Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile
CONTRO GLI ESITI, PILOTATI, DEI CONCORSI UNIVERSITARI, GIACCIONO CENTINAIA DI CAUSE DI RICORSO, POICHÉ L’ITALIA È L’UNICO PAESE DOVE PRIMA SI SCEGLIE IL CANDIDATO, POI SI RITAGLIA IL CONCORSO… LO SANNO TUTTI CHE LO STUDENTE ERASMUS LO SI FA PASSARE PERCHÉ TANTO, POI SE NE TORNA NELLA SUA UNIVERSITÀ… IN PARLAMENTO HANNO FATTO SALTARE L’ABILITAZIONE NAZIONALE: I CONCORSI PER NUOVI DOCENTI SARANNO LOCALI, CIOE’ CONSEGNATI, COMPLETAMENTE, NELLE MANI DEI ‘’BARONI’’… E PER FORTUNA CHE È IL GOVERNO DELLA MERITOCRAZIA
Giacciono centinaia di cause di ricorso contro gli esiti, pilotati, dei concorsi universitari, poiché l’Italia è l’unico Paese dove prima si sceglie il candidato, poi si ritaglia il concorso.
I professori già cooptati si credono furbi (perché senza controlli) e fanno bene visto che il Governo viene pure in loro soccorso cancellando l’Abilitazione Scientifica Nazionale – che almeno dava una incompiuta parvenza di merito, sebbene con tendenza a todos caballeros – per reintrodurre i concorsi su scala locale.
E’ il ritorno al baronismo (mai scomparso) più medioevale: se tu, figlio di famiglia benestante, sarai servizievole (magari in tutto) e devoto a me per dieci-quindici anni io e i miei amici poi ti faremo un concorsino per ricercatore (io metto a posto il servo del mio amico e lui il mio) e via salendo. Qualche descrizione simile si ritrova nei libri di Roberto Saviano sulle iniziazioni camorristiche.
Il 36% dei docenti che insegnano nelle università sono a contratto, una specie di paria, una vergogna nazionale: personale anche altamente qualificato in titoli, pubblicazioni e professionalità completamente precarizzato e sottopagato.
La Cgil non riesce ad opporsi per via di una sentenza (molto ingiusta) della Cassazione di qualche anno fa. Alcuni sono chiamati perché molto più qualificati dei docenti stessi che li chiamano, altri perché eccellenti professionisti, altri sono solo “intermediari” con funzione neanche troppo nascosta di portare in aula a far lezione personaggi famosi e attira-studenti allocchi.
C’è chi fa il docente precario o a contratto un anno e poi, ovviamente, saluta a gambe levate. Ma c’è anche chi lo vive con passione: mal gliene incolse! Pare che il Politecnico di Milano sia arrivato a tenerne uno per una trentina d’anni a circa mille euro all’anno quando i limiti di legge erano massimo due e, poi, massimo cinque anni.
No, non ci stiamo sbagliando: mille euro non a conferenza, non al mese, ma all’anno, meno dei raccoglitori di pomodori. Per fare tutto: lezioni, esami, commissioni… ci manca solo la pulizia dei gabinetti.
La giustizia italiana dorme, ma, forse, verrà in soccorso ad essi (molti insegnano da oltre un decennio) la Corte di Giustizia europea.
E per fortuna che le università sono i luoghi, per Costituzione, dove si dovrebbero “sanare le diseguaglianze” anziché crearle. E, come scrive Tomaso Montanari sul “Fatto quotidiano” di oggi, come sani queste distanze?
A partire dalla rimozione degli ostacoli e dal merito, sia per docenti che per studenti, oppure conferendo la laurea honoris causa a un ereditiero trentunenne come Leonardo Maria del Vecchio, alla presenza di due ministri, come è successo la scorsa settimana all’Università romana di Tor Vergata?
Ne segue una domanda: ma le università italiane sono luoghi dove ancora si studia oppure luoghi dove si raccattano ricchi imprenditori o si attraggono ricchi studenti stranieri asiatici e di altrove per far numero e denaro?
Ecco a cosa servono le lezioni in inglese (contro il parere della Crusca), la lingua più colonialista del mondo: per portare soldi stranieri tramite studenti. Per questo le nostre università fanno esami a migliaia di cinesi che tanto poi se ne vanno e frega niente a nessuno, né se sanno né se non sanno un tubo.
E poi c’è l’Erasmus, tanto divertente per gli studenti (anche per accoppiarsi) e utile per creare cittadini europei quando inutilissimo per lo studio: lo sanno tutti che lo studente Erasmus lo si fa passare perché tanto, poi se ne torna nella sua università.
E per fortuna che poi fioccano statistiche del tipo: il 99% dei nostri laureati trova lavoro entro l’anno. Un giovane ingegnere del Politecnico (stanco di cercare e/o per passione) ha aperto una birreria in Portogallo: è conteggiato tra i 99%? E’ un cervello in fuga?
(da Dagoreport)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile
I DUE TRUMPETTI HANNO PARTECIPAZIONI IN ALMENO 15 SOCIETÀ CHE, DOPO LA RIELEZIONE DEL GANGSTER DI MAR-A-LAGO, HANNO OTTENUTO CONTRATTI FEDERALI PER OLTRE 3,2 MILIARDI DI DOLLARI… WASHINGTON SMENTISCE CHE LE AZIENDE ABBIANO RICEVUTO UN TRATTAMENTO PREFERENZIALE, MA GLI ESPERTI NON SONO DELLA STESSA IDEA
Donald Trump Jr. ed Eric Trump stanno costruendo un vero e proprio impero finanziario nel
settore della difesa, proprio mentre l’amministrazione del padre aumenta gli investimenti del Pentagono in droni, intelligenza artificiale e nuove tecnologie militari. Lo rivela una lunga inchiesta del Washington Post, secondo cui i due figli del presidente hanno investito in almeno 15 società che lavorano o puntano a lavorare con il governo americano.
La maggior parte degli investimenti è stata effettuata dopo la vittoria elettorale di Donald Trump. Da allora, le aziende partecipate dai due fratelli hanno ottenuto almeno 3,2 miliardi di dollari in contratti federali, ai quali si aggiungono 3,1 miliardi di opzioni per futuri appalti. Alcune sono inoltre entrate nelle liste privilegiate dei fornitori del Pentagono, che consentono di concorrere a commesse per quasi 200 miliardi di dollari.
Donald Trump Jr. investe soprattutto attraverso 1789 Capital, fondo che promuove il cosiddetto “capitalismo patriottico” ispirato ai principi dell’America First, mentre Eric Trump opera tramite American Ventures, collegata alla banca d’investimento Dominari Holdings.
Nel portafoglio figurano colossi come SpaceX di Elon Musk e Anduril, ma anche startup specializzate in droni militari, robot umanoidi, intelligenza artificiale, fabbriche automatizzate, magneti per terre rare, computer quantistici e persino aziende impegnate nello sviluppo di tute spaziali.
L’inchiesta evidenzia che cinque delle quindici società analizzate hanno ottenuto i loro primi contratti con il governo solo dopo l’ingresso dei figli di Trump e durante il secondo mandato del padre, mentre altre collaboravano già con il Pentagono anche sotto Joe Biden.
Tra i casi citati c’è Unusual Machines, società produttrice di droni di cui Donald Trump Jr. è diventato investitore e consulente subito dopo le elezioni. Il suo amministratore delegato, Allan Evans, ammette che la presenza del figlio del presidente ha dato enorme visibilità all’azienda: «Donald Trump Jr. aveva un marchio molto forte legato al “Made in America”. Aveva un pubblico che credeva davvero in quello che facciamo». Dopo il suo ingresso, il titolo in Borsa è raddoppiato e l’azienda ha ottenuto un ordine dell’esercito da 12,8 milioni di dollari. Evans nega però qualsiasi favoritismo: «Non abbiamo mai chiesto favori. Trump Jr. ha semplicemente visto l’onda giusta e ci è salito sopra».
Tra le società finanziate compare anche Vulcan Elements, che ha ricevuto un prestito da 620 milioni di dollari dal Pentagono, e Hadrian, alla quale la Marina americana ha affidato un programma da 900 milioni per la realizzazione di fabbriche intelligenti dedicate alla produzione militare.
Secondo il Washington Post, i due fratelli stanno puntando con decisione sul settore dei droni, uno dei principali beneficiari della nuova strategia del Pentagono, accelerata dalla guerra in Ucraina e dalla competizione tecnologica con la Cina. Donald Trump Jr. sostiene da anni che gli Stati Uniti debbano costruire una filiera nazionale per produrre droni: «Per un decennio ha fatto campagna sul rischio rappresentato dalla Cina», racconta una persona vicina al figlio del presidente.
La Casa Bianca respinge ogni accusa di conflitto d’interessi. La portavoce Anna Kelly liquida le polemiche come «la solita narrativa stanca che i democratici portano avanti da dieci anni contro Trump, la sua famiglia e la sua amministrazione», aggiungendo: «Non esistono conflitti di interesse».
Anche il Pentagono smentisce qualsiasi favoritismo. Il portavoce Joel Valdez assicura che «nessuna azienda riceve trattamenti preferenziali» e che «gli investitori, le affiliazioni esterne o i collegamenti politici non svolgono alcun ruolo nelle decisioni del Dipartimento».
Molto più critici gli esperti di etica pubblica. Kathleen Clark, docente della Washington University, osserva che «anche se non acquistare droni dalla Cina può essere nell’interesse pubblico, è del tutto ragionevole dubitare che lo sia quando la famiglia Trump ne trae un beneficio economico». A suo giudizio, Donald Jr. ed Eric dovrebbero astenersi da investimenti in aziende che dipendono dai contratti federali.
L’inchiesta ricorda inoltre che Donald Trump Jr. ha dichiarato pubblicamente di aver contribuito a definire alcuni messaggi del Dipartimento della Difesa e, nel suo podcast, ha raccontato di aver aiutato il segretario alla Difesa Pete Hegseth nella scelta di dirigenti favorevoli ad aumentare gli investimenti nei droni.
I portavoce di Trump Jr. replicano che il figlio del presidente «non interagisce con il governo federale nell’ambito del suo ruolo nelle aziende che finanzia o consiglia» e che «non fa parte del comitato investimenti di 1789 Capital». Anche le aziende coinvolte sostengono di aver ottenuto i contratti esclusivamente grazie al valore delle proprie tecnologie e ai rigorosi processi di selezione del Pentagono.
(da washingtonpost.com)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile
LE MOSSE DEGLI AVVERSARI: AL CENTRO CI SONO GLI EX PREMIER ÉDOUARD PHILIPPE E GABRIEL ATTAL. TRA I SOCIALISTI SI È FATTA AVANTI SÉGOLÈNE ROYAL, E NON È ESCLUSO FACCIA ALTRETTANTO L’EX COMPAGNO E GIÀ PRESIDENTE HOLLANDE, FORSE IL SEGRETARIO DEL PARTITO OLIVIER FAURE. E CHISSÀ CHE FARÀ RAPHAËL GLUCKSMANN
C’è un’umoralità contagiosa, segno dei tempi incerti, attorno alle questioni della politica. Ci si aggrappa a un’ultima notizia per disegnare scenari quando bisognerebbe tenere invece conto della radici lunghe di certe storie prima di trarre conclusioni affrettate.
L’ultimo caso è quello di Marine Le Pen che “vola” nei sondaggi per le presidenziali francesi dell’anno prossimo, “sbaraglia” ogni possibile avversario al doppio turno, “accelera” nella sua corsa verso l’Eliseo. E questo perché il suo indice di gradimento è salito di quattro punti dopo la sentenza d’appello in cui è stata condannata a tre anni di reclusione (due condonati, uno con braccialetto elettronico) per appropriazione indebita di fondi pubblici del Parlamento europeo, usati in realtà per il suo partito. Di fatto una truffa a danno dei cittadini.
Come succede spesso, davanti a quella reclamata come “un’ingiustizia”, lei si proclama da sempre innocente, si serrano i ranghi dei simpatizzanti che accorrono a sostegno senza indugio. E tuttavia il 36 per cento toccato, che è ovviamente un ottimo risultato contro eventuali candidati che neanche raggiungono il venti, non è affatto una garanzia di riuscita.
Lo stanno a dimostrare la storia, il sistema elettorale francese a doppio turno, la distanza dalle urne con tutte le incognite del caso, compresa quella più ostica per la quale Le Pen potrebbe essere costretta a condurre la campagna elettorale con il braccialetto elettronico: non un bel vedere per chi potrebbe sedere sulla poltrona del “monarca repubblicano”, quale è considerato per i suoi poteri il presidente della République.
Un piccolo esercizio di memoria imporrebbe cautela. Giusto tre anni fa, alle legislative, il Rassemblement national, il partito dei Le Pen erede del Front national, aveva racimolato 10 milioni 647.914 voti, pari al 33,21 per cento. Primo assoluto e con quasi due milioni di vantaggio sul secondo, il Nuovo fronte popolare delle sinistre. Quanto tutti vaticinavano l’ingresso nella stanza dei bottoni degli ex impresentabili di colore nero riverniciati nel “blue Marine”, ecco che al secondo turno tutto si ribalta, la solita pregiudiziale contro l’estrema destra produce un’alleanza tra la sinistra e il centro e regge per l’ennesima volta il Fronte repubblicano eretto fin dal 2002 quando fu il capostipite Jean-Marie Le Pen a tentare la scalata al cielo. Arrivato incredibilmente al ballottaggio, racimolò un penoso 17,79 per cento contro Jacques Chirac.
Marine Le Pen si iscrive alla corsa per la prima volta nel 2012, ben 14 anni fa, e si piazza terza con il 17,90, battutissima da François Hollande e Nicolas Sarkozy. Ci riprova nel 2017 e per poco con il 21,30 soffia il secondo posto a Fillon, si scontra al secondo turno con Emmanuel Macron che la doppia, 66,1 a 33,9. I duellanti si ritrovano a faccia a faccia cinque anni dopo, nel 2022, e Le Pen per la terza volta soccombe 58,54 a 41,46. Pur turandosi il naso, arriva a sostegno di Macron il soccorso rosso della sinistra per lo slogan “tutti meno Marine”, che sarà la linea guida, come abbiamo visto, anche nelle legislative del 2024.
Nonostante una progressione notevole, c’è un soffitto di cristallo che l’estrema destra post-fascista non riesce a sfondare. Per farlo dovrebbe superare il 50 per cento ed essere più forte di quella conventio ad excludendum che da 25 anni coalizza tutto il resto del sistema politico. E non c’è nulla che autorizzi ad immaginare il contrario stavolta.
Marine Le Pen “vola” al 36 per cento non sapendo, per ora, chi saranno i contendenti nel grande magma che avvolge il centro nel dopo-Macron (dopo due mandati è ineleggibile e comunque i suoi dieci anni al potere finiscono con un indice di gradimento molto molto basso) e il lato opposto dell’emiciclo perennemente diviso prima di coagularsi attorno a un candidato pur di sconfiggere la “grande nemica”.
Semmai il problema è il caos che regna tra quel che resta del macronismo e la sinistra dal rosa socialdemocratico al rosso fuoco della frangia più radicale. Al centro ci sono almeno due galli nel pollaio, entrambi ex premier come Édouard Philippe e Gabriel Attal. Tra i socialisti gli iscritti alla corsa che si sfideranno nelle primarie, potrebbero toccare un numero record. Si è fatta avanti Ségolène Royal, 72 anni e prima donna al ballottaggio nel 2007 contro Sarkozy, e non è escluso faccia altrettanto l’ex compagno e già presidente François Hollande, più i due deputati Philippe Brun e Jérôme Guedj, forse il segretario del partito Olivier Faure. E chissà che farà Raphaël Glucksmann, un outsider che si potrebbe rivelare particolarmente ostico.
I verdi avranno qualcuno ancora coperto, mentre la France insoumise conterà al solito sull’intramontabile Jean-Luc Mélenchon. Ben sapendo che un eventuale suo approdo al secondo turno potrebbe provocare una coalizione per escluderlo uguale e contraria a quella contro la destra: sarebbe lo scontro tra due estremismi, l’unica possibilità di riuscita per Le Pen.
Le speranze di Le Pen
Le Pen conta sul perfezionamento della lunga fase di “dédiabolisation” con cui ha cercato di ripulirsi delle scorie di fascismo. Conta anche sul ticket con il suo giovane delfino Jordan Bardella, 31 anni e prescelto nel caso come primo ministro: lei a racimolare i voti popolari con le incursioni nei mercatini di paese, lui a rassicurare i grandi imprenditori a cui si sente affine per la quota di ideologia liberista. Ma non è detto che le due posture si sommino e potrebbe persino succedere che si danneggino.
(da Domani)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile
CON LA MAGGIORANZA DEI DUE TERZI DEL PARLAMENTO APPROVATO L’EMENDAMENTO COSTITUZIONALE: ORA SULYOK HA 5 GIORNI DI TEMPO PER FIRMARE LA PROPRIA DESTITUZIONE, SE NON LO FA VERRA’ CACCIATO “PER DEMERITO”… MAGYAR ISTITUISCE UN “UFFICO DI RECUPERO DEL PATRIMONIO PUBBLICO” PER RECUPERARE I MILIARDI RUBATI DAGLI OLIGARCHI DEL REGIME CORROTTO DI ORBAN”
La maggioranza di due terzi del Parlamento ungherese ha approvato l’emendamento
costituzionale, proposto dal governo, che sancisce la cessazione dell’incarico dell’attuale presidente della Repubblica Tamas Sulyok, uomo legato all’ex premier sovranista Viktor Orbán. I deputati del partito di opposizione Fidesz, dell’ex leader, in segno di protesta contro “l’arbitrio” sono usciti dall’aula e non hanno partecipato al voto.
L’emendamento, oltre la destituzione del capo dello Stato, qualificato dal premier Peter Magyar “un fantoccio di Orbán”, stabilisce un limite di 12 anni per i mandati dei deputati, un limite di età di 70 anni per i giudici della Corte costituzionale, cambiando così la composizione della Corte, e l’istituzione di un Ufficio di recupero e protezione del patrimonio pubblico, con lo scopo di recuperare “i miliardi rubati dagli oligarchi del regime corrotto di Orbán”.
Paradossalmente, l’emendamento, per entrare in vigore, deve essere firmato dal presidente Sulyok stesso che ha 5 giorni per farlo. In caso rifiutasse di firmarlo, il governo, ha precisato il premier, inizierà subito il procedimento di destituzione del Presidente per demerito, previsto nella Costituzione attuale.
Prima, Magyar ha invitato più volte il presidente Sulyok a dare le dimissioni, ma senza successo. L’emendamento, ha precisato ancora il premier Magyar, è una misura transitoria, necessaria per avviare lo smantellamento del regime istituito da Orbán, e una nuova Costituzione sarà adottata dopo una larga consultazione pubblica probabilmente l’anno prossimo.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile
LA SINDACA REPLICA ALLE FALSITA’DI VANNACCI SUL TASER:”SUL TASER NON HO INTERROTTO ALCUNA SPERIMENTAZIONE PERCHE’ NEGLI ANNI DI GOVERNO DELLA CITTA’ DA PARTE DEI SOVRANISTI NON HANNO MAI PRODOTTO ALCUNA SPERIMENTAZIONE E NEMMENO UN REGOLAMENTO PER INIZIARLA”… “BASTA ATTENZIONE A CHI DICE FALSITA’ E VUOLE ABBASSARE IL LIVELLO DELLA DISCUSSIONE, IO PENSO A PRODURRE FATTI”
“A Genova non c’è mai stata nessuna sperimentazione del taser di nessun tipo visto che non è mai passato il regolamento in consiglio comunale perché la destra non è riuscita a farlo, e quindi al di là di dire falsità e quindi contrastare le falsità, un lavoro che stanca, noi andiamo avanti per la nostra strada”.
Così la sindaca di Genova Silvia Salis, a margine di una conferenza stampa, replica alle frasi di Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale che sabato, a Genova, ha spronato la sindaca a “fare il suo lavoro” per migliorare la situazione della sicurezza in città e in particolare a dotare la polizia locale di taser “perché – aveva detto il ‘generale’ -l’unica alternativa è una calibro 9”.
“La nostra strada non è fatta di annunci ed esternazioni spot per attirare l’attenzione, in un meccanismo per cui la sparo sempre più alta per attirare l’attenzione – ha detto -. Ho un figlio di due anni che più o meno utilizza la stessa tecnica. Diciamo che a un certo punto bisogna evitare di dare troppa attenzione a chi cerca di attirarla dando notizie false – conclude -, cercando di creare una discussione pubblica che abbassa il livello, noi non lo vogliamo fare”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile
LA REMIGRAZIONE DA UN LATO RAFFORZA VANNACCI PRESSO UNA PARTE DELL’ELETTORATO, MA DALL’ALTRO OFFRE AL CENTROSINISTRA LA POSSIBILITA’ DI MOBILITARSI CONTRO UNA MISURA PALESEMENTE INCOSTITUZIONALE IN QUANTO NEGA I PRINCIPI DI UGUAGLIANZA E IL DIVIETO DI DISCRIMINAZIONE
La pre-campagna elettorale è già cominciata, e fino ad ora ha avuto un protagonista e una parola
d’ordine: Roberto Vannacci e la sua proposta sulla remigrazione.
Negli ultimi mesi la remigrazione si è imposta nel dibattito pubblico per una serie di ragioni.
La prima: non è chiaro a nessuno cosa significhi davvero, ciascuno la interpreta come ritiene, e ciò aiuta a lanciare messaggi differenziati a pubblici diversi. Molti parlano di remigrazione per intendere il semplice rimpatrio di chi delinque, per altri è un rimpatrio generalizzato di clandestini, mentre la proposta presentata settimane fa includeva anche immigrati perfettamente regolari e addirittura le seconde generazioni, cittadini nati e cresciuti in questo Paese, che andrebbero convinti a “remigrare volontariamente”, a fronte di una (modestissima) offerta economica.
È una proposta semplice, dai contorni quanto meno non definiti, che difficilmente supererebbe il vaglio della Corte Costituzionale, difficilmente attuabile, a cui ciascuno può assegnare il significato che ritiene. Per questo, però, ha una certa efficacia sulle fasce elettorali più xenofobe e attente ai temi dell’immigrazione.
Inoltre, “remigrazione” è una singola parola, che trasmette un messaggio e una proposta con estrema semplicità. Non servono troppi giri di parole, non serve una declinazione articolata del concetto. Come “flat tax”, “quota 100” o “ius soli”, è una parola che contiene un intero universo politico. Chi la pronuncia non è costretto ogni volta a spiegare il contenuto della proposta. Basta evocarla per trasmettere un’intenzione chiara, persino una visione del mondo, pur reazionaria. Non è soltanto una proposta sull’immigrazione: è un’idea di comunità fondata sull’esclusione, che rappresenta una sfida diretta all’impianto costituzionale della Repubblica.
È una iniziativa divisiva, molto polarizzante, ma la polarizzazione che determina è utile a Vannacci. Il consenso che genera, infatti, supera di gran lunga le intenzioni di voto per Futuro Nazionale: in questo modo, permette al Generale di intercettare elettori prevalentemente di Lega e Fratelli d’Italia, ma non solo.
Tuttavia, la polarizzazione costruita attorno a questo frame può produrre effetti anche nella direzione opposta. Se da un lato rafforza Vannacci presso una parte dell’elettorato, dall’altro offre al centrosinistra l’opportunità di riattivare una mobilitazione progressista contro una misura che collide frontalmente con i principi costituzionali di uguaglianza e con il divieto di discriminazione. In particolare, qualora Vannacci si presentasse in alleanza con il centrodestra di governo e continuasse a dettare l’agenda politica sui temi dell’immigrazione, il Campo largo avrebbe una doppia occasione: da un lato, evidenziare l’imbarazzo delle forze liberali e centriste della coalizione avversaria, in primis Forza Italia e Noi Moderati, che difficilmente sosterranno la proposta; dall’altro, potrà richiamare alle urne segmenti di elettori oggi disaffezionati ai partiti, ma ancora sensibili alle grandi questioni di principio e ai valori costituzionali e repubblicani.Resta ad ogni modo un’arma prevalentemente elettorale, propagandistica, di difficile compatibilità con il quadro costituzionale e con il diritto europeo. Perfetta, per i partiti di destra populista, negli anni di chiusura della legislatura, per posizionarsi in vista del voto politico, ma destinata a scontrarsi poi, alla prova dei fatti, con il muro della realtà. Il centrosinistra farebbe un errore a limitarsi a denunciare l’irrealizzabilità della proposta. La sfida è politica e valoriale: trasformare una polarizzazione costruita dall’avversario in una mobilitazione a difesa dei principi costituzionali e dell’idea stessa di cittadinanza.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile
DAL CASO DI THOMAS JEFFERSON CHE, PRIMA DI DIVENTARE PRESIDENTE, CONTRABBANDÒ IN AMERICA IL RISO PIEMONTESE, ALLA VICENDA DEL BANCHIERE JOHN PIERPONT MORGAN CHE “SALVÒ GLI STATI UNITI NEL 1907, UNO SQUALO MALINCONICO INNAMORATO DI UNA DONNA CHE LO TRADIVA”
Nel suo America nuda e cruda (Garzanti) Giorgio Dell’Arti attraversa quattrocento anni di storia col piglio del cronista, mettendo in fila una miriade di fatti importanti e di fatterelli solo apparentemente secondari che restituiscono, nel loro insieme, un quadro ricchissimo di informazioni: la traiettoria parte dallo sbarco dei primi coloni inglesi sulle coste settentrionali del Nuovo continente, all’inizio del XVII secolo, per concludersi con la prima elezione di Trump alla presidenza Usa, nel 2016
Dell’Arti, qual è il filo rosso che lega l’arrivo della Virginia Company a Jamestown, nel 1606, agli Stati Uniti di Donald Trump?
«Credo si possa riassumere con la parola avidità, che non ha necessariamente un senso negativo, ma ha a che fare anche con il desiderio di crescere, espandersi, possedere. Il primo insediamento sull’Atlantico è del 1609, la costa del Pacifico è stata raggiunta nel 1848: in due secoli e mezzo hanno percorso una distanza enorme in un ambiente ostile, un effetto della loro volontà di espandersi
Il desiderio di avanzare è il segno che caratterizza gli americani in tutta la loro esistenza, da qui nasce anche la mistica dell’iniziativa privata».
Con quali riflessi?
«Quando Franklyn Delano Roosevelt utilizza soldi pubblici per il New Deal negli anni ’30, facendo fronte alla grande depressione, questo viene vissuto da molti americani come un’umiliazione, perché per loro è inconcepibile un aiuto pubblico».
Un’annotazione stilistica: il tono del libro è colloquiale e lontano dall’approccio abituale ai massimi sistemi.
«Ho ricercato volutamente questo tono, non volevo essere lodato dagli accademici, ma essere capito dai miei nipoti, e non volevo che i lettori venissero spaventati dal linguaggio altisonante. Ci sono anche le parolacce… Bisogna scrivere semplice, con frasi brevi e parole di tutti i giorni».
Che importanza hanno i dettagli della vita quotidiana? Nel suo volume ce ne sono moltissimi, come Jefferson che, prima di diventare presidente, contrabbandò in America un pugno di riso piemontese…
«Sì, una cosa vietatissima, e aveva anche progettato una macchina per fare i maccheroni. Penso che dicano di più questi dettagli dell’interpretazione hegeliana della Storia, per cui i fatti quasi non contano.
Io invece sono un tolstojano: la storia avviene nel caos, caso e fortuna giocano un ruolo fondamentale, come nello sbarco sulla Luna, quando fu Neil Armstrong a scendere, ma solo perché era il più vicino al portellone della navicella. Le caratteristiche degli esseri umani poi sono importantissime, per questo cito sempre mogli e numero di figli, perché il profilo dei protagonisti è fatto di queste cose».
Qualche esempio?
«Il grande banchiere John Pierpont Morgan che salvò gli Stati Uniti nel 1907, uno squalo malinconico innamorato di una donna che lo tradiva. O il presidente Andrew Jackson che negli anni ’30 dello stesso secolo azzerò il debito americano con dazi e tasse: non lo si capisce se non si conosce la sua giovinezza di avvocaticchio.
Non è gossip né guardare dal buco della serratura, serve a rendere la personalità degli individui narrando le cose che succedevano come facevano gli antichi. Lo diceva anche Montanelli: gli storici spesso non sanno scrivere e sono noiosi».
Hermann Melville viene ritratto in un momento di crisi.
«Aveva da poco pubblicato Moby Dick che era stato un flop micidiale: era solo e depresso, il tipico intellettuale in crisi che girava per il Paese e che teneva conferenze in sale semivuote a un pubblico di campagnoli ignoranti».
Quand’è che il mondo ha cominciato ad amare l’America?
«Dopo la Prima guerra mondiale, nella quale gli Usa erano entrati perché altrimenti avrebbero perso tre miliardi di dollari di crediti – vale sempre il principio “follow the money”, segui il denaro – e il presidente Wilson viene accolto a Parigi da trionfatore. Musica e soprattutto cinema hanno avuto una funzione seduttiva formidabile».
A proposito di cinema, lei racconta la parabola malinconica di una star come Rock Hudson.
«Volevo raccontare l’Aids e tutti i problemi si spiegano meglio se si incarnano in un personaggio: Hollywood aveva pagato i giornali perché non si sapesse che un sex symbol come lui era gay, l’hanno anche fatto sposare…
Quando si è ammalato, l’anatema sull’omosessualità è stato rappresentato dal gelo dei Reagan, che gli erano stati amici prima che esplodesse il caso. Rock Hudson è emblematico, così come per il razzismo Cassius Clay, che si rifiutò di arruolarsi dicendo: a me i vietcong non hanno fatto niente, non mi hanno mai chiamato negro».
Veniamo all’oggi, a Donald Trump, come rappresenta lo spirito americano?
«Il suo avvocato Roy Cohn, uomo molto passionale, gay, anticomunista e forse segretamente innamorato di lui, gli ha insegnato ciò che forse già sapeva senza esserne conscio: attacca, nega tutto, dì di aver vinto anche quando hai perso. Trump dello spirito americano rappresenta l’avidità, l’arroganza, la convinzione di essere inviato da Dio, l’eccezionalismo degli Usa. Un affarista senza scrupoli che in fondo ci crede al suo mito e alla sua grandezza. È il lato dell’America che detestiamo».
(da “La Stampa”)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile
L’AUTOGOL DELL’EX GENERALE OSPITE DI IN ONDA SU LA7… ECCO COSA DICE LA LEGGE VIGENTE
“Io ricevo finanziamenti legali, quello che è previsto dalla norma. Sono trasparenti e li
pubblichiamo. Se mi possono finanziare dagli Stati Uniti per quale motivo non dovrei accettare da un altro Paese estero? Se è legale va benissimo”.
Così il leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci, ospite di In Onda su La7, in merito alla possibilità di ricevere finanziamenti dalla Russia.
Cosa dice la legge che Vannacci ignora o fa finta di non conoscere
No, in Italia i partiti politici non possono ricevere finanziamenti da stati esteri. La legge vieta severamente contributi e donazioni provenienti da governi, enti pubblici o soggetti giuridici stranieri. Questa regola serve a proteggere la politica nazionale da influenze esterne.Il sistema di finanziamento prevede le seguenti regole:
Divieto per Stati e non residenti: È vietato ricevere fondi da governi o enti di altri paesi. Sono esclusi dai finanziamenti anche i singoli individui che non sono cittadini italiani e residenti in Italia.
Solo persone fisiche: I partiti possono ricevere soldi solo da persone fisiche (singoli cittadini) iscritte nelle liste elettorali, oppure da enti e società italiane senza fini di lucro.
Limiti di importo: Le donazioni dei privati cittadini sono permesse ma hanno un tetto massimo. Ciascun donatore non può superare il limite di €100.000 all’anno.
Trasparenza: Tutte le donazioni che superano i €500 all’anno devono essere rese pubbliche. I partiti sono obbligati a dichiarare i nomi dei donatori sul proprio sito internet e sul registro della Camera dei Deputati.
I partiti politici in Italia non possono ricevere finanziamenti da governi o enti pubblici esteri. Possono invece ricevere donazioni da persone fisiche straniere, ma solo se queste sono residenti in Italia e iscritte nelle liste elettorali. Le regole principali stabilite dalla legge n. 3 del 2019 (nota come “Spazzacorrotti”) sono:Divieto per Stati e governi: È vietato ricevere contributi da Stati esteri o da enti pubblici e società controllate da governi stranieri. Persone fisiche: I cittadini stranieri possono fare donazioni solo se sono residenti in Italia e hanno il diritto di voto attivo (cioè possono votare). Enti privati: Le donazioni provenienti da società o enti stranieri sono vietate se non hanno una sede stabile in Italia.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile
PER EVITARE SPIACEVOLI SORPRESE, CONVIENE INSERIRE NELLA CAUSALE IL MOTIVO REALE CHE CI SPINGE A FARE IL BONIFICO – LE BANCHE POSSONO CHIEDERCI CHIARIMENTI ANCHE PER OPERAZIONI DA POCHI EURO
Sui bonifici di denaro tra parenti e amici circolano da tempo fantasiosi mantra che, se seguiti scrupolosamente, ci farebbero scongiurare i controlli del Fisco, anche quando non ci sarebbe nulla da nascondere. È bene fare chiarezza: per quanto riguarda i trasferimenti di denaro tracciato, di soglie specifiche in Italia non ne esistono. Nel nostro Paese, infatti, non c’è un limite sotto il quale un bonifico diventa invisibile o automaticamente escluso dai controlli.
I famosi 5mila euro che spesso sentiamo citati in verità riguardano solo ed esclusivamente il contante, e non i movimenti bancari. Ecco perché anche una cifra molto più bassa può far scattare una verifica da parte dell’Amministrazione finanziaria. Questo può accadere ad esempio se l’importo non è coerente con il profilo del cliente, se non ha una giustificazione credibile oppure se viene frazionata, pratica quest’ultima molto in voga.
Quindi, la causale che inseriamo in un bonifico aiuta certamente a spiegare il passaggio di denaro tramite bonifico, ma non cambia la sua natura. E attenzione, perché quando dietro c’è una donazione importante, il vero problema potrebbe non essere neanche più il Fisco, quanto la validità stessa dell’operazione.
Proviamo a fare qualche esempio. Vostra madre vi manda sul conto 1.500 euro per bollo e assicurazione dell’auto. Oppure, vostro fratello vi restituisce con un bonifico i 3mila euro anticipati per l’acquisto di nuovi elettrodomestici. Oppure ancora i vostri genitori vi danno una mano per la caparra di casa, facendovi un pagamento di 4.500 euro.
Pur rimanendo sotto i 5mila euro, sia loro che voi non siete comunque al riparo da controlli, semplicemente perché questa soglia, per i trasferimenti tracciati, non esiste.
Questo presunto confine tra il lecito e il non lecito viene alimentato da anni da articoli clickbait e sedicenti consigli finanziari. Invece, si applica solo a un’operazione ben precisa, cioè il passaggio di denaro contante tra due soggetti diversi.
Consegnare fisicamente banconote per una cifra pari o superiore a 5mila euro, anche spezzando la somma in più passaggi vicini nel tempo, da noi è vietato.Questo è il limite che la legge fissa, ma appunto solo per il cash. Il bonifico bancario è tutta un’altra storia. Per i trasferimenti tracciati attraverso un conto corrente non esiste un tetto oltre il quale scattano le verifiche e sotto il quale invece si bypassano.
La banca può fare domande anche per pochi euro? Succede però che la banca possa comunque chiederci conto delle nostre operazioni, e accade più spesso di quanto possiamo immaginare. Un istituto di credito può pretendere chiarimenti o documenti di supporto anche per un bonifico di importo molto basso, se l’operazione non torna rispetto al profilo abituale del cliente, magari perché è insolita per frequenza, o perché arriva spezzettata in più tranche ravvicinate, oppure perché presenta caratteristiche che la banca è tenuta a segnalare secondo la normativa antiriciclaggio.
Le segnalazioni, infatti, possono riguardare movimenti “a prescindere dall’importo”. Il che naturalmente non significa che ogni bonifico finisca sotto la lente del Fisco, ma che non esiste nessuna cifra automaticamente sicura a prescindere dal contesto. […]
Veniamo alla causale. Molti pensano che basti scrivere la dicitura giusta per stare al sicuro, ma purtroppo non funziona così. La causale serve a descrivere in modo veritiero l’operazione e non a travestirla da qualcos’altro. Se scrivete ad esempio “rimborso spese” ma in realtà si tratta di una donazione, la causale non cambia la natura reale del trasferimento, e in caso di controllo o di contestazione (anche solo tra eredi, tra un po’ di anni) conterà quello che è successo davvero e non l’etichetta che gli avete appiccicato sopra.
Allo stesso modo, dividere una somma importante in tanti piccoli bonifici, sperando di passare inosservati, spesso genera l’effetto opposto. Una serie di movimenti frazionati e in serie è proprio uno di quegli elementi che possono attivare l’alert del Fisco, rispetto a un unico bonifico ben motivato.
La regola, come visto, resta una sola: la causale deve corrispondere alla realtà. Ad esempio, va benissimo indicare “donazione di modico valore da padre [nome cognome] a figlia ”[nome cognome], oppure “regalo di famiglia per il matrimonio – da madre a figlio”, oppure “prestito familiare infruttifero, da restituire entro il [data]”. O ancora: “rimborso spese anticipate per [descrizione]”, “contributo di padre/madre per acquisto abitazione – liberalità”. […]
Un capitolo a parte lo meritano le donazioni, perché spesso sono l’operazione che più genera confusione. Per il Codice civile, una donazione va normalmente formalizzata con un atto pubblico davanti a un notaio. Esiste però un’eccezione per le cosiddette donazioni “di modico valore”, che non richiedono il notaio. Il problema, tuttavia, è che non esiste una cifra valida per tutti. La modicità si valuta guardando insieme tre cose: la somma trasferita, il reddito e il patrimonio complessivo di chi dona, e quanto quella cifra incide realmente sulle sue condizioni economiche.
Anche qui facciamo un esempio concreto: 3mila euro donati da chi ha risparmi modesti, diciamo pari a 6mila euro, possono non essere affatto modici, mentre la stessa cifra può risultare del tutto proporzionata se a donarla è una persona con un patrimonio consistente, 70mila ad esempio. Bisogna chiarire bene che non si stratta di un calcolo automatico, ma di un giudizio che tiene conto della situazione reale di chi fa il regalo.
Occhio poi che, per una donazione in denaro di importo non chiaramente modico, il semplice bonifico non sostituisce l’atto notarile. Il rischio principale, in questi casi, non è tanto un controllo fiscale immediato, quanto la validità civile della donazione stessa, soprattutto se in futuro dovesse nascere una contestazione tra gli eredi. Non a caso, l’Agenzia delle Entrate continua a indicare l’atto pubblico come la forma “normale” per donare.
Per una donazione consistente, magari destinata all’acquisto di una casa o comunque capace di pesare sull’eredità, la scelta più prudente è farsi consigliare in anticipo da un notaio sulla forma più corretta da usare.
Riguardo alle donazioni, altro aspetto da chiarire è che sono state fissate per legge delle franchigie fiscali che indicano da quale importo in poi si deve pagare l’imposta sulle donazioni. Non sono invece, come molti pensano, delle soglie salva tutto al di sotto delle quali non si viene controllati.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »