Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
PUR DI TENERE IL PUNTO HA CAMBIATO I CONNOTATI ALLA RASSEGNA. I PREMI LI DARÀ IL PUBBLICO A FINE MOSTRA. UNA SOLUZIONE CHE HA RICEVUTO L’INCONDIZIONATO PLAUSO DI UN IMPORTANTE AMATORE, MATTEO SALVINI. CHISSÀ CHE NON CI SCAPPI UN PREMIO DEL POPOLO PER UN ARTISTA DI NOVOSIBIRSK ,,, “BUTTAFUOCO POTRÀ RICEVERE LA DELEGAZIONE DI REGIME PER QUELLO CHE LUI STESSO HA DEFINITO UN ATTO DI ‘POLITICA ESTERA’
Pietrangelo Buttafuoco si è così affezionato all’idea di riaprire il padiglione russo da arrivare alla soluzione più radicale: lascia aperto il padiglione e chiude la Biennale. Pur di tenere il punto su una decisione che ha contrariato Commissione europea, Europarlamento, lo stesso governo italiano che lo ha insediato e i cittadini del mondo non abbonati a Russia today, il presidente della Biennale ha cambiato i connotati alla rassegna.
Si è dimessa la giuria internazionale, è saltata la cerimonia d’inaugurazione, sono stati aboliti i Leoni tradizionali. I premi li darà il pubblico a fine mostra.
Una soluzione che ha ricevuto ieri l’incondizionato plauso di un importante amatore, Matteo Salvini. Chissà che non ci scappi un premio del popolo per un artista di Novosibirsk.
Buttafuoco ha ignorato la resistenza attiva del ministro della Cultura Alessandro Giuli e l’opposizione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni […]. Buttafuoco potrà così ricevere la delegazione di regime in arrivo da Mosca per quello che lui stesso, annunciandolo, ha definito un atto di “politica estera”.
Lo è, in effetti, e a Mosca non ne sono meno consapevoli che a Bruxelles o Roma, come dimostra il fitto e imbarazzante carteggio con il quale Biennale e autorità russe hanno istruito la pratica per fare della Laguna il luogo del grande ritorno in società dell’arte gradita al Cremlino.
Buttafuoco ha già spiegato che la Biennale ospiterà un omaggio al filosofo russo dissidente Pavel Aleksandrovic Florenskij. Non dissidente di Putin, ci mancherebbe. Florenskij ha il grande merito di aver dissentito nei lontani anni Trenta del secolo scorso
Nel frattempo, in Russia è stato riabilitato ed è uno dei pensatori che l’accademia putiniana ha recuperato come padri del pensiero della Grande Russia. La Biennale di Buttafuoco risparmia su premi e giuria, mica sulla politica estera.
(da Repubblica)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
LA COPPIA E’ IN URUGUAY DA 10 GIORNI, MENTRE L’INTERPOL INDAGA SULLE FESTE CON ESCORT… LA PATOLOGIA GENETICA “OSTATIVA” DEI SERVIZI SOCIALI PER L’EX OLGETTINA
Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono in Uruguay. E sono lì da una decina di giorni.
Ovvero da poco prima che scoppiasse il caso della Grazia ricevuta dall’ex Olgettina. Intanto l’Interpol ha ricevuto dalla procura di Milano la delega a operare nel paese sudamericano. Per verificare la testimonianza sulle feste con escort nel ranch dell’imprenditore veneziano. E dopo che una ragazza americana le ha evocate in una (controversa e poi archiviata) denuncia contro il cugino di Cipriani, che però conteneva riferimenti anche a supposti contesti di prostituzione nell’entourage. Si indaga anche sui morti carbonizzati e sui ricoveri del bambino in Italia. E sulla coppia che voleva adottarlo e che l’ha avuto in affido per 2 anni. Una circostanza che potrebbe rivelarsi decisiva anche per la clemenza nei confronti di Minetti.
L’istanza di Minetti e la revoca
Perché questi accertamenti potrebbero ricostruire la vera storia di María de los Ángeles González Colinet ovvero la madre biologica del bambino. E, insieme, accertare la falsità di molte delle affermazioni contenute nell’istanza di grazia di Minetti. Cosa che potrebbe quindi portare alla revoca da parte del Quirinale. Il bambino ha una grave patologia genetica. E qui già c’è un punto in discussione. Nella richiesta di grazia i legali di Minetti dicevano che i genitori adottivi si erano «dapprima rivolti a medici di ospedali italiani, tra i quali il San Raffaele di Milano (in realtà il San Donato dello stesso gruppo, ndr) e l’ospedale di Padova, che avevano tuttavia sconsigliato di procedere con l’operazione alla luce della natura complessa».
La malattia del bimbo e il gran rifiuto degli ospedali
Ma tra 2020 e 2021 Minetti e Cipriani avevano ottenuto solo la preadozione. Che non ammetteva la possibilità di spostarsi all’estero con il bambino. Tanto che quando dopo i consulti a Cleveland, Boston e New York emerse la possibilità di farlo operare a Boston, l’istituto uruguaiano rilasciò a Minetti-Cipriani un apposito nulla osta provvisorio. C’è poi il racconto di una coppia che sostiene di aver voluto adottare il bambino. La Stampa oggi pubblica una foto dei due con il piccolo. Intanto in Uruguay si ragiona su un sistema iniziato negli Anni Cinquanta e che ha avuto un picco nei decenni successivi sulle adozioni illegali. Nelle quali c’è un modus operandi simile al caso Minetti. Perché spesso nei documenti risulta che la famiglia ha abbandonato il piccolo. Ma poi quando si parla con i genitori d’origine si scoprono sempre cose diverse.
La coppia che voleva adottare il bambino
Il Corriere ricorda che la coppia ha raccontato al programma tv Telenoche di averlo avuto per due anni. «Ci hanno detto che eravamo idonei», spiegano. Poi la comunicazione: il bimbo era stato affidato a un’altra famiglia straniera. Intanto, tre giorni dopo l’ufficialità della notizia della grazia a Minetti, il ministero dell’Interno dell’Uruguay il 14 aprile ha diffuso un avviso nazionale sulla scomparsa della 29enne madre dei piccolo. L’ultimo avvistamento risale a febbraio a Maldonado, lo stesso luogo in cui risiede la coppia. Lei ha a suo carico diversi precedenti penali, tra cui un omicidio del 2015. Per le leggi uruguaiane sarebbe stato impossibile per lei riottenere la custodia del figlio.
L’avvocata carbonizzata
Si cercherà di fare luce anche sul ritrovamento del corpo carbonizzato di Mercedes Neto, avvocata d’ufficio della madre del bimbo. Insieme al suo cadavere c’era quello di suo marito. Sono stati trovati il 15 giugno 2024 nella casa vacanze di Garzon in Uruguay. Il rogo sarebbe nato da una stufa difettosa. Ma l’indagine aperta è per duplice omicidio. «Come sempre, le autorità competenti risponderanno formalmente alle richieste provenienti dall’Italia, secondo la tradizione democratica del nostro Paese», dichiarano fonti del governo dell’Uruguay interpellate dall’ANSA.
Cosa non torna nell’istanza
Intanto Thomas Mackinson sul Fatto Quotidiano mette insieme cosa non torna già oggi nell’istanza di adozione. Nella quale si sostiene che il bambino sia stato abbandonato alla nascita. Ma proprio i documenti del Tribunale di Maldonado certificano che il minore non era un trovatello. È stato collocato in un istituto come extrema ratio per massimo 45 giorni chiedendo espressamente il «riavvicinamento con la madre biologica» che era totalmente indigente. L’adozione ha richiesto una complessa causa civile, durata tre anni, chiusa con sentenza nel febbraio 2023 con la perdita forzata della patria potestà. Mentre nell’unica nota stampa inviata da Minetti ai giornali si sosteneva che la coppia non avesse fatto causa per avere l’affido del bimbo.
Il cambio di vita di Minetti
Nell’istanza si parla poi di un cambio di vita radicale di Minetti, all’origine della richiesta di grazia. Ma in realtà non ci sono stati controlli sulla condotta successiva alla condanna. E lei è stata avvistata nei locali a Ibiza e in Uruguay, in situazioni che, secondo alcuni testimoni, ricordano dinamiche passate e che sono tuttora oggetto di verifica. Mentre negli Epstein Files sono emersi i contatti di Cipriani con il pedofilo Jeffrey. Significative anche le segnalazioni sul volontariato fatto da Minetti, con relative smentite degli enti. La sentenza di adozione non menziona in alcun modo il passato giudiziario di Minetti, elementi che di norma precludono l’adozione.
La salute del bambino
C’è poi n referto dell’aprile 2025 di Boston che segnalerebbe una «forte preoccupazione per una possibile recidiva», rendendo i servizi sociali un impedimento alla cura del minore. Ma un controllo successivo della medesima clinica (dicembre 2025, a istanza già depositata) smentisce l’urgenza: i risultati sono definiti “rassicuranti”, non ci sono peggioramenti e i medici confermano che non servono altri interventi chirurgici, ma solo normali visite ogni sei mesi.
(da Open)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
MELONI: “BASTA SPOCCHIA” E GIULI REPLICA: “NON SONO L’UNICO AD AVERLA”
Una lite in Cdm in occasione dell’approvazione del Piano Casa. Con protagonisti i ministri Matteo Salvini e Alessandro Giuli. E la premier Giorgia Meloni a far da paciere. Con i richiami alla «spocchia» all’indirizzo del responsabile della cultura e la sua risposta sui fasci littori da tutelare. A raccontarla oggi i retroscena di Corriere, Repubblica e Stampa. Tutto parte dal decreto approntato dal governo Meloni: «Io così non lo voto», dice Giuli. Che è arrabbiato per un codicillo inserito
dalla Lega che velocizzava le procedure nei centri storici aggirando le soprintendenze, che fanno capo al Mic.
«Io di questa norma non sono stato nemmeno avvisato, ma come si fa? Io così non posso approvare il piano», dice Giuli. Salvini risponde: «Caro Alessandro, sulle sovrintendenze sai bene come la penso: le raderei al suolo. Liberty? Qui dobbiamo intervenire a Quarto Oggiaro…». «Allora, Matteo, adesso scendiamo insieme in conferenza stampa e lo spieghi tu davanti alle telecamere», replica Giuli. Che poi cita in sua difesa «l’articolo 9 della Carta». Quello che tutela il paesaggio.
«Quindi se proseguite, non c’è problema: io voto no, mi alzo e me ne vado». A quel punto interviene la premier: «Ragazzi, avete scocciato. Basta con certa spocchia». Giuli controbatte: «Spocchia? Non sono l’unico ad averla». Alla fine Francesco Lollobrigida dice che il provvedimento è troppo importante per approvarlo con un voto contrario. E nel Cdm quel passaggio sulle sovrintendenze viene accantonato. Anche se la Lega giura che ricomparirà nel testo finale.
«Anche i fasci littori da tutelare»
La discussione però prosegue. E Giuli tiene iil punto: «Il patrimonio va tutelato! Tutto. Anche i fasci littori devono restare al loro posto». Salvini viene descritto da uno dei presenti come «sul punto di esplodere», addirittura come convinto sostenitore della necessità di «radere al suolo» le sovrintendenze. «Scendiamo assieme a spiegarlo in conferenza stampa», è la replica di Giuli. Alla fine è Alfredo Mantovano a trovare la soluzione tecnica. Ma Salvini rimane furioso. «Ricordiamoci di piazza Bologna» dice Giuli, dove il restauro di alcuni palazzi è “costato” la rimozione dell’effigi mussoliniane. A viale XXI Aprile, ad esempio, i fasci littori sono scomparsi su diverse facciate. «Devono restare al loro posto» vuole invece assicurarsi il ministro.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
FDI 26,2%, PD 22,3%, M5S 14,3%, FORZA ITALIA 9%, AVS 6,7%, LEGA 5,8%
I sondaggi di Ipsos illustrati da Nando Pagnoncelli oggi sul Corriere della Sera dicono
che il Campo Largo è per la prima volta sopra il centrodestra nelle rilevazioni sulle intenzioni di voto. Mentre Futuro Nazionale di Roberto Vannacci è al 4,1%, un punto in più rispetto al mese scorso, con voti presi a Lega e Fratelli d’Italia. Oggi il Carroccio è ai minimi storici: 5,8%, con una perdita di un ulteriore
0,5%. Anche Fratelli d’Italia lascia sul campo lo 0,5% su marzo collocandosi oggi al 26,2%, il risultato più basso dalle elezioni europee. Forza Italia perde anch’essa lo 0,5% ma si colloca al 9%, uno dei livelli più alti degli ultimi due anni.
L’opposizione
L’opposizione invece è stabile. Il Partito Democratico è al 22,3%, di pochi decimali sopra al risultato del mese scorso, il Movimento 5 Stelle è praticamente invariato rispetto a marzo collocandosi al 14,3%, mentre Avs recupera la piccola perdita del mese scorso e torna al 6,7%, lo stesso dato ottenuto alle scorse europee. +Europa è all’1,3% e Italia Viva al 2%. Azione, fuori dalle alleanze, si colloca al 3,1%, anch’essa stabile.
Le coalizioni
Con questi risultati il centrodestra nel suo insieme (FdI, FI, Lega, Noi moderati e Futuro nazionale) assommerebbe complessivamente al 46,1%. Il campo largo o progressista che dir si voglia (Pd, M5S, Avs, + Europa e Italia Viva) arriverebbe al 46,6%. Per la prima volta, da quando Vannacci ha fondato la sua nuova forza politica, il centrosinistra supera il centrodestra.
(da Corriere della Sera)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
E’ SOLO UN’OPERAZIONE DI FACCIATA, NESSUNA SVOLTA NORMATIVA
Il decreto Lavoro del governo Meloni si presenta come una risposta al problema del lavoro povero, ma è solo un’operazione di facciata. Dietro la formula del “salario giusto” c’è solo retorica e nessuna svolta normativa. Ci sono incentivi e bonus già esistenti che vengono prorogati e ora condizionati a una formula incerta quale il “salario giusto” che rischia addirittura di ridurre quegli incentivi e renderne meno oggettiva l’applicazione, più arbitraria e selettiva. Del resto, ai lavoratori di quei bonus non va un centesimo perché si tratta di esoneri per le imprese.
Esiste una direttiva europea sui salari minimi, esiste l’art 36 della Costituzione che ha una portata più forte della retorica del “salario giusto”, ed esiste la contrattazione collettiva, ma si continua a non affrontare il nodo centrale: l’assenza di una tutela salariale minima legale e indicizzata all’inflazione contro il lavoro povero, realmente efficace per permettere una vita dignitosa a tutti i lavoratori. La strategia dell’esecutivo punta apparentemente a valorizzare i contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi” (Cpr). Ma senza un criterio certo per
stabilire quali siano davvero questi contratti e senza una soglia salariale chiara, il rischio è che la risposta al lavoro povero resti solo sulla carta. In un mercato del lavoro frammentato, con incertezza nell’identificare i datori di lavoro rappresentativi oltre che i sindacati dei lavoratori, con perimetri incerti tra i diversi settori, tra industria, artigianato, forme cooperative, e segnato da contratti pirata, part-time involontario, lavoro a termine e precarietà, affidarsi soltanto alla contrattazione collettiva significa lasciare irrisolto il problema della povertà lavorativa.
Infatti, il punto più delicato riguarda proprio il rapporto tra il decreto e l’articolo 36 della Costituzione. Il governo sembra voler blindare per legge i minimi contrattuali dei Cpr, ma la giurisprudenza della Cassazione e le diverse sentenze dei tribunali nel 2023 hanno chiarito che nessun contratto collettivo può impedire al giudice di verificare se la retribuzione sia davvero sufficiente e proporzionata. In altre parole, il decreto non può cancellare il controllo giudiziario sulla dignità della paga, anche se per legge si chiama “salario giusto”. Ad esempio, ‘giusto’ non era il Ccnl della Vigilanza con salario a 5 euro che il Tribunale di Milano ha disapplicato, pur essendo Cpr.
A rendere ancora più debole l’impianto del provvedimento è la scelta di sostituire il salario minimo con il concetto di “trattamento economico complessivo”. È una formula più opaca, che mescola paga base, indennità, premi e altre voci accessorie, senza garantire una soglia chiara e comprensibile di retribuzione oraria. C’è bisogno di una scelta molto più coraggiosa ed efficace: fissare un vero limite alla povertà salariale, non lasciando spazio a interpretazioni e aggiramenti. La realtà economica italiana rende questa cautela ancora meno giustificabile. Secondo i dati Ocse, l’Italia è l’unica grande economia avanzata in cui i redditi da lavoro non hanno tenuto il passo dell’inflazione post-Covid: a inizio 2025, il potere d’acquisto dei salari reali risultava ancora inferiore dell’8% rispetto al 2021, in un contesto di lungo periodo già drammatico caratterizzato dalla peggiore dinamica salariale tra le economie avanzate negli ultimi 30 anni. E secondo l’Ocse, il salario minimo, che esiste in quasi tutti i paesi dell’Ue, ha protetto i lavoratori a salario più basso
dall’inflazione. Il confronto europeo è impietoso. Restare l’unico grande paese Ue privo di un salario minimo legale non è un segno di autonomia sindacale, ma di debolezza di un sistema che, senza tutele minime, si presta a un dumping salariale diffuso.
L’Italia continua a rinviare una decisione strutturale, nascondendosi dietro la retorica della contrattazione collettiva. Ma senza una legge sulla rappresentanza, senza controlli efficaci e senza minimi certi, la contrattazione da sola non basta a proteggere i lavoratori più deboli. Il governo preferisce quindi puntare su bonus temporanei, proroghe di incentivi e formule linguistiche rassicuranti. Ma il problema non si risolve con un lessico nuovo: servono scelte chiare. Una legge sulla rappresentanza, un salario minimo legale indicizzato all’inflazione e il contrasto ai contratti pirata sarebbero stati strumenti più coerenti per affrontare davvero il lavoro povero.
La direttiva Ue sui salari minimi adeguati chiede proprio di rafforzare la protezione dei lavoratori e la qualità della contrattazione, non di sostituire tutele concrete con formule generiche. Questo decreto cerca di chiudere la partita del salario minimo senza risolvere la povertà di chi lavora, sperando che la propaganda basti a coprire l’assenza di una visione economica.
Pasquale Tridico
(da ilfattoquotidiano)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
60.000 ABITAZIONI DA RISTRUTTURARE, IL RESTO LO FA UN FONDO CDP-EMIRATI IN 10 ANNI… DOPO DUE ANNI DI PROMESSE, LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPOLINO
L’obiettivo-slogan lo ribadisce Giorgia Meloni nella conferenza stampa al termine del
Consiglio dei ministri: “Centomila nuovi alloggi in dieci anni”. In realtà, di certo, diciamo così, ci sono 60mila vecchie “case popolari” – non nuovi alloggi, ma ristrutturazioni di abitazioni oggi inagibili – il resto è affidato a un po’ di recupero del patrimonio pubblico e agli affari immobiliari privati incentivati dallo Stato in cambio di una quota da affittare o da vendere a prezzi un po’ inferiori a quelli di mercato, opportunamente declinati negli inglesismi oggi di moda: Social Housing (fasce in difficoltà moderata), il più lucroso Affordable Housing (ceto medio vero) etc. La cornice legislativa si completa con le solite semplificazioni per i passaggi urbanistici, commissari straordinario e (ma coi tempi lunghi di un disegno di legge) sfratti più veloci.
Eccolo il “Piano casa” che il governo annuncia da un paio d’anni e approvato ieri in Cdm con un decreto non ancora chiuso, che ieri ha fatto già litigare due ministri. Matteo Salvini voleva escludere le Sovrintendenze sui vincoli urbanistici, specie nei centri storici, fermato dal titolare dei Beni culturali, Alessandro Giuli (“è incostituzionale”). Per ora niente pieni poteri al ministero del leghista, ma i poteri degli enti potrebbero essere limitati, sulla falsariga di quanto fatto nel Pnrr per gli studentati.
Breve premessa. L’Italia non vede un grande piano di edilizia residenziale pubblica dagli anni 60 e infatti è l’unica categoria di alloggi che scarseggia: è sotto la media Ocse – il 6% del patrimonio abitativo, contro oltre il 10% – e vede circa 750mila alloggi costruiti, di cui 650mila assegnati e il resto inagibile per mancanza di manutenzione od occupato abusivamente.
In questo scenario si inserisce il “piano” di Meloni&Salvini, in sostanza una goccia nel mare, che conta su “tre pilastri”. Il primo prevede di ristrutturare 60mila alloggi Epr e riassegnarli “in tutte le Regioni”, spiega Salvini, che però cita solo i “17mila nella mia Lombardia”. Il ministro delle Infrastrutture promette: “Saranno pronti in un anno”. Una quota andrà anche a nuovi alloggi, non quantificati. Qui ci sono 1,7 miliardi a disposizione, di cui uno dalle leggi di Bilancio, ai quali si potrebbero aggiungere “oltre 4 miliardi”, dice Meloni, oggi inseriti nei programmi di “rigenerazione urbana” dei comuni, da assegnare con decreti di Palazzo Chigi (e qui toccherà al commissario).
Il secondo pilastro, il più fumoso, prevede di accorpare tutte le risorse dei piani di “housing sociale”, soprattutto recupero di immobili pubblici, in un fondo gestito da Invimit, la società immobiliare del ministero dell’Economia. A disposizione ci sono “solo” 100 milioni per far partire il fondo, il resto arriverebbe dai Fondi di coesione se Bruxelles darà l’ok (“fino a 3,6 miliardi”, spiega il ministro degli Affari Ue, Tommaso Foti).
Infine c’è il terzo pilastro, l’affare per i privati. Funzionerà così: lo Stato nomina un commissario che concede una corsia preferenziale per investimenti oltre il miliardo, a patto che il 70% degli alloggi venga venduto o affittato con uno sconto del 33% rispetto al mercato. Chi lo farà? Qui la forma è bizzarra perché Palazzo Chigi sta mettendo in piedi un fondo immobiliare con la pubblica Cassa depositi e prestiti e il fondo sovrano degli Emirati arabi, Mubadala Investment. Si parte con 1 miliardo, Cdp mette 420 milioni, ma della partita faranno parte anche Poste e le casse di previdenza invitate dal governo, azionista della prima e vigilante delle seconde. Problema: il fondo sarà lussemburghese e affidato a una società privata di manager fuorusciti da Hines Italia, colosso attivo in grandi speculazioni immobiliari a Milano e Roma, con in testa l’ex responsabile Mario Abbadessa.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
L’ESTREMISTA SI SENTE VIVO SOLO NELLO SCONTRO FRONTALE
Anni fa vidi un documentario illuminante, “Keep Quiet”. Storia (vera) di un leader neonazista ungherese dei nostri tempi, Csanád Szegedi, che scopre di avere origini ebraiche. Per lui, antisemita, è un colpo inaccettabile. Ne rimane stordito. Ma per superarlo e rialzarsi non trova altra maniera che trasformarsi in ebreo ortodosso.
Tutto quello che sta nel mezzo deve sembrargli mediocre: ha un’indole così animosa che solo una identità “forte” può dargli requie. Non esiste sfumatura di grigio che possa imprimersi nella sua retina. O bianco, o nero. Non esiste identità “mista”, composita, ibrida (come quella della maggioranza degli umani) che basti a placare il suo disperato bisogno di sentirsi “puro”, interamente definibile solo se porta impressa in fronte una etichetta precisa, inequivocabile
Ripenso a Szegedi ogni volta che un fanatico si prende la scena — rubandola agli altri. Penso che la condizione determinante non sia dovuta alla sua uniforme (in quale milizia politica o religiosa si sia arruolato) ma al suo essere fanatico. Penso che tra il tizio (o i tizi) che usano la Brigata Ebraica come un tram per inneggiare a Netanyahu nel cuore di un corteo che celebra la liberazione e la cacciata degli invasori; e il tizio (o i tizi) che gli urlano “sei solo una saponetta mancata”, non ci sia una grande differenza. Sono lo stesso tizio, gli stessi tizi.
Il fanatico è un tipo umano (quasi sempre maschio, il testosterone ha un suo ruolo politico) che si sente vivo solo nello scontro frontale. Non è vero che ci sono gli “opposti estremismi”. L’estremismo è uno solo.
(da Repubblica)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
LA FORZA NON INCLUDERÀ GLI STATI UNITI. MA IL CANADA STA CONSIDERANDO LA POSSIBILITÀ DI ADERIRE, COSÌ COME ALTRI PAESI ALLEATI … IL COMANDANTE DELLA ROYAL NAVY BRITANNICA, SIR GWYN JENKINS: “LA ‘JEF’ SARÀ PRONTA COMBATTERE IMMEDIATAMENTE, SE NECESSARIO, CON CAPACITÀ REALI, REALI PIANI DI GUERRA, INTEGRAZIONE REALE”
Una forza navale unificata per esercitare deterrenza contro la Russia “al confine del mare
aperto” al nord. A farne parte la Gran Bretagna e altri nove Paesi europei: Olanda, i cinque Nordici e i tre Baltici. Il comandante della Royal Navy, Sir Gwyn Jenkins, ha reso nota la firma di una dichiarazione di intenti, la scorsa settimana, per la creazione della Joint Expeditionary Force (Jef), una “forza marittima multinazionale” che agisca come “complemento alla Nato”
Malgrado la crisi del canale di Hormuz, “la Russia rimane la minaccia più grave per la nostra sicurezza”, ha aggiunto il ‘first sea lord’, ricordando che il numero di incursioni della Russia in acque britanniche è balzata di quasi un terzo negli ultimi due anni. La forza non includerà gli Stati Uniti. Ma il Canada sta considerando la possibilità di aderire, così come altri Paesi alleati
La Gran Bretagna, ha aggiunto Jenkins, “ha un confine aperto marittimo con la Russia a nord”. Il comando della Jef sarà basato, se necessario, a Northwood, a nord ovest di Londra. Sarà pronta a “combattere immediatamente, se necessario, con capacità reali, reali piani di guerra, integrazione reale”
(da Adnkronos)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
LA REPUTAZIONE DELL’EX MOGLIE DI FEDEZ È RISALITA A UN DATO DI 68 SU 100 (MA PRIMA DELLA CRISI ERA A 88). IL FATTO CLAMOROSO È CHE LA CRISI NON HA DISTRUTTO LA BASE DI PUBBLICO, E CHE, DOPO UN PERIODO DI “PURGATORIO” I CONTRATTI SONO TORNATI. MENTRE L’ATTENZIONE E IL COSIDDETTO ENGAGEMENT NON SONO MAI VENUTI MENO
La reputazione non scompare: si riduce, si misura, si ricostruisce. Quella di Chiara Ferragni oggi vale 68 su 100. Il dato, elaborato dalla startup specializzata in intelligenza artificiale Cogit AI per Forbes Italia, segna una risalita di 46 punti rispetto al minimo di giugno 2024 (22/100), ma resta ancora distante dall’apice pre-crisi di 88/100, registrato a fine 2022. In mezzo, una delle crisi reputazionali più rapide e profonde degli ultimi anni nel panorama europeo.
Il punto di rottura è noto: dicembre 2023, sanzione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato per il caso Balocco ‘Pink Christmas’. Da lì, una contrazione immediata e simultanea su più fronti.
L’indice reputazionale perse 66 punti in meno di sei mesi. I ricavi della holding Tbs Crew passarono da 17,6 milioni di euro nel 2023 a 1,3 milioni nel 2024. Partnership con brand globali come Safilo, Pantene, Coca-Cola e Pigna furono sospese.
A distanza di 30 mesi, il quadro è cambiato, anche se non è completamente ricostruito. Il proscioglimento del Tribunale di Milano a gennaio ha ristabilito il perimetro legale (oggi la dimensione più solida, con uno score di 85/100), mentre il ritorno progressivo nel circuito del lusso ha segnato un riavvicinamento dell’industria.
Il valore di 68/100 non è una media lineare, ma il risultato di una matrice a sei dimensioni sviluppata da Cogit AI: credibilità (25%), presenza digitale (20%), valore commerciale (20%), posizionamento media (15%), resilienza (10%) e contesto legale (10%).
Il dato più rilevante non è tanto il punteggio complessivo, quanto la sua composizione. Il contesto legale (85) e la resilienza (80) sono gli asset più solidi. Il posizionamento media (75) e la presenza digitale (72) mostrano una stabilizzazione.
Il valore commerciale si ferma a 60, riflettendo un recupero ancora incompleto dei ricavi e delle partnership.
Ma è la credibilità a restare il nodo centrale: 55 su 100, con il peso più alto (25%). È qui che si misura la distanza tra visibilità e fiducia. La community non è scomparsa — i social continuano a generare interazioni e prossimità — ma il capitale reputazionale non è ancora tornato ai livelli pre-crisi.
Uno degli elementi non proprio intuitivi del caso Ferragni è che la crisi non ha coinciso con un crollo dell’attenzione. Le piattaforme social hanno continuato a registrare engagement, commenti e partecipazione. Non per assoluzione, ma perché i social premiano la continuità, non necessariamente la reputazione.
Su TikTok, ad esempio, uno degli asset chiave per la proiezione futura, Ferragni conta oggi circa 6,5 milioni di follower, con un engagement rate del 4,5%. È su questa piattaforma che si gioca una parte della crescita prevista da Cogit AI, che stima un indice tra 75 e 78 entro aprile 2027, condizionato anche dalla tenuta delle nuove collaborazioni con Guess, Prada e Fendi.
A questo si aggiunge un elemento nuovo: la generative engine optimization (geo), ovvero l’ottimizzazione della narrazione restituita dai modelli di intelligenza artificiale. Non solo seo tradizionale, ma gestione attiva delle fonti, dei contenuti e dei segnali che alimentano le risposte di sistemi come Google o ChatGPT.
In altre parole, non si tratta più solo di convincere il pubblico, ma di influenzare l’infrastruttura che racconta il pubblico.
Il caso Ferragni è oggi un benchmark per il crisis management nell’era IA per tre motivi: la crisi non ha distrutto la base di pubblico, la ripresa non è passata dalla sovraesposizione e la narrazione è stata progressivamente riscritta anche a livello algoritmico. Resta, però, un limite strutturale. La credibilità, una volta compromessa, segue tempi diversi rispetto alla visibilità o al business. È un indicatore lento, cumulativo, difficile da accelerare. E, nel modello Cogit AI, è anche quello che pesa di più.
Il risultato è una reputazione ‘in consolidamento’, ma ancora esposta. Un nuovo shock sulla fiducia avrebbe un impatto sproporzionato sull’indice complessivo. Per questo, più che una storia di recupero, quella di Ferragni è oggi una storia di equilibrio: tra ciò che è stato ricostruito e ciò che resta da riconquistare.
(da Forbes)
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