Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA SOLITA STRUMENTAIZZAZIONE DEI FATTI DI MODENA, EVIDENTEMENTE IL CASO DI ROGEREDO NON HA INSEGNATO NULLA
Da vocabolario, uno sciacallo è una persona che approfitta delle disgrazie altrui per il proprio tornaconto. Forse però, in una prossima edizione dei dizionari di lingua italiana, basterebbe scrivere “Matteo Salvini” accanto a questa definizione, per rendere l’idea.
Perché davvero, non c’è nessun politico in Italia, forse in Europa, capace di gettarsi su qualsiasi tragedia per racimolare un po’ di visibilità e qualche like sui social network, o per portare acqua al mulino delle sue idee politiche razziste e discriminatorie.
Lo fa da sempre, dal tempo degli attentati dell’Isis nelle città europee, chiamando allo scontro di civiltà col mondo islamico, e da allora abbiamo sindaci musulmani a Londra e New York, molto più progressisti e liberali e Occidentali di lui. L’ha fatto, di recente, di fronte a uno spacciatore ucciso nei pressi della stazione di Rogoredo, a Milano, difendendo “senza se e senza ma” il poliziotto che gli aveva sparato, salvo poi scoprire che era un ricattatore che aveva inscenato una “legittima difesa” che non era mai esistita, mettendo una pistola scacciacani accanto al cadavere di una persona uccisa a sangue freddo.
L’ha fatto di nuovo ieri pomeriggio, quando un uomo ha investito otto persone a Modena, falciandole con la sua auto a tutta velocità e ferendone quattro in modo molto grave e accoltellando un passante che voleva fermarlo. E l’ha fatto solamente perché ha letto da qualche parte che l’uomo che le ha investite era un giovane di origine nordafricana: Salim El Koudri.
Tanto è bastato, al vice presidente del consiglio del nostro Paese, per lanciarsi in un’intemerata senza capo ne coda contro l’integrazione delle seconde generazioni, lo ius soli e le cittadinanze facili. Perché, dice Salvini, “certe persone non sono assolutamente integrabili”.
Caro Salvini, verrebbe da dire: certe persone chi? Quelle nate a Seriate, in provincia di Bergamo? Laureate in economia? Che faticano a trovare lavoro, nonostante siano nate e cresciute in Italia, solamente perché hanno un cognome straniero? Quelle che devono fare i conti con problemi psicologici cui il nostro sistema sanitario fatica a far fronte?
Perché Salim El Koudri, dietro il nome “nordafricano”, era questo.Non un migrante arrivato l’altro ieri col barcone. Non un maranza col coltello in tasca. Non un giovane di periferia che non studia e non lavora. Non, per farla breve, uno dei cliché da demagogia leghista da un tanto al chilo, buoni per creare nemici alla bisogna e decreti sicurezza in tutta risposta.
Però tutto questo, allo sciacallo, non interessa. Bastano quattro like, un lancio d’agenzia, e un po’ di polarizzazione attorno alle sue parole, per atteggiarsi a cucciolone, per fare la vittima del Paese in cui “non si può dire nulla”, per dar del buonista a chi prova a raccontare la verità, dell’ideologico a chi prova a essere fattuale al posto suo, per seminare odio e riprendersi qualche voto che il generale Vannacci gli sta portando via, in una gara a chi la spara più becera e razzista.
E pazienza se da domani migliaia di ragazze e ragazzi italiani che hanno una storia di migrazione alle spalle – loro o i loro genitori – si sentiranno colpevoli di un crimine che non hanno commesso, solo in ragione delle loro origini e del loro nome.
Pazienza se si sentiranno ancora più stranieri a casa loro, solo perché un ragazzo con problemi psichiatrici che non c’entra nulla con loro, si è macchiato di un gesto orribile e senza sens
Pazienza se da domani sarà ancora più difficile, per loro, per emanciparsi dai luoghi comuni di cui sono vittima, in un Paese di cui sono il futuro, e che non li merita.
E pazienza se a tutte le parole in libertà spese per andare contro a chiunque abbia un nome straniero si sommano i silenzi di quanto ad uccidere gli stranieri, in nome delle loro ossessioni razziali e securitarie, sono militanti leghisti come Luca Traini o assessori leghisti come Massimo Adriatici. O quando una banda di quindicenni italiani uccide un bracciante straniero come Bakari Sako, a Taranto, per futili motivi.
Pazienza, perché lo sciacallo Salvini aveva bisogno di visibilità, e tanto basta per passare sopra a tutto.
Anche alla decenza.
Anche alla pietà.
(da Fanpage)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHÉ NESSUNO HA SEGUITO IL SUO PERCORSO? NON AVEVA LEGAMI CON IL MONDO DELL’ISLAMISMO: LAUREATO IN ECONOMIA, CERCAVA LAVORO ED ERA UN TIPO SOLITARIO
«Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua
araba». È la frase che Salim El Koudri ha scelto per la sua short bio di Instagram e che oggi, dopo i fatti di Modena, appare come un frammento inquieto, un tentativo di spiegare una difficoltà rimasta sospesa nel tempo.
Dietro queste parole c’è Salim, 31 anni, laureato in Economia, nato a marzo del 1995, l’uomo che ieri pomeriggio, alla guida di una Citroën C3 lanciata ad alta velocità, ha travolto diversi pedoni nel centro di Modena, seminando il panico tra le vie dello shopping cittadino.
Nato in provincia di Bergamo, a Seriate, da famiglia di origine marocchina, El Koudri è cresciuto nel Modenese, dove ha sempre vissuto. Abitava a Ravarino, comune della pianura a nord-est della città, e fino a ieri il suo nome non era mai comparso negli archivi delle forze dell’ordine.
Nessun precedente, nessuna segnalazione, nessun profilo criminale noto agli investigatori che ora stanno cercando di ricostruire le ore precedenti all’investimento e, soprattutto, il contesto personale e psicologico in cui sarebbe maturato il gesto.
La perquisizione nella sua abitazione e gli accertamenti svolti dalla Digos non avrebbe fatto emergere elementi riconducibili a radicalizzazioni religiose o a contatti con organizzazioni eversive. Gli investigatori, al contrario, starebbero concentrando l’attenzione su una possibile condizione di instabilità psichica.
La sua situazione clinica è in fase di ricostruzione con il supporto dei servizi territoriali dell’Ausl di Modena: nel 2022, ha riferito la prefetta di Modena Fabrizia Triolo, era stato «attenzionato dal centro di salute mentale per disturbi schizoidi», poi se ne sono perse le tracce.
Pochi elementi sulle sue pagine social. Foto per nulla sopra le righe, didascalie semplici, selfie. E quelle parole scritte sui social- il desiderio di comprendere gli esseri umani come si comprendono le regole di una lingua – oggi assumono il tono malinconico di una distanza mai colmata.
(da La Stampa)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA SOLITA BECERA POLEMICA SU UNA SCUOLA DEL VICENTINO… NOI SIAMO PER PORTARE I RAZZISTI IN LIBIA SU UN BARCONE, COSI’ POI CHIAMANO LA GUARDIA COSTIERA LIBICA PER SALVARLI
Un’esperienza educativa pensata per far riflettere i bambini sul tema delle migrazioni si è trasformata in un caso politico nazionale. Al centro delle polemiche c’è il progetto che nei giorni scorsi ha coinvolto due classi quinte della scuola primaria “Arpalice Cuman Pertile” di Marostica, nel Vicentino, accompagnate a Trieste per conoscere da vicino la realtà dei migranti nella rotta balcanica. L’iniziativa, organizzata nell’ambito dell’educazione civica insieme ad alcune associazioni della zona, prevedeva anche un’attività svolta in classe: i bambini, bendati e a piedi scalzi, hanno affrontato piccoli ostacoli e camminato sui sassi per provare a comprendere le difficoltà affrontate dai migranti durante il viaggio lung
la Balkan Route. Gli alunni si sono poi recati a Trieste, in piazza Libertà, dove hanno distribuito pasti caldi ai migranti arrivati in città dopo giorni di cammino.
Lo scontro politico dopo il video sui social
L’iniziativa ha immediatamente acceso lo scontro politico. La prima ad attaccare è stata l’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint, ex sindaca di Monfalcone, che ha parlato di «lavaggio del cervello in classe» accusando la scuola di aver fatto simulare ai bambini «la rotta balcanica camminando a piedi scalzi sui sassi». Cisint – citata dal Corriere della Sera – ha annunciato un’interrogazione al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Critiche anche da Fratelli d’Italia. L’europarlamentare vicentina Elena Donazzan ha denunciato il rischio di utilizzare gli studenti «per veicolare messaggi ideologici», contestando il fatto che i bambini siano stati invitati a immedesimarsi «in clandestini costretti a sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine». Secondo Donazzan, iniziative di questo tipo rischierebbero di trasformare «la scuola in uno spazio di propaganda politica».
Il Pd sostiene il progetto
Il centrosinistra difende l’iniziativa. Giovanni Manildo, già candidato alle Regionali e portavoce dell’opposizione in Consiglio regionale, parla di «strumentalizzazioni politiche di cattivo gusto» contro «un’esperienza che invita gli studenti a mettersi nei panni di chi soffre». Anche Chiara Luisetto, consigliera regionale del Pd definisce il progetto «un’iniziativa educativa di alto valore civico», accusando la destra di aver alimentato «una campagna social indegna contro bambini e insegnanti».
L’interrogazione al ministro Valditara
Nel frattempo un’interrogazione parlamentare è stata depositata anche dal deputato e vicecoordinatore veneto di Fratelli d’Italia Silvio Giovine insieme alla collega Nicole Matteoni. Nel testo si chiede di chiarire quali attività siano state svolte durante la gita, con quali autorizzazioni e quale sia stato il ruolo delle associazioni coinvolte. «La scuola deve formare cittadini liberi e consapevoli, non esporre i bambini a messaggi politicamente orientati», sostiene Giovine. Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente del Friuli Venezia Giulia, il leghista Massimiliano Fedriga, che ha definito l’iniziativa «una scelta particolare», aggiungendo che
«troppo spesso l’illegalità viene coperta da associazioni che di questa illegalità vivono».
La scuola: «Tutto autorizzato e condiviso con le famiglie»
Dopo le polemiche, il dirigente scolastico dell’istituto di Marostica ha inviato una relazione all’Ufficio scolastico regionale spiegando che il progetto si è svolto seguendo tutte le procedure previste. L’iniziativa, viene precisato, era stata discussa in consiglio di classe, approvata dal collegio docenti e condivisa preventivamente con le famiglie degli alunni coinvolti. La scuola sottolinea inoltre che «nessun bambino sarebbe stato obbligato a entrare direttamente in contatto con i migranti: chi non se la sentiva avrebbe potuto limitarsi ad assistere alle attività». Anche diversi genitori difendono il progetto educativo. Le famiglie confermano di aver ricevuto il programma dettagliato della gita e spiegano che era stata organizzata persino una raccolta fondi per acquistare calze da donare ai profughi. «Ci è sembrata un’iniziativa lodevole, non avremmo mai immaginato che potesse scatenare un simile putiferio», conclude un genitore.
(da Dagoreport)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA STORIA E’ PIENA DI PICCOLI PARTITI DIVENTATI DECISIVI GRAZIE ALL’ASSENZA DI UNA MAGGIORANZA CHIARA
C’è un animale politico che si aggira da anni nei corridoi della Seconda Repubblica. Non è
il vincitore, non è lo sconfitto, non è nemmeno il centrista nostalgico che sogna di rifare la Dc con il pongo. È il pareggista. Quello che non punta a stravincere le elezioni ma a impedire che le vincano gli altri. Perché sa che, quando
nessuno ha i numeri, anche un piccolo drappello può diventare decisivo. E il re dei pareggisti, oggi, è Carlo Calenda.
Bisogna ammettere che nel panorama politico italiano è una figura piuttosto anomala. Mentre tutti cercano disperatamente una tribù dove accasarsi, lui continua a dire di no. Non vuole stare con Elly Schlein perché nel campo largo c’è Giuseppe Conte, e Calenda considera i cinquestelle una calamità naturale. Ma non vuole nemmeno entrare nel recinto del centrodestra, dove vede muoversi Matteo Salvini che per lui è la quinta colonna di Putin. Su questo punto, peraltro, Calenda rivendica una coerenza che pochi possono contestargli. Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, il leader di Azione è stato uno dei pochissimi politici italiani a difendere senza esitazioni il sostegno militare a Kiev e la necessità di costruire una difesa europea credibile. Lo ha fatto nei talk show, duellando con chiunque. Lo ha fatto nelle università, dove la parola “europeista” è stata usata dai suoi contestatori come un insulto borghese. Lo ha fatto anche quando conveniva molto di più inseguire gli umori pacifisti di una parte dell’opinione pubblica. E in un Paese dove molti leader cambiano posizione sulla politica estera con la velocità di un aggiornamento meteo, questa ostinazione ha qualcosa di rispettabile.
Il problema è che la politica non premia sempre la coerenza. Anzi, spesso la punisce. Azione continua infatti a navigare attorno al tre e mezzo per cento. Troppo poco per vincere, troppo poco persino per pensare di guidare un’alleanza, ma forse abbastanza per diventare decisivi se le prossime elezioni dovessero finire in bilico. Ed è qui che entra in gioco il vero progetto politico di Calenda. Perché il leader di Azione non sta cercando una vittoria classica. Sta aspettando un pareggio. Non è un’idea così stravagante come sembra. La storia italiana è piena di piccoli partiti diventati decisivi proprio grazie all’assenza di una maggioranza chiara. Naturalmente il sistema elettorale è costruito proprio per evitare questo scenario. I collegi uninominali aiutano chi arriva primo e tendono a produrre maggioranze anche quando il consenso reale del vincitore resta sotto il cinquanta per cento. Se poi passasse la riforma elettorale del centrodestra, chi arriva primo otterrebbe un consistente premio in seggi. Ma la politica italiana è un laboratorio dove gli imprevisti diventano spesso la regola. Basta poco perché la macchina si inceppi
Una fuga di voti verso Roberto Vannacci. Una riforma elettorale che salta. I collegi uninominali che vengono distribuiti tra i due schieramenti neutralizzando il premio del maggioritario. O addirittura il paradosso di una maggioranza diversa tra Camera e Senato. Ecco il momento che Calenda aspetta. Il momento in cui chi oggi viene considerato marginale potrebbe ritrovarsi improvvisamente al centro della scena. Naturalmente c’è anche l’ipotesi opposta: che uno dei due poli vinca nettamente e renda inutile ogni mediazione. In quel caso la scommessa del leader di Azione sarebbe perduta. Ma nulla, oggi, gli impedisce di sperare in un pareggio.
(da lespresso.it)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
NON LASCIATEVI INGANNARE DALLA PROPAGANDA DI REGIME CHE PARLA DI “STABILITA’
Ieri sera a In Altre Parole (La7), il Professor Gustavo Zagrebelsky ha letteralmente squarciato il velo di ipocrisia di questo esecutivo, mentre l’appello “Torniamo alla Costituzione” ha incassato la firma storica di ben 140 costituzionalisti contro una forzatura inaccettabile.
Ecco i punti che smontano l’accrocco della maggioranza e interpellano la nostra coscienza civile:
Zagrebelsky ha impartito una lezione magistrale: “Governabile” è un aggettivo passivo, come bevibile o audibile., Significa che il corpo sociale, i cittadini e la realtà reale devono semplicemente “essere governati”, subendo il potere dall’alto.
Questa non è democrazia! Nella parola governabilità si nasconde il veleno dell’autocrazia dei partiti che vogliono trasformare il popolo in un pubblico passivo, riducendo il Parlamento a un’aula di soldatini automatici.
Il Professore ha lanciato un monito durissimo: il vero pericolo è l’assuefazione dei cittadini, il rischio di rassegnarsi a vedere calpestate le regole fondamentali dello Stato di Diritto.
Difendere la Carta non è una questione tecnica da giuristi, ma un dovere di passione civile e di dignità democratica che spetta a ciascuno di noi per non ridursi a sudditi.
Basta con il timore reverenziale per lo show permanente e l’esibizionismo mediatico di questa Premier.
Dietro i monologhi televisivi blindati, i teatrini in Aula e i fuorionda di scherno verso chi dissente, si nasconde il vuoto politico assoluto di un esecutivo incapace, arrogante e totalmente scollegato dalla realtà.
Una narrazione tossica da comizio perenne che serve solo a nascondere un disastro economico senza precedenti.
Mentre Giorgia Meloni e i suoi ministri si vantano di una crescita elettorale fittizia basata unicamente sul massacro fiscale e sull’aumento delle tasse, il Paese reale sta affondando.
Ieri e oggi la realtà ci parla di salari reali crollati ai minimi storici, un caro vita diventato insostenibile e il potere d’acquisto delle famiglie letteralmente azzerato dal totale immobilismo governativo.
Siamo davanti al tradimento totale delle promesse elettorali: dalle storiche e ridicole sceneggiate sulle accise dei carburanti — con la benzina lasciata deliberatamente fissa sopra i due euro alla pompa — fino alla gestione fallimentare dei fondi del PNRR, costantemente in ritardo.
Per non parlare del crollo verticale dell’Italia nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa, ridotta a megafono dei palazzi di potere.
Un fallimento totale su tutta la linea, che questo governo tenta disperatamente di scaricare usando i vecchi provvedimenti come ridicoli capri espiatori per coprire la propria totale incompetenza.
I 3 PUNTI DELLA FORZATURA COSTITUZIONALE CHE SMASCHERANO IL TRUCCO:
IL SACCO DEI SEGGI E IL SILENZIO DELLE MINORANZE: Un premio di maggioranza “drogato” (70 seggi bloccati alla Camera, 35 al Senato) che regala artificialmente il 60% dei seggi a chi è minoranza nel Paese.
È la demolizione del bicameralismo per azzerare le “maggioranze di garanzia” e prendersi, da soli, tutte le istituzioni, dal Quirinale alla Corte Costituzionale.
IL BUNKER DEI NOMINATI E IL TERRORE DELLE PIAZZE: Un sistema basato unicamente su liste bloccate e pluricandidature fino a 5 collegi
Hanno il terrore di guardarvi in faccia nei territori e di subire il voto di preferenza: preferiscono un Parlamento di nominati scelti a tavolino nelle stanze di partito, esautorando i cittadini e tenendo in ostaggio persino il diritto di voto dei fuori sede.
IL PREMIERATO DALLA PORTA DI DIETRO: Con l’indicazione preventiva del candidato Premier si impone un plebiscito per un “capo” assoluto, svuotando di fatto l’Articolo 92 della Costituzione e le prerogative del Presidente della Repubblica.
È il tentativo di aggirare il recente referendum, riducendo le Camere a un ufficio passivo.
IL MERCATO DELLA CONVENIENZA CONTRO LA GIUSTIZIA
La Meloni offre l’esca: “Accettatela, perché quando vincerete voi farà comodo anche a voi”.
Il Professore ha risposto da statista: la convenienza deve essere degli elettori, non dei leader. Cambiare le regole del gioco a ridosso della partita, pensando solo a chi conviene la mappa dei seggi, è un’offesa logica prima ancora che giuridica.
Ma d’altronde, l’esecutivo si muove compatto seguendo lo stesso indecente copione: la Premier fa esattamente lo stesso identico gioco del Guardasigilli Carlo Nordio, che con una faccia tosta senza precedenti ha liquidato il referendum sulla giustizia dichiarando testualmente che la riforma “servirà soprattutto a chi oggi è all’opposizione per quando andrà al governo”.
Un modo di ragionare a dir poco vergognoso.
Le istituzioni non sono un pacco regalo da scambiarsi tra futuri inquilini di Palazzo Chigi, né una dote politica per spartirsi tutele future a scapito dei cittadini!
La terza via esiste ed è l’unica democratica: un sistema proporzionale con soglia di sbarramento (3% o 5%), dove la politica si assume la responsabilità di fare coalizioni e progetti seri davanti al Paese, senza scaricarla su meccanismi truccati o mercati della convenienza.
(da agenzie)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
PEGGIORE DELL’OTTUSITA’ REAZIONARIA C’E’ SOLO UNA COSA: L’OTTUSITA’ REAZIONARIA DI UN AMERICANO
Secondo il repubblicano Mike Johnson, speaker del Congresso degli Stati Uniti, l’America
sta correndo un rischio mortale: il comunismo. Johnson è letteralmente atterrito dalle politiche sociali più energiche, alla Mamdani, che molti giovani esponenti dem dicono di volere adottare.
Ha affidato a quell’illuminato medium che è Fox News le seguenti parole: «Professano apertamente un’ideologia socialista marxista. È qualcosa che non abbiamo mai visto prima nella storia americana. Si tratta di allontanarsi da una repubblica costituzionale verso un’ideologia utopica comunista, ed è una cosa pericolosa per il futuro del Paese».
La storia è spesso tragica, ma per fortuna anche ridicola: e si devono ringraziare le persone come Mike Johnson per la capacità di mettere in scena il ridicolo in tutta la sua potenza.
La «repubblica costituzionale», secondo questo signore, non è messa a repentaglio dall’assalto dei trumpiani al Campidoglio, o dagli infiniti colpi inferti da Trump alle regole di convivenza e all’equilibrio tra i poteri, o dal diretto insediamento alla Casa Bianca, con tanto di foto ricordo, di un ristretto manipolo di oligarchi che la Repubblica e la Costituzione, all’occorrenza, se le comperano ordinandole su Amazon.
No, il vero pericolo per l’integrità della Nazione e delle sue istituzioni sono le provvigioni per gli invalidi, l’assistenza sanitaria per i poveri, le nuove misure di welfare e la tassazione dei grandi patrimoni, chieste da quella parte dei dem finalmente uscita dal letargo; e rese urgenti, per altro, proprio dalla scandalosa sperequazione tra ricchi e poveri che l’amministrazione in carica incarna come meglio non si potrebbe.
Peggiore dell’ottusità reazionaria c’è una cosa soltanto: l’ottusità reazionaria di un americano.
(da Repubblica)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROCESSO DI EROSIONE DELL SPIAGGE E L’INNALZAMNTO DEL LIVELLO DEL MARE SONO CONSEGUENZA DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI
Quella che si sta aprendo sui litorali italiani non è una estate come tutte le altre. L’immagine dei primi ombrelloni che si aprono è quella della prima estate dopo un cambiamento epocale, per tante ragioni inimmaginabile solo pochi anni fa. È infatti terminata quella che di fatto in tante parti d’Italia è stata un appropriazione privata di suoli demaniali, quindi in teoria di tutti e inalienabili.
Negli ultimi mesi uno stillicidio di sentenze ha confermato lo stop a qualsiasi proroga delle concessioni che, in ogni caso, potranno essere assegnate solo
attraverso gare. L’esito non era affatto scontato perché il governo Meloni le ha tentate tutte per fermare l’applicazione della Direttiva Bolkestein, aggirando sentenze europee e italiane. Ultimo, pochi giorni fa, il tentativo fallito di inserire nel Decreto infrastrutture la proroga delle concessioni almeno nelle regioni del Sud colpite dall’uragano Harry.
Ci sono dei sindacati dei balneari che non mollano, c’è un ministro come Salvini che non perde occasione per attaccare l’Europa e promettere interventi finalmente risolutivi, ma la realtà è che la strada è segnata e tanti gestori si stanno adeguando a questo nuovo scenario.
I casi locali
Le buone notizie arrivano dai territori, con le cronache di una netta discontinuità con il passato. Il caso forse più clamoroso è a Palermo, dove finalmente è stata messa in discussione la concessione che durava da 116 anni ad una società belga sulla meravigliosa spiaggia di Mondello. La vicenda giudiziaria è ancora aperta ma è davvero difficile che questa eccezione normativa possa sopravvivere.
A Spotorno, in quella Liguria dove è praticamente impossibile stare in spiaggia senza pagare, il comune ha stabilito che almeno il 40 per cento del litorale deve essere a fruizione libera. Le solite associazioni di categoria hanno gridato allo scandalo e denunciato la chiusura di storici stabilimenti balneari con conseguenze devastanti per l’occupazione. A Bacoli, in Campania, il sindaco ha vinto al Tar contro il ricorso di 20 concessionari di stabilimenti che chiedevano la proroga e ora potrà approvare un piano di tutela e fruizione della costa che ristabilisce «un principio sacrosanto», per citare le sue parole, «le spiagge ed il mare non sono di proprietà privata da tramandare di padre in figlio, di nonno in nipote».
A Ostia, nel frattempo, si stanno demolendo cabine, ristoranti, muri costruiti abusivamente in stabilimenti gestiti anche dalla criminalità organizzata e il comune di Roma sta procedendo con le gare e ha appena approvato un piano per l’arenile che prevede il 60 per cento di spiagge libere.
I problemi da risolvere sono purtroppo ancora rilevanti. Innanzitutto perché si procede come conseguenza di sentenze di tribunali, quindi in ordine sparso e in assenza di riferimenti normativi. Servirebbero riferimenti per i bandi, in modo da
garantire che siano premiate la qualità delle proposte, l’attenzione alla tutela della spiaggia e della natura, le iniziative imprenditoriali locali e giovanili. Il rischio più rilevante è che non si riesca a ripristinare il diritto a poter godere liberamente e gratuitamente del litorale.
Senza un intervento normativo in Versilia, Romagna, Liguria i comuni magari faranno anche le gare ma lasceranno per le spiagge libere, come oggi, i tratti di mare non balneabili dove sversano i depuratori. Il problema è politico, perché al governo sono sdraiati sulla posizione dei balneari e l’opposizione è silente.
Battaglie e distrazioni
Eppure, quella per la difesa delle spiagge libere è una battaglia popolare tra gli italiani, perché in tanti condividono le critiche all’occupazione senza limiti dei litorali, ai guadagni milionari mentre i prezzi degli ombrelloni continuano a crescere, alla prepotenza di tanti gestori. Per fortuna c’è una società civile organizzata, con tanti volontari e associazioni e un ruolo sempre più incisivo del Coordinamento nazionale Mare Libero a difesa dei diritti dei cittadini con esposti e ricorsi.
Il paradosso è che, mentre tutta l’attenzione è sugli ombrelloni, ben altri problemi meriterebbero attenzione sui litorali italiani. Perché i processi di erosione delle spiagge sono rilevanti e gli scenari disegnati dagli scienziati destano enormi preoccupazioni in un contesto di innalzamento del livello del mare come conseguenza dei cambiamenti climatici.
Sembra la scena raccontata dai superstiti del Titanic, con l’orchestra diretta da Wallace Hartley che continuava a suonare nel tentativo disperato di distrarre i passeggeri e mantenere la calma. Noi rischiamo di veder scomparire larga parte delle spiagge italiane ma ci occupiamo di difendere stabilimenti a cui ogni anno il mare sottrae sempre più spazio e su cui si schiantano mareggiate e trombe d’aria di una potenza mai vista prima.
(da editorialedomani.it)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA MANCATA VIGILANZA SUL CASO REGENI, MA I TEMPO DELLA RIMOZIONE NON TORNANO
Così parlava Emanuele Merlino: «Io e Alessandro ci confrontiamo tutti i giorni,
condividiamo i dossier e poi decide lui, naturalmente». Domenica 27 ottobre 2024, al ministero della Cultura Alessandro Giuli ha sostituito Gennaro Sangiuliano da 40 giorni. E Merlino smentisce con Repubblica i maligni che lo indicano burattinaio di trame ministeriali. In 40 giorni sono già saltati due capi di gabinetto. Prima Francesco Gilioli, ereditato dal predecessore. Poi Francesco Spano, silurato dai Pro Vita & famiglia: la colpa, un finanziamento a un’associazione Lgbtq+ dal medesimo Spano quando dirigeva l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Atto per cui Giorgia Meloni in persona, allora all’opposizione, ne chiese la testa.
Merlino invece rimane al suo posto. Figlio del più noto Merlino Mario, ex missino, ex Avanguardia nazionale, ex Centro studi Ordine nuovo, ex circolo anarchico 22 ottobre, condannato e poi assolto al processo per la strage di piazza Fontana, è l’ariete per l’offensiva culturale della destra. Capo della segreteria tecnica di Sangiuliano, confermato da Giuli, elabora la strategia per demolire l’influenza della sinistra sulla cultura italiana. Investitura bollinata da palazzo Chigi, sotto l’ala protettiva del sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari. Che l’avrebbe pure ben visto viceministro per rimpiazzare con upgrade il sottosegretario Giammarco Mazzi trasferito al Turismo.
Dopo la clamorosa revoca di Merlino junior decisa a freddo da Giuli domenica scorsa, molto c’è da capire. Fra i dossier condivisi con «Alessandro» c’era anche quello del docufilm sulla fine brutale di Giulio Regeni, il ricercatore assassinato dieci anni fa al Cairo dai servizi egiziani, a cui il ministero ha rifiutato il contributo facendo indignare il ministro? Davvero Merlino, stando alle ricostruzioni, paga soltanto la «mancata vigilanza» su questo episodio, come si dice? Ma poi, spettava a lui «la vigilanza» su una commissione in teoria indipendente, nominata dallo stesso Giuli due settimane dopo l’insediamento al ministero?
Guardiamo ai fatti. Il ministro critica duramente la bocciatura del docufilm su Regeni l’8 aprile, precisando però di non poter «violare il principio della terzietà». Perché allora attende più di un mese per liberarsi di Merlino, il protetto di Fazzolari, se costui ha qualche grave responsabilità su quell’episodio? E quando lo fa, perché si tira in ballo la «mancata vigilanza»? Vuol dire che c’è stata una violazione del principio di terzietà? Qualcuno ha condizionato la scelta della commissione? E che c’entra Merlino? Il nervosismo che pervade il governo Meloni dopo la batosta al referendum è palpabile. Gli stracci volati in consiglio dei ministri il 30 aprile fra Matteo Salvini, per cui le soprintendenze andrebbero «rase al suolo» e un Giuli mai così battagliero e reattivo, ne sono la prova. Ma dimostrano anche quanto il clima sia propizio per sistemare pendenze. Ben sapendo che il governo è una cristalleria: facile da mandare in mille pezzi anche se nessuno ora può permetterselo. Ed è una formidabile assicurazione sulla vita per chi ha conti da regolare.
Giuli non è un marziano planato sul pianeta Meloni. Per dirne una, sua sorella Antonella ha lavorato per la comunicazione di Fratelli d’Italia e in seguito è stata assunta alla Camera. Con l’Ansa ha rivendicato «un rapporto limpido di amicizia personale» con Arianna Meloni, sorella della premier e factotum del partito. Ma un conto è condividere la fede politica, e rispettare la linea del governo, come Giuli ha fatto nella vicenda del padiglione russo a Venezia, scontrandosi con il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. Un conto diverso è subire il commissariamento del partito.
Succede pure che mentre infuria la polemica sul caso Regeni arrivi al posto di Mazzi, al ministero, Giampiero Cannella. Vicesindaco FdI a Palermo, il nuovo sottosegretario è autore di un romanzo («Task force 45») da cui è tratto un film: finanziato dal ministero, al contrario del docufilm su Regeni, con 600 mila euro. Difficile dire se è la goccia che fa traboccare il vaso. Di sicuro fin dal primo giorno al ministero Giuli è stato accerchiato dall’apparato di Fratelli d’Italia: guidato alla Camera dall’ingombrante presidente della commissione Cultura, Federico Mollicone.
Tutto comincia con il dimissionamento imposto di Spano. Giuli lo vuole a tutti i costi ma deve cedere al «barbarico clima di mostrificazione». Ed è il primo segnale di sovranità limitata. Al posto di Spano arriva dal Tesoro Valentina Gemignani, incidentalmente moglie di Basilio Catanoso, ex deputato di An ora meloniano. E poi le nomine, che incorniciano la disastrosa gestione ministeriale. Tutte targate Fratelli d’Italia, e più subite che volute. Dal consigliere «per la diplomazia culturale» Vincenzo Sofo, europarlamentare non rieletto con FdI, alla candidata senza fortuna alla Regione Abruzzo con il meloniano Marco Marsilio, Laura D’Alfonso, nel cda dei Musei archeologici di Chieti. Dal coordinatore del partito a Caserta, Paolo Santonastaso, nel cda della Reggia, alla consigliera comunale di Fratelli d’Italia a Terni, Elena Proietti Trotti, nel cda del Parco archeologico di Capri. Proprio lei, Elena Proietti Trotti, segretaria particolare del ministro dal 25 luglio 2025, anch’ella vicinissima ad Arianna Meloni. Per l’assenza ingiustificata da una missione negli Usa Giuli l’ha cacciata insieme a Merlino. Lo sgarbo risale al 22 marzo. Ma 49 giorni fatti passare per punirlo non sono anche questi un po’ troppi perché non sia un segnale di altro genere?
Sergio Rizzo
(da lespresso.it)
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Maggio 17th, 2026 Riccardo Fucile
DAI VIDEO CHE CIRCOLANO ONLINE SI VEDONO I DRONI BUCARE INDISTURBATI LE (SCARSE) DIFESE AEREE RUSSE, COLPENDO AEROPORTI E RAFFINERIE
Decine di droni ucraini nella notte sono stati lanciati su Mosca e sulla regione circostante, provocando almeno tre morti e alcune decine di feriti. Si tratta, ha dichiarato il governatore Andrey Vorobyov, di un attacco «su vasta scala», contro l’area intorno alla capitale russa. Oltre 70 droni sono stati abbattuti. Nei video diffusi sui social si vede l’impatto dei velivoli al suolo, abbattuti dalla difesa russa
Le vittime sono una donna colpita all’interno della propria abitazione e due uomini rimasti uccisi nel crollo della loro casa. Un’altra persona è intrappolata sotto le macerie. Si contano anche alcune decine di feriti, tra questi 12 operai in un cantiere della capitale e altri nell’hinterland.
(da agenzie)
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