Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
“OGGI C’È UNA SINDACA CHE SI È PRESENTATA ALLA PARTENZA DELLA FLOTILLA CON LA FASCIA TRICOLORE, LO STILE POLITICO GIUSTO PER PARLARE A CHI NON GUARDA PIÙ ALLA POLITICA”
Chissà se è un buon segno, che nell’area larga e variegata del campo progressista in
cerca di sé stesso inizino ad arrivare le «disponibilità» dei vecchi leoni. Massimo D’Alema parte da Genova per la sua tournée da ex leader diventato scrittore, una lunga serie di presentazioni già organizzate da Feltrinelli in giro per il Paese per la promozione del suo nuovo libro, Eravamo comunisti, e il messaggio è (anche) questo. «La politica è una passione dalla quale non si possono dare le dimissioni, anche senza ruoli si può dare una mano», dice sul palco dei Giardini Luzzati con la sindaca Silvia Salis, l’ex ministro dem Andrea Orlando nel mezzo.
D’Alema è ancora D’Alema. E il D’Alema fa, pure nel giorno dei nuovi passi avanti nelle prove di coalizione «Mi dicono che anni fa sostenevo che le primarie del Pd fossero come il Festival di Sanremo, una cosa poco seria, non mi ricordo ma mi ci ritrovo».
Accolto nella città dell’infanzia, la Genova in cui lui si iscrisse alla Fgci e «oggi c’è una sindaca che si è presentata alla partenza della Flotilla con la fascia tricolore, lo stile politico giusto per parlare a chi non guarda più alla politica»
«Io sono un simpatizzante, ammiro chi dirige oggi il centrosinistra. Però io sarei partito in modo differente: parlare di primarie il giorno della vittoria nel referendum è stato un errore di grammatica, un modo per restringere invece che allargare», dice mentre Salis annuisce. «Ma che senso hanno poi, primarie che mettono contro partiti diversi? Non si può cadere così in fretta nella trappola di questa destra», l’ultima sentenza.
E se con Orlando il vecchio leone pare condividere i pensieri («Leader forti hanno bisogno di gruppi dirigenti forti, organizzazione e respiro internazionale») e pure qualche ricetta («Contro la destra revanscista serve un’alleanza democratica sui valori della Costituzione: il confine non è tra destra e sinistra ma tra una coalizione costituzionale e una destra a vocazione autoritaria»), l’affinità elettiva che non ti aspetti è piuttosto quella tra D’Alema e Salis, anche alla vista figli diversi di due galassie lontane.
(da Repubblica)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL MONITO AGLI ALTRI PAESI EUROPEI: “DOBBIAMO AIUTARE GLI ELETTORI IN GERMANIA E IN FRANCIA A COMPRENDERE CHE PARTE DI QUESTA POLITICA È FOMENTATA DAI NOSTRI NEMICI, VALE A DIRE LA RUSSIA…” (CHISSA’ A QUANTI PUTINIANI DE’ NOANTRI FISCHIERANNO LE ORECCHIE)
Il primo ministro britannico Andy Burnham ha affermato che la Russia ha
“chiaramente” interferito nel referendum sulla Brexit del 2016. Lo riferiscono media britannici come Financial Times e Independent. Il primo ministro ha rivelato di aver chiesto, appena insediato a Downing Street la scorsa estate, se Mosca fosse stata coinvolta nella voto per il referendum, ricevendo “una risposta chiara: sì, c’era stato un coinvolgimento”.
Tali dichiarazioni, rilasciate durante un intervento nel podcast The Rest Is Politics, rappresentano, secondo l’Independent, la prima volta in cui un primo ministro conferma un’ingerenza del Cremlino. Burnham è andato oltre: sulla base di tale consapevolezza, infatti, ha affermato di aver avvertito i partner europei su questo tipo di minaccia proveniente dalla Russia.
Burnham ha inoltre riferito al podcast di aver discusso dell’influenza della Russia con il cancelliere tedesco Friedrich Merz durante una recente visita a Berlino ‘E’ importante mettere bene in chiaro questi aspetti – ha quindi sottolineato Burnham – e aiutare gli elettori in Germania e in Francia a comprendere che parte di questa politica è fomentata dai nostri nemici, vale a dire la Russia”.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
IN DIVERSI PARLAMENTI REGIONALI DELLA GERMANIA ORIENTALE LE SVASTICHELLE HANNO CHIESTO CHE IL MARCHIO SIMSON VENGA RICONOSCIUTO COME PATRIMONIO CULTURALE – DENNIS BAUM, PORTAVOCE DELLA FAMIGLIA: “RESPINGIAMO LE IDEOLOGIE ESTREMISTE. NON TOLLERIAMO CHE L’AFD SI APPROPRI DEL NOSTRO NOME”
C’è un motorino simbolo della DDR, diventato negli anni un oggetto di culto. E c’è un partito, l’estrema destra dell’AfD, che se ne vuole appropriare, facendolo proprio, anzi un simbolo d’identità e della rivolta anti-occidentale.
Con un piccolo particolare: la famiglia Simson è ebrea, riparata negli Stati Uniti per sfuggire al nazismo, dopo che nel 1936 la fabbrica fu confiscata dal regime hitleriano. E ora interviene in questo dibattito che da giorni scalda i tedeschi.
«Consideriamo qualsiasi collegamento con l’AfD ripugnante e un’offesa al nostro nome», ha dichiarato il portavoce della famiglia, oggi residente negli Stati Uniti, Dennis Baum. «La mia famiglia e io respingiamo con fermezza le ideologie estremiste e non intendiamo tollerare che l’AfD si appropri del nostro nome».
I motorini Simson prodotti a Suhl ai tempi della DDR, come la Schwalbe o la S51, hanno un grande seguito di appassionati. Sono amati anche dal più radicale dei leader dell’AfD, Björn Höcke, capopartito in Turingia, dove l’AfD è ufficialmente designata partito estremista.
In diversi parlamenti regionali dell’Est della Germania, l’AfD ha chiesto che la Simson venga riconosciuta come patrimonio culturale immateriale. «Rappresenta libertà, indipendenza e individualità», si legge in una mozione dell’AfD nel Brandeburgo.
Ma quello del revival di tutte le cose della DDR è un trend profondo che il partito cavalca, mentre prova a costruirsi come un partito «identitario» dell’Est, in contrapposizione all’Ovest. Noi contro voi.
È in questa rinascita dell’Ostalgie in versione estrema destra che si accusa la Germania riunificata di aver rubato, anzi smantellato, la fiera eredità della DDR, che invece l’estrema destra vuole celebrare e riportare in vita, come un simbolo di «resistenza», di nazionalismo locale. Farlo con oggetti amati da tutti offre un facile sentimentalismo ed è popolare.
Baum ha spiegato che la famiglia considera offensivo essere nominata in relazione a un partito che è «prevalentemente estremista». Il nome Simson non deve in alcun modo diventare un simbolo dell’AfD. Höcke, dal canto suo, respinge le critiche dei discendenti e parla di «isteria simbolica». Ciò che pensa la famiglia sarebbe «sconcertante».
La famiglia ebrea fu espulsa dalla Germania dai nazionalsocialisti nel 1936: si è trattato di una grande tragedia, sottolinea Baum, «per questo consideriamo l’uso del nostro nome da parte dell’AfD come una derisione della nostra storia».
Lo stabilimento in Turingia fu fondato dai fratelli Moses e Loeb Simson e si affermò come produttore di armi. Allo stesso tempo, l’azienda si dedicò alla costruzione di veicoli e sviluppò, tra l’altro, l’auto da corsa Simson Supra.
Durante la DDR, la fabbrica divenne un’impresa di proprietà statale e inizialmente produsse ciclomotori su incarico dell’amministrazione militare sovietica.
Dopo la riunificazione, i discendenti della famiglia Simson tentarono di riottenere il possesso dell’azienda. Ma il piano non riuscì e furono indennizzati dallo Stato tedesco con 18,5 milioni di marchi
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
PER PERMETTERSI QUALCOSA DA MANGIARE, GLI ITALIANI RINUNCIANO ALLO SVAGO (IL COMPARTO RICREAZIONE SPETTACOLI E CULTURA REGISTRA IL -16,7%), MA ANCHE ALLO SHOPPING (L’ESBORSO PER ABBIGLIAMENTO E CALZATURE È SCESO DEL 9%)
Più piatti pronti, ormai quasi immancabili per la pausa pranzo e non solo, e meno
abbigliamento e calzature. Negli ultimi dieci anni i consumi degli italiani sono cambiati profondamente, rispecchiando nuove abitudini, ma anche assorbendo l’andamento – crescente – dei prezzi.
Per gli alimentari la spesa in media è oggi del 25% superiore rispetto a 10 anni fa. Per cibi e bevande analcoliche l’esborso mensile è passato dai 441 euro mensili del 2015 ai 552 euro del 2025, pari ad una maggiore spesa annua da 1.326 euro a famiglia.
L’incremento più consistente riguarda piatti pronti e preparazioni alimentari, che nel periodo registrano un boom del 254%, pari ad una maggiore spesa da 307 euro annui a nucleo, mentre per caffè e cacao le famiglie spendono in media il 67% in più (+99 euro annui), e quasi il +38% per oli e grassi (+65 euro annui); per carni e verdure la spesa sale di quasi il 20%, +21% zucchero e dolciumi, +17% latte, uova e formaggi, +14% il pane.
A fare i conti è il Codacons, sulla base dei recenti dati Istat tra il 2015 e il 2025. L’aumento di spesa, precisa l’associazione, non significa però che la dispensa degli italiani sia oggi più piena. Vanno considerati “i pesanti rincari dei prezzi che hanno investito il comparto alimentare negli ultimi anni, tra cambiamenti climatici che hanno fatto schizzare alle stelle le quotazioni delle materie prime (dal caffè al cacao), guerra in Ucraina che ha portato a rialzi per cereali, latticini e oli, e caro-energia scaricato sui listini finali al pubblico”.
Nello stesso periodo infatti la spesa non alimentare registra un incremento molto più contenuto e pari al +8,4%: qui alcune voci segnano addirittura un decremento. Rispetto a 10 anni la spesa per il comparto ricreazione, spettacoli e cultura diminuisce del 16,7%, pari in media ad un minor esborso da 253 euro annui a famiglia – calcola il Codacons – quella per abbigliamento e calzature scende del -9% (-125 euro annui), mentre la spesa per tabacchi e bevande alcoliche si ridimensiona del 4,1% (-22 euro annui circa).
Per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili ogni famiglia spende circa l’11% in più (+1.180 euro annui), +10,7% per i trasporti (+341 euro annui). L’aumento più sostanzioso, tuttavia, si registra per la voce servizi ricettivi e di ristorazione, per la quale le famiglie spendono un terzo in più rispetto a 10 anni fa (+33,7%, +495 euro annui). “E non certo perché gli italiani viaggino di più: il comparto turistico, complice la pandemia Covid e il caro-bollette, è tra quelli che ha registrato i più forti incrementi dei listini negli ultimi anni”, conclude l’associazione.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
GHISLERI: “LE CASE DISPONIBILI SONO POCHE E MOLTE VENGONO DESTINATE ALLE LOCAZIONI BREVI, PIÙ REDDITIZIE PER I PROPRIETARI, MA INCONCILIABILI CON CHI CERCA UN TETTO STABILE. L’ALTO TASSO DI PROPRIETÀ SEMBRA AVERE A LUNGO NASCOSTO IL PROBLEMA, TRASFORMANDO LA CASA IN UN FATTO PRIVATO ANZICHÉ IN UNA QUESTIONE COLLETTIVA”
Maricarmen Abascal aveva 87 anni e per settant’anni aveva vissuto nella stessa casa di Madrid, nel quartiere del Retiro. Il 23 settembre è stata portata fuori in barella e ricoverata all’ospedale Gregorio Marañón, dove è morta mercoledì 7 ottobre.
Le immagini del suo sfratto hanno fatto il giro del mondo, le piazze si sono riempite e a Puerta del Sol è sorto un accampamento di tende. Il governo spagnolo ha risposto con due decreti sulla casa, ma il 2 ottobre il Congresso li ha bocciati. Pedro Sánchez ha quindi sciolto le Cortes e convocato elezioni anticipate per il 29 novembre, otto mesi prima.
Da noi uno sfratto del genere avrebbe animato per qualche giorno i talk televisivi, per poi finire nel dimenticatoio dove si seppelliscono tutti i casi scomodi. Eppure i numeri dicono che l’Italia ha più di una ragione per non voltarsi dall’altra parte.
Secondo un sondaggio di Only Numbers per l’82% dei cittadini italiani il problema della casa, inteso come difficoltà di trovare o mantenere un’abitazione a prezzi accessibili, è oggi grave. La percentuale sale al 91,8% tra chi vive in affitto e all’89% nei capoluoghi di provincia.
Per il 43,3% della popolazione le spese abitative sono la voce più pesante del bilancio familiare, e il dato arriva al 66,3% tra gli inquilini in affitto. Quasi un italiano su due (48,1%) deve rinunciare a qualcos’altro per farvi fronte. Nelle grandi città la quota sale al 57,3%, e a pesare di più è la voce delle spese impreviste, soprattutto per chi è proprietario di casa (51,8%).
Il dato più interessante emerge però dal confronto con la fotografia dell’Istat sulla condizione abitativa delle famiglie. Il 73,9% delle famiglie vive in una casa di proprietà, quasi tre su quattro; il 19,6% è in affitto, il 6,5% abita a titolo gratuito o in usufrutto.
Segno che la preoccupazione non riguarda soltanto chi una casa non ce l’ha, ma pensa ai figli che non riescono a uscire di casa o a un mercato che si chiude a chi arriva dopo. Restano comunque gli inquilini di casa in affitto i più inquieti, ed è comprensibile. Sono loro a fare i conti con stipendi che non tengono il passo con il rincaro dei prezzi, uno dei principali ostacoli per trovare e mantenere un’abitazione, soprattutto nelle grandi città.
È lì che l’accesso all’affitto diventa proibitivo: le case disponibili sono poche e molte vengono destinate alle locazioni brevi, più redditizie per i proprietari, ma inconciliabili con chi cerca un tetto stabile. Il quadro è quello di un Paese di proprietari che ha smesso di guardare chi proprietario non è.
L’alto tasso di proprietà sembra avere a lungo nascosto il problema, trasformando la casa in un fatto privato anziché in una questione collettiva. Tuttavia, quando il 43,3% delle persone destina all’abitare la fetta più grande delle proprie spese, la casa smette di essere un affare privato. Il sondaggio di Only Numbers indica anche dove si inceppa il sistema.
Tra i principali ostacoli a trovare o mantenere un’abitazione ci sono i prezzi di acquisto troppo alti rispetto ai redditi (46,2%), redditi che a loro volta sono troppo bassi e precari (43,6%) per programmare con serenità la vita familiare.
Tra gli affittuari, il 58% lamenta canoni troppo alti, e un cittadino su tre segnala la mancanza di alloggi a prezzi accessibili. Pesano poi il costo dei mutui e dei tassi di interesse (22,9%) e la difficoltà di accedervi (13%). Gli affitti brevi e turistici, che complicano ulteriormente il quadro, sono indicati dal 18,8%; poco più alta (19,7%) la quota di chi punta il dito contro la scarsa disponibilità di case popolari, un problema che colpisce soprattutto le fasce più fragili della popolazione.
In questo quadro il vero banco di prova è l’edilizia popolare, la risposta pubblica che per definizione dovrebbe scattare quando il mercato non basta.
Secondo l’Osservatorio nazionale Federcasa-Nomisma, in Italia esistono circa 824 mila alloggi di edilizia residenziale pubblica, ma oltre 61 mila restano vuoti perché servirebbero manutenzioni straordinarie che gli enti gestori faticano a finanziare
Fuori, intanto, le graduatorie si allungano: le stime parlano di centinaia di migliaia di famiglie in attesa, alcune da oltre dieci anni. E quando la chiamata arriva, non di rado la chiave apre su appartamenti con impianti vecchi, infiltrazioni, ascensori guasti e parti comuni abbandonate, in quartieri lasciati senza servizi.
La vicenda spagnola ci mostra che la casa può diventare il tema attorno a cui si può decidere un governo. Non perché basti un decreto, ma perché, quando una società riconosce nello sfratto di una persona il sintomo di un sistema che non regge, la politica non può più rimandare.
L’Italia ha già i numeri per arrivarci. Servono edilizia pubblica e sociale, regole chiare sugli affitti brevi, politiche che riavvicinino salari e costo dell’abitare. Riconoscere che il problema è grave, come fa l’82% degli italiani, è il primo passo. Il secondo spetta alla politica, prima che sia una nostra Maricarmen a imporlo.
Alessandra Ghisleri
per “la Stampa”
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
“LA VERA NOVITÀ È CHE VENGONO CANCELLATI I COLLEGI UNINOMINALI. NEL 1994 SI VOTÒ CON IL MATTARELLUM, CHE NON PIOVEVA DAL CIELO MA ERA FRUTTO DI DUE REFERENDUM IN CUI AVEVANO STRAVINTO PRIMA LA PREFERENZA UNICA E POI IL MAGGIORITARIO . ORA I COLLEGI UNINOMINALI NON ESISTONO PIÙ, SOSTITUITI DA LISTE DAL CAPOLISTA BLOCCATO, DESIGNATO DAI PARTITI”
Lasciamo alla Corte le questioni di incostituzionalità. I miei studi di diritto sono remoti,
ma a naso una norma che escluda la lista che non indichi il candidato premier non ha molte chance di passare; tanto più che il premier secondo la Costituzione lo nomina il presidente della Repubblica.
La legge elettorale pare un modo per far passare il premierato senza cambiare appunto la Costituzione; ma l’elezione diretta del premier non esiste in nessun Paese del mondo, e un motivo ci sarà. Inoltre la Carta prevede che il Senato sia eletto su base regionale; mentre il premio di maggioranza previsto dalla legge è nazionale.
Guardiamo alla sostanza politica. La vera novità è che vengono cancellati i collegi uninominali. Nel 1994 si votò con il Mattarellum, che non pioveva dal cielo ma era frutto di due referendum in cui avevano stravinto prima la preferenza unica — che impediva le cordate organizzate dai patroni per portare in Parlamento i loro clientes —, poi il maggioritario.
Erano anni (pare incredibile dirlo oggi) di grande partecipazione popolare, di speranze nel rinnovamento della politica e della classe dirigente. Il Mattarellum prevedeva che il 75% dei seggi venisse assegnato nei collegi uninominali: collegi piccoli, alla Camera di circa centomila abitanti, in cui gli elettori conoscevano il loro rappresentante; a parte qualche provincia rossa e qualche valle prima democristiana poi leghista, quasi tutti i collegi diventavano contendibili.
Ci fu un referendum per abolire la quota proporzionale: stravinse il Sì, ma per un soffio mancò il quorum. La legge con cui si è votato nel 2022 riduceva a un terzo i seggi assegnati con i collegi uninominali: collegi enormi, al Senato da quasi un milione di abitanti.
Ora i collegi uninominali non esistono più, sostituiti da liste dal capolista bloccato, designato dai partiti. Ed è l’ennesima legge elettorale varata dalla maggioranza, con il ricorso alla fiducia, senza un accordo con l’opposizione: siamo l’unica democrazia dell’Occidente che cambia regole destinate a valere per tutti a seconda dell’interesse di chi governa al momento.
(da il Corriere della Sera)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
“GOVERNARE È USURANTE, UN MIO RITORNO IN POLITICA? SOLO IN CASO DI EMERGENZA. PER DIRE, SE LA RUSSIA CI ATTACCASSE. PUTIN È MOLTO CHIARO, RIMPIANGE LA GRANDE RUSSIA E VUOLE RIFARLA. NON CREDEREI PER UN SECONDO CHE NON STIANO PIANIFICANDO DI AGGREDIRE L’EUROPA PIÙ LARGAMENTE, E PRESTO. NESSUNO È AL SICURO…”
Ha portato la Finlandia, storicamente neutrale, nella Nato. A dicembre 2019 è diventata la presidente del Consiglio più giovane al mondo. Poco dopo si è trovata in pandemia, e la sua Finlandia fu un modello: poteva contare sulle scorte di materiali medici della Guerra Fredda.
Ma il volto sempre giovane di Sanna Marin, 41 anni a novembre, già ex premier, ex parlamentare, ex moglie, è per molti anche l’icona sconfitta di un ultimo momento di ottimismo della politica progressista: la fine degli anni Dieci, in cui la giovane figlia di due donne povere, socialdemocratica, poteva promettere più welfare ai suoi cittadini «perché possano fare un salto sociale come il mio». E più vita privata: la settimana lavorativa da 32 ore e la privacy per sé e la figlia.
Sanna Marin ha perso le elezioni del 2023 anche per una serie di serate danzanti con il marito e gli amici, finite sui tabloid pochi mesi prima. Vestiti succinti, mossette, tasso alcolico forse alto. Per mesi non si parlò d’altro. Da allora ha lasciato la politica domestica: è consigliera strategica del Tony Blair Institute for Global Change e nel board della Yalta European Strategy.
È davvero finita un’epoca?
«Non è che il diritto al tempo libero sia un tema meno politico di prima», spiega, al telefono. «Ma il mondo è diventato un posto talmente più brutto, che l’attenzione si è spostata da queste rivendicazioni. Per me però è stato importante dire che si può essere se stessi».
Sugli anni da premier, Marin ha scritto ora un memoir, Il coraggio di fare (Roi edizioni). Si dice che l’editore avrebbe voluto intitolarlo Party Girl . «Ma di questi cosiddetti scandali si è parlato fin troppo. Mi hanno criticata per la giacca che indossavo su Vogue , troppo sexy, per le mie colazioni, troppo costose, per due serate nei club. Io penso di aver fatto vendere molti giornali, e che se fossi stata un uomo, è trito dirlo, dopo due giorni si sarebbe parlato d’altro. Tuttora lavoro su dossier di peso, e siamo sempre a parlare delle mie serate».
Nel 2023 ha perso le elezioni, divorziato, lasciato il seggio da deputata. Come Ardern, ha avuto un burnout?
«No. Ma guidare un governo, in questi anni soprattutto, usura te e le tue relazioni. Io lavoravo sempre e tornavo a casa così stanca, spesso non potevo dire a mio marito le cose che facevo perché erano segreti di Stato, mi sentivo sola. E triste di non essere mai con mia figlia Emma. Con gli adulti puoi recuperare, ma i figli sono piccoli solo quando sono piccoli. Penso di aver voluto riprendere la mia vita».
Tornerebbe in politica?
«Mi sembra improbabile rifare una campagna elettorale. Mi metterei a servizio in caso di emergenza. Per dire, se la Russia ci attaccasse».
Lo reputa probabile?
«Non siamo ingenui. La Russia ha già attaccato una nazione sovrana, si sta armando. Putin è molto chiaro, rimpiange la grande Russia e vuole rifarla. Non crederei per un secondo che non stiano pianificando di aggredire l’Europa più largamente, e presto. E voglio ricordare che esistono le verità spiacevoli: nessuno è sicuro. Noi finlandesi, baltici, polacchi, siamo in prima linea, e sentiamo le minacce. Voi che siete lontani dal confine, pensate che i droni vi possano risparmiare? Mosca può farvi molto male senza mandarvi un soldato».
Che tipo di azioni preventive dovremmo intraprendere?
«L’Ucraina ha mezzi militari adeguati, l’Europa no. Vanno modernizzati gli eserciti, con sistemi di droni e veicoli non pilotati. E ogni volta che la Russia manda un caccia nel nostro spazio aereo, abbatterlo. Ai droni, come a Lipsia, ai cyberattacchi, rispondere. Se sembriamo accondiscendenti andrà peggio».
Lei è consigliera al Tony Blair Institute per l’allargamento Ue all’Ucraina e alla Moldova. Che ostacoli vede?
«Questi Paesi devono adeguarsi ai criteri di anticorruzione, di Stato di diritto, economici. Non sta alla Ue andar loro incontro, ma ai loro cittadini pretenderlo. Sarebbe nocivo dar loro scorciatoie, anche umanitarie».
(da Corriere della Sera)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA SUA “COLPA? AVER INDOSSATO UN PIGIAMA RITENUTO NON CONFORME, BEVUTO ACQUA SENZA AUTORIZZAZIONE, PARLATO E SCHERZATO A MENSA, O ESSERSI GRATTATO A CAUSA DELLE PUNTURE DI CIMICI CHE AVEVANO INFESTATO LE CAMERATE – IL PERCORSO DEL 28ENNE SI È CONCLUSO CON IL CONGEDO DALLA SCUOLA, NONOSTANTE AVESSE SUPERATO TUTTI GLI ESAMI ALLA PRIMA SESSIONE E NON FOSSE MAI STATO BOCCIATO
Duecentocinquanta giorni di ‘consegna’ in circa un anno, per un totale di 101
procedimenti disciplinari. È quanto denuncia Neil Soorya Prakash Beedaysee, 28 anni, ex allievo della Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di finanza di Coppito, all’Aquila. La sua vicenda è stata raccontata in esclusiva da Fanpage.it, che riferisce di essere in possesso dei rapporti disciplinari.
Tra le contestazioni, secondo il racconto dell’ex allievo, episodi come aver indossato un pigiama ritenuto non conforme, bevuto acqua senza autorizzazione, parlato e scherzato a mensa o atteso in fila con le braccia conserte. Sanzioni anche per essersi recato in bagno senza il permesso di un superiore e per essersi grattato a causa delle punture di cimici presenti nelle camerate.
La cosiddetta ‘consegna’ comporta la permanenza obbligatoria in caserma, senza possibilità di uscire. “Per 250 giorni sono dovuto rimanere chiuso all’interno della caserma”, racconta Beedaysee, denunciando anche limitazioni nell’uso del cellulare e nell’accesso alle cure mediche.
L’ex allievo descrive un ambiente caratterizzato da controlli continui e punizioni che giudica pretestuose. Riferisce inoltre di aver contestato alcuni provvedimenti davanti all’autorità giudiziaria. Nel racconto trova spazio anche l’infestazione di cimici nelle camerate, che sarebbe durata per mesi prima di una disinfestazione.
Il percorso di Beedaysee si è concluso con il congedo dalla scuola, nonostante, riferisce, avesse superato tutti gli esami alla prima sessione e non fosse mai stato bocciato. Nei mesi scorsi ha denunciato il cosiddetto ‘sistema Coppito’ all’autorità giudiziaria.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
ORA IL PROBLEMA SI SPOSTA SULLA RACCOLTA DELLE FIRME PER LA PRESENTAZIONE DELLE LISTE: LA NUOVA LEGGE ELETTORALE NE RICHIEDE 6 MILA PER OGNI COLLEGIO PER I NUOVI PARTITI – È SCESO IN CAMPO BRUNO TABACCI OFFRENDO IL SUO SIMBOLO “CENTRO DEMOCRATICO” MA MANCANO UN PAIO DI DEPUTATI DISPOSTI AD ADERIRE AL PROGETTO (BISOGNA CREARE ALMENO UNA COMPONENTE IN PARLAMENTO PER POTER RACCOGLIERE MENO FIRME)
Il partito c’è. Ora mancano le firme. Con un’assemblea al Salone delle Colonne all’Eur di Roma, Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli hanno battezzato Più Uno, nuova formazione di centro che guarda a sinistra. Per la verità, l’area è abbastanza inflazionata, con Progetto Civico, con Italia Viva e Più Europa. Per snellire, servirebbe una federazione, ma il progetto non è all’orizzonte, visti i rapporti fra i leader.
L’ultima alzata è stata quella del segretario di Più Europa, Riccardo Magi, che ha chiesto garanzie per un eventuale coinvolgimento di Matteo Renzi nella coalizione che sfiderà il centrodestra. Insomma, lavori in corso. Prima di tutto, però, quelli per garantire alle neonate forze di partecipare alle elezioni, visto che la nuova legge elettorale chiede un impegno gravoso nella raccolta di firme.
Per renderlo più abbordabile, serve il soccorso di qualche partito di vecchia data, che presti simbolo e parlamentari. Il M5s ha dato una mano al Progetto civico di Alessandro Onorato. Per Ruffini è sceso in campo Bruno Tabacci con il suo Centro democratico. Ma mancano ancora un paio di deputati disposti ad aderire al progetto, almeno sulla carta.
“Ci sono 15 giorni, abbiate fede”, ha rassicurato Tabacci. L’appello è a Più Europa e ai riformisti del Pd. Ma per adesso le risposte sono state freddine. Intanto, Più Uno è in campo. “Le prossime elezioni saranno uno spartiacque fra chi rispetta la Costituzione, la Resistenza, tutto quello che ci ha accompagnato in 80 anni, e chi invece è indifferente – ha detto Ruffini – Se il perimetro dell’alleanza è la Costituzione troverà molti cittadini” disposti a votarla.
Per la verità, al momento l’alleanza di centrosinistra se la deve vedere col tema del leader. Si profila un duello alle primarie fra la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del M5s Giuseppe Conte. Ma a Ruffini piacerebbe una soluzione diversa: “Spero ci sia un ultimo scatto di generosità e responsabilità” per individuare un terzo nome.
“Se poi ci saranno le primarie è ovvio che dovremo esserci”. Più Uno nasce dall’unione di due leader con alle spalle un passato di peso: Ruffini ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e Gabrielli ex capo della polizia. E infatti, fra i detrattori, c’è chi li ha battezzati: “L’esattore e lo sbirro”.
Gabrielli ha respinto la battuta usando un’altra battuta: “Sempre meglio dell’evasore e il delinquente”. Le radici comuni sono la Dc: Ruffini è figlio di Attilio, che fu ministro di Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. E Gabrielli ha ricordato con orgoglio il suo “passato con i giovani democristiani nella rossa Toscana”. Il mentore è Romano Prodi, che ha firmato la prefazione del libro di Ruffini: “Non è una benedizione” al partito, ha chiarito Ruffini, perché “Prodi è un punto di riferimento per tutto il centrosinistra”.
(da agenzie)
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