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IL MINISTERO DELLA SANITÀ RINUNCIA ALLA RIFORMA DEI MEDICI DI BASE, CHE PREVEDEVA IL PASSAGGIO DEI DOTTORI DI FAMIGLIA A LAVORATORI DIPENDENTI DELLO STATO (OGGI DEVONO APRIRE LA PARTITA IVA)

Giugno 10th, 2026 Riccardo Fucile

L’ASSESSORE ALLA SALUTE DELLA LOMBARDIA, GUIDO BERTOLASO, SI INCAZZA E ANNUNCIA LE DIMISSIONI DAL RUOLO DI VICE COORDINATORE DEGLI ASSESSORI

È arrivata anche la presa di posizione ufficiale: il ministero alla Salute rinuncia alla riforma con decreto legge della medicina territoriale che prevedeva, tra l’altro, il passaggio alla dipendenza di una piccola parte dei medici di famiglia e anche degli specialisti
Si cercherà solo un accordo con i professionisti perché lavorino come minimo sei ore alla settimana nelle Case di Comunità.
Lo ha comunicato oggi il capo di gabinetto del ministro Orazio Schillaci, Marco Mattei, agli assessori alla salute in un incontro della commissione sanità della Conferenza delle Regioni. La marcia indietro ha fatto infuriare l’assessore alla Salute della Lombardia Guido Bertolaso, che ha detto di dimettersi dal ruolo di vice coordinatore degli assessori e ha lasciato la riunione.
La proposta di una riforma l’avevano fatta la Lombardia e altre grandi Regioni di centrodestra, come il Lazio, e aveva incontrato il favore di Schilllaci (in quota Fdi). Ma è stato lo stesso centrodestra a bloccarla, dopo che i sindacati dei medici hanno fatto pressioni sui partiti a Roma e anche sul sottosegretario-farmacista di FdI Marcello Gemmato, che da tempo ha annunciato ai professionisti che non si sarebbe andati avanti.
La stessa premier Giorgia Meloni aveva detto a Schillaci di rallentare. Nella riunione di oggi Bertolaso è stato molto duro. Ha espresso “profondo dissenso e immensa amarezza”, dicendo che la vicenda è stata avvilente. Ha detto a Mattei che il ministero è passato sulle posizioni dei medici di famiglia e si è dimesso dal ruolo di vice coordinatore della commissione e ha lasciato la riunione. Secondo lui il provvedimento delle sei ore da solo non serve, ci sarebbe voluto un atto che facesse una riforma più organica. Alla fine, però, è stata proprio la maggioranza a far saltare una riforma nata nello stesso schieramento politico

(da Repubblica)

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PER FAR FINIRE LA GUERRA, BASTAVA ARMARE DI PIÙ E MEGLIO KIEV: ZELENSKY ANNUNCIA CHE UN MISSILE FLAMINGO DI PRODUZIONE UCRAINA HA COLPITO UN IMPIANTO RUSSO A MILLE CHILOMETRI DAL CONFINE. IL CONFLITTO È ARRIVATO IN RUSSIA E PUTIN ORA HA PAURA

Giugno 10th, 2026 Riccardo Fucile

GIULIANO FERRARA: “LA GUERRA SAREBBE FINITA MOLTO PRIMA SENZA QUEL LIMITE MASOCHISTICO MESSO SULLE SPALLE DI UN ESERCITO E DI UN POPOLO EROICI” – “BASTAVA AUTORIZZARE L’IMPIEGO DELLE ARMI PER COLPIRE GLI APPROVVIGIONAMENTI ENERGETICI DELL’ESERCITO RUSSO, PER INFONDERE INSICUREZZA NEL PAESE DELLO ZAR”

Kiev ha colpito durante la notte un impianto militare russo a diverse centinaia di chilometri a est di Mosca con missili di produzione ucraina, ha dichiarato oggi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, segnando un raro impiego dell’arma di punta del suo Paese.
“Ieri sera i missili ucraini FP-5 Flamingo hanno colpito un impianto militare a Cheboksary che fornisce all’esercito occupante componenti per droni e missili”, ha detto Zelensky. Cheboksary è la città principale della regione centrale russa della Ciuvascia, situata a 1.000 chilometri dal confine ucraino.
Il governatore della regione russa, Oleg Nikolayev, ha confermato che la città è stata colpita. “Questa mattina presto, Cheboksary è stata colpita da un attacco missilistico. Stiamo lavorando per determinare il numero delle vittime e l’entità dei danni alle infrastrutture”, ha dichiarato Nikolayev su Telegram.
L’Ucraina ha anche colpito una raffineria di petrolio nella regione russa di Samara, nonché una petroliera russa nel Mar Nero, secondo quanto riferito dallo Stato Maggiore ucraino.
Joe Biden e gli europei sono stati concordi per anni, dal 2022 […] fino al passaggio dell’amministrazione a Trump, con i suoi maneggi collusivi di Anchorage, sono stati concordi nel dire no all’escalation.
Ci sembrava una cretinata e lo scrivemmo qui ripetutamente. Quel no all’escalation significava: sì, vi armiamo, vi finanziamo, perché l’aggressione all’Ucraina è un’aggressione all’Europa e all’occidente, ma vi poniamo dei limiti, potete uccidere e essere uccisi, ma solo in territorio ucraino.
La guerra, come intuiscono adesso anche i piccini, sarebbe finita molto prima senza quel limite masochistico messo sulle spalle di un esercito e di un popolo eroici, con un risparmio effettivo di vite umane, di atroci sofferenze, di distruzione e ludibrio, aspettando il ritorno esiziale di Trump, che ora raccoglie al Madison Square Garden quanto ha seminato in Alaska e sta seminando in medio oriente.
Bastava non cedere alla retorica pseudopacifista dell’escalation da evitare a tutti i costi, e invece di dare inutilmente del macellaio a Putin, autorizzare l’impiego delle armi ucraine e occidentali per colpire gli approvvigionamenti energetici dell’esercito russo, per infondere insicurezza nel paese dello zar, per difendersi come sempre ci si difende nelle guerre e nella vita, con la deterrenza fatta di azioni altamente intollerabili per l’avversario o il nemico aggressore.
Oggi, con i suoi armamenti poveri ma non solo volenterosi, anche tecnologicamente astuti, la splendida Ucraina, che è lo scudo di tutti noi, colpisce in territorio russo e riscrive la storia di questa guerra smentendo le panzane e le riluttanze con le quali si alimentano solo sconfitte basate sul cosiddetto coraggio della bandiera bianca.
Quanto tempo, quanto terreno, quanta pace si è persa per la velleità di fare la guerra di difesa con un braccio legato dietro la schiena? I sapientoni dell’establishment politico e militare di Washington, anche quelli dell’onesto e tenace Biden e del Congresso a maggioranza democratica, dovranno una buona volta rifare i loro calcoli.
Intanto le paure di San Pietroburgo e di Mosca sono una garanzia per la trasformazione dello spirito del volontariato di Londra e Parigi in una strategia di controffensiva e di negoziato attraverso la forza che è la sola via per la pacificazione, almeno provvisoria, e per la punizione della protervia russa.

(da agenzie)

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GIORGIA MELONI HA CAPITO CHE IL SUO VERO AVVERSARIO E’ VANNACCI. I SONDAGGI CHE DANNO FUTURO NAZIONALE VICINO AL 5%, FANNO NAUFRAGARE LA STRATEGIA CHE ERA STATA CONCORDATA DA MELONI E SALVINI, OVVERO IGNORARE IL GENERALE

Giugno 10th, 2026 Riccardo Fucile

PER ARGINARNE L’AVANZATA LA DUCETTA ORDINA AI SUOI DI ESSERE PIÙ AGGRESSIVI: “MENO FAIR PLAY”… MA LA STATISTA DELLA SGARBATELLA RISCHIA DI FINIRE IN UN CUL DE SAC: UN’ALLEANZA CON VANNACCI NON È ACCETTABILE NÉ PER SALVINI NÉ PER MARINA BERLUSCONI (TANTOMENO PER L’“UCRAINO” FAZZOLARI). MA SENZA I VOTI DELL’ULTRADESTRA, NEL 2027, LA DUCETTA RISCHIA DI DOVER SALUTARE PALAZZO CHIGI

Gli ultimi sondaggi hanno lasciato tutti senza parole. Stroncando una strategia decisa da Giorgia Meloni e Matteo Salvini subito dopo l’addio di Roberto Vannacci dalla Lega: ignorare il generale, questa la linea, non confliggere con lui in modo da evitare che un atteggiamento oppositivo alimenti il consenso di Futuro nazionale.
Ecco: era tutto sbagliato, o quantomeno decisamente rivedibile. Le ultime rilevazioni riservate che circolano ai vertici di Fdi e del Carroccio suggeriscono infatti che gli elettori di centrodestra, e non solo dunque i quadri dirigenti, abbiano la sensazione che il leader di estrema destra sia parte di una coalizione, o comunque non ostile alla premier.
Da qui la decisione: qualcosa deve cambiare. Meno fair play. Voglia di far capire che quel voto non è “utile”, che anzi potrebbe aiutare la sinistra. E soprattutto spazio ai dubbi, che in queste ore sono prima di tutto di Giorgia Meloni: per la leader è difficile costruire un’alleanza con Fn, questo trapela da ambienti meloniani di massimo livello, assai improbabile legarsi a lui in vista delle politiche.
Il consigliere politico forse più stretto di Meloni, Giovanbattista Fazzolari, del generale non vuole sentire parlare: troppo filorusso per poter essere considerato un alleato praticabile. «La nostra generazione di quarantenni e cinquantenni – confidava ieri in Transatlantico l’influente responsabile del programma Fdi, Francesco Filini, a un collega meloniano – quella che ha militato nel Fronte della gioventù e poi in Alleanza nazionale fino a fondare Fratelli d’Italia e a governare il Paese, non ha praticamente niente a che vedere con tutto questo».
Né con Vannacci, né con la filosofia del generale al comando. Anche a via della Scrofa e nei gruppi parlamentari iniziano a pensarla così. A ridosso della scissione, anche Ignazio La Russa, sempre ascoltato dalla premier, aveva tracciato la strada:
restiamo vaghi, in modo tale che anche la sinistra tema un’alleanza dell’ultimo minuto ed eviti di alimentare il fenomeno Vannacci.
Il quadro sembra velocemente mutato. E Meloni è costretta a ragionare su un dato strutturale: almeno due alleati vivono con profondo disagio l’opzione di un patto con Vannacci.
Non piace a Marina Berlusconi, non può ovviamente piacere a Matteo Salvini, che rischia la leadership a causa di Futuro nazionale. E anche Fratelli d’Italia inizia a soffrire il “nemico a destra”, che non vota la fiducia all’esecutivo, non sostiene alcun provvedimento e picchia duro sull’attuale coalizione di governo.
“È uscito non dalla Lega – ricordava ieri Claudio Durigon, che ambisce a controllare il Carroccio nel centrosud – ma dall’intero centrodestra. Difficile in questo modo costruire qualcosa”.
Poi, certo, c’è Salvini che non può esagerare pubblicamente nello scontro, perché sa che fette di classe dirigente non aspettano altro per peggiorare l’emorragia di parlamentari convinti di lasciare i gruppi: «Se Vannacci è ben accetto? Io non chiudo mai niente a nessuno. Oggi c’è un centrodestra che governa in Italia e c’è qualcuno che quasi quotidianamente polemizza con il governo. È chiaro che se attacchi il governo e poi cambi idea…».
Le percentuali di Fn, incredibile ma vero, sono destinate anche a influenzare le scadenze elettorali. «Quando ci sarà la legge elettorale rifletteremo sulla data – diceva ieri Giovanni Donzelli – ma sicuramente sarà il 2027: che sia giugno oppure ottobre dipende da tanti fattori». Uno di questi, anche se il capo dell’organizzazione Fdi non lo ammetterebbe, è proprio la parabola di Vannacci nei sondaggi.

(da Dagoreport)

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QUESTO PONTE NON S’HA DA FARE. QUANDO IL GOVERNO, NEL MARZO 2023, DIEDE IL VIA LIBERA AL PROGETTO DEL PONTE SULLO STRETTO, SALVINI ESULTO’: “NELL’ESTATE 2024 PARTIRANNO I CANTIERI”. POI SI SONO SUSSEGUITI INCIAMPI, OSTACOLI E PASTICCI. E I LAVORI NON SONO MAI INIZIATI

Giugno 10th, 2026 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA CHE ORA VEDE INDAGATI PER CORRUZIONE E RIVELAZIONE DI SEGRETO D’UFFICIO L’EX PRESIDENTE AGGIUNTO DELLA CORTE DEI CONTI, TOMMASO MIELE, E L’AVVOCATO VICINO ALLA LEGA, GIACOMO SACCOMANNO, ARRIVA DOPO LO STOP IMPOSTO DAL MINISTERO DELL’AMBIENTE AL PROGETTO PER IL MANCATO RISPETTO DELLE DELLA DIRETTIVA EUROPEA “HABITAT” E DOPO LA BOCCIATURA DEI GIUDICI CONTABILI DELLA DELIBERA CHE AVEVA DATO L’OK AI 13,5 MILIARDI DI EURO DI FINANZIAMENTI – TROPPA FRETTA E PROCEDURE NON RISPETTATE: TUTTI I PUNTI CRITICI

Sono trascorsi 3 anni e 3 mesi dall’approvazione di uno dei primi atti del governo Meloni per la grande opera del Ponte: il ripescaggio della vecchia gara bandita quasi 20 anni fa e vinta da Eurolink, il consorzio internazionale di imprese di cui fa parte per l’Italia il gruppo di Pietro Salini.
E da 3 anni e 3 mesi si susseguono annunci roboanti di apertura dei cantieri, con date sempre posticipate; e bocciature e dubbi costanti di qualsiasi organo di controllo sia stato interpellato, dal ministero dell’Ambiente alla Corte dei conti.
Il commissario Ue alla concorrenza ha avviato una verifica sul rispetto delle norme europee e sono state aperte due indagini penali: la prima a Caltanissetta, per la fuga di notizie attribuita al magistrato della Dna Michele Prestipino, e quella della procura di Roma sul tentativo di influenzare i giudici contabili sulla delibera Cipess che stanzia 13,5 miliardi per l’opera.
Tutto inizia nel marzo del 2023, quando Matteo Salvini festeggia l’approvazione in consiglio dei ministri del “decreto Ponte”: il governo decide di non bandire una nuova gara ma di riprendere quella voluta dal governo Berlusconi nel 2008, cambiando perfino i criteri e caricando tutta la spesa sullo Stato.
Il ministro Salvini ha fretta e annuncia sicuro: «Nell’estate del 2024 partiranno i cantieri». Peccato però che al primo “controllo” l’iter si inceppi: il ministero dell’Ambiente dà una valutazione positiva al progetto, ma con 270 rilievi. Una mezza bocciatura, insomma. Tra i rilievi, il mancato rispetto della direttiva europea Habitat e la richiesta di ulteriori verifiche sui controlli sismici.
Salvini ha sempre fretta, ed ecco che nell’estate del 2025 il Cipess approva la delibera che stanzia definitivamente 13,5 miliardi di euro per l’opera: con questo atto il contratto con i privati diventa vincolante per entrambe le parti.
Ma il magistrato della Corte dei conti delegato al controllo di legittimità delle delibere Cipess, non dà il visto e il 25 ottobre demanda la decisione all’organismo collegiale della sezione controllo allegando una relazione di 24 pagine.
Tra i principali “dubbi” vi è il rischio che il costo dell’opera, rispetto al vecchio appalto, sfori del 50 per cento. Il 29 ottobre, dopo un’udienza-fiume, la sezione non dà il visto. Per i magistrati contabili i costi sono vaghi, non si rispettano le norme europee e andrebbe fatta una nuova gara. È un colpo durissimo alle ambizioni del governo, che infatti a caldo denuncia «un complotto» da parte dei magistrati per fermare lo sviluppo del Paese.
Ma i numeri, e le carte in questo caso, sono argomenti testardi: alla fine i tecnici di Palazzo Chigi consigliano alla premier di non insistere e di ripresentare la delibera Cipess accogliendo le osservazioni della Corte dei conti.
Ma come si può aggirare la richiesta di una nuova gara? Difficile, non a caso il percorso del Ponte si è arenato e ancora non è stata presentata una seconda delibera. Nel frattempo, però, il Ponte è già costato un centinaio di milioni, tra la perdita di bilancio del 2024 della società Stretto di Messina e i costi per stipendi e contratti. Per non parlare dei miliardi di euro che restano congelati.

(da La Repubblica)

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TELEMELONI COLPISCE ANCORA: MILO INFANTE LASCIA LA RAI, FACEVA TROPPI ASCOLTI E VA A MEDIASET

Giugno 10th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCONTRO CON VESPA, LA LITE CON BRUZZONE: PERCHE’ SE NE VA DOPO IL BOOM DI ASCOLTI… CONTRO DI LUI IN ATTO UNA SORTA DI GUERRIGLIA

Milo Infante ha rassegnato le dimissioni dalla Rai ed è già stato annunciato il suo arrivo a Mediaset. La comunicazione è arrivata questa mattina, quando il giornalista ha formalizzato la sua lettera al capo del personale. L’azienda ha confermato la notizia con una nota ufficiale: «si conclude la collaborazione professionale con Milo Infante, in seguito alla sua lettera di dimissioni formalizzata questa mattina al capo del personale. Nel ringraziarlo per l’attività svolta nel corso degli anni nelle strutture editoriali e produttive della Rai, l’azienda gli rivolge i migliori auguri per il prosieguo del proprio percorso professionale».
Chi è Milo Infante e perché lascia la Rai
Infante era vicedirettore dell’Approfondimento in Rai e conduceva su Rai 2 i programmi Ore 14 e Ore 14 sera, entrambi con buoni ascolti. In particolare, gli speciali dedicati al caso Garlasco avevano portato numeri significativi alla rete. Già dall’8 giugno scorso, come riferito da la Repubblica, circolavano voci di un suo possibile passaggio a Mediaset, destinazione che oggi trova conferma, per avere molto probabilmente uno spazio in prima serata. Certo in Rai negli ultimi tempi non aveva avuto vita facile. Contro di lui si era lamentato Bruno Vespa, perché il suo programma di cronaca nera andava in onda su Raidue contemporaneamente a Porta e Porta. Infante aveva pure accettato la striscia di Tommaso Cerno «Due di picche», in onda prima del suo «Ore 14». Non ultima la lite con Roberta Bruzzone, avvenuta lo scorso novembre dopo una lunghissima collaborazione. Il caso era anche finito davanti al Comitato etico della Rai, portato dallo stesso Infante, che ne avrebbe discusso anche ovviamente con i direttori Rai di competenza.
Il mancato rilancio della Rai e il domino del palinsesto
Secondo quanto riportato da la Repubblica, Infante si attendeva un segnale di maggiore apprezzamento da parte dell’ad Giampaolo Rossi, che però non è arrivato. Nei giorni scorsi si era parlato di un tentativo della Rai «per trattenerlo», evidentemente andato a vuoto. Sullo sfondo c’era anche un possibile effetto domino nel palinsesto: se Alberto Matano fosse approdato a Domenica in, per Infante si sarebbe aperta la porta di La vita in diretta. Uno scenario che ora, con le sue dimissioni, è definitivamente tramontato.
Il benvenuto da Mediaset: «Per lui un ruolo di vertice per l’informazione»
«Milo Infante entra a far parte del Gruppo Mediaset» recita la nota che conferma l’approdo del conduttore a Cologno Monzese. «Giornalista, autore e conduttore tra i professionisti più autorevoli e apprezzati della televisione italiana, Infante sarà da subito al lavoro con il vertice aziendale per sviluppare nuovi progetti editoriali e televisivi.
Il giornalista avrà inoltre un ruolo di vertice nell’area dell’informazione del Gruppo, contribuendo alla definizione delle strategie e allo sviluppo dell’offerta news di Mediaset. «Mediaset per me è un punto di arrivo – dichiara Infante – Ringrazio Pier Silvio Berlusconi per la fiducia e per l’opportunità di entrare a far parte di una realtà che rappresenta da sempre un punto di riferimento per la televisione italiana. Affronto questa sfida con entusiasmo, curiosità e con la voglia di mettere la mia esperienza al servizio di nuovi progetti e nuove idee». A Milo Infante il benvenuto e l’augurio di buon lavoro da parte di tutta Mediaset”

(da agenzie)

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ITALIA AI MINIMI IN UE PER FEDELTÀ FISCALE, EVASIONE ELEVATA TRA AUTONOMI

Giugno 10th, 2026 Riccardo Fucile

UN PAESE CHE SI REGGE SUI LAVORATORI DIPENDENTI

Nonostante i progressi sull’attività di recupero dell’evasione (in aumento di 2,8 miliardi nel 2025 secondo quanto indicato nel Documento di finanza pubblica) e il calo della propensione all’evasione nell’ultimo decennio, “l’Italia ha tuttora un tasso di fedeltà fiscale tra i più bassi nella Ue.
Permangono livelli elevati di evasione dell’Irpef da lavoro autonomo, inefficienze nella riscossione, specialmente per le Amministrazioni locali, e ampi margini di miglioramento nell’analisi del rischio di evasione”. Lo ha sottolineato la presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, nella relazione di introduzione al Rapporto sulla politica di bilancio.
L’accresciuta progressività dell’Irpef, “unita all’ampliamento dei regimi sostitutivi ad aliquota piatta, ha accentuato le disparità di trattamento tra le varie tipologie di reddito e allontanato l’obiettivo di graduale perseguimento dell’equità orizzontale previsto dalla delega per la riforma fiscale”.
Gli interventi sull’Irpef che si sono susseguiti nel periodo 2021-25, ha proseguito, “hanno risposto a specifiche esigenze di policy – spesso di natura emergenziale – attraverso modifiche che hanno beneficiato prevalentemente i lavoratori dipendenti con redditi bassi e medio-bassi. Essi hanno, tuttavia, complicato la struttura dell’imposta sul reddito da lavoro dipendente, determinando un ripido aumento del prelievo in corrispondenza di una crescita anche modesta del reddito imponibile”.
“Per ovviare all’effetto indesiderato, l’ultima legge di bilancio ha previsto la detassazione degli incrementi di reddito per i rinnovi contrattuali nel biennio 2025-26. L’intervento – ha spiegato ancora la presidente – offre un rimedio temporaneo che verrebbe meno negli anni successivi quando l’aumento ormai consolidato del livello retributivo verrebbe assoggettato alle aliquote ordinarie.
Tali criticità sollevano interrogativi sull’opportunità di affidare al sistema fiscale obiettivi che, per loro natura, richiederebbero interventi selettivi e temporalmente definiti. Il rischio è di subordinare i principi di equità, neutralità e semplicità del prelievo a finalità che potrebbero trovare strumenti più efficaci al di fuori del sistema impositivo”.

(da agenzie)

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IL PNRR DOVEVA DARE LO SLANCIO AL PIL ITALIANO, INVECE È STATO IL PARADISO DEI TRUFFATORI: LA PROCURA EUROPEA (EPPO) DI BOLOGNA INDAGA SU UNA SOSPETTA FRODE DA UN MILIONE DI EURO, RELATIVA A FINANZIAMENTI DEL RECOVERY, DESTINATI A SOSTENERE LA DIGITALIZZAZIONE DELLE IMPRESE ITALIANE ATTRAVERSO PIATTAFORME DI E-COMMERCE

Giugno 10th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCHEMA FRAUDOLENTO, SCOPERTO DALLA FINANZA, PREVEDEVA L’EMISSIONE DI FATTURE FALSE DA PARTE DI UNA SERIE DI AZIENDE, RICONDUCIBILI A UN’UNICA PERSONA, E LA FALSIFICAZIONE DELLA DOCUMENTAZIONE PER SIMULARE

La Procura europea (Eppo) di Bologna sta conducendo un’indagine su una sospetta frode da 1 milione di euro relativa a finanziamenti del Fondo per la ripresa e la resilienza dell’Ue, destinati a sostenere la digitalizzazione e l’internazionalizzazione delle imprese italiane attraverso piattaforme di e-commerce.
L’indagine, condotta dalla Guardia di Finanza di Macerata, riguarda un presunto schema fraudolento ideato per ottenere finanziamenti nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) italiano, finanziato dal RRF. Secondo l’indagine, il presunto schema ruotava attorno a un imprenditore che controllava diverse società operanti nel settore dell’e-commerce.
Queste società avrebbero emesso fatture false e falsificato la documentazione per simulare lo sviluppo e l’implementazione di progetti di marketplace digitali per conto di aziende beneficiarie.
Sulla base delle prove raccolte, le società beneficiarie hanno utilizzato documentazione falsa per ottenere prestiti e sovvenzioni agevolate da SIMEST, l’ente finanziario italiano per lo sviluppo e la promozione delle attività delle imprese italiane all’estero, destinati a finanziare lo sviluppo di piattaforme di e-commerce per la vendita dei loro prodotti all’estero. In realtà, i progetti non sono mai stati realizzati.
L’indagine ha inoltre rivelato che, dopo aver ricevuto i finanziamenti, le società beneficiarie hanno trasferito il denaro a società controllate dall’organizzatore del sistema fraudolento a titolo di pagamento per servizi fittizi.
Ulteriori falsificazioni di fatture sono state poi utilizzate per ridistribuire i fondi tra i partecipanti e occultarne la provenienza. Il valore complessivo della frode sospetta è stimato in circa 1 milione di euro.
Prima che la frode venisse scoperta, gli indagati avevano già ricevuto una prima tranche di finanziamento pari a 500.000 euro. Considerati i capi d’accusa a loro carico, tre indagati e una società hanno già aderito alla procedura di patteggiamento, restituendo fondi e risarcendo i danni causati, per un importo complessivo di circa 270.000 euro.

(da agenzie)

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IL DONALD E’ ROTONDO

Giugno 10th, 2026 Riccardo Fucile

I MONDIALI DI CALCIO GIOCATI IN UN PAESE GOVERNATO DA UN PREPOTENTE

Non è la prima volta che i Mondiali di calcio si giocano in un paese governato da un prepotente, ma non era mai successo che il prepotente fosse un tipo così caotico. Il povero Cannavaro annusato voracemente dai cani antidroga all’ingresso dello stadio di New York – in quanto c.t di una nazionale invisa a Trump, l’Uzbekistan – rappresenta un momento di tragicomicità surreale. E che dire di Omar Artan, il somalo premiato come miglior arbitro africano dell’anno, che al suo arrivo a Miami è stato sottoposto a un interrogatorio di undici ore e rispedito a casa nonostante il visto diplomatico perché la Somalia è nella lista nera del Presidente?
Una lista, ecco il punto dolente, sempre passibile di modifiche in base al suo umore. Poiché cambia idea di continuo su tutti, persino su Khamenei, nessuno si stupirebbe se chiudesse i giocatori iraniani a chiave negli spogliatoi e subito dopo andasse in curva a tifare per loro.
La verità è che con i bioritmi di Trump nessuno può sentirsi al sicuro. Gli spagnoli meno di tutti. Se domani Sanchez ne dice un’altra delle sue, quello è capacissimo di mandare l’ICE nel ritiro delle furie rosse a Chattanooga, prendere Lamin Yamal per le ascelle e portarlo via. E nel caso in cui gli Stati Uniti dovessero disgraziatamente perdere una partita, l’Ingrugnito in Capo accetterebbe il risultato o invaderebbe il campo travestito da sciamano?
L’unica certezza immutabile è che, in qualunque stadio vada, la gente lo fischia a più non posso. E non sono fischi uzbeki o somali. Sono fischi rigorosamente americani.

(da Corriere della Sera)

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QUELL’INSOFFERENZA AI POTERI DI CONTROLLO

Giugno 10th, 2026 Riccardo Fucile

GLI ORGANISMI DI GARANZIA, DALLA CONSOB ALLA VIGILANZA RAI, DOVREBBERO ESSERE MESSI IN GRADO DI LAVORARE SEMPRE

Che il governo Meloni abbia una sorta di allergia agli enti regolatori e di controllo, si è capito fin dai suoi primi passi. È stato evidente nel rapporto con la Corte dei conti, sfidata apertamente fino a toglierle – con legge ordinaria – poteri che le affida la stessa Costituzione. Nella gestione della Rai, che non ha un presidente perché la maggioranza non è riuscita a imporre chi voleva lei, con buona pace della funzione di garanzia che quella figura avrebbe dovuto assicurare.
Negli attacchi scomposti all’Autorità anticorruzione guidata da Giuseppe Busia, reo di aver cercato di arginare l’indebolimento dei presidi di controllo quando si tratta di appalti e opere pubbliche. La sua presidenza scade a settembre, e chissà se almeno su quella il governo sentirà l’urgenza di trovare subito un sostituto.
Perché quel che sta facendo adesso, dopo aver fallito nel tentativo di mettere alla guida della Consob – l’autorità di controllo dei mercati finanziari – il sottosegretario leghista Federico Freni, è tirarla il più possibile per le lunghe. Come per l’Antitrust, che ha la sedia del presidente vacante dal 5 maggio, quando è scaduto il mandato di Roberto Rustichelli, nominato dal primo governo Conte al tempo dei gialloverdi. O per la Privacy, che è rimasta senza un suo esponente, ma procede come niente fosse nonostante tutto il collegio, a partire dal presidente Pasquale Stanzione, sia stato investito da un’indagine per peculato e corruzione che procede veloce e contesta spese pazze e favori estorti in cambio di indulgenza. Meloni non ha il potere di far decadere l’authority, né può farlo il Parlamento, questo è vero a meno che non si intervenga con una riforma straordinaria, ma quel che la presidente del Consiglio ha fatto finora è stato – semplicemente – disinteressarsene.
Così, il quadro che si compone è quello di un Paese attraversato da interessi fortissimi legati al mercato dei dati, alla concorrenza, alle istituzioni bancarie, all’equilibrio nelle comunicazioni, alla costruzione di grandi opere, in cui gli arbitri sono azzoppati e il rischio è che prevalga la legge del più forte. Esattamente quello che una democrazia funzionante dovrebbe saper evitare, per non essere svuotata dalla sua principale funzione: quella di tutelare tutti i suoi cittadini, contro ogni interesse di parte.
L’esempio più lampante è quel che sta accadendo intorno a Mps, Intesa San Paolo e Banco Bpm. Con il nuovo ruolo di Unipol e Bper e l’avvio di una concentrazione bancaria premiata dal mercato con i titoli in rialzo, ma che avviene in un momento di vacatio dal punto di vista del controllo. Si può obiettare che l’altro risiko, quello che aveva visto l’acquisizione di Mediobanca da parte di Mps con il supporto di Delfin e Caltagirone, non era stato in alcun modo ostacolato dall’ex presidente Consob Paolo Savona. E che l’ipotesi di un concerto illecito tra gli attori sia invece stata mossa dalla procura di Milano, che indaga per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Ma proprio perché siamo nel mezzo di una tempesta che coinvolge banche un tempo legate al territorio, assicurazioni che hanno in cassa i risparmi degli italiani (Generali) e un mercato azionario in fibrillazione, ci si aspettava dal governo che si ponesse il problema di un’autorità senza presidente dall’8 marzo. E invece, è passato più di un mese da quando in conferenza stampa la presidente Meloni promise: la settimana prossima avrete i nomi. E nulla è successo.
Dal giorno della decadenza di Savona, la Consob è retta dalla presidente vicaria Chiara Mosca insieme ai commissari Carlo Comporti, Gabriella Alemanno e Federico Cornelli. Senza un vero presidente scelto dal governo e nominato dal presidente della Repubblica, è evidente che il suo ruolo è depotenziato. Così come lo è quello dell’Antitrust, dove la nomina del successore di Rustichelli spetta ai presidenti di Camera e Senato Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, ma per la quale bisognerà aspettare un accordo di maggioranza che ancora non c’è. E che non sarà semplice, visto che da qui a settembre le nomine da fare saranno 103 in 35 enti pubblici.
A cosa è dovuto lo stallo? A sentire chi in maggioranza scalpita per chiudere la partita, si tratta della logica del pacchetto. Nel momento in cui Forza Italia ha fermato la candidatura di Freni, perché sottosegretario all’Economia e tra l’altro autore di quella legge sui capitali sulla cui applicazione sarebbe stato chiamato a vigilare, la Lega deve avere un risarcimento. E non può certo accettare che all’Antitrust vada qualcuno scelto da Forza Italia. Serve una quadra tra due vicepremier i cui rapporti sono ai minimi termini, e Meloni fatica a trovarla.
Freni è stato fermato in nome di un principio valido sulla carta, ma disatteso tante di quelle volte che si fatica a elencarle. Basta ricordare che Giuseppe Vegas fu nominato presidente Consob quando era viceministro dell’Economia nel governo Berlusconi. E non risulta che allora il collega di partito Tajani si fosse adontato (vale la pena ricordare che per un partito che ha dietro di sé gli interessi di Fininvest e Mediolanum, la funzione di presidente Consob non è una scelta trascurabile). Non è quindi una questione di regole né di equilibrio. È, tristemente, una questione di potere. Questo è l’ultimo giro di nomine assicurato per un governo che dopo il referendum perso sulla giustizia ha iniziato le sue rese dei conti interne. E ha perso aderenza con i problemi del Paese. Arriva in un momento in cui la Lega è in grande sofferenza per l’emorragia di consensi dovuta alla nascita del partito del generale Vannacci, da Salvini vezzeggiato e nutrito fino al giorno dell’addio. In cui Tajani sente addosso le pressioni della famiglia Berlusconi, da cui Forza Italia dipende. E in cui Meloni ha una terribile paura di sbagliare, e per questo resta immobile. Peccato che il Paese non possa aspettare che risolva i suoi guai. E che gli organismi di garanzia – dalla Consob alla vigilanza Rai – dovrebbero essere in grado di lavorare sempre, possibilmente con autonomia e indipendenza, impedendo che qualcuno – governo compreso – forzi la mano.

(da La Repubblica)

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