Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
RIPRENDIAMO A INFORMARVI IL 15 AGOSTO
Tre giorni di pausa e poi il blog riprende a fare “controinformazione”: in un mondo di media sempre più asservito alle logiche e agli interessi di pochi, con un governo arrogante modello orbaniano e una opposizione maggioritaria nel Paese, ma troppo divisa nella rappresentanza partitica, mai come oggi è importante “informare”, contrastare le menzogne di Stato, dare la speranza, a chi l’ha persa, che “un altro mondo è possibile”.
Un mondo fondato su meritocrazia, legalità e socialità, un’Europa autonoma dai blocchi trumpiani e putiniani e dalle autocrazie al servizio del capitalismo finanziario e delle lobbies.
Grazie a chi ci segue anche in questo periodo estivo: una media di oltre 800 lettori giornalieri negli ultimi 30 giorni ci conferma che siamo (e siete) un esempio di resistenza civile.
Perché i veri patrioti sono quelli che le battaglie ideali non le fanno per una poltrona, ma perché vanno fatte a prescindere. Per il rispetto di se stessi, per il bene del proprio Paese, per le future generazioni.
Questi sono i veri confini da difendere.
Un abbraccio a tutte/i e a presto.
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA RIVOLTA E’ CAPEGGIATA DA ATTILIO FONTANA E MASSIMILIANO ROMEO, STANCHI DI VEDERE LA LEGA TRACOLLARE NEI SONDAGGI A FAVORE DI VANNACCI
Forse mai come nel direttivo lombardo di venerdì scorso Matteo Salvini si è sentito ripetere,
con toni e parole diverse, l’invito a passare la mano. È il segno di settimane, se non di mesi, difficili per la Lega, in calo di consensi e alla ricerca di nuovi spazi politici a fronte dell’arrembante ascesa di Futuro nazionale dell’ex vicesegretario Roberto Vannacci. Sullo sfondo, sempre più vicino, un raduno di Pontida che questa volta rischia di trasformarsi in un crocevia decisivo per le sorti del partito.
Salvini aveva inusualmente convocato il direttivo lombardo proprio per cercare un chiarimento con i malpancisti e per ripartire, proprio dal sacro suolo bergamasco con «una squadra rinnovata» come da suo annuncio, alla conquista di quella doppia cifra che considera ancora alla portata di mano. Ma l’esito della riunione non è stato proprio in linea con gli auspici.
Perché se è vero che raramente si è udito invocare le dimissioni di un leader, certo è stata una primizia assoluta sentire, nel sancta sanctorum leghista di via Bellerio, una vicesegretaria federale, Silvia Sardone, derubricare l’Autonomia differenziata, una delle battaglie fondative del Carroccio e comunque l’unica riforma approvata dal centrodestra in questa legislatura, come qualcosa «che non interessa nulla alla gente».
Parole che sono suonate sacrileghe nei giorni in cui si ricorda Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega federalista scomparso 25 anni fa. Il ministro agli Affari regionali e alle autonomie Roberto Calderoli, da anni impegnato in un faticoso e logorante lavoro di tessitura di una tela ancora non completata del tutto, ha subito rimbrottato la deputata europea (mentre il segretario non ha fatto un plissé) con parole forti, ricordandole en passant la diffidenza nei confronti di quelli che cambiano partito con facilità (Sardone proviene da Forza Italia).
Nelle intenzioni di Salvini tutto avrebbe dovuto rimanere confinato nei poco confortevoli ambienti della sede leghista. Ma il passaparola ha preso il sopravvento e di bocca in bocca ha portato all’esterno i contenuti di un dibattito in cui è parsa evidente la spaccatura tra il gruppo dirigente del partito (da Salvini a Sardone, passando per i deputati Luca Toccalini, Paolo Formentini fino alla ministra Alessandra Locatelli) e i quadri lombardi.
In particolare, si sono fatti sentire quattro dirigenti locali: i segretari provinciali Fabrizio Sala (Bergamo) e Roberta Sisti (Brescia), i sindaci Renato Pasinetti (Travagliato) e Giovanmaria Flocchini (Pertica Alta). In comune, seppur declinato con argomentazioni diverse, un ragionamento diretto al leader Salvini: «Il partito è in caduta libera, serve un cambio al vertice». C’è chi ha parlato di stanchezza, chi di scelte sbagliate (quella di puntare su Roberto Vannacci).
A supporto è intervenuto l’ex deputato bergamasco Daniele Belotti, ricordando come Umberto Bossi e Roberto Maroni, pur in due situazioni ben diverse, avvertirono la necessità di farsi da parte per il bene della Lega. In silenzio il governatore lombardo Attilio Fontana (ma le sue uscite critiche sono state numerose), polemico in stile curiale il segretario lombardo Massimiliano Romeo.
(da il “Corriere della Sera”)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
“IO E MIA MOGLIE SIAMO SPOSATI DAL 1990. LE SONO GRATO PER AVERE TENUTO UNITA LA FAMIGLIA. I MIEI FIGLI LI VEDO POCHE ORE AL MESE E I MIEI FRATELLI OGNI TRE QUATTRO ANNI” … “SUL REFERENDUM MI SONO ESPOSTO PERCHÉ RITENEVO CHE LA RIFORMA POTESSE INCIDERE SULL’AUTONOMIA DELLA GIUSTIZIA. POSSO AVERE USATO ESPRESSIONI TROPPO NETTE. MA NON MI PENTO DI AVERE PARTECIPATO AL DIBATTITO . LE MIE PERPLESSITÀ SUL PONTE DI MESSINA RIGUARDANO LE PRIORITÀ: LA CALABRIA E LA SICILIA HANNO BISOGNO DI ALTRO”
Nicola Gratteri, quando ha fatto l’ultimo bagno al mare?
«Sono passati circa 30 anni. Quando si vive sotto scorta, anche un gesto semplice, come andare in spiaggia, diventa complicato: bisogna controllare il luogo, organizzare gli spostamenti e coinvolgere molte persone. A quel punto preferisco rinunciare. Non avrebbe senso trasformare un momento di svago in un impegno per troppe persone».
Il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, 68 anni, si prepara a un agosto dei suoi. Pochi giorni liberi
Lei come convive con la paura?
«La paura è utile quando non ti paralizza. Ti rende prudente, ti costringe a non sottovalutare nulla. Io non mi considero coraggioso. Cerco […] di fare il mio dovere, prestando attenzione».
E che cosa farebbe se non avesse paura?
«Forse farei alcune cose semplici: camminare da solo, fermarmi in un bar senza organizzare nulla, andare al mare o ad un concerto, entrare in un negozio senza creare difficoltà. La libertà è fatta soprattutto di gesti normali e ce ne accorgiamo soltanto quando non possiamo più compierli».
Vive sotto scorta da 37 anni. Che cosa le manca di più?
«Decidere all’ultimo momento dove andare, guidare una moto. Sono sotto scorta dall’aprile del 1989 […]».
La proteggono stabilmente otto-dieci persone. Sente ancora quelli che si sono avvicendati?
«Si crea inevitabilmente un rapporto umano profondo. Trascorrono con me più tempo di quanto ne trascorrano con le loro famiglie. […] Quando condividi per anni tensioni, viaggi e pericoli, il rapporto non finisce con un trasferimento».
A quanti attentati è sopravvissuto?
«Non tengo una contabilità. Ci sono stati progetti di morte, discussi anche all’estero, minacce, preparativi e circostanze sulle quali hanno lavorato le autorità competenti. Non mi piace trasformare questi fatti in una leggenda personale. Il punto è quanto sia ancora forte il potere di intimidazione delle organizzazioni criminali nei confronti di un potere dello Stato».
Sua moglie l’ha raggiunta a Napoli?
«Lei ha la sua vita e il suo lavoro in Calabria. Non le ho mai chiesto di annullare la propria esistenza per seguire la mia. […]».
Di cosa le è più grato?
«Siamo sposati dal 1990. Le sono grato per avere tenuto unita la famiglia e per avere cresciuto i nostri figli in condizioni molto difficili. […]».
I suoi figli sono specializzati uno in dermatologia e l’altro in chirurgia plastica e ricostruttiva. Quando riesce a vederli?
«Li vedo meno di quanto vorrei, poche ore al mese. Quando riusciamo a stare insieme, cerchiamo di vivere quel tempo con semplicità […]».
E riesce mai a vedere insieme tutti i suoi fratelli?
«È difficile, in media ogni tre quattro anni, perché ciascuno ha la propria vita. […]».
Ha cambiato idea sulle serie tv che hanno per protagonisti i boss?
«No. Continuo a pensare che alcune produzioni rischiano di rendere seducenti il linguaggio, l’abbigliamento e lo stile di vita dei criminali. Non chiedo censura. Chiedo responsabilità. Se il boss occupa tutta la scena e le vittime restano sullo sfondo, il racconto rischia di consegnargli un supplemento di mito».
Nel 2014 sfumò la sua candidatura a Guardasigilli, nel 2022 quella a procuratore nazionale antimafia. In quale ruolo preferisce immaginarsi?
«Andrò in pensione tra due anni. Non mi immagino in nessuno dei due ruoli. […] Oggi sono procuratore della Repubblica di Napoli e cerco di fare bene questo lavoro. Quando terminerà, vedremo».
Si è pentito di essersi esposto durante la campagna referendaria?
«No. Mi sono esposto perché ritenevo che la riforma potesse incidere sull’autonomia e sull’efficienza della giustizia. Posso avere usato espressioni troppo nette. Ma non mi pento di avere partecipato al dibattito, anche se ogni osservazione veniva trasformata in uno scontro personale o vista come espressione di una collocazione politica».
Le è dispiaciuto di più sentire Nordio parlare del Csm come di un sistema «paramafioso» o Giusi Bartolozzi definire la magistratura un «plotone di esecuzione»?
«Sono entrambe espressioni gravi. Le parole contano, soprattutto quando vengono pronunciate da chi occupa ruoli istituzionali. Si può criticare duramente un’istituzione senza delegittimarla».
Le dimissioni di Bartolozzi e Delmastro le hanno dato soddisfazione?
«Non vivo la vita istituzionale come una partita nella quale qualcuno deve vincere e qualcun altro perdere. Mi interessa che chi esercita una funzione pubblica comprenda il peso delle proprie parole e delle proprie responsabilità».
Rimane il problema delle correnti nella magistratura. Come si può risolvere?
«Le correnti sono nate come luoghi di elaborazione culturale e sono degenerate quando si sono trasformate in strumenti per distribuire incarichi. Le nomine devono essere fondate su criteri verificabili: capacità organizzativa, esperienza, risultati, correttezza e attitudine alla direzione. Occorre inoltre responsabilizzare chi decide, rendendo chiare le motivazioni delle scelte».
Non ha nascosto la sua contrarietà al progetto del Ponte sullo Stretto. Le inchieste le stanno dando ragione?
«Le mie perplessità sul Ponte riguardano le priorità. La Calabria e la Sicilia hanno bisogno di ferrovie efficienti, strade sicure, porti collegati, ospedali funzionanti, servizi essenziali e soprattutto l’acqua, tutti i giorni, nelle case e nelle campagne».
Tre anni fa mi disse che non piange mai. È ancora così?
«Piango molto raramente. Non significa che non provi dolore».
(da l Corriere della Sera”)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
PIUTTOSTO, ERANO I VERTICI MELONIANI DELLA RAI A TENTARE DI INFLUENZARE IN OGNI MODO L’AUTONOMIA DELLA TRASMISSIONE, PROVANDO A SBIANCHETTARE I SERVIZI CONTRO LA RUSSA E FDI. IN UNA MAIL, GIRATA DA RANUCCI A LAVITOLA, IL DIRETTORE DEGLI APPROFONDIMENTI PAOLO CORSINI INTIMAVA AL CONDUTTORE: “LA SCALETTA DELLA PROSSIMA PUNTATA PRESENTA I MEDESIMI NODI IRRISOLTI. È RIDUTTIVO PORTARE ALL’ATTENZIONE INCHIESTE CHE INTERESSANO GROSSOMODO SEMPRE GLI STESSI SOGGETTI” … L’OPERAZIONE DI RIMOZIONE DI RANUCCI VA AVANTI
L’ennesimo attacco di Fratelli d’Italia è arrivato subito, poco dopo l’arresto di Valter Lavitola.
“Ranucci ha il dovere di spiegare se con le sue inchieste ha svolto un servizio pubblico oppure se abbia reso un servizio agli affari del suo amico”, dicono i parlamentari di Giorgia Meloni in Vigilanza Rai. Eppure dall’ordinanza del gip di Roma non emerge un ruolo di Lavitola come “suggeritore occulto” di Report.
Un elemento importante visto che, dopo un’interrogazione proprio di FDI, Fausta Bergamotto, sottosegretaria al Mimit, ha avviato un processo interno sulle fonti giornalistiche di Report.
Tocca a Viale Mazzini condurre l’audit, in attesa del via libera chiesto a fine luglio alla Procura di Roma: il procedimento, infatti, ha valenza giudiziaria e può sovrapporsi al lavoro dei pm. Il tutto mentre, in parallelo, la Commissione per il Codice etico aziendale porta avanti un’indagine sulla condotta di Ranucci.
Il faro è sui rapporti tra il conduttore e Lavitola. Dalle carte emerge come spesso il giornalista, sotto pressione da parte dei vertici Rai, si sfogasse con l’ex direttore de L’Avanti!.
o fa anche il 17 maggio scorso, quando gli gira su WhatsApp il contenuto di un lungo messaggio ricevuto, “probabilmente” via mail, annotano gli inquirenti, da Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti Rai. “
Caro Sigfrido, mi dispiace dover nuovamente ritornare su questo tema, ma la scaletta della prossima puntata di Report presenta i medesimi nodi irrisolti che ho già più volte avuto modo di portare alla tua attenzione nel corso di queste ultime stagioni televisive”.
Quella sera Report ha trasmesso tre inchieste: sul ruolo che avrebbe avuto Ignazio La Russa nell’ascesa del figlio Geronimo al vertice Aci, sulle pagine social di FdI e sulle falle informatiche del ministero della Giustizia. Corsini contesta a Ranucci di aver dedicato “la gran parte delle puntate” e “la quasi totalità dei servizi a inchieste che hanno per oggetto sempre gli stessi soggetti politici”. Secondo il manager si rischia “di minare la credibilità del Servizio Pubblico”.
Per il dirigente “in un contesto come quello attuale”, potrebbe apparire “riduttivo portare all’attenzione del nostro pubblico esiti sempre molto simili di inchieste che interessano grossomodo sempre gli stessi soggetti”.
Corsini dice di comprendere che inserirsi “nei dibattiti che attraversano i partiti politici possa talvolta garantire maggiore visibilità”, ma così – sostiene – si fa percepire il programma come “orientato e di parte”. Per il pm “la condivisione di atti così delicati testimonia il profondo rapporto di amicizia esistente”, tra Ranucci e Lavitola. Che rispondeva al giornalista così: “Sono proprio curioso di vedere gli ascolti di domani”.
Ranucci era pessimista: “Non saranno alti”. E l’altro: “Potrebbero pure avere un po’ più di coraggio e ti cacciano”.
E facile immaginare che le rivelazioni di queste ore incidano sulle valutazioni in corso in Rai. Dall’azienda filtra prudenza, ma a Viale Mazzini non sono sfuggite veline, polemiche e ripicche anche a mezzo stampa in questi giorni.
(da l Fatto Quotidiano)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
MA TRA IL DIRE E IL COMPRARE C’È DI MEZZO QUEL VECCHIO VOLPONE DI ALFREDO ROMEO, CHE VUOLE RESTARE NEL CAPITALE CON UNA QUOTA … LA DUPLICE CORDATA DEI “SINDACI” GUALTIERI E LEPORE E IL SOGNO DI UN ANNUNCIO DALLA FESTA DELL’UNITÀ NAZIONALE IL 13 SETTEMBRE
C’è qualcosa di profondamente simbolico nell’operazione con cui il Pd prova a ricomprarsi l’Unità. Il partito che ha smesso da tempo di essere comunista […] intende riprendersi il giornale che fu l’house organ del Pci. […]
Ufficialmente la trattativa con Alfredo Romeo è saltata perché […] l’imprenditore […] non sarebbe disposto a uscire del tutto di scena e avrebbe chiesto di mantenere una quota di minoranza. Proposta che non ha mai convinto la segretaria Schlein. Tuttavia decisa a non mollare […] per la reconquista del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che da un mese […] ha sospeso le pubblicazioni.
«L’Unità deve tornare a casa», dice Michele Fina, il tesoriere dem che ha in mano il dossier. «È da più di un anno che ci lavoriamo e non vogliamo arrenderci: siamo pronti ad acquistare subito la testata a un prezzo superiore a quello dell’asta aggiudicata nel 2022».
A una condizione, però, sempre la stessa: riprendersela per intero, «senza compartecipazioni societarie». Anche perché, «a differenza del passato, siamo nelle condizioni di acquistare e rilanciare il giornale». Da soli, è il sottinteso.
Le ragioni stanno scritte nei bilanci, tornati positivi come non succedeva da anni. «Durante la segreteria Schlein abbiamo rimesso in sicurezza il Pd», rivendica Fina. Il 2025 si è chiuso con un utile superiore a 3,6 milioni e un patrimonio netto di oltre 5,5 milioni. Il migliore degli ultimi tre lustri. «Abbiamo chiuso la cassa integrazione per i nostri dipendenti, rinnovato il contratto, risanato i conti e aumentato le risorse destinate ai territori, mandandone in tre anni il triplo rispetto ai sette anni precedenti», spiega il tesoriere.
«Il 2Xmille continua a crescere: i dati a luglio ci dicono che già 524.840 cittadini hanno scelto il Pd, per oltre 8,1 milioni, la stessa cifra che nel 2023 abbiamo raccolto non in sei mesi ma in dodici». Una solidità che il Nazareno ha subito reinvestito «[…] per riaprire sedi, ricostruire strumenti di partecipazione, informazione ed elaborazione culturale, per le nostre campagne su sanità pubblica e scuola, salario minimo e lavoro dignitoso, politiche industriali e transizione ecologica». Buona ora, se Romeo non si metterà di traverso, per salvare l’Unità.
Non è nostalgia. In ballo c’è un marchio politico, un pezzo di identità del Pd. «Negli ultimi tre anni le Feste dell’Unità sono passate da 200 a più di 500», conclude Fina: «Una comunità è tornata a incontrarsi e a discutere.
Noi vogliamo restituirle il suo giornale, nello spirito indicato da Gramsci: non un bollettino di partito ma uno strumento attento a raccogliere voci e opinioni di una larga parte del Paese». Ecco perché la proposta è di nuovo sul tavolo. «Prima che si imbocchino altre strade, ci auguriamo che prevalga la volontà di riconsegnare l’Unità al suo popolo. Una sinistra che vuole cambiare l’Italia ha bisogno di luoghi nei quali costruire idee, cultura e pensiero».
(da La Repubblica)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
LE PRIME STIME PARLANO DI ALMENO 3MILA ESUBERI… LA CAUTELA DEL PRESIDENTE DI FEDERACCIAI ANTONIO GOZZI: “VERIFICHEREMO LE CONDIZIONI CON CHIGI” (I DISASTRI DI URSO SI FANNO SENTIRE SEMPRE DI PIU’)
Discesa in campo della cordata italiana per rilevare l’ex Ilva di Taranto. Dopo l’impegno
pubblico preso mercoledì scorso al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ieri il consiglio di presidenza di Federacciai ha dato mandato al presidente Antonio Gozzi di trasmettere ai commissari di Acciaierie d’Italia una manifestazione d’interesse.
Che dovrebbe essere presentata dopo Ferragosto, per quanto sia subordinata a una serie di condizioni da verificare con Palazzo Chigi. «Lo faremo nei prossimi giorni», dice subito Gozzi. Una delle richieste al governo dovrebbe essere di dare mandato ai commissari di restringere il bando alla sola area a freddo.
I tempi sono strettissimi. E pesa non poco quella che il ministro Adolfo Urso ha definito una «bomba sociale, produttiva e occupazionale» innescata dallo stop dell’area a caldo, disposta dalla Corte d’appello di Milano che ne prevede la chiusura entro il 24 ottobre per motivi di salute e sicurezza.
L’innesco altro non è che quelle «iniziative forti» annunciate dalle imprese dell’indotto post tavolo permanente per Taranto convocato d’urgenza: si dicono pronte a «procedere con la richiesta di licenziamento collettivo», oltre a continuare lo stato di mobilitazione. Previsto un «esubero diretto di tutto il personale dell’indotto impegnato in quell’area e successivamente di un’altra parte di risorse impiegate nell’area a freddo».
Quest’ultima, «per mancanza di alimentazione di acciaio, sarà la prossima a fermarsi», riporta una nota a riunione conclusa delle associazioni Confindustria Taranto, Confapi Taranto, Aigi, Confartigianato Taranto e Federmanager. Secondo fonti industriali, riferisce Radiocor, si parla di circa 3.000 addetti dell’indotto interessati.
Stime preliminari o forse sovrastimate, sostengono le stesse fonti, dato che molte aziende hanno diversificato committenze o ridotto i processi. Eppure, dai sindacati sottolineano che tra metalmeccanici e servizi ci sono 5.000 lavoratori per l’indotto. Con valutazioni che arrivano anche a quasi 8.000. Le imprese, peraltro, hanno rimarcato «la gravità di una crisi senza precedenti». Ora l’apertura di Federacciai. Tra le imprese siderurgiche coinvolte nella cordata figurano, tra gli altri, Arvedi, Marcegaglia, Acciaierie del Veneto. E ancora: Feralpi, Duferco, Beltrame, Lucchini. […]
Il tassello della cordata italiana, comunque, prende forma. E si tratta dell’opzione che è stata più volte auspicata anche da Urso. I famosi 90 giorni stabiliti dalla Corte d’appello di Milano, però, si rincorrono. Anche i sindacati reclamano soluzioni immediate. Tra le strade percorribili emerse dai tavoli, c’è quella avanzata dalle regioni per una nuova autorizzazione integrata ambientale calibrata su volumi produttivi più bassi rispetto alle attuali 6 milioni di tonnellate di acciaio annue.
E poi c’è il ricorso contro il decreto della Corte d’appello. Gli avvocati dei commissari sono al lavoro per predisporlo alla Corte di Cassazione. Potrebbe essere presentato entro fine mese. Eppure, «i problemi sono immediati», osserva Gozzi, secondo cui «bisognerebbe attendere almeno due anni» per il ricorso.
Gli effetti dovrebbero sentirsi a settembre, per raggiungere il picco a ottobre. Quello dell’ex Ilva è uno dei tavoli di crisi attivi più complessi al ministero delle Imprese e del Made in Italy. Ieri il dicastero ha comunicato che da inizio legislatura il numero complessivo è passato da 55 a 37. Con un bacino di «poco meno di 30 mila lavoratori» a rischio rispetto agli originali 70 mila.
(da “la Stampa” )
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
GLI AGENTI POTRANNO DISTURBARE LE OPERAZIONI DI TERRORISTI, SABOTATORI E AGENTI STRANIERI, MANIPOLARE INFORMAZIONI DEVIARE IL TRAFFICO DEI DATI E INFLUENZARE IN MODO MIRATO SISTEMI TECNICI … IL MINISTRO DELL’INTERNO ALEXANDER DOBRINDT: “FAREMO DEI NOSTRI SERVIZI DI INFORMAZIONE DEI VERI SERVIZI SEGRETI…”
La Germania prepara una profonda trasformazione dei suoi servizi segreti, con un passaggio decisivo da un sistema concepito finora per lo più per raccogliere informazioni ad una rete di veri e propri agenti operativi, sia sul fronte della difesa che dell’attacco, e la possibilità di agire anche con cybermissioni offensive.
Il disegno di legge, che approderà nel gabinetto di Friedrich Merz nei prossimi giorni, viene anticipato oggi dal ministro dell’Interno Alexander Dobrindt, con enfasi, alla Bild on line. L’uomo da giorni in prima linea, per arginare le minacce di quello da lui stesso definito uno scenario di attacchi ibridi, dopo il ritrovamento del drone bomba a Lipsia.
“La minaccia ibrida, i tentativi di destabilizzazione della Germania attraverso opere di sabotaggio, spionaggio, attacchi cyber e azioni nascoste di potenze straniere ricevono una nuova risposta. Faremo dei nostri servizi di informazione dei veri servizi segreti”, ha affermato Dobrindt, che rientrerà nuovamente dalle vacanze in Italia mercoledì per presentare la bozza di legge al consiglio dei ministri.
Gli agenti tedeschi potranno in futuro disturbare le operazioni di terroristi, sabotatori e agenti stranieri, manipolare informazioni deviare il traffico dei dati e influenzare in modo mirato sistemi tecnici. Negli anni scorsi è stato già ampliato il personale che oggi consta di 5000 dipendenti.
(da agenzie)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
GRAZIE ALLE NUOVE REGOLE EUROPEE, POSSONO ESSERE TRASFERITI TUTTI I “DUBLINANTI” ARRIVATI QUEST’ANNO, CIOÈ 11.745, NEI PAESI DI PRIMO APPRODO: QUASI SEMPRE ITALIA, GRECIA O SPAGNA
Nei primi sei mesi del 2026 la Germania ha registrato l’arrivo di 11.745 “dublinanti”, ossia
migranti che in base alla Riforma dell’asilo europea dovrebbero essere trasferiti in Italia, in Grecia o in Spagna o negli altri Paesi di primo approdo della Ue.
E dai dati del ministero dell’Interno tedesco risulta anche che in 7.591 casi i partner europei hanno confermato che i richiedenti asilo sono arrivati effettivamente nei loro Paesi. Un’ammissione che rappresenta spesso l’anticamera dei trasferimenti – e il numero di quest’anno risulta insolitamente alto rispetto al passato.
Tradizionalmente, l’Italia risponde ad esempio raramente alle richieste di conferma che arrivano da Berlino. Ma è chiaro che una percentuale importante dei cosiddetti “movimenti secondari”, dei migranti che dovrebbero chiedere asilo appena mettono piede in Europa ma che preferiscono proseguire il loro viaggio in direzione Germania, provengono dall’Italia.
È altrettanto palese che dopo la “moratoria” tra Berlino e Roma sui casi pregressi sottoscritta a dicembre del 2025, la Germania si aspetta che i “dublinanti” arrivati da gennaio del 2026 siano tutti trasferibili nei Paesi di primo approdo, Italia inclusa.
Altrimenti non avrebbero scelto, come primo caso, quello di Abdirisaq Warsame, una cittadina somala arrivata in Assia a fine marzo e che dovrà essere respinta in Italia in 19 agosto.
Anche se la riforma dell’asilo europeo è entrata in vigore il 12 giugno, Berlino pensa insomma di avere il diritto di trasferire tutti i dublinanti giunti in Germania quest’anno. Agli 11.745 arrivati entro fine giugno andrebbero aggiunti dunque anche arrivati a luglio e agosto.
Ieri la notizia sul primo trasferimento di un “dublinante” in Italia dopo quattro anni di “no” di Giorgia Meloni, anticipata da Repubblica, è rimbalzata sui principali giornali tedeschi come la Bild e la Süddeutsche Zeitung.
Da un lato è una novità che mette in imbarazzo il cancelliere Friedrich Merz che ha stretto rapporti eccellenti con Giorgia Meloni e ha totalmente sostenuto il suo arrembaggio al leader socialista Pedro Sánchez, tanto da sottoscrivere la famosa lettera di 22 capi di Stato e di governo voluta da Roma.
Un testo in cui si stigmatizzavano, nel mezzo dell’emergenza a Ceuta, le sanatorie sui migranti decise nei mesi scorsi da Madrid.
D’altro canto, i titoli sulla Germania che ricomincia a respingere i “dublinanti” in Italia non saranno affatto dispiaciuti a una fetta del partito del cancelliere Merz, impegnato in una rincorsa disperata dell’Afd in tre land dell’Est dove si vota a settembre. In particolare in Sassonia-Anhalt, l’Afd è sopra il 40%, distacca ormai di venti punti la Cdu e rischia di riuscire a governare da sola. Oltretutto il cancelliere è afflitto da indici di impopolarità peggiori di quelli che erano toccati al socialdemocratico Olaf Scholz, bollato per anni come il cancelliere meno amato della storia, sondaggi alla mano.
La Cdu/Csu ha imposto anche una svolta di utradestra sull’immigrazione alla più recente assemblea di fine giugno del Partito popolare – la famiglia europea di cui fa parte anche Forza Italia. L’azionista di maggioranza del Parlamento europeo, dopo aver fatto approvare nei mesi scorsi un provvedimento insieme all’estrema destra – inclusa l’Afd – che ha segnato un’ulteriore stretta sui migranti, punta a un altro inasprimento micidiale delle regole europee sui profughi.
La Cdu/Csu punta a una sorta di svolta “polacca” sull’immigrazione: com’è noto, in anni recenti Varsavia ha sospeso la Convenzione di Ginevra e le tutele costituzionali per i migranti, che dovrebbero poter chiedere asilo appena messo piede in Europa. Invece, afflitta dalla guerra ibrida alla frontiera con la Bielorussia, dove Putin e il dittatore di Minsk Aleksandr Lukaschenko avevano spinto migliaia di migranti verso la Polonia nell’ambito della loro “guerra ibrida” anti-Ue, Varsavia aveva deciso di sospendere quelle regole respingendo i migranti direttamente alla frontiera.
Ebbene, la Cdu/Csu ha convinto il Ppe a includere quell’ipotesi in un documento programmatico. In futuro, i conservatori europei vogliono poter sospendere le tutele per i profughi per poter respingere i migranti direttamente al confine, se c’è il sospetto di una “guerra ibrida”. Come in Bielorussia. O a Ceuta.
(da Repubblica)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE TRUMP È PERSONA DI BUONSENSO: AL MATTINO BOMBE SU TEHERAN, LA SERA LINGUA IN BOCCA CON GLI AYATOLLAH. PIÙ CHE BUONSENSO, È UN DOPPIO SENSO CHE SCONFINA NEL NONSENSO … BUONSENSISTA È A PIENO TITOLO CONTE, SOCIO DI SALVINI NELL’ABOLIZIONE DELLA POVERTÀ, CHE VUOLE FERMARE “L’ESCALÈSCION” IN UCRAINA E “APRIRE UN TAVOLO” CON L’AMICO VLAD, MAGARI NEL BISTROT DI LAVITOLA
Il buonismo è morto, il “buonsensismo” invece sta benissimo. Buonsenso è la password più usata dai nostri governanti, in particolare da Matteo Salvini.
Se digiti su Google “Salvini buonsenso”, ti si srotolano all’istante 285mila risultati. Di buonsenso è la sospensione di Schengen contro la Spagna, come di buonsenso erano i porti chiusi, i decreti sicurezza, la legge anti-rave e quella contro l’utero in affitto, l’allargamento della legittima difesa, il rimpatrio di Almasri con volo di Stato, la grazia a un giustiziere pluriomicida.
Buonsenso è il greenpass delle decisioni più insensate, il bollino di garanzia delle peggiori patacche smerciate da fratellini e sorelline d’Italia.
La parola buonsenso ha un suono rassicurante, vicino al popolo: è la ricetta della nonna, il clima che è sempre lo stesso, la bisteccheria come alternativa patriottica al sushi o alla frittura di grilli imposta dalla Ue, la candeggina al posto dei vaccini, i bambini che devono avere una mamma e un papà del sesso giusto, la famiglia nel bosco che va lasciata libera di non mandare i figli a scuola.
Ma di buonsenso è anche il tassista che dichiara l’Irpef di un homeless, il gestore della spiaggia che paga pochi spiccioli al demanio, Fleximan che decapita gli autovelox per vendicare il popolo dei multati.
Anche Trump è persona di buonsenso, come lo intende Salvini.
Solo che il suo buon senso ha tanti sensi, che cambiano di ora in ora: al mattino bombe su Teheran, la sera lingua in bocca con gli Ayatollah. Più che buonsenso, è un doppio senso che sconfina nel nonsenso.
Di buonsenso può essere perfino papa Leone, ma solo quando condanna il riarmo dell’Europa, non certo quando va a Lampedusa a pregare per i migranti morti in mare.
E buonsensista è a pieno titolo Giuseppe Conte, socio di Salvini nell’abolizione della povertà, che vuole fermare “l’escalèscion” in Ucraina e “aprire un tavolo” con l’amico Vlad, magari nel bistrot di Lavitola. Infatti a Capalbio, dove anche quelli di sinistra sono tutti pieni di buonsenso, lo hanno sommerso di applausi.
(da Dagoreport)
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