Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile
E STRANAMENTE PIEPOLI (NON CERTO OSTILE AL GOVERNO, PER USARE UN EUFEMISMO) NON HA SONDATO LO SCONTRO MELONI-SILVIA SALIS
E’ stato chiesto chi si voterebbe come presidente del Consiglio in tre sfide dirette con
Giorgia Meloni. Contro Elly Schlein, Meloni prende il 56% mentre la segretaria del Pd si ferma al 44%.
Meloni raccoglie il 94% degli elettori del centrodestra, il 77% di quelli di Futuro Nazionale, il 22% di quelli pentastellati e il 12% di quelli del centrosinistra.
Schlein ottiene l’88% degli elettori del centrosinistra, il 78% di quelli del Movimento 5 Stelle, il 23% di quelli di Futuro Nazionale e il 6% di quelli del centrodestra.
Con Giuseppe Conte, il vantaggio di Meloni si assottiglia. La premier è al 52% mentre il presidente del M5s al 48%.
Meloni ottiene il 91% dagli elettori di centrodestra, il 65% da quelli di Futuro Nazionale, il 16% da quelli del centrosinistra e il 4% da quelli del Movimento 5 Stelle.
Conte invece totalizza il 96% con gli elettori del Movimento 5 Stelle, l’84% con quelli del centrosinistra, il 35% con quelli di Futuro Nazionale e il 9% con quelli del centrodestra.
L’ultimo duello invece, è con il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Qui il distacco torna ad aumentare: la premier incassa il 58%, contro il 42% di Gualtieri.
Nello specifico, Meloni prende il 93% dagli elettori del centrodestra, il 69% da quelli di Futuro Nazionale e il 24% sia da quelli del centrosinistra che da quelli pentastellati.
Gualtieri è scelto dal 76% degli elettori del centrosinistra e dal 76% di quelli del Movimento 5 Stelle, dal 31% degli elettori vannacciani e dal 7% di quelli del centrodestra.
(da Fanpage)
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Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile
L’ITALIA HA ALTRI PUNTI DI FORZA, SI DIRÀ, COME IL RISPARMIO. NON È PIÙ VERO NEMMENO QUELLO: SIAMO L’ULTIMO PAESE IN UE PER INCREMENTO DEI VOLUMI DI PATRIMONIO … FEDERICO FUBINI: “I GIOVANI IN PIAZZA NON LEGGONO TUTTO QUESTO IN MODO ANALITICO. MA CAPISCONO CHE QUALCOSA NON QUADRA, QUALCOSA NON FUNZIONA NELL’INTERESSE DEL LORO FUTURO. C’È DA STUPIRSI CHE ABBIANO ATTESO COSÌ TANTO”
Anche un anno fa le piazze in Italia erano piene di collera, in quel caso durante le manifestazioni per Gaza.
Allora in questo spazio scrissi che tanti cittadini manifestavano sì per i palestinesi, ma in qualche modo si stavano anche identificando con loro come vittime; non vittime della guerra, ovviamente, ma nel caso dell’Italia di una condizione economica sempre più difficile: i salari e gli stipendi che faticano ad arrivare alla fine del mese, la mobilità sociale invisibile, mentre le grandi società in settori a concorrenza limitata e spesso collegati alla politica mantenevano a spese della popolazione prezzi e profitti elevati in modo anomalo.
Mi chiedevo in ottobre 2025 «se Gaza non sia oggi per l’Italia ciò che i gilet gialli furono per la Francia: una preoccupazione genuina e legittima sì, ma anche l’esplosione spontanea di un malessere più profondo che non andrà via tanto presto».
E concludevo: «L’Italia sta diventando un posto più diseguale, anche per il potere delle società in rete pubbliche e private di dettare le condizioni commerciali ai clienti.
I sindacati, le opposizioni, i partiti e il governo stesso non sembrano volere o saper capire e reagire. Intanto la lava della pressione sociale sobbolle giusto sotto la superficie. Oggi ha preso la direzione dei cortei per Gaza. Domani, chissà».
Quel domani, eccolo: ben oltre centomila giovani nelle strade, in gran parte senza alcuna azione violenta, questa volta pongono domande serie sulla loro condizione e il loro futuro.
I devastatori e i saccheggiatori stanno cercando in perfetta malafede di far sparire la loro voce. Ma la maggioranza di ragazzi che è sfilata civilmente nelle strade italiane una voce ce l’ha. E non è giusto che il caos perseguito dalla minoranza violenta la soffochi.
First Cisl il mese scorso ha pubblicato lo studio più approfondito che io conosca sulle diseguaglianze patrimoniali in Italia, su dati di Eurostat e della Banca centrale europea. Qui sotto uno dei grafici.
Parla da solo. La quota di patrimoni finanziari e immobiliari nelle mani del 5% più ricco delle famiglie italiane è salita, negli ultimi quindici anni, da meno del 40% a più della metà della ricchezza totale.
Oggi va molto oltre la quota detenuta dal 90% meno ricco, scesa questa dal 48% a meno del 40% del totale. In questo quindicennio si è così compiuto un sorpasso; lo slittamento verso un nuovo equilibrio che probabilmente non ha precedenti in Italia dall’epoca del miracolo economico, quando milioni di famiglie trasformarono la loro condizione migrando dalle campagne alle città.
Per la prima volta da chissà quanti decenni invece oggi una persona ogni venti, da sola, ha più della stragrande maggioranza dei suoi concittadini.
È un livello di concentrazione della ricchezza negli strati più elevati della società non molto inferiore a quello, parossistico, degli Stati Uniti. Senza il dinamismo degli Stati Uniti.
Lì mancano dati pubblici comparabili sulla quota del 5% dei più ricchi. Ma la quota del «top 10%» dei più facoltosi, stimata in America al 68% in questo studio pubblicato da tre economisti dell’Università di Princeton, non è lontana da 60,6% dell’Italia. Tra l’altro l’Italia oggi è ai massimi in Europa con Lettonia e Austria – ma molto sopra tutte le altre economie di dimensioni sostanziali – per il grado di concentrazione della ricchezza in mano al 5% dei più ricchi.
Non ci eravamo mai pensati così. Continuavamo istintivamente a vedere l’Italia come un Paese imperniato su un vasto ceto medio. In questo i politici sono più avanti di noi commentatori: hanno capito da un pezzo che la vecchia immagine della società oggi è meno realistica, che la polarizzazione fra i ceti è ormai la nuova normalità; quindi loro non coltivano il centro, ma propongono messaggi che coalizzino e motivino queste estreme.
Non fermeranno così la deriva nel tessuto sociale ma stanno sul mercato del consenso. Hanno capito che la progressione della diseguaglianza patrimoniale negli ultimi 15 anni – e soprattutto dal Covid in avanti – ci mette fra i sistemi socialmente più squilibrati. Aggiustano solo la loro offerta alla realtà.
on hanno però forse capito in pieno, i nostri politici, un altro aspetto collegato al primo: l’Italia ha altri punti di forza, ma sta perdendo questo. Abbiamo sempre visto nella nostra capacità di generare risparmio una virtù civica diffusa in grado di sostenere l’intera economia (e il debito pubblico) nei momenti difficili. Ma ammesso che fosse davvero e solo virtù, essa oggi è erosa.
Il grafico sopra, sempre dallo studio First Cisl su dati di Bce ed Eurostat, mostra che l’incremento dei volumi del patrimonio finanziario e immobiliare delle famiglie in Italia nell’ultimo decennio è il più basso nell’area euro; anzi non è incremento, ma stagnazione netta quando si tiene conto dell’inflazione cumulata nel decennio (pari circa all’aumento del valore nominale dei patrimoni).
Una delle ragioni principali, naturalmente, resta la demografia avversa. A causa della minore domanda di case, il valore complessivo delle abitazioni in media nazionale dal 2015 è sceso in termini reali; e quasi tutti i ceti del Paese – meno uno, vedremo tra poco – hanno la vasta maggioranza della loro ricchezza familiare legata alle abitazioni.
Il problema è che l’Italia già dallo scorso decennio sta perdendo il 2% di domanda di case ogni cinque anni, a causa del declino demografico; e queste sono contraddizioni che prima o poi raggiungono l’intera economia, in molti modi. Uno di questi è che ormai abbiamo una ricchezza netta per persona, a 192 mila euro come si vede nel grafico sotto, inferiore alla media dell’area euro (oltre a un tasso di nuovo risparmio anch’esso nettamente sotto alla media europea).
Ma, appunto, va così per quasi tutti. Non per tutti. C’è un dieci per cento della società italiana che non ha la gran parte dei propri patrimoni familiari legati alle case, perché per quasi tre quarti sono investiti in azioni, obbligazioni e per lo più altre attività finanziarie. Questo dieci per cento, ovviamente, sono i più ricchi. E il valore dei loro investimenti in questi dieci anni è molto cresciuto. Anche per questo la distanza fra loro e il resto della società ha preso ad allargarsi, e promette di continuare a farlo.
A questo punto percepisco la domanda dei lettori: cosa c’entra tutto ciò con le manifestazioni di questi giorni, come le giustifica? Niente giustifica, neanche lontanamente, chi sceglie la violenza. Ma quanto a tutti gli altri, che sono molti di più, avete visto l’andamento del principale indice della Borsa italiana negli ultimi anni?
Prendiamo come riferimento l’avvio dell’attuale governo […]. Dall’ottobre 2022 il sottoindice delle società di rete (acqua, gas, elettricità, quasi sempre a controllo pubblico) nel Ftse-Mib è salito del 104%, mentre il Paese ristagnava, il risparmio delle famiglie si erodeva, le diseguaglianze patrimoniali si allargavano. In parte è il risultato dell’aumento del prezzo dell’energia in tutto il mondo.
Ma in parte lo è di concessioni pubbliche assegnate senza gara, di rendite di posizione nell’idroelettrico, di continui investimenti delle società concessionarie nelle infrastrutture per il gas scaricati automaticamente in bolletta che fanno salire sempre di più il prezzo della materia prima a metro cubo (quando si sa che il futuro dovrebbe avere meno metano).
Nello stesso periodo il sottoindice «auto e componenti» (composto di campioni industriali globali e nomi gloriosi come Ferrari, Pirelli, Brembo, Cir, Landi Renzo e Pininfarina) nello stesso periodo dall’ottobre del 2022 ha perso il 2,7%. L’indice della Borsa italiana di prodotti di consumo (dentro ci sono altre glorie del made in Italy come Brunello Cucinelli, De’ Longhi, Ferretti, Geox, Moncler, Piaggio, Piquadro, Safilo) ha perso l’8% in cinque anni. E anche qui, non dipende tutto solo da condizioni interne, perché pesa per esempio la concorrenza cinese.
Intanto avete visto le banche? Dall’avvio dell’attuale governo, l’indice sintetico dei loro titoli quotati alla Borsa italiana è salito del 340%. Di nuovo, questo è anche un frutto positivo di scelte corrette: il controllo dei conti pubblici ha giovato al patrimonio degli istituti, esposto per il 16% al debito dello Stato.
Poi però uno dà un’occhiata all’andamento del credito alle imprese: le consistenze sono scese di 50 miliardi negli ultimi quattro anni e ora sono stagnanti. Sono scese così tanto che, per la prima volta nella storia economica conosciuta del dopoguerra, le consistenze del credito alle imprese quest’estate sono diventate inferiori a quelle del credito alle famiglie per comprare casa o per consumi.
Alle banche il mestiere del credito al tessuto manifatturiero sembra non interessare più molto. Non è un caso se per avere finanziamenti molte aziende ormai si rivolgono a fondi di credito privato (che inanellano sempre nuovi record di volumi), benché questi siano molto più costosi. Le banche italiane guadagnano piuttosto i loro forti margini con una gestione del risparmio tra le più care al mondo (vedi grafico sotto da Morningstar): così costosa che alcuni prodotti internazionali di risparmio vengono prezzati dalle case madri di New York tre volte più alti in Italia che negli altri Paesi in cui sono distribuiti.
Si chiamano, anche qui, rendite di posizione.Le grandi società di servizi in rete o quelle connesse alla politica riescono invece a generare vasti margini di guadagno, scaricando gli oneri sul resto del Paese: indisturbate, quando non incoraggiate, dal settore pubblico.
L’energia e il credito sono due esempi, ma si potrebbero mostrare dati simili per le concessionarie dei giochi d’azzardo; per la redditività molto elevata (con efficienza molto bassa) dell’alta velocità ferroviaria; per il modo in cui dal cuore dei palazzi romani viene indirizzato, in nome del «Piano Casa», il risparmio delle casse previdenziali e di altri enti verso un fondo lussemburghese in particolare dalla struttura proprietaria molto articolata.
Altri esempi della debole cultura della concorrenza sono i criteri con cui ottengono i contratti le cliniche convenzionate o – mutatis mutandis, date le specificità di settore – per le società di costruzioni partecipate dallo Stato che assistono al continuo declino delle gare aperte nell’assegnazione degli appalti. C’è un’Italia dell’illuminismo milanese del ‘700, della rivoluzione borghese dell’800, che oggi sta perdendo terreno.
In sostanza l’Italia più diseguale di questi anni è tornata ad essere un sistema piuttosto cartellizzato, a vantaggio di pochi insider e a spese di molti outsider. Ci si potrebbe aspettare un’attività antitrust intensa da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm); e in parte c’è stata: anche sotto l’attuale leadership.
Poi però uno si accorge che nel ristretto collegio decisionale dell’Agcm,[…] è stato nominato dai vertici del parlamento l’ex senatore leghista Alberto Bagnai. Ora, l’Agcm deriva pressoché tutta la sua autorità dal diritto europeo. E Bagnai, le cui posizioni sono naturalmente rispettabili, è noto soprattutto per essere il più antieuropeo di tutti i politici italiani. Del resto come amministratore delegato della Sogin, la società pubblica di gestione delle scorie nucleari, è stato nominato un banchiere che non si è mai occupato di energia e soprattutto mai di centrali atomiche in vita sua. E come presidente dell’Aci, il figlio del presidente del Senato.
Sono tre esempi. Sono il sintomo di come il governo in questi anni abbia assecondato la chiusura del sistema verso rendite e costi imposti dagli insider agli outsider: conta chi sei e chi ti manda, non cosa sai.
I giovani in piazza in questi giorni probabilmente non leggono tutto questo in modo analitico. Ma capiscono che qualcosa non quadra, qualcosa non funziona nell’interesse del loro futuro. C’è da stupirsi che abbiano atteso così tanto.
(da il “Corriere della Sera”)
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Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL “FILOSOFO” DI PUTIN, ALEXANDER DUGIN, SI SCATENA SUI SOCIAL: “PIÙ CAOS C’È, MEGLIO È. QUESTI EUROPEI VOGLIONO COMBATTERE CONTRO DI NOI: COME PENSANO CHE CIÒ POSSA ACCADERE QUANDO NON RIESCONO A GARANTIRE NEMMENO UN MINIMO DI ORDINE NELLE LORO STESSE CITTÀ?” … L’ATTACCO A GIORGIA MELONI: “È EMERSA DALL’ESTREMA DESTRA PROMETTENDO DI MIGLIORARE LA SITUAZIONE IN ITALIA. SI È LIMITATA A GIOCARE CON L’UE E A SOSTENERE IL REGIME DI KIEV. ITALIANI”
I disordini in Europa “rasentano il caos”, ma sono una questione interna dei paesi
dell’Unione Europea, ha dichiarato ai giornalisti il portavoce del presidente russo Dmitry Peskov.
“Nelle principali città francesi la situazione si è già diffusa, lo stiamo vedendo in Italia e sta iniziando a diffondersi in altri Paesi. È difficile stabilire se si tratti di una crisi sistemica o non sistemica, ma, ovviamente, si tratta di una crisi grave. Si tratta di disordini che rasentano effettivamente il caos”, ma “è una questione interna a quegli Stati”, ha osservato Peskov.
«Più caos c’è, meglio è. Questi europei vogliono combattere contro di noi: come pensano che ciò possa accadere quando non riescono a garantire nemmeno un minimo di ordine nelle loro stesse città?». Firmato, Alexander Dugin, che il New York Times forse sbrigativamente definì il filosofo del Cremlino. […]
A Mosca le proteste che stanno incendiando in queste ore Parigi, Marsiglia, Torino, Milano, sono viste con grande soddisfazione e qualche speranza. Soffiarci su è una scommessa “win win”, che non costa nulla (o costa relativamente poco, siamo in grado di fare tutto da noi e metterlo a disposizione di Vladimir Vladimirovich), e porta comunque dei dividendi.
L’odio di Mathieu Kassovitz, il film del 1995 che segue 24 ore nella vita di tre amici di una banlieue parigina – Vinz, ebreo, Hubert, nero, Saïd, arabo – si chiude con Vinz che viene ucciso da un poliziotto, e un colpo di pistola enigmatico di cui non sappiamo l’esito: Hubert e l’agente si puntano le armi contro. Chi spara? Chi muore?
A Mosca va bene in entrambi i casi. Sia che muoia il poliziotto, sia che muoia il ragazzo. L’obiettivo non è stare da una parte o dall’altra, l’obiettivo è il caos innescato nel cuore dell’Europa.
Ieri Dugin, grande amico a suo tempo del governo gialloverde M5S-Lega (venne anche in tour in Itala a propagandarlo con Steve Bannon), ha scritto una serie di post sui social insolitamente violenti ideologicamente, anche per i suoi stessi standard.
«La Francia – sostiene Dugin – non viene distrutta dai conquistatori; implode dall’interno. La nazione che ha scelto Macron (due volte! Macron!) non merita di esistere. Le Pen, presto! Ora! A una rivolta si può porre rimedio solo con una controrivoluzione, con una Rivoluzione Conservatrice».
«Italiani, non siate come i francesi», esorta il neofascista eurasiano Dugin. «Ribellatevi al mondo moderno. Il grande Evola era vostro compatriota. E anche il grande ghibellino Dante». Al Cremlino ogni occasione è ormai buona anche per dare addosso alla premier italiana.
Dugin, che in un primo momento aveva riposto delle speranze in lei, ora dice che questi giovani devono ribellarsi contro di lei: «La Meloni è emersa dall’estrema destra promettendo di migliorare la situazione in Italia, creata dai liberali globalisti.
Non ha fatto nulla, limitandosi a giocare con l’Unione europea e a sostenere il regime di Kiev senza alcun risultato concreto. Ha rovinato tutto. L’Italia merita di più, molto di più. È il paese migliore d’Europa». È pieno di putiniani, e non c’è mai una manifestazione contro Putin.
(da agenzie)
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Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELL’INTERNO, LAURENT NUNEZ, HA PRESENTATO LE DIMISSIONI, MA EMMANUEL MACRON LE HA RIFIUTATE – I “CASSEURS” PREPARANO NUOVE MANIFESTAZIONI PER SABATO E OGGI CENTINAIA DI PERSONE HANNO BLOCCATO L’INGRESSO DEL LOUVRE … IL PREMIER, SEBASTIEN LECORNU, CHIEDE AI PREFETTI DI “DECRETARE ALCUNI COPRIFUOCO – IL PRESIDENTE DEL RASSEMBLEMENT NATIONAL JORDAN BARDELLA GODE PER IL CAOS E SOGNA UNA VITTORIA ALLE ELEZIONI: “IL MODO MIGLIORE PER PROTESTARE È VOTARE”… IL MODERATO DI SINISTRA GLUCKSMANN STA RECUPERANDO NEI SONDAGGI
Il ministro dell’Interno, Laurent Nunez, riconoscendo di avere perso il controllo della situazione, ha presentato le dimissioni, ma Emmanuel Macron le ha rifiutate. […] Il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, ha dato il suo sostegno al collega Nunez ma ha aggiunto che «abbiamo incontestabilmente fallito nel weekend. Ci sono state falle nei servizi di intelligence, e non si può fare del buon mantenimento dell’ordine senza una buona intelligence».
«I servizi francesi non sanno lottare contro l’ultra-sinistra», ha aggiunto Darmanin, alludendo al ruolo dei black bloc venuti da tutta Europa – Germania, Regno Unito, Scandinavia – per partecipare agli scontri con la polizia.
Durante il discorso di Macron di domenica sera – giudicato da tutte le forze politiche, di destra, sinistra e centro, insufficiente e inconsistente – i saccheggi sono continuati, e sono andati avanti per tutta la notte, con qualche inquietante novità: i teppisti forti del loro numero cominciano a entrare nei palazzi e tentano di svuotare anche gli appartamenti, scene di questo tipo si sono viste a Parigi, Marsiglia e Douais; Limoges e Marsiglia alcuni poliziotti sono stati filmati mentre a loro volta rubavano discretamente dai negozi devastati; di fronte all’insufficienza delle forze dell’ordine, i negozianti cominciano a organizzarsi per fare da soli, con milizie private e bastoni; Cnews, la tv del gruppo Bolloré vicina all’estrema destra, parla di kalashnikov che sarebbero nelle mani di islamisti mescolati alla folla.
L’ingresso del Louvre, lunedì mattina, è bloccato da centinaia di manifestanti con le bandiere del sindacato Cgt «in solidarietà con il movimento dei liceali», che da venerdì sono in vacanza per due settimane. Intanto da più parti si fa notare la concomitanza delle sommosse in Francia, Italia, Belgio (e Albania), con Trump e Putin che soffiano sul fuoco.
Al di là delle cause profonde comuni – il carovita, il malcontento, lo stretto di Hormuz chiuso per tutti, l’integrazione fallita delle minoranze – non è impensabile che Mosca, come minimo con i suoi bot, stia esercitando la sua influenza sull’organizzazione dei disordini perché la situazione degeneri ovunque in Europa, alla vigilia di elezioni decisive.
La prefettura del distretto di Bouche du Rhone ha decretato il divieto di qualsiasi tipo di manifestazione per il pomeriggio in tutto il comune di Marsiglia. «Divieto di ogni assembramento e manifestazione sull’intero territorio comunale, dalle 12 alle 20 di oggi, lunedì 19 ottobre 2026», si legge in un messaggio pubblicato su X dalla prefettura.
Le proteste, tuttavia, sono destinate a proseguire. I gilet gialli torneranno a scendere in piazza sabato prossimo. Il coordinamento del movimento ha annunciato il «secondo atto» delle manifestaizoni del weekend passato. Sul sito web 17octobregiletjaune.net, il movimento ha pubblicato con grande evidenza il bilancio dei cortei di sabato scorso: 800mila persone mobilitate, oltre 1.700 azioni.
Il presidente del Rassemblement national, Jordan Bardella, che sta resistendo allo scandalo delle frasi antisemite scritte in gioventù e rivelate da Mediapart, accusa esplicitamente l’ultrasinistra (come fa anche Macron) e aggiunge i giovani delle banlieue: «La Francia degli ultra e la Francia dei wallah (i musulmani, ndr) è unita solo da un sentimento di odio e di rivalsa. Una gran parte dei saccheggiatori vengono dall’immigrazione, non si sentono francesi e non perdono mai occasione per esprimere il loro odio della Francia».
Il leader della France insoumise, Jean-Luc Mélenchon, molto popolare tra i giovani soprattutto delle banlieue, accusa il governo di «impreparazione e dilettantismo che hanno lasciato degenerare la situazione», e il candidato presidenziale centrista, ed ex premier macronista, Edouard Philippe, si è rivolto al presidente Macron per esprimere la sua delusione per un discorso ai francesi «privo di soluzioni e di proposte concrete».
Dopo la vittoria alle primarie della sinistra moderata, Raphael Glucksmann sta recuperando nei sondaggi e insidia il secondo posto arrivando al livello di Mélenchon e Philippe (il primo posto resta saldamente occupato da Marine Le Pen, si vota nella primavera 2027).
«L’impressione è che lo Stato non esista più e che assistiamo a un’offensiva contro la Repubblica. Questa ultra-violenza ha trovato davanti a lei uno Stato assente, un governo incapace. Le migliaia di casseur e di saccheggiatori non possono imporre le loro regole in Francia»
Il premier francese, Sébastien Lecornu, ha annunciato di aver chiesto ai prefetti di “decretare alcuni coprifuoco”. Una decisione presa nell’ambito del caos, delle devastazioni e dei saccheggi seguiti alle manifestazioni di sabato contro il carovita a Parigi e in diverse città di Francia, tra cui Marsiglia, Lione e Bordeaux.
(da agenzie)
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Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile
VANNACCI SCENDE AL 7%, MALE IL PD AL 20%
Il sondaggio dell’Istituto Piepoli mostra il campo largo in vantaggio sul centrodestra, di
un punto e mezzo. Segnale positivo per la Lega, mentre Futuro Nazionale registra una prima battuta d’arresto. Vediamo nel dettaglio che cosa è emerso.
Le intenzioni di voto
Fratelli d’Italia mantiene il primato con il 27,5%. Segue il Partito Democratico che perde mezzo punto, retrocedendo al 20%. Il distacco tra i due principali partiti del Paese è di 7,5 punti.
Il Movimento 5 Stelle si colloca più in fondo, al 12,5%. Forza Italia resiste al quarto posto, stabile, con il 7,5%.
Poco più sotto si colloca Alleanza Verdi-Sinistra: raccoglie il 7%, pari merito con Futuro Nazionale, che nel frattempo ha perso mezzo punto. È il primo calo per il partito di Roberto Vannacci che sembra aver frenato la sua cresciuta.
Di contro recupera terreno la Lega, che prende mezzo punto e sale al 5,5%. Infine i partiti di area centrista: Azione tocca la soglia di sbarramento, al 3%, mentre Italia Viva, seppur in crescita di cinque decimi, si ferma al 2,5%. Segue +Europa, al 1,5% (+0,5%) e alla medesima posizione, Noi Moderati, Sud chiama Nord e il Partito Liberaldemocratico. Chiude Ora! con lo 0,5%. La quota di indecisi e astenuti è del 30%.
A livello di coalizioni, il campo largo è leggermente avanti, con il 43,5% delle preferenze. Il centrodestra arriva al 42%.
(da agenzie)
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Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile
BIMBI USATI COME LEVA PER FAR PAGARE LE FAMIGLIE
Sfasamenti tra la ripresa della scuola e l’inizio del servizio, tariffe disomogenee e in costante crescita. Sono alcuni dei principali problemi che caratterizzano le mense del sistema scolastico italiano. A fare la differenza in questo caso più che mai è il luogo in cui si è nati: le grandi città spesso hanno servizi migliori, sia per quanto riguarda il cibo che le infrastrutture, mentre pagano il prezzo più alto i bimbi delle province d’Italia.
“Quando le famiglie non pagano, i Comuni usano questa leva terrificante per obbligarle: fanno uscire prima i bambini, oppure danno pasti molto ridotti tipo la bruschetta con l’olio, come fece un sindaco un po’ di tempo fa. Insomma, cose terribili. Quest’anno non ci sono ancora arrivate segnalazioni in tal senso ma restiamo vigili”. Fa il punto con Fanpage.it Adriana Bizzarri, responsabile Scuola di Cittadinanzattiva, la onlus che promuove l’attivismo dei cittadini. Proprio grazie al monitoraggio diretto e alla raccolta di testimonianze di famiglie ed enti, si occupa di indagare il funzionamento delle refezioni scolastiche, un servizio fondamentale per tantissimi bambini ma non sempre rispettoso delle loro reali esigenze.
I ritardi del servizio mensa: “Quando va bene inizia una settimana dopo le lezioni”
“Da un primo monitoraggio delle segnalazioni che ci sono arrivate quest’anno, c’è come sempre un po’ di ritardo tra l’inizio della scuola e l’avvio del sistema delle mensa – spiega Bizzarri – Quest’anno parliamo di circa una settimana di scarto tra l’inizio delle elezioni e quello della ristorazione. In generale va meglio, ma accade soprattutto nelle grandi città rispetto ai piccoli centri. C’è ancora un gap tra le città più grandi e le altre”.
Ogni Comune gestisce da sé il proprio servizio mensa, decidendo menù e tariffe in maniera autonoma. Questo comporta una grande disomogeneità anche tra città vicine. “Le tariffe sono completamente diverse tra tutte e 110 le province che monitoriamo, anche se si trovano nella medesima regione”. La frammentazione non va a favore delle famiglie che versano in maggiori difficoltà.
Tariffe a macchia di leopardo
Per la scuola dell’infanzia la tariffa media è di 4,34 euro a pasto (pari a 87 euro al mese, 781 all’anno), ma molto cambia in base alla scuola e alla città. Anche la primaria si attesta su cifre di poco superiori. E per l’anno prossimo si prevede una stangata per tutti: “Temo che sarà devastante perché sicuramente peserà il rincaro del costo dell’energia e delle materie prime”.
Ma a fare davvero la differenza è anche la geografia. Secondo l’ultimo report di Cittadinanzattiva, Parma nel 2025 si attesta come la città con le tariffe più alte sia per la primaria che per l’infanzia, con 7,80 euro a pasto che si traducono in più di 1.400 euro all’anno. La città più economica risulta essere Cagliari con 2,15 euro a pasto, appena 387 euro all’anno.
Nascere in una città piuttosto che in un’altra fa quindi cambia molto in termini economici. “Una delle nostre proposte – dice Bizzarri – è che la mensa diventi un servizio universale”. Si tratta di un traguardo ambizioso, ne è consapevole, e per questo chiede che divenga “gratuito almeno per le fasce protette, che non sono più quelle del passato”.
L’esenzione totale dal pagamento è riservata solo alle famiglie con ISEE estremamente bassi, ma la soglia è decisa in maniera indipendente dai singoli Comuni. Per Bizzarri “A nostro avviso la fascia ISEE andrebbe ampliata, perché ora le famiglie che hanno necessità sono molte di più rispetto al passato. Chiediamo che gradualmente si vada incontro alle loro esigenze”.
(da Fanpage)
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Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA CORTE DEI CONTI
“Le liste di attesa continuano a rappresentare una criticita’ strutturale del sistema
sanitario, legata non solo agli effetti della pandemia, ma anche a fattori organizzativi, gestionali e programmatori. Nonostante il rafforzamento del quadro normativo e finanziario persistono difficolta’ attuative, carenze di personale e differenze territoriali che limitano l’efficacia degli interventi”.
Lo sottolinea la Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei conti che ha approvato la relazione su “L’attuazione delle misure finalizzate a ridurre le liste di attesa”, esaminando lo stato di avanzamento degli interventi volti ad abbreviare i tempi di accesso alle prestazioni sanitarie, nonche’ l’utilizzo delle risorse finanziarie destinate allo scopo.
L’analisi evidenzia che “l’incremento dei finanziamenti non ha sempre prodotto risultati proporzionati in termini di prestazioni erogate e riduzione dei tempi di attesa”. Nel periodo 2022-2028, le risorse destinate al contenimento delle liste di attesa ammontano a circa 3,71 miliardi di euro, mentre nel quadriennio 2022-2025, secondo i dati del ministero della Salute, a fronte di assegnazioni statali pari a circa 1,845 miliardi di euro, ne sono stati utilizzati circa 1,58 miliardi.
“La scarsa completezza e uniformita’ delle informazioni trasmesse dalle Regioni – osserva la magistratura contabile – rendono, tuttavia, non agevole una puntuale valutazione dell’impiego dei fondi e dei risultati conseguiti. In tale contesto, le misure introdotte dal dl 73 del 2024 delineano un nuovo modello di governance, fondato sul potenziamento dei sistemi di controllo, sulla digitalizzazione e sulla tempestiva disponibilita’ dei dati”.
Tale impianto, secondo la magistratura contabile, “potrebbe favorire un miglioramento strutturale del sistema, i cui effetti potranno essere valutati in modo compiuto solo dopo la piena attuazione degli interventi previsti”.
Dalla Piattaforma nazionale delle liste di attesa (Pnla), particolarmente rilevante ai fini dell’interoperabilita’ dei sistemi regionali e della disponibilita’ di dati comparabili, emergono “criticita’ nell’utilizzo regionale della classe di priorita’ ‘P’ (programmata), differenze tra le date degli appuntamenti proposte e quelle accettate dai cittadini, nonche’ ritardi tra la prescrizione e il primo contatto con i Cup e divari tra le prescrizioni emesse e le prenotazioni registrate”.
L’analisi conferma “difficolta’ nell’ampliamento dell’offerta sanitaria, anche in presenza di risorse finanziarie adeguate, a causa della carenza di personale, soprattutto specialistico, e richiama, pertanto, l’esigenza di completare la riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr e dal dm 77 del 2022, per migliorare la presa in carico, ridurre la domanda impropria e alleggerire la pressione sulle strutture ospedaliere e sui servizi specialistici”.
La magistratura contabile raccomanda, quindi, “di accelerare l’attuazione del dl 73 del 2024, completare l’interoperabilita’ della Pnla, rafforzare il controllo sull’impiego delle risorse e sui risultati ottenuti, migliorare la programmazione dei fabbisogni assistenziali e adottare interventi strutturali per superare le carenze di personale”.
Per la Corte, occorre altresi’ “rendere piu’ efficaci i meccanismi di responsabilizzazione, individuando con tempestivita’ le inadempienze, applicando le sanzioni previste ed esercitando, al ricorrere dei relativi presupposti, i poteri sostitutivi. Una riduzione duratura dei tempi di attesa e un accesso tempestivo ed equo alle prestazioni sanitarie richiedono – conclude il documento – trasparenza, monitoraggio continuo, responsabilita’ istituzionale, impiego efficiente delle risorse e una rendicontazione puntuale dei risultati”.
(da agenzie)
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Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile
SI SPIEGA COSÌ, CON LA PAURA, LA SPROPORZIONE TRA RIVENDICAZIONI DI CASE, SCUOLE, OSPEDALI E LE FORME DI RABBIA MONTANTE CONTRO IL SISTEMA, CHE HA PERSO RAGIONEVOLEZZA”
Proprio non capiscono, lor signori, di che pasta sia fatta questa rivolta, così francese, in un Paese come l’Italia, storicamente alieno a fiammate di spontaneismo. La violenza è inaccettabile, sempre e comunque. E andrebbe condannata possibilmente in maniera unitaria e senza polemiche. Ma la rivolta non è solo tema di questure. È questione politica . Giovani che vanno in piazza solo per distruggere senza un obiettivo sono anche un default politico-morale del sistema.
La classe dirigente, invece, del complesso dei movimenti di questi giorni non sa leggere sentimento e risentimento, confermando, così il proprio essere altrove rispetto a un pezzo di realtà. La destra, spaventata, si limita a criminalizzare, la stessa sinistra è spiazzata
Dice l’ovvio Elly Schlein: «L’Italia è incazzata e impoverita». Però è una pia illusione che questa rabbia possa, automaticamente, trovare uno sbocco nella “Nuvola”, e il luogo è straordinaria metafora di un mondo a parte, dove si celebra un festival dell’ambizione di una leader che si candida a palazzo Chigi prima di offrire un progetto al Paese, in un rito per iniziati, tra modifiche dello statuto e primarie.
Accadde così anche ai tempi del popolo di Gaza: quell’indignazione si mobilitò sulla Costituzione, rimase poi a casa quando alle amministrative si trovò davanti i cacicchi. In altri tempi, sarebbe stata la piazza della Cgil il cuore di un movimento, di lotta sì, ma ordinato nelle rivendicazioni
Sarebbero andati lì gli studenti e non a spaccare le vetrine Qui invece la sinistra sindacale non è parte di un gorgo che indirizza, ma istituzione che supplisce con parole d’ordine politiche a un deficit di rappresentanza reale.
E allora, sgombriamo il campo dagli equivoci. La violenza è, in una democrazia, l’unico discrimine rispetto alla libertà del dissenso, anche il più radicale. Né il disagio sociale la giustifica. Però, per gestire l’onda montante, è col disagio che tutti dovrebbero misurarsi.
Come in Francia e come in Spagna, la collera è il segno della nuova fase che si è aperta. C’è l’euforica innocenza dei ragazzi e la mente criminale dei professionisti dell’eversione, italici e forse non solo visto che qualche mago del Cremlino come Aleksandr Dugin inneggia alla rivolta qui.
Ci sono le mamme e le prof che fanno da scudo umano e i no vax che, dopo il Covid, hanno scoperto Vannacci. E, poi, le prime generazioni dei licei del centro e le seconde modello banlieu, chi contesta gli edifici fatiscenti delle scuole, chi il carovita, chi si unisce alla protesta degli agricoltori
Il Sessantotto non c’entra proprio nulla, perché lì si sognava la rivoluzione e si voleva cambiare il mondo ora la miccia è invece proprio la paura del futuro, che da almeno quindici anni entra nelle nostre case come ansia, costo sociale ed esistenziale, dalla crisi economica all’inflazione galoppante passando per le guerre.
Si spiega così, con la paura, la sproporzione tra rivendicazioni che evocano le parole d’ordine ragionevoli delle antiche socialdemocrazie – case, scuole, ospedali – e le forme di rabbia montante contro il sistema, che ha perso la ragionevolezza di un equilibrio sociale e generazionale.
Come si rappresenta la collera con la politica ritrovando un equilibrio è la questione squadernata. Attiene alla costruzione di un futuro della collettività, impresa ardua per chi ha rinunciato a costruire un popolo. Chi ne ha sobillato le paure contro l’establishment ora è establishment con le casse vuote davanti alle piazze piene e alle proprie categorie in rivolta, dagli autotrasportatori ai pescatori.
Chi ha rinunciato alla discontinuità di pratiche e di uomini, non vede che il suo assetto attuale è il problema e non la soluzione per parlare alle nuove generazioni. Attenti che la collera, senza politica, è esposta a una radicalizzazione. Oppure a un esito politico diverso ma separato, nel Paese che periodicamente si innamora di un nuovo castigamatti.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”
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Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile
UNA RICHIESTA CHE METTE NEI GUAI GIORGIA MELONI CHE VOLEVA EVITARE LO SCONTRO DIRETTO CON AL SISI: LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO, COSTITUITA PARTE CIVILE NEL PROCESSO, HA OTTENUTO A SUA VOLTA UNA PROVVISIONALE DI 150MILA EURO, MA…
La famiglia Regeni chiama in causa l’Egitto. E apre un caso diplomatico che il governo
italiano, finora, aveva cercato di evitare.
Paola e Claudio Regeni, attraverso i loro avvocati Alessandra Ballerini e Giacomo Satta, hanno scritto all’ambasciatore italiano al Cairo chiedendo un intervento per ottenere il pagamento delle provvisionali stabilite dalla Corte d’assise di Roma nella sentenza di primo grado per il sequestro di Giulio. Cinquecentomila euro in tutto.
Mezzo milione di euro che i giudici hanno posto a carico, in solido, dei tre agenti della National Security egiziana condannati a dieci anni di reclusione. Una richiesta che riguarda il denaro soltanto in apparenza.
Perché costringe la diplomazia italiana ad affrontare una questione che Palazzo Chigi avrebbe preferito rinviare: chiedere all’Egitto di dare esecuzione a una sentenza pronunciata contro uomini dei suoi apparati di sicurezza.
La lettera non ha ancora ricevuto risposta. I legali ricordano che il 28 settembre la Corte d’assise ha condannato Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdel Sharif per il sequestro del ricercatore italiano, rapito al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto, con evidenti segni di tortura, il 3 febbraio successivo.
La sentenza ha riconosciuto ai familiari una provvisionale «per legge immediatamente esecutiva».
Ed è proprio qui che la vicenda giudiziaria diventa politica. Perché la presidenza del Consiglio, costituita parte civile nel processo, ha ottenuto a sua volta una provvisionale di 150mila euro.
Ma Giorgia Meloni, rispondendo alle sollecitazioni della famiglia Regeni, ha spiegato di voler attendere che la sentenza diventi definitiva. Una maniera per allontanare il problema di uno scontro con Al Sisi.
Nella lettera c’è poi un passaggio particolarmente significativo. Ballerini e Satta ricordano all’ambasciatore una promessa fatta personalmente ai genitori di Giulio durante un colloquio privato: avrebbe «rispettato qualsiasi decisione della Corte».
Ora, per procedere nei confronti dei condannati occorre anzitutto ottenere gli indirizzi necessari alle notifiche. Proprio quegli indirizzi che le autorità egiziane hanno sempre negato
Se, come sembra inevitabile, non dovesse collaborare si porrà direttamente la questione della responsabilità risarcitoria dello Stato. Si tratta di un passaggio che mette in difficoltà soprattutto Roma.
Perché la richiesta dei Regeni arriva mentre il governo continua a considerare l’Egitto un interlocutore indispensabile.
Un rapporto che Palazzo Chigi ha cercato di preservare anche dopo la condanna, evitando iniziative che potessero essere interpretate dal Cairo come, parole dell’Egitto, «atti ostili». Che detto da un Paese che ha sequestrato, torturato e ucciso un cittadino italiano fa rabbia e impressione.
(da Repubblica)
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