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GIULI NON HA RETTO ALL’ELEVAZIONE DI BUTTAFUOCO, VUOLE ANCHE LUI DIVENTARE LO ‘’STUPOR MUNDI’’ E PIETRA DELLO SCANDALO. E PER DIMOSTRARE DI ESSERE LIBERO DAL ‘’CENTRO DI SMISTAMENTO DI PALAZZO CHIGI’’, HA SFANCULATO IL SUO “MINISTRO-OMBRA”, IL FAZZO-BOY MERLINO

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

IL CASO GIULI NON È SOLO L’ENNESIMO ATTO DEL CREPUSCOLO DEL MELONISMO-AFTER-REFERENDUM: È ANCHE IL RISULTATO DEL FALLIMENTO DI RIMPIAZZARE LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE CAPACE CON LA FEDELTÀ DEI CAMERATI DI COLLE OPPIO, FINO A TOCCARE IL CLIMAX DEL FAMILISMO METTENDO A CAPO DEL PARTITO LA SORELLA ARIANNA, LA CUI GESTIONE IN VIA DELLA SCROFA HA SGRANATO UN ROSARIO DI DISASTRI, GAFFE, RIPICCHE, NON AZZECCANDO MAI UNA NOMINA (MICHETTI, TAGLIAFERRI, SANGIULIANO, CACCIAMANI, GHIGLIA, DI FOGGIA, MESSINA)

Lo stereo-vaffa di Giuli, che sfancula il suo “ministro-ombra”, il Fazzo-boy Emanuele Merlino, non è solo l’ennesimo atto del crepuscolo del melonismo-after-referendum: è anche il risultato dello scollamento in atto tra i Fratellini d’Italia di via della Scrofa e la “Fiamma Magica” di Palazzo Chigi.
Diventato nel giro di appena due lustri un partito di massa – al suo esordio del 2013 non arrivò al 2% e nove anni è il primo partito ottenendo il 26% dei voti – la Melona de’ noantri si è sempre testardamente rifiutata di prendere atto che la classe dirigente del partito era insufficiente, incapace e spesso impresentabile.
Contemporaneamente, diffidente di tutti coloro che non hanno le loro radici nel Movimento Sociale e Fronte della Gioventù, o perlomeno in Alleanza Nazionale, la Statista della Garbatella ha rimpiazzato la mancanza di una classe dirigente con il cameratismo più sfrenato fino a toccare il climax del “familismo”, quando ha catapultato nel 2023 l’amatissima sorellina a capo della segreteria politica e responsabile del tesseramento di Fratelli d’Italia, dove manco per sbaglio ne ha azzeccata una
Essì, una Meloni non vale l’altra. Già nel 2021 l’ex segretaria di Rampelli aveva subito dato prova del suo deficit di cultura politica proponendo, dopo averlo ascoltato cianciare dei pallonari della Lazio sull’emittente capitolina Radio Radio, la fallimentare candidatura di Enrico Michetti a sindaco di Roma.
Con Arianna a via della Scrofa, la gestione di Fratelli d’Italia ha sgranato un rosario di disastri, pasticci e gaffe, con decisioni e nomine una più sbagliata dell’altra: dopo Michetti, arriva un noleggiatore d’auto di Frosinone, Fabio Tagliaferri, che diventa presidente e amministratore delegato di Ales S.p.A., la società “in house” del Ministero della Cultura (MiC) incaricata della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano.
Facendo storcere naso-bocca-orecchi a Fazzolari, suo collega ai tempi della Regione Lazio, l’ex moglie di Lollobrigida si lancia per trasformare il direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano, in un ministro della Cultura; dopo la bis-Boccia delle dimissioni, Arianna l’ha protetto e spinto a candidarsi alle regionali in Campania (altro tonfo), dove ha portato a casa una sonora sconfitta. E Genny non è stato neanche il primo degli eletti: è finito alle spalle di Fele Palmira detta Ira.
La prova schiacciante che la “Sorella d’Italia” non possiede l’esperienza e la competenza necessaria per gestire un partito, è deflagrata con il caso di Agostino Ghiglia, membro dell’Autorità garante per la privacy che viene filmato, il giorno prima della multa di 150mila euro a ‘’Report’’, mentre usciva da via della Scrofa.
Ubriachi di potere, i Fratelli d’Italia si sono anche spacchettati in correnti (Lollobrigida, Rampelli, Donzelli, La Russa) e Arianna non ha avuto la “cazzimma”, fatta di scaltrezza e determinazione, per governare un partito attraversato e destabilizzato da una guerriglia intestina fatta di colpi bassi, ripicche e sputtanamenti, intrighi e complotti che sbrocca quotidianamente su posti e prebende.
Quando il romano Luca Sbardella (in quota La Russa) diventa commissario di FdI in Sicilia, avviene l’eruzione di Manlio Messina vicinissimo alle Meloni e ora uscito dal partito, che ha scoperchiato a ‘’Report’’ il vaso di Pandora della gestione dei fondi per la promozione del turismo siculo.
Focolai di scontro sono esplosi in Toscana, con lettere anonime e foto compromettenti ai danni del consigliere comunale Tommaso Cocci, costretto a ritirarsi dalle elezioni regionali
In Puglia, la consigliera comunale di Bari Raffaella Casamassima, che fa capo a Raffaele Fitto, quando è stata fatta fuori dalle liste per le regionali dal sottosegretario ‘’farmacista’’ Marcello Gemmato ha fatto fuori, si è rivolta direttamente a Giorgia Meloni: “Vengo estromessa perché non gradita al ‘club’ dei detentori del potere? Dov’è il merito?”.
In breve, altre melonate: alla Regione Lombardia, se viene silurata dal fuoco amico la sottosegretaria allo Sport Federica Picchi, Debora Massari, figlia del divo della pasticceria Iginio, è nominata assessore al Turismo senza nemmeno la tessera di Fratelli d’Italia: è bastato essere amica di Arianna.
Più noti alle cronache, altri pupilli e beniamini di Arianna: Manuela Cacciamani elevata alla presidenza di Cinecittà Spa, Giuseppina Di Foggia a capo di Terna Spa, Marco Mezzaroma a Sport e Salute, Antonella Giuli, dalla comunicazione del partito è decollata all’Ufficio Stampa della Camera dei Deputati, eccetera.
Il filo di Arianna si è via via attorcigliato pericolosamente intorno al suo collo quando ha sostenuto l’ascesa al Collegio Romano di Alessandro Giuli contro il parere di Fazzolari che si ricordava, da ex-‘’gabbiano’’ di via Sommacampagna, il giorno in cui Fabio Rampelli lo aveva cacciato a pedate per il suo estremismo para-nazi.
Una decisione che si è rivelata un bombastico passo falso: se Emanuele Merlino è un Fazzo-boy, Elena Proietti è una Arianna-girl. Senza considerare il caratterino avvolgente come un serpente a sonagli del ministro del Pensiero Solare che suona il ciufolo per il dio Pan.
Uterino com’è, Giuli non ha retto alla elevazione di Buttafuoco a nuovo idolo della sinistra e della destra radicale, in seguito al caso del padiglione russo riaperto (per tre giorni) alla Biennale veneziana dell’arte.
Il sospetto è che l’Alessandro Mignon dell’egemonia culturale di destra voglia anche lui diventare lo ‘’stupor mundi’’ e pietra dello scandalo per liberarsi dal giogo di ‘’Pa-Fazzo Chigi’’ e dimostrare di essere libero. Come Buttafuoco appunto.
Che qualcosa nei neuroni del Giuli-vo si stesse agitando lo si era percepito una settimana fa in Consiglio dei Ministri, protagonista di un violentissimo scontro sul Piano Casa con Salvini, che puntava a ridimensionare il ruolo delle Soprintendenze in materia di autorizzazione paesaggistica.
Alla fine la spunta il ministro basettoni e nel testo del decreto sul Piano casa, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, scompare la norma del Capitone leghista.
“Quel che non è emerso fino in fondo è che in quella lite Giuli ha avuto un autentico frontale anche con Meloni”, informa Tommaso Ciriaco su “Repubblica”. “La premier, a un certo punto, sarebbe intervenuta nella contesa: “Avverto una punta di prosopopea”. (secondo altri: “Mi avete scocciato, basta spocchia”).
Aggiunge Ciriaco: “Chiosa evidentemente non gradita al ministro della Cultura, che punto sul vivo avrebbe risposto piccato: «Ti stai rivolgendo a me?». Domanda
ripetuta per due volte, in tono di sfida. Vista la piega, la premier avrebbe però preferito glissare”
Dalla celebre scena di Robert De Niro in “Taxi driver”: “Are you talking to me??? Hey, are you talking to me?”, si arriva a domenica sera con il Giuli a cazzo dritto che sfancula il “ministro-ombra” Emanuele Merlino (per fine del rapporto fiduciario, e ci sta) e licenzia Elena Proietti (rea di mancato accompagnamento a New York, in quanto ricoverata in ospedale, sic!).
Come andrà a finire? Giuli scriverà un altro libro: dal “Passo delle oche” al “Passo dei capponi”. Un pollaio di cui lui ha fatto parte…
(da Dagoreport)

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“GIORGIA LA ‘SCIAMANA’ OGGI È IN TERRA INCOGNITA”: MASSIMO GIANNINI NEL SUO NUOVO LIBRO TRATTEGGIA L’ASCESA E LA CADUTA DELLA (EX?) “TRUMPETTA” MELONI: “LE COSE NON SONO ANDATE COME SPERAVA. L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA L’HA FATTA A PEZZI LA CORTE COSTITUZIONALE, IL PREMIERATO FORTE È FINITO SU UN BINARIO MORIBONDO, LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE TRA GIUDICI E PM È STATA BOCCIATA DAL POPOLO SOVRANO”

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

“IL PRESEPE TRUMPIAN-MELONIANO SI SGRETOLA, L’ARMADIO SOVRANISTA SI SVUOTA DEI FETICCI IDEOLOGICI E SI RIEMPIE DI SCHELETRI. ORA LA PREMIER PROVA A SMARCARSI DALL’ABBRACCIO MORTALE DEL TYCOON. MA È UNA FATICA”

Estratto da “La sciamana”, di Massimo Giannini (ed. Rizzoli), pubblicato da “la Repubblica”
“A Massimo, che con le sue critiche mi aiuta a crescere…”. È un giorno di maggio del 2021 e di buon mattino, appena entro in redazione mi ritrovo sulla scrivania un libro appena uscito.
Si intitola Io sono Giorgia – Le mie radici, le mie idee. In copertina c’è lei, immortalata in primo piano. Lo apro, e c’è questa dedica che mi fa effetto e mi fa anche piacere. Soprattutto sorrido per la firma: “Giorgia – LA SCIAMANA”. Con Meloni abbiamo una lunga e lontana consuetudine. L’ho seguita per anni, soprattutto da quando ha fondato Fratelli d’Italia nel dicembre 2012.
L’ho sempre apprezzata per la tenacia con cui ha condotto la sua interminabile traversata nel deserto, caricandosi sulle spalle un partitino che al suo esordio elettorale del 2013 prese l’1,95% e portandolo solo nove anni dopo sulla vetta più ambita e impensabile di Palazzo Chigi. E l’ho sempre criticata, imputandole una radicalità da destra estrema che nel passato non ha mai fatto i conti con la storia dalla quale proviene e nel presente non fa i conti con la realtà dalla quale fugge. Ma il rispetto non è mai mancato.
E penso che da lì nasca quella sua dedica di allora, e questo mio libro di oggi. Che ha la sola pretesa di raccontare, senza rancore, cosa non funziona nel dispositivo del potere meloniano.
Un potere originato da un Dna ideologico reazionario, settario e orgogliosamente minoritario, e nutrito attraverso un cordone ombelicale mai reciso non tanto e non solo dalla colleganza col fascismo di Mussolini, ma soprattutto dalla militanza nel Msi di Almirante.
Un potere che si addestra tra le pieghe di un ventennio berlusconiano, con il quale si innesta in modo solo all’apparenza innaturale. Un potere che si afferma cavalcando gli spiriti animali del sovranismo internazionale e individuando nelle burocrazie di Bruxelles la malattia, nel ritorno alle piccole patrie il farmaco, e nei leader eurofobici alla Orbán il medico impietoso.
Un potere, infine, che si consolida e probabilmente si consuma nella connessione politica – colpevolmente volontaria e consapevolmente identitaria – con la figura più tragica e titanica del nuovo millennio: Donald Trump
L’idea del titolo di questo libro nasce da lì: la Sciamana Giorgia ha fatto la sua scelta allora e l’ha rifatta nel novembre 2024, quando Donald rivince le presidenziali e lei, la nostra presidente del Consiglio diventa la sua cheerleader e non si allontana mai dal suo amico onnipotente.
Come ha detto il primo ministro canadese Mark Carney al Forum di Davos del
gennaio 2026, questa è un’era di rottura, non di transizione. È dentro questa rottura, in cui lo Sceriffo di New York è artefice e carnefice, che bisogna inquadrare il fenomeno Meloni. La parte di un tutto, senza il quale lei non si comprende e quello che fa, ha fatto o ha provato a fare non si giustifica.
Non si capisce il gravoso “vincolo esterno” subito con l’America Maga e l’omertoso silenzio su tutte le scempiaggini del suo Commander in Chief. Non si capisce la strampalata teoria sul “ponte” tra le due sponde dell’Atlantico e la testarda difesa del voto all’unanimità nell’Europa dei 27, la vagheggiata riforma del “premierato forte” e l’abortita riforma della giustizia, la scellerata operazione di outsourcing sui migranti deportati a Gjader e Shengjin, l’esasperata ubriacatura pan-penalistica dei decreti sicurezza, la cortigianeria della Rai sotto occupazione e l’idiosincrasia della premier per la libera informazione.
Le cose non sono andate come la Sorella d’Italia sperava. L’autonomia differenziata l’ha fatta a pezzi la Corte costituzionale. Delle due leggi di revisione costituzionale, il premierato forte è finito su un binario moribondo, la separazione delle carriere tra giudici e pm è stata bocciata dal popolo sovrano.
Oggi la Sciamana è in terra incognita.
Il presepe trumpian-meloniano si sgretola, l’armadio sovranista si svuota dei feticci ideologici e si riempie di scheletri. Cominciano a cadere gli idola tribus del clan ultra-conservatore.
Cade Dio, perché Donald aggredisce il vicario di Cristo e costringe anche la cheerleader a sguainare la spada per difendere il Santo Padre. Cade la Patria, perché la fine di Orbán è un duro colpo all’Europa degli Stati-Nazione. E un po’ cade anche la Famiglia, visti i “sacrifici umani” tra i Fratelli tricolori richiesti a Santanchè, Delmastro e Bartolozzi, e poi anche le pulizie di Pasqua in Forza Italia imposte da Marina Berlusconi.
Ora la premier prova a smarcarsi dall’abbraccio mortale del tycoon. Ma è una fatica. C’è una fulminante vignetta di Stefano Disegni, che riassume al meglio i turbamenti di Giorgia, che agitata e stralunata dice «ahò, nun me potete chiede de rinnegà Trump, devo ancora finì de rinnegà Mussolini!».
Eppure un posto dove andare ce l’avrebbe ancora.
Se vuole provare davvero a recuperare lo scettro che le è miseramente scivolato di mano, Meloni ha una sola chance: rientrare nella “Casa Europa”.
Come ha scritto Ezio Mauro, è nell’Ue che si può e si deve giocare la partita decisiva. E la destra può ancora provarci, ricucendo i fili che la legano agli Stati Uniti ma rompendo le catene che la imprigionano a Trump. Questa sì, sarebbe l’unica scelta autenticamente “patriottica” che la Sciamana, pentita, potrebbe ancora fare.
Massimo Gannini
(da La Repubblica)

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IL CAOS AL MINISTERO DELLA CULTURA ARRIVA SUL “TIMES”: IL QUOTIDIANO LONDINESE METTE IN FILA TUTTI I DISASTRI DI ALESSANDRO GIULI, FINO AD ARRIVARE AL LICENZIAMENTO DEL “MINISTRO OMBRA”, IL FEDELISSIMO DI FAZZOLARI, EMANUELE MERLINO

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

“IL MINISTRO GIULI È STATO IMPLICATO IN UNA SERIE DI GAFFE, DALLA CONTROVERSIA SUL RITORNO DELLA RUSSIA ALLA BIENNALE DI VENEZIA ALLA NOMINA DELL’ALLEATA DI MELONI, BEATRICE VENEZI, A DIRETTRICE D’ORCHESTRA DEL TEATRO LA FENICE DI VENEZIA. L’IMMAGINE NON È POSITIVA PER MELONI, CHE, DOPO LA BRUCIANTE SCONFITTA AL REFERENDUM DI MARZO, STA CERCANDO DI RIMETTERE IN SESTO IL PARTITO IN TEMPO PER LE ELEZIONI DEL PROSSIMO ANNO

Un ricercatore italiano dell’Università di Cambridge, Giulio Regeni, è scomparso al Cairo nel gennaio 2016. Il suo corpo mutilato è stato ritrovato nove giorni dopo in un fossato. L’autopsia ha rivelato estesi segni di tortura. A dieci anni dalla morte di Regeni, le autorità egiziane non sono riuscite a rendere giustizia e i governi italiani che si sono succeduti sono stati criticati per non aver fatto abbastanza per spingere il Cairo a far progredire il caso.
Nell’ultimo episodio della saga, il governo di Giorgia Meloni è stato denunciato dalla stampa dopo che una commissione ha scelto di assegnare finanziamenti statali a un documentario che esplora gli eventi che circondano la morte di Regeni.
In risposta, Alessandro Giuli, il ministro della Cultura, ha licenziato domenica due dei suoi collaboratori più stretti.
Emanuele Merlino era a capo della segreteria tecnica del ministero ed Elena Proietti a capo della segreteria personale del ministro. Giuli è stato implicato in una serie di gaffe, dalla controversia sul ritorno della Russia alla Biennale di Venezia alla nomina dell’alleata di Meloni, Beatrice Venezi, a direttrice d’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia. L’immagine non è positiva per Meloni, che, dopo la bruciante sconfitta al referendum di marzo, sta cercando di rimettere in sesto il partito in tempo per le elezioni del prossimo anno.
“Sebbene sia molto rispettata all’estero, internamente le cose potrebbero sembrare andare a rotoli”, ha affermato Daniele Alberta, professore di scienze politiche all’Università del Surrey.
“Nel tempo, è l’erosione della sua reputazione a essere dannosa”. Il film Giulio Regeni, diretto da Simone Manetti e con la partecipazione sullo schermo dei genitori di Regeni, è stato proiettato nelle sale cinematografiche italiane per tre giorni a febbraio. Con un budget di 328.000 euro, la società di produzione ha richiesto 131.000 euro di finanziamenti pubblici. Tuttavia, un comitato indipendente di 15 membri nominato dal ministero per assegnare 14 milioni di euro di sovvenzioni non ha ritenuto… ammissibile.
La decisione ha provocato un’ondata di proteste pubbliche ed Elly Schlein, leader del Partito Democratico all’opposizione, ha chiesto a Giuli di chiarire la decisione. Almeno tre membri della commissione si sono dimessi, citando disaccordo con l’esito.
Il Post, un giornale online, ha affermato che non era “sorprendente” che il film
avesse ottenuto un punteggio mediocre nella gara a punti, che privilegiava l’originalità e la qualità della sceneggiatura sopra ogni altra cosa.
Ciononostante, Giuli ha ammesso il fallimento la scorsa settimana. Giuli ha licenziato Merlino per la vicenda Regeni, è stato riportato dai media italiani, e Proietti è stata licenziata perché non si era presentata all’aeroporto per la missione di Giuli a New York a marzo, aggrava la crisi nel ministero dell’arte di Meloni durante il quale ha raccolto un dipinto dal Museo Maxxi di Roma nel 2022 e Antonello da Messina il ministero era stato nominato ministro da Meloni due acquistati per quasi 15 milioni di dollari, anni dopo.
Sandro Ruotolo, responsabile della cultura del Partito Democratico ha affermato che i licenziamenti, tra cui numerosi scandali, hanno mostrato che il governo era “nel caos tra guerre interne e rese dei conti”, Lorenzo Castellani, politologo dell’Università Luiss di Roma, ha dichiarato:
“Con la sconfitta referendaria e le elezioni che si avvicinano, le cose si fanno più complicate”. Fabio Vittorini, professore di media all’Università IULM di Milano, ha detto al Times che i licenziamenti riflettevano un modello di scarso giudizio seguito da… Fanno un pasticcio, sperano… e poi, quando il danno viene alla luce, eliminano le persone.”
(da agenzie)

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SONDAGGIO WINPOLL; SI RIDUCE IL DISTACCO TRA FDI (26,6%) E PD (23%), MENTRE ELLY SCHLEIN PRENDE IL VOLO SU CONTE IN CASO PRIMARIE: 61% CONTRO 39%

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

SCHLEIN NETTAMENTE AVANTI AL CENTRO-NORD, CONTE ALLA PARI SOLO AL SUD

Gli ultimi dati del sondaggio di Winpoll arrivano in una fase in cui il quadro politico italiano continua lentamente a ridefinirsi. Non ci sono movimenti improvvisi o ribaltoni, ma una serie di piccoli spostamenti che, settimana dopo settimana, stanno riducendo alcune distanze considerate fino a pochi mesi fa più solide.
Fratelli d’Italia si conferma primo partito con il 26,6%, mantenendo una distanza significativa sugli avversari ma scendendo sotto quella soglia del 27% che, negli ultimi mesi, aveva rappresentato una sorta di linea stabile del consenso. Alle spalle cresce il Partito Democratico, che arriva al 23%. Il distacco tra i due partiti si riduce così a poco più di tre punti e mezzo, un margine più contenuto rispetto a molte rilevazioni precedenti.
Più complessa la situazione del Movimento 5 Stelle, che si attesta all’11,4%. Un dato che mantiene il partito in una posizione centrale negli equilibri dell’opposizione, ma che appare più debole rispetto alle settimane precedenti.
Uno degli elementi più interessanti riguarda invece Alleanza Verdi e Sinistra, che sale al 7,5% e supera nettamente la Lega, ferma al 6,4%.
Un sorpasso che ha anche un peso simbolico, perché segnala la crescita di un’area progressista più radicale proprio mentre il partito guidato da Matteo Salvini continua a faticare.
Nel centrodestra, inoltre, Forza Italia consolida il ruolo di seconda forza della coalizione all’8,5%, rafforzando ulteriormente il riequilibrio interno al blocco governativo.
Le altre forze e un quadro ancora frammentato
Fuori dai partiti maggiori, Futuro Nazionale raggiunge il 3,7%, confermando una crescita lenta ma costante. Italia Viva si attesta al 3,1%, mentre Azione è al 2,7%.
Più indietro +Europa all’1,3% e Pace Terra Dignità all’1,5%. Numeri che continuano a raccontare uno spazio politico molto frammentato e ancora incapace di trovare un centro di gravità stabile.
Primarie del campo largo: Schlein prevale nettamente
Accanto alle intenzioni di voto, il sondaggio misura anche uno scenario politico che da mesi attraversa il dibattito dell’opposizione: l’ipotesi di primarie per scegliere una leadership comune del campo largo. Nel confronto diretto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, la segretaria del Pd prevale con il 61% contro il 39%.
Il dato più significativo è che Schlein risulta avanti praticamente in tutte le categorie analizzate. Ottiene i risultati migliori tra i più giovani e tra gli elettori più anziani, cresce soprattutto tra le donne e domina nettamente nel Nord e nel Centro del Paese. Conte resta invece competitivo quasi esclusivamente nel Mezzogiorno, dove il margine tra i due si riduce fino quasi a scomparire.
(da agenzie)

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COSI’ LA GRECIA SI E’ RESA COMPLICE DELLO STATO TERRORISTA DI ISRAELE NELL’ASSALTO ALLE NAVI DELLA FLOTILLA

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA RICOSTRUZIONE DELL’ATTO DI PIRATERIA, VIOLATA LA SOVRANITA’ EUROPEA: IL BLACKOUT RADIO, LE OTTO ORE DI SILENZIO DELLA GUARDIA COSTIERA… UN PAESE NORMALE AVREBBE AFFONDATO LE NAVI DEI TERRORISTI, MA ORMAI C’E’ UN GOVERNO CRIMINALE A CUI TUTTO E’ PERMESSO

Un arco temporale di otto ore, nelle acque del Mediterraneo al largo di Creta, rischia di trasformarsi in un caso diplomatico per il governo di Atene. È l’intervallo di tempo trascorso tra l’assalto israeliano alle navi della “Global Sumud Flotilla” e
l’arrivo dei primi soccorsi greci: otto ore di vuoto, in cui la sovranità europea sembra essersi dissolta per fare spazio agli interessi strategici di Tel Aviv.
Ufficialmente, il Ministro degli Esteri Giorgos Gerapetritis ha parlato davanti al Parlamento di un’operazione dettata da un “dovere umanitario”. Ma la ricostruzione fornita a Fanpage.it da Paris Laftsis, attivista della Flotilla, descrive una realtà differente: quella di una sovranità che sarebbe stata “congelata” per permettere ai militari israeliani di agire indisturbati, sequestrare le imbarcazioni e rapire decine di attivisti, tra cui Saif Abukeshek e Thiago Avila, senza alcuna interferenza da parte delle autorità europee.
Il black out e il canale 16
Nel diritto marittimo esiste una regola considerata sacra: il Canale 16. È la frequenza internazionale riservata esclusivamente ai soccorsi, l’unico ponte radio che garantisce la sicurezza in mare aperto. Chiunque si trovi in pericolo lancia un segnale su quella banda; chiunque sia nelle vicinanze ha l’obbligo legale di rispondere.
“In linguaggio nautico lo chiamiamo Mayday”, spiega Laftsis, che quella notte ha seguito l’operazione in contatto costante con i compagni a bordo della barca Tam Tam. Alle 21:00 di mercoledì 29 aprile, mentre i militari israeliani (IDF) iniziavano l’arrembaggio, è calato il silenzio. Ma non un silenzio naturale. Secondo la ricostruzione di Laftsis, le forze di Tel Aviv avrebbero inondato il Canale 16 con rumori bianchi e interferenze, rendendo impossibile ogni comunicazione di emergenza. Un atto che l’attivista definisce come un vero e proprio crimine internazionale, consumatosi nel “silenzio assordante” delle autorità greche, spettatrici di un blackout radio che preludeva alla violenza.
Le otto ore di silenzio: l’ammissione del Governo
Nonostante il sabotaggio delle frequenze, Atene non sarebbe rimasta al buio. A sgretolare il muro del silenzio è stata, paradossalmente, la stessa voce ufficiale del governo greco: in una conferenza stampa rimasta agli atti, il portavoce Pavlos Marinakis ha infatti confermato che nell’area dell’assalto erano presenti ben tre unità della Guardia Costiera ellenica. Un dettaglio che trasformerebbe il sospetto in prova documentale: le autorità greche non erano distanti, né ignare. “Erano fisicamente lì, testimoni oculari di una violazione che hanno scelto di classificare
come “fuori giurisdizione” per giustificare un’immobilità durata otto ore”. In quel lasso di tempo infinito, le motovedette di Atene sarebbero rimaste sospese in un’inerzia che Laftsis descrive come deliberata: “Avrebbero osservato tutto mentre i militari israeliani distruggevano i motori della Tam Tam, abbandonandola alla deriva con i civili a bordo”, denuncia l’attivista.
La ricostruzione che emerge è quella di un’attesa calcolata: la Guardia Costiera avrebbe atteso il completamento di ogni singola fase dell’operazione dell’IDF (l’abbordaggio, le percosse, i sequestri) prima di palesarsi. Non solo, secondo il racconto di Laftsis, le unità greche avrebbero mantenuto i propri potenti riflettori puntati costantemente sulle imbarcazioni della Flotilla. Mentre i droni israeliani sorvegliavano il cielo, le luci greche avrebbero cioè squarciato il buio per illuminare il ponte della nave, fornendo ai soldati dell’IDF il supporto visivo necessario per muoversi agevolmente durante l’assalto. Solo all’alba di giovedì, dopo otto ore di totale abbandono e a “lavoro” concluso, i greci si sarebbero finalmente mossi per gestire il trasferimento dei superstiti verso la terraferma. Un ritardo che, agli occhi degli attivisti, non somiglia affatto a una svista burocratica, ma piuttosto all’esecuzione di un ordine preciso: garantire a Israele il tempo necessario per agire indisturbato, nell’ombra protetta di un porto europeo.
Il rimpallo verso la Difesa
Per comprendere le ragioni di uno stallo durato otto ore mentre dei civili lanciavano segnali di emergenza nel Mediterraneo, bisogna spostare lo sguardo dai radar di Creta ai palazzi del potere ateniese. Dietro l’immobilismo della Guardia Costiera si intravede infatti un passaggio politico cruciale: il trasferimento della gestione del caso dall’ambito civile-marittimo a quello militare. Nella notte dell’assalto, la parlamentare greca Peti Perka, esponente del partito New Left, avrebbe tentato più volte di contattare il Ministero della Marina per chiedere l’attivazione immediata dei soccorsi. Secondo quanto riportato da Laftsis, il ministro degli Esteri Giorgos Gerapetritis le avrebbe però risposto con una frase destinata a diventare centrale nella vicenda: “Da questo momento la questione è di competenza del Ministero della Difesa”
Un dettaglio apparentemente tecnico che, letto nel contesto di un mayday in mare, assume però un peso politico enorme. Nel diritto marittimo internazionale, infatti, un’emergenza civile ricade normalmente sotto le autorità di ricerca e soccorso e sotto il coordinamento della Guardia Costiera. Il passaggio immediato del dossier alla Difesa implica invece una riclassificazione dell’evento: non più un’operazione di salvataggio, ma una questione di sicurezza militare. E sarebbe proprio in questo slittamento amministrativo che gli attivisti leggono la prova di un coordinamento preventivo tra Atene e Tel Aviv. Perché una decisione del genere difficilmente può maturare nel caos di poche ore: presuppone una catena di comando già attiva, un livello politico già allertato e soprattutto una scelta precisa sulla natura dell’operazione. Trasferendo la gestione alla Difesa, il governo greco avrebbe di fatto congelato il protocollo ordinario di soccorso marittimo, lasciando alla Guardia Costiera un ruolo passivo mentre l’IDF completava l’assalto, i sequestri e la deportazione degli attivisti.
Il paradosso delle quattro miglia
Ma se la diplomazia si muove su binari ambigui, la geografia possiede leggi che non ammettono interpretazioni. Ed è proprio la rigidità delle mappe a smentire la linea difensiva tracciata dal governo davanti al Parlamento. In quelle ore, il titolare degli Esteri ha tentato di sollevare Atene da ogni responsabilità sostenendo che l’abbordaggio fosse avvenuto in acque internazionali, una “terra di nessuno” dove la giurisdizione ellenica non avrebbe avuto potere di intervento. Le coordinate fornite dalla Flotilla disegnano però una geometria del tutto differente. Venerdì mattina, la “nave-prigione” battente bandiera israeliana, con il suo carico di 178 persone, “si trovava ancorata a sole 4 miglia nautiche dalla costa di Creta, proprio di fronte al porto di Atherinolakkos”, spiega Laftsis.
Un dettaglio che cambia la natura ontologica dei fatti: secondo il diritto internazionale, entro il limite delle 12 miglia lo Stato costiero esercita la sua piena e assoluta sovranità. In quel tratto di mare, la Grecia non è quindi un ospite impotente, ma la padrona di casa. “La Guardia Costiera greca avrebbe agito come un semplice servizio taxi”, denuncia Laftsis. Secondo l’attivista, le motovedette di Atene avrebbero fatto la spola tra l’imbarcazione israeliana e la terraferma per sbarcare 176 dei prigionieri sequestrati, accettando però silenziosamente che
Thiago e Saif rimanessero a bordo per la deportazione. In quegli stessi istanti, il team legale della Flotilla aveva già presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha effettivamente aperto un fascicolo chiedendo alla Grecia di spiegare questo “complesso coordinamento”.
“Tra le persone poi trasferite a terra, 36 o 37 erano ferite seriamente. Molti si sono rifiutati di scendere senza Thiago e Saif e per questo sono stati picchiati duramente. Alcuni attivisti hanno denunciato di aver subito abusi sessuali o stupri durante la detenzione sulla nave, mentre altri sono stati feriti dai proiettili di plastica sparati durante l’arrembaggio”. Nonostante le grida e i segni evidenti di percosse, nessun ufficiale greco avrebbe osato salire a bordo per interrogare il capitano o chiedere conto della detenzione di cittadini europei in territorio nazionale. Le autorità elleniche avrebbero cioè rinunciato ai propri poteri di polizia marittima, limitandosi a facilitare la logistica di un sequestro e accettando passivamente che Thiago e Saif rimanessero prigionieri per la deportazione. Una consegna silenziosa avvenuta a pochi passi dalle spiagge di Creta.
L’asse del gas e la sovranità barattata
Per comprendere le ragioni di una postura tanto remissiva da parte di Atene, è necessario però allargare lo sguardo oltre la notte dell’assalto alla Flotilla. Negli ultimi quindici anni, il Mediterraneo orientale ha smesso di essere solo uno specchio d’acqua per trasformarsi in un complesso scacchiere dove la Grecia avrebbe progressivamente ricalibrato la sua storica vicinanza alla causa palestinese in favore di un’alleanza strategica con Tel Aviv. Un legame che oggi appare come un intreccio inscindibile di interessi energetici, cooperazione militare e stabilità regionale.
Il punto di svolta risale al 2010: mentre la frattura tra Israele e Turchia si faceva insanabile, Atene intuiva l’occasione geopolitica per proporsi come nuovo partner strategico di Israele nell’area. Attorno ai campi offshore di Leviathan e Tamar è nata così un’intesa energetica tra Grecia, Israele e Cipro volta a ridisegnare gli equilibri del continente. Il progetto EastMed (il gasdotto pensato per portare l’energia israeliana in Europa aggirando Ankara) ne è diventato il simbolo, con l’Italia nel ruolo di terminale occidentale di questo corridoio strategico.
Ma insieme alla diplomazia dell’energia, a consolidarsi è stata soprattutto una muscolatura militare condivisa che ha trasformato la Grecia nel principale poligono straniero dell’aviazione israeliana. Negli ultimi anni, le esercitazioni congiunte (come la massiccia Iniochos, una delle più importanti simulazioni di dogfight e bombardamento tattico nel Mediterraneo) sono diventate un appuntamento fisso. Lo spazio aereo ellenico, con la sua complessa morfologia montuosa, offre all’IDF una risorsa rara: la possibilità di addestrarsi a eludere i sistemi di difesa missilistica S-300 di fabbricazione russa (presenti nell’arsenale greco e in quello dei principali avversari regionali di Israele), simulando attacchi a lungo raggio e missioni di neutralizzazione di obiettivi sensibili. Una cooperazione che ha superato la soglia della semplice cortesia tra alleati: Atene ha affidato a colossi della difesa israeliani, come la Elbit Systems, la gestione di centri di addestramento strategici sul proprio suolo attraverso contratti miliardari, come quello per il polo aeronautico di Kalamata.
È insomma proprio dentro questa cornice di interdipendenza tattica che gli attivisti della Flotilla leggono l’immobilismo di quella notte. La scelta della Guardia Costiera di restare a motori spenti per otto ore, il passaggio della gestione della crisi al Ministero della Difesa e l’assenza di un intervento diretto contro l’abbordaggio israeliano non sarebbero stati frutto di una casualità. Al contrario, rappresenterebbero il riflesso di un equilibrio politico ormai consolidato, in cui Atene eviterebbe accuratamente qualunque collisione con un alleato considerato vitale per la propria sicurezza energetica e militare.
Così, mentre sulle banchine i sopravvissuti sbarcavano portando con sé ferite da proiettili di plastica e i segni di percosse e abusi, nelle cancellerie il governo israeliano ringraziava pubblicamente la Grecia per la ‘collaborazione’. Una formula diplomatica che, alla luce delle otto ore trascorse senza interventi, assume agli occhi degli attivisti un peso diverso. Perché ciò che emerge dal racconto della notte di Creta non sarebbe soltanto la cronaca di un abbordaggio nel Mediterraneo, ma il ritratto di un’Europa attraversata da interessi strategici talmente profondi da rendere il confine tra ambiguità diplomatica e complicità improvvisamente molto più sottile.
(da Fanpage)

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TRUMP MONETIZZA SU TUTTO, ANCHE SULLE GRAZIE PRESIDENZIALI: PER USCIRE DI PRIGIONE, BASTA SGANCIARE TRA UNO E SEI MILIONI DI DOLLARI AI MEMBRI DEL “CERCHIO MAGICO” DEL PRESIDENTE

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

IN UN SOLO ANNO IL TYCOON HA GRAZIATO 1600 PERSONE (1500 DI LORO SONO I RESPONSABILI DELL’ASSALTO A CAPITOL HILL), TRA CUI L’EX PRESIDENTE HONDUREGNO JUAN ORLANDO HERNÁNDEZ, CHE DOVEVA SCONTARE UNA CONDANNA A 45 ANNI PER AVER IMPORTATO NEGLI USA 400 TONNELLATE DI COCAINA, LE STAR DEI REALITY SHOW TODD E JULIE CHRISLEY, CONDANNATI PER FRODE BANCARIA ED EVASIONE FISCALE

Altro che giustizia uguale per tutti. A Washington ormai è cosa nota: per ottenere la benevolenza del presidente e uscire di galera, basta avere i contatti giusti. E fondi sufficienti a oliare i portafogli di consulenti e lobbisti con entrature alla Casa Bianca o a Mar-a-Lago: familiarità con i membri del “cerchio magico” di Donald Trump.
Le donazioni costano piuttosto caro ai postulanti: da un minimo di un milione di dollari, fino a sei, a seconda delle imputazioni e della rilevanza dei facoltosi pregiudicati da rimettere in libertà. Una pratica così diffusa, che una recente inchiesta del settimanale New Yorker parla già di “economia delle grazie”. E il Wall Street Journal addirittura di “industria della clemenza”.
Trump, nel primo anno del suo primo mandato, ne concesse solo una. Le cose sono radicalmente cambiate col secondo mandato. In un solo anno, ha infatti graziato la bellezza di 1600 persone. Certo, circa 1500, come promesso in campagna elettorale, sono i responsabili dell’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.
Ma gli altri cento nomi che hanno ottenuto “clemenza esecutiva” sono da scorrere con attenzione. C’è infatti, quello dell’imprenditore sportivo Tim Leiweke, condannato per illeciti finanziari, graziato durante una partita di golf a Mar-a-Lago giocata dal parlamentare Trey Gowdy col presidente.
Don Jr, figlio maggiore di Trump, ha invece perorato la causa di Changpeng Zhao, fondatore della piattaforma di criptovaluta Binanace anche lui condannato per frode fiscale. E pure l’influencer conservatrice Laura Loomer, confidente di Trump, è intervenuta a favore di qualcuno: ottenendo clemenza per il rabbino Joseph Schwartz, proprietario di una casa di cura nel New Jersey, condannato per aver frodato il governo per trentotto milioni di dollari non pagando le tasse sul lavoro.
E ci sono nomi perfino più incredibili: come quello dell’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, che doveva scontare una condanna a 45 anni per concorso coi cartelli della droga, accusato di aver importato negli Usa 400 tonnellate di cocaina. E perfino Ross Ulbricht, creatore del sito Silk Road noto lo spaccio di stupefacenti sul dark web.
Per carità, non sempre di vendita delle indulgenze, si tratta. Il New Yorker nota che «qualcuno riesce a risparmiare sfruttando le antipatie del presidente», scrivono. «Se qualcuno è stato arrestato per ordine di un giudice, di un detective, di un ministro che gli sta antipatico, il gioco è fatto».
È andata così alla star dei reality show Todd e Julie Chrisley, condannati per frode bancaria ed evasione fiscale. E pure a Matt Gaetz, mancato procuratore generale per quel suo “vizietto” di accompagnarsi a minorenni.
(da Repubblica)

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IL MINISTRO GIULI HA TIRATO FUORI GLI ARTIGLI (SA CHE GIORGIA MELONI NON PUO’ CACCIARLO, PENA ANDARE AL RIMPASTO E BYE BYE AL RECORD DI LONGEVITA’ DEL SUO GOVERNO)

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA “FIAMMA MAGICA” DI PALAZZO CHIGI ORA VUOLE “SALVARE” EMANUELE MERLINO, APPENA SILURATO DA GIULI DAL RUOLO DI CAPO SEGRETERIA, E PIAZZARLO IN UN RUOLO CON UNO STIPENDIO DI ALMENO 133 MILA EURO L’ANNO (POTREBBE FINIRE AL COORDINAMENTO NEL GRUPPO FDI ALLA CAMERA O IN UN ALTRO MINISTERO)… PER L’EX GIORNALISTA, I RAPPORTI CON FRATELLI D’ITALIA SONO COMPROMESSI: ADDIO A UNA CANDIDATURA ALLE PROSSIME POLITICHE E NON E’ ESCLUSO CHE GIULI, CON UN COLPO A EFFETTO, SI DIMETTA

L’indicazione arriva direttamente da Giovanbattista Fazzolari. È lui il primo ad aver subito lo sfregio più evidente, con la cacciata di Emanuele Merlino. Il sottosegretario non può subire un affronto del genere, tant’è che ha già dato mandato di trovare per il capo della segreteria tecnica dimissionato da Alessandro Giuli un incarico all’altezza, per peso politico e retribuzione.
Da decreto guadagna 133mila euro l’anno, non vogliono che scenda sotto quella soglia. E così sarà perché il segnale deve essere chiaro: chi sta con Palazzo Chigi non sarà lasciato indietro. Semmai, chi pagherà un prezzo politico è Giuli.
Si incontra con la premier. E, a dispetto di quanto si legge nelle note semi ufficiali che trapelano al termine del colloquio, il faccia a faccia va malissimo. Lo sostengono quasi in coro da Fratelli d’Italia, non lo negano informalmente dalla presidenza del Consiglio.
Secondo queste fonti, Giorgia fa presente ad Alessandro che quanto accaduto non fa altro che destabilizzare l’esecutivo in una fase critica. Ma c’è di peggio: il sospetto è che Giuli cerchi lo scontro, addirittura il “licenziamento”. Lo farebbe perché convinto di essersi tagliato i ponti alle spalle con Palazzo Chigi. E di averlo fatto dopo il violentissimo diverbio di una settimana fa, in consiglio dei ministri.
Ne aveva scritto per prima Repubblica, sul sito: un duello tra il titolare della Cultura e Matteo Salvini su una norma legata al piano casa e ai poteri delle sovrintendenze. Quel che non è emerso fino in fondo è che in quella lite Giuli ha avuto un autentico frontale anche con Meloni. La premier, a un certo punto, sarebbe intervenuta nella contesa: «Avverto una punta di prosopopea». Chiosa evidentemente non gradita al ministro della Cultura, che — punto sul vivo — avrebbe risposto piccato: «Ti stai rivolgendo a me?». Domanda ripetuta per due volte, in tono di sfida. Vista la piega, la premier avrebbe però preferito glissare.
Per evitare di arroventare un clima già surriscaldato da un altro battibecco, stavolta tra Francesco Lollobrigida e lo stesso Giuli, che aveva appena notificato il suo voto contrario al provvedimento. Quando il responsabile dell’Agricoltura gli ha ricordato che in tre anni e mezzo mai in Cdm è mancata l’unanimità, l’altro si è appellato al regolamento: «Siccome è previsto, posso farlo».
È il secondo sfregio politico di questa storia, a danno della presidente del Consiglio: inaccettabile per il cerchio magico meloniano. E dunque la strategia diventa quella di contenere il danno, in attesa della resa dei conti.
La capa del governo non può rinunciare a Giuli — il secondo alla Cultura dopo Gennaro Sangiuliano — perché cacciarlo significherebbe salire al Colle e, forse, aprire la strada a un rimpasto. Ma è proprio per questa ragione che a Palazzo Chigi considerano un tradimento quello del ministro-giornalista: alza il tiro perché sa che non è possibile allontanarlo senza conseguenze.
Tuttavia ai piani alti di Fratelli d’Italia già guardano al futuro e assicurano — dietro anonimato — che ormai la prospettiva di candidarlo alle politiche si è fatta impraticabile.
Ma torniamo a Merlino.
Quanto più monta la rabbia contro Giuli, tanto più bisogna “salvare” il suo ex capo segreteria, che potrebbe essere sostituito da Donato Luciano, giudice contabile alla guida del Legislativo: una mossa che consentirebbe al ministro della Cultura di “commissariare” un’altra avversaria interna, la capo di gabinetto Valentina Gimignani, con cui i rapporti sono sempre stati tesi.
L’incarico più probabile è un ruolo di coordinamento nel gruppo Fdi alla Camera. Ma sembra difficile liberare una casella con uno stipendio tanto pesante, le opzioni per Merlino diventano due. La prima: assicurargli anche un secondo incarico, che integri l’appannaggio nel gruppo parlamentare. La seconda: piazzarlo ai vertici di un altro ministero. Quel che sospettano in tanti, lo strappo sembra talmente grave che nessuno può escludere che sia lui stesso a decidere, nei prossimi giorni, un clamoroso addio.
(da Repubblica)

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INFLAZIONE SU, CONSUMI GIU’, ITALIANI IN BOLLETTA: PER LA DUCETTA, LA VIA E’ STRETTA

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

SORGI: “MELONI PUÒ USCIRE SOLO IN DUE MODI: 1) O CONVINCE LA COMMISSIONE UE A RICONOSCERE LA POSSIBILITÀ DI AGIRE SUL DEBITO PER VENIRE INCONTRO A FAMIGLIE E IMPRESE. MA NON E’ QUESTO L’ORIENTAMENTO DI BRUXELLES. 2) OPPURE SI MUOVE NELLA STESSA DIREZIONE, MA SENZA AUTORIZZAZIONE, CON CONSEGUENZE CHE È FACILE IMMAGINARE SUI MERCATI, SUI QUALI DEVONO ESSERE COLLOCATI I TITOLI DI STATO, E SUGLI SPREAD, TENUTI BASSI FINORA DAL RISPETTO DELLE REGOLE DEL PATTO DI STABILITÀ

Inflazione al rialzo, consumi al ribasso, contrazione della produzione sono gli elementi della crisi causata dalle conseguenze energetiche (ed economiche) della guerra in Iran, la cui soluzione non è affatto prossima. La Bce ne valuta la portata in modo scientifico e prevede una propensione agli acquisti più bassa anche da parte degli strati più abbienti della popolazione, i quali preferiscono risparmiare, vista l’incertezza del futuro.
E condizioni di vita più difficili per gli strati medi, che hanno già dato fondo alle risorse messe da parte, e bassi, quelli che per intendersi fanno fatica ad arrivare a fine mese. In cima ai problemi sono la crescita dei prezzi dei carburanti, appena appena calmierati dagli interventi del governo sulle accise, e di quelli per la spesa quotidiana
Gli effetti politici di una situazione come questa sono destinati a creare un’insoddisfazione diffusa, dalla quale Meloni può cercare di uscire solo in due modi. O convince la Commissione europea a riconoscere che è in arrivo un’emergenza simile, se non uguale o peggiore di quella del Covid, in cui in sostanza fu riconosciuta ai Paesi membri la possibilità di agire senza limiti sul debito per venire incontro ai bisogni di famiglie e imprese. Ma finora non sembra questo l’orientamento di Bruxelles.
Oppure si muove nella stessa direzione, ma senza autorizzazione, con conseguenze che è facile immaginare sui mercati internazionali, sui quali devono continuamente essere collocati i titoli di Stato, e sugli spread, tenuti bassi finora dalla stabilità governativa e dal rispetto abbastanza rigoroso delle regole economiche del Patto di stabilità.
In entrambi i casi, si prepara una stagione di difficoltà per chi, come Meloni, deve percorrere l’ultimo anno prima delle elezioni. Le turbolenze nella maggioranza emerse ieri sera a Palazzo Chigi dimostrano che gli alleati della premier lo hanno già capito benissimo.
Marcello Sorgi
per “la Stampa”

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IL TERZO MONDO SIAMO NOI: QUASI UN BAMBINO ITALIANO SU QUATTRO VIVE AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI POVERTÀ, UNO DEI TASSI PIÙ ELEVATI IN EUROPA

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA DISEGUAGLIANZA ECONOMICA INFLUISCE SU DIVERSI ASPETTI DELLA VITA DEI RAGAZZINI, COME L’EDUCAZIONE, L’ALIMENTAZIONE E LO STILE DI VITA: TRA I RAGAZZI DELLE FAMIGLIE PIÙ BENESTANTI, L’84% HA COMPETENZE BASE IN MATEMATICA E LETTURA, CONTRO MENO DEL 45% TRA QUELLI PIÙ POVERI E I BAMBINI DI FAMIGLIE A BASSO REDDITO HANNO UNA PROBABILITÀ 1,7 VOLTE MAGGIORE DI ESSERE IN SOVRAPPESO

Quasi un bambino italiano su quattro vive al di sotto della soglia di povertà: il 23% deibambini italiani vive in famiglie con un reddito inferiore al 60% della media nazionale – uno dei tassi più elevati in Europa. E’ quanto emerge dal report: “Opportunità disuguali – bambini e disuguaglianza economica, di Unicef office of strategy and evidence – Innocenti.
L’Italia occupa il 12mo posto nella classifica sul benessere dei bambini su 37 paesi.
Si trova nel primo terzo della classifica per quanto riguarda il benessere mentale (10mo posto), mentre si colloca nella fascia media per quanto riguarda la salute fisica (17mo posto) e le competenze (25mo posto).
Tra I paesi con dati comparabili inclusi nel rapporto, l’Italia si colloca al 22mo posto su 40 per quanto riguarda la disparità di reddito, con il quintile più ricco della popolazione che guadagna 5,35 volte il reddito del quintile più povero. Si colloca al 30mo posto per quanto riguarda la povertà infantile, con un tasso pari al 23,2%.
Tra i paesi per cui il rapporto fornisce dati comparabili, l’Italia si colloca al 15mo posto su 41 per quanto riguarda l’entità del divario nelle competenze di base in matematica e lettura tra i bambini provenienti dalle famiglie più ricche e quelli provenienti dalle famiglie più povere: l’84% dei bambini appartenenti al quintile delle famiglie più ricche ha competenze di base in matematica e lettura, rispetto a poco meno del 45% dei bambini appartenenti al quintile più povero.
«La disuguaglianza influisce profondamente sul modo in cui i bambini imparano, su ciò che mangiano e su come vivono la vita» ha dichiarato Bo Viktor Nylund, direttore dell’Unicef Innocenti.
«Per limitare gli effetti più gravi della disuguaglianza, dobbiamo investire con urgenza nella salute, nella nutrizione e nell’istruzione dei bambini delle comunità più vulnerabili».
Secondo il rapporto, esiste una chiara correlazione tra livelli più elevati di disuguaglianza economica e la salute dei bambini. Nel mondo, i bambini che crescono nei paesi con il maggior livello di disuguaglianza hanno una probabilità 1,7 volte maggiore di essere in sovrappeso rispetto a quelli che vivono nei paesi con minor livello di disuguaglianza, il che potrebbe essere dovuto a un’alimentazione di qualità inferiore e al fatto di saltare i pasti.
Mettendo in evidenza i dati relativi ai paesi dell’Unione Europea, il rapporto sottolinea inoltre che solo il 58% dei bambini appartenenti a famiglie che rientrano nel quintile più povero della popolazione gode di ottima salute, rispetto al 73% di quelli appartenenti al quintile più ricco.
Il rapporto evidenzia poi una relazione tra disuguaglianza economica e rendimento scolastico.
Osserva che i paesi in cui il divario tra ricchi e poveri è più ampio tendono a registrare, nel complesso, risultati scolastici inferiori. Nei paesi con il più alto livello di disuguaglianza, il 65% dei bambini rischia di lasciare la scuola senza aver acquisito competenze di base in lettura e matematica, rispetto al 40% dei bambini nei paesi con il più basso livello di disuguaglianza.
Queste disparità tra i vari paesi si riscontrano anche all’interno dei singoli paesi, dove si registrano notevoli differenze nei risultati dei voti scolastici tra i ragazzi provenienti dalle famiglie più abbienti e quelli provenienti dalle famiglie più povere. In media, l’83% dei quindicenni appartenenti al quintile più ricco della popolazione possiede competenze di base in matematica e lettura, rispetto al 42% di quelli appartenenti al quintile più povero.
Il rapporto esorta i governi ad adottare misure in diversi ambiti politici per ridurre al minimo l’impatto delle disuguaglianze sul benessere dei bambini, in particolare attraverso la riduzione della povertà infantile.
Il 27% dei bambini e degli adolescenti italiani di età compresa tra i 5 e i 19 anni è in sovrappeso, in linea con il trend di lunga data che vede un’elevata prevalenza di sovrappeso nei paesi dell’Europa meridionale. Se a ciò si aggiunge il divario alimentare legato al tenore di vita, ne emerge che l’alimentazione nei primi anni di vita costituisce una chiara leva politica sia per l’equità sociale che per i risultati in materia di salute infantile. E’ quanto emerge dal rapporto – “Opportunità disuguali – bambini e disuguaglianza economica” Unicef Innocenti.
Dal report emerge anche che le abitudini alimentari dei bambini variano notevolmente a seconda del reddito familiare.
Tra gli italiani di età compresa tra gli 11 e i 15 anni, il 22% dei ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito consuma verdura ogni giorno, contro il 39% di quelli provenienti da famiglie ad alto reddito: un divario di 17 punti percentuali. Il consumo giornaliero di frutta si attesta al 32% (basso reddito) contro il 40% (alto reddito).
Il consumo giornaliero di bevande zuccherate mostra un andamento inverso: il 18% nelle famiglie a basso reddito e il 12% in quelle a reddito elevato. Questi divari – osservano gli estensori del report – suggeriscono che le politiche alimentari rivolte
alle famiglie a basso reddito (pasti scolastici, programmi di distribuzione di frutta e verdura, regolamentazione dello zucchero) affrontano una disuguaglianza reale e misurabile.
(da agenzie)

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