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“LA LEGGE ELETTORALE? UN’ARMA DI DISTRAZIONE”: ELLY SCHLEIN SI INCAZZA PER “LE IMBOSCATE” DEL MELONIANO DONZELLI E SULLO “STABILICUM” E’ TRANCHANT: “L’ACCELERAZIONE È IL FRUTTO DELLA PREOCCUPAZIONE PER L’ESITO DEL REFERENDUM”

Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile

“SE VOGLIONO DAVVERO DIALOGARE, LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ALZI IL TELEFONO, ALTRIMENTI NON È UNA COSA SERIA” … AD ECCEZIONE DI CARLO CALENDA CHE FA IL PESCE IN BARILE (A LUI LO SBARRAMENTO AL 3% PIACE, PUÒ FARE IL GUASTATORE FUORI DAI POLI) LE OPPOSIZIONI SONO D’ACCORDO. “È PEGGIO DELLA LEGGE TRUFFA DEL ’53”

È infastidita, Elly Schlein. Non ha gradito «le imboscate» di Giovanni Donzelli, il numero 2 di FdI che negli ultimi giorni l’ha avvicinata più volte alla Camera per sondarla sulla legge elettorale.
«Se vogliono davvero dialogare, la presidente del Consiglio alzi il telefono e mi chiami, altrimenti non è una cosa seria», ha spiegato ai suoi la segreteria del Pd, rivelando il pressing dei meloniani sulla nuova «arma di distrazione di massa» messa a punto con tempismo sospetto e finalità preclare. Ovvero, concordano le opposizioni: sviare il dibattito e spostare l’attenzione dalla campagna referendaria proprio nel momento esatto in cui il no avanza e il sì arranca.
È una questione di metodo, oltre che di merito. Che impone una risposta all’altezza. Nottetempo la destra partorisce lo Stabilicum, di gran carriera, senza uno straccio di condivisione, per cogliere di sorpresa e dividere il campo avversario?
Al sorgere del sole il centrosinistra si attrezza per smontarlo. Con una differenza, rispetto al passato: edotti delle manovre in corso, i leader progressisti si sentono e decidono di alzare un muro. Di riforma del Rosatellum se ne discuterà dopo la consultazione sulla giustizia. In Parlamento, com’è giusto che sia.
Lo dice dritto Nicola Fratoianni: «Non ci provate. È un tentativo bislacco, ma non ci caschiamo: fino al 23 marzo noi parleremo solo di referendum». Lo ribadisce Schlein: «Questa accelerazione è il frutto della preoccupazione per l’esito del voto. Però la fretta e la paura di perdere non sono buone consigliere».
Figlie di un’urgenza, ragiona la leader dem a microfoni spenti: in caso di sconfitta la coalizione di governo subirebbe un colpo tale da rendere più difficile trovare una quadra al suo interno. Da qui la necessità di blindare subito un testo «inaccettabile», specie in alcuni aspetti «molto distorsivi della rappresentanza, con premi alti e senza limiti. Si rischia di consegnare a chi vince le elezioni la possibilità di eleggersi da solo il presidente della Repubblica». Perciò bisogna dare battaglia, per smascherarli
«Stanotte c’è stato un vertice di maggioranza, noi speravamo fosse sui salari, sul calo della produzione industriale, e invece no, era sulla legge elettorale, cioè sul garantire se stessi», conclude l’inquilina del Nazareno. Lo stesso concetto rilanciato da Giuseppe Conte, a sigillo di una linea comune: «Hanno fatto l’alba per trovare un accordo. Danno l’anima per riforme che salvano i politici dalle inchieste.
Continuano però a chiudere gli occhi sui lavoratori sfruttati e sottopagati». Eccole le priorità di Meloni, il sottinteso: cucirsi un abito normativo su misura per restare al potere.
A eccezione di Carlo Calenda che fa il pesce in barile — a lui lo sbarramento al 3% piace, può fare il guastatore fuori dai poli — le opposizioni sono d’accordo. «È peggio della legge truffa del ‘53», tuona Riccardo Magi, «un mostro, un miscuglio incoerente di diversi sistemi che somiglia di più alla legge Acerbo del ‘23» insiste, evocando il Ventennio
(da agenzie)

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ELISOCCORSO PER IL VIAGGIO DI MOGOL DA SANREMO A ROMA, PIANTEDOSI LO GIUSTIFICA COSÌ: “E’ UN MONUMENTO NAZIONALE”

Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile

M5S E PD CONTRO IL VIMINALE: “MEZZO D’EMERGENZA USATO COME TAXI”

Per Lucio Rapetti, in arte Mogol, e la moglie Daniela Gimmelli, è stato autorizzato infatti un volo dal Festival di Sanremo a Roma a bordo dell’elicottero dei vigili del fuoco.
Un volo motivato da “attività istituzionali non direttamente connesse al soccorso” autorizzato direttamente dal Ministero dell’Interno, secondo un ordine partito dal comandante nazionale del corpo dei vigili del fuoco Eros Mannino, controfirmato da altri due funzionari.
La partenza era prevista alle 8 di mattina dalla Città dei fiori. Non sfugge nemmeno a chi firma le autorizzazioni che normalmente quel tipo di velivolo sarebbe destinato ad altre finalità: trasportare malati in fin di vita o persone in situazione d’emergenza. L’uso del mezzo è giustificato negli incartamenti con virtuosismi burocratici:
“A seguito della fattibilità della missione, che sarà verificata dalla Socav (Sala operativa per il coordinamento e l’assistenza di volo, ndr), e fatte salve eventuali esigenze di soccorso, al momento non preventivabili, nulla osta da parte di questo Centro operativo nazionale all’impiego dell’aeromobile AW139 per lo svolgimento delle attività istituzionali non direttamente collegate al soccorso”
In altre parole, il Ministero dell’Interno dà il via libera alla missione Mogol “fatte salve eventuali emergenze” che, par di capire, per poter essere affrontate (evitando spiacevoli disagi) dovrebbero verificarsi comunque prima che l’elicottero sia decollato. In tutta la Liguria sono oggi attivi due elicotteri dei vigili del fuoco, ma vi è di solito personale per garantire un solo equipaggio in grado di prendere il volo. Quali sarebbero dunque le “attività istituzionali” alla base del viaggio?
Ma forse a Mogol, molto vicino a vari membri della maggioranza di governo, si può perdonare quasi tutto. Amico di Tajani e Gasparri, nel 2023 è stato nominato consulente per la canzone popolare dal ministro Sangiuliano. In un’intervista del 2023, pur definendosi “apolitico”, si era sperticato in complimenti per Giorgia
(da “il Fatto Quotidiano”

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PUR DI RIEMPIRE DI MIGRANTI I CENTRI IN ALBANIA, IL GOVERNO HA COMBINATO UN ALTRO PASTICCIO: NELLE ULTIME SETTIMANE 90 PERSONE SONO STATE PORTATE DALL’ITALIA NELLA STRUTTURA DI GJADER, SENZA PROVVEDIMENTI FORMALI NÉ ALCUNA COMUNICAZIONE

Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile

SONO GIÀ SCATTATI I RICORSI: SECONDO I LEGALI DEI TRATTENUTI LA PROCEDURA DI TRASFERIMENTO, RISULTA ANCORA UNA VOLTA ILLEGITTIMA, COME SUCCESSO NEL CASO DELL’UOMO ALGERINO CHE SI È VISTO RICONOSCERE DAL TRIBUNALE DI ROMA UN RISARCIMENTO DI 700 EURO E HA FATTO SALTARE GLI OTOLITI A GIORGIA MELONI

Il primo a tornare in Italia, dopo solo pochi giorni dal trasferimento in Albania, potrebbe essere Khalid, un ragazzo marocchino di 22 anni. Ieri la commissione medica all’interno del centro lo ha giudicato “non idoneo” alla vita ristretta

all’interno del centro per i rimpatri. Ma il suo non è l’unico ricorso, avviato in queste ore, dagli altri migranti portati nelle ultime settimane oltre l’Adriatico per riempire, per la prima volta con 90 persone, la struttura di Gjader.
Secondo quanto accertato dai legali di diversi dei trattenuti la procedura di trasferimento, infatti, risulta ancora una volta illegittima: come successo nel caso dell’uomo algerino che si è visto riconoscere dal Tribunale di Roma un risarcimento di 700 euro. Una sentenza che meno di una settimana fa ha suscitato le ire del governo e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Anche per alcuni degli altri trasferiti, infatti, non ci sarebbe stato un provvedimento formale né alcuna comunicazione. «Ci aspettiamo un rilascio tempestivo e un ritorno in Italia di Khalid – spiega Leonardo Lucente, il legale del ragazzo -. Ho visto il mio assistito l’ultima volta due giorni fa in videochiamata: era fortemente provato. Mi ha detto che non sapeva perché fosse lì, nessuno glielo ha comunicato. Ha aggiunto che non avrebbe resistito oltre. Se non viene rilasciato a breve invieremo una diffida».
Spostato da Bari a Gjader dopo aver assistito l’11 febbraio scorso alla morte nel Cpr di Bari di un suo compagno di cella, Simo Said, Khalid aveva manifestato tutto il suo malessere tagliandosi in varie parti del corpo.
«Sogna tutte le notti l’amico che non è riuscito a salvare: dice di vederlo ancora con la bava gialla alla bocca – aggiunge Lucente -. Il suo spostamento in Albania è assolutamente improprio oltre che illegittimo: c’è un’inchiesta in corso sulla morte di Simo quindi una volta che Khalid sarà rientrato in Italia chiederemo un permesso di soggiorno per lui come testimone di giustizia».
A chiedere lo stop al trattenimento in Albania prima di avviare una richiesta di risarcimento per illegittima detenzione sono anche i legali di altri migranti. Tra loro quelli di due persone provenienti dalla Turchia, portate a Gjader senza ricevere informazioni.
«I miei assistiti non si spiegano in alcuno modo perché sono lì. Quando li ho incontrati, uno di loro mi ha detto che pensava lo stessero portando in aeroporto per il rimpatrio. Si è, invece, ritrovato in Albania senza poter avvisare la famiglia né tantomeno un difensore- spiega l’avvocata Marina Chetoni, appena rientrata in Italia
da una visita nel centro albanese -. A quanto abbiamo capito questa procedura è generalizzata e riguarda la maggior parte dei trasferiti: quando ho consultato il fascicolo dei miei non ho trovato alcun provvedimento formale».
Per ora dunque è stata presentata istanza di riesame poi verrà chiesto un risarcimento per trasferimento con procedura irregolare. Insieme all’avvocato Salvatore Fachile, Chetoni difende anche un cittadino del Togo che per la seconda volta in pochi mesi è stato portato dall’Italia in Albania.
Per le associazioni del Tavolo asilo, che nei giorni scorsi hanno compiuto visite ispettive in Albania insieme alla deputata del Pd Rachele Scarpa, l’accelerazione nei trasferimenti è una mossa solamente propagandistica. «Forse il governo ha l’esigenza di riempire i centri per giustificare questa spesa abnorme – sottolinea Francesco Ferri di ActionAid -. Noi abbiamo rilevato diverse violazioni dei diritti come l’uso di fascette e altri dispositivi coercitivi durante gli spostamenti».
(da La Stampa)

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MA QUALE PUGNO DURO, SULLA SICUREZZA IL GOVERNO È RIMASTO CON UN PUGNO DI MOSCHE: IN TRE ANNI E MEZZO IL GOVERNO HA APPROVATO CINQUE DECRETI PER INASPRIRE LE PENE, CREARE NUOVI REATI E AGGIUNGERE AGGRAVANTI

Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile

MA NEL 2024, CON MELONI A PALAZZO CHIGI, I REATI DENUNCIATI SONO STATI 2,4 MILIONI, IN AUMENTO RISPETTO AI 2,1 MILIONI NEL 2021. DATI CERTIFICATI DALL’ISTAT

Secondo il ministero dell’Interno, nei primi sette mesi dell’anno 2025 ci sono state meno violenze sessuali, meno rapine, meno furti, meno denunce, meno arresti. Un successo di Matteo Piantedosi? Merito dei tanti decreti che inventano nuovi reati, aumentano le pene, creano aggravanti? In realtà le cose non sono così chiare. La percezione degli italiani è diversa.
Spiega Matteo Mauri, già viceministro dell’Interno, responsabile Sicurezza del Pd: «Sui dati si fa molta confusione. Vedo che il ministro Piantedosi vanta un calo dei reati nel 2025. Peccato che siano dati provvisori». Tutti sembrano giocare con i numeri, mai così sensibili politicamente parlando.
Almeno finché non ci sarà un dato consolidato, che non arriva mai prima di giugno perché al Viminale occorre tempo per avere le informazioni dalle singole questure
che poi vanno elaborate. Il Pd ha già contestato a Piantedosi che i trend, nonostante tutti i decreti Sicurezza, vanno in senso inverso alle promesse.
Ed ecco i contronumeri di Mauri: «Nel 2023 c’è stato un aumento delle denunce di reato del 3,8% rispetto al 2022. E nel 2024 c’è un ulteriore aumento del 2%. Se poi si va a guardare nel dettaglio, aumentano le violenze sessuali. Crescono le lesioni e percosse, che sono la spia di comportamenti violenti».
Le statistiche Secondo l’Istat, i reati sono in costante aumento. Erano 2,1 milioni nel 2021, si è arrivati a 2,4 milioni nel 2024. Gli ultimi dati resi pubblici sulla sicurezza, aggiornati allo scorso ferragosto, confermano che dal 2023 al 2024 c’è stato un aumento complessivo dei reati denunciati, mentre il primo semestre del 2025 avrebbe registrato una diminuzione, soprattutto per quanto riguarda i furti (-7,7%), le rapine (-6,7%) e le violenze sessuali (-17,3%).
Una cosa è certa: dal 2022 allo scorso febbraio si sono susseguiti una serie di decreti legge per inseguire i fenomeni criminali, dall’ordine pubblico ai cosiddetti reati “da strada”, alla violenza giovanile, all’immigrazione clandestina.
Il primo è stato il decreto anti-rave che ha introdotto il reato di organizzazione e promozione di rave party non autorizzati punito dai tre ai sei anni. Si sa appena qualcosa di più sull’occupazione di terreni. Nel 2023, erano cinquanta le persone finite sotto indagine e sei quelle finite a giudizio, aveva spiegato il Guardasigilli rispondendo a un’interrogazione parlamentare. Nulla si sa del 2024.
Pacchetti sicurezza
Nell’aprile 2025, tramite un decreto di trentanove articoli, il governo introduce quattordici nuove fattispecie di reato e nove aggravanti di delitti già esistenti. Molti riguardano le mobilitazioni e le contestazioni di piazza: il blocco stradale, ad esempio, non è più illecito amministrativo, ma un reato punito sino a un mese di reclusione.
Per avere dati consolidati è troppo presto. Qualche caso in ordine sparso: a Bologna, il 20 giugno 2025, il blocco stradale è stato contestato a tre degli organizzatori del corteo dei metalmeccanici convocato da Fiom, Fim e Uilm per il rinnovo del contratto scaduto; a Lucca, a settembre 2025, era toccato a una decina di pro-Pal. Pugno duro, poi, verso chi deturpa o danneggia edifici pubblici o utilizza violenza per impedire la realizzazione di un’infrastruttura.
Pochi studi indipendenti
Il professor Roberto Cornelli, ordinario di Criminologia all’università Statale di Milano, ha avviato un Osservatorio sulla legislazione penale e della sicurezza. Spiega: «Il Legislatore italiano negli ultimi decenni ha fatto ampio ricorso allo strumento penale e, sebbene si tratti di un tema di grande interesse e continuamente richiamato in letteratura, manca nel panorama nazionale una ricostruzione sistematica e completa».
Dice Cornelli a La Stampa: «Abbiamo rintracciato più di 300 leggi che ampliano e aggravano le fattispecie di reato negli ultimi trent’anni. Possiamo dimostrare che c’è una ipertrofia del diritto penale, accentuata sotto il governo Meloni.
Ma troppo spesso gli interventi legislativi hanno carattere simbolico, e nessun effetto reale. A volte, poi, vengono comunicati numeri sbagliati. È stato detto, ad esempio, che erano triplicati i minorenni killer. Invece non è così. Ma intanto la gente si è convinta che le cose stanno così. Ed è aumentata la paura».
(da La Stampa)

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GIORGIA MELONI SI “CUCE” LA LEGGE ELETTORALE ADDOSSO: SECONDO “YOUTREND”, CON LO “STABILICUM” PRESENTATO DALLA MAGGIORANZA IL CENTRODESTRA OTTERREBBE CIRCA 228 SEGGI ALLA CAMERA E 113 AL SENATO, PARI A CIRCA IL 57% DEL TOTALE

Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile

ESITO RADICALMENTE DIVERSO RISPETTO SE SI ANDASSE AL VOTO CON L’ATTUALE “ROSATELLUM”: CON LA LEGGE VIGENTE, NESSUNA TRA LE ATTUALI COALIZIONI RAGGIUNGEREBBE LA MAGGIORANZA

Quali sarebbero gli effetti del nuovo sistema elettorale? Le simulazioni elaborate da YouTrend, in esclusiva per Repubblica, mettono in evidenza un dato politico chiaro: in base ai sondaggi più recenti, con il Rosatellum il centrosinistra registrerebbe un leggerissimo vantaggio, ma nessuna coalizione raggiungerebbe una maggioranza netta in Parlamento; con il neonato Donzellum, ecco il ribaltamento: il centrodestra vincerebbe, prendendosi il 57% dei seggi totali.
Un abito sartoriale cucito sulle esigenze della coalizione di governo che punta al bis. Grazie a una modifica, in particolare: «Il nuovo assetto disinnesca il meccanismo dei collegi che ora, con un centrosinistra unito, sarebbe dannoso per il centrodestra», spiega Lorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend.
Alla Camera, il centrodestra, con il testo appena presentato, salirebbe a 228 seggi,
comodamente sopra la maggioranza di 201. Le opposizioni – senza Azione – si fermerebbero a 147. Al Senato, il bottino di FdI, Lega, FI e Noi Moderati insieme sarebbe invece di 113 seggi. Al centrosinistra ne rimarrebbero 76.
In sintesi: rispetto alle stime sul Rosatellum, un’eventuale alleanza progressista, con le regole messe a punto dalla destra, perderebbe 45 seggi a Montecitorio e 19 a Palazzo Madama. Se si votasse oggi, il pareggio sarebbe determinato da un «elemento decisivo», spiega YouTrend: il superamento delle sfide uno a uno, dove il centrosinistra «risulterebbe oggi più competitivo grazie a un campo largo più coeso che strapperebbe eletti soprattutto al Sud».
Tant’è che il centrosinistra, se rimanesse in vigore la legge attuale, alla Camera incasserebbe 79 collegi uninominali contro i 65 del centrodestra, al Senato 38 contro 33. Nel ‘22, invece, la maggioranza «aveva conquistato oltre l’80% dei collegi con circa il 44%, grazie alla divisione dell’opposizione».

(da La Repubblica)

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L’UNICA COSA CHE RIESCE BENE AL GOVERNO MELONI: METTERE NUOVE TASSE. IL MINISTERO DELLA CULTURA, PER TUTELARE IL DIRITTO D’AUTORE, LANCIA L’IMPOSTA SULLA COPIA PRIVATA SUL CLOUD! UN OBBROBRIO UNICO AL MONDO: OGNI UTENTE DOVRÀ PAGARE 0,0003 EURO PER GIGABYTE (2,4 EURO AL MESE), ANCHE QUALORA NON UTILIZZI I SERVIZI DELLA “NUVOLA”

Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile

IL RISULTATO SARÀ UN AUMENTO DEL PREZZO DEGLI SMARTPHONE – CHE C’AZZECCA IL CLOUD CON IL COPYRIGHT? QUELLO SPAZIO POTREBBE ESSERE USATO PER CARICARCI CONTENUTI PIRATATI . L’ITALIA È L’UNICO PAESE AL MONDO A INTRODURRE UNA TASSA DI QUESTO TIPO

Via alla “tassa” per la copia privata sul cloud nonostante la levata di scudi di molte associazioni e stakeholder che per mesi hanno battagliato con l’obiettivo di convincere il ministero della Cultura a fare un passo indietro.
Eppure, il ministro Alessandro Giuli ha firmato il decreto (inviato agli organi di controllo per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale) che aggiorna le tariffe relative all’equo compenso per le opere audio e video tutelate da diritto d’autore […] e, per la prima volta, include nel perimetro anche gli spazi di archiviazione in cloud. Insomma, un unicum a livello mondiale.
Stando a quanto si apprende, mentre siamo in attesa della pubblicazione del testo definitivo, il compenso mensile per utente calcolato per gigabyte (GB) di memoria equivale a 0,0003 euro fino alla soglia dei 500 gigabyte e di 0,0002 euro per ogni giga aggiuntivo oltre i 500. E in ogni caso il compenso mensile massimo è fissato a 2,4 euro. Mentre non è previsto alcun importo per archiviazioni fino a 1 GB.
Confindustria si spacca, Anitec-Assinform chiede un tavolo urgente
Ma la partita potrebbe non chiudersi qui. A poche ore dall’annuncio della firma del decreto da parte del ministro Giuli si è scatenato un vero e proprio putiferio.
Al netto dei favorevoli alla misura a partire dalla Federazione industria musicale italiana (Fimi), Nuovo Imaie e naturalmente la Siae, la Società italiana degli autori ed editori, nelle cui casse sono entrati circa 120 milioni di euro l’anno nell’ultimo triennio 2023-2025, a fronte di un picco di circa 150 milioni nel biennio precedente, sul piede di guerra le principali associazioni dell’Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione).
E in Confindustria si è addirittura creata una spaccatura totale sulla questione: se da un lato Confindustria Cultura (la federazione che riunisce le imprese produttrici di contenuti culturali) plaude al provvedimento, Anitec-Assinform (l’associazione che raggruppa le imprese Ict e dell’elettronica di consumo) considera le misure anacronistiche e pericolose
L’Associazione è preoccupata, oltre che dalla questione del cloud storage, anche per l’aumento generalizzato delle tariffe per la copia privata che dovrebbe essere di circa il 20%, “misure che rischiano di tradursi in nuovi costi per cittadini e imprese e di incidere sull’attrattività del mercato italiano per gli operatori tecnologici”.
Il primo dei rischi messi nero su bianco riguarda la doppia imposizione lungo la filiera: di fatto “chi ha già versato il compenso su supporti e dispositivi di storage rischia di subire un ulteriore prelievo, questa volta mensile e cumulativo, per la mera disponibilità di spazio cloud”.
Riguardo all’applicazione delle tariffe ai servizi cloud B2B “non è riconducibile alla copia privata di opere protette” e dunque sarebbe “indiscriminata” mettendo a rischio lo storage usato da imprese e pubbliche amministrazioni per backup, continuità, operativa, compliance, elaborazione dati e sicurezza.
E, ancora, “gli oneri di compliance e rendicontazione sono sproporzionati” e avranno “un impatto particolarmente gravoso per pmi e operatori nazionali”. Per non parlare delle “distorsioni concorrenziali” e del “rischio di penalizzazione degli operatori con sede operativa in Italia, a vantaggio di grandi piattaforme internazionali difficilmente raggiungibili dal meccanismo di controllo e prelievo”.
“Siamo sconcertati: le anticipazioni di agosto vengono confermate senza modifiche sostanziali. Nel momento in cui timidamente si sta parlando di supportare il cloud nazionale ed europeo, nell’ottica della sovranità digitale, il prelievo sul cloud storage rischia di trasformarsi in una doppia imposizione e in un freno agli
investimenti digitali italiani”, commenta il presidente di Aiip Giuliano Claudio Peritore.
E la presidente di Assintel Paola Generali evidenzia che “colpire indiscriminatamente lo storage cloud significa introdurre un onere parafiscale su un’infrastruttura abilitante per competitività e innovazione. È una misura incoerente con le politiche di digitalizzazione e con la Strategia Cloud, e rischia di aggravare i costi per imprese e professionisti”.
Sul fronte aziende è Google a lanciare per prima l’allarme: “Sembrava una proposta senza alcuna base invece l’hanno approvata davvero: il ministero della Cultura ha deciso che i cittadini italiani dovranno pagare la cosiddetta ‘copia privata’ anche sullo spazio cloud.
Anche quando quello spazio è gratuito. E persino quando quello spazio non è utilizzato. Solo perché esiste e quindi potrebbe in teoria essere usato per caricarci una canzone piratata.
L’Italia è il primo paese al mondo a fare questa scelta, ed è davvero triste avere questo primato”, commenta sul suo profilo Linkedin Diego Ciulli, head of Government affairs and Public policy di Google Italia.
“È una decisione contro tutte le evidenze che mostrano che le persone sul cloud caricano le proprie foto, i propri documenti, non i contenuti protetti da diritto d’autore che negli ultimi anni la fruizione di contenuti legali in streaming è cresciuta costantemente.
E soprattutto, che la copia privata viene già pagata quando si acquista un telefono o un computer. E non è possibile accedere al cloud senza un dispositivo”.
(da -wired.it)

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“LO “STABILICUM” POTREBBE ESSERE INCOSTITUZIONALE” : IL PROFESSOR GAETANO AZZARITI BOCCIA LA LEGGE ELETTORALE MELONIANA. “LA SOGLIA FISSATA PER UN RIPARTO PROPORZIONALE È DEL 35-40% ED È DISTORSIVA. SI RISCHIA DI DARE ALLA MAGGIORANZA LA POSSIBILITÀ DI ELEGGERE AUTONOMAMENTE GLI ORGANI DI GARANZIA, CIOÈ IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, I GIUDICI COSTITUZIONALI E I MEMBRI DEL CSM. IN QUESTO MODO VIENE ESCLUSO IL RUOLO DELLE MINORANZE”

Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile

IL CAOS DEI BALLOTTAGGI “SEPARATI” PER CAMERA E SENATO: POTREBBE SUCCEDERE CHE AL SECONDO TURNO VINCONO DUE COALIZIONI DIVERSE NEI DUE RAMI DEL PARLAMENTO. OPPURE SI VA AL BALLOTTAGGIO IN UNA SOLA CAMERA, PERCHÉ NELL’ALTRA LE COALIZIONI SONO RIMASTE SOTTO IL 35%

«Chi ha proposto la nuova legge elettorale «non ha imparato la lezione della Corte costituzionale».
È il giudizio di Gaetano Azzariti, costituzionalista dell’università La Sapienza. Secondo i proponenti garantisce la stabilità, è così
«Nella sentenza numero 1 del 2014 la Consulta ha […] ricordato che prima della
stabilità c’è […] la rappresentanza politica. La governabilità non può comprimere eccessivamente la rappresentanza politica».
Con la nuova legge in che modo verrebbe compressa?
«Con l’abbandono di tutte le logiche di carattere proporzionale. La soglia fissata per un riparto proporzionale è del 35-40% ed è distorsiva. Perché poi tramite il ballottaggio, o peggio tramite un numero eccessivo di seggi premiali si persegue una maggioranza che può rivelarsi eccessiva».
Perché eccessiva?
«Si rischia di dare alla maggioranza la possibilità di eleggere autonomamente gli organi di garanzia, cioè il presidente della Repubblica, i giudici costituzionali e i membri del Csm. In questo modo viene escluso il ruolo delle minoranze, e ciò dimostra una fortissima disattenzione per il ruolo del Parlamento a favore di una governabilità tutta incentrata nelle mani del governo».
Poteva essere l’occasione per rintrodurre le preferenze?
«È la dimostrazione della insensibilità dell’attuale classe politica rispetto all’opinione pubblica e alla giurisprudenza della Corte, che ha ricordato come i deputati non possono essere nominati dalle segreterie dei partiti. C’è un rischio evidente che anche questa legge elettorale sia dichiarata incostituzionale ove le liste bloccate risultassero essere troppo lunghe».
È stato stabilito un massimo di sei candidati. Con la legge attuale sono tre o quattro candidati per lista.
«Sei è un numero al limite di incostituzionalità. Più si allungano e più c’è il rischio di non rispettare la Corte».
1. La nuova legge elettorale garantisce effettivamente maggiore stabilità e governabilità di quella ora in vigore?
In un sistema politico come quello attuale il cosiddetto “Rosatellum” quasi certamente non produrrebbe una maggioranza solida in Parlamento. Ma risolvere il problema della stabilità con un premio che sfora il tetto del 55% dei seggi potrebbe mettere la legge a serio rischio bocciatura della Corte costituzionale.
2. Il premio di maggioranza previsto per la coalizione che vince le elezioni è eccessivo?
Bisogna partire dalla sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum (la legge elettorale voluta da Matteo Renzi): ha stabilito che, con almeno il 40% dei voti, si possa ottenere un premio pari al 55%. «Quel tetto non può essere sforato – avverte il costituzionalista Stefano Ceccanti –. Al di là di come lo si congegni, è un paletto dirimente».
3. Con la nuova legge il premio può andare oltre questo 15%?
Con il premio fisso (70 deputati e 35 senatori) è possibile. Si possono ottenere più di 230 seggi alla Camera, cioè il 57, 5% e arrivare a 114-115 al Senato, ossia il 57 per cento. In questo modo, peraltro, c’è il rischio di superare la soglia necessaria per eleggere il presidente della Repubblica o i giudici della Consulta, o ancora i membri del Consiglio superiore della magistratura.
«Avremmo una maggioranza “drogata”, in grado di eleggere autonomamente questi organi di garanzia», avverte il professor Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale all’università La Sapienza.
4. Se nessuno supera il 40% (ma due coalizioni vanno sopra il 35%) si andrà al ballottaggio: è una procedura corretta?
Una soluzione del genere era stata bocciata nell’Italicum, fondamentalmente perché non veniva indicata una soglia specifica da raggiungere. E perché non venivano ammessi ulteriori apparentamenti tra un turno e l’altro, possibilità che ora non viene esclusa, ma nemmeno chiarita esplicitamente
5. Il fatto che i ballottaggi possano essere due, uno alla Camera e uno al Senato, è un problema?
Visto che sono predisposti come indipendenti tra loro, «si possono verificare diversi casi irragionevoli», avverte Ceccanti. Esempio: al ballottaggio vincono due coalizioni diverse nei due rami del Parlamento, con «esito di paralisi istituzionale».
Oppure si va al ballottaggio in una sola Camera, perché nell’altra ha già vinto una coalizione, anche qui con la possibilità di una «divaricazione». O, ancora, si va al ballottaggio in una sola Camera, perché nell’altra entrambe le coalizioni sono rimaste sotto il 35% e, quindi, «il premio di maggioranza scatta in una sola Camera, mentre l’altra resta frammentata», sottolinea Ceccanti.
(da agenzie)

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QUAL È L’ELETTORATO DI ROBERTO VANNACCI?

Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO NOTO SONDAGGI, IL 52% PROVIENE DALL’ASTENSIONE , UN ALTRO 10% DALL’ESTREMA DESTRA DI CASAPOUND E PARTITINI AFFINI. POI ROSICCHIA VOTI ANCHE A SALVINI (IL 10% DI CHI SCEGLIERÀ VANNACCI VIENE DALLA LEGA), AL MOVIMENTO 5 STELLE (STESSA PERCENTUALE DEL CARROCCIO) E ALLA MELONI: L’8% DEI SOSTENITORI DELL’EX GENERALE VIENE DA FRATELLI D’ITALIA

Nella simulazione di Noto, Azione viene data da sola al 3,5%, abbondantemente sopra la soglia di sbarramento e con una decina di seggi accreditati alla Camera. Mentre il partito di Vannacci è stimato al 3%, in bilico sulla tagliola per entrare in Parlamento:
«Può valere dieci deputati come zero – ragiona Noto – e, se ce la fa, non li ruba solo a destra». In un’ulteriore analisi di Noto Sondaggi, dedicata proprio alla lista Futuro Nazionale, viene evidenziato che di questo ipotetico 3% solo l’1,6% può considerarsi acquisito per l’ex generale.
Il restante 1,4% è volatile, legato alla visibilità mediatica di Vannacci e al contesto politico: può consolidarsi oppure rientrare nell’astensione o nei partiti di provenienza. Sul piano dei flussi, infatti, più della metà dei consensi proviene
dall’area del non voto o dalla destra estrema extraparlamentare (Casapound e simili)
Solo una quota minoritaria arriva da Lega (0,3%) e Fratelli d’Italia (0,2%). Dettaglio interessante: c’è una percentuale analoga (0,3%) di votanti M5s attratta dalla proposta di Vannacci.
Comunque, l’impatto reale dell’ex generale sulla maggioranza viene ritenuto marginale: la perdita netta della coalizione è di circa un punto percentuale complessivo. La sintesi di Noto: «Futuro Nazionale rappresenta una micro-forza identitaria con un potenziale di crescita contenuto e uno slancio competitivo moderato nel centrodestra». Almeno nelle simulazioni, Giorgia Meloni e Matteo Salvini possono dormire sonni tranquilli».
(da agenzie)

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CON LO “STABILICUM”, GIORGIA SI POTREBBE PRENDERE I “PIENI POTERI”. MARCELLO SORGI: “MELONI, SE RIUSCIRÀ A FARLO APPROVARE COSÌ COM’È (E CI SONO POCHI DUBBI, VISTI I NUMERI SU CUI PUÒ CONTARE LA MAGGIORANZA), SI RAFFORZERÀ NON POCO. STIAMO PER ENTRARE PIENAMENTE NELL’ERA DELLA ‘LEADERCRAZIA’”

Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile

“UNA DONNA O UN UOMO SOLI AL COMANDO, CON SEMPRE MENO CONTRAPPESI PER LIMITARLI. CHE QUESTO CORRISPONDA ALLO SPIRITO DELLA COSTITUZIONE, È QUANTO MENO OPINABILE”

Cominciamo da quel che non c’è, cancellato nella lunga trattativa notturna tra i leader di maggioranza: non c’è il nome del candidato premier sulla scheda elettorale, come ai tempi di inizio secolo, «Berlusconi presidente» e «Prodi presidente».
Alla fine l’hanno avuta vinta gli alleati di Meloni, che se la sarebbero ritrovata seduta sulle loro teste e in cima alle liste di Forza Italia e Lega. […]
E poi non ci sono le preferenze.
Traduzione: gli eletti continueranno a essere scelti dai capipartito, in questo caso sottomessi alla capa della coalizione, o al massimo negoziati con i «cacicchi» locali. I quali resteranno quelli che sono, gli Zaia, i De Luca, gli Emiliano, oggi forse più Decaro, gli Occhiuto, governatori regionali ed ex che hanno la forza di trattare con i leader nazionali, forse un po’ meno forza dal momento che i collegi uninominali verranno aboliti.
In conclusione si tratta di un «Italicum», cioè del sistema elettorale proposto a suo tempo da Renzi e poi parzialmente bocciato dalla Consulta: proporzionale con premio di maggioranza, che cancella i collegi uninominali (strategici per il centrosinistra al Sud e parallelamente ostici per il centrodestra) nei quali, grazie al sistema successivo, il Rosatellum, si votavano un terzo degli eletti.
Meloni, se riuscirà a farlo approvare così com’è (e ci sono pochi dubbi, visti i numeri su cui può contare la maggioranza), si rafforzerà non poco. La vecchia partitocrazia è finita da tempo, l’età dei «partiti personali» s’è consumata, si può dire che anche in Italia – altrove, purtroppo è già accaduto – stiamo per entrare pienamente nell’era della «leadercrazia»: una donna o un uomo soli al comando, con sempre meno contrappesi per limitarli. Che questo corrisponda allo spirito della Costituzione, nell’anno dell’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica, è quanto meno opinabile.
Sarebbe infatti la premier a nominare i nuovi senatori e deputati, non solo del suo partito ma anche di quelli alleati. E gli eletti, se non volessero rischiare di non essere ricandidati la volta successiva, per tutta la legislatura risponderebbero a lei.
Inoltre, nel gioco parlamentare, Meloni – se la sua coalizione vincesse nuovamente, com’è probabile, e se andasse oltre il 40 per cento dei voti – potrebbe contare su premi elettorali consistenti (70 deputati, 35 senatori), ai limiti di quelli previsti dalla Corte costituzionale e così suscettibili di una nuova bocciatura.
Ma se nessuna delle due coalizioni dovesse raggiungere il 40 per cento – eventualità improbabile ma non del tutto da escludere visto che è garantito l’accesso in Parlamento a partiti che non si coalizzeranno come quelli di Calenda e Vannacci – teoricamente si andrebbe a due distinti ballottaggi, uno per la Camera e uno per il Senato, con il rischio che ne escano due maggioranze diverse.
È dubbio insomma che la legge possa entrare in vigore senza ostacoli: ma se accadesse Meloni potrebbe anche provare ad eleggersi da sola il prossimo Presidente della Repubblica o a eleggere direttamente se stessa. Resta da capire perché la premier abbia scelto di caricare la già accesa campagna referendaria per il voto del 22 marzo di un ulteriore argomento di scontro, come lasciano capire le prime reazioni al deposito del testo, avvenuto ieri pomeriggio.
Forse ha voluto bruciare i tempi per non rischiare di dover varare la riforma elettorale nel clima politico difficile di una possibile sconfitta del «Sì». Senza considerare, o mettendola nel dovuto conto, com’è avvenuto per le prime uscite di Nordio, che quella che è stata definita «la caccia ai pieni poteri» potrebbe risultare mobilitante per l’elettorato dell’opposizione, pronta a rifiutare, anche a proprio danno, ogni tipo di confronto sulla legge elettorale.
(da agenzie)

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