Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA MOSSA E’ QUELLA DI STRINGERE LE MAGLIE CENTRALIZZANDO IL RICONOSCIMENTO UFFICIALE DEGLI EVENTI DEL PARTITO NELLE MANI DEL DEPUTATO EX LEGA EDOARDO ZIELLO E DELL’EX FDI MASSIMILIANO SIMONI
La costituente di Futuro Nazionale ha un luogo e una data: 13 e 14 giugno a Roma, all’auditorium della Conciliazione. Roberto Vannacci va avanti con la costruzione del partito, cercando di dargli una struttura ordinata e compatta dopo una prima fase “spontaneista”. Con le Politiche non troppo lontane e i sondaggi che indicano ottime possibilità, in un modo o nell’altro, di entrare in Parlamento con una squadra, dietro al generale in congedo ci sono parecchi colonnelli che sgomitano.
L’ultima parola, di vita o di morte, spetta sempre e solo a Vannacci, che comunque ha da tempo designato il suo scudiero più fedele, cioè Massimiliano Simoni, ex FdI, oggi consigliere regionale in Toscana e coordinatore di Fn.
Ma come detto, di sfondo restano gelosie varie. Anche per questo ieri da Viareggio, a firma Simoni, sono state diramate tre circolari interne. Una per la gestione delle pagine social con il marchio del partito, con il divieto ad esempio di utilizzare Whatsapp o Telegram per raccogliere simpatizzanti o comunicazione massiva. La seconda, ricorda che chiunque si attribuisca incarichi o titoli non formalmente ricevuti, o si comporta come se li avesse, sarà soggetto a provvedimenti disciplinari, fino all’espulsione dal partito. Nella terza, si centralizza il riconoscimento ufficiale degli eventi del partito nelle mani del deputato ex Lega Edoardo Ziello e dello stesso Simoni, distinguendoli dalle iniziative locali dei comitati.
I maligni mettono in relazione quest’ultima circolare con locandina pubblica per un evento del 30 maggio a Castellar Ponzano (Alessandria), organizzato da un Comitato Costituente locale con il logo ufficiale di Fn bene in vista. L’evento promosso dal centro studi Rinascimento nazionale si chiama “Stati Generali – Nord-Ovest chiama Italia” e ha toni e format che evocano chiaramente un appuntamento politico nazionale, non una semplice iniziativa locale. Il nodo politico è duplice: da un lato una tensione tra centro e periferia del partito, con i comitati locali che si muovono in autonomia; dall’altro una questione di controllo del brand e della narrazione pubblica di Fn. Simoni e Ziello stringono le maglie, su indicazione di Vannacci. Qualcuno, evidentemente, si sta muovendo troppo liberamente.
(da agenzie)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
L’IRONIA DI ALBERTO MATTIOLI SULLA BACCHETTA NERA MELONIANA SILURATA DAL RUOLO DI DIRETTRICE MUSICALE DELLA FENICE CHE NON AVREBBE DIRETTO NÉ L’INAUGURAZIONE STAGIONALE CON FEDORA E NEMMENO IL CONCERTO DI CAPODANNO … MATTIOLI: “COME HA COMUNICATO COLABIANCHI CON IL CONSUETO SPREZZO DEL RIDICOLO, VENEZI AVEVA ALTRI IMPEGNI. QUALI, NON È DATO CAPIRE”
Per il momento si suppone che Colabianchi non voglia nominare un altro direttore
musicale. Intanto, bisogna sostituire la bacchetta nera nelle serate che avrebbe dovuto dirigere. Il suo mandato teoricamente sarebbe iniziato nel prossimo ottobre
ma nel programma della Fenice, che non è ancora stato presentato, pare che non comparisse fino al nuovo anno.
Curiosamente, Venezi non avrebbe diretto né l’inaugurazione stagionale con Fedora e nemmeno il Concerto di Capodanno, massimo momento di visibilità mediatica della Fenice, poiché, come ha comunicato Colabianchi con il consueto sprezzo del ridicolo, aveva altri impegni.
Quali, non è dato capire: un veglione, magari, dato che della direttrice non si trovano tracce in altri cartelloni, almeno in quelli importanti.
Resta quindi il problema di sostituirla per i due titoli d’opera dove (forse) sarebbe salita sul podio, Adriana Lecouvreur e Carmen. Non dovrebbe essere un problema.
Alberto Mattioli
per “la Stampa”
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IL DIRIGENTE DELL’INAU RITENEVA CHE LA CONDANNA PER FAVOREGGIAMENTO DELLA PROSTITUZIONE DI MINETTI IN ITALIA COSTITUIVA UN PRECEDENTE INCOMPATIBILE CON I REQUISITI DI IDONEITÀ – PER QUATTRO ANNI NICOLE MINETTI NON L’HA CONTROLLATA NESSUNO. DELLE CONDANNE DEL 2022 ALLA GRAZIA DELLO SCORSO FEBBRAIO, MINETTI HA POTUTO FARE QUELLO CHE VOLEVA E VIAGGIARE LIBERAMENTE
Per ben quattro anni Nicole Minetti non l’ha controllata nessuno. Dall’unificazione delle sue condanne del 2022 alla grazia dello scorso febbraio scorso, Minetti ha potuto fare quello che voleva e viaggiare liberamente, non dovendo ancora scontare il servizio sociale che comporta il ritiro del passaporto.
E c’è chi già nel 2020 a Maldonado, quando si decideva sull’adozione del minore gravemente malato che le è valso la grazia si oppose dicendo: “Con quei precedenti non meritava l’affido”. Era il dirigente della divisione adozioni dell’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay (Inau): stranamente, è stato trasferito sei giorni dopo la rivelazione della grazia da parte del Fatto con l’accusa di aver gestito male gli affidi per anni.
Che nessuno sorvegliasse Nicole Minetti dopo la condanna definitiva del 2022 che cumula quella per favoreggiamento della prostituzione del 2019 e per peculato lo si capisce anche dalle parole del presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano Marcello Bortolato.
Raggiunto dal Fatto, fa chiarezza su un tema che sembra laterale o tecnico-procedurale ma invece non lo è affatto, specie se di mezzo c’è un atto di clemenza che viene concesso nel 2026 sul presupposto che il condannato nel frattempo “ha cambiato vita”.
Bortolato ha una lunga esperienza in materia da Padova a Firenze ed è appena approdato a Milano. Spiega che quando nel 2022 arriva il cumulo delle condanne a 3 anni e 11 mesi, i legali di Nicole Minetti chiedono l’affidamento al servizio
sociale, ma l’udienza per stabilire l’esecuzione della pena alternativa è fissata solo per il 3 dicembre 2025.
Udienza che poi slitta su disposizione del Tribunale stesso per acquisire una serie di elementi che la difesa di Minetti aveva dedotto a sostegno dell’istanza per ottenere l’affidamento in prova. Quell’udienza si celebrerà lo stesso “a breve”, ma come mera presa d’atto dell’estinzione della pena per effetto della grazia, lo stesso procedimento per l’affidamento al servizio sociale si chiuderà presumibilmente con un “non luogo a deliberare”.
E questo perché le famose “risposte entro 24 ore” promesse dal ministero della Giustizia il 27 aprile in risposta alla nota del Quirinale che chiedeva di fare chiarezza ad oggi non sono arrivate.
E meno ragionevole ancora è ritenere che le attività investigative a tutto campo disposte dalla Procura generale della Corte d’Appello a partire da quel giorno forniscano in tempo utile elementi decisivi per cambiarne il parere, e far partire così quel complesso procedimento di revoca al buio, perché non è mai successo.
“Il Tribunale di Sorveglianza di Milano non era neppure informato dell’istanza di grazia perché ha competenza solo per i soggetti in regime di detenzione e non per quelli liberi sospesi, come era Nicole Minetti”.
E infatti il procuratore Gaetano Brusa ha richiesto il fascicolo ora, trovandoci ben poco, come ha spiegato al Fatto. Le novità arrivano semmai dal “fronte Uruguay”, e non sembrano deporre a favore di Minetti.
Si apre un pozzo attorno alla scoperta che – diversamente dall’istanza di grazia che sosteneva che nessuno volesse quel bimbo malato – c’era una coppia di Maldonado “incensurata” che prima di quella italiana aveva intrapreso il percorso di adozione, durato due anni e terminato con la comunicazione che era subentrata un’ altra coppia.
Due le questioni che si sono aperte. L’Observer rivela che proprio la fedina penale di Nicole Minetti aveva indotto il dirigente della divisione adozioni Darìo Moreira si era opposto perché la condanna per favoreggiamento della prostituzione di Minetti in Italia costituiva un precedente incompatibile con i requisiti di idoneità.
Ma gli avvocati Santiago Martínez e Lucía Lorente presentarono un ricorso nell’interesse della coppia italiana in cui argomentavano dal punto di vista giuridico che il reato contestato in Italia a Minetti non dovesse essere preso in considerazione in Uruguay, dato che in questo paese la prostituzione era un’attività autorizzata. Ma la condanna era per favoreggiamento, che è un reato.
Il dirigente è stato trasferito ad altro incarico il 17 aprile, una settimana dopo la rivelazione sul Fatto della grazia concessa a Minetti.
La direttrice del dipartimento Valeria Caraballo da cui dipendeva Moreira e che riferiva direttamente al Consiglio di amministrazione aveva fatto sapere che l’uomo della coppia concorrente originario di Maldonado aveva a che una denuncia per violenza domestica presentata da una ex a carico dell’uomo della coppia concorrente, che non sarebbe allegata al fascicolo e non vi sarebbero nemmeno atti successivi registrati presso il Ministero dell’Interno al riguardo. E infatti lui aveva già consegnato il suo certificato di buona condotta risultando incensurato, tanto che per quasi tre anni Inau lo aveva autorizzato a tenere il bambino con sé.
(da Il fatto Quotidiano)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO PIÙ INDICATO DEL CENTROSINISTRA È L’EX DIRETTORE DI “REPUBBLICA”, MARIO CALABRESI, UN SONDAGGIO RISERVATO, FATTO PRIMA DI PASQUA, DÀ IL FIGLIO DEL COMMISSARIO CALABRESI IN LEGGERISSIMO VANTAGGIO SU LUPI: 52/48
Il mandato di Giuseppe Sala come Sindaco di Milano scadrà nel 2027. In questa corsa al
ruolo di primo cittadino, è già sceso in campo, come deus di Milano e dintorni, Ignazio La Russa che ha subito affondato il candidato delle Meloni, Carlo Fidanza, e ha lanciato Maurizio Lupi.
Oltre ai Fratelli La Russa, il leader di Noi Moderati gode dell’appoggio di Comunione e Liberazione, di ciò che resta della Lega, ed ora cerca il voto di Forza Italia. Marina e Piersilvio però vorrebbero un loro candidato.
Fuori gioco Beppe Sala, da tempo il candidato più indicato del centrosinistra è il giornalista e fondatore e direttore editoriale di Chora Media, Mario Calabresi. Sulla possibilità di una sua discesa in campo, l’ex direttore de “La Stampa” e di “Repubblica” non va oltre un prudente “Ne parleremo”.
Per battere lo schieramento di Lupi, il figlio del commissario Calabresi sa bene che occorre l’appoggio di un campo non largo ma larghissimo. I dati di un sondaggio riservato, fatto prima di Pasqua, lo vedono in leggerissimo vantaggio su Lupi: 52/48.
Sull’opzione Calabresi “Il Giorno” riporta una certa freddezza (eufemismo) di Beppe Sala: “Certo, deve passare da fare il giornalista e le analisi a proporre cose concrete. Altrimenti torniamo al solito punto su cui io insisto sempre: a dire cosa non va siamo capaci tutti, io potrei essere il più capace di tutti vivendo le cose. Dire
quello che realisticamente si può fare è un esercizio un po’ diverso che richiede tante capacità.
‘’È una persona di valore’’, sottolinea bontà sua Sala, ‘’mi auguro che riesca a svestire i panni del giornalista e a vestire i panni del politico perché potrebbe essere importante per la nostra area politica”.
‘’In queste settimane”, aggiunge il quotidiano milanese, “il sindaco è parso più vicino a ipotesi quali la candidatura di Anna Scavuzzo, oggi sua vice in Giunta nonché detentrice della delega (calda) all’Urbanistica, ma anche di Emmanuel Conte, assessore al Bilancio, politicamente nato proprio nella lista e con la lista civica di Sala”.
Per l’immortale e sinistra serie detta “Tafazzi è vivo e lotta con noi”, un altro nome ricorrente quando si tratta di possibili candidati sindaco del centrosinistra è quello di Pierfrancesco Majorino, della segreteria nazionale del Pd e capogruppo in Consiglio regionale.
“Majorino non fa mistero alcuno di volere le primarie, in linea, peraltro con il segretario milanese del Pd, Alessandro Capelli, è da capire quale possa essere la posizione di Calabresi in merito”, aggiunge ancora “Il Giorno”.
Insomma, saltellando e colpendosi ripetutamente i coglioni con una bottiglia di plastica, l’ottusa egolatria dei leader (si fa per dire) del centrosinistra non intende cambiare copione continuando indefessi a farsi del male, per la gioia dei Fratelli La Russa…
(da Dagoreport)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
UNA VITA SCENEGGIATA DA UN SADICO MA RECITATA DA UN GIGANTE: DALLO SCHIANTO DEL LAUSITZRING (ZANARDI PERDE IL 75% DEL SANGUE, IL CUORE SI FERMA SETTE VOLTE, IL CAPPELLANO GLI SOMMINISTRA L’ESTREMA UNZIONE) ALL’ORO PARALIMPICO – SEMBRAVA CORAZZATO CONTRO IL FATO. POI NEL 2020, IN TOSCANA, SULLA SUA HANDBIKE, SI SCHIANTA CONTRO UN CAMION. 18 MESI DI OSPEDALE, L’ENNESIMA ATROCE RIABILITAZIONE, FINO ALL’EPILOGO DI VENERDÌ. LA MORTE, ALLA FINE, È ARRIVATA. MA HA DOVUTO SUONARE ALLA PORTA OTTO VOLTE
Alex Zanardi se n’è andato a 59 anni, chiudendo una vita che sembrava sceneggiata da un sadico ma recitata da un gigante. L’Équipe gli dedica oggi un coccodrillo che fa l’inventario completo di una corsa contro la sfortuna che pochi atleti di qualunque disciplina hanno mai dovuto sostenere. Sopravvissuto a tutto — F1, Lausitzring, camion in Toscana — Zanardi è morto venerdì per le complicazioni dell’ultimo incidente del giugno 2020.
Il dramma comincia presto. A 13 anni Zanardi perde la sorella Cristina, 15 anni, in un incidente stradale. Per consolarlo del lutto, il padre — un idraulico bolognese — comincia a riciclare i tubi usurati del suo lavoro per costruirgli le ruote di un kart. È così che parte tutto. La Formula 1, quella che da bambino era stata tutta la sua vita,
lo accoglierà tra Jordan, Minardi, Lotus e poi Williams, ma riservandogli auto disastrose e un solo misero punto in cinque stagioni (1991-1994 e poi 1999).
Nel 1993, un automobilista distratto gli passa sopra in bicicletta. Nessun problema: Alex si presenta a correre il Gran Premio di Germania con le ossa del piede rotte. Poco dopo si schianta a Spa, all’Eau Rouge, distruggendo la sua Lotus ma uscendone vivo. La F1 lo scarica, l’America lo accoglie a braccia aperte. Domina il campionato Cart (due titoli, nel 1997 e 1998) e fa innamorare gli yankee con sorpassi leggendari — su tutti, “THE pass” su Bryan Herta al Corkscrew di Laguna Seca nel 1996, ancora oggi citato come uno dei sorpassi più audaci della storia del motorsport americano. Williams lo richiama in F1 nel 1999 per una sola, fallimentare stagione, schiacciato dal confronto con Ralf Schumacher. Tornerà negli Stati Uniti.
Il Lausitzring 2001: “medicina di guerra” e cuore fermo sette volte
Poi arriva il 2001, l’anno che cambia tutto. Sull’ovale tedesco del Lausitzring, un impatto terrificante con la monoposto di Alex Tagliani a 310 km/h gli porta via le gambe. I medici sul posto parlano di “medicina di guerra”: Zanardi perde il 75% del sangue, il cuore si ferma sette volte, l’aumônier — il cappellano — gli somministra l’estrema unzione. Un comune mortale si sarebbe arreso. Lui no.
Venti mesi dopo torna su quella stessa maledetta pista, si infila in una monoposto modificata e finisce a oltre 300 all’ora i 13 giri che gli mancavano per chiudere la gara del 2001. Il suo miglior tempo lo avrebbe qualificato quinto sulla griglia di partenza. Scendendo dall’auto, commentò con la sua solita ironia:n“Quando mi sono seduto in macchina, era come se fossi salito ieri per l’ultima volta. Era la cosa più normale per me. Mi sentivo a casa. Una sensazione bellissima, come quando passi una bella serata con una bella donna. Vuoi rivivere quel momento”.
Tornò a vincere anche in pista. Nel WTCC, il Mondiale Turismo, BMW gli costruì un’auto adattata: acceleratore manuale che reagiva alla pressione delle dita, freno al volante. Tra il 2005 e il 2009 mise insieme quattro vittorie. Sapeva ancora pilotare.
Senza gambe, Zanardi decide di prendersi il mondo con le braccia. Si inventa campione di handbike. Vince la categoria alla maratona di New York 2011, domina le Paralimpiadi di Londra 2012 con due ori — sul tracciato di Brands-Hatch, lo
stesso circuito britannico dove aveva corso in F3000 — diventa campione del mondo nel 2013, fa altri due ori a Rio 2016. Con l’aiuto di Dallara, costruttore italiano di telai, si modella ogni volta lo strumento su misura. Fonda Bimbingamba, associazione che produce protesi per bambini amputati nel mondo.
E non si ferma. Nel 2018 affronta l’Ironman delle Hawaii, il triathlon più massacrante che esista — 3,8 km di nuoto, 180 km in bici, una maratona — chiudendo 272° assoluto e 19° nella sua classe d’età. Disse all’epoca, con la sua ironia leggendaria: “Cercherò sempre nuovi progetti eccitanti. Perché no, la pesca con la lenza?”.
In una vecchia intervista aveva lasciato la sintesi più limpida del suo modo di stare al mondo: “A 20 anni si apprezzano i titoli, a 40 si apprezza solo quello che si fa ogni giorno. Non bisogna mai abbandonare i sogni un po’ folli. La felicità è dietro l’angolo”.
Sembrava invulnerabile, corazzato contro il fato. Fino al giugno 2020, quando in Toscana, proprio sulla sua handbike, si schianta contro un camion. Diciotto mesi di ospedale, l’ennesima atroce riabilitazione, fino all’epilogo di venerdì. La morte, alla fine, è arrivata. Ma ha dovuto suonare alla porta otto volte.
(da ail Napolista)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IL POST INSTAGRAM IN CUI PASQUALE NATUZZI JUNIOR, DIRIGENTE DELLA MULTINAZIONALE, INSULTAVA LA SCHLEIN E’ STATO RIMOSSO DOPO POCHI MINUTI. IL MOTIVO DELLA SUA RABBIA? NATUZZI NON HA GRADITO CHE LA SEGRETARIA DEM SIA ANDATA AL PRESIDIO DEI LAVORATORI NATUZZI CHE PROTESTANO CONTRO LA DELOCALIZZAZIONE DI PARTE DELLA PRODUZIONE IN ROMANIA
“Elly per favore siediti su una scatola di ricci di mare”. L’invito alla segretaria del Pd
arriva da Pasquale Natuzzi jr, ovvero il figlio del fondatore della multinazionale del mobile imbottito Pasquale Natuzzi e oggi chief brand officer e chief creative officer del gruppo Natuzzi. L’espressione idiomatica barese originale era: “Va scazz l’ rizz cu cul”.
Un modo per comunicare un concetto semplice: “Non sei buona a nulla”. La storia Instagram, composta mentre il suo autore si trovava a Miami, viene rapidamente rimossa. Perché non è esattamente quello che l’azienda vuole comunicare.
Ma evidentemente Natuzzi jr non deve aver gradito il fatto che Elly Schlein sia andata giovedì al presidio dei lavoratori Natuzzi all’esterno dello stabilimento principale di Santeramo in Colle (in provincia di Bari), dove è in corso da giorni un presidio di protesta.
Ai circa 1800 dipendenti l’azienda ha proposto – secondo i sindacati – l’aumento della Cassa integrazione dal 45 all’80%, oltre alla delocalizzazione di parte della produzione in Romania e la chiusura dello stabilimento di Jesce 2, sempre a Santeramo in Colle.
Grande imbarazzo da parte della Natuzzi. Ieri per tutto il giorno, l’impresa ha cercato un modo per affrontare la questione. Partendo da un presupposto: l’esortazione ad “andare a schiacciare i ricci” non è la posizione dell’azienda.
(da agenzie)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA CARICA DEI CANDIDATI POP ALLE COMUNALI DEL 24-25 MAGGIO
Da Rocco Casalino candidato consigliere a Ceglie Messapica a Massimo Lovati, l’ex avvocato di Andrea Sempio, in corsa per la fascia tricolore a Vigevano. Passando per Matty il Biondo, star del web che spunta in lista ad Angri, e il balletto dello youtuber Andrea Diprè a Fermo: prima l’annuncio, poi il passo indietro e il rilancio. Le amministrative di maggio non sono solo una sfida per i partiti, ma anche, come spesso accade nel voto locale, una galleria di candidature laterali, biografie fuori standard, soprannomi da santino e volti presi in prestito dalla tv, dai social o perfino dalla cronaca giudiziaria.
Il turno del 24 e 25 maggio riguarda 626 Comuni, tra cui 15 capoluoghi. Da Venezia a Reggio Calabria. Per Rocco Casalino è l’occasione per vedere per la prima volta il suo nome sulla scheda elettorale. L’ex portavoce di Giuseppe Conte, volto simbolo della comunicazione grillina a Palazzo Chigi, riparte da Ceglie Messapica, il Comune pugliese di cui è originaria la sua famiglia. Dopo il Grande Fratello, la comunicazione politica e ora anche l’editoria, con l’ultima avventura del giornale online La Sintesi, Casalino ha annunciato che correrà da consigliere comunale per il centrosinistra. Un piccolo test elettorale, magari con vista sulle politiche del 2027, tanto più che l’attuale Codice etico pentastellato impone di aver partecipato, ottenendo almeno la media delle preferenze della lista, ad una elezione locale per poter essere candidati a livello nazionale.
Da Garlasco a Youtube
A Vigevano, intanto, la campagna elettorale incrocia la cronaca giudiziaria e i salotti tv. Scalda i motori Massimo Lovati, ex legale di Andrea Sempio nell’inchiesta sul delitto di Garlasco, che corre da candidato sindaco con Democrazia Sovrana Popolare, il partito di Marco Rizzo. Per l’avvocato diventato un volto dei talk show grazie a uno dei casi di cronaca nera più seguiti degli ultimi anni, è tempo di una nuova sfida. Dalle aule dei tribunali al municipio.
Ad Angri, in provincia di Salerno, invece, tra gli elenchi dei candidati spunta Matteo Dmitrii Verdoliva, indicato come “Matty il Biondo”, nella lista Forza Angri a sostegno di Pasquale Mauri. Qui il soprannome non è un dettaglio. Classe 2009, originario di Angri, l’influencer era esploso anni fa su YouTube con i suoi video, i tormentoni e una proprietà di linguaggio che lo aveva trasformato in piccolo fenomeno social, fino all’ospitata a Pomeriggio 5 da Barbara D’Urso. Basterà la fama social a portarlo in consiglio?
Il caso Santa Marinella
C’è poi il ritorno del berlusconismo sentimentale, quello dei simboli, delle canzoni, della fedeltà passionale. A Santa Marinella corre da candidata sindaco Mariarosaria Rossi, ex senatrice, per anni tra le figure più vicine a Silvio Berlusconi. Il pubblico la ricorda anche come uno dei volti della stagione di “Meno male che Silvio c’è”, la canzone-manifesto del berlusconismo pop. Ora Rossi prova la sfida da prima cittadina nella città del litorale romano, di cui non è originaria. Proprio su questo
dettaglio si è soffermata in uno dei suoi primi comizi elettorali, diventato virale: “Molti dicono: perché si è candidata qui, è straniera. Io mi ricordo di uno straniero che venne in Italia: Maradona”.
A Reggio Calabria, il nome da santino è quello di Leandro Campicelli, indicato come “detto Cupido”. Compare nella lista civica La Svolta, a sostegno del candidato sindaco del centrosinistra Domenico “Mimmo” Battaglia. Già in campo per il predecessore di Battaglia, il dem Giuseppe Falcomatà, Campicelli sui social si presenta come “Cupido Leandro” e racconta di occuparsi di serate, karaoke, balli di gruppo, musica dance e format di intrattenimento. Anche stavolta saprà portare un po’ di brio in una sfida elettorale che a Reggio si preannuncia combattuta.
Fermo e il partito Dipre
Poi ci sono le candidature che fanno rumore, senza però arrivare fino in fondo. È il caso di Andrea Diprè, youtuber, avvocato, discusso provocatore seriale del web, che aveva provato a irrompere nella campagna di Fermo. Con lui era comparsa come capolista anche Gaia Marziali, in arte “Freya Ferrari”. Per giorni il caso ha acceso polemiche e non pochi imbarazzi in città. Poi il passo indietro: il “partito dipreista” resta fuori dalla corsa a primo cittadino. La rinuncia è arrivata nel giorno della presentazione delle liste, dopo le tensioni attorno alla sua candidatura. Diprè però non molla: parlando con Il Resto del Carlino, ha lasciato intendere di aver ricevuto inviti a candidarsi in altri comuni.
Fuori dal turno di maggio, ma dentro la stessa estetica, si affaccia anche Massimiliano Minnocci, detto Er Brasiliano. Romano, personaggio social, protagonista di dirette, video virali e comparsate radiofoniche a La Zanzara, Minnocci ha costruito negli anni un personaggio che definire sopra le righe è dire poco. Anche se Roma non vota in questa tornata, non ha perso l’occasione per rilanciare la sua corsa al Campidoglio con la lista “Borgate e Famiglie”. Al momento più una trovata social che una sfida a Roberto Gualtieri.
(da Open)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
GERMANIA PRIMA, ITALIA TRA LE PIU’ PRESIDIATE… ECCO QUANTI SONO E A COSA SERVONO
La presenza di militari statunitensi nel Vecchio Continente risale agli accordi post
Seconda guerra mondiale e non è mai stata messa in discussione. Almeno fino all’arrivo di Trump
A Donald Trump proprio non è andata giù la mancata collaborazione dell’Europa alla sua campagna militare avviata insieme a Israele contro l’Iran. Nei giorni scorsi, il presidente americano se l’è presa con gli alleati del Vecchio Continente, criticando proprio la mancata adesione a una missione navale congiunta nello Stretto di Hormuz. Rispondendo alla domanda di una giornalista, Trump ha ipotizzato un ritiro dei soldati americani dall’Italia, che a suo dire «non è stata d’aiuto» e dalla Spagna, che «è stata orribile». Poche ore più tardi, il Pentagono ha annunciato che ridurrà di 5mila unità la presenza di soldati americani in Germania. Ma, al netto degli annunci di Trump, quanti sono i militari statunitensi in Italia e in Europa?
Il primato della Germania
Ad oggi, è proprio la Germania il paese europeo che ne ospita di più. Se anche Washington dovesse ufficializzare il ritiro di 5mila unità, ne rimarrebbero comunque più di 30mila. Si tratta di una presenza che risale agli accordi stipulati dopo la fine della Seconda guerra mondiale, di fatto mai messi in discussione. Alla fine degli anni Cinquanta, nel pieno della Guerra fredda con l’Unione Sovietica, l’Europa è arrivata a ospitare quasi mezzo milione di soldati americani. Dagli anni Novanta, quando l’Urss ormai era collassata, hanno iniziato a ridursi, salvo tornare ad aumentare nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina.
Il ruolo dell’Eucom
Secondo i dati del Defense Manpower Data Center (Dmdc), un ente controllato dal Pentagono, a dicembre del 2025 i militari americani stanziati in modo permanente in Europa erano 68.064, a cui si aggiungono però altre decine di migliaia inviati a rotazione. Complessivamente, sono divisi tra 31 basi militari permanenti e 19 siti militari, in cui spesso lavorano a stretto contatto con l’esercito del paese ospitante. A coordinare le truppe statunitensi ci pensa l’Eucom, ossia il Comando europeo degli Stati Uniti, con sede a Stoccarda, in Germania.
Il confine militarizzato con Ucraina e BielorussiaI paesi che confinano con Ucraina o Bielorussia, come la Polonia, la Romania e l’Ungheria contano ufficialmente solo poche centinaia di soldati americani stanziati in modo fisso, ma sono affiancati da decine di migliaia di altri militari che ruotano. La loro presenza è finanziata attraverso lo European Reassurance Initiative, un programma militare della Nato guidato dagli Stati Uniti che esiste dal 2014, anno dell’invasione russa della Crimea.
Quanti sono i militari Usa in Italia
Secondo Repubblica, l’Italia ospita in modo permanente 12.662 militari statunitensi. Una delle base dello US Navy è a Napoli, dopo nell’ultimo decennio il ruolo del comando è stato ridimensionato. C’è poi Camp Darby, un enorme deposito di armamenti e mezzi militari nella pineta toscana, tra Livorno e Pisa. Nel Nord Italia ci sono le due grandi caserme di Vicenza: Del Din ed Ederle. Infine, c’è la base di Aviano, in provincia di Pordenone. Come accade negli altri paesi europei, anche in Italia i soldati statunitensi si occupano della gestione degli armamenti, incluse le armi nucleari custodite in Europa, e l’addestramento delle truppe locali.
(da agenzie)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA LEGGE EUROPEA RENDE PENALMENTE PERSEGUIBILE CHI OFFRE SERVIZI ALLA FEDERAZIONE RUSSA MA “LA LEGALE DELLA BIENNALE SPIEGA CHE NON E’ STATO EFFETTUATO ALCUN INTERVENTO SUL FABBRICATO DEL CREMLINO” … LA RELAZIONE SPIEGA IN QUALE CONTESTO SIANO MATURATE LE DIMISSIONI DELLE CINQUE GIURATE CHE AVEVANO ESCLUSO ISRAELE E RUSSIA “INFORMATE DEL LORO PERSONALE RISCHIO DI ESPOSIZIONE AL RISARCIMENTO DEI DANNI…”
Com’è possibile che la Biennale di Venezia possa riaprire il padiglione russo nonostante il quadro sanzionatorio in vigore contro Mosca? La risposta è nelle sette pagine di verbale stilato dagli ispettori del ministero della Cultura lo scorso 29 e 30 aprile. È uno dei documenti che domani il ministro della Cultura Alessandro Giuli inoltrerà a palazzo Chigi, all’attenzione della premier e dei sottosegretari alla presidenza del Consiglio.
Repubblica ha preso visione delle sette pagine di resoconto firmato dalle due parti: per il Collegio romano Luca Maggi e Arianna Proietti del Servizio ispettivo, Orsola Bonifati della Direzione Generale Creatività Contemporanea e Valerio Sarcone, vice-capo di gabinetto del ministro; per la fondazione il direttore generale Andrea Del Mercato, l’avvocata Debora Rossi della direzione affari legali e istituzionali, Arianna Laurenzi dell’Ufficio progetti speciali e Martina Ballarin della Direzione affari legali e istituzionali.
Gli emissari del Mic chiedono alla controparte «se sia stata verificato, da parte dei competenti organi della Fondazione, il rispetto del Regolamento Europeo 833/2014» e se «queste in qualche modo possano evidenziare delle responsabilità in capo alla Fondazione stessa». Sono le norme sulle sanzioni contro Mosca che, secondo l’accusa della Commissione europea, la Biennale avrebbe violato.
L’avvocata della fondazione Debora Rossi garantisce che l’istituzione culturale «ha verificato e rispettato tutte le norme vigenti».
La legge europea rende penalmente perseguibile chi offre servizi alla Federazione russa. Per questo la legale della Biennale tiene a specificare che «non risulterebbe alla fondazione che sia stato effettuato alcun intervento sul fabbricato» del Cremlino «né di manutenzione ordinaria né straordinaria».
Il cuore della difesa della Biennale è però un altro. Il padiglione Russia sarà aperto solo nei giorni della pre-apertura e poi sarà chiuso dal 9 maggio, quando la rassegna aprirà ai visitatori. Perché? «Il vernissage, tra il 5 e l’8 maggio 2026, è un evento privato, su invito e non aperto al pubblico e, pertanto non si prevede la presentazione di SCIA per manifestazione pubblica». Sembra un passaggio burocratico, ma è fondamentale perché, lo spiega l’avvocata Rossi, «la Federazione Russa, in base alle sanzioni vigenti, non potrebbe ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico e, dunque, questo non può essere accessibile nel periodo di apertura al pubblico della mostra».
Nel resto del verbale, i funzionari di Mic e Biennale discutono delle azioni legali minacciate dall’artista israeliano Belu-Simion Fainaru dopo la decisione della giuria di escludere Stato ebraico e Russia. Come anticipato da Repubblica, la relazione spiega in qualche contesto siano maturate le dimissioni delle cinque giurate, «contattate e informate non solo della portata mediatica a danni della Biennale ma anche del loro personale rischio di esposizione al risarcimento dei danni non solo a carico del ricorrente», ovvero l’artista israeliano, «ma anche della fondazione». Le cinque esperte, in altri termini, rischiavano di dover pagare di tasca propria gli effetti di un eventuale ricorso.
(da agenzie)
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