Destra di Popolo.net

LA VELOCITA’ DEL PREGIUDIZIO

Luglio 1st, 2026 Riccardo Fucile

IL GENERALE, IL COLONNELLO E IL CAPORALE DI GIORNATA: CRONACA DELL’AVANSPETTACOLO SOVRANISTA

Fare il colonnello leghista dev’essere una vitaccia. In generale, ma soprattutto da quando impazza il Generale. Bisogna batterlo sul suo campo e soprattutto sul tempo, urlando alla remigrazione un attimo prima che lo faccia lui. Così, appena esce la tragica notizia del pizzaiolo di Reggio Emilia accoltellato da un cliente che pretendeva di mangiare gratis, il capogruppo della Lega emiliana Tommaso Fiazza pensa a una cosa sola: che cosa starà pensando Vannacci? Afferra il telefono con la rapidità di un pistolero e digita sulla tastiera parole definitive: «Serve una riflessione seria e senza ipocrisie. Siamo di fronte a una violenza incompatibile con il nostro modo di vivere».
La chiusura, in perfetto Vannacci Style, è un accorato appello a favore della remigrazione. L’identità del colpevole è ancora ignota agli inquirenti, ma non al capogruppo leghista: chi, infatti, se non un immigrato, potrebbe mai uccidere un italiano per una pizza?
Al colonnello Fiazza sarebbe bastato aspettare due ore (meno del ritardo medio di un treno di Salvini) per scoprire che si trattava di un omicidio a chilometro zero: l’autore è Andrea Pellati, italiano di ennesima generazione e residente a due passi dalla pizzeria. Ma a questo punto «serve una riflessione seria e senza ipocrisie»: due ore sono obiettivamente troppe. Oltretutto per conoscere qualcosa che non interessa più a nessuno, la realtà. Con tutti i pregiudizi facili da indossare e già pronti all’uso che ci sono in giro.

(da Corriere della Sera)

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LO SCONTRO MELONI-VANNACCI E LA CORSA A DESTRA PER IL QUIRINALE

Luglio 1st, 2026 Riccardo Fucile

UNO CHE PENSA DI ESSERE IN CASERMA E UN’ALTRA CHE HA PAURA A SMONTARE LE CAZZATE DELL’EX GENERALE PERCHE’ ERANO LE SUE QUANDO STAVA ALL’OPPOSIZIONE

«Tiri fuori gli attributi». Eccolo Roberto Vannacci in purezza, il generale che ha il sergente Hartman nel cuore e parla a Giorgia Meloni come se dovesse mettere in riga un soldato di leva, tantoché non si capisce cosa aspetti la destra, il centrodestra, ogni suo singolo esponente, a smettere di blandirlo e a trattarlo come un vero sabotatore e avversario, mettendo in guardia i suoi elettori dall’accodarsi a un personaggio che ha scelto il ruolo di agente del caos nel campo della maggioranza e sulla scena del Paese.
«Tiri fuori gli attributi», dice il generale alla premier, chiedendole di imporre a Lega e Fi l’inserimento delle preferenze nella riforma elettorale perché «non costano un euro, non le osteggiano le toghe rosse e non le blocca la sua amica Frau
von der Leyen». Detto poche ore prima di un vertice di maggioranza convocato per sciogliere il complicatissimo nodo, è una evidente dichiarazione di guerra politica. Detto così, con quella frase da caserma (sottotesto: è una donna, all’Italia serve un maschio alfa) e con quel riferimento all’amica Frau von der Leyen (sottotesto: Meloni ancella di forze antinazionali) è una innegabile sfida personale. Un salto di qualità nella polemica che segnala al mondo meloniano la necessità urgente di un cambio di strategia nel confronto col fondatore di Futuro Nazionale e nella valutazione delle sue posizioni.
Per settimane Vannacci ha costruito lo scontro tra la sua cosiddetta “vera destra” e la maggioranza ricevendo soltanto repliche di maniera, tantoché l’elettore medio poteva farsi l’idea che le posizioni fossero le stesse, differenziate soltanto da un diverso grado di assertività. Nessuno tra i big gli ha contestato le scemenze sul femminicidio che non esiste, la richiesta di cancellare il decreto flussi indispensabile alle imprese, le mozioni contro il sostegno all’Ucraina in nome dell’appeasement con Vladimir Putin.
La stessa questione della remigrazione, cavallo di battaglia del generale che sta per dedicargli il suo terzo libro, è stata trattata come una versione hard del piano per i rimpatri già messo a terra dal Viminale. Vannacci finora aveva ricambiato preservando Giorgia Meloni dalle espressioni più irritanti, facendo intendere che le divergenze con lei fossero più di metodo che di merito e che comunque potessero essere ricondotte a una linea comune.
Ora anche quella linea rossa è stata varcata. Dire «Vannacci smetta di votarci contro e potremo parlare» non basta più a contenere il conflitto aperto da Futuro Nazionale. Quando il generale accusa direttamente la leader del centrodestra di voltafaccia sul blocco navale, sull’abolizione delle accise, sui rapporti con l’Europa, sulla legge elettorale, è evidente che la destra è a un bivio: o risponde nel merito o si sottomette al suo racconto.
Il solo modo per difendere il fortino è reclamare la differenza in nome delle responsabilità di chi governa, dei doveri legati a una decente tenuta sociale, dell’equilibrio dei conti, dei patti stipulati col resto del mondo, degli equilibri di coalizione, e – perché no? – della Costituzione.
Minimizzare quella distanza, appendere il dissidio con Fn a qualche irrilevante No d’aula, non solo è una strategia perdente, come dimostra ogni sondaggio, ma un incoraggiamento ad alzare il tiro, a spararla sempre più grossa.
E tuttavia al momento la destra appare paralizzata sulla trincea del voto utile, sulla frase «Vannacci avvantaggia la sinistra» che tutti ripetono a pappagallo, e persino le accuse di tradimento avanzate inizialmente contro il generale sono state silenziate in nome di un generico «vediamo che succede».
Si intravede la paura di rivendicare apertamente il silenzioso passaggio compiuto in questi quattro anni alla guida delle istituzioni, come se gli elettori non fossero in grado di capirlo e di apprezzarlo. Sì, c’è un abisso tra chi ha scelto di stare con l’Europa e chi vuole stare con la Russia di Putin. C’è un abisso tra una destra di governo che si dichiara conservatrice e repubblicana e un gruppo di avventurieri all’inseguimento del facile consenso. C’è un abisso tra chi aspira – come Meloni ha detto apertamente – ad eleggere il futuro presidente della Repubblica e chi si vanta di guidare un drappello di delinquenti (la sporca dozzina non era forse questo? ).
È arrivato il momento di valorizzare questa distanza, se quel percorso è stato consapevole, se quelle definizioni sono autentiche, se quelle ambizioni sono vere.
Flavia Perina
(da lastampa.it)

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LA NUOVA DESTRA E L’EUROPA DEBOLE

Luglio 1st, 2026 Riccardo Fucile

L’ANALISI DI MASSIMO CACCIARI

Interpretazione e messa in scena possono apparire pessime, ma non vanno confuse col testo del dramma. La politica attuale rappresenta oggi, confusamente, si direbbe a volte anarchicamente, una svolta storica, un salto d’epoca. E a ciò soltanto dovremmo guardare. Simpatie o antipatie tra leader, love story annunciate o fallite, riducono la tragedia al livello del cameriere di Napoleone. È la grande ondata dell’Occidente prima europeo e dopo americano a trovarsi di fronte a scelte che di giorno in giorno è più difficile rimandare. Rifluire semplicemente? Lasciare che altri grandi spazi imperiali si rafforzino e competano con noi anche sul piano della potenza militare? Affrontarne invece, decisamente, la “volontà di potenza”, ma come, con quali mezzi, in quali forme? Trasformarsi nei “federatori” (ciò che l’Occidente non è mai stato), mettere la propria potenza al servizio di una idea di Nomos della Terra, fondato sul reciproco riconoscimento, una rete di trattati, organismi sovrastatali di controllo e prevenzione?
Le crescenti contraddizioni all’interno del così detto Occidente riflettono l’assenza di qualsiasi linea comune nel rispondere a tali domande. Manca qualsiasi visione, ma non è affatto semplice immaginare come questa potrebbe formarsi. Nessuna grande potenza rifluisce o “riposa in pace”. E la sua prima linea di resistenza consisterà sempre nel difendere i propri interni interessi. Lo sforzo anche economico che costa il mantenimento di uno “spazio vitale” di dimensioni imperiali passa allora in secondo piano. Esso era strategico per l’America durante gli anni della “guerra fredda” e del confronto tra sistemi che essa rappresentava. Il limes non divide più Berlino, l’Europa. Oggi l’intera geopolitica è mutata. La Russia non costituisce sotto alcun profilo un “competitore” degli Usa, a meno che non la si regali alla Cina. La sfida riguarda quest’ultima, è passata di continente. In questo quadro è del tutto inevitabile che sorgano conflitti e contraddizioni tra i membri dell’alleanza occidentale. Se scompare il Nemico comune è destino emergano i diversi interessi nazionali, sul piano del commercio, degli scambi, dell’organizzazione produttiva e di mercato. Il dramma che viviamo, poco importa come i nostri leader lo interpretano, è il processo di logoramento, nel riassetto di tutti gli equilibri geopolitici, dell’alleanza occidentale uscita dalla seconda Grande Guerra e che sembrava essere giunta alla sua apoteosi con la caduta del Muro.
Come pensare di rifondarla? Qui una nuova destra, che non ha niente a che fare con saluti romani e svastiche, che usa spregiudicatamente di nostalgie nazional-sovraniste e di deliri di bianchi razzisti per trovare consensi e voti, da usare poi come vuole, ha qualche idea, che sarebbe utile comprendere al di là dei banchetti e cappellini del popolo Maga.
L’Occidente, si afferma in sostanza, si è impegnato in politiche che ne hanno drasticamente ridotto le potenzialità di sviluppo. Politiche sociali e ridistributive a scapito dei settori tecnologici più avanzati. Ma sarà su questi che si decideranno gli equilibri di potenza futuri! L’Occidente potrà mantenere il proprio ruolo imperiale soltanto concentrando su di essi, sul sistema tecnologico-economico-militare, tutte le proprie risorse. O sarà inevitabile decadenza – e poi sconfitta anche politica. Questa linea comporta un rovesciamento culturale di fondo del senso, della prospettiva generale in cui l’agire politico era stato pensato in Occidente, ma soprattutto in Europa, almeno dagli anni del secondo dopoguerra.
Badate, il ragionamento è del tutto logico e conseguente. Ma a partire da un presupposto. Dai conflitti attuali non si uscirà mai con un Ordine “federativo” globale. Una globalizzazione politica è prospettiva del tutto irrealistica. Dunque, continuerà a esservi competizione tra grandi spazi. E questa non è agibile oggi se non nella chiave che si è detto: sul mercato dei rapporti tra potenze tecnologico-politiche potrà mirare al ruolo di protagonista (oligopolista o monopolista) chi più massicciamente saprà investire nella accelerazione della crescita dei settori più innovativi. Non c’è tempo da perdere. L’Europa delle carte, delle regole, dei controlli, che persegue una pluralità contraddittoria di fini economici, produttivi, sociali, sta perdendolo e lo fa perdere all’Alleato.
Se si pensa che un nuovo Nomos della Terra non possa nascere dal concerto di sforzi “federativi”, che questo equivalga all’irrealistica idea di uno Stato-Mondo, non c’è alternativa logica alla “filosofia” di questa nuova destra. A meno di non arrendersi al riflusso. E mai nessun Impero si è arreso (neppure l’Urss, che è stata stremata e poi vinta). Chi si oppone alla politica di “selezione naturale” propugnata dagli “eletti” che guidano i processi innovativi dovrebbe perciò ritenersi obbligato, nelle parole e nei fatti, a mostrare che è perseguibile una linea che fa del progresso tecnologico il fattore di un nuovo sistema di Welfare, che non pretende di controllarlo ex post, ma sa intervenire negli indirizzi e nei “valori” che determinano la produzione della “Machina sapiens”, oggi già al centro della nostra vita. Chi teme, a ragione, che la realistica affermazione della competizione tra spazi imperiali possa innescare, o abbia già innescato, una valanga inarrestabile, dovrebbe mettere
in campo iniziative concrete, e condotte secondo principi unitari, per definire in ogni conflitto margini e possibilità di trattativa, di compromesso.
Sì, questo doveva rappresentare l’Europa. Questo poteva essere il suo ruolo globale. E nessun altro spazio era, e ancora meno è, in grado di assumerlo. Dopo trent’anni di speranze, oggi non ne resta che la poltiglia. Eppure, disperare è impossibile…
Massimo Cacciari
(da La Stampa)

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IL LAVORO DELLA TERRA SCOMPARE E LA NATURA PRESENTA IL CONTO

Luglio 1st, 2026 Riccardo Fucile

NEGLI STATI UNITI IN UN ANNO CHIUSE 15.000 FATTORIE E GLI AGRICOLTORI IN BANCAROTTA SONO AUMENTATI DEL 70%

Negli Stati Uniti, l’anno scorso, sono state chiuse quindicimila fattorie, e gli agricoltori in bancarotta sono aumentati del 70% da inizio anno. Proteste degli agricoltori si sono avute soprattutto nei confronti dell’Ue, ma anche dei governi di vari paesi, fra cui Italia, Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Polonia.
Per quello che riguarda l’Italia, qualcuno ricorderà, forse, le rivolte degli agricoltori iniziate dall’associazione Riscatto Agricolo: blocco del Grande raccordo anulare con 200 trattori, del 9 febbraio 2024; il 19 febbraio, dello stesso anno, i trattori hanno occupato buona parte di Roma e hanno completamente bloccato via Nomentana.
È abbastanza incredibile questa insensibilità dei governi e degli uomini politici nei confronti dell’agricoltura, un settore sottopagato e soprattutto sottostimato buono per un bracciantato servile dove detta legge il ‘caporalato’ e i braccianti sono considerati meno di niente.
Prima della Rivoluzione Industriale i contadini costituivano la maggioranza della popolazione, insieme agli artigiani. In Francia su 28 milioni di abitanti circa 24-25 milioni erano contadini. E si capisce facilmente il perché, il cibo ci viene dalla terra e non dalle macchine. I Romani, quando conquistavano qualche provincia, chiedevano un ritorno in tasse e le tasse erano una certa quantità di frumento. In una scala che ho pubblicato ne La ragione aveva torto? i contadini risultano al primo posto non solo per il numero, ma per la loro importanza.
Il cemento non si può mangiare e con la progressiva urbanizzazione si sono ridotti al minimo gli spazi agricoli e questo anche in zone come la mitica Padania di Bossi, che ha il vantaggio di essere una pianura (in montagna, come è ovvio, la coltivazione è molto più difficile) e di essere bagnata da fiumi importanti come il Po e il Ticino. Se viaggiavate un tempo sulla direttrice Milano-Genova vedevate covoni coltivati a regola d’arte, di una perfetta forma ovoidale. L’aumento dell’urbanizzazione ha poi altri riflessi negativi molto attuali, visto il caldo torrido di questo giugno, e che a luglio non sarà certamente meglio: la terra assorbe i raggi del sole, cosa che il cemento non fa, anzi li ributta verso l’alto, per cui si sono registrate al suolo temperature di oltre 60 gradi.
Come mai oggi rigagnoli ridicoli come il Seveso e il Lambro possono ‘esondare’ (una volta si diceva ‘straripare’) a loro piacimento? Perché non trovano più una terra lavorata come si deve che li possa frenare.
C’è poi un discorso che riguarda i tombini. Un tempo a sturare un tombino c’era lo spazzino, oggi lo stesso lavoro lo fanno le macchine, ma le macchine non riescono ad andare in profondità come l’onesto e disprezzato spazzino. Ecco perché basta una pioggerella da niente, non un grande temporale che sarebbe così utile in questi tempi di calura e di afa, perché Milano si allaghi.
Insomma, il discorso è sempre lo stesso, si parli di agricoltura o di altro bisogna affidarsi agli uomini e non tantomeno, in prospettiva, all’Intelligenza Artificiale.
(da il Fatto Quotidiano)

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IL QUIRINALE E LA DESTRA

Luglio 1st, 2026 Riccardo Fucile

SETTE PRESIDENTI SU DODICI NON ERANO DI SINISTRA, QUASI TUTTI ERANO DEMOCRISTIANI, MELONI NON SA DI COSA PARLA… SE NON HA UN CANDIDATO PRESENTABILE SE LA PRENDA CON SE STESSA

Prima ancora che qualcosa di sbagliato, c’è qualcosa di ingenuo nell’affermazione di Giorgia Meloni sul Quirinale che sarebbe un “tabù” per la destra. De Nicola, Einaudi, Gronchi, Segni, Leone, Cossiga, Scalfaro (sette presidenti della Repubblica su dodici) certo non erano di sinistra. Quasi tutti venivano dalla Democrazia Cristiana, che della sinistra è stata, per quarant’anni, l’avversario costante. De Nicola ed Einaudi erano liberali.
Solo Pertini, Napolitano, Saragat e Ciampi possono essere qualificati di sinistra, i secondi due della sinistra moderata e governativa, certo non vicini al mondo social-comunista. La sinistra in quanto tale, Psi e Pci, ha dunque espresso, in ottant’anni di storia repubblicana, solo due presidenti della Repubblica. Sergio Mattarella — che la buona stella dell’Italia ce lo preservi per qualche secolo ancora — è anch’egli di formazione democristiana.
Ciò che Meloni non può o non riesce a dire — esponendosi ingenuamente ai rilievi più ovvii — è che il Quirinale, fin qui, è stato un tabù non certo per “la destra”, ma per i post-fascisti. E per ragioni strutturali: perché la Costituzione italiana, della quale il Quirinale è custode e garante, è antifascista. La destra antifascista (un nome per tutti: Scalfaro, conservatore di ferro) non ha avuto alcuna difficoltà per salire al Colle. Nulla ostava.
Si capisce che questa discriminazione possa dispiacere a Meloni e ai suoi, specie oggi che sono al governo. Ma è davvero ingenuo credere che dire genericamente “destra” basti a sciogliere il duro nodo della pregiudiziale antifascista, che non è un vezzo ideologico: sta scritta nella carta affidata alle cure del Colle. Meloni e i suoi indichino una personalità di destra di indiscutibile fede repubblicana e vedranno
che nessuno avrà niente da ridire sulla sua candidatura al Quirinale. Il problema — lo capiamo — è trovarla.
(da Repubblica)

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GRAZIE AGLI IMMIGRATI 12,6 MILIARDI DI IRPEF: IL CONTRIBUTO CHE SOSTIENE ANCHE IL FUTURO DELL’ITALIA

Luglio 1st, 2026 Riccardo Fucile

CINQUE MILIONI DI CONTRIBUENTI NATI ALL’ESTERO DICHIARANO QUASI 88 MILIARDI DI REDDITI

I contribuenti nati all’estero in Italia hanno superato quota cinque milioni e, nel 2025, hanno dichiarato complessivamente 87,9 miliardi di euro di redditi, versando 12,6 miliardi di euro di Irpef. È la fotografia scattata dalla Fondazione Leone Moressa sui dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che mostra come la presenza degli immigrati non rappresenti soltanto una componente del mercato del lavoro, ma anche una parte significativa delle entrate fiscali del Paese.
I livelli più alti mai registrati
Rispetto al 2014 il numero dei contribuenti nati all’estero è cresciuto del 39,2%, raggiungendo i livelli più alti mai registrati. Anche il gettito fiscale ha toccato il massimo storico. In media, ciascun contribuente immigrato dichiara 17.670 euro all’anno, contro i 26.920 euro dei contribuenti nati in Italia, e versa 3.310 euro di Irpef, circa la metà rispetto agli italiani. Un divario che non dipende tanto da una minore partecipazione al lavoro, quanto dalla maggiore concentrazione degli stranieri nei settori meno retribuiti, dalla discontinuità occupazionale e dalla ridotta presenza tra imprenditori e percettori di redditi da capitale.
La platea dei lavoratori stranieri
La distribuzione dei redditi conferma infatti che il 38,2% dei contribuenti nati all’estero dichiara meno di 10 mila euro l’anno, una quota nettamente superiore rispetto al 23,4% registrato tra i nati in Italia. Nonostante questo, il loro contributo complessivo alle casse dello Stato continua ad aumentare grazie alla crescita dell’occupazione e della platea dei lavoratori stranieri.
La Lombardia si conferma la regione in cui il contributo fiscale degli immigrati è più consistente, con oltre 3,4 miliardi di euro di Irpef versata, seguita da Veneto ed Emilia Romagna. In queste aree la presenza di lavoratori stranieri è ormai strutturale in comparti come industria, logistica, edilizia, agricoltura, assistenza familiare e servizi.
Il sostegno al sistema previdenziale
Ma i numeri raccontano anche qualcosa che va oltre il fisco. In un Paese che continua a perdere nascite e ad aumentare l’età media della popolazione, ogni lavoratore che versa imposte e contributi rappresenta anche un sostegno al sistema previdenziale. Le pensioni pagate oggi sono finanziate in larga parte dai contributi dei lavoratori attivi: se questi diminuiscono, mentre cresce il numero dei pensionati, l’equilibrio diventa sempre più difficile.
Politiche per aumentare l’occupazione
Naturalmente questo non significa che l’immigrazione, da sola, possa risolvere i problemi demografici o della previdenza italiana. Servono politiche per aumentare l’occupazione, favorire salari più alti, contrastare il lavoro irregolare e sostenere la natalità. Tuttavia, i dati mostrano che milioni di lavoratori stranieri già oggi contribuiscono al finanziamento del welfare, pagando imposte e contributi pur percependo, mediamente, redditi inferiori rispetto agli italiani.
Il dibattito sull’immigrazione
Il dibattito sull’immigrazione resta inevitabilmente attraversato da temi come sicurezza, integrazione e gestione dei flussi. Accanto a questi aspetti, però, esiste una dimensione economica difficilmente contestabile: quella di persone che lavorano, producono reddito e contribuiscono al finanziamento dei servizi pubblici
e del sistema pensionistico. Ignorare questo contributo significherebbe rinunciare a a una parte importante della fotografia reale dell’Italia di oggi.
(da Repubblica)

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A GRAZ, IN AUSTRIA, TRIONFA LA SINDACA COMUNISTA MENTRE NEL PAESE AVANZANO I SOVRANISTI

Luglio 1st, 2026 Riccardo Fucile

IL SUO UFFICIO E’ SEMPRE APERTO A TUTTI, CHIUNQUE PUO’ TELEFONARLE, CASE POPOLARI E SOSTEGNO SOCIALE, 15.000 PASTI PER SCUOLE ED ASILI…. DONA DUE TERZI DELLO STIPENDIO A UN FONDO PER CHI E’ IN DIFFICOLTA’ E ANCHE GLI INDUSTRIALI COLLABORANO CON LEI

Forse in molte parti d’Europa è relegato negli archivi della storia. A Graz, trecentomila abitanti, seconda città della ricca Austria, è il numero uno con il 35,63% dei voti. Parliamo del Partito comunista austriaco (Kpö), vincitore delle comunali con la sindaca Elke Kahr (già eletta nel 2021) e questo in un Paese in cui l’avanzata dell’estrema destra dei liberalnazionali (Fpö) sembra irrefrenabile: 37,2% in un sondaggio pubblicato dall’agenzia stampa Apa lo scorso 18 giugno. Ironicamente, il land di cui Graz è capoluogo, la Stiria, è guidato da un governatore liberalnazionale, Mario Kunasek.
Non a Graz, dove anzi l’estrema destra si è fermata al 12,2% (peggio i socialdemocratici, in via d’estinzione non solo in Austria, con il 5,6%). Il secondo partito, i Popolari (Övp), che fino al 2021 hanno governato la città per anni, sono secondi ma ben distaccati con il 25.35%, terzi i Verdi con il 17,3%. Soprattutto, la Kpö non solo stravince, ma ha anzi aumentato nettamente rispetto al 2021, quando aveva ottenuto il 28,8%. Un fenomeno straordinario, considerando oltretutto che la Kpö non riesce mai a entrare nel Parlamento nazionale a Vienna (nel 2024, pur triplicando i voti, si è fermato al 2,4%, ben al di sotto della soglia minima del 4%). Dal 2021 a Graz Kahr ha governato in coalizione con Socialdemocratici e Verdi.
Il segreto di questo incredibile successo è semplicemente uno: la stessa Elke Kahr, amatissima in città anche da chi non la vota. Perché questa donna di 64 anni, entrata nella Kpö nel lontano 1983, a 21 anni, si è rivelata la sindaca “della gente”. La sua porta è sempre aperta, il suo numero di cellulare è sui manifesti, chiunque può chiamarla, chiunque può ottenere un appuntamento per parlare dei propri problemi. «Per me – ha detto in un’intervista al quotidiano di Vienna Der Standard – è importantissimo il rapporto diretto con la gente. Incontro tutti che sia un grande industriale e un’anziana che non riesce più a salire in casa perché l’ascensore è rotto». Due terzi del suo stipendio (si tiene in tutto 2.300 euro netti al mese) li versa in un fondo sociale Kpö. In vent’anni, dice, ci ha versato 1,3 milioni di euro. Un fondo per aiutare chi non ha soldi per saldare una bolletta, riparare una lavatrice, pagare un affitto.
Kahr ha congelato le imposte per l’immondizia, attuato sconti per l’accesso alle piscine comunali delle famiglie, risanato o costruite ex novo case popolari con affitti agevolati, creato una grande cucina comunale che distribuisce 15.000 pasti ad asili, scuole, case per anziani.
Una parte dei fondi li ha reperiti tagliando sovvenzioni ai partiti politici. Certo, non basta, la città ha accumulato debiti per due miliardi di euro. «Ma 1,6 miliardi di euro li abbiamo ereditati» ha detto alla Zib, il telegiornale della tv pubblica Orf dopo il voto. Del resto, ha aggiunto, «spese erano necessarie, per l’edilizia popolare e per l’infrastruttura pubblica. Sono priorità che resteranno». «La nostra visione – aveva già detto a Der Standard – è che occorre far crescere il bene comune e i servizi pubblici d’interesse generale. E questo, certo, costa soldi, ma non possiamo cedere». E il comunismo? «Il nostro obiettivo – dice ancora nell’intervista – è una società che chiamiamo socialista da costruire dal basso con la democrazia». E indubbiamente le grandi imprese non sono affatto preoccupate dalla sindaca comunista di Graz, uno dei poli industriali dell’Austria: niente fuggi fuggi, nella città hanno tuttora sede grandi società come Siemens, Magna, Avl, Spar. «Con tutti –assicura la sindaca – abbiamo ottimi contatti».
Evidentemente, è una politica che ai cittadini piace. E Kahr è ormai rispettata. Se nel 2021 la Kronenzeitung, il quotidiano più venduto in Austria, la sfotteva («La Corea del Nord si è già congratulata?») adesso le reazioni sono più contenute. Soprattutto, fa scuola: la Kpö, con progetti analoghi sta crescendo in varie altre città austriache: Sankt Pölten (la capitale della Bassa Austria, a due passi da Vienna), Innsbruck, Salisburgo ed è ormai presente in tutti e 23 i municipi della città di Vienna. Aiuta, certo, anche il fatto che la Kpö, pur senza rinunciare alla denominazione «comunista», ha fatto dopo la fine della Guerra Fredda un chiaro mea culpa per quello che fino ad allora era stato una fedeltà granitica al comunismo sovietico, incluso le repressioni a Budapest e Praga. C’è di più, del resto: molti guardano a Kahr come un modello che dimostra che, con la politica giusta, il populismo di estrema destra si può battere.
(da Avvenire)

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PER I SERVIZI SEGRETI TEDESCHI AFD HA UNA “CONCEZIONE DEL POPOLO IMPRONTATA ALL’ETNIA E ALLA DISCENDENZA IN CONTRASTO CON LA COSTITUZIONE TEDESCA”

Luglio 1st, 2026 Riccardo Fucile

L’UFFICIO PER LA TUTELA DELLA COSTITUZIONE VALUTA IN MODO CRITICO LE DICHIARAZIONI CHE UTILIZZANO TERMINI COME “GRANDE SOSTITUZIONE”

Nel suo nuovo rapporto, l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione tedesca (BfV) segnala che l’AfD continua a radicalizzarsi. Lo riporta oggi la Bild.
Il partito avrebbe una “concezione del popolo improntata all’etnia e alla discendenza” che sarebbe in contrasto con la Legge fondamentale tedesca. Di conseguenza, le “posizioni liberal-conservatrici” sarebbero ormai quasi impercettibili all’interno del partito.
L’Ufficio per la tutela della Costituzione valuta in modo particolarmente critico le dichiarazioni degli esponenti dell’AfD che utilizzano termini come “Grande Sostituzione”. Per quanto riguarda la “remigrazione di milioni di persone” richiesta dai politici dell’AfD, l’Ufficio per la protezione della Costituzione giunge alla conclusione che tali richieste vanno oltre le espulsioni.
Queste potrebbero essere dirette contro persone che, dal punto di vista del partito, non sono considerate “etnicamente tedesche”. Inoltre, l’AfD intratterrebbe “legami consolidati” con esponenti della cosiddetta Nuova Destra.
(da agenzie)

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C’È UNA SOLA CERTEZZA CHE RIMANE DAL CAOS DELLA GUERRA IN IRAN: LA CINA NE ESCE RAFFORZATA

Luglio 1st, 2026 Riccardo Fucile

L’ANALISI DEL THINK TANK AMERICANO “THE ASIA GROUP”: “PECHINO È RIUSCITA AD ATTUTIRE GLI EFFETTI DELL’IMPENNATA DEI PREZZI ENERGETICI GRAZIE ALLE RISERVE STRATEGICHE, ALLA CRESCENTE CAPACITÀ NEL SETTORE DELLE ENERGIE PULITE E A STRUMENTI DI POLITICA INDUSTRIALE COME SUSSIDI, CONTROLLI ALLE ESPORTAZIONI E GESTIONE DEL CAMBIO”

La crisi nello Stretto di Hormuz, aggravata dalla guerra tra Iran e Israele e dalle tensioni con gli Stati Uniti, rischia di rafforzare la posizione competitiva della Cina a scapito di molte economie asiatiche.
Questa è la conclusione di un’analisi pubblicata dal think tank statunitense The Asia Group e rilanciata dal New York Times, secondo cui Pechino è riuscita ad attutire gli effetti dell’impennata dei prezzi energetici grazie alle riserve strategiche di petrolio e gas, alla crescente capacità nel settore delle energie pulite e a strumenti di politica industriale come sussidi, controlli alle esportazioni e gestione del cambio.
Secondo lo studio, l’Asia dipende dallo Stretto di Hormuz per circa l’80% delle importazioni di petrolio e il 90% di quelle di gas naturale. Le interruzioni hanno colpito anche materie prime strategiche come nafta, elio e zolfo, essenziali per
chimica, semiconduttori e batterie. Pur restando esposta su questi fronti, la Cina ha limitato l’impatto del rincaro energetico anche riducendo di oltre il 30% su base annua le importazioni di greggio a maggio.
L’analisi evidenzia invece conseguenze più pesanti per India, Giappone e Sud-Est asiatico, tra aumento dei costi di carburanti e fertilizzanti, tagli alla produzione industriale e nuove pressioni sui bilanci pubblici. Al tempo stesso, la domanda regionale di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici cinesi è in crescita, rafforzando ulteriormente la leadership manifatturiera di Pechino. “E’ difficile non concludere che la Cina sia tra i vincitori di questa crisi”, osserva Kurt Campbell, presidente di The Asia Group ed ex vice segretario di Stato Usa
(da agenzie)

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