Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
L’IDEA È UN CONFRONTO “ONE-TO-ONE” PER SCAMBIARE IDEE SULL’ITALIA E LA POLITICA, E VEDERE L’EFFETTO CHE FA NELL’OPINIONE PUBBLICA. IL TITOLO EVOCHERÀ UN “NUOVO CENTRODESTRA”, SENZA INDISPETTIRE TAJANI E SALVINI. CHE FA IL FINTO TONTO: “ZAIA PUÒ PARLARE CON CHI VUOLE, NON SIAMO UNA CASERMA”
Stretta di mano a favore di flash. Sorrisi stirati. Stop. Matteo Salvini e Luca Zaia
s’incrociano alla Biennale di Venezia, nel giorno in cui è venuto fuori l’incontro segreto tra l’ex Doge e Marina Berlusconi, nella residenza della primogenita del Cavaliere a Milano.
In laguna, il clima [.assomiglia al gelo. Salvini e Zaia non si confrontano direttamente, nemmeno Al telefono, si parlano tramite staff. L’ex governatore del Veneto, oggi presidente del consiglio regionale, dribbla cronisti e cameraman e non parla.
Lavora sottotraccia, però: è in via di definizione una convention. Con chi? Con Roberto Occhiuto. Il presidente della Calabria è uno degli alfieri del rinnovamento dentro Forza Italia, in asse con il ministro Paolo Zangrillo (che infatti sovrintenderà il congresso regionale a Reggio Calabria). Entrambi col favore di Marina Berlusconi.
Dopo qualche mese in sordina, Occhiuto ha in testa di tornare nell’agone nazionale. Con un paio di eventi: uno a Milano, verso giugno-luglio, l’altro a Roma, al tempio di Adriano, alla fine di maggio.
È per questo appuntamento, di rilancio, che sta dialogando con Zaia, alla ricerca di una data libera in entrambe le agende. La formula pensata per l’evento è one to one: Occhiuto e Zaia assieme sul palco, a scambiare idee sull’Italia (e la politica) che verrà. Si sta ragionando sul titolo, qualcosa che evochi un «nuovo centrodestra», senza indispettire Antonio Tajani e Salvini.
Il leader leghista ieri mattina ha provato a negare l’incontro, accusando questo giornale: «Non so di nessun incontro, secondo Repubblica succedono tante cose che non sono mai accadute sulla faccia della terra. Io mi fido dei miei, non di Repubblica». È vero, infatti, che Salvini non era stato avvisato
Quando la notizia è stata confermata dall’Ansa, il vicepremier ha dunque tentato di minimizzare: «Zaia può parlare con chi vuole, non siamo una caserma. Non è che tutti mi debbano raccontare cosa vanno a fare con chi». Il segretario lumbard allontana anche l’ipotesi che l’ex governatore traslochi in FI (lo diceva pure di Vannacci): «Ma non scherziamo. Zaia ha fatto fa bene, parla di editoria con uno dei principali editori italiani».
Anche se fonti qualificate hanno ripetuto alle agenzie stampa che nel rendezvous si è discusso, eccome, anche di politica.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
LEI AVEVA UN VALORE TRIPLO RISPETTO AL MASSIMO CONSENTITO DALLA LEGGE… MA COME E’ POSSIBILE CHE IL SINDACO NON SI SIA ACCORTO DELLO STATO DI CHI GUIDAVA?… FABIO ANSELMO: “CON QUALE FACCIA DI PARLATE DI SICUREZZA?”… DOPO CINQUE GIORNI LA VICENDA DIVENTA PUBBLICA E L’ASSESSORA SI DIMETTE
Alan Fabbri, sindaco di Ferrara noto per le sue battaglie contro gli immigrati e per la “sicurezza”, è stato protagonista lunedì scorso – 4 maggio – di un brutto incidente stradale insieme alla sua assessora Francesca Savini a Sermide e Felonica, nel Mantovano.
Il suv Land Rover sul quale i due viaggiavano, guidato da Savini, è uscito di strada finendo contro un albero e poi in un campo: lo schianto è stato violentissimo ma per fortuna i due sono rimasti illesi. Sul posto i carabinieri della stazione locale, vigili del fuoco e 118. Le autorità hanno sottoposto la conducente all’alcol test, e la donna è risultata positiva con un tasso oltre 1,5 grammi per litro, cioè il triplo del valore consentito dalla legge. Per l’assessore è scattato il ritiro della patente, denuncia per guida in stato di ebbrezza e sequestro del veicolo con successiva confisca. L’assessora ha deciso di dimettersi.
“In questi anni, prima come consigliere e poi come assessore – ha dichiarato Savini in una nota pubblicata sul sito del Comune emiliano – il mio obiettivo è stato quello di servire la comunità di Ferrara con impegno, dedizione e rispetto verso i cittadini. Proprio in nome di quel rispetto, e nella consapevolezza del ruolo pubblico che ho ricoperto fino ad oggi ho scelto di rassegnare le mie dimissioni, con effetto immediato”. Quindi, prosegue l’assessora, “l’accertamento delle cause del sinistro alla guida della mia auto, che fortunatamente non ha portato a conseguenze per persone o cose, è in corso. Verrà fatta chiarezza, come è giusta che sia, nelle sedi opportune. È una decisione sofferta. Mi sono sempre spesa per la mia città, ma questa è una scelta doverosa, assunta a tutela del buon lavoro svolto da questa Amministrazione e del livello di fiducia raggiunto in questi anni”.
Sulla vicenda è intervenuto anche Fabio Anselmo, storico avvocato della famiglia di Stefano Cucchi nonché ex candidato sindaco per il centrosinistra proprio a Ferrara: “Le statistiche dell’Istituto Superiore della Sanità sono impietose. Si parla del 30-35% degli incidenti stradali mortali correlati all’abuso di alcol. Miglia di morti ogni anno. Chi guida ubriaco si mette nelle condizioni di diventare un potenziale assassino. Lo sanno bene le associazioni delle vittime della strada. Leggo che alla guida di quest’auto vi sarebbe stata un assessore del Comune di Ferrara, aderente alla Lega, il cui leader Salvini ha fatto di questo una battaglia portante della propria campagna politica. Sulla conducente di quest’auto sarebbe stato rilevato un tasso di alcolemia di 1,5. Oltre il triplo del limite consentito. Se così fosse questo sarebbe un comportamento criminale. Se non si è ferito nessuno o non è morto nessuno è frutto soltanto di un miracolo. Il nostro Sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, era su quell’auto. Io mi chiedo ora e gli chiedo: Come ha fatto a non accorgersi che la sua fedele assessora si è messa alla guida della propria auto ubriaca? Come ha potuto permettere che ciò accadesse mettendo a repentaglio la vita di lei, la propria e di altri incolpevoli cittadini? Con quale faccia ora vi potrete esporre come rappresentanti istituzionali promotori della sicurezza per i nostri giovani che si mettono alla guida dopo feste e concerti? Caro Ministro Salvini, ora da lei mi aspetto coerenza e rigore”.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
FU UNA BELLA ROGNA PER LA SORA GIORGIA GESTIRE L’IRA DELLA “SERBELLONI MAZZANTI VIEN DAL MARE”
In ogni caso, di fronte a quella piccola forzatura dei tempi per il giuramento, Draghi era
rimasto un poco sorpreso: lui quel sabato proprio non poteva stare a Roma, per impegni personali già fissati da tempo.
E s’era deciso così di rinviare il passaggio della campanella all’indomani, nella convinzione condivisa da tutti che una minima infrazione al protocollo […] non avrebbe poi significato granché.
Successe invece che le consuete manifestazioni di piccineria – gli arrivismi più spudorati, quel certo caos che sempre accompagna le ore convulse dell’insediamento del nuovo governo, in questa piccola, stracciona repubblica della politica romana fondata sull’“a fra’, che te serve?” –, potendo proliferare stavolta nel corso di un’intera giornata, degenerarono più che in passato.
E così quella pletora di funzionari, capi di gabinetto, responsabili degli uffici legislativi, una schiatta di questuanti che alla prima riunione di governo si affannano per accompagnare i nuovi ministri a Palazzo Chigi, e mettersi in mostra, e dare sfoggio di affidabilità e di ruffianeria, con l’ambizione di vedersi riconfermati nell’incarico o comunque gratificati con un’altra nomina, ebbero tutto un pomeriggio, e poi la sera, e poi ancora la mattina seguente per fare telefonate, per accreditarsi, per rivendicare che pure loro, in realtà, erano di destra, che pure loro, mesi prima, o anni prima, o magari durante l’università, al liceo, erano stati da quella parte, e per chiedere all’amico dell’amico che era amico di Meloni o di un qualche suo consigliere, o della sua segretaria, di metterci una buona parola (“Ti ricordi di quella volta che mi avevate chiesto quel favore? E quell’emendamento lì, che avevate a cuore? E quella volta, al mare insieme, ti ricordi?”).
Ci fu perfino chi, come Elisabetta Alberti Casellati, dopo la certezza della sua nomina a ministra per le Riforme, e dunque con la dotazione di una stanza nel palazzo di Largo Chigi a pochi passi da quello occupato dal capo del governo, mandò dei suoi fidati collaboratori in avanscoperta per capire se l’ufficio assegnatole fosse abbastanza ampio, e con una giusta vista, e coi mobili adeguati, e se insomma fosse degno di una ex presidente del Senato.
E furono belle rogne che Meloni, alle prese con ben altri pensieri, scaricò sui suoi collaboratori liquidando il tutto con un laconico: “No, ve prego, non cominciamo così”.
Per lei in quelle ore, in quei primi giorni, già gestire l’ordinario, amministrare l’avvio della macchina del governo, è fonte di preoccupazioni, ogni decisione gravata dall’ansia di commettere errori.
Quando Roberto Chieppa, il segretario generale uscente di Palazzo Chigi – quello che tiene in piedi la baracca della presidenza del Consiglio sul piano amministrativo e operativo, e che come spesso capita si trattiene qualche giorno in più rispetto agli altri nella transizione da un governo al successivo, così da garantire che tutto il passaggio di consegne avvenga senza intoppi –, le sottopone gli atti da firmare, lei ogni volta sospira, impacciata e autoironica (“Sa, è la prima volta che faccio il presidente del Consiglio”), la sua mano trattenuta da quel timore che è caratteristica dei neofiti prudenti.
“Anche questo?” gli chiede, all’ultimo foglio che lui le porge.
“Questo, presidente, è il decreto di nomina del mio successore”, cioè di quel Carlo
Deodato che Meloni aveva già individuato come nuovo segretario generale di Palazzo Chigi (quello che, per prima cosa, stabilirà che Meloni va chiamata “il Signor Presidente”).
Meloni sorride, di nuovo. “Ah, ad averlo saputo, quasi quasi le proponevo di restare, Chieppa”. È una battuta, quasi certamente.
E del resto Chieppa, il primo nella storia repubblicana a essersi sciroppato un’intera legislatura alla guida della macchina di Palazzo Chigi, e per giunta con tre governi diversi, sempre con la benedizione del Quirinale, aveva già in programma un viaggio in Asia e poi il ritorno al suo mestiere di magistrato amministrativo: difficilmente avrebbe preso sul serio la proposta.
Se insomma con Chieppa è stata più una questione di celia, quel che è certo è che invece con altri esponenti dell’esecutivo Draghi, con altri ministri o funzionari che in quel governo hanno ricoperto ruoli di rilievo, il tentativo di convincerli a restare è stato reale
In certi casi la continuità fu quasi obbligata, nel senso che fu suggerita da Mattarella, raccomandata dallo stesso Draghi, auspicata da tutto un mondo istituzionale che Meloni, ancora malferma nelle sue intenzioni sul da farsi, ancora timorosa per le possibili ritorsioni degli accidenti eventuali, si guardò bene dallo scontentare.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROCURA FRANCESE HA CHIESTO L’INCRIMINAZIONE DI MUSK E DI X CON L’ACCUSA DI COMPLICITÀ NEL POSSESSO E NELLA DISTRIBUZIONE DI IMMAGINI DI ABUSI SESSUALI SU MINORI, RACCOLTA ILLEGALE DI DATI PERSONALI
Elon Musk, attualmente oggetto di un’indagine giudiziaria in Francia per possibili abusi commessi da l social X, ha insultato i magistrati francesi sui suoi social. “Sono più falsi di un euro di cioccolato e più effeminati di un fenicottero rosa con un tutù fluorescente!”, ha scritto in un post che commentava la notizia dell’inchiesta giudiziaria in Francia a suo carico.
“Andatevene prima che vi insulti una seconda volta!”, ha poi aggiunto in un secondo post. La procura francese ha chiesto l’incriminazione di Elon Musk e del social X con l’accusa di complicità nel possesso e nella distribuzione di immagini di abusi sessuali su minori, raccolta illegale di dati personali e mancata garanzia della
sicurezza dei dati, nonché diffusione di immagini o altri contenuti non consensuali e negazione dei crimini contro l’umanità da parte del sistema di intelligenza artificiale della piattaforma, Grok.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL BOOM DEL COMMERCIO HA RAPPRESENTATO UN’ANCORA DI SALVEZZA FONDAMENTALE PER PECHINO NEGLI ULTIMI ANNI, IN UN CONTESTO DI RALLENTAMENTO DELL’ECONOMIA INTERNA
Secondo i dati ufficiali diffusi oggi, il mese scorso le esportazioni cinesi sono cresciute a
un ritmo superiore alle attese, nonostante le pressioni sull’economia globale causate dalla guerra in Medio Oriente.
L’Amministrazione generale delle dogane ha comunicato che ad aprile le esportazioni sono aumentate del 14,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. La crescita ha superato le previsioni di Bloomberg dell’8,4% e ha registrato un significativo aumento rispetto all’incremento del 2,5% registrato a marzo.
Il boom del commercio ha rappresentato un’ancora di salvezza fondamentale per Pechino negli ultimi anni, in un contesto di rallentamento dell’economia interna,
con una spesa stagnante e una crisi del debito nel settore immobiliare che grava sull’attività economica.
Le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono invece aumentate dell’11,3% su base annua ad aprile, tornando a crescere dopo un forte calo del 26,5% registrato a marzo. Segno positivo per la spesa interna, le importazioni sono cresciute del 25,3% su base annua il mese scorso. Il dato ha superato la previsione di Bloomberg del 20,0%, ma è stato leggermente inferiore al balzo del 27,8% registrato a marzo.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
FINO ALL’ARRIVO DI GIULI AL MINISTERO DELLA CULTURA, IL RAPPORTO ERA RIMASTO SU TONI CIVILI. POI L’EX “FOGLIANTE” HA INIZIATO UN CONFLITTO SOTTOTRACCIA CON LA SOTTOSEGRETARIA LUCIA BORGONZONI, CHE OLTRE A ESSERE LA PLENIPOTENZIARIA DELLA LEGA NEL MONDO DEL CINEMA È ANCHE AMICA PERSONALE DI SALVINI
Ora s’è trasformata in una questione di telefoni. Il telefono di Matteo Salvini, da cui parte la pubblicazione nella chat del Consiglio dei ministri del lancio d’agenzia con la dichiarazione in cui Alessandro Giuli gli aveva dato dell’assenteista, con tanto di irritazione resa palese prima da un «Mah» e poi da un «A che punto siamo arrivati».
Il telefono di Alessandro Giuli, che ha preso a cercare Matteo Salvini per provare a chiarire la situazione ma senza successo, visto che il vicepresidente del Consiglio ha guardato per tutto il giorno le notifiche con la scritta «Giuli Alessandro» senza rispondere . E il telefono di Giorgia Meloni, da cui parte una sfuriata che secondo fonti di Fratelli d’Italia riguarda entrambi i litiganti ma che secondo i leghisti — i quali citano le confidenze di Salvini — è diretta soltanto al ministro della Cultura, «visto che da Giorgia non ho ricevuto nessuna telefonata».
Ma prima che diventasse una questione di telefoni — e prima anche del robusto confronto che in Consiglio dei ministri li aveva visti arrivare muso contro muso (divisi quasi fisicamente dalla presidente del Consiglio) a proposito di un aspetto decisamente collaterale del provvedimento Piano Casa — la sfida tra Salvini e Giuli è una sorta di western che vede agli angoli opposti del saloon l’alfa e l’omega della compagine di governo.
L’estetica, stavolta, è quasi sostanza. Di qua il dandy che pare uscito da una festa con tema «a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo», di là il ragazzotto che soffre il dress code della nuova fase ministeriale perché rimpiange la comoda epoca in cui poteva girare l’Italia con le felpe dedicate al luogo che di volta in volta visitava.
Giuli e Salvini sono due opposti che per un periodo sono stati anche amici. Succedeva a ridosso del 2018, quando il Giuli appena uscito dal Foglio e distante in quella fase da Fratelli d’Italia, aveva preso e frequentare (via Giancarlo Giorgetti) le stanze del gruppo parlamentare della Lega e anche il quartier generale di via Bellerio, dove aveva collaborato al programma di governo del Carroccio e in seguito sostenuto l’operazione del governo gialloverde guidato dal primo Conte.
«Giuli funziona. Facciamolo invitare più spesso», aveva sentenziato Salvini. Poi, visto che il tempo non lascia mai tutto come l’ha trovato, il 2022 ha cominciato ad allontanarli perché Giuli nel frattempo è rientrato nell’orbita meloniana. Ma non del tutto, visto che Salvini non fa mistero di apprezzarne l’operato alla guida del Maxxi. La promozione al ministero della Cultura li separa del tutto.
Perché Giuli entra in conflitto con la sottosegretaria Lucia Borgonzoni, che oltre a essere la plenipotenziaria della Lega nel mondo del cinema è anche amica personale di Salvini; e Salvini dirada sempre di più i contatti col vecchio amico. I silenzi si prolungano e si fanno gelo, i saluti in Consiglio dei ministri si diradano fino a diventare nulla e il nulla ci mette niente a trasformarsi in rissa.
Quando si trovano nello stesso contesto, come per esempio a colloquio coi cinesi, Salvini è quello che omaggia il ponte sul Grand Canyon di Huajiang evidenziando che quello sullo Stretto di Messina verrà su più bello; Giuli si mette a parlare di Gramsci e finisce a citare Lao-Tsé e il Tao tê ching . Per Giuli la natura è «la saggezza dell’acqua e degli alberi», perché «c’è dell’acqua dietro anche una rivista; per Salvini la natura «è andar per funghi e in montagna, funghi e montagna, montagna e funghi
(da “Corriere della Sera”)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONFLITTO FA RICCHE LE COMPAGNIE PETROLIFERE DI TUTTO IL MONDO, MA IN PARTICOLARE QUELLE AMERICANE, NORVEGESI E CANADESI … ANCHE LA CINA HA DOVUTO STANZIARE 16,8 MILIARDI PER SOSTITUIRE LE FORNITURE DAL GOLFO…. E IL VECCHIO CONTINENTE? MALE, ANZI, MALISSIMO: PER COMPENSARE LE MANCATE IMPORTAZIONI, SOPRATTUTTO IL GAS QATARINO, HA SPESO 4,2 MILIARDI IN PIÙ
Chi ci sta guadagnando con il conflitto in Iran? Doppia risposta: alcuni Stati e molte
aziende. Un centro studi sponsorizzato dal governo del Bahrein, il Derasat, ha elaborato una specie di partita doppia, divisa tra cinque «vincitori» e cinque «perdenti».
Il rapporto mette in fila gli extra incassi e i costi supplementari generati dal conflitto. È un calcolo in costante aggiornamento. I dati sono eloquenti.
Al primo posto tra i winners svetta la Russia, con 5,2 miliardi di dollari, grazie all’allentamento delle sanzioni, deciso da Donald Trump, e al 50% in più della domanda proveniente dall’India.
Il crollo delle forniture arabe ha dato una spinta alla produzione di shale gas negli Stati Uniti, con ricavi aggiuntivi per 4,5 miliardi di dollari.
Stesso discorso, sia pure in scala minore, per Norvegia, +1,8 miliardi e Canada, +1,2 miliardi. Interessante il caso dell’Indonesia. La fonte per le nuove entrate, pari a 800 milioni di dollari, non è il greggio, ma il carbone, che è tornato a essere, soprattutto nel Sud est asiatico, una materia prima ricercata.
Poche sorprese tra i losers ma attenzione alle cifre. La Cina ha dovuto sostenere una spesa extra di 16,8 miliardi di dollari per sostituire, evidentemente a prezzi più alti, il 40-45% del petrolio e il 13,9% dell’acciaio importati dal Golfo. Il conto per il Giappone è di 7,7 miliardi; per l’India, che paga anche la scarsità dei fertilizzanti, 6,7 miliardi. La «fattura» per la Corea del Sud ammonta a 5,4 miliardi di dollari, stanziati per cercare altrove, e a quotazioni più alte, il petrolio e l’elio.
In coda ci siamo noi: dall’inizio della guerra, l’Eurozona ha speso 4,2 miliardi di dollari in più per compensare soprattutto le mancate forniture di gas dal Qatar.
Ma non tutte le monarchie del Golfo sono penalizzate. Arabia Saudita ed Emirati Arabi stanno cercando passaggi alternativi a Hormuz.
I sauditi hanno già portato al massimo, circa 7 milioni di barili al giorno, la portata della pipeline East-West che taglia a metà la penisola e scarica il greggio nei porti sul Mar Rosso.
L’emergenza, osserva Eleonora Ardemagni, esperta di Medio Oriente e ricercatrice per l’Ispi, «ha spinto l’Arabia Saudita a riallacciare il dialogo con gli Houthi per garantire una navigazione sicura nello Stretto di Bab el Mandeb (alla fine del Mar Rosso, ndr ) e a collaborare con gli Emirati, nonostante le rivalità tra i due Paesi».
All’interno dei bilanci nazionali, si muovono quelli aziendali. Il settore più beneficiato è, chiaramente, quello dell’energia.
Un’inchiesta della Bbc mostra come in questa fase stiano guadagnando soprattutto le multinazionali europee. Il sito della tv britannica cita i profitti di Bp (British Petroleum), che sono raddoppiati nei primi tre mesi del 2026, fino a raggiungere quota 3,2 miliardi di dollari
Anche le performance di Shell (anglo-olandese) e della francese TotalEnergies, nel primo trimestre di quest’anno, sono andate oltre le previsioni: rispettivamente 6,92 miliardi di dollari e 5,4 miliardi. I grandi gruppi americani, ExxonMobil e Chevron, non hanno migliorato la redditività rispetto allo scorso anno.
Ma secondo gli analisti, i guadagni saliranno nel corso dell’anno. In Italia, Eni ha appena presentato una trimestrale con un utile operativo pari a 3,54 miliardi di euro e con un balzo del 9% della produzione.
La volatilità sui mercati finanziari ha innescato un frenetico trading di titoli, gonfiando i profitti delle banche, in particolare le «big six» americane: JP Morgan, Bank of America, Morgan Stanley, Citigroup, Goldman Sachs e Wells Fargo. In totale, nota ancora la Bbc , i sei istituti hanno realizzato utili per 47,7 miliardi.
(da Corriere della Sera)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
“IO CI SONO SEMPRE STATO PER L’ITALIA, E COSÌ IL MIO PAESE. IL RITIRO DELLE TRUPPE DALL’ITALIA? CI STO ANCORA PENSANDO” – ALLA DOMANDA SUL PERCHÉ ABBIA POSTATO SU TRUTH UN VECCHIO ARTICOLO DI SALVINI, IL TYCOON REPLICA: “PERCHÉ LO RITENEVO APPROPRIATO”. E NON COMMENTA LA LETTERA DI RISPOSTA DELL’IRAN
In una telefonata esclusiva con il Corriere della Sera sabato mattina il presidente Donald Trump non ha voluto commentare sullo spostamento di truppe dalla Germania, potenzialmente verso il fronte orientale della Nato, mentre ha confermato che «sta ancora prendendo in considerazione» di spostare truppe dalle basi italiane.
Alla domanda sul perché abbia postato nei giorni scorsi su Truth un vecchio articolo di Salvini, il presidente ha replicato: «Perché lo ritenevo appropriato».
Sulla premier Giorgia Meloni, il giorno dopo il viaggio a Roma del suo segretario di Stato, Marco Rubio, Trump ha ripetuto: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese»».
Quando abbiamo osservato che l’Italia potrebbe fornire dragamine dopo il cessate il fuoco in Iran, Trump ci ha interrotto dicendo ancora una volta: «L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno».
Invece sulla lettera di risposta dell’Iran che era attesa ieri notte Trump ha replicato di non voler commentare
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
POTEVA SUCCEDERE SOLO NEL BELPAESE: DALLE COMPARSATE IN TV ALLA DIREZIONE DEL TRAFFICO PER LE CENE DI ARCORE… LO SCRANNO E POI UNA SECONDA VITA
Sembra un romanzo, invece è solo l’Italia. Nicole Minetti si è avvinta come l’edera al
tessuto profondo del Belpaese e ogni capitolo della sua pur rutilante esistenza sembra essere parte di un libro scritto allo specchio, dove la vita pubblica si riconosce con una facilità ai limiti del paradosso.
Nicole ha una cascata di capelli ricci, labbra sottili e un sorriso che chiama televisione. È in un bar a Corso Como a Milano che comincia la sua carriera, quando viene notata e finisce a “Scorie”, su Rai Due a dondolarsi su un’altalena fiorita.
Ed è in un caffè, quello di “Colorado” che arriva poco dopo, volata a Mediaset per marcare il primo dei ruoli in forma di vezzeggiativo che avrebbero caratterizzato i nostri anni a venire. “Coloradina” appunto e poi “meteorina”, “bungarella”, “olgettina”, “consiglierina”, nomignoli dietro ai quali giovani aspiranti protagoniste abbassavano i tratti distintivi come le scollature, per confondersi in macroinsiemi comandati a bacchetta da reclutatori, selezionatori, sino alle braccia compiaciute dell’utilizzatore finale.
“Pretty Minetti”, come titolava L’Espresso nel 2011, viene presentata a Silvio Berlusconi dall’ex meccanico di Piersilvio, un donnaiolo di origini campane che fece capire al padre che di ragazze ne conosceva tante e forse per questo guadagnò un bel posto a Publitalia, giusto in tempo per spingere Nicole.
La tv è affamata e si nutre di quegli spazi infiniti di pelle nuda e sorrisi verginali, l’apparenza in cui vale tutto, mentre si balla con entusiasmo discinto, e le stanze dei bottoni si occultano nella villa, luogo misterioso, trionfale, tinto di rosso passione dove troneggia il Drago, che tutte le guarda, le tocca, le paga. Potere e virilità
ridotti a fiotti di banconote, premi e prestazioni continue in un esaltante divertimento, cafone come una cena elegante.
Ma anche il circo triste di un uomo che tiene in mano il Paese giocando a “Sister Act” con Minetti vestita da suora che batte il suo petto con una croce di legno, ha bisogno di un governo, o quantomeno di una contabile. E qui è proprio Nicole, che sa usare il cervello almeno quanto le sue forme, che tiene i conti in maniera minuziosa, retribuzioni travestite da regali, frutto di generosità supposta, da distribuire con attenzione, un affitto a te, un diamante a me, ragioniera improvvisata perché lui è il «Love of my life» e non può fare i bonifici.
Ma è il Paese dei campanelli, delle raccomandazioni, delle carriere improvvisate, dei seggi blindati e se qualcuno storce il naso pazienza. Tanto la faccia è di Nicole Minetti che da ex igienista dentale, ex hostess, ex soubrettina viene catapultata proprio da un ex, in questo caso Cavaliere, ai vertici del Pirellone, col Celeste a farle ombra. In camicia azzurra d’ordinanza, la chioma piastrata e le correzioni necessarie ai tanti ruoli interpretati, Minetti rende onore al suo stipendio di diecimila euro mensili co-firmando un progetto di legge per la “valorizzazione del patrimonio storico risorgimentale in Lombardia”. Le spese pazze e la relativa condanna verranno dopo, ma anche qui il sentimento è del già visto, ieri come oggi, il malcostume diffuso dello sperpero della cosa pubblica, tanto alla fine i fatti dimostrano che è sempre cosa privata.
Ed è così che proprio a lei, solida presenza nella vita del Presidente che qualcuno voleva al Quirinale, qualcun altro santo e in molti addirittura presenza immanente sul simbolo del suo partito, che viene affidata la nipote di Mubarak. Una buona fetta del Paese rischia perfino di cascarci, la bufala per eccellenza, trasformata poi negli anni in un ricordo lontano, in fondo che sarà mai, i parenti vanno e vengono, le minorenni crescono, gli statisti restano. Ma lei, solida e a suo dire innamorata, si prende l’incarico bollente e l’aria è tale per cui la satira con cui Michele Serra scriveva che «il Milan perde a Bari nonostante una telefonata di Berlusconi alla Questura per chiedere l’affido del pallone a Nicole Minetti» fa ridere ma fino a un certo punto, tanto che sembrano quasi righe di pura cronaca.
La vita della ragazza del bar, riminese figlia di una ballerina, a questo punto si tende come un elastico, va e viene, sfila in passerella con bikini tinti di giallo come spruzzi di sole sfacciato, affronta processi e condanne, vende un programma contro la cellulite, “Body Sculpt by Nicole”, a soli 89 euro, come una Wanna Marchi da cui sembra aver digerito il suo detto più celebre nei confronti degli acquirenti coglioni.
E fugge da social e copertine per rifugiarsi in un altro bar, questa volta di lingua spagnola, in cui una bottiglia di acqua liscia costa otto euro ma tanto lei sorseggia champagne dalla consolle da deejay. Gin Tonic invece è il nome del ranch di Cipriani jr, figlio del patron dell’Harris Bar, (ennesimo filo invisibile di evoluzioni e capriole da banconi) e citazione scomoda degli scomodissimi file di Epstein. Ma l’imprenditore di successo redime Minetti, mette su famiglia e viene presentato al Quirinale come persona «normoinserita e lontana da contesti di devianza».
Mentre il mondo virtuale si riempie di milioni di parole sconvenienti estratte dalle intercettazioni succulente come orge, per Nicole il mondo reale diventano i campi da golf in cui si destreggia Cipriani e con lui si ricostruisce, in Uruguay, i locali di New York, Dubai, Ibiza, ma probabilmente sempre a suo modo.
Oggi gli schermi del Paese si illuminano ancora una volta per «la ragazza bellissima» come amano definirla alcuni Tg, e il suo ambiguo ritorno, madre accudente in cerca di grazia, o ricamatrice accurata di un ennesimo scandalo che coinvolge ancora una volta piani alti anzi altissimi e che comunque andrà sarà un insuccesso. Perché alla fine è solo una storia italiana, come il titolo delle 120 paginette di culto che Berlusconi diffuse alle famiglie in cui si mostrava su un prato fiorito, marito fedele, padre impeccabile. Come un apostrofo azzurro, tra le parole Bunga e Bunga.
(da lespresso.it)
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