Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile
A PREOCCUPARE MELONI E IL SUO CERCHIO MAGICO È SOPRATTUTTO L’ASCESA DEL GENERALI NELLE REGIONI DEL NORD
A decidere potrebbe essere la piazza. L’ordine pubblico e la cronaca degli ultimi giorni. La
difficoltà di mettere mano lì dove gli eventi segnalano un’emergenza. Da gestire con cura, senza troppi acuti politici, senza iniziative divisive, senza troppi strappi. Andando dritti al punto: secondo fonti di massimo livello, perde quota in queste ore l’opzione di una staffetta tra Matteo Piantedosi e Matteo Salvini al ministero dell’Interno.
Da una parte Salvini, che spinge cercando di conquistare il ministero che più gli è rimasto nel cuore. Dall’altra Matteo Piantedosi, deciso a resistere. Qualcosa però è cambiato, soprattutto negli ultimissimi giorni.
SLa gestione degli eventi di piazza, gli scontri e i feriti, le polemiche politiche e un sindaco finito sotto scorta, il dibattito sulla legittima difesa: la cronaca prende il sopravvento, rimette molto in discussione. Diventa più difficile considerare questa casella contendibile da Salvini, quando l’ordine pubblico si impone e diventa materiale scottante da maneggiare con cura.
Sta quindi indebolendosi, riferiscono, l’opzione di riportare il leghista nella casella contesa. È una convinzione che si fa spazio al vertice dell’esecutivo, frutto di una valutazione che si può sintetizzare così: troppo divisivo e troppo politico il vicepremier del Carroccio per riprendere in mano — e soprattutto, in corsa e per pochi mesi — un dossier tanto scivoloso.
Da qualche settimana, il fattore Vannacci ha fatto saltare molti degli equilibri consolidati a Palazzo Chigi. Alcuni dati riservati sono stati discussi di recente anche dai leader della destra, Giorgia Meloni compresa. Uno, in particolare, preoccupa la premier e i suoi vice: l’ascesa dell’ex generale, è il senso di queste informazioni, si sta realizzando soprattutto al Nord.
Concentrata, almeno per il momento, in regioni tradizionalmente favorevoli all’attuale coalizione di governo: Lombardia e Veneto, innanzitutto. E poi Piemonte ed Emilia Romagna. Buona parte di questi territori sono feudi leghisti, ma da qualche anno anche bacino di consenso per il partito della presidente del Consiglio.
Ecco dunque il problema: bisogna frenare il leader di Futuro nazionale e farlo in fretta, perché sta svuotando le forze di maggioranza (oltre a drenare alcuni quadri locali).
L’obiettivo è contrastarlo sul terreno della sicurezza, non limitandosi a inseguire. L’idea di sostituire Piantedosi proprio con Salvini alla guida del ministero dell’Interno, già circolata nei mesi scorsi, è sembrata dunque ragionevole. Il piano prevedeva una staffetta dopo l’appuntamento di Pontida, a settembre.
E dopo aver ottenuto il record per l’esecutivo più longevo, che scatta il 4 settembre. Il ministro uscente si sarebbe dovuto accontentare della guida dei Trasporti, oppure di un ruolo in Europa. Questo fino ad alcuni giorni fa.
Poi la partita ha preso un’altra piega. Prima il caso di Fakir, morto a Bologna durante l’intervento della polizia. Poi, l’altro ieri, i violenti scontri in Val di Susa, con il ferimento di oltre cento agenti. Nel mezzo, il caso Roggero e gli attacchi della destra al sindaco di Bologna Matteo Lepore, destinatario ora di minacce e dunque sotto scorta.
Senza dimenticare le tensioni internazionali, che impongono una rigida gestione della sicurezza interna. Ecco perché nelle ultime ore a Palazzo Chigi nessuno scommette più sul ritorno di Salvini.
E questo nonostante gli ultimi sondaggi, devastanti per il Carroccio: quello diffuso da Ipsos assegna il 5,1% alla Lega e il 7,1% a Futuro nazionale, dando anche Fratelli d’Italia in calo di un altro mezzo punto, al 26,5%.
E Piantedosi? Il ministro continua a mostrarsi sicuro. Fa sapere che certo, se dovesse cambiare il quadro politico ne prenderà atto. Ma nel frattempo lavora con Meloni e di recente è stato ricevuto da Sergio Mattarella, che l’ha sentito anche dopo il ferimento degli agenti per mano dei No Tav.
Valutazione tutta politica e interna alla Lega. A sostenere il trasloco di Salvini al Viminale erano stati anche i colonnelli leghisti, convinti che la novità sarebbe stata accompagnata dalle dimissioni dalla segreteria del Carroccio. Il diretto interessato ha però fatto sapere di puntare al doppio incarico. E Palazzo Chigi, in questa fase, di tutto ha bisogno salvo che di un nuovo scossone nel partito più fragile della coalizione.
(da agenzie)
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Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile
I RAGAZZI MINORENNI SI SONO VOLUTI FAR RICONOSCERE IN TERRA STRANIERA, TRA INSULTI, URLA, GESTI OSCENI. I VIDEO-SOCIAL HANNO PROVOCATO INDIGNAZIONE IN THAILANDIA – ALLA FINE L’AMBASCIATA ITALIANA HA DOVUTO METTERE UNA PEZZA, ESPRIMENDO “PROFONDO RAMMARICO” PER LE CAZZATE DI ‘STO BRANCO DI COJONCELLI. ORA LE SCUSE DEL GRUPPO, PROPRIO DAVANTI ALLA DONNA IN UNA STAZIONE DI POLIZIA
Alcuni degli studenti italiani in viaggio in Thailandia si sono scusati dopo l’accesa discussione con una donna del posto sulla metropolitana di Bangkok. Gli studenti, un gruppo in vacanza studio, parlavano a voce troppo alta sul vagone, ridevano e scherzavano disturbando altri viaggiatori. Una donna chiedeva loro di essere più educati e non urlare mentre una voce fuori campo l’aveva irrisa dicendo “Scusi se portiamo soldi al suo Paese”. Il video aveva scatenato un’ondata di indignazione in Thailandia. L’Ambasciata Italiana a Bangkok aveva emesso anche un comunicato ufficiale di scuse al Paese, condannando quanto successo.
Il video della donna, pubblicato sui social, è diventato virale. Ora le scuse del gruppo, proprio davanti alla donna in una stazione di polizia.
La polizia ha multato quattro degli studenti coinvolti con una pena pecuniara di 1000 baht, circa 30 dollari, a testa per gli insulti pubblici; mentre un altro studente è stato multato per 2000 baht, circa 60 dollari, per aver fatto un gesto osceno in video.
(da agenzie)
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Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile
BRAMBILLA È NEL MIRINO DA MESI, DOPO LA “FATWA” DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE LIGURIA, MARCO BUCCI (CHE PRETENDEVA DI DETTARE LA LINEA AL QUOTIDIANO)… HANNO FATTO FUORI, PER LOGICHE DI POTERE, UN UOMO NON CERTO DI SINISTRA CON LA SCHIENA DRITTA CHE NON SI E’ PIEGATO AI LORO INTERESSI
La società editrice italiana controllata dal Gruppo Msc ‘Blue Media’ annuncia in una nota che
‘in conseguenza delle proprie decisioni nella prospettiva della riorganizzazione aziendale, il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione de Il Secolo XIX, che viene assunta temporaneamente dal vicedirettore Andrea Castanini’.
‘Blue Media – prosegue la nota – ringrazia sentitamente il dottor Brambilla per la preziosa opera prestata nella prima fase di consolidamento e rilancio del giornale, che ha fatto seguito alla sua acquisizione da parte di Blue Media, conclude la nota.
“Leggo con sorpresa sull’agenzia ANSA che BlueMedia, l’editore del Secolo XIX, ha comunicato, con un giorno di anticipo rispetto agli accordi, la fine del mio rapporto di lavoro.
Leggo con ancor più grande stupore la frase ‘il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione del Secolo XIX’, formula che lascia intendere che si è trattato di una mia decisione.
La verità è che si tratta di un licenziamento: del tutto legittimo ovviamente, perché l’editore ha diritto di cambiare direttore quando vuole, ma pur sempre un licenziamento. La lettera di ‘comunicazione scioglimento rapporto di lavoro’ mi è stata consegnata questa mattina”. Così, in una nota, Michele Brambilla, ex direttore del Secolo XIX.
(da agenzie)
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Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile
“IL MINISTRO HA UMILIATO IL VERO MADE IN ITALY, AVALLATO LA CONCORRENZA SLEALE, CREANDO UN DANNO D’IMMAGINE ALL’AGROALIMENTARE ITALIANO”
Alla luce degli ultimi avvenimenti a Bari Vecchia — con la passerella istituzionale del Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e del Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato a favore di un’attività sanzionata in passato per frode in commercio — il settore dell’ospitalità domestica e delle micro-imprese legali ha deciso di passare alle vie di fatto.
In sintesi:
Il fatto: Un plauso pubblico da parte dei vertici del Governo alla nota pastaia di Bari Vecchia, sorpresa in passato a vendere pasta industriale spacciandola per artigianale.
La reazione: Gaetano Campolo (CEO della piattaforma Home Restaurant Hotel e portavoce del comitato “Italiani Onesti”) ha inviato un esposto formale via PEC al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla Presidenza del Consiglio.
La richiesta: Le dimissioni immediate del Ministro Lollobrigida e del Sottosegretario Gemmato per presunta violazione dell’Art. 54 della Costituzione (“disciplina ed onore”), concorrenza sleale e danno d’immagine all’agroalimentare italiano.
Dietro le quinte della passerella barese del ministro Lollobrigida si nasconde un cortocircuito tutto italiano: la politica che premia il folklore truffaldino e stritola le micro-imprese legali. Ora il comparto degli Home Restaurant chiede l’intervento del Capo dello Stato.»
I vicoli bianchi di Bari Vecchia, baciati dal sole e invasi dal profumo di semola, sono da tempo una delle cartoline più potenti del turismo nel Sud Italia. Qui, le “signore delle orecchiette” impastano a cielo aperto, circondate da turisti armati di smartphone. È un’immagine che sa di tradizione, di autenticità, di radici. Ma, come spesso accade nell’Italia contemporanea, grattando la superficie del folklore emerge una realtà ben più opaca, fatta di regole aggirate, controlli ignorati e, da oggi, di un caso politico che è arrivato fino alle scrivanie del Quirinale.
Tutto inizia con una passeggiata istituzionale.
Il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida, accompagnato dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, decide di immergersi in questa scenografia perfetta. Sorrisi, strette di mano e un pubblico encomio a Nunzia, la più celebre tra le pastaie del borgo antico. C’è solo un dettaglio, drammaticamente ignorato dai vertici dell’Esecutivo: appena un anno fa, la stessa attività è stata sanzionata dalle autorità per frode in commercio. La signora dell’autenticità pugliese è stata sorpresa a vendere ai turisti pasta di origine industriale, acquistata nei discount e spacciata per fresca e artigianale. Nessuna tracciabilità, nessuna etichetta a norma. Solo la magia, ingannevole, del teatro di strada.
La foto-opportunità che ha svelato l’ipocrisia
Per un Governo che ha fatto della difesa del “vero Made in Italy” e della “sovranità alimentare” i propri baluardi ideologici, lo scivolone è clamoroso. L’immagine del titolare dell’Agricoltura che omaggia chi ha truffato i consumatori, affiancato dal sottosegretario che dovrebbe vigilare sulla salute pubblica e la sicurezza alimentare, ha innescato un’onda d’urto che ha superato rapidamente i confini della Puglia.
E no purtroppo non si tratta di una semplice gaffe estiva.
Per chi in Italia cerca di fare impresa partendo dal basso, nel rispetto di normative asfissianti, quella fotografia è un insulto istituzionale.
«È il trionfo dell’anti-merito. Che messaggio passa? È normale dare un riconoscimento a chi operava nell’illegalità?» A parlare, con un’indignazione che ha radici profonde, è Gaetano Campolo, CEO della piattaforma Home Restaurant Hotel e portavoce del comitato “Italiani Onesti”. Il suo settore, quello dell’ospitalità domestica (gli Homers), rappresenta l’esatto opposto del modello premiato a Bari: cittadini che trasformano le proprie case in piccoli ristoranti, emettendo regolari ricevute non fiscali, lottando contro l’ostilità delle lobby della ristorazione tradizionale e di una parte malata della politica vedi il Movimento 5 Stelle.
La rivolta degli onesti: l’esposto a Mattarella
La rabbia si è rapidamente trasformata in un’azione formale e senza precedenti. Nelle scorse ore, il comitato promotore ha inviato una PEC (Posta Elettronica Certificata) indirizzata al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Il documento non usa mezzi termini e chiede le dimissioni immediate di Lollobrigida e Gemmato. Le motivazioni legali e morali sollevate nell’esposto delineano un quadro di grave compromissione istituzionale:
Violazione dell’Articolo 54 della Costituzione: Le funzioni pubbliche devono essere adempiute “con disciplina ed onore”. Legittimare una truffa commerciale vìola questo principio fondamentale.
Concorrenza sleale di Stato: Il Governo, avallando pratiche illegali, danneggia direttamente chi investe tempo e denaro per operare nella trasparenza.
Danno d’immagine internazionale: La credibilità della filiera agroalimentare italiana nel mondo viene minata se chi la rappresenta tutela i furbetti del finto artigianato.
Il paradosso della “Sovranità Alimentare”
L’inchiesta su questo scivolone politico apre uno squarcio sulle contraddizioni della retorica governativa. Il dicastero guidato da Lollobrigida è stato ribattezzato “della Sovranità Alimentare” proprio per evocare una difesa arcigna del prodotto locale contro le insidie del mercato globale e dei cibi sintetici. Eppure, la realtà sul campo dimostra che la propaganda si ferma di fronte alla tentazione del consenso facile. L’inchino al folklore barese dimostra come la narrativa nazionalista del cibo spesso si nutra di estetica più che di sostanza. Non importa se la pasta è prodotta in una fabbrica industriale e venduta come capolavoro artigianale, purché la signora che la mescola sorrida a favore di telecamera.
Chi paga il prezzo dell’impunità?
Il caso delle orecchiette di Bari Vecchia non è un episodio isolato, ma il sintomo di una malattia sistemica. È la dimostrazione plastica di un Paese diviso a metà. Da una parte c’è l’Italia tollerata e perfino premiata dai palazzi del potere: quella che elude i controlli, sfrutta le zone grigie e gioca sulla compiacenza di una politica affamata di photo-opportunity. Dall’altra, l’Italia degli Homers, degli artigiani, delle micro-imprese giovanili: un esercito di cittadini produttivi che vengono sottoposti alla lente d’ingrandimento del fisco e delle ASL al primo scontrino mancato o alla prima etichetta sbiadita.
Mentre il dossier arriva sui tavoli del Quirinale, la domanda che serpeggia tra le migliaia di operatori dell’economia legale rimane senza risposta: in un Paese in cui i ministri applaudono chi viola le regole, quanto costa, in termini di fatica e dignità, scegliere di essere onesti?
(da agenzie)
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Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile
E’ DIVENTATA UNA TRATTA DI TRENI MERCI DI DUBBIA UTILITA’, TANTO E’ VERO CHE LA FRANCIA SI STA DEFILANDO DAL PROGETTO
La notte tra il 25 e il 26 luglio la Val di Susa è tornata nella cronaca per le ragioni sbagliate.
Tre ore di scontri, decine di incappucciati all’assalto dei cantieri di Chiomonte, Salbertrand e San Didero, mezzi dei carabinieri incendiati, una sessantina di agenti feriti. Il “decreto Sicurezza” varato dal governo a inizio anno, con fermi preventivi, Daspo e responsabilità civile per gli organizzatori, non ha impedito nulla: era stato presentato come risolutivo, e si è rivelato inefficace al primo vero banco di prova. Rimarrà da vedere che cosa nell’organizzazione delle forze dell’ordine e della loro azione non abbia funzionato.
Ma la cronaca degli scontri rischia di far passare in secondo piano la domanda che conta davvero: ha ancora senso, nel 2026, costruire la Torino-Lione?
Non è più la Tav
Il punto decisivo è che l’opera in costruzione oggi non è più quella per cui è nata la battaglia trent’anni fa. “Tav” sta per “treno ad alta velocità”: la giustificazione originaria, quella con cui il progetto entrò nelle priorità europee nel 1994, era ridurre i tempi di viaggio dei passeggeri fra Torino e Lione. Oggi TELT, il soggetto che realizza l’opera, dichiara apertamente che la vocazione del tunnel non è la velocità dei passeggeri ma la capacità di carico delle merci: un tunnel pensato per far passare treni merci più lunghi, più pesanti e più larghi di quelli che la vecchia linea del Frejus, attiva dal 1871 e con pendenze fino al 30 per mille, può accogliere.
Si continua a citarla come se si trattasse ancora dell’Alta velocità passeggeri: non lo è più da anni, e questo capovolge la domanda di fondo. Non si tratta di essere favorevoli o contrari alla velocità. Si tratta di stabilire se, per un traffico merci che il tunnel storico non ha mai saturato e che peraltro è stato rafforzato qualche anno fa a costi altissimi, serva davvero una seconda galleria da oltre 25 miliardi di euro.
Chi paga, e quanto
WSui costi c’è un’asimmetria tra Italia e Francia che vale la pena sottolineare. La sezione transfrontaliera comune, quella dove corre il tunnel di base, è per 45 chilometri in territorio francese e per soli 12,5 in territorio italiano: eppure l’accordo in vigore stabilisce che l’Italia copra il 57,9% dei costi certificati e la Francia il 42,1%, al netto del cofinanziamento europeo. È l’Italia, cioè, a pagare la parte più consistente di un tunnel che si trova per quattro quinti della sua lunghezza in Francia.
Quanto all’Unione europea, il contributo può arrivare fino al 40-50% dei costi certificati, ma i bilanci comunitari sono programmati per cicli di sette anni (l’attuale si chiude nel 2027, il prossimo copre il 2028-2035): una rigidità che rende strutturalmente difficile far coincidere gli stanziamenti europei con l’andamento reale dei cantieri, che si allungano oltre ogni programmazione. In pratica, più i tempi si dilatano, più il rischio che l’Europa non riesca a versare le cifre previste per un’opera sempre meno prioritaria si scarica sui due Paesi, e in proporzione maggiore sull’Italia.
Un’opera fuori tempo massimo
I numeri, oggi, parlano da soli. Il tetto di spesa fissato in primavera per la sola sezione transfrontaliera è di circa 14,7 miliardi di euro; considerando l’intero sistema di tratte nazionali e internazionali, la stima complessiva supera i 25 miliardi. La Corte dei conti europea, in un rapporto pubblicato a gennaio, certifica che l’incremento dei costi reali dell’opera è ormai dell’82%, contro il 47% registrato solo cinque anni fa, e conclude che l’obiettivo di completare la rete Ten-T europea entro il 2030 non sarà raggiunto.
Sul fronte francese, la parte da Saint-Jean-de-Maurienne a Lione ha visto l’inizio dei lavori posticipato al 2038 e la fine al 2045. Dopo un falso inizio nel 2001 e una ripartenza pressoché da zero nel 2017, oggi risulta scavato meno del 20% dei due tunnel principali, e proprio in questi giorni TELT ha comunicato un rallentamento di una delle frese impegnate nello scavo.
Un progetto nato nel 1994 come priorità europea continua ad avanzare non per una reale necessità dei trasporti alpini ma per inerzia burocratica e per gli interessi legati agli appalti già assegnati. Non c’è un’opposizione ideologica al progresso o alle infrastrutture, ma una critica di merito, economica e di metodo, a un investimento pubblico che moltiplica i costi mentre il mondo che doveva servire, e persino la natura stessa dell’opera, sono già cambiati.
Come nasce e cosa è diventato il movimento No Tav
Il movimento ha una storia lunga trent’anni e una base sociale larga e stratificata: comitati locali, amministratori, famiglie della valle, ambientalisti, che dal 2005, dall’occupazione di Venaus dove peraltro c’ero anche io, hanno costruito una delle opposizioni territoriali più durature della storia italiana recente. Dal 2011 la marcia verso i cantieri dell’Alta Velocità si ripete ogni anno, e nel tempo è diventata anche un punto di raccolta per la galassia antagonista, dagli anarchici agli ambienti che si riconoscono nella solidarietà con Alfredo Cospito, fino a frange del black bloc francese.
Sono due fenomeni diversi, anche se la cronaca li confonde sistematicamente. Da una parte una fetta importante di una comunità che da decenni chiede, con ragioni economiche e ambientali verificabili, di non spendere venticinque miliardi su un’opera che nel migliore dei casi entrerà in servizio fra vent’anni. Dall’altra una minoranza che ogni anno vuole trasformare un appuntamento di protesta contro repressione e mancanza di ascolto in guerriglia, con petardi, sassi e mezzi incendiati. A mio parere una parte importante del movimento, in tutti questi anni, non ha mai respinto questa componente con la nettezza che sarebbe stata necessaria: l’ha tollerata, a volte giustificata come effetto della repressione, quasi mai isolata pubblicamente prima che facesse danni.
La marcia del 25 luglio si è svolta nella cornice del Festival Alta Felicità, giunto alla decima edizione, che ogni anno accompagna la mobilitazione con dibattiti, concerti e una partecipazione che quest’anno è stata tra le più alte di sempre, paragonabile per numeri alle giornate del 2011. È un dato che va tenuto insieme agli scontri, non contrapposto: decine di migliaia di persone, di generazioni diverse, hanno partecipato a un evento che è proseguito per l’intera giornata anche dopo la notte di guerriglia, a dimostrazione che la base sociale del No Tav resta largamente estranea alla violenza e continuerebbe a esistere anche se la componente più radicale venisse isolata.
Gli utili idioti della destra
Questa minoranza violenta non fa avanzare di un solo metro la battaglia contro l’opera. Fa esattamente il contrario: regala al governo l’unico argomento che gli serve per non discutere di costi e di utilità, quello dell’ordine pubblico. Ogni immagine di camionette in fiamme permette a Palazzo Chigi di derubricare trent’anni di obiezioni fondate a “violenza dei delinquenti”, di rilanciare la narrazione di una sinistra “complice” o “connivente” con la guerriglia, e di archiviare in un titolo di cronaca nera un dossier che meriterebbe un dibattito parlamentare serio sui conti pubblici. In questo senso, chi lancia le bombe carta non è un alleato della causa No Tav: ne è, oggettivamente, l’utile idiota della destra, perché le regala da sempre lo stesso favore.
Per questo chi si oppone alla Torino-Lione per ragioni serie ha tutto l’interesse, e a questo punto anche il dovere, a isolare ed espellere pubblicamente queste frange, senza ambiguità e senza subalternità alle pressioni del governo. Non è una concessione tattica: è la condizione per essere credibili. Un movimento che non prende le distanze consegna il proprio argomento migliore, l’inutilità economica dell’opera e il suo enorme impatto ambientale, a chi ha tutto l’interesse a non parlarne mai.
Vale la pena ricordarlo anche perché l’opera, allo stato dei fatti, non sta nemmeno avanzando: con meno del 20% del tunnel scavato e la sezione francese slittata di quasi vent’anni, la battaglia più efficace resta quella dei numeri e delle scadenze mancate, non quella dei cantieri assediati.
Il compito della sinistra
Su questo l’opposizione ha una responsabilità che non può eludere con l’ambiguità. Non basta condannare la violenza in astratto e continuare a trattare gli scontri come un fatto di cronaca che riguarda solo l’ordine pubblico. Serve dire con chiarezza due cose insieme, non alternativamente: che la Torino-Lione è un’opera che l’Italia non può più permettersi, e che chi la contesta a colpi di petardi e mezzi incendiati non rappresenta questa opposizione e va isolato.
Le due affermazioni si rafforzano a vicenda, non si escludono. Il silenzio, o la formula di comodo che equipara chi manifesta pacificamente a chi assalta un cantiere, lascia campo libero a chi ha tutto l’interesse a raccontare la protesta come un blocco unico e pericoloso, e intanto continua a spendere miliardi su un’opera che il mondo ha già superato.
(da Fanpage)
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Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI SERINA: “NON POSSO IMPORRE IL SILENZIO QUI SIAMO IN MONTAGNA, I CAMPANACCI E IL PROFUMO DEL PASCOLO SONO INCLUSI NEL PREZZO”
Michele Villarboito è il sindaco di Serina in provincia di Bergamo. Alcuni turisti hanno deciso di lasciare il comune in cui stavano trascorrendo le vacanze a causa del rumore dei campanacci delle mucche. E oggi in un’intervista al Corriere della Sera dice che non può farci niente: «Un sindaco può mediare su tantissime questioni, ma non posso firmare un’ordinanza per silenziare la natura o imporre il silenzio agli animali da pascolo». E spiega: «La mia porta resta aperta a tutti. Ma qui siamo in montagna, i campanacci e il profumo del pascolo sono inclusi nel prezzo».
L’inquinamento acustico delle mucche
Villarboito spiega che «dal punto di vista acustico non parliamo di un cantiere o di un martello demolitore, ma del suono tipico della vita di montagna. Per chi è abituato al silenzio artificiale dell’aria condizionata o al brusio del traffico, il rumore metallico delle campane spesso di notte o alle prime luci dell’alba risulta inaspettato». E dice che «a volte chi arriva direttamente dalla città porta con sé ritmi e aspettative urbane che non appartengono a questo territorio. A Serina, la maggior parte dei villeggianti cerca la natura, il verde, l’aria pulita, l’autenticità e ama proprio l’ambiente rurale».
La disconnessione tra città e campagna
L’anno scorso qualcuno si lamentava per il campanaccio di un cavallo: «Questo dimostra che non si tratta di un caso isolato o di una guerra alle 500 mucche di Serina, ma di un fenomeno più ampio legato alla progressiva disconnessione tra il mondo urbano e la realtà della montagna». E questo perché «sempre più spesso i turisti si approcciano alla natura come se fosse un cartolina statica, un parco tematico o un resort ovattato, ma le nostre valli sono territori lavorati dove si vive in simbiosi con l’ambiente. Che si tratti del cavallo a Selvino o delle mucche a Serina, il pascolo è il lavoro dei nostri allevatori. La sfida per noi amministratori non è far tacere gli animali, ma fare cultura del territorio».
Il cavallo e le mucche
Ovvero: «Bisogna spiegare che senza il cavallo o la mucca non ci sarebbero né i pascoli curati, né i prodotti tipici e la montagna diventerebbe un bosco abbandonato. Poi ci lamentiamo che il formaggio non è buono, il latte non è fresco, la carne è dura… Per forza, cominciamo a stressare le mucche anche in montagna. È come se uno andasse al mare e si lamentasse del rumore delle onde, allora è meglio che al mare non ci vada, così come è meglio che in montagna non ci venga».
La cultura dell’accoglienza
E conclude: «La vera alternativa è la cultura dell’accoglienza e della consapevolezza. Non possiamo, né vogliamo mettere i silenziatori alle mucche. Le campane servono agli allevatori per identificare il bestiame e proteggerlo dai predatori. Consiglio ai villeggianti di guardare il campanaccio non come un disturbo, ma come prova di un luogo sano e autentico. Se le persone hanno il sonno proprio leggero, magari possono mettere i doppi vetri alle finestre e un paio di tappi alle orecchie: li aiuterebbero in attesa di abituarsi alla voce delle nostre Alpi. Le mucche, una volta che hanno finito di brucare, poi si spostano perché non stanno in un pollaio, vanno al pascolo» .
(da agenzie)
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Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile
NELLE SCORSE SETTIMANE L’EMISSARIO DI TRUMP, PATRON DEGLI HOUSTON ROCKETS, FRANCHIGIA DI BASKET NBA, AVREBBE INIZIATO A STUDIARE IL “DOSSIER LAZIO” IN VISTA DI UNA PROPOSTA DI ACQUISIZIONE DEL CLUB
Il tour, iniziato il 13 giugno 2006 dal porto di Civitavecchia, è in corso da 44 giorni e ha
superato la metà del suo percorso complessivo di due mesi (il tour si concluderà in Sardegna, a metà agosto 2026).
I costi per lo Stato italiano, per scorta e sicurezza di Fertitta, sono di circa 115mila euro al giorno per un totale di oltre 5 milioni di euro!
Il superyacht da 450 milioni di Fertitta a bordo ha spa, cinema, golf, due eliporti (e un mezzo anfibio), oltre 3.000 punti luce esterni e divora all’anno 40 milioni di euro, tra stipendi dell’equipaggio, carburante, assicurazione e manutenzione.
L’emissario di Trump, texano con antenati siciliani, è tra i businessmen più ricchi d’America: 11 miliardi di patrimonio, controlla un colosso della ristorazione e casinò, è proprietario degli Houston Rockets, franchigia di basket Nba, acquisiti per 2,2 miliardi.
A metà luglio ha fatto molto discutere il contatto tra l’ambasciatore Fertitta e il presidente della Lazio, Claudio Lotito.
I due avrebbero parlato della quotazione al Nasdaq del club, ma non solo.
Nelle scorse settimane avrebbe iniziato a studiare il “Dossier Lazio” in vista di una proposta di acquisizione del club. A fare da intermediario, come riporta il “Corriere dello Sport”, sarebbe stato l’imprenditore Salvatore Palella, amministratore delegato di Helbiz. Ma in qualità di ambasciatore, Fertitta non potrebbe concludere alcun accordo in Italia per i prossimi due anni e mezzo. Ci sarebbe sempre il figlio Patrick, plenipotenziario degli Houston Rockets
(da agenzie)
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Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE PUBBLICA FOTO RITOCCATE CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E NEGA TUTTO: “DISPONIAMO DI MOLTE PIÙ MUNIZIONI DI CHIUNQUE ALTRO AL MONDO” – IL CAPO DEL COMANDO MILITARE IN MEDI OORIENTE, BRAD COOPER, HA RACCOMANDATO LO STOP DEI BOMBARDAMENTI SU HORMUZ PER “RAGGIUNTI LIMITI DELLA SUA EFFICACIA”. CIOÈ NON SERVONO A NIENTE
Donald Trump nega che la riduzione delle scorte di munizioni sia un problema nell’ambito della guerra contro l’Iran, rimarcando in una dichiarazione al Wall Street Journal che “disponiamo di molte più munizioni di chiunque altro al mondo, e ben oltre il nostro fabbisogno”.
La Casa Bianca, allo stesso tempo, ha affermato che la sicurezza nazionale sarebbe a rischio se gli organi di informazione diffondessero dati aggiornati del governo Usa sull’impiego dei missili Patriot e Thaad, rivelando l’elevato numero di intercettori utilizzati dall’inizio del conflitto.
Il massimo comandante militare Usa in Medio Oriente, l’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, ha raccomandato lo stop dei bombardamenti nell’area dello Stretto di Hormuz “per raggiunti limiti della sua efficacia”. Lo riporta Axios, in base a due fonti.
La sua posizione, unita a quelle di altri consiglieri, ha influito sulla decisione presa venerdì dal presidente Donald Trump di sospendere gli attacchi Usa all’Iran. Si è trattato del riconoscimento, da parte dei consiglieri militari e civili del tycoon, dei limiti dell’azione manu militari, e nello specifico della campagna di attacchi aerei.
Donald Trump è tornato ad ammonire l’Iran affidandosi all’intelligenza artificiale, nel mentre i colloqui sembrano procedere sulla spinta di due notti calme e senza raid Usa. Dopo una mattinata tranquilla al suo golf club in Virginia, il presidente americano ha postato su Truth più foto come quella che simula intensi attacchi aerei contro l’isola di Kharg nel Golfo Persico, snodo strategico del petrolio di Teheran (“Strike on Kharg”).
Una seconda immagine ritrae Trump in piedi sul ponte di una nave con la bandiera americana al vento e quella iraniana gettata a terra, mentre sullo sfondo si vede una portaerei americana. “Questa ora è la nostra petroliera!”, è la scritta a corredo di un altro post, dove il tycoon affianca una nave iraniana a bordo di una americana. Un’altra immagine, inoltre, mostra una grande esplosione su una nave iraniana e sopra l’immagine si legge: “Niente più motori”.
In un’altra foto ancora, The Donald è al timone di una unità Usa, testa di un gruppo d’attacco indossando un cappellino rosso con la scritta Fafo, acromico di “fuck around and find out”.
E’ la cosiddetta ‘dottrina Fafo’, che può essere resa come “provaci e ne pagherai le conseguenze”, utilizzata da Trump, dalla sua amministrazione e dai suoi sostenitori come un avvertimento diretto, sia in politica estera sia in politica interna, sul fatto che le azioni ostili contro gli Stati Uniti sono destinati a causare conseguenze rapide e severe.
La macchina bellica americana si muove con il freno a mano tirato. Sì, perché le ambizioni di Donald Trump si devono misurare con un’industria militare ferma più o meno ai ritmi del 2022, prima che il mondo tornasse a venire tormentato dalle guerre totali.
L’esaurimento dei magazzini riguarda anche i cruise per gli attacchi a lungo raggio ma il simbolo di questa crisi sono i missili Patriot, lo scudo nel cielo degli Usa e di almeno altre venti nazioni.
Sono indispensabili per fermare le rappresaglie lanciate dall’Iran sulle monarchie del Golfo e vengono disperatamente richiesti da Zelensky per proteggere Kiev dai raid russi. Ma sono ormai introvabili, con offerte stellari degli sceicchi pur di ottenerli subito.
Si stima che tra il 28 febbraio e inizio aprile gli americani e gli alleati arabi ne abbiano bruciati quasi duemila per contrastare le bordate di Teheran: una spesa superiore a 5 miliardi di dollari e un incubo per i generali.
Il think tank Csis ipotizza che per rimpiazzare i Patriot sparati in un mese serviranno tre anni: nel 2026 ne saranno completati 172 e, pur incrementando gli impianti, si potrà ricostituire le riserve soltanto nella seconda metà del 2029.
La situazione è così drammatica che ad aprile il governo americano ha ordinato la vecchia versione dell’intercettore – chiamata Gem – pur di avere in tempi meno lunghi qualcosa per difendere le sue basi e quelle dei partner bersagliati dai pasdaran: non la comprava da dieci anni, perché non ha la capacità di abbattere i missili balistici caratteristica dell’ultimo modello, il Pac3.
Persino la Lockheed Martin si è resa conto della situazione e ha proposto una variante semplificata – il Patriot Ace – con prezzi e prestazioni inferiori ma la speranza di forniture più rapide. Il colosso statunitense ha paura di perdere clienti, perché la priorità di esaudire le esigenze del Pentagono fa slittare gli altri ordini, come quello della Svizzera che viene continuamente posticipato. I Paesi che hanno urgenza di un ombrello contro droni e missili si rivolgono a Israele, Corea del Sud e persino alla Cina. Insomma, la Casa Bianca ha un doppio guaio: militare e commerciale.
Non è che l’Ue stia molto meglio. La rete industriale è frammentata e restano gelosie nazionali insuperabili. Ma l’unica realtà europea è proprio il consorzio dei missili Mbda che sotto la spinta del presidente Macron vuole imporre il Samp-T italo-francese come architrave della cupola protettiva del Continente. I prestiti Safe erogati da Bruxelles potrebbero dare un aiuto, a patto di accelerare i ritmi delle fabbriche.
Il problema comune dell’Occidente è rivoluzionare le catene di montaggio. Oggi le aziende della difesa lavorano quasi artigianalmente e commissionano componenti su misura solo dopo la firma dei contratti: si discute di passare agli schemi produttivi delle automobili, con fabbriche robotizzate in funzione h24 e magazzini alimentati senza sosta. Un cambio di passo straordinario, con l’aumento di investimenti e manodopera, per prendere atto della nefasta realtà di un pianeta senza più pace.
(da agenzie)
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Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile
“BIBI” IGNORA L’ALLARME DEI SUOI GENERALI SUI RISCHI DI APRIRE L’ENNESIMO FRONTE (GAZA E LIBANO NON HANNO INSEGNATO NULLA?) PERCHE’ VUOLE ACCAPARRARSI I VOTI DEI FANATICI DI ESTREMA DESTRA… I COLONI HANNO DATO FUOCO A DUE MOSCHEE NEI VILLAGGI PALESTINESI ATTORNO A NABLUS
Sui muri anneriti dalle fiamme, hanno lasciato la firma, che è un messaggio di minaccia:
«Vendetta ebraica, la Terra d’Israele è stata conquistata con il sangue». Intendono tutta, dal fiume Giordano fino al Mediterraneo, è il loro obiettivo e quello di molti ministri al governo con Benjamin Netanyahu. I coloni hanno dato fuoco a due moschee nei villaggi palestinesi attorno a Nablus.
Quella che è la capitale di questa parte della Cisgiordania resta sotto assedio: l’esercito ha imposto il coprifuoco da venerdì, da quando negli scontri sono stati uccisi due israeliani e quattro arabi.
Abu Mazen, il presidente palestinese, ha inviato lettere ai leader internazionali, compresi gli europei, invocando «un’azione urgente per fermare l’aggressione».
I coloni di Gilad e delle altre comunità attorno a Nablus da una decina di giorni hanno intensificato i raid tra i cubi di cemento mal intonacato, lanciando pietre e assaltando i pastori palestinesi, attacchi organizzati per incitare una reazione e poi ottenere un’operazione militare. Venerdì scorso dalle fattorie abusive è partita un’altra «passeggiata», così vengono chiamate dalla burocrazia dell’esercito e dovrebbero essere autorizzate dal comandante della zona.
Questa volta – come tante altre – non è successo e poco cambia, l’obiettivo era uguale: provocare, terrorizzare. Il gruppo di coloni si è incamminato tra i muretti a secco, ha raggiunto Tel, dove abitano i «vicini» nella Cisgiordania spezzettata dalle coloni
Così Benjamin Netanyahu ha ordinato di aprire un nuovo fronte, non bastassero quelli non chiusi dal 7 ottobre di due anni fa, dagli eccidi all’alba perpetrati dai terroristi di Hamas, 1200 persone massacrate nel sud di Israele.
Sembrano non preoccuparlo gli avvertimenti lanciati dai generali. Temono che la tensione nei territori occupati tracimi, provano a sostenere che la violenza dei coloni vada contrastata.
L’intelligence spiega che i palestinesi si stanno organizzando, hanno formato 70 comitati per proteggere i villaggi, il timore è una terza intifada, alimentata anche dal malcontento verso il presidente Abu Mazen e dalle lotte politiche interne, destinate ad accentuarsi da qui alle elezioni parlamentari di novembre, le prime concesse dal raìs in vent’anni, dalla vittoria di Hamas nel 2006.
Anche Bibi è in campagna elettorale, gli israeliani tornano alle urne alla fine di ottobre. Per restare al potere ha bisogno degli alleati messianici e fanatici come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich.
Puntano all’annessione della Cisgiordania (al di là delle mosse che già la applicano di fatto) e per loro un’esplosione — la «polveriera» alimentata dal governo, come la definisce Yair Golan, l’ex generale a capo della sinistra — servirebbe a smantellare quel che resta dell’Autorità palestinese. E degli accordi di Oslo.
(da Corriere della Sera)
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