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UN CITTADINO ITALIANO CHE VIVE A L’AVANA RACCONTA LA CRISI NERA: “QUI C’È CHI MUORE DI FAME E CHI, INVECE, HA I SOLDI E SOPRAVVIVE. A CAUSA DELL’EMBARGO (ILLEGITTIMO) IMPOSTO DAGLI USA , IL CARBURANTE NON SI TROVA, E AL MERCATO NERO, COSTA DIECI DOLLARI AL LITRO”

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

“I CUBANI NON POSSONO ANDARE AL LAVORO E A SCUOLA. I CONTINUI BLACKOUT PARALIZZANO ANCHE GLI OSPEDALI. IL SISTEMA E’ DEGENERATO: LE MICRO, PICCOLE E MEDIE IMPRESE PRIVATE, LEGALIZZATE NEL 2021, SOPRAVVIVONO SOLO GRAZIE AI DOLLARI INVIATI DAGLI ESULI E DAGLI ANTICASTRISTI CHE VIVONO NEGLI USA”

«Qui c’è chi muore di fame e chi, invece, ha i soldi e sopravvive». A parlare è Antonio – un nome di fantasia, per motivi di sicurezza – un cittadino italiano che vive a L’Avana. Romano, sulla cinquantina, con un passato di militanza negli ambienti di sinistra, è testimone quotidiano di quello che sta succedendo sull’isola e, un tempo, amava definirsi fidelista. «Fidel trovava sempre soluzioni a tutto; quando c’era lui c’era l’uguaglianza», tiene a precisare l’uomo come premessa di ogni suo discorso, soprattutto per far capire le attuali degenerazioni del sistema
«In questo periodo vivo a L’Avana, dove ho una parte della mia famiglia paterna, e posso dire che il Paese è allo stremo. A causa del blocco, il carburante non si trova; ce l’ha solo qualche privilegiato, e quando c’è al mercato nero, costa dieci dollari al litro», e questo impedisce alle persone di andare a lavorare o a scuola.
A Cuba ci sono ricorrenti blackout ormai da diversi anni, ma da quando Trump ha imposto l’embargo energetico, la situazione è peggiorata. Si è passati da interruzioni programmate e limitate nel tempo, a blackout improvvisi che possono arrivare a durare più di venti ore al giorno su tutto il territorio. «Di solito, cercano di preservare L’Avana Vecchia, ma negli altri posti tolgono la corrente per quasi tutta la giornata. Il cibo c’è, ma pochi possono permetterselo».
Antonio mostra le immagini delle strade della capitale ricoperte di rifiuti e racconta dei “cacerolazos”, le proteste spontanee con pentole e padelle contro i blackout, represse dal governo con arresti e intimidazioni; ma anche degli ospedali paralizzati per la carenza di medicinali, e la quasi totale assenza di elettricità che impedisce di portare a termine le operazioni.
L’embargo – quella serie di sanzioni che l’isola subisce illegittimamente dagli Stati Uniti da oltre sessantadue anni – è una parte preponderante del problema, perché si stima che il danno accumulato abbia superato i 164 miliardi di dollari, secondo i dati presentati da Cuba all’Assemblea generale dell’Onu; ma c’è spazio anche per le responsabilità del governo che ha avallato un sistema che non è più nemmeno il ricordo degli anni della Rivoluzione.
«Qui c’è il peggior capitalismo dell’America Latina e la vita se la possono permettere in pochi», afferma l’uomo con rabbia, rivelando anche dei litigi con alcuni attivisti italiani di sinistra per cui Cuba è ancora un simbolo potente di anti-imperialismo.
Ma è stato soprattutto dopo la pandemia e il crollo del turismo – principale motore dell’economia – che il governo ha favorito un’ulteriore apertura per evitare il tracollo. In molti hanno parlato di una scelta obbligata, più che ideologica, legata alla sopravvivenza di un Paese sotto embargo dal 1962. Così, nel 2021, L’Avana ha legalizzato le MiPymes, le micro, piccole e medie imprese private, avviando migliaia di attività nell’ambito del commercio, dei servizi e della ristorazione.
«Con questi stipendi, gli statali possono campare un solo giorno; con le MiPymes, invece, si vive bene. Ormai queste aziende sono tantissime e i loro proprietari, come ad esempio la famiglia Castro o altre persone, sono dei privilegiati. Per aprirle servono i dollari: la maggior parte di coloro che ha lasciato il Paese manda i soldi da Miami. Se ti mandano duecento dollari al mese, puoi aprire una piccola azienda; con cinquecento una grande, se te ne mandano mille, allora sei ricco».
Per Antonio, questa trasformazione dell’economia è ormai il discrimine tra i cubani che devono spendere metà dello stipendio o l’intera pensione in pesos per comprare una confezione di uova, e quelli che vivono grazie ai dollari dei parenti all’estero. «Prima i “balseros” e i “gusanos” (termini con cui il regime indicava in modo
dispregiativo gli esuli cubani e gli anticastristi, ndr) venivano presi a fucilate o morivano in mare sulle zattere. Ora senza i loro soldi non si può fare niente», ribadisce Antonio per spiegare quella che, a suo parere, è la più grande contraddizione del Paese.
(da La Stampa)

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IL CAMPO LARGO SI DIA UNA SVEGLIATA: IL CENTRODESTRA APPROVERA’ LA NUOVA LEGGE ELETTORALE PRIMA DELLA PAUSA DI AGOSTO, BISOGNA ATTREZZARSI CON UN PROGRAMMA E UN LEADER

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

ANGELO BONELLI TUONA: “CHE QUESTA LEGGE SIA INCOSTITUZIONALE LO SA ANCHE GIORGIA MELONI. L’INDICAZIONE DEL PREMIER VIOLA LA COSTITUZIONE, PERCHÉ È PREROGATIVA DEL CAPO DELLO STATO NOMINARE IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. SE STANNO ACCELERANDO, VUOL DIRE CHE HANNO DECISO DI PUNTARE AL VOTO A NOVEMBRE PER EVITARE DI AFFRONTARE LA GRANDE QUESTIONE DELLA FINANZIARIA”

Ormai è molto più di un sospetto. L’accelerazione della maggioranza sulla nuova legge elettorale — secondo una tabella di marcia che prevede l’approvazione alla Camera a inizio luglio e il varo definitivo con fiducia in Senato prima della pausa agostana — risponde a un preciso disegno di conservazione del potere. Da realizzare non solo modificando le regole a misura dell’attuale coalizione di governo, ma anche tenendo d’occhio il calendario elettorale.
È l’allarme che si sta diffondendo fra le fila delle opposizioni. Alle prese con la messa a punto della strategia per far deragliare il Melonellum, su cui i leader del
centrosinistra si confronteranno in un vertice ad hoc a metà della prossima settimana
Obiettivo: provare a sventare il piano della destra che, a dispetto dei rischi di incostituzionalità, intende blindare il testo e andare avanti spedita. Come pure dimostrerebbe il divieto imposto ai deputati della maggioranza di proporre modifiche, sia in commissione sia in aula. Un po’ come accaduto su riforma della giustizia e premierato.
Uno sprint congegnato dagli avversari per tenersi aperte tutte le strade che portano alle Politiche, inclusa quella di urne anticipate.
Lo dice dritto Angelo Bonelli: «Che questa legge sia incostituzionale lo sa anche Giorgia Meloni. E allora il punto politico non può che essere uno: evitare che la Corte intervenga prima delle elezioni e bocci il Melonellum. Sarebbe una batosta peggio del referendum».
Una scelta figlia, per il co-leader di Avs, dello scenario che si va consolidando: il governo «non è nelle condizioni di licenziare a fine anno una manovra capace di dare risposte agli italiani. La crisi economica, che loro nascondono, è sotto gli occhi di tutti», spiega.
«Chi ha scritto questa riforma sa bene che l’indicazione del premier viola la Costituzione, perché è prerogativa del capo dello Stato nominare il presidente del Consiglio. Se stanno accelerando, vuol dire che hanno deciso di puntare al voto a novembre per evitare di affrontare la grande questione della Finanziaria, che sarà lacrime e sangue»
La proposizione di un eventuale ricorso in tribunale, l’esame della Corte e l’emissione di un verdetto trascorrerebbero infatti dai quattro ai sei mesi o forse più: se si votasse nel frattempo, si andrebbe quindi alle urne con le regole che il Parlamento avrà licenziato prima dell’estate a colpi di maggioranza. Un bel problema, per il centrosinistra. E non solo per ragioni di metodo e di merito. Ma politiche: il cosiddetto campo largo ancora non esiste
(da agenzie)

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PIU’ DI SEI ITALIANI SU DIECI FATICANO AD ARRIVARE A FINE MESE

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

L’ULTIMO RAPPORTO EURISPES E’ ALLARMANTE: UN TERZO DEGLI ITALIANI DEVE ATTINGERE AI PROPRI RISPARMI …. IL 10% PIU’ RICCO DELLE FAMIGLIE DETIENE IL 60% DELLA RICCHEZZA NAZIONALE

Secondo il rapporto annuale Eurispes, presentato nei giorni scorsi. gli italiani sono preoccupati per il possibile peggioramento delle condizioni economiche. Quasi la metà dei cittadini prevede per i prossimi 12 mesi un peggioramento della situazione economica del Paese. Una percezione che si manifesta anche se per la maggior parte la condizione economica personale resta stabile rispetto allo scorso anno. Più di sei cittadini su dieci arrivano a fine mese con difficoltà e circa un terzo (33,1%) deve attingere ai propri risparmi.
ùA mettere particolarmente in difficoltà le famiglie è l’affitto (45,6%). Dall’indagine campionaria sull’andamento dell’economia nazionale e sulla situazione personale dei cittadini emerge un quadro segnato da fragilità diffusa. La vera incognita riguarda i prossimi mesi: la guerra in Iran, il rincaro delle materie prime energetiche, le tensioni commerciali internazionali e il possibile rialzo dei tassi d’interesse rappresentano una combinazione di rischi che potrebbe invertire i progressi registrati negli ultimi due anni.
Il fatto che quasi la metà dei cittadini (47,8%) preveda un peggioramento della situazione economica nei prossimi dodici mesi – oltre il 10% in più rispetto allo scorso anno – è un segnale di timore per una nuova crisi e di sfiducia nel futuro.
Istat, il ceto medio si impoverisce: in dieci anni spende di più ma compra meno, spesa reale in calo del 5,6%
Nonostante ciò, la dimensione economica personale e familiare mostra stabilità: la quota più ampia di cittadini (42,1%) indica come “rimasta sostanzialmente invariata” la propria situazione economica negli ultimi 12 mesi. Tuttavia, il 36,9% riporta un deterioramento (12,7% “molto”; 24,2% “lievemente”) e solo uno su dieci ha sperimentato un miglioramento.
Addio al ceto medio: perdita del potere d’acquisto
Il rapporto Eurispes certifica il progressivo sgretolamento del ceto medio, con la ricchezza nazionale sempre più polarizzata, mentre il sistema pensionistico è sotto pressione a causa del calo delle nascite e della stagnazione salariale.
Entrando nel dettaglio: il potere d’acquisto del ceto medio italiano è sceso del 7,5% circa dal 2021 (Ocse, 2025). Nel 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6%, mentre i beni essenziali (utenze, cibo, medicine) sono aumentati oltre il tasso d’inflazione. Il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 59,9% dell’intera ricchezza nazionale; la metà più povera ne detiene appena il 7,4%. Nel 2024 la ricchezza dei 71 miliardari italiani è cresciuta di 61,1 miliardi di euro (+166 milioni al giorno), raggiungendo 272,5 miliardi complessivi.
Sistema pensionistico sotto pressione
Il reddito familiare più diffuso in Italia è di circa 2.500 euro mensili: la maggior parte delle famiglie italiane si colloca quindi nella parte bassa di questa fascia. La ricchezza netta delle famiglie italiane è scesa del 5,5% nel decennio 2014-2024; il ceto medio sopravvive sempre più grazie al patrimonio ereditato dalle generazioni precedenti. E mentre la forza del ceto medio a sostegno dell’economia del Paese diminuisce, bisogna fronteggiare un problema di sostenibilità del sistema pensionistico. Le nascite totali sono in costante calo dal 2004, fino al minimo storico registrato nel 2024, con una riduzione del 34% in vent’anni.
Il sistema pensionistico italiano, dice l’Eurispes, è sotto pressione per la convergenza simultanea di più dinamiche che si alimentano a vicenda. La natalità scende, la base contributiva si restringe, i salari reali ristagnano, il lavoro irregolare sottrae risorse al sistema, i giovani più qualificati emigrano portando con sé il capitale umano finanziato con risorse pubbliche. Ciascuna di queste dinamiche,
presa isolatamente, sarebbe gestibile. Invece la loro combinazione produce uno squilibrio strutturale.
Le proiezioni prefigurano un miglioramento a partire dal 2040, costruito però su mere ipotesi: crescita della produttività all’1,3% annuo, inversione della natalità, saldo migratorio positivo di 165.000 unità l’anno. Nel frattempo, spiega Eurispes, le generazioni che contribuiscono, oggi si trovano di fronte a una prospettiva concreta: andare in pensione a 70 anni con un assegno pari a poco più della metà dell’ultima retribuzione
Quali voci di spesa pesano di più sulle tasche degli italiani
Il pagamento del canone d’affitto mette in difficoltà il 45,6% delle famiglie che devono affrontare questa spesa; seguono le utenze (28,7%), il mutuo (27,2%) e le spese mediche (25,5%). Ne consegue una quota molto elevata di famiglie che arriva a fine mese con difficoltà (62,1%) e circa un terzo (33,1%, rispetto al 35,4% del 2025) che utilizza i risparmi accumulati per far fronte alle spese mensili.
I prezzi sono in aumento per 8 italiani su 10, con valori percepiti oltre l’8% nel 38,9% dei casi (molti dichiarano un aumento tra il 3% e l’8%). Ma dove si concentrano di più gli aumenti? Alimentari, carburanti e pasti fuori casa le categorie in cui sono stati registrati i rincari più pesanti.
Le categorie dove i rincari sono stati più pesanti sono: generi alimentari (93,3%), carburanti (91,2%), pasti fuori casa (83,4%) e viaggi e vacanze (82,2%). Seguono trasporti (75,4%), vestiario e calzature (72,4%), cura della persona (70,9%), spese per la salute come ticket e medicine (68,8%), tecnologia (61,7%), arredamento e servizi per la casa (61,4%), cinema, spettacoli e attività culturali (61,1%) e affitto (60%). Quote più contenute riguardano invece l’acquisto della casa (56,8%), la palestra e lo sport (56,3%) e le spese telefoniche (49,9%).
Oltre due italiani su dieci hanno chiesto un prestito nell’ultimo anno
Più di 2 italiani su 10 (22,1%) hanno chiesto un prestito bancario nel corso dell’ultimo anno, soprattutto per l’acquisto della casa (46,3%) e per estinguere debiti accumulati (29,1%).
Il 20,5% ha avuto necessità di rivolgersi alla banca per saldare prestiti contratti con altri istituti o finanziarie, gettando ulteriore luce sul fenomeno del
sovraindebitamento che intrappola le famiglie in un circolo vizioso: la difficoltà a onorare i finanziamenti spinge a rinegoziare la propria posizione presso altri istituti. Un cittadino su cinque si è indebitato per affrontare cure mediche (21,6%) o per sostenere le spese di cerimonie come matrimoni, cresime e battesimi (20%), mentre è più contenuto il ricorso ai prestiti per le vacanze (12,1%). A rivolgersi più spesso alle banche sono le famiglie composte da coppia con figli (25,8%).
Aumentano italiani che rinunciano alle cure: tagli ai controlli medici
I danni di questo quadro economico in peggioramento si fanno sentire anche sulla salute: aumenta il numero di chi rinuncia ai controlli medici periodici e alle cure odontoiatriche. Per far fronte alle difficoltà economiche si rinviano anche acquisti considerati necessari.
La metà degli italiani rateizza gli acquisti attraverso piattaforme digitali a tasso zero. La famiglia d’origine resta un porto sicuro: il 29% vi si rivolge per un aiuto economico e il 9,6% vi torna a vivere in caso di difficoltà.
Per contenere le spese vengono rinviati anche acquisti considerati necessari (60,2%), si riducono le uscite fuori casa (54,1%), i viaggi e le vacanze (52,1%), si spende meno per la cura della persona (43,5%), l’aiuto domestico (42,6%) e i lavori di ristrutturazione (39,6%).
Quasi 4 italiani su 10 (38%) hanno fatto ricorso al pagamento in nero di alcuni servizi. Il ricorso alla rateizzazione (41%) si inserisce nello stesso quadro, con l’utilizzo di strumenti di dilazione per sostenere spese altrimenti difficilmente gestibili. Le rinunce più difficili riguardano le cure per la salute: crescono i tagli ai controlli medici periodici (34,6%, dal 27,2% del 2025) e alle cure odontoiatriche (32,1%, dal 28,2% del 2025).
Seguono le visite specialistiche (23,4%), le spese veterinarie (20,4%), le terapie o gli interventi medici (19,8%) e l’acquisto di medicinali (15,7%). Anche i tagli su trattamenti estetici segnano un aumento significativo, dal 26,4% all’attuale 34,9%.
Le piattaforme digitali per la rateizzazione a tasso zero vengono utilizzate nel 51,3% dei casi, in calo rispetto al 65,3% del 2025. Nelle difficoltà ci si rivolge soprattutto alla famiglia d’origine (29,1%), ad amici, colleghi o altri parenti (14,6%) o a privati al di fuori di circuiti bancari (10,6%). Alcuni saldano in ritardo bollette
utenze (23,3%) e le tasse (18,8%). In un caso su dieci le difficoltà costringono a tornare nella casa della famiglia d’origine o dei suoceri (9,6%), a vendere o perdere beni importanti (11,4%), a contrarre debiti che non si riesce poi a ripagare (9,3%) o ad affittare una stanza o un immobile di proprietà (9,6%).

(da Fanpage)

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“SULLA LEGGE ELETTORALE, ASSISTIAMO A UNO SPETTACOLO INDECENTE”.ALDO CAZZULLO FA IL CONTROPELO AL CENTRODESTRA: “SIAMO L’UNICA DEMOCRAZIA AL MONDO IN CUI A OGNI LEGISLATURA SI CAMBIA LA LEGGE ELETTORALE, A VANTAGGIO DELLA MAGGIORANZA CHE GOVERNA IN QUEL MOMENTO”

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

LEGA E FORZA ITALIA INTENDONO BARATTARE IL VIA LIBERA ALLA LEGGE CHE VUOLE GIORGIA MELONI (CON L’INDICAZIONE DEL PREMIER, CHE OVVIAMENTE RAFFORZA FRATELLI D’ITALIA) CON PIÙ POSTI GARANTITI NEL LISTINO DEL PREMIO DI MAGGIORANZA

I governi tecnici sono impopolari perché alla grande maggioranza degli italiani non importa nulla se l’Italia fallisce. Importa di pagare meno tasse possibile, meglio ancora se nessuna, e di essere lasciati in pace. Nel frattempo il nostro debito pubblico continua a crescere e con il peso degli interessi rende molto difficili le manovre espansive. E abbiamo fatto un pessimo uso del Pnrr (tranne le eccezioni che confermano la regola).
Quanto alla legge elettorale, assistiamo a uno spettacolo indecente. Non soltanto siamo l’unica democrazia al mondo in cui a ogni legislatura si cambia la legge elettorale, a vantaggio ovviamente della maggioranza che governa in quel momento. Non soltanto la maggioranza vuole farsi la legge elettorale da sola.
Autorevoli giornalisti politici spiegano che Lega e Forza Italia intendono barattare il via libera alla legge elettorale che vuole Giorgia Meloni (con l’indicazione del premier, che ovviamente rafforza Fratelli d’Italia) con più posti garantiti nel listino del premio di maggioranza.
Il tutto ovviamente senza consentire agli elettori di scegliere i loro rappresentanti. E senza tener conto del referendum del 1993 che, con partecipazione e maggioranza schiaccianti, abolì il proporzionale e introdusse il maggioritario uninominale.
Adesso si fa il contrario: si aboliscono i collegi uninominali e si reintroduce il proporzionale.
(da Il Corriere della Sera)

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L’EX SENATORE DEL PD, LUIGI ZANDA: “FINO AD OGGI IL CAMPO LARGO È STATO SOPRATTUTTO UN CARTELLO ELETTORALE. SENZA UNA VISIONE STRATEGICA COMUNE. SENZA UN PROGRAMMA

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL MOTIVO? QUELLO CHE DOVEVA ESSERE UN EVENTO APOLITICO, RISCHIA DI TRASFORMARSI IN UN MEGAFONO DELLA PROPAGANDA “MAGA”… GLI ANTI-TRUMPIANI BRUCE SPRINGSTEEN E TOM MORELLO HANNO ANNUNCIATO UN CONTRO-FESTIVAL VICINO WASHINGTON… TRUMP DELIRA: “IO SONO L’ATTRAZIONE NUMERO UNO IN TUTTO IL MONDO. ATTIRERÒ UN PUBBLICO BEN PIÙ VASTO DI QUELLI DI ELVIS AI TEMPI DEL SUO MASSIMO SPLENDORE” (CHIAMATE LA CROCE VERDE!)

Donald Trump valuta di cancellare i concerti in programma sul National Mall di Washington per commemorare i 250 anni della fondazione degli Stati Uniti, sostituendoli con un suo discorso, dopo la defezione degli artisti registrata.
In un post sul suo social Truth, Trump ha suggerito che i concerti potrebbero non essere più necessari qualora gli artisti dovessero continuare a tirarsi indietro, avanzando l’ipotesi di tenere un comizio sul National Mall come attrazione di richiamo ben più potente di qualsiasi esibizione musicale.
“Il fatto è che io sono, secondo molti, l’Attrazione Numero Uno in tutto il Mondo”, ha scritto Trump, aggiungendo di attirare “un pubblico ben più vasto di quelli di Elvis ai tempi del suo massimo splendore” e di riuscirci “senza nemmeno una chitarra”. Il tycoon ha “ordinato ai miei Rappresentanti di valutare la fattibilità dell’organizzazione di un comizio intitolato ‘AMERICA IS BACK’ (L’America è tornata)”.
I concerti erano stati pianificati come parte della più ampia “Great American State Fair” (Grande Fiera Statale Americana), un evento della durata di 16 giorni che si sarebbe svolto dal 25 giugno al 10 luglio prossimi. Gli organizzatori hanno fatto sapere che l’iniziativa, curata dal gruppo “Freedom 250”, si sarebbe estesa lungo il National Mall, dal Capitol Hill fino al Washington Monument, con palchi per concerti, padiglioni dedicati ai vari Stati, mostre, giostre e altre attrazioni distribuite su tutta l’area del Mall.
Tuttavia, la scaletta musicale ha subito una brusca serie di defezioni. Venerdì, ad esempio, Bret Michaels, cantante della rock band Poison, è diventato il quinto artista a dare forfait, affermando che l’evento non era la celebrazione apartitica che si aspettava. Le defezioni hanno sollevato dubbi sulla fattibilità dell’evento così come concepito originariamente. Non è ancora chiaro se saranno ingaggiati altri musicisti o se la proposta di Trump sul suo comizio sia effettivamente presa in seria considerazione dagli organizzatori.
(da agenzie)

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L’EX SENATORE DEL PD, LUIGI ZANDA: “FINO AD OGGI IL CAMPO LARGO È STATO SOPRATTUTTO UN CARTELLO ELETTORALE. SENZA UNA VISIONE STRATEGICA COMUNE. SENZA UN PROGRAMMA COMUNE. SENZA UN LEADER COMUNE. A QUESTI VUOTI PER ORA SI SOPPERISCE CON GLI SLOGAN MA SE IL CAMPO LARGO VUOLE VINCERE E POI GOVERNARE BENE, DEVE DOTARSI DI UNA VISIONE, DI UNA CULTURA POLITICA, DI PROGETTI PRECISI DI RIFORME”

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

“LE PRIMARIE SONO UNA IATTURA. SERVONO PER SPACCARE, NON PER UNIRE. LA COMPETIZIONE TRA SCHLEIN E CONTE PRODUCE EFFETTI CONTRADDITTORI SUI DUE ELETTORATI CHE RISCHIANO DI RIPRODURSI ALLE POLITICHE”

Il mondo è in tumulto, l’Italia arranca ma il tatticismo dei leader del Campo largo rischia di trasformare la vicenda della premiership in un gioco di società e perciò è tranciante il consiglio di Luigi Zanda, uno dei 45 fondatori del Pd e tra i pochi battitori liberi nell’universo transennato del centro-sinistra
«Le primarie sono una iattura. Servono per spaccare, non per unire. In tutto il mondo, nelle coalizioni la leadership spetta al capo del partito più grande. E Venezia ci dà un insegnamento. Molti elettori 5 stelle hanno votato per il candidato di centrodestra. La competizione tra Schlein e Conte produce effetti contraddittori sui due elettorati che rischiano di riprodursi alle Politiche. Una competizione che, in modo più o meno palese, dura da tre anni. Troppi».
I partiti del Campo largo continuano ad ignorare le loro enormi differenze, a cominciare dall’Europa sotto attacco: è una coalizione pronta per governare?
«No. Fino ad oggi il Campo largo è stato soprattutto un cartello elettorale. Senza una visione strategica comune. Senza un programma comune. Senza un leader comune. A questi vuoti per ora si sopperisce con gli slogan ma se il Campo largo vuole vincere e poi governare bene, deve dotarsi di una visione, di una cultura politica, di progetti precisi di riforme. In un contesto internazionale che impone scelte nette e nel quale la presenza italiana, compresa quella della sinistra, è molto debole. Inadeguata»
Per conquistare voti i 5 Stelle stanno tornando a fare i 5 stelle, mentre il Pd continua a giocare di rimessa?
«Per prima cosa il Pd dovrebbe tornare a definirsi un partito di sinistra. Lasciarsi etichettare come progressisti è un errore e sarebbe ora di liberarsi da una definizione che risente della preferenza dei Cinque stelle. Anche chi è di destra può dirsi progressista ma chi è di sinistra deve definirsi di sinistra, liberandosi da una ambiguità dannosa».
Al netto di ogni giudizio sul suo carisma, non pensa che oggi Elly Schlein abbia il diritto di rivendicare un primato, anche se il Pd è radicato su un consenso, 20-22 per cento, che ebbe il Pds, il post-Pci?
«In queste ore un sondaggio assegna al Pd un calo di più di 2 punti: non credo che la flessione sia dovuta al voto di Mestre. Le cause sono profonde. Al Pd servirebbe una vista lunga, un’idea di Paese, un’indicazione chiara di collocazione internazionale. Si invoca una sanità migliore senza dire che tipo di riforma servirebbe. Idem sull’energia. Si contesta la riforma elettorale senza opporre una contro-proposta. Tutto questo mentre l’Italia sta affogando in uno stagno di politiche elettoralistiche. Negli ultimi 6 anni tra Pnrr, contributi edilizi, redditi di cittadinanza, contributi ordinari abbiamo avuto una iniezione di soldi pubblici superiore ai 500 miliardi, ma la crescita complessiva è stata del 4-5%».
(da “la Stampa”)

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IL CARROCCIO E’ IN STATO COMATOSO. L’ASSEMBLEA DELLA LEGA DEL 19 E 20 GIUGNO A TREVISO E’ L’ULTIMA CHANCE DI SALVARE LE CHIAPPE: I SONDAGGI DANNO IL PARTITO SOTTO IL 6%, CON IL RISCHIO DI ESSERE SUPERATO DA VANNACCI

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

MOLTI LEGHISTI FUGGONO VERSO “FUTURO NAZIONALE” NELLA SPERANZA DI UNA RIELEZIONE VISTO CHE, A OGGI, LA LEGA RIUSCIREBBE A ELEGGERE MENO DELLA META’ DEI 95 PARLAMENTARI INCASSATI NEL 2022… LA NUOVA LEGGE ELETTORALE SCONTENTA I PADANI DEL NORD-EST, AFFEZIONATI AI COLLEGI UNINOMINALI

L’assemblea della Lega dei prossimi 19 e 20 giugno a Treviso, nel Veneto in cui la Lega è ancora più forte di Fratelli d’Italia, non sarà un quasi-congresso per porre le basi per la deposizione di Salvini (che è stato riconfermato fino al 2029), ma per una ridefinizione dell’identità del partito, guidata da Zaia e dai governatori del Nord.
Dopo la scissione di Vannacci, la formula che corre all’inseguimento dell’estrema destra del generale fondatore di Futuro Nazionale non funziona più. Negli ultimi sondaggi il Carroccio è ormai sotto il 6 per cento e Vannacci quasi al 5. Il rischio di un sorpasso all’indietro è ormai reale.
Inoltre i 95 seggi ottenuti nella trattativa del 2022 adesso Salvini se li sogna. Ai livelli attuali la Lega perderebbe una quarantina di parlamentari: di qui la fuga di deputati e senatori in cerca di rielezione verso il partito del generale.
I leghisti del Nord inoltre non sono affatto contenti della nuova legge elettorale. Con la vecchia, infatti, sceglierebbero loro i candidati del territorio da mettere nei collegi uninominali, dove la volta scorsa furono eletti in 17 alla Camera e in 9 al Senato. Con la nuova invece si tratterebbe di negoziare con Meloni gli eletti nel listino, e a trattare sarebbe sempre Salvini.
Il tentativo dunque non è di defenestrare Salvini nel mezzo della crisi assai grave in cui ha portato la Lega, prima immettendo Vannacci al vertice come vicesegretario e poi subendo la sua scissione. Ma di provare a salvarla recuperando il rapporto con il suo territorio storico e riconquistando un po’di potere rispetto al segretario.
L’uomo che guida questo difficile tentativo è Zaia, l’ex-governatore del Veneto, attuale presidente del consiglio regionale, divenuto interlocutore diretto di Meloni e di Marina Berlusconi grazie alle sue posizioni moderate Ma tornare a puntare sul Nord, Zaia è il primo a saperlo, è una scelta d’emergenza, che da sola non può bastare a ricondurre la Lega agli antichi fasti del 10 e del 15 per cento.
(da “la Stampa”)

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MARIO MONTI: “È TRISTE VEDERE IL CAPO DEL GOVERNO E IL CAPO DEGLI INDUSTRIALI DI UN GRANDE PAESE COME L’ITALIA ADDOSSARE LE COLPE ALL’EUROPA. QUANDO SI TRATTA DI CAPIRE CHE COSA NON HA FUNZIONATO, LA COLPA È SEMPRE DI QUALCUN ALTRO”

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

“IN QUESTA FASE UN’ITALIA CHE PONGA A CARICO DELL’EUROPA I PROPRI INSUCCESSI, COME LA MANCATA CRESCITA, È POCO CREDIBILE. IN TUTTO, L’EUROPA CI È VENUTA INCONTRO, DAI FONDI PNRR A FITTO VICEPRESIDENTE ESECUTIVO DELLA COMMISSIONE. SE LA VICINANZA DI MELONI A TRUMP E A NETANYAHU FOSSE STATA ACCOMPAGNATA DA CONTRIBUTI CRITICI, FORSE I LORO AVVENTUROSI INTERVENTI MILITARI IN IRAN NON SAREBBERO AVVENUTI O SAREBBERO STATI MEGLIO PONDERATI”

All’assemblea degli industriali, la premier Giorgia Meloni e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini hanno fatto ogni sforzo per incoraggiare gli imprenditori, i lavoratori e in generale i cittadini a tenere duro e a cogliere i piccoli segnali positivi che si intravedono qua e là, pur in una situazione economica e sociale preoccupante.
Era il loro compito e hanno cercato di svolgerlo al meglio. Hanno anche affrontato il tema chiave: perché l’economia italiana non è là dove dovrebbe essere, con il potenziale che ha e dopo quattro anni di stabilità politica, spesso considerata il primo ingrediente per la crescita?
L’ analisi dei due leader non è stata convincente, perché ha messo a nudo, in entrambi, la tendenza a non assumersi le proprie responsabilità, additando invece il capro espiatorio. Anzi, date le grandi difficoltà causate dalla crisi energetica, sarebbe più appropriato parlare di scaricabarile.
È triste vedere il capo del governo e il capo degli industriali di un grande Paese come l’Italia addossare le colpe essenzialmente all’Europa. Ci gonfiamo il petto chiamandoci Nazione, ci proclamiamo spesso protagonisti, ma quando si tratta di capire che cosa non ha funzionato, la colpa è sempre di qualcun altro. Ma in questa fase un’Italia che ponga a carico dell’Europa i propri insuccessi, come la mancata crescita, è davvero poco credibile. In tutto, l’Europa è venuta incontro al nostro Paese.
I soldi: l’Italia ha avuto più fondi di tutti gli altri Paesi per il proprio Pnrr e, con gli ultimi tre governi, si è affrettata a chiedere anche quelli a debito, non solo quelli a fondo perduto, convinti come siamo che «più fondi, più debiti, più crescita». I benefici per la crescita sono stati scarsi, anche per la riluttanza a fecondare i fondi con le riforme strutturali necessarie per la crescita, ma non gradite alle clientele elettorali (vedi Financial Times del 26 maggio).
Le idee: grazie a personalità come Mario Draghi ed Enrico Letta, che pure hanno formulato i loro rapporti in chiave europea, il pensiero italiano ha potuto avere particolare voce in capitolo nel plasmare le politiche europee per il mercato unico e la competitività.
Il peso politico: la premier Meloni, anche grazie ad un ampio sostegno cross-partisan in Italia e a Bruxelles, ha ottenuto che Raffaele Fitto diventasse vicepresidente esecutivo della Commissione, con un ruolo particolare per i fondi per la Coesione.
Su questo sfondo, se il governo o Confindustria vogliono muovere critiche all’Europa, ben vengano. Ma non con superficialità demagogica. Confindustria deve anche avere avuto un ruolo nel convincere Giorgia Meloni, nel febbraio scorso, a fare fronte comune con la Germania presentando un documento sul mercato unico e la competitività.
Purtroppo, in esso si dava il sostegno dei due Paesi ad alcune misure comunitarie che, come nel caso di una maggiore flessibilità agli aiuti di Stato a livello nazionale, danneggiano il mercato unico, avvantaggiano le imprese tedesche e penalizzano quelle italiane (dato che l’Italia non dispone dello stesso «spazio fiscale» della Germania).
Anche sul piano globale, non solo su quello europeo, la capacità di Giorgia Meloni di attrarre attenzione e rispetto in quanto leader dinamica non trova pieno riscontro in un’analoga capacità di individuare il posizionamento strategico utile per l’Italia e di perseguirlo con coerenza.
Il capitale politico certamente costituito, all’inizio, dalla sua vicinanza al presidente Trump si è trasformato nel tempo in un boomerang, soprattutto perché […] non deve avere neanche provato ad esercitare su di lui le doti di tenacia, di capacità di argomentazione e a volte di persuasione di cui dà prova in tanti altri contesti. Ha preferito, fino a poco tempo fa, restare nella sua luce senza disturbarlo.
Un solo esempio. Ancora tre mesi fa, la premier considerava il Board of Peace un grande strumento per la pace e la ricostruzione nel Medio Oriente, onorata che Trump considerasse molto importante la presenza dell’Italia e sua tra i membri fondatori. È di questi giorni la notizia che quel Board, negazione stessa dello stato di diritto e del multilateralismo, è fermo ai blocchi di partenza e non ha ancora ricevuto alcun finanziamento
Se la vicinanza a Trump — e a Netanyahu — fosse stata accompagnata da leali contributi critici, forse i loro avventurosi interventi militari in Iran non sarebbero avvenuti o sarebbero stati meglio ponderati, condividendo con gli alleati più vicini l’esame preventivo delle inevitabili conseguenze economiche e finanziarie della guerra.
Oggi ci lamentiamo con l’Europa — manco a dirlo — perché non ci aiuta a rendere più tollerabili le conseguenze pesantissime sulle imprese e i cittadini italiani della guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele. Ma non dovevamo essere noi, l’Italia, il ponte con gli Stati Uniti? Invece, abbiamo lasciato il presidente Trump scatenare la guerra e poi andare a Pechino per un «accordo storico»
Un accordo con il quale un problema creato dal presidente Trump e che tre mesi fa non esisteva, gli Stati Uniti buttano alle ortiche la dottrina su Taiwan che reggeva da ottant’anni la loro strategia indo-pacifica.
Comunque, è sacrosanto chiedere all’Europa di attrezzarsi per non essere una nullità in politica estera e in politica energetica. Purtroppo perché cessi di esserlo è essenziale, tra le altre cose, superare quel diritto di veto in tali materie, che Giorgia Meloni ha più volte perentoriamente negato di essere disposta a superare.
Mario Monti
per il “Corriere della Sera”

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CONSUMATI DALL’AMBIZIONE DI ANDARE A PALAZZO CHIGI, CONTE E SCHLEIN PERDONO DI VISTA L’ARTE DELLA POLITICA E SI ACCORDANO PER ANDARE ALLE PRIMARIE, PER DIRE “NO” A UN “PAPA STRANIERO” CHE GUIDI IL “CAMPO LARGO”

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

TUTTE MOSSE CHE POSSONO COSTARE MOLTO CARO E PORTARE LA COALIZIONE A SCHIANTARSI

Chiunque vincerà le primarie e sarà il leader della coalizione di centrosinistra, Elly Schlein e Giuseppe Conte sono già d’accordo su un punto non banale: si va al governo solo vincendo le elezioni. Con la squadra e il programma con cui ci si è presentati davanti agli elettori. Basta governo tecnici o di unità nazionale: «Abbiamo dato», rispondono all’unisono la segretaria del Pd e il presidente 5 stelle. Lui è rimasto scottato personalmente dall’esperienza del governo Draghi. Lei ha sperimentato indirettamente il “costo” politico pagato dal suo partito al termine di quel percorso.
«Andremo al governo solo vincendo le elezioni politiche con la nostra coalizione progressista», ha più volte ripetuto Schlein. Ieri Conte, intervenendo a Oristano all’assemblea regionale del Movimento, ha mandato un avvertimento dello stesso tenore: «Noi non ci rassegneremo a partire e poi si vede. Se cambia qualcosa, poi andate avanti da soli – le sue parole –. Noi non ci metteremo la faccia più. L’abbiamo fatto perché c’era una pandemia in corso».
Insomma, in caso di pareggio o esito elettorale incerto, non venite a bussare alla nostra porta. Ma non è l’unico monito lanciato dall’ex premier, che ancora non si fida di alcuni compagni di viaggio. «Dobbiamo costruire una squadra affidabile, perché se no non vai da nessuna parte», sottolinea.
Fin troppo facile leggerci un riferimento a Matteo Renzi. Poi aggiunge: «Per noi è importante poter andare al governo per cambiare il Paese. Non basta scrivere un testo di un programma e buttarlo lì – spiega –. Per noi sono obiettivi strategici per tutelare gli interessi dei cittadini, sarà il nostro vincolo che firmeremo col sangue».
Anche per Schlein il programma è la stella polare per non perdere la rotta. «Si tratta dell’impegno preso davanti agli elettori delle cose che vogliamo fare insieme.
Anche Italia viva ha firmato con noi una mozione sull’economia», ricorda la segretaria Pd.
I tempi per sedersi intorno a un tavolo a definire il programma dell’alternativa di governo restano lunghi, probabilmente non prima di ottobre. Però «non partiamo da zero», ribadisce Schlein, «le decine di proposte che abbiamo presentato in Parlamento insieme sono già una visione condivisa».
C’è un tema, invece, che può risultare divisivo. È la proposta di una tassa patrimoniale, spinta con decisione dai Verdi-Sinistra, su cui Conte ha frenato. Chissà se ne ha parlato con Bill De Blasio, l’ex sindaco di New York, che all’epoca si era distinto per un aumento di tasse per l’1% dei cittadini più ricchi della Grande Mela . Anche sulla scelta del leader del centrosinistra, va detto, lei e Conte, di fatto, sono già d’accordo. Le primarie sono una strada segnata.
«È importante che ci affidiamo a quello che vogliono gli elettori e a quello che vogliono i nostri militanti e sostenitori», dice la leader dem. L’importante è che «non decidiamo da soli a tavolino». Tradotto, ancora una volta, niente federatori o “papi stranieri”.
(da La Stampa)

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