Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile
LO RIPORTA IL “FINANCIAL TIMES”, DANDO CONTO DI UN NUOVO POSSIBILE CONFLITTO DI INTERESSE… LA SOCIETÀ IN QUESTIONE, ALT5 SIGMA, HA SEDE A LAS VEGAS E LEGAMI FINANZIARI CONNESSI AL SETTORE DELLE CRIPTOVALUTE DELLA FAMIGLIA TRUMP (LA WORLD LIBERTY FINANCIAL): HA FIRMATO IL MESE SCORSO UN MEMORANDUM D’INTESA CON NANO LABS PER LA COSTRUZIONE DI DATA CENTER NEGLI STATI UNITI
Eric Trump è impegnato con il padre nella visita di Stato a Pechino mentre una società
collegata a lui e alla famiglia del presidente americano Donald Trump sta valutando un accordo con un produttore cinese di microchip che, nelle valutazioni dei parlamentari americani, sarebbe connesso al Partito comunista cinese.
Lo riporta il Financial Times, dando conto di un nuovo episodio che si colloca nell’area dei possibili conflitti di interesse intorno all’amministrazione americana. La società fintech in questione, Alt5 Sigma, ha sede a Las Vegas e legami finanziari connessi al settore delle criptovalute della famiglia Trump (la World Liberty Financial): ha firmato il mese scorso un memorandum d’intesa con Nano Labs per la costruzione di data center negli Stati Uniti. Secondo i documenti depositati presso le autorità di vigilanza americane, nel 2025 Eric Trump è stato nominato ‘osservatore’ all’interno del consiglio di amministrazione di Alt5 Sigma. A presiedere il consiglio è Zach Witkoff, figlio di Steve Witkoff, inviato del tycoon per il Medio Oriente.
Alt5 Sigma e Nano hanno riferito che si avvarranno del “periodo di valutazione di 90 giorni” per esaminare ulteriori possibilità di collaborazione in ambiti quali i data center per l’intelligenza artificiale (IA), le piattaforme basate su cloud per agenti IA e i sistemi di pagamento nativi per l’IA. Le due società hanno inoltre precisato che “qualsiasi futura collaborazione rimane soggetta a ulteriori negoziazioni”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile
BINAGHI SOGNA DI RENDERE ROMA IL QUINTO SLAM E QUESTO SPIEGA I SESSANTA MILIONI STANZIATI PER COPRIRE IL CAMPO CENTRALE ENTRO IL 2028
C’è un numerino che racconta meglio di qualsiasi altro la metamorfosi degli Internazionali di tennis, il Masters 1000 in corso a Roma: sei milioni di euro di fatturato nel 2002, novanta stimati quest’anno. Quindici volte tanto, in vent’anni. Il torneo di Roma È un asset.
Un crown jewel, direbbero i banchieri d’affari, e il gergo finanziario che usa la Gazzetta dello Sport nella sua analisi economica, non è esagerato: i recenti passaggi di proprietà dei Masters 1000 di Madrid e Miami a una holding americana per oltre un miliardo di dollari certificano la caratura economica globale di questi eventi. La Federtennis e Binaghi lo sanno, tanto che la Fitp ha tentato di partecipare all’asta
per rilevare la licenza madrilena. Un colpo andato a vuoto, ma rivelatore di un’ambizione che fino a dieci anni fa sarebbe sembrata fantascienza
A differenza delle Atp Finals di Torino gli Internazionali sono proprietà permanente della federazione italiana, protetta da una licenza trentennale vincolata al rispetto di standard infrastrutturali precisi.
Questo spiega i sessanta milioni stanziati per coprire il Campo Centrale entro il 2028, trasformandolo in un impianto polifunzionale capace di ospitare diciotto discipline e generare ventidue milioni di ricavi aggiuntivi all’anno. Non è mecenatismo sportivo. È un investimento industriale, diventato negli anni un vero e proprio tormentone.
I numeri, dicevamo. Quelli della stagione corrente che riporta la Gazzetta sono impressionanti. La biglietteria vale 35,5 milioni, con una crescita del 1.765% dal 2005, e un record di 43.000 biglietti venduti in un solo giorno. Il settore commerciale genera altri trenta milioni grazie a trentotto partner, con BNL BNP Paribas come title sponsor. I diritti televisivi, gestiti da Atp Media – di cui la FITP detiene l’8% – portano ulteriori quindici milioni. Per tutto il resto c’è Jannik Sinner. Peccato che il calcio, chiuso nel fortino della sua pretesa superiorità, non se ne renda conto, facendo collezione di figuracce.
Su questo successo pesa però una controversia strutturale, ricorda la Gazzetta. La regola Atp del 50-50 impone la ripartizione degli utili netti con i giocatori: a Roma, tra montepremi e profit-sharing, i tennisti incassano tra i venti e i venticinque milioni, circa il 25% del giro d’affari totale. Una percentuale che Binaghi continua a definire iniqua al contrario, sottolineando che gli Slam ne riconoscono ai giocatori appena il 13-16%, reinvestendo il surplus nei propri vivai nazionali. E’ la grande battaglia sindacale di questo periodo. Ed è la geopolitica del tennis globale: Wimbledon, Roland Garros, Us Open e Australian Open operano sotto regole diverse, con un vantaggio competitivo che Binaghi vorrebbe smontare.
(da il Napolista)
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile
LO RIVELA UN DOCUMENTO REALIZZATO DAL PENTAGONO (IL DEEP STATE AMERICANO) E FATTO USCIRE DURANTE LA VISITA DI TRUMP A PECHINO … DURANTE LA GUERRA, LA CINA HA VENDUTO ARMI AGLI ALLEATI USA NEL GOLFO E HA FORNITO ASSISTENZA AI VARI PAESI DEL MONDO CHE FATICANO A SODDISFARE IL FABBISOGNO ENERGETICO … LA GUERRA HA PROSCIUGATO LE SCORTE DI MUNIZIONI AMERICANE: RISERVE CHE RISULTEREBBERO CRUCIALI IN UN POTENZIALE SCONTRO CON LA CINA PER IL CONTROLLO DI TAIWAN
Un’analisi riservata dell’intelligence Usa descrive in dettaglio come la Cina stia
sfruttando la guerra in Iran per massimizzare il proprio vantaggio sull’America in ambito militare, economico, diplomatico e in altri settori. Lo riporta il Washington Post, in base a quanto riferito da due funzionari statunitensi che hanno letto il rapporto.
La valutazione è stata redatta in settimana per il capo di Stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, e ha destato allarme all’interno del Pentagono riguardo ai costi geopolitici del braccio di ferro tra Washington e Teheran, proprio mentre il presidente Donald Trump avvia a Pechino colloqui ad alto rischio con il suo omologo Xi Jinping.
Prodotto dalla direzione d’intelligence dello Stato maggiore congiunto, l’analisi valuta la risposta di Pechino alla guerra iraniana coi quattro strumenti del potere statale: diplomatico, informativo, militare ed economico. Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno dato inizio alla guerra in Iran, lo scorso 28 febbraio, la Cina ha venduto armi agli alleati Usa nel Golfo Persico, nel mezzo degli sforzi a difesa di basi militari e infrastrutture petrolifere dagli attacchi dei pasdaran con missili e droni.
Pechino ha inoltre fornito assistenza a vari Paesi in tutto il mondo che si trovavano in difficoltà nel soddisfare il proprio fabbisogno energetico, dopo la chiusura della Stretto di Hormuz, da dove transita il 20% del greggio mondiale.
La guerra ha poi prosciugato le ingenti scorte di munizioni americane: riserve che risulterebbero cruciali in un potenziale scontro con la Cina per il controllo di Taiwan, ha rilevato il rapporto. Il conflitto iraniano, che ha causato danni o la distruzione di equipaggiamenti e strutture militari Usa in tutto il Medio Oriente, ha consentito a Pechino di osservare le modalità con cui gli Stati Uniti conducono le guerre e di acquisire conoscenze utili per pianificare le future operazioni militari.
Il rapporto ha evidenziato, infine, come Pechino abbia integrato le critiche diffuse nei confronti del conflitto all’interno della propria comunicazione pubblica, definendo la guerra “illegale”. La Cina persegue da tempo l’obiettivo di minare
l’immagine degli Stati Uniti quale garante responsabile dell’ordine internazionale basato sulle regole, e considera il conflitto iraniano un esempio emblematico dell’approccio disinvolto di Washington nei confronti delle ostilità militari.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile
L’ULTIMO REPORT DEL FORUM DISEGUAGLIANZE E DIVERSITA’
C’è un silenzio assordante che avvolge le istituzioni quando si tratta di ascoltare le nuove generazioni, e i numeri lo confermano. Secondo l’ultimo report del Forum Disuguaglianze e Diversità, condotto su 3mila studenti tra i 17 e i 19 anni, l’81,5% dei giovani è convinto che la propria voce non conti nulla nel panorama nazionale. Si tratta di un dato che descrive una frustrazione diffusa e un abisso democratico perché, rispetto alla media dei coetanei nell’Unione europea, la sensazione di irrilevanza in Italia è superiore di ben 40 punti percentuali. Questa percezione di invisibilità spiega molto più dell’astensionismo il motivo per cui il rapporto tra i giovani e il potere si stia trasformando in un divorzio silenzioso.
Lavoro e guerra: quali sono le ansie dei giovani
Tra le preoccupazioni che abitano le menti degli studenti e delle studentesse, al primo posto svetta la mancanza di lavoro, un’ansia che colpisce soprattutto i giovani al Sud, seguita dalla paura della guerra, dal timore per il calpestamento dei diritti e, appunto, dalla frustrazione per il proprio scarso peso politico. È interessante notare come la visione dei figli si rifletta parzialmente in quella dei genitori. Gli studenti percepiscono che i propri padri e madri condividono le stesse ansie su lavoro e conflitti, ma la guerra rimane l’unico vero terreno di totale convergenza generazionale. Se su temi come il clima o l’incertezza del futuro i punti di vista possono divergere, sulla minaccia bellica le sensibilità di due generazioni diverse finiscono per coincidere.
Il crollo della partecipazione al voto
Il disamore per il voto tradizionale è un processo lento che dura da decenni e che torna puntualmente a ogni votazione. Se nel periodo 1994-2006 la partecipazione giovanile era un vanto nazionale, con una media dell’87% (superiore alla popolazione totale), nel 2022 è scivolata al 60%, e alle ultime europee del 2024 al 50%. Il report suggerisce, però, che non siamo di fronte a una generazione di pigri. Il punto critico è la fiducia nel dare un mandato di rappresentanza. I ragazzi non vogliono più consegnare una delega in bianco a un partito o a un candidato. Questo è dimostrato dal fatto che, quando si tratta di esprimersi su un tema specifico, come accaduto nel referendum del 2026, l’affluenza giovanile è tornata a salire al 67%, superando la media nazionale. I giovani partecipano se chiamati a decidere su un’idea, non tanto su una sigla.
Dominano le azioni di denuncia individuali
In questo contesto, l’iscrizione a un partito è diventata l’ultima delle opzioni possibili, un vero e proprio fanalino di coda nella scala dei valori. La diffidenza verso le organizzazioni collettive nasce dalla percezione che esse abbiano «una loro agenda», che siano sorde ai nuovi arrivati o semplicemente inefficaci. L’impegno degli studenti così tende a traslocare verso azioni individuali e consapevoli. Si cerca di ridurre l’ingiustizia attraverso il «corretto uso delle risorse», il «voto» (quando sentito), i «consumi critici», come il boicottaggio di prodotti. La «denuncia alle autorità di atti ingiusti» viene preferita allo scendere in piazza o all’entrare in
movimenti organizzati, mentre il volontariato mantiene una posizione intermedia e rassicurante.
«C’è consapevolezza, ma poco impegno collettivo»
«Dalle risposte emerge un potenziale di sensibilità e consapevolezze che non ha la fiducia di tradursi in un impegno collettivo. Questo parla a tutte le organizzazioni sociali, del lavoro e politiche del Paese, che a quel potenziale grande non riescono a rivolgersi», commenta Fabrizio Barca, coordinatore del Forum e autore della ricerca. È una sfida aperta per tutte le organizzazioni sociali e politiche perché i giovani sentono le ingiustizie legate al razzismo, al genere, alla classe sociale e al reddito, ma non trovano interlocutori che non sembrino loro distanti o autoreferenziali. Emerge infine una curiosa differenza di genere nell’appartenenza. Mentre gli studenti maschi tendono a legarsi maggiormente ai livelli locali e nazionali (città e regione), le studentesse mostrano un’identità più affezionata all’Europa e alla dimensione mondiale. Il grido che sembra arrivare dai banchi di scuola è che i ragazzi si sentono cittadini che scelgono di agire da soli finché la politica non imparerà di nuovo l’arte dell’ascolto.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA VISITA DEL PRESIDENTE AMERICANO A PECHINO: “LEI E’ UN GRANDE LEADER”
I rapporti commerciali tra Cina e Usa stanno migliorando. Ma un disaccordo su Taiwan
potrebbe far precipitare le relazioni. E farle finire in una situazione pericolosa. Tanto da sfociare in un conflitto. Il presidente cinese Xi Jinping lo ha detto al suo omologo Donald Trump durante la visita del presidente americano a Pechino, come riporta l’agenzia di stampa Reuters. Le osservazioni del leader cinese su Taiwan rappresentano un avvertimento netto, ma non senza precedenti, in un incontro solenne che per il resto è apparso amichevole e rilassato, e che Trump ha descritto come forse «il più grande vertice di sempre».
L’incontro tra Trump e Xi
Con l’indice di gradimento di Trump intaccato dalla guerra all’Iran, la prima visita di un presidente statunitense al principale rivale strategico ed economico degli Stati Uniti in quasi un decennio ha assunto un significato ancora maggiore. Dopo una cerimonia con una guardia d’onore e una folla di bambini che sventolavano con entusiasmo fiori e bandiere nell’imponente Grande Sala del Popolo di Pechino, Trump ha elogiato Xi all’inizio dei colloqui, durati oltre due ore.
«Lei è un grande leader, a volte alla gente non piace che lo dica, ma lo dico comunque», ha detto il tycoon nel suo breve discorso di apertura. «C’è chi dice che questo potrebbe essere il vertice più importante di sempre», ha aggiunto. Xi Jinping ha dichiarato che i negoziati tra le delegazioni economiche e commerciali statunitensi e cinesi in Corea del Sud, tenutisi mercoledì, hanno raggiunto «risultati complessivamente equilibrati e positivi», secondo quanto riportato dal Ministero degli Esteri cinese.
La tregua commerciale tra Usa e Cina
I negoziati miravano a mantenere la fragile tregua commerciale siglata tra le due maggiori economie mondiali lo scorso ottobre e a stabilire meccanismi a sostegno del commercio e degli investimenti futuri, hanno affermato funzionari a conoscenza della questione. Xi ha anche affrontato il tema di Taiwan, l’isola governata democraticamente e rivendicata dalla Cina, ma presidiata dagli Stati Uniti. Secondo quanto riportato da Pechino, il leader cinese ha detto a Trump che Taiwan è la questione più importante che si trovano ad affrontare e che, se gestita male, potrebbe spingere l’intera relazione tra Stati Uniti e Cina in una situazione estremamente pericolosa, portando i due Paesi a scontrarsi o addirittura a entrare in conflitto.
Taiwan
Joe Mazur, analista geopolitico della società di consulenza Trivium China, ha detto a Reuters che, sebbene Pechino avesse già lanciato forti avvertimenti su Taiwan in passato, le osservazioni di Xi sono degne di nota: «Sta avvertendo la parte
statunitense in termini inequivocabili di non scherzare». Trump non ha risposto quando un giornalista gli ha urlato una domanda sul fatto che i due leader avessero discusso di Taiwan, mentre posava per delle foto con Xi al Tempio del Cielo, sito patrimonio mondiale dell’Unesco dove un tempo gli imperatori pregavano per un buon raccolto.
I leader hanno concordato di ampliare la cooperazione in materia di commercio e agricoltura e si sono scambiati opinioni sulle situazioni in Medio Oriente, Ucraina e penisola coreana.
I CEO
Insieme a Trump, nel viaggio, è presente un gruppo di CEO che cercano di risolvere le questioni con la Cina, tra cui Elon Musk e Jensen Huang, CEO di Nvidia, quest’ultimo aggiunto all’ultimo momento. Trump ha affermato che la sua prima richiesta a Xi sarà quella di “aprire” la Cina all’industria statunitense.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL SENATORE DEMOCRATICO DEL VERMONT ALL’ATTACCO DEL PRESIDENTE
Nel 76esimo giorno della guerra tra Usa, Israele e Iran il senatore Dem del Vermont Bernie Sanders dice che Donald Trump è pericoloso e che quella in Iran è una guerra illegale. Poi spiega: «La politica deve tornare a occuparsi della realtà. Le nuove generazioni stanno peggio delle precedenti, il 60 per cento degli americani vive alla giornata, fatica a mettere il cibo in tavola e a pagarsi le cure sanitarie. Eppure si parla sempre degli Stati Uniti come di un Paese ricco. Solo chiamando le cose con il loro nome sconfiggeremo Donald Trump».
Sanders se la prende con gli oligarchi americani: «L’1 per cento della popolazione che possiede più del restante 93. Una manciata di miliardari che oggi hanno un
potere senza precedenti. Gli Elon Musk, i Jeff Bezos, i Mark Zuckerberg e pochi altri che influenzano economia e politica, rendendo le disuguaglianze sempre più profonde e spingendo verso l’autoritarismo. Trump è uno di loro e conta sul loro appoggio».
Donald Trump invece «è un presidente molto pericoloso: con Netanyahu ha iniziato una guerra incostituzionale, illegale e distruttiva, proprio come Putin in Ucraina. Costringendoci a vivere in una sorta di anarchia dove il diritto internazionale non conta più. Possiamo far meglio di così. Spendendo quei miliardi di dollari per cibo e medicine invece che per ucciderci a vicenda». Mentre Israele «è stata a lungo una società liberale nel senso tradizionale. Netanyahu e il suo governo razzista di destra, l’hanno trasformato in altro. Hamas ha commesso un atto orribile, ucciso 1200 innocenti e preso centinaia di ostaggi. Israele aveva il diritto di difendersi. Ma quel che ha fatto è stato scatenare una guerra totale contro uomini, donne e bambini di Gaza, violando il diritto internazionale».
Sanders dice di ammirare Papa Leone: «Apprezzo il suo ribadire che i migranti vanno trattati con dignità e rispetto». In Italia incontrerà Elly Schlein, leader del Partito Democratico: «Le dirò che anche voi in Europa dovete concentrarvi di più sui bisogni della classe lavoratrice».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL GIUDICE DA’ RAGIONE ALLA FAMIGLIA DELLA RELATRICE SPECIALE ONU: “VIOLATI I DIRITTI GARANTITI DAL PRIMO EMENDAMENTO”
Francesca Albanese non è più sotto sanzioni Usa. Un tribunale federale di Washington
ha emesso un’ingiunzione preliminare che sospende le sanzioni imposte nel 2025 dall’amministrazione Trump contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi. Ritenendo che queste possano costituire una restrizione incostituzionale della libertà di espressione. Albanese, a cui era stato vietato l’ingresso negli Stati Uniti e che era soggetta a un embargo finanziario totale, ha annunciato la decisione del giudice federale di Washington Richard Leon sul suo account social. Il giudice ha concesso l’ingiunzione in risposta a una causa intentata dalla sua famiglia. Albanese ha sottolineato sui social media che la sentenza indica che «la libertà di espressione è sempre nell’interesse pubblico».
Albanese e le sanzioni di Trump
Il giudice distrettuale Richard Leon ha deciso che l’amministrazione Trump ha probabilmente violato i diritti di Albanese garantiti dal Primo Emendamento quando le ha imposto sanzioni nel luglio 2025. Le misure sembravano prendere di mira direttamente le sue dichiarazioni critiche nei confronti di Israele. Per questo ha deciso di sospenderle in via temporanea. Albanese è la relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi dal 2022. Negli ultimi tempi ha lavorato sulla campagna militare israeliana contro Hamas a Gaza. Ha accusato Israele di aver commesso «genocidio» e violazioni dei diritti umani a Gaza. Segnalando alcuni funzionari israeliani alla Corte Penale Internazionale (Cpi) per un eventuale processo. Tra loro il premier Benjamin Netanyahu.
La causa degli Albanese contro gli Usa
Il marito di Albanese, Massimiliano Cali, ha intentato la causa a febbraio agendo per conto proprio, della moglie e della loro figlia, sostenendo che le sanzioni del Dipartimento di Stato del 2025 violassero i diritti di libertà di espressione della
consorte. Leon, giudice nominato dall’ex presidente George W. Bush, ha rilevato che «se Albanese si fosse invece opposta all’azione della Cpi contro cittadini Usa e israeliani, non sarebbe stata inserita nell’elenco delle persone sanzionate ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14203», in un parere motivato di 26 pagine. «Pertanto, l’effetto della designazione di Albanese è quello di ‘punire’ e, di conseguenza, di ‘reprimere le espressioni sgradite’».
Francesca Albanese e la Costituzione americana
Il giudice ha inoltre stabilito che Albanese godeva della tutela della Costituzione americana, malgrado risiedesse al di fuori del Paese, ritenendo che possedesse legami “sostanziali” con gli Usa, sufficienti a far valere i diritti garantiti dal Primo Emendamento. Gli oppositori di Albanese l’hanno accusata di riprendere le argomentazioni di Hamas su Israele. Rilievi negati dalla relatrice Onu, a partire da quelli sul sostegno ai gruppi terroristici, insieme al rigetto dell’equiparazione delle sue critiche verso Israele con l’antisemitismo.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile
OPERA DEL COLLETTIVO ANONIMO “SECRET HANDSHAKE” E’ GIOCABILE GRATUITAMENTE ONLINE
La Casa Bianca non è estranea all’utilizzo dei videogiochi per fare propaganda. Ora un collettivo artistico ha usato lo stesso medium per prendere in giro l’amministrazione Trump e il suo sforzo bellico nello Stretto di Hormuz. Il titolo si chiama Operation Epic Furious: Strait to Hell e oltre al teatro iraniano include scontri con il papa e il sindaco di New York Zohran Mamdani, che nel gioco è un “villain“. A svilupparlo è stato il collettivo anonimo Secret Handshake, i responsabili della statua dorata in stile Jack e Rose di Titanic con protagonisti Trump e Jeffrey Epstein esposta sul National Mall.
Chi c’è dietro videogioco di Trump
Il gioco è disponibile gratuitamente sia online, sia in alcuni cabinati arcade posizionati al War Memorial di Washington DC. Una targa vicino all’installazione recita: «L’amministrazione Trump sa che il modo migliore per vendere la guerra è trasformarla in un videogioco, ecco perché hanno sfornato i video promozionali più pazzi sulla guerra in Iran. Ma perché fermarsi ai filmati quando si può andare a tutto gas? Vi presentiamo Operation Epic Furious: Strait to Hell, un simulatore ad alta velocità, patriottico e con i piedi per terra, dove la libertà non si discute, si conquista. Nessun briefing, nessuna esitazione; solo puro patriottismo pixelato.
Allacciate le cinture e giocate duro, perché questo gioco potrebbe non finire mai». La citazione fa riferimento ai video, che hanno causato le ire di Nintendo e di alcune stelle dell’industria come il doppiatore di Master Chief, il protagonista di Halo, in cui i bombardamenti alle infrastrutture iraniane vengono montati sugli audio e insieme alle clip di videogiochi famosi.
Com’è il videogioco di Trump
Il gioco, ispirato a classici come Chrono Trigger, ha come protagonista proprio Trump che ha la missione di riaprire lo Stretto di Hormuz tra barili di greggio da raccogliere e post sui social da scrivere. Tra i co-protagonisti ci sono il direttore dell’FBI Kash Patel, il segretario di Stato Marco Rubio, il vicepresidente JD Vance ed Elon Musk. I cattivi del gioco sono una studentessa iraniana (una citazione alla scuola di Minab bombardata all’inizio del conflitto) e il “DEIyatollah”, un ibrido tra il leader del regime iraniano e i programmi di inclusione tanto odiati dal presidente. Per abbatterli il presidente può sferrare mosse come il “Mar-a-Lazer” (il laser della residenza di Trump Mar a Lago), ma il cuore del gioco è la sua inutilità: non si può vincere perché le azioni di Trump non hanno quasi mai conseguenze, ma si può scegliere come perdere. Nei primi minuti, per esempio, è possibile parlare con Melania che, senza che le venga chiesto nulla dice «Non sono mai stata sul jet di Epstein» per poi chiedere: «Avete già bruciato i documenti?». Il riferimento è alla conferenza stampa a sorpresa tenuta di recente dalla first lady proprio sul caso Epstein. Se chi gioca sceglie di bruciare i documenti, Operation Epic Furious: Strait to Hell passa alle fasi successive, se invece si seleziona l’opzione “tenersi per mano” il gioco finisce all’improvviso, una citazione al video in cui proprio la first lady ritrae la sua mano da quella del presidente.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA HA INVITATO AL “RISPETTO DEL DIRITTO DELLA NAVIGAZIONE NELLE ACQUE INTERNAZIONALI”
«Franco e aperto». Così è stato descritto da fonti del Quirinale, il colloquio telefonico
avvenuto questa sera, mercoledì 13 maggio, tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente israeliano Isaac Herzog, durante il quale sono stati affrontati diversi temi legati alla situazione in Medio Oriente. Nel corso della conversazione, Mattarella ha sottolineato con forza l’urgenza di «abbandonare l’attuale condizione di conflitto permanente» nella regione, richiamando la necessità di avviare un percorso che possa portare a una stabilizzazione duratura.
«Gli attacchi al contingente Unifil? Inaccettabili»
Il Capo dello Stato ha espresso una posizione netta riguardo agli attacchi contro il contingente Unifil impegnato nelle operazioni di pace in Libano, giudicandoli «inaccettabili». Nella telefonata è stato, inoltre, richiamato il rispetto del «diritto della navigazione nelle acque internazionali». Un riferimento che potrebbe essere collegato al caso della Flotilla per Gaza, fermata nelle scorse settimane. Mattarella ha, infine, riaffermato l’impegno «determinato» dell’Italia contro ogni forma di antisemitismo.
Qual è la situazione in Libano?
La telefonata è avvenuta al termine di una giornata in cui Israele ha intensificato i bombardamenti sul Libano, alla vigilia del nuovo round di colloqui diretti previsto a Washington. Nelle stesse ore, un drone è esploso all’interno del quartier generale della missione Onu (Unifil), dove è presente anche un contingente italiano, senza causare feriti. Hezbollah, pur non coinvolto nei negoziati ma principale attore politico-militare libanese, ha rivendicato nuove azioni contro le forze israeliane impegnate nel sud del Libano, in particolare nell’area oltre il fiume Litani.
Secondo il ministero della Sanità libanese, tre attacchi israeliani con droni nei pressi di Beirut sud avrebbero causato otto morti, tra cui due bambini, mentre un altro raid a Sidone avrebbe colpito un furgone, provocando la morte del conducente e il ferimento di un’altra persona. Da parte sua, l’esercito israeliano afferma di aver colpito nelle ultime 24 ore oltre «40 infrastrutture di Hezbollah» nel sud del Paese, tra depositi di armi ed edifici utilizzati a fini militari.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »