Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“LA LOTTA ALLA MAFIA NON SI FA CON LA PROPAGANDA E LE SCENEGGIATE. SIAMO SICURI CHE PAOLO BORSELLINO AVREBBE ‘ASSOLTO’ L’AMICO DI PARTITO GIUDICANDOLO ALLA FINE SOLTANTO UN PO’ SPROVVEDUTO COME HANNO FATTO MELONI E GLI ALTRI DELLA SUA CORTE?”
Cosa avrebbe detto Paolo Borsellino di questo sconcio, di questo maleodorante insabbiamento di chat e di segreti? Cosa avrebbe mai pensato il “loro” Paolo Borsellino di un’oscenità senza confini, una maggioranza che fa un favore a un ex sottosegretario alla Giustizia legato agli amici del clan Senese, uno che si professa contro la mafia ma che è legato economicamente a un prestanome della mafia, un antimafioso coinvolto in affari mafiosi.
Graziato, clamorosamente graziato, tanto da farci dubitare a questo punto che, non solo il diretto interessato Andrea Delmastro, ma pure quegli esponenti del suo stesso fronte politico che l’hanno spudoratamente protetto, sottratto alla giustizia dei comuni mortali, salvato mentre stava per sprofondare, soffrano di una qualche forma di disturbo bipolare. Tutti insieme appassionatamente eredi di Borsellino e, contemporaneamente, compari dei compari del boss della droga più famoso di Roma.
Cosa avrebbe detto? Non avremmo mai osato immaginare un finale così rozzo e anche così minaccioso, nella forma e nella sostanza, per il “caso Delmastro”, una vicenda che si è sviluppata alla luce del sole da quando la premier Giorgia Meloni aveva definito una «leggerezza» la compartecipazione societaria fra un suo fedelissimo e un prestanome dei Senese nella famigerata Bisteccheria d’Italia.
Siamo sicuri che Paolo Borsellino avrebbe usato quella parola, leggerezza, per giudicare l’intreccio di cui sopra? Siamo sicuri che Paolo Borsellino avrebbe “assolto” l’amico di partito giudicandolo alla fine soltanto un po’ discolo e un po’ sprovveduto come hanno fatto Meloni e gli altri della sua corte?
Ripetiamo la domanda che ci siamo posti all’inizio: cosa avrebbe detto Paolo Borsellino sulle decisione della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera che ha negato alla procura di Roma di acquisire i messaggi fra Delmastro e Mauro Caroccia, il ristoratore in carcere per favoreggiamento alla mafia?
Niente, Paolo Borsellino avrebbe detto niente perché niente c’era da dire sulle pericolose sbandate dell’ex sottosegretario e niente c’era da dire sulle altrettante pericolose raddrizzate della Giunta. Perché tutto risulta chiaro, tutto è tracciabile in questa destra che sulla mafia – e si capisce ogni giorno di più – bleffa, fa solo la mossa.
Urla, si straccia le vesti e poi ficca la testa sotto la sabbia, s’indigna e poi si sporca, vanta antichi (inesistenti) quarti di antimafiosità e poi si siede a tavola alla Bisteccheria d’Italia. Non si è vergognata neanche un po’ mercoledì Giorgia Meloni, lei che ha cominciato a far politica quando Paolo Borsellino è saltato in aria il 19 luglio 1992?
Non provano vergogna i capi e i sottocapi di Fratelli d’Italia che, tre giorni fa, sono scesi a Palermo e si sono riempiti la bocca per ricordare l’eroico magistrato che considerano oramai una loro proprietà privata?
Un paio di sere fa, in una trasmissione su Rai 3, è apparsa la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo che, in sintesi, ha spiegato: per trenta e passa anni nessuno ha capito nulla sul perché abbiano ucciso Borsellino, io ho letto tutte le carte e ho capito tutto. Bravissima.
Visto che è così preparata (e bravissima) legga anche qualche carta che riguarda l’ex sottosegretario Delmastro e quel ristoratore, Caroccia, s’informi sulle contiguità fra un rappresentante del governo e gli avvicinati della fazione Senese, si muova per rendere pubbliche quelle chat intorno alla Bisteccheria d’Italia.
Ma, per essere decentemente credibile, prima si guardi dentro, si guardi in casa. Lo stesso vale per la premier. Non basta evocare a ogni commemorazione lo spirito di Paolo Borsellino, la lotta alla mafia non si fa con la propaganda e non si fa con le sceneggiate.
(da Domani)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IN LIEVE RISALITA SIA FORZA ITALIA (+0,2% ALL’8%) SIA LA LEGA (+0,4 AL 6,2%). E FUTURO NAZIONALE? CONTINUA A MACINARE CONSENSI (+0,6%) E ARRIVA AL 6,8%
A causa delle poche rilevazioni per l’arrivo dell’estate quella di oggi e’ una ‘Supermedia’
molto meno ‘solida’ del consueto, poiche’ si basa sulle rilevazioni provenienti solo da tre istituti. Le variazioni registrate, a cominciare dal forte calo di FdI (-1,4%) vanno quindi interpretate con grande cautela.
Questa, nel dettaglio, la Supermedia liste: FDI 26,3 (-1,4) PD 21,0 (-0,5) M5S 12,9 (-0,1) Forza Italia 8,0 (+0,2) Futuro Nazionale 6,8 (+0,6) Verdi/Sinistra 6,2 (-0,3) Lega 6,2 (+0,4) Azione 3,1 (+0,1) Italia Viva 2,5 (+0,2) +Europa 1,3 (=) Noi Moderati 1,3 (+0,3)
Questa la Supermedia Coalizioni 2022: Centrodestra 41,8 (-0,5) Centrosinistra 28,5 (-0,9) M5S 12,9 (-0,1) Terzo Polo 7,3 (+0,8) Altri 9,5 (+0,7)
Questa, invece, la Supermedia Coalizioni 2026: Campo largo 44,0 (-0,7) Centrodestra 41,8 (-0,5) Futuro Nazionale 6,8 (+0,6) Centro 4,7 (+0,5) Altri 2,7 (+0,1)
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA SCENA È AVVENUTA SOTTO GLI OCCHI STUPITI DELLE PERSONE ACCORSE PER LA CERIMONIA FUNEBRE
Ci sono percezioni che vanno oltre i respiri e i battiti. Ci sono sensazioni che passano lo spessore del legno e filtrano il profumo dei fiori. Ci sono legami che vanno al di là di ogni categoria, di ogni specie, di ogni ordine.
Lo ha dimostrato il cavallo Paco, un appaloosa di dodici anni, con un gesto capace di abbattere con una inaspettata naturalezza il confine tra ciò che è umano e ciò che è animale: un “bacio” alla bara del proprio padrone, dell’amico di sempre, del compagno di tante avventure.
Un gesto che ha inevitabilmente raccolto l’emozione e la commozione dei tanti che, lunedì 20 luglio, sono arrivati al Santuario del Tresto di Ospedaletto Euganeo per dare l’ultimo saluto a Umberto Fasson, morto in pochi mesi a 65 anni.
Fasson, ex operaio-carrozziere alla Komatsu di Este da qualche tempo in pensione, per tutti Tino, è mancato il 13 luglio lasciando nello sconforto la moglie Mariagrazia, la figlia Silvia, la nipotina Viola e le sorelle Antonella e Mariangelo. E poi gli animali che tanto amava, su tutti Paco. Il suo cavallo.
Da sempre Tino ha dimostrato una forte passione per gli animali, ereditata dai genitori che avevano una fattoria in Palugana e poi coltivata nella sua piccola azienda agricola di via Sabbionara.
Umberto si è ammalato e si è aggravato in pochi mesi: «In ospedale mi chiedeva sempre di Paco, e quando è tornato a casa Paco ha letteralmente saltato la recinzione per raggiungerlo», continua la figlia.
Quell’amico così speciale non poteva mancare all’ultimo saluto. E così giovedì pomeriggio, sul sagrato della chiesa, portato dagli amici di Umberto è arrivato anche Paco.
«In quel silenzio ha continuato a strusciarsi al legno, e con la zampa quasi voleva chiamare il suo padrone, battendo a terra lo zoccolo come non aveva mai fatto». Può un cavallo riconoscere il compagno di sempre, senza vita, chiuso in una cassa di legno? «Chi ha visto quella scena non può che affermare che è possibile, perché Paco lo ha fatto», assicura la figlia di Umberto.
Paco ha poi seguito il carro funebre delle Onoranze San Paolo con lo sguardo, a voler confermare la consapevolezza che lì c’era qualcuno di importante per lui, «e ha distolto il muso solo quando la vettura ha fatto la curva ed è sparita»
(da il Mattino di Padova)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
DOPO IL CASO DEL TORTURATORE LIBICO ORA IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA DOVRA’ MOTIVARE PUBBLICAMENTE L’EVENTUALE PROPRIO RIFIUTO
C’è voluto il caso diplomatico e giudiziario di un comandante libico accusato di atrocità e
violazioni dei diritti umani per far venire al pettine un vulnus normativo durato oltre un decennio. Con la sentenza n. 143 del 23 luglio 2026, la Corte Costituzionale ha assestato un colpo decisivo alla prassi dell’inerzia governativa, dichiarando incostituzionali gli articoli 2 e 4 della Legge 237/2012.
In parole povere, cosa cambia? Cambia che da oggi, se la Corte Penale Internazionale dell’Aja chiede all’Italia di arrestare o consegnare un presunto criminale di guerra, il Ministero della Giustizia non potrà più fare finta di niente e lasciare la richiesta a marcire in un cassetto. Il Governo ha solo due strade: o passa subito la carta ai giudici per far partire le procedure, oppure ci mette la faccia con un atto pubblico e motivato in cui spiega perché dice di no. Fine del “silenzio-veto”. Con questa decisione, la Consulta ridefinisce i confini del potere politico nei confronti della giustizia sovranazionale e ripristina il principio di leale collaborazione tra lo Stato italiano e le istituzioni dell’Aja.
Dal caso Almasri al cortocircuito istituzionale
Per comprendere la portata della decisione bisogna avvolgere il nastro fino al gennaio 2025. All’epoca, l’arresto in Italia di Osama Njeem Almasri, torturatore libico ex comandante della milizia Rada, aveva sollevato un polverone mediatico e politico. L’Aja aveva emesso a suo carico un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi ai danni dei migranti. Il mandato dell’Aja non fu però mai trasmesso alla Magistratura italiana per la convalida dell’arresto e l’estradizione. Il Guardasigilli non inoltrò l’atto alla Corte d’Appello di Roma e Almasri fu riaccompagnato in patria a tempo di record, con volo di stato, dove successivamente è stato persino condannato dal Tribunale di Tripoli per le violazioni e le torture commesse sui detenuti. La vicenda scatenò uno scontro istituzionale senza precedenti, con il Tribunale dei Ministri che arrivò a ipotizzare il reato di favoreggiamento a carico dei vertici di Governo, un fascicolo poi archiviato dopo il no all’autorizzazione a procedere giunto dalla Camera. Quel vuoto procedurale, tuttavia, aveva messo a nudo un problema strutturale: la legge dava al Governo il potere indiretto di bloccare le estradizioni semplicemente non facendo nulla.
La risposta della Consulta: stop all’inerzia e obbligo di trasparenza
Sollecitata dalla Quarta Sezione Penale della Corte d’Appello di Roma, la Consulta ha così scoperchiato questo meccanismo opaco. I giudici costituzionali hanno sottolineato come la normativa del 2012 offrisse al Ministero un ruolo privo di parametri temporali o di limiti chiari. Un’indeterminatezza che permetteva all’autorità politica di applicare un silenzio-assenso al contrario, paralizzando l’azione della giustizia internazionale senza doversene assumere formalmente la responsabilità. Nella sua pronuncia, la Corte ha chiarito che il contrasto alla criminalità internazionale e la repressione dei reati più gravi non sopportano rallentamenti, ritardi strategici o calcoli di opportunità diplomatica. Mantenere le pratiche bloccate nei corridoi del Ministero violava sia l’articolo 11 che l’articolo 117 della Costituzione, che impongono al nostro Paese il rispetto degli obblighi internazionali presi con la ratifica dello Statuto di Roma.
Allo stesso tempo, la sentenza non azzera la sovranità nazionale, ma ne perimetra l’esercizio: qualora il Ministero ritenga che la cooperazione con l’Aja entri in conflitto con i principi inviolabili della nostra Costituzione o con i diritti fondamentali della persona, potrà ancora negare l’estradizione. Tuttavia, come detto, dovrà farlo attraverso un atto motivato, pubblico ed espresso con la medesima immediatezza, senza potersi più nascondere dietro l’inazione.
(da Fanpage)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“ACCOUNT SOSPETTI E BOT SUI SOCIAL STANNO INQUINANDO LE NOSTRE DEMOCRAZIE. VA FATTO SUBITO. IL COPASIR DEVE DIRE AI SERVIZI, AL DIS, DI FARE UNA RELAZIONE PER IL PARLAMENTO CON CUI ESPLICITI LE INTERFERENZE”
“Voglio sapere se Vannacci è sostenuto dai russi. Lui ha detto che non avrebbe problemi. Ci sono dei punti di domanda. Com’è possibile che un libro autoprodotto e che nessuno conosce esce ad agosto su Amazon e prima che scoppi il caso fa 20mila copie? Numeri che nessun autore ha mai fatto nella storia italiana. C’è un’anomalia?
Il Copasir deve dirci se Vannacci e Di Battista non solo se sono pagati dai russi, ma anche se vengono aiutati attraverso la spinta di profili falsi sui social. Account sospetti e bot sui social stanno inquinando le nostre democrazie. Va fatto subito. Il Copasir deve dire al Dis di fare una relazione per il Parlamento con cui espliciti le interferenze.” così il leader di Azione Carlo Calenda a L’Aria che tira su La7.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
UNA DECISIONE CHE RALLENTERÀ L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI ROMA SULLE INFILTRAZIONI DELLA CAMORRA NELLA CAPITALE: PER I MAGISTRATI I MESSAGGI POSSONO AIUTARE A RICOSTRUIRE IL PERCORSO DEL DENARO CHE DAI SENESE SAREBBE ARRIVATO FINO ALLA “BISTECCHERIA D’ITALIA”. L’IPOTESI È CHE IL LOCALE SERVISSE A RIPULIRE DENARO SPORCO … IL PROCURATORE LO VOI NON COMMENTA MA ASSISTE CON STUPORE ALLA VICENDA, PERCHÉ L’OBIETTIVO DEI MAGISTRATI NON È TANTO DELMASTRO, MA RICOSTRUIRE IL SISTEMA ECONOMICO DEL CLAN CAMORRISTICO
Là fuori è diventato un caso che agita i partiti. Nelle stanze di piazzale Clodio resta una
delicata inchiesta giudiziaria sulle infiltrazioni mafiose nella capitale. Un altro incrocio pericoloso tra politica e giustizia che però ha un effetto dirompente: la decisione della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera di negare l’acquisizione delle chat di Mauro Caroccia — un diniego che con ogni probabilità sarà confermato anche dall’Aula — rallenta in modo significativo il passo dell’inchiesta della procura di Roma.
E nei corridoi del palazzo di Giustizia la frenata non passa inosservata, dal momento che la “collaborazione” auspicata dal procuratore Francesco Lo Voi lo scorso 4 giugno, durante un evento organizzato dai carabinieri, alla fine non si è concretizzata.
Basta osservare il fascicolo per capire che qualcosa è successo: la strada dell’indagine si allunga. Ed è chiaro che essendo di fronte a un fatto di mafia, ogni giorno pesa.
Per i magistrati quei messaggi non erano un dettaglio procedurale, ma uno degli strumenti principali per ricostruire il percorso del denaro che, secondo l’accusa, dal clan Senese sarebbe arrivato fino alla Bisteccheria d’Italia, il ristorante fondato dal ristoratore insieme all’ex sottosegretario Andrea Delmastro e ad altri esponenti di Fratelli d’Italia.
L’ipotesi è che il locale servisse a ripulire denaro sporco, uno schema tipico di Caroccia, che oggi è in carcere proprio per aver trasformato un altro locale di sua proprietà in una lavanderia di capitali di provenienza illecita.
Il suo telefono è ora sotto sequestro. È come se fosse chiuso dentro una cassaforte. Tutte le chat, anche quelle che non riguardano Delmastro, non sono consultabili dai pm e nessuno potrà leggerle finché la vicenda parlamentare non sarà conclusa.
Solo allora gli investigatori potranno acquisire le conversazioni del ristoratore, depurate ovviamente da quelle con l’ex sottosegretario o dalle chat tra i cui membri figurava Delmastro. Fino ad allora, però, questa parte — decisiva — dell’indagine sarà ferma e non sarà possibile sapere con chi parlasse Caroccia, se discutesse di soldi e soprattutto se quei capitali avessero davvero l’origine che i pm ipotizzano.
Da mesi la procedura parlamentare prosegue tra richieste di chiarimenti e nuovi passaggi in giunta. Si dilungherà ancora con il voto dell’Aula ed eventuali conflitti di attribuzione davanti alla Consulta.
Il dato è oggettivo: l’inchiesta, che di fatto riguarda uno dei clan più importanti della mafia romana, procederà con il freno a mano tirato. Non perché manchino gli elementi o perché sia cambiata l’ipotesi accusatoria ma semplicemente perché uno degli strumenti ritenuti utili per verificare quella ricostruzione, al momento, non può essere utilizzato.
In procura si assiste con stupore alla vicenda, perché l’obiettivo dei magistrati non è tanto Delmastro, al cui nome si è arrivati incidentalmente, ma ricostruire il sistema economico del clan Senese, individuare prestanome e strumenti utilizzati per ripulire il denaro. È questo il motivo per cui a Mauro Caroccia e alla figlia vengono contestati reati come l’intestazione fittizia di quote societarie e il riciclaggio, entrambi aggravati dal metodo mafioso. Le chat, in questa prospettiva, rappresentavano un tassello investigativo, non l’intera prova.
L’indagine continuerà comunque. Su un duplice binario: da un lato si ragiona su un possibile ricorso alla Consulta per sollevare il conflitto di attribuzione, dall’altro continuano a essere analizzati documenti, ci sono intercettazioni e testimoni da ascoltare. E il paradosso è che lo stop alle conversazioni pesa anche sulla difesa dello stesso Caroccia.
Il ristoratore sostiene che il denaro utilizzato per la Bisteccheria d’Italia non provenisse dal clan Senese ma da Delmastro. Senza le chat, dimostrare quella ricostruzione diventa complicato.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
UNA DOZZINA DI COMMENTI DELIRANTI DEL BRIGADIERI DEI CARABINIERI: “VIVA IL DUCE”, “POLIZIA 1 RISORSE 0”
Gli sono saltati subito all’occhio della quella dozzina di commenti al suo post Facebook sulla
tragica vicenda di Abderrahim Fakir, il 42enne morto domenica al Pilastro dopo essere stato immobilizzato a terra dalla polizia, e ne ha tenuto traccia con screen e foto.
Poi ha provato a indagare sull’identità dell’autore e non ha fatto fatica a trovare informazioni: colui che ha scritto frasi del tipo «un tossico spacciatore in meno», «W il Duce», «polizia 1-risorsa 0» è un carabiniere di Bologna, Walter Lombardi.
A denunciare pubblicamente la vicenda, con un altro post social, è stato il consigliere comunale di Coalizione Civica Detjon Begaj: «Aprendo il profilo pubblico del mio commentatore, ho scoperto essere del Brigadiere, ufficiale e Cavaliere dei carabinieri di Bologna Walter Lombardi — si può leggere —, che, tra le varie cose, il 25 dicembre 2025 ha ospitato nella sua pattuglia il Monsignor Zuppi per fargli fare alla radio gli auguri di Natale». Video che fino a ieri pomeriggio era ancora visibile sul suo profilo, poi sembrerebbe essere stato oscurato in serata insieme ad altri post.
«Mi chiedo come sia possibile che abbia ritenuto normale o comunque legittimo che una figura così esperta commenti più volte in questo modo un post di un consigliere comunale della stessa città in cui svolge servizio. Ma anche se fosse un commento a un cittadino qualunque varrebbe lo stesso naturalmente».
Poi, anche una domanda rivolta all’Arma: «Mi chiedo se sia compatibile con l’onore, il prestigio e i valori dell’Arma. Mi chiedo se dobbiamo preoccuparci del fatto che si esulti alla morte di un cittadino straniero. Me lo chiedo e lo chiedo cortesemente all’Arma dei carabinieri».
Polizia e carabinieri, votati a servire il Paese, «si auspicherebbe non fossero guidati dall’ideologia fascista, dal razzismo, dalla violenza ma dal senso di protezione di tutti gli esseri umani, senza distinzioni di razza, genere, nazionalità e senza metterli in pericolo. Nè in strada, nè su Facebook».
L’Arma, già al corrente del fatto , valuterà come muoversi
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“LEPORE HA CHIAMATO A RACCOLTA LA BOLOGNA CIVICA E DEMOCRATICA. RESTA L’ETERNO PROBLEMA DELL’ESPROPRIO DELLE MANIFESTAZIONI DI PIAZZA PACIFICHE DA PARTE DEI COSIDDETTI ANTAGONISTI. È UN PROBLEMA CHE LA SINISTRA DEVE PORSI. NON È UN CORPO ESTRANEO, NE ACCOMPAGNA LE SORTI DA SEMPRE, E ALLA VIOLENZA DI ALCUNE SUE FRANGE FANATICHE, PICCOLE MA VELENOSE, LA SINISTRA ITALIANA HA PAGATO UN PREZZO POLITICO ENORME”
L’accusa al sindaco Lepore di avere istigato la piazza è per metà ridicola e per metà vile, come
tutte le calunnie. È vero il contrario, Lepore ha chiamato a raccolta la Bologna civica e democratica, e dunque non vale la pena parlarne. Resta però, pesante come un macigno, l’eterno problema dell’esproprio delle manifestazioni di piazza pacifiche da parte dei cosiddetti antagonisti, che per maggior precisione antropologica andrebbero chiamati agonisti: lo scontro fisico per loro è una passione, e per alcuni è il fine ultimo.
La questione è annosa e irrisolta. Non vale l’alzata di spalle. La violenza, sia essa metodica e programmata o solo uno scoppio occasionale di nevrastenia, è un problema che la sinistra deve porsi. Non è un corpo estraneo, ne accompagna le sorti da sempre, e alla violenza di alcune sue frange fanatiche, piccole ma velenose, la sinistra italiana ha pagato un prezzo politico enorme.
Non è più tempo dei servizi d’ordine, anche se in molti li rimpiangono perché impedivano ai pochi di rubare la scena ai molti. Con una scelta meno nerboruta si potrebbe però immaginare una sorta di codice di identificazione spontaneo (un simbolo di immediato riconoscimento, un distintivo, una fascia al braccio, un qualche cosa) che dichiari l’intenzione non violenta del manifestante.
Così che sia più facile riconoscersi e aggregarsi tra pacifici, e tenere ai margini gli energumeni. In qualche modo bisogna che la maggioranza si organizzi e non si lasci sopraffare, è una questione di diritti politici da far valere.
Michele Serra
per “la Repubblica)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
E’ LA STESSA MASSA DI IPOCRITI BIGOTTI E FRUSTRATI CHE POI SI LAMENTA PER LE DONNE CHE INDOSSANO IL VELO ISLAMICO
Libera Camici, 44 anni, laureata in ingegneria chimica, è vicesindaca Pd a Livorno e ha la delega alle Pari Opportunità. Durante una conferenza stampa insieme al primo cittadino Luca Salvetti si è presentata con pantaloncini, i cosiddetti shorts. È stato un dibattito surreale e, soprattutto, molto partecipato. Ma non va né normalizzato né banalizzato. Il problema non è stata la critica al mio abbigliamento. Il punto è che è stato usato il termine “scosciata”, che non verrebbe mai utilizzato per un uomo. Si è voluto richiamare la sessualità, il corpo. Da quel momento tutti si sono sentiti autorizzati a giudicarmi non per quello che faccio, ma per il mio aspetto fisico», dice oggi al Corriere della Sera.
Libera Camici e gli shorts
Se al suo posto ci fosse stato un uomo, sostiene, «forse gli avrebbero detto che era vestito in modo poco consono. A una donna basta mostrare qualche centimetro di pelle in più per essere definita “scostumata” e, quindi, inadatta a ricoprire un ruolo pubblico». A ferirla di più, sostiene, «i tanti commenti scritti da donne. Alcune mi hanno definita una svergognata, mi hanno scritto che non le rappresento e che avrei dovuto chiedere scusa ai cittadini. Chi ha superato il limite sarà querelato. Lo faccio per me, ma soprattutto per tutte le donne che potrebbero finire al mio posto».
Ibiza
Mentre Fratelli d’Italia l’ha accusata di essersi vestita «come in un locale a Ibiza». «Io ero al lavoro. Indossavo una camicia, un paio di pantaloncini e dei sandali. Nulla di indecente o irrispettoso. Era una conferenza stampa importante per la città, invece si è parlato delle mie gambe». Secondo Camici «il confronto politico è sceso a livelli infimi. Non si discutono più le idee, si colpiscono le persone. A un uomo danno dell’incapace, a una donna danno della “pu…”. C’è chi mi ha detto che “me la sono cercata” e che dovrei aprire un profilo su OnlyFans. Chi scrive queste cose spesso non si rende conto del dolore che provoca anche alle persone vicine alla persona attaccata. Ma sono stata fortunata».
Il figlio
La sindaca dice di avere un figlio piccolo «che per fortuna non usa i social. Se fosse stato più grande, probabilmente avrebbe subito anche lui le conseguenze di tutto questo. I suoi coetanei avrebbero fatto commenti sulla sua mamma, con effetti devastanti». A una ragazza che vuole fare politica consiglia di «guardare sempre avanti e mai indietro. Di non lasciarsi scalfire. Io mi sono fermata, ho riflettuto e ho reagito da amministratrice e da assessora alle Pari opportunità. Da questa vicenda esco più forte di prima». Qualcuno le ha chiesto scusa? «Sì. Alcune persone hanno capito di avere sbagliato e se ne sono vergognate. Ma soprattutto ho ricevuto tanto affetto». Da chi? «Stamattina (ieri, ndr) tutti i dirigenti del Comune mi hanno consegnato un quadretto ironico di me con il burqa in conferenza stampa. Mi hanno abbracciata. Sono scoppiata a piangere. Un pianto liberatorio».
(da agenzie)
…
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