Agosto 17th, 2026 Riccardo Fucile
SHLOSBERG DOVRÀ SCONTARE LA CONDANNA IN UNA COLONIA PENALE PER AVER CRITICATO LA GUERRA IN UCRAINA, CHE AL PROCESSO HA DESCRITTO COME UNA “CATASTROFE PER LA RUSSIA”… GI AMMIRATORI DI PUTIN IN ITALIA ZITTI COME TUTTI I VIGLIACCHI E I VENDUTI
Un giudice della regione di Pskov ha condannato il vicepresidente del partito liberale di opposizione russa Yabloko, Lev Shlosberg, a 11 anni e un mese di carcere per aver “screditato” e diffuso “notizie false” sull’esercito russo: lo riporta il Moscow Times.
Shloberg dovrà scontare la condanna in una colonia penale, secondo quanto riportato dall’agenzia Mediazona, per aver criticato la guerra in Ucraina, che al processo ha descritto come una catastrofe per la Russia.
La sentenza fa seguito alla decisione del 10 agosto della Corte Suprema russa di vietare a Yabloko di partecipare alle elezioni parlamentari del mese prossimo.
Ecco come viene amministrata la giustizia nel Paese “mito” di certi politici nostrani, pronti a vendersi (o già venduti) a interessi stranieri.
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DEL “FATTO QUOTIDIANO” FA IL PELO E IL CONTROPELO ALL’EDITORIALISTA DEL “CORRIERE DELLA SERA”, RICORDANDO IL PASSATO POLITICO E I RAPPORTI CON DELL’UTRI, E L’EX SENATORE RISPONDE CON UN POST IN “TRAVAGLIESE”: “IL PREGIUDICATO TRAVAGLIO (COSÌ DEFINISCE COLORO CHE SONO STATI CONDANNATI, E LUI LO È STATO NUMEROSE VOLTE, IN SEDE CIVILE E PENALE, PER DIFFAMAZIONE) MANDEREBBE IN GALERA CHIUNQUE TRANNE PUTIN”
L’articolo di Marco Travaglio
Non c’è solo la stampa di destra a non vedere l’ora di liberarsi di Report. C’è anche quella che se la tira da “indipendente”.
Sul Corriere, Polito el Drito scrive che “dovremmo essere grati a Lavitola”, senza il quale “potevamo anche ritrovarci Ranucci premier”: “un nuovo leader populista” e “giustizialista”.
Insomma, “forse ci è andata bene”: benedetta quella bomba sotto casa del putribondo figuro, che – per dirne la pericolosità sociale – “non ignorava il sondaggio da lui a tal fine preparato”. “Lui” è Lavitola e il “tal fine” era spingere Ranucci a fare politica.
In realtà il sondaggio fu un lavoro a più mani, incluse quelle di Mieli e Cappellini, ma questo Polito non lo dice: il primo scrive sul Corriere e il secondo era il suo vicedirettore al Riformista e ora dirige Repubblica.
Quindi “farsi ‘manipolare’ da Lavitola, un imbroglione patentato con una lunga storia di condanne, non depone bene” per il solo Ranucci, mentre per gli altri depone benissimo.
E poi questi giornalisti che pensano di darsi alla politica dovrebbero vergognarsi. Ma solo quelli che poi non lo fanno, come Ranucci. Invece quelli che lo fanno sono ottimi, come Polito.
Già iscritto al Partito Comunista Marxista Leninista e al Pci, già all’Unità e a Repubblica, nel 2002 fondò e diresse fino al 2006 il Riformista coi soldi di Velardi, di Angelucci e soprattutto dei contribuenti.
Poi si fece eleggere (anzi nominare col Porcellum) senatore della Margherita. E lì passò alla Storia con una proposta di legge per imbavagliare la stampa sulle intercettazioni e limitarne l’uso ai magistrati, impreziosita dalla firma di un coautore al di sopra di ogni sospetto: Marcello Dell’Utri, allora imputato e poi condannato per mafia.Anche dopo la condanna, i due sono rimasti in love: basta leggere le cosiddette interviste di Polito a Dell’Utri, prima sul Sette e poi nel libro pubblicato da Silvio Berlusconi Editore (e da chi, se no?).
Ma pubblicare libri per la casa editrice del pregiudicato B., proporre riforme della giustizia a quattro mani con un complice di Cosa Nostra e poi rifargli la verginità lasciandogli raccontare panzane su Mangano e B. non è nulla di riprovevole. L’importante è non essere “populisti” o “giustizialisti” e non aver mai praticato il “giornalismo investigativo”: cioè non aver mai trovato una notizia. Del resto, nessuno potrà mai insinuare che B. e Dell’Utri abbiano “manipolato” Polito el Drito: era già perfetto così, al naturale.
LA RISPOSTA DI ANTONIO POLITO
Nella pausa di Ferragosto mi sono divertito a scrivere un articolo su Travaglio come lo scriverebbe Travaglio. Un character assassination, insomma, nel suo stile che non è inimitabile.
Dunque Travaglio il Raglio ha fatto sentire la sua voce in difesa di Sigfrido Ranucci. È comprensibile.
Per uno che ha creduto a una sconosciuta massaggiatrice uruguaiana (sconosciuta in senso letterale: pare che non l’abbiano mai incontrata) deve sembrare un peccato veniale aver creduto a Valter Lavitola, un tipo certamente più informato.
Pur atteggiandosi ad “apostolo della verità”, Travaglio è infatti un grande esperto di bufale. Quei pochi che non ci cascarono, ricordano ancora la sua analisi di politica internazionale da Guinness dei primati.
Il 23 febbraio del 2022 irrideva su “Il Fatto”, nome omen, “l’ennesima fake news americana dell’invasione russa dell’Ucraina (ancora rinviata causa bel tempo)”. Mal gliene incolse.
All’alba del giorno dopo una poderosa armata di Putin invase l’Ucraina per prendere Kiev. Travaglio trovò subito il modo di riparare alla figuraccia: avendo ‘bucato’ l’inizio della guerra dei russi, la dichiarò immediatamente finita perché vinta dai russi. I quali però, dopo quattro anni e mezzo, e nonostante le profezie del loro “best friend” italiano, stanno ancora lì a morire e combattere.
Travaglio ha un problema con le fonti, soprattutto quanto tenta la fortuna all’estero. Dopo l’Ucraina, ci ha provato con l’Uruguay. Su input di una manina sconosciuta (fossi in lui, mi farei qualche domanda) ha tentato addirittura di mettere sotto impeachment il Presidente Sergio Mattarella (estremamente inviso a Mosca, guarda un po’), accusandolo di aver concesso la grazia a Nicole Minetti senza sapere che aveva strappato un bambino alla madre ed esercitava in Sud America il mestiere di maîtresse.
Il tutto con l’inoppugnabile testimonianza di una donna senza volto e di un tassista senza nome. Con il suo verdetto finale, la Procura Generale di Milano ha sepolto nel ridicolo la cosiddetta “inchiesta”.
Ma Travaglio sa fare anche di meglio. Nel pieno della campagna referendaria sulla giustizia, per esempio, riuscì addirittura a far parlare i morti, due eroi italiani che meriterebbero più rispetto. Inventò infatti letteralmente dal nulla, sempre però con l’aria fattuale del Fatto, due vecchie interviste di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino contrarie alla separazione delle carriere.
A Borsellino ne fu addebitata una all’interno del programma Samarcanda del 23 maggio 1991, in cui avrebbe affermato categorico: “Separare le carriere significa spezzare l’unità della magistratura. Il magistrato requirente deve poter svolgere la sua funzione senza dover rendere conto al potere politico”.
Fu però rapidamente accertato che a) il magistrato non aveva mai pronunciato queste parole; e b) che non era mai stato presente nella puntata di quel giorno né in altre. Ma le bugie di Travaglio hanno le gambe lunghe. E infatti il non-fatto rivelato dal Fatto (la menzogna, insomma), venne riproposta in varie salse da giornalisti e politici. A Otto e mezzo, il 3 novembre scorso, l’aveva ripetuta in diretta tv lo stesso Travaglio il Raglio, aggiungendo il commento perentorio: “Borsellino era radicalmente contrario alla separazione delle carriere”.
Ma prima che con Borsellino, Travaglio ci aveva provato con Falcone. Il suo giornale ha scritto che il magistrato ucciso dalla mafia a Capaci aveva rilasciato un’intervista a Repubblica, il 25 gennaio ’92, in cui dichiarava: “Temo che si voglia, attraverso questa separazione, subordinare la magistratura inquirente all’esecutivo. Questo è inaccettabile”.
Una bufala anche questa: l’intervista non esiste. È una fake news che è stata ripetuta in tv da Gratteri, che si era fidato di Travaglio e l’ha presa per oro colato. Esiste invece, quella sì, un’intervista su Repubblica del 3 ottobre ’91 nella quale Falcone diceva: “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero … che nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice…
Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’Esecutivo”.
D’altra parte il “giornalismo d’inchiesta”, di cui Travaglio è maestro, ha il vizietto dell’uso politico dei defunti: commentando la sua triste storia con Lavitola, Sigfrido Ranucci ha stabilito di recente un parallelo alquanto blasfemo con il sacrificio di Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino. Che Dio lo perdoni.
Avere un’influenza in politica è un’altra ossessione che accomuna il Raglio a Ranucci. Ma mentre il secondo ha trovato sulla sua strada (per nostra fortuna) un Lavitola a fargli da press agent, Travaglio ha preferito fare lui da press agent per numerose e improbabili avventure politiche.
Nel 2013, per esempio sostenne con vigore la candidatura del suo amico ex pm Antonio Ingroia (facevano persino le vacanze insieme) e del suo partito, modestamente chiamato Rivoluzione Civile: prese il 2,25% alla Camera e l’1,79% al Senato. Nessun seggio. Non pago, nel 2022 simpatizzò per l’Unione Popolare di Luigi De Magistris (un altro ex pm, Travaglio non frequenta altro che inquirenti, già un gip gli sta sulle palle): prese l’1,43% alla Camera e l’1,36% al Senato. Nessun seggio.
Fu però miracolato da Grillo, l’unico vincente che abbia mai incrociato, e che lo prese in simpatia; lui lo ripagò con la ormai celebre intervista genuflessa del 13 luglio 2012, fatta di domande senza interrogativo. Esempi: “Il rischio è che tra qualche mese scavalchiate il Pd”; “Poi vi tocca governare”; “Berlusconi ti sta studiando”.
A essere onesti c’erano anche domande con il punto interrogativo. Esempi: “Come immagini il prossimo Parlamento?”, “Vedi mai i dibattiti politici in tv?, “Non temi qualche polpetta avvelenata?”.
Quando però capì che Grillo non lo rispettava neppure come zerbino, lo tradì per Conte un attimo prima che questi fosse cacciato da Palazzo Chigi. Pochi giorni prima che Mattarella conferisse il mandato a Draghi, lui annunciò sul suo giornale con la solita aria saputa che Draghi non avrebbe mai accettato. Il suo governo rimase in carica 616 giorni. Insomma, in politica non ne ha mai azzeccata una.
Il pregiudicato Travaglio (così definisce coloro che sono stati condannati, e lui lo é stato numerose volte, in sede civile e penale, per diffamazione) manderebbe in galera chiunque tranne Putin, che è accusato solo di crimini contro l’umanità. Il suo metodo di sputtanamento è sempre lo stesso: usare contro il nemico di turno una mezza verità, ma non dicendo tutta la verità e nient’altro che la verità.
È riuscito così a farsi condannare a ricchi risarcimenti, da Previti al padre di Renzi, perdendo cause per allusioni e insinuazioni non provate. Ora è stato citato in un tribunale americano (lì niente Anm, ahi lui) per 250 milioni di dollari da Giuseppe Cipriani, il marito di Nicole Minetti, che si ritiene diffamato per le accuse rivoltegli a nome e per conto della massaggiatrice uruguaiana.
Stavolta Travaglio ha molto ragliato (ha persino minacciato di querelare la procuratrice generale di Milano che ha smontato il castello di accuse, querela che non risulta però mai partita). E ha protestato perché la grande stampa non lo difende abbastanza da questa causa, che può costargli la chiusura del giornale.
Sta chiedendo solidarietà a colleghi che il suo giornale ha definito “feccia”: “Una informazione prona al potere, perché tenuta per le palle grazie a quelle elemosine (i contributi pubblici all’editoria, ndr). Non spenderò neppure una virgola per la feccia dattilografa”, firmato Antonio Padellaro.
Noi però la solidarietà gliela diamo lo stesso. Il Fatto non deve chiudere. Come potremmo vivere senza la dose di divertimento quotidiano regalatoci dai suoi editoriali? D’altra parte cominciò la sua carriera con il Premio Satira Politica di Forte dei Marmi. Il suo talento comico è indubbio. Peccato che l’abbia sprecato pretendendo di occuparsi di cose serie.
Naturalmente ho scherzato. Non scenderei mai così in basso. Non pubblicherei mai un articolo scritto in travagliese sul giornale su cui pubblico i miei, il Corriere della Sera. Anche perché non è abitudine dei “giornaloni” (così ci chiama lui) replicare ai giornaletti.
(da Dagoreport)
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Agosto 17th, 2026 Riccardo Fucile
NELLA CHAT “VANNACCI ULTIMA SPERANZA”, COMPOSTA DA DIRIGENTI LOCALI DI FUTURO NAZIONALE, RESPONSABILI DEI COMITATI E SIMPATIZZANTI DEL GENERALE, È PIENO DI INSULTI ANTISEMITI, CITAZIONI DI HITLER E INVITI ALLA RIVOLUZIONE ARMATA: DI FRONTE A UNA ASSOCIAZIONE SOVVERSIVA A QUANDO UN RASTRELLAMENTO? O IN ITALIA I SOVRANISTI NON VENGONO PERSEGUITI?
La Costituzione? «È da buttare nel cesso». Quindi «è ora che ci svegliamo, se il generale non riesce a fare niente la soluzione è una sola. Altro metodo non c’è». Cioè un golpe, come quello di Junio Valerio Borghese.
Gli ebrei? Comandano il mondo. Tra citazioni di Adolf Hitler e inni al Duce, c’è anche l’invocazione esplicita: «Arabi di merda! Dovrebbero essere sterminati!».
Benvenuti tra la “feccia” (cit.) di “Vannacci ultima speranza”, una chat interna all’universo di Futuro Nazionale, il movimento fondato da Roberto Vannacci, e della quale fanno parte quasi 300 persone.
Molte di loro guidano comitati locali di Fn, soprattutto in Lombardia, che sorgono qua e là in maniera spontanea, anche perché i meccanismi di iscrizione al partito sono così semplici da non esserci di fatto alcun controllo all’ingresso.
L’amministratore della chat è il referente del comitato milanese 421 Renato Maturo, storico collaboratore di Ignazio La Russa, poi dentro ci sono protagonisti sul territorio come il cosiddetto “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, ex FdI, o il creatore del centro studi del partito, Rinascimento nazionale, cioè Luca Sforzini (tra parentesi: c’è chi lo dà pronto a traslocare in Forza Italia, stufo degli estremismi).
Svariati partecipanti infatti rivendicano il passato in divisa e le proprie missioni all’estero con l’esercito. Messaggi che mostrano quale tipo di sottobosco politico (e professionale) si muova negli spazi digitali che si richiamano ai “futuristi”.
Uno dei passaggi più espliciti parte da un invito: «Bisogna sempre essere anticostituzionali»; «noi siamo agli ordini del generale! Stand-by quindi…».
La prospettiva di un’azione di forza viene posta come alternativa al pantano: «Anche il 51 per cento non basterà». La conclusione è netta: «Finché qualcuno non si decide ad un’azione di forza, rimarremo nell’immobilismo totale».
Non mancano quindi i riferimenti precisi. «Ci vorrebbe un altro Valerio Borghese…», scrive un partecipante, evocando il comandante della Decima Mas durante la Repubblica di Salò, impegnata nella violenta repressione antipartigiana al fianco dei nazisti e protagonista del tentato golpe del dicembre 1970.
Poi c’è il nazismo, senza neppure il velo dell’allusione. «Più che l’Europa unita, il Führer ambiva a creare gli Stati Uniti del mondo! Avrebbe abbattuto le barriere e a quest’ora parleremmo tutti tedesco. Adesso invece esiste solo un’Europa monetaria, delle banche».
E ancora, un’immagine della bandiera italiana accanto a quella europea viene accompagnata da questa riflessione: «Quando guardo la bandiera italiana affiancata al lurido straccio blu massonico con 12 schizzi di m… gialla di cane diarroico mi girano veramente i c…» […]
Gli ebrei sono “bestie adoratori di Satana”, “pedofili, cabalisti, cannibali”, gli arabi come detto meritano lo sterminio. Parole dalle quali nessuno prende le distanze, e che pongono una domanda ai vertici di Fn: non essendo ironia o satira, cosa intendono fare di fronte a chi, professandosi pronto a eseguire gli «ordini del generale», perora l’abbattimento dell’ordine costituzionale?
(da Repubblica)
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Agosto 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DI PALANTIR SI È “INTERESSATO” DA TEMPO AL PAESE DELL’AMERICA LATINA E SI ERA TRASFERITO CON LA FAMIGLIA AD APRILE A BUENOS AIRES PER ALCUNI MESI, INCONTRANDO PIU’ VOLTE IL PRESIDENTE TURBOLIBERISTA, JAVIER MILEI
Il tecno-magnate Usa, Peter Thiel, ha investito circa 76 milioni di dollari per l’acquisizione
dell’1% delle azioni della compagnia petrolifera argentina Vista Energy, uno dei principali operatori nel giacimento non convenzionale di Vaca Muerta, in Patagonia.
È quanto emerso dai documenti consegnati venerdì alla Security and Exchange Commission degli Stati Uniti dal fondo Thiel Macro Llc, nei quali si precisa che l’investimento ha consentito a Thiel di acquisire 1,2 milioni di azioni di Vista.
Il fondatore di Palantir si è interessato da tempo all’Argentina e si era installato con la famiglia ad aprile a Buenos Aires per alcuni mesi, tenendo incontri con lo stesso presidente Javier Milei, con autorità del governo e rappresentanti del mondo imprenditoriale. Prima del suo arrivo in Argentina Thiel aveva acquisito anche una importante mangione nel quartiere di Palermo Chico […]
Il giacimento di Vaca Muerta (in spagnolo “Mucca Morta”) è una delle più grandi formazioni geologiche al mondo per l’estrazione di idrocarburi non convenzionali (shale gas e shale oil).
Contiene considerevoli riserve di shale gas (gas di scisto/marna) e shale oil (petrolio di scisto) intrappolati all’interno della roccia madre a elevate profondità (tra i 2.500 e i 3.000 metri).
(da Il Sole24 ore)
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Agosto 17th, 2026 Riccardo Fucile
METTERSI A SPARARE TRE COLPI IN UN PRONTO SOCCORSO TRA PAZIENTI, MEDICI E INFERMIERI SAREBBE UNA SOLUZIONE? BLOCCARE UN GIOVANE AMMANETTATO E SENZA VIE DI FUGA E’ COSI’ DIFFICILE?
Momenti di paura nel pomeriggio di domenica al pronto soccorso dell’ospedale di Prato
dove un agente di polizia penitenziaria ha sparato e ferito un giovane di 22 anni che era stato arrestato poco prima e che tentava una fuga dal nosocomio.
Per i fatti il poliziotto è ora indagato per tentato omicidio. L’episodio intorno alle ore 17:00 del 16 agosto all’ospedale Santo Stefano dove il 22enne era stato condotto dagli agenti perché si era fatto male cadendo durante l’arresto avvenuto poco prima davanti al carcere cittadino.
Il giovane era in attesa della visita e delle medicazioni quando ha tentato una improbabile fuga.
Secondo quanto ricostruito finora, improvvisamente si sarebbe alzato dalla barella e avrebbe raggiunto un estintore, azionandolo e creando il caos all’interno del pronto soccorso, in quel momento pieno di pazienti e personale sanitario. Subito dopo avrebbe cercato di scappare verso l’uscita iniziando a correre i e innescando la reazione degli agenti di custodia.
I poliziotti della penitenziaria gli avrebbero intimato l’alt sparando due colpi di pistola in aria ma senza ottenere risultati. Poi un terzo colpo che ha raggiunto il 22enne a una gamba ferendolo. L’uomo è stato quindi soccorso dagli stessi medici del pronto soccorso e ricoverato ma non è grave. Fortunatamente nessun’altra persona risulta coinvolta nell’accaduto.
Il parapiglia e gli spari, avvenuti nell’area compresa tra la camera calda e la sala di decontaminazione del Pronto Soccorso, hanno costretto però tutti i presenti a una precipitosa fuga e alla chiusura temporanea della struttura. I pazienti e le ambulanze sono stati dirottati su altri ospedali mentre sul posto intervenivano altri agenti. Il Pronto soccorso infatti è andato fuori uso a causa dell’estintore e dovrà essere sanificato prima di poter tornare operativo.
Secondo la Procura di Prato, che ha avviato una indagine sull’accaduto, il 22enne protagonista della vicenda era un ex detenuto da poco scarcerato che gli agenti avevano sorpreso all’esterno del penitenziario mentre stava lanciando un plico contenente sostanza stupefacente all’interno del carcere di Prato. Durante il fermo era caduto riportando lesioni e per questo era stato accompagnato in pronto soccorso dove si è consumata poi la tentata fuga. “La situazione di illegalità attorno al carcere si perpetua” ha commentato il procuratore Luca Tescaroli.
Nelle prossime ore sarà sentito il poliziotto penitenziario alla presenza dei suoi difensori di fiducia, Avvocati Vittorio Luigi Fucci e Giuseppe Vittorio Fucci, visto che è indagato per tentato omicidio. Secondo la procura, infatti, i colpi sarebbero stati sparati un ambiente chiuso dal quale il fermato non poteva uscire. “I filmati acquisiti mostrano la dinamica dei fatti. Due agenti di polizia penitenziaria, mentre il ragazzo cercava di scappare ammanettato all’interno di un ambiente chiuso dal quale non poteva uscire, hanno cercato di raggiungerlo. Uno dei due agenti ha esploso contro il ragazzo tre colpi di pistola, uno dei quali l’ha colpito” ha ricostruito il procuratore Luca Tescaroli.
L’Asl toscana Toscana centro invece “esprime la propria vicinanza al personale medico e sanitario del Pronto Soccorso dell’ospedale Santo Stefano di Prato e profondo rammarico per gli utenti, in relazione a quanto accaduto” mentre “La Direzione aziendale e la Direzione di Presidio esprimono il proprio ringraziamento al personale sanitario per la professionalità e la tempestività con cui ha gestito una situazione di particolare complessità ed eccezionalità”.
(da Fanpage)
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Agosto 17th, 2026 Riccardo Fucile
“SE SCHIERA L’ESERCITO, L’ICE, LA GUARDIA NAZIONALE, L’INTELLIGENCE E I SOCIAL MEDIA, COME COMBATTERLI TUTTI INSIEME? HANNO LE ARMI E LE INFORMAZIONI. LA SITUAZIONE NON È MAI STATA TANTO SERIA”
Larry Sabato è il politologo a capo del Center for Politics dell’Università della Virginia,
autore di numerosi saggi e di un’influente newsletter intitolata “Sabato’s Crystal Ball”.
I progressisti aiuteranno i dem a vincere?
«Trump è il presidente più detestato dall’elettorato dem della storia. Alle urne si compatteranno e voteranno chiunque, pur di sconfiggerlo. Sbaglia chi crede che litigheranno fino alla fine. Lo stiamo già vedendo con Abdul El-Sayed in Michigan. Né è un caso che tanti progressisti emergano proprio ora: la reazione a Trump spinge la gente verso posizioni più estreme. È avido e corrotto come tutta la sua famiglia: e questo fa arrabbiare gli elettori. Li radicalizza. Certo, qualche socialista eccede. Ma, come abbiamo visto, alle urne non passa».
Si riferisce a Francesca Hong, sconfitta in Wisconsin?
«Non so proprio come abbia fatto a sfiorare la nomination con quelle posizioni strampalate contro polizia, Corte Suprema, Senato, San Valentino, Halloween e Thanksgiving. Una delle peggiori candidate mai viste. El-Sayed è un’altra cosa. Lo dipingono come un musulmano radicale come fecero con Mamdani a New York. Invece come il sindaco della Grande Mela è un politico di talento, con enormi potenzialità future».
I democratici possono vincere le elezioni di Midterm di novembre?
«Hanno ottime possibilità, anche se al momento non sono in grado di valutare se prenderanno la Camera, il Senato o entrambe: è troppo presto. Ma insisto, gli elettori dem voteranno compatti. Non ci saranno defezioni, come hanno fatto pure i repubblicani rivotando per Trump, magari tappandosi il naso».
Il presidente accetterà il risultato?
«No, ha già dimostrato di essere disposto a tentare un colpo di Stato pur di rimanere al potere: il 6 gennaio 2021 fallì solo perché non ci aveva pensato prima. Oggi è preparato: controlla l’Fbi, l’esercito, la marina, l’aeronautica, l’Ice e ha il sostegno della Corte Suprema e del Congresso. Se perderà anche solo una delle due Camere sarà furioso e si scatenerà».
Come?
«Non sappiamo il giorno, l’ora, la causa: ma qualcosa farà e solo gli stolti non se ne preoccupano. Se i sondaggi fossero troppo negativi, potrebbe mandare l’Ice o la Guardia nazionale nei distretti elettorali degli Stati in bilico con la scusa di mantenere l’ordine. In realtà, per fare esattamente il contrario: per provocare, cercando di scatenare reazioni che giustifichino una stretta autoritaria e decisioni estreme sul voto. Non a caso ha assunto criminali e spiantati per quella sua polizia antimigranti. Vuole persone senza scrupoli, che obbediscano incondizionatamente. Si può sperare nella Corte Suprema ma non è affatto detto che ci si possa fidare dei giudici nominati da Trump. E si può sperare nell’onestà di figure chiave repubblicane, come accadde nel 2020: ma il presidente ha messo i suoi uomini ovunque, eliminando i funzionari più onesti. Sono molto preoccupato, la realtà è che non ci si può fidare di nessuno».
Uno scenario apocalittico. La democrazia americana è a rischio?
«Tutti quelli con cui parlo sono preoccupati. Senatori, deputati, alcuni governatori, professori universitari. Anche perché, purtroppo, l’americano medio non è affatto istruito in materia di educazione civica, quindi non capisce le forzature ai limiti della legalità. Prendere la questione sul serio è imperativo: o si sarà corresponsabili».
Cosa si può fare? Qualcuno è pronto a reagire allo scenario che sta dipingendo?
«So che si sta lavorando su molte ipotesi. Tutti temono che Trump faccia qualcosa. Anche i legislatori più moderati, quelli che sono sempre stati cauti. Intanto cercano di tenere le orecchie aperte, magari usando le loro fonti nei servizi. Provano a capire che ha intenzione di fare. Le reazioni saranno drastiche. Non voglio dire che si arriverà a scontri armati in strada, ma quantomeno a uno sciopero generale prolungato. Lo sento ripetere ovunque. I dem chiederanno di fermare il Paese. E ci riusciranno, un terzo dell’America li ascolterà e se si terrà il punto abbastanza a lungo forse qualcosa si otterrà».
E lo sciopero generale basterà?
«Chi lo sa? Sono tempi oscuri. Solo la guerra civile è un esempio peggiore. Gli anni ‘50 e ‘60 furono certo duri, ma meno subdoli di questi. C’era ancora una decenza. Trump è molto impopolare, e questo aiuterà chi lo combatte. Ma se schiera l’esercito, l’Ice, la Guardia nazionale, l’intelligence e i social media, come combatterli tutti insieme? Hanno le armi e le informazioni. I governatori prenderanno provvedimenti esecutivi e gli Stati si ritroveranno gli uni contro gli altri. La Corte Suprema, allora, cosa farà? Non riesco a credere che mi sto davvero ponendo questa domanda, ma la situazione non è mai stata tanto seria. Mi dispiace deprimere i suoi lettori, ma le cose stanno così».
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2026 Riccardo Fucile
DICHIARAZIONI CHE SI SOMMANO AL PANICO PER GLI ATTACCHI CON DRONI DI KIEV, CHE PENETRANO SEMPRE PIÙ NEL TERRITORIO RUSSO … LA REAZIONE DI PUTIN? HA LICENZIATO KLEPACH, A DIMOSTRAZIONE DELLA BOLLA DI “FALCHI” CHE TIENE LE REDINI DEL REGIME
Lo scontro con Kiev è entrato in una nuova fase che sta mettendo in crisi la Russia, attaccata quasi ogni notte da centinaia di droni e missili ucraini. Ieri è toccato di nuovo al gigante del commercio online Wildberries, il cui terminal logistico di Koledino, vicino a Mosca, ha bruciato per ore.
Sono stati colpiti anche un magazzino vicino all’aeroporto Domodedovo e una fabbrica di carburante missilistico nella regione di Rostov-sul-Don, riferisce il comando ucraino. La Russia ha risposto bombardando il mercato dei libri usati a Kiev, la raffineria di Kremenchuk e l’impianto siderurgico di Kryvy Rih, oltre ai consueti attacchi alle navi cariche di grano nella zona di Odessa.
Una guerra finalizzata a distruggere le rispettive economie, nella quale, secondo il capo economista della Vnesheconombank russa Andrey Klepach, «la Russia non potrà vincere. Ci illudiamo che l’Ucraina finirà per crollare, ma non collasserà… mentre noi siamo sempre più indietro nella concorrenza tecnologica ed economica, non solo rispetto a Cina e Usa, ma anche all’Ucraina».
Un verdetto durissimo, soprattutto se emesso dall’economista di una delle maggiori banche statali russe, ma Klepach lo ha confermato con una serie di numeri e la promessa di una recessione e di «una crisi sociale quando nessuno se l’aspetterà».
Un nuovo segnale di panico nell’establishment russo, dopo gli inviti alla pace di German Gref, presidente della prima banca russa Sberbank, e la lettera dell’oligarca Andrey Melnichenko all’Economist.
La reazione del Cremlino non si è fatta attendere: ieri la testata The Bell ha scritto che Klepach è stato licenziato, in una conferma sia dello scontro tra “falchi” e “moderati” a Mosca, sia della predominanza dei primi sui secondi.
Che viene confermata anche dal processo a Lev Shlosberg, attivista del partito Yabloko (appena eliminato dalla gara elettorale): nonostante avesse negato all’Ucraina lo status di “vittima” dell’aggressione russa, la sua richiesta di avviare trattative di pace sta per costargli 12 anni di carcere.
Mentre il Cremlino sta eliminando dallo spazio pubblico chiunque si opponga, per qualsiasi motivo, alla guerra, i suoi sostenitori vengono presi di mira da “partigiani” filoucraini: ieri a Sebastopoli è stata arrestata la escort 32enne Margarita Reut, che ha ucciso con una bomba l’ufficiale della marina Robert Shageev. Rischia fino a 30 anni di carcere, ma ha dichiarato di «non pentirsi di quello che ha fatto».
(da “la Stampa”)
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Agosto 17th, 2026 Riccardo Fucile
L’AD GIAMPAOLO ROSSI STA CERCANDO DI CAPIRE COME ALLONTANARLO CON UNA FORMULA “MORBIDA”, CHE NON DIA IL SEGNALE DI UNA VENDETTA … AVANZA L’OPZIONE DI UN INTERNO RAI. MA IN MOLTI (COME LA RUSSA) SOSTENGONO LA NECESSITÀ DI MILITARIZZARE ANCHE “REPORT” IN VISTA DELLE ELEZIONI, COME GIÀ FATTO CON I PALINSESTI RADIO, INZEPPATI DI AMICI E AMANTI
L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi vuole sostituire Sigfrido Ranucci alla
guida di Report e lo annuncerà – secondo quanto trapela da ambienti di governo – entro la fine della settimana. In questa fase, dunque, ci si sta occupando soprattutto di due passaggi: la formula con cui allontanare Ranucci e la scelta del suo successore.
Le leve su cui poggia la decisione di Rossi sono fornite dall’inchiesta giudiziaria su Valter Lavitola e dal parere del comitato etico Rai su Ranucci, consegnato a Rossi prima di Ferragosto. Ci sono però alcune accortezze da prendere.
Ai piani alti di viale Mazzini sono terrorizzati all’idea che tutta questa vicenda dia benzina alla protesta del centrosinistra contro “TeleMeloni”, trasformi la Rai in un terreno di feroce scontro politico e Ranucci in un martire. Una prospettiva del genere, con le elezioni alle porte, vuole essere scongiurata.
Ci si muove con prudenza, quindi. La sostituzione di Ranucci renderà felice il centrodestra (che non fa nulla per nasconderlo), ma le modalità con cui arrivare all’obiettivo vogliono essere morbide. Una cacciata avrebbe il sapore troppo marcato della vendetta. Meglio una sospensione, dunque. Avrebbe il pregio – dal punto di vista dei vertici Rai – di poter essere presentata come l’unica via attraverso la quale il conduttore può serenamente ristabilire chiarezza e trasparenza intorno al suo rapporto con Valter Lavitola.
Nessuna presa di distanza, nessun editto. Al momento, è l’opzione che più convince i vertici della tv pubblica.
Seguendo gli stessi ragionamenti, ci si muove nella scelta del futuro conduttore di Report. Sono in calo le quotazioni di personalità troppo smaccatamente gradite al centrodestra, come Massimo Giletti o Antonino Monteleone (che non è aiutato nemmeno dagli ascolti ottenuti dal suo programma nella stagione appena passata).
Si stanno di conseguenza prendendo in considerazione due strade. La prima è quella di pescare un nome dalla squadra di Report, per dare continuità alla linea di successione. Ci sono però alcune remore sul fatto che la vicenda giudiziaria di Lavitola possa arrivare a sfiorare inchieste e servizi confezionati da altri membri del programma
Più sicuro, dunque, un interno Rai. «Tra i duemila giornalisti che lavorano nell’azienda ci sono professionalità perfettamente adatte allo scopo», ripetono da giorni al piano nobile di viale Mazzini. Scelta che aiuterebbe a smorzare anche possibili proteste interne.
Non tutti, però, dentro la maggioranza di governo apprezzano questa prudenza. In molti vorrebbero dare una sterzata a destra al programma, specie ora che si entra nell’anno delle elezioni.
A dare una buona misura del clima c’è il presidente del Senato Ignazio La Russa, suo malgrado protagonista (lui o i suoi familiari) di numerosi servizi del programma: «Report non va eliminato, ma va cambiato, perché non è possibile che le sue inchieste riguardino il Pd solo nell’1,5% dei casi». E poi aggiunge, sul nome del successore: «Non vorrei ce ne mandassero uno peggiore di Ranucci. Difficile, ma potrebbero trovarlo». Uscita che fa scattare la reazione indignata dei Cinque stelle: «La Russa – chiedono – vuole fare anche la scaletta del programma, decidere quando va in onda e magari condurlo?
Dimentica però che è FdI a fornire vagonate di materiale per le inchieste».
(da “La Stampa”)
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Agosto 17th, 2026 Riccardo Fucile
GLI STATI UNITI NON HANNO LA CAPACITÀ MILITARE PER INVADERE L’IRAN NÉ PER SOSTENERE UN NUOVO ATTACCO ALMENO PER I PROSSIMI SEI MESI. ABBIAMO FINITO LE ARMI DI PRECISIONE E I PATRIOT… PER GLI AMERICANI NON CI SONO BASI LOGISTICHE SICURE IN MEDIO ORIENTE. KUWAIT, BAHRAIN, EMIRATI, ARABIA SAUDITA: SONO STATE TUTTE MARTELLATE E NON SI PUÒ FARE UNA GUERRA DA REMOTO. CINA E RUSSIA AIUTANO GLI IRANIANI AD ARMARSI PER TENERE WASHINGTON OSTAGGIO DELLA GUERRA”
La portaerei Uss Lincoln a rischio ammutinamento e il presidente Donald Trump in fuga in un carrello. Due fatti che per Robert Baer raccontano bene l’America ai tempi della guerra con l’Iran. «Teheran – dice l’ex capo della Cia in Medio Oriente ha vinto questo conflitto».
«Nulla di nuovo sullo Stretto, anzi sugli Stretti. Gli iraniani continuano a fare di tutto per paralizzare il traffico marittimo a Hormuz. E anche nel Mar Rosso, grazie agli Houthi. […] Oggi i Pasdaran sono molto più equipaggiati per combattere questa guerra di quanto non lo fossero all’inizio».
Cosa intende?
«Gli iraniani hanno fatto capire ai Paesi del Golfo che se gli Stati Uniti o Israele dovessero lanciare un nuovo attacco, Teheran è pronta a colpire gli impianti di desalinizzazione e le principali infrastrutture petrolifere, come Abqaiq, dove viene separato il petrolio dal gas. Se centrano il bersaglio, quelle apparecchiature diventerebbero inutilizzabili per almeno due anni».
La risposta americana però sarebbe apocalittica, come sostiene Donald Trump?
«Gli Stati Uniti non hanno la capacità militare per invadere l’Iran né quella per sostenere un nuovo attacco almeno per i prossimi sei mesi. Abbiamo finito le armi di precisione, esaurito ogni genere di equipaggiamento e finito i Patriot. Se volete la conclusione in una riga: gli iraniani hanno vinto questo conflitto».
A proposito della Lincoln: si è parlato persino di ammutinamento, anche se il Pentagono ha smentito. Ne sa qualcosa?
«Mentono spudoratamente. Ho amici che sono imbarcati sulle portaerei. Gli spazi sono angusti, ci sono problemi con l’acqua e con le fognature. E in una situazione del genere, alla fine, si va fuori di testa. La missione della Lincoln va avanti da 260 giorni: una cosa senza precedenti».
C’è qualcosa che non funziona all’interno delle forze armate americane?
«Non ci sono più basi logistiche sicure in Medio Oriente. Kuwait, Bahrain, Emirati, Arabia Saudita: sono state tutte martellate nei primi giorni della guer Persino la Giordania è vulnerabile. Non c’è una piattaforma dalla quale poter condurre una guerra prolungata contro l’Iran».
E i bombardamenti durati due settimane a luglio?
«Appunto, due settimane. Non si può fare una guerra da remoto. Non puoi far decollare aerei dalla Gran Bretagna o dall’Italia e bombardare obiettivi dall’alto, soprattutto quando questi obiettivi sono nascosti sottoterra o talmente ben mimetizzati da essere introvabili.
In Iran, non ci sono più obiettivi da colpire».
Tra due mesi e mezzo ci sono le elezioni di metà mandato e il prezzo della benzina è ancora alto. Cosa rischia Trump?
«Occorre capire quante riserve di petrolio e gas ci siano ancora nel mondo. Se si legge con attenzione la stampa finanziaria, ci stiamo avvicinando alle soglie dell’esaurimento. Il gallone negli Usa è già caro e se Hormuz rimane strozzata i prezzi saliranno ancora di più. […] ».
Trump ha però detto che «non importa il caro benzina se serve a dare una lezione all’Iran».
«Lo vedremo con l’arrivo dell’inverno. E poi bisogna guardare a quello che stanno facendo Cina e Russia: tutti gli indizi lasciano pensare che, in certa misura, stiano aiutando gli iraniani ad armarsi per tenere Washington ostaggio di una guerra che non conosce tramonto».
Che cosa pensa di quello che è successo al vertice Nato, con la “fuga” rocambolesca di Trump?
«La minaccia dell’attentato si basava su fonti di intelligence israeliane…».
Non si fida?
«Francamente no. La Cia ha detto che la minaccia non era credibile. Ma i Secret Service prendono spesso precauzioni anche sulla base di informazioni che possono essere poco attendibili. Ricordo che Benjamin Netanyahu vuole che gli Usa tornino a perseguire il cambio di regime. È questo il suo obiettivo principale e quindi tutto ciò non mi ha sorpreso».
(da “la Stampa”)
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