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INDOVINA CHI HA VISTO MARINA BERLUSCONI: MITI E STRATEGIE SILLA FIGLIA DEL FONDATORE DI FORZA ITALIA

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

LA PRESIDENTE DI FININVEST IN TUTTI I SUSSURRI DI PALAZZO

Pochissimi l’hanno incontrata davvero, pochi potrebbero farlo, tutti parlano di lei. Marina Berlusconi non è solo la presidente di Fininvest e la figlia del fu Caimano, è uno status: se non raccontano di un tuo faccia a faccia con lei non sei nessuno, almeno nei Palazzi. Che poi sia vero, verosimile o falso conta, ma neanche troppo. Se ne parla a prescindere, nei corridoi delle Camere, dove si era fatto largo pure la voce di un faccia a faccia in preparazione tra lei e Elly Schlein per il dopo Mattarella (smentito, dalla manager). E comunque poi c’è Matteo Renzi, che un tempo aveva accesso perfino a Arcore. Mercoledì in Senato, a margine del premier time, ha intrattenuto i cronisti con la sua Berlusconeide: “Io non l’ho mai incontrata Marina: io vedevo il padre, il presidente”. A corredo, imitazione della parlata alla Silvio. Con aggiunta maliziosa: “Magari l’ha vista qualcun altro, Marina…”. Un altro centrista? Per ipotesi, di Roma Nord? “Ah, io non lo so” ha negato – o finto di farlo – l’italovivo, che mercoledì parlava bene di Giuseppe Conte. Colui che alla Camera, un’oretta prima, aveva negato con altra postura: “Marina Berlusconi? Non l’ho mai incontrata”.
Quando sente parlare di centri e centrini, l’avvocato mette mano alla pochette. Non si fida, anche perché il primo a non fidarsi è l’amico e consigliere Goffredo Bettini, demiurgo del Pd romano che i sussurri nei corridoi li decritta come pochi altri. “Non pensino di sostituire il M5S con Forza Italia” ha ammonito sul Foglio, quotidiano non certo ostile alle intese più che larghe. E Conte è andato in scia: “FI voleva la riforma della giustizia quindi non è compatibile con i valori progressisti, con noi niente più inciuci o governi tecnici”. Non l’ha detto per caso, l’ex premier. Perché, come spiega un contiano di peso – con ottimi contatti nel Pd – il timore dell’avvocato e quindi di Bettini è che una parte dei dem e altri pezzi di centrosinistra, compreso il Renzi ora ufficialmente cortese con Conte, lavorino per isolare l’avvocato. O comunque a piani B prossimi venturi. Tradotto: si partirebbe
con un governo con dentro Pd e Movimento, e in corso d’opera si sostituirebbero i 5Stelle con FI. Fantapolitica, si dirà. Ma certi fantasmi hanno già un po’ di carne, ad ascoltare certi timori pure dentro il Pd. Tanto che ieri Antonio Tajani ha assicurato: “Noi siamo alternativi alla sinistra, quindi al M5S, ad Avs e al Pd: non è pensabile governare con loro”. Lo ha già fatto, si ricorderà. Ma più che altro colpisce la necessità della smentita. La certezza è che, in tempi difficili per Meloni, la figlia di Berlusconi sta occupando tanto spazio politico, muovendo il gioco. Anche stando ferma. E non è solo questione di fideiussioni, quelle con cui i Berlusconi tengono in vita FI. È la capacità di orientare il dibattito, con i mezzi (importanti) di cui dispone la famiglia. Sfruttando i vuoti altrui, a destra e dintorni.
Certo, poi la Marina che da tempo si mostra progressista sui diritti incide quando vuole e può farlo. Ma, per esempio, in Veneto anche FI è perlomeno perplessa sulla legge sulla fine vita che è un pallino dell’ex presidente regionale, il leghista Luca Zaia. Però alla fine sempre a Marina si torna. Così riecco Renzi, su Sky: “La domanda è: chi decide in Forza Italia? Se decide Tajani allora fanno la legge elettorale, se decide la famiglia Berlusconi secondo me non la fanno”. Il fu premier punge il ministro per infastidire Meloni: molto diversa, da Marina. E non è mai stato così evidente.
(da Il Fatto Quotidiano)

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DE ANGELIS, FONDATORE DEL MONDO AL CONTRARIO: “VANNACCI E’ UN TRADITORE. E VOLEVA CANDIDARSI CON FDI”

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

L’AMICO DI LUNGA DATA DELL’EX GENERALE SPARA A ZERO: “IL SUO VERO OBIETTIVO L’HA GIA’ RAGGIUNTO; FAMA, POTERE E SOLDI”… “SE GLI ANDRA’ BENE DIVENTERA’ MINISTRO”

Norberto De Angelis è stato fondatore e poi presidente del Mondo al contrario fino alla fondazione di Futuro nazionale. Ma soprattutto è amico di lunga data di Roberto Vannacci. O meglio, era. E in questa intervista a Repubblica vuota il sacco, anche con un po’ di dolore. La premessa iniziale riguarda però la vita di De Angelis: campione di football americano con la nazionale, uno dei più forti giocatori in Europa, a 28 anni un brutto incidente d’auto avvenuto in Africa, dov’era per una missione umanitaria, lo ha lasciato sulla sedia a rotelle. Non si è mai dato per vinto: da disabile ha attraversato in handbike gli Stati Uniti, da Chicago a Los Angeles, un record. Poi è stato campione italiano di danza sportiva in carrozzina.
Perché ha deciso di rilasciare questa intervista?
«Perché credo nella verità e nei valori autentici. Non sopporto il farsi gioco delle persone che ti aiutano. Mio nonno materno, Norberto Dalla Chiesa, lontano parente del generale Carlo Alberto, mi ha insegnato che davanti all’ingiustizia non si può restare in silenzio».
Partendo da lontano: come si è conosciuto con Vannacci?
«Fu nel 1970-71, i nostri padri erano ufficiali dell’Esercito nella stessa caserma di Ravenna».
Che rapporto avete coltivato nel tempo?
«Un rapporto vero, fatto di amicizia e famiglia. Noi fratelli e i suoi siamo cresciuti insieme, condividendo estati, vacanze e altro».
Politicamente lei come si definiva e definisce?
«Sono un uomo di destra moderata, ma ho sempre votato le persone che stimo, non le bandiere. Anche un sindaco di sinistra, quando l’ho ritenuto valido».
Vannacci invece è sempre stato di destra?
«Sì, credo di sì, non era il solo nella sua famiglia ad essere fortemente di destra».
Poi è uscito il famoso libro: lo sapeva?
«Certamente. Me ne parlò personalmente a casa mia già nel 2022».
Quando esce cosa succede?
«Il 15 agosto 2023 mi scrisse chiedendomi un giudizio sincero sulla sinossi. Gli dissi che mancava di pathos, ma che avrebbe scosso il “politically correct”, ed era proprio ciò che voleva. Dopo i primi articoli e le parole del ministro Crosetto, però, la sua sicurezza vacillò e mi chiese aiuto. Contattai subito Fabio Filomeni e fondammo il primo comitato del Mondo al contrario dicendogli: “Guarda che contenitore ti stiamo costruendo”».
Vannacci aveva già chiaro che voleva passare in politica?
«Assolutamente sì. Nel 2019 prima del suo incarico a Mosca, creai, con miei amici imprenditori il “Progetto Italia”, per promuovere le eccellenze italiane all’estero. Attraverso quel progetto iniziò a entrare in contatto con ambienti politici. Il punto
dieci del programma di governo Meloni sul made in Italy l’ho scritto io. Dopo il rientro anticipato dalla Russia, mi confidò nel dicembre 2022 che stava scrivendo un libro con l’obiettivo preciso di raccogliere consenso e arrivare al parlamento europeo».
Mirava a FdI?
«Inizialmente sì, quando era Mosca aveva rapporti con un onorevole vicino a Giorgia Meloni, che non voglio citare».
Gli slogan sulla Decima Mas a lei piacevano?
«Rispetto ogni gesto di eroismo e sacrificio verso la Patria, specie se decorati al valor militare. Ma non amo quando certi simboli vengono strumentalizzati».
Lei lasciò già una volta la presidenza del Mondo al contrario: perché?
«Avevo creato il primo Mac come associazione culturale. Quando vidi che stava diventando altro, prendendo derive che non sentivo mie e avvicinandosi a figure troppo estreme, preferii allontanarmi. Poi Vannacci mi richiamò nel 2025 chiedendomi di fare il presidente del ricostituito Mac. Accettai con entusiasmo, ma col tempo capii di essere diventato solo una figura formale. Le scelte venivano fatte altrove, spesso senza nemmeno informarmi. Alla cena di Parma del 12 dicembre 2025 dissi chiaramente che non avrei più fatto il “presidente burattino”. Eppure, sotto la mia presidenza, il Mac raggiunse i risultati migliori dalla sua nascita. Avevo chiesto a Vannacci una cosa semplice: non affidare il mio futuro a persone sconosciute non di mia fiducia. Sono rimasto inascoltato».
Poi c’è la rottura con la Lega da parte di Vannacci: era al corrente del nuovo partito?
«Avevo sentito voci affidabili, ma nulla di ufficiale. Il 13 dicembre glielo chiesi direttamente e lui mi negò tutto. Col senno di poi, mi disse una cosa non vera. Per me fu la fine della fiducia in lui. Ancora il 25 gennaio scorso, durante un evento a Parma, continuava a smentire ciò che poche ore dopo sarebbe diventato pubblico. Non sono leghista, lui e Salvini si sono serviti l’un con l’altro, ma certamente Vannacci si è comportato come un traditore».
Cosa pensa del politico Vannacci oggi?
«Penso che oggi insegua più il consenso che i valori. Parla di meritocrazia, ma attorno a lui vedo persone che non hanno portato risultati concreti. Anzi, Toscana docet. E soprattutto noto una cosa a mio avviso grave: non gli sono rimasti accanto gli amici di prima del libro. E senza rapporti umani autentici è difficile costruire una politica credibile. L’adesivo “Negozio Italiano”, poi, lo credo assurdo».
E della persona Vannacci che idea si è fatto dopo tutti questi anni?
«È un uomo intelligente, freddo, estremamente sicuro di sé. Ha dimostrato di essere un comunicatore molto abile e un lavoratore instancabile».
Lo rivoterà?
«No. Ovviamente lui dirà di me “me ne frego e vado avanti”. Io rispondo amen».
Ha capito qual è il suo obiettivo?
«Credo che il suo vero obiettivo lo abbia già raggiunto».
La fama?
«Quella, il potere, e i soldi: se il partito andrà bene e il centrodestra vincerà le elezioni diventerà ministro. Poi ha già una pensione d’oro dall’esercito, un super stipendio da europarlamentare. Penso sia l’unico politico che in campagna elettorale ha fatto soldi invece di metterceli».
Nell’organizzazione attuale di Futuro nazionale, Vannacci delega ai suoi collaboratori oppure finge di farlo ma poi accolla a loro le responsabilità?
«Ho visto delegare compiti delicati ad altri, soprattutto quando c’erano rischi. Se qualcosa fosse andato storto, la responsabilità non sarebbe stata riconducibile a lui. Se invece avesse funzionato, il successo sarebbe diventato suo. Anche col Mac inizialmente prendeva le distanze, quasi lo snobbava. Oggi, però, quella rete costruita dal Mac rappresenta una parte importante della sua forza politica».
Dopo queste parole, al di là della politica, l’amicizia può dirsi davvero conclusa.
«Non mi interessa più nulla. So che mi sono comportato come farebbe un vero amico, spendendo il mio tempo ed energie senza interessi personali e soprattutto senza secondi fini politici. Quel che dovevo perdere di davvero importante nella vita, purtroppo, l’ho già perso da tempo».
(da Repubblica)

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L’INGOMBRANTE BARELLI DOVE LO METTO? L’EX CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA, FEDELISSIMO E CONSUOCERO DI ANTONIO TAJANI, FATTO FUORI DALLA FAMIGLIA BERLUSCONI, È STATO RICOMPENSATO CON UNA POLTRONA DA SOTTOSEGRETARIO AI RAPPORTI COL PARLAMENTO, MA SI È IMPUNTATO SULLA SCELTA DEL SUO NUOVO UFFICIO

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

L’ALTRA SOTTOSEGRETARIA AZZURRA, MATILDE SIRACUSANO, GLI HA OFFERTO LA SUA STANZA IN LARGO CHIGI. MA BARELLI HA RIFIUTATO: AVREBBE CHIESTO UN UFFICIO ADDIRITTURA A PALAZZO CHIGI, RICEVENDO UN SONORO “NO” – COSÌ PER ORA È RIMASTO A MONTECITORIO, NEGLI UFFICI CHE AVEVA DA CAPOGRUPPO

In Forza Italia dicono che è ancora “furioso” tant’è che non si è più fatto vedere in Parlamento. In Fratelli d’Italia, ormai, lo vedono come il belzebù della maggioranza che punta al più classico “muoia Sansone con tutti i filistei”
Eppure, al momento, non sono le dinamiche politiche a interessare maggiormente Paolo Barelli, già capogruppo di Forza Italia vicino ad Antonio Tajani (è suo consuocero), fatto fuori dalla famiglia Berlusconi per Enrico Costa.
Barelli è stato ricompensato con una poltrona da sottosegretario ai Rapporti col Parlamento, ma ha passato le sue prime settimane al governo con un unico cruccio: trovare un ufficio per sé e per i suoi collaboratori.
La destinazione naturale sarebbe stata al secondo piano di largo Chigi, ma già quella soluzione non era semplice. Serviva trovare spazio allo stesso piano di Ciriani e della sottosegretaria leghista Giuseppina Castiello, mentre l’ufficio della forzista Matilde Siracusano è al piano sotto.
Siracusano, che passa il suo tempo tra Camera e Senato, gli ha offerto la sua stanza in largo Chigi con affaccio su piazza Colonna. Ma Barelli ha risposto picche: troppo piccola, per lui e per i suoi collaboratori. Così ha tentato l’azzardo. Secondo due fonti a conoscenza della questione, l’ex capogruppo azzurro avrebbe chiesto un ufficio addirittura a Palazzo Chigi.
Ma la richiesta di Barelli ha sollevato diverse perplessità ai vertici del governo perché molto inusuale: a Palazzo Chigi ci sono gli uffici solo della premier Giorgia Meloni, dei vice Tajani e Salvini e dei due sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. Nessun altro sottosegretario alla Presidenza ha l’ufficio nella sede del governo. Da qui il grande rifiuto.
E così Barelli, alla fine, ha dovuto ripiegare sulla Camera restando negli uffici che aveva da capogruppo di FI, oggi destinati ai membri del governo. Non solo il suo ufficio al sesto piano di Montecitorio, ma anche l’anticamera e le altre due stanze per i suoi tre collaboratori.
(da agenzie)

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IL GOVERNO E’ PEGGIO DI HORMUZ: DOPO LA MANCATA NOMINA DI FRENI ALLA CONSOB, E’ SCONTRO TOTALE TRA FORZA ITALIA E LEGA. GLI AZZURRI HANNO ABBRACCIATO LA LINEA DELLE MANI LIBERE, IN LINEA CON IL NUOVO CORSO LIBERAL DI MARINA, E SI DIVERTONO A COLPIRE LA LEGA

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

OGNI OCCASIONE E’ BUONA: DALLA LEGGE SUL FINE VITA ALLA PROPOSTA DI LEGGE SU TAXI E NCC – L’ORIZZONTE È QUELLO DI AUTONOMIZZARE FI, ANCHE NELL’OTTICA DI POTER ESSERE L’AGO DELLA BILANCIA IN CASO DI PAREGGIO ALLE PROSSIME ELEZIONI PER LA NASCITA DI UN GOVERNO DI LARGHE INTESE

Più si va verso la fine della legislatura, più la coltre del «tutti uniti», dentro la maggioranza, si sta dissipando. Lasciando intravedere faide sotterranee, scatti in avanti e dispute ancora aperte, soprattutto tra Forza Italia e Lega.
L’accidente di settimana, che ha fatto emergere proprio questo scontro, è stato il passo indietro per la prestigiosa nomina al vertice della Consob del sottosegretario leghista Federico Freni. Insormontabile il veto su di lui di Forza Italia che chiede una figura tecnica, e il diretto interessato ha fatto un elegante passo indietro «per una questione di dignità», ha detto a Repubblica.
Risultato: il Consiglio dei ministri lampo di appena quindici minuti è slittato di oltre un’ora, per permettere un vertice tra la premier Giorgia Meloni e i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini proprio sulle nomine, che però si è risolto senza decisioni definitive. Non solo sulla Consob, ma sulle altre autorità amministrative indipendenti Anac e Agcm, bloccate in un gioco a incastri che non funziona e che lo strappo di FI sul candidato leghista non aiuta a ricomporre.
Eppure, anche dentro FI si fanno dei distinguo. Qualcuno ha provato a puntare il dito contro i Berlusconi, ma «la famiglia non c’entra», assicura una fonte qualificata. La responsabilità dell’impuntatura sarebbe tutta del vicepremier Tajani, pure con qualche mal di pancia interno di chi avrebbe preferito spendere energie per ottenere qualcosa dentro la maggioranza su partite più paganti, anche elettoralmente.
Proprio uno stop così eloquente a un esponente leghista molto stimato dall’altro vicepremier è la dimostrazione di come gli azzurri abbiano abbracciato la linea delle mani libere. Il tempo passa veloce e la fine della legislatura è virtualmente vicina, dunque non è più il momento di incassare per compiacere gli alleati. Anche se, nello specifico caso di Freni, i detrattori del segretario sottolineano come sia stato più un regolamento di conti che una questione di principio.
Ma la vicenda Consob rischia di non essere l’unico su cui Forza Italia sposerà la linea che preferirebbe Marina Berlusconi: quella di un partito autonomo, liberale e senza paura di mettersi di traverso con i sovranisti. Prossimo potenziale scontro riguarderà un tema che proprio la primogenita del Cavaliere ha più volte – ed
esplicitamente – richiamato: l’approvazione di una legge sul fine vita. Tajani non è mai stato appassionato al tema e ha glissato quanto più ha potuto
Ma eloquente è stato il fatto che la nuova leder del gruppo al Senato, Stefania Craxi, si sia immediatamente fatta carico della questione, nonostante non sia un mistero che sia FdI sia, soprattutto, la Lega salviniana abbiano forti riserve. E così ecco: il prossimo 3 giugno l’aula del Senato inizierà la discussione, con due testi possibili. Quello del Pd a prima firma di Alfredo Bazoli, alternativo al testo base approvato lo scorso luglio in Commissione con relatori Pierantonio Zanettin di Forza Italia e Ignazio Zullo di FdI.
Fonti di FI spiegano che sono assolutamente decisi ad andare avanti. «Un testo si approverà», assicurano. La frase è sibillina. Trapela che la speranza sia quella di trovare convergenza sul testo Zanettin-Zullo. Tuttavia, se permanesse il no della Lega, il testo del Pd tornerebbe molto utile.
«Silvio Berlusconi usava la formula del lasciare libertà di coscienza», ricorda un importante esponente del partito. Come a dire: a mali estremi, si può arrivare all’estremo rimedio di votare il testo delle opposizioni.
Con la consapevolezza che sarebbe uno strappo importante, ma in questa fase i simboli contano e Forza Italia è decisa a mettere in atto quel cambio di passo che la premier Giorgia Meloni non vuol far fare al governo. E non solo sul fine vita. FI ha messo un altro dito negli occhi dei leghisti, presentando una proposta di legge su taxi e Ncc, «prendendo atto del fallimento della riforma Toninelli-Rixi del governo gialloverde», ha detto il primo firmatario Andrea Caroppo.
Se esiste un tema esplosivo, è proprio quello delle liberalizzazione delle licenze taxi e Ncc e la Lega ha subito detto «no a liberalizzazione selvagge». Ma FI ha ormai perso le inibizioni anche su provvedimenti potenzialmente non graditi agli alleati. «Siamo in linea con il nostro pensiero storico», ha detto Caroppo.
Del resto, viene spiegato, l’orizzonte è quello di autonomizzare FI, anche nell’ottica di poter essere l’ago della bilancia di una ancora futuribile forza di centro, in una composizione a oggi inesistente ma che potrebbe formarsi subito prima, o dopo le elezioni. Anche in quest’ottica non è stata ben accolta la mossa di avvicinamento tra la famiglia Berlusconi e l’ex governatore leghista in Veneto, Luca Zaia, a pranzo insieme appena tre settimane fa.

(da Domani)

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LA GRAN BRETAGNA AVRÀ PER LA PRIMA VOLTA UN PREMIER GAY? WES STREETING, L’EX MINISTRO DELLA SALUTE BRITANNICO, CHE SI È DIMESSO PER LANCIARE LA SFIDA A STARMER, È LANCIATISSIMO E HA LA BIOGRAFIA PERFETTA PER PRENDERE IL POTERE

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

NATO IN UNA FAMIGLIA POVERA, OMOSESSUALE, HA COMPIUTO DA SOLO LA SCALATA SOCIALE. È CARISMARTICO E HA 43 ANNI, LA STESSA ETÀ DI BLAIR E CAMERON QUANDO PRESERO LA GUIDA DEL PAESE

Se fossero realizzate le sue ambizioni, Wes Streeting sarebbe il primo premier gay della storia britannica: già questo darebbe alla sua ascesa il senso di una pietra miliare.
Per conquistare Downing Street avrebbe l’età giusta: 43 anni, la stessa del laburista Tony Blair e del conservatore David Cameron quando andarono al governo. Tutti riconoscono che è il miglior comunicatore di cui dispone oggi il Labour, di gran lunga dotato di maggiore carisma di Keir Starmer.
E la sua biografia sembra uscita dalle pagine di un romanzo di Dickens: un ragazzo povero che sfonda contro ogni genere di avversità. Ma il titolo in prima pagina di un tabloid londinese, “Downing Streeting”, gioco di parole fra la strada sinonimo del potere e il suo cognome, potrebbe rivelarsi prematuro: sul futuro politico del dimissionario ministro della Sanità pesano tre ostacoli, due dei quali pesanti come macigni.
Il nonno e la nonna materna erano due criminali, entrambi a lungo in prigione: la nonna fu brevemente rilasciata dal carcere per partorire quella che sarebbe diventata sua mamma.
Quando è nato, i genitori avevano 17 (il padre) e 18 anni (la madre): nella sua autobiografia, Streeting racconta che la giovane donna, incinta di lui, stava per andare ad abortire, quando un lauto “English breakfast” le fece rinviare l’appuntamento.
Poi lo ha cresciuto da ragazza-madre, dandogli con il tempo cinque fratelli e una sorella: vivevano tutti insieme nell’East End di Londra, in una Council House, le case popolari fornite ai meno abbienti.
E in questa atmosfera ha represso fino a 20 anni, anche per ragioni religiose (è di fede anglicana), l’identità omosessuale. Ciononostante, è riuscito a laurearsi in storia a Cambridge, diventando pure presidente della Cambdrige Students Association
Nel 2015 viene eletto deputato, mantenendo il seggio in tre elezioni successive. Nel 2024, Starmer lo nomina ministro della Sanità, lo stesso ruolo che aveva nel governo ombra dell’opposizione.
Proprio l’incarico ministeriale è il primo ostacolo alle sue ambizioni, da sempre dichiarate, di diventare un giorno primo ministro: come scriveva ieri il Financial Times, il suo bilancio è ambivalente.
Ha solo in parte mantenuto la promessa di ridurre i tempi d’attesa per le visite, non ha evitato scioperi di medici e infermieri, ha suscitato accuse di non comprendere appieno i problemi della sanità pubblica.
Gli altri handicap sono più pesanti. Milita nella corrente blairiana del Labour, in un momento in cui il partito, per recuperare i consensi perduti tra i ceti deboli, ha bisogno di andare a sinistra. Ed è stato amico di Peter Mandelson, licenziato da ambasciatore a Washington (e brevemente arrestato) per i legami con lo scandalo Epstein: dalle indagini sul caso sono emerse email di Wes a Peter firmate con una X, abbreviazione di “kiss”.
(da Repubblica)

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NEL PIANO CASA DI MELONI PROMESSE VUOTE E NIENTE SOLDI, L’ESPERTO: “AIUTERA’ I PRIVATI, NON I GIOVANI”

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

INTERVISTA A MATTIA SANTARELLI SULLE CARENZE DEL PIANO DEL GOVERNO

Sembra che il Piano Casa sarà uno dei punti su cui il governo Meloni punterà di più nel suo ultimo anno di mandato, e in campagna elettorale. Lo ha chiarito anche la presidente del Consiglio nel corso dell’ultimo premier time, dove ha citato più volte il Piano. Fanpage.it ha intervistato Mattia Santarelli, presidente del comitato Ma quale casa, che ha smontato diverse delle promesse fatte dal governo.
A partire dalle 60mila case popolari da riqualificare: non solo non è chiaro quanto tempo ci vorrà, ma i soldi da usare verranno da fondi per progetti di Comuni medio-piccoli, che quindi si fermeranno. Dall’altra parte, per la “fascia grigia” di persone che non hanno accesso all’edilizia popolare ma faticano a sostenere il costo della casa (e qui spesso rientrano anche gli studenti o i giovani lavoratori in grandi città), non c’è nemmeno un euro: ci si affida ai fondi di investimento privati. Con iniziative che già in passato non hanno funzionato.
Meloni ha detto che la casa non è un lusso, ma un bene fondamentale e lo Stato deve aiutare chi ha diritto ad avere una casa popolare e sostenere chi non ha diritto a una casa popolare, ma non se la può permettere.
Niente bonus se hai multe o tasse non pagate: il piano del Governo Meloni per chi ha debiti col Fisco
Siamo tutti d’accordo, però il presupposto necessario affinché queste affermazioni siano vere è che le case ci siano. E quindi ci siano i soldi per farle. Lei e Salvini si sono inventati questo Piano Casa dopo quattro anni di governo, dopo una stagione referendaria che non li ha visti proprio trionfare, e quindi sono corsi ai ripari con un tema molto sentito per far vedere che stanno lavorando…
È una tattica che funzionerà?
Credo che le persone – e l’hanno dimostrato con il referendum – si interessino poco alle promesse vuote, gli interessa la sostanza delle cose. Quando vedranno la scuola nel paesino non viene più ristrutturata, per fare un mega studentato di lusso in una grande città, ne trarranno le conseguenze. È una legge che è valsa a destra come a sinistra: quando ci sono annunci senza politiche efficaci, gli elettori puniscono chi li fa. Credo che succederà la stessa cosa.
La premier ha ribadito i numeri che fanno sembrare il Piano ambizioso, a prima vista: fino a 10 miliardi di euro in dieci anni. Non bastano?
Bisogna vedere da dove vengono quei soldi. Per le 60mila cosiddette case popolari da riqualificare di cui si parla negli annunci il governo usa 970 milioni di euro che già erano stanziati, con leggi di bilancio precedenti. Poi dovrà riprogrammare il 50% dei fondi per il clima, che sono fondi europei che a loro volta erano già stanziati per altri obiettivi. E infine, il governo dovrà riprogrammare soldi presi dal Fondo per la rigenerazione urbana, che esiste dal 2019. Questo è particolarmente interessante, è una delle grandi contraddizioni del Piano.
Perché?
Parliamo di un fondo che era destinato ai Comuni, distribuito abbastanza equamente tra Nord, Centro e Sud, tra Comuni piccoli e grandi, per finanziare grandi piccoli opere di contrasto alla marginalità. Opere importanti anche per i giovani, per la vita in queste città medio-piccole: riqualificare il lungomare di Acitrezza, ristrutturare la scuola elementare di Afragola, recuperare il centro culturale di Barletta…lavori che hanno un impatto sulla vita della comunità
E ora che quei fondi vengono riprogrammati?
Innanzitutto quelle opere lì rimangono sospese. In più, per forza di cose quei fondi non resteranno negli stessi luoghi. Le grandi strutture da riqualificare non sono in un Comune come Acitrezza, sono nei grandi Comuni del Centro e del Nord Italia. Mi sembra evidente che effetto può avere togliere soldi al centro culturale di Barletta per fare uno studentato di lusso a Milano. Questo è ciò che accadrà di fatto.
Ci sono state polemiche anche per le somme stanziate e gli obiettivi dichiarati. Il ministro Salvini in conferenza stampa ha parlato di 60mila case popolari da riqualificare in un anno, un target che sembra oggettivamente irraggiungibile anche guardando ai soldi che ci sono a disposizione per il 2026. Potrebbero essere riqualificate in dieci anni, facendo scorrere le graduatorie?
Potrebbero. Ma facciamo due conti. 60mila alloggi in dieci anni, quindi in media 6mila alloggi riqualificati all’anno. Divisi per il numero di comuni che l’Italia ha, che sono 7.800 più o meno. Significa che in un anno, in media, in ogni Comune riqualificano 0,76 case. È un dato ridicolo. Con il più grande Piano Casa che si sono inventati riqualificheranno meno di una casa all’anno in media per ogni Comune.
Sempre presumendo che i soldi bastino per farlo, cosa niente affatto scontata. Salvini in conferenza stampa ha stimato una spesa tra i 15mila e i 25mila euro per alloggio. Sunia (organizzazione degli inquilini privati e degli assegnatari di edilizia pubblica, ndr) ha stimato che i fondi bastino in realtà per circa 35mila case. Ci sono 650mila persone in lista d’attesa per una casa popolare.
Dall’altra parte, Meloni ha insistito sull’allargamento ai privati: le agevolazioni per chi si impegna a costruire delle case con affitto ridotto, in modo da aiutare chi non ha i requisiti per le case popolari ma ha comunque difficoltà a pagare l’affitto o le rate del mutuo. Un sostegno a chi magari vive in grandi città ma ha uno stipendio medio-basse. Una situazione che riguarda anche molti giovani.
Di nuovo, a parole siamo tutti d’accordo. C’è una fascia grigia, ci sono studenti che vanno aiutati, ma non ci sono i soldi. Per questa fascia grigia non stanziano un’euro, la affidano completamente ai grandi fondi di investimento privati. E finora le operazioni di questo tipo, come per lo student housing, o per gli alloggi dedicati a giovani coppie, stanno portando ad abitazioni con prezzi tutt’altro che accessibili. L’abbiamo visto a Roma (tra The Social Hub, Mercati Generali, Campus X), a Bologna, a Milano, a Napoli
Di fatto è un Piano Casa appaltato non alle cooperative – come avviene per esempio a Vienna – ma ai grandi fondi privati. E tutti i precedenti ci dicono che non riusciranno ad aiutare le fasce che vorrebbero tutelare.
Un’altra misura che sulla carta è dedicata soprattutto ai giovani, o a chi ha possibilità economiche limitate, è il rent-to-buy, che esiste già ma viene potenziato. I pagamenti dell’affitto valgono come una sorta di ‘acconto’ per poi arrivare a comprare la casa. È una misura che può funzionare?
È un meccanismo che sulla carta è positivo, esiste nei contratti privati. La realtà di fatto è che prevedono di realizzare pochissimi alloggi pubblici, e nello stesso Piano già prevedono di vendere quegli alloggi per fare cassa. Non per reinvestire quei soldi in edilizia, ricostruendo altri alloggi, ma per far fronte al debito pubblico. Se davvero fai 60mila case, e ne rivendi subito 20mila, quante persone aiuti davvero?
È un problema di risorse, ma anche di approccio. Basta pensare che insieme al Piano Casa hanno varato un ddl per velocizzare e semplificare gli sfratti.
Il governo sostiene che gli sfratti sono ‘complementari’: liberi le case da chi le occupa irregolarmente e le assegni a chi ne ha diritto.
Questo si inserisce all’interno della narrazione sulla sicurezza che questo governo fa. La cosa che viene da dire è: se la povertà non la combatti, la marginalità non la previeni in qualche modo, se togli i fondi per i progetti utili alla vita di comunità per finanziare studentati privati, se non costruisci case popolari e quelle che hai le vendi subito, è normale che poi ci sia un problema di sicurezza. Ma sono loro che lo creano.

(da Fanpage)

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LA LIBIA SPARA ALLE ONG IN MARE E L’ITALIA AGGIUSTA LE SUE NAVI A DOMICILIO

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

LA SEA WATCH 5 DENUNCIA LE COLLUSIONI POLITICHE DEL GOVERNO: “RIPARA LE NAVI CHE SPARANO AI SOCCORRITORI”

Nei giorni scorsi una nave dell’organizzazione non governativa Sea-Watch era stata attaccata da due motovedette libiche durante un soccorso nel Mediterraneo. I miliziani libici hanno tentato di respingere i cooperanti verso le coste della Libia, prima che gli fosse assegnato il porto di Brindisi. A poche ore dall’arrivo in Italia, l’Ong ha rilanciato su X un post della marina militare italiana che, scrivono, “va ad aggiustare a domicilio i motori delle navi che sparano addosso a soccorritori e società civile europea nel Mediterraneo”.
La vicenda della Sea-Watch 5
In Italia sono circa le 10 di lunedì 11 maggio quando due motovedette libiche aprono il fuoco contro la Sea-Watch 5, nave dell’omonima Ong tedesca. I miliziani sparano una quindicina di colpi contro l’imbarcazione battente bandiera tedesca nel tentativo di respingerla illegalmente verso la Libia. A bordo ci sono circa 90 migranti provenienti dal Bangladesh, tra cui 18 minorenni, soccorsi dai cooperanti in acque internazionali.
Gli uomini al comando delle due motovedette hanno minacciato l’abbordaggio della Sea-Watch 5 se la nave non si fosse diretta verso Tripoli. I cooperanti, però, erano stati autorizzati dalle autorità tedesche a proseguire verso nord per mettersi in salvo. Una volta ripresa la navigazione, le autorità italiane hanno assegnato il porto di Brindisi per lo sbarco.
Secondo quanto riferito dagli operatori di Sea-Watch, una delle imbarcazioni utilizzate nell’attacco era stata donata dall’Italia alla Libia nel 2023 e in precedenza apparteneva alla Guardia di finanza italiana. La cessione rientra negli accordi tra Roma e Tripoli, attraverso cui l’Italia fornisce mezzi alle autorità libiche per le operazioni di intercettazione e respingimento nel Mediterraneo. L’imbarcazione in questione è la Ras Jadir che, sempre secondo le ricostruzioni dell’Ong, in passato sarebbe già stata coinvolta in episodi di violenza in mare.
La marina militare italiana ripara le navi libiche
Sono sempre le 10 ma di venerdì 15 maggio quando la Sea-Watch 5, dopo quattro giorni di navigazione, attracca a Brindisi con a bordo 166 persone soccorse in acque internazionali. Nelle ore precedenti all’arrivo, l’Ong rilancia su X un post della marina militare italiana in cui si legge di una delegazione delle forze armate giunta alla base navale di Abu Sittah per “un intervento di manutenzione su un motore fuoribordo della Libyan Navy”. La Marina italiana svolge inoltre “corsi antincendio e antifalla a favore del personale militare della nazione ospitante, rafforzando interoperabilità e supporto alle autorità navali locali, per la stabilità del Mediterraneo centrale”.
Sea-Watch denuncia l’operato dei militari italiani, accusando la Marina di andare “ad aggiustare a domicilio i motori delle navi che sparano addosso a soccorritori e società civile europea nel Mediterraneo”. Le parole dell’Ong si aggiungono alle dichiarazioni già rilasciate a Fanpage.it, in cui i cooperanti sottolineavano che l’Italia, vista la presenza di connazionali a bordo della nave attaccata, si sarebbe dovuta attivare per tutelarli.
(da Fanpage)

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AAA LAVORATORI CERCASI. LE AZIENDE ITALIANE FANNO SEMPRE PIÙ FATICA A TROVARE DIPENDENTI TECNICI E MANUALI E QUALIFICATI. IL PROBLEMA È CHE QUASI UNO STUDENTE SU DUE SCARTA A PRIORI QUESTI MESTIERI

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

NON SOLO SONO MOLTO RICHIESTI E SPESSO BEN PAGATI, MA SONO ANCHE I LAVORI MENO “RIMPIAZZABILI” DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE… I PROFILI PIÙ “INTROVABILI” SONO OPERAI EDILI, MANUTENTORI INDUSTRIALI, ELETTRICISTI, SALDATORI

Cercasi idraulici (e non solo) disperatamente: non è un problema solo della casalinga di Voghera ma anche delle grandi aziende. Anche quest’anno la lista degli ‘introvabili’ sul mercato del lavoro, ovvero di quelle figure professionali di difficile reperimento, è infatti colma di profili tecnico-pratici.
Lo conferma l’edizione 2026 dell’Osservatorio tematico realizzato dal Centro Nazionale Orientamento di Elis, ente di formazione e consorzio di aziende, che in questa duplice veste gode di un punto di vista privilegiato, riunendo intorno a sé oltre 130 soggetti, tra grandi Gruppi, Pmi, Università e Centri di ricerca, concentrati soprattutto nei settori digitale, energia, grandi opere, finanza e trasporti.
Sono proprio le stesse aziende a constatare che trovare addetti come autisti di mezzi pubblici, manutentori, impiantisti elettrici e idraulici, saldatori sia attualmente una missione spesso complicatissima. Rispetto all’edizione 2025, sembra invece che la carestia di camerieri, addetti al retail, tecnici per impianti fotovoltaici e fibra ottica stia, nel frattempo, gradualmente rientrando, consentendo a questi mestieri di uscire dalla top 10 dei più introvabili (per le aziende).
Sono dati che, in ogni caso, non stupiscono, visto che lo stesso Cno, sempre insieme a Skuola.net, solo qualche settimana fa aveva confermato un trend noto da tempo: quasi uno studente delle superiori su due (il 48,9%) scarta a prescindere l’idea di svolgere un mestiere tecnico-pratico, un dato peraltro in aumento di quasi il 20% rispetto allo scorso anno.
Ma quali sono queste famose professioni per cui le aziende faticano a trovare candidati? Ecco la classifica elaborata da Elis, in ordine di vacancy, ovvero la quantità di posti mancanti stimati:
1. Operaio edile (inclusi carpentieri, escavatoristi, ecc.). La medaglia d’oro degli introvabili va a chi materialmente costruisce le nostre città e tiene in piedi le nostre case. Senza gli operatori del cantiere, i grandi progetti infrastrutturali rischiano di restare bloccati sulla carta.
2. Manutentore industriale. Le fabbriche italiane, in alcuni settori vero e proprio fiore all’occhiello nel mondo, hanno costantemente bisogno di mani esperte per evitare il fermo macchine. Eppure, la carenza di questi profili tecnici, chiamati a riparare e supervisionare le linee di produzione sul lungo periodo, potrebbe presto mettere in seria difficoltà l’intero comparto manifatturiero
3. Impiantista elettrico/elettricista. Dalle abitazioni private ai grandi capannoni industriali, l’energia deve scorrere in totale sicurezza. Peccato che gli esperti che installano, aggiornano e riparano questi impianti complessi siano diventati una vera e propria rarità sul mercato del lavoro.
4. Saldatore. L’unione di componenti metalliche richiede precisione assoluta e competenze non indifferenti. Se i robot hanno imparato a farlo benissimo in fabbrica su oggetti di dimensioni contenute, ci sono settori in cui questo è letteralmente impossibile: cantieri marittimi, edilizia e grande industria. Anche in un Paese altamente tecnologico come gli Stati Uniti ha fatto scalpore la storia di una scuola professionale per saldatori che, al primo impiego, assicura ai suoi diplomati uno stipendio uguale, o persino superiore, a quello di un laureato al college.
5. Meccanico specializzato. Riparare veicoli o macchinari complessi non è più ‘solo’ un lavoro manuale, ma un’attività che fonde meccanica e alta tecnologia, in campo elettrico ed elettronico. In una parola: meccatronica. Le aziende del settore
automotive e dell’industria di precisione sono alla continua ricerca di queste figure. Che, purtroppo, sono altrettanto costantemente scarse in termini numerici.
6. Impiantista idraulico. Quando si parla di idraulica, oggi, non ci si riferisce più solo alla riparazione di tubature domestiche. Spesso, infatti, si tratta di dover gestire complessi sistemi termoidraulici, vitali per la transizione ecologica e l’efficientamento energetico degli edifici e delle aziende. Un settore, dunque, in fortissima espansione che però denuncia un vuoto di decine di migliaia di addetti qualificati.
7. Tecnico di automazione.I robot e le linee automatizzate dominano l’Industria 4.0, ma per controllarli servono esseri umani preparatissimi. Questo specialista ibrido, che si muove con disinvoltura tra informatica, elettronica e meccanica, è attualmente tra i più contesi dai ‘cacciatori di teste’.
8. Programmatore Cnc. Tradurre un disegno al computer in istruzioni digitali per un macchinario di altissima precisione: è questo il ruolo essenziale dei programmatori a controllo numerico (Cnc). Un mestiere che unisce sapientemente intelligenza digitale e cuore manifatturiero. Peccato che sia ancora molto snobbato dai più giovani, che invece potrebbero avere una predisposizione naturale per svolgerlo.
9. Tecnico di laboratorio controllo qualità. Il ‘Made in Italy’ si basa sull’eccellenza, e sono proprio questi specialisti a certificarla. Senza professionisti attenti ai dettagli, che testano e garantiscono gli standard qualitativi delle produzioni, le filiere rischiano di subire pericolose battute d’arresto. Il problema è che sul mercato ce ne sono molti meno di quanti ne servirebbero.
10. Autista di mezzi pubblici. La mobilità sostenibile (non solo dal punto di vista ecologico) nelle nostre città dipende, anche e soprattutto, dagli addetti al trasporto pubblico: conducenti di autobus, tram e metro. Una professione che è sempre a contatto con i cittadini e fondamentale per la vita urbana, ma che fatica enormemente a trovare un adeguato ricambio generazionale. Ormai da anni. E attenzione, la guida autonoma in contesti complessi e imprevedibili come le nostre città è ancora al di là da venire.
Quelle appena descritte sono figure professionali che mancano non solo in alcuni specifici contesti. Si tratta di carenze sistemiche e strutturali. L’analisi di Cno e
Skuola.net mette, infatti, insieme il fabbisogno espresso dalle 103 imprese del Consorzio Elis e da altre aziende partner dell’organizzazione, incrociandolo con i dati di alcune grandi agenzie del lavoro che aderiscono al Consorzio, tra cui Gi Group, Manpower, Orienta, Randstad, Umana.
A questi si aggiungono le statistiche fornite dalla Piattaforma Siisl del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e i risultati degli studi periodici di Unioncamere e Confcommercio. Si tratta, quindi, di una rosa di opportunità di lavoro che non sono legate a mode passeggere o comparti specifici ma che, anzi, garantiscono una certa longevità. Al contrario di alcune professioni teorico-culturali, che restano le preferite dei giovani ma che saranno profondamente ‘toccate’, in termini di fabbisogni occupazionali, dalla diffusione dell’AI.
“Le proiezioni di Anthropic, tra i big dell’Intelligenza Artificiale, prevedono un impatto estremamente ridotto dell’IA soprattutto sui mestieri tecnici, che sono peraltro estremamente richiesti dal mercato – osserva Pietro Cum, amministratore delegato Elis –. Un motivo in più per riscoprire queste professioni, considerate troppo spesso una scelta di ripiego, quando invece sono indispensabili al Paese e di grande soddisfazione, anche economica, per chi le svolge”.
(da agenzie)

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IL CASO DEI 1.700 LAVORATORI DI ELECTROLUX LICENZIATI È L’ENNESIMO FALLIMENTO DEL MINISTRO DEL MADE IN ITALY

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

IN QUASI QUATTRO ANNI DI GOVERNO, URSO NON È STATO IN GRADO DI RISOLVERE NESSUNA DELLE GRANDI CRISI INDUSTRIALI, DALL’ILVA ALL’AUTOMOTIVE

Chiusa una crisi, per Giorgia Meloni rischia di aprirsene un’altra. Stavolta legata al ministro delle Imprese guidato da Adolfo Urso. La premier è riuscita, non senza fatica, ad archiviate le pulizie di primavera avviate dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Ma la doccia fredda è arrivata dal piano industriale di Electrolux che ha intenzione di tagliare 1.700 posti di lavoro in tutta Italia e chiudere direttamente lo stabilimento di Cerreto d’Esi in provincia di Ancona.
L’intervento del governo per il momento è limitato alla convocazione di un tavolo da parte di Urso per il prossimo 25 maggio e l’avvio della «ricognizione sulle
misure in favore dell’azienda» annunciata dalla sottosegretaria alle Imprese, Mara Bizzotto.
La situazione rischia però di esplodere: a fronte dell’inattività di Urso e della sua performance decisamente dimenticabile nel gestire le ultime crisi industriali, opposizioni e sindacati hanno chiesto che il dossier passi nelle mani della presidente del Consiglio. Pd, M5s e Avs hanno sollecitato, contestualmente, un’informativa urgente del ministro e di Meloni alla Camera.
Anche perché un’alternativa tangibile attualmente non c’è e il governo rischia di doversi sobbarcare anche la cassa integrazione per i lavoratori. Per non parlare del danno d’immagine: eccezion fatta per quello di Forlì, gli impianti produttivi di Electrolux su cui ricadranno i tagli sono collocati tutti in regioni attualmente governate dalla destra. E i prossimi 24 e 25 maggio è in programma il primo turno di una serie di elezioni amministrative.
A livello nazionale, invece, il tavolo dell’elettrodomestico, che correva parallelo a quello dell’automotive, è scomparso. «Il ministro l’ha convocato una sola volta, c’è stata una passerella ma poi è finito tutto in un nulla di fatto», dice Ferdinando Uliano, segretario generale Fim Cisl.
Per il sindacalista si sono persi di vista i temi strutturali: costi energetici, ma anche spese per i materiali, logistica, dazi e così via. «Ora c’è lo sconto sulle accise, che però a questo punto sembra più che altro metadone. Bisogna intervenire sul Patto di stabilità, spingere per nuovo debito europeo “buono”» dice Uliano. Anche perché l’unico fondo disponibile per i cambiamenti necessari era il Fondo auto. «E Urso l’ha tagliato».
Il timore ora è che, in un contesto in cui la sovrapproduzione dell’Asia consente un feroce dumping dei prezzi, si vada incontro a un impoverimento complessivo. «Il caso Beko non ha insegnato nulla sull’elettrodomestico: non ha senso tappare le falle se non c’è una politica industriale», continua Uliano.
E all’orizzonte inizia a stagliarsi uno scenario Ilva: rinvii continui, convocazioni attese ma mai arrivate e «un ministro che parla più con i giornali che con noi».
Un bilancio magrissimo, quello di Urso, che si avvia ad arrivare alla scadenza di legislatura con praticamente nessun successo a bilancio.
Tradotto: la pazienza dei sindacati è finita. E, soprattutto, l’apertura di credito unitaria che Fiom, Cisl Fim e Uilm avevano fatto al governo sulla gestione delle crisi finisce qui.
(da Domani)

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