Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
MELONI IN PRESSING SU URSULA, STUDIA UN’ACROBAZIA CONTABILE PER SBLOCCARE 5 MILIARDI… LA MEDIAZIONE DI FITTO E IL TIMORE C,HE I PAESI FRUGALI BLOCCHINO L’INTESA
Un artificio contabile. Un’operazione acrobatica, autorizzata però dall’Europa. In estrema sintesi, l’idea suggerita da Roma a Bruxelles nelle ultime ore ipotizza di utilizzare alcuni miliardi già bloccati per le spese di difesa in investimenti per l’energia. Si tratta di progetti che sulla carta erano già stati finanziati con i fondi di coesione. In questo modo, verrebbero liberate risorse da destinare alla spesa corrente, quella necessaria a coprire i sussidi mirati su bollette e carburanti.
È una strategia ardita, in cui esigenze di cassa e necessità politiche si fondono e si confondono. Negli ultimi giorni, Giorgia Meloni ha ripetutamente premuto su Ursula von der Leyen per perorare la causa. Al telefono, poi per sms. Il contatto decisivo risale a domenica, riferiscono fonti dell’esecutivo. Con una richiesta accorata della premier che si può sintetizzare così: serve un segnale, una via d’uscita, anche perché il blocco di Hormuz non sembra vicino a una soluzione. Non
tanto e non solo contabile: assicurarsi un po’ di flessibilità per i costi dell’energia è un argomento che la presidente del Consiglio vuole utilizzare con un’opinione pubblica già fiaccata dalla crisi delle bollette.
E dunque, prosegue la mediazione con Bruxelles a cui lavora senza sosta anche il commissario Raffaele Fitto. La partita si deciderà tra oggi e domani. A Palazzo Chigi prevedono che alla fine il margine concesso dalla Commissione possa essere attorno ai 4 o 5 miliardi, ma è chiaro che questo dettaglio, così come i contorni della norma, sono oggetto di un braccio di ferro dall’esito incerto. Ursula von der Leyen ha infatti chiesto un surplus di riflessione, che si protrarrà per l’intera giornata di oggi. Ai tecnici continentali spetta il compito di elaborare il cavillo che possa soddisfare Roma, senza spaccare la squadra di Ursula. Il rischio è infatti quello che alcuni Paesi frugali – e i commissari che ne ricalcano la filosofia – possano ancora mettersi di traverso e opporsi a un’intesa. L’ultima parola arriverà durante la riunione della Commissione in agenda per domani.
Certo, il contesto internazionale così instabile e le notizie delle ultime ore offrono a Meloni argomenti per premere su von der Leyen. In particolare, la minaccia iraniana di bloccare anche lo stretto di Bab el-Mandeb potrebbe convincere Bruxelles della necessità di concedere un briciolo di flessibilità a una capitale che, a
differenza ad esempio di Berlino, non presenta spazi fiscali sufficienti per poter utilizzare la leva degli aiuti di Stato sull’energia.
Il congelamento dello snodo sul Mar Rosso può trasformarsi in un problema commerciale e militare. Da ieri la situazione è attentamente monitorata ai vertici dell’esecutivo. E non lascia indifferente la Difesa. Per due ordini di problemi: il rischio che i marinai italiani impegnati nella missione navale Aspides debbano sparare per difendersi dagli Houthi. E che un blocco dello stretto alimenti la spirale inflattiva, a causa di un aumento dei costi delle merci a sua volta generato dall’allungamento delle rotte commerciali dei cargo.
Sono scenari ancora teorici, già descritti in alcuni dossier elaborati nei mesi scorsi dai servizi di intelligence, quando per la prima volta Teheran aveva minacciato il congelamento di Bab el-Mandeb. Il rischio commerciale allarma, perché lo stop di quello Stretto imporrebbe rotte più lunghe di almeno 7-10 giorni alle navi commerciali, costrette a quel punto a passare da Città del Capo. Aumentando le spese per il carburante e, di conseguenza, i prezzi delle merci. Senza trascurare il piano bellico della vicenda: la fregata italiana Fremm Luigi Rizzo è impegnata da tempo in quel teatro. Le regole di ingaggio prevedono la possibilità di neutralizzare gli atti ostili, ma non di colpire le basi di lancio a terra (di cui si occuparono nel
2024 gli Stati Uniti). In quelle settimane di due anni fa, la missione fu chiamata ad abbattere tra l’altro 19 droni volanti e quattro missili balistici. In quel caso, le navi godevano dello scudo radar dell’Us Navy, capace di avvistare e rispondere in anticipo alla minaccia. Adesso, visti i rapporti tesi con Donald Trump, la partita sarebbe ancora più delicata.
(da Repubblica)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
NEL CICLISMO E’ SCOMPARSA LA CLASSE MEDIA
Signori, brutte notizie: anche nel ciclismo è scomparsa la classe media! Al
termine di un Giro d’Italia privo della benché minima implicazione mitemente dannunziana, così banale da suggerire semmai tristi cleptomanie dalla letargica musa di Gozzano, anche dallo sport più epico come dalla sociologia del Paese è tragicamente sparito il ceto (pedalatorio) che reggeva la baracca, che regalava per tre settimane piccole grandi imprese, che teneva su, ad ogni tappa, l’epopea della’ “impresa”, dello “scatto”, della fuga solitaria o la va o la spacca… Signori, ci manca il Terzo Stato, mirabile, dei Dancelli dei Bitossi degli Adorni e financo dei Tacconi e dei Chiappucci. Quelli che creavano per tre settimane, su è giù per la Provincia, che è poi quella che fatturato il boom non solo ciclistico del Paese, un’aria di arena, di sana mattanza, di imprevisto e di allegria.
Telecronisti e estensori di inchiostri hanno insistito, eroicamente, nel generoso impiego delle maiuscole, hanno trasformato in Iliade la batracomiomachia per entrare nei primi dieci della classifica! pardon nella “top ten”. Sia reso loro l’onore che va ai tenaci e ai vinti! A far il loro dovere, inutilmente, c’erano in realtà solo le montagne: i dorsi e le pieghe che menavano ad ardue “ridenti località” erano lì, come sempre, pronte a tutto, all’epopea. Ma erano quelli che si arrampicavano penosamente ad essere comparse.
Svolta inevitabile: con i carabinieri e l’ufficio delle imposte il Giro è stato l’unica vera istituzione italiana, interrotta, infatti, solo da cataclismi come le guerre mondiali. Adesso siamo intensamente orfani, come chi non ha conosciuto De Amicis, la piccola vedetta lombarda e il nonno. Come pensavate potesse resistere l’egualitario cavallo dei poveri alla noia di un epoca in cui tutti comprano (a caro prezzo) una bici, ma è quella elettrica, un motorino travestito per sorpassare sogghignando e fingendo di pedalare il ciclista onesto che arranca sul cavalcavia.
Riuscite a trovare una prova della decadenza dell’Occidente più esplicita, senza dover neppure digerire le cinquecento pagine di Spengler?
Per il Giro rien ne va plus: inarrivabile il gallico Tour, ci ha sorpassato perfino la Vuelta spagnola aggiungendosi nello scavalco iberico all’economia, alla energia green, al calcio e alla movida.
Dove è dunque finita la indimenticabile classe media ciclistica? si è proletarizzata, si è fatta volontariamente gregaria per un ricco piatto di lenticchie. Me li ricordo bene gli eroi del terzo stato di una volta, in agguato ad ogni tappa in salita discesa falsopiano e volata, pittoreschi e pronti all’abbordaggio, con la selezione naturale della fatica venivan su come tante querce. Non tanti ma buoni, poveri ma belli, con un fisico di ferro, non Fuoriclasse, Fenomeni, Invincibili; anzi vincibilissimi, ma con tanta voglia di esistere e di elettrizzare i popoli del bordo strada. Brutti tempi quando i borghesi, nella lotta di classe o nella mischia per la maglia rosa e il gran premio della montagna, infilano la cattiva strada del mettersi a servizio! Già, perché oggi, perduta la splendida sfacciataggine di un tempo, rincattucciate le ambizioni personali, ben pagati, lavorano alla “tirata’’, a staffetta, di un chilometro sul Mortirolo o il Gavia, per consentire al Capitano di livragare solitario fino in vetta. Parlano i Kuss e i Del Toro una lingua insipida scolorita fredda come se uscisse da
un computerino o dalla tomba dei watt: svolgono il compito fino lì e non oltre, tutto programmato, a contratto, prevedibile. Ogni tanto ripagato con una tappa, un tour minore come un tempo si dava la mancia al cocchiere. È sparita la’’cotta’’, i cronometristi con gli occhi sbarrati, le lancette corrono e il favorito non si vede. Tutto è già nel copione
C’era una volta una borghesia di capitani medi come si deve, che formava il vero nostro piccolo mondo antico, che aveva le carte in regola per scombinare i pronostici, prendersi e offrirci soprattutto spettacolo. Adesso c’è questa insopportabile massa di nuovo ricchi in affitto ai marchi petro-ciclistici, indebitamente fattiva come è al mansionario cinicamente dilazionante del gregario chic, di lusso. Stando così le cose, attenti che con i wat e gli algoritmi, un giorno sulle rampe memorabili ci siano come spettatori solo bovi straordinariamente carducciani. Che non volgeranno la testa nemmeno di un millimetro.
(da lastampa.it)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL 2 GIUGNO DIVERSO VOLUTO DA SERGIO MATTARELLA
Il 2 Giugno “diverso” voluto da Sergio Mattarella per gli 80 anni della Repubblica è uno scossone alla pessima attitudine italiana per la retorica celebrativa. Il taglio largamente popolare dato all’evento, con un grande show aperto ai cittadini al posto del consueto ricevimento esclusivo nei giardini del Quirinale, è di per sé una affermazione di intenti. Diciamolo: spiazza i partiti che da tempo guardavano la
data come occasione di routine e preferivano la temperie divisiva di altre giornate, il 25 Aprile per additare la renitenza della destra, il Primo Maggio per attaccare la sinistra dimentica dei lavoratori, il 4 novembre per accapigliarsi sulle spese militari. Ogni festa civile un duello per stringere a coorte la propria tribù.
La Festa della Repubblica, almeno in tempi recenti, era poco utile allo scopo e dunque accolta con lo spirito del trantran: un ricevimento per Vip, una parata in cui mettersi in mostra nella tribuna autorità, molte dichiarazioni sul dovere della memoria, e amen. Quest’anno, in tutta evidenza, il Quirinale ha deciso che era tempo di scuotere l’albero. Ottant’anni dal referendum fondativo dello spazio che tutt’ora abitiamo, ottant’anni dal primo voto libero e aperto a tutti e tutte, ottant’anni dalla scelta della Repubblica, erano la scadenza giusta per uscire dal palazzo e tentare di restituire agli italiani il senso della parola “democrazia”.
Si è voluta una festa collettiva, non una passerella per gli outfit dei famosi o un album di frasi di circostanza, magari copiate dall’anno precedente. Un momento per ricordare ai cittadini il valore enorme di quell’antica decisione con un evento aperto alle persone, animato dagli artisti, dai cantanti, dagli attori e atleti che amano. Persino la sfilata dei Fori Imperiali in questo contesto avrà un sapore meno rituale del consueto: se il racconto funzionerà, dietro a quei reparti in marcia potremo
vedere in trasparenza le guerre dei nostri nonni, i loro corpi e speranze mandati in trincea, e forse capiremo meglio il “mai più” che quella generazione pronunciò.
Questo 2 giugno “diverso” è segnato in tutta evidenza dal tentativo di rimettere in connessione palazzi e popolo, democrazia e popolo, memoria e popolo. Vasto programma, ma ci si prova, finalmente. Ed è obbligatorio constatare che sulla scena del tentativo non ci sono i partiti, quelli che dovrebbero essere massimamente interessati alla cosa (sono o no la cinghia di trasmissione tra istituzioni e popolo?) ma il “non potere” del Quirinale. Con ogni singolo appuntamento della ricorrenza ha marcato un memorandum destinato alla politica. L’incontro con i fragili, bambini e anziani, nei giardini del Quirinale. La conversazione con i giovani. Le parole ai diplomatici (“alimentare giacimenti di rancore spinge soltanto sulla strada dei conflitti perpetui”). Il messaggio ai Prefetti (serve “dialogo, ascolto e prossimità” per generare coesione sociale). L’invito agli sportivi, icone del risultato ottenuto senza scorciatoie. La diretta Rai ma soprattutto i maxi-schermi in 23 città per lo spettacolo conclusivo della festa, con l’idea che le persone si incontrino anche fisicamente, partecipino in prima persona.
È un’operazione ambiziosa e inaspettata. È un invito a tutti a uscire dalla retorica celebrativa di valori che poi si perdono per strada o sono usati come corpi contundenti contro gli avversari. Arriva dalla figura istituzionale più popolare in assoluto tra gli italiani di ogni schieramento, e dunque autorizza un minimo di ottimismo: magari sarà la scossa che serviva, magari qualcuno, nell’Italia dove ormai vota solo la metà degli elettori, proverà a scommettere sulla partecipazione anziché sulla chiamata alle armi del proprio clan.
(da lastampa.it)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
ORMAI SIAMO AL GARLASCO SHOW
Il delitto di Garlasco è (anzi, fu) una cosa. Il Garlasco show è tutt’altra cosa. È
come una smisurata, scintillante protesi applicata sopra un grumo di dolore e di sangue. La proporzione è uguale a quella di una bilia di fronte a una mongolfiera. Della mongolfiera fa parte la notizia che è stato aperto un fascicolo per diffamazione a carico dell’avvocato di Alberto Stasi, di un inviato delle Iene e di un maresciallo dei carabinieri. Mancano solo un parroco, una sindaca, una blogger, un criminologo da palinsesto, e il presepe è completo.
Per altro, si legge che i fascicoli aperti dalla Procura di Milano sono settantanove (79!), tutti scaturiti dalla disputa furibonda su quella fosca storia. Gli indagati sono blogger, youtuber, giornalisti; i querelanti la famiglia Poggi e le gemelle Cappa, delle quali so dirvi poco o niente perché non faccio parte della smisurata tribù inquirente. Diffamazione e stalking i reati contestati, e si immaginano agli atti montagne di parole, di post, di commenti ai post, di articoli di giornale, di trasmissioni televisive.
Quando Tina Pica, in Pane amore e fantasia, diceva “la gente mormora”, non poteva immaginare che il mormorio, un giorno, sarebbe diventato un autentico uragano di accuse, sconfessioni, partiti presi, risse tra i contradaioli di Stasi e quelli di Sempio. La gente non mormora più, la gente posta, la gente indaga, la gente giudica, e ne sortisce il presente putiferio su Garlasco, uno spettacolo che non prevede più pubblico, solo protagonisti. Avvocati che dichiarano, giudici che dichiarano, periti che dichiarano, marescialli che dichiarano, è come se il processo fosse già in atto. La giustizia ha tempi lunghi, ma la gente ha tempi brevi.
(da Repubblica)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
TRA I LEADER POLITICI NEI GIUDIZI POSITIVI E’ IN TESTA GIORGIA MELONI, MA LA SORPRESA E’ SILVIA SALIS
Più di un italiano su due dà un giudizio negativo sul governo Meloni. Nonostante questo, il consenso nei confronti di Meloni e di Fratelli d’Italia resta alto. È quanto emerge dal sondaggio realizzato, in esclusiva per Fanpage.it, dall’Osservatorio Delphi di Piave in collaborazione con Sigma Consulting. Questa differenza tra i livelli di apprezzamento nei confronti di governo, premier e partiti può essere letta come dovuta a una fase “in cui consenso personale, identità politica e percezione dell’azione di governo non procedono necessariamente allo stesso ritmo”, spiegano gli analisti. Vediamo nel dettaglio cosa dice il sondaggio.
Più di un italiano su due dà un giudizio negativo sul governo Meloni
A oltre quattro anni dall’insediamento di Meloni a Palazzo Chigi, la quota di giudizi positivi sull’operato del governo si ferma al 36%, mentre oltre la metà degli italiani esprime una valutazione negativa. Un 55% di intervistati che si divide tra chi valuta “molto negativamente” i risultati dell’esecutivo (il 33%) e chi dà un giudizio “abbastanza negativo”, il 22%.
I consensi dei leader: Meloni resta la più credibile
Nonostante il giudizio negativo nei confronti del suo governo, Giorgia Meloni resta la leader con il gradimento più alto, con il 47% delle preferenze. Giuseppe Conte si colloca poco al di sotto, al 45%. Segue il vicepremier e leader di Forza Italia, con il 41%. Interessante il posizionamento della sindaca di Genova, Silvia Salis che raccoglie il 40% di giudizi positivi e supera anche Elly Schlein. Non solo, considerando che il 16% ancora non la conosce (rispetto al 3% dei leader più noti) , potrebbe arrivare a raggiungere Giorgia Meloni,
Più in fondo troviamo gli altri leader: Matteo Salvini con il 35%, tallonato dall’ex generale Roberto Vannacci, al 34%; Carlo Calenda con il 30% e infine, a chiudere, Matteo Renzi, con il 20%.
Le intenzioni di voto
Passiamo ora alle intenzioni di voto. Fratelli d’Italia si conferma primo tra le preferenze degli elettori, con il 27,1%. Il vantaggio sul Partito democratico supera i cinque punti percentuali. I dem infatti, si fermano al 21,7%. L’unico altro partito a restare in doppia cifra è il Movimento 5 Stelle, che tuttavia resta decisamente più distante, con il 14%.
Forza Italia e Lega sono risultano di nuovo vicine, rispettivamente al 7,7% e 7,2%. Segue, a meno di un punto di distanza, Alleanza Verdi-Sinistra, con il 6,4%
Continua ad avanzare Futuro Nazionale, che in questo sondaggio viene dato addirittura sopra il 4%, precisamente al 4,3%. Il partito di Vannacci, nato da pochi mesi, può già vantare una base consolidata, nonché un posizionamento strategico negli equilibri tra le due principali coalizioni, centrodestra e campo largo.
Italia Viva tocca la soglia di sbarramento, al 3%, mentre gli altri partiti si fermano sotto: Azione, con il 2,5%, +Europa, all’1,7% e Noi Moderati, all’1%.
(da Fanpage)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
DIETRO ALLO SCAZZO CI SONO I PIANI PER LE PRESIDENZIALI 2027: BARDELLA SI MUOVE COME SE FOSSE CERTO DI ESSERE IL CANDIDATO DEL RN, MENTRE LE PEN NON SI SENTE FUORI DAI GIOCHI PER L’ELISEO: IL 7 LUGLIO È ATTESA LA DECISIONE NEL PROCESSO D’APPELLO SULL’APPROPRIAZIONE INDEBITA DI FONDI DEL PARLAMENTO EUROPEO. E SOLO ALLORA SI CAPIRÀ SE MARINE SARÀ CANDIDABILE O MENO
“Non capisco. Chiedetelo al team di Jordan.” La dichiarazione è arrivata da
una fonte vicina alla leader del partito di estrema destra Rassemblement National (RN), Marine Le Pen, dopo che il suo vice, Jordan Bardella, ha fatto un’apparizione di alto profilo sul canale televisivo LCI giovedì 28 maggio.
Più volte durante il programma, Bardella ha sostenuto un piano di riforma delle pensioni molto diverso da quello promosso da Le Pen, adottando invece argomenti che i sostenitori di Macron avevano usato per giustificare la riforma del 2023.
Il sistema pensionistico francese “non è economicamente sostenibile”, ha detto Bardella, aggiungendo che la demografia del paese sta portando il suo sistema redistributivo verso un vicolo cieco.
Sebbene queste argomentazioni siano state sostenute da alcuni economisti e leader aziendali, la RN le ha criticate aspramente nel 2023, promuovendo una propria riforma che fissa l’età pensionabile legale tra i 60 e i 62 anni (anziché 64, come stabilito dalla riforma di Macron), a seconda di quando il pensionato ha iniziato a lavorare.
Eppure Bardella non è più solo un leader di partito. Il 7 luglio verrà annunciata la decisione nel processo d’appello relativo al caso di presunta appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo da parte del partito di estrema destra.
Se il divieto quinquennale di candidarsi alle elezioni, inflitto a Le Pen, venisse confermato in appello, Bardella potrebbe diventare il candidato presidenziale del RN per il 2027.
Tuttavia, la proposta di riforma pensionistica del RN lo irrita: ha faticato a spiegarla chiaramente e si è già trovato in situazioni imbarazzanti, sia in televisione sia, soprattutto, negli incontri con gli imprenditori, che lo hanno esortato ad abbandonarla. Così, ha iniziato a portare avanti una propria proposta
Clément Guillou e Corentin Lesueur
per www.lemonde.fr
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL TIMORE AL NAZARENO È CHE ELLY SCHLEIN, NEL CASO IN CUI SIA LA SFIDANTE DI MELONI NELLA CORSA A PALAZZO CHIGI, NON VENGA VOTATA DA UN LARGO PEZZO DELLA BASE 5STELLE – FINORA CONTE SI E’ TENUTO LE MANI LIBERE SUI TEMI GEOPOLITICI (VEDI, UCRAINA), E INVECE DI LANCIARE UN’OPERAZIONE DAL BASSO PER PORTARE I PENTASTELLATI A CREDERE NEL CAMPOLARGO, PENSA CHE PER CONVINCERLI SIA SUFFICIENTE CHE SIA LUI IL CANDIDATO PREMIER
Il problema lo conoscono tutti, nel Pd come nel Movimento 5 stelle, ma provano a far finta di niente. Anche se l’ultimo campanello d’allarme è suonato solo una settimana fa a Venezia. Dove gli elettori pentastellati hanno voltato le spalle in massa alla coalizione di centrosinistra. Secondo l’analisi dei flussi elettorali, al netto del calo dei votanti M5s, metà di chi aveva scelto i 5 stelle alle Europee ha votato per il candidato del centrodestra, risultando decisivi per la sua vittoria al primo turno Un altro 20% si è astenuto e solo il 24% ha optato per l’aspirante sindaco del Pd, sostenuto da tutto il campo progressista, Andrea Martella. E questo nonostante Giuseppe Conte si fosse presentato pochi giorni prima in laguna per un comizio al fianco dell’ex sottosegretario del governo giallorosso.
Non a caso, il presidente del Movimento ha subito contestato la ricostruzione di Youtrend, deciso a smentire l'”ammutinamento” della base veneziana dei 5 stelle. Ma con un comun denominatore: il candidato era un esponente del Pd evidentemente poco gradito, per profilo e curriculum politico.
Possiamo tornare nelle Marche, per le elezioni regionali dello scorso settembre. Segnate da un’inchiesta che aveva toccato il candidato del centrosinistra, l’europarlamentare Pd Matteo Ricci, che l’avvocato Conte si era alla fine convinto a sostenere dopo aver letto le carte giudiziarie
In seguito alla sconfitta di Ricci, l’analisi di Swg ha certificato che il 54% degli elettori del M5s alle Europee 2024 ha scelto di non votare per lui, preferendo astenersi o convergere sul candidato del centrodestra Francesco Acquaroli. Solo il 22% degli elettori pentastellati delle Europee ha confermato il voto per il M5s alle Regionali.
Prima ancora c’è stata la Liguria, ottobre 2024, con la sconfitta (anche quella di misura) di Andrea Orlando. Lì i 5 stelle hanno preteso l’esclusione dalla coalizione dei renziani, colpevoli di aver sostenuto Marco Bucci al Comune di Genova, sacrificando un pacchetto di voti forse decisivo.
A maggior ragione visto il risultato conseguito dal Movimento: 4, 6% dei voti, in drastico calo rispetto al 10% delle Europee. E, anche all’epoca, molti analisti hanno evidenziato una fuga di voti pentastellati verso l’astensione o verso candidati alternativi.
Va detto che, da questo punto di vista, non c’è reciprocità, perché il presidente 5 stelle della Campania, Roberto Fico, lo scorso novembre è stato sostenuto dagli elettori Pd con numeri importanti. E lo stesso è avvenuto in Sardegna nel febbraio del 2024 per l’elezione della pentastellata Alessandra Todde.
Nel Movimento c’è la consapevolezza che «la questione esiste, ma la mobilitazione dei nostri per le elezioni locali è da sempre inferiore rispetto alle consultazioni nazionali». Vero, quando ci si misura con il voto di opinione i numeri del Movimento sono ben più solidi e la risposta degli elettori più affidabile.
D’altra parte, come ammette un parlamentare, «per una piccola fetta della nostra base loro sono rimasti quelli del “Pd meno L”», storica definizione coniata più di dieci anni fa da Beppe Grillo, quando con i dem era vietato anche solo prendere un caffè.
Il fatto è che alle prossime elezioni politiche, per la prima volta, iscritti e sostenitori 5 stelle potrebbero ritrovarsi chiamati a votare per una coalizione guidata da un leader del Pd. A sostenere Elly Schlein come candidata premier, se fosse lei a vincere le primarie di coalizione, battendo Conte
Uno scenario tutt’altro che improbabile, tanto che i parlamentari vicini alla segretaria mettono le mani avanti: «Tutti si impegneranno a sostenere il vincitore delle primarie, poi nessuno può essere certo che la base segua l’indicazione del proprio leader».
Tradotto: Conte sarà leale, ma una parte dei suoi sostenitori potrebbe non ascoltarlo. Da vedere quanto peserà nelle urne
Meno diplomatici dalle parti della minoranza riformista dem: «Conte dice spesso
che vuole alleati affidabili e ha ragione. Speriamo che lui per primo sappia dimostrare di esserlo».
(da “la Stampa” )
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA LITE PER L’ESCALATION IN LIBANO: “TI STO SALVANDO IL CULO, TI ODIANO TUTTI. TUTTI ODIANO ISRAELE PER QUESTO”
“Sei un ingrato e un pazzo. E senza di me saresti in carcere”. La storica
amicizia tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu ha subito un duro colpo per l’escalation in Libano. Axios racconta che il presidente degli Stati Uniti era infuriato con il premier israeliano e a un certo punto gli ha gridato «che cazzo stai facendo». Poi la frase più dura: «Sei un pazzo. Saresti in prigione senza di me. Ti sto salvando il culo. Ti odiano tutti. Tutti odiano Israele per questo».
Secondo le fonti Trump era consapevole che Hezbollah ha attaccato Israele e che Israele doveva difendersi, ma ritiene che negli ultimi giorni Netanyahu sia andato in escalation in modo sproporzionato.
Intanto nella notte Israele ed Hezbollah hanno continuato gli scontri nonostante l’annuncio sul cessate il fuoco in vista dei negoziati tra libanesi e israeliani previsti oggi a Washington. Di fronte all’offensiva di Israele in Libano i Pasdaran hanno minacciato di aprire nuovi fronti nella guerra, tornando a colpire i paesi del Golfo. I negoziati sono «l’unica via per porre fine alla guerra», ha dichiarato il presidente libanese Joseph Aoun, denunciando una «feroce aggressione» da parte di Israele, che sta intensificando la sua offensiva contro il movimento sostenuto dall’Iran.
L’esercito israeliano sta conducendo la sua più profonda incursione militare in Libano dal 2000, anno del suo ritiro dopo 18 anni di occupazione. Ha minacciato di colpire il movimento nella sua roccaforte nella periferia meridionale di Beirut, scatenando un esodo di massa dei residenti. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha citato «ripetute violazioni del cessate il fuoco» da parte di Hezbollah e attacchi contro il suo Paese. In questo contesto è arrivata la telefonata in cui Trump ha
definito Netanyahu «completamente pazzo» e lo ha accusato di mettere a repentaglio i negoziati di pace con l’Iran. Il presidente degli Stati Uniti ha indicato sul suo social network Truth Social di aver chiesto al leader israeliano «di non lanciare un raid su larga scala su Beirut» e che Netanyahu aveva accettato di «far tornare indietro le sue truppe».
Trump ha anche affermato che Hezbollah aveva «accettato di cessare il fuoco contro Israele e i suoi soldati. Analogamente, Israele ha accettato di cessare il fuoco contro di loro». Anche il Libano ha annunciato che Hezbollah aveva accettato una proposta americana per una «cessazione reciproca degli attacchi». Ma le dichiarazioni hanno avuto scarso effetto sul campo, con gli scontri che sono proseguiti per tutta la notte. Hezbollah ha rivendicato la responsabilità di un attacco missilistico contro un carro armato israeliano avvenuto martedì 2 giugno a Hadatha, nel Libano meridionale, affermando su Telegram di combattere contro «l’avanzata delle forze israeliane». I combattenti hanno anche preso di mira quattro carri armati e soldati israeliani, secondo quanto riportato da Hezbollah. L’esercito israeliano ha riferito di aver intercettato due proiettili provenienti dal Libano, senza segnalare feriti.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
SONO A SANTA MARGHERITA DI PULA TRA CORDONI DI SICUREZZA E GUARDIE ARMATE: SIAMO DIVENTATI UNA COLONIA ESTIVA DEI SOLDATI DI NETANYAHU
Al Forte Hotel Village sulla spiaggia di Santa Margherita di Pula a 30 chilometri da Cagliari è arrivato un centinaio di famiglie di riservisti dell’esercito israeliano. Era già accaduto l’anno scorso a Santa Teresa Gallura. L’accoglienza ha previsto un conrdone di sicurezza, ingressi presidiati e contingenti di guardie armate. Secondo le organizzazioni pro-Pal, spiega oggi Il Fatto Quotidiano, sono legati ai reduci di Gaza.
La manifestazione
Ieri qualche decina di manifestanti si è presentata con le bandiere palestinesi. Dopo i quattro di due giorni fa sono in programma altri voli di linea El Al da Tel Aviv per l’aeroporto di Elmas. La questura di Cagliari ha creato percorsi protetti. Con
giubotti antiproiettile e artificieri. «Un dispositivo di sicurezza normale quando si attendono voli sensibili», dice l’addetta stampa della questura al quotidiano. Soldati in licenza? «A noi non risulta – è la risposta invariabile – sono turisti con le loro famiglie».
«Sembra che la nuova colonia turistica dei simpatici giovani israeliani possa diventare la Sardegna», dice l’associazione Sardegna Palestina. «Grazie anche all’indefesso lavoro della nostra impareggiabile presidentissima, sempre sperando che non si trattengano troppo, come è avvenuto in altri bei posti del Mediterraneo».
Attualmente il resort è sorvegliato dall’Interpol. Gli ingressisono presidiati giorno e notte, compresi quelli da spiaggia.
(da agenzie)
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