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ECCO L’EFFETTO BUTTAFUOCO: È SCOPPIATO IL CAOS AL PADIGLIONE RUSSO DELLA BIENNALE DI VENEZIA! ALL’APERTURA UFFICIALE DELLA MOSTRA RISERVATA AI GIORNALISTI, ALCUNI MANIFESTANTI CON LE BANDIERE UCRAINE HANNO GRIDATO “RUSSIA STATO TERRORISTA” E MOSTRATO CARTELLI CON SCRITTE CONTRO MOSC

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

POCO DOPO L’ESIBIZIONE DEL CORO RUSSO, UN GIOVANE TRA IL PUBBLICO HA TIRATO FUORI UNA BOTTIGLIA DI LATTE E L’HA VERSATA SUI PRESENTI E HA SCARAVENTATO CONTRO IL MURO UNA FETTA DI PARMIGIANO … IL COMMISSARIO UE ALLA CULTURA, GLENN MICALLEF: “NO ALL’USO DI PALCOSCENICI EUROPEI PER LA PROPAGANDA RUSSA” … IL DEM FILIPPO SENSI: “MI VERGOGNO PER QUESTA VITTORIA REGIME RUSSO”

Tensione davanti al Padiglione russo alla Biennale di Venezia nel giorno dell’apertura ufficiale su invito. Grande schieramento di polizia e manifestanti, alcuni con le bandiere ucraine, che gridano “Russia Stato terrorista” e mostrano cartelli con scritte contro Mosca.
Dentro il Padiglione al piano superiore durante un’esibizione un giovane ha lanciato verso il pubblico il contenuto di una bottiglia di latte e ha scaraventato contro il muro una fetta di parmigiano, ma è stato subito bloccato dalle forze dell’ordine.
Caos al padiglione russo alla Biennale Arte di Venezia durante l’opening ufficiale alle ore 17 di oggi, riservato ai giornalisti accreditati invitati. Poco dopo la prima esibizione del coro russo, all’inizio della cerimonia, un giovane tra il pubblico ha tirato fuori da una borsa una bottiglia di latte e l’ha versata sui presenti. Una ventina di persone hanno avuto i vestiti macchiati dal latte.
Né l’ambasciatore russo né la Commissaria del Padiglione sono stati colpiti dal latte. Sono quindi intervenute le forze dell’ordine e hanno portato via il giovane, sembra per identificarlo.
MINISTRI UCRAINA, POLONIA E BALTICI, LA RUSSIA USA LA CULTURA PER RIPULIRSI
“I valori di libertà, dignità umana e democrazia sono gli stessi che l’aggressione russa cerca di distruggere. Uno Stato che muove una guerra di aggressione non può presentarsi come rappresentante della cultura. Riaffermiamo il nostro sostegno alla libertà artistica e di espressione, ma questa libertà non deve essere strumentalizzata per ‘ripulire’ i crimini di Stato o conferire legittimità all’aggressione”: così la ministra della Cultura dell’Ucraina Tetiana Berezhna, in un evento alla Biennale Arte alla presenza dei ministri della Cultura di Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia, che hanno condiviso il ‘no’ alla presenza di Mosca.
BIENNALE ARTE: UE, NO A USO PALCOSCENICI EUROPEI PER PROPAGANDA RUSSA
Biennale Arte: Ue, no a uso palcoscenici europei per propaganda russa Bruxelles, 6 mag. (LaPresse) – “La mia posizione rimane invariata: la cultura europea e i palcoscenici europei non devono mai essere utilizzati per la propaganda russa. Questa è una posizione ferma, un impegno fermo. Abbiamo già dato una risposta molto chiara in questo senso: non ci sarà alcun sostegno europeo all’utilizzo di palcoscenici per la propaganda.
BIENNALE ARTE: SENSI, ‘MI VERGOGNO PER QUESTA VITTORIA REGIME RUSSO’
“Mi vergogno come italiano per la Biennale di Putin, mi vergogno per l’ambasciatore, mi vergogno per gli applausi compiacenti, mi vergogno per i causidici, mi vergogno per gli ignavi, mi vergogno per questa vittoria del regime russo, mi vergogno per i dotti, medici e sapienti”. Lo scrive il senatore Pd, Filippo Sensi, sui social.
“Difendere la cultura e l’autonomia della cultura significa anche difenderla dalla propaganda filo-governativa russa. Il padiglione russo alla Biennale e’ una scelta gravissimo ed intollerabile. Crea un grandissimo imbarazzo al nostro Paese, che si colloca fuori dalla linea dell’Unione europea. Siamo davvero preoccupati per quanto sta accadendo per responsabilita’ di incapacita’ e divisioni di maggioranza e governo”.
Lo afferma Piero De Luca, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Affari europei della Camera. “Del resto e’ la stessa posizione espressa anche dai ministri della Cultura di Ucraina, Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia, con in testa la ministra ucraina Tetiana Berezhna, che hanno chiarito come la Russia utilizzi la cultura come strumento di propaganda e di legittimazione dell’aggressione.
Un segnale politico chiaro che dovrebbe far riflettere il governo italiano. Il duo Meloni-Giuli gioca allo scaricabarile con la presidenza della Biennale, ma quanto accaduto rappresenta il fallimento e la dimostrazione dell’incapacita’ di gestione delle istituzioni culturali da parte del governo. Non si va avanti per strappi, non si va avanti con personalismi e imposizioni. Serve invece una forte e continua attivita’ di dialogo”, conclude De Luca.
“La libertà non è di per sé una condizione sufficiente a rendere giusta una scelta. Si può essere liberi e sbagliare. Nessuno mette in discussione l’autonomia, che resta un principio sacrosanto. Ma la scelta compiuta dalla Biennale, che ha finito per offrire un palcoscenico alla propaganda russa, è stata e continua a essere inaccettabile”.
Lo afferma Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera. “Ora che il padiglione russo è stato aperto e il mondo dell’arte ha potuto visitarlo, emerge con ancora maggiore evidenza la gravità di quanto accaduto. È inaccettabile che una manifestazione culturale di rilievo internazionale venga piegata a logiche propagandistiche.
Questa vicenda è il frutto di una gestione della cultura da parte del governo, a partire da Giuli e Meloni, fatta di imposizioni, strappi e personalismi, senza dialogo né capacità di ascolto. Un approccio che ha irrigidito tutto, producendo un grave danno per il Paese e per la credibilità delle nostre istituzioni culturali. Anche i ministri della Cultura di Ucraina, Polonia e dei Paesi baltici hanno ribadito come la Russia utilizzi la cultura per ripulirsi
(da agenzie)

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IL FALLIMENTO DEL SISTEMA SANITARIO ITALIANO: LE PERSONE SONO COSTRETTE A RINUNCIARE ALLE CURE. SECONDO L’OCSE, QUASI L’8% DEGLI ITALIANI NON PUO’ PROSEGUIRE LE TERAPIE PER I TEMPI ECCESSIVI. A CIÒ SI AGGIUNGE LA BASSA COPERTURA PUBBLICA PER LE PRESTAZIONI AMBULATORIALI E ODONTOIATRICHE, CHE SPESSO SPINGE I PAZIENTI A PAGARE PER ACCEDERE PIÙ RAPIDAMENTE AI PRIVATI

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

SI CREA UNA FORTE DISUGUAGLIANZA, IN BARBA ALLA COSTITUZIONE (ART. 32: “LA REPUBBLICA TUTELA LA SALUTE COME FONDAMENTALE DIRITTO DELL’INDIVIDUO E INTERESSE DELLA COLLETTIVITÀ, E GARANTISCE CURE GRATUITE AGLI INDIGENTI”)

Le lunghe liste d’attesa rappresentano il principale ostacolo nel sistema sanitario italiano, causando nel 2023 la rinuncia alle cure mediche necessarie da parte del 7,6% della popolazione.
A ciò si aggiunge la bassa copertura pubblica per le prestazioni ambulatoriali e odontoiatriche, che spesso spinge i pazienti a pagare di tasca propria per accedere più rapidamente ai fornitori privati. Ciò crea una forte disuguaglianza: nel 2024, gli adulti a rischio di povertà erano oltre 2,5 volte più propensi a segnalare bisogni sanitari insoddisfatti rispetto alla popolazione generale. Lo rileva il report dell’Ocse ‘Profilo della Sanità 2025: Italia’ presentato oggi al Cnel.
L’eccessiva lunghezza delle liste d’attesa ha interessato 2,7 milioni di persone, quasi il doppio rispetto agli 1,5 milioni registrati nel 2019, a indicare come la pandemia abbia acuito un problema di vecchia data. I ritardi si concentrano nei punti di accesso alle cure specialistiche: le visite iniziali e gli esami diagnostici hanno rappresentato oltre il 60% di tutti gli ostacoli all’accesso legati ai tempi di attesa, superando di gran lunga i problemi relativi alle fasi successive del trattamento.
Per combattere i tempi di attesa sempre più lunghi, l’Italia ha lanciato il Piano nazionale per la gestione delle liste d’attesa.
(da agenzie)

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“DURANTE LA CAMPAGNA ELETTORALE HO MENZIONATO SPESSO FALCONE E BORSELLINO”: PÉTER MAGYAR, CHE HA BATTUTO ORBAN ALLE ULTIME ELEZIONI IN UNGHERIA, CITA I DUE GIUDICI UCCISI DALLA MAFIA

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

MAGYAR È ANDATO AL “RIVIERA INTERNATIONAL FILM FESTIVAL” DI SESTRI LEVANTE, DOV’È APPARSO ALLA PRIMA EUROPEA DI UN DOCUMENTARIO A LUI DEDICATO, “SPRING WIND – THE AWAKENING”: “ANCHE NOI ABBIAMO DOVUTO LOTTARE CONTO UN ALTRO TIPO DI MAFIA CHE C’ERA NEL PAESE”

C’è una scena magnifica nelle Idi di marzo di George Clooney in cui Ryan Gosling tenta di convincere una giornalista che lui nel candidato cui dedica diciotto ore al giorno ci crede davvero. Lei ride, incredula. A Washington nessuno crede in nulla.
Finché in Europa qualcuno ha adottato la camicia bianca come un’uniforme suscitando lo stesso entusiasmo dell’Obama degli esordi. Spazzando via ogni cinismo tra i suoi più stretti collaboratori come nelle folle che ha battuto a tappeto in 700 villaggi e città.
Ieri quell’uomo, Péter Magyar, il trionfatore delle recenti elezioni in Ungheria, il candidato che ha sconfitto il grande autocrate Viktor Orbán, ha deciso di trascorrere le sue ultime ore da “uomo libero”, ancora inebriato dalla vittoria schiacciante ma ancora non investito dello scettro di primo ministro, al Riviera International Film
Festival di Sestri Levante, dov’è apparso alla prima europea di un documentario a lui dedicato, Spring Wind – The Awakening.
In fondo, in piena coerenza con la riconoscenza che ha sempre mostrato finora verso chi lo ha seguito sin dall’inizio, come il regista del film, Tamás Yvan Topolánszky. Dal palco del cinema Ariston, Magyar ha voluto menzionare due grandi italiani: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti per la giustizia, assassinati dalla mafia
«Li ho citati spesso in campagna elettorale», ha annuito. Lui che di mafia ne ha combattuta un’altra: quella pervasiva del regime autocratico e capillare di «paparino» Orbán, come lo chiamavano ironici i suoi connazionali
Nel film scorrono le immagini del miracolo, la ribellione di Magyar contro il padre padrone dell’Ungheria, il dolore dei figli che ripetono la propaganda onnipresente di Orbán, «papà sei un traditore», la rottura con l’ex moglie, le manifestazioni sempre più oceaniche dei suoi sostenitori, «non ho paura». E restano le parole del regista: «Volevo raccontare un dramma shakespeariano, è diventato il più grande evento storico degli ultimi decenni».
(da Repubblica)

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I FRATELLI D’ITALIA SI STANNO FACENDO FUORI DA SOLI, ORA TIENE BANCO LO SCAZZO GIULI-BUTTAFUOCO SULLA BIENNALE, MA I PUNTI DI FRATTURA INTERNI NEL PARTITO DI GIORGIA MELONI SONO INFINITI

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

C’È IL DUALISMO CROSETTO-MANTOVANO (CON UN OCCHIO AI SERVIZI), QUELLO TRA ROSSI E CHIOCCI IN RAI, MENTRE NON SI PLACA L’OSTILITÀ TRA I “GABBIANI” DI RAMPELLI E LA NUOVA LEADERSHIP DEL PARTITO (ARIANNA MELONI E GIOVANNI DONZELLI, CON L’OMBRA DI FRANCESCO LOLLOBRIGIDA CHE SOGNA DI RICONQUISTARE LA GESTIONE DI VIA DELLA SCROFA)

Quattro anni di legislatura sul filo del rasoio. A meno di un anno dalle elezioni politiche, la maggioranza che sostiene il governo Meloni si trova a dover fare i conti con un’infinita serie di duelli interni.
L’ultimo e il più pirotecnico è senz’altro quello tra due vecchi amici – testimone Giordano Bruno Guerri – come Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. A dividerli la Biennale, o meglio la scelta di ospitare la delegazione della Federazione russa.
All’origine del dissidio, un’interpretazione diversa del modo migliore di raggiungere l’egemonia culturale tanto agognata dalla destra. Che pure continua a schiantarsi contro i limiti reali delle governance proposte dal ministero della Cultura, da quella Rai in giù. Per dirla ancora con Guerri, «la concretezza» di Giuli contro «la fantasia» di Buttafuoco
Il risultato: un presidente accusato di russofilia che interpreta nella maniera più autentica la linea originaria del sistema culturale alle spalle di Giorgia Meloni e un ministro impallinato nel tentativo di coniugare l’eredità del mondo post-missino e gli accordi europei a cui aderisce il governo del centrodestra.
Ma lo screzio tra Buttafuoco e Giuli non è l’unico che ha animato la legislatura. Un altro duello a cui le cronache ci hanno ormai abituato da tempo è quello tra il ministro della Difesa Guido Crosetto e il sottosegretario con delega ai sevizi Alfredo Mantovano, che controlla anche l’Aise, i servizi segreti per l’estero di cui il numero uno della Difesa non si è mai fidato appieno.
Una posizione gravissima, anche se la sfida sembra ormai essersi chiusa a sfavore del ministro, che si è visto progressivamente privare dei suoi punti di riferimento nell’ambiente
Non c’è il rischio di annoiarsi neanche in Forza Italia. Tra gli azzurri si consumano
parecchie partite interne, come la sfida evergreen tra Antonio Tajani e Giorgio Mulè. Un po’ un derby forzista, anche se di questi tempi l’approccio vellutato del siculo vicepresidente della Camera, diametralmente opposto a quello romanocentrico del segretario, sembra ben più gradito alla famiglia Berlusconi.
E poi, ovviamente, c’è il grande scontro – per ora ancora carsico, ma che riempie le pagine dei giornali – tra Giorgia Meloni e Marina Berlusconi per la supremazia del centrodestra.
O della destra, se Marina dovesse scegliere un’altra strada. Underdog contro primogenita, destra nazionale contro liberale, ma tanti tratti in comune. Dalla capacità di imporsi su mondi molto maschili al talento di cogliere certi spostamenti dell’elettorato prima di altri
Soprattutto, però, la repulsione nei confronti di Matteo Salvini: per Meloni è un potenziale concorrente, per la primogenita del fu Cavaliere è un partner troppo distante dai propri valori di riferimento.
Mentre nella compagine governativa spesso si ritrova a spingere dalla parte opposta dell’altro vicepremier Tajani, anche internamente alla sua area politica il leader della Lega ha il suo rivale d’elezione: a sfidarlo è stato (come potrebbe essere diversamente, per un uomo d’arma) il generale Roberto Vannacci
A trovarsi spesso su fronti opposti, uno a vigilare sulla tenuta dei conti, l’altro a promettere salvataggi spericolati a destra e a manca, sono anche Giancarlo Giorgetti e Adolfo Urso, rispettivamente ministro dell’Economia leghista e ministro delle Imprese meloniano.
In Fratelli d’Italia, poi, è tutta una questione di appartenenze generazionali e geografiche: se su Roma l’eminenza grigia di Fabio Rampelli è stata spodestata da Arianna Meloni, l’ex compagno della sorella della premier e ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, vorrebbe riconquistare la gestione diretta delle truppe del partito, attualmente in mano al responsabile territori Giovanni Donzelli.
Sempre nel mondo meloniano, ad avere visioni differenti su come interpretare al meglio il racconto del governo nel servizio pubblico sono invece l’ad Rai Giampaolo Rossi e il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci, spesso dipinti, ma solo dai maliziosi, come due contraenti ai ferri corti.
Insomma, i duelli a destra non finiscono mai. E tutte le energie investite nelle sfide personali rendono la miccia del governo sempre più corta.
(da “Domani”)-

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COME E’ TRISTE VENEZIA. NON SOLO IL CASO VENEZI E IL PASTROCCHIO BIENNALE, LA SERENISSIMA E’ ALLE PRESE CON I PROBLEMI DELL’ECCESSO DI TURISTI, DEI PALAZZI STORICI TRASFORMATI IN HOTEL E DELLE MAREE

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCRITTORE ANTONIO SCURATI: “IL 24 MAGGIO, LE COMUNALI DECIDERANNO IL NOSTRO FUTURO: SERVE IL CORAGGIO DI UN VOTO SENZA COMPROMESSI, PER SALVARE VENEZIA” … L’ECONOMISTA FRANCESCO GIAVAZZI E IL PARADOSSO DI VENEZIA: “CASE INTROVABILI, MA CI SONO 3 MILA APPARTAMENTI VUOTI DEGLI ENTI PUBBLICI CHE POTREBBERO OSPITARE 10 MILA NUOVI VENEZIANI”

Grandi eventi, mega yacht. Rive esaurite, nel bacino di San Marco. Guerre, crisi energetiche e risse politiche non turbano il party club che guida il mondo: i miliardari che occorrono hanno attraccato. Anche tutti gli altri: alberghi pieni, stanze in affitto e Airbnb pure. Totale oggi: oltre 82 mila letti per turisti occupati tra laguna e terraferma.
La vecchia Venezia, crollata sotto i 48 mila abitanti, scoppia. Nelle calli, l’invalicabile onda dei 200 mila giornalieri che si fotografano. Il mare è a parte, sale di cinque millimetri in dodici mesi: senza accelerazioni, mezzo metro ogni cento. Entro il secolo inghiottirà la città non marcita prima dal sale.
Antonio Scurati, ieri su Repubblica, ha lanciato il suo grido d’aiuto: “Il 24 maggio, le Comunali decideranno il nostro futuro: serve il coraggio di un voto senza compromessi, per salvare Venezia dalla doppia marea che la distrugge”. Freni di mercato e dighe mobili non bastano più.
Nessuno si blocca davanti a pochi giorni di ticket d’ingresso: un Mose alzato 260 volte all’anno soffocherebbe laguna, porto e bilanci. «Il dramma – dice Carlo Barbante, scienziato delle ricostruzioni climatiche e ambientali a Ca’ Foscari e Cnr – è che ci affidiamo a misure pensate mezzo secolo fa. Il rapporto di uno a quattro tra residenti e turisti si è capovolto: il turismo ieri ha frenato l’esodo, oggi lo alimenta.
Le isole erano minacciate dalle maree, non dall’innalzamento degli oceani: il Mose ieri ha concesso tempo, oggi lo sottrae. Entro il 2028 avremo i dati del report sull’impatto del clima a Venezia: il confronto sui progetti però deve partire subito».
Chi è rimasto ha due timori: non essere preso sul serio e scoprire l’indifferenza collettiva. «La città – dice Paolo Costa, economista ed ex sindaco – è limitata: la domanda di vederla, no. Anche l’offerta turistica è travolta dal no limits, come una vasca riempita da un rubinetto troppo aperto. È tempo di fissare una soglia di sopravvivenza: 60 mila turisti al giorno su prenotazione, da dotare di un pass per servizi gratuiti. Per vivere occorre anche un’economia completa, con industria leggera ed energie rinnovabili. La città sull’acqua si salva solo dalla terraferma».
I primi a vendere i palazzi storici, da trasformare in hotel, restano Comune e Regione. Lo scorso anno le paratoie del Mose sono state alzate 27 volte, già 30 nel 2026: un conto da 35 milioni di euro, in cinque anni
«Per guadagnare tempo – dice Andrea Rinaldo, docente di idraulica e Nobel dell’Acqua – è un prezzo perfino basso. Il nodo è che non basta e che non possiamo
aspettare. Alzare il Mose oltre 50 volte l’anno non è finanziabile: significa travolgere laguna, città e traffico marittimo. Va promossa una consultazione mondiale per immaginare Venezia con un metro di acqua in più: non per riflettere sulla mitigazione, ma sull’adattamento a un pianeta diverso». Profetico, il film Welcome Venice: l’addio dei veneziani alla città, affittata ai turisti.
«L’alta tensione abitativa – dice il regista Andrea Segre – è conseguenza di un’amministrazione che non ha fissato regole, alimentando lo spopolamento. La proposta di legge per riconoscere ai Comuni il diritto di stabilire il rapporto tra residenti e visitatori è bloccata in Senato. L’overtourism genera una mono-industria che produce inquinamento sociale: per contrastarlo vanno definiti limiti alla proprietà privata, come avviene per altre imprese inquinanti».
A rivelare il paradosso veneziano, sulla Nuova Venezia, l’economista Francesco Giavazzi: case introvabili, ma 3 mila appartamenti vuoti degli enti pubblici. «Potrebbero ospitare 10 mila nuovi veneziani – sottolinea – se il prossimo sindaco premerà sul governo, nel 2027 i primi alloggi potrebbero essere pronti. Questa città, per vivere, ha bisogno di giovani e innovazione».
Per riportare vita in laguna Nicola Pellicani nel 2022 era riuscito a dare a Venezia la possibilità di regolamentare le locazioni brevi. Risultato: melina della maggioranza del sindaco Luigi Brugnaro, norme bloccate e via libera a 8 mila Airbnb. «Il tempo – dice l’ex deputato Pd – è finito: non per scelta, per istinto di sopravvivenza. La capacità di carico va fissata subito, assieme a stop del ticket d’ingresso e una conferenza internazionale sull’impatto dei cambiamenti climatici. Se non si muove, Venezia muore».
(da agenzie)

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IL “TG1” RIVELA CHE, IN UNA INTERCETTAZIONE, ANDREA SEMPIO CONFESSÒ: “HO VISTO IL VIDEO DI CHIARA POGGI E ALBERTO STASI”. IL RIFERIMENTO È ALLA CLIP HOT CHE I DUE FIDANZATI AVEVANO GIRATO INSIEME E CHE CHIARA CONSERVAVA NEL PC DI FAMIGLIA

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

INOLTRE SEMPIO, IN UN’ALTRA INTERCETTAZIONE, PARLANDO DA SOLO, AVREBBE DETTO DI AVER CHIAMATO CHIARA POGGI PRIMA DEL DELITTO E DI AVER TENTATO UN APPROCCIO. LEI AVREBBE DETTO: “NON CI VOGLIO PARLARE CON TE”, ATTACCANDO IL TELEFONO (IN QUEI GIORNI, LA FAMIGLIA DI CHIARA ERA IN TRENTINO E LA 26ENNE ERA A CASA DA SOLA)

”Ho visto il video di Chiara e Alberto”. Così Andrea Sempio in un’intercettazione, secondo quanto rivela il ‘Tg1’ sui suoi canali social. Inoltre nel post si spiega che Sempio, in un’altra intercettazione, parlando da solo, avrebbe detto di aver chiamato Chiara prima del delitto, di aver tentato un approccio e che lei avrebbe detto: “Non ci voglio parlare con te” attaccando il telefono.
Le intercettazioni che i pm di Pavia hanno fatto ascoltare al fratello di Chiara Poggi, Marco, riguardano alcune frasi che Andrea Sempio ha pronunciato da solo, in auto, in cui avrebbe fatto riferimento alla vittima del delitto di Garlasco e alla vicenda per cui è indagato. Da quanto è stato riferito il verbale della testimonianza di Marco, ascoltato oggi in Procura a Pavia, è stato secretato.
(da agenzie)

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LE MANOVRE DI MARINA BERLUSCONI PER BLOCCARE LA NUOVA LEGGE ELETTORALE. MELONI ACCELERA SULLA RIFORMA DEL VOTO, IL QUASI-COMMISSARIATO LEADER DI FI ANTONIO TAJANI, SU CUI PREME LA CAVALIERA, INVITA ALLA CAUTELA

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

MARINA SPERA NEL PAREGGIO PER SGANCIARSI DALLA DESTRA MELONIANA ALLA PROSSIMA LEGISLATURA, DIREZIONE CENTRO. L’OBIETTIVO E’ ANCHE QUELLO DI DARE LE CARTE NELLA ELEZIONE DEL PROSSIMO CAPO DELLO STATO… ANCHE LA LEGA SI DEFILA: AL NORD SERPEGGIANO MALUMORI PER L’EVENTUALE ADDIO AGLI UNINOMINALI

Non è il pranzo a preoccupare, a palazzo Chigi, ma il conto. E Giorgia Meloni, che stamattina riceve i suoi due vicepremier, sembra intenzionata a presentarlo subito, senza caffè: la legge elettorale. Sul tavolo, la premier è pronta a scodellare il tema di politica interna che più le preme. Accelerare, stringere, arrivare a un primo sì della Camera entro l’estate e poi — novità — mettere la fiducia al Senato, subito, a settembre.
Tradotto: la riforma del sistema di voto che uscirà da Montecitorio, dove le audizioni sono appena iniziate e già sfilano i costituzionalisti, dovrà essere adottata così com’è a Palazzo Madama, senza troppe storie. Blindata, come si dice quando non si vuole discutere ma solo approvare.
Certo, a Chigi stamane si discuterà anche di molto altro: delle bizze di Trump, della trattativa in salita con l’Europa sui conti, dei soldi che mancano per la benzina, di un paio di temi forti su cui puntare in questo ultimo scampolo di legislatura: il lavoro e la casa, fa trapelare Arianna Meloni.
Ma lo scoglio tutto interno alla destra è la riforma del voto. La presidente del Consiglio ha fretta, anche per mettere a tacere la ridda di voci che descrivono FI tentata di sganciarsi dalla destra alla prossima legislatura, direzione centro.
Per Meloni il punto è questo: avere dalla sua Antonio Tajani. Il quale, a dire il vero appare meno sereno di quanto ostenti. Su di lui preme la famiglia Berlusconi, che invita alla cautela, cioè a rallentare.
Non a caso, in questi giorni, si è mosso con la consueta discrezione Gianni Letta, che quando parla piano di solito è per farsi ascoltare meglio. Risultato: riunione convocata ieri pomeriggio dal leader azzurro, alla vigilia del summit di Chigi, con il capogruppo dei deputati Enrico Costa e il vicesegretario Stefano Benigni, custode del dossier del cosiddetto “Stabilicum”. (…) Viene informato anche Nazario Pagano, il presidente forzista della commissione Affari costituzionali della Camera, che infatti apre a correzioni, purché dalle opposizioni arrivi almeno, dice così, «qualche segnale di fumo».
Davanti ai suoi, Tajani ha già chiarito la linea che porterà oggi a palazzo Chigi: sì alla legge, ma senza forzature. «La riforma per com’è stata architettata va bene, bisogna evitare lo stallo, ma senza dialogo — è il succo — regaliamo alla sinistra sei mesi di grida al golpe». E in effetti Elly Schlein ha già bollato la proposta «irricevibile», senza bisogno di ulteriori aggettivi.
Dunque Forza Italia si sfila? Tajani confermerà, come sempre, la sua lealtà. Ma una lealtà con avvertenze: niente fretta, niente strappi. Che è una maniera garbata per dire che il conto, forse, si può anche pagare.
Ma non senza prima controllare le voci. E magari discutere il prezzo.
Matteo Salvini, per ora, osserva. Non applaude e non fischia: si limita a restare defilato, che è una forma di prudenza quando in casa propria, soprattutto al Nord, serpeggiano malumori per l’eventuale addio agli uninominali, a cui molti restano affezionati come a una vecchia poltrona un po’ sfondata, ma comoda.
(da agenzie)

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FARE A MENO DEGLI STATI UNITI SI PUÒ, BASTA PAGARE: L’EUROPA DEVE TROVARE ALMENO MILLE MILIARDI DI DOLLARI PER COMPENSARE UN’EVENTUALE DISIMPEGNO TOTALE DEGLI AMERICANI

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

UN ALTRO FATTORE CRUCIALE È IL TEMPO: PER FRONTEGGIARE LA MINACCIA RUSSA NON BISOGNA TENTENNARE. COSTRUIRE UNA DIFESA AEREA DEGNA E COMPETERE SU INTELLIGENCE E INFRASTRUTTURE SPAZIALI RICHIEDE ANNI

Gli europei possono fare a meno della difesa americana? In teoria sì: a condizione che i 31 Paesi della Nato, (tutti tranne gli Stati Uniti) siano pronti a spendere altri 1.000 miliardi di dollari, oltre ai 750 promessi lo scorso anno, nel vertice dell’Aja, in Olanda.
Allora i soci dell’Alleanza si impegnarono ad aumentare la spesa della difesa fino al 3,5% del Pil entro il 2035, destinando un altro 1,5% a investimenti collaterali. Quelle cifre, che pure hanno già suscitato aspre polemiche nei vari Paesi, non basterebbero a colmare il vuoto lasciato dalla «Trump-exit».
Nell’ultimo anno, analisi e previsioni sono fiorite a decine. Una delle più citate è ancora quella presentata lo scorso anno dall’Iiss (International Institute for Strategic Studies), centro studi specializzato nella sicurezza internazionale, con sede a Londra.
Il rapporto si intitola «Difendere l’Europa senza gli Stati Uniti, costi e conseguenze».
Il lavoro immagina lo scenario più estremo: il ritiro completo delle forze armate Usa di stanza in Europa e la disattivazione dei sistemi di sorveglianza, di intelligence, fino allo smantellamento dello scudo nucleare
Per rimpiazzare le forze americane di terra (dai carri armati all’artiglieria) servono 51 miliardi di dollari; per quelle navali, 86 miliardi; per quelle aeree (dai caccia ai droni), 88 miliardi. Totale: 225 miliardi di dollari che possono arrivare fino a 344 miliardi.
Alla lista vanno aggiunti gli stanziamenti per mettere in campo una forza di 128 mila tra soldati e personale di supporto: il minimo per costituire una deterrenza credibile nei confronti della minaccia russa.
Si arriva a mille miliardi calcolando gli investimenti necessari nei settori in cui la distanza tra le capacità americane e quelle europee è più vistosa: sorveglianza del territorio, intelligence, infrastrutture spaziali.
Da ultimo, l’Unione europea ha mostrato segnali di risveglio. Bruxelles, per esempio, sta finanziando il sistema di comunicazione orbitale Iris. L’obiettivo è affrancarsi progressivamente da Elon Musk e dalla sua rete Starlink. Il problema è che i satelliti europei per uso militare dovrebbero entrare in servizio fra quattro anni: un’eternità per lo spazio.
Oltre ai soldi, quindi, l’altro fattore cruciale è il tempo. Entrambi ci conducono alla dimensione decisiva: la politica
Quanti sono i governi pronti ad aumentare e ad accelerare le spese per il riarmo? Londra, Parigi e Berlino si stanno muovendo in modo concreto. […] Il primo passaggio L’idea è formare un gruppo coeso, lasciando, almeno per il momento, ai margini i governi titubanti o semplicemente contrari alla prospettiva di un’Europa senza la tutela Usa
La squadra di partenza è formata da un nocciolo duro di Stati: Regno Unito, Francia, Germania, Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia. Un secondo girone, decisamente più largo, segue con interesse, ma vuole mantenere stretti legami militari, anche bilaterali, con gli Usa. Ne fanno parte, tra gli altri: la Polonia, la Grecia, i Paesi Baltici. Naturalmente anche il governo italiano sarà chiamato a scegliere.
(da Corriere della Sera)

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LA MILITANTE DELLA LEGA E’ STATA ASSOLTA DALLE ACCUSE DI STALKING NEI CONFRONTI DELL’EX DEPUTATO LEGHISTA INVERNIZZI: IL FATTO NON SUSSISTE

Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile

STELLA BARTOLO: “TRE ANNI D’INFERNO, HO SUBITO UN’INGIUSTA GOGNA MEDIATICA E HO PERSO IL LAVORO”

“Dopo anni di inferno finalmente riprendo in mano la mia vita”, a parlare – contattata da Fanpage.it – è Stella Bartolo, militante romana della Lega che nel 2023 fu accusata di stalking da Cristian Invernizzi, ex deputato bergamasco del Carroccio. Le parole di Bartolo arrivano all’indomani dell’assoluzione piena pronunciata dal Tribunale di Roma, ieri lunedì 4 maggio, perché “il fatto non sussiste”.
“In questi anni ho subito una gogna mediatica non indifferente. Mi sono sentita disarmata. Ho avuto come la sensazione di aver perso completamente la voce. E ora voglio gridare la mia innocenza”, ha detto a Fanpage.it.
“Quello che mi è accaduto mi ha stravolto la vita. Essere accusati di stalking e apparire su tutti i giornali mi ha causato la perdita del lavoro, di molti affetti e
amici. Ho perso addirittura un concorso importante nelle forze armate, nella Marina Militare, a cui tenevo moltissimo: ammessa in una prima fase e esclusa successivamente. Non sono riuscita a trovare altri lavori. Ho anche ricevuto tantissime minacce sui social network da persone che esprimevano odio e rabbia nei miei confronti. Un vero incubo”, ha raccontato ancora Bartolo a Fanpage.it, con voce calma e ferma ma al tempo stesso carica di dolore, quello patito in questi anni, e stanchezza di un lungo e stressante iter legale.
L’assoluzione ricevuta segna un punto di svolta nella sua vita, la chiusura di un triennio di sofferenze, di un capitolo che dovrà necessariamente essere archiviato. Bartolo è passata attraverso qualcosa che nulla aveva a che fare con lei, ma che invece l’ha riguardata in prima persona. E lei non solo ci è passata attraverso, ma è anche arrivata in fondo, è cambiata. Oggi guarda al futuro con positività.
“Solo ora sento finalmente di aver ritrovato la voce. Voglio tornare in politica, mi è mancata da morire. Ora non solo voglio scendere di nuovo in campo ma anche aiutare tutte le persone, in particolare le donne, che hanno vissuto o stanno vivendo una situazione analoga alla mia. A loro voglio dire di non mollare mai”, ha concluso Bartolo.
Come spiega il suo avvocato, Emanuele Fierimonte, in una nota diffusa, a seguito della decisione pronunciata dal Tribunale penale di Roma, “Sin dalla lettura della documentazione emerge la totale assenza di responsabilità penale della dott.ssa Stella Bartolo, vittima di una ingiusta gogna mediatica che l’ha enormemente danneggiata sia in campo professionale sia nel suo ruolo di militanza politica”.
E ha proseguito: “Credo che giustizia sia stata fatta. È stato chiaramente un attacco personale finalizzato a danneggiare l’immagine della mia assistita. Ben avrebbero potuto risolvere le cose in sedi private, tuttavia si è scelto la via penale. Questo ha portato a gravi conseguenze per la mia assistita che finalmente ora può dire di essere uscita da tre anni di inferno” .
(da Fanpage)

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