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NON C’È DUE SENZA TRE: DOPO LE DIMISSIONI DEL SOTTOSEGRETARIO DELMASTRO E DELLA CAPA DI GABINETTO BARTOLOZZI, POTREBBE “SALTARE” ANCHE DANIELA SANTANCHÈ

Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile

CON UNA NOTA, PALAZZO CHIGI FA SAPERE CHE LA DUCETTA “ESPRIME APPREZZAMENTO PER LA SCELTA DEL SOTTOSEGRETARIO ALLA GIUSTIZIA ANDREA DELMASTRO E DEL CAPO DI GABINETTO GIUSI BARTOLOZZI DI RIMETTERE GLI INCARICHI FINORA RICOPERTI. AUSPICA CHE, SULLA MEDESIMA LINEA DI SENSIBILITÀ ISTITUZIONALE, ANALOGA SCELTA SIA CONDIVISA DAL MINISTRO DEL TURISMO DANIELA SANTANCHÈ”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni “esprime apprezzamento per la scelta delSottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e del Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione.
Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè”.
Lo riferisce una nota di Palazzo Chigi
Il pomeriggio è iniziato con due addii in poche ore. Lascia il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, avvocato e amico personale della premier, e fa la stessa scelta la capo gabinetto di via Arenula, Giusi Bartolozzi. Un clima che aveva reso credibile che a fare valutazioni analoghe potesse essere anche la ministra del Turismo, coinvolta in ben tre fascicoli di indagine. Ad accreditare questa ipotesi è stato per prima l’edizione on line del Corriere della Sera ma dal suo ministero avevano smentito con forza: «Sta lavorando ha altre riunioni in programma anche domani», fanno sapere ad Open. Poi è arrivata la nota da Chigi: netta.
Nel pomeriggio di oggi, 24 marzo, dopo alcune indiscrezioni hanno scelto di lasciare anche Bartolozzi e Delmastro. Il secondo ha deciso di rilasciare anche una dichiarazione alla stampa difendendosi e dicendosi tranquillo per l’inchiesta che, pur non coinvolgendolo direttamente per ora, riguarda l’intestazione fittizia di beni da parte della sua socia in affari, figlia di un prestanome della Camorra: «Ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio

(da agenzie)

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LA DISFATTA, ARRIVA LA RESA DEI CONTI TRA I FRATELLI-COLTELLI D’ITALIA : SE LE DIMISSIONI DEL SOTTOSEGRETARIO “BISTECCHIERE” ANDREA DELMASTRO ERANO ATTESE, SORPRENDONO INVECE QUELLE DEL CAPO DI GABINETTO DEL MINISTRO SPRITZATO NORDIO, GIUSI BARTOLOZZI

Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile

INDAGATA CON L’ACCUSA DI FALSE DICHIARAZIONI NEL CASO ALMASRI, LA SUA USCITA DA VIA ARENULA ERA CASOMAI PREVISTA DOPO AVER OTTENUTO LO SCUDO PENALE DAL PARLAMENTO, AL PARI DEL MINISTRO NORDIO E DEL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO… SENZA LO ”SCUDO”, LA ZARINA RISCHIA IL RINVIO A GIUDIZIO E PROCESSO, SE SBOTTA LA BARTOLOZZI, CHE E’ CONOSCENZA DELL’INTERO INTRIGO, POTREBBERO VOLARE CAZZI AMARI SU PALAZZO CHIGI

“Ho consegnato oggi le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio”. Lo dichiara in una nota Andrea Delmastro Delle Vedove.
Il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi e il sottosegretario Andrea Delmastro sono a colloquio con il ministro della Giustizia Carlo Nordio negli uffici di via Arenula. Secondo quanto si apprende da fonti informate, si va verso le dimissioni dei due.
Secondo quanto risulta all’agenzia Italpress Giusi Bartolozzi ha rassegnato le dimissioni dalla carica di capo di gabinetto del ministero della Giustizia, che ricopriva dal 19 marzo 2024.
(da agenzie)

 

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SE GIORGIA MELONI FOSSE LUCIDA, MA NON LO E’, DOPO LA SONORA SCONFITTA AL REFERENDUM, SI DIMETTEREBBE: ANDREBBE A ELEZIONI ANTICIPATE, PRENDENDO IN CONTROPIEDE IL “CAMPO LARGO” ANCORA DISORGANIZZATO E DIVISO. E INFATTI E’ CIO’ CHE LE CONSIGLIA FAZZOLARI

Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile

MA LA DUCETTA SI E’ RINTONTITA CON IL POTERE: COME SCRIVE “LA STAMPA”, MELONI NON VUOLE NEANCHE CHIEDERE UN VOTO DI FIDUCIA IN PARLAMENTO… RESTANDO A PALAZZO CHIGI SI LOGORERA’ PER LE FOLLIE DEL SUO AMICO TRUMP, PER LA BENZINA A 2 EURO A LITRO, PER LE GAFFE DI NORDIO, PER I RISVOLTI GIUDIZIARI DELLE INCHIESTE SU DELMASTRO E SANTANCHE’ E PER LE DIVISIONI NELLA COALIZIONE (FORZA ITALIA E LEGA RIBOLLONO COME DUE PENTOLE DI FAGIOLI), ARRIVANDO ALLE POLITICHE DEL 2027 COTTA A PUNTINO

Era attesa a Palazzo Chigi, dove avrebbe dovuto assistere allo spoglio, ma alla fine ha preferito restare lontana dall’epicentro della festa del No […] In piazza hanno chiesto le sue dimissioni […] Ore 16.45, Giorgia Meloni registra un video che inaspettatamente pubblica molto presto, appena saputo l’esito del voto. […]
Il filmato ha una fattura amatoriale, evidentemente frutto di una decisione improvvisa: lo registra da sola, davanti a una siepe, con in sottofondo il cinguettio degli uccellini, l’inquadratura troppo tremolante. La premier appare fiaccata dalla sconfitta, amareggiata, il grigio del maglioncino scatena i social che, impietosi, lo paragonano alla tuta che indossò l’influencer Chiara Ferragni nel video di scuse dopo la storiaccia del pandoro-gate.
Meloni passerà tutto il giorno al telefono […]I vertici di Fratelli d’Italia sono disorientati, incerti su come reagire. Temono che le prossime settimane e i prossimi mesi si faranno più duri. C’è sempre come un’onda in politica, che si gonfia e può diventare incontrollabile, sia quando ti porta su, al successo, sia quando ti trascina giù nei consensi.
Questo è stato il primo indubitabile tonfo di Meloni, e i suoi non nascondono un’evidenza: che è stato un voto contro di lei. Un voto che ha esaltato l’elettorato più giovane quello che con il governo di destra si era già confrontato in autunno, dalle piazze per Gaza. Qualcosa, sostiene Meloni, non ha funzionato anche nella campagna per il Sì e l’analisi personale della leader – ci viene riferito – si concentra pure sulla scelta di mettere se stessa alla testa della sfida, come ha fatto, da frontwoman mediatica, quasi quotidianamente nelle ultime settimane.
Manca all’incirca un anno alle politiche del 2027: il tempo non è tanto, ma è abbastanza per riuscire a compiere altri errori. Non è escluso che Meloni salirà al Quirinale. Un atto di cortesia istituzionale, per un confronto con il presidente della Repubblica[…] Niente di più. Anche per non trasmettere l’immagine di una crisi in corso. Potrebbe andarci di ritorno dall’Algeria, dove è attesa domani, e con l’occasione allargare il colloquio al Colle anche ai nodi internazionali, dall’energia, a Donald Trump, alla guerra in Iran.
Non ci sarebbe, invece, la minima intenzione di chiedere una nuova fiducia in Parlamento, perché un ipotetico Meloni II comprometterebbe l’obiettivo che si è data di arrivare a settembre, per incassare il record di presidente del Consiglio più longevo della storia. La premier ha smentito più volte lo scenario del voto anticipato. Ma è vero che accanto a lei qualcuno ha ventilato questa possibilità. Tra i parlamentari più in vista di FdI si sostiene sia Giovanbattista Fazzolari, principale consigliere di Meloni a teorizzare la tentazione di portare gli italiani prima del tempo alle urne per non farsi logorare e per sfruttare le divisioni che ancora regnano nel centrosinistra.
E forse non a caso è proprio Fazzolari, unica voce di Palazzo Chigi autorizzata ieri a parlare, a paventare un complotto delle toghe: «Il risultato di questo referendum è quello di legittimare le scelte della magistratura su una serie di temi: noi vediamo che l’azione del governo spesso viene rallentata sul fronte di immigrazione e sicurezza da decisioni che la magistratura non condivide. La preoccupazione è che potrebbe diventare ancora più invasiva».
Nei piani di Meloni adesso ci sarebbe lo sprint sulla legge elettorale, tatticamente depositata in Parlamento prima del referendum. Le percentuali del No rendono più complicato convincere i partiti di opposizione a sedersi al tavolo e ragionare su una legge che prevede un premio di maggioranza considerato eccessivo dal campo largo.
C’è un timore, poi, che si fa largo nelle riflessioni a caldo tra Palazzo Chigi e il partito: la sconfitta al referendum segna anche l’addio all’unica riforma che Meloni avrebbe potuto sventolare come successo di legislatura. È un argomento che useranno le opposizioni a partire da oggi: il governo più stabile politicamente della storia non è riuscito a fare nemmeno una riforma significativa
Qualcuno pagherà per questo, sussurrano a Via dello Scrofa. E tutti gli indizi portano in direzione del ministero della Giustizia, alla capa di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, mal tollerata da Meloni e protagonista di una delle dichiarazioni più infelici contro i magistrati. La resa dei conti potrebbe travolgere anche il sottosegretario Andrea Delmastro perché ha creato un enorme imbarazzo
(da La Stampa)

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IL PARTITO DI SILVIO BERLUSCONI ESCE A PEZZI DAL REFERENDUM: E’ STATA BOCCIATA LA RIFORMA BANDIERA DELLA GIUSTIZIA E MOLTI DEI SUOI ELETTORI (QUASI IL 18%) HANNO VOTATO “NO”

Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile

A NULLA E’ SERVITA L’ESPOSIZIONE DI MARINA E PIER SILVIO BERLUSCONI, IN NOME DI BABBO SILVIO – LA SCOPPOLA E’ FERALE PER TAJANI E LA SUA “BANDA DI LAZIALI” (GASPARRI E BARELLI) INCAPACI DI MOBILITARE GLI ELETTORI NELLA LORO REGIONE (NEL LAZIO IL “SI” SI E’ FERMATO AL 45,4%) … IL “NO” HA SBANCATO IN SICILIA, CALABRIA E BASILICATA, REGIONI GOVERNATE DA FORZA ITALIA CON SCHIFANI, OCCHIUTO E BARDI … FRANCESCA PASCALE: “VEDENDO GASPARRI IN TV DIRE SÌ, PERSINO IO AVREI VOTATO NO”

Il pomeriggio più tetro, a destra, è quello di Forza Italia. Gli azzurri sognavano di dedicare la vittoria a Berlusconi, con le due dita al cielo tipo Kakà ai bei tempi rossoneri, e invece si ritrovano a masticare amaro.
Con l’ultima beffa, recapitata dai sondaggisti: quasi un elettore su cinque del partito dell’ex Cavaliere ha votato no alla riforma bandiera, la separazione delle carriere. Tra le forze politiche della maggioranza, FI sconta insomma il dato peggiore di dissidenza rispetto alla linea ufficiale: quasi il 18% degli elettori ha cassato la legge, dati Opinio per la Rai.
Numeri che rimbalzano fino a Milano. Sorprendono Marina Berlusconi, confida chi l’ha sentita in queste ore tribolate. La primogenita del fondatore di FI si era spesa in prima persona nella campagna referendaria. E adesso viene descritta così: delusa, «amareggiata». Anche se «rispettosa» del responso delle urne, per quanto decisamente più agro che dolce, nella lettura che arriva dall’ex “real casa” di Arcore (e a proposito: pure ad Arcore ha vinto il no, anche se di un soffio, 47 voti).
Marina Berlusconi ha passato la giornata al telefono. Contatti con la premier, Giorgia Meloni, per condividere il dispiacere. E un paio di chiamate ad Antonio Tajani, una prima, una dopo il patatrac.
Strigliata alle viste? Nel gruppone dei parlamentari azzurri in realtà non prevedono repulisti. Il vicepremier non avrebbe insomma un avviso di sfratto sul bavero della giacca. «Ha fatto quello che poteva», concedono i Berlusconi.
Però dall’entourage della primogenita continua a trapelare – e si fa più insistente a maggior ragione oggi – la richiesta di un rinnovamento ai vertici del partito. Senza mettere in discussione Tajani, ma altri sì. Il segretario qualcosa farà: c’è la tentazione di anticipare i congressi regionali, con il via entro aprile.
Da fuori, punge Francesca Pascale, che di Berlusconi è stata compagna per quasi un decennio: «Vedendo Gasparri in tv dire sì, persino io avrei votato no…», si sfoga a passeggio dietro Montecitorio.
«Tajani dovrebbe dimettersi? Non ha leadership, tanti giovani liberali non hanno votato, perché non si sono sentiti coinvolti e rappresentati. FI non ha fatto abbastanza. Salvo solo Giorgio Mulè». Il vicepresidente della Camera, recordman di visualizzazioni sui social del sì.
Tra gli azzurri (e pure nella cerchia di Tajani) si spulciano numeri, si additano colpevoli. In Sicilia, sul banco degli imputati finisce Renato Schifani: il no ha scavallato il 60%
Tajani in pubblico si fa conciliante: «Ci inchiniamo al popolo sovrano, l’alto grado di partecipazione è una grande prova di democrazia, abbiamo fatto tutto il possibile». Il ministro Paolo Zangrillo si rammarica: «Avrei voluto dedicare la riforma a Berlusconi, ma non è un voto politico».
Sottotraccia, però, tra gli azzurri montano i malumori anche verso gli alleati. Contro i leghisti poco mobilitati: «Un loro elettore su tre non è andato ai seggi». Sbuffi d’irritazione raggiungono pure contro il duo Delmastro-Bartolozzi.
C’è chi scommette che nel chiuso di Chigi, dai forzisti arriverà un suggerimento alla premier: quei due ci hanno danneggiato, una riflessione sulla loro permanenza al governo va fatta. Assomiglia a un benservito. A Meloni un messaggio è già arrivato sulla legge elettorale: «Bisogna sedersi con l’opposizione – avverte Mulè – e trovare un equilibrio».
(da il Fatto Quotidiano)

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DELMASTRO SMENTITO DA UN ALTRO VIDEO: IN UN FILMATO DEL 25 SETTEMBRE 2025 SI VEDE MAURO CAROCCIA, PRESTANOME DEL CLAN SENESE, CHE SERVE AI TAVOLI E PROMUOVE “BISTECCHERIA D’ITALIA”, IL LOCALE DI CUI ERA SOCIO IL SOTTOSEGRETARIO DI FDI INSIEME ALLA FIGLIA 18ENNE DEL PREGIUDICATO. AL MOMENTO DI QUEL FILMATO, CAROCCIA ERA STATO GIA’ CONDANNATO IN VIA DEFINITIVA

Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile

QUINDI DELMASTRO NON POTEVA NON SAPERE CHI FOSSE QUELL’UOMO, USATO DALLA CAMORRA PER RIPULIRE IL DENARO SPORCO – L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI ROMA PER INTESTAZIONE FITTIZIA E RICICLAGGIO SI CONCENTRA SUI SOLDI

Mauro Caroccia promuove il ristorante La bisteccheria d’Italia – video del 25 settembre 2025. «Il baffo non c’è più, ora è Bisteccheria d’Italia. Il nome? Lascia stare, è una storia lunga, lascia perdere, lascia sta’». La frase è pronunciata con un certo imbarazzo da Mauro Caroccia, davanti a una telecamera.
È da video come questo che parte l’indagine con cui la procura di Roma ora mira a comprendere il giro di soldi, le sponsorizzazioni a radio calcistiche e tv che ruotano intorno al ristorante fondato dalla figlia del pregiudicato insieme al sottosegretario Andrea Delmastro e ad altri politici di Fratelli d’Italia.
In quel video emergono altre prove di una verità ormai nota: il sottosegretario alla Giustizia non poteva non sapere — come dice — chi fosse Mauro Caroccia, il patron della catena “Baffo” utilizzata dai clan per ripulire il denaro L’uomo — per Delmastro — non era soltanto il padre della ragazza diciottenne con cui aveva fondato la 5 Forchette Srl. Era anche altro: un volto noto dentro la sua “Bisteccheria Italia”. Un dipendente del locale.
Il video in questione è datato 25 settembre 2025. Caroccia è lì, serve ai tavoli, parla, promuove il ristorante. Lo fa otto mesi dopo la condanna in Appello, arrivata a gennaio 2025. In quel momento Delmastro è ancora all’interno della società. Le quote le cederà in fretta, ma solo più avanti.
Alla domanda sul nome del ristorante, Caroccia si irrigidisce. «Lascia stare, è una storia lunga». Dentro l’imbarazzo, il passato che ritorna, il marchio che suona familiare: «Bisteccheria d’Italia».
“Baffo” non è un nome qualunque. È un locale già sequestrato, in tutte le sue versioni: “Baffo 2018”, “Baffo 2 Fish”, “Baffolona Burger”. E in quel video Caroccia lega la Bisteccheria a Baffo. Un mondo già sotto i fari dall’antimafia.
Le aziende dei Caroccia infatti sono osservate da tempo. Dopo la sentenza definitiva, la guardia di finanza torna a controllarle. E trova quel video, la nuova attività. Poi il lavoro classico: seguire i nomi, seguire i soldi. I nomi portano alla Bisteccheria.
E la Bisteccheria porta a una rete. Dentro ci sono la figlia di Caroccia, Delmastro, e altri esponenti di Fratelli d’Italia: Elena Chiorino, Davide Eugenio Zappalà, Cristiano Franceschini. E poi Daniela Pelle, imprenditrice vicina al partito.
Padre e figlia finiscono nel registro degli indagati. Forse non solo loro. Perché il meccanismo è sempre lo stesso. Prestanome, amici e parenti. «Sarei contento se tu ci mettessi Sonia», diceva Angelo Senese, fratello del boss Michele ‘O pazz. Una frase che somiglia a un metodo.
E poi ci sono i soldi. Gli investigatori cercano di capire da dove arrivano quelli usati per aprire la Bisteccheria d’Italia. Come abbia fatto una diciottenne a entrare nell’operazione. E perché paga in contanti le quote quando i soci politici decidono di uscire: 5mila euro. L’indagine è anche sul cash che circolava dentro il ristorante, sulle sponsorizzazioni che, in passato, Caroccia veicolava verso radio locali già al vaglio dall’antimafia.
E infine la domanda più semplice: chi pagava le cene, gli incontri, le serate con politici e funzionari? La deputata Chiara Appendino la mette così: serve chiarezza totale. Bisogna escludere, tracciamenti alla mano, «che anche un solo euro pubblico sia finito lì dentro». È la stessa domanda che si fanno i magistrati.
(da La repubblica)

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ALTRO CHE SERVIZIO PUBBLICO: LA RAI E’ UNA TV AL SERVIZIO DEL GOVERNO: LA VERGOGNOSA CENSURA DI TG1 E TG2 CHE DA GIORNI CONTINUANO A IGNORARE GLI AFFARI DEL “BISTECCHIERE DELMASTRO”

Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile

LA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DI VIGILANZA RAI BARBARA FLORIDIA: “TRE GIORNI. TG1 E TG2. ZERO ASSOLUTO SULLA VICENDA DI ANDREA DELMASTRO. NON UN TITOLO, NON UN SERVIZIO, NON UN ACCENNO. BLACKOUT TOTALE SU UNA STORIA CHE PARLA DI POLITICA, AFFARI E LEGAMI IMBARAZZANTI CON L’ORBITA DEL CLAN SENESE. A QUESTO PUNTO LA QUESTIONE NON È PIÙ SOLO DELMASTRO. È LA CREDIBILITÀ DEL SERVIZIO PUBBLICO. CHI PAGA IL CANONE NON MERITA UN SIMILE BUCO NERO NELL’INFORMAZIONE”

“Tre giorni. Tg1 e Tg2. Zero assoluto sulla vicenda di Andrea Delmastro. Non un titolo, non un servizio, non un accenno. Blackout totale su una storia che parla di politica, affari e legami imbarazzanti con l’orbita del clan Senese. Già prima del voto la scusa della par condicio non reggeva.
La par condicio riguardava il referendum, non era un interruttore per spegnere le notizie. E comunque adesso che è finita, il blackout su Delmastro continuerà? O il silenzio serve ancora a non disturbare Giorgia Meloni alle prese con la gestione della sonora sconfitta al referendum? A questo punto la questione non è più solo Andrea Delmastro.
È la credibilità del Servizio Pubblico. Chi paga il canone non merita un simile buco nero nell’informazione. Chi ha deciso questo blackout sul caso Delmastro?”. Così la presidente della commissione di vigilanza Rai Barbara Floridia in una nota.
(da agenzie)

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“IL GOVERNO DEL POPOLO, GUIDATO DALLA ‘FIGLIA DEL POPOLO’, È STATO BOCCIATO DAL POPOLO”

Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile

“LA STAMPA”: “NON DA UNA MINORANZA, MA DALL’ITALIA PROFONDA, OLTRE GLI STESSI CONFINI DEI RECINTI PARTITICI, VEDI QUEI TANTI GIOVANI CHE, IN ALTRE CIRCOSTANZE, HANNO DISERTATO LE URNE (E MAGARI SONO QUELLI SCESI IN PIAZZA PER GAZA)” – “SI APRE UNA FASE NUOVA, CHE GIORGIA MELONI SI TROVA AD AFFRONTARE DA LEADER NORMALIZZATA, SENZA PIÙ TOCCO MAGICO E NARRAZIONE

È maturata con Giorgia Meloni che è scesa in campo, politicizzando il voto. Si è manifestata con un’affluenza record quasi a livello, appunto, da elezioni politiche.
E lo scarto, consistente pur non essendo una slavina (come ai tempi di Matteo Renzi), è comunque superiore alle peggiori previsioni che giravano nel governo.
Che si era preparato a uno scenario di partecipazione più bassa e a meno punti di differenza tra il “no” e il “sì”. Per poi poter dire: le politiche, quando vota davvero il popolo, sono un’altra cosa, quindi avanti come se nulla fosse.
Per queste ragioni, la prima, vera, sconfitta politica di Giorgia Meloni non è né banale né indolore. Rappresenta una potente rottura narrativa per il melonismo e per il centrodestra a trazione sovranista.
Che si è nutrito della retorica del popolo nella fase dell’assalto al cielo e l’ha brandita come una clava nei primi anni di governo. Anni in cui, proprio in nome di quella legittimazione popolare si è quasi irriso qualunque punto di vista alternativo. E non solo sulla riforma della giustizia.
Ora il “governo del popolo”, guidato dalla “figlia del popolo” (il titolo dell’adorante pamphlet di Italo Bocchino), è stato bocciato dal popolo.
Non da una minoranza, ma dall’Italia profonda, oltre gli stessi confini dei recinti partitici, vedi quei tanti giovani che, in altre circostanze, hanno disertato le urne (e magari sono quelli scesi in piazza per Gaza).
La sconfitta muta radicalmente il clima: all’estero, in Italia, e nella coalizione. I giornali stranieri, gli stessi che finora avevano registrato la stabilità dell’Italia, anche rispetto agli altri governi europei (vero punto di forza della premier), titolano oggi sulla bocciatura di Giorgia Meloni.
In Italia, dopo anni di una non sfida interna, torna l’idea della contendibilità del potere. E l’immagine della premier che, da sola, ci mette la faccia in un video dello sconforto, con un suo vice (Salvini) a Budapest per sostenere Orban e l’altro che si appalesa solo sul far della sera, dà l’idea di ciò che accadrà nella coalizione.
Non solo sulla legge elettorale, dossier che si complica. In attesa di capire se e quando Marina Berlusconi prenderà un’iniziativa, c’è da scommettere che è destinato a mutare lo schema del centrodestra monarchico. Diventerà una coalizione più normale, con più discussione – discussioni, non rotture – e meno «signor sì»
In definitiva, il risultato chiama in causa i fondamentali del melonismo: la sua classe dirigente (Nordio e Delmastro resteranno lì? ), la postura incline al primato del racconto (e della ricerca dei nemici) sul governo (piuttosto immobile), il modo in cui viene affrontato il tema Trump, come destabilizzatore del mondo e tassa alle pompe di benzina. Tutti fattori che, assieme alla difesa della Costituzione, hanno alimentato i tanti “no”.
Insomma, da oggi si apre una fase nuova, che Giorgia Meloni si trova ad affrontare da leader normalizzata, senza più tocco magico e narrazione (compresa la demonizzazione dei giudici su tutto).
Qui si vedrà se ha la stoffa, l’umiltà e la duttilità di un nuovo inizio. Per ora, si registra lo choc: poche interviste, zero analisi sulle ragioni della sconfitta, nessun accenno di autocritica e il fuoco della resa dei conti che cova sotto la cenere del silenzio.
La linea del «non è successo nulla» è destinata a durare poco. Vedremo se l’ansia da onnipotenza sfregiata produrrà una sindrome da ultima spiaggia.
Sicuramente qualcuno suggerirà di andare al voto anticipato, temendo che il prossimo anno diventi una via crucis, dove c’è tutto da perdere: la possibile sconfitta di Orban, un Mid-Term da «allacciate le cinture», fine dei soldi del Pnrr, il che equivale a dire recessione. Previsione del cronista: andrà avanti.
Il punto è se, davanti alla prima crepa, Giorgia Meloni sarà capace di un vero rilancio politico.
(da La Stampa)

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LA PIU’ GRANDE BATOSTA PER FRATELLI D’ITALIA AL REFERENDUM E’ ARRIVATA IN CAMPANIA, DOVE IL “NO” E’ ARRIVATO AL 65,2%: UNA REGIONE NON “ROSSA” (IL CENTRODESTRA HA VINTO CON RASTRELLI E CALDORO) DOVE SPADRONEGGIANO EDMONDO CIRIELLI E GENNARO SANGIULIANO

Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile

I DUE, CONSIDERATI INTOCCABILI, FANNO GIRARE I CABASISI ALLA DESTRA NAPOLETANA CHE LI VEDE COME CORPI ESTRANEI (E INFATTI NON VA A VOTARE) … AI DUE SI E’ AGGIUNTA MARTA SCHIFONE, CARA AD ARIANNA MELONI, DIVENUTA COMMISSARIO PROVINCIALE DEL PARTITO

Campania a morto per Fratelli d’Italia e tutto il centrodestra. Con un risultato imprevedibile, la regione si classifica al primo posto in assoluto per i voti contrari alla riforma: 65,22% di No. Una valanga, arrivata da una regione tutto sommato tutt’altro che “rossa”: da Antonio Rastrelli a Stefano Caldoro, non sono mancate vittorie del centrodestra e anni di governo. E poi c’è Napoli: il suo 75,5% di No (71% per quel che riguarda la provincia), ha sostanzialmente certificato che il centrodestra, all’ombra del Vesuvio, non esiste più. Come è accaduto? Che è successo?
Semplice: la Lega a Napoli per comprensibili ragioni non si è mai affermata, Forza Italia fa quello che può, ma Fratelli d’Italia è diventato un partito respingente. In Campania muove ancora i fili del comando, nonostante la scoppola rimediata contro Roberto Fico alle ultime regionali, il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli.
Tra un incontro e l’altro con l’ambasciatore russo, il salernitano Cirielli viene accusato da tanti, troppi, “fratellini” di pensare solo ai suoi fedelissimi, e pure ai parenti: il figlio Italo è consigliere comunale a Cava dei Tirreni, la moglie Mara Campitiello è stata nominata dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, a capo del dipartimento della Prevenzione, ricerca ed emergenze sanitarie del ministero, e ora il partito sta pure lottando per candidare il cognato, Nicola Campitiello, fratello di Maria Rosaria, a sindaco di Pagani, grosso comune della provincia di Salerno.
Tutte scelte ovviamente avallate dal partito nazionale, che però sui territori fanno storcere il naso, e non solo, ai militanti e ai dirigenti storici della destra. Poi c’è il “mistero buffo”, in termini politici, che risponde al nome di Gennaro Sangiuliano. Dopo l’addio al Ministero della Cultura per il Boccia-gate, Genny è stato sospinto da Arianna Meloni verso il posticino di consigliere regionale della Campania: la sorellona d’Italia lo ha accompagnato personalmente in alcune iniziative e ha tempestato di telefonate i riferimenti campani di Fdi per farlo votare.
Nonostante cotanto impegno, che ha ovviamente irritato gli altri candidati al Consiglio, Sangiuliano non è riuscito neanche ad essere il primo degli eletti del suo partito. Eppure, fa il bello e il cattivo tempo: è stato designato capogruppo di Fdi, e
ora che Cirielli si è dimesso da capo dell’opposizione Arianna lo vuole imporre al posto del viceministro (Forza Italia non ne vuole sapere).
Sostanzialmente, in Campania e soprattutto a Napoli il partito è nelle sue mani, così come alle sue mani è stata affidata la campagna referendaria, che lo ha visto protagonista in incontri e in tv, con i risultati che vediamo. Il fatto che ogni sua apparizione social sia accompagnata da centinaia di sfottò e insulti, il fatto che dai territori giunga forte a Roma la voce dell’insofferenza per questo dominio assoluto imposto dall’alto e privo di fondamenta elettorali, non fa cambiare idea alle Meloni: a Napoli comanda Sangiuliano, e nessuno deve fiatare.
Il motivo? Non si sa: quello che si sa è che ovviamente si moltiplicano congetture e ipotesi sulle ragioni che hanno spinto i dirigenti di Fratelli d’Italia a non scontentare mai la coppia Cirielli-Sangiuliano.
Diretta emanazione dei due dioscuri campani è l’attuale commissario provinciale di Fdi, Marta Schifone, deputata iper-presente nei tg nazionali, residente a Roma, tanto cara (anche lei) ad Arianna Meloni, quanto lontanissima dalle dinamiche complesse dei territori.
La batosta referendaria terrificante rimediata da Giorgia Meloni a Napoli e in Campania ha dunque dei precisi responsabili, che però fa rima con “intoccabili”. Fratelli d’Italia veleggia dunque verso le politiche 2027 con molti dubbi. Il prossimo anno la Campania, terza regione d’Italia per popolazione, e Napoli in particolare, potrebbero essere determinanti per un’eventuale, e non più improbabile, sconfitta nazionale.
(da agenzie)

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MEZZOGIORNO DI FUOCO PER GIORGIA MELONI: LA DESTRA HA PERSO IL SUD, NELLE REGIONI DEL MERIDIONE LA QUOTA DI ELETTORI DI CENTRODESTRA CHE HA VOTATO “NO” AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA È TRA IL 10 E IL 30%

Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile

C’È STATO UN 10% DI ELETTORATO “DORMIENTE” CHE SI È RISVEGLIATO NEGLI ULTIMI GIORNI E HA DECISO DI PUNIRE IL GOVERNO: LE CAUSE? UN PO’ LE BOMBE DI TRUMP E NETANYAHU, UN PO’ IL CARO BENZINA (IL CALO DELLE ACCISE PER VENTI GIORNI NON È SERVITO: È STATO PERCEPITO COME UNA PRESA PER IL CULO)

“Gli elettori del centrosinistra e di quello che allora veniva definito terzo polo (Azione-Italia Viva) hanno partecipato massicciamente al voto (presentano tassi di astensione prossimi allo zero in tutte le città esaminate), quelli del centrodestra si sono astenuti in una quota simile agli elettori del M5S (13-15%).
Ma, attenzione: gli elettori che nel 2022 avevano votato per il M5S hanno partecipato al referendum in una misura significativamente superiore rispetto alle Europee del 2024 e al ciclo delle regionali, quando il loro tasso di astensione rispetto alle politiche era stato intorno al 30%.
Dunque, in occasione del referendum costituzionale, anche l’elettorato del M5S ha risposto in misura molto elevata alla campagna di mobilitazione del partito
D’altro canto, la defezione dal voto di circa il 12-15% degli elettori che nel 2022 avevano votato per il centrodestra non può essere interpretata con certezza come il riflesso di una scelta politicamente motivata”. E’ scritto nell’analisi dell’Istituto Cattaneo sul referendum sulla giustizia.
“Un astensionismo aggiuntivo di questa entità, in occasione dei referendum rispetto alle elezioni politiche precedenti, è abbastanza fisiologico.
Ad esempio, il tasso di partecipazione al combattutissimo referendum costituzionale del 2016 fu, nel complesso, di 10 punti percentuali inferiore a quello registrato nelle elezioni politiche di tre anni prima
È dunque straordinario non tanto il tasso di astensione tra gli elettori di centrodestra quanto il tasso di partecipazione tra gli elettori dei partiti di opposizione.
Assumendo che il maggiore astensionismo tra gli elettori di centrodestra non sia politicamente motivato, possiamo dire, che se il tasso di partecipazione al voto referendario dell’elettorato di centrodestra fosse stato pari al tasso di partecipazione dell’elettorato di centrosinistra il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti percentuali in più”, si spiega
“Sia gli elettori di centrosinistra e M5S sia gli elettori del centrodestra che sono andati a votare, hanno votato in maniera piuttosto compatta seguendo la posizione prevalente nel proprio campo
La quota del ‘voto divergente’ è minima sia da una parte sia dall’altra, con una sola eccezione degna di nota: nelle città del Sud una quota variabile tra il 10% e il 30% di elettori del centrodestra ha optato per il No, così come è accaduto a parti invertite per gli elettori del centrosinistra.
Il voto al Sud sembra insomma avere avuto un carattere meno ideologico o comunque meno legato alla contrapposizione frontale tra gli schieramenti politici”. Lo si legge nell’analisi dell’istituto Cattaneo sul referendum.
“Come avevamo già potuto osservare in occasione di elezioni comunali e regionali, gli elettori che nel 2022 avevano votato per l’alleanza Azione-Iv si sono invece divisi: in circa i due terzi hanno votato Sì; un terzo ha votato No”, si spiega.

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