Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
DA OGGI È SCATTATA LA “RITORSIONE” DI SANCHEZ. ECCO COSA BISOGNA SAPERE
“I signori passeggeri sono pregati di preparare i documenti di identità per lo sbarco”. Sulla quasi totalità dei voli partiti questa mattina dall’Italia verso la Spagna l’annuncio è stato dato in cabina prima dell’atterraggio.
Non avendo ancora contezza del tipo di controlli predisposto dalle autorità iberiche dopo la decisione del premier Sanchez di rispondere alla sospensione degli accordi di Schengen confermata dall’Italia con altrettanta rigidità, le compagnie aeree hanno preferito avvertire i passeggeri dei nuovi obblighi in modo tale da velocizzare le procedure di sbarco.
Controlli direttamente all’uscita del finger o anche in pista, ma solo il 10 per cento dei passeggeri in arrivo dall’Italia è stato soggetto a verifiche nei primi sette aeroporti coinvolti, nei prossimi giorni toccherà anche a quelli delle Canarie. In realtà le squadre spagnole responsabili dei controlli di frontiera sui viaggiatori provenienti dall’Italia decidono volta per volta se controllare tutti i passeggeri di un volo selezionato casualmente o solo alcuni individui a bordo.
“Entrambi i metodi sono in vigore”, hanno spiegato fonti del ministero dell’Interno al quotidiano spagnolo El Pais, precisando che la scelta dipenderà dalla squadra di turno. Per effettuare questi controlli, le squadre hanno accesso alle informazioni del passenger name record (Pnr), tramite le quali le compagnie aeree forniscono in anticipo i dati dei passeggeri.
La Spagna ha ripristinato i controlli di frontiera con l’Italia a mezzanotte di sabato, inizialmente fino al 7 settembre, dopo che il governo italiano si è rifiutato di revocare quelli in vigore dal primo agosto per i viaggiatori provenienti dalla Spagna.
Il ministro dell’Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, ha informato le autorità dell’Unione Europea della decisione del governo. Nella sua lettera, il ministro giustifica il provvedimento citando la crescente pressione migratoria sulla rotta del Mediterraneo centrale che interessa l’Italia e le sue potenziali ripercussioni sull'”ordine pubblico e sulla sicurezza interna”, in particolare a causa dell’attività delle reti criminali transfrontaliere legate all’immigrazione irregolare.
“L’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale e il controllo delle frontiere”, la replica in una nota. L’Ufficio della premier Giorgia Meloni ha però tenuto ad assicurare che non c’è alcun “pregiudizio nei confronti di un Paese amico come la Spagna” con il quale si auspica un “dialogo costruttivo”.
Una revisione della decisione di sospendere Schengen, aggiunge il governo, sarà possibile solo dopo il 15 agosto, quando si teme un nuovo massiccio afflusso, a giudicare dal tam tam su internet.
In Italia invece in questo sabato da bollino rosso anche negli aeroporti, soprattutto negli scali minori o dove le low cost hanno più voli si sono registrate lunghe cose all’arrivo dei voli dalla Spagna.
Mentre a Fiumicino i controlli (che in teoria riguardano solo i cittadini extracomunitari) hanno continuato ad essere operati direttamente al gate di uscite dove la polizia di frontiera ha fermato solo gli stranieri, in molti aeroporti i voli in arrivo dalla Spagna sono stati dirottati ai finger dei terminali extra Schengen costringendo così tutti i passeggeri, italiani e spagnoli compresi, a fare lunghe code ( anche di un’ora) prima di arrivare alle barriere dei controlli passaporti. Lì i cittadini comunitari sono stati fatti passare, gli altri hanno dovuto attendere la verifica dei documenti.
Disagi in particolare sono stati segnalati da diversi passeggeri agli aeroporti di Palermo e Venezia
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
ANTONIO NOTO, FONDATORE DELL’OMONIMO ISTITUTO DEMOSCOPICO: “SI STA DELINEANDO UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE CON UN PREMIO DI MAGGIORANZA AL 42%: ENTRAMBE LE COALIZIONI CON DI BATTISTA E VANNACCI IN CAMPO RISCHIANO DI NON ARRIVARE A QUELLA SOGLIA”. DUNQUE, PER GOVERNARE, IL CAMPO LARGO DA UN LATO E IL CENTRODESTRA DALL’ALTRO RISCHIANO DI DOVER SCENDERE A PATTI CON I DUE… LORENZO PREGLIASCO DI “YOUTREND”: “PER DI BATTISTA LO SPARTIACQUE POTREBBERO ESSERE LE PRIMARIE DI CENTROSINISTRA: SE NON LE VINCE CONTE SI APRE UNO SPAZIO”
Un’estate infuocata. E i sondaggi rischiano di alzare ancora di più la temperatura — già
rovente — all’interno delle coalizioni politiche. Al centro della scena ci sono loro, Roberto Vannacci e Alessandro Di Battista (con l’ombra di Beppe Grillo, che sul suo blog sembra anche strizzare l’occhio a Elon Musk e al popolo Maga).
Il primo fino, a pochi mesi fa, era vicesegretario della Lega. Poi lo strappo e, in pochi mesi, il suo nuovo soggetto, Futuro nazionale, viene già accreditato di percentuali intorno al 6-7%. Il generale sta raccogliendo nuovi seguaci e ha fatto il suo debutto-show in Parlamento.
L’ex deputato Cinque Stelle, invece, ha raccolto 370 mila firme (il quorum era 500 mila) per il referendum sull’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali. «Un successo», hanno commentato nella sua associazione Schierarsi, al punto che continuano a rimbalzare ipotesi su una candidatura alle prossime elezioni politiche. La lista, secondo gli analisti, in questo momento viaggerebbe ipoteticamente tra il 2 e il 3,5%. Di Battista, intanto, percorre lo Stivale con il suo monologo teatrale ed ha appena ultimato un reportage in Albania.
Insomma, l’ex deputato è preso da molti impegni e non ha ancora sciolto le riserve. «Di Battista sta andando molto bene se si tiene conto che non ha fatto ancora nulla. Non ha fatto neanche un giorno di campagna elettorale, non un comizio», dice il sondaggista Renato Mannheimer. Che sostiene: «Le stime attuali? Potenzialmente può raddoppiare».
E c’è chi dice che possano attingere da un bacino Maga tutto italiano (quello che potrebbe ritrovarsi anche nelle posizioni di Grillo). Quello che è sicuro è che «ci sono alcuni tratti comuni — afferma Lorenzo Pregliasco, direttore di YouTred —. Anzitutto una diffidenza nei confronti dell’atlantismo e poi una spinta anti-sistema». E ancora: «Di Battista ha appeal in un’area a cavallo tra la parte del Movimento meno contiana e quella pacifista della sinistra, vicina in passato a Avs e Rizzo».
«Potenzialmente possono crescere entrambi. Agli elettori piace sempre il nuovo, il diverso», sintetizza Mannheimer. «Stanno già cambiando gli equilibri in campo», aggiunge Noto. Pregliasco invece prevede «per Vannacci due scenari. O continua a crescere e diventa la seconda forza del centrodestra e per Meloni diventa difficile lasciarlo fuori, con Forza Italia che sarà sotto pressione. O resta stabile e si sgonfia, con l’attuale maggioranza pronta a invocare il voto utile».
E Di Battista? «Lo spartiacque potrebbero essere le primarie di centrosinistra: se non le vince Conte si apre uno spazio», prosegue Pregliasco. E conclude: «Il problema non è tanto se entra o meno in Parlamento, ma se la sua discesa in campo è determinante per far vincere o perdere il campo largo».
Ma c’è chi prefigura anche un colpo di scena più clamoroso: «Si sta delineando una nuova legge elettorale con un premio di maggioranza al 42%: entrambe le coalizioni con Di Battista e Vannacci in campo rischiano di non arrivare a quella soglia», analizza Noto. E in quel caso: «O si torna al voto o dovranno fare un governo con loro dentro», rimarca Mannheimer.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
“L’ESTREMA DESTRA INTERNAZIONALE È PERFETTAMENTE COORDINATA. NON È UN CASO CHE ABASCAL, MELONI, ELON MUSK E MEMBRI DEL GOVERNO DI ISRAELE ABBIANO RAPIDAMENTE FATTO CONVERGENZA SU CEUTA NELLO STESSO RACCONTO”
«La questione non è cosa ha scelto di fare la Spagna, la questione è se accettiamo che Giorgia Meloni utilizzi quanto accaduto a Ceuta per infrangere le regole comuni e trasferire all’interno dell’Europa la politica dei muri».
A parlare da Ceuta è Sira Rego, ministra della Gioventù e dell’Infanzia del governo Sánchez in quota Sumar, la coalizione di sinistra e sinistra radicale che governa con il partito socialista.
Ministra, dopo un ultimatum respinto da Roma il suo governo ha deciso di ripristinare i controlli alla frontiera con l’Italia. Perché?
«Non possiamo normalizzare che uno Stato membro decida unilateralmente di ripristinare una frontiera all’interno di Schengen contro un altro Paese europeo. L’Italia ha voluto mantenere questa decisione e si deve assumere il fatto che c’è stata una risposta».
Che cosa pensa della misura adottata da Roma dopo i fatti di Ceuta?
«Ridicola e irresponsabile. Sembra che Meloni sia più preoccupata di tornare a farsi fotografare con Trump che di difendere gli interessi europei. Sta importando in Europa un’agenda politica che mira a indebolirla dall’interno. Ma è rimasta piuttosto isolata. Ursula Von der Leyen e altri leader europei hanno sostenuto la Spagna e difeso una risposta comune».
Una decisione che potrebbe essere stata presa anche su impulso del partito di estrema destra Vox, visti gli stretti legami tra Meloni e Abascal. Che cosa ne pensa?
«L’estrema destra internazionale è perfettamente coordinata. Non è un caso che Abascal, Meloni, Elon Musk e alcuni membri del governo genocida di Israele abbiano rapidamente fatto convergenza su Ceuta nello stesso racconto: minaccia e collasso. Sono attori diversi, ma condividono una strategia ben riconoscibile: utilizzare ogni crisi per erodere i diritti»
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
ORA CHE SANCHEZ HA RISPOSTO CHIUDENDO A SUA VOLTA I CONFINI, LA DUCETTA NON PUÒ TORNARE SUI SUOI PASSI, MA IL GOVERNO DEVE FARE I CONTI CON LE PRESSIONI DEI GRUPPI CROCIERISTICI E DELLE AGENZIE TURISTICHE, INCAZZATE COME IENE PER I DISGUIDI E LE LUNGAGGINI CHE SUBIRÀ CHI VIAGGIA DA E PER LA SPAGNA
Giorgia Meloni non si aspettava l’ultimatum e l’immediata ritorsione da Madrid. «Il ricatto»,
come lo bolla nel vortice di telefonate che subito la assorbe, sin da quando il governo spagnolo, nella tarda mattina, fa sapere che ci saranno conseguenze per il blocco di Schengen deciso dall’Italia dopo l’arrembaggio, ormai largamente rientrato, di migranti a Ceuta. Poi tutto precipita nel giro di poche ore, già nella serata di ieri.
In realtà, tre giorni fa era arrivata la richiesta informale di mettere fine alle restrizioni per i viaggiatori, perché giudicate prive di senso. Richiesta che peraltro trovava sponda alla Farnesina di Antonio Tajani, almeno sulle prime, mentre il capo del Viminale, Matteo Piantedosi, faceva asse con la premier per insistere, insieme a Matteo Salvini.
A quel punto l’esecutivo, incluso il ministro degli Esteri, si era accordato sulla dead line di ferragosto: aspettare il 15, anche per verificare se il tam tam social dal Marocco su una seconda scorreria nell’exclave spagnola sia una minaccia concreta, scenario su cui lavorano da giorni i nostri servizi segreti.
La sortita del governo di Sanchez però adesso rimette in discussione anche la prospettiva di anticipare lo stop a metà mese, che sarebbe un dimezzamento della durata rispetto al termine iniziale, il primo settembre. Il motivo è chiaro: Meloni non vuole certo passare per una che ha ceduto al socialista spagnolo.
Al suo «ricatto», appunto. Al prezzo di tenere in ballo una misura, la sospensione della libera circolazione con Madrid, che passa per propaganda irragionevole, visto che nessun migrante ha raggiunto il continente da Ceuta, dove i controlli alla frontiera sono già previsti, con o senza la sospensione del trattato Ue.
A Palazzo Chigi avevano messo in conto che le mosse di Madrid avrebbero portato a conseguenze spiacevoli.
Più fonti dell’esecutivo rivelano un timore: che le autorità spagnole approntino un sistema di controlli in realtà molto meno “selettivo” rispetto a quello italiano, creando disagi e lunghe code per i nostri concittadini in viaggio per turismo negli scali iberici.
L’altra preoccupazione riguarda la narrazione che Sanchez potrebbe costruire per giustificare il blocco di Schengen verso l’Italia, che insista sui dati forniti nelle dichiarazioni polemiche di questi giorni, cioè l’aumento degli sbarchi negli ultimi 5 anni in Italia e i transiti degli irregolari provenienti dal nostro Paese, certificati da Frontex.
Meloni però vuole tenere il punto. «Serviva una risposta».
Così ragiona la premier negli scambi di ieri con Tajani, Piantedosi, e poi anche con Salvini. I toni di Tajani sono meno barricaderi, quelli di Meloni più ostinati a una reazione forte contro la «provocazione» del socialista. Al governo si ragiona anche della possibilità che la presa di posizione su Ceuta possa essere un balsamo per i rapporti con Washington, anche se in questa fase, con Trump in picchiata nel gradimento, nessuno scalpita per strappare endorsement pubblici. Anzi.
Dietro le bizze politiche, la diplomazia ora dovrà tentare di far rientrare la crisi sull’asse Roma-Madrid. Anche perché in via riservata, al governo sono arrivate in batteria le lamentele di alcuni grossi gruppi crocieristici e delle organizzazioni delle agenzie di viaggio, seccati (eufemismo) per i possibili disguidi e le lungaggini dei passeggeri trasportati dalla Spagna.
Ecco perché il governo ha comunque fatto riferimento, per la prima volta, nei comunicati e nelle dichiarazioni di ieri, alla possibilità di mettere fine allo stop di Schengen dopo ferragosto. Ma tutto dipenderà, è l’ammissione, dall’impatto della «ritorsione» di Madrid.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
“DOMANDA, A CHI CONFONDE LA NAZIONE CON LA FAZIONE: SE CI FOSSERO DEGLI SBARCHI INCONTROLLATI A LAMPEDUSA E GLI ALTRI SOSPENDESSERO SCHENGEN CHE LÌ VALE, CHE SI FA?”
Non c’è dubbio che Pedro Sanchez abbia il suo bel da fare con la destra spagnola. E ha deciso di massimizzare, anche in chiave interna, il fallimento dell’assalto condotto da Giorgia Meloni. Di qui, prima la minaccia di ritorsioni entro 48 ore, poi la decisione di far scattare i controlli per i turisti, dopo il rifiuto del governo italiano di revocare la sospensione di Schengen.
Scelte – non è un dettaglio – già annunciate da contatti informali nei giorni scorsi. Saranno anche muscolari e utili nella campagna elettorale contro Vox di Santiago Abascal ma poggiano su una solida ragione e sull’altrui torto.
Davvero non si comprende, secondo logica e principio di realtà, perché il governo italiano non abbia innescato una dinamica di rientro della crisi tra i due paesi, vedendo franare i due presupposti su cui era stata aperta con una certa fantasia narrativa dal sapore squisitamente trumpiano. La prima è che non c’è stata nessuna invasione. E comunque non si sarebbe risolta con la sospensione di Schengen, essendo Ceuta una exclave spagnola in Marocco.
La seconda è il flop politico registrato nel corso del vertice dei ministri degli Interni Ue, chiesto con urgenza anche dall’Italia. Si è risolto con una piena solidarietà alla Spagna. Né ha avuto un grande successo la proposta italiana di creare dei centri di rimpatrio in paesi terzi, riproducendo quel modello di inefficienza degli hub in Albania.
La risposta di ieri di Giorgia Meloni si comprende, come tutto dall’inizio di questa storia, solo con la lente dell’ideologia e del calcolo: le politiche dell’immigrazione come terreno identitario su cui ribadire l’appartenenza al mondo Maga […] e come continuazione della politica interna con altri mezzi. Insomma, Trump cui ribadire fedeltà, Vox cui dare sostegno, Vannacci cui togliere spazio.
L’approccio viene riproposto con la sospensione di Schengen fino al 15 agosto. Domanda, a chi confonde la nazione con la fazione: se nei prossimi giorni ci fossero degli sbarchi incontrollati a Lampedusa e gli altri sospendessero Schengen che lì vale, che si fa?
Irragionevole sul piano dei principi, la posizione ribadita, come effetto collaterale porta la crisi tra i due paesi nel punto più acuto. C’è un “duello di sovranità”: Sanchez ribadisce un principio europeo, il governo italiano, per come ha condotto sin qui la vicenda, rilancia nel timore di perdere la faccia.
Da ultimo c’è la potenziale “crisi geoeconomica di Ferragosto”. Con milioni di passeggeri annui tra i due paesi, i controlli speculari spagnoli rischiano di paralizzare i flussi turistici nel picco di Ferragosto, tramutando lo scontro migratorio in una guerra economica.
Insomma, siamo di fronte a un caso emblematico di scontro tra due idee di Europa, la cui fragilità è nell’afonia dei vertici comunitari. Una basata sui confini e sulla disgregazione. L’altra sulla solidarietà e sulla libera circolazione, costretta a reagire: a brigante, brigante e mezzo. La crisi italo-spagnola ci parla dell’oggi, ma anche della posta in gioco per l’Europa, quando il prossimo anno si voterà in Spagna, Francia, Italia, oltre che in Grecia e Polonia. Allacciatevi le cinture e preparatevi a una campagna elettorale “globale”, giocata anche fuori dai confini nazionali.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
“SAREBBE SBAGLIATO ARCHIVIARE LA VICENDA ‘SPIN TIME’ CON IL SOLO SGOMBERO DEL PALAZZO”: IL CARDINALE VICARIO DI ROMA, BALDO REINA, COMMENTA LA VICENDA DELLO STABILE OCCUPATO EVACUATO E SEQUESTRATO DOPO UN INCENDIO E SPEDISCE UN MESSAGGIO AL MINISTRO PIANTEDOSI E A MELONI
“Sarebbe sbagliato archiviare la vicenda Spin Time con il solo sgombero del palazzo. Questa
città affronta un problema serio: il rischio di perdere l’anima che da sempre costituisce la sua vera identità”.
Lo afferma il cardinale vicario di Roma Baldo Reina. “La Chiesa di Roma, chiamata a presiedere nella carità, c’è. E sarà sempre dalla parte delle persone che alzano il loro grido di sofferenza, che cercano una mano tesa, e una comunità da chiamare casa”, sottolinea il vicario del Papa per la diocesi di Roma.
“Cristo non abita nei palazzi del potere, ma si identifica con chi è affamato, forestiero o rimasto senza tetto.
In un tempo di profonde solitudini e di complessivo sfaldamento dei legami sociali, avere luoghi ed esperienze in cui si prova a stare insieme, ad abbattere le barriere e a creare una convivenza pacifica è una sfida da accogliere e da promuovere – afferma ancora il cardinale vicario di Roma Baldo Reina
Mettere insieme interessi privati, bene comune, impegno civico e ricerca della legalità e della sicurezza non è stato facile.
L’esito finale potrebbe far pensare a un complessivo fallimento, soprattutto dopo l’irrigidimento delle trattative. Ma non si è trattato di un braccio di ferro e sarebbe ingiusto parlare di vincitori e vinti”. Per il vicario del Papa per la diocesi di Roma “quello che è accaduto e, ancor di più, quello che accadrà rimane una domanda aperta: siamo in grado di creare occasioni concrete di fraternità e di amicizia sociale?”
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
IN UN PAESE DEL VERCELLESE UN VENTENNE DENUNCI LE CONTINUE OFFESE: “IL MIO GESTO E’ UN ATTO DI CORAGGIO, NON POTEVO PIU’ FAR FINTA DI NULLA”… IN UN PAESE DI TREMILA ANIME TUTTI SANNO CHI SONO: I GENITORI DI QUESTA FOGNA ABBIANO LE PALLE DI ACCOMPAGNARE A CALCI IN CULO GLI AUTORI DELLE SCRITTE E DEGLI INSULTI IN CASERMA E IL SINDACO CHIEDA SCUSA A NOME DELLE PERSONE PERBENE, NON BASTA RIMUOVERE LE SCRITTE
Le parole erano lì, nere sui muri del sottopasso della stazione e sulla facciata di un piccolo market. Insulti, frasi cariche d’odio, offese accompagnate da simboli fallici: cinque-sei scritte, tracciate con un pennarello. Ma questa volta non sono rimaste soltanto parole. Davanti all’odio c’è chi abbassa lo sguardo, chi preferisce voltarsi dall’altra parte. E poi c’è chi, a vent’anni, decide di esporsi, raccontare pubblicamente ciò che ha vissuto e denunciare. Come ha fatto Vincenzo Giurbino.
La scelta di denunciare
Succede a Tronzano, comune di poco più di 3 mila abitanti in provincia di Vercelli, dove tutti si conoscono e dove, proprio per questo, essere se stessi può diventare ancora più difficile.
«Ho deciso di metterci la faccia. Perché denunciare non deve essere considerato un segno di debolezza, ma un atto di coraggio. È il mio modo di dire basta. In fondo credo che una speranza ci sia ancora», racconta Vincenzo. La sua storia è la testimonianza di quanto possa essere complicato vivere la propria identità in un piccolo paese di provincia. Tutti sanno chi sei, dove vai, con chi esci. E se da una parte esiste una comunità capace di sostenere, dall’altra ci sono ancora persone che discriminano e fanno del male. Per questo Vincenzo ha scelto di denunciare. «Certe cose non devono essere normalizzate e lasciate passare. Vorrei dire a chi vive situazioni simili di non avere paura: soltanto denunciando possiamo mettere fine a questi comportamenti».
Il precedente
Le scritte apparse nei giorni scorsi non sono un caso isolato. Già due anni fa lo stesso muro del piccolo supermercato del paese, considerato uno dei principali punti di ritrovo degli adolescenti, era stato imbrattato con frasi offensive. Un precedente che oggi rende ancora più pesante quanto accaduto.
Gli insulti
A ferire, infatti, non sono soltanto le scritte sui muri, ma anche gli episodi quotidiani. «Mi è capitato spesso, mentre percorrevo il vialetto che porta alla stazione, di ricevere insulti da ragazzi del paese. Ho sempre fatto finta di niente, come se fosse normale. Ma normale non è». Anche a scuola le cose non sono state semplici. «Una volta qualcuno mi ha sputato addosso mentre ero seduto. Ho alzato la testa, ma nessuno aveva visto nulla o sapeva niente. Dopo la mia segnalazione, la scuola ha incaricato un professore di prestare maggiore attenzione durante le lezioni». Piccoli episodi che, sommati nel tempo, finiscono per lasciare un segno profondo.
La famiglia
Anche il percorso di accettazione personale non è stato privo di ostacoli. «Ho scoperto il mio orientamento sessuale quando avevo dodici anni, ma ai miei genitori l’ho detto soltanto a quindici». Oggi il rapporto con la famiglia è cambiato. «Mio papà ha accettato chi sono, anche se fa ancora un po’ fatica a comprendere il fatto che mi piaccia truccarmi. Per questo spesso mi metto il make-up fuori casa, cercando di evitare il suo sguardo. Mia madre, invece, ha affrontato la cosa in modo diverso. Mi vede usare il mascara e mi ha sempre detto: «Se questo ti rende felice, va bene così». Un sostegno che per Vincenzo rappresenta un punto di riferimento fondamentale.
Tra gli insulti comparsi sui muri del paese ce ne sono anche alcuni rivolti ai suoi genitori. Un motivo in più che lo ha convinto a presentare denuncia ai carabinieri. Nel frattempo il sindaco di Tronzano, Michele Pairotto, ha assicurato che le scritte saranno rimosse al più presto.
(da Fanpage)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL TESTO NON NOMINA TEHERAN MA IL MESSAGGIO È CHIARO: UNISCE LA POTENZA ECONOMICA SAUDITA, IL SECONDO ESERCITO DELLA NATO DI ANKARA E IL DETERRENTE NUCLEARE PAKISTANO, L’UNICO NEL MONDO ISLAMICO – PER WASHINGTON È UNA VARIABILE SCOMODA: UN BLOCCO SUNNITA CAPACE DI MUOVERSI CON MARGINI PROPRI, MENTRE GLI USA SI RITIRANO LENTAMENTE DALL’AREA
Un vertice alla Mecca ridisegna gli equilibri del Golfo con la nascita di una “Nato islamica” o
“sunnita”. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato il Mecca Joint Defence Agreement, patto di mutua difesa in stile Nato che considera un attacco contro uno dei tre firmatari un’aggressione contro tutti.
A siglarlo, nella città santa dell’Islam, sono stati il principe ereditario Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il premier pakistano Shehbaz Sharif.
Il testo non nomina Teheran ma il messaggio è chiaro: unisce la potenza economica saudita, il secondo esercito della Nato di Ankara e il deterrente nucleare pakistano, l’unico nel mondo islamico.
Per Washington si apre una variabile scomoda, quella di un blocco sunnita capace di muoversi con margini propri, mentre gli Stati Uniti si ritirano lentamente dall’area, svuotando le basi costruite in quattro guerre dal 1991. Israele non ha commentato. Da Nuova Delhi si segue «con attenzione» un asse che tocca i rapporti con Islamabad.
La replica di Teheran non si è fatta attendere. Un membro della commissione sicurezza del Majlis, Ebrahim Rezaei, ha liquidato l’accordo come «un pezzo di carta» incapace di garantire sicurezza a Riad, invitando i sauditi a correggere le proprie politiche invece di mendicare protezione.
Toni ancora più duri dal pulpito di Qom, dove l’imam della preghiera del venerdì ha avvertito che la sicurezza comprata dagli Stati Uniti non salverà i governi regionali. Segno che il patto viene letto a Teheran non come difesa, ma come contenimento. L’irritazione iraniana cresce mentre gli Houthi colpivano ancora il territorio saudita.
Missili e droni hanno raggiunto ieri la provincia di Najran, ferendo undici civili, tra cui una bambina di quattro anni. Nello stesso giorno, in una delle giornate più sanguinose del conflitto yemenita, i ribelli hanno rivendicato la morte di decine di soldati governativi a Marib e Hadramawt.
Riad attende ora attacchi coordinati da Houthi e milizie irachene, secondo intelligence condivisa con Washington, anche se la Resistenza islamica in Iraq ha rinunciato, per ora, a un’offensiva pianificata contro il regno.
Sullo Stretto di Hormuz la partita resta apertissima, mentre si attende da un momento all’altro la firma dell’intesa tra Iran e Oman, con approvazione definitiva da parte del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano. Bessent ipotizza un accordo «nelle prossime ore» con Teheran, insistendo che l’obiettivo americano è la libera navigazione, non un pedaggio all’Iran.
Ma la trattativa rischia di restare lettera morta anche se firmata: armatori e assicuratori avvertono che le sanzioni statunitensi rendono rischioso versare somme a un’autorità del Golfo legata ai Pasdaran, mentre una clausola introdotta a luglio dal Lloyd’s Market Association annulla la copertura di guerra per le navi che paghino un pedaggio di transito. Teheran chiede tra il 5 e il 7% del valore del carico, Muscat media al 3%, Washington non vuole cedere un centesimo: un cortocircuito che lascia le petroliere in stallo.
Il presidente Usa, Donald Trump sostiene, in un’intervista a Punchbowl News, che i funzionari iraniani vogliono raggiungere un accordo e «non vogliono essere colpiti».
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELL’ECONOMIA, GIANCARLO GIORGETTI, SI “SDOPPIA”: PARTECIPA ALLE RIUNIONI DELLA FRONDA ANTI-CAPITONE MA ANCHE A QUELLE ORGANIZZATE DAL SEGRETARIO… GLI “SCISSIONISTI” PREPARANO UNA PROTESTA PLATEALE A PONTIDA, E SALVINI PER ARGINARLI PIAZZA UN’ALTRA FESTA DIECI GIORNI PRIMA
“A difesa di Salvini”, andrebbe raccontato questo episodio. Venerdì scorso, Giorgetti ha partecipato, a Milano, alla riunione dei governatori, con Attilio Fontana, Fedriga, Zaia e Fugatti (è la riunione che Giorgetti smentisce, come smentisce che si chiama Giancarlo).
E’ la riunione delle grandi speranze, delle associazioni, per dare un segnale a Salvini, mostrargli il malessere del nord. Pochi giorni dopo, Giorgetti (è sempre lui) a Roma, con Salvini e Durigon, ha partecipato a un altro incontro che aveva un nobile scopo: come rilanciare la Lega di Salvini. Con Giorgetti non c’è contraddizione. L’uomo è multiforme. […]
Alla riunione di Milano c’era anche Max Romeo, il segretario della Lega lombarda, capogruppo al Senato. In Lega lo sdoppiamento è la condizione naturale. E si sdoppiano anche le feste. Si è scritto che a Pontida si temono proteste, e infatti si prepara un’altra festa, dieci giorni prima.
E’ la festa per rilanciare la Lega (quella di cui ragionavano Giorgetti-Durigon e Salvini) e si terrà l’8 e il 9 settembre a Roma. Ha come titolo “A tua difesa. Dalla parte degli italiani. Ogni giorno”. Il titolo è magnifico. Ogni giorno in Lega, a Milano, c’è un Giorgetti che sogna un partito nuovo, insieme all’hidalgo Fontana, Zaia, Fedriga, Fugatti, e poi c’è un Giancarlo che a Roma lavora per rafforzare Salvini. La difesa è sempre legittima, così come è legittimo il nostro spaesamento.
Alla fine, Matteo Salvini riesce a evitare la resa dei conti. L’operazione è riuscita. Salvini ha scelto di ascoltare, soprattutto i più critici nei suoi confronti, lasciando a ciascuno lo spazio per mettere sul tavolo eventuali obiezioni. Un modo per misurare fino a che punto il dissenso fosse disposto a manifestarsi apertamente.
«Sono aperto e disponibile al dialogo ma non alle divisioni», avrebbe detto iniziando il suo lungo intervento durato circa 45 minuti davanti a segretari provinciali, deputati e colleghi ministri (presenti Roberto Calderoli e Alessandra Locatelli).
La pacatezza, o “modalità zen” come l’ha descritta qualcuno dei presenti, del segretario è servita a placare almeno per un po’ le tensioni. Al centro del dibattito, come sempre, le istanze del Nord, che a detta dei lombardi vengono troppo poco ascoltate.
Ma il messaggio del leader è chiaro: la discussione è legittima, ma deve fermarsi prima di trasformarsi in una frattura. E promette che sarà più duro con gli alleati quando ostacolano le battaglie identitarie della Lega.
Il direttivo lombardo, in realtà, doveva rappresentare il primo vero banco di prova dopo le tensioni emerse negli ultimi mesi.
Da una parte la richiesta, avanzata da una parte della classe dirigente del Nord, di rilanciare con più decisione i temi identitari e territoriali. Dall’altra la necessità, rivendicata dalla segreteria federale, di mantenere una linea unitaria e nazionale.
A riprova di un malessere nordista, nei giorni scorsi il presidente lombardo Attilio Fontana aveva pure condiviso in una chat leghista una bozza di statuto per un nuovo partito di impronta federalista.
Non un tentativo concreto di scissione ma «un modo per manifestare il malessere dei territori», avrebbe spiegato il segretario regionale Massimiliano Romeo durante la seduta in difesa di Fontana. Il confronto interno, comunque, è il riflesso dei nuovi equilibri che si sono creati dopo l’elezione di Romeo alla guida della Lega lombarda, passaggio che ha rafforzato il peso della componente storica del partito nel dibattito sulla strategia futura.
Consapevole del rischio che il confronto degenerasse in una resa dei conti, nel suo intervento Salvini ha insistito sull’unità, sostenendo che non è il momento di alimentare divisioni interne e che la Lega deve concentrarsi sulle priorità di governo e sulle prossime sfide. Il tentativo è quello di depotenziare il significato politico dello scontro lombardo, presentandolo come un normale confronto programmatico e non come l’apertura di una nuova fase congressuale: «Nessun malumore. Non perdiamo tempo con le ricostruzioni dei giornali. Abbiamo tante cose da fare», ha smorzato.
Restano però le tensioni: le richieste sempre più insistenti che arrivano dalle segreterie provinciali della Lombardia – più autonomia, maggiore attenzione al Nord e una riflessione sull’identità del partito – difficilmente si esauriranno con un appello all’unità. Il direttivo ha certificato che il dibattito esiste e che attraversa la principale roccaforte della Lega.
(da agenzie)
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