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L’ARMATA BRANCA-MELONI È ALLO SBARAGLIO. ANTONIO TAJANI PROVOCA UN NUOVO SCOSSONE PARLANDO DI UNA POSSIBILE “MANOVRA CORRETTIVA”, CHE SAREBBE FATALE A UN ANNO DALLE ELEZIONI POLITICHE

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DELL’ECONOMIA, GIANCARLO GIORGETTI, S’AFFRETTA A SMENTIRE: LA LINEA È QUELLA DELLA TRATTATIVA CON L’EUROPA PER OTTENERE PIÙ FLESSIBILITÀ, NON TAGLI, TASSE, LACRIME E SANGUE – L’USCITA DEL VICEPREMIER AZZURRO È SOLO UN LAPSUS? PIÙ PROBABILE CHE SIA UNA PROVOCAZIONE PER FARE PRESSIONE SULLA NOMINA DEL PRESIDENTE DELLA CONSOB (DOPO CHE IL LEGHISTA FRENI SI È CHIAMATO FUORI, TAJANI SPINGE FEDERICO CORNELLI, MA SALVINI SI OPPONE) …ALTRA TENSIONE SUI FONDI DELLA DIFESA: GROSSO SCAZZO IN CORSO SUL “SAFE” TRA GIORGETTI E CROSETTO

Evoca un tabù. Un azzardo già in tempi di pace, a maggior ragione con una guerra in corso che scarica rincari su famiglie e imprese, dalla benzina alle bollette.
«Non escludo che possa esserci una manovra correttiva», dice il leader di FI Antonio Tajani. Tradotto: tagli o tasse, comunque sacrifici.
Solo un lapsus, si affrettano a precisare fonti vicine al vicepremier: in realtà – spiegano – voleva rilanciare lo scostamento di bilancio, da aggiungere agli «interventi tampone» come il taglio delle accise sui carburanti.
Ma la frittata è fatta. Il richiamo alla manovra correttiva sbatte contro la linea che Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti stanno portando avanti in Europa. Altro che stringere la cinghia: l’Italia – è il ragionamento della premier e del titolare del Tesoro – punta a strappare flessibilità per finanziare i nuovi aiuti contro il caro energia. Senza strafare, restando dentro i margini delle regole europee.
Ecco perché non appena le agenzie di stampa rilanciano le dichiarazioni di Tajani, il ministero dell’Economia si mette subito in moto per costruire una risposta. Fonti del dicastero fanno sapere che «nessuna ipotesi di manovra correttiva è presa in considerazione»
Il lavoro – spiegano – è concentrato su tutt’altro: l’obiettivo è ampliare il perimetro della Nec, la clausola di salvaguardia nazionale che permette agli Stati membri della Ue di deviare temporaneamente dai rispettivi percorsi della spesa netta in caso di circostanze eccezionali
Già concessa per aumentare la spesa per la difesa, ora il governo italiano chiede che la stessa flessibilità valga anche per l’energia. In sintesi: spendere di più senza violare le norme del Patto di stabilità. Niente cartellino rosso per il deficit da “stressare” e tutela della sostenibilità del debito.
Concetti che poche ore prima dell’uscita di Tajani erano stati riproposti da Giorgetti per blindare la postura con Bruxelles. Così: in uno scenario «complesso» e «incerto», come quello attuale, «la responsabilità fiscale e un approccio prudente alle finanze pubbliche rimangono i pilastri della strategia economica italiana». Niente fughe in avanti, piuttosto un avanzamento graduale: prima l’ok dell’Europa, poi in Parlamento per farsi autorizzare lo scostamento di bilancio. Ecco perché il chiarimento di Tajani viene bollato in ambienti di governo come insufficiente.
L’uscita del leader dei forzisti sui conti pubblici aumenta le tensioni dentro il governo. Perché arriva all’indomani del pressing del ministro della Difesa Guido Crosetto su Giorgetti per l’attivazione del programma Safe. Perché è ancora caldo il dossier delle nomine. Dopo lo stop di Meloni alla richiesta di FI di avere la presidenza dell’Antitrust, Tajani rilancia sulla Consob. All’Autorità per la vigilanza dei mercati finanziari – insiste – «deve andare come guida una figura non di partito, ma un tecnico».
Il candidato è Federico Cornelli, commissario dell’Authority, che però non è gradito da palazzo Chigi. Tantomeno da Matteo Salvini, che dopo il passo indietro del sottosegretario leghista all’Economia Federico Freni, indotto dal veto di FI, non intende appoggiare la scelta di Tajani.
(da Repubblica)

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LA SCONFITTA SI AVVICINA: MEGLIO OCCUPARE TUTTO L’OCCUPABILE. MARCELLO SORGI SI CHIEDE COSA SIA CAMBIATO TRA IL GIRO DI NOMINE BY MELONI NEL 2023, E QUELLO DI QUESTE SETTIMANE, PIENE DI INTOPPI, GAFFE E AVANZATA DI FEDELISSIMI

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

“IL PRIMO FU UNA MARCIA TRIONFALE. IL SECONDO, SE AVANZA, LO FA A STRATTONI. LE NOMINE DEL PRIMO GIRO LE AVEVA FATTE UNA MELONI IMPETUOSA E INARRESTABILE, USCITA DALLA FORTISSIMA VITTORIA POLITICA DEL 2022. LE NOMINE DEL SECONDO LA MELONI COLPITA DALLA SCONFITTA DEL REFERENDUM, CHE FATICA A RIPRENDERSI”

È di pochi giorni fa la rinuncia del leghista Freni alla presidenza della Consob. Un insuperabile veto di Tajani ne ha fermato la corsa. Più rapidamente, meno di un mese fa, si era concluso il giro dei vertici dei più importanti enti di Stato: con un silurato eccellente, Cingolani, già candidato irrinunciabile di Meloni sostituito a Leonardo con il candidato di Crosetto, Mariani, e una promossa altrettanto importante, la presidente di Eni, ex ad di Terna, Di Foggia
Ma anche stavolta, un intoppo era stato rappresentato dalla pretesa di Di Foggia, amica personale di Meloni, di ricevere una liquidazione di oltre 7 milioni maturata nell’incarico precedente. E si era dovuta muovere la premier per sollecitare la rinuncia
Gli esempi potrebbero continuare: ma tra il primo (maturato poco dopo
l’insediamento del governo) e il secondo giro di nomine (caduto quando già si guarda all’orizzonte delle prossime elezioni) le differenze si vedono. Eccome.
Il primo fu una marcia trionfale in cui il centrodestra voleva dimostrare di disporre di una solida classe dirigente – cosa della quale era lecito dubitare -, senza usare la regola della sinistra, “l’amichettismo”. Il secondo, se avanza, lo fa a strattoni. Perché? Come mai? Non dovrebbe in questi anni il governo aver fatto esperienza da mettere a frutto?
Se si cercano risposte plausibili a queste domande, una c’è di sicuro. Le nomine del primo giro le aveva fatte Meloni. Una Meloni impetuosa e inarrestabile, uscita dalla fortissima vittoria politica del 2022.
Le nomine del secondo dovrebbe sempre farle Meloni. La Meloni colpita dalla sconfitta del referendum, che fatica a riprendersi.
Marcello Sorgi
per “La Stampa

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BUROCRAZIA CANAGLIA. OGNI ANNO LE IMPRESE ITALIANE BUTTANO NEL CESSO L’EQUIVALENTE DI 3,4 MILIONI DI GIORNATE LAVORATIVE PER GLI ADEMPIMENTI CONNESSI ALLE DIECI AUTOCERTIFICAZIONI PIÙ DIFFUSE, PER UN TOTALE DI OLTRE 27 MILIONI DI PRATICHE

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL PESO DI QUESTA MASTODONTICA BUROCRAZIA, TRA CARTE E MODULI, È PARI A UN COSTO DI 674 MILIONI DI EURO, CHE POTREBBE ESSERE SIGNIFICATIVAMENTE RIDOTTO GRAZIE ALLA DIGITALIZZAZIONE

Un totale di 3,4 milioni di giornate-uomo all’anno dedicate ad attività amministrative a basso valore aggiunto, pari a un costo di 673,9 milioni di euro, che potrebbe essere significativamente ridotto grazie alla digitalizzazione, ricorrendo a strumenti che già esistono: questo, il conto degli adempimenti connessi alle 10 autocertificazioni più diffuse con cui si misurano le imprese italiane, per un totale di 27,5 milioni di pratiche.
È quanto emerge da un report realizzato da Fondazione Promo Pa presentato a Padova nel corso del convegno nazionale “Trasparenza, innovazione e sviluppo: trent’anni di storia del Registro delle Imprese”.
L’appuntamento, promosso da Camera di Commercio di Padova, Unioncamere e InfoCamere, è stato occasione per celebrare i 30 anni dall’entrata in funzione del Registro delle Imprese.
“Il Registro delle imprese che celebriamo oggi – ha spiegato Andrea Prete, presidente Unioncamere – ha diversi primati: è il primo in Europa per numero di imprese ed è tra i sistemi più avanzati nell’utilizzo di tecnologie digitali innovative, come l’intelligenza artificiale o i sistemi di identificazione digitali. Questa piattaforma, inoltre, si colloca tra i sistemi più moderni in termini di servizi online: solo la metà dei Paesi europei offre infatti oltre cinque servizi digitali e l’Italia è tra questi”.
“Il governo – si legge nel messaggio di saluto inviato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso – continuerà a perfezionare questo strumento essenziale con risorse, misure e semplificazioni.
Il Registro delle imprese, con la sua vicinanza alle aziende e la capacità di offrire servizi digitali, continuerà nei prossimi decenni essere un’infrastruttura indispensabile per il tessuto imprenditoriale e per il Mimit, sempre più vicini, grazie anche al grande lavoro di raccordo svolto dalle Camere di Commercio”.
Il ministro ha anche ricordato il ruolo fondamentale assunto proprio dalle Camere di Commercio nel percorso di evoluzione del Registro delle Imprese: “Hanno portato i servizi digitali dove le imprese vivono e operano, abbattendo distanze e barriere culturali.
Per prime hanno offerto servizi digitali essenziali e hanno fatto da ponte operativo tra normativa nazionale e bisogni locali. Questa vicinanza ha reso il Registro delle Imprese non solo un archivio, ma un motore di sviluppo”.
(da agenzie)

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LA GIORNATA NAZIONALE CONTRO IL BODY SHAMING: IL CORPO NON E’ UN BERSAGLIO E NON MERITA VERGOGNA

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

“LA VERGOGNA E’ NEGLI OCCHI DI CHI OFFENDE” E’ LO SLOGAN DELLA CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE

Chiamare in causa il corpo per offendere qualcuno è un’arma potente: che sia l’altezza, il peso, il colore della pelle, ognuno di questi elementi è fortemente rappresentativo della persona. Scalfirlo, significa scalfire un’identità. Sono caratterizzazioni visibili, ciascuna rimanda all’intera persona in modo immediato e forte: perché l’immagine è un biglietto da visita, effettivamente è la prima cosa che viene notata quando ci si presenta al mondo. Ovviamente una persona è molto altro, c’è tanto di più: eppure, nell’era dell’immagine, in cui l’immagine è tutto, il “come si appare” ha scavalcato il “chi si è”.
Visto che la società attribuisce grande valore all’aspetto fisico, quest’ultimo è diventato un nervo scoperto: è diventato qualcosa di cui vergognarsi se non rientra in certi standard, in certi canoni. Da qui l’espressione body shaming, registrata da Treccani come neologismo nel 2018, quando il dibattito sul tema si è fortemente intensificato. Significa letteralmente far vergognare qualcuno del proprio corpo. Il fenomeno va ben oltre la battuta benevola, lo scherzo innocuo: è qualcosa che sfocia in vera e propria violenza psicologica, sulle persone più fragili ed esposte ha ripercussioni notevoli in termini di autostima, stress, pressione sociale.
Visto il dilagare del body shaming, soprattutto online, nel 2025 il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge per l’istituzione della Giornata nazionale contro la denigrazione dell’aspetto fisico delle persone: contro il body shaming insomma. Si è scelta, come data della celebrazione annuale, il 16 maggio, optando come colore simbolo per il fucsia: una tonalità energica, forte e vibrante,
che deve richiamare l’ottimismo, la crescita personale, l’accettazione di sé e l’amor proprio.
L’obiettivo di questa Giornata è sensibilizzare i cittadini sulla gravità di questi comportamenti offensivi: denigrare l’aspetto fisico di una persona è una condotta pericolosa. E ce lo dice la cronaca. Non a caso, Cristina Semenzato (prima firmataria della legge che ha portato all’istituzione del 16 maggio) ha scelto di dedicare la Giornata a Paolo Mendico, lo studente di 14 anni che si è tolto la vita per le continue offese che subiva.
C’è la foto di Semenzato, sui manifesti ufficiali. “La vergogna è negli occhi di chi offende” si legge a caratteri cubitali, in fucsia: è lo slogan della campagna nazionale di sensibilizzazione. Ma non è una foto tradizionale: è una foto volutamente distorta e deformata. È una foto imperfetta, che non rispetta i canoni del “bello”, che va contro le proporzioni “giuste” di un viso. È una trasfigurazione voluta, proprio per stravolgere il concetto di perfezione, diventato sempre più una ricerca ossessiva.
È importante che questa prima Giornata nazionale contro il body shaming non sia l’ultima. Il 16 maggio propone un nuovo modo di guardarci allo specchio, punta al cambiamento culturale: esiste per ricordarci che nessun corpo merita vergogna e che un corpo non è un bersaglio per le frustrazioni altrui.

(da agenzie)

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COS’È SUCCESSO DAVVERO ALLE MALDIVE? I CINQUE ITALIANI MORTI DURANTE UN’IMMERSIONE NEI FONDALI DELL’ATOLLO DI VAAVU SONO RIMASTI BLOCCATI NELL’ESPLORAZIONE DI ALCUNE GROTTE A SESSANTA METRI DI PROFONDITÀ

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

GIANLUCA BENEDETTI, L’UNICO DI CUI È STATO RECUPERATO IL CORPO, AVEVA LE BOMBOLE DI OSSIGENO COMPLETAMENTE SCARICHE, SEGNO CHE AVREBBE CONSUMATO TUTTA L’ARIA NEL TENTATIVO DI RISALIRE. È PROBABILE CHE ANCHE GLI ALTRI MEMBRI DEL GRUPPO SIANO SOFFOCATI. MA COME MAI NON HANNO LANCIATO ALCUN ALLARME? E PERCHÉ NON AVEVANO ALCUN “FILO DI ARIANNA”, LA CORDA UTILIZZATA PER RISALIRE IN CASO DI EMERGENZA? … LA PISTA DELLA MISCELA NELLE BOMBOLE O DEL DISORIENTAMENTO

Proseguiranno oggi le operazioni di recupero dei cinque sub morti alle Maldive. L’unico corpo finora recuperato è quello del capo barca Gianluca Benedetti, istruttore esperto. Sarebbe stato ritrovato da solo all’ingresso della camera sommersa, con le bombole ormai completamente scariche.
Secondo quanto riporta Repubblica più avanti, nella terza cavità a sessanta metri di profondità, ci sarebbero i corpi degli altri quattro sub rimasti uno accanto all’altro. Da qui parte l’inchiesta delle autorità locali in merito alla strage avvenuta giovedì nei fondali dell’atollo di Vaavu.
Secondo il quotidiano sarebbero due le ipotesi al vaglio: il primo riguarda un possibile problema alla miscela respiratoria utilizzata per immersioni oltre i cinquanta metri. Il secondo, quello che sembra più plausibile, è un incidente durante l’esplorazione della cavità.
Potrebbero essersi persi e non sono riusciti a uscire. Perché è più ipotizzabile la seconda? Perché Benedetti sarebbe stato recuperato con la bombola principale completamente vuota, avrebbe quindi consumato tutta l’aria nel tentativo di risalire.
Con sé aveva anche un bombolino di nitrox, miscela impiegata soprattutto nelle fasi di decompressione e risalita, ma inadatta oltre i trentacinque metri di profondità.
E infine il gruppo, che potrebbe essere rimasto bloccato nella terza camera: forse incapace di ritrovare la l’uscita perdendo visibilità. Magari un movimento di pinne che ha oscurato l’acqua, lo spazio ristretto. Da chiarire se il gruppo avesse steso il cosiddetto “filo d’Arianna”, corda utilizzata per ritrovare la via d’uscita nelle immersioni in cavità. Oppure se tutti si siano infilati in quelle camere sommerse non per esplorare ma per un possibile riparo dalle correnti
Stefano Vanin, a bordo dello yacht Duke of York, da cui sarebbero scesi i cinque
sub italiani morti a oltre 50 metri di profondità, si trova all’ancora in una rada dell’atollo di Felidu alle Maldive.
Intervistato oggi su Repubblica nega le condizioni meteo avverse in cui sarebbe avvenuta l’immersione fatale. «Non è vero che il tempo era brutto. C’era il sole e il mare era calmo», dichiara.
Docente di entomologia dell’università di Genova, in passato ha partecipato come esperto di insetti alle indagini sui più importanti casi italiani, dal mostro di Firenze a Yara Gambirasio, da Giulia Cecchettin a Elisa Claps e Liliana Resinovich. Nelle acque delle Maldive hanno perso la vita Monica Monfalcone, professoressa associata in ecologia marina dell’Università di Genova, e la figlia ventiduenne Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino di Poirino, ricercatrice del Torinese, e gli istruttori subacquei Gianluca Benedetti di Padova e Federico Gualtieri di Borgomanero, del Novarese.
«Eravamo impegnati nei nostri studi. Lavoravamo in modo indipendente rispetto ai biologi marini. Sapevamo che dovevano immergersi quella mattina, ma non seguivamo direttamente i loro programmi. Quando i sub hanno iniziato a non risalire si è diffusa una certa tensione a bordo
La barca si è messa a perlustrare la zona dell’immersione. Abbiamo scrutato la superficie del mare alla ricerca di eventuali palloni di segnalazione, quelli che i sub sganciano, fanno gonfiare e risalire in superficie quando sono in difficoltà. Abbiamo ricontrollato tutte le coordinate del loro tragitto.
Alla fine, dopo un’altra ora, è diventato chiaro che c’era un problema e non si trattava solo dei normali tempi di compensazione della risalita. Allora abbiamo contattato sia le autorità di soccorso locali che quelle diplomatiche italiane», racconta al quotidiano.
«Le Maldive hanno un’estensione pari alla distanza fra Italia e Olanda. L’allerta meteo non riguardava la nostra zona. Avevamo sole, mare calmo e ottima visibilità. Non c’erano problemi da questo punto di vista», spiega Vanin
Il centro di soccorso delle Maldive, dice di aver ricevuto l’allarme alle 13 e 45. Vanin infine precisa: «Hanno portato avanti le loro ricerche. Noi non siamo mai scesi dalla nave. Non è vero che alcuni studenti sono ripartiti per l’Italia. In questo punto delle Maldive siamo lontani da porti o centri di comunicazione importanti.
Restiamo tutti insieme e cerchiamo di gestire in gruppo questo momento certo non facile».
(da agenzie)

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LA PROF GLI CHIEDE DELLA FESTA DEL PAPA’, LUI SCOPPIA A PIANGERE E SI SALVA. A CASA VIVEVA COME UNO SCHIAVO: LA STALLA DA PULIRE E LE VIOLENZE

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

PICCHIATO DAL PADRE, MADRE MAI INTERVENUTA, ALLE VIOLENZE PARTECIPAVANO ANCHE I FRATELLI… PER LA CRONACA: FAMIGLIA TRADIZIONALE DI PURA RAZZA ITALICA

Una domanda a scuola sulla festa del papà ha rivelato anni di abusi, psicologici e fisici, ai danni di un bambino di 12 anni. Ora la famiglia, una coppia di cinquantenni italiani, deve rispondere all’accusa di maltrattamenti in famiglia in concorso. È successo nel Montebellunese, nel Trevigiano, come racconta il Corriere della Sera: il ragazzino avrebbe vissuto per anni di fatto come uno schiavo in casa con la sua famiglia. Secondo le indagini, il bambino sarebbe stato costretto a svegliarsi all’alba per lavorare nella stalla di famiglia e, una volta rientrato da scuola, a svolgere ulteriori lavori, senza tempo per i compiti. Il padre lo avrebbe anche picchiato con una cintura, con il silenzio della madre, mentre avrebbe ricevuto percosse anche dagli altri fratelli.
Le indagini
Le indagini sono cominciate il 25 marzo 2025. Qualche giorno prima, il 19, festa del papà, l’insegnante di sostegno del bambino gli aveva chiesto se avesse preparato qualche parola per il proprio padre. A quel punto è arrivata la confessione del ragazzino, che allora frequentava la prima media: il 19 marzo lui non avrebbe celebrato la festa del papà, ma avrebbe subito come sempre percosse continue dal padre, definito «cattivo». La segnalazione alla dirigente scolastica ha fatto scattare immediatamente il protocollo di tutela previsto per i minori.
Il racconto delle violenze subite
Nel corso del colloquio, lo studente avrebbe raccontato una quotidianità segnata più dai ritmi della stalla di famiglia che da quelli dell’infanzia e della scuola. Ogni giorno, all’alba, sarebbe stato costretto ad alzarsi per accudire gli animali e ripulire l’ovile. Attività che, secondo quanto riferito, proseguivano anche nel pomeriggio, subito dopo il rientro dalle lezioni, lasciandogli poco o nessuno spazio per lo studio, il riposo o il gioco. Il minore avrebbe inoltre riferito di continue punizioni fisiche: il padre, stando alle accuse, lo avrebbe colpito ripetutamente anche con una cintura usata come una frusta, infliggendogli violenze descritte dagli inquirenti come particolarmente gravi. Violenze che avvenivano davanti agli occhi della madre, che assisteva silenziosa. Erano anche i fratelli a contribuire al clima di orrore: qualche settimana prima dello sfogo, il dodicenne era arrivato a scuola con una profonda ferita sulla guancia, procurata proprio da un suo fratello con una forca.
Le intercettazioni e l’arresto del padre
La svolta delle indagini è arrivata grazie alle intercettazioni ambientali e dalle riprese video attraverso delle telecamere installate segretamente dai Carabinieri all’interno dell’abitazione. I militari sono intervenuti ai primi di maggio dello scorso anno, dopo l’ennesimo episodio di violenza. Il padre è stato arrestato, mentre il bambino trasferito in una struttura protetta. Secondo quanto emerso, il minore ha cominciato il difficile percorso di recupero, riprendendo i contatti con i compagni delle scuole e con l’insegnante di sostegno.
(da agenzie)

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LA SVOLTA DI PAPA LEONE

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

LA VERA NOVITA’ E’ CHE A ERGERSI AD ARGINE NON SOLO SPIRITUALE E MORALE, MA ANCHE POLITICO SIA PROPRIO PREVOST

Nelle stesse ore in cui a Pechino i leader dei due imperi risorti libavano nei lieti calici, a Roma il Vicario di Cristo veniva accolto dagli studenti della Sapienza con un grande striscione: «La guerra dei potenti da Trump a Bibi — La pace del Papa per i popoli liberi». Se serviva un’allegoria del mondo in macerie e in cerca di un nuovo ordine, eccola qua.
Da una parte Xi Jinping e Trump (con il fantasma di Putin che incombe): si scambiano affari e salamelecchi tra la sala del popolo e i giardini di Mao, tentando inutilmente di tamponare la guerra contro l’Iran e di esorcizzare quella contro Taiwan. Dall’altra parte papa Leone XIV (con lo spirito di Francesco che aleggia): tuona contro il riarmo e le élite, trovando affetto e entusiasmo nello stesso ateneo che nel 2008 salì sulle barricate contro la visita di Benedetto XVI al grido «fuori Ratzinger dalle università».
A ben vedere, è proprio questa la vera novità della fase. Non tanto che Cina e America si parlino, e insieme alla Russia tornino a spartirsi il pianeta in base ai rapporti di forza e alle relative sfere d’influenza: è un processo già in atto, innescato e accelerato dallo sceriffo di Washington. Quanto piuttosto che di fronte al rovinoso disegno neoimperiale e neocoloniale di questa «manciata di tiranni» — per dirla con le sue parole — a ergersi sempre più ad argine non solo spirituale e morale ma alla fine anche politico sia proprio Robert Prevost, il Pontefice di Chicago.
Non l’Europa, purtroppo, i cui leader vagano «soli, insieme» in terra incognita, come dice Draghi. Ma la Chiesa, per fortuna, che sa bene dove andare e cosa dire, di fronte al deismo bellicista del tycoon e dei seminatori di caos e di morte. Sia pure in ritardo, sta prendendo forma la speranza iniziale di questo pontificato.
L’idea cioè che in questo secolo americano si sia manifestato davvero quello che Andrea Riccardi definisce «genio del Conclave». Come successe nel 1978 con il Papa polacco che propiziò il crollo del Muro e dell’Urss, nel 2005 con il Papa tedesco che si schierò contro il jihadismo e il relativismo e nel 2013 con il Papa argentino che caricò sulle spalle la croce dei poveri della Terra schiantati dal capitalismo globale: ora tocca al Papa americano — o all’americano Papa, come scrive Lucio Caracciolo per sottolineare l’impronta sempre più “politica” del suo magistero — depotenziare un presidente suo connazionale che sfascia l
Costituzione e abusa del divino, minaccia la Groenlandia e invade il Venezuela, copre lo zar di Mosca e fa bombardare Teheran, fa il patto del diavolo con Netanyahu e trasforma Gaza insanguinata nella Miami del Medio Oriente, fa sparare ai manifestanti per strada e deporta i profughi in catene nel Salvador.
Ogni giorno che passa Prevost assurge sempre più a icona di un’altra America: cristiana e occidentale, trans-atlantica e multilaterale, democratica e liberale. L’opposto di quella forgiata nell’onnipotenza e nell’odio da Trump. L’ateo devoto che sfrutta la religione come instrumentum regni.
Dice di essersi salvato a Butler perché «Dio ha deviato il proiettile». Prega nello studio ovale con gli evangelici che gli impongono le mani sulla spalla. Posta le sue foto sacrileghe seduto sul trono di Pietro o vestito da Cristo che guarisce i malati, mentre i B-2 Spirit sganciano missili e i miliziani dell’Ice uccidono Renee Good e Alex Pretti. Lascia che la direttrice dell’Ufficio per la fede Paula White parli di lui «come Gesù, tradito e falsamente accusato».
Una blasfemia sistematica, praticata con la cinica arroganza di un presidente convinto che la Curia americana si sia salvata dalla bancarotta solo grazie alla sua rielezione. Questa immonda teocrazia trumpiana è incompatibile con la pastorale americana di Leone. Era ora che lo “scisma” avvenisse: oportet ut scandala eveniant, direbbero gli alti prelati Oltretevere.
Eppure la prospettiva non pareva questa dopo la fumata bianca dell’8 maggio 2025. C’era stato quel promettente saluto, «la pace sia con voi», e poi quella formula felice, «una pace disarmata e disarmante». Ma poi poco altro.
D’altra parte, perché un cardinale cresciuto nel Midwest avrebbe dovuto seguire le orme di Bergoglio, il papa latino «arrivato dalla fine del mondo», cioè da un sud globale anti-capitalista e poco occidentale? Quello che diceva «sono solo un prete, un pastore che vuole sentire l’odore delle sue pecore» e che voleva «una Chiesa povera, accidentata, ferita e sporca perché è uscita per strada». Quello che in tonaca bianca andava a piedi a comprare gli occhiali, girava su una 500, dormiva a Santa Marta, baciava i piedi ai carcerati nell’inferno di Regina Coeli.
Prevost è tutt’altro: un Papa curiale. E così è stato nei primi dieci mesi di pontificato. Ma da gennaio tutto è cambiato. La prima crepa l’hanno aperta i tre
porporati Cupich, McElroy e Tobin, con un documento durissimo contro l’amministrazione Usa: «Il ruolo morale degli Stati Uniti nell’affrontare il male del mondo, nel sostenere il diritto alla vita e alla dignità umana è sotto esame, la costruzione di una pace giusta e sostenibile viene ridotta a categorie partigiane… ».
Dopo l’attacco all’Iran, lo strappo definitivo. Dal 5 aprile, domenica delle Palme, Prevost ha finalmente cominciato a dare un nome alle cose. Ha ricordato che la pace «non si costruisce con le armi che seminano distruzione, dolore e morte, ma con il dialogo ragionevole e responsabile». Ha tuonato contro chi «si ritiene potente quando domina, chi vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, chi si ritiene grande quando viene temuto».
Il 7 aprile, dopo che il commander in chief aveva annunciato la «distruzione di un’intera civiltà», Leone ha replicato «questo veramente non è accettabile» e ha aggiunto una frase che ha fatto impazzire il già poco lucido Trump: «Invito tutti a cercare il modo di comunicare con i congressisti, per dire che non vogliamo la guerra!».
Un invito rinnovato l’11 aprile, per l’anniversario della Pacem in terris, quando Prevost ha condannato chi trascina «nei discorsi di morte persino il nome santo di Dio, il Dio della vita». Il resto è cronaca dell’ultimo mese: gli insulti del tycoon, «Leone è un debole, non mi è mai piaciuto, lui vuole che l’Iran abbia l’atomica».
Poi la visita di Rubio in Vaticano, con il Papa che regala una penna di legno d’ulivo «simbolo di pace», e il segretario Usa che dona un fermacarte di cristallo a forma di pallone da football: se serviva una prova dell’abisso valoriale e ideale che separa le due Americhe, eccola qua. Ma stavolta più che mai The Donald ha sbagliato bersaglio.
La fermezza con la quale il Pontefice lo ha liquidato («non ho paura di lui, continuerò a parlare a voce alta del Vangelo»). La nettezza con la quale ha difeso la Nato («è un’alleanza molto importante, oggi e per il futuro»). La solidarietà che gli hanno manifestato tutti i capi di Stato (compresa “la sciamana” Meloni). Tutto parla di un impero sempre più debole, e di un Papato sempre più forte. Da laici, sappiamo bene che l’Ecclesia non basta a salvare il mondo. Ma nell’eclissi del vecchio continente, meno male che Leone c’è.
(da agenzie)

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YAMAL, IL GIOIELLINO DEL BARCELLONA, HA SVENTOLATO UNA BANDIERA PALESTINESE DURANTE LE CELEBRAZIONI PER LA VITTORIA DELLA LIGA. E PER QUESTO È STATO ACCUSATO DAL MINISTRO DEL MINISTRO DELLA DIFESA ISRAELIANO, ISRAEL KATZ: “FOMENTA L’ODIO CONTRO ISRAELE”

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL PREMIER SPAGNOLO, PEDRO SANCHEZ, DIFENDE L’ATTACCANTE: “CHI RITIENE CHE SVENTOLARE LA BANDIERA DI UNO STATO EQUIVALGA A ‘INCITARE ALL’ODIO’, O HA PERSO IL SENNO O È ACCECATO DALLA PROPRIA IGNOMINIA”

Il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, è intervenuto in difesa della stella del Barcellona, Lamin Yamal, dopo le parole del ministro della Difesa israeliano, IsraelKatz, che ha accusato il calciatore di “incitamento all’odio” per aver sventolato una bandiera palestinese durante le celebrazioni per la vittoria della Liga lunedì. Durante la parata su un bus scoperto per le vie di Barcellona, il 18enne attaccante, considerata una delle star indiscusse del calcio mondiale, ha mostrato la bandiera palestinese tra gli applausi dei tifosi
Le immagini hanno scatenato la reazione di Katz, che in un post su X ha accusato Yamal di “fomentare l’odio” contro Israele “mentre i nostri soldati combattono l’organizzazione terroristica Hamas”, chiedendo al Barcellona di prendere le distanze e di chiarire che “non c’è spazio per l’incitamento o per il sostegno al terrorismo”.
Sanchez ha replicato via social alle accuse, scrivendo che “chi ritiene che sventolare la bandiera di uno Stato equivalga a ‘incitare all’odio’, o ha perso il senno o è accecato dalla propria ignominia”.
Il primo ministro ha poi difeso il gesto del giovane calciatore, definendolo espressione della “solidarietà con la Palestina sentita da milioni di spagnoli”, aggiungendo che si tratta di “un altro motivo per essere orgogliosi di lui”.
Dal club blaugrana non è arrivata alcuna dichiarazione ufficiale sull’episodio. In conferenza stampa, l’allenatore Hansi Flick ha commentato con cautela, affermando che “normalmente non mi piace” questo tipo di gesti, ma ha aggiunto che la decisione spetta al giocatore.
“Ho parlato con lui. Gli ho detto che se vuole farlo è una sua scelta. Ha 18 anni ed è abbastanza maturo”. Flick ha comunque sottolineato che la priorità resta la festa con i tifosi per i successi.
(da agenzie)

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IL MINISTRO DELLO SVILUPPO…FILATELICO: IN DUE ANNI DI GOVERNO, MENTRE L’ILVA FALLIVA E L’INDUSTRIA ITALIANA VENIVA SMANTELLATA PEZZO DOPO PEZZO, ADOLFO URSO HA PRESENTATO 274 NUOVI FRANCOBOLLI

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

“IL FOGLIO”: “GRAZIE A LUI MICHELANGELO BUONARROTI, GIOVANNI PIERLUIGI DA PALESTRINA, LE WINX, I PARACADUTISTI DELLA FOLGORE, IL FESTIVAL DI SANREMO, SILVIO BERLUSCONI, LA PIMPA E I POKÉMON CONDIVIDONO LA STESSA SUPERFICIE COLLOSA”

Adolfo Urso, ministro di quello che un tempo si chiamava Sviluppo, ha capito prima degli altri che il Made in Italy non si fa, si raffigura. Non si produce, si commemora. Non si esporta: si affranca.
Dev’essere per questo che in due anni di governo, mentre l’Ilva falliva e la produzione industriale calava, quest’uomo instancabile ha presentato duecentosettantaquattro nuovi francobolli. Un record mondiale.
Martedì ha presentato, personalmente s’intende, anche quello per la festa della mamma. Con citazione di Jovanotti. Chiude la Beko a Siena? Ecco il francobollo dei Pokemon. Cassa integrazione alla Prysmian? Arriva Goldrake.
Grazie a lui, a Urso, Adolfo per gli amici, l’Italia è oggi il paese al mondo dove Michelangelo Buonarroti, Giovanni Pierluigi da Palestrina, le Winx, i paracadutisti della Folgore, il Festival di Sanremo, Silvio Berlusconi, la Pimpa e i Pokémon condividono la stessa superficie collosa in un abbraccio che nessun museo, nessuna enciclopedia, nessuna storia della civiltà aveva mai osato tentare.
Ogni lunedì mattina, mentre i suoi colleghi di governo si accapigliano su pensioni, migranti e conflitti di competenza, il ministro Urso è già al lavoro. Ha sul tavolo le bozze del prossimo francobollo. Valuta i colori. Pondera il soggetto. La festa del papà è a giugno, c’è tempo.
Ma Tex Willer compie gli anni, e un ministro responsabile non può farsi trovare
impreparato. Un ministro Bolaffi. Se lo si cerca su internet – operazione che sconsigliamo ai cardiopatici, agli imprenditori e agli operai – si trovano francobolli. Presentazioni di francobolli. Conferenze stampa su francobolli. Fotografie in cui il ministro sorride accanto a un francobollo gigante con l’espressione soddisfatta di chi ha appena firmato l’accordo del secolo.
E sbaglia chi ironizza sul fatto che Urso sia un uomo di fantasia fervidissima quando si tratta di decidere dove recarsi per presentare un francobollo, ma che manca totalmente di immaginazione se lo invitano, con garbo, a occuparsi dell’industria.
In realtà ha ragione lui. Cosa resta di un governo? Le riforme durano poco, le leggi si abrogano, le promesse evaporano, il programma “transizione 5.0” è fallito completamente. Ma un francobollo va in collezione. Magari tra cent’anni qualcuno lo trova in un cassetto e pensa: ah, l’Italia, che paese straordinario. Non aveva la transizione digitale, né quella energetica. Però aveva la Pimpa. E aveva pure Urso.
(da agenzie)

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