Destra di Popolo.net

TRUMP È DIVENTATO TOSSICO PER IL MONDO “MAGA”: GLI ISOLAZIONISTI E I COMPLOTTARI CHE HANNO SOSTENUTO IL PRESIDENTE AMERICANO SI RIVOLTANO CONTRO IL LORO EX IDOLO

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX DEPUTATA MARJORIE TAYLOR GREENE INVOCA LA RIMOZIONE DEL PRESIDENTE: “NON POSSIAMO UCCIDERE UN’INTERA CIVILTÀ. È FOLLIA” … L’EX ANCORMAN DI “FOX NEWS”, TUCKER CARLSON S’INCAZZA PER QUEL “SIA LODATO ALLAH”: “CHI PENSI DI ESSERE? FARSI BEFFE DELLA FEDE DEGLI ALTRI VUOL DIRE FARSI BEFFE SULL’IDEA STESSA DI FEDE” …LA PODCASTER DI DESTRA CANDACE OWENS: “UN RE PAZZO, PROFONDAMENTE MALATO” – IL “FINANCIAL TIMES”: LA GUERRA FINORA È COSTATA AGLI USA 22-31 MILIARDI DI DOLLARI

“25mo emendamento. Neanche una bomba è stata sganciata in American. Non possiamo uccidere un’intera civiltà. Questa è follia”.
Lo afferma Marjorie Taylor Green, la repubblicana ex fedelissima di Donald Trump, commentando l’ultimo messaggio del presidente su Truth. Il 25mo emendamento prevede la rimozione del presidente senza che sia necessario sollevare accuse precise. E’ sufficiente che il vice presidente e la maggioranza del gabinetto trasmettano una lettera al Congresso sostenendo che il presidente non è in grado di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio.
A criticare duramente Trump è anche Tucker Carlson, l’ex volto noto di Fox, che punta il dito contro il presidente per il messaggio volgare di Pasqua sull’Irana. “Chi pensi di essere? Stai prendendo in giro la religione dell’Iran e nessuna persona perbene si prende gioco della religione altrui. Farsi beffe della fede degli altri vuol dire farsi beffe sull’idea stessa di fede”, ha detto Carlson.
(da agenzie)

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UN SENESE PER “AMICO”. DALL’INCHIESTA “HYDRA” DEL 2023, EMERGE COME GIOACCHINO AMICO, IL BOSS ORA PENTITO, SIA AL CENTRO DI UNA FITTA RETE DI CONTATTI, TRA CUI SPUNTANO UNA QUINDICINA DI POLITICI LOCALI E NAZIONALI, IN ALCUNI CASI ANCORA IN CARICA, TUTTI DEL CENTRODESTRA

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

IN “RAPPORTI CON AMICO” CI SAREBBERO STATE PAOLA FRASSINETTI E CARMELA BUCALO, ENTRAMBE DI FRATELLI D’ITALIA. MONICA RIZZI, EX ASSESSORE REGIONALE E FONDATRICE DEL GRANDE NORD, SILVIA BOTTICHIO, CANDIDATA SINDACO A OSSIMO E NOMINATA RESPONSABILE DEL GRANDE NORD IN VALCAMONICA E ROBERTO CAON, EX DEPUTATO ELETTO NEL VENETO, PRIMA DELLA LEGA E POI DI FORZA ITALIA. E ANCORA PIETRO TATARELLA

Passa attraverso i rapporti con la politica la “‘crescita imprenditoriale’ delle organizzazioni criminali di tipo mafioso” che in questo modo, infiltrando “l’apparato istituzionale”, riescono ad “inquinare il tessuto economico” e sociale tramite il cosiddetto “capitale sociale”.
E’ quanto emerge dalla monumentale informativa del 2023, migliaia di pagine, agli atti dell’indagine ‘Hydra’, della dda di Milano, che ha tra i protagonisti Gioacchino Amico, presunto referente del clan Senese in Lombardia ora pentito.
Nell’atto si riportano i nomi di una quindicina di politici locali e nazionali, in alcuni casi ancora in carica, tutti del centrodestra. In “rapporti con Amico”, si legge nell’informativa, ci sarebbero state Paola Frassinetti e Carmela, detta Ella, Bucalo, entrambe di Fratelli d’Italia e non indagate: la prima è deputata e sottosegretaria all’Istruzione e al Merito, la seconda invece è componente della commissione cultura del Senato e vice responsabile del Dipartimento Istruzione del partito guidato da Giorgia Meloni.
Sempre secondo l’informativa, in “rapporti” con Amico, ora collaboratore di giustizia, ci sarebbero stati oltre a Monica Rizzi, ex assessore regionale e fondatrice del Grande Nord, Silvia Bottichio, candidata sindaco per il comune di Ossimo e
nominata responsabile sempre del movimento Grande Nord in Valcamonica. E ancora, tra gli altri, Roberto Caon, ex deputato eletto nel Veneto, prima della Lega e poi di Forza Italia, che ha concluso il mandato nel 2023. Nessuno dei politici nominati nell’atto è tra gli indagati nell’indagine che ipotizza un’alleanza strutturale tra Camorra, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta per fare affari sul territorio lombardo.
“Asseriti” anche i rapporti tra Pietro Tatarella, l’ex consigliere regionale azzurro, è il presunto referente del clan Senese in Lombardia il quale, in uno dei verbali resi di recente, dopo la sua decisione di collaborare all’inchiesta, ha raccontato di essere stato coordinatore a Canicattì, comune della Sicilia, per il ‘Movimento Fare’, fondato dall’ex sindaco di Verona Flavio Tosi.
Un verbale, questo, in gran parte omissato, evidentemente, per non svelare, la rete creata con i politici. Oltre a lui, nell’informativa depositata tempo fa dai pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, che coordinano l’inchiesta con il procuratore di Milano, Marcello Viola, emergono anche i contatti di Paolo Errante Parrino, referente della mafia trapanese in Lombardia e punto di “raccordo tra il sistema mafioso lombardo e Matteo Messina Denaro”, con Giovanni Sparacia, fondatore e promotore di un club di FI di Gallarate, comune del Varesotto di cui è stato ex assessore e per il quale si è candidato nell’ottobre 2021 nella lista ‘Forza Italia – Berlusconi Presidente’.
E poi con Cesare Francesco Nai, dal 2017 sindaco di Abbiategrasso, nel Milanese, e con i suoi assessore e consigliere Flavio Lovati e Francesco Chillico. Giancarlo Vestiti, altro luogotenente del clan Senese, avrebbe avuto “rapporti” con l’avvocato “collegato al gruppo parlamentare Fratelli d’Italia” Mario Silvio Claudio Marino, anche lui estraneo all’indagine, con l’ex sindaco di Cologno Monzese, Angelo Rocchi, di area Lega. Tra gli altri nomi di politici riportati nell’atto c’è pure Giuseppe Cesare Donina, ex deputato leghista non indagato.
(da ANSA)

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“FORSE LA PREMER FAREBBE BENE A GUARDARE IN CASA, DENTRO FDI”: SIGFRIDO RANUCCI REPLICA A GIORGIA MELONI, CHE S’È INFURIATA DOPO CHE “REPORT” HA PUBBLICATO UN SELFIE DELLA DUCETTA CON GIOACCHINO AMICO, REFERENTE DEL CLAN SENESE IN LOMBARDIA

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

“QUESTO SIGNORE ENTRAVA E USCIVA DAL PARLAMENTO PERCHÉ QUALCUNO DENTRO FRATELI D’ITALIA GLI FACEVA AVERE UN PASS” – “HO VISTO LA RISPOSTA DELLA PREMIER MA IL PROBLEMA GRAVE È QUESTA PERSONA CHE AVEVA PRECEDENTI PENALI IMPORTANTI NEL MOMENTO IN CUI FREQUENTAVA AMBIENTI DI FRATELLI D’ITALIA”

“Nessuno mette in discussione l’onestà della premier, ma lei omette di dare particolari su quello che emerge dall’inchiesta di Giorgio Mottola: questo signore entrava e usciva dal Parlamento perché qualcuno dentro Frateli d’Italia gli faceva avere un pass. Forse la premer farebbe bene a guardare in casa, dentro FdI, e capire chi e perché dava i pass a questa persona”.
Così Sigfrido Ranucci, ospite di Serena Bortone a Radio2 Stai Serena, a replicato alla premier Giorgia Meloni a proposito della nuova inchiesta di Mottola, che andrà in onda domenica su Rai3 nel nuovo ciclo di Report, e in particolare del selfie che ritrae la presidente del Consiglio con Gioacchino Amico, presunto referente del clan senese in Lombardia, pubblicato sui profili social del programma.
“Ho visto la risposta della premier – ha detto ancora Ranucci – ma il problema grave è questa persona che aveva precedenti penali importanti nel momento in cui frequentava ambienti di Fratelli d’Italia, poi è diventato collaboratore di giustizia, vediamo cosa sta raccontando ai magistrati”. Quella di Meloni, per Ranucci, “è una lettura parziale: il tema è la denuncia del problema, non chi lo denuncia”.
(da agenzie)
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CASO REGENI, DOPO IL VERGOGNOSO STOP AI FONDI SI DIMETTONO DUE ESPERTI DELLA COMMISSIONE DEL MINISTERO SUI FILM

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

LASCIANO IL CRITICO MEREGHETTI E LO STORY EDITOR GALIMBERTI

Terremoto nella commissione che assegna i contributi selettivi al cinema dopo la clamorosa esclusione del documentario su Giulio Regeni, ritenuto dagli esperti nominati dal ministro Alessandro Giuli non meritevole di ricevere alcun finanziamento pubblico.
Mentre il titolare della Cultura continua a tacere, di fatto avallando una scelta che ha scatenato la protesta dei produttori e delle opposizioni, oggi due (dei 15) esperti chiamati a valutare le opere secondo criteri di “qualità artistica” e “identità culturale” hanno rassegnato le proprie dimissioni.
Massimo Galimberti – consulente editoriale e story editor per progetti cinematografici e televisivi, oltre che organizzatore culturale e docente all’Università RomaTre – faceva parte della prima sezione della Commissione incaricata di esaminare film per la tv e il cinema, le serie e le produzioni di giovani autori. Paolo Mereghetti – critico cinematografico di prima grandezza – era invece componente della seconda sezione che si occupa delle sceneggiature per il grande e
il piccolo schermo, per il web e i cortometraggi. Entrambi stamattina hanno scritto una lettera al capo della Direzione Cinema e audiovisivo Carlo Giorgio Brugnoni per dire basta. Una rinuncia destinata a fare molto rumore.
Il mancato finanziamento con fondi pubblici al docufilm su Giulio Regeni è diventato un caso ed è arrivato anche alla Camera, con le interrogazioni di Partito democratico, +Europa e Avs che chiedono risposte al ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Il documentario Giulio Regeni, tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti e vincitore del Nastro della Legalità 2026, ripercorre la storia del ricercatore italiano rapito, torturato, ucciso in Egitto nel 2016, ancora senza un motivo né un colpevole. Una storia che ha scosso e indignato l’Italia ma che, secondo gli esperti del ministero della Cultura, non merita nulla dei contributi previsti per supportare opere cinematografiche, come denunciato da Domenico Procacci di Fandango, che ha prodotto il lavoro insieme a Ganesh di Mario Mazzarotto. “Una scelta politica”, proprio secondo Procacci.
Chiede “risposte immediate” la capogruppo democratica alla Camera, Chiara Braga, annunciando l’interrogazione che porta la prima firma della segretaria Elly Schlein e dei componenti della commissione Cultura. “Parliamo di un’opera di evidente valore civile e culturale. È una valutazione di natura politica quella che ha portato all’esclusione dal sostegno pubblico?”. E l’episodio, aggiungono i dem, non è un caso isolato ma conferma le criticità sollevate sulla riforma del sistema di assegnazione dei fondi al cinema voluta dal governo Meloni, “che ha di fatto riportato a una gestione più discrezionale e politicizzata”.
Il docufilm è già uscito in sala e 76 università italiane hanno aderito all’iniziativa promossa dalla senatrice Elena Cattaneo per proiettarlo negli atenei. E il 5 maggio sarà presentato al Parlamento europeo. Anche il segretario di +Europa, Riccardo Magi, che ha annunciato una interrogazione parlamentare sulla questione, rivolta sempre al ministro Giuli. Un’altra interrogazione la presenterà Angelo Bonelli, deputato Avs, che parla senza mezzi termini di bavaglio. “Si impedisce di portare nell
e sale un’opera che racconta una verità che evidentemente si preferisce non mostrare. O il ministero non è stato in grado di riconoscere il valore dell’opera, oppure ha avallato una decisione politica”.
(da Repubblica)

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PREPARATE I POPCORN: I PM HANNO DISPOSTO IL SEQUESTRO DEL CELLULARE DI MAURO CAROCCIA, PRESTANOME DEL CLAN SENESE E PADRE DELLA SOCIA DELL’EX SOTTOSEGRETARIO ANDREA DELMASTRO NEL RISTORANTE “BISTECCHERIA D’ITALIA”

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

I MAGISTRATI STANNO SETACCIANDO LE CHAT DI CAROCCIA: COSA SALTERÀ FUORI? L’OBIETTIVO DI CHI INDAGA È ANALIZZARE I MESSAGGI RELATIVI ALLA CREAZIONE DELLA SOCIETÀ, FONDATA NEL 2024, DI CUI ERA SOCIO ANCHE IL BISTECCHIERE DELMASTRO

I pm della Dda di Roma hanno disposto il sequestro del cellulare di Mauro Caroccia, l’uomo indagato assieme alla figlia Miriam, per riciclaggio e fittizia intestazioni di beni nella vicenda della società ‘Le 5 Forchette’ di cui è stato azionista l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro.
Obiettivo di chi indaga è passare al setaccio il telefono di Caroccia, che attualmente è detenuto a Viterbo dove sta scontando una pena a 4 anni per reati di mafia, analizzando chat e messaggi relativi alla creazione della Srl – che risale al dicembre del 2024 -e alla gestione del ristorante ‘Bisteccheria d’Italia’.
Sul fronte dell’attività istruttoria gli investigatori domani ascolteranno la moglie di Caroccia, assistita dall’avvocato Fabrizio Gallo. Come raccontato dal marito nel corso dell’interrogatorio svolto a piazzale Clodio il primo aprile scorso, la donna era presente assieme alla figlia il 16 dicembre di due anni fa nello studio notarile di Biella dove venne fondata la società al centro dell’indagine dell’antimafia.
(da agenzie)

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NO CINGOLANI? NO PARTY! LEONARDO TRACOLLA IN BORSA: PERDE IL 7% E VIENE SOSPESO IN ASTA DI VOLATILITÀ. NONOSTANTE I RISULTATI RECORD E IL CAOS INTERNAZIONALE, I GENI ALLA FIAMMA DI PALAZZO CHIGI VOGLIONO SOSTITUIRE IL NUMERO UNO DELLA SOCIETA’-PILASTRO DELLA DIFESA E SICUREZZA NAZIONALE

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

PERDE QUOTA L’IPOTESI DI ERCOLANI, AD DELLA FILIALE ITALIANA DI RHEINMETALL, IN ASCESA QUELLA DI UNA PROMOZIONE DI LORENZO MARIANI, GIÀ CONDIRETTORE GENERALE DI LEONARDO E ORA AD DI MDBA

Il governo italiano si appresta a sostituire Roberto Cingolani come amministratore delegato di Leonardo, in una mossa inattesa che rischia di turbare gli investitori dopo un forte rilancio del gruppo della difesa controllato dallo Stato.
Il suo mandato triennale scade il prossimo mese e, secondo quattro persone a conoscenza della situazione, questa settimana la coalizione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe presentare una nuova lista di candidati al consiglio di amministrazione che non include Cingolani.
Una fonte ha affermato che la decisione non è ancora stata confermata e che la situazione potrebbe cambiare. L’assemblea degli azionisti del gruppo, durante la quale le nomine saranno formalizzate, è prevista per il 7 maggio.
L’ufficio della presidente del Consiglio e Leonardo hanno rifiutato di commentare.
Da quando ha assunto l’incarico nel maggio 2023, Cingolani ha guidato un aumento degli ordini per Leonardo e promosso partnership con concorrenti europei volte a ridurre la frammentazione dell’industria della difesa nel continente.
Sotto la guida di Cingolani, i ricavi del gruppo sono cresciuti di quasi un quarto fino a 20 miliardi di euro, mentre il prezzo delle azioni è passato dai 10,5 euro del 2023 ai 62 euro della scorsa settimana.
Il cambio al vertice arriva mentre Cingolani aveva delineato un’ambiziosa agenda industriale per Leonardo. A novembre, il gruppo ha presentato il progetto Michelangelo Dome, un sistema integrato di difesa aerea e missilistica progettato per proteggere infrastrutture critiche e territori europei.
Le azioni di Leonardo sono scese del 6% nella mattinata di martedì, dopo le notizie sull’imminente uscita di Cingolani riportate dai media locali.
Sam Wolfson
per www.theguardian.com

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“PAPA LEONE VOLEVA MANDARE UN SEGNALE ALL’OPUS DEI: STA PRENDENDO LE ACCUSE SUL SERIO”: IL GIORNALISTA GARETH GORE, CHE HA SCRITTO UN LIBRO-INCHIESTA SULL’ISTITUZIONE CATTOLICA CONSERVATRICE, È STATO RICEVUTO IN VATICANO DA LEONE XIV – GARETH GORE RICOSTRUISCE UN SISTEMA DI ACCUSE CONTRO L’OPUS DEI CHE VA DAL PLAGIO PSICOLOGICO AL TRAFFICO DI ESSERI UMANI PASSANDO PER L’USO DI FARMACI PER MANIPOLARE I MEMBRI

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL GIORNALISTA: “È STATO IL VATICANO STESSO AD ALIMENTARE QUESTO MOSTRO, SOPRATTUTTO GIOVANNI PAOLO II, CHE VEDEVA NELL’OPUS DEI DEI PREZIOSI ALLEATI NELLA SUA CROCIATA CONSERVATRICE, QUASI DEI BERRETTI VERDI PERSONALI DA MANDARE OVUNQUE CI FOSSE UN VESCOVO PROGRESSISTA SCOMODO” – IL RUOLO DELL’OPUS DEI ALL’INTERNO DEL MOVIMENTO MAGA

Gareth Gore era in California per lavoro quando ricevette una telefonata inaspettata: il Vaticano voleva fissare un’udienza privata con il papa. Una notizia che lo lasciò di stucco.
Nel 2024, dopo quasi un decennio di ricerche, Gore aveva pubblicato Opus, un’indagine meticolosa e agghiacciante sugli abusi che sarebbero stati perpetrati dall’Opus Dei — la potente e riservata organizzazione cattolica fondata dal sacerdote spagnolo Josemaría Escrivá negli anni Venti del Novecento.
Il libro ricostruisce un sistema di accuse che va dal plagio psicologico al traffico di esseri umani, dal condizionamento delle confessioni all’uso di farmaci per manipolare i membri. Accuse che l’Opus Dei respinge categoricamente.
Gore aveva anche documentato i legami dell’organizzazione con la dittatura franchista in Spagna e il suo successivo sostegno a cause conservatrici in tutto il mondo. Soprattutto, aveva messo sotto accusa la complicità del Vaticano stesso, che negli anni Settanta aveva garantito all’Opus Dei piena legittimità in cambio di sostegno finanziario lasciandola operare al di fuori delle normali strutture ecclesiastiche. Nel 2002, tra le proteste interne alla Chiesa, Escrivá era stato canonizzato. Il 16 marzo scorso, Gore è stato ricevuto in Vaticano da Papa Leone XIV. Lo abbiamo incontrato due settimane dopo.
Come è possibile che il giornalista che ha scritto il libro più critico sull’Opus Dei venga invitato a parlare con il papa?
Onestamente, non lo so ancora del tutto. Ero in viaggio negli Stati Uniti quando mi ha chiamato una persona che conosco in Perù, piuttosto vicina al papa. Mi ha detto che il pontefice aveva sentito parlare di me e voleva incontrarmi di persona.
Ho riattaccato il telefono e ho dovuto fermarmi un momento: è reale? Ho contattato il Vaticano pensando che nessuno avrebbe risposto. Invece ho ricevuto quasi subito un messaggio da qualcuno di alto rango: «Sì, il Santo Padre vuole assolutamente incontrarla. Mi faccia sapere quando è disponibile.»
Quanto pensa che Leone XIV sapesse già dell’Opus Dei
È difficile dirlo. L’Opus Dei è rinomata per aver infiltrato il Vaticano. È molto probabile che ci siano persone lì dentro che filtrano le informazioni che arrivano al papa — alcune per ragioni deliberate, altre semplicemente perché in ogni grande istituzione il capo non può sapere tutto.
Cosa voleva dirgli in quel tempo limitato?
Volevo che capisse una cosa fondamentale: Escrivá disse ai suoi membri che l’idea dell’Opus Dei era venuta direttamente da Dio, e trascrisse questa visione nei minimi dettagli. Quegli scritti sono la fonte di ogni forma di controllo, manipolazione e manovra politica che ancora oggi l’organizzazione esercita. Riformare l’Opus Dei è straordinariamente difficile proprio perché il fondatore è venerato come santo: il papa non può semplicemente dire «smettete di fare queste cose», perché i veri credenti continueranno a ritenere che quelle pratiche siano la volontà di Dio.
Come si è comportato durante l’udienza?
Sono entrato con un senso di responsabilità enorme, ma anche con una certa incoscienza. Avevo deciso di non preoccuparmi di offendere o di violare il protocollo. Pensavo: nessun altro ha avuto questa opportunità. Se mi fanno uscire dopo cinque minuti, posso convivere con questo. Gli ho presentato una pila di documenti interni riservati, dandogli un resoconto diretto e senza filtri di cosa significhi davvero vivere nell’Opus Dei. Non sapevo come avrebbe reagito.
E com’è andata?
Non avrebbe potuto andare meglio. Ha fatto domande molto acute. L’incontro è andato molto oltre il tempo previsto. C’erano due cameraman, e alla fine il papa mi ha detto che era stata una sua decisione far entrare le telecamere e rendere pubblico l’incontro. Voleva chiaramente mandare un segnale all’Opus Dei: sta prendendo queste accuse sul serio.
Che potere ha il Vaticano per contenere l’Opus Dei?
È stato il Vaticano stesso ad alimentare questo mostro, soprattutto Giovanni Paolo II, che vedeva nell’Opus Dei dei preziosi alleati nella sua crociata conservatrice — quasi dei berretti verdi personali da mandare ovunque ci fosse un vescovo progressista scomodo. In cambio, concesse loro lo status di “prelatura personale”, un privilegio senza precedenti nella storia della Chiesa: potevano operare ovunque nel mondo, rispondendo solo al papa, e le accuse di abusi non potevano essere gestite attraverso i normali canali diocesani.
Papa Francesco aveva cominciato ad agire, prima della sua morte nell’aprile 2025, emanando nel 2022 un decreto che ordinava all’Opus Dei di rimettere ordine al proprio interno. Ma senza parlare con ex membri né con giornalisti che avevano indagato il gruppo. Ho suggerito a Leone XIV che il passo logico successivo sarebbe aprire un’indagine indipendente e completa su tutte le accuse di abuso — spirituale, psicologico, emotivo, fisico.
Le autorità civili stanno già indagando.
In Argentina, i pubblici ministeri hanno condotto una indagine durata due anni sulle denunce di 43 o 44 donne, concludendo che esistono fondati motivi per accusare il gruppo di traffico di esseri umani e gravi violazioni del diritto del lavoro. Ma è solo la punta dell’iceberg. Da quando le accuse argentine sono diventate pubbliche, nuove testimonianze sono emerse in Irlanda, Messico, Francia, Spagna. L’Opus Dei gestisce circa 300 scuole private cattoliche nel mondo. La domanda che governi e servizi sociali devono cominciare a porsi è semplice: un’organizzazione accusata di crimini così gravi è idonea a prendersi cura di bambini e giovani? A mio avviso, assolutamente no.
Opus Dei afferma di non prendere posizioni politiche. Ma lei descrive un’influenza determinante sulla Corte Suprema e sull’aborto.
Il fondatore dell’Opus Dei diceva ai suoi membri che facevano parte di una milizia in battaglia contro i «nemici di Cristo». Fin dall’origine, è un gruppo politico che usa la religione come copertura. A Washington hanno lavorato in modo sistematico per infiltrarsi nei corridoi del potere, con risultati straordinari.
Oggi, all’interno del movimento MAGA, l’Opus Dei è una delle forze più influenti. Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation e motore di Project 2025, frequenta regolarmente il centro Opus Dei di Washington.
Leonard Leo, l’architetto della svolta conservatrice della Corte Suprema, siede nel consiglio direttivo del centro Opus Dei nella capitale. L’elenco è lungo. È un gruppo che opera solo su invito, e mira all’élite: politici, giudici, uomini d’affari, giornalisti, accademici.
L’ironia è evidente: mentre il leader della Chiesa cattolica si batte contro la guerra e le politiche migratorie disumane, l’Opus Dei usa l’identità cristiana come strumento per promuovere un’agenda profondamente autoritaria e conservatrice. Non è fede — è calcolo politico.
Opus Dei ha definito il libro di Gore pieno di «errori, distorsioni e accuse infondate», respingendo le accuse di controllo politico e coinvolgimento in attività commerciali. Il processo agli ex vertici del Banco Popular è atteso in Spagna nel 2027.
(da agenzie)

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L’EGEMONIA SECONDO LA DESTRA: I FILM DI GIULIO BASE HANNO “INTERESSE CULTURALE”, IL DOCUMENTARIO SU GIULIO REGENI NO

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’OPPOSIZIONE CHIEDE “RISPOSTE IMMEDIATE” AL MINISTRO GIULI: “IL GOVERNO MELONI, MENTRE FA AFFARI SU GAS E PETROLIO CON REGIMI CHE VIOLANO I DIRITTI UMANI, DI FATTO CENSURA UN LAVORO CHE CHIEDE VERITÀ E GIUSTIZIA”

“Una scelta politica e non artistica”. Una decisione che va “oltre la fantascienza”, una “censura che nega la ricerca di verità”.
Il mancato finanziamento con fondi pubblici al docufilm su Giulio Regeni diventa un caso e arriva alla Camera, con le interrogazioni di Partito democratico, Più Europa e Avs che chiedono risposte al ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Il documentario ‘Giulio Regeni, tutto il male del mondo’, diretto da Simone Manetti e vincitore del Nastro della Legalità 2026, ripercorre la storia del ricercatore italiano rapito, torturato, ucciso in Egitto nel 2016, ancora senza un motivo né un colpevole.
Una storia che ha scosso e indignato l’Italia ma che, secondo gli esperti del ministero della Cultura, non merita nulla dei contributi previsti per supportare opere cinematografiche, come denunciato da Domenico Procacci di ‘Fandango’, che ha prodotto il lavoro insieme a ‘Ganesh’ di Mario Mazzarotto
Chiede “risposte immediate” la capogruppo democratica alla Camera, Chiara Braga, annunciando l’interrogazione che porta la prima firma della segretaria Elly Schlein e dei componenti della commissione Cultura. “Parliamo di un’opera di evidente valore civile e culturale. È una valutazione di natura politica quella che ha portato all’esclusione dal sostegno pubblico?”. E l’episodio, aggiungono i dem, non è un caso isolato ma conferma le criticità sollevate sulla riforma del sistema di assegnazione dei fondi al cinema voluta dal governo Meloni, “che ha di fatto riportato a una gestione più discrezionale e politicizzata”.
Il docufilm è già uscito in sala e 76 università italiane hanno aderito all’iniziativa promossa dalla senatrice Elena Cattaneo per proiettarlo negli atenei. “Eppure –
incalza il segretario di Più Europa, Riccardo Magi – nell’Italia di Giorgia Meloni e Alessandro Giuli, gli viene negato il finanziamento pubblico perché di scarso interesse culturale. E non serve nemmeno fare paragoni con altre opere invece finanziate
A questo punto, i casi sono due – prosegue Magi – o la commissione del ministero è totalmente incompetente oppure c’è stato un mandato politico. In entrambi i casi, è un fatto talmente grave e incredibile che il ministro Giuli ha l’obbligo di chiarire in Parlamento”. La terza interrogazione la presenterà Angelo Bonelli, deputato Avs, che parla senza mezzi termini di bavaglio.
“Si impedisce di portare nelle sale un’opera che racconta una verità che evidentemente si preferisce non mostrare. O il ministero non è stato in grado di riconoscere il valore dell’opera, oppure ha avallato una decisione politica”. Quindi conclude: “Il governo Meloni, mentre fa affari su gas e petrolio con regimi che violano i diritti umani, di fatto censura un lavoro che chiede verità e giustizia”.
(da agenzie)

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GIOACCHINO AMICO, REFERENTE DEL CLAN SENESE IN LOMBARDIA, SOSTENEVA DI AVERE IMPORTANTI ENTRATURE DENTRO FRATELLI D’ITALIA E DI ESSERE “VICINO A CARLO FIDANZA”

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL MISTERO DELL’ACCREDITO SPECIALE CON CUI ENTRAVA A PIACIMENTO A MONTECITORIO: CHI GLIEL’AVEVA PROCURATO? E PERCHÉ L’UOMO CHE MEDIAVA TRA LA CAMORRA E LE ALTRE MAFIE, AVEVA ACCESSO INDISTURBATO ALLA CAMERA? … I LEGAMI DEL PARTITO DELLA PREMIER CON IL CLAN SENESE SONO INQUIETANTI: ANCHE MAURO CAROCCIA, PADRE DI MIRIAM (LA SOCIA DELL’EX SOTTOSEGRETARIO ANDREA DELMASTRO NEL RISTORANTE “BISTECCHERIA D’ITALIA”) LAVORAVA PER LA FAMIGLIA DI CAMORRA. E IL PADRE DELLA DUCETTA, FRANCO MELONI, CON CUI GIORGIA E ARIANNA HANNO TAGLIATO I PONTI DA DECENNI (E MORTO NEL 2012), FU ACCUSATO DI ESSERE UN NARCOTRAFFICANTE E “UOMO DEL BOSS SENESE”

Il 2 febbraio 2019 all’Hotel Marriot di Milano era presente l’intero gotha di Fratelli d’Italia. L’occasione era la prima grande iniziativa politica del partito al Nord, in vista delle elezioni europee di quell’anno.
Per questa ragione, si erano mobilitati il futuro presidente del Senato Ignazio La Russa e una schiera di futuri ministri (ed ex): Raffaele Fitto, Daniela Santanchè, Adolfo Urso, Guido Crosetto. Il pezzo forte era riservato per il finale della manifestazione: l’intervento della leader Giorgia Meloni.
Tra militanti e dirigenti in sala, ad accogliere la futura presidente del Consiglio
c’era in prima fila anche Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardia. Oggi è uno dei principali imputati nel processo Hydra di Milano e migliaia di pagine di intercettazioni lo indicano come uno degli ingranaggi cruciali del Consorzio mafioso lombardo.
Siciliano di nascita ma adottato dalla camorra romana dei Senese, Amico è l’uomo che ha fatto sedere allo stesso tavolo i referenti milanesi di Matteo Messina Denaro, i capi delle locali lombarde della ’ndrangheta e il clan di Michele ’O pazzo, il capomafia più potente della Capitale.
Quando Giorgia Meloni entra nella sala del Marriott, Amico è accanto al palchetto. “Salve presidente”. Meloni risponde con un frettoloso “ciao”. Alla fine della manifestazione, il referente in Lombardia del clan Senese avvicina Giorgia Meloni e le chiede di scattare un selfie.
La futura presidente del Consiglio si mette in posa sorridente accanto a lui. E Amico inizia subito a capitalizzare la foto inviandola ai suoi contatti. Uno dei destinatari è un ex parlamentare, che ci spiega: “All’epoca Amico diceva di avere importanti entrature dentro Fratelli d’Italia. Mi ha mandato quella foto per accreditarsi, per dimostrare quanto in alto arrivava”.
Il giorno in cui si scatta il selfie accanto a Meloni, Gioacchino Amico non era stato ancora indagato per mafia, ma aveva già ricevuto una condanna definitiva per ricettazione ed era stato arrestato per truffa e associazione a delinquere.
A quella manifestazione di partito del 2019, il referente del clan Senese non era un imbucato. Alcuni dei dirigenti apicali di FdI sapevano bene chi fosse.
Due settimane dopo il selfie scattato con Meloni, porta il deputato Carlo Fidanza (non indagato) al congresso di Grande Nord, il partito dei leghisti rimasti fedeli a Bossi.
“Gioacchino Amico ci aveva detto di essere referente territoriale di Fratelli d’Italia e di essere molto vicino a Fidanza”, racconta a Report Monica Rizzi, tra le fondatrici di Grande Nord. Dal palco congressuale, prima di iniziare a parlare, Fidanza saluta e ringrazia proprio Amico. E, nei mesi successivi, il membro del Consorzio mafioso lombardo si impegna attivamente nella campagna elettorale per le Europee dell’allora deputato di FdI.
Amico è riuscito a varcare i confini regionali e ad allargare la rete delle sue relazioni dentro Fratelli d’Italia fino a Roma, arrivando nel cuore del Parlamento. Lo stesso ex parlamentare a cui Amico si era premurato di inviare il selfie con Meloni, ci racconta che nella seconda metà del 2018, dopo averlo incontrato casualmente nella Capitale, Amico lo avrebbe condotto a un incontro riservato e informale negli uffici di FdI alla Camera con Giovanni Donzelli.
Il quale però sostiene di non avere nessuna memoria di questo colloquio: “Non avrei avuto motivo per incontrarlo, considerato il mio ruolo nel partito in quel momento. Credo che l’incontro, per le modalità con cui me lo riferisce, non ci sia mai stato”.
Ma la circostanza più inquietante si sarebbe verificata prima della riunione. L’ex parlamentare ricorda che Amico entrò alla Camera senza farsi identificare, “come con un tesserino o un accredito speciale”. Un dettaglio che confermerebbe quanto già dichiarato da Amico, diventato nel frattempo collaboratore di giustizia.
In un’intercettazione agli atti dell’indagine Hydra, parlando con Alice Murgia (assistente della parlamentare FdI Paola Frassinetti oggi sottosegretario) che gli chiedeva una sistemazione in Sicilia per le vacanze di un commesso della Camera, diceva: “Assolutamente, diglielo che anzi quando sono lì mi apre le porte di Montecitorio”. E Murgia: “Quelle te le apro io, stai sereno”.
Come risulta anche agli investigatori, Amico sostiene di aver avuto a disposizione un tesserino che gli consentiva di uscire ed entrare in Parlamento a proprio piacimento. Resta da capire chi gliel’avesse procurato.
(da il Fatto Quotidiano)

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