Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
PAGLIA, NEL 2024, DISSE: “VANNACCI HA MACCHIATO L’UNIFORME. IL SUO PENSIERO NON È IL PENSIERO DELLA DIFESA. NOI SIAMO LONTANI ANNI LUCE DA QUELLO CHE LUI CONTINUA A DIRE. LA CANDIDATURA? SAPPIAMO BENISSIMO CHE NON AVREBBE RAGGIUNTO LA TERZA STELLA”
«Fosse per me, basterebbe una calibro 7,62». È la minaccia di morte indirizzata a mezzo social, insieme a diversi altri insulti, al tenente colonnello dell’Esercito Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare e consigliere del ministro della Difesa Guido Crosetto che nelle scorse settimane aveva espresso dure critiche rispetto alla strumentalizzazione delle Forze Armate nella campagna elettorale del generale in pensione Roberto Vannacci.
Tra i due militari, spiega Paglia, «non ci sono questioni personali e io non parlo a nome mio ma dell’istituzione che rappresento». Il messaggio, accompagnato da un riferimento esplicito a un’arma da fuoco, è servito a Paglia per sporgere denuncia. Nessuna replica sullo stesso terreno, nessuna escalation sui social: ha scelto di rivolgersi alle autorità. «La rete non è una zona franca», spiega confessando di aver temuto che prima o poi una minaccia sarebbe arrivata, visto il tenore dei messaggi già ricevuti.
La ragione delle critiche di Paglia a Vannacci è precisa: secondo il consigliere di Crosetto, Vannacci contribuirebbe, con alcune sue posizioni, a dare un’idea della Difesa falsa e profondamente ingiusta: quella di un ambiente chiuso, omofobo e razzista. È anche per difendere l’immagine degli uomini e delle donne in uniforme che Paglia ha preso pubblicamente le distanze da quelle posizioni.
«Mi è capitato spesso – racconta aLa Stampa – di andare nelle scuole e ricevere da studenti e docenti esclamazioni tipo «allora i militari non sono tutti come Vannacci».
Questo mi ha fatto capire quanto questa retorica da campagna elettorale faccia male alla Difesa e soprattutto a chi indossa l’uniforme».
Il tenente colonnello spiega anche di aver voluto denunciare non per suscitare compassione o scatenare un caso quanto piuttosto per dimostrare quanto il livello della discussione pubblica sia diventato violento e senza regole. «Ovvio che non fa comodo tenere a freno questi odiatori da tastiera», aggiunge.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“IL 2028 POTREBBE METTERE ALLA PROVA UNA CERTEZZA DELLA POTENZA AMERICANA: LE AMMINISTRAZIONI CAMBIANO, LA REPUBBLICA RESTA. SE QUESTA CERTEZZA VACILLA, CAMBIA IL CALCOLO STRATEGICO DI ALLEATI, AVVERSARI E MERCATI. E LA DOMANDA VA OLTRE TRUMP: PUÒ L’AMERICA RESTARE UNA SUPERPOTENZA DEMOCRATICA SE IL MONDO DUBITA DELLA SUA CAPACITÀ DI CAMBIARE PACIFICAMENTE CHI GOVERNA?”
Mentre negli Usa è in corso la campagna per le elezioni di midterm, Trump continua a evocare una
possibile terza candidatura alle presidenziali del 2028. Il XXII Emendamento vieta un terzo mandato e modificarlo richiederebbe una revisione costituzionale quasi impraticabile.
Il problema è anche il principio dell’alternanza. Una democrazia è solida non perché chi governa può vincere, ma perché può perdere e, se perde, deve lasciare il potere.
Il XXII Emendamento nasce da questa lezione.
Roosevelt fu eletto quattro volte, durante la Grande Depressione e la seconda guerra mondiale. Dopo di lui il limite dei due mandati divenne costituzionale: nessun presidente è indispensabile alla Repubblica. Il rischio più serio è una democrazia che continua a votare ma diventa meno contendibile.
L’erosione comincia spesso dalle regole: circoscrizioni, requisiti di voto, procedure, certificazione dei risultati. Il primo passo verso l’autocrazia non è abolire le elezioni. È rendere più difficile perderle. Il precedente del 2020, quando Trump contestò la sconfitta, rende il rischio concreto. La domanda è quale sistema elettorale arriverà al 2028, con quali regole e contrappesi. Il pericolo è un voto formalmente libero ma un’alternanza sempre più difficile.
Le midterm del 2026 saranno un test cruciale: misureranno il consenso di Trump; diranno se il Partito Repubblicano resta un partito di governo o diventa il partito di Trump; mostreranno se il sistema americano sa rispettare un risultato contrario alla Casa Bianca.
La domanda decisiva non sarà chi vincerà, ma cosa farà il potere se perderà.
Nel frattempo, i riferimenti alle prossime presidenziali sono per Trump uno strumento di potere: rinviano la successione, massimizzano la lealtà dei collaboratori e congelano gli eredi. Finché resta virtualmente candidato, nessun successore può emanciparsi.
Soprattutto, spostano il confine del politicamente accettabile: il limite costituzionale può diventare negoziabile.
Le implicazioni sono anche geopolitiche. La potenza americana non è solo forza militare, dollaro, tecnologia ed economia. È anche prevedibilità istituzionale. Gli alleati possono adattarsi a un’America più isolazionista o più interventista; molto più difficile è adattarsi a un’America nella quale non sia chiaro come e quando il potere cambia mano. La prevedibilità è una forma di potenza.
Per partner e alleati una successione incerta spinge a costruire capacità proprie poiché l’autonomia strategica diventa un’assicurazione contro l’imprevedibilità americana.
Se Washington mettesse in discussione il limite dei due mandati, perderebbe credibilità nel contrapporre ai regimi autoritari il potere democraticamente alternabile. Pechino e Mosca ne trarrebbero vantaggio e potrebbero sostenere che anche negli Usa il potere personale può diventare permanente.
Pechino non ha bisogno di un’America autoritaria: le basta un’America assorbita dalla propria guerra politica interna, dove ogni successione possa diventare una crisi istituzionale.
Una superpotenza ha bisogno di forza, ma anche di continuità istituzionale. Gli alleati devono poter prevedere la successione; gli avversari la stabilità del sistema.
Per questo il 2028 è cruciale: non solo perché Trump possa candidarsi, ma perché potrebbe mettere alla prova una certezza della potenza americana: le Amministrazioni cambiano, la Repubblica resta.
Se questa certezza vacilla, cambia il calcolo strategico di alleati, avversari e mercati. E la domanda va oltre Trump: può l’America restare una superpotenza democratica se il mondo dubita della sua capacità di cambiare pacificamente chi governa?
Ettore Sequi
per “La Stampa”
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
AL BELLIMBUSTO TRUMPIANO NON SONO PIACIUTI GLI ARTICOLI CHE HANNO SPUTTANATO LA MARINA PER LE CONDIZIONI INDEGNE DELLA PORTAEREI LINCOLN … E QUINDI VIA IL PRESIDENTE DELLA CASA EDITRICE, MAX LEDRERE, IL DIRETTORE, ERIK SLAVIN, E L’INVIATA LARA KORTE, PER “INSUBORDINAZIONE”
Stars and Stripes , stelle e strisce, è un quotidiano militare americano dalla storia antichissima (fondato nel 1861, durante la guerra civile) dedicato alle questioni riguardanti i membri delle forze armate, negli Stati Uniti e all’estero; tecnicamente, il giornale opera all’interno del ministero della Difesa ma ne è editorialmente separato e la sua indipendenza è (o meglio: dovrebbe essere) salvaguardata dal Congresso.
Indipendenza che è elemento fondamentale della sua credibilità. Indipendenza assai mal vista dal ministro Pete Hegseth: al punto che a gennaio il Pentagono aveva avviato un processo per «modernizzare» il quotidiano, e «riorientare il suo contenuto» in base alla disciplina militare (cioè, tradotto dal politichese: eseguire gli ordini).
C’era un garante dei lettori incaricato dal Congresso (Jacqueline Smith): licenziata a aprile. Un addetto stampa ministeriale è stato nominato dal ministero come nuovo vicepresidente della casa editrice.
L’altra sera, Hegseth ha licenziato il presidente della casa editrice Max Lederer (che aveva appena annunciato il ritiro citando disaccordi «fondamentali» con la leadership ministeriale), il direttore Erik Slavin, l’inviata in Medio Oriente Lara Korte.
Motivo? «Insubordinazione», per un’intervista a Cbs Sunday Morning di luglio in cui Slavin definiva un’ipotetica censura sul suo lavoro una «linea rossa» e riaffermava l’indipendenza del giornale, mentre Korte affermava di lavorare per Stars and Stripes , non per il Pentagono.
Slavin aveva definito la libertà del suo (eccellente) giornale «una trincea». La purga avviene — la coincidenza è spiacevole — subito dopo le cronache di Stars and Stripes sulle condizioni molto preoccupanti dell’equipaggio della portaerei Lincoln che era rimasta bloccata in Medio Oriente per nove mesi (un record), tra guasti degli impianti a bordo e perfino tentativi di suicidio tra i cinquemila membri dell’equipaggio (uno dei quali si era buttato a mare, poi salvato).
(da Corriere della Sera)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IN QUESTO BAILAMME, IL RAS MELONIANO EDMONDO CIRIELLI CHE FA? RILASCIA UN’INTERVISTA SURREALE AL “MATTINO” IN CUI LODA ROBERTO FICO, IL GRILLINO CHE L’HA SCONFITTO MALAMENTE ALLE REGIONALI… CIRIELLI HA SCATENATO IL PANICO TRA I DIRIGENTI DI FDI: “FICO HA IL MIO SOSTEGNO, SI È LIBERATO DI VINCENZO DE LUCA”
Melonellum o Rosatellum, Giorgia Meloni dovrebbe sentire il Campanellum (d’allarme) che arriva
dalla Campania. La terza regione d’Italia, un tempo non remoto ottimo bacino elettorale del centrodestra, è diventato un bastione inespugnabile per il centrosinistra. Qui il No al Referendum ha ottenuto percentuali da record, qui Fratelli d’Italia alle ultime regionali e amministrative ha fatto segnare percentuali da profondo rosso (anzi nero).
Ma il futuro si annuncia addirittura peggiore: mentre Fdi ha messo nel mirino Giuseppe Conte, considerato a giusta ragione l’avversario numero uno, il ras campano del partito, Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri, ha rilasciato una intervista al Mattino che ha fatto saltare sulla sedia a sdraio tutti gli addetti ai lavori.
“Fico ha il mio sostegno, si è liberato di De Luca”, afferma Cirielli, che proprio da Roberto Fico è stato sonoramente sconfitto alle ultime regionali. Non c’è bisogno di leggere i commenti sulla pagina Facebook del “Mattino” per immaginare lo sconcerto di dirigenti e militanti di Fdi.
In un momento così critico, con la Meloni fischiata a Taranto, con Conte che azzanna a tutto spiano, il leader di Fdi in Campania si lancia in un elogio del Presidente di Regione del M5s che governa con la coalizione che si riproporrà unita alle politiche. Perché? C’è chi maligna che il consociativismo che regna in Campania sia un modo per stare tranquilli anche se il centrodestra dovesse perdere le politiche.
Fatto sta che Roberto Vannacci non si è fatto sfuggire l’occasione, e sulla sua pagina Fb ufficiale ha pubblicato l’articolo con un commento al vetriolo: “Destra fluida e slavata”, ha scritto il generale, “a questo punto e’ un complimento. L’alleanza tra questo sedicente centrodestra e la sinistra è sancita. E ancora c’è qualcuno che predica il voto utile. Utile a chi? A Fico? Futuro Nazionale: l’unica destra autentica”.
(da Dagoreport)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
SONO PASSATE DUE SETTIMANE E IL DICASTERO GUIDATO DA QUEL MERLUZZONE DI TAJANI NON HA FORNITO SPIEGAZIONI (MA HA CORRETTO LA GRAFICA) … QUALCHE GIORNO PRIMA DELLA GAFFE, IL 2 AGOSTO, ERA ENTRATO IN VIGORE IL REGOLAMENTO EUROPEO SULL’IA, CHE STABILISCE REGOLE PRECISE SUI CONTENUTI DIFFUSI E IL MODO IN CUI VENGONO ORIGINATI
Siamo in mano a degli analfabeti. Guardate questo logo, guardate cosa c’è scritto: Repubblica Faeliana invece di Repubblica Italiana. La Farnesina ha pubblicato questo comunicato stampa (tra l’altro sulla questione Spagna – quando il fato delle figure DM si accanisce) con lo stemma della Repubblica generato dall’AI, probabilmente anche una AI a basso costo, sbagliando la parola Italiana.
Succede? Si, succede. L’IA sbaglia. Lo sappiamo da anni.
Ma il problema è che l’AI, che io sappia, non lavora alla farnesina nè ne è dichiarato l’uso. Gli umani si, invece, che lavorano lì.
E allora, innanzitutto serve trasparenza: quale AI usa il nostro Ministero? È gestita? È governata? O è un account free di Gemini o di Chat GPT usato in modo personale da dipendenti o funzionari?
C’è l’obbligo di dichiararlo e noi abbiamo il diritto di saperlo (ma nessun giornalista lo chiede, si preoccupano tutti solo del fun fact).
In secondo luogo, questo fatto denota una mancanza di procedure e revisione che per un ministero è un fatto gravissimo. Perché qualcuno genera l’immagine, qualcuno la approva, qualcuno la pubblica sull’account ufficiale di un Ministero. E nessuno, lungo questa gloriosa catena, se ne accorge.
Ed oggi è un errore banale (ma non troppo visto che è il nostro stemma in un comunicato ufficiale verso l’estero), ma domani potrebbe essere una piccola clausola alterata in un accordo internazionale, ancora meno visibile.
In terzo luogo, appena sei giorni prima, era entrato in vigore l’obbligo di etichettatura e trasparenza per i contenuti generati dall’AI. E il primo a fare il furbo usando l’AI come scorciatoia senza dichiararlo è nientemeno che il ministero degli Esteri.
Scioccante.
L’immagine è stata ovviamente cancellata dai social. Nulla è stato detto sull’accaduto. Come se niente fosse.
Perfetto. Altro che paura dell’intelligenza artificiale. A me preoccupa molto di più quella naturale.
(da Dagoreport)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
SCENE CHE RICORDANO IL SETTEMBRE DEL 2022, QUANDO MIGLIAIA DI UOMINI LASCIARONO IL PAESE PER LA GUERRA CON L’UCRAINA
Una nuova fuga dalla Russia verso la Georgia sta interessando il valico di Verkhny Lars, uno dei
punti di uscita più osservati fin dall’inizio della guerra in Ucraina. Secondo i dati riferiti dal Servizio doganale federale russo, nella sola giornata del 18 agosto oltre 20mila persone avrebbero attraversato il confine tra i due Paesi.
Non si tratterebbe di un fenomeno limitato a poche ore. Le autorità russe hanno riferito di avere registrato «dinamiche simili» anche nei giorni precedenti. Tra il 15 e il 16 agosto, oltre 19mila persone erano transitate attraverso lo stesso checkpoint.
Numeri che acquistano un significato particolare mentre in Russia cresce il timore di una nuova mobilitazione militare destinata ad alimentare le forze impegnate nella guerra contro l’Ucraina.
Verkhny Lars, la porta per lasciare la Russia
Il valico di Verkhny Lars rappresenta un punto strategico perché costituisce l’unico attraversamento terrestre tra Russia e Georgia. Da qui passa una delle principali vie utilizzate dai cittadini russi che vogliono raggiungere il Caucaso meridionale senza prendere un aereo.
Il traffico degli ultimi giorni ha riportato l’attenzione proprio su questa frontiera, già diventata uno dei simboli dell’esodo russo dopo l’invasione dell’Ucraina.
Il 13 agosto il confine era rimasto temporaneamente chiuso per diverse ore a causa dell’esondazione di un fiume. Dopo la riapertura, però, il flusso è ripreso rapidamente, fino ai numeri eccezionali registrati nei giorni successivi.
Il precedente del 2022 dopo l’annuncio di Putin
Le immagini di Verkhny Lars riportano inevitabilmente al settembre 2022. Dopo l’annuncio della mobilitazione parziale da parte di Vladimir Putin, migliaia di cittadini russi, soprattutto uomini in età militare, tentarono di lasciare il Paese per evitare la chiamata alle armi.
Al confine con la Georgia si formarono allora code lunghe chilometri. Automobili ferme per ore, persone a piedi e uomini che abbandonavano i propri mezzi pur di raggiungere il checkpoint trasformarono quella strada di montagna in uno dei luoghi simbolo della fuga dalla mobilitazione.
Georgia, Armenia, Kazakistan e altri Paesi raggiungibili con relativa facilità dalla Federazione Russa accolsero in poche settimane decine di migliaia di cittadini russi.
Il timore di una nuova mobilitazione
Il nuovo aumento dei transiti arriva mentre la prosecuzione della guerra in Ucraina continua a imporre a Mosca un enorme fabbisogno di uomini. Proprio la possibilità che il Cremlino possa ampliare ulteriormente il reclutamento alimenta da tempo timori tra la popolazione.
I dati sui passaggi di frontiera, da soli, non permettono tuttavia di stabilire quanti dei cittadini transitati abbiano effettivamente lasciato la Russia per sottrarsi alla mobilitazione. Una parte del movimento può dipendere dal normale traffico estivo e dagli spostamenti accumulati dopo la temporanea chiusura del confine del 13 agosto.
Resta però significativo il confronto con quanto accadde quattro anni fa. Verkhny Lars torna a registrare un flusso eccezionale proprio mentre la guerra entra in una nuova fase e cresce l’incertezza sulle prossime decisioni di Mosca.
Oltre 20mila attraversamenti in ventiquattr’ore
Il dato più impressionante rimane quello del 18 agosto: più di 20mila persone in una sola giornata. Un movimento che le stesse autorità russe descrivono come parte di una tendenza osservata per diversi giorni consecutivi.
Per capire se si tratti dell’inizio di un nuovo esodo sarà necessario osservare i numeri delle prossime giornate. Ma il confine russo-georgiano è tornato ancora una volta a essere un termometro delle tensioni interne alla Russia: lo stesso luogo nel quale, nel 2022, divennero immediatamente visibili gli effetti della decisione di Putin di mandare centinaia di migliaia di riservisti al fronte.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA SEGRETARIA DEL PD CHIEDE MISURE DI SOSTEGNO PER FAMIGLIE E IMPRESE
A due giorni dalla scadenza del taglio delle accise, prevista per il 25 agosto, l’opposizione torna a incalzare il governo sul caro carburante, proprio mentre i prezzi di benzina e gasolio toccano i livelli più alti dallo scoppio della guerra in Ucraina. Nelle scorse ore, il ministro Giancarlo Giorgetti ha firmato una lettera insieme ad altri ministri europei per chiedere di tassare gli extraprofitti delle società energetiche. Ma se anche l’appello dovesse essere accolto, ci vorrebbero diversi mesi prima che Bruxelles possa introdurre una misura del genere.
La proposta di Schlein contro il caro carburanti
Ed è proprio sull’assenza di iniziative sul breve termine che la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, incalza il governo. «In attesa che la proposta raccolga il consenso necessario a livello Ue, Meloni e Giorgetti passino dalle parole ai fatti, assumano l’iniziativa e introducano questa tassa a livello nazionale», è la posizione di Schlein, anticipata dal Corriere. «I prezzi dei carburanti – fa notare la segretaria del Pd – superano ormai dappertutto i 2 euro al litro e tra due giorni scade il taglio dell’accisa sul diesel. Le misure tampone non bastano più. È necessario adottare subito misure di sostegno per le famiglie e le imprese più fragili e mettere in campo una vera strategia per ridurre strutturalmente i costi dell’energia. Una tassa sugli extra profitti energetici può dare un contributo importante per finanziare questi interventi».
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
SE I GIUDICI DOVESSERO RAVVISARE ELEMENTI CRITICI SULL’ATTUALE SISTEMA DI VOTO E CHIEDERE UN VERDETTO ALLA CORTE COSTITUZIONALE, CI SAREBBERO CONSEGUENZE ANCHE PER IL MELONELLUM … LA CONSULTA POTREBBE INFATTI ESPRIMERSI SUI ALCUNI PUNTI CRITICI DELLA LEGGE ELETTORALE CARA A MELONI, COME IL PREMIO DI MAGGIORANZA E IL LISTONE BLOCCATO
C’è una data da segnare sul calendario. Il prossimo 29 ottobre, infatti, la Corte di Cassazione dovrà
esprimersi sull’attuale sistema di voto, il Rosatellum. Alcuni elettori hanno presentato ricorso sostenendo che ci siano al suo interno diversi elementi di incostituzionalità. Se i giudici dovessero dare ragione ai ricorrenti, potrebbero esserci effetti anche sulla legge elettorale in corso di discussione. Il Comitato Iniziative Popolari, infatti, sostiene che alcune criticità accomunino tanto il Rosatellum quanto il Melonellum, a partire dalle forzature nell’approvazione dei due testi.
Tradotto: se la Cassazione rimetterà il Rosatellum alla Corte Costituzionale, la stessa Consulta finirà per esprimersi anche sulle criticità denunciate riguardo la legge elettorale che il centrodestra vuole approvare a settembre.
Le questioni già all’esame sul Rosatellum dimostrano quali potrebbero essere le possibili ricadute sul Melonellum, come evidenziate da Marco Ladu, professore associato di diritto costituzionale all’università eCampus.
Si parte dalle diverse soglie di sbarramento, che potrebbero lasciare privi di rappresentanza milioni di elettori. E si continua “con la sede regionale del voto per il Senato, che viene superata a livello nazionale per la distribuzione dei seggi ma viene invece mantenuta per la loro specifica attribuzione ai partiti e ai candidati nelle varie circoscrizioni”. […]
Ci sono anche gli svantaggi per i partiti outsider, obbligati a raccogliere firme su firme per la loro sopravvivenza. Ma ad essere escluse sono anche le formazioni con consensi elettorali superiori a quelli degli insider.
Per il Comitato è una “discriminazione”, poiché non verrebbe rispettato l’indice di rappresentatività reale. Ma il nodo centrale resta l’impossibilità per l’elettore di scegliere liberamente chi dovrà rappresentarlo. Un’evidente difficoltà causata dalle liste bloccate, pluricandidature, listone nazionale del premio e dall’assenza del voto di preferenza. Anche l’emendamento sulle preferenze manterrebbe infatti i capilista bloccati.
(da il Fatto Quotidiano)
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Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile
PERCHÉ LA DUCETTA SI È LANCIATA NELLA RIFORMA ELETTORALE CHE POTREBBE FARLA PERDERE, E FA INCAZZARE I PEONES DI LEGA E FORZA ITALIA (CHE POTREBBERO BOCCIARGLIELA CLAMOROSAMENTE IN PARLAMENTO)?
In uno scenario ottimistico Fratelli d’Italia pensa di poter raggiungere il 26%: mancherebbe il 16% all’obiettivo (l’1% dovrebbe essere garantito da Noi moderati). Il problema è che le ultime rilevazioni indicano azzurri e leghisti in calo. Una tendenza che rischia di mandare in frantumi ogni possibile compromesso tra alleati già nelle prossime settimane.
Fermiamoci un attimo su questo numero e analizziamolo alla luce della super media dei sondaggi elaborata periodicamente da Youtrend. L’ultima risale a fine luglio e attesta FI all’8% e il Carroccio al 5,9%. Totale: 13,9%, in discesa. Nessuno può ovviamente sapere se un ulteriore arretramento nel consenso possa essere compensato da un incremento dei Fratelli. Ma di certo, nella stessa rilevazione ai meloniani viene attribuito il 26,7%: anche con il contributo di Maurizio Lupi la coalizione si fermerebbe sotto il 42%.
Eppure, palazzo Chigi sembra voler andare comunque avanti. La ragione? Ai vertici del governo autorevoli fonti la spiegano così: se anche Meloni fallisse quota 42%, la crescita delle forze esterne ai due poli potrebbe frenare anche la corsa del centrosinistra, negando al Campo Largo il bonus di maggioranza.
In altri termini: non solo Roberto Vannacci a destra, ma anche Carlo Calenda al centro e Potere al popolo a sinistra dovrebbero danneggiare i progressisti. Con un’incognita in più: la potenziale nascita di un soggetto concorrente rispetto al Movimento, guidato da Alessandro Di Battista. In ogni caso, e sempre dando retta alla super media, l’alleanza tra Pd, M5S, Avs, Italia Viva e +Europa si attesterebbe al 44,5%.
Meloni, comunque, sembra muoversi ipotizzando che il centrosinistra non raggiunga quella soglia. Per l’attuale legge, in assenza di una coalizione capace di accaparrarsi il 42%, scatta un proporzionale puro.
Ed è qui che ci si imbatte nel piano B della premier, almeno ad ascoltare le stesse fonti. È la teoria del “doppio forno”, un’alleanza post elettorale con chi è rimasto fuori dalle alleanze. Non il massimo per chi ha promesso coerenza e niente accordi all’indomani delle elezioni, ma neanche uno schema da larghe intese classiche. Fosse per la presidente del Consiglio, la strada migliore condurrebbe a un patto con Calenda. Non è detto, però, che i numeri di Azione bastino allo scopo. E dunque, potrebbe aprirsi una delicatissima trattativa con Futuro nazionale.
Non sono percorsi agevoli, né scenari a cui affidarsi a cuor leggero. E infatti in questa fase tutti si tormentano attorno al “pericolo 15%”. Di nuovo: conviene a Meloni lanciarsi in una riforma che al momento non sembra garantirle neanche di poter competere per il bonus?
Senza trascurare il dilemma che assilla berlusconiani e leghisti prima del decisivo passaggio in Senato: è ragionevole per gli alleati di FdI consegnarsi a una riforma che rischia di renderli irrilevanti? Fin dal primo momento, Antonio Tajani e Matteo Salvini hanno tentato di rassicurare le truppe, preoccupate dall’addio ai collegi e dall’introduzione delle preferenze, promettendo: saremo “ricompensati” con numerosi seggi nel listone previsto per il premio.
Un modo per bilanciare lo strapotere di FdI, hanno spiegato ai gruppi parlamentari in allarme. Anche perché, come già raccontato da questo giornale, il 5-6% assegnerebbe al Carroccio, in assenza del bonus per i vincitori, soltanto 30-35 eletti (un terzo degli attuali).
È per questo che soprattutto l’ala lombarda chiede a Salvini garanzie prima del voto di settembre a Palazzo Madama: pretende potere sulle liste e potrebbe non fidarsi delle promesse del capo, affossando la legge. E lo stesso vale per FI, dove non si placano i dubbi di Marina Berlusconi per un sistema di voto che, con le preferenze, consegna a Tajani il controllo degli eletti visto che tutti i ras del consenso sono dalla sua parte.
Nonostante i dubbi, Meloni dovrebbe andare avanti. Convinta che il voto palese al Senato favorisca l’ok alla legge. Altro discorso è la conta finale a Montecitorio, dove potrebbero invece sfogarsi i franchi tiratori. Con effetti ovviamente devastanti. La premier, attraverso i due vicepremier, ha già fatto sapere che aprirebbe la crisi per tornare al voto entro febbraio. La minaccia è anche “previdenziale”: con urne immediate, niente pensioni per i parlamentari.
(da Repubblica)
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