Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
“LA PREMIER HA MESSO LA FACCIA SULLA SCONFITTA AL REFERENDUM? SÌ, QUELLA DI DELMASTRO, SANTANCHÈ E BARTOLOZZI. IL GOVERNO ‘VINAVIL’ HA UNA DATA DI SCADENZA MOLTO CHIARA, TRA POCO TOCCA A NOI”
“Meloni ha fatto in Parlamento il primo comizio della campagna 2027. La premier non governa il Paese (e si vede dai risultati), ma si diverte a provocare l’opposizione. È una sfida che va raccolta a viso aperto. Le rispondo alle 14.15 dal Senato in diretta televisiva e sui social”. Così Matteo Renzi su X.
Renzi, contro il governo c’è un ‘no’ che rimbomba, dopo il referendum
“A sentire il suo intervento oggi, uno si immaginerebbe che il suo governo gode di consenso, invece la verità è che c’è stato un ‘no’ grosso come una casa che cambia la storia politica di questa legislatura come in altre vicende i ‘no’ referendari hanno fatto negli anni. E se lo faccia dire da un esperto della materia”.E sempre riferendosi alla sconfitta al referendum sulla giustizia, ha aggiunto: “Questo è un ‘no’ che non riaccende ma rimbomba per i prossimi 15 mesi tutti i giorni”.
“Signora presidente del Consiglio, lei ha preso il 26% alle Politiche, la stessa percentuale di Bersani nel 2013. Perché allora dice che ha una maggioranza più stabile? Perché la sinistra si è divisa in tre parti e lei ha capito questo punto e oggi ha menato sulle opposizioni, perché si rende conto che se le opposizioni stanno insieme – magari scegliendo un leader alle primarie – lei va a casa e altro che un ‘no’ che l’accende, quello è un ‘no’ che la spegne”. “Avete una possibilità per restare in piedi, quella di far dividere l’opposizione. Perché se l’opposizione sta unita, il ‘no’ che rimbomba è un no che da qui al 2027 vi porterà a fare le valigie. Il governo Vinavil ha una data di scadenza molto chiara, tra poco tocca a noi”.
Il no citato da Renzi è quello del voto al referendum che ha bocciato la riforma della giustizia a marzo. E poco prima aveva detto rivolgendosi alla premier: “Io ho apprezzato la sua frase ‘Il sì conferma, il no riaccende’: l’ho trovata meravigliosa per i Baci Perugina. Per la politica, no. Presidente, il no se lo faccia dire non riaccende, il no rimbomba. E rimbomba per i prossimi 15 mesi tutti i giorni”.
“Quando gli elettori ti dicono no non si fanno i video con gli uccellini, si va al Quirinale e ci si dimette”
“La presidente -ha aggunto – dice che ci ha messo la faccia? Si, quella di Delmastro, Santanché, Bartolozzi. Siete tornati giustizialisti appena sono arrivati gli exit poll…”.”Fa bene – ha aggiunto in un altro passaggio – a chiedere lealtà sulla sua famiglia, io non ho mai attaccato la presidente ne’ per suo padre, madre, figlia e se vuole sapere chi attaccava le famiglie altrui riunisca il gruppo di FdI. Non ci venga a fare la morale”.
Renzi, Meloni ha fatto mettere la faccia agli altri, no a lezioni di garantismo
“La presidente del Consiglio dice oggi: ‘Ci ho messo la faccia’. Ma è quella della Santanchè. Dice così, ma la faccia è quella di Del Mastro, della Bartolozzi” e quindi “il dato di fatto è che la presidente del Consiglio non ci ha messo la faccia lei, l’ha fatta mettere agli altri. Eppure dice qui oggi – questa è una delle frasi più belle che§mi sono segnato – ‘Rimaniamo saldamente garantisti’ e qui una risata vi inseguirà. Presidente, lei è quella di Bibiano, non venga a dire garantismo a noi.
Lei è quella di Bibiano, il capo della Lega è il capo di un movimento che si è presentato in Parlamento 30 anni fa con il cappio e persino l’altro vicepresidente del Consiglio, che doveva essere l’unico a mantenere il profilo garantista, è riuscito alla Camera a dire: ‘Io sono una persona perbene perché non mi hanno mai indagato’. Voi siete tornati giustizialisti appena sono usciti gli exit poll, tant’è vero che avete fatto dimettere i tre indagati”.
“La verità è che la presidente del Consiglio fa bene a chiedere lealtà da parte delle altre forze politiche a proposito della sua famiglia e io qui voglio dirlo con molta chiarezza: io non ho mai attaccato la presidente del Consiglio né per suo padre o per sua madre né per la figlia.
Il punto vero, presidente, se vuole sapere chi attacca le famiglie degli avversari, riunisca il gruppo di Fratelli d’Italia, vada a vedere i video che lei faceva contro di noi, contro i cognati, contro le persone care. Presidente del Consiglio, non ci venga a fare la morale sul garantismo lei a noi, abbia il coraggio di dire: ‘Ho un governo nel quale non sono contenta di molti ministri, ma devo tenerli perché punto al record della longevità che è un fatto politico’”§”Meloni è in difficoltà, il ‘No’ ti insegue, il ‘No’ rimbomba. Dopo una botta del genere io non ero lucido”. Lo ha detto il leader di Italia viva Matteo Renzi, parlando con i giornalisti in Transatlantico al Senato, dopo il suo intervento sull’informativa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, facendo riferimento all’esito del referendum sulla giustizia. “Mi ero preparato una battuta per Meloni ma non l’ho detta in Aula. Le volevo dire che il suo problema è Conte ma non Giuseppe Conte…”, ha spiegato l’ex premier, facendo riferimento al caso Conte-Piantedosi.
(da agenzie)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
ADDIRITTURA GLI STATI UNITI SONO CONSIDERATI COME UNA MINACCIA MAGGIORE DELLA CINA – L’OPINIONE PIÙ NEGATIVA NEI CONFRONTI DEGLI STATI UNITI È STATA ESPRESSA DAGLI SPAGNOLI: PIÙ DELLA META’ AFFERMA CHE WASHINGTON RAPPRESENTA UNA MINACCIA PER L’EUROPA
Secondo un nuovo sondaggio di Politico Pulse condotto in sei importanti Paesi dell’Ue,
gli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump sono percepiti più come una minaccia che come un alleato.
Solo il 12% degli intervistati a marzo in Polonia, Spagna, Belgio, Francia, Germania e Italia considerava gli Stati Uniti un alleato stretto, mentre il 36% li vedeva come una minaccia. Al contrario, la Cina è percepita come una minaccia dal 29% degli intervistati nei sei Paesi.
A livello nazionale, la minaccia proveniente da Washington ha superato quella proveniente da Pechino in quattro Paesi, con i soli intervistati in Francia e Polonia che hanno percepito una minaccia maggiore da parte della Cina.
Il sondaggio European Pulse, condotto da Cluster17 per Politico e beBartlet, ha intervistato 6.698 europei in Spagna, Germania, Francia, Italia, Polonia e Belgio dal 13 al 21 marzo. In Spagna, l’opinione più negativa nei confronti degli Stati Uniti è stata espressa dal 51% degli intervistati, che ha affermato che Washington rappresenta una minaccia per l’Europa, la percentuale più alta tra tutti i partecipanti al sondaggio.
(da agenzie)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
DE ANGELIS: “AVREBBE POTUTO TENERE UN DISCORSO DI VERITÀ RIVOLTO AL PAESE, IN CUI PRENDERE ATTO DEL “PERCHÉ” DELLA SCONFITTA, DENTRO CUI CI SONO TANTE INQUIETUDINI DEL PRESENTE (VAI ALLA VOCE: DONALD TRUMP). E, TRAENDONE UNA LEZIONE, ILLUSTRARE UN “CHE FARE” DI QUI ALLA FINE DELLA LEGISLATURA, MAGARI CON L’IDEA DI UNIRE IL PAESE IN QUESTA FASE DIFFICILE… E INVECE GIORGIA MELONI HA SCELTO L’ARMA DELL’ORGOGLIO FERITO. UN DISCORSO DIVISIVO E TUTTO RIVOLTO AL SUO MONDO. DA CAPO FAZIONE, PIÙ CHE DA PREMIER DI UNA NAZIONE, CHE PREFERISCE L’AUTOESALTAZIONE ALL’AUTOCRITICA”
Avrebbe potuto tenere un discorso di verità rivolto al Paese, in cui prendere atto del “perché” della sconfitta, dentro cui ci sono tante inquietudini del presente (vai alla voce: Donald Trump). E, traendone una lezione, illustrare un “che fare” di qui alla fine della legislatura, magari con l’idea di unire il Paese in questa fase difficile.
E invece Giorgia Meloni ha scelto l’arma dell’orgoglio ferito. Un discorso divisivo e tutto rivolto al suo mondo. Da capo fazione, più che da premier di una nazione, che preferisce l’autoesaltazione all’autocritica, lo sventolio di bandiere all’analisi pacata, il culto di sé da alimentare alla cultura di governo da praticare, l’idolatria dell’io alla fatica del noi. Diciamocelo: è stato il primo comizio della lunga campagna elettorale per le elezioni del 2027.
Tutti i topoi del melonismo in purezza sono rispettati senza alcuna soluzione di continuità: evocazione del nemico, polemiche, anche gratuite con la sinistra, dribbling su Trump pressoché innominato come Netanyahu, coerenza col mandato ricevuto dal popolo nel 2022, zero rimpasti, nessuna «ripartenza» perché questo implicherebbe ammettere una debolezza, parole d’ordine consumate, schiene dritte e teste alte, retorica del coraggio e del «metterci la faccia», «vi sfido» e ci mancava solo un «boia chi molla». Non c’è la gravitas del momento di un mondo terremotato dalla logica degli imperi, ma l’ansia di un potere domestico che, turbato dalla scossa subita, si rinchiude in un orizzonte egoriferito: rivendicazione, non visione.
Tecnicamente si chiama “rimozione”, quest’idea che si possa beatamente riproporre, in nome del mandato popolare del 2022, ciò che il popolo ha bocciato venti giorni fa. E l’effetto è davvero straniante quando Giorgia Meloni elenca […] tutti i presunti record del suo governo. Non c’è un nuovo inizio e un nuovo giudizio, ma il ritorno, se possibile più testardo e rabbioso, dell’uguale. […] L’esito è una difficoltà mal celata, propria di chi, per cultura, formazione e indole, è incapace, a fronte di un contesto che cambia, di una discontinuità con se stessa. Una gabbia, ideologica e psicologica. La chiamano coerenza, in verità è incapacità di strambare e andare in mare aperto.
Alessandro De Angelis
per www.lastampa.it
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
IN COMPENSO SALVINI SI È MESSO PANCIA A TERRA PER L’AMICO VIKTOR: IL GIORNO DELLO SPOGLIO REFERENDARIO IN ITALIA, È VOLATO A BUDAPEST PER SOSTENERE ORBAN , E’ IL COLPO DI GRAZIA
A metà gennaio Giorgia Meloni inviava i suoi auguri speciali a Viktor Orbán, in un video
in cui compariva insieme a Netanyahu, alla leader dell’Afd tedesca Alice Weidel e alla francese Marine Le Pen.
Una compagnia […] diventata per la premier italiana sempre più imbarazzante. È un fatto che, dopo quell’exploit, da Fratelli d’Italia non si è più alzata una voce a favore del leader magiaro. Nulla, da tre mesi. Troppo per non vederci un disegno preciso.
L’unico indizio di vita è stato uno stringato comunicato di Elisabetta Gardini in cui la vicecapogruppo di FdI alla Camera riferiva di essersi rifiutata di sottoscrivere la dichiarazione (molto critica con Orbán) che la delegazione di osservatori dell’Assemblea del Consiglio d’Europa aveva concordato sulle elezioni ungheresi di domenica. Tutto qui.
Nessuno viola la consegna del silenzio, ma a taccuino chiuso uno dei capi del partito di maggioranza spiega le ragioni di questa prudenza: «Giorgia può fargli da sponda, come ha fatto nell’ultimo Consiglio europeo quando ha sostenuto le ragioni dell’Ungheria sull’oleodotto danneggiato Druzhba. Ma di certo non può cambiare la sua postura filo-Ucraina e rinnegare tutto quello che ha detto in questi quattro anni sulla Russia».
Insomma il problema è uno, «la campagna elettorale in Ungheria è stata monopolizzata dalla questione dei rapporti con Putin, che è proprio il tema che più ci allontana da Orbán». Tuttavia, assicura il meloniano, «i rapporti restano immutati e Viktor, che è uomo di mondo, ha compreso la nostra cautela».
Se Fratelli d’Italia naviga sottocosta e non si espone, aspettando di vedere come andrà il 12 aprile, è Matteo Salvini ad aver buttato il cuore oltre l’ostacolo. Del resto sulla necessità di coltivare buoni rapporti con Putin il leader della Lega la pensa esattamente come Orbán, che è stato ufficialmente invitato alla manifestazione dei “Patrioti europei” il 18 aprile a piazza Duomo.
Dopo essere stato a Budapest per sostenere «l’amico Viktor» (il giorno dello spoglio referendario in Italia, non un segnale benaugurante), Salvini anche ieri è tornato a sostenere la causa magiara, in concomitanza con JD Vance: «Viktor è un amico, ha fatto scelte di autonomia, ma non mi permetto di interferire. Stimo Orbán, confido in una sua riconferma, è un grande leader, una persona di valore e di coraggio, di cui gli ungheresi e l’Europa hanno bisogno».
Già che c’era, di fronte alla domanda di una giornalista russo alla Stampa estera, il leader della Lega è tornato ad augurarsi una ripresa dell’acquisto di gas e petrolio da Mosca: «In questo momento parlare di business con una guerra in corso è complicato. Ma mi auguro che arrivi presto il giorno in cui si parli di cooperazione sull’energia, di partnership e di trasporti anche con la Russia, a conflitto finito». Alla domanda della giornalista della Tass, Salvini ha scherzato: «Se rispondo all’agenzia russa mi portano via». E la giornalista: «Eh, prima però rispondeva…complimenti per l’abbronzatura, ha passato bene la Pasquetta?».
(da Repubblica)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
A LAVORARE NELLA MACCHINA ORGANIZZATIVA DEL FESTIVAL C’È PURE CRISTINA DRAGUT, LA SOCIA DELLA PREZZEMOLONA CIOCIARA NELL’AZIENDA “SHALLOW” … IL RAPPORTO DI CLAUDIA CONTE CON FEDERICO MOLLICONE
Giornalista, opinionista televisiva, scrittrice, attivista per i diritti delle donne e dei bambini. Claudia Conte è tante cose. E la sua rete di incarichi e rapporti lavorativi non si ferma alle sole prefetture, all’Esercito o alla polizia di Stato. Dal 2025 tra gli incarichi ricoperti dalla professionista, che nei giorni scorsi ha spifferato la sua relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, c’è anche quello di condirettrice artistica al Ferrara Film Festival, la kermesse organizzata dall’omonima associazione culturale finanziata da enti pubblici.
La manifestazione, come già raccontato da Domani, è sponsor di Domus Europa, altro ente in cui Conte lavora come portavoce.
Il Ferrara Film Festival, proprio nel 2025, con l’ingresso della professionista nel team, ha ottenuto 25mila euro dal ministero della Cultura di Alessandro Giuli, al contrario di quanto avvenuto nell’anno precedente quando il progetto è finito nell’elenco delle iniziative non finanziabili per «carenza punteggio minimo».
È molto fitta la ragnatela di legami di lady Viminale. «Il nostro festival ha 11 anni di storie e ha sempre ricevuto i contributi pubblici oltre quelli privati, Conte è un’amica del festival, dallo scorso anno ha assunto questo ruolo perché ne ho stima. L’ho conosciuta perché aveva presentato un cortometraggio, in qualche edizione fa. Riceve un compenso per il suo ruolo di qualche migliaia di euro, tutto rendicontato», dice a questo giornale Maximilian Law, all’anagrafe Massimiliano Stroscio, ideatore e direttore artistico del festival.
In un video su Instagram pubblicato sui social ufficiali di Ferrara Film Festival, in occasione dei suoi dieci anni, viene riproposto anche il messaggio del meloniano Federico Mollicone. Proprio la sua commissione cultura ha promosso insieme al Festival un’iniziativa, a metà ottobre dello scorso anno, «sul valore del contributo femminile nella società contemporanea e nel panorama cinematografico».
Evento nell’ambito della festa del cinema di Roma nel quale ha partecipato lo stesso Mollicone, ma anche Conte, Law e Gabriella Buontempo, presidente del Centro sperimentale di cinematografia. […] Il presidente della commissione cultura è grande amico del festival della città estense che non solo dà spazio a Conte ma anche al suo entourage.
A lavorare nella macchina organizzativa del festival c’è pure Cristina Dragut, la socia della giornalista nell’azienda Shallow. La sua piccola srl ha ricevuto affidamenti diretti dalla regione Campania nel 2023 e nel 2024, quando alla guida c’era Vincenzo De Luca. Nello specifico la Shallow ha ricevuto un appalto da 35mila euro per la promozione degli Stati generali dell’ambiente. Già nel 2023, la società aveva ottenuto un affidamento da 36mila euro per valorizzare la presenza della regione Campania a Ecomondo, grande evento della green economy che si svolge a Rimini.
Appalti importanti per un’azienda che ha fatturato poco più di 100mila euro nel 2023 e 2024. Dragut, per Ferrara Film Festival, si occupa del coordinamento della logistica. L’abbiamo vista nel servizio di È sempre Cartabianca guidare l’auto con Conte sul sedile passeggero. Dello staff, tra gli altri, fa parte anche Marco Simoni, con l’incarico di coordinare il settore del food e del beverage. Simoni è un forte sostenitore della Lega e di Matteo Salvini.
Oltre ai fondi ministeriali, il festival della città estense nel 2024 ha ottenuto pure 25mila euro dal comune di Ferrara, oltre 55mila da quello di Manduria, 10mila euro dalla Regione Emilia-Romagna e più di 150mila da soggetti privati. Sulla manifestazione l’avvocato e consigliere comunale di Ferrara, Fabio Anselmo, ha avanzato una richiesta di accesso agli atti al sindaco per capire quali e quanti finanziamenti abbia preso la manifestazione dove Conte ha un ruolo di primaria importanza.
Ma c’è un altro incrocio tra Conte e Mollicone. Era il 2024 e il meloniano si esprimeva così sulla matrice fascista della strage di Bologna del 2 agosto 1980: «Le sentenze sono un teorema per colpire la destra». Tra chi commentava le insostenibili affermazioni di Mollicone c’era anche Claudia Conte. In tv, nel programma In Onda su La7 ospite in studio per presentare il suo volume, interveniva sul tema: «Credo sia un’opinione personale del deputato Mollicone che chiede più verità . Non credo che tutto il governo Meloni condivida le opinioni di Mollicone, il 2 agosto scorso il ministro Piantedosi ha espresso parole molte nette. Non mi sono piaciute tutte queste polemiche come quelle sollevate da Bolognini. Il governo è antifascista, basta caccia alle streghe», diceva. Corretta dal conduttore, il suo riferimento era a Paolo Bolognesi che ha dato vita all’associazione dei familiari delle vittime della strage.
(da agenzie)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
DI FRONTE ALLA MINACCIA DI TRUMP DI CANCELLARE L’INTERA CIVILTÀ IRANIANA, PREVOST HA DETTO CHIARO E TONDO: “NON È ACCETTABILE” E HA ESORTATO I CITTADINI AMERICANI A MOBILITARSI PER DIRE AI PROPRI RAPPRESENTANTI IN PARLAMENTO: “VOGLIAMO LA PACE” … IL PAPA È RIUSCITO A TENERE UNITI I VESCOVI STATUNITENSI, DIVISI TRA UN’ALA PROGRESSISTA CRESCIUTA SOTTO IL PONTIFICATO DI FRANCESCO A UNA MAGGIORANZA PIÙ CONSERVATRICE
Ha accolto la retromarcia di Trump «con soddisfazione». Il Papa americano non ha
risparmiato la voce per scongiurare un epilogo catastrofico in Iran, i suoi appelli sono stati un controcanto in crescendo alla retorica bellica della Casa Bianca.
«Accolgo con soddisfazione e come segno di viva speranza l’annuncio di una tregua immediata di due settimane», ha commentato ieri, «solo attraverso il ritorno al negoziato si può giungere alla fine della guerra». Sabato alle 18 il Papa presiederà una veglia di preghiera per la pace a San Pietro.
Pur misurato nello stile, nei giorni in cui la Chiesa commemora la passione di Gesù il Pontefice agostiniano è stato via via più esplicito. Lo imponeva il precipitare degli eventi e lo suggeriva il tentativo sempre più sfacciato di utilizzare la simbologia e il linguaggio cristiano da parte della galassia trumpiana.
La domenica delle Palme ha detto che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». Il martedì santo a Castel Gandolfo per la prima volta ha citato espressamente Trump, auspicando che tornasse al tavolo negoziale.
Alla messa del crisma del giovedì santo ha detto che la crocifissione di Gesù ha interrotto «l’occupazione imperialistica del mondo»: parlava dell’impero romano ma molti hanno pensato a quello americano.
L’ex Custode di Terra Santa Francesco Patton, a cui ha affidato le meditazioni della Via Crucis, ha detto che ogni autorità deve rispondere davanti a Dio del potere «di avviare una guerra o di terminarla». «Chi ha il potere di scatenare guerre», ha esclamato Leone a Pasqua, «scelga la pace!».
Di fronte alla minaccia di Trump di cancellare «l’intera civiltà» iraniana, infine, Prevost ha detto chiaro e tondo: «Non è accettabile», la guerra «non risolve niente», e – fatto inusuale – ha esortato i cittadini americani a mobilitarsi per dire ai propri rappresentanti in Parlamento: «Vogliamo la pace»
Il Papa nato a Chicago e la gravità della situazione hanno tenuto uniti i vescovi statunitensi, tradizionalmente divisi tra un’ala progressista cresciuta sotto il pontificato di Francesco a una maggioranza più conservatrice. Con qualche eccezione – il vescovo Robert Barron, da sempre vicino a Trump, ha tentato di sostenere che Leone «non si stava riferendo specificamente alla guerra in Iran» – la riprovazione è stata ampiamente condivisa.
«La minaccia di distruggere un’intera civiltà e il deliberato attacco alle infrastrutture civili non possono essere moralmente giustificati», ha dichiarato monsignor Paul Coakley, presidente della conferenza episcopale a stelle e strisce.
(da Repubblica)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
AFFINI. PRIMI FRA TUTTI, LA COPPIA D’ORO DEL CINEMA TRICOLORE, GIULIO BASE E TIZIANA ROCCA – IL FIUME DI DANARO ALLA COMMEDIA DI PIER FRANCESCO PINGITORE (800MILA EURO), AL BIOPIC SU GIGI D’ALESSIO (UN MILIONE) E AL LEGAL THRILLER CON MANUELA ARCURI … I 140MILA EURO ALLA CINETECA KABUTO CHE SI OCCUPA DI VIDEOGAMES …LA RETROMARCIA (TARDIVA) DI GIULI SULLA BOCCIATURA DEL DOC SU REGENI E LA POLEMICA DELLA SOTTOSEGRETARIA BORGONZONI CHE CHIEDE LE DIMISSIONI DEI RESPONSABILI DELLA VALUTAZIONE
Gli addetti ai lavori lo chiamano “il sistema Mollicone”. Dal nome del responsabile cultura di Fratelli d’Italia, presidente dell’omonima commissione alla Camera, che da tre anni ha messo in piedi un poderoso meccanismo per distribuire — attraverso un manipolo di fedeli — prebende e fondi pubblici ad amici e protegé politicamente affini. Primi fra tutti, la coppia d’oro del cinema tricolore: Giulio Base e Tiziana Rocca. Due gli obiettivi prioritari: promuovere le proprie clientele in un mondo che l’ha sempre tenuto ai margini; sostituire alla presunta egemonia della sinistra quella della destra ora al potere.
Federico Mollicone, classe 1970, figlio di un esponente missino adepto di Ordine nuovo, cresciuto fra i Gabbiani di Colle Oppio frequentati pure dalla futura premier, ha sin da ragazzo un chiodo fisso: occupare la cultura e tutto quel che gli gira attorno.
Avendo mancato per ben due volte il bersaglio grosso — ovvero la poltrona del ministero, destinata prima a Gennaro Sangiuliano e poi ad Alessandro Giuli — ha pensato bene di organizzarsi. Infiltrando i suoi uomini là dove si selezionano film, serie tv, festival, rassegne e premi meritevoli di sovvenzioni statali. Alle cui cerimonie è spesso ospite fisso. Il mezzo prescelto per orientare la narrazione. E far vedere chi conta davvero nel settore, adesso che al governo ci sono loro: i Fratelli.
Sodali di Mollicone sono diversi “esperti” nominati nella commissione contributi selettivi che ha bocciato il finanziamento al documentario su Giulio Regeni, ma ha riconosciuto un fiume di danaro alla commedia di Pier Francesco Pingitore
(800mila euro), al biopic su Gigi D’Alessio (un milione) e al legal thriller con Manuela Arcuri.
Lo stesso schema utilizzato nella commissione ministeriale chiamata a decidere quali attività e iniziative di promozione cinematografica devono essere foraggiate. Con metodi non sempre ortodossi. Come dimostra l’ultima graduatoria. Finita al centro di un piccolo giallo utile a svelare il modus operandi della Mollicone band.
Basta dare una scorsa a chi ne ha beneficiato di più. Intanto Tiziana Rocca, la moglie di Giulio Base, il direttore del Torino Film Festival nonché regista dell’ultima pellicola cara alla destra: Albatross, presentata in pompa magna al cinema Adriano con tutto il gotha di FdI. Ebbene, la nota pr ha incassato dalla commissione promozione quasi mezzo milione.
Alla sua Agnus Dei sono stati assegnati 120mila euro per il Filming Italy Los Angeles 2024 nella sezione dedicata all’internazionalizzazione; altri 100mila per il Filming Italy Sardegna 2025, la dotazione più alta delle rassegne; ulteriori 100mila euro per il Producer italian award 2025, nella sezione premi. Cui vanno aggiunti i 130mila euro dati al Taormina Film Festival di cui Rocca è direttrice artistica.
Come non bastasse anche il marito ha ricevuto soldi pubblici: per la rassegna organizzata all’Istituto italiano di Cultura in Spagna, normalmente finanziato dal ministero degli Esteri e ora pure da quello guidato da Giuli, ma solo per pagare il curatore. Chi invece ha fatto un salto enorme è stata la cineteca Kabuto, passata nel giro di un anno da 50mila a 140mila euro, il record della sezione.
Inutile sorprendersi però: i fondatori di questa srl romana che si occupa di videogames sono molto cari a Mollicone. Con la commissione Cultura della Camera hanno in corso un progetto per valorizzare il mondo dei giochi virtuali, applicati al cinema, ovviamente.
Per non parlare dei 35mila euro assegnati all’associazione sportiva dilettantistica Puntoevirgola per un festival ai Castelli romani. Della serie: cosa non si fa per gli amici (di Federico e della destra). Specie se i soldi non sono i tuoi, ma quelli dell’erario.
(da Repubblica)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
MARINA BERLUSCONI, “PROPRIETARIA” DI FORZA ITALIA, VUOLE LO SCALPO DEL FEDELISSIMO E CONSUOCERO DI TAJANI: LA CAVALIERA SI PREPARA A INCONTRARE (ALLA PRESENZA DI GIANNI LETTA) QUEL MERLUZZONE LESSO DI TAJANI – RESTA IL NODO DEI CONGRESSI REGIONALI, CHE IL MINISTRO DEGLI ESTERI INTENDE CELEBRARE ENTRO MAGGIO, PER BLINDARSI (LE ATTUALI TESSERE FANNO CAPO A LUI)
L’exit strategy per Paolo Barelli è stata messa a punto e infatti l’incontro tra Marina
Berlusconi e Antonio Tajani, atteso da quando è stata bocciata la riforma della giustizia al referendum, sta prendendo forma. Le agende si sono incrociate, le distanze tra i due si stanno accorciando, e la data segnata sul calendario sarebbe quella di domani.
L’attuale presidente dei deputati di Forza Italia, dopo forti resistenze, sarebbe pronto a lasciare, forse già oggi, in nome di quel rinnovamento che viene evocato dalla famiglia Berlusconi.
L’accordo sulla linea Roma-Milano prevede che sia Tajani a indicare il successore del suo fedelissimo e consuocero Barelli cercando comunque di accontentare le due anime azzurre. La bilancia per il segretario azzurro penderebbe per Pietro Pittalis o Andrea Orsini, ma sono considerati troppo vicini a lui.
Per questo in pole c’è Enrico Costa, punto di equilibrio e figura di mediazione che piace anche alla famiglia Berlusconi. Sarebbero stati esclusi invece Giorgio Mulè e Deborah Bergamini, perché troppo sbilanciati dall’altra parte.
Per Barelli, che rappresenta il partito al tavolo delle nomine, si prospetterebbe un posto da sottosegretario nell’esecutivo. Questa è la richiesta che l’attuale capogruppo, assente da giorno a Montecitorio, ha messo sul tavolo in cambio di un suo passo indietro. Le caselle vacanti nel sottogoverno sono cinque; una alla Farnesina (lasciata libera da Giorgio Silli, diventato segretario generale dell’Organizzazione internazionale italo-latino americana, Lila), che però spetterebbe a Noi moderati; una al dicastero di via Arenula dopo le dimissioni di Andrea Delmastro; una alla Cultura, al posto di Gianmarco Mazzi, approdato al ministero del Turismo; una al ministero dell’Università per sostituire Augusta Montaruli, e infine la poltrona al Mimit per il dopo Bitonci. Ed è quest’ultima casella a cui mira Barelli per occuparsi in particolare di energia.
Risolta la questione Barelli, il faccia a faccia tra Marina Berlusconi e Tajani, alla presenza di Gianni Letta, servirà per discutere delle nomine nelle società partecipate, e anche dei congressi regionali. La famiglia dell’ex premier chiederà al segretario di condividere un cronoprogramma. Il vicepremier li aveva annunciati per aprile e maggio, per poi arrivare presto al congresso nazionale che dovrebbe incoronarlo di nuovo segretario. Ma, con ogni probabilità, dovrà rinunciare questo sprint.
Si parla infatti di congressi regionali a macchia di leopardo, anche per dilatare i tempi. Lo scontro ruota intorno alle tessere, oggi nelle mani di Tajani che dunque, secondo i suoi detrattori, continuerebbe a controllare il partito grazie a congressi celebrati in fretta e furia senza dare agli avversari la possibilità di strutturarsi.
Tra gli azzurri dunque ci sarebbero dei malumori sull’opportunità di celebrarli ora. Molti, non solo la minoranza interna, vorrebbero rinviarli a un momento successivo.
Come dimostra la lettera firmata da tre parlamentari campani: il senatore Francesco Silvestro, che con questa mossa si allontana dal segretario Fulvio Martusciello, e i deputati Annarita Patriarca e Pino Bicchielli. Parlano di una «fase politica complessa, in continua evoluzione» in vista delle amministrative, dunque si ritiene «opportuno e responsabile sollecitare una sospensione della stagione congressuale».
È l’aria che si respira in tante regioni, tra cui la Lombardia che potrebbe essere la prossima a ribellarsi. Alla luce di queste tensioni, la proposta che arriverà sul tavolo dell’incontro sarebbe quella di celebrare i congressi regionali nell’arco di un anno e giungere al congresso nazionale dopo le elezioni Politiche.
Così, solo alla luce del risultato elettorale, si avrà più contezza nella scelta del nuovo segretario.
(da “la Repubblica”)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
DATE, CANDIDATI E COME FUNZIONA IL VOTO… NEI SONDAGGI MAGYAR AVENTI DI SETTE PUNTI, MA I SOVRANISTI LE HANNO TENTATE TUTTE, SONO ESPERTI DI FRODI ELETTORALI
Domenica 12 aprile gli elettori ungheresi sono chiamati alle urne per rinnovare il Parlamento in una delle elezioni più incerte degli ultimi vent’anni. Per la prima volta dal suo ritorno al potere nel 2010, Viktor Orbán arriva al voto da inseguitore nei sondaggi, incalzato dall’ex alleato Péter Magyar, oggi leader del partito Tisza. Il quadro demoscopico, pur con divergenze tra istituti, mostra una tendenza consolidata: l’opposizione è avanti, anche se resta un’ampia quota di indecisi e un sistema elettorale che potrebbe ancora favorire il partito di governo.
In gioco non c’è però solo la leadership del Paese, ma anche il posizionamento internazionale dell’Ungheria e i suoi rapporti con l’Unione Europea.
Quando si tengono le elezioni in Ungheria 2026: le date del voto e dei risultati
Le elezioni legislative si svolgeranno domenica 12 aprile 2026. I seggi resteranno aperti per l’intera giornata e i primi risultati parziali sono attesi già in serata, mentre quelli definitivi arriveranno tra la notte e le ore successive, una volta completato lo scrutinio nazionale. Il voto riguarda il rinnovo dell’Assemblea Nazionale (Országgyűlés), composta da 199 deputati, e rappresenta il passaggio politico più rilevante per il Paese dall’ultima tornata del 2022.
Chi sono i candidati in Ungheria per le elezioni legislative
Il confronto principale è tra due figure politiche molto diverse tra loro: da un lato c’è Viktor Orbán, al potere da oltre un decennio e leader di Fidesz, artefice della trasformazione del sistema politico ungherese in senso centralizzato e della cosiddetta “democrazia illiberale”. Dall’altro Péter Magyar, ex uomo del sistema Fidesz, diventato in poco tempo il principale sfidante. Con il suo partito Tisza ha costruito una campagna centrata su lotta alla corruzione, ripristino dello Stato di diritto e riavvicinamento all’Europa. Accanto a loro restano forze minori, tra cui il partito di estrema destra Mi Hazánk, che potrebbe avere comunque un ruolo decisivo nella formazione di un’eventuale maggioranza.
Come funziona il voto in Ungheria: la legge elettorale
Il sistema elettorale ungherese è misto e combina maggioritario e proporzionale.
106 seggi sono assegnati in collegi uninominali con sistema secco (vince chi prende più voti);
93 seggi vengono distribuiti con metodo proporzionale su liste nazionali;
È prevista una soglia di sbarramento al 5%.
Questo meccanismo tende a favorire il partito più forte nei collegi, motivo per cui non basta vincere in percentuale nazionale: per ottenere la maggioranza parlamentare serve infatti un vantaggio solido e ben distribuito sul territorio. Negli ultimi anni, modifiche ai collegi elettorali hanno tra l’altro rafforzato il peso delle aree più favorevoli al governo, aumentando l’incertezza sull’esito finale.
Péter Magyar in vantaggio su Viktor Orbán negli ultimi sondaggi
Le ultime rilevazioni confermano un trend ormai stabile: Péter Magyar è avanti su Viktor Orbán. Secondo il sondaggio Iranytu:
tra gli elettori che hanno già deciso, Tisza è al 51% contro il 40% di Fidesz
sull’intero elettorato, Tisza si attesta al 41%, Fidesz al 34%;
gli indecisi restano circa il 18%.
Altri istituti, come Median, ipotizzano invece addirittura una maggioranza qualificata per Magyar, scenario che gli permetterebbe di intervenire sulle riforme istituzionali e sul sistema costruito da Orbán negli ultimi quindici anni.
Tuttavia, non tutti i sondaggi concordano: alcune rilevazioni vicine al governo mostrano infatti una gara tutt’altro che chiusa, segno che l’esito resta ancora profondamente incerto.
La rilevanza europea di queste elezioni
Queste elezioni, però, vanno ben oltre i confini ungheresi. L’Ungheria di Viktor Orbán è stata infatti negli ultimi anni uno dei principali elementi di frizione all’interno dell’Unione Europea, in particolare su Stato di diritto, politiche migratorie e rapporti con la Russia. Una vittoria di Péter Magyar potrebbe riaprire il dialogo con Bruxelles, sbloccare miliardi di fondi europei congelati, ridisegnare gli equilibri politici nel Consiglio UE
Al contrario, una riconferma di Orbán consoliderebbe una linea sovranista già radicata, con effetti anche sugli equilibri interni all’Unione e sui rapporti con Mosca e Kiev. Per questo, il voto del 12 aprile è visto con molta attenzione in Europa, ma anche e sopratutto a livello internazionale: il risultato potrebbe segnare un cambio di fase politico in uno dei Paesi più strategici dell’Europa centrale.
(da Fanpage)
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