Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA ROVINOSA CADUTA DELLA DESTRA SOVRANISTA AMERICANA, CHE FINO A IERI SEMBRAVA INARRESTABILE ANCHE IN EUROPA, TRASCINA ANCHE GIORGIA MELONI: L’EX TRUMPETTA ORA PROVA A MARCARE DISTANZA DAL TYCOON, MA È LEI STESSA, NEL NUOVO LIBRO DI VESPA, A DIRE CHE NON SI PENTE DEL SUO FLIRT CON IL TRUMPONE … PESSIME NOTIZIE ANCHE PER MARINE LE PEN (LA DEBACLE DELL’IDIOTA E’ UNA SPINTA PER I PARTITI FRANCESI AD ALLEARSI) … SE LA FINE DEL TRUMPISMO DIVENTA UNA LAPIDE PER NETANYAHU, LA PROSSIMA VISITA DI PAPA LEONE XIV DAL TRUMPINO ARGENTINO JAVIER MILEI ASSUME TUTTO UN ALTRO SIGNIFICATO (LA MOTOSEGA SE LA PUO’ METTERE IN QUEL POSTO) – IL RUOLO DI OBAMA, L’ASCESA DI JON OSSOFF, IL FLOP IN BORSA DI MUSK, IL PUTIN TRUMP-AZZOPPATO
La scoppola di Trump alle midterm cambierà tutto: è uno di quegli eventi in grado di provocare
un effetto domino che modificherà gli equilibri interni agli Stati Uniti, quelli dei partiti americani, ma anche la situazione geopolitica e, a cascata, avrà degli effetti anche sull’Italia.
La batosta repubblicana manda in crisi innanzitutto la narrazione di una destra sovranista inarrestabile e trans-oceanica, e costringe i suoi alleati internazionali a ricalcolare le proprie mosse.
Per Giorgia Meloni è una sberla in faccia: fino al “vaffa” di giugno (con la celebre telefonata in cui Trump diceva che la Ducetta gli aveva fatto pena), la premier italiana aveva puntato tutto sull’intesa personale con Trump e sull’immagine di interlocutrice privilegiata tra Washington e Bruxelles. La famosa “pontiera”, che poi si è rivelata essera una “portiera” della Garbatella.
Come scrive il “Giornale d’Italia”: “I danni per Giorgia Meloni sono tre. Il primo riguarda il racconto: l’idea di un’onda sovranista che nulla può fermare, benzina di tutto il centrodestra, si è esaurita. Il secondo è concreto: un Congresso ostile lega le mani al presidente, e il canale con Roma si svuota proprio quando servirebbe visto che si avvicinano le politiche.
Il terzo è di credibilità: chi ha liquidato l’Europa come una macchina di scartoffie dovrà spiegare perché il suo faro a Washington non regge e perché, nei passaggi difficili, si torna a Bruxelles.
Salvini e la Lega hanno fatto della simpatia per Trump un marchio, Tajani andava a Washington con il cappellino Maga. Sono i più scoperti, perché il loro sovranismo guarda fuori dai confini per trovare un punto fermo, e quel punto fermo ha appena subìto un ceffone alle urne. Una destra con idee proprie si riorganizza; una destra con un’icona resta senza centro”.
La Statista di Colle Oppio ha provato poi timidamente a smarcarsi da Trump, fino al silenzio di queste ore (ha mandato avanti Tajani a dire: “non siamo mai stati trumpiani”): prende le distanze isolando Salvini e la Lega, come a voler far credere che l’unico trumpiano è il fu “Capitone”.
Un tentativo goffo, e imbarazzante, smentito dalle dichiarazioni della stessa Meloni in questi giorni. Nelle anticipazioni del nuovo libro di Bruno Vespa, “Storia della seconda Repubblica”, spunta infatti un virgolettato evocativo della sora Giorgia:
“Non mi pento di essere stata molto vicina a Trump all’inizio del suo secondo mandato. Perché farlo significava difendere l’interesse nazionale. […] Quella vicinanza è stata molto apprezzata da tanti governi europei perché ha aiutato a tenere aperto il dialogo euro-atlantico anche nei momenti di maggiore incomprensione”
Un possibile effetto, nell’immediato, sarà che la Ducetta alle volngole si attaccherà ancora di più alla giacchetta del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, anche se lo spilungone crucco, a sua volta, sembra sempre più un’anatra zoppa (i post-nazisti di Afd sono il primo partito, e Merz rischia di finire alla storia come il premier che ha regalato alle svastichelle il potere).
A finire distrutto dallo tsunami blu che ha travolto Trump, però, sarà prima di tutto il partito repubblicano. Come ha detto chiaramente quel gran para-guru di Steve Bannon, ideologo del mondo “Maga”, una “guerra civile” nel GOP è inevitabile. Uno scontro sanguinario che si trasformerà in un tutti contro tutti che non lascerà superstiti.
Già nel day after delle elezioni ci sono state le prime reazioni sguaiate. Al solito, il più gofffo e scomposto è J.D. Vance: il vicepresidente ha attribuito alla guerra in Iran la sconfitta alle midterm. E grazie al cazzo, JD: ma mentre Trump bombardava, che facevi?
È vero che Vance è sempre stato contrario al conflitto, ma la sua presa di posizione tardiva è solo una manifestazione (ulteriore) di incoerenza. La sua candidatura per il 2028, dopo il risultato nefasto del partito repubblicano alle midterm (Vivek Ramaswamy, il candidato sponsorizzato da Vance per diventare governatore del “suo” stato, l’Ohio, ha perso malamente con la democratica Amy Acton), è ormai bruciata.
I repubblicani potrebbero puntare su Marco Rubio, ma un possibile scontro tra Vance e il segretario di Stato potrebbe paralizzare il partito ed esacerbare lo scontro tra i “MAGA” e il vecchio partito repubblicano, interventista in politica estera e più “moderato” nei toni e nel metodo.
Trump, che mentre uscivano i primi risultati delle midterm si è chiuso in una stanzetta con la sua “fidanzatina” Natalie Harp, è incazzato come una biscia, e sta cercando caproni espiatori, anche per pararsi le chiappe da eventuali inchieste del Congresso a guida dem. Il primo indiziato è quel bellimbusto di Pete Hegseth, che ha messo la faccia sulla guerra in Iran.
Con Hegseth e Vance, un altro grande sconfitto dalle midterm è Elon Musk: l’uomo più ricco del mondo aveva investito 446 milioni di dollari nelle elezioni di metà mandato, e il risultato in Texas (James Talarico senatore e Gina Hinojosa governatrice) è un bruttissimo colpo per le sue aziende.
Il voto era anche una sorta di referendum sui mega piani di investimento sul tech e sugli impopolarissimi data center che stanno invadendo lo Stato, dove Musk ha trasferito i quartier generali delle sue aziende. Aziende che oggi, all’indice Nasdaq di Wall Street, erano le uniche a crollare, mentre gli altri titoli veleggiavano in positivo (segno che la “new economy” e la tecnofinanza sono già pronti a riallinearsi sui dem).
Musk ha ironizzato sull’esito del voto: “Pare che i miei laser spaziali per interferire questa volta non abbiano funzionato”. Ma la verità è che rosica male per il pessimo risultato dei candidati a lui graditi. Un esito che pone un’altra domanda: che faranno Musk e i “Maga”? Continueranno a sostenere i partiti di ultra-destra e anti-Europa come Afd in Germania e Vox in Spagna, per destabilizzare l’Ue? O si impegneranno di più negli affari “domestici”?
Quel che è certo è che, se il partito repubblicano raccoglie i cocci provocati dalle bombe di Trump, i democratici sono galvanizzati e guardano con ottimismo al 2028. Tra i nomi su cui si concentra l’attenzione c’è in particolare quello del senatore della Georgia Jon Ossoff, indicato da alcuni come un possibile “nuovo Obama” e considerato una figura su cui puntare.
Nel risultato delle midterm c’è anche chi legge proprio lo zampone dell’ex presidente Barack Obama, ancora in grado di mobilitare l’elettorato con i suoi discorsi ispirati e la sua presenza carismatica e “cool”. Per “Barrie” è una rivincita anche sul premier israeliano Benjamin Netanyahu e sulle lobby che si erano opposte alla sua presidenza.
Le ricadute potrebbero estendersi anche alla Francia. Come per Giorgia Meloni, la sconfitta di Trump è un pessimo colpo anche per Marine Le Pen. Non tanto perché gli elettori transalpini votino pensando al ciuffo platinato di Mar-a-Lago, quanto perché può dare la spinta agli oppositori della figlia di Jean-Marie.
La vittoria democratica negli Usa può infatti dare fiato all’opposizione e ai moderati contrari alla destra sovranista, spingendoli a cercare un candidato di mediazione. Tra i nomi più indicati c’è quello di Édouard Philippe.
L’ex presidente della Bce, Christine Lagarde, che lascerà l’incarico in anticipo, a febbraio 2027, ha intenzione di concentrarsi sulla campagna elettorale, dando una mano proprio al candidato centrista. Che appeal possa avere la 70enne tecnocrate sull’elettorato incazzato francese, è discutibile, ma di sicuro è un segnale che l’establishment è in movimento. E che le elezioni americane possano funzionare come “spinta”.
Lo scontro francese potrebbe avere conseguenze anche per le oligarchie europee: se fallisse l’operazione “Giorgia Le Pen”, a vantaggio di Jean-Luc Mélenchon, la stagione elettorale potrebbe produrre comunque un brutto contraccolpo per gli equilibri consolidati.
E il Medio Oriente? La sconfitta di Trump complica e di molto la posizione di Netanyahu, e rafforza Gadi Eisenkot e l’opposizione. Il presidente israeliano, Isaac Herzog, sarebbe pronto a concedere la grazia a “Bibi”, pur di levarselo dai cojoni.
Israele e India, con Grecia e Cipro nel loro schieramento regionale, incassano intanto una battuta d’arresto: sul versante mediorientale potrebbe infatti intensificarsi ancora il dialogo tra i tre Paesi della Mecca (Arabia Saudita, Turchia e Pakistan) e Teheran, fino a delineare un polo regionale più autonomo.
Anche Vladimir Putin ha pochi motivi per festeggiare, secondo questa lettura: la perdita di forza di Trump potrebbe spingere Mosca a cercare una via per chiudere la guerra, con la possibilità che debba concedere più spazio agli europei. La Cina, invece, come al solito, è in una botte di ferro.
Ps. La sconfitta di Trump è un tale cambio di paradigma che anche la visita di Papa Leone XIV in Argentina assumerà tutto un altro significato. Il presidente, Javier Milei, era pronto ad accogliere il pontefice brandendo la motosega, e invece dovrà allisciarsi il ciuffo, mettere su il ghigno buono e accogliere Prevost nel suo viaggio di riconciliazione, dopo gli anni pazzi di Bergoglio (che non è mai tornato nel suo paese natale da Papa)
(da dagoreport)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
LO STAFF AVEVA ORDINATO VASSOI DI STUZZICHINI, NELLA “DELIRANTE” CONVINZIONE CHE CI SAREBBE STATO QUALCOSA DA FESTEGGIARE, NONOSTANTE TUTTI I SONDAGGI DESSERO PER CERTA LA SCONFITTA… LE VOCI DEI TESTIMONI: “STA GUARDANDO FOX NEWS SENZA RIUSCIRE QUASI A DIRE UNA PAROLA, PARALIZZATO DAL SILENZIO”
Donald Trump era così furioso per la sua clamorosa sconfitta alle elezioni di metà mandato che, mentre arrivavano i risultati, si è rintanato al buio con la sua inseparabile assistente, Natalie Harp.
Un insider della Casa Bianca ha raccontato al “Daily Mail” che gli assistenti avevano ordinato vassoi di stuzzichini alla Cheesecake Factory, nella «delirante» convinzione che ci sarebbe stato qualcosa da festeggiare mentre martedì sera arrivavano i risultati delle competizioni in tutto il Paese.
Ma alle 22 i vassoi intatti di mini hamburger e involtini primavera stavano diventando freddi nella East Room, mentre persino i più alti funzionari dell’amministrazione lasciavano l’edificio per affogare i dispiaceri nei bar di Washington.
Nel giro di un’ora dai primi risultati, Trump era così furioso che per un po’ non è riuscito a parlare. Si era rintanato nella sua residenza privata al secondo piano con Harp, la sua assistente esecutiva, e la capo di gabinetto Susie Wiles.
«Sta guardando Fox News senza riuscire quasi a dire una parola, paralizzato dal silenzio», ha raccontato al “Mail” un insider. «Nella residenza è molto, molto buio», ha aggiunto un’altra fonte. «È una scena cupa».
Wiles continuava a dire al personale della Casa Bianca che i Repubblicani avrebbero prevalso, ancora a settembre, ha riferito al “Mail” una fonte.
L’insider ha anche rivelato che l’ex responsabile della campagna elettorale di Trump, Chris LaCivita, aveva trasmesso lo stesso messaggio al presidente durante le riunioni settimanali del giovedì.
Quell’ottimismo infondato avrebbe spinto i funzionari dell’Ala Ovest a chiacchierare di un possibile aumento della maggioranza repubblicana sia alla Camera sia al Senato persino martedì mattina.
«Deliranti», come ha detto al “Mail” la fonte. «Sono rimasti deliranti fino alla fine».
Un altro insider ha raccontato di aver visto Jason Miller, da tempo stratega della comunicazione di Trump, andare nel panico, madido di sudore, mentre i conduttori dei notiziari annunciavano una dopo l’altra le imbarazzanti sconfitte elettorali dei Repubblicani.
La rabbia paralizzante di Trump non gli ha impedito di far sentire la sua voce su Truth Social. «Fox News è responsabile di queste sconfitte», ha scritto in uno sfogo furibondo.
«Se Greg Abbott, il governatore del Texas, non fosse diventato un RINO negli ultimi sei mesi della sua carriera politica, non avrebbe perso», ha scritto il presidente in un altro post.
«Io non ero sulla scheda elettorale e, se ci fossi stato, avremmo vinto A VALANGA», ha aggiunto in seguito, nonostante per mesi avesse implorato gli elettori di immaginare che avrebbero votato personalmente per lui.
Mentre il presidente sfogava la sua furia online, assistenti ubriachi di whiskey si riunivano in un bar a tre isolati dalla Casa Bianca per discutere su chi, nell’amministrazione, pensavano avrebbe pagato il prezzo della batosta elettorale.
«La serata sarebbe stata molto diversa senza la guerra con l’Iran», ha detto al “Mail” un insider. «Credo che alla fine vedremo POTUS chiedere conto a Hegseth».
Altri hanno ipotizzato che la scure potrebbe abbattersi con la stessa probabilità sul Dipartimento di Stato. «[Marco] Rubio è finito», ha detto un’altra persona. «Anche se forse lo stesso vale per tutti i Repubblicani che hanno avuto a che fare con la politica estera di Trump».
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
SI CONCENTRA SU TEMI CONCRETI COME IL COSTO DELLA VITA E LA SANITÀ E IN POLITICA ESTERA HA CONDANNATO LA CONDOTTA DI ISRAELE NELLA GUERRA A GAZA, MA SENZA DEFINIRLA UN GENOCIDIO…DOPO LA VITTORIA, HA TUONATO CONTRO IL TYCOON: “E’ STATA RESPINTA LA SUA CORRUZIONE”
Jon Ossoff aveva proprio l’aspetto di un presidente. O almeno, così pensava Barack Obama. Dopo
che il senatore democratico della Georgia, 39 anni, si era rivolto alla folla durante uno degli ultimi comizi prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre — bello come sempre, con gli occhi scuri e una folta chioma nera — l’ex presidente aveva sorriso. Tra i tanti motivi per votare per Ossoff, aveva detto Obama al pubblico, c’era anche il fatto che «sembra un Kennedy».
Nell’arena Southlake, nei sobborghi di Atlanta, che può accogliere 8.000 persone, esplose l’entusiasmo. In alto, sugli spalti, una banda in giubba rossa sembrava sul punto di riprendere a suonare le trombe. Le donne gridavano, gli uomini esultavano e nel giro di pochi minuti i video del discorso rimbalzavano sui social. («Sono convinta che Jon Ossoff dovrebbe candidarsi alla presidenza», ha scritto la cantante Nancy Sinatra, il cui padre era amico di JFK; «be’, ora sappiamo chi sostiene Obama», ha aggiunto Nikolaj, un fisico serbo di 26 anni.)
Forse era lui l’uomo capace di realizzare i sogni dei fedeli del partito riuniti lì: non solo conquistare un secondo mandato nello Stato meridionale della Georgia, da decenni saldamente repubblicano, ma riportare il Partito democratico alla Casa Bianca.
Secondo gli analisti, Ossoff rappresenta una tendenza. «Se si guarda a dove i democratici stanno ottenendo i risultati migliori, è con i candidati centristi», ha detto Josh Freed di Third Way, un centro studi di Washington che promuove politiche moderate. «Ossoff sta vincendo a mani basse in uno Stato che tutti pensavano sarebbe stato estremamente competitivo».
«Ciao, Atlanta», ha tuonato Ossoff dal palco, avvicinandosi al microfono e allungando la «o» come un annunciatore di incontri di pugilato. Poi, facendosi serio, ha chiesto se tra il pubblico ci fossero veterani, militari in servizio o loro coniugi («se potete, alzate le mani, così possiamo rendervi omaggio», ha detto). È seguita una dimostrazione del suo attento stile politico a due facce: un momento si rivolgeva alla sinistra liberal, quello dopo alla destra conservatrice.
Nel corso della sua carriera, il primo senatore millennial d’America ha entusiasmato quella parte della base democratica che vuole un «combattente», pronto a colpire Trump alla mascella.
La sua abilità politica e la sua ascesa tra le stelle democratiche invitano al paragone con Obama. Ezra Klein del New York Times ha detto che Ossoff ha una «grammatica visiva» che «ricorda Obama», per il modo in cui parla e si presenta. Puck ha scritto che il trentanovenne ha una «cadenza studiata, simile a quella di Obama», mentre Lily Geismer, esperta di storia del Partito democratico al Claremont McKenna College, ha detto che possiede la capacità di Obama di unire le correnti di sinistra e centriste del partito. Trump, invece, ama paragonarlo a Pee-wee Herman.
Ad agosto Ossoff ha acceso un intero ciclo di notizie attorno a Natalie Harp, assistente del presidente («tutto quello che il presidente vuole fare è costruire la sua sala da ballo e viaggiare con Natalie», ha detto). In seguito, il portavoce della Casa Bianca Davis Ingle lo ha definito «un ragazzino di teatro imbarazzante e femmineo che fa cosplay di Barack Obama».
In precedenza, Ossoff aveva coniato l’espressione «classe Epstein», suggerendo che la retorica populista dell’amministrazione Trump nascondesse profonde connessioni con il mondo del finanziere pedofilo, fatto di alta finanza, bassa moralità e affari opachi.
All’arena Southlake ogni nuovo insulto veniva accolto da applausi. «È l’amministrazione più corrotta di tutti i tempi, e lo sanno tutti», ha detto Ossoff. «E mentre il presidente criminale e la sua famiglia criminale incassano miliardi da ogni parte del mondo, voi pagate di più per tutto».
Rilanciati sui social, attacchi del genere hanno contribuito a fare di Ossoff una star della raccolta fondi: solo nell’ultimo trimestre ha raccolto più di 33 milioni di dollari, oltre dieci volte la cifra del suo sfidante. Ma il denaro non serve a portare avanti un’agenda liberal. Da tempo, invece, il senatore pratica una sorta di alchimia politica: usa i fondi raccolti con le sue invettive contro Trump per finanziare un lavoro discreto e concreto di contatto con gli elettori repubblicani.
È sempre stato difficile trovare il giusto equilibrio, ha ammesso Sacha Haworth, una delle principali collaboratrici della campagna di Ossoff per la Camera nel 2017, nel libro *Flipped: How Georgia Turned Purple and Broke the Monopoly on Republican Power*. «Vuoi convincere i repubblicani senza farli incazzare», ha detto.
Ossoff è molto legato alla sua comunità. «Quasi ogni settimana chiamo sindaci, pastori e agricoltori della Georgia per capire come posso aiutarli», ha detto. «Perché, vedete, gli uragani, il diabete e le fughe di gas non controllano a quale partito appartieni e, quando si tratta di servire la Georgia, nemmeno io lo faccio».
Mentre altri democratici puntano su programmi capaci di cambiare il mondo, come «Medicare per tutti», o su questioni sociali complesse e politiche identitarie, Ossoff ha scelto un terreno relativamente poco glamour: l’assistenza agli elettori del suo collegio.
In tutto lo Stato, i residenti raccontano di aver ricevuto telefonate dal senatore o dal suo staff. Fuori dal comizio di Atlanta, Gwen McAlpine ha detto che Ossoff aveva aiutato una sua amica a lasciare Dubai all’inizio della guerra in Iran. Il numero federale per chiedere assistenza non funzionava e «nessun altro nel governo rispondeva al telefono».
A circa 180 miglia più a sud, nel municipio di Tifton, la segretaria comunale Jessica White ha detto che l’ufficio del senatore era sempre disponibile ad aiutarli a districarsi nel labirinto della burocrazia federale. «Si presentano», ha detto.
L’America «ha sete di persone capaci di risolvere i problemi»
Nel 2024 Trump aveva vinto nella contea di Tift con 36 punti di vantaggio. Ma la sindaca della città, Julie Smith, si è unita a una lunga lista di repubblicani di vecchia data che in questa tornata hanno sostenuto Ossoff: dagli agricoltori di arachidi alle prese con il costo elevato dei fertilizzanti ai conduttori di talk show conservatori.
«Penso che l’America abbia sete di persone capaci di risolvere i problemi», ha detto Geoff Duncan, ex vicegovernatore repubblicano della Georgia, che si è allontanato dal partito dopo aver contrastato le affermazioni di Trump sulle frodi elettorali alle elezioni del 2020. «Credo che il motivo principale per cui Jon Ossoff è così avanti nei sondaggi sia che ha fatto il suo lavoro. Si è concentrato sui temi importanti per i georgiani: gli affari dei veterani, le poste, il costo della vita, la sanità. E lo ha fatto in modo bipartisan».
Duncan aveva i suoi racconti sull’etica del lavoro «febbrile» del senatore. Ogni volta che l’ufficio del governatore repubblicano gli sottoponeva una lamentela di un elettore — per esempio, un assegno respinto o un problema con un’agenzia federale — lo staff del senatore democratico la risolveva. «Jon mi chiamava personalmente per dirmi che stavano affrontando il problema», ha raccontato Duncan al Telegraph. Una volta il giovane senatore telefonò a Duncan alle 23 per seguire il caso di un uomo detenuto che non riusciva a ricevere i suoi farmaci. «È andato ben oltre il proprio dovere, dieci volte tanto».
A modo loro, ciascuno dei candidati democratici «normali» al Senato si è presentato innanzitutto come concentrato sulle questioni locali, tenendosi decisamente al di sopra di ogni legame con il partito nazionale. Peltola ama le armi. Hamilton è favorevole ai tagli a Medicaid. Talarico sostiene le trivellazioni petrolifere e controlli rigorosi alle frontiere. Insieme, i tre provengono da ambienti associati al conservatorismo: una pescatrice schietta, un pastore e un seminarista.
«Ci sono molte prove del fatto che nel 2024 gli elettori decisivi per l’esito delle elezioni considerassero il Partito democratico più estremista di quello repubblicano», ha detto Freed. Per tornare a vincere, il partito doveva «concentrarsi sull’incontrare il proprio elettorato là dove si trova», ricordando che gli elettori americani tendono in generale «al centrodestra».
Non tutti ne sono convinti. Seduto in un fienile pieno di macchine per sgusciare i piselli, bilance e confezionatrici, Howard Brown ha liquidato in poche parole Ossoff. «Non rappresenta niente di ciò che sostengo», ha detto il sessantunenne, agricoltore da cinque generazioni, guardando un campo erboso punteggiato di trattori e altri macchinari. «Molti votano per lui perché gli piacciono gli aiuti del governo e non vogliono che la situazione cambi».
Intorno alla cittadina di Montezuma si estendono per chilometri campi di cotone e arachidi, interrotti dai campanili bianchi delle chiese in legno. Gli agricoltori della Georgia come Brown hanno attraversato un anno difficile: il gelo ha danneggiato i raccolti; i dazi di Trump hanno provocato ritorsioni, per esempio contro le noci pecan americane; e il prezzo del diesel necessario per far funzionare camion e trattori è aumentato di circa il 70 per cento dall’inizio della guerra in Iran.
In risposta, Trump ha promesso aiuti economici a sua volta. Nelle ultime settimane agli agricoltori sono stati prospettati circa 15 miliardi di dollari in sostegni federali, di cui 8 miliardi per compensare l’impennata dei prezzi del carburante.
«Penso che l’idea di Trump sia rimettere in moto questo settore», ha detto Brown. «I dazi stanno riportando qui tutta questa industria», ha aggiunto, citando progetti — non ancora realizzati — per costruire uno stabilimento automobilistico a meno di 30 miglia di distanza. «Ne abbiamo un disperato bisogno, ma ci vuole tempo», ha aggiunto. «È praticamente necessario ricominciare da zero, perché tutta la nostra industria è stata decimata: è andata in Cina, in Messico o chissà dove».
Da queste parti, lo spettro del «socialismo» si aggira come un mostro di Halloween: una storia dell’orrore raccontata non ai bambini, ma agli elettori conservatori indecisi. Non avendo un argomento d’attacco evidente contro Ossoff, i repubblicani lo hanno dipinto come vicino ai Democratic Socialists of America, il gruppo di sinistra di cui fanno parte Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, sindaco di New York.
Il vicepresidente JD Vance ha definito «di estrema sinistra» il comportamento di Ossoff in Senato a Washington e lo ha accusato di «fingere» di essere moderato ad Atlanta. «Il senatore Ossoff non ci rappresenta», ha incalzato Collins durante un dibattito televisivo. «Vuole conquistare il Paese con le sue idee strampalate e pericolose e i suoi amici radicali».
Secondo Collins, tra questi amici ci sono il dottor Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, e il suo collaboratore Hasan Piker, uno streamer di estrema sinistra che ha elogiato il Partito comunista cinese — salvo poi dire di avere «problemi» e «disaccordi» con il suo modo di operare — e ha definito Hamas «mille volte meglio» dello Stato «fascista» di Israele.
Con una mossa retorica tipica, Ossoff ha ignorato le accuse ed è passato all’attacco: Collins, ha detto, era semplicemente un burattino di Trump e un bigotto che aveva inserito «metà del Terzo Reich nel suo staff al Congresso», con riferimento a vari collaboratori finiti nell’occhio del ciclone per post antisemiti e legami con i nazionalisti bianchi.
Ebreo, Ossoff ha condannato la condotta di Israele nella guerra a Gaza, senza definirla un genocidio. Questa posizione non rappresenta un ostacolo a una possibile candidatura alla Casa Bianca: non è troppo dura per i moderati né troppo morbida per i progressisti.
E la corsa entra nel vivo proprio più avanti questa settimana. Ocasio-Cortez, che sta valutando una propria candidatura, ha trasferito un milione di dollari dai fondi della sua campagna al dottor El-Sayed, nella speranza di spingerlo verso una vittoria che rafforzerebbe il movimento progressista nel suo complesso. La scommessa potrebbe riuscire: l’ultima media dei sondaggi dà El-Sayed avanti di quattro punti sul rivale Mike Rogers.
Con la corsa che si è fatta più serrata, però, gli strateghi democratici hanno espresso il timore che El-Sayed stesse compromettendo le loro possibilità in un contesto favorevole al partito: i candidati nelle competizioni più in basso sulla scheda, tra cui la candidata governatrice Jocelyn Benson, avevano vantaggi vicini ai 10 punti.
«Questo film l’abbiamo già visto»
Il 24 ottobre, dieci giorni prima delle elezioni, Obama è volato a Detroit per quella che sembrava una missione di soccorso. I sondaggi mostravano che il sostegno a El-Sayed si stava indebolendo tra gli elettori ebrei e neri.
Da una parte, il quarantaduenne, brillante e vigoroso, aveva subito attacchi razzisti da parte di Trump, che lo aveva definito un «jihadista» che avrebbe dovuto passare i controlli di sicurezza per entrare al Senato. Dall’altra, non era riuscito né a dissipare in modo convincente i timori che fosse indulgente nei confronti dell’antisemitismo, né quelli che le sue politiche fossero troppo di sinistra per gli elettori neri, tradizionalmente più conservatori, che costituiscono gran parte della base democratica in Michigan.
«Questo film l’abbiamo già visto», ha detto Obama a una folla di migliaia di persone riunita alla Cass Tech High School. «Io ne ero il protagonista». Ogni volta che qualcuno cercava di cambiare lo «status quo fallimentare», gli oppositori di quel progetto usavano il tuo «nome o la tua fede» per suggerire che fossi «pericoloso», in qualche modo «meno affidabile» e «meno americano» di loro. Certo, ha ammesso Obama, forse non era d’accordo con El-Sayed su tutto. Ma i democratici dovevano restare uniti come una famiglia, anche quando non tutti i suoi membri la pensano allo stesso modo.
Una settimana dopo, i tentativi di riconciliazione si sono interrotti in modo clamoroso. Haley Stevens, sconfitta da El-Sayed alle primarie democratiche, ha appoggiato il candidato repubblicano Rogers, irritata dal rifiuto di El-Sayed di condannare uno spot che attribuiva agli aiuti statunitensi a Israele la responsabilità dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari.
«È straziante», ha detto Michael Curhan, avvocato di 69 anni e democratico da tutta la vita, che aveva appena votato in anticipo per Rogers quando ha parlato con il Telegraph davanti alla biblioteca pubblica di West Bloomfield, un quartiere a nord-ovest di Detroit in cui vive una numerosa comunità ebraica.
«L’ho fatto controvoglia — controvoglia con la “C” maiuscola», ha detto. «Odio gli attacchi contro Sayed perché è musulmano. Avrei solo voluto che avesse preso una posizione più moderata».
Quando ha votato, aveva ancora ben presenti le prime dichiarazioni di El-Sayed dopo che un uomo di 41 anni aveva lanciato un pick-up contro la vicina sinagoga Temple Israel, dove 140 bambini frequentavano la scuola materna, e aveva aperto il fuoco. Nessun bambino è rimasto ferito; l’aggressore si è ucciso dopo uno scambio di colpi con le guardie di sicurezza.
In seguito è emerso che alcuni suoi familiari erano stati uccisi dai bombardamenti israeliani nel Libano meridionale. «È stato sbagliato e non avrebbe mai dovuto farlo», ha detto El-Sayed, aggiungendo poi una precisazione: «Le persone ferite feriscono gli altri».
Se El-Sayed vincesse con un ampio margine e i centristi ottenessero risultati inferiori alle attese, il partito potrebbe convincersi ad adottare una linea più dura su Israele, tasse più alte per i ricchi e un nuovo tentativo di rendere il sistema sanitario gratuito per tutti i cittadini al momento della prestazione.
In ogni caso, Ossoff sarà sottoposto a un’attenzione crescente da parte dei media e agli attacchi dei repubblicani, come portabandiera dell’ala moderata del partito e possibile candidato alla presidenza. «Penso che la gente creda che lui e [il governatore del Kentucky] Andy Beshear abbiano trovato la formula per parlare agli elettori del centro del Paese», ha detto Andra Gillespie, professoressa associata di scienze politiche alla Emory University. «Offrono ai democratici una strada alternativa da imboccare nel 2027, che molti ritengono forse più praticabile» rispetto al modello costiero dei progressisti di New York.
«È un falso, un impostore»
Resta da vedere come Ossoff reagirà a questa attenzione. Ex produttore di documentari d’inchiesta, il senatore concede raramente interviste. «Di certo la sua immagine è molto controllata», ha detto Charles S. Bullock III, professore di scienze politiche all’Università della Georgia.
Uno spot elettorale repubblicano sottolinea che, secondo le dichiarazioni sui finanziamenti delle campagne, quest’anno Ossoff ha speso 2.900 dollari per capelli e trucco, più di qualsiasi altro candidato negli Stati Uniti. «È un falso, un impostore», ha detto Trump.
Potrebbe avere anni per esercitarsi. Sebbene in un recente sondaggio dell’Atlanta Journal-Constitution l’82 per cento degli elettori democratici probabili abbia detto di volere che Ossof si candidi alla presidenza nel 2028, lui ha ripetuto più volte di non avere «alcun interesse» per la Casa Bianca, proprio come fece il giovane Obama quando era senatore dell’Illinois.
Nell’ultimo dibattito televisivo, Ossoff ha promesso che, se rieletto, resterà in carica per l’intero mandato senatoriale di sei anni — ancora una volta, come Obama all’inizio del 2006. Ha due bambini piccoli, dai quali, ha osservato Bullock, dovrebbe di fatto «separarsi» per candidarsi — le figlie di Obama, Malia e Sasha, avevano rispettivamente dieci e sette anni quando si trasferirono alla Casa Bianca.
Ma niente di tutto questo è bastato a fermare le voci. In fin dei conti è «bello», ha detto Asia Lee, ricercatrice di 35 anni, secondo cui il partito farebbe bene a scegliere Ossoff, nonostante lei stessa sia socialista.
«È un giovane bianco. È attraente. Dà alla gente della Bible Belt l’impressione di un Kennedy. È da un po’ che non vediamo candidarsi alla presidenza qualcuno così».
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
HA SCELTO DI TRASFORMARE LE MIDTERM IN UN REFERENDUM SU DI LUI, FINENDO PER TRASCINARE L’INTERO PARTITO NELLA SCONFITTA
Era andato all-in, aveva deciso di trasformare le elezioni di midterm in un referendum sulla sua persona e sul suo modo di intendere la politica. Ha perso rovinosamente, trascinando con sé l’intero Partito Repubblicano e compromettendo gli ultimi due anni della sua presidenza. Il riassunto della giornata orribile di Donald Trump è semplice: una sconfitta netta, oltre ogni aspettativa, che sarà gravida di conseguenze, non solo per gli Stati Uniti.
Le dimensioni dell’onda democratica sono oggettivamente straordinarie, con tante “prime volte nella storia” che rendono del tutto peculiare la debacle repubblicana. Che ha riguardato praticamente ogni anima del partito, dagli ultraconservatori ai moderati, con seggi tenuti per decenni dal GOP negli Stati rurali e/o del Sud e ora passati a candidati dem, quasi a prescindere dalla loro piattaforma programmatico-ideologica. Una valanga che il presidente statunitense non solo non è riuscito a fermare, ma che ha contribuito a creare. Ciò è ancora più evidente se si considerano le sconfitte nette dei candidati direttamente sponsorizzati da Trump e sostenuti con decine di milioni di dollari da aziende e ricconi vicinissimi alla galassia MAGA.
Tra l’altro, la sproporzione in termini di raccolta economica e il ruolo, non sempre chiarissimo, dei tecnocapitalisti nella politica statunitense, sono diventati elementi centrali nella contromobilitazione dell’elettorato democratico. Non è un caso che nei loro discorsi post vittoria, due astri nascenti dem come Talarico ed El Sayed abbiano sottolineato un successo arrivato “nonostante” l’ingerenza a suon di milioni di dollari dei miliardari trumpiani. Lo stesso Elon Musk, che ha investito quasi mezzo miliardo di dollari nelle campagne dei repubblicani (in particolare per sostenere Paxton in Texas), ha parlato senza mezzi termini del fallimento dei suoi “election-interfering space lasersNon è servito, dunque, perché al centro della contesa c’era lui, Donald Trump, l’uomo che ha terremotato gli equilibri internazionali e non è stato in grado di convincere gli statunitensi della bontà della propria gestione in campo economico. Eppure, il presidente si è approcciato alle midterm come fossero la battaglia definitiva della sua intera esperienza politica. Come scrive The Atlantic, è stato letteralmente onnipresente, spingendo i cittadini USA a votare come se sulla scheda ci fosse scritto il suo nome. Quello che ha ricevuto in cambio è “un ripudio clamoroso e generalizzato”, finendo per diventare quella che in gergo si definisce “un’anatra zoppa”, che ora dovrà fare i conti con “quella che è probabilmente la sua paura più grande: l’irrilevanza”.
Il punto è che la profondità della sconfitta si innesta su una serie di scelte strategiche che sembrano non aver funzionato. Il voto dei cittadini ha smontato il tentativo di usare la leva della paura (degli immigrati, dell’estremismo religioso, addirittura dei comunisti!) come diversivo rispetto agli inciampi in politica estera e alle difficoltà in campo economico. La sovraesposizione del presidente non ha aiutato, trascinando probabilmente anche candidati che avrebbero avuto maggiori chance ed eliminando qualunque tipo di “offerta alternativa” (magari anche critica) in casa repubblicana. È stata la sconfitta dell’illusione MAGA, quella di poter controllare la narrazione della realtà al punto da plasmare le reazioni dell’opinione pubblica, influenzandone scelte e percezioni, anche grazie al supporto dei tecno-oligarchi e dei grandi portatori di interessi. Il rigetto di una certa idea di politica, per semplificare.
È difficile dire cosa accadrà nelle prossime settimane. Citando sempre The Atlantic, Trump “rimane il comandante in capo, domina la scena internazionale, esercita l’ampio raggio d’azione dei decreti presidenziali e resta ineguagliato nel catalizzare l’attenzione” ed “è già sfuggito più di una volta alla tomba politica, tornando ogni volta più forte”. Tuttavia, la portata della sconfitta e le prospettive nel medio periodo (oltre che fattori meramente anagrafici-temporali) sembrano suggerire che questo possa essere davvero l’inizio della fine dell’illusione MAGA, piuttosto che la fine dell’inizio, ovvero una sorta di lento passaggio di consegne interno ai trumpiani, magari verso il suo delfino JD Vance.
La grande incognita, in effetti, è questa: cosa dobbiamo aspettarci dal colpo di coda dell’uomo più potente del mondo, che ha cambiato la politica mondiale e che non si rassegnerà a una lenta ma inesorabile uscita di scena, trovandosi a dover gestire dossier di un’importanza quasi esistenziale. Le sue prime parole sembrano andare in una certa direzione. “Se sulla scheda ci fosse stato il mio nome”, ha scritto su Truth, “avremmo vinto a valanga”. Ecco.
(da Fanpage)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX PARAGURU “MAGA”, STEVE BANNON, AVEVA ANNUNCIATO CHE, DOPO LE ELEZIONI, CI SAREBBE STATA UNA “GUERRA INTERNA AL PARTITO” … MARJORIE TAYLOR GREENE, EX DEPUTATA TRUMPIANA: “SE I REPUBBLICANI VOGLIONO AVERE UNA CHANCE NEL FUTURO DEVONO CACCIARE TRUMP” … ANCHE ELON MUSK CANCELLA IL SUO POST SU “X” IN CUI ESORTAVA A “VOTARE REPUBBLICANO”
“Un disastro”, un “bagno di sangue”. I repubblicani iniziano a fare i conti con i numeri della
sconfitta subita alle elezioni di metà mandato, dove hanno perso la maggioranza alla Camera e al Senato e accusato forti perdite nelle roccaforti repubblicane.
“La notizia più importante è la sconfitta di Greg Abbott”, ha detto l’ex controverso stratega della Casa Bianca Steve Bannon in merito alla sconfitta del governatore del Texas e ai progressi dei democratici nello Stato roccaforte dei repubblicani. Bannon nei giorni scorsi aveva parlato di una “guerra civile” all’interno del partito dopo le midterm.
La colpa della sconfitta dei repubblicani alle elezioni di metà mandato è al “100%” di Donald Trump: “Se i repubblicani vogliono avere una chance nel futuro devono cacciarlo dal partito”.
Lo afferma Marjorie Taylor Greene, l’ex deputata repubblicana ed ex alleata del presidente, non ha dubbi sul perché il suo partito è stato travolto alle midterm.
Elon Musk ha cancellato il suo post su X di ieri in cui esortava a “votare rosso” ovvero repubblicano. Il miliardario non è nuovo a cancellare dai social messaggi che, col senno di poi, si rivelano poco opportuni.
Tuttavia dopo aver speso quasi 500 milioni di dollari per sostenere candidati repubblicani il gesto è un’ammissione che le midterm non sono andate come auspicato
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
IN ISRAELE TREMANO PERCHÉ TRUMP HA PERSO TOTALMENTE I RAMI DEL CONGRESSO DA DOVE PASSA L’AUTORIZZAZIONE AI FINANZIAMENTI MILITARI ALLO STATO EBRAICO. RESTA DA CAPIRE COME I DUE GESTIRANNO LA PROMESSA DI “FINIRE IL LAVORO” IN IRAN
L’ansia della vigilia era pari, o quasi, a quella che si avvertiva prima delle elezioni israeliane. […] La sconfitta di Donald Trump, colui che tuttora viene riconosciuto dal 72 per cento degli ebrei israeliani come “il migliore amico di Israele”, ha delle conseguenze nel breve e nel medio termine. I primi segnali già si intravedono.
Che il leader repubblicano perdesse totalmente il controllo in entrambi i rami del Congresso, da dove passa l’autorizzazione ai finanziamenti militari allo Stato ebraico, era considerato il peggiore degli scenari e non il più probabile.
Basta vedere come Danny Zaken di Israel Hayom, free press conservatrice, commenta a caldo il voto americano: “Israele ha perso il Congresso”.
E’ presto per capire quale effetto avrà il voto americano sull’ipotesi della ripresa del conflitto con Teheran. Trump ha ammesso che “l’Iran fa parte dell’esito elettorale […] C’è chi ritiene che un primo ministro privo della maggioranza della Knesset e un presidente Usa che ha perso sia Camera che Senato dovrebbero ora essere assai più cauti con la promessa, più volte ribadita durante le rispettive campagne elettorali, di “finire il lavoro” in Iran.
Ma Trump e Netanyahu possono usare proprio il conflitto come arma di distrazione di massa e via di uscita dallo stallo politico.
L’attenzione degli israeliani è concentrata soprattutto sul musulmano Abdul El-Sayed, il candidato democratico del Michigan che è riuscito nell’impresa di battere il repubblicano Mike Rogers nella corsa al Senato. Non sono solo le origini egiziane di El-Sayed e la sua ostilità agli aiuti militari Usa allo Stato ebraico, a impensierire gli israeliani. C’è qualcosa di più profondo.
El Sayed ha vinto nonostante AIPAC, il più potente e influente gruppo di interesse pro-Israele, abbia investito milioni di dollari sui suoi avversari. Bernie Sanders li ha quantificati in 39: 30 milioni nelle primarie Dem su Haley Stevens, altri 9 milioni a un fondo favorevole a Rogers. Un segnale, questo, che viene letto in Israele con grande preoccupazione
Le reazioni politiche, al momento, sono arrivate dal Blocco di Eisenkot, nel primo giorno delle consultazioni del presidente Herzog. “Il risultato americano elimina ogni possibilità di un governo di unità nazionale guidato da Netanyahu”, dice Yair Lapid, leader di Yesh Atid, e sembra riferirsi al fatto che, secondo alcune indiscrezioni, l’amministrazione Trump spinge per un governo Eisenkot-Netanyahu, senza le ali estreme.
Yair Golan, che guida i Democratici, sostiene che il voto Usa riveli quanto Netanyahu sia stato dannoso per Israele, provocando l’allontanamento delle simpatie di Democratici e Repubblicani nel Congresso. “La permanenza al potere di Netanyahu e Ben-Gvir può portarci a sanzioni internazionali, isolamento e a uno scontro con gli Stati Uniti”.
(da Repubblica
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL MINISTRO ZANGRILLO HA CAPITO TUTTO: NON CI POSSIAMO PERMETTERE UN HACKER CHE COMBATTI GLI HACKER, COSTA TROPPO PER IL TETTO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE… AL MASSIMO POSSIAMO RIMBORSARGLI I TATUAGGI E GLI ORECCHINI
Abbiamo bisogno di hacker, dice il ministro della Pubblica amministrazione Zangrillo, ed è
difficile dargli torto, dopo che una manina (o manona) anonima ha scassinato i frigoriferi dei supermarket, arrostendo legioni di surgelati.
Ora la preoccupazione si sposta sui bersagli domestici: e se ci staccano il freezer, il boiler, la luce, ma soprattutto il wi-fi? Per combattere gli hacker del nemico, chiunque egli sia, dobbiamo farcene amico qualcuno.
«Ma non avete idea di quanto guadagnino!» si lamenta il ministro, e fornisce il ritratto immaginifico dei nuovi angeli custodi: «Sono ragazzi tra i 18 e i 25 anni, pieni di tatuaggi e orecchini, e quelli più sfigati prendono un milione l’anno».
Da qui il suo grido di dolore: come può uno Stato pieno di debiti ingaggiare uno sfigato pieno di tatuaggi, se per legge i compensi nel settore pubblico non possono superare il tetto dei 311 mila euro (orecchini inclusi)?
Dovremo rassegnarci a considerare gli hacker più preziosi degli idraulici e vederli stendere le loro ali protettive soltanto sulle aziende turbocapitaliste, le uniche a potersi ancora permettere di staccare certi assegni?
Un’alternativa ci sarebbe: investire nella prevenzione e nell’istruzione, per insegnare la nobile arte della Cybersicurezza ad apprendisti hacker disposti ad accontentarsi, almeno all’inizio, di stipendi più digeribili. Ma ormai mancano i soldi pure per quello. Ce ne restano a malapena per i tatuaggi e, forse, per qualche orecchino.
(da corriere.it)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
CREDERE IN DIO E/O CREDERE NEL PROSSIMO
La conversione al cristianesimo di Luca Casarini merita molto rispetto, è una conversione sul campo, anzi sul mare, salvando i migranti alla deriva. Niente di ideologico o di teologico, semmai l’esito di una pratica materiale di fraternità e di soccorso.
Mi ha colpito che Casarini, nella bella chiacchierata con Francesco Bei su Repubblica, dica questo: «Il grande errore dell’illuminismo e della sinistra è l’aver pensato che l’uomo coincidesse con i suoi bisogni economici… abbiamo approfondito molto il tema dell’eguaglianza e quello della libertà, ma ci siamo dimenticati della fraternità, che non può essere solo la cittadinanza. Cos’è questo sentire l’altro come fratello? È ovvio che ti serve la trascendenza per poterlo capire».
Ecco: perché, per provare il sentimento della fraternità, si debba «trascendere», che significa travalicare la realtà materiale, cercare “più in là” o “più in alto” il senso delle cose, è un concetto che mi è sempre sfuggito.
Essere tutti figli dello stesso Dio piuttosto che dello stesso destino (nascere, campare e morire sul pianeta Terra) in che cosa muta la percezione degli altri umani? Necessita un Padre, per sentirsi fratelli, o basta Madre natura? Perché mai un ateo dovrebbe essere “meno fraterno” di un credente, e viceversa?
Casarini è un figlio del profondo Veneto, e sa bene che per molti ferventi cattolici i migranti possono tranquillamente sprofondare nel mare.
Non credo sia la percezione di Dio o la sua negazione a generare differenze così profonde nella maniera di rapportarsi agli altri umani. Se è fuori di dubbio che il grande edificio della solidarietà, senza il mondo cattolico, sarebbe infinitamente più fragile, è possibile amare il prossimo, e non fargli ciò che non vorresti fosse fatto a te, non perché credi in Dio, ma perché credi nel prossimo.
(da repubblica.it)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX SINDACA DI ATLANTA HA SCONFITTO IL REPUBBLICANO MILIARDARIO RICK JACKSON
L’onda blu che ha travolto le midterm ha tanti volti. Uno, destinato a entrare nella storia degli
Stati Uniti, è quello di Keisha Lance Bottoms che ha vinto la corsa a governatrice della Georgia ponendo fine al dominio del partito repubblicano che durava da 24 anni.
Ex sindaca di Atlanta, è la prima donna nera a ricoprire questa carica. Ha sconfitto Rick Jackson, un miliardario dirigente del settore sanitario. Apparso sulla scena proprio in occasione delle elezioni di metà mandato, il manager ha investito 200 milioni per sbaragliare una folta schiera di repubblicani ben più noti e inondare poi i media con la sua campagna elettorale in vista del voto generale.
Classe 1970, Bottoms è figlia del cantante soul Major Lance, arrestato per possesso di cocaina quando la governatrice aveva solo 8 anni. La sua vita, scandita dalle lezioni di danza classica e dai viaggi internazionali, svanì all’improvviso con la detenzione del padre. E proprio quel vissuto, come da lei stessa raccontato nel 2017, la spinse da grande ad avvicinarsi alla facoltà di giurisprudenza e a trasformare l’interesse per gli altri nel suo programma politico. Laureata in legge e con una carriera da magistrata alle spalle, la neogovernatrice ha guidato la città di Atlanta dal 2018 al 2022, affrontando sia l’emergenza della pandemia che le tensioni legate all’uccisione di George Floyd e alla nascita del movimento Black Lives Matter. Sotto l’amministrazione Biden ha ricoperto il ruolo di consigliera presso la Casa Bianca.
Nel corso della sua campagna elettorale, durante la quale ha ricevuto il sostegno di figure di spicco del suo partito come Barack Obama, si è impegnata a firmare una legge per l’espansione dell’assicurazione sanitaria e la facilitazione dell’accesso all’aborto oltre a battersi per lo sviluppo di alloggi popolari, l’asilo nido universale e supporti più solidi per i genitori adottivi.
Bottoms e suo marito, l’avvocato Derek Bottoms, hanno adottato i loro quattro figli. In un’intervista rilasciata a The Imprint durante la campagna elettorale, ha raccontato gli anni di trattamenti per l’infertilità che hanno preceduto la decisione di adottare, nonché i costi e le pratiche burocratiche che la coppia ha dovuto affrontare una volta avviato l’iter.
Nel suo discorso post vittoria ha spiegato: “Quando cresci come sono cresciuta io, non dimentichi mai da dove vieni. In questi ultimi giorni ho detto: se fossi la vostra donna…Ebbene, ora sono la vostra donna. Ed ecco cosa farò: non smetterò mai di amarvi. E a prescindere da chi abbiate votato stasera, sarò una governatrice per tutti”.
(da agenzie)
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