Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA TOSTA DEL SANTOPADRE AL RETTORE DELL’ANGELICUM, IL TRUMPIANO THOMAS JOHN WHITE, CHE GLI AVREBBE FATTO PRESENTE DI CORRERE COSI’ UN SERIO RISCHIO: FAR SVANIRE L’OBOLO DEGLI STATI UNITI, PRIMO FINANZIATORE DEL VATICANO (13,7 MILIONI)
‘Azz, come ruggisce Papa Leone. In barba alla Curia dei suoi detrattori, che soffrono il suo
riservato pragmatismo rispetto alla dirompenza tutta “chiacchiere e
distintivo” del predecessore Papa Francesco, Prevost sa come difendere la dottrina cattolica dai suoi nemici. E sa farlo con franchezza, autorevolezza e, quando serve, coraggio.
L’ultimo esempio. Al dominicano fr. Thomas Joseph White, rettore dell’Angelicum, la Pontificia università San Tommaso d’Aquino di Roma, dove, in origine, avrebbero dovuto essere ospitate le conferenze di Peter Thiel nella Capitale, il pontefice avrebbe risposto con un “vaffa” che è risuonato potente anche ben oltre le mura leonine.
Di fronte all’ordine del Vaticano, rivelato da Dagospia, di cancellare la prenotazione del “Cavaliere Nero” della tecno-destra americana, White avrebbe fatto presente a Sua Santità di correre il serio rischio di far svanire i ricchi finanziamenti americani alle casse del Vaticano. Detta in soldoni, la risposta di Prevost è stata: “Non me ne frega nulla…”
Un no per niente scontato, visto che gli Stati Uniti sono il primo donatore mondiale della Chiesa cattolica: nel 2024, hanno contribuito per il 25,2% del totale dell’Obolo di San Pietro, con circa 13,7 milioni di euro.
Gli Usa rappresentano inoltre la lobby più conservatrice all’interno della Chiesa (Peter Thiel è solo la punta di lancia di un gruppo di ricchi finanziatori reazionari che hanno spostato l’asse della Chiesa americana a destra), a differenza, per esempio, dei vescovi tedeschi, notoriamente turbo-progressisti (anche la Germania è tra i primi dieci donatori della Chiesa, sebbene con quote percentuali minori, vale il 2,8% del totale).
Una fronda con cui lo stesso domenicano White sarebbe molto legato, pur senza arrivare alle stramberie estetiche di quella pazzariella di Raymond Burke (tra cappelloni a tesa larga e strascico, somiglia più a Malgioglio che a un cardinale).
White ha ottime relazioni con l’ex arcivescovo di New York, il già trumpiano Timothy Dolan, che Prevost ha subito accompagnato all’uscita rimpiazzandolo con il bergogliano Ronald Hicks, che ha fama di “pastore delle periferie”.
Sempre all’ala conservatrice della chiesa americana fa riferimento anche la Catholic University of America (CUA), che era stata indicata dopo l’Angelicum come sede delle lezioni italiane di Thiel.
L’istituto dei frati domenicani ha a sua volta smentito di essere dietro allo sbarco a Roma del fondatore di Palantir, in compenso ha organizzato, tramite il Cluny
Institute, la messa in latino alla basilica di San Giovanni dei Fiorentini, contestuale all’iniziativa, a cui poi alla fine Thiel non ha partecipato (pare che abbia preferito andare in una rinomata palestra del centro a farsi una bella sudata).
Spiega il teologo Massimo Faggioli, intervistato dal “manifesto”: “È un istituto affiliato alla Catholic University of America di Washington DC, l’università dei vescovi negli Usa. Quindi è possibile che la Cua in quanto tale non fosse stata coinvolta”.
Il rettore dell’Angelicum, Thomas Joseph White, ha a sua volta legami significativi con la Catholic University of America, che ha sede a Washington ed è il suo editore di riferimento negli Usa (con la CUA ha pubblicato due libri, “The Incarnate Lord” (2015), “The Light of Christ” (2017) e la serie in più volumi “Principles of Catholic Theology” (2023-2025).
Inoltre, prima di trasferirsi a Roma, White è stato per dieci anni professore di teologia presso la Dominican House of Studies a Washington, situata proprio di fronte al campus della CUA.
Sebbene sia un’entità indipendente, il Cluny Institute ha inoltre organizzato eventi di alto profilo a Roma in collaborazione con la Pontificia università San Tommaso d’Aquino.
Fa presente ancora Faggioli: “L’Angelicum dei domenicani è diventata negli ultimi anni l’università più influente e intraprendente tra le facoltà pontificie a Roma e questo è avvenuto anche grazie al flusso di donazioni (per cattedre, convegni ecc.) provenienti dagli Stati Uniti.
C’è un progetto teologico e culturale che non si vede oggi nella teologia liberale o di sinistra: già da tempo investivano sulla chiesa del dopo Francesco. Non sapevano che il successore sarebbe stato un americano e un loro ex studente, il che aiuta sempre a consolidare il brand”.
Speranze malriposte, visto che Papa Leone, agostiniano con vent’anni di servizio missionario in Perù prima di assumere incarichi vaticani, si sta dimostrando essere il principale contraltare a Trump e, soprattutto, ai paperoni silicon-vallici che puntano a dominare il mondo con software e intelligenze artificiali.
Domenica scorsa, mentre il gay coniugato Thiel era già sbarcato a Roma con la sua corte di autisti e tuttofare, Papa Leone ha officiato una messa a Ponte Mammolo e ha mandato un messaggino di accoglienza al teorico dell’Anticristo: “Qualcuno pretende di coinvolgere il nome di Dio nella guerra, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre”.
A proposito di Anticristo… ieri era il terzo giorno di conferenze per Peter Thiel. E il terzo giorno, com’è noto… resuscitò (chiedere info a San Tommaso). L’inquietante filosofo con la passione per la cybersicurezza deve aver letto il Dagoreport di ieri, in cui notavamo la sua arroganza e antipatia con i partecipanti.
Oppure è solo merito dell’aria fresca che ha fatto entrare dalle finestre spalancate (nei due giorni precedenti, si sarebbe lamentato del troppo caldo, nonostante a Roma le temperature siano sotto i 15 gradi): a quanto ci riferiscono fonti di qualche invitato, infatti, sarebbe apparso più sciolto, scherzoso, addirittura incline al confronto.
Si sarebbe addirittura fermato, dopo la lezione, a parlare con un capannello di ragazzi incravattati, in cerca di risposte dal loro “messia”. La sera, si sarebbe tenuta anche una cena a porte chiuse tra nobili ultra-conservatori nostalgici del Monsignor Marcel Lefebvre (il cui gruppo venne scomunicato per anti-ecumenismo post-Concilio e poi riabilitato da Papa Benedetto XVI) e i soliti seguaci del verbo di Thiel.
Thiel, al terzo giorno romano, ha finalmente tirato fuori la questione Anticristo, attribuendo l’appellativo (pur senza associarlo direttamente) a Xi Jinping, come racconta il bene informato Ilario Lombardo sulla “Stampa” (“Xi Jinping è sessista e razzista. Qualcuno pensa sia la reincarnazione di Hitler”)
Soprattutto, tra una citazione di Star Wars e il solito Sauron del Signore degli anelli (un’ossessione), ha tirato fuori dal cilindro un evergreen dei catto-conservatori: Ratzinger, colui appunto che tolse la scomunica ai lefebviani)
Thiel avrebbe definito Benedetto XVI “il più grande pensatore cristiano degli ultimi cento anni”. Il papa del discorso di Ratisbona, a detta del fondatore di Palantir, avrebbe avvisato l’umanità che l’Anticristo non si paleserà alla fine dei tempi… è già tra noi e lo è sempre stato. Olè
Un pistolotto che a molti presenti è sembrato un po’ superficiale, forse frutto di una ricerca su ChatGpt e AI Mode più che di ore a sgobbare sui libri di filosofia del Novecento, tra Girard e Leo Strauss, che pure Thiel compulsa da anni.
Ps. “La Verità” oggi prova a strumentalizzare una frase del presidente della Conferenza episcopale italiana, Matteo Zuppi. il capo della Cei ha detto: “Il Papa è purtroppo inascoltato.
Ed è preoccupante che specialmente i cristiani non lo prendano sul serio, non lo sostengano pubblicamente, ancor più nelle scelte”. Per il quotidiano diretto da Belpietro, è la prova di una spaccatura tra Zuppi e l’agostiniano Leone.
Ma tirare per la tonaca il cardinale di Bologna, romano di nascita e di approccio (legato alla Comunità di Sant’Egidio) significa sbagliare mirino: come dimostra la vicenda Thiel, la vera spaccatura non è (più) nella Curia romana, ma tra Roma e Washington.
Tra la Chiesa ufficiale e quella americana, alimentata dai miliardi, dall’esoterismo di Thiel e dal messianismo Maga-trumpiano.
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
L’ENDOCRINOLOGO FORZISTA: “POTETE EVITARE DI DIRLE SEMPRE DI SÌ. VI USA QUANDO GLI SERVITE, E POI. PIUTTOSTO FATELO CADERE, ’STO GOVERNO’”…. HANNO DOVUTO SEPARARLI PER EVITARE LA RISSA
Il referendum sulla giustizia spacca anche chi ritiene la separazione delle carriere “la madre di tutte le riforme”, come Forza Italia. Il nervosismo tra le file del partito azzurro è tale che l’altro giorno due autorevoli esponenti berlusconiani sono quasi venuti alle mani in Parlamento, come racconta Valerio Valentini, giornalista del “Post”, sulla newsletter “Montecit.”
I protagonisti del battibecco sono il capogruppo di Forza Italia alla Camera Paolo Barelli, braccio destro di Antonio Tajani, e Mario Pepe, ex deputato berlusconiano, endocrinologo indicato dal governo come presidente di Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione.
La discussione, racconta Valentini, è partita da Pepe, che dice, “sul grugno di Barelli”: “Ma io non capisco che c’avete in mente, voi? Lo volete capire che vi stanno abbandonando tutti? E adesso ve ne accorgerete col referendum…”
Replica del Tajaneo, esponente di spicco della cosiddetta “banda dei laziali” (insieme a Tajani e Gasparri): “Sì, mo’ arrivi te e ce spieghi come va er mondo”.
E ancora: “Ma state a sbaglia’ tutto. Date i soldi a chi non vi vota. Confcommercio vota a sinistra, e voi gli date i soldi? Ma allora finanziate il nemico”; “Ma che ne sai, te…”; “Io so che rispondo a milioni di italiani che da questo governo si sentono traditi, e derubati…”
Lo scazzo nasce da un emendamento al decreto PNRR, che attribuisce alla Covip guidata da Pepe la vigilanza sugli enti di sanità integrativa. Fratelli d’Italia, infatti, ci starebbe ripensando, e secondo Pepe Forza Italia non combatterebbe abbastanza per difenderlo,
Scrive Valentini: “non è il merito della questione, che c’interessa. C’interessa la baruffa perché aiuta a capire come dentro Forza Italia percepiscano i rapporti di forza all’interno del governo”
“Ma tu dove cazzo sei stato, fino a mo’?”, continua Barelli.
“Io sto in mezzo alla gente, a lavorare. Mica campo di politica come voi!”, risponde Pepe, che poi affonda il colpo: “Potete evitare di dire sempre di sì alla Meloni. Che vi usa quando gli servite, e poi… Sono tre anni che facciamo audizioni da Zaffini, e quello ci prende in giro”. (si riferisce a Francesco Zaffini, presidente della commissione Sanità e lavoro del Senato, di Fratelli d’Italia).
“Ma che ne sai tu di quello che significa stare al governo?”. E qui Pepe non si morde più la lingua: “Ma piuttosto fatelo cadere, ’sto governo”;
Alla replica di Barelli (“Cadere il governo? Ma sei scemo?”) Pepe rincara: “E a che serve, starci così? Sì sì, ne riparliamo dopo il referendum…”
Poi, conclude Valentini, “li hanno divisi. Fisicamente”.
(da Dagoreport)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
RETE4 POTREBBE RISCHIARE UN “ORDINE DI RIEQUILIBRIO”, E DI DOVER DARE AMPIO SPAZIO IN PRIMA SERATA AL NO SETTIMANE FA
Mediaset dà più spazio alle ragioni del Sì al referendum e viola la par condicio. La denuncia di
Pd, M5s e Avs, oltre che dei comitati per il No, è già stata recapitata all’Autorità garante per le comunicazioni.
Sotto accusa è finita, soprattutto, la puntata di lunedì sera di “Quarta Repubblica”, con l’intervista di circa mezz’ora a Giorgia Meloni: «Un monologo in prima serata senza contraddittorio, con un conduttore primo fan, un copione provato e recitato – attaccano i parlamentari dem della commissione di Vigilanza –. Sembrava di essere a TeleTrump o a TeleOrban. Abbiamo chiesto una sanzione esemplare a questa vergogna».
Non solo, il Pd invita l’AgCom a imporre a Rete 4 un riequilibrio, «ospitando per pari tempo, con analoga audience e con la stessa tipologia di format leader in favore del No». In pressing anche i 5 stelle, con il capogruppo in Vigilanza Dario Carotenuto: «Nessun dibattito, nessun contraddittorio – sottolinea – oltre due ore di trasmissione, tra l’intervista di trenta minuti alla premier e gli interventi degli ospiti in studio, tutti orientati nella stessa direzione».
Il caso sarà inserito nell’ordine del giorno della riunione dell’Autorità in programma oggi e Rete4 potrebbe rischiare davvero un cosiddetto “ordine di riequilibrio”. A quel punto, per mettersi in regola, di qui a domenica Mediaset dovrà dare ampio spazio in prima serata al No.
Comunque, anche se Rete4 non dovesse rispettare l’indicazione dell’AgCom, andrebbe incontro a una multa non troppo salata: da un minimo di 10 mila a un massimo di 250 mila euro, ma è improbabile che vada oltre i 20 o 30 mila.
«Su Rete 4 le scelte editoriali hanno valorizzato unicamente le ragioni del Sì, senza alcuno scrupolo di equilibrio», dicono anche dal comitato “Giusto dire No” dell’Associazione magistrati. In questo modo, «Mediaset, dopo aver inserito le ragioni del No solo nei suoi telegiornali notturni, compie un altro sfregio alle regole condivise, che dovrebbero regolare la campagna referendaria».Il riferimento è al monitoraggio effettuato nelle notti fra sabato 14 e domenica 15 e fra domenica 15 e lunedì 16: «I telegiornali Tg4, Studio Aperto e Tg5 hanno mandato in onda circa 15 minuti di tempo di notizia con circa 9 minuti di tempo di parola sulle ragioni del No al referendum», si precisa nella lettera inviata al presidente AgCom Giacomo Lasorella.
Anche 40 secondi del presidente dell’Anm Cesare Parodi o 30 secondi di Elly Schlein, ma alle tre di notte. «Questi dati vengono calcolati assieme a quelli delle edizioni principali dei tg – avvertono dal comitato –. Questo comporta una violazione sostanziale della par condicio».
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
PALAZZO CHIGI HA LASCIATO CHE GIULI FACESSE DA ARIETE DI SFONDAMENTO, CON LA RICHIESTA DEL CARTEGGIO TRA LA BIENNALE E MOSCA PER VERIFICARE LA COMPATIBILITÀ CON LE LEGGI UE INTRODOTTE PER ISOLARE LA RUSSIA DOPO L’INVASIONE DELL’UCRAINA… L’ EXTREMA RATIO È QUELLA DI “CONGELARE” IL PADIGLIONE RUSSO DELLA BIENNALE
Nel giorno in cui il ministero della Cultura riceve le carte della Biennale sulla controversa riapertura del padiglione russo, il presidente della fondazione veneziana Pietrangelo Buttafuoco è a Roma. E tuttavia, non bussa alla porta del Collegio romano, sede del Mic.
La sua destinazione si trova a 750 metri di distanza. Alle 14.51 viene avvistato da Repubblica mentre varca l’ingresso principale di Palazzo Madama. Una volta dentro, sale due piani e raggiunge gli uffici della seconda carica dello Stato: ha appuntamento con il presidente del Senato Ignazio La Russa. Amico di lunga data, sodale di militanza e sicilianità.
Buttafuoco si sarebbe rivolto al colonnello di FdI in cerca di una mediazione. Da quando ha promosso e difeso la presenza dei russi alla Biennale 2026, le ostilità pubbliche con il ministro della Cultura Alessandro Giuli sono sempre più aspre.
E l’irritazione verso il caso presto diventato internazionale è forte anche ai vertici del governo. Palazzo Chigi, pur silente sul tema, in questi giorni ha lasciato che il Mic facesse da ariete di sfondamento.
Ora ai protagonisti sarebbe stato richiesto un cambio di passo: basta gettare benzina sul fuoco, almeno finché non ci si sarà lasciati il referendum alle spalle.
Ieri, dopo aver inviato «tutta la documentazione richiesta», la Biennale si è difesa con una nota: «Si coglie l’occasione per precisare che nessuna norma è stata violata e che le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente come da nostro dovere». È la risposta piccata al Collegio romano, che nel carteggio vuole verificare proprio la compatibilità con le leggi Ue introdotte per isolare Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. Gli uffici legislativi stanno scandagliando il fascicolo
L’ipotesi, tra i parlamentari meloniani, è che Buttafuoco abbia chiesto a La Russa di parlare con il Mic e i vertici di FdI per mettere un punto alla querelle degenerata in uno scontro di carte bollate. Fino a far temere un esito estremo, tra i corridoi della Biennale: il commissariamento. Un finale a cui il ministero della Cultura spera di non dover mai arrivare
La riconciliazione è urgente. Dopo la presentazione del 10 marzo a cui il ministro ha inviato solo un video di esplicito disappunto, domani la frattura tra i protagonisti sarà di nuovo sotto i riflettori. La Biennale aprirà il padiglione centrale ristrutturato con i soldi del Pnrr. E Giuli, salvo ripensamenti last minute, non sarà a Venezia di persona. Una scelta che verrà in ogni caso concordata con il sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari, con il quale le interlocuzioni sono quotidiane.
L’ extrema ratio : congelare il Padiglione russo della Biennale di Venezia, alla stregua di beni come yacht, ville esclusive, conti correnti già bloccati all’unanimità dall’Ue ai magnati russi, dopo l’invasione dell’Ucraina di 4 anni fa.
È un’ipotesi complicata, «ma in teoria si potrebbe», dice un alto esponente di Fratelli d’Italia, molto amico del ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Perché ormai con la Biennale è braccio di ferro continuo e lo dimostra quanto è successo ieri.
«Nessuna norma è stata violata e le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente come da nostro dovere». Stringatissima, la nota d’accompagnamento con cui la Biennale di Venezia, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, ha inviato ieri al ministero della Cultura «l’intera documentazione richiesta» relativa al Padiglione russo, che dovrebbe riaprire dopo oltre 4 anni di stop il prossimo 9 maggio per la sessantunesima Esposizione internazionale d’arte.
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, aveva chiesto alla Biennale venerdì scorso di avere queste carte «con urgenza». E da ieri i tecnici del Mic le stanno studiando per verificare se ci siano eventuali criticità utili per sollevare la richiesta di nuove sanzioni all’Ue ed evitare, così, che la Russia finisca in vetrina a Venezia malgrado le proteste già vibranti avanzate dall’Ucraina: «È inaccettabile», ha detto nei giorni scorsi a Giuli stesso, in un colloquio riservato, la ministra della Cultura e vicepremier di Kiev, Tetyana Berezhna.
È guerra aperta, ormai, tra il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco e lo si vedrà plasticamente domani a Venezia, a mezzogiorno, quando ai Giardini della Biennale ci sarà la cerimonia per la fine del restauro del Padiglione centrale, finanziato dal Mic con i fondi complementari del Pnrr. Tutti aspettano Giuli: ci sarà?
«Pare che decida domani», cioè oggi, fanno sapere da Venezia, anche loro, quelli della Biennale, in trepida attesa per capire come finirà l’ormai nota questione del Padiglione russo. Il ministro della Cultura ieri non ha sciolto il dilemma.
Più no che sì, comunque, oggi lo deciderà insieme al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari ma i suoi dicono che non dovrebbe annunciarlo questa mattina alle 11 alla conferenza stampa al Mic in cui proclamerà la Capitale della Cultura per il 2028. In lizza, in ordine alfabetico, ci sono: Anagni, Ancona, Catania, Colle Val d’Elsa, Forlì, Gravina in Puglia, Massa, Mirabella Eclano, Sarzana e Tarquinia.
Di certo, a pochi giorni dal referendum, si vuole anche evitare d’infiammare la polemica con l’alleato di governo, il leader della Lega Matteo Salvini, che anche ieri è tornato a sostenere con forza il rivale di Giuli, Buttafuoco, dopo aver ammesso di averci parlato al telefono: «La Biennale è un ente autonomo e, ripeto,
la cultura, l’arte, la musica, il teatro e lo sport devono avvicinare, non devono escludere — ha detto il vicepremier
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
BUCCI SI PRESENTA IN CONSIGLIO REGIONALE E FA LA VITTIMA, PECCATO CHE CI SIA LA MAIL RICEVUTA DAL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO, MICHELE BRAMBILLA, CON LE “RICHIESTE” PER PIEGARE LA LINEA EDITORIALE AI DESIDERATA DEL CENTRODESTRA
Il governatore della Liguria Marco Bucci, da giorni nell’occhio del ciclone a causa dei presunti
«dossier» confezionati per contestare la linea (sgradita) del Secolo XIX, intervenendo in Consiglio regionale tenta il contropiede, per provare a uscire da questa insidiosa bufera politica.
Per il governatore, ex sindaco di Genova, «il punto politico è molto chiaro: se segnalare un articolo ritenuto non equilibrato diventa dossieraggio, allora qualsiasi amministrazione di questo Paese sarebbe colpevole. E ripeto, alzi la mano chi non ha mai mandato un’osservazione critica a un giornale, ma non è così».
In realtà, quelle inviate da Bucci e dal portavoce Casabella non erano proprio mere «osservazioni», ma documenti molto dettagliati in cui si facevano rilievi su titoli, scelta delle foto e addirittura delle didascalie; le puntute osservazioni erano spesso focalizzate contro Silvia Salis, diventata sindaca di Genova per il Campo largo dopo aver sconfitto Pietro Piciocchi, fedelissimo di Bucci.
E soprattutto queste «osservazioni» non venivano recapitate solo a Michele Brambilla, direttore dello storico quotidiano di Genova, ma direttamente anche all’editore Pier Francesco Vago, amministratore delegato di Blue media, società editrice posseduta da Gianluigi Aponte, il più grande armatore del mondo e proprietario di Msc.
Il Fatto quotidiano , ieri, ha rivelato che uno dei documenti contenenti le contestazioni al Secolo XIX risulta essere stato scritto con il computer del lobbista Alfonso Lavarello che in passato, grazie all’amicizia con Fidel Castro, riuscì a riaprire Cuba alle crociere e che oggi continua ad avere forte peso politico a Genova, anche grazie alle sue relazioni con Aponte e il medesimo Bucci
Da segnalare che questo documento viene recapitato all’editore pochi giorni dopo che il direttore Brambilla aveva deciso di rompere i rapporti con il governatore, giudicando le sue pressioni come «inaccettabili».
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL LEADER M5S ACCUSA: “QUANDO C’È STATO IL CASO VERGOGNOSO DI AL-MASRI, L’ITALIA SI È RIVELATA UN PAESE CANAGLIA AL PARI DELLA MONGOLIA E DEL MALAWI. PERCHÉ NOI ABBIAMO SOTTRATTO AL MANDATO DI ARRESTO UN CRIMINALE DI GUERRA”
Scontro rovente a DiMartedì, su La7, tra il leader del M5s, Giuseppe Conte, e il portavoce del Comitato Sì Riforma Alessandro Sallusti. Il confronto durissimo verte in primis sul referendum costituzionale sulla giustizia, in programma il 22 e il 23 marzo.
Conte commenta le dichiarazioni di Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi ha sostenuto che una vittoria del No al referendum porterebbe a maggiore impunità per immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori: ” In realtà, se sono in libertà alcune volte è per l’incapacità del governo“.
Porta, quindi, come esempio il caso di Al-Masri, l’ex comandante libico accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale: “Ad Al-Masri, stupratore di bambini e condannato per 30 crimini a livello internazionale, hanno dato un salvacondotto. E non solo: con la norma Nordio-Meloni oggi devi convocare stupratori e spacciatori prima di arrestarli per un interrogatorio preventivo. Ovviamente scappano tutti”.
Sallusti replica: “Veramente il fetentone libico è in carcere nel suo paese”.
Conte ribatte: “Perché hanno più dignità loro“.
Sallusti insiste, mentre l’ex presidente del Consiglio sorride e gesticola: “La Libia ci ha detto: datelo a noi che è nostro, non mettiamo in carcere noi e quindi giustamente il governo Meloni lo ha mandato in Libia”
Il botta e risposta si infiamma quando Conte sposta il discorso sul piano politico-istituzionale. Accusa il governo di voler garantire “libertà di azione alla politica”, citando il libro di Nordio: “Questo significa che per loro il primato della politica è sottrarsi alle inchieste della magistratura. Invece io sostengo che il primato della politica vada rivendicato, ad esempio, assicurando alla Corte Penale Internazionale Al-Masri, condannando Trump per gli attacchi unilaterali in violazione del diritto internazionale sia in Iran, sia in Venezuela e così il genocidio a Gaza“.
Sallusti commenta: “Il genocidio a Gaza ci mancava questa sera e per fortuna è arrivato”
Conte non molla: “Perché? Lo vogliamo trascurare? Per lei cos’è? Un accidente capitato casualmente della storia? È diritto internazionale! Quando c’è stato il caso vergognoso di Al-Masri, l’Italia si è rivelata un paese canaglia al pari della Mongolia e del Malawi. Perché noi abbiamo sottratto al mandato di arresto un criminale di guerra”
§Sallusti ride, scatenando la reazione indignata di Conte: “Ma di che cosa ride, Sallusti? Guardi che siamo stati deferiti all‘assemblea degli Stati alla Corte Penale Internazionale insieme a Malawi e Mongolia. Siamo ormai uno Stato canaglia. Inconsapevolmente ride Sallusti, non so perché”.
Il presidente del M5s ricorda che il governo Meloni ha attaccato il procuratore Lo Voi, definendolo “toga rossa”, per poi scoprire che era associato a una corrente moderata di destra.
L’ex direttore di Libero rilancia: “Si legga il libro ‘Sistema’ e scoprirà come il dottor Lo Voi è diventato procuratore di Palermo, poi ne riparliamo
Conte chiude l’affondo: “Non diffami la magistratura. Prima di preoccuparsi di diffamare i procuratori e i magistrati, fate dimettere Delmastro e Santanché, è la politica che deve assumersi le sue responsabilità”.
Sallusti ribadisce: “Allora, io gli ho suggerito di leggere un libro, lei è libero di non farlo”. Il conduttore Giovanni Floris interviene ridendo: “Vabbè, ma è il tuo libro”.
(DA Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL “WALL STREET JOURNAL”: “PUTIN VUOLE MANTENERE COMPETITIVO IL SUO PIÙ STRETTO ALLEATO MEDIORIENTALE NELLA GUERRA CONTRO LA POTENZA MILITARE DI STATI UNITI E ISRAELE E PROLUNGARE UN CONFLITTO CHE L’AVVANTAGGIA SIA MILITARMENTE SIA ECONOMICAMENTE
La Russia sta condividendo immagini satellitari e tecnologia dei droni con l’Iran. Lo scrive il
‘Wall Street Journal’.
Secondo fonti a conoscenza dei fatti, la Russia ha intensificato la condivisione di informazioni di intelligence e la cooperazione militare con l’Iran, fornendo immagini satellitari e tecnologie avanzate per i droni al fine di agevolare gli attacchi di Teheran contro le forze statunitensi nella regione.
La Russia sta cercando di mantenere il suo piu’ stretto alleato mediorientale competitivo nella lotta contro la potenza militare di Stati Uniti e Israele e di prolungare una guerra che l’avvantaggia sia militarmente sia economicamente.
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
“SENZA DUBBIO LA PRESENTAZIONE DI BILANCI INATTENDIBILI, QUANTOMENO DAL 2016, HA RITARDATO L’EMERSIONE DI UN DISSESTO PATRIMONIALE SIGNIFICATIVO, ANCORA EVIDENTE AL 30 GIUGNO 2022”
È l’udienza meno scenografica, ma in prospettiva forse la più importante per il processo alla ministra del Turismo e senatrice FdI Daniela Santanchè per falso nei bilanci 2016-2020 di Visibilia, della quale dal 2016 fino al 13 gennaio 2023 è stata president
A deporre ieri è infatti il consulente dei pm Marina Gravina e Luigi Luzi, e cioè Nicola Pecchiari, docente dell’università Bocconi, per il quale «senza dubbio la presentazione di bilanci inattendibili, quantomeno dal 2016, ha ritardato l’emersione di un dissesto patrimoniale significativo, ancora evidente al 30 giugno 2022».
Per Pecchiari «i presupposti per una svalutazione integrale dell’avviamento di 3,8 milioni erano già manifesti al 31 dicembre 2016».
E fu «evitata dalla società sulla base di una perizia di “impairment test” basata su un piano industriale irrealistico, senza considerare che già dall’esercizio 2014 i dati previsionali non erano mai rispettati a consuntivo, e che i consuntivi del triennio manifestavano palesemente la presenza di una evidente crisi strutturale di redditività operativa».
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO IL TRIBUNALE, LA PERSONA SCELTA DAL PRESIDENTE PER SOVRINTENDERE AI LICENZIAMENTI DI MASSA, KARI LAKE, ERA STATA NOMINATA ILLEGALMENTE, RENDENDO QUINDI INVALIDI I TAGLI AL PERSONALE
Un giudice federale americano ha ordinato all’amministrazione di Donald Trump di far
tornare al lavoro oltre 1.000 dipendenti di Voice of America e di riprendere le trasmissioni dell’emittente finanziata dal governo.
La sentenza di Royce Lamberth arriva 10 giorni dopo che lo stesso giudice aveva dichiarato che la persona scelta dal presidente per sovrintendere ai licenziamenti di massa presso Voice of America era stata nominata illegalmente, rendendo quindi invalidi i tagli al personale.
Kari Lake, ex conduttrice televisiva, aveva annunciato drastici tagli al personale e ai finanziamenti dopo essere stata nominata da Trump a capo della US Agency for Global Media che gestisce Voice of America, Radio Free Europe, Radio Free Asia e altre stazioni.
(da agenzie)
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