Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
REMIGRAZIONE: CONTRARI 48%, FAVOREVOLI 38% (MENO DEI VOTI DEL CENTRODESTRA)… A QUANDO UN SONDAGGIO SU QUANTI ITALIANI SONO FAVOREVOLI ALLA REMIGRAZIONE DELLA FECCIA RAZZISTA?
Tra gli addetti ai lavori circola il dossier by Youtrend “Roberto Vannacci e Futuro Nazionale
secondo gli italiani” che traduce in percentuali la presa dell’ex generale sugli elettori. Il dato più interessante riguarda la remigrazione: quando la misura viene spiegata agli italiani, il 38% si dice favorevole. I contrari sono il 48%, gli indecisi il 14%. Quindi la percentuale dei favorevoli è inferiore di otto punti almeno alla somma dei partiti di centrodestra,
Nel campo progressista i favorevoli al provvedimento caro all’estrema destra sono il 18%, mentre il 77% si dichiara contrario. Nel centrodestra, invece, il quadro si rovescia: il 67% è favorevole, il 26% contrario, il 7% non sa. Tra gli elettori di Futuro Nazionale, nel partito di Vannacci, la remigrazione diventa quasi un plebiscito: 85% favorevoli, appena 11% contrari e 4% indecisi.
Inoltre, il 60% è favorevole alla revoca della cittadinanza per chi l’ha acquisita e commette reati gravi; il 67% vuole una scuola più severa; il 58% appoggia meno tasse per le Pmi; il 54% meno tasse per chi ha figli; il 53% è favorevole a piccoli lavori per ragazzi di 14 e 15 anni.
Secondo il dossier, i temi sui quali l’ex generale viene giudicato più credibile sono “sicurezza e ordine pubblico” con il 20%, “immigrazione” con il 18% e “difesa e forze armate” con il 16%.
Eppure, Futuro Nazionale cresce. Nella Supermedia Youtrend/Agi, il partito nato attorno a Vannacci passa dal 2,9% del 12 febbraio al 5,9% del 2 luglio. Nello stesso periodo la Lega scende fino al 6,2%. I due partiti sono separati da appena 0,3 punti.
Il dato racconta una concorrenza diretta, ma anche qualcosa di più largo: Vannacci non pesca soltanto nel bacino leghista. Secondo Youtrend, il suo elettorato arriva soprattutto da Fratelli d’Italia e dall’astensione.
Alle politiche del 2022, il 35% degli attuali elettori di Futuro Nazionale aveva votato Meloni, il 36% si era astenuto, l’8% aveva scelto il Movimento 5 Stelle e il 7% la Lega.
Alle europee del 2024, il 53% degli attuali elettori vannacciani era tra gli astenuti, il 20% aveva votato Fratelli d’Italia e il 18% Lega, che allora aveva candidato proprio l’ex generale. Se Futuro Nazionale non fosse sulla scheda, il 61% dei suoi elettori oggi voterebbe Fratelli d’Italia, il 10% Lega, il 20% finirebbe tra indecisi e astenuti.
La fotografia dell’elettore tipo è altrettanto interessante: molto giovane, uomo, occupato, senza laurea, residente al Nord e in comuni di medie dimensioni. Futuro Nazionale va particolarmente bene tra i 18-24enni, dove arriva al 9,1%, e tra gli uomini, dove tocca l’8,4%, contro appena il 3,3% tra le donne. Non è, però, il partito degli “esclusi” in senso classico: tra disoccupati e inattivi si ferma al 4,6%, mentre tra gli occupati sale al 7,1%.
Il problema, per il centrodestra, è politico. La maggioranza degli elettori di Fratelli d’Italia, il 56%, vorrebbe Futuro Nazionale in coalizione. Ma tra gli elettori dello stesso Vannacci solo il 36% è favorevole all’alleanza con FdI, Lega, Forza Italia e Noi Moderati; il 30% è contrario. Tra gli elettori degli altri partiti di centrodestra, i favorevoli sono appena il 16%.
Il dossier dice quindi due cose. La prima: Vannacci resta divisivo, respingente per una larga parte del Paese e privo di credibilità fuori dal triangolo sicurezza-immigrazione-difesa. La seconda: dentro quel triangolo ha intercettato un umore reale, soprattutto sulla remigrazione. Per la destra di governo questa è la domanda più scomoda: conviene inglobarlo per non perdere voti, con il rischio che Forza Italia si sfili, o tenerlo fuori per non farsi risucchiare dal suo mondo al contrario?
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
PER L’EUROPA LE PREVISIONI SONO PESSIME, CON IL PIL CHE SI FERMERÀ ALL0 0,9%. PER L’ITALIA CONFERMATA UNO STITICO +0,5% – L’ALLARME DEL FONDO MONETARIO: “L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE CREERÀ SQUILIBRI SUI MERCATI GLOBALI. L’INFLAZIONE È IN AUMENTO. I GOVERNI TENGANO IN ORDINE I CONTI PUBBLICI”
L’economia mondiale frena, stretta in una doppia morsa. La crescita globale è stata rivista al ribasso, così come quella dell’area euro, mentre l’Italia resta ancorata a uno 0,5% confermato sia per l’anno in corso sia per il prossimo. Ma con rischi di ribasso.
Nel suo aggiornamento del World Economic Outlook, il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) dipinge un quadro complesso. «L’attività economica globale e le prospettive sono plasmate da due grandi forze, che spingono in direzioni opposte con effetti asimmetrici tra i Paesi», avverte l’istituzione di Washington.
Da un lato il conflitto in Medio Oriente. Dall’altro l’impeto dell’intelligenza artificiale, i cui benefici diffusi sono ancora più teorici che reali.
Il Pil mondiale si fermerà al 3,0% nel 2026, registrando una flessione di un decimo di punto sulle proiezioni dello scorso aprile, per poi risalire al 3,4% nel 2027.
Per l’Eurozona le prospettive appaiono peggiori. Il prodotto interno lordo dell’area valutaria crescerà dello 0,9% quest’anno, due decimi in meno in confronto alle attese, penalizzato dai rincari energetici e da un avvio d’anno debole.
L’Italia, in questo scenario di rallentamento diffuso, mantiene le posizioni senza scossoni. Le incognite risiedono però negli effetti della guerra – ripresa – in Iran e nell’impatto sulle catene del valore. A tal proposito, la Germania si ferma allo 0,7%, in calo di un decimo. La Francia scivola allo 0,6%, perdendo tre decimi di punto, mentre la Spagna mostra vigore al 2,1%.
Oltreoceano, negli Stati Uniti il passo rimane saldo al 2,3% per il 2026, sostenuto da una politica espansiva e da robusti investimenti nel comparto tecnologico. In Asia emergono contrasti netti. La Cina rallenta al 4,6%, un decimo sotto il previsto, frenata dai costi petroliferi e da incertezze strutturali. L’India si conferma tra le grandi economie in espansione con un balzo del 6,4%.
Il Fmi sottolinea i due pesi sulla bilancia globale, chiarendo che «il modesto rallentamento riflette gli effetti della guerra in Medio Oriente, in parte compensati dall’accelerazione dello slancio guidato dalla domanda nel ciclo tecnologico globale grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale e alla sua adozione».
I tecnici di Washington avvertono che «la possibilità di una recrudescenza del conflitto nel Golfo Persico incombe e potrebbe estendere la volatilità dei prezzi delle materie prime, minacciare ulteriormente le catene di approvvigionamento, aumentare i prezzi e pesare sulle condizioni finanziarie».
Il nodo cruciale per le autorità resta l’inflazione, un ostacolo insidioso e non sconfitto. I prezzi al consumo globali torneranno a correre, passando dal 4,1% del 2025 al 4,7% nel 2026, per ritracciare al 3,9% l’anno successivo.
L’istituzione non lascia spazio a dubbi e sentenzia che «riviste in lieve rialzo rispetto ad aprile, queste proiezioni indicano che la tendenza alla disinflazione in atto dall’inizio del 2024 si è arenata». In un contesto così complesso, le prescrizioni operative del Fondo per banche centrali e governi non ammettono compiacenza. Il rapporto avverte che «la politica monetaria dovrebbe continuare a rimanere concentrata sul preservare la stabilità dei prezzi».
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
TRUMP NON RICONOSCE REGOLE “AL DI FUORI DI SE”
La raffica di insolenze e giudizi sommari che Trump ha distribuito al vertice Nato ai suoi
(teorici) alleati europei aggiunge ben poco al formidabile cumulo di umiliazioni inferte, regole calpestate, convenzioni ignorate. Si direbbe che la misura è colma se avesse un qualche senso parlare di misura di fronte a un uomo che ha pubblicamente dichiarato “quali sono i miei limiti lo stabilisco io”. Se le parole contano, questa breve frase vale, da sola, a capire di che cosa stiamo parlando: la democrazia, che è il regno del limite condiviso, ha partorito, democraticamente, il suo esatto contrario.
È in atto da tempo una discussione sulla natura di questa plateale rottura di ogni forma di rispetto per “gli altri”, che sono, dopotutto, il mondo intero, nonché circa la metà degli americani. Come può comportarsi in maniera così greve, così primitiva, un presidente degli Stati Uniti, il successore di Washington, Lincoln, Roosevelt, Eisenhower, Kennedy? Si dibatte — per dirla secca — sulla sua possibile pazzia, oppure se si tratti solamente di una “normale” seppure estrema manifestazione di arroganza politica (secondo i suoi estimatori: di lodevole schiettezza. Ognuno consideri quale grado di schiettezza è disposto a riconoscere a un violento, o anche solo a un cafone).
È un dibattito che, alla luce dei fatti, conta relativamente. Quali siano le radici dell’incredibile spettacolo cui stiamo assistendo da un paio d’anni, è lo spettacolo in sé a costituire la novità sensazionale, e a fare la storia. Lo spettacolo di un uomo che si presenta ai suoi concittadini, e all’opinione pubblica mondiale, dicendo con le parole e con gli atti: faccio quello che voglio e dico quello che mi pare. Comando io, decido io. Guai a chi non mi obbedisce. L’aneddotica sui tiranni dell’antichità, sui capricci e lo scialo dei sovrani nell’Ancien Régime, sul dispotismo novecentesco e il suo rapporto psicopatologico con le masse osannanti, hanno sicuramente attinenza con la smodatezza di Donald Trump. Ma non ne hanno alcuna con la vita democratica così come siamo abituati a viverla da ormai quattro o cinque generazioni: il conflitto sociale, sì, lo scontro ideologico, sì, e perfino l’odio politico sono stati tra gli ingredienti naturali di quell’impasto di convivenza e di lotta tra diversi che chiamiamo democrazia.
Ma l’idea che un uomo potesse proclamare tra gli applausi: non riconosco alcuna regola al di fuori di me stesso, del mio vantaggio economico, del mio potere personale, io sono la personificazione della Nazione e dunque il mio primato e il primato americano sono la stessa identica cosa, prima di Trump non aveva mai avuto una definizione così nitida, e così agghiacciante. Perfino Berlusconi, che una tendenza egotica l’aveva eccome, e fu tra i primi sperimentatori del narcisismo come valore da spendere in politica, fu in qualche modo rassegnato — volendo, anche costretto — a giocarsela dentro lo stesso campo di gioco dell’avversario, e sottostando alle stesse regole. Se nacque demagogo e morì, almeno formalmente, liberale (così viene celebrato dai suoi) è anche perché la politica, che lui voleva forgiare a suo piacimento, in qualche modo finì per forgiare lui.
Trump no. Trump è come lo schermidore che, durante un match di fioretto, estrae la pistola e fredda l’avversario. “Le regole le stabilisco io. Io posso sparare, tu no”. Ogni accusa di slealtà, di truccare regole buone per tutti, ma non per lui, gli è del tutto indifferente. Non capisce proprio di che cosa si sta parlando. Vale per tutti il pazzesco episodio (tragico, ma anche comico) del cartellino rosso rimangiato dalla Fifa su pressione del presidente degli Stati Uniti. Abbiamo dovuto rileggere due o tre volte la notizia per capacitarci che fosse vera.
La vera domanda, a questo punto, quella che pesa come un macigno, è come sia possibile che una persona di questo stampo, uno che nessuno inviterebbe a cena per paura che insulti gli altri ospiti e faccia deportare la cuoca, sia alla Casa Bianca. Le analisi politico-economiche che, ormai da anni, tutti leggiamo nella speranza di farci una ragione dell’accaduto, aiutano a spiegarlo solo fino a un certo punto. Va bene, la working class che si sente tradita dai dem e minacciata dalla globalizzazione; va bene, gli eccessi opprimenti del politically correct; va bene, il riscaldamento climatico è solo una bufala messa in giro dai menagramo e dai comunisti, così possiamo continuare a tenere il condizionatore a 19 gradi e cuocere sul barbecue una vacca al giorno pro-capite, God Bless America.
Ma basta, questo insieme di promesse a costo zero e di fole rassicuranti su un’età dell’oro da ripristinare, anche se non è mai esistita, a spiegare Trump? Forse no, non basta. Ci si deve arrendere all’idea che sparare con la pistola a chi credeva fosse un incontro di fioretto è, per molte persone, una soluzione praticabile, e forse sperabile. Lo spavento e la confusione che il mondo ci scarica addosso rendono legittima qualunque via d’uscita, non importa se sleale o scorretta o violenta. Nella vasta umanità che ama Trump, non solamente in America, e lo rivoterà o voterà per i suoi emuli, sopraffare gli altri, se dagli altri ti senti minacciato, poco importa se in modo concreto o fantasmatico, è legittima difesa. Tra essere il lupo o l’agnello meglio essere il lupo, e meglio ancora esserlo nella maniera di Esopo: superior stabat lupus, il lupo stava più in alto, lungo il corso del torrente, ma accusò l’agnello, più a valle, di intorbidargli l’acqua. E con quel pretesto se lo mangiò. Sui social, in molti applaudirebbero.
(da Repubblica)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
TRA PERMESSI DI COSTRUZIONE, SCANDALI IN ALBANIA, TRAFFICO DI DROGA E RESORT DI LUSSO
Tira una brutta aria per Edi Rama. Il primo ministro dell’Albania, fino a qualche anno fa uno dei politici più in hype in circolazione, è alle prese con un brutto affare che rischia di compromettere la sua immagine. In realtà, nonostante le molteplici smentite abbozzate, la sua immagine è già in frantumi. Tutto è iniziato con una notizia apparentemente banale: il governo guidato da Rama ha ceduto i diritti di sviluppo dell’isola di Sazan,e dell’area costiera protetta di Zvernec a capitali stranieri. Gli acquirenti, un gruppo di investitori legati a Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia di Donald Trump, intendono realizzare un maxi progetto turistico (e di lusso) nelle due zone. Il risultato? Il popolo albanese è sceso in piazza per protestare contro il lassismo del leader socialista, reo di voler svendere pezzi del Paese all’oligarchia globale. La soprannominata Rivoluzione dei Fenicotteri va ormai avanti da settimane. La manifestazione nazionale del 4 luglio ha portato in piazza migliaia di persone, a dimostrazione di come la protesta continui a mobilitare la folla come il primo giorno. La richiesta della piazza? Un cambiamento politico da innescare, in prima battuta, con le dimissioni di Rama.
Rama per il momento resiste, non vuol saperne di dimettersi e prova a respingere le accuse, in parte delegittimando i manifestanti e in parte sbandierando lo spauracchio di una fantomatica guerra ibrida in corso contro Tirana. Intanto, però, l’organizzazione Progressive International ha pubblicato un dossier che racconta nel dettaglio il fantomatico sistema all’interno del quale si muoverebbe il premier albanese. Si chiamano Edi Rama Files e accusano il diretto interessato di essere al centro di un radicato sistema di speculazione, espropriazioni e corruzione ai danni dei cittadini dell’Albania. Stando a vari documenti consultati dagli autori dell’indagine, il resort di Zvernec rappresenterebbe soltanto un tassello di una rete immobiliare che si estenderebbe dalla costa albanese fino alla capitale. Una rete, a quanto pare, autorizzata direttamente da Edi Rama. Gli Edi Rama Files hanno acceso i riflettori sull’attività del Consiglio Nazionale del Territorio, l’organo che rilascia le autorizzazioni per tutti i principali progetti edilizi del Paese. Ebbene, il suo presidente è Rama. “Ogni resort sulla costa e ogni grattacielo costruito nelle città ha richiesto la firma personale di Edi Rama. Senza il suo timbro, non si costruisce nulla”, si legge nel paper. Il problema, al netto di tutto, è quanto avrebbe scoperto la Procura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata (Spak): una vasta rete di traffico di droga e riciclaggio di denaro che passerebbe proprio attraverso il settore immobiliare.
Pare che ogni progetto immobiliare oggi oggetto d’indagine da parte della Spak abbia ricevuto l’approvazione personale del primo ministro. C’è poi da attenzionare lo status di Investitore Strategico utilizzato per tutti i grandi progetti del Paese, una qualifica giuridica ideata da Rama, proposta al parlamento e oggi sotto il suo diretto controllo in qualità di presidente del Comitato per gli Investimenti Strategici. “Una volta ottenuto questo status i precedenti proprietari dei terreni non possono più contestare il progetto in tribunale”, si legge sul paper. Non solo: il Comitato per gli Investimenti Strategici (per la cronaca: presieduto da Edi Rama e recante la sua firma) avrebbe conferito lo stesso status a una tale Atlantic Incubation Partners, società collegata a Jared Kushner dietro il progetto di Zvernec. Per la Spak, il terreno di quell’azienda sarebbe stato ottenuto grazie a un documento… falsificato. Gli atti della Spak, per esempio, collegano i terreni di Zvernec a un certo Artur Shehu, originario di Valona, residente in Florida ma attivo con interessi economici lungo la costa albanese. Nel gennaio 2019 le autorità europee monitorarono un incontro in quel di Aruba durante il quale Shehu e altri soggetti avrebbero discusso “della logistica del traffico di cocaina in America Latina e di investimenti immobiliari in Albania potenzialmente finanziati con fondi illeciti e sostenuti da autorità politiche”, ha spiegato ancora Progressive International. Seguendo il flusso del denaro, la Spak ha ampliato l’inchiesta ben oltre Zvernec. La stessa rete, gli stessi nomi e lo stesso metodo comparirebbero anche nei grattacieli Garden Building e Colonnade nel centro di Tirana, in un’area vicino allo stadio Air Albania e nel resort Green Coast di Palasa. E Rama? Ha attaccato la Spak e i magistrati di “essere andati fuori controllo”. L’indagine della Spak? Ancora in corso. Le proteste? Pure.
Federico Giuliani
(da mowmag.com)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL CAMPO LARGO AVANTI DI 2,5% A DESTRA E’ REGOLAMENTO DI CONTI TRA CHI E’ PIU’ RAZZISTA
Il sorpasso, anticipato nelle scorse settimane da diverse rilevazioni, ora è nero su bianco anche
nella media dei sondaggi. Secondo la Supermedia YouTrend/Agi pubblicata giovedì 9 luglio, Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci, sale al 6,2% delle intenzioni di voto, guadagnando 0,9 punti in due settimane, e scavalca la Lega, che scende al 5,8% (-0,4).
Il travaso di consensi avviene tutto dentro il perimetro della maggioranza: il centrodestra nel suo complesso arretra esattamente della stessa misura della crescita di Vannacci, perdendo 0,9 punti e fermandosi al 42,3%. Fratelli d’Italia resta il primo partito ma cala leggermente al 27,7% (-0,1), mentre Forza Italia scende al 7,8% (-0,2) e Noi Moderati all’1% (-0,1).
Sostanzialmente stabili, invece, i partiti di opposizione: il Pd sale al 21,5% (+0,1), il Movimento 5 stelle al 13% (+0,2), mentre Alleanza verdi-sinistra si attesta al 6,5% (-0,1). Il risultato è che il campo largo — la coalizione tra Pd, M5s e Avs che ha debuttato in piazza a Napoli l’8 luglio — tocca il 44,7% (+0,2) e porta il vantaggio sul centrodestra a oltre due punti e mezzo.
Nell’area di centro, Azione cala al 3% (-0,2), Italia viva è stabile al 2,3% e +Europa scende all’1,3% (-0,1).
Il dato di Futuro Nazionale conferma una tendenza in atto da settimane. Il primo sorpasso era stato registrato dal sondaggio YouTrend per Sky TG24 del 18 giugno, con il partito di Vannacci al 5,9% contro il 5,8% della Lega, mentre la Supermedia del 2 luglio lo aveva fotografato al 5,9%, con Fratelli d’Italia al minimo dall’insediamento del governo Meloni. Un’ascesa che non preoccupa solo via Bellerio: il Financial Times ha definito lo slancio del generale “una sfida significativa” per la premier, anche perché, coalizioni alla mano, i numeri attuali non garantiscono al centrodestra la vittoria né con né senza Vannacci.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO LA DENUNCIA DI ASGI, ORDINATI ACCERTAMENTI SU ASSISTENZA SANITARIA E GESTIONE DELLE CRITICITA’ EMERSE NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI E DI CUI IL GOVERNO SE NE E’ SEMPRE FOTTUTO
Sei mesi. È il tempo concesso dal Consiglio di Stato al ministero dell’Interno per procedere a «una puntuale ricognizione della situazione esistente dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr)», con particolare riferimento «ai profili dell’assistenza sanitaria e psicologica, alla formazione del personale impiegato, nonché all’analisi degli episodi critici verificatisi con maggiore frequenza nel corso dell’ultimo quinquennio». I giudici hanno accolto il ricorso dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), riconoscendo la necessità di fare chiarezza sulle condizioni all’interno dei centri.
L’ordinaria attività istruttoria – spiega l’organo di rilevanza costituzionale – dovrà essere inoltre svolta in collaborazione con il ministero della Salute e con il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. La sentenza si inserisce in un contesto segnato da anni di denunce delle organizzazioni della società civile. Secondo l’ultimo rapporto di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione (Tai), infatti, i Cpr continuano a rappresentare in Italia «luoghi di sospensione dei diritti fondamentali, caratterizzati da isolamento, spersonalizzazione, degrado materiale e una produzione sistematica di sofferenza».
Il ricorso di Asgi
La vicenda nasce dal ricorso presentato da Asgi contro il decreto del ministero dell’Interno del 4 marzo 2024, con cui era stato approvato il nuovo capitolato d’appalto per la gestione dei Cpr. In un primo momento il Tar aveva respinto il ricorso, ritenendo che le scelte del ministero rientrassero nella sua «discrezionalità amministrativa» e fossero «coerenti» con la natura del trattenimento nei centri. In appello, però, il Consiglio di Stato ha dato parzialmente ragione all’Associazione. I giudici hanno rilevato alcune incongruenze tra il nuovo capitolato e la direttiva ministeriale del 2022, che stabilisce i criteri per l’organizzazione dei centri.
Per questo hanno stabilito che il nuovo capitolato avrebbe dovuto essere preceduto da «un’approfondita verifica» delle reali condizioni dei Cpr. Ritenendo che questo accertamento non fosse mai stato effettuato, Asgi è tornata davanti al Consiglio di Stato chiedendo di verificare il rispetto della sentenza. I giudici hanno così riconosciuto che il ministero ha adeguato il capitolato alla direttiva del 2022, ma hanno concluso che non ha svolto l’attività di approfondimento sulla situazione dei centri richiesta dalla precedente pronuncia.
La sentenza del Consiglio di Stato
Secondo il Consiglio di Stato, infatti, non sono stati effettuati accertamenti sulla concreta adeguatezza della dotazione sanitaria, sull’organizzazione dell’assistenza psicologica, sulla formazione specialistica del personale, sull’incidenza di episodi di autolesionismo o suicidio e, più in generale, sulle criticità che possono incidere sulla tutela della salute e dei diritti delle persone trattenute. Per questo motivo il ministero dell’Interno dovrà completare, entro sei mesi, un’istruttoria approfondita che costituisca il presupposto delle future decisioni sull’organizzazione e sulla gestione dei Centri di permanenza per il rimpatrio.
(da Fanpage)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IN ALCUNE CITTA’ I RINCARI SUPERANO IL 40%
Il costo degli affitti in Italia è cresciuto in media del 22,6% tra il 2018 e il 2024. È quanto
emerge dal dossier La questione abitativa dell’Istituto per la finanza e l’economia locale (Ifel), secondo cui la crescita dei canoni non riguarda soltanto le grandi città, ma si estende anche a molti capoluoghi medi e piccoli. Tra le aree più colpite ci sono Milano, Firenze e Aosta, con aumenti superiori al 40%. Il rapporto evidenzia inoltre come la difficoltà di trovare un’abitazione a costi sostenibili rappresenti ormai uno dei principali ostacoli all’autonomia di giovani e famiglie. Sul tema è intervenuto il sindaco di Napoli e presidente dell’Anci Gaetano Manfredi, che ha chiesto al governo una legge nazionale sugli affitti brevi.
La crisi abitativa non riguarda solo le grandi città
Secondo il dossier Ifel La questione abitativa, gli incrementi più marcati dei costi di locazione si registrano nelle aree più popolate del Paese, con aumenti superiori al 40% in diversi capoluoghi. Tra le città nella fascia di crescita più elevata svettano Firenze (+44,2%), Aosta (+42%) e Milano (+41,1%). Aumenti significativi si registrano anche in altre zone: Bologna cresce del 34,1%, Trieste del 32,4%, Modena del 31,3%, Matera del 33,5% e Bari del 29,8%. Roma, con un aumento del 22,9%, si colloca invece in linea con la media nazionale, mentre Napoli registra una crescita del 24,8%. Il rapporto sottolinea tuttavia che la crescita degli affitti non riguarda soltanto i grandi centri urbani, ma coinvolge anche città medie e piccole, diventando un fenomeno ormai diffuso su tutto il territorio nazionale. La questione abitativa rappresenta oggi un’emergenza per oltre 1,5 milioni di famiglie.
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Chi è più esposto: giovani, single e famiglie monogenitoriali
Nel complesso, il 5,1% della popolazione italiana vive una condizione di sovraccarico abitativo. Le persone sole risultano la categoria più colpita; particolarmente vulnerabili sono poi i nuclei monogenitoriali e le famiglie giovani: il fenomeno riguarda il 7,6% dei nuclei con capofamiglia sotto i 35 anni. Un dato che conferma come il problema dell’accesso alla casa sia diventato uno degli ostacoli principali per l’indipendenza delle nuove generazioni.
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Meglio un affitto o una casa di proprietà?
Negli ultimi dieci anni vivere in affitto è diventato progressivamente più costoso rispetto al possesso di un’abitazione: secondo le elaborazioni basate sui dati Ocse, dal 2014 la quota di reddito che le famiglie destinano all’affitto è aumentata fino ad arrivare mediamente al 21%, mentre il peso della rata del mutuo si attesta intorno al 14%. Una differenza che rende, per chi riesce ad accedere al credito bancario, relativamente più conveniente acquistare casa rispetto all’affitto.
Una legge nazionale sugli affitti brevi
Sul tema è intervenuto di recente il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, che ha chiesto al governo una normativa nazionale sugli affitti brevi. In una lettera inviata al ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, Manfredi ha sottolineato la necessità di regole uniformi per evitare differenze tra territori e garantire un equilibrio tra turismo e diritto all’abitare. Secondo l’Anci, l’attuale quadro normativo non offre strumenti sufficienti per governare l’espansione degli affitti turistici brevi, lasciando spazio a interventi diversi da parte di Regioni e Comuni.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
BRAMBILLA VUOLE CAMBIARE IL TESTO (FINITO NELLE SABBIE MOBILI DELLA CAMERA PER I DUBBI DI FORZA ITALIA) E SI FA PORTAVOCE DELLE PROTESTE DI ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE E ANIMALISTE… AVVISO A MELONI E SOCI: L’80% DEGLI ITALIANI NON NE PUO’ PIU’ DELLA CACCIA
Un no corale, pronunciato dalle associazioni ambientaliste e animaliste italiane (tra cui Wwf, Lipu, Enpa, Legambiente, Oipa, Lac, Gaia), nel giorno della loro audizione in commissione Agricoltura alla Camera. «Sono una parlamentare espressione della maggioranza che ha presentato questo disegno di legge.
Ma questa battaglia per gli animali è una battaglia di civiltà e non si può ascrivere a una parte politica — ha detto Michela Vittoria Brambilla, Noi moderati —. Chi sostiene questo testo deve capire che non va bene e che va cambiato. Ci sono errori grossolani e l’importante è rimediarvi».
La caccia è un tema inviso alla stragrande maggioranza degli italiani, più dell’80%. «E invece si aumentato le specie cacciabili e si estendono i periodi venatori, anche a quelli riproduttivi — ha aggiunto Brambilla —. Persino con la neve di notte si possono cacciare gli ungulati. Io francamente sono in difficoltà».
Ma anche la complessità della situazione non fermerà il suo impegno. «Dopo aver denunciato le criticità di questo testo sono stata travolta sui social da gravissime offese personali e minacce alla mia incolumità — ha proseguito la deputata —. Ho già presentato due denunce, una venerdì e una oggi (ieri, ndr ), ma le intimidazioni non mi fanno paura, io vado avanti. E con la forza delle nostre ragioni ce la faremo».
Diversi i dubbi sollevati dai rappresentanti delle associazioni che ritengono questa modifica «un ritorno al passato». Dall’«incostituzionalità» (articoli 9, 10, 32, 41 e 117) all’«attentato per la sicurezza delle persone» nel momento in cui vengono ampliati tempi e luoghi dedicati alla caccia, senza dimenticare che in Italia dal 2007 al 2025 si sono contati 462 morti e migliaia di feriti nelle battute di caccia.
Ma a essere contrastati sono anche il nuovo ruolo di bioregolatore che viene attribuito al cacciatore e il rispetto della fauna selvatica che «non appartiene a una categoria o a una minoranza organizzata.
Le posizioni del governo e le novità introdotte dal ddl contestato le aveva spiegate bene lo scorso anno il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ospite allo stand della Federcaccia del CacciaVillage 2025. «Un indiscusso amico dei cacciatori», così lo aveva presentato il presidente Massimo Buconi, «che vuole eliminare le storture interpretative delle norme europee».
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
“LE SPACCATURE INTERNE DI FDI HANNO FINORA IMPEDITO DI FAR EMERGERE QUESTA CANDIDATURA. NEL BALLOTTAGGIO, SE C’È RAMPELLI, RAMPELLI TUTTA LA VITA” – ALEMANNO, EX COLONNELLO DI AN, IN ROTTA CON GIORGIA MELONI DA ANNI, PUNTA SOLO A SPACCARE IL PARTITO DELLA DUCETTA, FACENDO EMERGERE LA SPACCATURA INTERNA
“L’ultima volta che ho parlato con il generale Vannacci mi ha detto che sta cercando un
candidato a Roma, questo anche perché a Roma nelle comunali c’è il doppio turno quindi questo non impedisce di avere un candidato di Futuro Nazionale al primo turno e poi di confluire nel candidato di centrodestra se sarà all’altezza della situazione”.
Così Gianni Alemanno, ospite a Start su Sky TG24. La destra ha paura di candidarsi a Roma? Se sì, perché? “Per due motivi: perché Giorgia Meloni tende a evitare i luoghi e gli enti locali difficili.Lei vede Roma e l’amministrazione di Roma come un peso, una cosa molto difficile e quindi tende a sottrarsi da questo punto di vista. Dall’altro lato, perché c’è dentro Fdi una spaccatura interna che fino adesso ha impedito di esprimere il candidato naturale che può esserci oggi a Roma: Fabio Rampelli, non ci sono dubbi. Fabio Rampelli è l’unico che può andare nelle periferie a portare un candidato di centrodestra. Le spaccature interne di Fdi hanno finora impedito di far emergere questa candidatura. Nel ballottaggio se c’è Rampelli, Rampelli tutta la vita ma non sono io che decido ovviamente”, ha concluso.
(da agenzie)
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