Destra di Popolo.net

SALVINI SI È INFILATO IN UN VICOLO CIECO. “VUOLE EVITARE L’ELEZIONE DI ZAIA ALLA SEGRETERIA. PUÒ E RESISTERE ALLA CONVOCAZIONE DI UN CONGRESSO. OPPURE PRENDERE TEMPO, SPERANDO CHE MELONI GLI RESTITUISCA IL VIMINALE. MA ANCHE ASPETTARE POTREBBE RIVELARSI UN ERRORE”

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA CENA A 4 GIORGETTI-ZAIA-FEDRIGA-FONTANA E LA PAVIDITÀ DEI “NORDISTI”, CHE STRAPARLANO MA HANNO SEMPRE APPROVATO PUBBLICAMENTE LE DECISIONI DI SALVINI (COMPRESO L’INGRESSO DI VANNACCI). E ORA FRIGNANO

Alla base della spaccatura interna della Lega c’è il problema delle liste per le elezioni politiche del 2027, più che la testa di Salvini. Nessuno è interessato a farla cadere adesso, anche perché si aprirebbe una semicrisi, o addirittura una crisi al vertice del governo, il leader del Carroccio essendo, oltre che ministro, vicepresidente del consiglio.
L’ipotesi del partito federale, nordista al Nord e sovranista nel resto del Paese, punta essenzialmente a questo: poiché la Lega, ai livelli attuali, si avvierebbe a perdere circa la metà dei parlamentari, i posti sicuri per deputati e senatori settentrionali verrebbero decisi al Nord. E la convivenza tra le due anime verrebbe assicurata dall’elezione di Zaia, il Doge veneto, alla vicesegreteria, che Salvini vuole evitare.
Non a caso prende tempo, perché si rende conto che accettare questa proposta equivarrebbe a una sorta di commissariamento. Il Capitano, certo, può appellarsi allo statuto interno che si è costruito su misura, e resistere alla convocazione di un congresso straordinario in cui la sua leadership, incontrastata per tredici anni, verrebbe rimessa in discussione. […] Oppure prendere tempo, sperando che in autunno Meloni gli restituisca il Viminale.
Ma anche aspettare potrebbe rivelarsi un errore.
Da adesso in poi pesa infatti sul capo di Salvini l’esito del confronto con Vannacci [. Al ritmo attuale il partito, quotato al 5 per cento, a meno di un punto dalla Lega in caduta libera, si avvia ad accostarla e a superarla. Divenendo un partner indispensabile per Meloni, senza il quale il centrodestra [correrebbe davvero il rischio di perdere. Se le cose dovessero andare così, difficilmente Salvini potrebbe ancora resistere in sella o trattare con Meloni per escludere l’allargamento [della coalizione a Vannacci.
Il generale, se negozia un’alleanza, diventa partner strategico del centrodestra. E se invece la rifiuta, per raccogliere il massimo possibile dei voti, rischia di portare l’intera coalizione composta da Meloni, Tajani e Salvini verso la sconfitta.
Non erano quattro amici al bar, ma quattro tra i maggiori esponenti della Lega nordista. Giancarlo Giorgietti, Massimiliano Romeo, Riccardo Molinari e Attilio Fontana attovagliati alla cena di gala alla Fiera di Bergamo dell’Accademia dello sport per la solidarietà (associazione di beneficienza che raccoglie fondi con tornei di tennis dei vip: sportivi, politici, imprenditori). Due seduti ad un tavolo e due ad un altro, ma prima e dopo c’è scappato un minivertice
Comune è la preoccupazione per lo stallo che si è creato quando pareva ci potesse essere una svolta con un coinvolgimento nella guida del partito di Luca Zaia. Come pareva evidente già nei giorni scorsi, il Consiglio federale che avrebbe dovuto tenersi mercoledì prossimo quasi sicuramente non ci sarà: non è ancora stato convocato, Zaia e Fedriga hanno fatto sapere che hanno altri impegni, lo stesso Salvini sembra non sia più convinto alla nomina a vicesegretario dell’ex governatore veneto. Tre indizi che fanno una prova: la Lega è in un limbo, oscillante tra una leadership messa fortemente in discussione e una alternativa che non si palesa.
Di questo hanno parlato i quattro protagonisti della serata bergamasca. Tutti molto critici con il segretario, tutti convinti che il Carroccio abbia imboccato un sentiero scosceso che porta verso un burrone elettorale
Tutti persuasi, però, che se nessuno tra quanti propugnano un ritorno alla Lega delle origini si fa avanti, non si pone alla testa di una possibile svolta, correndo ovviamente anche il rischio di non riuscire nell’operazione, per il partito sarà estremamente improbabile invertire la rotta verso il baratro.
Servirebbe un atto di coraggio per sfidare Salvini che, dal canto suo, come dimostrano le uscite del suo fedelissimo Armando Siri che tanto fanno arrabbiare i governatori, ricorda a tutti che quando in passato sono state fatte le scelte, dalla svolta nazionalista al sostegno al governo Draghi, nessuno ha alzato il dito per dire no.
Così come un anno fa il congresso di Firenze (quello in cui fu consegnata la tessera a Roberto Vannacci, per intenderci) ha decretato la rielezione del segretario all’unanimità.
A Giorgetti, Romeo, Molinari e Fontana è chiara un’altra cosa. Che la stessa ipotesi di chiedere a Giorgia Meloni di riportare Salvini al ministero dell’Interno non ha grande praticabilità, per ragioni diverse: politiche (servirebbe un rimpasto, non è detto che otterrebbe il via libera del capo dello Stato e soprattutto è da stabilire se a FdI giovi fare un favore alla Lega) e temporali
E allora si torna allo stallo che è la condizione peggiore
(da agenzie)

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EMMANUEL MACRON HA ORGANIZZATO UN MAXI RICEVIMENTO PER TRUMP ALLA REGGIA DI VERSAILLES: SPERA COSÌ DI INTORTARLO E RIAVVICINARE LE DUE SPONDE DELL’ATLANTICO, DOPO MESI DI BULLISMO A STELLE E STRISCE

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

PER EVITARE INTOPPI DIPLOMATICI, IL G7 DI EVIAN NON AVRÀ UNA DICHIARAZIONE FINALE UNICA: NON ANCORA CONFERMATO IL BILATERALE TRUMP-ZELENSKY. E GIORGIA MELONI? L’EX CHEERLEADER DI TRUMP SPERA ANCORA DI RITAGLIARSI UN FACCIA A FACCIA CON IL GANGSTER DELLA CASA BIANCA

Donald Trump ricevuto tra gli ori di Versailles per tentare di aprire una nuova fase nella relazione con gli europei. Il G7 di Evian si apre sotto il segno della diplomazia-spettacolo di Emmanuel Macron, che ha costruito il vertice come una doppia scena. Da una parte l’Hotel Royal, il grande resort tra lago e montagne dove da domani sera arriveranno i leader
Dall’altra la Reggia di Versailles, scelta per offrire al presidente americano un momento conclusivo cucito su misura, nel tentativo di suggellare un riavvicinamento transatlantico dopo mesi di frizioni, mentre gli europei si dicono pronti a «prendere le proprie responsabilità» anche sulla riapertura dello stretto di Hormuz.
La tappa di Trump nella Reggia, mercoledì sera, è stata ufficializzata dalla Casa Bianca. L’occasione formale sono i 250 anni dell’indipendenza americana, in un luogo che l’Eliseo definisce «sacro» per l’amicizia franco-americana. È proprio a
Versailles, ricorda, che nel 1783 fu firmato il trattato che sancì l’indipendenza degli Stati Uniti.
Ma la scelta dice anche molto del metodo Macron. La Reggia era già stata usata all’inizio del suo primo mandato per ricevere Vladimir Putin, nel maggio 2017, pochi giorni dopo l’elezione all’Eliseo, quando voleva mostrarsi capace di parlare con Mosca. Nello stesso anno Trump era stato invitato a Parigi per la parata del 14 luglio, tra tribune militari sugli Champs-Élysées e cena al primo piano della Tour Eiffel.
Prima della cena, Trump dovrebbe visitare la Reggia e in particolare il Salone degli Specchi. La serata sarà accompagnata da uno spettacolo di luci e fontane nei giardini, oltre che da fuochi d’artificio. Un omaggio alla storia comune, ma anche un modo per trattenere il presidente americano dentro la cornice politica immaginata da Macron.
Il leader francese vorrebbe concretizzare un nuovo incontro tra Trump e Volodymyr Zelensky. I due parteciperanno a una riunione di lavoro sull’Ucraina, anche se al momento non è confermato un bilaterale formale. Anche Giorgia Meloni spera di riuscire a ritagliarsi un faccia a faccia con il presidente americano al momento non ancora in agenda.
Il Medio Oriente sarà l’altro grande dossier del summit. Molto dipenderà dall’esito dei negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran. Se un accordo sarà già stato firmato all’inizio del vertice, gli europei sono pronti ad applicare i loro piani di gestione della sicurezza nello stretto di Hormuz. La cena a Versailles potrebbe in qualche modo suggellare il riallineamento tra le due sponde dell’Atlantico.
Da Washington è arrivato intanto un segnale positivo per l’Eliseo. La Casa Bianca ha espresso un forte apprezzamento per la decisione, giudicata «intelligentissima e pertinente», di mettere al centro dell’agenda il tema degli squilibri commerciali. È un dossier molto caro a Trump, non solo per la questione dei dazi nei confronti degli europei, ma anche per le frizioni con la Cina.
Per evitare qualsiasi intoppo diplomatico, il G7 di Evian non avrà una dichiarazione finale unica.
(da Repubblica)

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LA SVIZZERA HA VOTATO NO AL LIMITE DI 10 MILIONI DI POPOLAZIONE IMMIGRATA

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL 54,8% DEI VOTANTI E LA MAGGIORANZA DEI CANTONI BOCCIA L’INIZIATIVA SOVRANISTA

Gli svizzeri hanno bocciato l’iniziativa popolare “No a una Svizzera da 10 milioni!” promossa dall’Unione Democratica di Centro (UDC). Il “no” ha ottenuto al referendum appositamente istituito, il 54,8% dei voti e il sostegno della maggioranza dei cantoni, secondo i risultati definitivi.
Il testo prevedeva di inserire nella Costituzione un limite massimo di 10 milioni di residenti permanenti entro il 2050. In caso di superamento della soglia dei 9,5 milioni, il governo avrebbe dovuto adottare misure restrittive in materia di asilo, ricongiungimento familiare e rinegoziare accordi internazionali, tra cui quello sulla libera circolazione delle persone con l’Unione europea. L’iniziativa è stata respinta in blocco dai cantoni della Svizzera romanda, mentre il Ticino ha votato a favore con il 50,7%.
Il governo federale, la maggior parte dei partiti e le associazioni imprenditoriali si erano schierati contro la proposta, giudicandola dannosa per l’economia elvetica, fortemente dipendente dalla manodopera straniera nei settori della sanità, della finanza, della farmaceutica e della tecnologia.
Il ministro della Giustizia Beat Jans ha commentato che gli svizzeri hanno inviato un segnale di “stabilità, apertura e affidabilità”. Per il co-presidente del Partito socialista Cédric Wermuth e per i liberali, sono stati determinanti i timori per i rapporti con Bruxelles e la stanchezza verso le campagne anti-immigrazione dell’UDC.
Il presidente dell’UDC Marcel Dettling ha espresso delusione, invitando la classe politica ad affrontare comunque i problemi legati all’immigrazione. Attualmente la Svizzera conta circa 9,1 milioni di abitanti, con una quota di residenti nati all’estero pari al 32%.
Nella stessa giornata gli elettori hanno approvato una modifica legislativa che restringe l’accesso al servizio civile per rafforzare gli effettivi dell’esercito, con il 52,5% dei voti favorevoli.
(da agenzie)

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GUERRA UCRAINA, SEQUESTRATA PETROLIERA DELA FLOTTA OMBRA DI PUTIN NELLA MANICA MENTRE GLI UCRAINI COLPISCONO UN IMPIANTO PETROLIFERO E LO STABILIMENTO AZOT

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

PUTIN ARRANCA MENTRE GLI UCRAINI ORMAI COLPISCONO ALL’INTERNO DELLA RUSSIA

Le forze britanniche hanno messo a segno un colpo significativo contro le finanze di guerra di Vladimir Putin. Nella notte tra sabato e domenica, nella Manica, i Royal Marines hanno abbordato e sequestrato la petroliera Smyrtos, una delle navi della cosiddetta “flotta ombra” utilizzata da Mosca per aggirare le sanzioni occidentali sul petrolio.
L’operazione, durata circa sei ore, è stata condotta in coordinamento con le autorità francesi e ha visto il coinvolgimento di commando dei Royal Marines, agenti specializzati della National Crime Agency e il supporto aereo della Raf. La nave, che batte bandiera camerunese, è stata fermata e resta ora sotto stretta sorveglianza al largo della costa meridionale dell’Inghilterra mentre proseguono le indagini.
Il premier britannico Keir Starmer ha commentato personalmente l’intervento: “Questa operazione conclusa con successo infligge un altro duro colpo alla Russia e ricorda a coloro che alimentano la guerra di Putin in Ucraina che non permetteremo loro di nascondersi”.
La cosidetta flotta ombra russa conta oltre 700 navi e trasporta circa il 75% del petrolio soggetto a sanzioni. Una risorsa vitale per il Cremlino. Il Regno Unito ha già sanzionato oltre 500 di queste imbarcazioni, vietando loro l’accesso ai porti britannici e proibendo alle aziende e ai cittadini del Regno Unito di fornire servizi finanziari, assicurativi o di intermediazione.
Il presidente ucraino Vladimir Zelensky ha subito ringraziato Londra su X: “È stata la superbia della Russia, alimentata dagli ingenti introiti derivanti dal petrolio e dal gas, a spianare la strada a questa guerra. Ogni decisione dei partner che priva la Russia di risorse finanziarie limita anche la guerra stessa”. Il presidente ucraino ha poi lanciato un appello all’Europa affinché adotti misure più dure, compresa la possibilità di confiscare il petrolio trasportato dalle navi fermate.
Nella stessa notte l’Ucraina ha portato avanti la sua strategia di attacchi a lungo raggio. Droni ucraini hanno colpito un importante impianto di stoccaggio di carburante nella regione di Yaroslavl, a oltre 700 chilometri dal confine ucraino, e lo stabilimento chimico Azot nella regione di Tula, uno dei principali produttori di sostanze utilizzate anche per esplosivi.
Lo stesso Zelensky ha parlato di “buoni risultati” e ha confermato che sono state imposte restrizioni al traffico aereo in sei aeroporti russi, con 28 regioni del Paese messe in stato di allerta aerea. Le autorità russe hanno ammesso incendi negli impianti colpiti (senza riferire di vittime) e dichiarato di aver abbattuto 249 droni nella notte. A Mosca il sindaco Sobyanin ha riferito di diversi attacchi respinti, con interruzioni temporanee negli aeroporti di Zhukovsky e Domodedovo.

(da Fanpage)

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SALVINI SENTE CROLLARE LA TERRA SOTTO AI PIEDI E S’AGGRAPPA AL VIMINALE. I LEGHISTI DA GIORNI MARTELLANO SUL RITORNO DEL SEGRETARIO DEL CARROCCIO AL MINISTERO DELL’INTERNO AL POSTO DI MATTEO PIANTEDOSI (EX CAPO DI GABINETTO DI SALVINI PROPRIO AL VIMINALE)

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL SOGNO È TORNARE AI TEMPI DEL PRIMO GOVERNO CONTE, DOVE A SUON DI POST CONTRO I MIGRANTI E SEQUESTRI DI NAVI, IL FU TRUCE DEL PAPEETE PORTÒ IL PARTITO AL 30%. MA I TEMPI SONO CAMBIATI

Chiuso nel riserbo più stretto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nei giorni più difficili in cui i leghisti continuano a pressare affinché il segretario Matteo Salvini prenda il suo posto al Viminale.
Mentre l’entourage del ministro continua a ripetere che non ha commenti da fare e che è «un prefetto al servizio delle istituzioni», lui, nel tardo pomeriggio, arriva nella masseria di Bruno Vespa a Manduria, dove da due giorni è in corso il tradizionale Forum. Nessuna intervista né partecipazione ai panel, a differenza di molti colleghi che si sono succeduti sul palco, viene accolto sotto il portale cinquecentesco dal padrone di casa e dal viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi, che della Lega è segretario in Liguria.
È Rixi, davanti alle telecamere, a dire che «Piantedosi sta facendo bene, ma sicuramente anche Matteo Salvini è stato un ministro degli Interni, che ha dato una forte connotazione al tema della sicurezza, quando c’è stato». A chi gli chiede del possibile rimpasto, il leghista risponde: «Discuteremo con la premier, vedremo come fare». E sintetizza così il pensiero del suo partito: nulla contro il titolare del Viminale «ma» quel posto tocca a noi. Soprattutto ora che la leadership di Salvini è in discussione.
Appena 24 ore prima, durante l’inaugurazione di un parco giochi a Montefradane in provincia di Avellino, Piantedosi non aveva escluso la possibilità di una sua candidatura alle politiche del 2027: «Non lo so ma non è necessario, sono un
rappresentante delle istituzioni, sono un prefetto. Se dovesse essere utile e necessario fare qualcosa per la mia terra lo farò sempre e senza tirarmi indietro».
Il ministro cerca di mantenere l’aplomb, mentre il terreno gli frana sotto i piedi. Domani è atteso a Palermo, per presiedere il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, dopo l’escalation di intimidazioni agli imprenditori degli ultimi mesi.
Il Pd lo ha attaccato sugli organici delle Forze dell’ordine, Italia viva sul controllo del territorio. La «carenza forte di percezione di sicurezza», pochi giorni fa, era stata utilizzata anche dal vicesegretario nazionale della Lega, Claudio Durigon, per ribadire che «Piantedosi sta facendo un gran lavoro ma Salvini potrebbe incidere di più».
(da agenzie)

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“VANNACCI A ‘OTTO E MEZZO’ HA PARLATO A UNA PLATEA DI FEDELI DEL PROGRAMMA PIÙ CHE A SUOI POSSIBILI ELETTORI. TIRA PIU’ GRATTERI CHE VANNACCI”

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

ALDO GRASSO SMONTA L’EFFETTO VANNACCI IN TV: “GLI SPETTATORI DELLA PUNTATA DI MERCOLEDÌ SONO STATI 1.755.000, PER UNA SHARE DEL 9,9%”… ANALIZZANDO I DATI DELL’INTERA STAGIONE GLI SPETTATORI SONO PROPRIO QUELLI, POCO PIÙ DI 1,7 MILIONI. SE GUARDIAMO ALLA SETTIMANA APPENA TRASCORSA IL DATO CAMBIA DI POCO: 1.670.000 SPETTATORI. LA PUNTATA DI LUNEDÌ CON NICOLA GRATTERI HA RACCOLTO 1.845.000 SPETTATORI (EFFETTO GRATTERI?)”

C’è stato un «effetto Vannacci» negli ascolti – molto buoni — di «Otto e mezzo» mercoledì scorso? E quanto vale? Partiamo come sempre dai dati: gli spettatori della puntata di mercoledì sono stati 1.755.000, per una share del 9,9%. Insomma, in access prime time, sfiorando il 10% di share, La7 è la terza rete nazionale. Ma il risultato è frutto della presenza del generale, come si è scritto?
In realtà le cose non stanno esattamente così. Perché analizzando i dati dell’intera stagione […] gli spettatori di «Otto e mezzo» sono proprio quelli, poco più di 1,7 milioni. Se guardiamo alla settimana appena trascorsa il dato cambia di poco: 1.670.000 spettatori, e, nella medesima settimana, la puntata di lunedì con Nicola Gratteri ha raccolto 1.845.000 spettatori (effetto Gratteri?).
L’«effetto Vannacci» si traduce nel fatto che la puntata di mercoledì è stata molto seguita come diverse altre puntate della trasmissione, e che la media degli spettatori è sempre abbastanza stabile, mentre la share in questa fase della stagione televisiva tende ad alzarsi per via di una platea che si riduce. Insomma, con giugno meno persone guardano la tv, mentre l’appuntamento con Lilli Gruber sembra inscalfibile.
La prova del nove viene dall’analisi dei target. «Otto e mezzo» presenta nella stagione uno zoccolo duro di spettatori molto fedeli: gli elementi più significativi sono il livello di istruzione elevato (quasi 20% di share fra i laureati; 11% fra i diplomati); l’età adulta (sopra il 10% di share oltre i 55 anni), la classe socioeconomica alta (18% di share) o medio-alta (11%).
Segno che probabilmente il generale è andato a parlare a una platea di fedeli del programma più che a suoi possibili elettori.
Aldo Grasso
per il “Corriere della Sera”

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TRA CORI PER MUSSOLINI, SLOGAN SULL’ITALEXIT, BRACCIA TESE E CANZONI DEL VENTENNIO, SFILANO IN 2.000 PER DIRE CHE NON VOGLIONO ENTRARE IN FUTURO NAZIONALE (NONOSTANTE L’INVITO)

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX CASAPOUND LUCA MARSELLA: “VANNACCI POTEVA ESSERE QUI. PERCHÉ NON C’È?” (E INTANTO IL GENERALE DICE: “SÌ ALL’EUROPA E ALLA NATO, MA SENZA ESSERE SUCCUBI”) … LE CONTROMANIFESTAZIONI DELLA SINISTRA HANNO PORTATO IN PIAZZA 20.000 PERSONE

Minacciano di assediare il Parlamento se non li lasceranno entrare in Parlamento con le 150mila firme per la proposta di legge sulla remigrazione. I sedicenti neofascisti sono scesi in piazza ieri a Roma tra cori per il duce, braccia tese e canzoni del Ventennio, rivendicando un ruolo politico, forza e visibilità.
Sono il popolo di Vannacci perché l’ex-generale in questo momento in Parlamento è il più vicino alle loro posizioni ma non entreranno in Futuro Nazionale nonostante l’invito. «Perché dovremmo entrare in un partito?», risponde Luca Marsella, leader del Comitato Remigrazione e Riconquista ed ex portavoce di Casapound. «Vannacci poteva essere qui. Perché non c’è?».
All’ex generale mandano a dire che si aspettano il sostegno alla loro proposta di legge che porteranno in Parlamento alla fine di giugno.
I sostenitori della remigrazione dicono di essere in diecimila, ventimila ma sono al massimo duemila nonostante i pullman arrivati da mezza Italia, i cartelli stampati con cura e l’accurata organizzazione alle spalle.
Accusano i centri sociali di essere «schiavi del capitalismo», definiscono l’antifascismo «una mafia» e ogni dieci metri scandiscono cori per il duce, fanno il saluto romano, cantano canzoni di un secolo fa. A differenza del passato, rivendicano il diritto di farlo.
Due erano le contromanifestazioni organizzate in contemporanea, entrambe molto più affollate. «Siamo ventimila contro i duemila venuti da tutta Italia per veicolare idee fasciste e una legge mortifera», gridano dal palco del corteo «Fuck remigration» organizzato dai centri sociali dove erano presenti le bandiere di Cgil, Pd, Avs, Cinque Stelle, Anpi. «Con la remigrazione prendono in giro gli italiani: parlano di rimpatri volontari degli irregolari ma intendono anche i cittadini di seconda e terza generazione. Persone regolari, indicate sulla base della profilazione razziale», denuncia Ouidad Bakkali, deputata del Pd.
(da La Stampa)

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DIETRO LE MOSSE DEL GENERALE VANNACCI C’È LA MANINA DI…RENZI, “QUEL DIAVOLO DI MATTEO”, COME RACCONTANO I SUOI EX COMPAGNI DEL PD, DA MESI PUNTA SULL’EX PARÀ PER SPACCARE IL CENTRODESTRA E SCONFIGGERE GIORGIA MELONI

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

SAREBBE STATO RENZI A CONSIGLIARE A VANNACCI LA SCISSIONE DALLA LEGA…IL RAGIONAMENTO È SEMPLICE: IL CENTROSINISTRA PUÒ ARRIVARE AL MASSIMO AL 45%, PIÙ O MENO COME IL CENTRODESTRA. PER VINCERE, DEVE FAR SCENDERE LA COALIZIONE AVVERSARIA. COME? FACENDO CRESCERE VANNACCI (UNICO OSTACOLO: UN EVENTUALE, MA IMPROBABILE, INGRESSO NELL’ALLEANZA, CHE PERÒ FAREBBE FUGGIRE FORZA ITALIA)

Che Vannacci incontrasse Renzi l’ha raccontato Renzi. Da mesi questa storia è il segreto di Pulcinella, perché da mesi il leader di Iv se ne vanta soprattutto con i compagni del Pd
Ancora oggi Delrio ricorda divertito «quel diavolo di Matteo» che sosteneva di voler puntare sul generale per sconfiggere la premier. L’idea, a suo modo geniale, partiva da una constatazione numerica: il centrosinistra — precedenti alla mano — può ambire a raggiungere il 45% alle elezioni e dunque per battere il centrodestra deve far scendere le percentuali della coalizione avversaria sotto quella quota.
L’uovo di Colombo, insomma. E Vannacci sarebbe stato funzionale a tener dritto l’uovo
Perciò Renzi aveva iniziato a premere sull’allora vicesegretario della Lega, perché mollasse Salvini e si mettesse in proprio. «Vannacci sarà un problema per Meloni», diceva in quel frangente in pubblico.
«Praticamente ci informava passo dopo passo dei suoi rapporti con Vannacci», prosegue Delrio: «Finché ci disse che l’avrebbe visto per convincerlo a rompere una volta per tutte gli indugi».
Quando la storia degli incontri si trasformò in pubblica notizia, alla fine di gennaio, Vannacci e Renzi reagirono violentemente: il primo preannunciò querele per diffamazione, il secondo accusò di complicità politica con la premier chi aveva scritto «il falso».
«Ma Matteo si diverte anche quando fa mostra di arrabbiarsi», sorride Franceschini: «Conosco il ragazzo, fidatevi. Poi, bisogna vedere fino a che punto si era davvero spinto questo rapporto».
Perché l’ex premier — a sentire i democratici che erano a conoscenza della faccenda — sosteneva di aver preparato il piano (politico) di battaglia al generale fin nei dettagli: dal timing all’organizzazione del nuovo soggetto. In pratica tutto.
Sta di fatto che tre giorni dopo le rivelazioni sui media, Vannacci lasciò il Carroccio e fondò Futuro nazionale. E Renzi si presentò davanti ai giornalisti raggiante, come avesse fatto tredici al Totocalcio: «Avevo previsto che Vannacci sarebbe stato un problema per Meloni.
La sua uscita dalla Lega è un assist al Campo largo».
Assist di cui rivendicava di fatto la paternità al cospetto degli alleati […]. […] dopo la scissione di Vannacci, si mostrò formidabile quando dovette risolvere un problema di comunicazione: siccome la rottura nella Lega aveva prodotto poco più di una modesta fiammata sugli organi d’informazione, Renzi si trasformò in una sorta di influencer del generale: «Ragazzi — diceva ai giornalisti — mi state sottovalutando il Vannacci».
«Matteo una ne fa e cento ne pensa», commenta Delrio ripensandoci.
In quei giorni, a ogni dichiarazione o intervista, «Matteo» invece di parlare del centrosinistra accendeva i riflettori su quanto accadeva nel centrodestra. E da quel momento non ha più smesso, avviando una manovra di martellamento: «Vannacci e Giorgia. Giorgia e Vannacci». Così la storia della liaison (politica) tra lo scout e il militare ha preso piede nel Palazzo.
Prima era oggetto di chiacchiericcio, poi ha assunto un certo grado di ufficialità. D’altronde era Renzi ad accreditarla: raccontano sia andato a raccontare la relazione (politica) con Vannacci persino agli avversari. Giusto per farli rosicare.
Perché l’idea dell’ex premier mette in difficoltà «Giorgia», che è lo scalpo a cui mira il leader di Iv e con il quale vorrebbe accreditarsi nel centrosinistra. Anche se in realtà nel Campo largo temono i suoi doni. «Sappiamo delle sue manovre nel centrodestra ma non solo…», dice sibillino Boccia. Dove colpirà in futuro Renzi non si sa. Ma intanto con l’operazione Vannacci di cui si vanta si è guadagnato un’altra mostrina.
Francesco Verderami
per il “Corriere della Sera”

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L’ULTRADESTRA ISRAELIANA NON PERDE OCCASIONE PER DIRE BESTIALITÀ. BEZALEL SMOTRICH, MINISTRO DELLE FINANZE OLTRANZISTA, NE SPARA UN’ALTRA DELLE SUE: “L’UNICA VIA IN LIBANO: PER OGNI COLPO SPARATO VERSO IL NOSTRO TERRITORIO, DEVONO CROLLARE DIECI PALAZZI A BEIRUT”

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL METODO GIÀ ADOTTATO DAI NAZISTI NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE INVOCATO ANCHE DAL SODALE BEN GVIR: “NESSUNA TREGUA A HEZBOLLAH, MILLE DI LORO PER OGNI CAPELLO SULLA TESTA DI UN SOLDATO ISRAELIANO”

Il ministro delle Finanze israeliano, l’estremista Bezalel Smotrich, ha lanciato nuovi appelli in favore di azioni militari del suo Paese nella zona sud di Beirut. “Non si deve permettere a Hezbollah di sfruttare la situazione a scapito del nord”, ha affermato in uno dei suoi ultimi messaggi su X, in riferimento alle frequenti segnalazioni di lanci di missili e droni verso località israeliane vicine al confine con il Libano attribuite al gruppo armato filo-iraniano.
“L’unica via: per ogni colpo sparato verso il nostro territorio, devono crollare dieci palazzi a Dahiya” (o Dahieh, così come viene spesso definita la periferia sud di
Beirut, considerata da Israele roccaforte di Hezbollah), ha aggiunto Smotrich, chiedendo di “abbattere edifici” in quella zona “oggi stesso”.
“Di fronte al terrorismo non si dà tregua, si sferra un colpo decisivo”. Lo scrive su X il ministro per la Sicurezza nazionale di Israele Itamar Ben-Gvir. “Oggi – ha aggiunto – durante il dibattito con il Primo Ministro, ribadirò e chiarirò nuovamente la mia posizione: per ogni drone, un missile. Per ogni violazione, fuoco. Per ogni Uav, Dahiyeh deve tremare. Per ogni capello sulla testa di un soldato dell’Idf, mille terroristi di Hezbollah”
(da agenzie)

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