Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
RONCONE: “HA UN CERTO MESTIERE POLITICO. E SA QUANDO È NECESSARIO AFFIDARSI ALLA ‘TANATOSI’, O IMMOBILITÀ TONICA: LA STRATEGIA DIFENSIVA IN CUI GLI ANIMALI SI FINGONO MORTI PER SFUGGIRE AI PREDATORI. E LUI, INFATTI, LÌ STA. FERMO, RIGIDO”
Il ministro Urso? Salta. Presto. Prestissimo. Cioè, forse. Può darsi. Dipendesse dalla Meloni. La Meloni è molto delusa. Ma no? Ma sì! Solo che. Cosa? Sono saltati già troppi tappi a Palazzo Chigi. Hai presente la Santanché? Dimessa. E Sangiuliano? Dimesso.
E lasciamo stare la meravigliosa batteria pasticciona al ministero della Giustizia, composta da Nordio, Delmastro e dalla mitica Bartolozzi.
Quindi Urso salta o no? Boh. Chissà. Magari resiste. Resiste? In effetti – da mesi sprofondato dentro questo sulfureo chiacchiericcio – il ministro Adolfo Urso resta in bilico, barcolla però non molla.
Del resto: quando nell’ottobre del 2022, la sua vecchia amica Giorgia formò il nuovo esecutivo, Urso era tra i più autorevoli esponenti di Fratelli d’Italia. E, non a caso, gli fu assegnato uno dei ministeri di maggior peso: quello dello Sviluppo Economico
Urso arrivò baldanzoso e, pieno di buoni propositi, decise subito di ribattezzare il suo dicastero: «Ci chiameremo ministero delle Imprese e del Made in Italy». Parlò di “Stato stratega”. Voleva coniugare politica industriale e interessi nazionali. L’idea poteva avere un qualche fascino, solo che non ha funzionato. Nemmeno un po’.
Giancarlo Giorgetti, responsabile dell’Economia, quando viene interpellato sull’argomento, sbuffa, s’allenta la cravatta, se ne va. La Confindustria non è più tenera. Non solo: Urso è riuscito a inimicarsi pure alcune categorie da sempre vicine al centrodestra (dai leggendari tassisti ai benzinai).
Qualche Fratello “coltello” soffia perfido e ricorda i dossier più imbarazzanti: dalla siderurgia, con la spinosa questione ex Ilva, al settore dell’automotive, il cui destino è sempre più incerto. Urso, va detto, incassa con un certo mestiere politico.
Quello, giunto a 68 anni, ce l’ha: Fronte della Gioventù, Msi, An, PdL, FdI. Ha visto tanto, ha imparato tanto. E sa quando è necessario affidarsi alla “tanatosi”, o immobilità tonica: la strategia difensiva in cui gli animali si fingono morti per sfuggire ai predatori. E lui, infatti, lì sta. Fermo, rigido. Ministro, tutto bene?
Fabrizio Roncone
per Corriere della Sera”
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Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
SONO PARTITI DA PISA. QUALE IL MOTIVO DI QUESTI VIAGGI? L’ONU VUOLE VERIFICARE IL RISPETTO DELL’EMBARGO DI ARMI
Trenta voli militari sono partiti dall’aeroporto di Pisa alla volta della Libia tra la fine del
2024 e il 2025, senza che il governo abbia dato spiegazioni all’Onu sul motivo dei viaggi. La circostanza emerge dall’ultimo rapporto del panel degli esperti delle Nazioni Unite, chiamato a vigilare sul rispetto dell’embargo di armamenti verso il Paese nordafricano, stabilito con la risoluzione 1973 del 2011. Il silenzio delle autorità italiane ha impedito di verificare se i voli rientrino tra le eccezioni consentite dai vincoli internazionali o rappresentino una violazione.
Nell’allegato 20 del rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 24 marzo scorso, gli esperti scrivono che nel periodo preso in esame sono stati identificati: “124 voli di aerei cargo militari effettuati da Italia, Federazione Russa, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti, utilizzando aeroporti libici durante il periodo di riferimento”. Nel testo si spiega che questo tipo di attività è consentita “esclusivamente per consegnare materiali o agevolare attività altrimenti esentate o non coperte dall’embargo sulle armi”, come ad esempio aiuti civili.
Russia, Turchia e Regno Unito hanno fornito delle spiegazioni, ritenute non sufficienti dalla commissione delle Nazioni Unite. Stati Uniti e Italia invece non hanno dato nessuna risposta. Di conseguenza, tutti e cinque i Paesi sono stati ritenuti non adempienti con i Paragrafi 24 e 25 della Risoluzione Onu 2769 del 2025, che chiede a tutti gli Stati la totale cooperazione con il Panel degli esperti e il pieno accesso a tutti i dati e le informazioni necessarie alle verifiche
Per quanto riguarda l’Italia, i voli segnalati sono trenta, partiti dall’aeroporto militare di Pisa e atterrati in larga parte a Misurata e – in quantità molto minore – a Tripoli e Bengasi. Il primo è del 2 dicembre 2024, l’ultimo del 25 ottobre 2025. Nello stesso rapporto, peraltro, viene imputata al nostro Paese una violazione dell’embargo, per un addestramento militare compiuto da unità del nostro esercito destinato a 27 allievi ufficiali dell’accademia di Tripoli, a dicembre 2024.
Riguardo a quest’ultima circostanza, il ministero degli Esteri italiano ha replicato con una nota che recita: ““Restiamo convinti del concreto rispetto dell’impianto sanzionatorio da parte dell’Italia anche considerando che le più recenti risoluzioni dell’Onu introducono delle misure di esenzione per le attività addestrative”. Prosegue la Farnesina: “L’azione, senza fornitura di armamenti, viene eseguita in linea con la ‘roadmap’ delle Nazioni Unite e anche insieme nostri principali partner”.
“Il governo spieghi in parlamento”
Venerdì 8 maggio, la coalizione della sinistra pisana “Diritti in Comune” ha organizzato un sit-in davanti all’aeroporto militare della città toscana, per denunciare il silenzio del governo di fronte alle domande degli esperti Onu, sui voli verso la Libia. “Stiamo parlando di un Paese attraversato da milizie, traffici, violazioni dei diritti umani, interferenze straniere, violazioni dell’embargo e reti criminali transnazionali”, si legge nel comunicato diffuso in occasione della protesta.
Gli esponenti di Diritti in Comune segnalano anche che a luglio 2025 il Post aveva rivelato l’esistenza di programmi di addestramento svolti nell’aeroporto militare e nel Centro di Addestramento Paracadutismo di Pisa, rivolti ai soldati delle milizie del generale Haftar, che controlla la parte orientale della Libia.
“Il rapporto ONU non afferma che i voli da Pisa siano collegati a questi addestramenti – si precisa nel comunicato -. Ma l’incrocio tra le due informazioni impone una domanda pubblica e non più rinviabile: che cosa trasportavano quei voli? personale, materiali, istruttori, militari libici, attrezzature? Rientravano in quali missioni, accordi o autorizzazioni?”. Viene quindi chiesta un’informativa urgente in parlamento affinché: “Il Governo chiarisca se l’Italia stia contribuendo,
direttamente o indirettamente, al rafforzamento di apparati militari e gruppi armati in un Paese dove l’embargo sulle armi continua a essere violato e dove le Nazioni Unite denunciano un sistema di impunità e violenza”.
(da Fanpage)
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Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA RISTORAZIONE È L’UNICO AMBITO CHE CONTINUA A CRESCERE, CON +26% DI LOCALI E ADDETTI IN AUMENTO ADDIRITTURA DEL 69%… IL SUD RESISTE MEGLIO DEL NORD ALLA DESERTIFICAZIONE COMMERCIALE
In soli dieci anni l’Italia ha perso oltre 86mila negozi di vicinato. Una diminuzione che però non colpisce tutte le regioni allo stesso modo, anzi. Contrariamente all’immaginario comune, è il Sud a resistere meglio del Nord alla desertificazione commerciale. È quanto emerge dal primo Osservatorio sulla Reciprocità e il Commercio Locale presentato da Nomisma.
A soffrire maggiormente sono i negozi legati alla cultura e allo svago, come le librerie e i negozi di musica, che registrano un calo del 28%. Calano anche quelli del tessile e abbigliamento, in diminuzione del 21,4 per cento.
Mentre la ristorazione è l’unico settore che continua a crescere con +26,2% di unità locali e addetti in aumento addirittura del 69,4 per cento.
«Questi dati dovrebbero iniziare a farci chiedere che tipo di città vogliamo», racconta a Open Francesco Capobianco, Head of Public Policy di Nomisma. «Perché quando chiude un negozio non perdiamo soltanto un’attività economica, ma anche relazioni sociali, sicurezza e pezzi di identità urbana».
Nonostante la forte riduzione del numero di negozi, gli addetti del commercio locale crescono del 21,2% tra il 2015 e il 2025, delineando un quadro che a prima vista sembra contraddittorio. In realtà, come spiega Francesco Capobianco, il fenomeno è legato alla diversa natura dei settori che compongono il commercio di prossimità e alla loro intensità di lavoro
«I comparti che crescono di più sono proprio quelli che hanno bisogno di più personale», spiega Capobianco. In particolare, ristorazione, salute e cura della persona e articoli per l’edilizia trainano l’occupazione grazie a una combinazione di fattori esterni: il turismo per la ristorazione, i bonus edilizi per il settore costruzioni e ristrutturazioni, e gli effetti della pandemia sul comparto salute.
Accanto ai comparti in crescita, il report evidenzia una crisi profonda nei settori più tradizionali del commercio al dettaglio che hanno caratterizzato le città europee. Il tessile-abbigliamento e il comparto cultura e svago sono quelli che registrano le performance peggiori.
Secondo Nomisma, uno dei fattori chiave di questa trasformazione è il cambiamento delle abitudini di consumo, sempre più orientate verso il digitale. La crescita dell’e-commerce ha accelerato il processo di disintermediazione commerciale, soprattutto nei settori caratterizzati da prodotti standardizzati.
«Più un prodotto è standardizzato, più è facile venderlo online», osserva Capobianco, sottolineando come certi articoli si prestino meglio alla vendita digitale rispetto a beni che richiedono esperienza diretta, come mobili o prodotti artigianali
(da Open)
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Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA, ANDREA MARTELLA, È AVANTI CON IL 49% DEI CONSENSI, MENTRE L’ASSESSORE USCENTE SIMONE VENTURINI È INCHIODATO AL 41%
«Su Venezia si è consumato un cortocircuito con Roma, tutto e solo interno alla destra,
che ha prodotto danni delle istituzioni culturali cittadine. E Venezia non se lo merita, non doveva essere terreno di scontro o di occupazione politica».
Andrea Martella, senatore del Pd e ex sottosegretario, è il candidato sindaco del centrosinistra nell’epicentro mondiale dei testacoda del melonismo. Dalla Biennale al caso Fenice. Pasticci finiti su tutti i media del mondo, titolisti sbizzarriti: «Morte a Venezia», «Com’è triste Venezia» e via sfottendo.
Siete la capitale mondiale delle figuracce del governo. Una “pubblicità regresso” per la città?
La Biennale e la Fenice hanno un prestigio internazionale, il sindaco è presidente della Fenice e vicepresidente della Biennale. Due istituzioni che non possono essere piegate agli scontri di una destra in confusione. Se toccherà a me, Venezia tornerà ad avere un rapporto reale e costruttivo con le sue grandi istituzioni. Tornerà ad avere un assessore alla cultura, che negli ultimi undici anni non ha avuto, Brugnaro si è tenuto la delega, e l’assenza di una politica culturale si è vista.
È il metodo-destra?
Sulla Fenice sì: decisioni calate dall’alto, avallate dal sindaco, che hanno rischiato di far venir meno il rango del Gran Teatro. Scelte sbagliate innanzitutto nel metodo, senza il coinvolgimento dell’orchestra e del coro, dettate dall’amichettismo. Resetteremo questa stagione, la azzereremo e riporteremo il Gran Teatro al rispetto di tutte le professionalità.
Il caso della Biennale è alla rovescia. Il governo nomina un “amichetto”, il presidente Buttafuoco, ma poi lo sconfessa per il padiglione russo. Che resta chiuso, ma al centro della scena
La Biennale ha la sua giusta autonomia, Buttafuoco è persona che stimo. Ma bisognava considerare anche il contesto internazionale ed evitare che il padiglione della Russia diventasse strumento della propaganda di Putin.
Bisognava trovare un punto di equilibrio. Non sono stati capaci, e la Biennale è diventata campo di battaglia del ministro Giuli contro Buttafuoco. E invece Venezia è una città di pace.
Il prossimo sindaco dovrà sbrogliare la matassa?
Sì, non solo sulla cultura. Siamo a un bivio, è finito un ciclo politico di undici anni, contrassegnato da una concezione padronale dell’amministrazione, da una certa opacità e dall’ombra di un pesante conflitto di interessi. Nel corso di questi anni la città ha perso residenti, funzioni e servizi perché i problemi non sono stati affrontati per tempo. Ora questi problemi sono urgentissimi.
Dobbiamo tornare una comunità, una città cosmopolita, capace di bloccare lo spopolamento e governare il turismo. Il costo della vita è proibitivo per giovani e famiglie. Ma sento che c’è voglia di una nuova stagione. In questi mesi ho ascoltato tutti quelli che Brugnaro non ha ascoltato.
L’overtourism è delizia ma più croce per le città d’arte.
Il ticket turistico non ha diminuito il numero dei turisti. Il turismo non serve a fare cassa, e deve essere governato con intelligenza. Bisogna programmare i flussi, con la tecnologia e gli operatori. Servirà individuare una capacità di carico, cioè una soglia di presenza di turisti rispetto ai residenti, per proteggere i luoghi più fragili. Del resto è un ragionamento che fanno tutte le città del mondo, altrimenti i residenti vengono espulsi. Regolamenteremo gli affitti turistici: non per colpire la piccola proprietà che integra un reddito ma per quelli che fanno speculazioni selvagge.
Se sarà eletto, il governo non le sarà amico.
Chiederò di rifinanziare la legge speciale per Venezia che il governo di destra in questi anni ha definanziato, mesi fa ho presentato un disegno di legge al Senato per dare a Venezia uno statuto speciale. Abbiamo vocazione internazionale e capacità attrattiva, con il nome di Venezia è facile attrarre interesse, ed è incredibile che in questi anni non sia stato fatto.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
MERLINO PAGHEREBBE IL FATTO DI NON AVER VIGILATO SUL DOCUMENTARIO SU GIULIO REGENI, A CUI IL MINISTERO HA NEGATO I FINANZIAMENTI … LA MELONIANA PROIETTI È “ACCUSATA” DI NON AVER PARTECIPATO ALLA MISSIONE DI GIULI A NEW YORK LO SCORSO MESE
Decreti di revoca per Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del Mic e uomo di fiducia del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, e per Elena Proietti, a capo della segreteria personale del ministro.
Secondo quanto anticipa il Corriere.it, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha azzerato tutto il suo staff.
Il primo non avrebbe vigilato sul documentario su Giulio Regeni, a cui il ministero ha negato i finanziamenti.
La seconda – sempre secondo il Corriere.it -, non si sarebbe presentata all’aeroporto e non avrebbe quindi partecipato alla missione del ministro a New York lo scorso mese.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO MELONI STIMA PER IL 2026 UN DEBITO IN SALITA AL 138,6% DEL PIL, DAL 137,1% DEL 2025. ATENE, AL CONTRARIO, PREVEDE UNA DISCESA SECCA: DAL 146,1% AL 136,8% …A ZAVORRARE I CONTI ITALIANI C’È POI UNA CRESCITA ECONOMICA VICINA ALLO ZERO
Un tempo erano entrambi nel club dei Pigs, i Paesi europei “malati”, con i conti in
disordine e bilanci sotto osservazione, assieme a Irlanda e Spagna. Oggi l’Italia guarda dall’alto la Grecia. Ma nel senso peggiore.
Quest’anno il suo debito pubblico sorpasserà quello ellenico, dodici mesi prima di quanto prevedeva il Fondo monetario internazionale. E Roma diventerà la maglia nera dell’Eurozona nel rapporto tra debito e Pil
Nel Documento di finanza pubblica, appena approvato dal Consiglio dei ministri, il governo italiano stima per il 2026 un debito in salita al 138,6% del Pil, dal 137,1% del 2025. La Grecia, al contrario, prevede una discesa secca: dal 146,1% al 136,8%, calcola la Public debt management agency (Pdma) greca
Anche il Fondo monetario, nell’ultimo outlook, arriva alla stessa fotografia: Italia al 138,4%, Grecia al 136,9%. Pochi decimali di distanza, ma abbastanza per certificare il cambio di primato.
Il sorpasso racconta due traiettorie opposte. Atene, che nel 2020 aveva ancora un debito al 210% del Pil – come ricorda l’economista Giampaolo Galli, in un articolo pubblicato sull’Osservatorio Conti pubblici italiani – ha imboccato una correzione rapidissima: in cinque anni il saldo primario è migliorato di 12 punti, da un deficit del 7%
Mentre la crescita post Covid ha corso a ritmi ben superiori a quelli italiani: «In media del 7,7% fra il 2021 e il 2025», nota Galli. Roma intanto resta inchiodata allo zero virgola. E si porta dietro la coda lunga dei bonus edilizi: crediti d’imposta maturati negli anni scorsi che ora si trasformano in debito quando vengono usati per pagare meno tasse.
La discesa del debito sarà molto lenta, di pochi decimi l’anno prossimo (138,5%), poi giù anche nel 2028 (137,9) e nel 2029 (136,3%). Il ritmo di un punto di Pil in meno all’anno è obbligato dal nuovo Patto di stabilità, una volta fuori dalla procedura per deficit eccessivo.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
OSSESSIONATO DALLA SICUREZZA E TERRORIZZATO DA ATTENTATI O DA UN POSSIBILE COLPO DI STATO, “MAD VLAD” ORA VUOLE TRATTARE ANCHE PERCHÉ SUL CAMPO DI BATTAGLIA LE TRUPPE RUSSE NON RIESCONO A SFONDARE… LA PARATA IMPAURITA SULLA PIAZZA ROSSA HA MESSO A NUDO LA DEBOLEZZA DELL’ARMATA DEL CREMLINO, INCAPACE PERSINO DI DIFENDERE LA CAPITALE
Il premier slovacco Fico «mi ha detto che Zelensky è pronto a incontrarmi personalmente. Potremo farlo in un Paese terzo, ma solo una volta che sarà raggiunto un accordo per una pace duratura. Credo che il conflitto in Ucraina stia volgendo al termine».
Il Putin che non ti aspetti, alla fine di una mini parata in tono minore, ribalta il tavolo riaprendo le porte a un negoziato che pareva naufragato nello stagno.
È già sera quando il presidente russo parla ai giornalisti. Da poco ha incontrato a tu per tu Fico, l’unico leader europeo che quest’anno — dopo essere passato per Kiev — pur non presenziando alla parata è andato a Mosca a deporre un fiore alla tomba del milite ignoto e a incontrare Putin.
Una scelta per cui ieri ha ricevuto le critiche del presidente tedesco Merz, ma a Putin consegna il «messaggio» di Zelensky: un incontro che lastrichi la via per la fine della guerra, trasformando la tregua concordata con gli americani fino a lunedì in un prologo di pace come ha auspicato Trump.
Ma in questi giorni di sorprese, dopo la tregua concordata per la prima volta in 50 mesi di massacri, è un nuovo jolly nel mazzo. Durante la parata, Putin aveva dedicato solo un accenno alla guerra in Ucraina rivolgendosi ai soldati russi che «resistono a una forza aggressiva armata e sostenuta dall’intero blocco Nato
E nonostante ciò — aveva detto — i nostri eroi avanzano: la vittoria sarà nostra».
Con i giornalisti sceglie un registro diverso, e apre alla ripresa delle relazioni con l’Europa rimasta alla finestra di ogni negoziato sul conflitto.
Mosca, dice replicando alla proposta di dialogo del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, «non ha mai rifiutato» i negoziati con la Ue. Ed esprime anche una preferenza sul ruolo del negoziatore: «Preferirei l’ex cancelliere tedesco Schroeder. Altrimenti, che scelgano loro un leader di cui si fidano».
Per gli sforzi finora fatti da Washington dice di essere «grato», ma aggiunge che la questione «riguarda solo Russia e Ucraina». Quantomeno si è ripreso i riflettori dopo la mini parata, breve e senza i grandi leader ospiti del passato; senza missili e senza carri armati, ma con i soldati nordcoreani impettiti e, soprattutto, senza incidenti.
Nel silenzio della Piazza Rossa, con il saluto alle armi delle fanfare, l’81esimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista è stato ieri un appuntamento in tono minore. Organizzato nel timore di un attacco ucraino ormai non più simbolico.
«I nostri soldati soffrirono perdite enormi e fecero immensi sacrifici nel nome d libertà dei popoli d’Europa», dice Putin chiedendo un minuto di silenzio per i 27 milioni di sovietici caduti nella Seconda Guerra mondiale.
Ma parla a un parterre lontano dagli anni migliori: i presidenti di Kazakhstan e Uzbekistan sono tra i pochi presenti con il fedelissimo bielorusso Lukashenko, i leader di Malesia e Laos, Abkhazia, Ossezia del Sud, e Repubblica serba di Bosnia. Ancora lo scorso anno, con l’Ucraina incapace di colpire efficacemente la Piazza Rossa, c’era il presidente cinese Xi Jinping. Ora è la stessa desolazione del Covid.
Aumentano gli attacchi, aumentano i droni, aumentano i morti ma la linea del fronte si sposta poco o nulla. Dopo 1535 giorni di combattimenti la guerra in Ucraina si è impantanata in uno stallo che nessuna innovazione tecnologica e nessun piano d’assalto sembra in grado di rovesciare.
Per questo, dietro le dichiarazioni bellicose, a Mosca come a Kiev si sta diffondendo la convinzione che non esista la speranza di una vittoria sul terreno: è arrivata l’ora di negoziare una soluzione diplomatica.
La parata impaurita sulla Piazza Rossa ha messo a nudo la debolezza dell’armata del Cremlino, incapace persino di difendere la capitale. Putin ha poi formulato frasi sibilline sul «conflitto prossimo alla conclusione» e, anche se ha respinto l’offerta di
un incontro con Volodymyr Zelensky prima di avere chiuso un’intesa, ha aperto a colloqui con la Ue.
Sull’altro versante, l’impossibilità di un successo militare risolutivo viene ripetuta dal generale Valerii Zaluzhnyi, fino al 2024 comandante delle forze armate e oggi ambasciatore a Londra: il principale antagonista del presidente Zelensky che i sondaggi accreditano come trionfante nel caso di una sfida elettorale.
«La principale conseguenza dell’ingresso di nuovi strumenti come i droni – ha scritto – è la trasparenza del campo di battaglia, che ha portato al punto morto in cui è impossibile raggiungere gli obiettivi operativi e strategici».
Cosa significa? Se uno degli eserciti rivali prepara un assalto su larga scala, viene subito scoperto dai robot alati e ogni manovra è destinata a fallire. L’analisi di Zaluzhnyi è stata interpretata come un’apertura politica alle trattative e ha avuto eco in un Paese determinato a resistere ma logorato da oltre quattro anni di lotta.
La prospettiva di affrontare un altro inverno di blackout, freddo e morte comincia a essere discussa dalla stampa indipendente. Mentre in questo momento Kiev potrebbe sedersi al tavolo con una serie di garanzie.
Anzitutto, è stata superata la fase critica del divorzio dall’America. Il finanziamento da 90 miliardi concesso dall’Ue fornisce le risorse economiche per andare avanti fino al 2027. E anche le armi per le sue truppe ora sono soprattutto europee:
L’elemento fondamentale però viene dalla prima linea: i russi non sono in grado di sfondare la catena di città-fortezze del Donetsk. L’offensiva partita nella primavera di un anno fa si è arenata: le brigate di Mosca hanno conquistato 160 chilometri quadrati a marzo e 141 ad aprile.
Dall’inizio del 2026 la velocità dell’avanzata si è ridotta di due terzi e Forbes sostiene che con questo ritmo potranno occupare l’intera Ucraina solo nel 2256
Il fattore più drammatico sono i caduti: la stima basata sulle statistiche demografiche del Cremlino ritiene che i morti siano 352 mila a cui vanno aggiunti 900 mila feriti. Nonostante l’ecatombe, i russi continuano a lanciare attacchi: in queste ore insistono su Siversk e Kostyantynivka nel Donbass mentre cercano un varco a Orikhiv nella pianura di Zaporizzhizhia.
Il blocco di Hormuz e il prezzo del petrolio alle stelle danno fiato alla sua economia di guerra, ma Putin non ha assi nella manica per scardinare le difese di Kiev. Trovare una soluzione al conflitto gli consentirebbe di preservare intatto il suo potere. Quale può essere la via d’uscita?
Alla fine del 2025 nei colloqui mediati dalla Casa Bianca si cominciavano a delineare ipotesi di compromesso sulla sorte del Donbass. Il percorso diplomatico però si è fermato soprattutto perché Trump non era disposto a dare garanzie di sicurezza per il futuro ucraino. E questo resta ancora lo snodo chiave da risolvere.
(da Repubblica)
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Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
UNA MOSSA, QUELLA DEI RICONOSCIMENTI “POPOLARI” TIRATA FUORI DAL CAPPELLO DAL PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE, PIETRANGELO BUTTAFUOCO, DOPO LE DIMISSIONI DELLA GIURIA CHE AVREBBE DOVUTO SCEGLIERE LEONI D’ORO AD APERTURA DI BIENNALE
La crisi che attraversa la Biennale Arte di Venezia raggiunge un nuovo punto di rottura.
Quasi la metà degli artisti presenti nella Mostra principale “In Minor Keys”, curata da Koyo Kouoh, ha deciso di rinunciare alla possibilità di concorrere ai tradizionali Leoni d’Oro, segnando uno degli episodi più controversi nella storia recente della manifestazione.
Sono 52 gli artisti su 111 che hanno sottoscritto una dichiarazione pubblicata da e flux, spiegando di aver preso questa decisione “in solidarietà con le dimissioni della giuria selezionata da Koyo Kouoh”.
Tra i firmatari figurano nomi di rilievo della scena artistica internazionale come Alfredo Jaar, Otobong Nkanga, Walid Raad e Tuan Andrew Nguyen. Alla protesta si sono aggiunti anche gli artisti che rappresentano sedici padiglioni nazionali. Tra loro la francese Yto Barrada, la lituana Egle Budvytyte e l’olandese Dries Verhoeven.
Tradizionalmente i Leoni d’Oro vengono assegnati da una giuria internazionale sia agli artisti della mostra centrale sia ai padiglioni nazionali. Quest’anno però la cerimonia ufficiale non si è svolta: dopo le dimissioni collettive della giuria, la Biennale di Venezia ha deciso di sostituire i premi tradizionali con i cosiddetti “Leoni dei visitatori”, riconoscimenti assegnati dal pubblico attraverso una votazione popolare e previsti per il 22 novembre, giorno di chiusura dell’esposizione.
Le polemiche sono esplose già nelle settimane precedenti all’apertura della mostra. La giuria internazionale aveva infatti annunciato che non avrebbe preso in considerazione i padiglioni di Paesi accusati di crimini contro l’umanità davanti alla Corte Penale Internazionale.
Una posizione che avrebbe escluso di fatto Israele e Russia, due delle partecipazioni più contestate di questa edizione. Pochi giorni dopo quell’annuncio, il 30 aprile, i cinque membri della giuria si sono dimessi perchè l’artista israeliano Belu-Simion Fainaru aveva denunciando presunte discriminazioni razziali e accuse di antisemitismo, arrivando a ipotizzare un’azione legale contro la Biennale
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
DE ANGELIS: “MELONI PROVA A BARCAMENARSI NELLA DIREZIONE DI UN ‘SOVRANISMO EUROPEO’. OPERAZIONE NON SEMPLICE IN UN MONDO CHE SI SENTE STRETTO IN UNA MORSA, TRA PERDERE CONSENSI SE SI SCHIACCIA TROPPO SU TRUMP E PERDERE CONSENSI SE SI SCHIACCIA SULL’EUROPA
C’era una volta l’America. La sua America. Quella della «relazione speciale» predicata e di un trumpismo praticato come racconto (vedi il tema sicurezza). È stata la storia di questi anni.
Di parole e atti che quel racconto lo hanno fissato nell’immaginario popolare: i ponti, gli incontri, le figure simbolo, da Elon Musk a JD Vance
E ora? Dentro la «franchezza» del dialogo con Marco Rubio c’è un nuovo posizionamento di Giorgia Meloni, come conseguenza di un nuovo contesto, sia pur subìto e non agito. E tuttavia, nel nuovo posizionamento ci sono tre messaggi, nient’affatto banali.
Agli Stati Uniti, la premier italiana sta dicendo che l’Italia resta alleata di Washington, ma non intende farsi assorbire automaticamente dentro tutte le scelte strategiche americane. All’Europa sta dicendo che Roma non intende essere la mera piattaforma mediterranea del trumpismo.
All’interno Meloni sta cercando di trasmettere il messaggio che l’Italia è un alleato leale ma non subordinato, consapevole di quanto, tra dazi e pompe di benzina quel legame abbia rappresentato un costo in termini di consenso.
Giorgia Meloni si conferma così una leader abile come capacità reattiva, e non da oggi. La sua è una storia di adattamenti e iniziative che recepiscono stimoli esterni. Non di svolte, che si nutrono di un’elaborazione autonoma, si fissano in gesti e luoghi simbolici, si costruiscono nel travaglio di un popolo che, sorpreso dalla strambata, deve essere convinto della bontà del nuovo inizio.
È così che ha gestito l’avvicinamento al governo, dismettendo progressivamente tutto l’armamentario “no euro”. L’operazione Conservatori in Europa e il sostegno all’Ucraina sono stati i due assi attorno a cui ha costruito un cambiamento senza che, agli occhi del suo mondo, apparisse un tradimento: Europa fin dove necessario per candidarsi a governare pur senza diventare europeista, sovranismo fin dove possibile non ha mai lavorato sulla costruzione di una “egemonia” politico-culturale, che partisse dal progetto di governo. Per usare un linguaggio d’antan, non c’è stato “revisionismo” teorico ma una astuta “doppiezza”: possiamo anche accettare i vincoli di bilancio, lo spread, Ursula, Kiev ma, in fondo, “noi siamo sempre noi”.
In quel “noi” restano fermi i fondamentali identitari che nel trumpismo trovano una macro-narrazione: la contrapposizione al sistema, lo spirito di tribù, la diversità, la copertura degli spazi a destra sulla sicurezza.
Ed è qui che si inceppa il meccanismo, nel combinato disposto di sconfitta referendaria e scomunica trumpiana. Hic Rhodus, hic salta. La crisi precipita proprio sull’elemento fondamentale di tenuta e legittimazione, a monte (nel rapporto con Trump) e a valle (nel rapporto col popolo). Insomma, sull’identità.
E non è un caso che, dopo l’incontro con Rubio, tutto il suo mondo, quasi in un riflesso pavloviano, ha reagito riproducendo il canone abituale della luce riflessa – “noi protagonisti della diplomazia mondiale” – proprio nel momento in cui di quel canone veniva sancita una discontinuità e, con essa, la ricerca di una nuova strada da percorrere.
Il tema che si pone oggi per Giorgia Meloni è quello di trasformare il nuovo posizionamento in nuovo racconto in grado di stabilire una connessione sentimentale col popolo che abbia la forza evocativa del precedente. Ecco il punto di snodo in cui si trova: barcamenarsi in una dura necessità o svoltare, nella direzione di un “sovranismo europeo” cogliendo l’opportunità.
È un’operazione politica, non comunicativa, che ha a che fare con la ricerca di una identità conservatrice più meditata e commisurata più al progetto che all’ideologia.
Operazione non semplice in un mondo che si sente stretto in una morsa, tra perdere consensi se si schiaccia troppo su Trump e perdere consensi se si schiaccia sull’Europa
E non semplice in un quadro peraltro in cui, in Europa, la sconfitta di Orban non segna la crisi del populismo di estrema destra: alle amministrative inglesi il primo partito è Reform Uk di Nigel Farage, in Germania l’AfD vola, al ballottaggio per l’Eliseo il prossimo anno potrebbe andare Jordan Bardella e in Spagna l’era Sanchez, sempre il prossimo anno, potrebbe essere archiviata da un governo dei Popolari con Vox.
Sarebbe un “c’era una volta l’Europa”, in cui financo l’attuale postura di Giorgia Meloni rischia di diventare una colpa, vista da destra.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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