Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO IL 33% DEGLI ITALIANI È CONVINTO CHE LA NEUTRALITÀ DEL GOVERNO ITALIANO SIA LA STRADA GIUSTA. IL 30% GRADIREBBE UNA CONDANNA DELL’INTERVENTO, DA PARTE DI GIORGIA MELONI
Gli italiani sono contrari alla guerra in Iran. Il 70% delle persone cui è stata chiesta una
valutazione sull’attacco di Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano ritiene che si tratti di una grave violazione del diritto internazionale e che provocherà una guerra con molte vittime.
Tra coloro che sono favorevoli, complessivamente il 30%, soltanto l’8 % lo è convintamente poiché in Iran vige un regime sanguinario che va abbattuto con ogni
mezzo, mentre il 22% ritiene che l’intervento sia giustificato, ma che rischi di avere ripercussioni sulla stabilità della regione.
È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Izi, azienda di analisi e valutazioni economiche e politiche, presentato questa mattina nel corso della trasmissione l’Aria che Tira condotta da David Parenzo su La 7.
Per quanto riguarda la postura del governo italiano, convince il 33% degli italiani la neutralità, ovvero l’astenenersi dall’assumere posizioni di aperto supporto o condanna, mantenendo il Paese estranea al conflitto. Il 30% degli italiani ritiene corretta una posizione di condanna dell’intervento ed il 28% pensa che il governo Meloni dovrebbe farsi promotore di un’iniziativa diplomatica sotto l’egida dell’Onu. Anche qui, l’8% è convinto che l’esecutivo dovrebbe dare pieno sostegno all’intervento contro l’Iran.
Gli scenari successivi preoccupano fortemente gli italiani che per il 60% prevedono una guerra di lunga durata, con molti morti, estese distruzioni e un esito ad oggi imprevedibile, insomma: la maggioranza dei cittadini pensa che le cose andranno malissimo. Ma un italiano su 4 è invece convinto che potrà avviarsi un processo democratico in Iran, ed il 15% pensa che non cambierà nulla e che permarrà una continuità con il regime degli Ayatollah.
(da Izi – L’aria che tira”)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
MA NON SI SONO FERMATI LÌ. HANNO ANCHE COLPITO HOTEL, AEROPORTI E AMBASCIATE AMERICANE… LA STRATEGIA DI “SMEMBRARE” LE DECISIONI MILITARI AFFIDANDO A PICCOLI GRUPPI DI COMBATTENTI UNA PIENA LIBERTA’ D’AZIONE
Colpiscono Doha, poi Abu Dhabi, Tel Aviv, Manama, Ras Tanura, Dubai, Amman, e arrivano fino a Cipro. Scaricano missili e droni in un turbine furioso che dà l’impressione di un’azione priva di un piano preciso o di una direzione, quasi un gesto disperato per controbattere agli eserciti più potenti del mondo. Ma la realtà sembra essere diversa. Il Financial Times racconta che le forze iraniane stanno eseguendo un piano dettagliato, meticolosamente studiato, voluto e costruito dall’ayatollah Ali Khamenei in persona, insieme ai vertici militari di Teheran.
Nella Guerra dei 12 giorni contro Israele, la Repubblica islamica si è scontrata con l’impressionante capacità dello Stato ebraico di infiltrarsi nei gangli vitali del regime e di fare piazza pulita dei suoi generali più eminenti, proprio nei momenti inaugurali della battaglia. La Guida suprema e i suoi fedelissimi hanno capito di dover mutare approccio, e così è scaturita un’offensiva concepita per gettare il Medio Oriente nel caos più totale, destabilizzare i mercati energetici mondiali e alzare la tensione a livelli mai visti, nella speranza di piegare Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
Una fonte interna alla Repubblica islamica dice al giornale di Londra che il disegno prevede sabotaggi mirati agli impianti energetici della regione, uniti a bombardamenti paralizzanti e interruzioni del traffico aereo su vasta scala.
In soli cinque giorni, le forze della Repubblica islamica hanno centrato in tutta la regione infrastrutture energetiche strategiche, impianti di gas, raffinerie, mandando i prezzi del petrolio alle stelle in un’impennata che fa paura ai mercati globali. Ma non si sono fermati lì. Hanno anche colpito hotel, aeroporti e ambasciate americane.
Nella strategia del caos orchestrata da Khamenei rientra anche la volontà di smembrare il processo decisionale militare, per diminuire la probabilità dell’eliminazione fulminea dei vertici e assicurare una reazione autonoma. A farsi sfuggire la strategia è stato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Ha lasciato filtrare l’idea che le divisioni militari stiano agendo svincolate: «Le nostre unità sono ora, di fatto, indipendenti e in un certo senso isolate, e agiscono sulla base di istruzioni generali fornite loro in anticipo», ha dichiarato alla rete qatariota Al Jazeera, svelando una tattica imparata sulla pelle nell’ultima guerra con Israele.
«Ma quella del caos non è una strategia che a lungo può funzionare», ci dice Jason Brodsky, direttore del United Against Nuclear Iran, «mi sembra più un atto suicida. Il regime, in questo modo, rischia di mettersi i Paesi, anche alleati, contro e di isolarsi sempre di più. Potenzialmente, nel mirare al Golfo, la Repubblica islamica può finire chiusa in un anello di fuoco.
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO UN SONDAGGIO ECONOMIST/YOUGOV, IL TASSO DI APPROVAZIONE NETTO DEL PRESIDENTE È SCESO DI 19 PUNTI, IN CALO DI 0,6 PUNTI RISPETTO ALLA SETTIMANA SCORSA: SOLO IL 38% APPROVA L’OPERATO DEL PRESIDENTE, IL 58% DISAPPROVA MENTRE IL 4% È IN DUBBIO
Nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 24 febbraio, Donald Trump si è vantato che
l’America ha compiuto una «svolta epocale». Il tasso di approvazione netto del presidente — che questa settimana è sceso a -19 — suggerisce che gli americani non ne sono convinti.
Secondo un sondaggio Economist/YouGov, condotto una settimana prima dei primi attacchi in Iran, solo il 27% degli americani era favorevole a un’azione militare. Ma anche la gestione della politica interna da parte del presidente sta trascinando verso il basso il suo consenso. Gli americani sono particolarmente scontenti del modo in cui l’amministrazione Trump ha portato avanti la stretta sull’immigrazione.
Gli americani sono preoccupati per i prezzi. Sebbene l’indice di approvazione netto di Trump su questo tema sia salito da -34 in ottobre a -24, rimane comunque negativo. Questo potrebbe cambiare quando entreranno in vigore i tagli fiscali approvati dal presidente e quando, al termine della stagione delle dichiarazioni fiscali ad aprile, inizieranno ad arrivare nelle cassette postali assegni di rimborso di grandi dimensioni. Oppure questi interventi potrebbero alimentare l’inflazione, irritando ulteriormente gli americani. Utilizzando i dati di YouGov, The Economist ha stimato il tasso di approvazione di Trump stato per stato.
Come prevedibile, il consenso verso Trump è più basso negli stati che tendono a votare democratico e più alto in quelli che tendono a votare repubblicano. Gli elettori di Trump continuano in larga maggioranza ad approvare la sua performance da presidente. Ma la proiezione mostra anche come l’insoddisfazione nei suoi confronti sia diffusa persino in stati che hanno votato per lui nel 2024. Questi numeri sono motivo di preoccupazione per i repubblicani che quest’anno dovranno affrontare delle midterm particolarmente competitive.
Come per altri politici repubblicani prima di lui, gli elettori bianchi e maschi sono tra i più propensi ad approvare l’operato di Trump, mentre gli elettori più giovani e i membri delle minoranze etniche sono tra i più fortemente contrari. Le persone con il livello di istruzione più alto — laureati e post-laurea — sono le meno inclini a sostenere Trump. Anche gli elettori in età pensionabile, normalmente un blocco solidamente repubblicano, si mostrano sorprendentemente tiepidi nei confronti del presidente.
Alcuni temi politici preoccupano in modo sproporzionato gli elettori più schierati. L’immigrazione è una questione chiave per la base repubblicana di Trump, così come le tasse e la spesa pubblica. I democratici sono invece più preoccupati per la sanità e per il cambiamento climatico. Il grafico sopra mostra le questioni più importanti per gli adulti americani e per gli elettori di ciascun partito.
Karl Marx disse che gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno come
vogliono. Questo vale per Trump quanto per chiunque altro. Durante il primo mandato di Trump, l’opinione pubblica finì per essere dominata dalle preoccupazioni sulla sanità, soprattutto dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19. Gli effetti economici della pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 hanno reso l’inflazione il tema centrale della presidenza di Joe Biden.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA TEMPESTA PERFETTA DEI RINCARI PER I CONSUMATORI CAUSATA DAL CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE: STANGATA DEL 15% SULLE BOLLETTE, INCREMENTO DEL PREZZO DELLE BENZINA
Il traffico di petroliere nello stretto di Hormuz è crollato del 90% dall’inizio della guerra all’Iran. Lo afferma su X la società di intelligence del mercato energetico Kpler.
L’incremento dei prezzi del carburante fino a 6 centesimi alla pompa non è giustificato». Parola delle sigle dei benzinai — Faib, Fegica e Figisc — che parlano di speculazione e puntano il dito contro le major del greggio, chiedendo l’intervento di Mister prezzi, del ministro Urso e della Guardia di finanza.
Le compagnie avrebbero alzato i listini sulla base di «previsioni degli analisti» nonostante «uno stoccaggio di prodotto per 30 giorni per le emergenze». Il quadro che traccia l’Unem, l’associazione delle aziende petrolifere, è differente. Il Brent è cresciuto, sopra gli 82 dollari a barile. Balzo marcato per gasolio, 10 centesimi euro/litro (+17,5%), e benzina, 3,3 centesimi (+7%)
«Gli aumenti alla pompa sono stati rispettivamente di 3 e di 2 centesimi, ma è prevedibile che l’aumento dei prezzi prosegua nei prossimi giorni». Per il presidente di Unem Gianni Murano «in caso di chiusura totale e prolungata dello Stretto di Hormuz verrebbe meno tra il 15 e il 20% dell’offerta di petrolio e ci sarebbe una corsa agli approvvigionamenti che spingerebbe i prezzi verso livelli difficili da immaginare».
L’impennata dei future sul gas, in aumento ieri del 20% oltre i 50 euro al megawattora, si ripercuoterà a cascata anche sulle bollette. Nel sistema italiano, infatti, il costo del metano incide sul prezzo all’ingrosso dell’energia (Pun) per la maggior parte delle ore di una giornata. Come nota l’Unione nazionale consumatori, il Pun è passato dai 107,03 euro al MWh di sabato a 165,74, con un balzo del 54,85%.
«Il rischio che le bollette esplodano è concreto», commenta il presidente Marco Vignola. Codacons stima che i rincari potrebbero portare una famiglia con due figli a spendere tra 210 e 380 euro in più all’anno per luce e gas. Facile.it è un po’ più ottimista e calcola un aumento di 121 euro annui per le bollette del gas e 45 per quelle dell’elettricità, per un totale di 166 euro.
Il presidente di Nomisma, Davide Tabarelli, parla di «un balzo del 15% sulle bollette del gas dal primo aprile e tra l’8 e il 10 per cento per l’elettricità degli utenti vulnerabili». Sul tema interviene infine Consumerismo, denunciando che alcune imprese energetiche hanno tolto dal commercio i contratti a prezzo fisso per le imprese.
Il carrello della spesa a febbraio sale del 2,2%, un aumento su cui la quota cibo gioca un ruolo importante. In rialzo soprattutto i prezzi degli alimentari non lavorati, che balzano al 3,6%, contro il 2,5% di gennaio. Ortaggi, tuberi, banane e legumi, che a gennaio erano ancora in territorio negativo, passano al 2,2%; guadagnano mezzo punto anche i prodotti ittici. Dati che ancora non hanno incamerato lo shock dell’attacco all’Iran, si fermano alla vigilia
Dopo potrebbe andare molto peggio, stimano le associazioni dei consumatori. «La crisi del Medio Oriente rischia di avere ripercussioni fortissime sui prezzi al dettaglio, come conseguenza dei maggiori costi di trasporto delle merci e dell’impennata delle quotazioni delle materie prime», osserva Assoutenti.
Le stime per il solo aumento di febbraio sono di un ricarico della spesa di circa 250 euro a famiglia. La nuova fiammata dell’inflazione alimentare preoccupa anche le organizzazioni agricole: Confagricoltura durante la riunione della task force sui dazi ha chiesto al governo di puntare sulla produzione interna e sullo stoccaggio alimentare.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’ATTACCO È AVVENUTO AL LARGO DELLE COSTE DI MALTA: I 30 MARINAI RUSSI SONO STATI SOCCORSI DALLE AUTORITA’ MALTESI… IL SOSPETTO CHE LA “ARCTIC METAGAZ” FACCIA PARTE DELLA FLOTTA OMBRA RUSSA
Una nave cisterna russa per il trasporto di gas, la Arctic Metagaz, è stata attaccata nel
Mediterraneo da droni marini ucraini partiti dalla Libia, secondo quanto affermato dal ministero dei Trasporti di Mosca, che condanna l’episodio come “un atto di terrorismo internazionale e pirateria marittima”.
Secondo il ministero, citato dalla Tass, l’attacco è avvenuto al largo delle coste di Malta. I 30 membri dell’equipaggio, tutti russi, sono stati tratti in salvo grazie al coordinamento dei servizi di salvataggio maltesi e russi, sottolinea ancora il dicastero
Le fiamme della guerra sono arrivate in piena notte a una sessantina di miglia (meno di cento chilometri) dalle coste della Sicilia. Alle 4 del mattino di ieri, a est di Malta, un attacco con i droni ha fatto esplodere il ventre della metaniera Arctic Metagaz, gonfia di gas naturale liquido russo da sbarcare chissà dove.
Navigava verso Sud con il transponder spento, in direzione della Libia, ed era sotto sanzioni britanniche e americane: il perfetto identikit per una nave petroliera della flotta ombra russa impegnata a evitare blocchi e sanzioni con le triangolazioni di un mercato torbido. L’equipaggio si è salvato: secondo le prime informazioni è al sicuro in Libia.
Il Times of Malta ha raccolto testimonianze secondo cui non si è trattato di un incidente ma di un’esplosione provocata. Le immagini scattate da altre navi al cargo in fiamme mostrano un rogo impressionante. La nave sarebbe praticamente distrutta.
La Arctic Metagaz è stata attaccata «da droni»: era «sotto sanzioni statunitensi e britanniche dal 2024» ed era «partita da Murmansk, in Russia, il 24 febbraio diretta probabilmente verso Suez». Dalla nave non sono partite richieste di soccorso: sono state le altre imbarcazioni in navigazione lungo una rotta ben trafficata a lanciare il segnale di allarme, e vista la natura del trasporto non ci sono particolari preoccupazioni ambientali.
L’attacco non è stato rivendicato, ma non mancano indizi quantomeno sul contesto. Secondo l’agenzia Reuters, in poco più di un mese e mezzo ci sono già stati tre attacchi a petroliere della sospetta flotta ombra russa intorno al Mediterraneo. E a dicembre l’Ucraina ha centrato con i suoi droni la petroliera Qendil mentre era in navigazione nel Mediterraneo, in quello che è stato di fatto il primo attacco delle forze armate ucraine alla flotta ombra al di fuori del Mar Nero. L’attacco di ieri è avvenuto in acque internazionali.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL PREMIER SPAGNOLO RISPONDE A TRUMP CHE HA MINACCIATO DI TAGLIARE I RAPPORTI COMMERCIALI IN RISPOSTA AL NO DI MADRID ALL’USO DELLE BASI MILITARI: “NO A UN’OBBEDIENZA CIECA E SERVILE, NON SAREMO COMPLICI DI QUALCOSA CHE È DANNOSO PER IL MONDO”… MACRON INCALZA IL TYCOON: “GLI STATI UNITI E ISRAELE HANNO AGITO AL DI FUORI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE”
Stati Uniti e Israele hanno agito «al di fuori del diritto internazionale» attaccando l’Iran, ma «nessun boia verrà rimpianto». Lo ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron in un discorso alla nazione. «Una pace duratura nella regione potrà essere raggiunta solo attraverso la ripresa dei negoziati diplomatici», ha affermato, sottolineando che «è auspicabile la cessazione immediata degli attacchi».
Il capo dell’Eliseo ha inoltre messo in guardia Israele da un’eventuale operazione di terra in Libano, che rappresenterebbe «una rischiosa escalation».
Secondo Macron, Hezbollah ha commesso «un grande errore» colpendo per primo Israele e «mettendo in pericolo i libanesi». «Nelle ultime ore la guerra si estende al Libano: Israele starebbe valutando un’operazione di terra, sarebbe un’escalation pericolosa oltre che un errore strategico», ha aggiunto. Il presidente ha quindi invitato Israele a «rispettare il territorio libanese», assicurando che «la Francia resta al fianco dei libanesi nei loro coraggiosi sforzi per riprendere il controllo della propria sicurezza».
“Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno, perché abbiamo assoluta fiducia nella forza economica, istituzionale e, direi anche, morale del nostro Paese”.
Dal Palazzo della Moncloa il premier spagnolo Pedro Sanchez risponde a tono alla dichiarazioni di Donald Trump che martedì ha definito la Spagna un alleato
“terribile” e ha minacciato di tagliare i rapporti commerciali in risposta al No di Madrid all’uso delle basi militari congiunte di Moron e Rota, in Andalusia, nell’offensiva israelo-statunitense contro il regime degli Ayatollah in Iran.
Un duro messaggio rivolto agli Stati Uniti ma anche agli altri leader europei: “Alcuni ci accuseranno di essere ingenui per questo, ma ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni nascano dalle rovine o pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership“. “Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra – continua Sanchez – perché è così che iniziano i disastri dell’umanità“
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
A FEBBRAIO ENTRAMBI I PARTITI SOVRANISTI HANNO PERSO PIU’ DI UN PUNTO A TESTA
L’effetto del partito di Roberto Vannacci, Futuro nazionale, si vede ancora nei
sondaggi: a un mese dal suo addio alla Lega, sia il Carroccio sia Fratelli d’Italia hanno perso parecchi voti. Certo, alle elezioni manca più di un anno e c’è tempo per rimediare, dal punto di vista di Salvini e Meloni. Ma resta il fatto che ora Pd, M5s, Avs, Italia viva e +Europa si trovano a circa mezzo punto di distanza dalla coalizione di maggioranza. Questo, almeno, è ciò che emerge dalla nuova media dei sondaggi politici realizzata da Termometro politico. In questa situazione di equilibrio, anche il referendum del 22 e 23 marzo può diventare uno spartiacque. E il dibattito sulla legge elettorale diventa cruciale per la destra.
Fratelli d’Italia è al 28,8%. Rispetto alla stessa media, effettuata il 31 gennaio, il partito di Giorgia Meloni si trova più in basso di esattamente un punto. Dallo sfiorare il 30%, ora FdI si trova sotto il 29. Inutile negare che, con tutta probabilità, questo ha a che fare con la nascita del nuovo partito di Roberto Vannacci. Attenzione: non è in dubbio che Fratelli d’Italia resti la prima forza politica del Paese. La concorrenza è ben lontana. Tuttavia, il calo potrebbe essere un brutto segno per le prossime elezioni.
L’altro partito che ha sofferto l’addio di Vannacci è la Lega: al 6,8%, il Carroccio ha perso ben l’1,4% dei consensi dalla fine di gennaio alla fine di febbraio. Praticamente un elettore su sei, tra chi votava Lega, ha cambiato idea in questo periodo.
Considerando anche la leggera flessione di Forza Italia (-0,2% in un mese) e l’1% di Noi moderati, la coalizione di centrodestra arriva al 45,1% dei voti. Come si vedrà, la distanza con le opposizioni è ridottissima. Non è un caso, d’altra parte, che si sia riacceso il confronto sulla nuova legge elettorale: la maggioranza che ha trovato una formula che potrebbe ‘indebolire’ il centrosinistra e facilitare una nuova vittoria per il centrodestra.
Il Partito democratico è al 21,7%. Il Pd di Elly Schlein cala dello 0,3% e in generale tutte le forze del ‘campo largo’ non fanno registrare grandi risultati. Il Movimento 5 stelle è al 12,2%, più basso di due decimi rispetto a un mese fa. Perdono un decimo sia Alleanza Verdi-Sinistra (6,3%), sia Italia viva di Matteo Renzi (2,4%), sia +Europa (1,7%). Nel complesso però, tra la lieve discesa dei democratici e la sostanziale stabilità degli altri alleati, la coalizione, è al 44,3%. Meno di un punto di distanza, quindi, dalla maggioranza.
Azione di Carlo Calenda è al 3,4%. Il partito centrista, che finora ha detto di non volersi schierare con nessuna delle due coalizioni, è in crescita dello 0,4%. E procede bene anche un partito che un mese fa non esisteva: Futuro nazionale di Roberto Vannacci è al 3,2%. Una conferma, in pratica, dei risultati rilevati nelle scorse settimane. Resta da vedere quanto la nuova forza politica sarà in grado di reggere nel tempo che la separa dalle elezioni.
(da Fanpage)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’EX AMBASCIATORE IRANIANO IN GERMANIA
Secondo il diplomatico, che guidò in passato le trattative sul nucleare, l’uccisione dell’ayatollah rischia risposte anche da parte di altri Paesi musulmani. Impossibile una soluzione alla venezuelana
«La storia ci insegna che interventi pensati per garantire stabilità spesso producono decenni di conseguenze imprevedibili». Hossein Mousavian ha guidato negli anni Duemila la delegazione iraniana nei negoziati sul nucleare. Oggi – racconta a Open – è molto preoccupato per quella che definisce «una guerra esistenziale» per il suo Paese. Sessantanove anni, ex ambasciatore di Teheran in Germania, per vent’anni uomo di fiducia del regime, Mousavian è arrivato negli Usa nel 2009 con una condanna per spionaggio sulla testa. In America ha trovato casa all’Università di Princeton, dove ha insegnato fino allo scorso giugno quando una campagna portata
avanti da alcuni colleghi e politici – che lo accusano di essere ancora vicino al regime – lo ha spinto a ritirarsi. Accuse che l’ex diplomatico ha sempre respinto, affermando di lavorare «per il dialogo tra i due Paesi».
Professore, cosa intende per «guerra esistenziale»?
«Dichiarando che l’obiettivo è il collasso del regime, sono stati gli Stati Uniti a inquadrare il conflitto come esistenziale. La risposta dell’Iran viene vissuta internamente da molti come difesa della sopravvivenza nazionale. Ma c’è di più. Con l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei, Stati Uniti e Israele hanno oltrepassato una linea rossa. Le conseguenze vanno ben oltre l’uccisione di un leader politico: Khamenei era una delle principali autorità religiose del mondo sciita. La sua figura ha importanza teologica, non solo politica. Alcuni leader sciiti hanno già lanciato appelli per la rappresaglia. L’Ayatollah Naser Makarem Shirazi, a Qom, ha dichiarato che vendicare Khamenei è un dovere religioso per tutti i musulmani nel mondo, per eliminare il male di questi criminali dalla faccia della terra».
Perché Trump ha deciso di attaccare proprio adesso?
«Molti funzionari americani hanno confermato che è stato Netanyahu a spingere Trump. Ma il timing è significativo: sia gli attacchi di giugno 2025, sia quello del 28 febbraio 2026, sono avvenuti in momenti in cui i negoziati sul nucleare – stando al ministro degli Esteri dell’Oman, che ha fatto da mediatore – avevano raggiunto progressi significativi. È stato poi lo stesso Trump ad ammettere che l’obiettivo è il cambio di regime in Iran».
In molti hanno pensato a una soluzione “venezuelana”: cooperazione con gli apparati in cambio della fine del programma nucleare e di riforme per la popolazione oppressa. Lei la vede possibile?
«Con il contro-attacco dell’Iran a Israele e alle basi americane nella regione, credo che gli Stati Uniti si siano già resi conto che una soluzione venezuelana è impossibile».
L’amministrazione Trump ha sottovalutato la capacità di risposta iraniana?
«Ha compiuto tre errori di valutazione. Primo: hanno sottovalutato le conseguenze dell’uccisione di Khamenei, leader religioso sciita a livello mondiale. Questo avrà ripercussioni ben oltre i confini iraniani. Secondo: la risposta militare iraniana. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, importanti basi militari statunitensi
nella regione sono state oggetto di attacchi prolungati. L’impatto sul prestigio americano potrebbe superare persino il danno simbolico della crisi degli ostaggi del 1979. Terzo: hanno creduto che la forza militare bastasse. Ma la forza può distruggere infrastrutture ed eliminare individui, non può cancellare l’identità nazionale, la convinzione religiosa o la memoria storica. Le lezioni del 1953, il colpo di Stato sostenuto dagli Usa, risuonano ancora oggi in Iran».
Netanyahu ha sempre descritto l’Iran come la “minaccia esistenziale” per Israele.
«Israele sta affrontando gli attacchi più intensi sul territorio dall’anno della fondazione nel 1948. La contro-offensiva missilistica iraniana sta minacciando l’architettura di sicurezza israeliana, nonostante i sistemi di difesa avanzati. La percezione di invulnerabilità – centrale per la deterrenza israeliana – è stata scossa. L’Iran ha subito danni militari notevoli, ma entrambe le parti si sono scoperte più fragili di quanto pensassero».
Quanto può resistere l’Iran? E quanto è probabile che il conflitto si estenda ulteriormente?
«La guerra si è già estesa a livello regionale e la traiettoria è allarmante: l’escalation genera contro-escalation perché ciascuna parte giustifica le proprie azioni come difensive. I rischi di errore di calcolo crescono a ogni scambio. I mercati sono in allerta, gli attori regionali vengono trascinati dentro, lo spazio diplomatico si restringe. Sarebbe più saggio per Trump spingere per un cessate il fuoco immediato, prima che diventi impossibile contenere il conflitto. Più a lungo continua, più difficile sarà fermarlo».
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA DOCENTE DI DIRITTO INTERNAZIONALE A ROMA3: “QUELLE BASI NON POSSONO MAI ESSERE UTILIZZATE PER FINI CONTRARI AL DIVIETO DI AGGRESSIONE ARMATA”
I voli dell’Us Navy per l’Iran da Sigonella sono incostituzionali. «Gli accordi sulle
basi Usa in territorio italiano sono almeno in parte segreti, ma quelle basi non possono mai essere utilizzate per fini contrari a una norma imperativa del diritto internazionale, quale il divieto di aggressione armata», dice al Fatto Quotidiano la professoressa Alice Riccardi, che insegna Diritto internazionale al Dipartimento di Giurisprudenza di Roma Tre.
I voli dell’Us Navy
Tra venerdì 27 e sabato 28 febbraio un aereo pattugliatore P-8A Poseidon è decollato dalla base Usa in provincia di Catania. Si è diretto verso il Mediterraneo Orientale. A parlarne è stato su X Antonio Mazzeo, attivista ecopacifista e antimilitarista siciliano. Mazzeo ha pubblicato il tracciato di Flight Radar. Nei giorni precedenti invece una serie di missioni di ricognizione nel Golfo di Oman il drone spia Triton, sempre della Marina statunitense, secondo i tracciati registrati e
pubblicati sempre su X da Sergio Scandura di Radio Radicale. Secondo la Difesa italiana si tratta di «consuete missioni antisommergibile».
L’incostituzionalità
Riccardi spiega che «è un principio di base del diritto internazionale quello per cui una determinazione interna, come un atto del Parlamento, non può mai giustificare la violazione del diritto internazionale. Non si può giustificare una violazione del diritto internazionale asserendo che ciò sia richiesto o permesso da una norma interna». Nel 2003 da Sigonella partirono aerei statunitensi che partecipavano alla guerra contro l’Iraq. Che non aveva mandato Onu, a differenza di quella del 1991.
«Oggi è innegabile che gli Usa stiano violando il divieto di aggressione armata, mentre nel 2003 un qualche tentativo goffo di giustificazione c’era stato. Ricordiamo tutti le armi di distruzioni di massa irachene. Si invocarono presunte eccezioni consuetudinarie al divieto di uso della forza quale la teoria, mai provata corretta, della legittima difesa preventiva. Oggi siamo chiaramente in un quadro di aggressione», conclude Riccardi.
(da agenzie)
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