Agosto 1st, 2026 Riccardo Fucile
“MUSK NON VENDE SOLO AUTO, RAZZI O SATELLITI. VENDE LA PROSPETTIVA ILLUSORIA CHE, IN UN MONDO SEMPRE PIÙ INSTABILE, STATI E INDIVIDUI POSSANO RAFFORZARE LA PROPRIA AUTOSUFFICIENZA COLLEGANDOSI ALLE SUE INFRASTRUTTURE”
Per sfatare la leggenda sul giornalismo che non starebbe tanto bene, consiglio l’intervista che Ashfaaq Carim, del sito Middle East Eye, ha fatto a Errol Musk, padre di Elon. L’anziano ma combattivo ingegnere dice una serie di cose che non stanno né in cielo né in terra sul suo Sudafrica ai tempi dell’apartheid.
Tipo che si stava meglio quando si stava peggio e che non è vero che i neri non potessero possedere la terra. L’intervistatore lo ferma: «No, un attimo. È completamente falso: potevano solo nei loro homeland, ovvero il 14 per cento delle terre per l’80 per cento della popolazione».
Non pago, Musk senior aggiunge che «Mandela ha ucciso molte persone». Altro stop: «Lei ha notizie che Mandela abbia ucciso qualcuno? Perché la storia dice altro. E conferma di paragonarlo all’estremista di destra britannico Tommy Robinson?». «Sì, prigioniero politico anche lui».
Il video, che trovate agevolmente in rete, mi viene in mente leggendo Muskismo (Einaudi) di Quinn Slobodian, storico alla Boston University e critico implacabile del neoliberismo, col giornalista Ben Tarnoff. Il libro, più che all’uomo più ricco del mondo, ne sappiamo già molto, si interessa all’ideologia di cui è fautore,
Perché se il fordismo è stato il sistema operativo del XX secolo, basato su produzione e consumo di massa, il muskismo punterebbe a diventarlo per il secolo in corso. Sostituendo il vecchio contratto sociale, sostengono gli autori, con la promessa di una nuova tecno-sovranità.
Ma intanto che c’entra il padre Errol e il suo vaneggiante revisionismo storico? C’entra. E c’entra addirittura il nonno materno, il canadese Joshua Haldeman, esponente di spicco di Technocracy Incorporated, il movimento che negli anni 30 proponeva di sostituire la democrazia con una “dittatura degli ingegneri”. Movimento che, non sorprendentemente, viene presto dichiarato illegale e gli costa un breve arresto.
Come il Sudafrica bianco era una fortezza difesa dalla superiorità tecnologica (il nucleare, i primi grossi computer Ibm), anche l’America che Elon immagina dovrebbe diventare una «fortezza futurismo», nel conio di Slobodian. Stavolta sfruttando l’intelligenza artificiale e la fusione uomo-macchina con progetti tipo Neuralink.
Il risultato auspicato – e serenamente antidemocratico – è lo stesso vagheggiato dal nonno: un’esigua minoranza di tecnocrati che comanda su tutti gli altri.
Il tema del sovranismo torna anche sul versante industriale. A differenza del modello globalizzato, che puntava a esternalizzare tutto il lavoro che si poteva in Cina o dovunque i prezzi fossero più bassi, Musk punta sull’internalizzazione di ogni fase produttiva. Con l’aiuto di sempre più robot che fanno funzionare le sue fabbriche.
Il che, peraltro, lo mette al riparo dai dazi voluti da Trump e dalle loro ritorsioni. Se è riuscito, con SpaceX che nei giorni scorsi ha fatto segnare la quotazione in Borsa più grande della storia, a realizzare razzi che costano una frazione di quelli fatti prima di lui, è perché ha traslato sugli atomi la lezione appresa dalle startup digitali per i bit: prova, fallisci, riprova, fin quando non ti viene bene.
In un processo di iterazione continua che non puoi fare se devi mandare il prototipo in Cina e aspettare che ti torni indietro. Non solo: soluzioni ingegneristiche messe a punto con Tesla, tipo l’efficienza delle batterie, poi vengono inglobate nella produzione di stoccaggio domestico che, a loro volta, vengono alimentate da SolarCity, la più grande azienda di impianti fotovoltaici che non a caso ha acquisito. È sua tutta la filiera […]
Parlando di politica, arriviamo a un altro grande pilastro del muskismo. A differenza dei repubblicani ortodossi ma old school, per lui – si legge – «il governo non è da ridurre ai minimi termini o eliminare. Lo si può strumentalizzare come fonte di potere e profitto. L’obiettivo non è l’abbandono dello Stato, ma la simbiosi con esso».
Per molti anni Tesla è stata tenuta in respirazione artificiale dalle centinaia di milioni di dollari in crediti verdi. È stata, di fatto, un’enorme beneficiaria dell’assistenzialismo di Stato. SpaceX è del tutto dipendente dai contratti con la Nasa. Starlink da quelli col Pentagono.
con la coda velenosa che, da un momento all’altro, l’eroe della resistenza ucraina può diventarne la bestia nera perché nottetempo, non consultandosi con nessuno, decide di spegnere alcuni satelliti decisivi per il contrattacco di Kiev.
Non è un po’ troppo tutto questo potere sulle spalle di un privato, peraltro nemmeno il più psicologicamente stabile in circolazione? Slobodian e Tarnoff sostengono che il muskismo prospera sul crollo delle istituzioni liberali. O, con le loro parole, è un’ideologia che «non vende solo auto, razzi o satelliti.
Vende la prospettiva illusoria che, in un mondo sempre più instabile, Stati e individui allo stesso modo possano rafforzare la propria autosufficienza collegandosi alle sue infrastrutture».
Al prolificissimo imprenditore – lo sappiamo da tempo – non basta diventare ricco: lui aspira a diventare dio. Questo libro ne analizza (e smonta) il vangelo.
(da agenzie)
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Agosto 1st, 2026 Riccardo Fucile
L’IMPROVVISA ACCELERAZIONE SAREBBE UNA MOSSA DISPERATA DI SALVINI CHE VUOLE PROVARE A RESUSCITARE L’ITER DEL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA – FURONO QUEI “CATTIVONI” DEI GIUDICI CONTABILI A BOCCIARE IL PROGETTO, AD OTTOBRE
La tempistica è curiosa, ma forse si spiega con le diverse partite che coinvolgono la Corte dei
Conti, a partire dal tentativo disperato di Matteo Salvini di resuscitare il Ponte sullo Stretto di Messina. Il governo ha infatti deciso di assestare un colpo alla magistratura contabile all’ultimo Consiglio dei ministri prima della pausa estiva, il 4 agosto, approvando il decreto attuativo della riforma della Corte che ne stravolge l’assetto, specie delle procure contabili.
La riforma è stata approvata a fine 2025 ed è stata ferocemente contestata dai magistrati, tra l’altro, per aver previsto un tetto al danno erariale contestabile nei casi di colpa grave (pari al 30% o due anni di stipendio) che sta falcidiando i procedimenti in tutta Italia ed è già finito alla Corte Costituzionale.
Stavolta l’intervento riguarda la parte di riforma delegata al governo attraverso i decreti legislativi. Ieri l’associazione magistrati contabili ha chiesto un incontro urgente e minaccia martedì di tenere pure una conferenza stampa in diretta.
Il decreto, infatti, stabilirà i casi in cui il Procuratore generale a Roma potrà accedere in tempo reale agli atti delle Procure regionali e quelli in cui perfino avocare a sé le indagini che arrancano o si discostano dagli “indirizzi” definiti a livello centrale. […]
Sono previste anche nuove procedure disciplinari e ai magistrati verrà imposta la separazione delle carriere bocciata al referendum per i colleghi del penale, oltre a una pesante riorganizzazione della Corte, riducendo anche il numero dei presidenti. […]
Il decreto compare nel pre-Cdm del 3 agosto. Come ha ricordato il Sole 24 Ore, però, dovrà avere il via libera all’unanimità nella Conferenza Stato-Regioni ed è difficile ipotizzare oggi l’ok delle sei Regioni guidate dall’opposizione (il decreto scade a gennaio).
Come detto, l’assalto alla Corte dei Conti arriva in un momento delicato, con Salvini che tenta di accelerare l’iter per riportare al Cipess (il comitato di Palazzo Chigi sulle grandi opere) la delibera che approva il progetto del Ponte bocciata a ottobre scorso dalla Corte dei Conti, che dovrà riesaminarla.
Da giorni il ministero fa filtrare incontri con la Commissione europea per superare una delle ragioni della bocciatura: la violazione delle norme Ue sugli appalti che impongono di rifare la gara del 2005 se i costi superano del 50% quelli originali (passati da 3,5 a 14 miliardi). Secondo gli uffici di Salvini il dialogo sta andando bene. Peccato che la decisione spetti ai giudici della Corte di Giustizia Ue non ai funzionari. […]
La pressione a procedere, però, è forte. E coinvolge anche il Consiglio superiore dei lavori pubblici, che dovrà dare un parere, chiesto proprio dalle toghe contabili. La speranza di Salvini&C. era di avere un giudizio positivo già a fine giugno, ma i tempi si allungano, tanto più che al massimo organo tecnico consultivo non è stato trasmesso il progetto intero del Ponte (fermo al 2011) ma la sola relazione del progettista che lo aggiorna.
(da il Fatto Quotidiano)
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Agosto 1st, 2026 Riccardo Fucile
“ONORERÒ IL CONTRATTO, COME MI È STATO CHIESTO, PREGATO DI FARE, PERSONALMENTE, DA URBANO CAIRO, FINO ALLA FINE DI DICEMBRE. DOPO CHE HO FINITO, DECIDERÒ COSA FARE. MI PIACE FARE TELEVISIONE” … LA NUOVA FRECCIATONA A CAIRO: “SAPEVA TUTTO. QUELLO CHE AVEVO DA DIRE L’HO DETTO A DOGLIANI E NON MI SEMBRA MI SIA STATO CHIESTO DI RESTARE…”
Enrico Mentana, è vero che andrai a Repubblica, a Gedi, a fare il direttore editoriale, il capo della nuova televisione, la nuova Cnn, insieme ad Andrea Pucci, il direttore del TgCom di Mediaset?
“Non andrò. Sono una persona che sta in un posto per volta ed è l’unica clausola (di non concorrenza) che ho con me stesso. Mi è accaduto con la Rai, e con Canale 5. Accadrà ancora”.
E con La 7 di Urbano Cairo cosa farai?
“Onorerò il contratto, come mi è stato chiesto, pregato di fare, personalmente, da Urbano Cairo, fino alla fine di dicembre. La fine del mio contratto. Dopo che ho finito, deciderò”.
E cosa deciderai?
“La televisione è la cosa che mi piace fare”.
Cairo vuole trattenerti o no?
“Cairo sapeva tutto. Quello che avevo da dire l’ho detto a Dogliani e non mi sembra mi sia stato chiesto di restare da parte di Cairo”.
E Repubblica?
“La dirige Stefano Cappellini, che ha lavorato con me a Matrix, un amico”. [
(da agenzie)
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Agosto 1st, 2026 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO SUI FLUSSI: IL 34,3% DEI CONSENSI DI DI BATTISTA ARRIVEREBBE DAL M5S, IL 9 DAL PD. MA UN 8% ABBONDANTE DA FRATELLI D’ITALIA… IL “CHE GUEVARA DI ROMA NORD”, PRO-PAL E FILO-RUSSO, È SPECULARE A VANNACCI: IN POLITICA ESTERA HA LE STESSE POSIZIONI DELL’EX GENERALE, E COSTRINGEREBBE IL M5S A SCHIACCIARSI ANCORA DI PIÙ SULLA PROPAGANDA PUTINIANA. MANDANDO DEFINITIVAMENTE A PUTTANE IL CAMPO LARGO
Alessandro Di Battista, l’ex deputato del M5s conosciuto per il suo attivismo anticasta, si
presenterà alle prossime elezioni? Sebbene la sua decisione non sarà nota prima della fine dell’estate, gli schieramenti politici, soprattutto il campo largo, iniziano a prepararsi all’idea.
Sono anche i cittadini a rivelarsi interessati alla sua candidatura. A dimostrarlo, il sondaggio che Izi ha realizzato per Domani, secondo cui il 34,1 per cento degli intervistati, più di uno su tre, è a conoscenza dell’intenzione dell’ex M5s di presentare una propria lista alle elezioni del 2027, con il possibile appoggio di Beppe Grillo e in eventuale collaborazione con Virginia Raggi, una probabile interlocutrice di Di Battista per storia e linea politica comune.
A portare l’ipotesi della candidatura sul piano della realtà sarebbe stata una domanda del giornalista Andrea Scanzi a cui Di Battista ha risposto: «Non cambierei la mia vita attuale con quella che facevo in Parlamento, ma provo un senso di responsabilità verso i tanti che non vanno più a votare e verso i 4mila iscritti a Schierarsi (la sua associazione, ndr). E poi non credo nel bipolarismo: un progetto di rottura potrebbe migliorare sia l’opposizione che la maggioranza».
Secondo i retroscena, Di Battista starebbe preparando il terreno, ma non sarebbe ancora convinto di poter presentare delle liste competitive alle elezioni
Eppure emerge dal sondaggio Izi sul potenziale elettorato di una «lista Di Battista» che il 3,5 per cento degli intervistati lo voterebbe. La percentuale è più bassa di quanto varrebbe Roberto Vannacci alle prossime elezioni: il 7,6 per cento per Youtrend. Ma rappresenta comunque una quota importante di voti in un’elezione che si deciderà sui piccoli scarti.
Dall’analisi Izi si capisce anche a chi l’eventuale candidatura leverebbe consenso. Il 34,3 per cento di chi voterebbe la lista Di Battista, se l’ex M5s decidesse di non presentarsi, starebbe con il Movimento.
Seguono, invece, gli indecisi: il 17,6 per cento. E poi quelli che voterebbero Pd: 9 per cento. Una percentuale abbastanza ampia di voti arriverebbe anche da chi altrimenti non si recherebbe alle urne: l’8,9 per cento. Ma dall’analisi emerge anche un altro dato: l’8,1 per cento di chi voterebbe l’ex deputato M5s, se non ci fosse, supporterebbe Fratelli d’Italia, il 5,2 la Lega, il 4,1 Futuro nazionale.
Quindi, l’1,2 per cento degli elettori, che voterebbe la lista Di Battista, se non si candidasse sosterrebbe il M5s, puntualizza l’analisi Izi. L’1 per cento sarebbe indeciso o si asterrebbe. Lo 0,6 per cento starebbe con il centrodestra, lo 0,5 per cento con il centrosinistra, lo 0,1 per cento con Futuro nazionale e sempre lo 0,1 per cento al centro. A dimostrazione che l’arrivo di Di Battista, come scritto da Domani, sarebbe sicuramente un guaio per la sinistra. Ma forse anche per la destra.
(da Dagoreport)
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Agosto 1st, 2026 Riccardo Fucile
MARCELLO SORGI: “LA PREMIER ITALIANA HA SPERATO CON LA PRESA DI POSIZIONE SUI FATTI DI CEUTA DI APRIRE UNO SPIRAGLIO NEL GELO CHE SI È STABILITO NEI RAPPORTI TRA ITALIA E USA” … “CON IL RISULTATO DI SPINGERE LE OPPOSIZIONI, SCHLEIN IN TESTA, MA ANCHE I 5 STELLE, A RICORDARE CHE SOTTO IL GOVERNO DI CENTRODESTRA GLI INGRESSI DI IMMIGRATI REGOLARIZZATI IN ITALIA SONO STATI OLTRE TRECENTOMILA. COME A DIRE CHE MELONI IN QUESTO CAMPO NON HA NULLA DI CUI VANTARSI”
Su tutte, spicca la reazione di Meloni, che ha deciso la sospensione di Shengen, il trattato europeo di libera circolazione, malgrado il pallido intervento di Von der Leyen in aiuto di Madrid.
Si tratta, naturalmente, di pura propaganda (minimizzata da una nota del Viminale, che restringe il provvedimento ai soli cittadini extracomunitari) da parte della leader italiana
Ma si sa: i rapporti tra Meloni e Sanchez sono sempre stati pessimi. E forse la premier italiana – che ha faticato (senza riuscirci fino in fondo) a convincere Trump che il comportamento del governo italiano sulle basi americane durante la guerra in Iran (apertura ma nel rispetto degli accordi) è stato differente da quello di chiusura di Madrid – ha sperato con la presa di posizione sui fatti di Ceuta di aprire uno spiraglio nel gelo che si è stabilito nei rapporti tra Italia e Usa.Con il risultato di spingere le opposizioni, Schlein in testa, ma anche i 5 stelle, a ricordare che sotto il governo di centrodestra gli ingressi di immigrati regolarizzati in Italia sono stati oltre trecentomila. Come a dire che Meloni in questo campo non ha nulla di cui vantarsi e potrebbe anche scoprire che non è poi così popolare peggiorare i rapporti con un Paese amato da una larga parte degli italiani come la Spagna.
Marcello Sorgi
per “La Stampa”
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Agosto 1st, 2026 Riccardo Fucile
LA LEGGE CHE CONSENTIVA AI PRIVATI DI REALIZZARE STUDENTATI RISERVANDO IL 30% AGLI STUDENTI, VEDEVA UN FINANZIAMENTO DI 147 MILIONI PER 7.000 POSTI. MA LE OPERE REALIZZERANNO SOLO IL 13% DEI POSTI PREVISTI … PERSI 120 MILIONI
Il decreto ministeriale 481 del 2024 ha dato avvio alla strategia del governo nazionale per la
creazione di alloggi per studenti attraverso i fondi del Pnrr. Un intervento che era stato presentato come risolutivo per colmare la drammatica emergenza abitativa degli studenti italiani, ed al tempo stesso un importante volano per la rigenerazione urbana delle città. La modalità adottata per la realizzazione delle strutture è quella dell’intervento privato. Ai finanziamenti potevano accedere sia gli enti pubblici, tra cui le agenzie regionali per il diritto allo studio o le stesse Università, sia i soggetti privati. E questi ultimi erano enormemente favoriti, visto che avrebbero dovuto riservare solo il 30% dei posti letto realizzati agli studenti universitari che accedono alle forme di sostegno all’alloggio, per soli 12 anni, come vincolo sociale. Il piano per la città di Napoli aveva visto il finanziamento di oltre 20 progetti ed una spesa vicino ai 150 milioni di euro. Abbiamo studiato tutto l’iter dei progetti finanziati dal Dm 481-24. ed il risultato è davvero sorprendente. Un fallimento.
Gli studentati dei privati costruiti con soldi pubblici
Tutto il Dm 481-24 gira intorno al “vincolo sociale”. La legge consente l’utilizzo di strutture esistenti o la realizzazione di strutture completamente nuove, consentendone anche il cambio di destinazione d’uso, obbligando i privati al rispetto del vincolo sociale. La riserva del 30% dei posti agli studenti delle università titolari di forme di welfare (borse di studio, sostegno all’alloggio, programmi di studio internazionali) per dodici anni. Al termine dei dodici anni il vincolo scade ed i privati si ritrovano con la totalità della struttura da poter immettere completamente nel mercato turistico. Il tutto con soldi pubblici, senza che i privati ci mettano nulla, se non la proprietà di strutture o terreni, o l’usufrutto. Una legge completamente sbilanciata a favore dei privati che di fatto si ritrovano con una struttura ricettiva, spesso nei centri storici delle città, ad altissima rendita economica, ma grazie ai soldi pubblici. La fine del vincolo sociale dopo 12 anni, non chiarisce come si farà fronte al fabbisogno di alloggi per studenti dopo la scadenza dell’accordo. Insomma, un’emergenza rimandata di dodici anni, mentre ai privati rimangono dei veri e propri alberghi. Una dinamica che ha suscitato più di una critica tra chi ha accusato il governo di aver creato uno strumento per favorire la speculazione, causando un impatto importante su città, come Napoli, già alle prese con il fenomeno dell’overtourism. La realtà dei fatti però ci dice che i risultati sperati sono ampiamente al di sotto delle aspettative.
I privati realizzeranno solo il 13% dei posti letto finanziati
Ad avere accesso al finanziamento previsto dal Dm 481-24 sulla città di Napoli sono stati complessivamente 26 progetti, di cui solo 2 presentati dall’Adisurc, l’agenzia regionale per il diritto allo studio della Campania. L’impegno di spesa per i progetti ammessi al finanziamento è stato di ben 147 milioni di euro, per la realizzazione di 7.465 posti letto. Un investimento importantissimo che sulla carta avrebbe dovuto avere un impatto enorme, sui 7.465 posti letto totale, e di questi 7.052 realizzati dai privati, il cui 30% riservato agli studenti beneficiari di misure di welfare sarebbe stato di 2.115 posti letto, un numero di oltre 6 volte superiore agli attuali posti letto disponibili a Napoli nelle strutture di proprietà pubblica. Gli interventi si sarebbero sviluppati in diversi quartieri della città, dal centro direzionale a Pianura, dal centro storico a Poggioreale, passando per Chiaiano, Soccavo e San Giovanni a Teduccio. L’obiettivo era rendere disponibili i posti letto per il prossimo anno accademico, ovvero il 2026/2027. Le cose erano anche iniziate bene con l‘apertura già nel 2025, nel pieno rispetto dei tempi previsti, della prima struttura, il Campus X di via Galileo Ferraris, realizzato nell’ex sede dell’Inps, rimasta abbandonata per diversi anni. Lo studentato di Campus X ha aperto i battenti nel 2025 ma dopo la pubblicazione dei bandi per gli alloggi da parte delle università napoletane, quindi ha esaurito il suo primo anno di attività non dovendo ottemperare, per tempi tecnici, alla riserva del 30% per gli studenti universitari beneficiari di misure di sostegno. Per le altre strutture le cose sono andate ancora peggio.
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Tra il 2025 ed il 2026, come è possibile leggere sul sito del Miur, è arrivata una raffica di rinunce ai progetti. I fondi del PNRR si basano sul rispetto del cronoprogramma, e le tranche di finanziamento vengono erogate solo quando si rispettano i tempi previsti. Gli atti di rinuncia hanno l’impatto di una ecatombe sull’intero piano degli studentati per la città di Napoli. Si passa da 26 progetti a 12 progetti, e mentre Campus X diventa attivo con i suoi 274 posti, di cui solo 82 riservati agli studenti universitari titolari di forme di sostegno, il totale di posti letto passa da 7.465 ad appena 1.311, appena il 18% di quelli previsti inizialmente. I due progetti presentati dall’agenzia campana per il diritto allo studio, quelli di Piazza Bagnoli e di Via Pietrarsa, forniranno un totale di 413 posti letto, quando le opere saranno terminate, quindi i posti letto realizzati dai privati saranno appena 931, solo il 13% di quelli che si erano impegnati a realizzare. Dati che dimostrano senza equivoco che il piano a Napoli è fallito completamente.
Le opere scomparse e quelle rimaste in piedi
Tra le opere finanziate e poi cancellate dal Dm 481-24 nella città di Napoli, c’erano alcune mega strutture abbastanza singolari. E’ il caso di due strutture che sarebbero dovute sorgere da zero nel quartiere di Pianura, da sempre sotto la lente di ingrandimento per il fenomeno dell’abusivismo edilizio. Erano state ammesse al finanziamento la costruzione di una struttura da 1824 posti a Via Montagna Spaccata a Pianura, per un valore di 36 milioni di euro e, sempre nello stesso quartiere a via vicinale Campanile, un’altra struttura da 1169 posti per 23 milioni di euro. Cancellate entrambe nell’ambito dei decreti del 2025 e del 2026 su rinunce ed esclusioni. Stessa sorte per la struttura da 556 posti e dal valore di 11 milioni di euro a via Santa Maria di Costantinopoli alle mosche, a Poggioreale nella zona di via Brin, e quella da 119 posti al Vomero, a via Belvedere, dal valore di 2,3 milioni di euro. In fumo anche i 151 posti a via Argine, per 3 milioni di euro ed i 113 posti a Secondigliano, per 2,2 milioni di euro in via Alferio. Dei 147 milioni di euro finanziati inizialmente, si realizzeranno opere per appena 26,5 milioni di euro, e se si escludono i progetti dell’Adisurc, ente pubblico, la spesa scende ancora a 18 milioni di euro. Cosa resta quindi di questo gigantesco piano? Davvero poco, ed anche tutto concentrato in una sola struttura quella del centro direzionale.
La Ibrido Student aveva presentato 4 progetti per intervenire sulla torre A4 e B1 del centro direzionale di Napoli e sul ponte che le collega. La società che gestirà la struttura ha preso il nome proprio dalla particolare forma dello studentato che sorgerà, Bridge Tower University. Il progetto iniziale, sui 4 interventi finanziati per un totale di 27,6 milioni di euro, prevedeva la realizzazione di 1.391 posti letto. Ma per due progetti è arrivata la rinuncia. Gli interventi riguardano ora solo la torre A4 ed il ponte annesso, per un totale di 682 posti e una spesa di 13,5 milioni di euro. Lo studentato della torre del centro direzionale, che ha beneficiato della possibilità di cambio di destinazione d’uso, da uffici a residenziale, previsto dalla legge nazionale, è l’intervento più importante realizzato con i fondi del Pnrr sulla materia degli alloggi per studenti. Ma anche questo, come abbiamo visto, è stato dimezzato nel tempo. Il resto delle strutture private che saranno realizzate con i fondi Pnrr dai privati sono tutte di piccole dimensioni. Nessuna supera i 65 posti, ed alcune di queste si trovano in zone di altissima concentrazione turistica. Pertanto alla scadenza del vincolo dei 12 anni, i privati si ritroveranno tra le mani una struttura alberghiera bella e pronta in zone di massimo afflusso turistico. Tutto pagato con i soldi pubblici. E’ il caso di Via dei Tribunali, dove la Vernini Garden, che già gestisce un asilo privato parificato, sta realizzando, in quello che un tempo era l’edificio della “Congregazione delle maestre pie veneriniane”, una struttura da 44 posti letto per 878 mila euro. Non da meno può essere il futuro del progetto presentato da Fondazione FOQUS, ai Quartieri Spagnoli, che a Via Portacarrese a Montecalvario 69, all’interno del complesso che ospita la Fondazione, la scuola parificata, e lo spazio eventi, sta realizzando 22 posti letto. Piccoli interventi che avranno un impatto bassissimo sui posti letto destinati agli studenti universitari titolari di una forma di sostegno, ma che invece rappresentano un investimento sicuro, con i soldi pubblici, per il mercato turistico del futuro.
Il cantiere dello studentato dell’Adisurc a Bagnoli
Il cantiere dello studentato dell’Adisurc a Bagnoli
Quando apriranno gli studentati
L’obiettivo del Dm 481-24 era quello di fornire i posti letto dei nuovi studentati realizzati con la collaborazione dei privati per l’anno accademico 2026-2027. Ma salvo la sola eccezione di Campus X a via Galileo Ferraris, già attivo, questo obiettivo sembra essere molto distante. Intanto il Pnrr è finito e le opere che non sono state consegnate entro quella data, praticamente tutte tranne quella di via Galileo Ferraris, hanno perso l’ultima tranche di finanziamento dall’Europa. Il Miur si era anticipato, prevedendo la possibilità, ed istituendo un fondo a parte per il completamento delle opere, senza però un termine tassativo, a differenza del Pnrr. Vicino alla chiusura sembra essere il cantiere della struttura di via Piazzolla, a Poggioreale, realizzata da 2G Hub, con 20 posti letto, mentre per la torre del centro direzionale i lavori, per quanto avanzati, non sembrano prefigurare una consegna dell’opera entro il 2026. A via Camillo Cucca, a Chiaia, il progetto della Bright Nest srl di 65 posti per 1,2 milioni di euro vedrà la gestione di Nea student living, che sul proprio sito riporta le candidature attive per le camere, ma la struttura è ancora fasciata da impalcature. Di certo dunque resta solo Campus X, con i suoi 274 posti, di cui 82 riservati a studenti titolari di una forma di sostegno all’alloggio. Il bando alloggi pubblicato dall’Adisurc prevede per l’anno accademico 26-27 anche la disponibilità delle strutture di Bagnoli e Pietrarsa, realizzate con i fondi del dm 481-24 dall’agenzia della regione Campania. Il cantiere di Bagnoli è quasi ultimato, tranne che per il pian terreno, anche il cantiere di via Pietrarsa procede spedito, bisognerà verificare se effettivamente i due studentati saranno disponibili per la fine del mese di settembre. Nel bando ufficiale per l’anno accademico 2026-2027 ci saranno quindi, in aggiunta alle strutture già esistenti, solo i due nuovi studentati dell’Adisurc e quello di Campus X, già aperto nel 2025. Quello che doveva essere un piano che avrebbe dovuto venire incontro all’emergenza abitativa degli studenti e contribuire a rigenerare i quartieri della città, ha partorito un topolino piccolo piccolo.
(da Fanpage)
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Agosto 1st, 2026 Riccardo Fucile
LA “STATISTA DELLA SGARBATELLA” SI AFFIDA AL SOTTOSEGRETARIO ALLA SALUTE GEMMATO PER I PREPARATIVI E AL FIDO DONZELLI, CHE HA SFIDATO LA QUARTA ONDATA DI CALORE ED E’ ANDATO IN AVANSCOPERTA PER ACCERTARSI CHE IL PORTO CEL CAPOLUOGO PUGLIESE SIA ALL’ALTEZZA: “FESTEGGEREMO IL GOVERNO PIU’ LONGEVO DELLA STORIA”
Una festa per celebrare “il governo piu’ longevo della storia” si terra’ al porto di Bari, il prossimo 4 settembre, con la premier Giorgia Meloni. Lo ha annunciato il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato (FdI): “E’ ufficiale – ha detto in un video pubblicato sui suoi canali social – il 4 di settembre Giorgia Meloni a Bari, al porto, per festeggiare il governo piu’ longevo della storia della Repubblica. Vi aspettiamo alle ore 19”. “Accogliere il presidente Meloni a Bari – si legge in una nota rilasciata sempre da Gemmato – e’ motivo di grande orgoglio.
La scelta del capoluogo pugliese testimonia la volonta’ del governo di valorizzare il Mezzogiorno come motore di sviluppo e parte integrante del futuro della Nazione, protagonista di una stagione di crescita e investimenti nel segno di una visione fondata su identita’, merito e interesse nazionale. In questi anni abbiamo dimostrato che governare con coerenza, coraggio e una visione chiara produce risultati concreti per cittadini, famiglie e imprese”.
Anche il deputato Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia, ha pubblicato un video a riguardo, direttamente dal porto di Bari, sulla sua pagina Facebook: “Sono al porto di Bari per fare un sopralluogo perche’ qui il 4 settembre, alle 19, si svolgera’ una grande iniziativa. Festeggeremo il governo più longevo della storia con Giorgia Meloni”.
(da agenzie)
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Agosto 1st, 2026 Riccardo Fucile
IN 4 ANNI IL GOVERNO HA APPROVATO 6 DECRETI SICUREZZA CHE NON HANNO MIGLIORATO NULLA… MENTRE IL CENTROSINISTA CONTINUA A OCCUPARSO DEL SUO OMBELICO
C’è un cortocircuito politico in atto, sempre più evidente a chi ha gli occhi per vedere. Mentre
i dirigenti della sinistra italiana sono impegnati da mesi a discutere di leadership, primarie e confini della coalizione, la destra sta accelerando la messa a terra di un programma politico che rischia di cambiare il carattere democratico del paese.
Uniamo i puntini. Il governo di Giorgia Meloni in pochi giorni ha approvato un disegno di legge che introduce per i ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni una presunzione di imputabilità, poi ha tentato un blitz per allargare l’impiego del riconoscimento facciale con l’Ia nelle attività di polizia senza nemmeno passare per un giudice terzo. La Lega, dopo la condanna del giustiziere Mario Roggero, ha depositato una proposta che considera non punibile qualsiasi reazione a un’aggressione armata, anche quando il pericolo è cessato e la risposta è sproporzionata. Idea da Far West criticata anche dal presidente Sergio Mattarella.
Il generale Roberto Vannacci, che sottrae consensi ai partiti di governo e potrebbe diventare presto il loro alleato, promette remigrazione etnica dura e pura, cioè l’espulsione di massa degli immigrati. Le vicende drammatiche di Ceuta non fanno che aumentare questa propaganda violenta.
In quasi quattro anni sono stati approvati sei (sei!) decreti sicurezza, e ogni nuova misura ha di fatto ampliato i poteri di controllo dell’esecutivo sui cittadini. Le questioni cruciali dell’insicurezza sociale restano invece intatte: salari in caduta libera, liste d’attesa negli ospedali interminabili, scuole e periferie senza risorse, lavoro giovanile ancora povero, sperequazioni intollerabili. Ma il populismo penale offre un colpevole per ogni fallimento, e abitua il paese a considerare sospetto o anti italiano chi protesta, chi è straniero, chi vive ai margini.
Uno Stato di polizia cresce per accumulo, attraverso norme dichiarate urgenti, deroghe trasformate in precedenti e poteri eccezionali assorbiti dall’amministrazione ordinaria. Viktor Orbán ha impiegato pochi anni per piegare l’Ungheria, occupando le istituzioni, riducendo l’autonomia dell’informazione e della magistratura (Meloni ha tentato di piegarla con la riforma, fallendo) e usando ogni vittoria per preparare la successiva. Passasse, dopo le vacanze, la legge truffa voluta da FdI, una nuova vittoria nel 2027 consegnerebbe a Meloni altri cinque anni a Palazzo Chigi, una maggioranza parlamentare solida e la possibilità di pesare sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica, offrendole il tempo e i numeri necessari per completare il lavoro iniziato.
In questo quadro preoccupante, il centrosinistra continua intanto a occuparsi soprattutto del suo ombelico. Elly Schlein e Giuseppe Conte misurano ogni giorno le rispettive ambizioni, Matteo Renzi attende di sapere se sarà ammesso o meno nell’alleanza, gli apparati e i media a loro collegati si detestano, mentre discutono come e quando convocare le primarie.
Tutti infine litigano su tutto: dalla politica estera alla patrimoniale, dal reddito di cittadinanza alla sicurezza, financo chi può o non può incontrare un leader di un partito (demenziali le critiche a Schlein sui rendez-vous con Mario Draghi e Emanuele Orsini di Confindustria).
Agli elettori arriva non il progetto di un’alternativa credibile, ma uno show deprimente. Le fotografie tristi dalle quali manca sempre qualcuno, i veti incrociati e le battute rivolte ai presunti o ex alleati (“Campo Lavrov” e affini) sono roba da asilo Mariuccia, con l’aggravante che fuori da quel cortile si stanno imponendo regole nuove alla democrazia italiana.
Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, capi e capetti della galassia centrista hanno poco tempo per scrivere insieme un programma riconoscibile su salari, sanità, scuola, casa, lavoro, diritti e difesa della Costituzione. Scelgano un metodo per indicare il candidato premier e assumano davanti agli elettori un vincolo di lealtà verso chi vincerà la tenzone. Un accordo richiederà rinunce, a partire dal diritto che ciascun partito rivendica di escludere gli altri.
Una favola di Jean de La Fontaine racconta di un consiglio convocato dai topi per liberarsi del gatto. Tutti approvano l’idea di appendergli un campanello al collo, ma alla domanda su chi debba assumersi la responsabilità di farlo si chiude subito la riunione, permettendo al gatto di continuare il proprio mestiere d’assassino. Il centrosinistra ha ancora il tempo di evitare quella fine, purché smetta di sprecare il poco tempo rimasto. Perché «a ciarlar son bravi in cento, ma diverso è ben l’affare quando si tratta di fare».
(da Domani)
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Agosto 1st, 2026 Riccardo Fucile
“NOI SIAMO LA QUINTESSENZA DELLA PATRIA, SIAMO LA QUINTESSENZA DEI VALORI DELLA COSTITUZIONE SU CUI AVETE GIURATO, CHE SONO STATI SCRITTI GRAZIE AL SANGUE VERSATO DA MILIONI DI PERSONE PRIMA DI NOI” … POI IL RICHIAMO AI GIOVANI MILITARI: “LA PACE NON È PIÙ SCONTATA”
Il generale Carmine Masiello non cita direttamente Gianni Alemanno, ma il riferimento alle sue parole appare evidente. Dal palco della caserma “Emidio Clementi” di Ascoli Piceno, il capo di Stato maggiore dell’Esercito ha risposto a chi, nei giorni scorsi, aveva accostato la Folgore alla storia e all’identità della destra italiana.
Masiello riprende proprio il termine utilizzato da Alemanno, “quintessenza”, per respingere qualsiasi tentativo di associare un reparto militare a una parte politica.
“Ho sentito qualche giorno fa qualcuno che, parlando di un’unità dell’Esercito, la definiva quintessenza di una parte politica”, ha ricordato il generale durante il giuramento dei Volontari in Ferma Iniziale del primo blocco 2026.
La risposta è netta: “Quell’unità dell’Esercito, come tutto l’Esercito, non è quintessenza di nessuno. Noi siamo la quintessenza della Patria, siamo la quintessenza dei valori della Costituzione su cui avete giurato, che sono stati scritti grazie al sangue versato da milioni di persone prima di noi”.
Un intervento che, pur senza pronunciare il nome di Alemanno né quello della Folgore, assume il significato di una replica istituzionale. Le tradizioni e la storia dei reparti militari, nel messaggio di Masiello, non possono essere utilizzate come simboli di appartenenza partitica: l’Esercito serve la Repubblica e rappresenta l’intera comunità nazionale.
Il tema attraversa tutto il discorso pronunciato davanti ai giovani volontari e alle loro famiglie. Per Masiello, la parola Patria deve essere sottratta alle contrapposizioni politiche e ideologiche.
“La Patria non è un concetto politico, non è un concetto partitico, non è un concetto ideologico”, ha sottolineato. Difenderla significa proteggere “uno stile di vita costruito sul sacrificio di milioni di italiani” e rispettare un dovere scolpito nella Costituzione.
Un dovere che non si fonda “sulle esclusioni né sulle divisioni”, ma sul senso di appartenenza a una collettività “che sa chi è, sa da dove viene e soprattutto sa dove vuole andare”. E che non può essere costruito attraverso “il tornaconto, la convenienza, la polemica o il pregiudizio”.
(da agenzie)
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