Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO HA APPENA VARATO IL SESTO DECRETO SICUREZZA: È LA CERTIFICAZIONE CHE I DECRETI PRECEDENTI NON HANNO DATO RISULTATI . IL CENTROSINISTRA HA UN RAPPORTO TIMIDO CON GLI APPARATI DI SICUREZZA, QUASI LI EVITA, PERCHÉ LI CONSIDERA UNA DECLINAZIONE DI UNA MODALITÀ SECURITARIA. QUESTO HA CONSENTITO AL CAMPO AVVERSO DI IMPADRONIRSENE CON LE PROPRIE RICETTE. MA LA SICUREZZA È UN BENE COMUNE, LA PRECONDIZIONE DI TUTTE LE LIBERTÀ E DI TUTTI I DIRITTI”
Franco Gabrielli è il classico poliziotto buono dell’hard boiled. Quello che chiunque si augura di avere davanti se si trova nei guai, e di cui i più scafati invece sempre diffidano. Per parlare di “sicurezza democratica”, è lui a iniziare dal 2001. L’anno del G8, di Carlo Giuliani, della macelleria messicana. Dell’11 settembre. Venticinque anni fa, dice, praticamente «un Giubileo».
Gabrielli ha un curriculum stellare: è stato direttore del Sisde e dell’Aisi, prefetto dell’Aquila e di Roma, capo della Protezione civile, capo della polizia, sottosegretario del governo Draghi e Autorità delegata per la sicurezza.
Sui fatti di Genova, da neocapo della polizia, nel 2017 a Repubblica rilasciò un’intervista che ha fatto storia. Titolo: «Il G8 di Genova fu una catastrofe», sommario: «Al posto di De Gennaro (allora capo della polizia, fino al 2007, ndr) mi sarei dimesso».
Sta partendo una campagna elettorale in cui la destra soffierà sul tasto della sicurezza, anzi dell’insicurezza?
La nostra premier dice che prima di lei c’era la pacchia, “adesso siamo arrivati noi”. Bene, in questi 25 anni chi ha governato la politica della sicurezza interna in questo paese? È andata così: dal 2001 al 2026 l’Italia ha avuto dieci ministri dell’Interno, tre di Forza Italia, che hanno governato per otto anni, tre della Lega, per nove anni. I partiti del centrosinistra ne hanno avuto due per tre anni e mezzo. Ci sono stati due tecnici, Annamaria Cancellieri e Luciana Lamorgese, per quattro anni e mezzo. Il che significa che su 25 anni, per 17 hanno governato ministri dell’attuale maggioranza.
Dunque di qualsiasi cosa si lamentino, la responsabilità è loro?
I dati sono inequivoci. Detto questo, da noi il ministro dell’Interno è un San Sebastiano. Sulla carta è autorità nazionale di pubblica sicurezza, ma di fatto governa una sola forza di polizia. Il resto è governato dagli apparati. Comunque negli ultimi quattro anni c’è stata una maggioranza solida. La dimostrazione lampante che fanno propaganda è che le cose che oggi Vannacci propugna sono le stesse di cui erano propugnatori quelli che oggi governano.
Quindi ha ragione Vannacci, dal suo punto di vista?
Certo, rispetto ai loro criteri, la sicurezza del Paese non è migliorata. Parlavano di blocco navale, ma è irrealizzabile. Oggi Vannacci parla di remigrazione, che è lo stesso uno slogan. Le ricette per le quali oggi si vanta la diminuzione degli sbarchi sono quelle del 2017. Le condizioni che contano però sono quelle dei Paesi di partenza. Il 2023 è stato un anno orribile, con oltre 150 mila sbarchi, perché la Tunisia era al collasso. Ora la Tunisia si è rimessa in sesto, in Libia gli equilibri fra le milizie sono meno effervescenti, e i numeri sono cambiati. Ma il linguaggio di verità dovrebbe essere la base per non turlupinare i cittadini.
Il governo ha appena varato il sesto decreto sicurezza.
È quantomeno la certificazione che i decreti precedenti non hanno dato risultati. E poi qualcuno sa quali sono stati gli effetti dei cinque precedenti? Delle due l’una: o hai iniziato il percorso non avendo presente la complessità della materia, oppure questa coazione a ripetere è un approccio emotivo. Tralascio il fatto che ogni decreto ha un trigger, rave, Cutro, Caivano, e da ultimo “maranza”, modalità barbara di definire un soggetto con la connotazione più razzista e razziale possibile.
Che rapporto ha lo schieramento democratico con la sicurezza?
Un rapporto timido, quasi evita il rapporto, perché alla fine lo considera una declinazione di una modalità securitaria. Questo ha consentito al campo avverso di impadronirsene con le proprie ricette. Il tema di una sicurezza democratica dovrebbe essere pacifico, la sicurezza è un bene comune, la precondizione di tutte le libertà e di tutti i diritti.
Ovviamente cambiano le ricette. C’è chi pensa di lavorare solo sugli effetti dei fenomeni con l’utilizzo parossistico delle norme penali, ovvero tutto è repressione. La sinistra dovrebbe avere un approccio strabico, un occhio che guarda ad oggi, che dia risposte soprattutto a quella parte di cittadinanza più debole, più impaurita, e uno che guarda in prospettiva.
Parla dell’immigrazione?
Certo l’immigrazione è un tema emblematico. Penso all’ipocrisia in base alla quale si fanno decreti flussi per 450 mila persone, ma non si intraprende il minimo processo di integrazione. E questo non è un approccio solo della destra. A parte il piccolo settore dei razzisti, c’è una maggioranza silenziosa che ritiene gli stranieri come un male necessario. Perché certi lavori non li facciamo più. Ma il retropensiero è neoschiavista.
Queste persone vanno bene fino alle 18, poi si dovrebbero dissolvere. Nel nostro Paese sono stati censiti oltre 150 ghetti. Il ghetto favorisce la sicurezza? No. E se queste situazioni non sono governate sotto il profilo dell’integrazione, è chiaro che la condizione di marginalità sarà l’anticamera dell’illegalità e l’illegalità della criminalità. Queste sono cose di cui, al massimo la sinistra parla. Parla solo intendo.
Torniamo al drammatico G8. Nel suo libro scrive che la sinistra non colse l’occasione di affrontare il tema del modello di sicurezza, e fu «un errore esiziale, che avrebbe consegnato la pancia degli apparati a quella dimensione di rancore e solitudine in cui le parole d’ordine della destra avrebbero facilmente attecchito». All’epoca la sinistra fu parte lesa.
Quel 2001 non iniziò a luglio, iniziò a marzo con gli scontri di Napoli, e c’era un governo di sinistra. Che usò poi una modalità autoassolutoria. […]
Dopo quell’occasione mancata, la sinistra che oggi si candida a governare ha gli strumenti per un nuovo dialogo con le forze di Polizia?
Ha l’obbligo, non so se ne ha la volontà. Ma chi vuole candidarsi al governo del Paese questo rapporto lo deve riannodare. Avere assecondato questa modalità di chiusura su sé stessi degli apparati è stata una scelta infelice. Perché sono stati consegnati alle sirene di una narrazione che spesso li utilizza come bandiere, ma non sempre ne cura gli interessi.
(da editorialedomani.it )
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Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
L’UOMO ERA IN STATO DI AGITAZIONE, GLI AGENTI HANNO USATO LO SPRAY AL PEPERONCINO… MA ERA COSI’ DIFFICILE AMMANETTARLO TENENDOLO BLOCCATO IN PIEDI? E POI GLI METTI LE FASCETTE ALLE CAVIGLIE E NON TI ACCORGI CHE E’ GIA’ MORTO?
Un uomo di 43 anni di origine marocchina, Abderrahim Fakir, è morto, in tarda
mattinata al Pilastro a Bologna. In base a quanto si apprende, era in corso un controllo di polizia in via Svevo: a chiamare il 113 sono stati alcuni residenti dopo che l’uomo, nello spazio dei garage, aveva dato in escandescenze. Una volante è arrivata sul posto e – in base alle prime informazioni – anche il 118.
«Aiuto, basta, basta». Sono impressionate in un video le urla dell’uomo morto al Pilastro di Bologna dopo essere stato fermato dalla polizia. Nelle immagini si vedono due agenti che bloccano a terra il 43enne marocchino a faccia in giù, portandogli le mani dietro la schiena nel tentativo di ammanettarlo. Un terzo uomo, probabilmente un residente, aiuta gli agenti tenendogli le caviglie. Attorno a loro anche due soccorritori che però non intervengono. Dopo qualche minuto l’uomo smette di dimenarsi e sembra perdere i sensi, mentre i poliziotti gli bloccano anche le caviglie. Uno dei due prova a sincerarsi delle sue condizioni ma senza risposta.
«Lui sempre chiedeva aiuto. Non ha fatto niente chiedeva solo aiuto. Era un po’ agitato, chiedeva aiuto, aiuto, aiuto». A dirlo ai cronisti è un residente del condominio di via Svevo, al Pilastro a Bologna. Un testimone che ha assistito a quanto accaduto, nell’area dei garage, del condominio dove, in tarda mattinata, è morto Abderrahim Fakir. «Dal condominio – prosegue il testimone – qualcuno, dopo avere sentito le urla provenire dai garage, ha chiamato le forze dell’ordine».
«Io non mi darò pace finché mio fratello non sarà vendicato. Non mi darò pace». Sono le parole della sorella di Abderrahim Fakir: «Non sappiamo cosa è successo – prosegue parlando con i cronisti, molto scossa – non sappiamo cosa è successo. Lo sanno loro, la polizia, cosa è successo a noi è arrivata la chiamata che è morto. Lo hanno ammanettato ed è morto. Lo hanno aggredito loro. Lo hanno ammazzato e picchiato, ci sono testimoni».
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ISRAELIANI IL 27 OTTOBRE SCEGLIERANNO SE MANDARE A CASA “BIBI” E LA DESTRA MESSIANICA DI BEN GVIR E SMOTRICH, PREMIANDO IL “BLOCCO DI TUTTA LA NAZIONE D’ISRAELE”, CHE VA DALLA DESTRA NAZIONALE DI LIBERMAN ALL’ALLEANZA DI CENTRODESTRA “BEYACHAD” DI BENNETT E LAPID FINO AI DEMOCRATICI DI “GOLAN” E ALLO STESSO EISENKOT
Tra cento giorni Israele andrà alle urne per scegliere il proprio destino. Qualsiasi sarà il risultato, è un voto storico. Nessuna elezione precedente ha concentrato nello stesso appuntamento così tanti fattori: il trauma del 7 ottobre, l’agonia per gli ostaggi, tre anni di guerra tra Gaza, Libano e Iran, lo sfinimento dei riservisti, l’abbandono percepito dalle comunità di confine e una crisi di fiducia che non risparmia più nemmeno l’esercito.
Anche la data è una ferita: 27.10 contiene 7.10.
Per l’opposizione, il voto è l’ultimo miglio di un’attesa cominciata più di mille giorni fa nelle piazze contro la riforma giudiziaria. Per una parte del Paese è diventato una questione esistenziale e identitaria che potrà avere, a seconda dell’esito, una ricaduta persino terapeutica: cambiare governo per tornare a guardare avanti. Un sondaggio trasmesso ieri dal Canale12 israeliano ci viene incontro: il 23% del campione intervistato considera l’idea di lasciare il Paese in caso di rielezione di Netanyahu.
Non si sfugge dal referendum su di lui, il premier dal futuro giudiziario incerto, il più longevo della storia israeliana e il più divisivo, dentro e fuori Israele. Con la sua scaltrezza e resilienza politica ha portato fino in fondo il mandato della coalizione più a destra che abbia mai governato il Paese, risultato che non si vedeva dal 1988. Ma la tenuta parlamentare nasconde una fragilità sociale senza precedenti in cui Bibi – il suo diminutivo ufficiale – non è l’unica variabile. In ballo ci sono la sicurezza, l’equilibrio tra governo e Corte Suprema, la capacità di proteggere chi serve il Paese e il patto sociale tra cittadini e Stato.
Dopo il massacro di Hamas nessuno tra i principali partiti considera questo il momento per riaprire il dossier palestinese. Ma una cosa è difendere Israele, un’altra accettare il progetto di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich di un Paese più messianico, meno frenato dai contrappesi istituzionali, orientato ad ampliare e rendere permanente il controllo sui territori palestinesi e a ricreare prigioni ispirate alla Alligator Alcatraz degli Stati Uniti.
La linea di frattura è il concetto stesso di forza che i due blocchi interpretano in modo diverso. Per l’estrema destra significa alzare lo scontro, ridurre i vincoli e fare dell’isolamento una prova di fermezza. Per il centro e la sinistra significa proteggere il Paese senza consumarlo, preservare l’indipendenza delle istituzioni e tornare a una normalità fatta di cura, relazioni, ricostruzione, crescita e servizi.
Poi ci sono questioni che sembravano settoriali e la guerra ha reso politiche. L’esenzione dalla leva degli Haredim, gli ebrei ultraortodossi che dedicano la vita allo studio della Torah, non è più soltanto una disputa religiosa: è diventata il bilancino dell’equità nazionale. L’esito delle urne appare a ora incerto. I blocchi oscillano attorno ai 61 seggi senza riuscire a trasformare un vantaggio emotivo e momentaneo in una maggioranza solida.
Nello Stato ebraico la parola decisiva è “sionista”, collante identitario di un’opposizione eterogenea. Ne fanno parte: la destra nazionale di Avigdor Liberman; l’alleanza di centrodestra BeYachad (Insieme) guidata da Naftali Bennett con Yair Lapid; i Democratici di Yair Golan che hanno ereditato il testimone della sinistra laburista storica ma che oggi giocano un ruolo minore; e l’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot.
Li unisce il rifiuto di consegnare il futuro del Paese ai partiti messianici e il tentativo di separare chi serve lo Stato da chi, dicono, se ne serve. Eisenkot, il “generale gentiluomo” che procede per la sua strada con una calma metodica quanto dirompente, è diventato il rivale più insidioso per Netanyahu. Il suo partito, Yashar!, gioca sul doppio significato di “avanti” e “onesto”. Nei sondaggi ha superato Bibi nel gradimento personale e il suo partito è arrivato a insidiare il Likud come prima forza del Paese. Nell’ultimo sondaggio di Canale13, per la prima volta, il “blocco di tutta la nazione d’Israele” – come lo definisce Bennett – ha toccato quota 61. È un vantaggio fragile.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA RIEDIZIONE DEL VECCHIO VERDE PADANO NON BASTA PIÙ, UN MONDO SI È DISPERSO FORSE DEFINITIVAMENTE… I NORDISTI, STUFI DELLA POLITICA NAZIONALISTA DEL CARROCCIO, GODONO A DISTANZA. COME L’EX MILITANTE DI VECCHIA DATA, MIRKO GIAFFREDA: ‘LE FESTE DELLA LEGA ORMAI NON SONO PIÙ EVENTI POLITICI, SONO ESPERIMENTI DI SPOPOLAMENTO CONTROLLATO”
“Stasera tombola niente, c’è troppa poca gente…”, è stato l’annuncio velato di tristezza a
fine serata, giovedì sera, degli organizzatori. Ma come, c’erano il presidente della Regione Attilio Fontana, assessori regionali e consiglieri, e non si presenta quasi nessuno?
Festa della Lega di Pontida, classico appuntamento che una volta riempiva l’area feste poco lontano dal pratone, quest’anno tra l’altro localizzata nella vicina Cisano Bergamasco per problemi di autorizzazioni: l’impegno dei volontari in cucina c’è tutto, l’affiatamento pure, il problema è un altro, il peggiore possibile. Manca il “popolo”.
Venerdì sera c’era ospite il ministro Roberto Calderoli e si è quasi offeso per lo spettacolo deprimente che aveva davanti: “Se fossi stato a una Pontida degli anni scorsi, avrei avuto davanti dieci volte le persone che sono presenti. Se c’è una serata per Bossi e Maroni e qualcuno è stato a casa, per me è un traditore degli ideali della Lega Nord e della Lega Salvini Premier…”.
La riedizione del vecchio verde padano non basta più, un mondo si è disperso forse definitivamente. La festa di Pontida infatti è tornata prepotentemente old-style, quest’anno come non mai: c’è il discorso di Umberto Bossi a Venezia del 1996 che annunciava la fondazione della repubblica indipendente della Padania ad aprire il volantino di presentazione, c’è la bandiera del sole delle Alpi dietro al palco, ci sono i manifesti con foto di Umberto Bossi e Bobo Maroni, le bandiere con su scritto “Prima il nord”, i volontari hanno la maglietta verde.
E così ieri sera tocca a Matteo Salvini. Lo accompagna – e non casualmente – una folta delegazione di parlamentari, dirigenti, membri dei rispettivi staff, parecchi arrivati da Milano. Appuntamento alle 19,30, il comizio inizia un’ora e mezzo dopo. Eppure, sotto il tendone ci sono decine di sedie desolatamente vuote. Non ci si accalca più per sentire il “Capitano” né per il rito del selfie.
I nordisti che se ne sono andati già via, stufi della politica nazionalista del Carroccio, quasi si godono, a distanza, lo spettacolo. “Diciamolo senza giri di parole: le feste della Lega ormai non sono più eventi politici, sono esperimenti di spopolamento controllato”, dice un ex militante di vecchia data, Mirko Giaffreda, ora passato a Patto per il nord. Il 20 settembre a Pontida torna il classico raduno
(da Repubblica)
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Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
CON QUESTO GIOCHETTO, “MAD VLAD” È RIUSCITO A RACCOGLIERE OLTRE 5 MILIARDI DI EURO DAGLI OLIGARCHI DI MOSCA … CHI NON VUOLE SGANCIARE, È COSTRETTO A TRASFERIRE LE PROPRIE RICCHEZZE ALL’ESTERO ATTRAVERSO CRIPTOVALUTE
La guerra deve essere finanziata, con le buone o con le cattive. La seconda opzione è quella più praticata, perché Vladimir Putin certe richieste le fa una volta sola. Alla fine dello scorso marzo, al termine del congresso della Confindustria russa, il presidente ha tenuto un incontro a porte chiuse con gli imprenditori più importanti, quelli che noi definiamo da tempo come oligarchi.
Secondo una inchiesta del sito indipendente The Bell , poi confermata anche da altri media più allineati, […] Putin ha proposto ai presenti di versare contributi volontari da destinare al bilancio di Stato.
Non c’è da sorprendersi se Suleiman Kerimov, il re delle ristrutturazioni industriali nonché 127esimo uomo più ricco del mondo, abbia aderito su due piedi alla richiesta promettendo di versare cento miliardi di rubli, oltre un miliardo di euro, seguito a ruota dal banchiere Vladimir Potanin, 55esimo nella classifica dei Paperoni. E da Oleg Deripaska, re dell’alluminio che all’inizio della guerra aveva fatto roboanti dichiarazioni pacifiste ma poi ha ben presto cambiato idea. Secondo la rivista Expert , nel giro di pochi minuti sono state raccolte donazioni per un totale di 430 miliardi di rubli (5 miliardi di euro circa).
A partire dal 2024, le autorità russe hanno cominciato una sistematica opera di esproprio delle proprietà degli industriali che si sono ostinati a mantenere interessi e capitali nel resto del mondo. E non solo di quelli. Anche la media impresa non è certo immune dal pericolo, o dal ricatto.
Un rapporto del collettivo di giornalisti indipendenti Bereg dimostra come lo Stato stia agendo in maniera sistematica sulle grandi proprietà immobiliari, che sono le più vulnerabili. A partire dal 2022, l’Ufficio del Procuratore Generale ha ampliato la revisione dei trasferimenti di proprietà effettuati negli anni Novanta, andando oltre le aziende e le fabbriche per indirizzarsi sui terreni privati.
Lo schema è semplice: si trova qualche cavillo per rivendicare come proprietà statale il suolo sul quale sono situate le aziende prese di mira. E poi ci si mette d’accordo: esproprio o soldi. È il rovesciamento delle privatizzazioni che spogliarono di ogni bene pubblico l’ex Unione Sovietica. Una specie di nemesi.
Con il peggioramento dei conti pubblici, i pesci piccoli non bastano più. Quindi, tocca agli oligarchi. […] Alla fine dello scorso maggio, il caso più clamoroso. Al fondatore della holding Rusagro, Vladimir Moshkovich, sono state sequestrate le quote di controllo della sua azienda, la sua casa di Mosca e i beni ritrovati durante la perquisizione. Due settimane fa, per evitare la nazionalizzazione della sua società energetica Sibeko, l’oligarca Andrey Melnichenko ha invece fatto una donazione «volontaria» da 32 miliardi di rubli (pari a 357 milioni di euro) al centro educativo Sirius, fondato da un certo Vladimir Putin.
«Nessuno pianga per i ricchi ingrati». Questo fu il sobrio commento del quotidiano Izvestia alla notizia del provvedimento draconiano preso nei confronti di Moshkovich. L’aria mediatica che tira è questa, da mesi. E si tratta di un vento che non soffia per caso, ma è ben indirizzato. Il direttore del Centro di supporto ai processi politici, Aleksey Yaroshenko, spiega che gli oligarchi si trovano in una situazione complessa.
«Per sopravvivere» dice «non devono più solo dimostrare lealtà al potere, ma anche partecipare in modo attivo a numerosi progetti per il popolo rimasti senza fondi a causa dei costi sempre più elevati della guerra».
Il rallentamento dell’economia russa ha poi ridotto i profitti degli imprenditori che hanno delocalizzato dall’Europa alla madre patria, e limitato le possibilità di accrescere la ricchezza in un mercato interno sempre più asfittico. Quindi, con una mano si compiace Putin, e con l’altra si cercano vie di uscita, anche per paura degli espropri. Molti miliardari russi stanno nuovamente spostando i loro capitali all’estero, sotto le mentite spoglie delle criptovalute. Citando fonti anonime, una inchiesta di Bloomberg sostiene che finora sono stati trasferiti decine di miliardi dieuro.
Molti oligarchi stanno poi cercando nuovi investimenti fuori dalla Russia.
I metodi per proteggere la propria ricchezza sono diversi, così come i luoghi. Dubai è un porto sicuro delle criptovalute, ideale per evitare le sanzioni e le attenzioni del Cremlino.
La vera novità è rappresentata dal Kirghizistan, casa di A7A5, la criptovaluta progettata per mantenere un prezzo stabile, agganciata al rublo e sviluppata da una delle società del banchiere moldavo e filorusso Ilan Shor. Solo nella prima metà del 2025, la nuova moneta ha gestito transazioni per un valore di 7500 miliardi di rubli, 83 miliardi di euro.
(da Corriere della Sera)
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Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL TUTTO MENTRE GLI OCCUPATI AUMENTANO, E ANCHE LE PRESENZE DEI TURISTI… A PESARE SONO SOPRATTUTO I CONTRATTI PART-TIME INVOLONTARI, GLI IMPIEGHI PRECARI E IL LAVORO IRREGOLARE, CON ORE LAVORATE MA NON DICHIARATE, STRAORDINARI NON PAGATI E CONTRATTI NAZIONALI RINNOVATI CON ANNI DI RITARDO
Il turismo italiano vola, i salari no. L’anno scorso il settore ha registrato numeri da
record: 477 milioni di presenze, oltre 57 miliardi di euro di spesa dei visitatori stranieri e un avanzo della bilancia turistica di quasi 23 miliardi.
Ma i due milioni di lavoratori che alimentano questa crescita guadagnano in media meno della metà della retribuzione dei dipendenti privati italiani. È da questo paradosso che parte lo studio della Filcams Cgil: «L’Italia va in ferie. Chi la tiene aperta vive con 11mila euro all’anno».
Nel settore terziario – che oltre al turismo comprende il commercio e i servizi – lavorano circa 10 milioni di persone. Secondo la Filcams, quasi la metà, il 45% ha un reddito da lavoro sotto la soglia della povertà. Nel solo turismo la quota sale a circa sette su dieci. Qui tra il 2019 e il 2024 gli occupati sono aumentati del 13%, meno soltanto che nelle costruzioni (+37%) meglio di trasporti (+9,5%), commercio (+8,9%) e industria (+4%).
Oggi il turismo impiega 2,06 milioni di persone. Eppure la retribuzione media si ferma a 62 euro al giorno, contro i 90 del commercio, i 99 dell’intera economia e i 119 dell’industria. Nei pubblici esercizi scende addirittura a 56 euro. Anche all’interno del comparto il divario è netto: negli alberghi la retribuzione media annua sfiora i 14mila euro, nelle agenzie di viaggio supera i 21mila, mentre bar e ristoranti precipitano a 10.412 euro.
A comprimere i redditi è soprattutto il part-time. Nel turismo riguarda il 58% dei rapporti di lavoro, contro il 33% della media nazionale. Nella ristorazione arriva al 66%. Ma il tempo parziale non è più soltanto il contratto dei lavoratori stagionali. È ormai una caratteristica anche del lavoro stabile: interessa il 70% delle donne assunte a tempo indeterminato e oltre la metà degli uomini. Un contratto fisso, insomma, non mette più al riparo dal lavoro povero.
Per la Filcams, nel 70% dei casi il part-time è involontario. Perché così tanto lavoro povero nel turismo? «Non si tratta di un’anomalia di sistema, ma della sua logica interiore», osserva il segretario generale della Filcams, Fabrizio Russo. «È una degenerazione cominciata negli anni Novanta», con la proliferazione di part-time, lavoro somministrato, a chiamata, stagionale, a tempo determinato e staff leasing.
«Non c’è nessun altro settore in cui ci sia una presenza così ampia di tipologie contrattuali precarie». I contratti pirata, precisa, «incidono per il 5-10%», ma non sono il cuore del problema. C’è molto sommerso, lavoro nero e grigio.
«I dati ufficiali riescono a ricostruire soltanto una parte del fenomeno. C’è una parte consistente di lavoro irregolare che si affianca al lavoro formalmente regolare». La vera patologia, spiega, è «l’applicazione fittizia del contratto»: nel turismo l’80-90% delle irregolarità riguarda il lavoro grigio, con poche ore dichiarate e il resto lavorato fuori busta, straordinari non pagati, sotto inquadramenti, ferie e permessi negati.
Nel resto del terziario le irregolarità interessano comunque il 60-70% dei casi. «Si può avere un contratto part-time da 12, 16 o 20 ore e lavorarne il doppio, se non il triplo». Negli appalti, aggiunge, si lavora spesso «quattro, sei, otto ore alla settimana» e, per avvicinarsi a un tempo pieno, bisogna sommare «due o tre contratti».
A questo si aggiungono contratti nazionali «rinnovati anche quattro, cinque, sei, fino a otto anni dopo la scadenza», che comprimono ulteriormente i salari. Senza pensare poi che nello stesso comparto del turismo esistono 6-7 contratti “giusti” firmati da Cgil, Cisl e Uil con i datori più importanti. Ma il lavoro povero dilaga.
(da Repubblica)
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Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROSSIMO PASSO? ENTRARE NELLE CASE DEI CITTADINI, COME BADANTI, MA ANCHE AMICI O AMANTI … PECHINO STA INVESTENDO MOLTISSIMO NEL SETTORE DELLA ROBOTICA E LE AZIENDE CINESI DOMINANO IL MERCATO MONDIALE, CON OLTRE 140 PRODUTTORI E IL 90% DELLE SPEDIZIONI GLOBALI DI ROBOT
Robot che corrono una mezza maratona a Pechino. Altri che ballano insieme ai danzatori durante il Gala del Festival di Primavera, il programma televisivo più seguito dell’anno. Camerieri umanoidi che servono ai tavoli, receptionist che accolgono i clienti negli alberghi, video virali su TikTok e sui social cinesi di macchine che giocano a calcio o eseguono arti marziali. Negli ultimi mesi i robot umanoidi sono diventati uno dei simboli più spettacolari dell’ascesa tecnologica della Cina.
Ma dietro le dimostrazioni che conquistano l’attenzione del pubblico, la Cina sta costruendo qualcosa di più ambizioso: un’intera filiera industriale destinata a trasformare gli umanoidi da curiosità tecnologica a presenza quotidiana. Vengono dispiegati nelle fabbriche, dove movimentano componenti e collaborano con gli operai, ma anche negli ospedali e nelle strutture assistenziali per la cura degli anziani. A breve sono destinati a entrare nelle case come assistenti personali e compagni emotivi
«Le prossime generazioni potrebbero innamorarsi dei robot», ha dichiarato di recente Zhou Jian, fondatore di UBTech, presentando l’U1, un modello presentato come “compagno emotivo”. […] L’U1, di cui si sono concluse le prevendite il 15 luglio, è disponibile in due versioni: una maschile da 183 centimetri e 42 chilogrammi, una femminile da 168 centimetri e 35,2 chilogrammi, entrambe personalizzabili.
L’U1 integra un modello di intelligenza artificiale affettiva, dispone di 88 articolazioni, connessione Wi-Fi e memoria crittografata che lo rendono un “compagno” capace di giocare ai videogiochi, guardare una serie televisiva, ascoltare e dialogare con il proprietario.
Visitando l’hub tecnologico di Shenzhen o una delle fiere tecnologiche in Cina, ci si accorge quanto sia ormai capillare la presenza di umanoidi sempre più avanzati, grazie alla capacità di produzione su scala. In pochi anni il Paese è passato dall’inseguire Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud nella robotica avanzata a contendersi la leadership mondiale nella produzione di umanoidi.
Secondo le stime di Omdia, circa il 90% delle spedizioni globali di robot umanoidi nel 2025 proviene da aziende cinesi, e le spedizioni potrebbero più che raddoppiare nel 2026. Il salto riguarda l’intero ecosistema industriale: in Cina ci sono oltre 140 produttori di robot umanoidi e più di 330 modelli già disponibili sul mercato. È stato appena annunciato un piano per portare oltre 10 mila robot in scenari commerciali entro la fine dell’anno.
Gli umanoidi sono entrati tra le “nuove forze produttive di qualità” , i settori destinati a sostenere la prossima crescita economica. Per questo il governo sostiene ricerca, produzione e sperimentazione, mentre le aziende cercano applicazioni immediate. La sfida è duplice: compensare l’invecchiamento della popolazione e consolidare la leadership manifatturiera cinese.
In Cina, la domanda non è tanto quanti posti di lavoro verranno sostituiti dai robot, quanto come cambieranno le professioni con la loro diffusione. Molti manager parlano dei lavori “3D” dirty, dull, dangerous (cioè “sporchi, ripetitivi e pericolosi”), dalle ispezioni negli impianti industriali alla manutenzione di pannelli solari nei deserti. È in questi ambiti che le aziende immaginano la prima grande diffusione su larga scala degli umanoidi, lasciando alle persone attività di supervisione, manutenzione e coordinamento.
Si riducono i costi iniziali e, soprattutto, ogni robot diventa una fonte continua di dati. Ogni oggetto afferrato, ogni errore corretto e ogni nuova attività contribuiscono ad addestrare l’intelligenza artificiale che lo guida. Lo stesso presidente Xi Jinping ha “certificato” il ruolo strategico del settore, passando in rassegna alcuni modelli sviluppati da AgiBot, specializzata negli umanoidi industriali. C’è poi Unitree, che da startup studentesca è diventata in poco tempo un colosso globale della robotica dinamica.
Fuori dall’industria, il valore della produttività sta iniziando a lasciare posto a una dimensione più difficile da quantificare: la relazione. Alcune aziende cinesi stanno già sviluppando robot progettati per assistere gli anziani, fare conversazione, ricordare l’assunzione dei farmaci o semplicemente offrire compagnia.
(da La Stampa)
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Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO L’OSPITATA DI GIORGIA MELONI A “PULP PODCAST”, FRATELLI D’ITALIA CHE GUARDA A FIGURE COME FRANCESCO GIUBILEI DI “RIBALTA MEDIA”, OLTRE ALLA RETI CONSERVATRICE DI “ESPERIA”, “THE RIGHT SIDE”, “GALT MEDIA” E “WELCOME TO FAVELAS” … VANNACCI PUNTA SU INFLUENCER SOVRANISTI COME LUCA VENIER E MASSIMO SALVATI… PD E M5S COLTIVANO RAPPORTI CON “WILL MEDIA”, “TORCHA”, “FACTANEWS” E “NXWSS”
La caccia agli influencer è iniziata. Le segreterie di partito stanno scandagliando i social
alla ricerca di “content creator”: giovani, spigliati, in grado di far arrivare messaggi politici sugli smartphone di milioni di persone. […] Il nuovo obiettivo, adesso, è coinvolgerli, cooptarli, mescolare i due mondi. E in vista delle prossime elezioni, hanno già dato il via a uno scouting per candidarli.
È la nuova frontiera verso cui la politica sta correndo. L’accelerazione decisiva arriva lo scorso 23 marzo, giorno in cui il centrodestra esce sconfitto dal referendum. Sulla scrivania della premier finiscono le analisi del voto e c’è un dato, più di altri, che la colpisce: a trainare il No è stato il voto degli under 35 (al 61,1%, secondo le rilevazioni di Opinio).
Quella fascia della popolazione dipinta da anni come distante e disinteressata, di colpo, si è mobilitata. «Lo ha fatto grazie ai social, è lì che le nuove generazioni si informano. La sinistra, su quel terreno, si è mossa meglio di noi», ammette Francesco Giubilei, 34 anni, editore e fondatore di Ribalta Media, pagina di informazione di destra da più di 350 mila follower nata un anno fa. Il suo è uno dei nomi cerchiati in rosso da Fratelli d’Italia.
«L’egemonia culturale – sostiene Giubilei – un tempo si costruiva nelle scuole e nelle università, oggi vanno considerati anche i video su Instagram o Tik Tok». Così, in vista delle Politiche del 2027, tra Palazzo Chigi e la sede del quartier generale di FdI, scatta l’allarme: «Dobbiamo recuperare lo svantaggio».
Lo staff della premier aveva già intuito le potenzialità di quel mondo. In piena campagna referendaria, Meloni diventa la prima presidente del Consiglio ad andare ospite di un podcast. Sceglie “Pulp”, condotto da Fedez e Mr. Marra, ma una volta lì comunica come se fosse di fronte alle telecamere della Rai.
Gli emissari di Elon Musk in Italia contattano “Welcome to favelas”, realtà da oltre un milione di follower fondata da Massimiliano Zossolo. Dopo quell’incontro Zossolo si dichiara un sostenitore del Sì al referendum e sposta Wtf su posizioni nettamente di destra: una pagina, nata per documentare il degrado nelle strade, diventa il megafono delle posizioni Maga in Italia.
La sconfitta nelle urne accende la scintilla. Da quel momento, si intreccia una rete sempre più fitta di relazioni tra content creator di destra: si promuovono a vicenda collaborazioni e progetti, gli influencer vengono invitati a parlare l’uno sulla pagina dell’altro. […]
A questo scopo serve anche l’attacco studiato contro gli influencer appartenenti all’altra parte politica, come Raffaele Giuliani, 24 anni, non candidabile ma già in orbita Pd, o Giordano Gasperini, 26 anni, indipendente di sinistra.
«Dopo il referendum – ricorda Gasperini – i social di destra ci hanno accusato di essere coordinati e al soldo dei partiti. Hanno costruito inchieste contro di noi, ma mi ha fatto ridere perché la verità è che la nostra organizzazione è pari a zero». Sono accuse incrociate, quelle di avere una regia politica alle spalle.
Ma c’è anche chi ha la tessera di partito in tasca o è già considerato vicino a una forza politica, come Andrea Borello del Pd, Aldo Simonelli del M5s, Ferenc Venturelli della Lega, Ascanio Carola e Francesco Merolla di Forza Italia.
In alcuni casi, racconta la poetessa Virginia Veludo, conosciuta sul web come “Rossa Perpendicolare”, si resta volontariamente a metà del guado: «Io ho sposato battaglie di alcuni partiti in cui mi sono riconosciuta. D’estate, poi, le giovanili di molte forze politiche, dal M5s al Pd, da Avs a Potere al popolo, organizzano incontri ed eventi e capita che io partecipi come divulgatrice, ma non ho mai pensato di candidarmi». Negli ambienti politici della sinistra, intanto, il suo è uno dei nomi che circolano di più.
I partiti coltivano intanto le relazioni con progetti social progressisti come Will Media, Torcha, FactaNews, The Good Lobby o Politicare. «Con molti di loro abbiamo collaborato e si è costruito un rapporto anche personale», dice infatti Vittoria Baldino, deputata del Movimento 5 stelle.
E gli stessi Cinque stelle si muovono con Jacopo Gasparetti, portavoce della governatrice della Sardegna Alessandra Todde e creatore della pagina di informazione Nxwss, da oltre 300 mila follower.
Nel mondo sovranista e conservatore, con le stesse caratteristiche, opera già una società strutturata come Esperia, diretta da Gino Zavalani, che ha al suo interno molti punti di contatto con Fratelli d’Italia (tanto da avere i suoi influencer ospiti della festa di partito Atreju).
Lavora per Esperia Federica Ciampa, consulente in Senato del partito di Meloni, o Giuseppe Dia, la cui azienda ha realizzato il sito online di FdI. «Il concetto del follower è sempre meno rilevante –spiega Pietro Dettori, cofondatore di Esperia –. I nostri video, con circa mezzo milione di follower, raggiungono 5 o 6 milioni di persone e contano fino a 40 milioni di visualizzazioni».
I suoi influencer dialogano regolarmente con altre società della destra social, come The Right Side, creata da Alessandro Fornaciari, o Galt Media o la stessa Welcome to Favelas. E in questa rete vengono coinvolti influencer “indipendenti” come Simone Carabella e Simone Cicalone, attivi a Roma, o Leonardo Ciaramelli, che ha dato vita alla pagina “Il mondo che vorrei” per denunciare furti e violenze nelle strade di Firen
I vannacciani sono entrati subito in queste dinamiche. Hanno messo gli occhi su Luca Venier, influencer fan della remigrazione e sostenitore della teoria del complotto della “sostituzione etnica”, e su Massimo Salvati, 30 anni, content creator di GaltMedia, ufficialmente arruolato nel partito del generale.
L’arrivo della politica viene vissuto come un pericolo anche a sinistra. «Pd e Avs mi hanno cercato più volte, e mi riconosco in molte delle loro idee – dice Gasperini –, ma se i partiti inizieranno ad arruolare i content creator sarà un problema per il nostro mondo, perché verrà avvelenato dall’arrivismo. La nostra credibilità è nell’essere indipendenti».
L’impressione, tuttavia, è che la speranza degli influencer di mantenere una distanza di sicurezza dai partiti sia destinata a spegnersi rapidamente. E le elezioni del 2027 accelereranno il processo. I content creator possono diventare un’arma potente di orientamento del voto e da candidati, magari, spingere anche le liste elettorali. Per i leader non è più un argomento su cui riflettere. È una strategia che si sta mettendo a terra.
(da “la Stampa”)
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Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
RINCARI RECORD PER TRAGHETTI ED AEREI
Mettiamo il caso che dieci anni fa un biglietto per un volo nazionale costasse 100 euro. Oggi, per imbarcarsi sulla stessa identica tratta, di euro ce ne vogliono quasi 300. È questa l’istantanea più nitida di come l’estate italiana sia scivolata verso un carovita senza precedenti. Andare in vacanza è diventato un lusso. A rivelarlo è lo studio del Centro di formazione e ricerca sui consumi, che ha passato al setaccio i dati Istat confrontando i prezzi di un decennio fa con quelli attuali. Il risultato? Rincari record per voli, traghetti e hotel, ma anche per cibo e carburante.
Voli e traghetti fuori controllo, dormire fuori costa il 69% in più
A trainare la volata dei rincari sono il viaggio e il pernottamento. Spostarsi in aereo all’interno dei confini italiani costa il 193,3% in più, mentre per i voli europei l’impennata si attesta al 187,1%. Più contenuta la crescita dei voli intercontinentali (+67,7%), frenati anche dai timori geopolitici e dalle tensioni in Medio Oriente. Anche i costi dei traghetti non sono da meno: per raggiungere le isole i biglietti hanno registrato un balzo del 92,1%, raddoppiando quasi i costi per le famiglie. Una volta arrivati a destinazione, la batosta continua negli alberghi, le cui tariffe medie sono cresciute del 68,8%. I pacchetti “all inclusive” segnano un +46,4%, mentre per chi cerca di contenere le spese, i campeggi e i villaggi turistici rappresentano l’opzione più stabile, fermandosi a un incremento del 22,1%.
I carburanti
Il salasso non si esaurisce con la prenotazione di viaggio e hotel, ma prosegue giorno dopo giorno. Chi decide di muoversi in auto deve fare i conti con un aumento del gasolio del 61% e della benzina del 28,5%, a cui si aggiungono i rincari dei noleggi vetture (+27,9%) e dei biglietti del treno (+27,6%). I pedaggi autostradali, invece, mostrano una tenuta maggiore crescendo del 10,3%.
I prodotti alimentari
Anche pranzare sotto l’ombrellone o concedersi un piccolo sfizio ha tutto un altro sapore finanziario. Tra i prodotti alimentari estivi svettano i pomodori (+74%), seguiti a ruota da insalata (+41,2%) e frutta fresca (+39,8%). Persino i simboli del refrigerio stagionale subiscono i colpi dell’inflazione: il gelato costa il 36,2% in più, il pesce il 33,7% e l’acqua minerale subisce un aumento del 33%. Al contrario, ci sono beni che hanno retto meglio l’onda d’urto: la birra è cresciuta “solo” del 16,4% e i condizionatori del 15%, dimostrando come i rincari abbiano colpito in modo asimmetrico.
Vacanze “mordi e fuggi” e mete vicine
Quali sono i motivi dietro a questo boom? Il C.r.c. individua una combinazione di fattori precisi: l’esplosione della domanda dopo la pandemia, i tagli operati dalle compagnie su alcune rotte nazionali, la crescita dei costi di gestione e i sofisticati algoritmi di tariffazione dinamica che alzano i prezzi nei momenti di picco della richiesta. Questo scenario ha finito per scardinare le storiche abitudini degli italiani.
Come spiegato da Furio Truzzi, presidente del comitato scientifico del C.r.c., se dieci anni fa la classica vacanza estiva durava mediamente undici giorni ed era concentrata quasi interamente nel blocco di agosto, oggi si preferisce spezzettare il riposo. Si scelgono viaggi decisamente più brevi, da tre o quattro notti, distribuiti nei mesi di giugno, luglio e settembre per intercettare tariffe più morbide. Non solo: si viaggia molto più vicino a casa e si rinuncia a varcare i confini. La percentuale di italiani che sceglie di trascorrere le ferie estive all’estero è letteralmente crollata, passando dal 25,5% di un decennio fa a un magro 12%.
(da agenzie)
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