Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI È FURIOSO E IL TESORIERE DEL PARTITO, ALBERTO DI RUBBA, HA PREPARATO LA LETTERA IN CUI AVVERTE LA CINQUANTINA DI MOROSI: O PAGATE O SIETE FUORI… MOLTI NON PAGANO PERCHÉ SANNO GIÀ CHE NON SARANNO RICANDIDATI ALLE PROSSIME ELEZIONI
Se non ti ricordi di pagare il partito, quella è la porta. Suonerà più o meno così la lettera
che il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba – eletto parlamentare da poco più di un mese dopo le Suppletive in Veneto al posto di Alberto Stefani – invierà nei prossimi giorni ai parlamentari “morosi”, cioè coloro che non sono in regola con i pagamenti mensili al partito.
Una quota considerevole – 2.800 euro tra donazioni liberali e rimborsi per l’attività politica – che ogni 30 giorni deputati e senatori leghisti devono versare ai gruppi parlamentari di Camera e Senato.
Ma che quasi un parlamentare leghista su due, si spiega ai vertici del Carroccio, non paga regolarmente ogni mese: una cinquantina sui 100 totali.
Così giovedì scorso è stato proprio il leader Matteo Salvini ad aprire la riunione coi suoi parlamentari con una minaccia precisa sui pagamenti: dovete pagare, presto vi arriverà la lettera del partito e chi non lo fa rischia l’espulsione dal gruppo parlamentare, è stato l’avviso del segretario della Lega prima di affrontare i temi della situazione internazionale, della legge elettorale (“va fatta, non siamo come Forza Italia che vuole il pareggio”, ha detto Salvini) e delle prossime elezioni politiche del 2027.
Non solo: il segretario della Lega si è anche lamentato perché da alcuni territori non sono arrivati militanti e pullman alla manifestazione dei Patriots di Milano del 18
aprile scorso. In particolare, Salvini si rivolgeva indirettamente al partito in Veneto che non si sarebbe impegnato abbastanza.
La minaccia contro i “morosi” sta creando scompiglio e malumori nel partito. La vicenda dei parlamentari è antica visto che la quota da 2.800 al mese è la più alta rispetto a tutti gli altri partiti e i deputati e senatori se ne lamentano da tempo (mille euro quella di Fratelli d’Italia, per fare solo un esempio).
Tra coloro che non pagano ci sono quelli che si sono candidati come spirito di servizio al Parlamento europeo nel 2024 e che hanno versato quote importanti – anche fino a 30 mila euro – per una campagna elettorale che non li avrebbe portati comunque a Bruxelles ma era finalizzata solo ad aumentare le preferenze, e quindi il consenso, della Lega. Questi hanno fatto un accordo coi vertici per evitare i pagamenti mensili.
Ma nel partito ci sono anche coloro che non versano i soldi per una scelta politica: diversi parlamentari hanno deciso di non pagare più il partito perché sanno che non saranno rieletti nella prossima legislatura e che il loro mandato va verso la fine
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
MA QUESTI CRIMINALI LO SANNO CHE STANNO PARLANDO DI ESSERI UMANI?
“Mio figlio vuole che risparmi una parte del Libano così che lui possa distruggerla in seguito. Gli ho detto di non preoccuparsi, ce ne sarà abbastanza per tutti”
Ad affermarlo è stato il ministro della Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, durante un’intervista trasmessa dal network Canale 7, nella quale ha rivelato le parole del figlio, Benya Smotrich, rimasto ferito nel sud del Libano all’inizio del conflitto tra Israele ed Hezbollah.
Smotrich si è inoltre detto convinto che “la guerra in corso si concluderà con un cambiamento dei confini per Israele.
(da agenzie)
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Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
“IL NOSTRO CONSIGLIO È DI ATTENERSI A MISURE TEMPORANEE E MIRATE” … PESA L’OPPOSIZIONE DEI PAESI FRUGALI DEL NORD EUROPA, COME L’OLANDA: “NON PUÒ ESSERE CHE OGNI VOLTA CHE C’È UNO SHOCK LA RISPOSTA SIA CHIEDERE PIÙ DEBITO E PIÙ FLESSIBILITÀ”
Rassegnato al fatto che la strada per l’attivazione della clausola di salvaguardia generale
che sospende il Patto di Stabilità è totalmente sbarrata e consapevole che
l’ipotesi di ottenere una clausola nazionale ad hoc per le spese energetiche è nettamente in salita, Giancarlo Giorgetti ha portato al tavolo dell’Eurogruppo la proposta per una terza via: estendere il campo d’applicazione della clausola di salvaguardia per le spese militari, allargandolo anche alle misure per affrontare la crisi energetica.
Ma si è subito scontrato contro il muro della Commissione e degli altri governi. «Diversi Stati membri hanno espresso opinioni differenti – ha ammesso al termine dell’incontro il commissario Valdis Dombrovskis –. Per il momento il nostro consiglio è di attenersi a misure temporanee e mirate e di utilizzare le flessibilità già esistenti all’interno del Patto di Stabilità, tornando poi verso una posizione in linea con gli obiettivi concordati».
Giorgetti aveva iniziato il suo intervento ribadendo ancora una volta la necessità di una sospensione generale del Patto, ma prendendo atto delle difficoltà politiche: «Se non si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa».
Il problema è che non c’è consenso nemmeno per questa seconda ipotesi, per questo il ministro ha giocato una nuova carta: «Un’altra opzione sarebbe quella di estendere l’applicazione della clausola di salvaguardia nazionale ai fini della Difesa alla crisi iraniana per quanto riguarda le conseguenze negative sul settore energetico».
In sostanza, il governo italiano ha chiesto a Bruxelles di non creare uno strumento nuovo, ma di inserire le spese per la crisi energetica tra quelle che possono essere scontate sotto il cappello della clausola per la Difesa.
Per le spese militari si possono ottenere margini di flessibilità fino all’1,5% del Pil l’anno per i prossimi tre anni. Teoricamente, la soluzione metterebbe a disposizione dell’Italia quasi 100 miliardi di extra-deficit da qui al 2028 che potrebbero essere scorporati, anche se le cifre reali sono ovviamente più contenute: il Tesoro aveva previsto di stanziare 3,5 miliardi di spese militari aggiuntive quest’anno, altrettanti il prossimo e 5 miliardi nel 2028 in caso di attivazione della clausola, che ancora non è stata richiesta
Le proposte di Giorgetti nascono da un’esigenza ben precisa: l’attivazione coordinata della clausola nazionale per l’energia o l’estensione di quella per la Difesa alla crisi attuale permetterebbero all’Italia di non agire da sola, ma di farlo in coordinamento con gli altri Paesi per mettersi così al riparo da eventuali ripercussioni dei mercati.
Ma il rifiuto è stato piuttosto netto. «Non può essere che ogni volta che c’è uno shock la risposta sia chiedere più debito e più flessibilità» ha avvertito il ministro olandese Eelco Heinen. «I livelli di debito sono già elevati – ha aggiunto – e fare ancora più debito non è la soluzione». Anche il collega belga, Vincent Van Peteghem, ha sottolineato la necessità di misure «limitate nel tempo e progettate in modo da non avere un impatto sui bilanci pubblici».
«Tutta l’Europa sta facendo vedere il peggio di sé nei tempi di reazione verso il mondo» si è sfogato Emanuele Orsini, presidente di Confindustria.
Giorgetti è poi tornato alla carica sulla tassa sugli extraprofitti per le società energetiche da introdurre «a livello Ue». Ma – come ha ammesso il suo collega tedesco, Lars Klingbeil, che sostiene l’iniziativa – «al momento non c’è una maggioranza a favore».
(da agenzie)
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Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA VERA NOTIZIA BOMBA È CHE LA NOTIZIA ESCA DAGLI STESSI 007 CHE DOVREBBERO LAVORARE SOTTOTRACCIA PER SMANTELLARE IL REGIME IRANIANO, SEGNO CHE A OSTACOLARE LA STRATEGIA DI TRUMP CI SONO ANCHE MOLTI NEMICI INTERNI
Secondo le valutazioni dell’intelligence statunitense, il tempo necessario all’Iran per costruire un’arma nucleare non è cambiato dall’estate scorsa, quando gli analisti stimavano che un attacco congiunto tra Stati Uniti e Israele avrebbe allungato i suoi tempi fino a un anno.
Lo scrive Reuters online citando tre fonti a conoscenza della questione. Le valutazioni sul programma nucleare di Teheran rimangono sostanzialmente invariate anche dopo due mesi di guerra, iniziata dal presidente statunitense Donald Trump in parte per impedire alla Repubblica Islamica di sviluppare una bomba atomica.
Gli ultimi attacchi statunitensi e israeliani, iniziati il 28 febbraio, si sono concentrati su obiettivi militari convenzionali, ma Israele ha colpito anche diverse importanti infrastrutture nucleari.
La tempistica invariata – scrive ancora Reuters – suggerisce che per ostacolare significativamente il programma nucleare di Teheran potrebbe essere necessario distruggere o rimuovere le rimanenti scorte di uranio altamente arricchito dell’Iran.
(da agenzie)
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Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
“FORSE PIANTEDOSI SI RIFERIVA AI CANALI GOVERNATIVI, LA VERITA’ E’ CHE “FOOF FOR GAZA” NON ESISTE E I NOSTRI AIUTI DA 7 MESI SONO BLOCCATI DA ISRAELE SENZA CHE IL GOVERNO ITALIANO ABBIA MOSSO UN DITO”
L’illusione di una normalità diplomatica nei soccorsi a Gaza si infrange contro il muro di
container stipati tra i magazzini di Genova e i depositi polverosi della Giordania. S
ono oltre 240 tonnellate di aiuti umanitari destinati alla Striscia, un tesoro di solidarietà civile dal valore di 800mila euro, che Music for Peace tenta disperatamente di far arrivare a destinazione da mesi.
Ma mentre il Ministro degli Esteri Antonio Tajani lucida il brand di “Food for Gaza”, e dal governo si levano nuovi attacchi frontali alla solidarietà dal basso, la realtà raccontata a Fanpage.it dal presidente dell’associazione Stefano Rebora è quella di un “fallimento sistemico”.
Un iter che doveva risolversi “in poche telefonate”, secondo le promesse fatte dalla stessa Giorgia Meloni appena lo scorso settembre, per sbloccare i carichi diretti alla popolazione palestinese, “è diventato un calvario burocratico lungo sette mesi”.
Il paradosso degli aiuti “irrisori”
Proprio su questo nervo scoperto si è innestato l’ultimo affondo politico del Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Dal palco della libreria Rizzoli a Milano, il titolare del Viminale ha liquidato la seconda missione della Global Sumud Flotilla definendo i suoi carichi “irrisori” rispetto a “quelli messi in campo dal governo italiano”.
Un’affermazione che stride con i numeri del campo, che ignora la natura stessa della missione civile (le attiviste e gli attivisti della Flotilla hanno infatti sempre rivendicato il valore simbolico e politico della missione, nata non per sostituirsi alle agenzie umanitarie, ma per rompere l’assedio fisico e morale e denunciarne
l’isolamento attraverso la disobbedienza civile) e che soprattutto sembra non rispondere ancora ad alcune domande: com’è possibile che il Governo definisca irrisoria la solidarietà dal basso quando le sue stesse 2.400 tonnellate dichiarate coprono appena un sesto del fabbisogno di un singolo giorno nella Striscia?
E poi, perché l’esecutivo non ha ancora chiarito se e in che misura l’Italia stia sottostando alle brutali linee guida imposte da Tel Aviv? E ancora: come si conciliano, eventualmente, gli aiuti ufficiali con le restrizioni di Israele, che rischiano di trasformare ogni spedizione in un simulacro di aiuto?
Per rispondere a questi interrogativi occorre guardare dentro quel labirinto di veti che trasforma il diritto al cibo in uno strumento di pressione militare.
Le linee guida dell’orrore: niente zucchero e niente felpe per i bimbi di Gaza
Fanpage.it lo ha documentato mesi fa: le condizioni dettate da Israele prevedono l’esclusione sistematica di alimenti ad alto valore energetico per donne e bambini come miele, biscotti e marmellata, nonostante la FAO li consideri vitali nei contesti di carestia e denutrizione. Viene indicato per iscritto che è “auspicabile che donne e bambini non ricevano troppo sostegno energetico”. Ma Israele non si limita a vietare: apre i pacchi, rimuove i prodotti “non conformi” e costringe i donatori a pagare il pedaggio per lo smaltimento degli alimenti scartati, trattati alla stregua di rifiuti. Alle restrizioni alimentari si è aggiunta recentemente una nuova indicazione, tanto assurda quanto crudele: il divieto assoluto di inserire felpe per bambini nei pacchi umanitari.
Questi aiuti, nati da una raccolta partita mesi fa a Genova proprio su appello di Music for Peace e del Calp (il collettivo autonomo dei lavoratori portuali), sono oggi intrappolati in un incubo logistico tra la Giordania e i valichi. Un labirinto fatto di documenti cambiati all’ultimo e pre-clearance ritirate, aggravato dal fatto che Israele mantiene il controllo totale sugli unici varchi d’accesso, gestendone l’apertura a intermittenza per limitare il flusso vitale al minimo indispensabile.
Stefano Rebora su questo è categorico: il progetto della Farnesina è un’architettura vuota: “Food for Gaza, così come svelato da Tajani mesi fa, non esiste”, dichiara ancora a Fanpage.it, sottolineando come l’organizzazione segua un iter sistematicamente bloccato da regole a cui nessuno ha avuto la forza di opporsi
Music for Peace aveva il suo campo base nella Chiesa di Gaza, il cuore logistico da cui partivano le distribuzioni capillari. Quella chiesa sarebbe oggi il destinatario naturale del materiale, “se solo lo Stato italiano facesse valere il peso della propria diplomazia”. Invece, il silenzio istituzionale accompagna l’agonia di carichi pronti ma destinati al macero.
Il silenzio della diplomazia
Al disinteresse operativo dei canali ufficiali si affianca, ancora una volta, una strategia comunicativa che sembra voler sanzionare non solo il carico delle navi, ma la legittimità stessa del dissenso umanitario. È in questo clima che, sempre dal palco della Rizzoli, il Presidente del Senato Ignazio La Russa ha definito la missione della Flotilla un’operazione strumentale: “Se poi hai la fortuna di essere fermato e dire che sei stato torturato, è il massimo che puoi aspettarti”. Parole che “segnano un punto di non ritorno”, spiega Valentina Gallo di Music for Peace. Il cinismo istituzionale deve fare infatti i conti con la realtà documentata. Mentre una parte della politica liquida la vicenda parlando di semplici “malmenamenti”, minimizzando violazioni illegali che, in altri contesti, richiederebbero passi diplomatici urgenti, per Thiago Ávila e Saif Abukeshek la realtà ha le pareti di cemento del centro di detenzione di Shikma. Oggi il tribunale di Ashkelon ha concesso una proroga della detenzione di altri sei giorni. Significa, nei fatti, altri sei giorni di torture. I due attivisti restano così immersi in un protocollo di annientamento che punta a frantumare la resistenza psicologica prima ancora che fisica: isolamento totale, celle mantenute a temperature polari e luci ad alta intensità accese 24 ore su 24 per cancellare ogni percezione del tempo e impedire il sonno. Un trattamento che si consuma tra interrogatori estenuanti sotto minaccia di morte, confermando che il confine tra fermo di polizia e violazione sistematica dei diritti umani è stato deliberatamente cancellato.
“Non funziona così uno Stato”, ribatte Valentina Gallo, ricordando che liquidare queste violazioni significa abdicare al ruolo di Stato di diritto. È d’altronde necessario ricordare che le carceri israeliane, nel 2026, non sono zone d’ombra su cui è possibile fingere di non sapere. Sono luoghi di sopraffazione ampiamente
documentati da inchieste internazionali e testimonianze dirette, dove torture psicologiche e trattamenti inumani sono prassi sistemica.
La geografia della sparizione
Nel frattempo, sullo sfondo di questo scontro tra retorica e realtà, la geografia di Gaza continua a venire riscritta. Analisi recenti e rilievi sul campo rivelano infatti che la “linea arancione” dell’occupazione militare israeliana copre ormai i due terzi della Striscia, restringendo lo spazio vitale fino all’osso. Ciò che resta è una gabbia sempre più piccola, dove la sopravvivenza di milioni di persone è schiacciata in un perimetro di pochi chilometri quadrati. In questo scenario di annientamento progressivo, anche le critiche del Board of Peace, che ha bollato la missione della Flotilla come “attivismo performativo”, appaiono pericolosamente fuori strada. Parole scollegate dalla realtà di un genocidio che continua a consumarsi sotto gli occhi di tutti.
(da Fanpage)
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Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL SISTEMA COSTRUITO DAI SOVRANISTI STA ENTRANDO IN UNA FASE DI STRESS MAI VISTA
C’è un retroscena che rimbalza da giorni nei corridoi più ovattati di Palazzo Chigi. Un sussurro, per ora, ma sempre più insistente tra chi frequenta i piani alti dell’intelligence e i tavoli che contano davvero: il sistema costruito da Giorgia Meloni starebbe entrando in una fase di stress mai vista prima. Non tanto per l’opposizione – che pure, per la prima volta, mette il naso avanti nei sondaggi – quanto per una serie di “interferenze” esterne che avrebbero acceso più di una spia ross
Il punto non è solo il referendum perso, né la teoria dei dietrofront a raffica – da Beatrice Venezi a Giuseppina Di Foggia, passando per teste politiche cadute una dopo l’altra. Il punto, raccontano fonti qualificate, è che ogni mossa della premier sembra ormai produrre un contraccolpo immediato. Come se qualcuno, da fuori, stesse giocando in anticipo.
Nei briefing più riservati dell’intelligence si parla apertamente di un raffreddamento simultaneo su due assi decisivi: Washington e Tel Aviv. Il gelo con Donald Trump – culminato nello scontro verbale e nella gestione della crisi mediorientale – non sarebbe stato digerito in alcuni ambienti americani. E ancora meno a Israele, dopo lo stop al memorandum sulla Difesa. “Errori non casuali – sussurra chi monitora i flussi diplomatici -. Qualcuno ha iniziato a considerare Meloni meno affidabile”.
Da qui il sospetto, tutto politico ma alimentato da segnali concreti: le “manine” del cosiddetto Deep State – americano e israeliano – starebbero lavorando per indebolire la premier italiana. Non un complotto ma una pressione multilivello: mercati, media, frizioni interne amplificate ad arte.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il governo più longevo degli ultimi anni si scopre improvvisamente fragile. Ogni dossier è un campo minato: Eni, conti pubblici, riforme ferme, rapporti con Bruxelles. Persino il feeling costruito con Ursula von der Leyen rischia di incrinarsi, mentre la corsa a Parigi da Emmanuel Macron sa di mossa obbligata più che di scelta strategica.
Dentro Fratelli d’Italia, intanto, il clima è cambiato. Le dimissioni a catena – da Andrea Delmastro a Daniela Santanchè – non sono più viste come episodi isolati, ma come crepe di un sistema che scricchiola. Meloni, raccontano, resta lucida ma più isolata. Il cerchio magico si è ristretto, i margini di errore azzerati. E quella partita di sciangai evocata dopo il referendum non è più una metafora giornalistica: è la fotografia plastica di un potere che prova a reggersi togliendo bastoncini uno alla volta, sperando che la struttura non crolli.
Ma la vera domanda, nei palazzi che contano, è un’altra: quanto può durare un equilibrio quando le pressioni arrivano contemporaneamente dall’interno e dall’esterno? E soprattutto: chi sta davvero muovendo i fili?
(da lespresso.it)
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Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
D’ALTRONDE E’ NORMALE: I SOVRANISTI ODIANO QUELLI CHE HANNO ILLUMINATO BUGIE, CODARDIA, VIOLAZIONE DELLE LEGGI INTERNAZIONALI
Il presidente La Russa, seconda carica dello stato, ha lanciato una vera e propria fatwa
contro imbarcazioni ed equipaggi della Flotilla per Gaza. Invece di difendere chi è stato assalito in acque internazionali, minacciato, sequestrato, imprigionato, il presidente ha aggredito gli assaliti.
“Quante vite di bambini hanno salvato?”, ha chiesto nel suo orribile comizio. A differenza della signora Meloni non ha neppure fatto finta di prendere, sia pure ipocritamente, le distanze. Loro non possono e non vogliono prendere le distanze da Netanyahu, ma non perché ebreo, più semplicemente perché è uno dei capi della destra internazionale, uno che ha ospitato a casa sua i capi dei gruppi neonazisti. Questo li lega, non certo la lotta all’antisemitismo
Dal momento che La Russa vuole sapere quante vite abbiano salvato volontarie e volontari della Flotilla, sarà lecito chiedere quante vite abbia salvato la destra italiana assistendo in silenzio al genocidio, al massacro dei bambini, alla distruzione degli ospedali, alla cacciata di tante organizzazioni non governative anche italiane, alla chiusura dei valichi, al giornalisticidio sistematico?
Dove stavano La Russa e i suoi?
In realtà li odiano, perché con la loro azione civile e nonviolenta hanno illuminato bugie, codardia, violazione della legalità internazionale. Hanno fatto vedere al mondo intero che Netanyahu e i suoi alleati ritengono un pericolo anche chi porta una coperta, un bambolotto di pezza, una aspirina. Chi li ha brutalmente aggrediti ha svelato al mondo la vera natura di chi sta radendo al suolo Gaza, la Cisgiordania, il Libano.
(da il Fatto Quotidiano)
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Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE, HENNA VIRKKUNEN, CONFERMA L’INVIO DI UNA SECONDA LETTERA ALLA BIENNALE IN CUI SI CONDANNA LA DECISIONE DEL PRESIDENTE PIETRANGELO BUTTAFUOCO DI CONSENTIRE ALLA RUSSIA DI PARTECIPARE ALLA MOSTRA D’ARTE: “SE LA VIOLAZIONE DELLA SOVVENZIONE DI 2 MILIONI DI EURO SARA’ CONFERMATA, NON ESITEREMO A SOSPENDERE O REVOCARE IL FINANZIAMENTO, IL DENARO DEI CONTRIBUENTI EUROPEI DEVE SALVAGUARDARE I VALORI DEMOCRATICI”
“Posso confermare che abbiamo inviato una seconda lettera alla Biennale sulla base di ulteriori prove. E ritengo importante concentrarci sul messaggio principale: sono stata molto chiara nel condannare con forza la decisione della Biennale di consentire alla Russia di partecipare alla mostra d’arte.
La Biennale apre sabato. Ironia della sorte, sabato è la Giornata dell’Europa. E la Giornata dell’Europa dovrebbe essere un giorno per celebrare la pace, non un’occasione per la Russia di mettersi in mostra alla Biennale”. Lo ha dichiarato la vice presidente della Commissione europea Henna Virkkunen in un punto stampa a Bruxelles.
“Se la violazione della sovvenzione di due milioni di euro sarà confermata, non esiteremo a sospenderla o a revocarla, perché il denaro dei contribuenti europei dovrebbe salvaguardare i valori democratici e la diversità. E sappiamo che questi valori non sono rispettati nella Russia di oggi”, ha aggiunto Virkkunen.
Aperto oggi, con ingresso su invito, il Padiglione russo alla Biennale d’arte di Venezia. Performance musicali con suoni ancestrali e tanti fiori accolgono nel padiglione della discordia.
Al piano superiore il grande albero dell’evento “The Tree is Rooted in the Sky” (L’albero è radicato nel cielo) al centro della stanza e installazioni video con il paesaggio sonoro della Buriazia fra la neve, i cavalli, le montagne.
Tutti i sensi sono coinvolti, anche l’olfatto con il profumo dei fiori che si diffonde nelle stanze, ma l’evento che vuol essere una festa dopo sette anni di chiusura del Padiglione è un po’ disorientante.
Tra suoni di campane ed esibizioni alla chitarra si alterneranno per tutta la giornata gli artisti, nel complesso una trentina, e non tutti russi ma anche stranieri.
L’opening ufficiale su invito è previsto domani alle 17.00. La registrazione dell performance proseguirà fino all’8 maggio. Poi il padiglione verrà chiuso per tutta la durata della Biennale arte, fino al 22 novembre, e la performance potrà essere vista dal pubblico dall’esterno, su maxi schermi.
(da agenzie)
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Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile
MASSIMO FRANCO: “LE RECENTI LODI AMERICANE A SALVINI FANNO PARTE DELLA STRATEGIA AMERICANA PER DIVIDERE GLI ALLEATI. ALLA CASA BIANCA, DOPO I PROLUNGATI RICONOSCIMENTI DEL PASSATO A MELONI, RICAMBIATI, ADESSO PIACE SALVINI PERCHÉ È IL CRITICO PIÙ TETRAGONO DELL’UE E PERCHÉ È CONSIDERATO PIÙ DOCILE QUANDO SI CHIEDE ALL’UCRAINA UNA RESA”
Non si può dire che l’arrivo del segretario di Stato Usa, Marco Rubio, avvenga sotto i
migliori auspici. Gli insulti di Donald Trump a Leone XIV e a Giorgia Meloni sono un macigno difficile da rimuovere. E l’insistenza con la quale il presidente Usa minaccia di alzare i dazi contro le auto europee, e di ritirare i soldati americani della Nato aggiunge elementi di sconcerto.
Per Palazzo Chigi, l’incontro dell’8 maggio tra la premier e Rubio si presenta dunque come un’insidia e non solo come un’opportunità.
Ma è lo stesso per Rubio, chiamato a un’impervia missione di rassicurazione degli alleati. Le parole caute, guardinghe con le quali ieri Meloni ha commentato le minacce di Trump sulle truppe in Europa fotografano un imbarazzo palpabile. Dire «non condividerei» una decisione del genere e ricordare che «l’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni» nella Nato, è una linea difensiva.
E sembra tradire il timore che qualunque parola diversa potrebbe essere accolta oltre Atlantico come un ulteriore pretesto per colpire.
Visti i precedenti, reagire in maniera misurata è l’unica posizione ragionevole: anche se esprime una debolezza che è di tutta l’Ue. La spregiudicatezza con la quale Trump cerca di dividere gli alleati aggiunge elementi di tensione su uno sfondo già incerto
Le recenti lodi americane al vicepremier leghista Matteo Salvini sono un
frammento di questa strategia, se si può definire così. Alla Casa Bianca, dopo i prolungati riconoscimenti del passato a Meloni, ricambiati, adesso piace Salvini perché è il critico più tetragono dell’Unione europea; e perché viene considerato più docile quando si chiede all’Ucraina una resa, più che una tregua.
Ma per il governo è un problema ulteriore. In una situazione economica di stallo e con tensioni sociali latenti, scaricare la colpa sull’Ue è uno sport diffuso. E la tentazione di farlo, nel governo e tra le opposizioni, riprende vigore sotto la spinta di calcoli elettorali più o meno miopi.
L’offensiva contro i vincoli di spesa imposti dal Patto di stabilità continua. E vede Lega e FI su posizioni agli antipodi; e FdI, il partito della premier, incerto se assecondare o bloccare queste pulsioni.
Salvini scommette su un aggravamento dei dati economici. E vede l’occasione per spingere l’intera coalizione allo scontro frontale con l’Ue. Arruola lo stesso ministro leghista dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che finora ha tenuto in ordine i conti pubblici. Prezzi e inflazione sono «una questione di sopravvivenza», secondo il vicepremier.
Se Bruxelles si mette di traverso, «sono convinto che l’intero governo approverà la possibilità di spendere dei soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei». Suona come una sfida agli alleati, prima che all’Europa.
(da Corriere della Sera)
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