Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO CINQUE PUNTI TRA FDI E PD, LEGA IN AFFANNO PRECIPITA AL 6,6%
Una netta flessione del centrodestra, in particolare con la Lega al 6,6% che perde ben 7
decimali e Fratelli d’Italia che scende sotto il 28%. La nuova Supermedia Agi/Youtrend, la media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto realizzati dal 23 aprile al 6 maggio, mostra movimenti di grande rilievo. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, il centrodestra fatica a risalire
L’ultima rilevazione mostra la coalizione guidata dalla premier che, nel complesso, scende al 43,9%, il valore più basso dall’insediamento del governo. Per contro, il campo largo cresce di mezzo punto, soprattutto grazie al +0,4% di M5S ora al 13,2%. Il suo vantaggio sul centrodestra cresce fino a sfiorare i due punti. Più vicini i due principali partiti: ora i dem di Elly Schlein al 22,3% accorciano la distanza dal partito di Meloni che invece perde lo 0,4% e si attesta al 27,8%.
La Supermedia liste
FdI 27,8 (-0,4)
Pd 22,3 (+0,1)
M5S 13,2 (+0,4)
Forza Italia 8,2 (-0,1)
Lega 6,6 (-0,7)
Verdi/Sinistra 6,5 (+0,3)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,1)
Azione 3,0 (=)
Italia Viva 2,4 (-0,2)
+Europa 1,4 (-0,1)
Noi Moderati 1,2 (+0,1
La Supermedia coalizioni 2026
Campo largo 45,8 (+0,5)
Centrodestra 43,9 (-1,0)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,1)
Azione 3,0 (=)
Altri 3,0 (-0,4)
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL LAPSUS È SFUGGITO AL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE E DEL MERITO (SIC!) DURANTE UNA CERIMONIA DI INTITOLAZIONE DI UNA SCUOLA DI AVELLINO AL FRATELLO DEL CAPO DELLO STATO. ASSASSINATO, SÌ, NEL 1980, MA DALLA MAFIA (AL MASSIMO SI È INDAGATO SUI LEGAMI CON IL TERRORISMO, MA NERO)
Sono un po’ confusi i ricordi di gioventù del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Almeno a sentire il racconto che lo stesso ministro fa dell’omicidio di Piersanti Mattarella, su cui si è consumata una gaffe che meriterebbe un voto bassissimo in Storia.
Il ministro ha partecipato all’inaugurazione di una scuola a Pietradefusi, nell’Avellinese, intitolata al presidente della Regione Sicilia assassinato nel 1980.
«Sono anche qua, perdonatemi, è importante, per l’inaugurazione della scuola intitolata a Piersanti Mattarella. E qui voglio spendere anche due parole perché all’epoca io avevo diciannove anni, anzi quasi 19 anni, 18 anni avevo… e ricordo quella foto drammatica del Presidente Sergio Mattarella che prendeva in braccio suo fratello assassinato dalle Brigate Rosse e lo tirava fuori dalla macchina».
E qui casca il ministro, visto che il fratello dell’attuale presidente della Repubblica non fu ucciso dai terroristi delle Brigate Rosse, ma dai mafiosi di Cosa Nostra il 6 gennaio 1980. Come mandanti di quel delitto, infatti, furono condannati i vertici della cupola mafiosa, tra cui Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Antonino Geraci e Giuseppe Calò. Finora le indagini sugli esecutori materiali avevano invece coinvolto terroristi sì, ma neri come Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, entrambi assolti.
(da Open)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL “CORRIERE DELLA SERA”: “TRUMP VUOLE METTERSI ALLE SPALLE L’IRAN E PRIMA O POI CI RIUSCIRÀ, MA A CARO PREZZO. DEI 5 OBIETTIVI CHE SI ERA POSTO IL GIORNO DELL’ATTACCO (DENUCLEARIZZAZIONE, CAMBIO DI REGIME, AZZERAMENTO DEI MISSILI, DISTRUZIONE DELLA FLOTTA, NEUTRALIZZAZIONE DEGLI ALLEATI ESTERNI DI TEHERAN), SOLO UNO È STATO RAGGIUNTO: L’ANNIENTAMENTO DELLA FLOTTA”
Un mese fa la minaccia di cancellare in una notte la civiltà iraniana. Poi, all’alba, la
tregua decisa sostenendo che Teheran stava facendo concessioni che, in realtà, non si sono mai materializzate. E, ora, l’operazione Project Freedom per liberare le navi bloccate nello Stretto di Hormuz sospesa dopo un solo giorno, due ore dopo la conferenza stampa nella quale il segretario di Stato Marco Rubio ne aveva descritto con enfasi il ruolo essenziale, difensivo, un regalo offerto dagli Usa al mondo intero.
Sono solo due delle continue prese di posizione contraddittorie di Donald Trump che, nella gestione della guerra in Iran è arrivato a smentire sé stesso anche nel giro di poche ore
Trump ormai sa di aver fatto un errore madornale scatenando questa guerra: perderà le elezioni e deve fronteggiare un incendio politico in casa, nel suo partito e nello stesso movimento Maga. Vorrebbe uscirne dichiarando di aver vinto anche se non è vero, ma non può se Hormuz resta bloccato e Teheran non cede l’uranio arricchito.
I pasdaran percepiscono la sua fretta, hanno capito che i rantoli notturni presidenziali sui social («Vi riporto all’età della pietra», «Aprite quello Stretto, fottuti bastardi, vi mando all’inferno») sono solo espressioni della frustrazione di un leader finito in gabbia, pur essendo l’uomo più potente del mondo.
Paga la sua pretesa di vincere incutendo timore anche a chi non ha più molto da temere, paga la mancanza di una strategia, ma anche l’eccessivo accentramento del potere: si è circondato di yes men che non hanno il coraggio di illustrargli verità scomode e non lo mettono in guardia quando imbocca una roadmap irrealistica.
Che il suo metodo non funzionasse più l’avrebbe dovuto capire già un anno fa quando cominciò ad applicarlo ai dazi
L’uomo che non fa mai marcia indietro si rimangiò almeno dieci volte le sue minacce estreme provocando sconquassi nei mercati (oscillazioni volute, secondo alcune interpretazioni maliziose).
Sosteneva fosse un buon metodo negoziale quello di battere i pugni sul tavolo, ma quando le merci cinesi hanno avuto un dazio del 10% invece dell’annunciato 145, Trump si è visto attribuire un soprannome infamante: Taco, acronimo che sta per «Trump Always Chickens Out», Trump fa sempre dietrofront.
Costretto ad arretrare davanti ai mercati, ora il presidente uscirà a pezzi da una guerra nella quale, a parte l’imprevista resistenza del regime, ancora più militarizzato dopo l’uccisione della Guida suprema, non aveva capito né la vulnerabilità militare Usa in un conflitto asimmetrico né quella economica del suo Paese: esposto alle crisi energetiche per via dei prezzi mondiali, pur essendo teoricamente autosufficiente per petrolio e gas.
Trump vuole mettersi alle spalle l’Iran e prima o poi ci riuscirà, ma a caro prez Dei 5 obiettivi che si era posto il giorno dell’attacco — denuclearizzazione, cambio di regime, azzeramento dei missili, distruzione della flotta, neutralizzazione degli alleati esterni di Teheran (Hamas e Hezbollah) — solo uno è stato raggiunto: l’annientamento della flotta. Dopo lo sberleffo Taco, ora Donald se la deve vedere con un fantasma ben più insidioso: quello di Jimmy Carter.
(da il “Corriere della Sera”)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
DIETRO L’INIZIATIVA, MALVISTA DA FRATELLI D’ITALIA E LEGA, CI SAREBBE LA REGIA DI MARINA BERLUSCONI, FIERA SOSTENITRICE DELLE BATTAGLIE SUI DIRITTI CIVILI E AUTRICE DELLA SVOLTA LIBERAL DI FI
Un busto a Montecitorio per Marco Pannella. Chissà cosa ne avrebbe pensato il leader radicale della proposta avanzata da Enrico Costa al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, in occasione del decennale della morte (cade il 19 maggio).
Da sempre vicino alle battaglie radicali, il capogruppo di Forza Italia – esponente dell’ala liberal del partito – ha scritto una lettera a Fontana ricordando i diritti civili per cui lottò Pannella, come «il divorzio, l’interruzione volontaria di gravidanza, il garantismo, la tutela dei diritti dei detenuti, la responsabilità civile dei magistrati e l’impegno contro la pena di morte».
Negli anni successivi, prosegue la missiva, «si sono aggiunte le battaglie a sostegno della procreazione assistita e dell’autodeterminazione del malato, anche e soprattutto con riferimento al fine vita». Iniziative legate a «una filosofia fortemente liberale e libertaria che ha certamente diviso la società italiana, ma al tempo stesso ne ha favorito la crescita»
Una proposta, quella dell’omaggio a Pannella, che non sarà ben vista dall’ala più conservatrice del centrodestra di FdI e Lega, ma che va letta alla luce nel nuovo corso impresso da Marina Berlusconi, che vorrebbe una Forza Italia meno rinunciataria sulle libertà civili. Costa quindi chiede a Fontana, «alla luce della rilevanza inequivocabile che la figura di Marco Pannella ha assunto non solo nella politica, ma anche nella società e nella cultura italiana, nonché della sua strenua attività a difesa delle prerogative parlamentari», di «valutare la possibilità che la Camera dei deputati provveda alla realizzazione e al posizionamento di un busto dedicato a Marco Pannella all’interno del Palazzo di Montecitorio, in occasione della ricorrenza del decennale della sua morte, nonché allo svolgimento di un momento commemorativo in Assemblea».
I rapporti tra i radicali, Marco Pannella e Silvio Berlusconi sono del resto – pur tra alti e bassi – stati sempre molto cordiali, prima ancora della nascita di Forza Italia e dell’alleanza alle elezioni del 1994. Nel suo memoir (“Quel che so di loro”), l’ex deputato Elio Vito ricorda infatti che anche con il Biscione c’era stata una vicinanza: «I radicali, da sempre esclusi dalla televisione di Stato, avevano sostenuto, insieme ai socialisti, la nascita delle televisioni libere e private».
Quando poi il Cavaliere si decise a scendere in campo, «presentammo in tutta Italia, autonomamente, nella parte proporzionale, la Lista Pannella e candidammo, inoltre, in Forza Italia una pattuglia di radicali in alcuni collegi, in Lombardia e in Veneto, dove Forza Italia era alleata con la Lega ma non con il Movimento sociale». Finì che la Lista Pannella non fece il quorum, ma tutti i radicali inseriti in Forza Italia staccarono il biglietto per il Parlamento.
Nonostante l’exploit, i rapporti tra Pannella e Berlusconi si deteriorarono presto, vuoi per la presenza dei cattolici di Buttiglione nell’alleanza, vuoi per il sostegno del Cavaliere a Gianfranco Fini (…)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
I GIUDICI DELLA CORTE DEL LUSSEMBURGO SI SONO ESPRESSI SU UNA CAUSA ORIGINATA DA UNA CONTROVERSIA TRA UN RIFUGIATO RESIDENTE NEL NOSTRO PAESE E L’INPS
Il requisito di residenza di dieci anni previsto per i rifugiati in Italia che intendessero
percepire il reddito di cittadinanza costituisce una “discriminazione indiretta” nei confronti dei beneficiari di protezione internazionale. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia dell’Ue, in una causa originata da una controversia tra un rifugiato residente in Italia e l’Inps.
A un cittadino straniero beneficiario di protezione sussidiaria in Italia era stato revocato il reddito di cittadinanza, dopo che un controllo amministrativo ha rivelato che non soddisfaceva il requisito della residenza da almeno dieci anni nel territorio nazionale previsto dal diritto italiano.
L’uomo ha contestato la decisione davanti a un giudice italiano, il quale ha chiesto alla Corte di Giustizia di stabilire se il requisito costituisse una discriminazione indiretta nei confronti degli stranieri.
La Corte dichiara che la concessione del reddito di cittadinanza rientra nel principio di uguaglianza tra i beneficiari di protezione internazionale e i cittadini nazionali in materia sia di accesso all’occupazione sia di diritto a un reddito minimo. Sebbene il requisito sia applicato allo stesso modo a tutti gli interessati, incide principalmente sugli stranieri.
Questa disparità di trattamento non è giustificata dal fatto che la concessione del reddito di cittadinanza implica, secondo il governo italiano, un onere amministrativo ed economico significativo. Per i giudici di Lussemburgo, costituisce quindi una discriminazione indiretta vietata dal diritto dell’Union
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
“ANDRÒ A VENEZIA E VISITERÒ IL PADIGLIONE ITALIA ENTRO MAGGIO. NON SO SE CI SARÀ BUTTAFUOCO, MAGARI AVRÀ ALTRO DA FARE”… LA STAFFILATA A SALVINI: “ “PENSAVO FACESSE AUTOCRITICA, PER SCUSARSI DEL FATTO CHE FREQUENTA POCO IL SUO MINISTERO”
La Biennale di Venezia “è autonoma e autonomamente sbaglia”. Lo ha detto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, a Sky Tg24 live in Roma. “Si doveva parlare di arte e – ha proseguito – si sta parlando di arte di regime, cioè della Russia putinista che è presente a Venezia dopo quattro anni per un accordo fatto alle spalle del governo.
Non siamo d’accordo, ma la Biennale è autonoma. E la decisione ha innescato delle reazioni. Se fin dal principio avessimo potuto conoscere i termini della questione, avremmo potuto metterla al tavolo di un negoziato per il cessate il fuoco e magari avremmo ottenuto qualcosa come la liberazione di bambini rapiti dai russi in Ucraina.
Non potrà avvenire, quindi spero che ci lasceremo il tutto alle spalle e che torneremo a parlare di arte nella splendida Venezia”, ha aggiunto Giuli.
Pochi giorni fa “ho scritto un messaggio di dissenso affettuoso” al presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco “ma non ho ricevuto risposta”, ha fatto sapere il ministro. Buttafuoco “è stato illuminato dal cono di luce mediatico a discapito della verità delle cose, che è abbastanza brutta”, ha aggiunto Giuli. “Entro maggio andrò a Venezia e visiterò il Padiglione Italia” per “rendere onore all’arte italiana e all’Italia”.
È stato “inopportuno portare fino Venezia” le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica in occasione della presentazione dei David di Donatello al Quirinale. Così il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, commenta le affermazioni del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, intervenendo a Sky Tg24 Live in Roma.
Secondo Giuli, “questo è un aspetto di sgrammaticatura”. Resta, ha aggiunto poi il ministro, che “la Russia putinista è presente a Venezia grazie ad un accordo fatto alle spalle del governo aggirando le sanzioni”.
“Andrò a Venezia e visiterò il Padiglione Italia” e “andrò entro maggio a rendere onore all’arte italiana e all’Italia “. Così il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, intervenuto a Sky Tg24 Live in Roma. “Non so se ci sarà Buttafuoco, magari avrà altro da fare” ha detto poi il ministro aggiungendo poi di aver scritto al presidente della Biennale: “Io gli ho scritto il mio dissenso rispettoso e non ho ricevuto risposta”.
“Non so se” quando andro’ a Venezia per visitare il Padiglione Italia “ci sara’ Buttafuoco che magari avra’ altro da fare. Quello che posso dirvi e’ che l’aspetto personale e’ stato fin troppo illuminato dal cono di luce mediatico a discapito della verita’ delle cose che e’ abbastanza brutta. Io gli ho scritto l’ultimo messaggio venerdi’ scorso, un messaggio di dissenso affettuoso e non ho ricevuto risposta. Cosi’ siamo rimasti, ma adesso guardiamo avanti”. Lo ha detto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, intervenuto a Sky Tg24 Live in Roma.
“Quando ho visto quel post l’ho frainteso e ho pensato ‘è Salvini che fa autocritica, per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero’. Invece non era un’autocritica sul suo assenteismo”.
Così il ministro della Cultura Alessandro Giuli commentando, nel corso della diretta Live In Roma su Sky, il post di Matteo Salvini che ieri ha pubblicato il commento sull’assenza del ministro alla vernice della Biennale Arte (“gli assenti hanno sempre torto, viva l’arte libera e coraggiosa!”, aveva scritto il vicepremier). “Rispetto la sua posizione che è una posizione condivisa da tante altre persone -ha aggiunto Giuli – Non mi pare un caso importante il fatto che Salvini prediliga la Biennale non del dissenso ma della ‘disinformatia’”.
“Se fin dal principio avessimo potuto conoscere i termini della questione avremmo potuto metterla al tavolo del negoziato per il cessate il fuoco e magari ottenuto qualcosa come la liberazione di bambini rapiti da russi in Ucraina. Ciò non potrà avvenire e quindi spero che tutto questo ce lo lasceremo alle spalle per tornare a parlare di arte nella splendida Venezia”.
Così il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, intervenuto a Sky Tg24 Live in Roma dove a proposito dell’occasione mancata della Biennale ha aggiunto: “Si doveva parlare di arte e si sta parlando di arte di regime, della Russia putinista che è presente a Venezia dopo quattro anni per un accordo fatto alle spalle del governo. Non siamo d’accordo, ma la Biennale è autonoma”.
“Le soprintendenze sopravviveranno sia a Matteo Salvini che a me”. È questo “il risultato” della “dialettica” che si è svolta in Consiglio dei ministri in occasione della discussione del piano casa, ha detto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, intervenuto a Sky Tg24 Live in Roma dove ha commentato anche il post del vicepremier della Lega sulla Biennale (“Gli assenti hanno sempre torto.
Viva l’arte libera e coraggiosa!”). “Quando ho visto quel post l’ho frainteso; ho pensato avesse fatto autocritica, dopodiché ho capito che non era autocritica sul suo assenteismo. Ma rispetto la sua posizione”, ha spiegato Giuli, e “non ritengo importante il fatto che lui prediliga la Biennale della disinformatia” a quella “del dissenso”. Quanto alla lite in Cdm “il governo sta bene e quello con Salvini è un episodio: il piano casa è buono, conteneva un articolo sbagliato che andava eliminato. C’è stata una dialettica in Cdm, c’è stata la mediazione anche della premier. Il risultato è che le soprintendenze sopravviveranno sia a Matteo Salvini che a me”.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
ANGELO BONELLI, LEADER DEI VERDI: “BASTA QUERELE TEMERARIE”, VITTORIO DI TRAPANI, PRESIDENTE DELLA FNSI: “INVECE DI QUERELARE DAGOSPIA, IL GOVERNO POTREBBE FARE LUCE SU CHI E PERCHÉ HA SPIATO ROBERTO D’AGOSTINO E ALTRI 2 GIORNALISTI ITALIANI: ATTENDIAMO RISPOSTA DA OLTRE 1 ANNO”… NARDELLA: “PRIMA DI QUERELARE ESISTE DIRITTO REPLICA, SOLIDARIETA’ A BERLINGUER E DAGOSPIA”
“Piena solidarietà a Dagospia e al suo fondatore Roberto D’Agostino. La querela di
Piantedosi contro un sito di informazione è un atto che colpisce l’intero sistema della stampa libera, non solo chi ne è diretto destinatario. Questo esecutivo di destra sta mostrando un’insofferenza sempre più evidente verso chi fa informazione. Querelare chi esercita il diritto-dovere di raccontare i comportamenti di chi detiene il potere non è difesa della propria reputazione: è un attacco alla democrazia. Basta con le querele temerarie contro la stampa”. Così Angelo Bonelli, deputato AVS e co-portavoce di Europa Verde.
Vittorio Di Trapani: “Con la querela del Ministro dell’Interno a Dagospia, il governo italiano consolida ancora di più il suo primato di governo europeo che ha scagliato più querele contro i giornalisti. E così si spiega anche il ritardo nel recepimento della Direttiva Ue contro le querele temerarie, e la volontà di intervenire solo su quelle transfrontaliere, lasciando libertà di querela bavaglio in Italia. Piuttosto, invece di querelare Dagospia, il governo potrebbe fare luce finalmente su chi e perché ha spiato Roberto D’Agostino e altre 2 giornalisti italiani: attendiamo risposta da oltre 1 anno.
”La mia solidarietà a Bianca Berlinguer e al sito Dagospia per le querele ricevute dai ministri Nordio e Piantedosi. Soprattutto se si è in una posizione di potere, non si può reagire così di fronte a chi esercita il diritto di informazione. Anche io sono stato oggetto di critica da parte di Dagospia in passato e non per questo ho sporto querela, limitandomi a chiarire la dinamica dei fatti. Siamo in un Paese democratico e prima della querela esiste il diritto di replica”. Così l’eurodeputato Pd, Dario Nardella, in una nota.
“Ci sono già stati ministri dell’interno che danno querela a un sito di informazione? Qualcosa davvero non va…”. Lo scrive sui social l’ex ministro del Lavoro ed esponente Pd Andrea Orlando
“Per coprire i propri fallimenti, adesso il governo se la prende con la libera stampa. Dopo la denuncia a Bianca Berlinguer, ora un altro ministro, Matteo Piantedosi, denuncia Dagospia. Siamo davanti a una situazione estremamente grave, con esponenti dell’esecutivo che continuano a dichiarare guerra all’informazione che non fa altro che svolgere il proprio lavoro”. Lo dichiara Stefano Graziano, capogruppo del Pd in Commissione di Vigilanza Rai. “Non è un caso che soltanto pochi mesi fa il governo abbia deciso di non recepire pienamente la direttiva europea anti-SLAPP, nata proprio per impedire le ingerenze della politica nelle
scelte della stampa e per contrastare le pressioni esercitate attraverso le denunce temerarie. A Dagospia va la nostra piena solidarietà”, aggiunge
“È estremamente grave – conclude – che da quando il governo Meloni è in carica l’Italia abbia già perso 15 posizioni nella classifica internazionale sulla libertà di stampa: un dato che non può essere considerato casuale”.
Oggi è scattato l’obbligo di recepire in tutta Europa la direttiva Ue Anti Slapp (2024/1069), che tutela i giornalisti dalle azioni legali intimidatorie, come le querele temerarie da parte di chi esercita un rilevante potere politico o economico. Un esordio che l’Italia è riuscito a macchiare con la querela annunciata dal ministro Piantedosi alla testata d’informazione online Dagospia per gli articoli pubblicati sulla vicenda della presunta amante Claudia Conte.
A dirlo è il vice capo delegazione del Movimento 5 Stelle nell’Eurocamera, Gaetano Pedullà, che oggi è intervenuto in Commissione Libe del Parlamento europeo, chiedendo al commissario per la Democrazia, la Giustizia, lo stato di diritto e la protezione dei consumatori, Micheal McGrath, di non sottovalutare oltre la pericolosa situazione dell’informazione italiana. Una situazione, ha aggiunto Pedullà, peraltro aggravata da una totale inadempienza rispetto all’Emfa, un’altra direttiva già in vigore da quasi un anno, che obbliga a riformare la governance del servizio pubblico radiotelevisivo.
McGrath si è impegnato a fare nuove pressioni sui governi dei 27 Stati Ue affinché si adeguino alle direttive comunitarie, con particolare attenzione su quella Anti Slapp, che non può restare limitata all’attuale raggio delle azioni legali temerarie transfrontaliere, ma va estesa agli abusi nei singoli Paesi. “E la querela a Dagospia per aver raccontato con il solito coraggio e dovizia di particolari una vicenda dall’evidente interesse pubblico è il peggiore segno di arroganza, oltre che di mancanza di tempismo, del ministro Piantedosi”, ha concluso Pedullà.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
DE ANGELIS: “È LA FOTOGRAFIA DEL PUNTO ESATTO IN CUI SI TROVA GIORGIA MELONI, COME PARABOLA E STATO D’ANIMO. IL PUNTO È POLITICO E RACCONTA DI UN POTERE CHE SI PERCEPISCE IN UNO STATO DI MINACCIA ESISTENZIALE. HA A CHE FARE, SEMPRE NELL’OSSESSIONE DI MARINA BERLUSCONI, COL TIMORE CHE IN CORSO D’OPERA FORZA ITALIA SI SFILI, PENSANDO APPUNTO AL PAREGGIO”
Certo, colpisce che, in un momento come questo, sia stato convocato un vertice a palazzo Chigi, in pompa magna, per discutere non solo di nomine (con scarso successo) ma anche di legge elettorale. Non proprio una priorità oggettiva, in un mondo sulle montagne russe, tra crisi geopolitiche che si avvitano e blasfemie trumpiane sul Santo Padre.
Peraltro, in un momento assai delicato per il governo, appunto per gli effetti domestici di Caoslandia, dai soldi che mancano sulla benzina alla trattativa in salita con l’Europa sul Patto di Stabilità. E – mica dettagli – alla vigilia di un delicato incontro di Giorgia Meloni col segretario di Stato Marco Rubio.
Che verrà in Italia anche per sottoporla a un rigoroso esame di trumpismo dopo Sigonella e dopo la scomunica ricevuta per aver difeso il Papa. Insomma, per verificare «con chi sta».
Ecco, sorprende: in questo contesto, che reclama massicce dosi di politica e visione, si è parlato di legge elettorale, come se fosse una “priorità”. È la fotografia del punto esatto in cui si trova Giorgia Meloni, come parabola e stato d’animo.
Qui non c’entrano soglie di sbarramento, codicilli, premi di maggioranza e tecnicalità varie. Il punto è politico e racconta di un potere che si percepisce in uno stato permanente di minaccia esistenziale e, invece di rilanciare la contesa sul terreno del messaggio e delle idee, si acconcia (o quantomeno ci prova) su un’altra strada: la modifica delle regole. Per inciso: dopo che, proprio forzando su una riforma, è stato appena bocciato nelle urne.
È doppia la minaccia esistenziale percepita. Innanzitutto col paese, dopo la sconfitta referendaria vissuta come un avviso di sfratto, con buona pace di chi soloneggiava che un pronunciamento del popolo sulla principale riforma del governo non avesse effetti.
Ma anche al proprio interno, nella dinamica di una coalizione dove lo schema del “one woman show” si è inceppato sulla via che da palazzo Chigi arriva a Cologno Monzese. E aleggia l’ombra di un’altra leadership in campo, pur senza “discesa”: quella di Marina Berlusconi, la più temuta.
Per Giorgia Meloni la legge elettorale, in assenza di un “nuovo inizio” politico, di questa doppia minaccia rappresenta l’esorcismo. Ha a che fare col risultato, sia esso l’eventuale sconfitta sia esso il famoso pareggio, non impossibile con la legge attuale, che farebbe nascere il governo in Parlamento, darebbe margini di manovra alla nuova Forza Italia di Marina e addio palazzo Chigi.
E ha a che fare, sempre nell’ossessione di Marina, col timore che in corso d’opera Forza Italia si sfili, pensando appunto al pareggio.
Sia come sia, l’andazzo ricorda tanto «quelli che c’erano prima», tanto vituperati nella fase dell’assalto al cielo. Più o meno tutti, temendo il peggio, hanno ceduto alla tentazione di mettere mano alle regole. C’è chi ci è riuscito e chi no. In ogni caso la discussione non ha mai portato bene.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL VERTICE CON XI JINPING DEL 14 MAGGIO IMPONE A TRUMP DI TROVARE UN ACCORDO CON L’IRAN ENTRO LA PROSSIMA SETTIMANA
Facciamo finta che la guerra tra Usa e Iran finirà davvero settimana prossima, come
haannunciato ieri Donald Trump. Se davvero accadrà, finirà con il regime iraniano ancora in piedi, più repressivo di prima e desideroso di prendersi una vendetta su donne e giovani che hanno davvero creduto Trump li volesse liberare.Finirà con l’Iran che si prende un pedaggio sul passaggio delle navi dallo stretto di Hormuz, che prima non aveva.
Finirà con la Russia che si prende l’uranio arricchito iraniano, e con Putin che diventa di fatto il garante della stabilità globale, con buona pace dell’Ucraina e delle sanzioni europee.
Finirà con Netanyahu che otterrà tutto quel che vuole da Trump per accettare un cessate il fuoco in Libano, precondizione agli accordi di pace tra Washington e Teheran, dopo aver di fatto costretto Trump a imbarcarsi in una missione suicida e aver portato il mondo sull’orlo della catastrofe economica.
Finirà con gli Stati Uniti che hanno rotto i rapporti con tutti i Paesi europei e con il Vaticano, rapporti che Marco Rubio oggi cercherà faticosamente di ricucire, in attesa della prossima sparata di Trump.
Finirà con la Cina che attende silenziosa che arrivi il 14 maggio, giorno in cui si terrà l’incontro tra Xi e Trump, il primo in 9 anni, rinviato di un mese e mezzo perché Trump non poteva presentarsi in Cina nel mezzo del disastro di Hormuz.
Finirà alle condizioni di Teheran, perché Trump non può può permettersi di arrivare a Pechino senza un accordo con l’Iran e non può nemmeno permettersi di rinviare di nuovo l’appuntamento col suo omologo cinese.
Finirà, soprattutto, con mezzo mondo a rischio carestia, con un blocco energetico che ha già fatto – e continuerà a fare – danni all’economia globale e con la paura che il 16 maggio, a vertice finito, la questione possa di nuovo riaprirsi.
Finirà, se davvero finirà, ma era davvero difficile devastare gli Stati Uniti e il mondo in soli due mesi e mezzo come ha fatto Trump.
Applausi a lui e a chi lo ha sostenuto, davvero.
(da Fanpage)
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