fortemente voluto e sostenuto, lavorando per costruire su di esse il più ampio consenso possibile».
Con queste parole, pronunciate al Senato lo scorso marzo, la premier Giorgia Meloni accoglieva con qualche mese di anticipo il Patto migrazione e asilo che sarebbe entrato in vigore il 12 giugno. È stata una delle tante rivendicazioni del cosiddetto «cambio di paradigma» avvenuto a Bruxelles sulle politiche migratorie e che la presidente del Consiglio si è sempre intestata come una vittoria del suo governo.
Già nel marzo del 2024, alla Camera, la premier diceva che «la posizione italiana è diventata la posizione europea». In effetti aveva ragione e ora ognuno fa il sovranista a casa sua. Meloni rischia così di ritrovarsi incastrata in diversi scontri diplomatici con i suoi alleati europei, che in questi giorni hanno iniziato a inviare i “dublinanti” verso Roma e accettarli tutti esporrebbe l’esecutivo alle critiche provenienti a destra da Vannacci.
Alla base del Patto non c’è il superamento effettivo del regolamento di Dublino, ma un’alternativa che sulla carta dovrebbe garantire una maggiore solidarietà nella redistribuzione dei richiedenti asilo tra gli stati membri.
L’entrata in vigore del Patto ha rimesso in moto i dublinanti, un dossier che è rimasto sostanzialmente congelato negli scorsi quattro anni quando, in via unilaterale, il governo italiano, nel dicembre del 2022, aveva sospeso l’accoglienza dei “suoi” richiedenti asilo.
E come dimostrano questi giorni, alla prima difficoltà i paesi membri – a partire dall’Italia – hanno preferito alzare i muri e sfruttare ogni caso a proprio vantaggio politico. Il caso di Ceuta è emblematico. A tal proposito Madrid ha fatto sapere che 500 minori di età compresa tra 9 e 17 anni saranno spostate nella penisola iberica e lasceranno l’exclave. Qui saranno redistribuite tra diverse organizzazioni dopo un accordo raggiunto nelle ultime ore.
Dopo il fronte aperto con la Spagna su Schengen, e quello con la Germania per l’invio dei dublinanti, ora si sono aggiunti anche quelli con la Svizzera e l’Austria.
Ora il governo Meloni teme che si generi un effetto domino e che anche altri Stati come la Francia, la Finlandia o la Svezia possano riprendere in mano i vecchi casi. D’altronde i numeri preoccupano.
Da quando l’Italia ha bloccato i rientri sono state 80mila le richieste presentate a Roma per accogliere i suoi dublinanti. Un numero altissimo se si conta che nel 2023, anno in cui gli sbarchi hanno raggiunto l’apice, sono arrivate 157mila persone. E il dato degli 80mila è anche molto più alto rispetto al numero dei richiedenti asilo trasferiti in Italia nel quadriennio 2018-2022, quando sono stati 17.605.
Dal 2022 a oggi, parte degli 80mila ha trovato una sistemazione. L’analisi delle loro domande d’asilo è proseguita nel tempo. Ma per migliaia di loro non è così, come dimostra il caso svizzero.

(da agenzie)

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