Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
ALBERTO MATTIOLI: “DICEVA CLEMENCEAU CHE LA GUERRA È UNA COSA TROPPO SERIA PER LASCIARLA FARE AI GENERALI. FIGURIAMOCI LA POLITICA…”
I generali piacciono. A parte il generalissimo che va fortissimo, piccoli vannacci crescono
ovunque, al netto delle indagini della magistratura militare. Quindi è già annunciato un altro generale, ma almeno in pensione, Carmelo Burgio, come candidato a sindaco di Milano, anche con annunci di “rastrellamenti”, prassi cui si credeva di avere già dato a sufficienza nel 1944.
L’aspetto curioso è che nella pubblica opinione, almeno una parte e forse non la più smaliziata, sembra passata l’idea che affidare la gestione della cosa pubblica ai soldati sia una garanzia di efficienza.
Sarà la sempre latente nostalgia dell’uomo e delle maniere forti, la disciplina delle caserme come modello di ‘law and order’ nelle strade, pare scontato che per risolvere i nostri problemi di criminalità micro e macro, spaccio, maranzaggine e altre sventure la cosa migliore sia mettere tutto nelle mani i generali (ci sarebbero poi da governare anche l’economia, la cultura, la politica estera e così via, ma sono quisquilie e pinzillacchere, come diceva Totò).
E tuttavia basta una conoscenza anche superficiale della storia patria per sapere che non è così, e che il Paese è abbonato alle brutte figure belliche.
Per carità, non è vero che gli italiani non si battono, ma è verissimo che spesso i nostri siano stati eserciti di leoni comandati da asini. Qui soccorre una vecchia battuta: per forza che i generali sono così scarsi, li scelgono fra i colonnelli. Ma anche gli ammiragli non sono andati molto meglio.
Breve recap, allora. Dopo l’Unità, la prima guerra che facciamo è la Terza d’indipendenza (1866): esercito sconfitto a Custoza, marina a Lissa. Nel ’70, la presa di Roma è una passeggiata. Nel ’96, Adua.
Nel 1911, Libia: abbastanza bene la marina, male l’esercito, con considerazioni di Giovanni Giolitti molto simili a quelle che state leggendo. Nel ’15-18, l’unica guerra effettivamente vinta dall’Italia, i soldati combattono con valore e spesso con eroismo, ma non è che i comandi, da Cadorna in giù, brillino per perspicacia.
Sempre meglio la Prima che la Seconda guerra mondiale, comunque: disastri a getto continuo, in Africa, in Grecia, nei Balcani, in Russia, in Sicilia, per terra, cielo e mare. Poi per fortuna sono seguiti ottant’anni abbondanti di pace che si devono principalmente a quelle istituzioni, come la Nato e l’Europa, che i sovranisti fai-da-te, con stellette o senza, schifano. Ma, si dirà, Vannacci and friends non devono fare la guerra (speriamo, almeno), ma la politica.
Non è però che ogni volta che è stata appaltata ai militari siano stati capolavori. Nel 1866, Lamarmora non fu un disastro soltanto come generalissimo, ma anche come primo ministro negoziatore, costringendo l’Italia a fare una guerra e delle figuracce che avrebbe potuto benissimo evitare.
A proposito di ordine pubblico e di Milano, i cannoneggiatori di fine Ottocento tipo Fiorenzo Bava Beccaris non hanno lasciato un buon ricordo. Quando a Badoglio, non contento del disastro di Caporetto, replicò con quell’altro capolavoro al contrario dell’8 settembre 1943, quando tutta la vicenda dell’armistizio fu condotta come peggio non si sarebbe potuto. Morale: diceva Clemenceau che la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali. Figuriamoci la politica.
(da quotidiano.net)
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Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
NEL PARTITO DEL GENERALE CI SONO EX LEGHISTI E FRATELLI D’ITALIA: DAL “BARONE NERO” JONGHI LAVARINI AL PUTINIANO STEFANO VALDEGAMBERI ALLA VECCHIA RETE DI ALEMANNO
Prima venne Mosca. Poi gli amici russi. Quindi un partito nel quale […] spuntano uomini premiati da Vladimir Putin, frequentatori del consolato russo, amici di Aleksandr Dugin, associazioni che guardano alla Russia imperiale.
E adesso anche una ex dipendente del governo della Federazione Russa, per cinque anni nel dipartimento Stampa e informazione, finita nel consiglio di amministrazione di uno dei maggiori gruppi italiani di informazione locale, mentre il marito assumeva un ruolo di vertice nel partito.
È questa rete di rapporti a spiegare perché l’ascesa del generale preoccupi anche osservatori e cancellerie europee. Il Financial Times gli ha appena dedicato un lungo ritratto, raccontandolo come il possibile «cavallo di Troia» dell’influenza russa in Italia. Dentro Fratelli d’Italia la domanda viene formulata in maniera ancora più brutale: «Non vorremmo poi dover rispondere a Mosca». E il punto di partenza è proprio Mosca.
Vannacci arriva all’ambasciata italiana all’inizio del 2021 come addetto militare. Sono gli anni più delicati nei rapporti tra Nato e Russia. John Foreman, allora addetto alla Difesa britannico, lo conosce e lo frequenta. Ha raccontato al Financial Times che per Vannacci Mosca doveva essere un «partner», che «pensava non dovessimo avere uno scontro con la Russia» e mostrava affinità con la «mano forte» di Putin.
Alla vigilia del 24 febbraio 2022 Vannacci non crede a un’invasione su larga scala. Quando i carri armati attraversano il confine continua a scommettere sulla forza di Mosca: all’ambasciatore Giorgio Starace dice che i russi entreranno in Ucraina «come un coltello nel burro» e che Kiev capitolerà in poche settimane. Lascia Mosca nel maggio successivo, espulso insieme ad altri diplomatici italiani nella rappresaglia russa alle espulsioni decise da Roma. Ma la Russia non uscirà più dalla sua storia.
Quattro anni dopo, alla costituente di Futuro Nazionale, quella storia riappare sotto forma di nomi e cognomi. Repubblica a giugno ne ha ricostruiti diversi. C’è Eliseo Bertolasi, analista e giornalista: nel novembre 2025 entra al Cremlino e riceve direttamente da Putin l’Ordine dell’Amicizia.
C’è Antonio Imperatore, ex parà, animatore del circolo «Amici della Russia Imperiale Terza Roma», una cui delegazione è stata ricevuta dal console generale russo a Milano. E poi c’è Aleksandr Dugin, filosofo ultranazionalista e teorico dell’eurasianismo.
Roberto Jonghi Lavarini, indicato tra gli uomini vicini al generale, frequenta il consolato russo di Milano ed è vicino a Dugin. Giovanni Trombetta, consulente finanziario e presidente del circolo R360, viene indicato come un altro referente italiano del filosofo russo. Il tema del nuovo ordine multipolare compare anche nell’impianto politico di Futuro Nazionale.
E poi c’è Roma. Una parte della vecchia rete di Gianni Alemanno e di Indipendenza è confluita nell’area del generale. Tra gli altri si muove attorno a Ramona Castellino, sorella di Giuliano, l’ex leader di Forza Nuova in carcere per l’assalto alla Cgil, da sempre vicino al mondo russo.
Ma il passaggio più interessante riguarda la comunicazione. I profili social di «Roma ai Romani», movimento confluito prima in Indipendenza e poi nell’area di Futuro Nazionale, vengono trasformati in «Futuro Nazionale Roma». E il 20 agosto, su quei canali, compare un vero e proprio omaggio a Dar’ja Dugina, la figlia di Aleksandr Dugin uccisa nel 2022 nell’attentato che aveva come probabile obiettivo proprio il padre.
Nella rete compare poi Pietro Veniamin Andrejevich Stramezzi, italorusso, frequentatore dell’ambiente vannacciano. Vive a Mosca, è stato fotografato alla Duma e tra i suoi interlocutori c’è Anton Kobyakov, consigliere di Putin. C’è poi Larissa Yudina, soprano italorussa vicina a Futuro Nazionale. E c’è Stefano Valdegamberi, da anni tra gli esponenti politici italiani più apertamente filorussi, che in Veneto ha costituito nel gruppo misto del Consiglio regionale la componente Futuro Nazionale.
È sul terreno dell’informazione che compare adesso una storia nuova. Si chiama Iana Permiakova, è nata a Mosca, vive da dieci anni in Italia ed è la moglie di Luca Carleo. Il 28 luglio Carleo viene nominato responsabile vicario di Futuro Nazionale in Lombardia con delega a Milano.
L’incarico dura 24 ore: quando emerge il suo coinvolgimento nell’inchiesta della Procura di Milano sul gruppo Ops, si dimette dal movimento. Carleo era ai vertici di Ops Retail, l’ex Netweek, gruppo che controlla decine di testate cartacee e siti di informazione locale. Nel consiglio di amministrazione sedeva anche Permiakova, anche lei coinvolta nell’inchiesta.
Il suo curriculum racconta che dal 2011 al 2016 ha lavorato nel «Dipartimento del Servizio Stampa e dell’Informazione» del governo della Federazione Russa a Mosca. Non dunque, tecnicamente, «al Cremlino», ma dentro la struttura di comunicazione del governo russo, mentre l’Europa considera l’informazione uno dei principali terreni dell’influenza di Mosca.
Permiakova si è dimessa in queste ore dal consiglio di Ops Retail. Interpellata da Repubblica precisa: «Lasciare Ops Retail è stata una mia scelta legata a motivi personali e alla volontà di dedicarmi a nuovi progetti». E prende nettamente le distanze da Mosca: «Sono sposata con un cittadino italiano da 10 anni, e da allora risiedo in Italia. Da allora non ho alcun tipo di rapporto con la Federazione Russa se non, naturalmente, quello coi miei genitori che vivono ancora lì».
(da Repubblica)
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Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ELETTORI AMERICANI SONO ABITUATI ALLE “POWER COUPLE”: I PRESIDENTI E I CANDIDATI SI PRESENTANO SEMPRE CON I LORO PARTNER PER DARE UN’IMMAGINE DI UNITÀ E SERENITÀ … NONOSTANTE I TENTATIVI DI DONALD DI CONVINCERLA, MELANIA È TROPPO INCAZZATA PER IL RAPPORTO INTIMO DEL PRESIDENTE CON L’ASSISTENTE NATALIE HARP. CHE ANCHE VENERDÌ, MENTRE SUI GIORNALI INFIAMMAVA LA POLEMICA SULLA CONVENTION, ERA NELLO STUDIO OVALE AL FIANCO DEL “DERAGLIATO MENTALE” DELLA CASA BIANCA
Melania Trump continua a mantenere un profilo basso durante il secondo mandato del
presidente Donald Trump nello Studio Ovale. Ma questa volta la sua assenza potrebbe influire sul morale del Partito Repubblicano, poiché romperebbe una tradizione di lunga data delle First Lady. Di conseguenza, ciò potrebbe incidere sulle possibilità del Comandante in capo di vincere le elezioni di metà mandato.
La sua assenza dalla convention ha aggravato i problemi di Trump, perché ora deve affrontare gli elettori «molto arrabbiati» prima delle imminenti elezioni. Le indiscrezioni arrivano in un momento in cui il suo limitato carico di lavoro alla Casa Bianca è sotto esame, dato che la sua ridotta presenza pubblica si è tradotta in un numero di discorsi inferiore rispetto a quelli pronunciati dalle ex First Lady.
Gli esperti affermano che Melania Trump, secondo quanto riferito, salterà la convention repubblicana per le elezioni di metà mandato il 9 e 10 settembre a Dallas, in Texas.
L’ha definita una «sorpresa» perché è una tradizione di lunga data che la First Lady intervenga a questa convention e, in genere, vi partecipi insieme al marito, il presidente. Ha proseguito: «Abbiamo visto Melania presentarsi alle convention passate, ma Melania ne ha abbastanza e non si presenterà a questa».
La giornalista ha sottolineato che Trump aveva partecipato in precedenza alla Republican National Convention del 2024 a Milwaukee. Ma lei aveva infranto la tradizione «perché non aveva parlato». Ha aggiunto: «Credo che sia certamente la prima volta in questo millennio — e immagino anche andando più indietro — in cui non abbiamo sentito una First Lady parlare a una convention».
L’ospite ha descritto la situazione come un «incubo caotico», perché i candidati devono destreggiarsi e trovare in qualche modo un modo per entrare in sintonia con gli elettori americani «molto arrabbiati» in vista delle prossime elezioni. Ha affermato che la decisione di Melania Trump di saltare la convention significa che sta «snobbando suo marito su questo fronte».
Sarah Ewall-Wice ha osservato che Melania Trump non sta né prestando attenzione alle elezioni né è «coinvolta» in alcun modo nelle imminenti elezioni. I suoi commenti derivano dalle recenti dichiarazioni della First Lady sulle sue limitate apparizioni pubbliche, che hanno suscitato l’attenzione dell’opinione pubblica.
Le apparizioni pubbliche di Melania Trump sono diminuite significativamente nel 2026
Secondo un rapporto dell’agosto 2026 del Daily Beast, Melania Trump era stata vista in pubblico soltanto in 38 giorni nel 2026. Il sito ha riferito che, secondo la sua analisi, nell’anno in corso ha effettuato in media un’apparizione pubblica ogni sei giorni.
È interessante notare che, secondo quanto rilevato, le sue apparizioni erano state fortemente limitate nell’estate del 2026: si era mostrata soltanto cinque volte complessivamente tra giugno e luglio, e due di queste occasioni erano eventi sportivi. Di conseguenza, ciò equivaleva a circa un’apparizione ogni 12 giorni.
Un’altra analisi ha osservato che il carico di lavoro della FLOTUS era pari ad appena il 22% di quello di Michelle Obama, che aveva tenuto 130 discorsi tra gennaio 2009 e agosto 2010. Analogamente, Jill Biden aveva pronunciato 43 discorsi pubblici nello stesso periodo di 18 mesi, lavorando nel contempo come docente di inglese al Northern Virginia Community College.
Nel secondo anno, Biden aveva pronunciato 30 discorsi nei primi sette mesi, mentre Melania Trump ne ha tenuti finora nel 2026 la metà. Uno dei discorsi più rilevanti della First Lady è stato quello in cui ha negato di aver avuto in passato qualsiasi legame con Jeffrey Epstein e ha affermato che le voci su un suo collegamento con lui devono finire.
Donald Trump aveva di nuovo compagnia nello Studio Ovale venerdì. Natalie Harp, la sua onnipresente assistente, era lì vicino sorridente, appena un giorno dopo la notizia secondo cui Melania Trump non sarebbe stata al suo fianco alla convention repubblicana della prossima settimana.
Le telecamere hanno ripreso Natalie Harp sorridente mentre Donald Trump rispondeva alle domande dei giornalisti prima di partire per trascorrere un fine settimana festivo nella sua proprietà con campo da golf in New Jersey. La sua presenza ha attirato l’attenzione soprattutto per la tempistica: è arrivata subito dopo che si era diffusa la notizia secondo cui la First Lady non avrebbe partecipato all’imminente appuntamento del partito per le elezioni di metà mandato.
Un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato al Washington Examiner che Melania non ha intenzione di recarsi a Dallas per l’evento del 9-10 settembre. Inizialmente gli organizzatori avevano previsto un intervento di Trump soltanto nella seconda giornata, ma hanno poi aggiunto una sua apparizione anche nella prima, nella speranza che la data supplementare attirasse un pubblico più numeroso.
La First Lady non è l’unica assenza di rilievo. Il Daily Beast riferisce che soltanto due parlamentari repubblicani provenienti da distretti elettorali competitivi hanno confermato la loro partecipazione.
Il conteggio di Politico è ancora più alto: almeno 45 membri repubblicani del Congresso affermano che non parteciperanno, indicando motivazioni che vanno da matrimoni di famiglia e battute di caccia alla tortora fino a visite ai college con i propri figli. Neppure il prezzo del biglietto, pari a $25,000, ha aiutato, e diversi parlamentari hanno affermato che preferirebbero trascorrere quel tempo facendo campagna porta a porta nei propri collegi.
Saltando la convention, Melania continua lungo un percorso ormai consueto. Le apparizioni pubbliche della First Lady sono diventate sempre più rare nel corso del periodo trascorso dal marito nuovamente alla Casa Bianca. La sua apparizione più recente risale al 23 agosto, al Freedom 250 Grand Prix di Washington.
(da agenzie)
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Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
CI PENSA RENZI A PRENDERE DI PETTO IMPRENDITORI E BANCHIERI IN SALA, RINFACCIANDO A LORO DI ESSERE STATI ”TUTTI ZITTI” QUANDO IL GOVERNO HA VIOLATO LE REGOLE DI MERCATO IMPEDENDO A UNICREDIT DI SCALARE BPM. MATTEONZO HA AGGIUNTO CHE PER LA STAGNAZIONE DEL PAESE LE CAUSE VANNO CERCATE NELLA “CLASSE DIRIGENTE DIFFUSA”, UN ATTO D’ACCUSA AL PUBBLICO. NONOSTANTE GLI ATTACCHI, IL SENATORE DI RIGNANO SI E’ BECCATO L’APPLAUSO PIÙ CONVINTO DELLA GIORNATA
Il tempo di suonare il gong di inizio seduta e si mette subito male. Il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana ha il compito di lanciare il sondaggio sul gradimento degli schieramenti nella sala di Villa d’Este, prima di moderare la giornata sull’Italia al Forum Teha di Cernobbio.
Sul palco con lui ci sono Elly Schlein del Pd, Angelo Bonelli per Alleanza Verdi-Sinistra e Matteo Renzi per Casa riformista; collegato come al solito in queste occasioni, perché tanto sa che facendosi vedere qui semmai perde voti, il leader dei 5 Stelle Giuseppe Conte.
E per loro gli imprenditori in platea, non solo quelli legati direttamente nel loro business ai poteri pubblici, non hanno pietà. Il giudizio sull’operato dell’esecutivo vede il 33% dei partecipanti assegnare un sette in pagella (in una scala da uno a nove), un altro 20% dare un otto e un 6,7% concedere persino il massimo dei voti. Il giudizio per l’opposizione è invece all’opposto: il 28% della sala le riserva un tre tondo tondo in pagella, il 17% dà quattro, mentre le percentuali di voto dalla sufficienza verso l’alto sono davvero poche.
Si parte dunque così, in salita. E a volte non c’è nulla come il non aver più niente da perdere, per giocare a ribaltare le attese. A sorprendere non ci riescono e non ci provano neanche Bonelli e Conte, perché Cernobbio non è certo il terreno nel quale abbiano molto interesse a farlo.
Ma per Renzi e Schlein è un’altra storia: loro due sono o sono stati leader di un partito che pochi anni fa sembrava l’architrave del sistema, il punto di equilibrio capace di garantire le istituzioni fra una crisi e l’altra. La segretaria del Pd è palesemente a Cernobbio con quest’idea in testa: scrollarsi di dosso l’etichetta un po’ facile che le mettono addosso di leader con l’eskimo, più a proprio agio in un’assemblea studentesca che di imprenditori.
E le riesce, a giudicare dalle reazioni. Quando finisce di parlare non viene certo giù la sala, ma gli applausi sono più spontanei e corposi di quelli riservati più tardi, per esempio, a Matteo Salvini.
Schlein ha dato l’impressione di essere «preparata», riconosce il banchiere Gianluca Garbi di Kruso Kapital: lo stesso che pure nel corso del dibattito non le risparmierà domande taglienti, per esempio su un centrosinistra che propone più rinnovabili per ridurre il costo dell’energia eppure frena sulle autorizzazioni agli impianti in regioni dove governa come la Puglia.
Se poi l’applausometro fosse davvero una misura fedele, per capire il rapporto di Renzi con Villa d’Este servirebbe un buono psicologo. L’ex premier esordisce caustico, ricordando che lui quando era al governo nei sondaggi del Forum prendeva l’80% («ma poi ho perso il referendum»).
Ma anche per lui la bocciatura nella rilevazione di prima mattina potrebbe essere stata uno stimolo al contrattacco: rinfaccia a imprenditori e banchieri in sala di essere stati «tutti zitti» quando il governo ha violato le regole di mercato impedendo a Unicredit di scalare Bpm; conclude dicendo che per la stagnazione del Paese le cause vanno cercate nella classe dirigente diffusa, un atto d’accusa al pubblico. E finisce incassando di gran lunga l’applauso più convinto della giornata.
(da Corriere della Sera)
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Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
AL SUO POSTO ARRIVEREBBE IL TURBO-SALVINIANO CLAUDIO BORGHI… MA LA RESA DEI CONTI NEL PARTITO ARRIVERÀ SOLO DOPO PONTIDA (IL 19 E 20 SETTEMBRE) PER EVITARE SPACCATURE PRIMA DELL’EVENTO
Aria di repulisti (e resa dei conti) ai vertici della Lega in Senato. Matteo Salvini,
comeanticipato da Repubblica, vuole la testa del capogruppo Massimiliano Romeo, che da mesi gioca di sponda con il fronte dei governatori – da quello lombardo, Attilio Fontana, al friulano Massimiliano Fedriga, all’ex “doge” del Veneto Luca Zaia – per chiedere al segretario un “passo di lato” e un ritorno alla linea della vecchia Lega Nord.
Chi potrebbe prendere il suo posto? In pole ci sarebbe Claudio Borghi, anche se l’ultima parola ce l’avrà l’assemblea dei senatori, che dovrebbe riunirsi subito dopo l’adunata sull’autoproclamato “sacro prato” della Bergamasca. Ormai nemmeno in pubblico Salvini difende il suo capogruppo.
L’altro ieri, a domanda sulla possibile rimozione di Romeo, il ministro dei Trasporti ha risposto lapidario: “Romeo stasera è capogruppo al Senato, Molinari è capogruppo alla Camera, io sono segretario della Lega. Domani è un altro giorno…”.
Come dire: per ora è presidente dei senatori, in futuro si vedrà. E ancora: “Arriviamo a Pontida, la sto preparando con messaggi importanti e con le settimane a seguire che chiariranno tante situazioni”.
I segnali sull’irritazione della cerchia del leader verso Romeo si moltiplicano. L’ultimo riguarda la due giorni “pre Pontida” che si aprirà domani e mercoledì a Roma, alle Officine Farneto, dietro la Farnesina. Titolo: “A tua difesa – Verso la Finanziaria 2027”.
Nella nota sul programma della kermesse diffusa dall’ufficio stampa del vicepremier, compaiono praticamente tutti i big del partito, dai ministri al capo dei dipartimenti Armando Siri, più qualche esterno come il presidente della Figc, Giovanni Malagò, a Pietro Labriola di Tim e Matteo Del Fante di Poste.
C’è perfino il governatore lombardo, Fontana, pur critico con Salvini. E naturalmente il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari. E Romeo? Non è segnato. I salviniani precisano sottovoce: non è una svista.
(da Repubblica)
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Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA NOSTALGIA DELLA DITTATURA
Carola Vulpius non è certo un’elettrice di destra, ha l’Europa nel cuore, ma è un attenta lettrice delle lettere che appaiono sui giornali locali, dove da trent’anni tornano sempre gli stessi temi.
Torna la rabbia verso la Treuhand, l’Agenzia per la privatizzazione, e la feroce e frettolosa operazione di smantellamento della vecchia industria della Germania est che provocò un’ondata di disoccupazione senza precedenti. Contribuendo allo spopolamento di vaste aree delle vecchie regioni dell’Est.
La Treuhand è una ferita aperta, a est dell’Elba. Nel 1990, l’anno della Riunificazione delle due Germanie, l’Agenzia fu istituita per inglobare le oltre 8.000 aziende statali della Ddr, e all’inizio furono proclamate ottimistiche proiezioni sui possibili introiti.
Invece, dopo aver privatizzato due terzi e liquidato un terzo di ciò che sopravviveva del sistema industriale disastrato della vecchia Germania comunista, la Treuhand chiuse i battenti nel 1994 con un bilancio devastante.
Disoccupazione a due cifre in tutti i Land della vecchia Ddr e un esodo di massa verso l’Ovest. E, come ricorda il politologo Markus Boeick, a fronte di un incasso magrissimo, circa 70 miliardi di vecchi marchi, l’agenzia ne spese 340 per risanare, cancellare debiti o recuperare terreni inquinati. Chiuse con un debito-monstre di circa 250 miliardi di marchi.
Come scrisse Michael Jürgs nel libro Die Treuhändler del 1997, gli ex amministratori continuano a essere «odiati dai tedeschi dell’Est come “rulli compressori” che distrussero le loro esistenze, e ad essere disprezzati dai tedeschi dell’Ovest perché hanno sprecato i loro soldi da contribuenti.
Helmut Kohl ha fatto la Riunificazione, ma ad amministrarla ha chiamato altri, i Treuhändler», gli amministratori dell’Agenzia per la privatizzazione di un intero sistema in bancarotta.
Ma leggendo le lettere che arrivano ai giornali locali, sottolinea Vulpius, tornano spesso anche lamentele per i rapporti deteriorati con la Russia, che molti tedeschi orientali vorrebbero invece più stretti. E poi, annuisce finendo il suo caffè americano, c’è il tema dell’immigrazione, certo.
(da Repubblica)
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Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
L’IDENTIKIT DEI TEDESCHI AMMALIATI DALL’ULTRADESTRA
ui social impazza un video della grande scrittrice della Ddr Monika Maron: «Piano piano
cistiamo dimenticando che mucchio di rottami fosse la Germania Est nel 1990. Le fabbriche erano distrutte, le strade erano distrutte – mentre se vai oggi nelle città dell’Est sembrano uscite da un catalogo».
Eppure, nella memoria collettiva della Sassonia-Anhalt sembra essere sopravvissuto solo il ricordo di cosa accadde dopo: il polo chimico fu smantellato, un quarto dei 900mila lavoratori della regione finì in mezzo a una strada, l’area fu ripulita dalle scorie tossiche ma perse […] anche quella di importante centro industriale.
Non è un caso, insomma, che nella propaganda dell’Afd la “Ostalgie” sia una cifra costante. Un paio di settimane fa lo spitzenkandidat Ulrich Siegmund è stato pizzicato mentre cantava l’inno della Ddr. E in campagna elettorale scorrazzava spesso con il motorino Simson o una macchina Trabant ai suoi comizi, parlando della cara “vecchia” Germania, vagheggiando un ritorno a tempi che tanti, troppi, hanno trasformato in un paradiso perduto.
Se l’Afd è al 40%, dunque, non è soltanto per ragioni economiche, ma per quella che il politologo Ivan Krastev ha definito la «paura demografica». Dalla caduta del Muro di Berlino la Sassonia-Anhalt ha perso un quarto della sua popolazione, circa 750mila persone. In nessun altro land c’è stata una tale, drammatica emorragia.
Un combinato disposto della fuga di centinaia di migliaia di persone a Ovest e di un invecchiamento della popolazione rapidissimo. I giovani non solo sono scappati a Ovest: quelli che sono rimasti, hanno smesso di fare figli. E oggi la Sassonia-Anhalt è il land con la popolazione più vecchia della Germania (48,5 anni, in media). Non solo: gli uomini sono molto più numerosi delle donne, anche tra i giovani. Tra i 18-29enni gli uomini sono 120.240, contro 103.117 donne.
Una «mascolinizzazione demografica», come la chiama il sociologo Steffen Mau in un libro illuminante su Germania Est e Ovest, “Ungleich vereint” (Riunificati in modo diseguale) che ha anche conseguenze politiche, che rafforza gli umori «antidemocratici, razzisti e di destra». Una disparità tra uomini e donne, insomma, che crea l’“angry white man” pronto a votare l’Afd. Peraltro Mau fa notare che esiste ormai un forte senso identitario, a Est. Un’”ossificazione” (da “Ossi”, cittadino dell’Est) che riguarda anche i giovani, anche chi è nato ben dopo la caduta del Muro di Berlino.
(da Repubblica)
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Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
HELMUT KOHL, CHE OLTRE A IMPORRE IL CAMBIO 1 A 1, CHE DISTRUSSE L’ECONOMIA DELL’EX DDR, FORZÒ LE IMPRESE A PRIVATIZZARSI (SENZA POTER COMPETERE IN UN MERCATO APERTO) E LA POPOLAZIONE A EMIGRARE… RISULTATO? DOPO TRE DECENNI E MEZZO, C’È CHI RIMPIANGE L’EPOCA SOVIETICA, CON LA RETORICA DEL “ERAVAMO POVERI, MA NON CI MANCAVA NIENTE”. UNA NARRAZIONE CHE AFD SFRUTTA, TOCCA RIVALUTARE QUEL CHE DICEVA ANDREOTTI NEL 1984: “AMO TALMENTE TANTO LA GERMANIA CHE PREFERISCO CE NE SIANO DUE”
La Germania si è risvegliata sotto shock. Una valanga blu – colore dell’Afd – ha travolto la Sassonia-Anhalt. Il 43,8% ha votato l’ultradestra, la Cdu è precipitata di venti punti rispetto a cinque anni fa, al 17,2%.
La Spd è riuscita a recuperare rispetto ai pessimi sondaggi della campagna elettorale ed è il terzo partito, al 9,3%, i Verdi sono quarti e raggiungono l’8,9% mentre la Linke scivola all’8,6%. Dopo settimane di incertezza, il partito di Sahra Wagenknecht è riuscito a superare la soglia si sbarramento ed è al 5,3%.
Tradotto in seggi: l’Afd ne conquista 39 ed è dunque a tre scranni dalla maggioranza assoluta. Il partito di Wagenknecht ha già detto che è pronto a fare da stampella all’ultradestra con i suoi cinque seggi. Ma stando alle dichiarazioni dei big, l’Afd spera piuttosto nei possibili transfughi della Cdu.
Dai primi dati sui flussi elettorali emergono molti dati interessanti. A parte a Halle, i mandati diretti sono stati conquistati tutti dall’Afd. E guardando ai flussi, la stragrande maggioranza delle preferenze che sono andate all’ultradestra viene da persone che non votavano: 170mila.
Dalla Cdu sono migrati all’Afd 83mila elettori, dai liberali della Fdp 17mila, dalla Linke 12mila, dalla Spd 6mila e dai Verdi 2mila. Interessante anche un movimento opposto che potrebbe segnalare il tatticismo di qualche elettore di destra: 2000 persone che votavano Afd hanno scelto Wagenknecht. Perché rischiava di non entrare nel parlamentino regionale e di non poter fare da stampella all’ultradestra.
Ma chi ha votato l’Afd? Soprattutto uomini, operai, persone economicamente disagiate e con un’istruzione bassa. Tra gli operai della Sassonia-Anhalt il 59% ha fatto la crocetta sul simbolo blu, il 65% di chi versa in cattive condizioni finanziarie idem. E tra chi ha un basso livello di istruzione il 57% ha scelto l’ultradestra (mentre è solo il 30% di chi ne ha un titolo di studio superiore).
Guardando al genere, il 50% degli uomini ha votato Afd, contro il 39% delle donne. Infine, se si guarda all’età, l’ultradestra è prima con il 52% soprattutto tra i 35-59enni, ma è primo partito in tutte le fasce anagrafiche. Solo gli ultrasettantenni hanno votato al 31% per i ‘blu’ e al 30% per la Cdu.
Un’indagine Infratest Dimap ha elencato i motivi per cui gli elettori hanno scelto Afd: la sicurezza interna (24%), l’immigrazione (18%), la sicurezza sociale (18%), l’economia (14%), la pace in Europa (13%), l’istruzione e la scuola. E alla domanda “sono preoccupato perché” il 91% ha risposto “così tanti stranieri vivono in Germania”, l’89% “i prezzi salgono talmente tanto che non riesco a pagare le bollette” e l’85% “sta cambiando troppo il modo in cui si vive in Germania”.
In un sondaggio più ampio sui cosa pensano gli elettori della Sassonia-Anhalt dell’Afd, al primo punto (67%), figura chi sostiene che “ha capito meglio di altri partiti che molte persone non si sentono più al sicuro”.
Al secondo posto (59%) chi dice che “gli altri partiti non hanno un atteggiamento corretto con l’Afd” – sono irritati dunque per il cordone sanitario anche se non votano necessariamente per i ‘blu’.
Al terzo e quarto punto (rispettivamente 58% e 57%) risulta chi ritiene che l’Afd abbia successo perché “vuole limitare l’immigrazione di più rispetto ad altri partiti” – in un land dove i migranti sono al 9% – e “vuole interrompere l’invio di armi all’Ucraina”. Da notare anche un 43% di elettori è convinto che il partito “fa in modo che noi tedeschi dell’Est possiamo finalmente essere di nuovo orgogliosi di ciò che abbiamo raggiunto”.
(da Repubblica)
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Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
LO SPOT SUL LATTE ITALIANO DEL MINISTRO: UTENTI SCATENATI TRA CRITICHE ED IRONIA
“Cresciamo, cambiamo, diventiamo grandi. Ma ci sono sapori che continuano
adaccompagnarci. Il latte italiano è uno di questo”. Così il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha presentato sui propri canali social un singolare spot di cui è protagonista (insieme a un bambino che il ministro chiama Giulio).
Nel video Lollobrigida parla al bambino inquadrato solo di spalle, gli mostra tre animali di plastica (una capra, una mucca e una pecora) e poi gli offre un bicchiere di latte.
“Un’eccellenza che da domani racconteremo sui canali del servizio pubblico, con una nuova campagna istituzionale” annuncia. Il risultato però è una valanga di critiche e sfottò nei commenti lasciati dagli utenti.
(da agenzie)
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