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SALVINI HA IL SABOTATORE IN CASA: GIORGETTI. NEGLI UFFICI DEL TESORO SONO INCAGLIATI 27 PROVVEDIMENTI PRESENTATI DAL MINISTERO DEI TRASPORTI GUIDATO DAL LEADER LEGHISTA

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

IN 24 CASI A FRENARE I TESTI È STATO IL DIPARTIMENTO DEL MEF (VEDI IL DIRETTORE GENERALE, FRANCESCO SORO)… IL CASO CHE FA GIRARE PIÙ LE PALLE A SALVINI È LO STOP ALLA RIFORMA DEL CODICE DELL’EDILIZIA, CHE DÀ IL VIA LIBERA A UNA SANATORIA E DEI TITOLI ABILITATIVI. IN QUESTO CASO LO STOP È STATO DECISO DALLA RAGIONERIA GENERALE, GUIDATA DA DARIA PERROTTA, FEDELISSIMA DI GIORGETTI

Il contraccolpo più pesante è sul disegno di legge per la riforma del Testo unico dell’edilizia. Per Matteo Salvini conta molto. Vale il via libera alle procedure semplificate e al riordino dei titoli abilitativi, ma soprattutto una corsia preferenziale per una nuova sanatoria. In ballo c’è il bollino della Lega sul tema della casa.
Conteso da Fratelli d’Italia e FI, perciò da blindare e velocizzare. Ecco perché il supplemento di indagine della Ragioneria sta generando malumori ai piani alti del partito di via Bellerio. L’irritazione nei confronti del Mef, guidato da Giancarlo Giorgetti – leghista anche lui – è così forte che nelle ultime ore gli uomini più vicini al leader del Carroccio hanno iniziato a mettere in fila i provvedimenti del Mit in attesa di una risposta dal ministero dell’Economia.
Il censimento è stato chiuso mercoledì scorso: sulle scrivanie di via XX settembre sono fermi 27 provvedimenti. Da settimane, se non da mesi. Tre non hanno ancora ricevuto la bollinatura della Ragioneria.
È il caso, appunto, della delega al governo per l’adozione del nuovo Codice dell’edilizia: il disegno di legge è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 4 dicembre scorso, ma i funzionari del Mef non hanno ancora dato il loro benestare. In attesa del sigillo c’è anche il decreto sui commissari delle opere pubbliche che il Cdm ha licenziato il 5 febbraio.
Ma il caso più eclatante è il disegno di legge «in materia di sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali». Dentro ci sono norme sensibili, dalle manutenzioni alle ispezioni. Tutti passaggi fondamentali per migliorare la vigilanza su binari e strade. Il disco verde del governo risale al 24 maggio del 2024, ma anche questo provvedimento è in stand-by.
Gli altri 24 testi fanno riferimento a provvedimenti «in attesa di riscontro», in gran parte decreti interministeriali che necessitano della firma di Giorgetti per entrare in vigore. È il cosiddetto concerto. Come quello che il Mit ha richiesto proprio al Mef lo scorso 8 ottobre per sbloccare l’assegnazione delle risorse del fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale.
Un altro esempio, sempre relativo al concerto: la richiesta della controfirma del titolare dell’Economia al decreto interministeriale per aggiornare il contratto di programma tra il Mit e Rfi è partita dagli uffici di Salvini il 24 dicembre scorso. La posta in gioco è di quelle che contano (e costano): gli investimenti ferroviari. Anche in questo caso mancherebbe una risposta dell’Economia.
(da Repubblica)

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MELONI FULMINATA! PRODUTTORI ENERGETICI E PICCOLE E MEDIE IMPRESE SONO IN RIVOLTA PER IL DECRETO BOLLETTE, ATTESO DOMANI IN CONSIGLIO DEI MINISTRI, CHE CAMBIA IL MECCANISMO DI FORMAZIONE DEL PREZZO DELL’ENERGIA ALL’INGROSSO SUL MERCATO ITALIANO E MODIFICA IL SISTEMA DEGLI INCENTIVI ALLE RINNOVABILI

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

CONFCOMMERCIO E CONFARTIGIANATO: “MANCA UNA RIDUZIONE DEGLI ONERI DI SISTEMA, CHE PESANO PER OLTRE IL 20% SUL TOTALE DELLA BOLLETTA ELETTRICA”,,, I MERCATI GIA’ BOCCIANO LA MISURA: SI È REGISTRATA UNA MASSICCIA VENDITA DEI TITOLI ENERGETICI NEGLI ULTIMI GIORNI

Continua a salire la tensione sul decreto Bollette, studiato dal governo per ridurre i costi energetici alle famiglie a basso reddito e a sostenere la competitività delle imprese. Il provvedimento, atteso domani in Consiglio dei ministri, con l’ultima bozza trapelata ha sollevato preoccupazioni per le misure che ci sono e per quelle che non ci sono.
E, a parte il bonus da 90 euro previsto per quest’anno per le famiglie a basso reddito che ricevono già il bonus sociale, molte delle altre misure allarmano o deludono. L’allarme scattato tra i produttori energetici riguarda gli articoli del decreto che cambierebbero il meccanismo di formazione del prezzo dell’energia sul mercato italiano all’ingrosso «Mgp» e che modificherebbero il sistema degli incentivi esistenti alle energie rinnovabili.
La flessione dei titoli in Borsa, dopo i cali di giovedì e venerdì scorso, è proseguita ieri: Enel -1,35%, A2a -1,62%, Erg -0,46 per cento. Ma al di là del settore dell’elettricità, il decreto non piace quasi a nessuno.
Le più deluse sono le micro e le Pmi. Confcommercio e Confartigianato puntano il dito sulle misure che non ci sono. «Confcommercio — riporta una nota
dell’associazione presieduta da Carlo Sangalli — apprezza l’impostazione complessiva
Risulta, però, assente – se fosse confermata la bozza di decreto – una misura specificamente dedicata alle Mpmi (Micro, Piccole e Medie Imprese, ndr) di riduzione strutturale e generalizzata degli oneri di sistema, che ancora oggi pesano per oltre il 20% sul totale della bolletta elettrica.
Tale intervento potrebbe trovare adeguata copertura finanziaria mediante l’impiego di quota parte dei proventi derivanti dalle aste delle quote di emissione di CO2». Gli oneri di sistema sono il costo per il sostegno alle rinnovabili e alla cogenerazione, che vale circa il 10% delle bollette della luce.
Sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda gli oneri è Confartigianato, che parla di «effetto ottico» e spiega che «l’allungamento dei tempi di pagamento degli oneri fino a 10 anni, al tasso di interesse del 6%, riduce il costo annuale della bolletta ma ne aumenta l’impatto reale complessivo sui consumatori, pari, sembrerebbe, a 10 miliardi»i
E dopo Coldiretti, in merito alle misure che impattano sui prezzi minimi garantiti alle bioenergie agricole ieri hanno espresso timori anche Confagricoltura ed Ebs (Energia da Biomasse Solide). «Il plafond previsto per i prossimi anni per i Prezzi minimi garantiti — commenta Alessandro Bettoni, presidente della Federazione Nazionale Bioeconomia di Confagricoltura — va rivisto. Il plafond destinato al biogas è estremamente limitato e non adeguato al numero di impianti in produzione».
(da agenzie)

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“LO STESSO COLONO CHE MI AVEVA AGGREDITO L’ANNO SCORSO HA NUOVAMENTE GUIDATO UN ATTACCO CONTRO LA MIA CASA E LA MIA FAMIGLIA”: IL REGISTA PALESTINESE HAMDAN BALLAL, VINCITORE DEL PREMIO OSCAR PER IL DOCUMENTARIO “NO OTHER LAND”, RACCONTA DI ESSERE STATO AGGREDITO DA UN GRUPPO DI COLONI ISRAELIANI NELLA SUA CASA IN CISGIORDANIA

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“MIO FRATELLO HA CHIAMATO LA POLIZIA PER DENUNCIARE L’INCURSIONE. L’ESERCITO È ARRIVATO PER PRIMO E HA FATTO IRRUZIONE IN CASA NOSTRA, ATTACCANDO TUTTI COLORO CHE ERANO ALL’INTERNO. POI HANNO ARRESTATO DUE DEI MIEI FRATELLI, UN NIPOTE E UN CUGINO. UN ALTRO FRATELLO È RIMASTO FERITO E ORA È IN OSPEDALE”

“Questo pomeriggio, quasi un anno dopo la vittoria dell’Oscar, lo stesso colono che mi aveva aggredito poco dopo il mio ritorno da Los Angeles ha nuovamente guidato un attacco contro la mia casa e la mia famiglia. Quattro dei miei familiari sono attualmente in stato di arresto e uno è in ospedale”.
Lo denuncia il regista palestinese Hamdan Ballal, tra gli autori del documentario No Other Land sulle vessazioni subite dai palestinesi in Cisgiordania. “Shem Tov Lusky è venuto con le sue greggi a casa mia. Mio fratello ha chiamato la polizia per denunciare l’incursione. L’esercito è arrivato per primo e ha fatto irruzione in casa nostra, attaccando tutti coloro che erano all’interno. Poi hanno arrestato due dei miei fratelli, un nipote e un cugino. Un altro fratello è rimasto gravemente ferito e ora è in ospedale”, ha raccontato nel profilo Instagram nootherland.film.
“Invito tutti i giornalisti e i diplomatici a venire a trovare me e la mia famiglia questo martedì 17 febbraio, per sapere come la situazione sia peggiorata nell’anno trascorso dalla vittoria dell’Oscar, così come in tutta la Cisgiordania”, ha aggiunto, ricordando che “due settimane fa siamo riusciti a ottenere dal tribunale israeliano una decisione che vietava l’accesso ai non residenti nella zona intorno a casa mia, ma i coloni violano l’ordine e continuano a venire con le loro greggi quasi ogni giorno”, mentre “polizia” ed “esercito non fanno nulla”.
(da agenzie)

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L’AFFETTATRICE ESIBITA A “OTTO E MEZZO” DA ALESSANDRO SALLUSTI, OVVERO DIMMI CHE AFFETTATRICE HAI E TI DIRÒ CHI SEI, : “È PER DEFINIZIONE UN SIMBOLO DI STATUS, CREDO SIA UNA BERKEL, LA ROLLS ROYCE DELLE AFFETTATRICI”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“CHIUNQUE AMBISCA A SEGNALARE LA PROPRIA IRRESISTIBILE EVIDENZA SOCIO-PROFESSIONALE HA L’OBBLIGO QUASI SUPREMATISTICO DI POSSEDERNE UN MODELLO, MAGARI PLURIACCESSORIATO”

Come ben sanno le persone di mondo, l’affettatrice che Alessandro Sallusti, portavoce meloniano per l’imminente referendum, mostra pervicamente alle sue spalle durante, metti, i collegamenti con Lilli Gruber su La7, è per definizione un simbolo di status, credo, se vogliamo entrare nel dettaglio e nei listini, sia una Berkel, la Rolls Royce delle affettatrici.
Dubito quindi si tratti di una presenza accidentale, un semplice oggetto di sfondo, casualmente domestico. Si sappia infatti che chiunque ambisca a segnalare la propria irresistibile evidenza socio-professionale, al di là del mestiere svolto, ha l’obbligo quasi suprematistico di possederne – tra cucina, tinello, tavernetta o grottino – un modello, magari pluriaccessoriato, totemicamente lì, nella propria dimora, poco importa se cittadina, collinare, lacustre o direttamente a bordo mare.
Irrilevante perfino quanto venga usata, se abbia mai sfiorato un prosciutto. La sua presenza, volendo, come tu hai rimarcato, agli occhi di alcuni potrebbe anche
figurare come metafora e suggestione “pizzicarola”, in realtà è già simbolo informale del fronte del Sì al referendum sulla separazione delle carriere togate. Detto questo, come direbbe la “Settimana Enigmistica”, aguzzando la vista, sono quasi certo che la ritroveremo presente fino al giorno delle urne in forma di monito elettorale.
(da Dagospia)

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“QUANDO LA SMETTERÀ ELLY SCHLEIN DI CHIEDERE A GIORGIA MELONI DI DISSOCIARSI DAI SUOI FEDELI ESECUTORI?”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

PINO CORRIAS SULLE PAROLE DI NORDIO E LE CORRENTI DELLA MAGISTRATURA CHE SI MUOVONO IN “MODALITÀ PARAMAFIOSA”: “INVECE DI CRITICARE LA SCEMPIAGGINE DEL MINISTRO, ELLY INVOCA LA SOLITA RICHIESTA INFANTILE: ‘GIORGIA DISSOCIATI!’, LASCIANDO INTENDERE CHE ESISTA UNA MELONI MIGLIORE DI QUELLA CHE IN QUATTRO ANNI DI GOVERNO HA IDEATO LA RIFORMA, L’HA IMPOSTA CON IL VOTO DI FIDUCIA, E OGGI NE PRETENDE LA RATIFICA REFERENDARIA”

Ma quando la smetterà Elly Schlein di chiedere a Giorgia Meloni di dissociarsi dai suoi fedeli esecutori? Davvero crede che Carlo Nordio, ministro giustiziere della Giustizia, parli per sé e non a nome della sua mandante, la signora-in-capo del governo, nonché ponte dei sospiri tra la bella nazione che fu l’Italietta delle trame e i furori trumpiani della peggiore America di sempre?
Disse l’altro giorno Nordio, con ghiaccio o senza, che i magistrati navigatori di correnti si muovono in “modalità paramafiosa”, enormità che ha provato a ridimensionare attribuendo il sanguinoso giudizio a un pubblico ministero – Nino Di Matteo, palermitano – che in tutt’altro contesto e con altri intenti, disse nel 2020.
Invece di criticare la scempiaggine del ministro, sventatamente offensiva per il ruolo istituzionale che ricopre e per i molti magistrati che in modalità assai mafiosa furono fucilati sulle strade della nostra storia, Elly invoca la solita richiesta infantile: “Giorgia dissociati!”, attribuendole una superiorità ideologica, una distanza morale, che le consentirebbe di correggere l’insulto e ripulire il latte versato
Di più: lasciando intendere che esista una Meloni migliore di quella che in quattro anni di governo ha ideato la riforma, l’ha fatta correre a testa bassa, l’ha imposta con il voto di fiducia, e oggi ne pretende la ratifica referendaria: una Meloni timida, moderata, pronta a dire: no, non era questo il senso.
Ma Nordio non è l’errore della frase. È l’esecutore della frase. Non è un lapsus del potere, ma la sua grammatica. Chiederne la dissociazione è patetico. Peggio ancora: ingenuo. Come se il potere fosse un malinteso linguistico da aggiustare. E non invece un progetto.
(da Il Fatto Quotidiano)

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IN UN MONDO DI TRUMP, ANCHE GEORGE W. BUSH SEMBRA UN GIGANTE. L’EX PRESIDENTE REPUBBLICANO IN UN SAGGIO ELOGIA GEORGE WASHINGTON E ATTACCA INDIRETTAMENTE IL TYCOON: “AVREBBE POTUTO MANTENERE UN POTERE ASSOLUTO, MA PER DUE VOLTE SCELSE DI NON FARLO. RINUNCIANDO AL POTERE, HA GARANTITO CHE L’AMERICA NON DIVENTASSE UNA MONARCHIA O PEGGIO. FISSÒ UNO STANDARD A CUI TUTTI I PRESIDENTI DOVREBBERO ATTENERSI”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

GEORGE W. ELOGIA L’AUTOCONTROLLO, LA CORTESIA, LA MODESTIA E LA DIPLOMAZIA DEL PRIMO PRESIDENTE USA. CIOÈ CARATTERISTICHE OPPOSTE AL BULLISMO DAZISTA E AUTOCRATICO DELL’ATTUALE COMMANDER-IN-CHIEF

L’ex presidente George W. Bush non intende infrangere il “codice del silenzio” che impedisce agli ex leader statunitensi di criticare pubblicamente i propri successori, ma a quanto pare non è contrario a lanciare qualche frecciata velata.
In un saggio per il Presidents’ Day pubblicato lunedì dall’istituzione pro-democrazia More Perfect, lo sguardo ammirato di Bush rivolto alle qualità del primo presidente d’America è servito soprattutto a sottolineare quanto l’attuale amministrazione sia diventata poco presidenziale.
Bush ha tessuto le lodi di diverse qualità di George Washington, soffermandosi in particolare su quelle che oggi sembrano scarseggiare. Tra queste, “l’umiltà”, una profonda considerazione per la storia, il rispetto per un sapere superiore al proprio e la riluttanza a mantenere il potere “per il potere in sé”.
«Il nostro primo presidente avrebbe potuto mantenere un potere assoluto, ma per due volte scelse di non farlo», ha scritto Bush. «Così facendo, fissò uno standard a cui tutti i presidenti dovrebbero attenersi».
Bush ha inoltre analizzato l’impegno di Washington verso un codice di condotta che all’epoca era considerato parte delle “arti da gentiluomo”. Washington, secondo le ricerche di Bush, “si educò da solo” copiando “le 110 massime tratte dalle Rules of Civility and Decent Behavior in Company and Conversation”, un testo redatto dai gesuiti francesi alla fine del XVI secolo.
«Molte delle qualità poi associate alla leadership di Washington, dall’autocontrollo e la cortesia alla modestia e alla diplomazia, possono essere ricondotte a quel breve manuale di buone maniere», ha scritto Bush.
Le ripetute decisioni di Washington di rinunciare al potere furono lezioni cruciali per la nazione, secondo Bush, che ha sostenuto come la scelta di Washington di dimettersi dal comando dell’esercito statunitense dopo la Rivoluzione, e successiva decisione di concludere la propria presidenza dopo due mandati, “abbiano garantito che l’America non diventasse una monarchia, o peggio”.
Il messaggio assume un peso particolare considerando che Donald Trump ha continuato a contestare i risultati elettorali in tentativi infruttuosi di mantenere il potere, compreso il tentativo di rovesciare l’elezione presidenziale del 2020 e le minacce di candidarsi per un terzo mandato, in violazione dei limiti di legge.
Ma la condotta di Washington — e il suo impegno nel costruire fondamenta istituzionali durature — fu determinante non solo per il suo successo personale, ma anche per il futuro dello Studio Ovale e del Paese, secondo il quarantatreesimo presidente.
«Il nostro primo leader contribuì a definire non solo il carattere della presidenza, ma il carattere stesso della nazione», ha scritto Bush. «Washington mostrò cosa significhi anteporre il bene del Paese all’interesse personale e all’ambizione egoistica. Incarna l’integrità e dimostrò perché valga la pena aspirarvi. E si comportò con dignità e autocontrollo, onorando la carica senza permettere che venisse investita di poteri quasi mitici».
(da agenzie)

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PIERO GRASSO: “SE VINCE IL SI’ AL REFERENDUM, LA MAGISTRATURA SARA’ PIÙ ESPOSTA ALLE PRESSIONI POLITICHE”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE DEL SENATO, E GIA’ PROCURATORE ANTIMAFIA: “SI TENGANO PRESENTI CINQUE COSE. PRIMO: L’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA NON È UN PRIVILEGIO DEI GIUDICI, MA UNA GARANZIA PER I CITTADINI. SECONDO: RIDURRE I CONTROLLI E DIVIDERE LE CARRIERE VA NELLA DIREZIONE DI INDEBOLIRE L’ARGINE AGLI ABUSI DI POTERE E NON RISOLVE IL PROBLEMA DELL’IMPARZIALITÀ DEL GIUDICE. TERZO: L’EQUILIBRIO TRA I POTERI È IL CUORE DELLA REPUBBLICA, E NON DOBBIAMO ACCETTARE UNA DERIVA UNGHERESE O TRUMPISTA. QUARTO: IL SORTEGGIO COME CRITERIO ELETTIVO È RIDICOLO PER QUALSIASI ORGANO COSTITUZIONALE. QUINTO: SI AUMENTANO I COSTI DI DECINE DI MILIONI DI EURO E NON SI RIDUCE NEMMENO DI UN GIORNO LA DURATA DEI PROCESSI”

Molti elettori si sentono disorientati da un dibattito tecnico e spesso opaco. Se dovesse spiegare in modo chiaro e diretto le ragioni della sua posizione, quali sarebbero i punti essenziali che i cittadini dovrebbero conoscere prima di andare a votare?
«Cinque cose semplici. Primo: l’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei giudici, ma una garanzia per i cittadini. Secondo: ridurre i controlli e dividere le carriere va nella direzione di indebolire l’argine agli abusi di potere e non risolve il problema dell’imparzialità del giudice in alcun modo. Terzo: l’equilibrio tra i poteri è il cuore della nostra Repubblica, e non dobbiamo accettare nessuna crepa verso derive ungheresi o trumpiste. Quarto: il sorteggio come criterio elettivo è ridicolo per qualsiasi organo costituzionale. Quinto: si aumentano i costi di decine di milioni di euro e non si riduce nemmeno di un giorno la durata dei processi».
Se il referendum dovesse confermare la riforma, quale scenario si aprirebbe per il sistema giudiziario italiano nei prossimi anni?
«Si aprirebbe una fase di transizione lunga e complessa, con il rischio di una magistratura più esposta alle pressioni politiche. Mi preoccupano le riforme che a partire da questa potranno seguire per limitare i poteri del pm, come si è lasciato sfuggire chi ha ipotizzato di sottrargli la direzione della polizia giudiziaria».
Infine, senatore, questa battaglia sulla giustizia sembra destinata a segnare la legislatura. Crede che il voto referendario possa diventare anche un giudizio politico sull’idea di Stato e di legalità proposta da questo governo?
«Chi andrà al voto, mi sembra evidente, lo farà con tre motivazioni diverse. Ci saranno quelli che daranno un voto politico a favore o contro il governo. Quelli che hanno voglia di bastonare o difendere la magistratura, per ragioni personali o di gruppo. Infine, e spero siano molti, quelli che avranno la pazienza e l’attenzione di capire la riforma e scegliere nel merito. Dei primi due gruppi non parlo. Nel merito mi auguro che la scelta sia un netto no».
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI FA SEMPRE PIÙ FATICA A FARE L’EQUILIBRISTA. DA UN LATO TENTA (INUTILMENTE) UN ASSE CON IL TEDESCO MERZ, CHE CONTINUA A PREFERIRLE MACRON, DALL’ALTRO FLIRTA CON TRUMP E GLI SVALVOLATI “MAGA”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

FOLLI: “LA SCELTA DI PARTECIPARE COME OSSERVATORE AL ‘BOARD’ PER GAZA È IL MASSIMO DELL’ESPOSIZIONE PRO-USA SENZA COMPIERE SCELTE IMPEGNATIVE E DEFINITIVE. E SENZA SPEZZARE, GRAZIE A MERZ, IL FILO CON L’UNIONE EUROPEA”

L’Italia della Meloni si muove sul filo. Con Merz cerca di ripercorrere, adattandola ai tempi, una strada tradizionale dei governi della Prima Repubblica. Ma vorrebbe al tempo stesso tenere in piedi la relazione bilaterale con Washington, contenta di essere elogiata dalla Casa Bianca e persino dagli ambienti Maga che fanno riferimento a Vance. Ma non all’estremista Bannon da cui la premier ha preso le distanze e che la ricambia con antipatia.
In definitiva, la parziale intesa con il cancelliere tedesco le consente di dare forma a una sorta di “europeismo di destra”, abbastanza disincantato e tuttavia fermo sul punto di non approfondire la frattura con Trump.
Impresa non semplice, forse velleitaria data la scarsa prevedibilità del presidente americano. Ma questa è la via intrapresa da Giorgia Meloni, come si vede anche con la scelta di partecipare come osservatore al “board” per Gaza.
Vale a dire, il massimo dell’esposizione pro-Usa in questa fase senza compiere scelte impegnative e definitive. E soprattutto senza spezzare, grazie a Merz, il filo con l’Unione europea.
Del resto, un passo ulteriore verso l’euro-scetticismo vorrebbe dire fare il gioco del variegato fronte filo-russo, presente in Italia come in Germania. E questo non è davvero nell’interesse di Giorgia Meloni.
Oggi il ministro Tajani riferirà in Parlamento riguardo al “board” e ad altri temi di attualità. È facile prevedere una seduta incandescente. I tempi in cui si poteva sperare che la politica estera fosse in grado di avvicinare maggioranza e
opposizione sono finiti forse per sempre. Non hanno resistito alla rivoluzione dei rapporti internazionali di cui i nostri politici sono stati ovviamente semplici spettatori. Con Merz cerca una strada tradizionale. Ma vorrebbe tenere in piedi il rapporto con gli Usa
(da Repubblica)

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IL MINISTRO NORDIO STA FACENDO CAMPAGNA PER IL NO AL REFERENDUM, NON C’E’ ALTRA SPIEGAZIONE

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

PRIMA LA GAFFE SUL “METODO PARAMAFIOSO” PER L’ELEZIONE DEI MEMBRI DEL CSM, POI LA RICHIESTA DI SCHEDARE CHI FINANZIA I COMITATI PER IL NO AL REFERENDUM (E QUELLI DEL SI’ ?)… OGNI VOLTA CHE PARLA FA PERDERE CONSENSI AI SOVRANISTI

Qualcuno dica al ministro Nordio che sta esagerando. Rivolgiamo questo appello a chi è convinto, legittimamente, della bontà della riforma della giustizia, a chi crede che renderà i magistrati più indipendenti dalla politica. Perché le parole e gli atti del ministro, in questi giorni, stanno in realtà confermando il contrario.
Passiamo oltre, per un attimo, alla gaffe sul “metodo paramafioso” con cui i magistrati eleggono i membri del Consiglio Superiore della Magistratura. Una doppia gaffe carpiata con coefficiente di difficoltà che nemmeno Ilia Malinin sul ghiaccio, visto che attribuisce questa frase al magistrato antimafia Nino Di Matteo, che si affretta a smentirlo e a dire che lui sostiene il No alla riforma.
E visto che proprio la mafia, quella vera, ha ucciso il fratello del presidente del Csm, cioè il presidente della repubblica Sergio Mattarella.
Passiamo oltre, dicevamo, perché Nordio, nel giro di nemmeno ventiquattro ore, piazza un secondo colpo da maestro, chiedendo all’Associazione Nazionale Magistrati, i nomi di privati cittadini che, legittimamente, finanziano i Comitati per il No. Il motivo di questa schedatura? Se finissero alla sbarra, questi cittadini, potrebbero ricevere favori dai magistrati contro la riforma.
È una mossa, questa di Nordio, che in nome di una supposta trasparenza e di un supposto conflitto d’interesse, finisce per suonare intimidatoria verso chi, legittimamente, sostiene la campagna per il No, che si ritroverebbe schedato tra i nemici del governo e vedrebbe macchiato dall’ombra del sospetto qualunque sentenza a lui favorevole si verificasse nei prossimi anni.
Una mossa grave – indotta, va detto, dall’interrogazione di un parlamentare di Forza Italia – che è ancora più grave se si guardano i sondaggi di questi giorni, che danno il fronte del No in forte rimonta nei confronti del Sì al referendum del 22 e 23 marzo.
Una rimonta che è figlia, soprattutto, della paura che il governo, con questa riforma, voglia minare l’indipendenza della magistratura, metterla sotto la propria tutela, ingerire nelle sue attività d’indagine, metterne in discussione l’autonomia di giudizio.
Con le sue parole e i suoi atti, Nordio non fa altro che confermare questa paura, dando ulteriori argomenti a una campagna per il No che, ormai, già ne ha parecchi.
Fossimo tra i sostenitori del No, lo assolderemmo come testimonial.
Fossimo tra i sostenitori del Sì, faremmo sparire l’agenda dei suoi appuntamenti pubblici.
(da Fanpage)

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