Destra di Popolo.net

MELONI E SALVINI LITIGANO SULLA DATA DELLE ELEZIONI

Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile

LA PREMIER SPINGE PER IL VOTO IN PRIMAVERA, IL LEGHISTA CHIEDE TEMPO PER RISALIRE NEI SONDAGGI (O SPROFONDARE DEFINITIVAMENTE)

Matteo Salvini spinge per arrivare alla scadenza naturale della legislatura e votare nell’autunno del 2027. Giorgia Meloni, invece, starebbe valutando seriamente l’ipotesi di anticipare le elezioni alla primavera del prossimo anno.
Lo rivela Repubblica, secondo cui è nato un battibecco tra i due principali alleati di governo sulla data delle prossime elezioni politiche. Il leader della Lega ne avrebbe parlato alla premier anche nelle ultime ore, ribadendo la convinzione che l’attuale maggioranza possa vincere nuovamente le elezioni.
La premier spinge per un voto in primavera
Per Salvini, arrivare fino alla fine della legislatura significherebbe avere ancora un anno a disposizione per migliorare il quadro politico e recuperare consenso. Innanzitutto quello scivolato verso l’estrema destra di Roberto Vannacci, in costante ascesa nei sondaggi. Ma a Palazzo Chigi il ragionamento sarebbe diverso. Meloni, secondo quanto scrive Repubblica, non sembra intenzionata a seguire la strada indicata dal vicepremier e starebbe prendendo in considerazione un voto anticipato. Tra le date esaminate ci sarebbe soprattutto l’11 aprile 2027. La scelta avrebbe una sua logica nel calendario dell’anno prossimo. La Pasqua cadrà il 28 marzo e il voto arriverebbe quindi due settimane dopo, lasciando alcune settimane di distanza dalle elezioni amministrative, previste tra maggio e giugno.
L’ipotesi election day e la strategia di Palazzo Chigi
A rendere più complessa la decisione c’è proprio il calendario delle amministrative. Nel 2027 saranno chiamate al voto alcune delle più grandi città italiane, tra cui Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Palermo. Palazzo Chigi, sempre secondo il retroscena di Repubblica, avrebbe chiesto a sondaggisti ed esperti di flussi elettorali di valutare i possibili effetti di un unico election day. Il timore iniziale era che un voto amministrativo favorevole al centrosinistra potesse trascinare verso il basso il centrodestra anche alle politiche. Secondo gli esperti consultati, però, questo rischio sarebbe più limitato del previsto. Per Meloni, accorpare le due consultazioni non rappresenterebbe necessariamente uno svantaggio. Ma il ragionamento della premier è un altro: puntare prima alla conferma del governo a livello nazionale e affrontare successivamente la partita delle grandi città.

(da Repubblica)

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NEL PROGRAMMA DI VANNACCI ANCHE LA MULTA SULLA BESTENMMIA (CHE IN RELTA’ GIA’ ESISTE, Ma NESSUNO CONTESTA)

Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile

NOI PROPENDIAMO PER UNA MULTA A CHI SUI MEZZI PUBBLICI MOLESTA I PASSEGGERI DI COLORE TOCCANDOLI PER VEDERE SE HANNO LA PELLE COME I BIANCHI

Potrebbero esserci forti disparità tra regioni, con alcune che contribuirebbero sicuramente di più per tradizione ma c’è una ricetta economica curiosa proposta dal leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci: stangare chi impreca e usare il ricavato per far brillare le casse dello Stato. Un piano che rischia di mandare sul lastrico milioni di cittadini, scherza oggi Alessandro Gonzato su Libero, ma che spunta sul discusso programma del partito Futuro Nazionale.
Un “chitemmuort” per migliorare il sistema sanitario nazionale
Facile indignarsi su “unioni civili” o “migranti”. A pagina 83, capitolo 13, sotto la voce “Valori non negoziabili”, c’è questa piccola perla scovata da Libero. Si legge infatti: «Anche l’art. 724 del Codice penale (bestemmia e manifestazioni oltraggiose verso i defunti) dovrà essere puntualmente applicato, con la verifica da parte delle Forze dell’Ordine e la segnalazione all’autorità giudiziaria. La mancata sanzione, per assuefazione o buonismo ideologico, delle violazioni del Codice penale in materia morale grave rappresenta un fattore di disgregazione delle virtù e, inoltre, di mancati introiti per le casse dello Stato, il quale potrebbe destinare tali proventi al sociale e ad iniziative utili per lo sviluppo del Paese».
Si nota che la stretta, precisa il quotidiano, non si fermerebbe alla blasfemia pura. Il comunissimo “mortacci tua”, popolare da Roma in giù, potrebbe aiutare non poco le casse dello Stato. Oggi l’illecito amministrativo prevede già multe da 51 a 309 euro. Nel programma di Vannacci non si parla di rincari, e già questo appare un gesto di insperata clemenza.

(da agenzie)

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IL RECORD DI GIORGIA, CHE HA COPIATO BERLUSCONI PER DURARE DI PIU’

Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile

NON RISPONDERE ALLE DOMANDE E GOVERNARE SENZA RIFORME

Grazie alla tonta sinistra, l’Italia resta di destra e Giorgia Meloni ringrazia indossando il record di bugie e di durata. Il 4 settembre supererà i 1412 giorni del secondo governo Berlusconi fino a oggi il più longevo della storia repubblicana. Un primato e una certificazione della destra italiana. Della sua capacità di attraversare il tempo e gli scandali, di adattarsi ai costumi, alle tv, ai social, alle mode, ai rancori. Di cambiare abito senza cambiare pelle. Proprio come quella pulviscolare e intermittente maggioranza di italiani che di destra lo è sempre stata, ma aveva trovato il modo di non dirlo mai troppo ad alta voce.
Nella Prima Repubblica la Democrazia cristiana è stata un gigantesco biodigestore nazionale. Inghiottiva tutto. Il moderatismo e la paura dei comunisti. Le lotte sociali, le stragi nere e il terrorismo rosso. Il familismo, il Vaticano e il laicismo. I padroni, i contadini, gli impiegati. Il Sud assistito e il Nord industriale. Ma soprattutto assorbiva quel carattere ipocrita, conformista, reazionario, che il Ventennio aveva coltivato e che la Repubblica non si sognò di cancellare. Lo digeriva. Lo mescolava con il cattolicesimo sociale, con il riformismo, con pezzi di cultura laica e socialista. Arrivando a estrarre dal disordine del sovversivismo piccolo borghese, l’ordine discontinuo del centrismo prima, del centrosinistra poi. Funzionò per quasi mezzo secolo. Poi il biodigestore finì in manette.
Tangentopoli spazzò via il pentapartito, i suoi equilibri, le sue derive. Rimase sui territori un elettorato enorme, moderato, anticomunista, proprietario, diffidente verso lo Stato ma affezionato alle sue pensioni, allergico alle tasse, indulgente con i propri abusi, insofferente alle regole, innamorato dell’ordine sotto casa, disinteressato al resto. Berlusconi era già quella cosa lì, moltiplicata per cento: ci salì a cavallo.
Occhetto – stordito dallo Strappo – lo guardò correre al galoppo: con soldi a non finire, la P2 e i poteri marci, le tre televisioni, il Milan, la Mondadori, le ville, i sorrisi, le barzellette e una politica italiana ridotta a televendita. Disse che l’Italia era il Paese che amava. Gli italiani amarono lui. In misura così ostinata da consentirgli di trasformare il proprio conflitto d’interessi in un primato da rivendicare con infinite leggi ad personam. Cambiò in peggio il costume e l’immaginario, il rapporto con il denaro, con il successo, con le donne, con le regole. Il ricco diventò virtuoso. Il giudice sospetto. La legge un intralcio. La menzogna un programma di governo.
Governò quattro volte per 3.339 giorni complessivi. Record ancora suo. A certificare che non era un’anomalia italiana, ma l’Italia di aggiornata tradizione. Al punto che anche la sinistra finì per accomodarsi sulla sua scia, mimetizzandosi il necessario per stare dove sgocciola il potere e rendersi compatibile.
D’Alema e Bertinotti ne furono i campioni. Uno con il mito della barca dei quasi ricchi, l’altro con il birignao del cachemire dei quasi poveri. Entrambi con l’ambizione di essere riconosciuti statisti alla sua tavola. Che fosse quella della Bicamerale o della Crostata. Senza mai intralciare il suo potere vero, né opporsi ai suoi misfatti.
Non per caso è stato un solido democristiano a batterlo due volte, Romano Prodi, con lentezza di passo e di omelia, nessuna smania di seduzione. L’esatto contrario dell’Egoarca. Vinse nel 1996 e nel 2006. E per due volte furono i suoi alleati a maneggiare il coltello del tradimento: la prima, voltando il fattaccio in tragedia, con D’Alema disposto a bombardare Belgrado. La seconda in farsa, con Mastella sul palcoscenico dei pupi, il senatore Di Gregorio e un esordiente Valter Lavitola nel retropalco a intrecciare i fili.
La destra imparò la lezione. La sinistra talmente nulla che si arrivò a Giorgia Meloni. Al passaggio di consegne dal maschile al femminile. Con evidenti modifiche di costumi linguistici e sartoriali: via gli orrendi Caraceni del “Figantropo” di Brianza, dentro gli svolazzi di Ermanno Scervino in bianco e blu presidenziali. Via le barzellette con corna dell’era Obama, avanti con le foto sorridenti (e poi imploranti) dell’era Trump.
Ma la sostanza della navigazione – dal mellifluo “mi consenta” al perentorio “io sono Giorgia” – è rimasta la stessa: dire, disdire, adattarsi. La fiamma ha viaggiato da Salò a Cologno Monzese, passando per Atreju, Palazzo Chigi, Bruxelles. Identico il metodo di occupazione di tutti i posti disponibili e indisponibili, la Rai, le banche, i controllori istituzionali da ibridare con i controllati. Ordine pubblico da cavalcare sempre. Decreti Sicurezza per moltiplicare le pene. Immigrati nemici da imprigionare lungo ogni confine, tranne che nei campi di pomodori e nelle fabbriche. Bambini sempre stranieri, minori per la prima volta punibili, ma anche gioiellieri eroi, quando sparano, e sottosegretari immunizzati dal diritto alla privacy, quando cucinano bistecche con il pepe di camorra.
Non rispondere alle domande e governare senza riforme è la lezione che Giorgia ha imparato dal suo maestro. Che nella sua stagione ci ha lasciato la patente a punti e il divieto del fumo nei luoghi pubblici. Ora i suoi eredi festeggiano il record, ignorando il dubbio che sia un’aggravante. Si detestano in privato, ma sono sempre svelti a tornare a tavola in pubblico, specie ora, con la minaccia di Vannacci, nell’anno elettorale. E la sinistra? È ancora laggiù, tra le siepi del programma. Cerca un leader, un nome, un nuovo corso, per smontare l’eterna Italia e migliorarsi al punto da renderla migliore.

(da Il Fatto Quotidiano)

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BATTERIE CONTRAEREE E RADAR, COSI’ IL GOVERNO IN SEGRETO MANDA ARMAMENTI A KIEV

Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile

SARANNO INVIATI SAMP-T E ASTER, MA SI USERA’ UN DECRETO PER NON SPACCARE LA MAGGIORANZA… IL FESTIVAL DEI VIGLIACCHI CHE NON HANNO IL CORAGGIO DELLE PROPRIE AZIONI

Si fa, ma non si dice. Palazzo Chigi parla solo di generatori elettrici, per dare una mano alla popolazione ucraina nel buio e nel gelo dell’inverno sotto le bombe. Invece nel segreto il governo Meloni ha già deciso da settimane un poderoso sostegno militare, che è stato definito nei dettagli e verrà presto formalizzato nel tredicesimo “Decreto Aiuti”: a Volodymyr Zelensky è stato promesso di renderlo operativo entro il prossimo ottobre. Armi di ultima generazione, che formeranno uno scudo contro la pioggia di ordigni russi.
Si tratta di altre batterie contraeree Samp-T nella versione NG in grado di abbattere i missili balistici, di intercettori Aster 30 e dei radar per avvistare gli incursori di Mosca. Sono frutto di un’intesa tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni siglata a luglio, grazie anche alle ottime relazioni personali tra il ministro Guido Crosetto e il premier Lecornu, suo ex collega alla Difesa. Sono tutti sistemi protettivi, senza capacità offensive, prodotti congiuntamente dalle due nazioni.
Kiev dispone già di due batterie Samp-T donate dai due governi – una interamente italiana – che hanno dato ottimi risultati. Sono state fotografate le sagome delle prede russe distrutte, dipinte su uno dei lanciatori: due cacciabombardieri Sukhoi, un missile ipersonico, dozzine di droni e di cruise. Poi dall’estate 2025 questi dispositivi sono rimasti senza munizioni, perché Parigi e Roma hanno smesso di consegnare gli Aster 30: le scorte nazionali erano arrivate al minimo. Adesso le catene di montaggio hanno incrementato il ritmo e c’è la volontà di riprendere le forniture su vasta scala.
Il piano è ambizioso e articolato, proprio per dare un soccorso rapido all’Ucraina. Zelensky ne ha parlato tre giorni fa, fornendo ulteriori dettagli. E Repubblica ha ottenuto conferme sul ruolo del nostro esecutivo. Ci sarà la vendita – finanziata dai prestiti della Ue – di quattro batterie Samp-T NG: quelle più moderne che hanno prestazioni pari, se non superiori, ai Patriot americani. Saranno accompagnate da sette radar con grande raggio di scoperta: sei realizzati dalla francese Thales e uno dall’italiana Leonardo. Inoltre Parigi e Roma autorizzeranno la produzione degli intercettori Aster 30 N1BT in Ucraina, in modo da renderla autonoma nel settore della difesa antimissile: Zelensky sostiene che questi contratti saranno firmati entro settembre.
Poiché i raid russi stanno infliggendo ogni giorno danni gravi alle città, Kiev ha l’urgenza di ricevere subito armamenti operativi. Per questo l’Italia manderà entro ottobre una fornitura di intercettori Aster 30 prelevati dai magazzini delle nostre forze armate. Serviranno per le batterie già schierate in Ucraina e per altre due “anticipate” dall’Eliseo sottraendole al suo esercito, che poi le sostituirà con quelle antimissile non appena usciranno dalle fabbriche. Tutti i materiali, anche quelli di nuova costruzione, dovranno arrivare sul campo entro il 2027. In questo modo lo scudo contraereo di Kiev non dipenderà soltanto dai Patriot statunitensi, che la Casa Bianca nega o centellina, ma potrà contare su una massiccia barriera italo-francese composta da sei batterie Samp-T.
Il valore complessivo dell’operazione dovrebbe essere vicino ai tre miliardi di euro e sarà coperto dai fondi Ue dell’Ukraine Support Loan, di cui due giorni fa è stato confermato il rifinanziamento. Salverà tanti civili dai bombardamenti, rafforzerà la lotta contro gli invasori e creerà occupazione nelle nostre industrie. Ci sarà anche uno sviluppo tecnologico, perché darà modo di testare in condizioni reali l’unico scudo antimissile europeo: il pilastro del progetto Michelangelo Dome.
Il piatto forte del Tredicesimo Decreto Aiuti sarà composto quindi dalla cessione degli intercettori Aster 30 presi dai nostri arsenali e dalla licenza per costruirli a Kiev oltre alla vendita del radar Kronos e delle componenti made in Italy per le quattro batterie Samp-T. Il ricorso alla formula del Decreto offrirà al governo due vantaggi. Il primo è procedurale: permette di saltare l’iter per autorizzare l’export di armamenti, in genere estremamente lento. Il secondo è politico: tutto viene coperto dal segreto, senza rischiare scontri con la Lega – contraria al sostegno militare all’Ucraina – e limitando i contraccolpi nel clima di campagna elettorale. Oltre a salvaguardare la coesione della maggioranza, la premier deve fare i conti con la concorrenza a destra del generale Vannacci, ancora più determinato nel contestare l’appoggio a Kiev. Sul piano internazionale, la linea di Giorgia Meloni è un’eccezione: gli altri leader non nascondono il contributo alla resistenza contro gli invasori; lei lo concretizza nel silenzio, preoccupata di non guastare gli equilibri di una coalizione profondamente spaccata sulla politica estera.

(da Repubblica)

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CACCIARE RANUCCI E SPACCARE I GIORNALISTI: FILO DIRETTO RAI-FRATELLI D’ITALIA

Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile

RANUCCI OUT CON UN REPORT “COMMISSARIATO”, CONDUTTORE NUOVO CHE SARA’ SOLO CONDUTTORE E CAPO DEGLI AUTORI ESTERNO… ADDIO INCHIESTE SUI POTENTI, MUSERUOLO ALLE INCHIESTE SCOMODE AL GOVERNO

Ai piani alti della Rai la convinzione è quella di riuscire a chiudere con successo “l’operazione Report” tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima. Perché la questione ha un doppio corno. Prima verranno sottoposte a Sigfrido Ranucci tre offerte per un suo possibile ricollocamento, nella comunicazione con cui gli verrà notificato che non sarà più lui a condurre la trasmissione. Poi si metterà mano a quello che è temuto come un “commissariamento”: il nuovo capo degli autori sarà un esterno alla squadra di Ranucci (è stata sondata a più riprese la giornalista Raffaella Pusceddu), ma gli innesti non si fermeranno a questo. Di qui il timore della redazione ossia che, al di là di Ranucci, l’obiettivo sia quello di cambiare il format stesso di Report, per come è stato fin qui, in quanto sgradito al governo: chi avrà l’ultima parola sulle inchieste da mandare in onda nella stagione che partirà a novembre? E chi sarà il nuovo volto di Report? Di sicuro, a differenza di Ranucci, avrà solo il ruolo di conduttore.
Ma occorre innanzitutto mettere il primo tassello. Ieri in via Alessandro Severo nel corso di una riunione dell’ad della Rai Giampaolo Rossi con il capo del personale Felice Ventura e il direttore dell’ufficio legale Francesco Spadafora sono state passate in rassegna le ipotesi sul futuro impiego del giornalista, nella speranza di un lieto fine come nel caso di Giuseppe Carboni: rimosso a giugno da Rai Parlamento per fare posto alla sua vice Francesca De Martino (nome gradito a Fratelli d’Italia), avrebbe accettato la proposta di andare a dirigere la scuola di giornalismo di Perugia. Ma nel caso di Ranucci la strada è tutta in salita, e non solo perché il giornalista è intenzionato a resistere, come ha fatto capire ieri via social. “In queste ore e in questi giorni i vertici Rai sono al lavoro per il mio allontanamento da Report”, ha scritto riferendosi alla riunione di ieri sul suo futuro professionale.
Le offerte da proporgli che siano a prova di denuncia da demansionamento non sono molte, e del resto quelle che sono state vagliate devono misurarsi anche con un altro fattore che è emerso ieri. Ossia il parere dei direttori delle testate interessate dal suo spostamento, fin qui interpellati da Giampaolo Rossi. “Siamo pronti ad accoglierlo a braccia aperte, naturalmente. Però il posto di Ranucci è a Report” è il senso di quanto riferito dal direttore del Tg3, Pierluca Terzulli, all’ad.
Dunque la strada non sembra spianata, anche perché la Rai ha già deciso che la stagione di Ranucci a Report è conclusa. Ma quando gli comunicherà il passaggio ad altro incarico (mettendo sul piatto almeno tre ipotesi congrue rispetto alla sua qualifica e al ruolo che attualmente ricopre) dovrà fare cenno pure a quali ne siano le motivazioni. E qui il ragionamento corre sul filo della logica. “La questione è che non basta individuare un incarico, seppure formalmente, equivalente a Report. La parte più difficile è la motivazione dello spostamento. Se lo mandano via per ragioni, diciamo così, di affidabilità per i suoi rapporti con Valter Lavitola, perché dovrebbe ridiventare affidabile in un altro impiego?” riferiscono fonti interne alla Rai, per poi concludere: “Se invece non gli verrà rinfacciato nulla di tutto questo, come si giustifica la decisione di toglierlo dalla guida del suo programma?”. Dall’altra parte c’è pure chi invoca nella sostituzione di Ranucci esclusivamente ragioni di opportunità “nell’ottica di trovare una soluzione editoriale e mandare avanti il glorioso marchio di Report, uno dei fiori all’occhiello della Rai”.
Chi ci lavora però brancola nel buio da settimane. Ieri i due “rappresentanti” della redazione, Giorgio Mottola e Giulio Valesini, hanno incontrato in via Teulada il capostruttura Luigi Pompili: gli hanno detto le loro preoccupazioni e che vogliono continuare a collaborare perché si giunga a soluzioni condivise. Insomma, niente invasioni di campo, con commissari esterni che decidano sulle inchieste e né nomi, per quanto riguarda la scelta del conduttore, piovute dall’alto. Ma l’incontro con il direttore della direzione Approfondimenti Paolo Corsini è previsto solo per i primi giorni di settembre. Quando, almeno nei piani dell’ad Rossi, i giochi saranno ormai fatti.

(da agenzie)

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IL PROFESSORE HA SBAGLIATO TRENO

Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile

NEL PARTITO DI VANNACCI C’E’ TUTTO E L’INCONTRARIO DI TUTTO

In questo prevedibile Paese, dove tutto è proprio come sembra, basta poco per meravigliarsi. Si apprende che in area vannacciana esiste un professore, Luca Sforzini, assai contrariato dal puzzo nero che essuda da ogni singola parola di quel partito e di quel programma; al quale contrappone gli ideali del Risorgimento e dell’Italia liberale.
Il punto — dice — non è essere più a destra; è capire quale destra. Bisogna «persuadere uomini liberi, non educarli sotto tutela». E mai e poi mai si possono istituire «polizie morali».
Il professore, si noti, è presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, dunque in teoria uno degli ideologhi del nuovo partito, non un passante distratto o un umarell che, non avendo di meglio da fare, osserva il cantiere da fuori e dà consigli impercepiti.
E in mezzo al fervore littorio e al batter di tacchi dei soggetti che fanno da coorte a Vannacci (sempre più somigliante ad Alberto Sordi), se ne esce, soave e ammirevole, con Cavour e Ricasoli, con le memorie ottocentesche di una nazione giovane, laica, inesperta e forse per questo più dignitosa di come poi, rendendola feroce e volgare, la fece il Novecento nella sua prima metà.
Detto che sarebbe un sogno l’eventuale prevalenza, dentro Futuro Nazionale, del professor Sforzini (che immaginiamo con i baffi a manubrio e la camicia candida che si oppone alle baionette austriache e agli schioppi dei papalini), ci si domanda chi avrà il coraggio di avvertirlo che forse non è nel partito giusto, come quello che sbaglia treno e dai finestrini vede le Alpi. Ma voleva andare a Napoli.

(da Repubblica)

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CLAUDIA CONTE TORNA ALL’“INCASSO”. È GIÀ FINITO IL “PURGATORIO” PER L’AMANTE (EX) DI MATTEO PIANTEDOSI: PASSATA LA BUFERA, LA “MESSALINA D’AQUINO” È TORNATA IN PISTA, TRA CONFERENZE, EVENTI E PRESENTAZIONI DEL SUO LIBRO CON ESPONENTI DEL GOVERNO E DELLA MAGGIORANZA

Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile

SARÀ A RIMINI AL MEETING DI CL COME MODERATRICE A UN PANEL A CUI PARTECIPERÀ ANCHE IL CARDINALE ANGELO BAGNASCO… A LUGLIO, SENZA ALCUNA VERGOGNA, I VERTICI DELLA RAI HANNO DECISO DI PREMIARLA: SE LA SCORSA STAGIONE HA CONDOTTO UN PROGRAMMA NOTTURNO SU RADIO1 SULLA LEGALITÀ, ORA LE HANNO AFFIDATO UN NUOVA TRASMISSIONE SUL TEMA DEGLI ANIMALI. A CONFERMA CHE, IN CASA RAI, ORMAI REGNA LA LEGGE DELLA GIUNGLA

Il purgatorio è durato giusto qualche settimana, il tempo di far passare la buriana. Dopodiché la vita pubblica di Claudia Conte, colei che ad aprile ammise di avere una relazione con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, è ripresa come prima e meglio di prima: conferenze, eventi, programma in radio e persino presentazioni di libri con esponenti del governo e della maggioranza […]
È l’estate da 10 e lode della giornalista e scrittrice, divenuta celebre alle cronache politiche in primavera per aver parlato della storia col ministro durante un podcast condotto da un giovane dirigente di FdI. Bastò poco per unire i puntini e far diventare la vicenda da privata a politica, visto che in archivio si trovarono decine di eventi di Conte (alcuni promozionali, altri istituzionali) insieme a parlamentari o membri del governo.
Per dire della versatilità: oggi e domani Conte sarà a Rimini al Meeting di Comunione e Liberazione, perché farà da moderatrice a un panel con varie sigle cattoliche a cui parteciperanno, tra gli altri, il cardinale Angelo Bagnasco, il presidente della Compagnia delle Opere Andrea Dellabianca e Paolo Porrino, presidente dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti.
Le cose stanno andando alla grande per Conte. A fine luglio ha ricevuto una bella notizia dalla Rai: dopo il caso Piantedosi, Viale Mazzini sembrava dovesse non rinnovare il contratto alla giornalista, conduttrice su Radio 1 del programma La mezz’ora legale. La trasmissione in effetti è stata archiviata a giugno, ma Conte no, anzi, perché nei nuovi palinsesti autunnali la Rai le ha consegnato un altro programma tutto suo su Radio 1 dal titolo Impronte, questa volta incentrato sugli animali.
A luglio la scrittrice ha presentato il suo ultimo libro, Dove nascono i silenzi, al Circolo Canottieri Lazio, noto ritrovo romano di potenti di vario genere. Insieme a lei c’erano la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti, la sottosegretaria all’Economia Lucia Albano e il deputato Fabio Roscani, tutti espressione di Fratelli d’Italia. Presente anche Luciano Crea, consigliere regionale del Lazio eletto con la civica di Francesco Rocca.
Poi il tour è proseguito in diversi Comuni, alle volte – come a Soverato, in Calabria – in compagnia di sindaco e vicesindaco, oppure intrecciandosi con apprezzabili riconoscimenti, per esempio alla presentazione del Premio Ausonia 2026.
Negli ultimi giorni Conte è stata pure scelta tra i 25 nomi per il Premio Isfoa alla Carriera (piuttosto precoce, avendo l’autrice solo 34 anni), per non dire dell’apparizione più pop: sul settimanale Dipiù, Cairo Editore, ha sfoggiato un servizio fotografico dalla cucina con ricetta del suo “riso e lenticchie all’indiana”. Mai più senza.

(da “il Fatto quotidiano”)

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LA LIBERTÀ D’ESPRESSIONE IN AMERICA È UNA COSA SERIA: NON SI PUÒ ESSERE LICENZIATI PER UN’OPINIONE

Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile

IL “WASHINGTON POST” DOVRÀ REINTEGRARE L’EDITORIALISTA KAREN ATTIAH, LICENZIATA PER ALCUNI POST PUBBLICATI DOPO L’UCCISIONE DI CHARLIE KIRK… ATTIAH SCRISSE DI NON VOLER FINGERE TRISTEZZA PER L’ASSASSINIO, RILANCIANDO DICHIARAZIONI RAZZISTE DELL’INFLUENCER DI ESTREMA DESTRA. IL GIORNALE DI BEZOS L’AVEVA LICENZIATA (ANCHE PER STRIZZARE L’OCCHIO A TRUMP), MA UN ARBITRO INDIPENDENTE HA DATO RAGIONE A LEI

Il Washington Post dovra’ reintegrare l’editorialista Karen Attiah, licenziata per alcuni messaggi sui social pubblicati dopo l’uccisione dell’influencer ultraconservatore Charlie Kirk, e versarle gli arretrati salariali.
Lo ha stabilito un arbitro, ritenendo che il quotidiano non avesse “una causa valida e sufficiente” per il licenziamento. Kirk, sostenitore di Donald Trump, era stato ucciso il 10 settembre da un colpo d’arma da fuoco al collo durante un dibattito in un campus universitario dello Utah.
L’omicidio aveva provocato forte tensione politica negli Stati Uniti e minacce di repressione contro la “sinistra radicale” da parte del presidente. Attiah, editorialista del Post e docente alla Columbia University, aveva scritto di non voler fingere tristezza per l’assassinio e aveva rilanciato dichiarazioni razziste attribuite a Kirk nei confronti delle donne nere.
Il giornale l’aveva quindi licenziata, accusandola di “grave condotta scorretta” e di avere violato la politica interna sui social media. La giornalista, al Washington Post da undici anni, ha accolto con soddisfazione la decisione, sostenendo su X di essere stata costretta a lasciare per aver “detto la verita’”. Al momento del licenziamento aveva ricordato di essere l’ultima editorialista nera a tempo pieno del quotidiano. Il Washington Post ha dichiarato di rispettare la procedura arbitrale, senza ulteriori commenti.

(da agenzie)

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I SOCIALISTI EUROPEI FANNO I CONTI CON UNA FRATTURA PROFONDA TRA LA LINEA DELLA PREMIER DANESE, METTE FREDRIKSEN, E QUELLA PIÙ “APERTURISTA” DELLO SPAGNOLO PEDRO SANCHEZ

Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile

NESSUNO HA IL CORAGGIO DI SBUGIARDARE LA POLITICA DI COPENAGHEN, CHE HA ATTACCATO IL PREMIER SPAGNOLO: OGNUNO HA LA SUA ESTREMA DESTRA DA CONTENERE… NEL MIRINO FINISCE IRATXE GARCIA PEREZ, CAPA DEI SOCIALISTI E DEMOCRATICI AL PARLAMENTO UE. SOLO IL PD AVREBBE I NUMERI PER PROPORRE UN’ALTERNATIVA, MA ELLY SCHLEIN NICCHIA PER PAURA DI CONTE

La crisi migratoria di Ceuta, l’exclave spagnola sulla costa africana, ha fatto emergere una profonda frattura all’interno della famiglia socialista europea, contrapponendo il presidente del governo spagnolo Pedro Sanchez alla prima ministra danese Mette Frederiksen e alimentando interrogativi sulle possibili conseguenze per il Partito dei socialisti europei (Pse) e per il gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) al Parlamento europeo.
Lo riferisce l’edizione europea del potale “Politico”, secondo cui il confronto riguarda direttamente il diverso approccio alla politica migratoria: Frederiksen, fautrice da anni di una linea restrittiva, il primo agosto si e’ unita ad altri leader dell’Unione europea nell’accusare Sanchez di aver indebolito la sicurezza delle frontiere comunitarie dopo l’ingresso di decine di migliaia di migranti nell’exclave spagnola.
La posizione della premier danese ha provocato la reazione dell’eurodeputato socialista spagnolo Javi Lopez e dell’ex ministro italiano Peppe Provenzano, che la scorsa settimana hanno scritto al Pse accusando Frederiksen di essersi allineata alla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni invece di mostrare solidarieta’ a un governo guidato da un altro partito socialista.
Secondo nove eurodeputati e funzionari S&D interpellati da “Politico”, tuttavia, il centrosinistra europeo appare sostanzialmente paralizzato dalla necessita’ di conciliare interessi nazionali e priorita’ politiche differenti.
“Dobbiamo sviluppare una strategia e restare uniti”, ha dichiarato l’eurodeputato Vytenis Andriukaitis, membro della presidenza del Pse, riconoscendo che all’interno della famiglia socialista “gli approcci su questo tema sono un po’ diversi”.
Secondo Andriukaitis, la priorita’ dovrebbe essere mantenere un’impostazione umanitaria sulla migrazione senza accentuare le divisioni interne, mentre l’estrema destra starebbe utilizzando il dossier migratorio proprio per approfondire tali fratture.
La questione dovrebbe arrivare ai vertici del Pse prima del Consiglio europeo di ottobre, mentre la leadership del gruppo S&D dovrebbe discuterne nella seconda o terza settimana di settembre. Fonti interne citate da “Politico” ritengono pero’ possibile che prevalga la scelta di evitare uno scontro aperto.
A frenare un’eventuale offensiva contro Frederiksen contribuirebbe anche la forte solidarieta’ tra i partiti socialdemocratici nordici: “Nessuno vuole davvero uno scontro con i danesi, perche’ allora tutti gli scandinavi reagirebbero”, ha spiegato un eurodeputato socialista.
La crisi ha inoltre alimentato ipotesi su una possibile contestazione della leadership di Iratxe Garci’a Pe’rez, considerata politicamente vicina a Sanchez, alla guida del gruppo S&D. Secondo quattro funzionari del gruppo, tuttavia, soltanto la delegazione italiana avrebbe numeri sufficienti per promuovere un’alternativa, ma la segretaria del Partito democratico (Pd) Elly Schlein non avrebbe interesse ad aprire questo fronte.
Schlein e’ infatti impegnata a mantenere in Italia l’alleanza di opposizione alla maggioranza di governo insieme al Movimento 5 Stelle (M5s) e ai Verdi, e un maggiore coinvolgimento nella guida dei socialisti europei potrebbe accentuare le divergenze con i partner italiani.
“Dobbiamo concentrarci sulle elezioni. Non ci interessa la leadership del gruppo”, ha spiegato una fonte italiana. Secondo “Politico”, dunque, le divergenze sulla migrazione restano profonde e investono direttamente l’identita’ politica del centrosinistra europeo, ma proprio il rischio di una rottura tra le sue diverse componenti nazionali potrebbe spingere il Pse e il gruppo S&D a evitare, almeno nel breve periodo, una resa dei conti aperta.

(da agenzie)

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