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“QUESTI MI HANNO CREATO SOLO PROBLEMI. SE RIVINCIAMO LI CAMBIO TUTTI”. GIORGIA MELONI RANDELLA L’AD ROSSI E I VERTICI DI VIALE MAZZINI: “ANDREBBERO CACCIATI SUBITO, MA NON POSSIAMO PERMETTERCI UN CASO RAI IN PIENA CAMPAGNA ELETTORALE”

Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL RISENTIMENTO DELLA DUCETTA E DEI FRATELLINI D’ITALIA VERSO L’AD NASCE DA UNA SERIE DI RICHIESTE SU CONTRATTI E PROMOZIONI CHE IL MANAGER AVREBBE IGNORATO…E’ L’EMBLEMA DELLA GRANDE MANGIATOIA SOVRANISTA

Giorgia Meloni ha sempre condiviso due cose con l’amministratore delegato della Rai e amico Giampaolo Rossi: l’oroscopo e le lunghe riflessioni sulla televisione pubblica. Lei segno zodiacale Capricorno, lui Gemelli, dunque una scarsa affinità astrologica. Entrambi, grandi appassionati del tema, troverebbero in questa incompatibilità le ragioni di un rapporto che si è fatto sempre più freddo.
La logica della politica è meno legata alle stelle: la presidente del Consiglio è molto delusa da Rossi. E più volte, in più contesti se n’è lamentata, con diversi interlocutori, a volte parlando al plurale, estendendo ai vertici di Viale Mazzini il suo sfogo: «Questi mi hanno creato solo problemi. Se rivinciamo li cambio tutti».
Sono parole che La Stampa ha raccolto, identiche, da tre fonti differenti. E che la premier ha inquadrato in un ragionamento strategico più ampio in vista del voto del 2027: «Andrebbero cacciati subito ma non possiamo permetterci un caso Rai in piena campagna elettorale».
I cahiers de doléances sulla tv pubblica stilata dai partiti della maggioranza sono lunghi e articolati. E non riguardano solo l’immagine di un’azienda che fatica con lo share, che colleziona insuccessi strapagati e da cui i conduttori più noti fuggono, mentre la commissione parlamentare di Vigilanza viene azzerata dalla protesta delle opposizioni alla vigilia dei palinesti.
Deputati e senatori di Fratelli d’Italia si sono spesso lamentati di Rossi con Federica Frangi, membro del Consiglio di amministrazione in quota Meloni. Il risentimento verso l’ad Rai nasce da una serie di richieste che il manager avrebbe ignorato. Contratti e promozioni: la solita trafila di raccomandazioni che imprigiona la Rai nella morsa della politica. Per paradosso, a destra considerano quella che a sinistra chiamano TeleMeloni ancora troppo ostaggio dell’opposizione.
Non solo FdI, anche la Lega accusa Rossi di aver lasciato troppo spazio a dirigenti non allineati o considerati un riferimento del centrosinistra. A partire da Stefano Coletta, ex direttore di Rai 1, richiamato dall’ad come super-coordinatore dei Generi, ma è un discorso che riguarda anche Maria Pia Ammirati (Rai Fiction) ed Elena Capparelli (Rai Play).
Non ne fanno una questione di curriculum e competenze, ma di puro pregiudizio politico. Il caso che, però, più ha fatto infuriare Meloni, e con lei i leghisti, a partire dal leader e vicepremier Matteo Salvini, è stata la riconferma di Paolo Del Brocco a Rai Cinema, che guida dal 2010.
Sedici anni di potere indiscusso che i sovranisti erano certi di poter interrompere. E invece. «Non riconosco Giampaolo» ha reagito Meloni. È stato Rossi ad agevolare la nuova nomina con l’aiuto di Antonio Marano che svolge il ruolo di presidente facente funzione, in attesa che qualcuno risolva lo stallo su Simona Agnes, indicata da Forza Italia. Qui l’intreccio si complica e si arricchisce di un ulteriore sapore di intrigo.
Perché Marano, voluto dalla Lega in Cda, non ha assecondato la volontà di Salvini e di chi per suo conto di occupa di Rai, Alessandro Morelli. I leghisti hanno già da recriminare di non aver incassato la presidenza di Rai Pubblicità con un nome più gradito. Puntano il dito contro Marano perché, di sponda con Rossi, avrebbe favorito Felice Ventura, direttore delle Risorse umane, per poi far assumere da lui il fidanzato della figlia come ampiamente raccontato .
Il grande punto interrogativo riguarda, però, il possibile sostituto e le ambizioni di Gian Marco Chiocci, direttore del Tg1, amico e uomo di fiducia di Meloni, come da lui stesso raccontato.
Con la campagna elettorale alle porte, la Rai può essere molto funzionale ai partiti. Per questo ognuno fa i propri calcoli. Dopo le dimissioni di massa dei parlamentari di opposizione della Commissione di Vigilanza, resta sul tavolo l’ipotesi di un passo indietro anche dei due membri del Cda in quota centrosinistra. Una mossa – spiegano – che avrà un senso solo se non favorirà la nomina di un Cda ancora più nelle mani di Meloni e di Salvini.
Nel frattempo il presidente del Senato Ignazio La Russa ha proposto un’ultima mediazione al centrosinistra per scongiurare una forzatura della maggioranza: via la Agnes e «fate una rosa di nomi di garanzia che io sottopongo al centrodestra». Le opposizioni hanno ribadito che non designeranno alcun componente per la Vigilanza: «Per La Russa e per la destra è solo questione di posti – spiega il capogruppo Pd Francesco Boccia – Noi invece chiediamo il recepimento delle nuove regole europee del Media Freedom Act di cui loro hanno paura».

(da La Stampa)

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“GUARDO I TG DELLA RAI, MA NON RIESCO AD ARRIVARE IN FONDO. I PROGRAMMI, POI, SONO DI UNA SCIATTERIA ENORME”: L’EX DIRETTORE GENERALE DELLA TV PUBBLICA, PIER LUIGI CELLI, E IL FALLIMENTO DI “TELEMELONI”: “UNA RAI RIDOTTA COSÌ, PERCEPITA COME UN ORGANO DI PARTITO, NON SERVE A NESSUNO, NEMMENO AL GOVERNO. PROVARE A SCHIERARLA IN VISTA DELLA CAMPAGNA ELETTORALE È UN ERRORE: LA GENTE SE NE ACCORGE E NON CI STA”

Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile

“HANNO OCCUPATO I POSTI, MA NON HANNO MESSO I COMPETENTI. SE L’OBIETTIVO È L’EGEMONIA CULTURALE, PER RAGGIUNGERLO TI SERVE LA QUALITÀ. ALTRIMENTI CAUSI SOLO UN DANNO ECONOMICO E DI IMMAGINE (COME IL CASO PETRECCA)” – “L’ATTUALE STRUTTURA ORGANIZZATIVA È DEMENZIALE E NON FUNZIONA”

«Guardo i tg della Rai, ma non riesco ad arrivare in fondo». Pier Luigi Celli lo dice con tono dispiaciuto. «I programmi, poi, sono di una sciatteria enorme», sentenzia l’ex direttore generale della tv pubblica. Tre anni, dal 1998 al 2001, nella stagione del centrosinistra al governo, con Massimo D’Alema e Giuliano Amato a Palazzo Chigi. Il giudizio sull’offerta dei palinsesti Rai è lapidario: «Tecnicamente inguardabile».
Il motivo?
«Hanno occupato i posti, ma non hanno messo i competenti. Se l’obiettivo è l’egemonia culturale, per raggiungerlo ti serve la qualità. Altrimenti causi solo un danno economico e di immagine, una perdita di reputazione per un’azienda così importante, anche a livello internazionale».
Però si può ottenere qualche vantaggio a livello di consenso politico, no?
«Non credo. Una Rai ridotta così, percepita come un organo di partito, non serve a nessuno, nemmeno al governo. Provare a schierare la Rai in vista della campagna elettorale è un errore: la gente se ne accorge e non ci sta. Nel 2001 dal centrosinistra ci chiesero di farlo, io mi rifiutai, altri furono più disponibili. Alla fine, vinse Berlusconi».
A lei non arrivavano telefonate dai Ds per spingere qualche nomina?
«Arrivavano, certo. Ci hanno provato per un po’, poi hanno smesso. Io dicevo semplicemente che non ero il maggiordomo di nessuno. Ma ero avvantaggiato, perché all’epoca i miei interlocutori erano i vertici dell’Iri e non Palazzo Chigi».
Veniamo al caso Rai3, che ormai è stata «smantellata», come denunciano gli stessi giornalisti del Tg3.
«Non c’è dubbio che snaturare Rai3 fosse un obiettivo della nuova dirigenza Rai. Ma non penso che, 25 anni fa, Rai3 fosse un fortino di sinistra. Era un concentrato di intelligenze di varia estrazione, che offriva una televisione di qualità. Sempre lì torniamo: il prodotto. Ora viene prima l’appartenenza politica».
Serve una riforma per provare a garantire più indipendenza?
«L’attuale struttura organizzativa è demenziale e non funziona. Non puoi avere un presidente, un amministratore delegato e un direttore generale spesso in competizione tra loro. Si creano le condizioni per una corsa a distinguersi e a far pesare il proprio potere. Poi non mi ha convinto il passaggio dalle reti ai generi, non mi pare abbia portato benefici e tornerei indietro».
Il rapporto con la politica?
«La Rai è una grande impresa che fa cultura, non può agire come una compagnia di ventura. A mio avviso, bisogna creare una fondazione, guidata da persone competenti e di alto profilo, in modo che non siano condizionabili».
In questo contesto abbiamo avuto anche una commissione parlamentare di Vigilanza bloccata per due anni e ora azzerata.
«Una vicenda che rientra nella subcultura di questa destra: se non posso fare come dico io, allora blocco tutto. Però penso anche che la sinistra non avrebbe dovuto impuntarsi sul no a Simona Agnes. Non era un nome irricevibile, io l’avrei votata come presidente. Certi organi di garanzia vanno tenuti fuori dallo scontro politico».
(da La Stampa)
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“UN POLIZIOTTO L’HA COLPITO CON UN LACRIMOGENO”: SECONDO LA PROCURA DI TORINO A FERIRE IL TIFOSO JUVENTINO MARCO BASOCCU, PRIMA DEL DERBY DI TORINO DEL 24 MAGGIO, È STATO UN LACRIMOGENO LANCIATO DA UN AGENTE. IL MAGISTRATO HA CHIESTO I DOMICILIARI PER IL POLIZIOTTO ACCUSATO DI AVER MANDATO IN COMA L’ULTRA’ BIANCONERO: “HA SPARATO A ALTEZZA D’UOMO”

Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile

LA SVOLTA E’ ARRIVATA GRAZIE AI VIDEO E ALLE TESTIMONIANZE DEI COLLEGHI

Lo ha lanciato un poliziotto del V Reparto mobile, che quella domenica avrebbe dovuto evitare gli scontri tra gli ultras granata e bianconeri a pochi passi dallo stadio Olimpico Grande Torino. Invece ha ferito alla testa il commercialista di 36 anni, originario di Casale Monferrato e residente a Milano: per questo l’agente è stato iscritto nel registro degli indagati dal pm Paolo Scafi, che lo accusa di lesioni personali aggravate.
Per il poliziotto il magistrato ha chiesto gli arresti domiciliari al termine dell’interrogatorio preventivo di ieri mattina in tribunale, un istituto giuridico introdotto dalla riforma Nordio che obbliga a interrogare l’indagato prima di emettere un’ordinanza cautelare. Per ora il giudice si è riservato la decisione, che arriverà nei prossimi giorni.
C’è un “quadro indiziario grave”, spiega in una nota il procuratore di Torino, Giovanni Bombardieri, e aggiunge che il ferimento è legato “all’esplosione di un lacrimogeno lanciato, in maniera non conforme alle modalità previste, dall’operatore della polizia di Stato incurante delle possibili gravissime conseguenze”.
All’individuazione del poliziotto si è giunti “attraverso l’analisi di un’enorme mole di immagini, acquisite da impianti di videosorveglianza pubblica e privata nonché da droni utilizzati per finalità di ordine pubblico, attraverso la raccolta di numerose testimonianze, specie di diversi operatori della polizia di stato, e il supporto di consulenze tecniche”.
In questo mese abbondante di indagini e di analisi di migliaia di fotogrammi delle telecamere, gli investigatori della Squadra mobile hanno accertato che il loro collega del Reparto mobile ha sparato colpevolmente il fumogeno ad altezza uomo, andando contro ogni direttiva che ne regola l’utilizzo nei contesti di ordine pubblico. Altro che pietra o bottiglia lanciata dagli ultrà avversari, com’era emerso nelle ore successive al dramma di Basoccu, finito in coma e salvato solo da un’operazione di rimozione della calotta cranica all’ospedale Molinette, da cui è stato dimesso miracolosamente tre settimane fa.
Decisive anche le testimonianze dell’autista del bus dei Viking Milano, il gruppo ultrà di cui fa parte Basoccu, e degli agenti del Reparto mobile e della Difos sentiti come persone informate dei fatti.
Che hanno raccontato la gestione degli scontri tra tifoserie in piazza San Gabriele di Gorizia, a pochi passi dallo stadio: lì i poliziotti hanno dovuto reagire sparando circa 130 lacrimogeni, buona parte lanciati con la traiettoria “a campanile” prevista dalle linee guida. Non l’agente indagato, almeno secondo la tesi del pm e dei suoi colleghi della Squadra mobile.
Chi era presente, d’altronde, aveva puntato da subito il dito contro i poliziotti. E lo aveva riferito ai genitori del tifoso ferito: «Marco ha la teca cranica frantumata, può essere stato solo un lacrimogeno lanciato dalla polizia» ha sempre ribadito Pier Luigi Basoccu, papà del ferito
(da agenzie)
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C’E’ UNA PERICOLOSA DERIVA RELIGIOSA ALLA CASA BIANCA: TRUMP CREDE DI ESSERE BIS-UNTO DAL SIGNORE: IL DELIRANTE COMIZIO DEL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO A MOUNT RUSHMORE, IN OCCASIONE DEL 4 LUGLIO: “NOI SIAMO LA NAZIONE ELETTA” –

Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile

TRUMP SI INVENTA UNA PRESUNTA MINACCIA: “L’IDENTITÀ AMERICANA È SOTTO L’ATTACCO DI RADICALI ED ESTREMISTI INTERNI” – “IL PARTITO COMUNISTA È COMPOSTO DA IMMIGRATI CLANDESTINI, CRIMINALI E DA CHIUNQUE NON DEBBA LAVORARE. L’AMERICA NON SARÀ MAI UN PAESE COMUNISTA”

L’America festeggia oggi il suo 250esimo compleanno. Party, barbecue e fuochi d’artificio ovunque, ma la celebrazione ufficiale, quella organizzata nella capitale, risentirà di due condizionamenti
L’altro condizionamento, noto da tempo a differenza dell’onda di caldo estremo, è quello di Donald Trump: la celebrazione della Dichiarazione d’indipendenza dalla corona britannica firmata nel 1776 dalle 13 colonie, l’atto di nascita degli Stati Uniti, doveva essere bipartisan, non politicizzata. Una riflessione sulla storia del Paese, sul mosaico sociale che ha pian piano trasformato un pugno di coloni secessionisti in una nazione diventata leader, il Nuovo Mondo.
Il Congresso ha cominciato a lavorare su queste celebrazioni già dieci anni fa, creando anche una commissione, America250, incaricata di organizzare gli eventi. Ma Trump, una volta divenuto presidente, ha deciso di politicizzare la ricorrenza. E ha creato una sua organizzazione, Freedom250, sulla quale ha dirottato gran parte dei finanziamenti originariamente destinati al comitato creato dal Parlamento.
Il suo cronico desiderio di attenzione, il bisogno di essere sempre al centro della scena lo spinge a trasformare tutto, anche il 4 luglio, in un one man show . Cosa che indigna i democratici, ma non i conservatori. La trasformazione della celebrazione in una prova di resistenza fisica preoccupa gli organizzatori e la stessa Casa Bianca: i servizi di sicurezza distribuiranno nella spianata del Mall 400 mila bottiglie d’acqua
Il numero dei razzi sparati in cielo sarà dieci volte superiore rispetto alle celebrazioni del 4 luglio degli anni scorsi. Un modo per attirare le famiglie con bambini che rischiano di restare a casa, spaventate dal gran caldo. Ma gli esperti avvertono che, nel caldo umido e stagnante, un simile volume di fuochi può creare nubi di fumi nocivi per la salute.
L’identità americana “è sotto un nuovo attacco di radicali ed estremisti interni” e, per questo, “possiamo perdere le elezioni di metà mandato solo se ci comportiamo da stupidi”. Donald Trump, parlando al Mount Rushmore, ha citato il rischio di comunismo.
“Il Partito Comunista è composto da immigrati clandestini, criminali e da chiunque non debba lavorare. Il comunismo è un fallimento. Lo è sempre stato e lo è tuttora. È un fallimento totale. Guardate le persone che lo promuovono. Alla vigilia di questo 250/mo anniversario della libertà americana, dichiariamo e giuriamo che l’America non sarà mai un Paese comunista”, ha aggiunto.
A una generazione di distanza da quando “abbiamo combattuto e vinto la Guerra Fredda contro la minaccia del comunismo, assistiamo oggi a una recrudescenza di tale minaccia nella nostra terra, alimentata anche da chi è appena arrivato nel nostro Paese e abbraccia idee diametralmente opposte al nostro stile di vita. Non si tratta di semplici divergenze politiche, come quelle su tasse o regolamenti”, ha continuato Trump, per il quale “il comunismo rappresenta una minaccia mortale per la libertà americana.
È la minaccia più grave che il nostro Paese abbia mai affrontato, superando persino la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, Pearl Harbor o l’11 settembre”. Perché il comunismo “è nemico dei popoli liberi ovunque essi siano. È nemico della Costituzione. Soprattutto, è nemico del 4 luglio 1776. Mentre radicali ed estremisti attaccano a ogni piè sospinto la nostra straordinaria storia, tacciono sulla storia nefasta del comunismo stesso. Il loro sistema ha causato più morte e distruzione di qualsiasi altro sistema mai sperimentato: nel secolo scorso ha ucciso 100 milioni di persone.
Il comunismo è l’esatto opposto della vita, della libertà e della ricerca della felicità: è morte, tirannia e ricerca del male”, ha rincarato il presidente. “La morale comunista, priva di Dio, sostiene che qualsiasi mezzo sia giustificato per realizzare le visioni disumane che propugna. Non nutre alcun rispetto per la legge, la giustizia, i principi, la tradizione o i diritti conferiti da Dio. È un’ideologia fondata su furto, controllo, menzogne e omicidi di massa. Tali dottrine non possono trovare spazio in una democrazia, poiché la prima cosa che fanno, una volta al potere, è distruggerla, proprio come hanno fatto i comunisti in altri Paesi di tutto il mondo”, ha attaccato Trump.
“In parole povere, il comunismo incarna idee e abusi peggiori della storia, perpetrati dalle persone peggiori; la fondazione dell’America rappresenta invece idee e tradizioni migliori della storia, opera delle persone migliori. Si può essere leali a Karl Marx oppure all’America. Si può essere comunisti o patrioti. Non si può essere entrambe le cose”, ha tuonato il tycoon, chiudendo un discorso di quasi 30 minuti, tra gli applausi.
(da agenzie)

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LA FECCIA NEONAZISTA DI AFD SI RITROVA PER UN CONGRESSO BLINDATISSIMO A ERFURT, IN TURINGIA, NELLO STESSO POSTO DOVE CENTO ANNI FA NACQUE “LA GIOVENTÙ HITLERIANA” E IL FUHRER SI FECE IMMORTALARE PER LA PRIMA VOLTA COL BRACCIO TESO

Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile

L’APPELLO DEL MEMORIALE DI BUCHENWALD, IL PIÙ FAMIGERATO CAMPO DI CONCENTRAMENTO IN TURINGIA: “PRIMA CHE MINI LE FONDAMENTA DELLA DEMOCRAZIA, AFD VA BANDITO DALLA GERMANIA”… MIGLIAIA DI TEDESCHI HANNO BLOCCATO PER PROTESTA LE VIE DI ACCESSO, LA PROTESTA DILAGA

Cento anni fa Adolf Hitler tuonò dal leggendario hotel Elephant di Weimar: “Da questo giorno comincia la rinascita del partito nazionalsocialista!”. Era il 4 luglio del 1926, e il partito nazionalsocialista celebrò il Führer a un congresso in Turingia che è entrato nella storia.
Quel giorno i nazisti fondarono la Gioventù hitleriana e il Hitler coniò il celebre saluto col braccio teso. E il land del classicismo goethiano – uno dei pochi dove il partito non era stato vietato dopo il putsch di Monaco – divenne una delle roccaforti dell’irresistibile ascesa delle camice brune, il primo dove i nazisti andarono al potere.
Oggi nessuno in Germania pensa sia un caso che un secolo dopo quel cruciale appuntamento che cementò la leadership di Hitler, l’Afd abbia deciso di organizzare – negli stessi identici giorni – un congresso proprio in Turingia. Tanto più che il padrone di casa, il leader regionale dell’ultradestra Björn Höcke, è uno degli esponenti più estremisti e controversi dell’Afd e tra i principali architetti della deriva a destra del partito.
Non a caso, Höcke ha già preparato una mozione che ha già fatto scalpore: chiede di azzerare, di fatto, la norma sull’incompatibilità tra l’Afd e forze politiche di estrema destra, fasciste e naziste. Secondo fonti del partito la mozione non sarà ammessa: ma i vertici vogliono avviare comunque una discussione sul tema. Ma da molti la mossa di Höcke è stata interpretata come il suo modo di festeggiare l’anniversario.
Alla vigilia del congresso dell’ultradestra, come accade da anni, centinaia di associazioni di sinistra e antifasciste si sono date appuntamento per protestare contro il congresso e bloccare tutte le vie d’accesso alla fiera, dove sabato mattina comincerà la due giorni dell’ultradestra. Erfurt è talmente blindata che per arrivare alla fiera bisogna camminare chilometri a piedi – i trasporti pubblici sono stati tutti deviati – e passare quattro varchi di controlli della polizia. Neanche un G7.
Soprattutto, dopo l’appello a un divieto dell’Afd arrivato già a febbraio dal Memoriale di Auschwitz, due giorni fa è arrivato anche quello di Buchenwald, il memoriale del più famigerato campo di concentramento in Turingia: “il 4 e 5 luglio l’Afd terrà il suo congresso annuale a Erfurt – a poca distanza dalla torre della campana di Buchenwald, in coincidenza con il centesimo anniversario del congresso del partito nazionalsocialista”.
Prima che l’Afd “mini le fondamenta della democrazia” va fatto in modo che quel partito “anticostituzionale e, per molti versi, comprovatamene di estrema destra” sia bandito dalla Germania.
(da Repubblica)

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“I MORTI IN QUESTO MARE SONO VITTIME SIA DI DECISIONI PRESE, SIA DI DECISIONI MANCATE. NON MANCA CHI HA PAURA DI CONTAMINARSI NEL CONTATTO CON GLI ALTRI, NEGANDO COSÌ LA DIGNITÀ DI OGNI ESSERE UMANO. DOVE C’ERANO MURI DI SEPARAZIONE, CRISTO LI HA ABBATTUTI”

Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile

LEONE ATTRAVERSA LA “PORTA D’EUROPA”, VARCO CHE RACCONTA L’INGRESSO DEI MIGRANTI NEL NOSTRO CONTINENTE

Il vento del mare strapazza la talare bianca. Nell’ultimo lembo di Lampedusa che guarda verso l’Africa, Leone XIV si arrampica fra gli scogli. Gesto inaspettato e fuori programma. Una folata gli porta via lo zucchetto che sarà recuperato poco dopo. Con un’espressione del volto premurosa, si ferma a scrutare il Mediterraneo sopra una delle postazioni di vedetta che dice di un’isola roccaforte.
Immagine del passato: oggi è una terra aperta, un’ancora di salvezza per chi affronta il mare pur di fuggire da guerre, miseria, persecuzioni. Le bandiere dell’Italia e dell’Europa sventolano sulla casamatta dove il Papa sceglie di restare da solo, per un momento di raccoglimento, di fronte al mare della speranza e della disperazione, della rinascita e della tragedia. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate», denuncerà con un chiaro richiamo alla politica nella Messa che conclude la sua visita a Lampedusa. «Oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia», spiega agli abitanti che eleva a simbolo del «miracolo della compassione», come lo definisce. L’opposto di «chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere», avverte.
E aggiunge: «Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi la fretta di “passare oltre”».
«Purtroppo, in ogni tempo, non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti».
Leone XIV ha attraversato poco prima la Porta d’Europa: varco che racconta l’ingresso dei migranti nel continente ma anche memoriale di chi è stato ucciso dalle acque in una traversata. Il Papa poggia la mano sullo stipite del monumento affacciato sul mare. Sullo sfondo la nave San Giusto della Marina militare e le imbarcazioni della Guardia costiera e di finanza che il Pontefice saluta.
Ad accompagnarlo due bambini che lui tiene per mano e che, con le loro famiglie, portano su di sé il dramma dei barconi e il conforto dell’accoglienza che si fa riscatto. Nella Messa il Papa chiama in causa il continente. «Da questo estremo lembo d’Europa nel Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee.
Anche per questo aspetto – come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace – l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona». […]
Il Papa si rivolge a quella parte della comunità ecclesiale che preferisce i muri ai ponti. «È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza». Risposta anche al movimento dei lefebvriani che si scaglia contro ogni “contaminazione” spirituale. E fa sapere: «Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti.
Leone XIV è nel consapevole che Lampedusa ha «una vocazione turistica che purtroppo può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza, o persino in contrapposizione ai loro aspetti drammatici». Guai, però, ad «innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri.
Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità». Perché, «c’è autentico riposo dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna». Un’economia, è la consegna, in cui la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca.
(da Avvenire)

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PAPA LEONE A LAMPEDUSA, LA PREGHIERA SULLE TOMBE DEI MIGRANTI: “IL MONDO SIA PIU’ UMANO”

Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL MONITO: “L’EUROPA E’ CHIAMATA A UNA RESPONSABILITA’ EPOCALE”

«Non sono venuto a fare discorsi, ma a celebrare l’eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti». Tredici anni dopo Francesco, Papa Leone XIV torna a Lampedusa per rilanciare anche da qui – dopo che nemmeno un mese fa lo aveva fatto nel porto di Arguineguin a Gran Canaria – il suo messaggio a favore dell’accoglienza e della dignità umana di ogni uomo e donna, anche se migrante.
L’appello all’Europa
«Da questo estremo lembo d’Europa nel Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee», ha dichiarato il pontefice. «L’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo per accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, al tempo stesso, lavorare per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare», ha aggiunto.

(da agenzie)

 

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LA LETTERINA DEL PICCOLO LEO AL PAPA: “IO. SBARCATO QUI DA SOLO DIECI ANNI FA”

Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL BAMBINO HA CONSEGNATO AL PAPA UN FOGLIO E UN PALLONE

«Caro Papa sono super emozionato di incontrarti! Dieci anni fa la mia storia è iniziata qui a Lampedusa. Ero da solo e avevo perso tutto, soprattutto la mia mamma». Comincia così la lettera che un bambino, il piccolo Leo, ha scritto e consegnato a papa Leone XIV, insieme a un pallone, durante la visita del pontefice a Lampedusa.
«Mi dicono che ho smesso di piangere solo quando mi hanno dato un pallone fatto di carta, da quel giorno il pallone è rimasto nel mio cuore e io non ho smesso di giocare», continua la letterina scritta a mano.
«Spero tanto che questa palla che ti regalo adesso possa arrivare a un altro bambino e farlo felice proprio come me. Grazie, Leo».
Un gesto simbolico che, come ha detto il Papa, qui a Lampedusa conta più delle parole. Leo è il bambino che con una donna, incinta, e un’altra bambina ha accompagnato il pontefice fino alla “Porta d’Europa”, la grande scultura-monumento di Mimmo Palladino, simbolo dell’accoglienza per gli stranieri in arrivo.
(da agenzie)

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“DIBBA” SARA’ UN GROSSO PROBLEMA, NON SOLO PER CONTE, ALESSANDRO DI BATTISTA È GIÀ STATO BOLLATO COME IL “VANNACCI DI SINISTRA” PERCHÉ, ALLE PROSSIME ELEZIONI, PUO’ SCIPPARE VOTI AL M5S E PESCARE NELL’AREA “ROSSOBRUNA” CON IL SUO MOVIMENTO “

Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile

SORGI: “LA SENSAZIONE È CHE IL ‘DIBBA’ PUNTI A SOTTRARRE VOTI A ENTRAMBE LE COALIZIONI, UN PO’ CON IL POSIZIONAMENTO PROPAL E UN PO’ CON QUELLO PACIFISTA CHE RISCHIA DI CONFINARE CON IL FILOPUTINISMO DI CONTE E SALVINI. SI SCHIERERÀ CONTRO TUTTI E RENDERÀ ANCORA PIÙ A RISCHIO, PER CENTRODESTRA E CENTROSINISTRA, RAGGIUNGERE IL 42% PREVISTA DALLA NUOVA LEGGE ELETTORALE PER OTTENERE IL PREMIO DI MAGGIORANZA”

E così Alessandro Di Battista, il “Dibba” nazionale, prepara il ritorno in scena in vista delle elezioni politiche del 2027. Un Vannacci di sinistra, dice di lui qualcuno, nel senso degli effetti che potrebbe avere sul Movimento 5 Stelle guidato da Conte. Un secondo Vannacci, dice qualche altro che sa bene come il “Dibba” sia contrario a dichiararsi di sinistra o di destra.
Eppure, il movimento a cui vorrebbe dar vita si chiamerebbe proprio “Schierarsi”, e la sensazione è che il “Dibba” punti a sottrarre voti a entrambe le coalizioni, un po’con il posizionamento “ProPal” in ambito Medio Oriente, e un po’ con quello pacifista che rischia di confinare con il filoputinismo di Conte e Salvini.
E poi fiancheggiando tutto ciò che si muove nella società, l’antigarantismo e la difesa dei magistrati che erogano condanne severe, la battaglia contro i contributi pubblici ai giornali (per la quale ha già raccolto oltre 270 mila firme, una buona prova per le 60 mila che servirebbero per presentare le liste l’anno prossimo)
Inoltre, rispetto ai suoi vecchi compagni grillini, “Dibba” ha un patrimonio tutto da spendere: ha fatto una sola legislatura, non ha chiesto eccezioni rispetto alla regola che prevedeva non più di due mandati, per un po’è sembrato ritirarsi dalla politica, pur senza abbandonare un’assidua presenza in tv.
Quando è uscito dal Parlamento ha assistito a distanza alla “contizzazione” dei 5 stelle, al progressivo abbandono di Grillo (che ora però
torna alla carica con il tentativo giudiziario di reimpadronirsi del simbolo del Movimento 5 Stelle), alla crescita della leadership dell’ex-premier dei governi gialloverde e giallorosso, che Di Battista non ha mai avversato più di tanto, pur essendo assolutamente contrario alla scelta di allearsi organicamente con Schlein e Avs.
“Schierarsi”, dunque, ma con chi? “Dibba” ancora non lo dice, così come non conferma che guarda alle prossime elezioni. Ma se abbiamo capito, se lo farà – e lo farà – si schiererà contro tutti, rendendo ancora più a rischio, per centrodestra e centrosinistra, raggiungere la fatidica soglia del 42 per cento prevista dalla nuova legge elettorale per ottenere il premio di maggioranza.
(da agenzie)

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