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MASCHERINE DI BRONZO, IL GOVERNO MELONI HA SECRETATO LA DOCUMENTAZIONE SULL’ACCORDO DA OLTRE 100 MILIONI CON LA SOCIETÀ JC ELECTRONICS, DI PROPRIETÀ DELL’IMPRENDITORE DARIO BIANCHI, VICINO A FRATELLI D’ITALIA

Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile

IL MINISTERO DELLA SALUTE HA NEGATO GLI ATTI RICHIESTI DAL PD: L’UNICO MODO PER SUPERARE IL BLOCCO SAREBBE UNA RICHIESTA FORMALE DELLA COMMISSIONE D’INCHIESTA SUL COVID, CHE PERÒ È GUIDATA DA FRATELLI D’ITALIA … DELLA COMMESSA A JC ELECTRONICS SI PARLA ANCHE NEL DOCUMENTO ANONIMO DEPOSITATO DA GIUSEPPE CONTE IN PROCURA

Un velo di riservatezza sembra esser calato sull’accordo da oltre cento milioni di euro siglato il 31 ottobre 2025 tra il governo Meloni e la JC Electronics di Dario Bianchi per chiudere il contenzioso sui dispositivi di protezione della fase Covid. Secondo quanto riferisce oggi Repubblica il ministero della Salute, guidato da Orazio Schillaci, ha formalmente negato l’accesso agli atti richiesto dal senatore PD Francesco Boccia, schermandosi dietro il parere dell’Avvocatura dello Stato: la documentazione e le trattative preliminari sono coperte da segreto.
La soluzione: la Commissione d’inchiesta ma…
L’unica eccezione per superare il blocco resta un’eventuale richiesta formale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. Ma si innesca un cortocircuito politico: la Commissione, a maggioranza di centrodestra e guidata da Fratelli d’Italia, ha già chiarito di non voler sollevare il velo sull’intesa. Il risultato? Nessuno tra i parlamentari potrà verificare come sia stata spesa una somma così imponente di denaro pubblico.
A rendere il quadro ancor più ambiguo è la posizione dell’Avvocatura dello Stato, che ha agito sia come negoziatrice dell’accordo sia come organo chiamato a valutarne la secretazione. Tuttavia, sottolinea Repubblica, analizzando il parere legale emerge una spaccatura: se per il ministero tutto deve rimanere riservato, la stessa Avvocatura non vede motivi ostativi alla trasmissione del testo
L’accesso agli atti di pagamento chiarirebbe un ulteriore mistero. La JC Electronics aveva infatti ceduto quota parte dei suoi crediti a società assicuratrici prima dell’intesa; lo stesso Bianchi sostiene di aver incassato solo una frazione del totale. Senza la pubblicazione delle carte, resta impossibile capire chi abbia davvero beneficiato dei 100 milioni erogati dal governo.

(da Open)

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“TRUMP È IL LEADER DI UNA SETTA”. L’EX MODELLA E MISS CALIFORNIA 2009, CARRIE PREJEAN BOLLER, HA ACCUSATO IL MOVIMENTO MAGA DI AVERLA PRESO DI MIRA: “NON APPENA COMINCI A PENSARE CON LA TUA TESTA, A USARE IL BUON SENSO E A METTERE IN DISCUSSIONE LA NARRAZIONE DOMINANTE, VIENI EMARGINATO”

Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile

LA 39ENNE ERA STATA NOMINATA DA TRUMP NELLA COMMISSIONE PER LA LIBERTA’ RELIGIOSA, MA POI E’ STATA ESTROMESSA DOPO CHE IL COMITATO ERA STATO TRAVOLTO DA UNO SCONTRO INTERNO SULL’ANTISEMITISMO: “MI SENTO COME SE STESSI USCENDO DA QUESTA SETTA”

Una ex reginetta di bellezza e nominata dal Presidente Donald Trump ha accusato il movimento Maga di averla presa di mira, dopo che lei ha deciso di rinnegare la sua adesione al movimento trumpiano. Carrie Prejean Boller, 39 anni, ha detto di essere delusa dal movimento Maga per il modo in cui tratta le persone che “hanno buon senso e mettono in discussione la narrazione dominante”.
L’attivista conservatrice ha citato, tra gli altri, personaggi isolati dai Maga dopo le loro critiche a Trump, come il giornalista Tucker Carlson, il deputato Thomas Massie e l’ex deputata Marjorie Taylor Greene.
Prejean Boller era stata nominata l’anno scorso da Trump nella Commissione per la liberta’ religiosa, ma poi e’ stata estromessa dopo che il comitato era stato travolto da uno scontro interno sull’antisemitismo.
“Per troppo tempo – ha detto in un’intervista al programma online Piers Morgan Uncensored – credo che a noi conservatori Maga sia stato detto che facevamo parte di una setta. E in un certo senso mi sento come se stessi uscendo da questa setta, perche’ non appena cominci a pensare con la tua testa, a usare il buon senso e a mettere in discussione la narrazione dominante, vieni emarginato”.
“Non appena vai contro il leader della setta, e io penso che Trump sia il leader della setta, vieni improvvisamente emarginato dal partito”, ha aggiunto.

(da agenzie)

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ILARIA CUCCHI E FABIO ANSELMO SI SPOSANO; LA SENATRICE DI AVS E L’AVVOCATO INSIEME DOPO LE BTTGLIE SULLA MORTE DI STEFANO

Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile

I CINQUE ANNI DI UDIENZE DOPO L’OMICIDIO DEL FRATELLO, LE SCONFITTE E L’AMORE NATO NELLE AULE DI TRIBUNALE

Le pubblicazioni di matrimonio sono apparse ufficialmente sull’albo pretorio del Comune di Roma: Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo si sposano. La richiesta di affissione, registrata per il mese di agosto 2026 e senza alcuna opposizione, sancisce il passo ufficiale per la senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra e per il legale ferrarese, uniti da anni non solo da una profonda storia d’amore ma anche da una lunga battaglia civile e giudiziaria, dopo la morte del fratello di Ilaria, Stefano Cucchi.
Chi è Fabio Anselmo: dai casi Aldrovandi e Magherini alla vicenda Cucchi
Avvocato dal 1984, Fabio Anselmo ha legato una parte fondamentale della sua carriera ad alcuni dei casi più delicati e complessi di cronaca giudiziaria italiana legati alle morti in custodia o durante interventi delle forze dell’ordine. Tra i suoi assistiti figurano le famiglie di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva, Michele Ferulli, Dino Budroni e, più di recente, i familiari di Abderrahim Fakir, morto a Bologna dopo l’intervento della polizia.
È stato proprio il caso di Stefano Cucchi, nel 2009, a far incrociare in modo indissolubile il percorso professionale dell’avvocato con quello di Ilaria Cucchi, portandoli ad affrontare insieme anni di udienze, perizie e polemiche pubbliche prima di vedere riconosciuta la verità processuale.
Ilaria Cucchi: «Dopo la tragedia di Stefano ho avuto la forza di imboccare la mia strada»
A raccontare la genesi di questa unione e il percorso personale vissuto da entrambi sono stati gli stessi protagonisti in un’intervista al Corriere della Sera, in occasione dell’uscita del loro libro Il coraggio e l’amore – Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità. Nel 2019 Ilaria Cucchi spiegava così la svolta nella propria vita e la ricerca della propria autenticità: «Da quando ero una ragazza mi sono ritrovata in una vita che non faceva per me: il ruolo di moglie e madre modello, una famiglia “stile Mulino bianco” dove tutto era perfetto e io dovevo recitare la parte della mamma e della moglie perfetta, per non dare dispiaceri né deludere nessuno. Mi sentivo fuori posto, ma sarei invecchiata così in modo che nessuno pensasse male di me. Dopo la tragedia di Stefano ho trovato la forza di fare ciò che lui, purtroppo, non ha avuto il tempo di fare: prendere le decisioni giuste e imboccare la propria strada, senza tentennamenti».
Fabio Anselmo: «Quando mi sono innamorato di Ilaria ho fatto fatica a sentirmi libero»
A farle eco è stato lo stesso Fabio Anselmo, che ha ripercorso i momenti più complessi del loro avvicinamento e le sofferenze condivise agli esordi del loro rapporto: «Io mi sono ritrovato da un giorno all’altro con due bambini da crescere e la loro madre in coma, è stata dura ma sono riuscito ad andare avanti, finché la situazione non è migliorata. Quando mi sono innamorato di Ilaria ho fatto fatica a sentirmi libero, i sensi di colpa mi hanno inseguito a lungo, ma forse anche le mie difficoltà hanno contribuito all’empatia tra noi due. Così come i cinque anni di sconfitte che abbiamo subìto dal 2009 al 2014. Poteva succedere il contrario, poteva rompersi il rapporto di fiducia: avevo condotto Ilaria e i suoi genitori, che ci hanno rimesso la salute, su una strada senza uscita. Invece quel rapporto si è rinsaldato». Dopo anni di aule di tribunale, dolori familiari e un impegno politico e sociale costante, le carte affisse a Roma segnano per la coppia l’inizio formale di un nuovo capitolo.

(da Open)

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KIM, IL SERVO SCIOCCO DI PUTIN: ALMENO 30MILA NORDCOREANI SARANNO DISPIEGATI SUL TERRITORIO RUSSO

Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile

ZELENSKY: “ACQUISIRANNO CERTAMENTE ESPERIENZA NELLA GUERRA MODERNA ATTRAVERSO LA RUSSIA, UNA CRISI CHE POTREBBE RAPPRESENTARE UNA MINACCIA PER ALTRI PAESI ASIATICI” … “ABBIAMO GIÀ TROVATO MISSILI NORDCOREANI. È ASSOLUTAMENTE CHIARO CHE LA COREA DEL NORD OTTERRA’ LICENZE DALLA RUSSIA E A RICEVERE DA MOSCA OGNI TIPO DI STRUMENTO MILITARE”

“I nordcoreani compaiono di tanto in tanto sul territorio della Federazione Russa. Lo vediamo, lo sappiamo. Inizialmente si parlava di centinaia, poi di migliaia e ora è stata presa la decisione di dispiegare tra 30.000 e 50.000 nordcoreani sul territorio russo. Stanno studiando questa guerra”.
Ad affermarlo è il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky in un’intervista al telegiornale ucraino ‘United News’. “La Corea del Nord acquisirà certamente esperienza nella guerra moderna attraverso la Russia”, rileva Zelensky evidenziando i rischi di una crisi o escalation in un’altra area del mondo come quella del Pacifico “che potrebbe rappresentare una minaccia per altri Paesi asiatici”.
Sul territorio ucraino, osserva il presidente dell’Ucraina, “abbiamo già trovato missili nordcoreani. Oggi questo è ormai un fatto accertato. È assolutamente chiaro che la Corea del Nord continuerà ad acquisire esperienza nella guerra moderna, a ottenere licenze dalla Russia e a ricevere da Mosca ogni tipo di strumento militare.
Lo comprendiamo molto chiaramente. Pertanto, a mio avviso, la Repubblica di Corea dovrebbe rafforzare la cooperazione con l’Ucraina. Noi siamo aperti a questa possibilità. Vorremmo molto ricevere il sostegno della Corea del Sud in un settore nel quale abbiamo una carenza: i sistemi di difesa aerea”. E, aggiunge Zelensky, “i nostri diplomatici sono in contatto”.

(da agenzie)

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CON IL NUOVO PALINSESTO DELLA RAI INIZIA LA CAMPAGNA ELETTORALE. LA DESTRA MILITARIZZA IL SERVIZIO PUBBLICO IN VISTA DELLE ELEZIONI POLITICHE DEL 2027: DA VIA ASIAGO A SAXA RUBRA, HANNO INFARCITO DI AMANTI, AMICI E PERSONAGGI IMPROBABILI RADIO E TV, STERILIZZANDO OGNI VOCE NON ORGANICA AL GOVERNO. IL MESSAGGIO È CHIARO: NON FACCIAMO PRIGIONIERI. LA RAI È NOSTRA E LA USEREMO PER VINCERE LE PROSSIME ELEZIONI

Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile

UN CONTROLLO TOTALE MAI VISTO IN DECENNI DI OBBOBBRI POLITICI: SALVO SOTTILE, ANTONINO MONTELEONE, TOMMASO CERNO, NONOSTANTE I FLOP, VENGONO CONFERMATI; DEBUTTA ANCHE IL MELONIANISSIMO FABRIZIO BRACCONERI, EX RAGAZZO DELLA TERZA C. MA L’APICE È L’INDECENTE PROMOZIONE DI CLAUDIA CONTE, AMANTE (EX?) DI MATTEO PIANTEDOSI CHE VIENE PREMIATA CON UNA TRASMISSIONE SU RADIO1 NELLA FASCIA ORARIA NOBILE DEL MATTINO … CANDELA TWEET: “CHE MONDO MERAVIGLIOSO LA RADIO AI TEMPI DI TELEMELONI. CACCIANO GEPPI CUCCIARI E CONFERMANO NANCY BRILLI. DOVEVANO ACCOMPAGNARE ALLA PORTA CLAUDIA CONTE? L’HANNO PROMOSSA. CARO ROSSI, QUANDO HAI FINITO CON LE SUPERCAZZOLE TI RICORDI CHE GESTISCI UNA TV PUBBLICA?

È un periodo strano dalle parti di Mamma Rai. Un’azienda che da una parte mette in croce e indaga con ben due diverse investigazioni uno dei suoi giornalisti di punta, Sigfrido Ranucci, e dall’altra accoglie e promuove nomi che fin qui non hanno raccolto grandi risultati e il cui unico merito sembra essere quello di essere graditi al centrodestra.
In questi giorni sono in corso le indagini del comitato etico per capire se alcune inchieste di Report siano state frutto dei suggerimenti di Valter Lavitola. Un paio di giorni fa è stato ascoltato lo stesso Ranucci per 5 ore […].
Qualcuno in azienda fa però notare la curiosa tempestività di queste azioni, con le indagini Rai che rischiano di disturbare quelle dei magistrati. “Sarebbe stato meglio far lavorare la magistratura con tranquillità e solo dopo, in base alle loro conclusioni, procedere con gli audit interni…”, fa notare una fonte autorevole.
La sensazione è che il vertice Rai si sia dato subito da fare per arrivare il prima possibile a una sospensione di Ranucci e a un cambio alla conduzione.
Mentre si indaga a tenaglia su Report, le porte della Rai si spalancano a personaggi improbabili. E Radio Rai in tal senso è una fucina di nuovi talenti. Il prossimo ingresso sarà quello di Luigi Crespi, l’ex sondaggista e spin doctor di Silvio Berlusconi, l’ideatore del contratto con gli italiani nel 2001.
Condurrà un programma tutto nuovo – La scelta –, dove si parlerà anche di politica. Al contempo Claudia Conte è stata promossa dalla notte fonda al mattino di Radio Uno con un programma – L’impronta – sul benessere degli animali. Conte, conduttrice da un paio d’anni de La mezz’ora legale, in un’intervista ha rivelato di avere una relazione col ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Ma a destare un certo scalpore sono pure le nomine a Rai Parlamento, dove la neodirettrice Francesca De Martino (il cui piano editoriale è stato bocciato dalla redazione) ha fatto tre nuovi vicedirettori tutti appartenenti a Unirai, il sindacato di destra nato per fare concorrenza a Usigrai e spingere i giornalisti di area.
Due di loro prima erano caposervizio (Pilar Ottoz e Virginia Lozito) e uno addirittura redattore ordinario, Francesco Palese, che di Unirai è stato il primo segretario.
Ma promozioni e salti si notano anche nei palinsesti. Salvo Sottile, dopo il trasloco di Far West dal venerdì al martedì per bassi ascolti, erediterà Ore 14 lasciato libero da Milo Infante. Mentre Antonino Monteleone, recordman di share al lumicino (anche con Filorosso non sta brillando), condurrà un nuovo programma d’informazione nel prime time del martedì. Così come è stato confermato Tommaso Cerno col suo Due di picche: 5 minuti che non vede quasi nessuno nel primo pomeriggio di Rai2. Un programma sulla disabilità sarà invece condotto da Fabrizio Bracconeri, ex “ragazzo della Terza C”, che in questi anni non ha mai nascosto le sue simpatie meloniane.
A un altro giornalista caro alla destra, Roberto Inciocchi, sarà affidato un nuovo talk politico il mercoledì e il suo posto ad Agorà sarà preso da Annalisa Bruchi, volto Rai vicina a Forza Italia.
Ma in questo torrido agosto trapelano anche altre indiscrezioni: alla disperata ricerca di un anchorman per un talk politico, nella seconda parte della stagione la Rai ha provato a strappare a Mediaset prima Nicola Porro e poi Paolo Del Debbio, ma senza riuscirci. E a Cologno si sono vendicati accogliendo Infante.

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ABBANDONARE KIEV SAREBBE UN BOOMERANG: L’UCRAINA È DIVENTATA UN COLOSSO MILITARE CHE CI PARERÀ LE CHIAPPE ANCHE IN FUTURO. GIAMPIERO MASSOLO: “PIACCIA O NO, OCCORRE CONSTATARE CHE L’UCRAINA E IL SUO ESERCITO PER CAPACITÀ E INTEROPERABILITÀ SONO ORMAI PARTE INTEGRANTE DELLA DIFESA DEL CONTINENTE EUROPEO E PARTNER DELLE NOSTRE INDUSTRIE”

Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile

“LO TESTIMONIA LA FITTA RETE DI INTESE BILATERALI CHE LEGA KIEV AI PAESI EUROPEI E LO HANNO BEN CAPITO, CON OCCHIO VIGILE ALLE RECIPROCHE CONVENIENZE, I ‘VOLENTEROSI’: CHI SOSTIENE L’ABBANDONO, RITIENE DAVVERO CHE L’ITALIA POSSA FARE DA SOLA?”

In Ucraina la guerra non finisce. I rischi di escalation e di allargamento si intravvedono. Le difficoltà delle due parti si manifestano. Gli Stati Uniti pur distratti dall’Iran tornano ad interessarsene. E soprattutto: è davvero possibile per i Paesi europei tirarsene fuori come qualcuno vorrebbe o è solo retorica?
C’è forse uno spazio perché gli americani tornino a mediare: senza Washington non c’è esito negoziale possibile. Gli europei da soli sono troppo deboli per risolvere e troppo schierati per mediare: Mosca ne approfitterebbe per dividerci. Un non starter.
Andarsene per davvero, allora?
Se all’Europa non resta realisticamente che rafforzare le proprie difese e mitigare le criticità, abbandonare Kiev è un’opzione superata dai fatti. Piaccia o no, occorre constatare che l’Ucraina e il suo esercito per capacità e interoperabilità sono ormai parte integrante della difesa del Continente europeo e partner delle nostre industrie.
Lo testimonia la fitta rete di intese bilaterali che lega Kiev ai Paesi europei anche senza formali passi avanti nei processi di integrazione europea e atlantica. Lo hanno ben capito, con occhio vigile alle reciproche convenienze, i «volenterosi»: chi sostiene l’abbandono, ritiene davvero che l’Italia possa fare da sola?

Giampiero Massolo
per il “Corriere della Sera”

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“IL PD DEVE ESSERE GENEROSO MA NON REMISSIVO”: GIORGIO GORI, EUROPARLAMENTARE ED ESPONENTE DI SPICCO DEI RIFORMISTI DEM, AVVERTE ELLY SCHLEIN E COMPAGNI, SCHIACCIATI SULLA LINEA CONTE IN POLITICA ESTERA: “VORREI CHE IL PD FACESSE IL PD. RIMETTERE SCELTE DECISIVE AL CONSENSO DI ALTRI PARTITI SIGNIFICA METTERE NELLE LORO MANI LA NOSTRA STESSA IDENTITÀ, E SAREBBE UN ERRORE MOLTO GRAVE”

Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile

“IL PD NON PUÒ PERMETTERSI UNO STRAPPO CON LE GRANDI DEMOCRAZIE EUROPEE E CON LA FAMIGLIA DEL SOCIALISMO EUROPEO” … LE STILETTATE DI PRODI E GENTILONI A ELLY, CHE STUDIA UN ASSE CON I CENTRISTI

Giorgio Gori — ex sindaco di Bergamo e ora europarlamentare del Partito democratico — come giudica la posizione assunta in politica estera da Pd, M5S e Avs con la risoluzione comune presentata dopo le comunicazioni del ministro Giorgetti sulla clausola di salvaguardia nazionale?
«Conosco la posizione dei socialisti europei, che condivido, e certo non coincide con i contenuti della risoluzione concordata alla Camera dai vertici dei tre partiti. Il sostegno anche militare all’Ucraina e il rafforzamento della difesa continentale caratterizzano una linea che è comune non solo alle democrazie europee, ma ancor di più al Partito socialista europeo e al gruppo S&D. Sono due punti collegati: perché sarebbe gravissimo far mancare il sostegno europeo all’Ucraina che combatte contro l’aggressione russa e perché la stessa Europa, non potendo più affidarsi alla protezione degli Stati Uniti, è esposta a nuove minacce. Discostarsi da questo impianto significa rompere con le democrazie europee e con il socialismo europeo.
Non credo che il Pd possa permettersi una frattura simile, né la coalizione nel suo complesso, perché questi due punti — come ha ben spiegato Gentiloni nella sua intervista al Corriere — sono un requisito minimo per chi vuole candidarsi a governare il Paese».
Oggi però Pd, M5S e Avs restano su posizioni diverse: sì alla difesa europea, no alle spese militari, silenzio su Safe.
«La competenza sulla difesa rimane, purtroppo, degli Stati membri. Non ha quindi senso contrapporre difesa comune europea e investimenti nazionali. Da questi ultimi, il più possibile coordinati, necessariamente si parte. Safe, peraltro, è pensato proprio per ridurre la frammentazione degli investimenti ed evitare ai singoli Paesi di dover scegliere tra welfare e difesa. Non coglierne l’opportunità è una contraddizione per chi dice di credere nella difesa europea».
Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, però, la pensa diversamente.
«Rispetto tutti, ma ci sono linee rosse invalicabili. Tocca a M5S e Avs fare un passo avanti in termini di ragionevolezza».
C’è chi sostiene che il Partito democratico, essendo la forza maggiore del centrosinistra, dovrebbe essere meno acquiescente verso il M5S…
«Da primo partito della coalizione, il Pd ha una responsabilità doppia: deve essere generoso, ma non remissivo. Rimettere scelte decisive al consenso di altri partiti significa mettere nelle loro mani la nostra stessa identità, e sarebbe un errore molto grave».
Dica la verità, Gori, si fida del fatto che Elly Schlein tenga la barra dritt «Penso che sia consapevole che il Pd non può permettersi uno strappo con le grandi democrazie europee e con la famiglia del socialismo europeo. Per me è questo il faro che deve orientare le scelte del partito».
Resta nel Pd o strappa?
«Sono nel Partito Democratico, e vorrei che il Pd facesse, appunto, il Pd. Per questo, nei limiti delle mie possibilità, mi batto insieme agli amici riformisti perché il partito tenga il punto su temi tanto importanti».
La politica estera continua a essere il vero tallone d’Achille del Campo largo. Due personalità di spicco di quell’area, come Romano Prodi (sul F oglio ) e Paolo Gentiloni (sul Corriere ) hanno criticato la prova che ha dato il centrosinistra nel dibattito parlamentare di mercoledì scorso. E il dissenso dei riformisti dem resta, anche se nessun esponente di quell’area per ora andrà via.
Ma il vero nodo della questione, in politica estera, è l’aiuto militare all’Ucraina. Perché su quello non solo si spacca il Campo largo, ma anche quello stretto. Già, come è noto il Pd con Elly Schlein ha una posizione, M5S e Avs ne hanno un’altra. E non è il timore di dividere ancora una volta il partito a far dire alla segretaria del Pd che Kiev va «aiutata con tutti i mezzi necessari
Schlein continua a dire che «una mediazione è possibile», ma in cuor suo sa bene che sarà difficile trovare una sintesi con il Movimento 5 Stelle e Avs. Però Schlein non è tipo da demordere e intende dirimere la questione già in autunno. Non vuole aspettare le primarie per farlo.
«La cornice deve essere chiara» prima che il popolo del centrosinistra si esprima nei gazebo. Per questa ragione Schlein ha tutte le intenzioni di fare asse con le altre forze del Campo largo. Con Italia viva, con + Europa, con i centristi. Riccardo Magi è pronto: «Tutti sanno che non può esserci nessuna svolta negoziale se si interromperà l’aiuto politico, economico e militare all’Ucraina. Per noi si tratta di un punto imprescindibile che non può che essere chiarito e definito prima di eventuali primarie».
Certo, per Schlein non sarà facile mettere Conte, che per ora appare in grande spolvero, in condizioni di doversi piegare alla mediazione. Però lei non dispera. Ha in mente un road map che porti la coalizione a fissare dei paletti già in ottobre. Del resto, la questione del congresso dem sembra ormai archiviata: si terrà dopo le Politiche e su questo punto nemmeno i riformisti dem sono contrari.
Perciò la segretaria ha tutto il tempo e il modo di dedicarsi alla costruzione dell’assetto definitivo dell’alleanza dei progressiti. E dalle parti del Pd circola già una possibile ipotesi di mediazione: il punto programmatico di caduta potrebbe consistere nell’assicurazione di restare al fianco dell’Ucraina, anche sul piano militare, ma di condizionare questo sostegno al rilancio di una forte azione diplomatica affidata all’Europa.
Dunque a ottobre, stando ai calcoli di Schlein, si entrerà nel vivo della discussione sulle linee programmatiche della futura alleanza (anche se è probabile che la definizione di quei punti arriverà a novembre). Sarà un mese impegnativo quello per il centrosinistra. E denso di dibattiti. Anche il «correntone» di Montepulciano, che mette insieme i sostenitori di Dario Franceschini, Andrea Orlando e Roberto Speranza, vuole essere della partita. E per questa ragione ha indetto un convegno dal 2 al 4 ottobre a cui verranno invitati tutti i leader della coalizione che verrà.

(da il “Corriere della Sera”)

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MINORCA, 40 ITALIANI BLOCCATI PER ORE IN AEROPORTO PER I CONTROLLI: “LA POLITICA CI HA ROVINATO LE VACANZE”

Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile

DIECI FAMIGLIE RIMASTE A TERRA PER IL BLOCCO SULLA CARTA D’IMBARCO DI UN BIMBO DI 10 ANNI … UN CAVILLO INFORMATICO ESPLOSO CON I NUOVI CONTROLLI

Sarebbero dovuti rientrare in Italia con il volo delle 14.30, invece circa 40 turisti italiani, compresi neonati di appena otto mesi, sono rimasti bloccati per un intero pomeriggio all’aeroporto di Minorca. Come riporta Il Messaggero, a far scattare il caos è stato il blocco ai varchi d’imbarco della carta di un bambino di 10 anni, che ha fatto saltare le procedure per l’intero gruppo di dieci famiglie. Una pratica che normalmente non avrebbe dato problemi e che invece, con i nuovi controlli dopo la sospensione di Schengen tra Italia e Spagna, sta creando non pochi disagi a molte persone in viaggio.
Il cavillo informatico dopo lo stop a Schengen
L’intoppo si è verificato al gate del volo Wizz Air. L’agenzia di viaggi che aveva prenotato i biglietti aveva distinto i passeggeri per sesso ma non per età, una procedura consueta che non aveva mai creato problemi. Tuttavia, con la recente sospensione del trattato di Schengen e il ripristino dei controlli di frontiera da parte della Spagna, il sistema informatico ha rifiutato il passaggio del bambino di Sulmona perché il posto assegnato non risultava conforme alle norme per i minori. Il blocco del singolo biglietto ha generato un effetto domino su tutti i nuclei familiari al seguito.
Lo sfogo dei passeggeri
Nel terminal si sono vissute ore di tensione, tra i contatti d’urgenza con il tour operator, l’intervento dell’avvocato della famiglia e le segnalazioni inviate alla Farnesina. A sintetizzare la rabbia dei viaggiatori è un padre 56enne: «Siamo rimasti per ore in aeroporto senza sapere come e se saremmo tornati a casa, con famiglie che avevano figli di otto mesi». L’uomo ha poi contestato direttamente le ricadute delle nuove barriere burocratiche sui voli europei: «Eravamo partiti con l’Europa unita, ma la politica è riuscita a rovinarci la vacanza».
Come sono riusciti a fare ritorno
La situazione si è sbloccata soltanto in tarda serata. Per superare l’impasse informatico e consentire l’imbarco, l’agenzia di viaggi ha dovuto annullare la pratica precedente e acquistare ex novo tutti i biglietti su un volo Ita Airways, permettendo infine alle famiglie di fare ritorno in Italia. Ma soltanto a notte fonda.

(da agenzie)

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TRUMP E I NUOVI OLIGARCHI D’AMERICA: IL GOVERNO DEI MILIARDARI HA CONQUISTATO LA CASA BIANCA

Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile

UNA RISTRETTA ELITE DI ULTRARICCHI HA TRASFORMATO I MILIARDI IN POTERE POLITICO, MEDIATICO E TECNOLOGICO

Il presidente immobiliarista, si sa, ha messo insieme il governo più facoltoso della storia degli Stati Uniti: la rivista economica Forbes stimava che la somma delle fortune dei suoi principali consiglieri si aggira sui 7,5 miliardi di dollari. Più del doppio dei 3,2 miliardi combinati del primo gabinetto Trump, e ben lontani da quei “poveracci” dell’amministrazione Biden, che possedevano “appena” 110 milioni di dollari complessivi. Se poi a quella dei suoi ministri si aggiunge anche la fortuna di Trump, la cifra tocca la bellezza di 14 miliardi di dollari. Insomma, un’élite economica ha saputo trasformare le sue immense ricchezze in un’influenza politica tangibile: un po’ com’è avvenuto in Russia con gli oligarchi. La ristretta cerchia di ultraricchi che gravitano intorno a Trump non solo gode di un accesso privilegiato al presidente degli Stati Uniti: ma domina anche il panorama mediatico e l’economia tecnologica. Hanno, insomma, piena influenza sulle leve del potere.
I sostenitori dell’amministrazione parlano di “esagerazioni”: Trump, dicono, è solo un presidente che sostiene le imprese e collabora con la finanza e l’industria per raggiungere i suoi obiettivi. Ma le cose, nota il Financial Times che ai nuovi oligarchi americani dedica un paginone, sono più complesse. I magnati ultra-ricchi, soprattutto di Silicon Valley, sono ormai penetrati nell’ecosistema politico di Washington: assumendo ruoli consultivi nel governo, coltivando legami a Capitol Hill e intervenendo sulle questioni del momento, dall’intelligenza artificiale alla politica industriale. Partecipano a cene sfarzose, donano milioni di dollari a progetti di raccolta fondi della Casa Bianca e vengono fotografati con Trump mentre promettono investimenti strabilianti su territorio americano. Molti hanno beneficiato di agevolazioni e politiche a vantaggio delle loro aziende e, in alcuni casi, di lucrosi contratti governativi del valore di miliardi di dollari.
E se i magnati del passato, i vari Rockefeller, Astor, Morgan, Carnegie, Vanderbilt e via dicendo, “espiavano” il benessere facendo filantropia, finanziando ampiamente le istituzioni pubbliche, i neo-miliardari del settore tecnologico mostrano completa indifferenza ai loro doveri verso la società. «Questo la dice lunga sull’impunità che sembra essere radicata nella loro mentalità: convinti di essere al pari di divinità», afferma Quinn Slobodian, storico del capitalismo presso la Boston University, parlandone appunto al quotidiano della City.
Tutta colpa di una sentenza del 2010 che ha spalancato le porte al denaro nella politica. Secondo l’organizzazione progressista Americans for Tax Fairness, i ricchi americani fino ad allora investivano in politica mediamente 30 milioni di dollari a testa. Ebbene: nel ciclo elettorale del 2024, sono stati staccati assegni per ben 2,6 miliardi di dollari, la metà dei quali provenienti da tre soli Paperoni: Elon Musk, Miriam Adelson e Timothy Mellon che hanno versato oltre un terzo dei circa 1,5 miliardi di dollari spesi per far vincere Trump.
La spesa elettorale degli ultraricchi, nota poi il FT, è aumentata di pari passo con l’ampliamento del divario tra ricchi e poveri. Secondo Jeffrey Winters, politologo della Northwestern University, la quota di ricchezza totale degli Stati Uniti detenuta dalle 400 persone più ricche del Paese è aumentata del 146% negli ultimi 30 anni, mentre quella dell’intera metà più povera della popolazione americana, nello stesso periodo, è diminuita del 25%. Un divario che ricorda quello di fine Ottocento, quando una ristretta cerchia di industriali e finanzieri accumulò fortune favolose esercitando un immenso potere politico in un sistema permeato da clientelismo e corruzione. «Si è tornati al dare per ottenere favori e non è altro che una tradizionale forma di corruzione», afferma Martin Gilens, professore di politiche pubbliche all’Università della California.
Non è certo un caso che i leader del settore tecnologico abbiano elogiato l’approccio non interventista dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Intelligenza artificiale. E infatti durante un incontro alla Casa Bianca lo scorso settembre, Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha affermato che avere «un presidente così favorevole alle imprese e all’innovazione rappresentava un cambiamento molto positivo». A presagire quel che stava succedendo, ci aveva provato l’ex presidente Joe Biden che nel suo discorso di commiato dello scorso anno, aveva dato l’allarme: «sta emergendo una nuova oligarchia americana, pericolosa concentrazione di potere nelle mani di pochi ultraricchi». Peccato che avesse omesso un dettaglio importante: i grandi donatori esercitano lo stesso tipo d’influenza anche sul suo partito. Numerosi miliardari hanno donato decine di milioni (anziché centinaia) alla campagna di Kamala Harris. Tra i suoi donatori ci sono infatti il cofondatore di LinkedIn Reid Hoffman, voce influente nei dibattiti democratici sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale, il finanziere George Soros, l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, il cofondatore di Facebook Dustin Moskovitz e la filantropa Laurene Powell, vedova del defunto CEO di Apple, Steve Jobs.
D’altronde, anche fra i democratici ci sono Paperoni che fanno politica attiva: il governatore dell’Illinois JB Pritzker, erede della fortuna degli hotel Hyatt e uno degli uomini più ricchi d’America, è anche lui un papabile per la corsa alla Casa Bianca 2028.
E pensare che Donald Trump ha vinto due volte le elezioni presentandosi come il paladino della gente comune, l’antiestablishment per eccellenza, il nemico delle élite consolidate. E invece, la sua presidenza le ha semplicemente consolidate.

(da Repubblica)

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