Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL 9 OTTOBRE 2023, LA DUCETTA FIRMAVA LA DIRETTIVA EUROPEA PER PORTARE ENTRO IL 2030 LA QUOTA DELLE RINNOVABILI AL 42,5%. MA LA SPINTA PER AUMENTARE L’INDIPENDENZA ENERGETICA DAI COMBUSTIBILI FOSSILI NON C’È STATA. E ORA I NODI VENGONO AL PETTINE… DAVANTI ALL’IMPENNATA DEI PREZZI DEI CARBURANTI, A CAUSA DELLA GUERRA ALL’IRAN, GIORGIA HA SCELTO PRIMA LA LINEA DELLA CAUTELA, IN OSSEQUIO A TRUMP. POI HA PROPINATO INTERVENTI-TAMPONE
La soluzione alla fine si troverà, perché nessun governo può rischiare di giocare troppo con il prezzo dell’energia alle stelle. Soprattutto se le elezioni sono tra un anno o giù di lì. Ma sei mesi di prezzi alti, che si faranno sentire almeno per i prossimi altri sei mesi e non solo alla pompa di benzina, si potevano contenere molto meglio se il tema dell’energia fosse stato affrontato diversamente, per tempo.
Il 9 ottobre del 2023, un anno dopo essere entrato in carica, il governo guidato da Giorgia Meloni firmava infatti la direttiva europea sulle energie rinnovabili, promettendo insieme a tutti i paesi del blocco un impegno per portare entro il 2030 la quota media di rinnovabili in Europa al 42,5 per cento.
Roma allora era al 19,1 per cento. Tre anni più tardi, i dati più aggiornati dicono che la spinta per aumentare l’indipendenza energetica del Paese dai combustibili fossili non c’è stata. E adesso i nodi sono venuti al pettine. Se si guarda quanto è cresciuta in ogni paese dell’Ue la capacità di energia rinnovabile installata da quando è in carica il governo Meloni, l’Italia risulta tra le ultimissime in classifica.
I dati definitivi dell’agenzia statistica dell’Unione europea, Eurostat, arrivano fino al 2024, dunque calcolano solo metà del mandato di Meloni, ma danno una misura chiara della tendenza: la Germania ha aumentato la sua capacità del 12 per cento, la Spagna del 19 per cento, la Francia del 15 per cento, l’Olanda del 40 per cento, l’Ue mediamente dell’8,7 per cento. Italia: + 2,6 per cento.
Davanti a prezzi di benzina e gasolio impennatisi a causa della guerra iniziata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con effetti a cascata su quasi tutti i settori merceologici e la paura di perdere consenso, Meloni ha scelto in principio la linea della cautela, in ossequio a Donald Trump. Poi ha cominciato con le misure tampone.
Ha puntato sul taglio temporaneo delle accise sui carburanti. Per tutti, senza distinzione di reddito. Sconto di 25 centesimo al litro su benzina e diesel, all’inizio.
Un rinnovo alla volta, un annuncio dopo l’altro. Con la spesa straordinaria che s’ingrandiva sempre di più e nazioni europee riuscite a contenere meglio gli aumenti (in Spagna la benzina costa 1,7 euro al litro, in Svezia 1,4, in Austria e Belgio 1,8), il governo italiano si è limitato a sussidiare il diesel, il più usato nei trasporti pesanti.
L’ultima proroga, da 17 centesimi al litro, vale fino al 5 settembre e porta il totale speso dallo Stato in sei mesi di crisi energetica a 2,7 miliardi di euro. Soldi, tanti, raccolti tagliando qua e là con una fatica inversamente proporzionale all’influenza avuta sul prezzo finale dei carburanti in Italia, ormai stabilmente sopra i 2 euro al litro.
L’inutile battaglia con Bruxelles
Non sapendo bene come uscirne, Meloni ha puntato sulle battaglie mediatiche con l’Ue. A maggio ha chiesto alla Commissione di estendere la deroga al Patto di stabilità, prevista ora per la difesa attraverso i fondi Safe, anche per l’energia. Come prevedibile, molti altri Stati hanno detto no.
I numeri di Eurostat dimostrano che negli ultimi cinque anni la crescita della capacità rinnovabile in Italia è stata di circa il 10 per cento, in Germania del 20 per cento, in Spagna del 40 per cento. Perché concedere una deroga a un Paese che ha investito pochissimo sulle rinnovabili rispetto agli altri?
Da quando Meloni è al governo il nostro Paese ha reso più difficile l’installazione di nuovi impianti rinnovabili, ha complicato le concessioni con stratificazioni normative e autorizzative.
Si aggiungano i conflitti procedurali tra regioni, governo e tra gli stessi ministeri e il risultato è quello che ritroviamo nei dati ufficiali: le rinnovabili a fine 2024 coprivano il 20,9 per cento dell’energia prodotta in Italia, mentre in Germania valevano il 22,4 per cento, in Spagna il 25 per cento, in Francia il 23 per cento, in Finlandia il 52 per cento, in Svezia il 62 pe cento.
Con quali speranze il governo ha chiesto una deroga al Patto di stabilità europeo non è chiaro, ma di sicuro dopo il primo no ci ha riprovato. Ha proposto a Bruxelles di introdurre una tassa aggiuntiva per le compagnie petrolifere europee.
L’Ue ha ricordato che secondo i trattati la materia fiscale è prerogativa nazionale, fatto noto, e che quindi l’Italia è libera di farlo – con il rischio che la misura venga dichiarata incostituzionale, come ha spiegato su queste pagine Tommaso Di Tanno – ma non di imporlo agli altri. Anche perché i dati dimostrano che il governo Meloni ha fatto una scelta politica consapevole: puntare forte sul gas
Con la quasi totale chiusura di Hormuz, da dove passava un quinto della produzione mondiale di gas liquefatto, al metano russo mancante si è aggiunto quello del Qatar e degli altri Paesi del Golfo Persico. E per l’Italia, che già pagava l’elettricità il 36 per cento in più rispetto alla media Ue prima della crisi, la strategia si è rivelata per la seconda volta costosissima (molto meglio per Eni, invece).
Le previsioni più autorevoli prevedono al momento un tasso d’inflazione intorno 3 per cento per il 2026 nell’Ue, maggiore per l’Italia perché sulle sue bollette dell’elettricità il costo del gas incide di più rispetto a nazioni come Germania, Francia e Spagna. Ovviamente dipenderà da quanto i prezzi di gas e petrolio resteranno alti fino a fine anno.
Alcuni membri del board della Bce hanno già preannunciato la volontà di alzare i tassi d’interesse nella riunione di inizio settembre, rendendo più alto il costo del denaro e quindi del debito. Che, nel caso nostro, è molto alto.
(da “Domani”)
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Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile
LA DUCETTA E I SUOI ALLEATI SANNO CHE AL PROSSIMO GIRO DIFFICILMENTE RAGGIUNGERANNO LA SOGLIA DEL 42% PREVISTA DAL MELONELLUM PER FAR SCATTARE IL PREMIO DI MAGGIORANZA … FRATELLI D’ITALIA VUOLE ELIMINARE L’EMENDAMENTO “AMMAZZA CESPUGLI” INTRODOTTO PER VOLERE DI FORZA ITALIA
Una call fra gli sherpa del centrodestra – Giovanni Donzelli e Angelo Rossi (Fratelli
d’Italia), Roberto Calderoli (Lega) e Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio (Forza Italia) – non ha schiarito del tutto le idee alla maggioranza di governo sulla legge elettorale in vista del termine per presentare gli emendamenti che scade domani.
L’accordo, per il momento, riguarda solo l’emendamento di maggioranza per reintrodurre le preferenze (senza parità di genere nei capilista). Ma per la prima volta la maggioranza sembra fare sul serio sul ballottaggio in funzione anti-Vannacci.
Fratelli d’Italia, su consiglio del presidente del Senato Ignazio La Russa e di diversi costituzionalisti, ritiene che il ballottaggio sia l’unico modo per non allearsi in prima battuta con l’ex generale Roberto Vannacci alle prossime elezioni politiche per poi fare un accordo dopo, anche se Giorgia Meloni non è del tutto convinta perché ritiene che questo meccanismo favorisca paradossalmente il leader di Futuro Nazionale che massimizzerebbe il voto al primo turno e non è detto che voglia allearsi dopo.
Ma tant’è: il rischio che la coalizione non riesca a raggiungere la soglia del 42% (quella per ottenere il premio di maggioranza) è alto e quindi il ballottaggio permetterebbe di evitare un pareggio e un proporzionale puro. Forza Italia per la prima volta ha deciso di aprire a questa opzione (anche se la norma non è facile da scrivere), mentre la Lega continua a essere contraria (lo è storicamente per i ballottaggi nelle città).
Inoltre FdI vorrebbe anche presentare un’altra modifica: l’abolizione della norma, introdotta da Forza Italia alla Camera con un emendamento del deputato Paolo Emilio Russo, secondo cui le liste collegate in una coalizione che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3% non concorrono al calcolo della cifra elettorale nazionale di coalizione, con la sola eccezione del miglior perdente.
Una norma anti-frammentazione che però FdI vuole cambiare perché ha fatto sapere che ci sarebbero dubbi di incostituzionalità soprattutto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma in realtà la questione sarebbe più politica: FdI vuole allearsi con una serie di “cespugli” sul modello Ulivo che possano portare via voti a Futuro Nazionale a livello locale.
È il caso della Dc di Gianfranco Rotondi e Sud Chiama Nord di Cateno De Luca, oltre a una lista di civici che sarebbe già pronta da portare nella coalizione di centrodestra. Proposta, quella dell’abolizione, che però vede contrari sia Forza Italia che Lega.
(da Domani)
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Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL POLITOLOGO LORENZO CASTELLANI: “ENERGIA, INDUSTRIA, DIFESA, RIARMO, SICUREZZA DELLE INFRASTRUTTURE E PROTEZIONE DELLE CATENE DI APPROVVIGIONAMENTO IMPONGONO UNA POLITICA DI LUNGO PERIODO. RICHIEDONO COMPATTEZZA, GERARCHIE NELLE PRIORITÀ, RIFORMULAZIONE DEL BILANCIO DELLO STATO E UNA CLASSE DIRIGENTE DISPOSTA A PAGARE IL COSTO DELLE DECISIONI. OGGI L’ITALIA NON SEMBRA AVERE UN SISTEMA POLITICO NÉ UNA LEADERSHIP ALL’ALTEZZA DI UNA SITUAZIONE SEMPRE PIÙ DIFFICILE. IN UN MONDO TORNATO COMPETITIVO, COSTOSO E ARMATO, QUESTE NON SONO BUONE NOTIZIE PER IL PAESE”
La politica italiana si avvia verso mesi difficili con l’aria di chi discute ancora delle formule elettorali mentre cambiano, assai più rapidamente, le condizioni materiali dell’esistenza economica e politica.
Per molti anni il Paese ha potuto rinviare le scelte difficili: protetto da una moneta stabile, sostenuto dalla domanda estera, rassicurato da una pax americana considerata irreversibile e da un’energia dai costi sopportabili. Quella stagione è finita. E il problema italiano è che al mutamento del mondo esterno corrisponde una crescente incapacità interna di produrre decisioni coerenti.
Partiamo dall’economia. La nuova tensione energetica torna a sospingere i prezzi generali verso l’alto: in un paese a crescita quasi zero i redditi reali si erodono e in modo più rapido di quanto il palazzo creda.
Di conseguenza, il ritorno di tassi d’interesse meno favorevoli sul debito pubblico […] restringerà ulteriormente i margini della politica di bilancio. La crisi energetica non è dunque un capitolo settoriale, ma una componente della più generale fragilità economica e finanziaria italiana.
È il sintomo di una vulnerabilità strutturale: l’Italia continua a dipendere in misura eccessiva da fattori che non controlla, dalle rotte marittime agli approvvigionamenti, dal prezzo del gas a quello dei prodotti petroliferi raffinati.
L’Europa ha aggravato questa condizione confondendo la necessità della transizione ecologica con l’idea che essa potesse essere realizzata per decreto, senza una parallela politica industriale.
Anche l’automotive riassume questa contraddizione. L’Europa rischia di affrontare la conversione elettrica indebolendo le proprie basi produttive e lasciando spazio a concorrenti che controllano più saldamente batterie, materie prime e filiere tecnologiche.
Le difficoltà di grandi gruppi come Volkswagen, Stellantis e Porsche segnalano che la transizione […] può tradursi in chiusure, ridimensionamenti e perdita di occupazione. È la contraddizione di un’Europa che proclama l’autonomia strategica e rischia invece di importare dall’esterno una parte decisiva della struttura industriale della propria transizione.
In questo scenario, la politica italiana appare singolarmente inadeguata. Il centrosinistra si avvicina alle elezioni senza sciogliere il nodo fondamentale: non la semplice scelta di un candidato, ma la definizione di una coalizione politica. Elly Schlein e Giuseppe Conte competono per egemonizzare due elettorati diversi, due culture politiche differenti, due idee non coincidenti di Stato, Europa e politica estera.
Si specula allora di un nome terzo, magari amministratore di una grande città. Ma la popolarità locale non coincide con la legittimazione nazionale: sindaci e governatori sono difficili da trasformare in pochi mesi in un candidato nazionale riconoscibile e credibile da contrapporre a Giorgia Meloni.
A destra, intanto, la crescita del partito di Roberto Vannacci introduce un fattore ulteriore di instabilità. Significa che una parte dell’elettorato sovranista e protestatario, più grande del previsto, cerca una rappresentanza più radicale di quella offerta dal centrodestra tradizionale. E ogni punto sottratto alla coalizione di governo rende più incerta la possibilità di una maggioranza.
Persino la riforma elettorale in discussione potrebbe non risolvere il problema. Può verificarsi, infatti, il caso più italiano di tutti: elezioni senza un vincitore netto nonostante la nuova legge sia pensata per costruirne uno. Ci si ritroverebbe di fronte a partiti capaci di impedire agli avversari di governare, ma incapaci di costruire essi stessi una direzione nazionale.
Il punto decisivo, allora, non è elettorale ma di governo. Energia, industria, difesa, riarmo, sicurezza delle infrastrutture e protezione delle catene di approvvigionamento impongono una politica di lungo periodo. Richiedono compattezza, gerarchie nelle priorità, riformulazione del bilancio dello Stato e una classe dirigente disposta a pagare il costo delle decisioni. Oggi, invece, l’Italia non sembra avere un sistema politico né una leadership all’altezza di una situazione sempre più difficile. In un mondo tornato competitivo, costoso e armato, queste non sono buone notizie per il Paese.
(da “Domani”)
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Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile
“MI HA COLPITA IL MOTIVO PER CUI SONO STATI SCRITTI: HO VISTO IN QUEGLI ATTACCHI LA VIOLENZA DI UNA SUBCULTURA CHE SUI SOCIAL HA TERRENO FERTILE” – “MI PIACEREBBE GUARDARE NEGLI OCCHI CHI MI HA INSULTATA, DIETRO A UNA TASTIERA È MOLTO FACILE”… NOI PREFERIAMO VEDERLI MARCIRE IN GALERA, CON LA FECCIA NON SI DISCUTE
«Cos’è quel preservativo sulla testa?». È uno dei commenti a un video di Roberta Vallacchi
alla Festa dell’Unità del Lodigiano, in una serata su voto alle donne e Madri costituenti. Sessantuno anni, madre di due figli (uno è il sindaco di Lodi Andrea Furegato), consigliera regionale del Pd e volto dem a Lodi.
Vallacchi combatte da mesi contro un tumore. La chemioterapia le ha fatto perdere i capelli e lei ha scelto un foulard, non una parrucca, come aveva fatto 10 anni fa al primo tumore.
Ha letto gli insulti?
«Sì, ma non mi hanno ferita. Mi ha colpita il motivo per cui sono stati scritti: parlavo di donne e parità, ho visto in quegli attacchi la violenza di una subcultura che sui social ha terreno fertile».
Dieci anni fa aveva scelto la parrucca. Oggi no. Perché?
«Al primo tumore non ero pronta. La malattia spaventa, allontana. Questa volta ho deciso di non nascondermi. Ricopro un ruolo istituzionale e penso possa essere utile raccontarsi».
Quando ha scoperto di avere di nuovo un tumore?
«A dicembre, durante un controllo annuale. Oggi posso dirlo: per la seconda volta nella mia vita, la prevenzione mi ha salvata».
Ancora un tumore al seno.
«Il primo era al seno sinistro, questo al destro».
Ha detto che vorrebbe incontrare chi l’ha insultata.
«Mi piacerebbe guardarli negli occhi, dietro a una tastiera è molto facile».
Li denuncerà?
«Sì, ma lo faccio per tutte le donne e per tutti gli uomini ai quali può succedere una cosa del genere».
La malattia ha cambiato il suo sguardo sulla sanità lombarda?
«Ho visto da vicino le difficoltà, soprattutto le liste d’attesa. Il personale è straordinario, ma non è sufficiente rispetto ai bisogni».
Parla della sua malattia senza abbassare lo sguardo.
«Non voglio nascondermi. Io non mi vergogno. E vorrei che nessuno fosse costretto a vergognarsi della propria»
(da Il Corriere della Sera)
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Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL MONITO DEL CANCELLIERE MERZ: “UNA VITTORIA DELL’AFD SCORAGGEREBBE GLI INVESTITORI STRANIERI E INFLIGGEREBBE DANNI CONSIDEREVOLI ALLO STATO”… LO “SPIEGEL” DEFINISCE IL CANDIDATO AFD ULRICH SIEGMUND “L’UOMO PIÙ PERICOLOSO DELLA GERMANIA”. DIETRO I MODI CHARMANT E IL SORRISO DA “PERFETTO GENERO” SI CELA UNA RETE DI NEONAZISTI E PROGETTI TALMENTE RADICALI CHE RISCHIANO DI SOVVERTIRE LA DEMOCRAZIA
Una vittoria di Alternativa per la Germania (Afd) alle elezioni in Sassonia Anhalt scoraggerebbe le aziende straniere dall’investire nel Land tedesco. Lo ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in un’intervista ieri sera all’emittente “Ard”. Il partito di estrema destra guidato da Alice Weidel raggiungerebbe, secondo sondaggi recenti, ben il 40 per cento nelle elezioni del Land, previste domenica prossima.
I cristiano democratici, invece, si attestano al 23 per cento. Merz ha detto che una vittoria dell’Afd infliggerebbe allo Stato “danni considerevoli” e non riesce a immaginare che gli investitori internazionali possano ancora essere disposti a investire in Sassonia Anhalt qualora l’Afd salisse al potere. L’Afd in Sassonia Anhalt e’ classificata come organizzazione “estremista di destra conclamata” dall’Ufficio regionale per la tutela della Costituzione.
Un’ora e mezza di fila per un selfie con “l’uomo più pericoloso della Germania”. Ulrich Siegmund ride di gusto: un suo fan gli ha portato l’ormai famosa copertina dello Spiegel. Una prima pagina che ha suscitato enormi polemiche, soprattutto a Est dove il più prestigioso settimanale tedesco è ancora considerato “wessi”, occidentale. Leggi: supponente e paternalista.
La tesi dello Spiegel, però, è inoppugnabile: i modi charmant e il sorriso da “perfetto genero” del candidato dell’Afd in Sassonia-Anhalt nascondono una rete di neonazisti e progetti talmente radicali che rischiano di sovvertire la democrazia. A Röblingen, dove siamo venuti a vedere Siegmund dal vivo, anche Björn è in fila con la copia di un settimanale che non comprerebbe mai e che a Est è già un oggetto di culto: «Ci ha regalato una valanga di voti», ruggisce il perito chimico cinquantenne tra una sigaretta e l’altra.
A una settimana da un’elezione che potrebbe cambiare la Germania, la febbre intorno allo spitzenkandidat dell’Afd è alle stelle. La folla aspetta paziente di stringergli la mano, le casse sparano brani di propaganda, “Vaterland” e “Alice fuer Deutschland”, i rumorosi brindisi con boccaloni di birra si mescolano ai teschi delle SS e a simboli nazi-occultisti come il sole nero, che si scorgono sui polpacci, sulle nuche, sugli avambracci. È pieno di famiglie con bambini.
Ma ormai nessuno copre i simboli nazisti, la differenza rispetto a un paio di anni fa è che l’estremismo è ostentato. Del resto, dall’entourage di Siegmund ci fanno sapere che Giorgia Meloni è considerata «destra annacquata», «un anti-modello». Eppure, negli ultimi due anni nell’Afd c’era stata una lunga discussione sulla possibile “melonizzazione”, insomma sull’opportunità di imboccare una strada più moderata. «Adesso “melonizzazione” è una parolaccia», tagliano corto i fedelissimi di Siegmund. È un capitolo chiuso: la radicalizzazione paga.
E in effetti. Neanche la notizia che il braccio destro di Siegmund, Patrick Harr, e un altro suo fedelissimo, Laurens Nothdurft, erano dirigenti della Heimattreue Deutsche Jugend (Hdj), l’organizzazione erede della Gioventù hitleriana, fucina di neonazisti per decenni e vietata nel 2009, ha spaventato gli elettori.
Né il blitz della polizia tra alcuni candidati di primo piano, accusati di far parte della setta neorurale e ultranazionalista Artgemeinschaft – proibita anch’essa. Neanche le frequentazioni di Siegmund con gli Identitari o la vicinanza a note stirpi völkisch hanno mosso un voto. L’Afd continua a veleggiare al 40% da mesi, venti punti avanti alla Cdu guidata dal governatore uscente, Sven Schulze.
Intercettiamo il politico cristiano-democratico a Halle, antica perla del commercio del sale, fiera della sua anseaticità. È una serata di imprenditori locali organizzata sul fiume. A Repubblica, Schulze dice chiaramente che «non ci alleeremo con l’Afd», che il cordone sanitario «non cadrà». Ma il principale sfidante di Siegmund non nasconde il suo malumore verso Berlino: l’impopolarità del governo Merz, i suoi errori «assurdi» hanno dominato la campagna elettorale, «hanno pesato sugli umori degli elettori». E avverte: Siegmund ha idee «pericolose, rischiamo la catastrofe».
(da La Repubblica)
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Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile
“LE PRIMARIE? BASTA PARLARSI ALL’OMBELICO. IL PD SA COME SI ORGANIZZANO, UNA SOLUZIONE SI TROVA”…“C’È IL PROBLEMA DI COSA VUOL FARE CONTE, DOBBIAMO GESTIRLA. AL CENTROSINISTRA SERVE UNA CASA RIFORMISTA, SENZA NON SI VINCE”…”CALENDA? ALLA FINE, QUANDO CAPIRÀ CHE VINCIAMO, VERRÀ CON NOI…”
«Matteo! Matteo!». La sala Francesco Guccini della Festa dell’Unità di Bologna è gremita e
acclama Matteo Renzi come se non fosse passato un giorno dal settembre 2014, quando l’allora premier salì sul palco della kermesse dem al Parco Nord di fronte a oltre diecimila persone, insieme al primo ministro francese, Manuel Valls, e al segretario del Psoe spagnolo, Pedro Sánchez.
La Festa bolognese ha traslocato e si è ristretta, in platea ci saranno trecento persone, Renzi guida un partito alleato che veleggia attorno al 3% e l’Italia è in mano a Giorgia Meloni.
L’unica cosa che non è cambiata è il piglio dell’ex Rottamatore: «La partita è quella delle secondarie, non delle primarie. Se vincono loro— avverte Renzi — hanno altri cinque anni di Palazzo Chigi e sette anni di Quirinale. Io sette anni di Giorgia Meloni, dopo quattordici di Sergio Mattarella, anche no».
C’è buona parte dello stato maggiore di Italia viva, nazionale e locale, ad accogliere il ritorno di Renzi alla Festa di Bologna: da Luciano Nobili a Francesco Bonifazi, fino al presidente regionale, Stefano Mazzetti. Abbondano camicie bianche e maniche arrotolate, Renzi ha optato per una t-shirt (sempre bianca).
Renzi firma foto, scatta selfie, stringe mani. Parla di strategie politiche tra i volontari che spadellano: «C’è il problema di cosa vuol fare Conte, dobbiamo gestirla… ma dobbiamo vincere ed evitare Meloni al Quirinale».
Il centrosinistra intanto, chiarisce però il leader di Iv, non deve rimanere ingarbugliato nel dibattito sui gazebo. «Di primarie ne ho fatte tante, qualcuno l’ho vinta e qualcuna persa. Il Pd sa come si organizzano le primarie, una soluzione si trova. Smettiamo di parlarci all’ombelico. Il problema — sottolinea — è se siamo consapevoli che questa è una sfida enorme che non possiamo perdere».
Una prospettiva che anche Azione vorrà evitare. «Scommetto che alla fine, quando capirà che vinciamo, Carlo Calenda verrà con noi». Perché senza riformisti, sostiene Renzi, non si vince. Che archivia la nostalgia del Pd che fu. «Io ho vissuto con grande sofferenza l’abbandono al Pd. Altri, come Elly, sono tornati.
Ma penso sia difficile tornare a quel momento lì», confessa l’ex segretario dem, ormai non più teorico del partito pigliatutto: «Al centrosinistra serve una casa riformista, senza — dice al popolo dem — non si vince». E se qualcuno farà saltare il tavolo del Campo largo, avverte il leader di Iv, ne pagherà le conseguenze: «Chi sarà complice della vittoria di Meloni sarà inseguito con i forconi dal popolo del centrosinistra. Basta veti, mettiamo insieme i voti. Mandarli a casa è un dovere civile».
(da agenzie)
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Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile
È LA PREVEDIBILE RISPOSTA ALLA SCELTA DI ROMA DI PROROGARE DI ALTRI 15 GIORNI IL BLOCCO DI SCHENGEN PER CHI ARRIVA DALLA SPAGNA… FINO A DOMENICA 30 AGOSTO, LA SPAGNA HA CONTROLLATO 1.066 VOLI CON UN TOTALE DI 12.337 PASSEGGERI PROVENIENTI DAL NOSTRO PAESE
Madrid ha deciso “di prolungare per due settimane i controlli frontalieri dei passeggeri che via mare o via aerea accedono al territorio nazionale provenienti dall’Italia. E’ quanto segnalano fonti del ministero spagnolo dell’Interno all’ANSA.
La decisione, si spiega, dopo la comunicazione formale ricevuta dall’Italia della proroga per altri 15 giorni della sospensione di Schengen nei confronti della Spagna. I controlli instaurati lo scorso 8 agosto per un termine iniziale di un mese sono stati così prorogati per altri 15 giorni, per reciprocità – si sottolinea – con la decisione presa dal governo italiano.
Fino a domenica 30 agosto, la Spagna ha controllato 1.066 voli con un totale di 12.337 passeggeri di Paesi terzi provenienti dall’Italia, secondo quanto segnala il ministero dell’Interno. Un totale di 1.788 agenti hanno partecipato ai controlli.
La decisione di Madrid di ripristinare i controlli dallo scorso 8 agosto ha fatto seguito a quella adottata lo scorso 31 luglio dal Governo italiano di sospendere l’accordo Schengen di libera circolazione con la Spagna per motivi di “sicurezza nazionale” a fronte della crisi migratoria a Ceuta.
Prima della sospensione da parte di Madrid, il governo presieduto da Pedro Sanchez aveva chiesto a Roma di revocare le misure restrittive, senza successo.
(da agenzie)
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Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile
PRESENTANDO IL SUO LIBRO A PADENGHE SUL GARDA, IN PROVINCIA DI BRESCIA, HA INVOCATO “MENO ROMANIZZAZIONE, PIÙ TERRITORIO, COLLEGIALITÀ E UN RITORNO AL FEDERALISMO” … VEDIAMO SE QUESTA VOLTA ROMEO E QUEI CACADUBBI DI ZAIA, FEDRIGA E ATTILIO FONTANA AVRANNO IL CORAGGIO DI SFIDARE SALVINI
Massimiliano Romeo alza il livello dello scontro interno alla Lega e mette apertamente in
discussione la leadership di Matteo Salvini. Durante la presentazione del suo libro “Fare la Lega. Agenda per il rinnovamento” a Padenghe sul Garda, racconta il Giornale di Brescia, il capogruppo al Senato ha risposto così alla domanda se sia arrivato il momento di discutere la guida del partito: “Penso che i tempi siano maturi”.
Romeo insiste sulla necessità di cambiare rotta: meno “romanizzazione”, più territorio, più collegialità e un ritorno al federalismo. “La Lega così non va”, aveva già avvertito nelle scorse settimane.
Anche la leadership, finora considerata un tabù, può essere messa in discussione, come ha in qualche modo fatto capire nei giorni scorsi anche il governatore della Lombardia Attilio Fontana. Il tutto mentre cresce il malumore della componente nordista in vista di Pontida.
(da agenzie)
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Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile
I DUE SI SONO SONO VISTI RECENTEMENTE PER PARLARE DEL FUTURO DEL PARTITO, ORMAI TALLONATO NEI SONDAGGI DA FUTURO NAZIONALE DI VANNACCI … ZANGRILLO E’ TENTATO DALLA CORSA PER LA SEGRETERIA NAZIONALE E SPERA DI AVERE L’APPOGGIO DI OCCHIUTO – L’AFFONDO DEL GOVERNATORE: “UN PARTITO CHE DISCUTE I TEMI E’ VIVO. SE PARLA SOLO DI EQUILIBRI O CONGRESSI E’ MORTO”
“Noto una tentazione diffusa di rincorrere Vannacci. Ma lo reputo un errore strategico”. Lo afferma Roberto Occhiuto, presidente della Calabria e vicesegretario di Forza Italia, in un’intervista al “Corriere della Sera”.
Secondo Occhiuto, Vannacci “prova a costruire un partito simile all’Afd tedesco” e i voti che raccogliera’ “parlando alla pancia degli elettori sono inutili”. Il centrodestra, aggiunge, “non ha bisogno di Vannacci” e un’alleanza con Futuro Nazionale farebbe perdere consensi moderati e riformisti. “Il centrodestra non ha bisogno di Vannacci. Ha una risorsa fondamentale per vincere: Giorgia Meloni. In campagna elettorale e’ formidabile”, spiega.
Occhiuto guarda poi a Forza Italia e al suo futuro, riconoscendo a Tajani di aver guidato il partito “con saggezza” dopo la scomparsa di Berlusconi. Ma osserva: “Lecito pero’ e’ domandarsi: il partito ha ancora la carica liberale e innovatrice che aveva?”.
FI puo’ ritrovarla “se non si chiude”, sostiene Occhiuto, sottolineando che “un partito che discute i temi e’ vivo. Se parla solo di equilibri o congressi e’ morto”. Infine l’invito a “comunicare in modo piu’ moderno la nostra azione liberale” e a “recuperare lo spirito originario di Forza Italia”.
Paolo Zangrillo è andato per qualche giorno in vacanza in Calabria. Una meta che il ministro della Pubblica amministrazione ha scelto non solo per il mare bellissimo e la montagna a due passi dalla costa, ma perché c’era un amico ad aspettarlo, che di questa tormentata regione del Sud incoronata dal New York Times tra i luoghi da riscoprire dell’estate 2026, è il governatore.
Roberto Occhiuto e Zangrillo hanno avuto tanto di cui parlare: delle suppletive di Reggio Calabria, delle elezioni del 2027, della lite con Antonio Tajani, delle comuni preoccupazioni e strategie su Forza Italia, di Marina Berlusconi, delle liste dei candidati.
Zangrillo sembrava un mite ministro della Pubblica amministrazione coordinatore di Forza Italia in Piemonte, ai margini delle turbolenze del governo molto centralizzato di Giorgia Meloni, fino a quando in un giorno anonimo di questa estate torrida ha deciso di far conoscere le sue ambizioni.
Sceglie di sfidare il suo segretario, Tajani, e lo fa portandolo sul terreno a lui più familiare. Il leader azzurro e vicepremier promette, per il futuro, rivoluzioni fantastiche sul fronte della sburocratizzazione, e Zangrillo rilascia un’intervista al Foglio per rispondergli che avrebbe prima potuto ricordare quello che il ministro del suo partito – se medesimo – ha fatto in questi anni di governo. Tajani non la prende bene, e adesso minaccia di togliergli il coordinamento in Piemonte.
Anche perché, nei suoi ragionamenti, Zangrillo non si limita a parlare di appalti, codicilli, dipendenti pubblici ma va ben oltre e punta al centro del problema che agita Forza Italia: la leadership. E veniamo a oggi. Zangrillo non intende fare alcun passo indietro.
Anzi, dopo aver saputo che qualcuno avrebbe letto nelle sue dichiarazioni al Meeting di Rimini un tentativo di rimangiarsi le critiche a Tajani rilancia: «Nessuna retromarcia» conferma a La Stampa: «Ho l’abitudine di confrontarmi con i dirigenti del partito dicendo quello che penso. Aiutare il segretario significa anche dirgli con franchezza ciò che non funziona, io l’ho sempre fatto e continuerò a farlo».
Andando sul concreto, a domanda secca, se si candiderà alla segreteria nazionale, Zangrillo non smentisce. Lascia che questa possibilità, a cui cominciano a credere in tanti, inizi a prendere forma. Secondo fonti azzurre, un ostacolo ai suoi piani potrebbe arrivare proprio dal Piemonte, dove è coordinatore, vista l’assenza di sintonia con il presidente Alberto Cirio, vicesegretario di FI.
Molto dipenderà da cosa farà Occhiuto, e se scenderà in campo lui contro Tajani. Zangrillo ha costruito un’alleanza politica con il governatore calabrese, è stato tante volte in Calabria, nelle vesti di ministro, e adesso lo ha fatto anche per rifiatare un po’ e per affinare le prossime mosse. Occhiuto è stato tra i primi a lanciare la sfida a Tajani, ha carisma, e ha un buon seguito nel partito. Zangrillo ha dalla sua un rapporto di conoscenza e di frequentazione con Marina Berlusconi.
Si sentono spesso, lei lo stima e ne apprezza la personalità (il ministro è stato un manager per molti anni). Occhiuto e Zangrillo si muovono in quell’area di Forza Italia che è pronta a contendere il partito a Tajani. Il segretario avrebbe voluto un congresso nazionale a inizio 2027, per blindarsi, ma, di fatto, gli è stato impedito.
Nel frattempo, Marina gli ha fatto arrivare la rassicurazione che non c’è in corso alcun casting tra i dirigenti azzurri, per scegliere chi, tra alcuni profili, lo sostituirà. L’idea è di rimandare resa dei conti e rinnovamento del partito a dopo le elezioni. Non è escluso che a giorni la presidente di Fininvest, primogenita Berlusconi, che ha in mano la leva economica dei finanziamenti di Fi, e il vicepremier si vedranno. […]
La scelta di candidare Roscioli alle elezioni suppletive di Reggio Calabria, a fine settembre, per il posto alla Camera lasciato vacante da Francesco Cannizzaro – nel frattempo diventato sindaco – è funzionale anche al ruolo che avrà sulle liste Roscioli, con disappunto di Tajani.
Un seggio che sembrava a portata del centrodestra finché Roberto Vannacci non lo ha trasformato in un campo di contesa e in un laboratorio di quello che potrebbe accadere alle elezioni politiche.
(da agenzie)
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