Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’ATTUALE GOVERNO HA PIÙ VOLTE RIVISTO IL PIANO, FINO A TRASFORMARLO IN UNA LUNGA LISTA DELLA SPESA”
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) non sta contribuendo a rafforzare il
potenziale di sviluppo del Paese. È questo, in estrema sintesi, l’impatto atteso dal governo nel quadriennio 2025-2029. Tradotto: i circa 200 miliardi messi in campo dall’Europa non sono serviti a incrementare la crescita potenziale del Paese che, peraltro, è già molto contenuta. Nello specifico, il Piano sottrarrà circa due decimi di punto percentuale alla nostra crescita potenziale.
Stime di questo tipo sorprendono visto che il Pnrr nasceva con l’obiettivo opposto: rafforzare l’economia, renderla più efficiente e più attrattiva. E invece il risultato appare rovesciato. Che cosa non ha funzionato?
Nel Documento di Finanza Pubblica approvato la scorsa settimana emerge che la crescita potenziale – ossia la quantità di risorse che un’economia può produrre se i fattori di produzione vengono impiegati nel migliore dei modi – si attesterà attorno allo 0,7 per cento nei prossimi anni, quasi la metà della media dell’area euro.
Un risultato tutt’altro che brillante. Le componenti lavoro e capitale contribuiscono per circa mezzo punto percentuale. La terza componente, la cosiddetta produttività totale dei fattori – che misura il grado di efficienza di un sistema economico – fornisce invece un contributo negativo pari – appunto – a -0,2 punti. Eppure, era proprio su questo indicatore che il Pnrr avrebbe dovuto agire, migliorandolo
Come è noto, gli Stati europei, e in particolare quelli del Nord – avevano sostenuto l’introduzione di questo strumento con l’obiettivo di favorire la convergenza tra economie, aiutando principalmente quelle rimaste indietro.
Il nuovo strumento, dunque, è stato creato con lo scopo di finanziare riforme e investimenti, non bonus e sussidi. Si chiama, infatti, Next Generation EU: i fondi servono per il futuro, ossia per rafforzare la produttività, non per distribuire risorse nell’immediato.
A guardar bene, però, così non è stato. Almeno per noi. Basti pensare che circa 14 miliardi di risorse del Pnrr sono stati destinati al finanziamento del Superbonus 110 per cento nonostante l’Europa lo abbia definito un sussidio “regressivo” e “inefficace”.
Sia chiaro: le responsabilità sono diffuse e attraversano più governi.
Il Conte 2 ha presentato il Pnrr come un successo negoziale, senza chiarire che l’entità (significativa) delle risorse assegnate all’Italia rifletteva – semplicemente – la nostra debolezza strutturale. In altre parole, peggio sei messo, più ottieni.
Successivamente, il governo Draghi lo ha definito “debito buono”, fornendo un alibi perfetto a chi voleva prendere l’insieme dei fondi subito. E, infatti, i 121 miliardi di debito e i restanti 80 di trasferimenti a fondo perduto sono stati attivati tutti sin dall’inizio: nessuna gradualità (come deciso dalla Spagna) nessuna prudenza (come Francia e Germania che hanno scelto di non usare la parte a debito).
Infine, l’attuale esecutivo – che ne ha gestito l’implementazione -, lo ha più volte rivisto, fino a trasformarlo in una lunga lista della spesa con poche riforme e molti interventi di manutenzione dell’esistente.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’ottanta per cento degli interventi ha dimensioni inferiori al miliardo e molti riguardano progetti già esistenti, piuttosto che nuove iniziative capaci di cambiare il potenziale di crescita del Paese.
In definitiva, il Pnrr appare come un’occasione persa, con effetti sul debito che si vedranno nei prossimi anni. Eppure, in molti – sia dalle fila della maggioranza sia da quelle dell’opposizione – ne chiedono una replica.
Veronica De Romanis
per “la Stampa”
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
ATTILIO BOLZONI, STORICO CRONISTA DI MAFIA: “PIÙ CHE UNA SVISTA CLAMOROSA QUELLA DEL MINISTRO LEGHISTA DELL’ISTRUZIONE È IL SEGNO DI UNA TENDENZA A CONFONDERE LA REALTÀ STORICA E PURE QUELLA GIUDIZIARIA, È LA VOGLIA INCONTROLLATA DI RISCRIVERE LA STORIA NERA DEL NOSTRO PAESE”
Ci sono soltanto due uomini al mondo (e sfido chiunque a indicarmene un terzo) che hanno attribuito la paternità dell’omicidio di Piersanti Mattarella alle Brigate rosse. Uno era originario di Corleone, l’altro è milanese, il primo è quello che ha fatto brutta Palermo, il secondo è stato senatore per anni, uno era un famigerato assessore all’Urbanistica, l’altro è diventato ministro dell’Istruzione e del merito.
Uno si chiamava Vito Ciancimino e l’altro Giuseppe Valditara.
Tutti e due, e a modo tutto loro, ci hanno detto che il presidente della Regione siciliana, fratello di Sergio, il capo dello Stato, è stato assassinato per mano dei terroristi provenienti dalle file più estreme del comunismo italiano.
Don Vito si è esibito nel suo show qualche giorno dopo l’omicidio – avvenuto il giorno dell’Epifania del 1980 – un po’ per depistare e un po’ per non attirare troppe attenzioni investigative su sé stesso.
Il ministro Valditara invece ha scelto il palcoscenico di un teatro di Avellino dopo l’inaugurazione di una scuola intitolata proprio a Piersanti Mattarella e tenuta a battesimo proprio da lui. Il massimo, direi.
Nessun depistaggio e sicuramente nessun malanimo, solo tanta trascuratezza, tanta inadeguatezza, indolenza e un riflesso pavloviano che ha sospinto naturalmente il ministro a esporsi a un errore grossolano che non è soltanto uno strafalcione ma qualcosa di più grave e inquietante perché termometro di un clima che si respira in questi mesi fra i palazzi del potere.
Le tensioni che attraversano la maggioranza meloniana sui grandi delitti siciliani degli anni Ottanta e Novanta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche Mattarella, stragi dove affiorano responsabilità dei neofascisti in combutta con apparati dello Stato ma ignorate con protervia da chi oggi comanda e orienta in ben altre direzioni.
Commissioni parlamentari e anche qualcos’altro.
Più che una svista clamorosa quella del ministro leghista dell’Istruzione (sì, dell’Istruzione, la realtà supera sempre la fantasia ed è caina) è il segno di una tendenza a confondere la realtà storica e pure quella giudiziaria, è la voglia incontrollata di riscrivere la storia nera del nostro Paese.
La gaffe di Giuseppe Valditara nasconde pure questo e anche se il ministro prendesse ripetizioni non credo che migliorerebbe la sua preparazione su Piersanti Mattarella, sulla mafia, sulla spaventosa vicenda palermitana di quasi mezzo secolo fa. Quello è e per quello che è si è presentato agli studenti campani.
Il ministro poi ha reagito male, accusando di sciacallaggio tutti coloro i quali hanno evidenziato il suo passo falso. Avrebbe dovuto solo prendersela con sé stesso e con la memoria che non ha. E dovrebbe anche chiedersi: quanti italiani nati nel 1961, come lui, oggi avrebbero accollato alle Brigate rosse l’omicidio del presidente Piersanti Mattarella? Quanti italiani avrebbero fatto l’associazione assassinio presidente Regione siciliana-terrorismo di sinistra?
Il resto è miseria dei nostri tempi. Miseria insopportabile retorica. Le parole testuali di Valditara nel teatro di Avellino: «Qui voglio spendere due parole… All’epoca avevo quasi 19 anni, ricordo quella foto drammatica del presidente Sergio, che prendeva in braccio suo fratello assassinato dalle Brigate rosse e lo tirava fuori dalla macchina».
(da agenzie)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA GESTIONE DI NARCISO BUTTAFUOCO CON TUTTI CONTRO TUTTI FINISCE SUL NEW YORK TIMES, PER L’EGO DI NARCISO E’ IL MASSIMO
La Biennale di Venezia è stata sconvolta venerdì quando alcuni dei principali artisti
presenti all’edizione di quest’anno hanno chiuso le loro esposizioni in segno di protesta contro la continua partecipazione di Israele alla manifestazione artistica.
Quando l’evento ha aperto alle 10 del mattino, decine di persone si sono riversate verso il padiglione dell’Austria, dove la performance di Florentina Holzinger, «Seaworld Venice», che include numerosi performer nudi, aveva attirato per tutta la settimana code di ore. Hanno trovato il padiglione chiuso, con un cartello all’esterno che recitava: «Alcuni membri del team hanno deciso di partecipare allo sciopero
Anche alcune delle esposizioni più chiacchierate dell’evento di quest’anno, comprese quelle degli artisti che rappresentano Belgio, Egitto, Giappone, Paesi Bassi e Corea del Sud, sono state chiuse. I cartelli all’esterno di alcuni di questi padiglioni recitavano: «Siamo al fianco della Palestina».
Anche l’esposizione britannica è stata chiusa, sebbene un cartello all’esterno spiegasse che ciò era dovuto a uno sciopero separato dei lavoratori culturali italiani.
Le azioni di sciopero sono state l’ultimo sconvolgimento della Biennale di quest’anno, la più importante esposizione d’arte al mondo, che risale al 1895 e presenta artisti che rappresentano i rispettivi Paesi in grandi padiglioni nazionali accanto a una grande mostra collettiva. L’evento, nell’ultimo giorno delle anteprime, dovrebbe aprire al pubblico sabato per poi proseguire fino al 22 novembre.
Nell’ultimo mese, una bufera politica ha circondato l’evento, con artisti che contestavano la presenza di Israele alla Biennale nonostante la sua campagna militare a Gaza, così come il ritorno della Russia alla manifestazione per la prima volta dall’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Il mese scorso, la giuria della Biennale ha dichiarato che non avrebbe assegnato premi agli artisti provenienti da Paesi i cui leader sono sotto indagine per crimini di guerra, escludendo così dalla competizione sia i partecipanti israeliani sia quelli russi. In seguito, la giuria si è dimessa in blocco dopo che l’artista che rappresentava Israele aveva accusato la giuria di discriminazione. Questa settimana, gli spazi espositivi della Biennale sono stati teatro di proteste contro i padiglioni israeliano e russo.
Alex Marshall
per il “New York Times”
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL BLUFF DELLE 100.000 CASE IN DIECI ANNI? SONO MOLTO MENO E NON CI SONO I SOLDI NEMMENO PER QUELLE
Prendi un tema popolare, che sta a cuore agli italiani. Annuncia un Piano.
Battezzalo con un nome roboante. Lascia che per mesi se ne parli, senza che nessuno sappia cosa sia.
E poi, quando ti tocca presentarlo, mettici due spiccioli, dì che hai risolto un problema, e passa ad altro.
Ormai il giochino è talmente chiaro che il governo Meloni potrebbe farci un tutorial, un video per insegnare come si fa.
È il giochino del Piano Mattei per l’Africa, tanto per dire, scatola vuota per eccellenza, finanziato coi soldi già stanziati per combattere il cambiamento climatico e il fondo per la cooperazione e lo sviluppo.
O del reddito d’inclusione, che voleva sostituire il reddito di cittadinanza con meno della metà dei soldi stanziati.
E siccome non c’è due senza tre, adesso arriva il Piano Casa.
Dicevamo.
Fase uno: prendi un tema che tutti hanno a cuore e annuncia che te ne occuperai. Giorgia Meloni ha parlato di Piano Casa già nella conferenza stampa del 9 gennaio scorso. E ha presentato il piano il 30 di aprile.
Fase due: lascia che i giornali ne parlino, ipotizzando di tutto, sparando cifre a caso.
Fase tre: nel frattempo vola altissimo con gli slogan. Tipo, centomila alloggi popolari in dieci anni.
Fase quattro: inventati soldi che non ci sono. E qui vengono in soccorso il marketing e frasi come “fino a 10 miliardi stanziati”. Già, fino a. Come quando nei concorsi a premi “puoi vincere fino a 100mila euro”, e poi nell’uovo di Pasqua trovi un portachiavi.
Poi vai a vedere cosa c’è dentro quel piano.
E 60mila di quelle 100mila case sono alloggi pubblici che esistono già, ma che non possono essere distribuiti a chi ne ha bisogno perché lo Stato non ha mai fatto le manutenzioni.
Con che soldi?
Il governo ha stanziato 1,7 miliardi.
Poi ci sono 4,7 miliardi di fondi per la rigenerazione urbana, quindi già stanziati per fare altro (che non si farà più).
E poi i 700 milioni del fondo sociale per il clima, che tanto chi lo combatte più, il cambiamento climatico?
E poi 970 milioni che stavano su un conto corrente infruttifero.
Sono 6,3 miliardi contati male, di cui solo 1,7 stanziati realmente, dal nulla.
E potrebbero arrivare a 10, giusto se ci buttiamo dentro i sempiterni fondi di coesione europei che in teoria dovrebbero aiutare le persone in difficoltà e che non riusciamo mai a spendere.
Ciliegina sulla torta: secondo le opposizioni quei soldi sono sufficienti a ristrutturare 25mila case al massimo.
Mentre secondo Carlo Cottarelli, per realizzare i piano del governo, di miliardi ne servirebbero 25, altro che “fino a dieci”
Ma anche fossero 60mila, come ci arrivi a 100mila case in dieci anni?
Ovviamente, col sempiterno ricorso al privato. Cioè, ancora: senza cacciare un soldo. Tradotto: se sei un immobiliarista e vuoi regole e permessi più veloci, butta nel tuo piano qualche casa a prezzi calmierati e ti azzeriamo regole e permessi a costruire, o quasi.
E infatti, a gestire il piano è stato sarebbe stato chiamato Mario Abbadessa, ex manager di Hines, un grande sviluppatore immobiliare, che ha ottimi contatti coi fondi immobiliari esteri, americani o qatarioti. Quelli che hanno colonizzato Milano, per intenderci. E che se tanto ci da tanto, ora hanno il foglio di via per colonizzare l’Italia, a colpi di spruzzate di social housing.
Quasi dimenticavamo: Abbadessa si dice sia grande amico del capo di gabinetto di Meloni, Gaetano Caputi. Perché se c’è il governo Meloni di mezzo è difficile che non ci sia nemmeno l’ombra di un conflitto d’interesse.
E anche questo, ormai, succede talmente spesso, che ci si potrebbe fare un tutorial.
(da Fanpage)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA MOSSA È CALDEGGIATA DAL GOVERNO FRANCESE, MENTRE LA GERMANIA (INSIEME A ITALIA E PAESI BASSA) È PIÙ PRUDENTE… IL COMMISSARIO EUROPEO ALL’INDUSTRIA, STEPHANE SEJOURNE: “I PAESI CHE VOGLIONO ACCEDERE A QUEI MERCATI EUROPEI DEGLI APPALTI PUBBLICI DOVRANNO APRIRE I PROPRI MERCATI IN CAMBIO”. QUINDI VALE ANCHE PER LA CINA, CHE CI INONDA DI PRODOTTI A BASSO COSTO CON UN DUMPING CHE HA DEVASTATO LA NOSTRA INDUSTRIA?
L’Unione europea si sta avvicinando a un cambiamento importante nel modo in cui
spende il denaro pubblico — un cambiamento che potrebbe escludere le aziende americane da contratti per beni e servizi finanziati dai contribuenti per miliardi di euro. E il commissario europeo all’Industria, Stéphane Séjourné, si sta schierando da una parte del dibattito.
Scenario in evoluzione: Una serie di decisioni dell’UE sull’eventuale inclusione degli Stati Uniti negli appalti pubblici è rimasta in larga parte bloccata, con alcuni governi timorosi di ritorsioni nel caso in cui l’America venisse esclusa. Ma ora lo stallo potrebbe essere vicino alla fine.
Ciò che è cambiato … è una Washington sempre più inaffidabile, insieme alla dimostrazione di forza industriale della Cina e al disagio per la crescita lenta dell’Europa. Il risultato è una crescente spinta a favore di quella che inizialmente era stata una proposta francese per impedire che il denaro dell’UE finisse a imprese non europee.
Do ut des: «I Paesi che vogliono accedere a quei mercati europei degli appalti pubblici dovranno aprire i propri mercati in cambio», ha dichiarato Séjourné a Playbook. Il commissario è uno dei principali sostenitori della politica e il suo intervento è un riferimento agli Stati Uniti, che hanno imposto pesanti dazi sulle esportazioni dell’UE. Ma è anche un riconoscimento della Cina, che controlla rigidamente l’accesso alle proprie industrie e risorse.
Nessun cambiamento dall’oggi al domani: «Ogni grande cambiamento di dottrina richiede tempo, capacità di persuasione e costruzione del consenso», ha detto Séjourné. «Più il mondo cambia e più spieghiamo, più il sostegno cresce».
Secondo Séjourné, sancire il principio dell’Europa-prima nelle norme sugli appalti «cambia gli equilibri nei negoziati commerciali globali».
Il campo di battaglia: Lo scontro si sta già giocando sullo Ukraine Facility, il fondo di riparazione dell’UE — con 3 miliardi di euro in palio per le aziende che sosterranno la ricostruzione del Paese nel prossimo anno.
La Commissione ha avanzato proposte per consentire alle imprese statunitensi di accedere ai fondi, anche mentre Washington riduce drasticamente il proprio sostegno finanziario a Kyiv.
Questo ha irritato alcune capitali, con la Francia in prima linea nel chiedere l’esclusione delle aziende americane. Una votazione sulla questione prevista per
martedì è stata rinviata dopo uno scontro politico tra gli inviati nazionali e dovrebbe tenersi più avanti nel mese, hanno riferito a Playbook due diplomatici schierati sui fronti opposti del dibattito. «Con la tensione con gli Stati Uniti, la questione è diventata sempre più politica», ha detto un alto diplomatico dell’UE.
Alcuni temono che la mossa possa provocare ritorsioni. «Vogliamo davvero infilare un dito nell’occhio [di Washington] quando sappiamo che c’è un punto interrogativo sul loro sostegno all’Ucraina?», ha chiesto un diplomatico.
Cambio epocale? La Germania ha guidato una fazione più prudente, che include i Paesi Bassi e l’Italia, desiderosa di evitare regole rigide che potrebbero danneggiare le catene di approvvigionamento. Ma secondo una lettera riservata visionata dai miei colleghi di Berlino, il governo sta ora spingendo affinché la principale politica industriale dell’UE introduca l’obbligo di utilizzare acciaio europeo nei progetti pubblici.
Non riguarda solo l’America: Anche la Cina sta suscitando preoccupazioni. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot si è unito agli appelli rivolti all’esecutivo europeo affinché affronti il problema dell’eccesso di offerta proveniente da Pechino. «L’Ungheria è stata un grosso problema per la protezione degli investimenti cinesi», ha detto un funzionario dell’UE, riferendosi al sostegno di Budapest alla Cina. «Ma ora che Viktor Orbán se ne va, possiamo iniziare ad affrontare seriamente la conversazione».
Conclusione: Questa serie di decisioni potrebbe determinare dove finiranno miliardi di euro dei contribuenti europei, e potenzialmente approfondire ulteriormente la frattura tra gli Stati Uniti e l’UE.
(da Politico Brussels Playbook”)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
FRANCESCO MERLO: “PIANTEDOSI NON QUERELA TUTTI I GIORNALISTI CHE SI SONO OCCUPATI DEGLI INQUINAMENTI ISTITUZIONALI DELLA SUA RELAZIONE CON CLAUDIA CONTE. QUERELA SOLO DAGOSPIA, CHE IN ITALIA È IL CANE SCIOLTO DEL GOSSIP
Non so se si sono mossi di concerto, ma sicuramente in armonia con Meloni e Fazzolari. E non per lavare le offese che i tempi lunghissimi della giustizia renderanno, comunque, meno brucianti. Ma perché “la guerra giudiziaria”, direbbe von Clausewitz, “è la continuazione della politica con altri mezzi”.
Oltre che colpirne uno per educarne cento, Nordio, che rappresenta il governo
Così Piantedosi non querela tutti i giornalisti che si sono occupati (chi non l’ha fatto?) degli inquinamenti istituzionali e degli effetti collaterali della sua relazione con Claudia Conte. Il ministro innamorato querela solo Dagospia, che in Italia è il cane sciolto del gossip, trattato come l’Hush-Hush di Sid Hudgens (Danny De Vito), il Confidential degli scoop hollywoodiani. Tutti sappiamo che Giorgia Meloni non lo sopporta, non perdona il nostro Danny De Vito.
(da Dagoreport)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA PARATA RIDIMENSIONATA E’ IL SIMBOLO DELLA SCONFITTA
C’è una parola che domina in questo momento la Piazza Rossa: «Vittoria».
La parola Pobeda campeggia su enormi striscioni rossi. Lampeggia sugli schermi video. Poco distante, la gente si scatta selfie accanto a un’installazione artistica che compone quella parola.
Sulla piazza, chiusa da barriere metalliche, i soldati stanno provando per l’annuale parata del Giorno della Vittoria che celebra la sconfitta della Germania nazista.
L’idea nazionale della Russia, costruita sotto Vladimir Putin, ruota attorno alla vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale. Il 9 maggio è diventato la più importante festività nazionale russa.
Ma quest’anno la parata del 9 maggio sarà ridimensionata. Per la prima volta in quasi due decenni non ci saranno mezzi militari sulla Piazza Rossa: niente carri armati, niente missili balistici. Solo soldati.
Il modo in cui il Cremlino ricorderà il passato dice molto sul presente: è il segnale che la guerra della Russia in Ucraina non sta andando secondo i piani.
Anche una parata ridimensionata è un simbolo: quello di un Paese che non è riuscito a ottenere la vittoria in Ucraina dopo più di quattro anni di guerra. A gennaio il conflitto ha superato una soglia simbolica: la guerra della Russia in Ucraina dura ormai più della lotta dell’Unione Sovietica contro la Germania di Hitler, nota qui come Grande Guerra Patriottica (1941-1945).
Ci sono conseguenze per Vladimir Putin?
Sondaggi recenti — compresi quelli realizzati da agenzie statali — suggeriscono che il suo indice di gradimento interno sia in calo.
Verso la fine dell’anno scorso, il leader del Cremlino appariva spesso in televisione in uniforme militare, ostentando sicurezza mentre discuteva della guerra in Ucraina con i suoi generali. Quest’anno abbiamo visto molto meno il Putin «comandante in capo».
Dalle mie conversazioni con i russi emerge la sensazione di una crescente stanchezza nei confronti della guerra in Ucraina, di una crescente preoccupazione per il costo della vita e di un’enorme irritazione per le recenti restrizioni imposte dallo Stato a internet
Le autorità russe hanno avvertito che nel Giorno della Vittoria a Mosca ci saranno restrizioni all’internet mobile: nell’interesse della sicurezza, insistono.
I funzionari sostengono che le interruzioni digitali, che negli ultimi mesi hanno colpito molte città e paesi russi, servano a prevenire attacchi con droni ucraini e atti di sabotaggio. Ma sono profondamente impopolari in tutto il Paese.
Nel villaggio di Rublyovo, vicino a Mosca, gli scolari si sono radunati attorno al memoriale locale della Seconda guerra mondiale. Depongono garofani rossi in memoria degli abitanti del villaggio uccisi nella Grande Guerra Patriottica. La parata sulla Piazza Rossa sarà pure stata ridimensionata, ma in tutta la Russia si tengono cerimonie in memoria dei 27 milioni di cittadini sovietici morti durante la guerra. Accanto al memoriale ci sono due uomini mascherati in uniforme militare, con medaglie appuntate sul petto. Hanno combattuto in quella che il Cremlino continua a chiamare «operazione militare speciale», la guerra della Russia in Ucraina.
Comincio a parlare con uno dei combattenti. Paragona la guerra in Ucraina alla Grande Guerra Patriottica. Gli faccio notare una differenza fondamentale: nel 1941 la Russia fu invasa dalla Germania nazista; nel 2022 è stata la Russia a invadere l’Ucraina.
«La Russia è un Paese di vincitori», dichiara. «Lo è sempre stata e sempre lo sarà».
Eppure, a più di quattro anni dall’inizio di questa guerra, la vittoria continua a sfuggire al suo Paese.
(da agenzie)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
ZELENSKY AVVERTE: “DAI RUSSI NEANCHE UNA TREGUA SIMBOLICA, RISPONDEREMO CON LA STESSA MONETA. MEGLIO STARE LONTANI DALLA PIAZZA ROSSA, IN QUESTI GIORNI”… L’OPERAZIONE “MILITARE SPECIALE” DURA DA PIÙ TEMPO DEI COMBATTIMENTI SOVIETICI CONTRO LA GERMANIA NAZISTA, L’ECONOMIA RUSSA È IN DIFFICOLTÀ, GLI OBIETTIVI PROMESSI NON SONO STATI RAGGIUNTI E IL CONFLITTO ORMAI È ARRIVATO IN CASA
Il numero di attacchi russi sull’Ucraina della scorsa notte “dimostra chiaramente che, da parte russa, non c’è stato nemmeno un tentativo simbolico di cessate il fuoco sul fronte. Come abbiamo fatto nelle ultime 24 ore, anche oggi l’Ucraina risponderà con la stessa moneta”.
Così su X il presidente ucraino Volodymir Zelensky. “Difenderemo le nostre posizioni e la vita del nostro popolo. La Russia deve porre fine alla guerra, e tutti se ne renderanno conto quando inizieranno i primi passi verso la pace”.
È lo stallo al fronte che autorizza Volodymyr Zelensky a fare la voce grossa, invitando i rappresentanti degli Stati vicini alla Russia a stare lontani dalla piazza Rossa. «Non lo raccomandiamo, in questi giorni».
Il presidente ucraino aveva risposto con la controproposta di un cessate il fuoco di cinque giorni a partire dallo scorso 6 maggio alla decisione unilaterale di Mosca che decretava una tregua per oggi.
«Ma in risposta a questa nostra proposta di pace ci sono stati solo nuovi attacchi russi e nuove minacce». Quindi, liberi tutti.
Nel 2023 i Capi di Stato alla parata erano 7, nel 2024 nove e l’anno scorso, si celebrava l’ottantesimo anniversario della Vittoria, ben 27, tra i quali il leader cinese Xi Jinping. Nel 2005, Mosca e Putin accolsero 57 leader mondiali, tra cui i
presidenti di Stati Uniti e Francia, il cancelliere tedesco, i primi ministri italiano, giapponese e indiano.
L’anno scorso, la diretta della cerimonia durò due ore e mezzo. Domani, tutto in meno di tre quarti d’ora. Per le 10.40 del mattino, i principali canali televisivi hanno già annunciato altri programmi.
In compagnia del capo del Cremlino, Vladimir Putin, a osservare i soldati in sfilata per il Giorno della vittoria del 9 maggio, ci saranno: il dittatore bielorusso, Aljaksandr Lukashenka; il presidente del Laos, Thongloun Sisoulith; il sovrano supremo della Malaysia, Sultan Ibrahim; i leader dell’Ossezia del sud e dell’Abcasia, territori della Georgia autoproclamati repubbliche indipendenti, Alan Gagloev e Badra Gunba; l’ex presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik; il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic; e il primo ministro della Slovacchia, Robert Fico.
L’ospite più simbolico è proprio Fico, in quanto leader di un paese membro dell’Unione europea e della Nato.
Secondo alcuni media slovacchi, il premier non si siederà neppure sugli spalti della Piazza Rossa a osservare il passaggio delle armi russe, ma andrà soltanto a deporre i fiori sulla tomba del milite ignoto e parteciperà a un incontro privato con Vladimir Putin.
Per il momento soltanto questi otto leader hanno confermato la loro presenza nel Giorno della vittoria. La festa si è ristretta rispetto allo scorso anno e il livello dei partecipanti non sembra poter frenare le intenzioni degli ucraini, nel caso in cui stessero organizzando un’incursione contro la parata del 9 maggio.
Lo scorso anno, la presenza del leader cinese, Xi Jinping, rendeva l’attacco dei droni ucraini meno probabile e per quanto già capaci di mandare le loro armi fino a Mosca, il raggio d’azioni di Kyiv era ancora ridotto rispetto a quest’anno. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha mandato un messaggio agli ospiti della Piazza Rossa definendo il loro viaggio “un desiderio strano in un momento come questo. Non lo consigliamo”.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha detto che sono state inviate lettere alle missioni diplomatiche in Ucraina, come avvertimento, suggerendo di evacuare il personale da Kyiv, perché se gli ucraini lanceranno un attacco contro la Russia il 9 maggio, Mosca è pronta a rispondere colpendo la capitale.
Il messaggio va letto come una richiesta di aiuto. I russi temono così tanto che l’intervento di Kyiv metta in pericolo la parata e il capo del Cremlino da mandare
un finto avvertimento, che vuole essere uno sprone affinché i governi stranieri facciano pressione sull’Ucraina.
Sarà Kyiv a decidere in maniera autonoma se colpire o meno, le missioni straniere non avevano mai ricevuto delle lettere russe come avviso di un attacco imminente e in passato è capitato che siano state colpite o danneggiate le ambasciate di alcuni paesi. Il tentativo di Mosca è chiaro: non riuscendo a frenare gli ucraini, spera che siano gli alleati a fermarli
Ieri Rustem Umerov, il principale negoziatore dell’Ucraina, è partito per gli Stati Uniti. Gli ucraini tentano di riaprire i colloqui con Mosca e Umerov ha il mandato di ricominciare dalle basi: scambio di prigionieri; rilancio dello sforzo diplomatico; accordi con gli Stati Uniti.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva accettato il cessate il fuoco indetto da Putin per il 9 maggio, a patto che venisse anticipato al 6 maggio. La Russia ha risposto bombardando l’Ucraina proprio dopo la mezzanotte del giorno proposto da Zelensky e colpendo anche un asilo nella regione di Sumy.
La precisione con cui l’Ucraina riesce a colpire nel territorio russo, mettendo in crisi il settore dell’energia e mostrando ai russi che la guerra è in casa, ha messo in allarme il Cremlino, che ora non può annullare la parata del 9 maggio, uno dei pochi eventi in cui Putin si presenta in pubblico e che è stato proprio lui a trasformare in una tradizione annuale, necessaria come collante per la società russa e per creare le basi ideologiche per l’invasione dell’Ucraina.
utin ha giocato sui parallelismi fra la Seconda guerra mondiale e l’aggressione al paese vicino, ha anche creato lo stesso nemico, definendo il conflitto “operazione militare speciale di denazificazione”, ma ora la sua guerra contro Kyiv dura da più tempo dei combattimenti sovietici contro la Germania nazista, l’economia è in difficoltà, gli obiettivi promessi non sono stati raggiunti e il conflitto ormai per i russi è in casa
(da Repubblica)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA PERCENTUALE DI RUSSI CONVINTI CHE IL PAESE STIA “ANDANDO NELLA GIUSTA DIREZIONE” CALA DAL 77% AL 55% – SECONDO I COMMENTATORI DI MOSCA: “IL TEMA NUMERO UNO È L’INFLAZIONE, CHE ERODE IL POTERE D’ACQUISTO E AUMENTA LA PERCEZIONE NEGATIVA DELLE PERSONE” – IL CREMLINO È IN ALLERTA MASSIMA PER LA PARATA DI DOMANI, 9 MAGGIO, IN CUI SI TEME UN ATTACCO UCRAINO – LA PAURA DI PUTIN: “VIVE CHIUSO IN UN BUNKER PER TIMORE DI UN COLPO DI STATO ORDITO DALL’EX MINISTRO SERGEY SHOIGU”
Quando Vladimir Putin vede la sua popolarità in calo, allora si mette a baciare bambini
in favore di telecamera. È un riflesso diventato rituale comunicativo. Lo faceva anche Giuseppe Stalin, ormai riabilitato ed entrato a pieno titolo tra i penati pubblici dell’attuale occupante del Cremlino.
L’ultima volta era accaduto tre anni fa, nel giugno 2023, quando la ribellione di Evgenji Prigozhin e dei suoi mercenari della Wagner fecero vacillare il regime e il gradimento popolare di Putin crollò di molti punti. Anche allora, in visita nella Repubblica caucasica del Daghestan, lo Zar aveva platealmente baciato sulla fronte un adolescente, nonostante le rigorosissime regole anti-Covid ancora in vigore in sua presenza.
Nonostante il presidente goda ancora del consenso di una maggioranza della popolazione, anche gli istituti di sondaggi controllati dal governo registrano un calo importante nel gradimento per Putin, che in una campionatura condotta a fine aprile dall’agenzia pubblica Vtsiom è passato dal 74% al 65,5%. È la prima volta dal febbraio 2022 che scende sotto la soglia critica del 70%.
Risultati analoghi nell’indagine di Fom, secondo cui il tasso di approvazione di Putin è attualmente del 73%, appena due punti in più del più basso livello registrato durante la guerra, nei primi giorni dopo l’inizio della cosiddetta Operazione Speciale. Secondo il Centro Levada, il solo istituto demoscopico che mantiene una
certa indipendenza dal Cremlino, la popolarità dello Zar è scesa di ben sei punti dall’inizio dell’anno ed è attualmente del 79%.
Ancora più allarmante è un’altra rilevazione, secondo cui la percentuale di russi convinti che il Paese stia «andando nella giusta direzione» è calata dal 77% al 55% negli ultimi quattro mesi, anche questo il peggior risultato dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. È una dinamica che preoccupa fortemente l’entourage del Presidente, soprattutto perché a spingerla non è tanto la guerra quanto la crisi economica.
«Il tema numero uno è l’inflazione, che erode il potere d’acquisto e aumenta la percezione negativa delle persone», dice Denis Volkov, direttore del Levada.
Ci sono però altri segnali del nervosismo di Putin, che negli ultimi mesi aveva diminuito le sue presenze pubbliche e non aveva mai lasciato Mosca, tranne due volte, entrambi per eventi ufficiali a San Pietroburgo.
Soprattutto, quest’anno a fine marzo lo Zar non ha tenuto il tradizionale discorso alla nazione, fra l’altro previsto dalla Costituzione. Detto altrimenti, Putin, o perché ossessionato dalla sua sicurezza personale o perché si è concentrato unicamente sulla guerra in Ucraina, è apparso sempre più distaccato dalla realtà quotidiana dei russi.
A mettere in fibrillazione la squadra presidenziale è la scadenza elettorale del 20 settembre, quando si voterà per la Duma, la Camera bassa della Federazione. L’elezione è già vinta in anticipo, come da 25 anni a questa parte, ma lo scenario potrebbe essere complicato da una bassa partecipazione, dalla questione dei 150 posti da deputato promessi da Putin ai veterani di guerra che mette il suo staff in polemica con il ministro della Difesa, e da una percentuale non abbastanza alta di voti per Russia unita, il partito putiniano.
(da agenzie)
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