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RISPARMIAVANO SUI SERVIZI ASSISTENZIALI DA FORNIRE NEI CENTRI PER L’ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI DEL CONSORZIO “MALEVENTUM”, USANDO IL DENARO SOTTRATTO PER SCOPI PERSONALI, COME VIAGGI, SOGGIORNI E ACCESSORI DI LUSSO

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

AMMONTA A 1,3 MILIONI DI EURO IL DANNO ERARIALE CHE LA GUARDIA DI FINANZA DI BENEVENTO E LA CORTE DEI CONTI CONTESTANO A OTTO PERSONE, TRA CUI FIGURANO EX DIPENDENTI DELLA PREFETTURA DI BENEVENTO

Risparmiavano sui servizi assistenziali da fornire nei centri per l’accoglienza dei migranti del consorzio “Maleventum”, destinando poi il denaro sottratto a scopi personali, come viaggi, soggiorni e accessori di lusso.
Ammonta a 1,3 milioni di euro il danno erariale che la Guardia di Finanza di Benevento e la Procura Regionale per la Campania della Corte dei conti (vice procuratore Davide Vitale, procuratore Giacinto Dammicco) contestano a otto persone, tra cui figurano ex dipendenti della Prefettura di Benevento: a tutti i finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria hanno notificato altrettanti inviti a dedurre
L’inchiesta della procura contabile nasce dalla trasmissione, nel dicembre 2018, del procedimento penale sfociato lo scorso 21 aprile in una sentenza di condanna emessa dal tribunale di Benevento. Gli inviti a dedurre sono stati recapitati a Paolo Di Donato, ritenuto amministratore di fatto e dominus del Consorzio Maleventum, e agli amministratori e rappresentanti legali dell’ente tra il 2014 e il
2018: si tratta di Renza Fusco, Elio Ouechtati, Giuseppe Caligiure e Giovanni Pollastro.
Tra i destinatari anche Felice Panzone, ex funzionario della Prefettura di Benevento addetto alla gestione dei centri di accoglienza, e gli ex dirigenti dell’Area Immigrazione della Prefettura Maria Rita Circelli e Giuseppe Canale. A Panzone, in particolare, viene contestato di avere lanciato dei veri e propri alert (utilizzando determinate frasi) per avvisare dell’imminenza dei controlli nei centri da parte degli ispettori (di Prefettura, Asl, Nas e anche delle delegazioni dell’Onu), e di non avere avviato le procedure previste per sanzionare le criticità riscontrate.
Analogo discorso anche per gli altri ex dirigenti dell’Area Immigrazione della Prefettura di Benevento che non avrebbero applicato le penalità previste dal contratto e le misure previste in caso di irregolarità. Secondo quanto emerso dagli accertamenti, tra il 2014 e il 2018, al Consorzio Maleventum sarebbero confluiti attraverso la Prefettura di Benevento oltre 20 milioni di euro erogati dal Ministero dell’Interno per accogliere i richiedenti protezione internazionale.
Una ingente somma di denaro parte della quale finita nelle tasche degli amministratori del consorzio e dei loro familiari. I controlli eseguiti dai finanzieri nei centri del consorzio hanno consentito di constatare gravi carenze igienico-sanitarie, sovraffollamento, beni e servizi essenziali insufficienti, assenza degli adeguati standard di sicurezza e, quindi, il mancato rispetto degli obblighi previsti dai capitolati di appalto.
Secondo quanto contestato dalla Procura contabile, i risparmi conseguiti sarebbero stato usati, tra l’altro, per acquisti in negozi di note griffe di moda (Hermès, Chanel e Prada), viaggi e soggiorni, trasferimenti di denaro a familiari del gestore di fatto e altre operazioni ritenute dagli inquirenti estranee agli scopi per i quali erano stati concessi i finanziamenti pubblici.
(da agenzie)

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CON LA NUOVA LEGGE ELETTORALE E’ PREVISTO L’OBBLIGO PER CIASCUNA COALIZIONE DI INDICARE, ALLA VIGILIA DEL VOTO, UN PROGRAMMA CONDIVISO E UN CANDIDATO PREMIER

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

RONCONE: “SULL’UCRAINA QUALE SARÀ LA POSIZIONE DEL CAMPO LARGO? E SULLA SICUREZZA? E SULL’IMMIGRAZIONE? LA QUESTIONE CHE PRESENTA INVECE GIGANTESCHE DIFFICOLTÀ È QUELLA DEL CANDIDATO PREMIER. O CI SI SIEDE INTORNO A UN TAVOLO E SI TROVA UN ACCORDO O SI PROCEDE CON LE PRIMARIE. MA ELLY SCHLEIN, AL TAVOLO, SI SIEDE SOLO SE QUALCUNO RIESCE A LEGARLA”

Parliamo del Campo Largo (cosiddetto). Senza troppi ghirigori: c’è da raccontare una scena che, di colpo, appare profondamente cambiata (e le recenti elezioni amministrative c’entrano poco, o niente).
Per cominciare a inquadrarla: capi e capetti e aspiranti qualcosa (tipo quelli che s’immaginano seduti sulla poltrona di premier a Palazzo Chigi), più i soliti magnifici burattinai e qualche fanatico dell’intrallazzo, stavano lì tutti a cincischiare. Un po’ gongolanti per il vittorioso esito del referendum sulla Giustizia, un po’ inclini al gin tonic per via di certi sondaggi che annunciavano un sostanziale equilibrio con il centrodestra
Insomma c’era un brigare diffuso, eccitato. Nell’ex convento del Nazareno, sede del Pd, croccanti retroscena spiegano che è addirittura partito un toto-ministri («Marta Bonafoni? Alle Pari Opportunità. Marco Furfaro lo mettiamo invece al Welfare, ci tiene tanto, e Marco è dei nostri. Tra l’altro: non dimentichiamoci di Sandro. Come Sandro chi? Sandro Ruotolo, no? Anche se a Sandro possiamo pensarci magari alla fine, un posto da sottosegretario alla Cultura riusciamo comunque a trovarglielo, e lui è contento»).
Poi, l’imprevisto. Perché succede che Giorgia Meloni, per uscire dall’angolo in cui è finita dopo la sconfitta referendaria, ritira fuori la storia della riforma elettorale. «La facciamo». Per il Campo Largo, un inatteso, gigantesco problema a miccia lenta.
Con interrogativi tremendi.
Il primo: la riforma, quasi certamente, prevederà l’obbligo per ciascuna coalizione di indicare, alla vigilia del voto, un programma condiviso e un candidato premier. «Abbiamo un programma? No». «Abbiamo un candidato premier? No».
Secondo: le tempistiche. «La riforma si farà?». «Sì, no, probabilmente sì». «Quando?». «Boh. Nell’incertezza, però, dobbiamo farci trovare pronti». Angelo Bonelli, che respira politica da sempre, è sicuro: «Per me, lei vuole varare subito la nuova legge. E poi portarci al voto anticipato». Insomma: ecco la clamorosa urgenza di trovare un programma comune e un candidato ufficiale. Un casino
È un fatto che la stesura d’un programma concordato, a lungo derubricato come un passaggio quasi naturale, rappresenti invece una faccenda tremendamente complessa. Esempio concreto: Giuseppe Conte si ostina a essere filo putiniano e, di
recente, in alcune dichiarazioni, è tornato persino a braccetto con Matteo Salvini (con Salvini, capito Fratoianni?).
Domanda: sull’Ucraina quale sarà la posizione del Campo Largo? E sul tema della sicurezza? Sul fronte immigrazione? Il M5S, oltretutto, finirà la sua campagna di «ascolto» nel Paese a metà luglio. Il rischio è che con i grillini non si possa perciò iniziare a ragionare prima dell’autunno, quando l’eventuale legge potrebbe già essere entrata in vigore (ancora Bonelli, più preciso: «Il mese scelto dalla Meloni per le urne è novembre»).
Non sfugge che, alle brutte, uno straccio di programma riuscirebbero comunque ad accroccarlo. La questione che presenta invece gigantesche difficoltà, sempre finora rimandata, sempre spostata in avanti, immaginando, sperando che si potesse affrontare dopo le elezioni, a elezioni vinte, s’intende, è quella del candidato premier
Per deciderne l’identità, le possibilità sono due: 1) ci si siede intorno a un tavolo e si trova un accordo 2) si procede con le primarie. […] Elly Schlein, al tavolo, si siede solo se qualcuno riesce a legarla a una sedia. Sa che quasi tutti i capi storici dem non l’appoggiano e conosce perfettamente quale sarebbe la trappola di Conte.
«Tu guidi il partito con più voti, ma io a Palazzo Chigi ci sono stato già due volte
Quindi, se non ci torno io, è chiaro che non ci vai nemmeno tu». Annullati i due principali candidati, il ricorso a una terza figura sarebbe inevitabile. Qui entrerebbero in gioco un sacco di nomi: dal sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, al nome più caldo dal punto di vista mediatico, che era e resta quello della sindaca di Genova, Silvia Salis.
Conte, ufficialmente, dice di volere le primarie. Ma, secondo alcuni osservatori, non disdegnerebbe nemmeno lui l’idea di un tavolo, da cui magari alzarsi con la promessa di essere il candidato della coalizione per il Quirinale.
Elly, no: per lei ci sono solo le primarie (è sicura di vincerle). E vuole arrivarci con il suo stile
Primarie. Ma come? Aperte a tutti o solo ai rappresentanti dei partiti? Marione Adinolfi, per capirci, potrebbe candidarsi? Vince subito chi prende più voti o i primi due vanno poi al ballottaggio? Si vota solo nei gazebo o anche online (come vorrebbero i grillini)? In questa situazione — un bel casino, no? — sono tre le personalità che possono provare a mettere, per rango, mestiere e astuzia, un po’ d’ordine: Dario Franceschini, Matteo Renzi e Goffredo Bettini.
Fabrizio Roncone
per il “Corriere della Sera”

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COME A MOSCA, LA POLIZIA INTERVIENE PER RIMUOVERE LE CARICATURE DI TRUMP E MELONI DURANTE UN PRESIDIO AMBIENTALISTA DI EXTENTION REBELLION

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

“NON CI SONO DIRITTI SENZA LIBERTA’ DI DISSENSO”… LE CARICATURE NON AVEVANO NULLA DI OFFENSIVO: “QUESTA E’ L’IDEA DI LIBERTA’ DEL GOVERNO MELONI”

«Fascisti su Marte, democrazia sulla Terra». È il celebre film satirico di Corrado Guzzanti a ispirare il presidio con cui oggi, sabato 30 maggio, centinaia di attivisti di Extinction Rebellion hanno occupato piazza dell’Esquilino, a Roma. A pochi passi dalla Basilica di Santa Maria Maggiore sono comparse due grandi installazioni: una grande raffigurazione del pianeta Terra e un razzo con le caricature di Donald Trump e Giorgia Meloni. L’iniziativa, concordata anche con le autorità, durerà fino alle 12 di domenica e prevede interventi di tante realtà, tra cui Emergency e Forum Droghe.
I fogli di via
Poco prima, gli attivisti avevano appeso dei simbolici «fogli di via dalla Terra», indirizzati a diverse figure politiche e imprenditoriali italiane e internazionali, accompagnando l’azione con lo slogan «Fascisti su Marte». Tra i destinatari
figuravano, tra gli altri, Elon Musk, Jeff Bezos, Matteo Salvini, Antonio Tajani, Benjamin Netanyahu, Vladimir Putin, oltre a realtà come Leonardo S.p.A. e UniCredit. Con questa iniziativa, gli attivisti hanno dichiarato di voler «presentare il foglio di via a chi è realmente socialmente pericoloso per la Terra e per chi la abita», individuando in particolare «chi finanzia la guerra e l’economia fossile e chi lascia la popolazione nell’insicurezza climatica».
Il flash mob, in realtà, ha avuto vita molto breve, perché la polizia è intervenuta prontamente per ordine del questore per rimuovere le caricature dei due leader politici. «Questa è l’idea di democrazia e libertà di espressione del governo Meloni: una semplice caricatura e un messaggio sarcastico fanno così paura?”», si chiedono gli attivisti del movimento ambientalista sottolineando comunque il successo dell’iniziativa organizzata a tre giorni dall’80esimo anniversario della Repubblica Italiana.
(da Open)

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I CROCIATI DI TRUMP: VIAGGIO NEL MOVIMENTO DI CHARLIE KIRK CHE PREPARA IL FUTURO DEI FANATICI MAGA

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL PRIMO TOUR RELIGIOSO DOPO LA MORTE DEL FONDATORE

Al primo raduno religioso promosso da Turning Point Usa dopo la morte di Charlie Kirk, il fantasma del fondatore è onnipresente. Per i partecipanti del “Make Heaven Crowded tour”, l’attivista conservatore ucciso nel campus dell’Università dello Utah lo scorso settembre non è solo un martire. È il simbolo di un nuovo cristianesimo che è riuscito a unire chiese evangeliche, movimenti carismatici e reti pentecostali e a trasformarli nei crociati del trumpismo. Una galassia in crescita, oggi ramificata in tutte le istituzioni americane, che nel 2024 ha garantito al presidente il sostegno di oltre quattro evangelici bianchi su cinque. E che oggi – sostenuta da una rete di grandi donatori ultraconservatori – è già al lavoro per costruire il dopo Trump. Il primo test è il tour evangelico con cui Turning Point sta attraversando gli Stati Uniti dopo la morte di Kirk. A maggio ha fatto tappa a Portland, nel Maine, dove decine di pastori, influencer cristiani e attivisti conservatori si sono riuniti in un centro congressi sorvegliato da agenti armati e cecchini appostati sui tetti.
Dentro l’universo Turning Point Usa
Il salone del centro convegni è affollato dagli stand dell’universo Tpusa: campagne per le elezioni locali, informazioni per organizzare dibattiti nelle scuole, programmi di educazione ai valori conservatori, borse di studio per scuole religiose e depliant pro-vita. Brandon Maly, che a 27 anni coordina il braccio politico-elettorale dell’organizzazione nel Nord Est degli Stati Uniti, spiega a Open che dopo la morte di Kirk sono stati contattati da molti giovani, ansiosi di commemorare il loro eroe attraverso un maggiore impegno politico. A Portland molti si fermano a guardare ma solo alcuni si avvicinano, spinti più che altro dalla speranza di trovare un lavoro.
Tra di loro c’è una studentessa della York University, ateneo privato cristiano del Nebraska, con il volto ricoperto di piercing, calze a rete e anfibi. È venuta qui con
la famiglia, le piace cantare le canzoni del Gospel e racconta che Cristo, a differenza di molti, la accetta per come è.
Anche Dyazia Pride ha lo stile di un’attivista liberal dell’East Coast. È arrivata dall’Arizona, dove ha sede Turning Point, e per l’evento “Make Heaven Crowded” distribuisce spille con lo slogan “Rigetta la mentalità della vittima” raccontando che il razzismo è una grande bugia liberal: «I neri credono di essere discriminati ma non lo sono davvero», dice. Neanche la schiavitù dei suoi avi sembra incrinare le sue certezze: «Il passato è passato e abbiamo imparato dai nostri errori». Adesso, sostiene Dyazia, bisogna concentrarsi sulle battaglie del presente.
La guerra culturale
A spiegare quali siano le lotte che tengono insieme evangelici, sostenitori di Turning Point Usa e semplici curiosi è Travis Carey, padrone di casa e pastore della Calvary Chapel Greater Portland, una delle megachurch evangeliche affiliate al movimento di Kirk: «Vogliamo trasmettere alle persone la verità del Vangelo contro la cultura woke, smentendo le menzogne diffuse nella società», racconta a Open. La storia di Travis è simile a quella di parecchi pastori del mondo cristiano nazionalista americano: una traiettoria di caduta agli inferi e resurrezione. «Ho sempre creduto in Cristo, ma per molto tempo ho scelto il piacere al posto di Dio: droga, immoralità sessuale. Quello stile di vita mi ha portato in una cella, in crisi d’astinenza e con pensieri suicidi. Solo allora ho capito che tutto ciò che mi avevano insegnato sull’American Dream aveva fallito».
Come lui, spiega, sono tanti i giovani delusi da una nazione che non riconoscono più: «Molti si rendono conto che le promesse della cultura americana – “Segui i tuoi sogni”, “Fai ciò che ti rende felice” – non li soddisfano. Stanno iniziando a ribellarsi contro le menzogne dell’accademia e della cultura secolare». Nel mirino ci sono soprattutto il diritto all’aborto e i diritti transgender. Per Joan Gray, ex segretaria appassionata di ciclismo e teorie del complotto è una questione personale: «In Maine c’è stato il caso di uno studente transgender che voleva competere negli sport delle scuole superiori, e il consiglio scolastico e la governatrice lo hanno sostenuto. Io ho delle nipoti che praticano sport, e non riesco proprio ad accettarlo, è ingiusto per le giovani donne». Joan non è qui per lamentarsi, cerca alleati per difendere i suoi valori
«Molte chiese non combattono abbastanza apertamente la guerra culturale», commenta il pastore in trasferta Josh Lawrence, capo della Calvary Chapel in Kenya. «Gran parte dei pastori evangelici evitano questioni difficili come l’aborto, il transgenderismo, la giustizia sociale o l’immigrazione».
Dall’università ai pulpiti: l’evoluzione di Tpusa
L’idea di una chiesa militante è stata l’ultima grande intuizione di Charlie Kirk, che aveva già avviato la trasformazione di Turning Point, organizzazione nata libertaria nei campus universitari ma destinata a trovare nelle chiese evangeliche una nuova infrastruttura politica: «Tpusa è diventata un’organizzazione nazionalista cristiana nel senso pieno del termine», spiega a Open Matthew Boedy, professore di retorica religiosa all’Università di North Georgia. Il docente, finito nella Professor Watchlist — la lista dei docenti accusati di discriminare studenti conservatori —, sostiene che Kirk abbia compreso molto presto il limite strutturale del movimento universitario: «La domanda che lo ossessionava era: cosa facciamo con gli studenti dopo la laurea?». La risposta è arrivata grazie all’incontro con il potente pastore californiano Rob McCoy: «È stato McCoy a fargli capire l’enorme pubblico potenziale dentro le chiese evangeliche». Il resto l’ha fatto il Covid. «Charlie non poteva più entrare nei campus, mentre molte chiese evangeliche sfidavano apertamente il governo e le restrizioni sanitarie».
Con la svolta religiosa, l’attivista riesce ad ampliare il suo pubblico e la base di donatori. «Kirk ha creato una struttura capace di mettere insieme reti diverse di leader cristiani della destra radicale e di portarli a parlare lo stesso linguaggio politico», spiega a Open Lisa Hagen, giornalista di Npr esperta di estremismo religioso che segue l’organizzazione dagli inizi. «Per decenni molti di questi gruppi non sarebbero nemmeno riusciti a stare nella stessa stanza senza litigare sulla dottrina religiosa. Charlie è riuscito a unirli attorno alla politica».
Le sette montagne del potere
Secondo gli ultimi dati del Public Religion Research Institute, tre americani su dieci si definiscono simpatizzanti o affiliati al nazionalismo cristiano. Quello che fino a pochi anni fa veniva liquidato come un universo marginale e folkloristico, lontano dai centri del potere politico, è entrato nel cuore delle istituzioni, supportato da
grandi donatori ultraconservatori – dalla fondazione Ziklag al Marble Freedom Trust guidato da Leonard Leo – che finanziano con centinaia di milioni di dollari organizzazioni, reti e campagne religiose in tutto il Paese.
Secondo Matthew Boedy, passa dalla teoria delle “Sette Montagne”: l’idea che i cristiani debbano riconquistare i sette grandi ambiti della società — politica, educazione, media, cultura, economia, famiglia e religione — per riportare l’America alle sue presunte radici cristiane.
Alcune partecipanti all’evento di Portland
Anche la line-up di Portland sembra costruita seguendo questa logica. C’è l’ex portavoce della Casa Bianca e star di Fox News Kayleigh McEnany; l’influencer George Janko, diventato negli ultimi anni una delle figure più visibili della nuova “internet christianity”; le podcaster di Girls Gone Bible Angela Halili e Arielle Reitsma, famose per aver messo in scena una preghiera insieme al presidente Trump subito dopo la sua elezione. «La più ampia guerra culturale è ormai il cuore pulsante che unisce il movimento Maga e Turning Point. Trump domina la dimensione governativa, mentre Tpusa si concentra sugli altri ambiti culturali e prepara il dopo: vuole diventare il punto di riferimento dei sostenitori Maga quando Trump uscirà di scena».
Trump il presidente-guerriero
Per il momento, il presidente resta il punto di riferimento politico. La sua immagine non compare mai nei volantini o sul palco di “Make Heaven Crowded” ma il sostegno è presente nelle parole dei partecipanti. Brandon sostiene che sia «l’unico insieme al premier israeliano Netanyahu a promuovere ancora i principi occidentali», mentre Joan dice che è «un uomo imperfetto, perché solo Gesù è perfetto, ma è un leader forte come un leone».
Il pastore Josh Lawrence offre una prospettiva storica per spiegare il suo successo: «Per anni i cristiani hanno avuto la sensazione di essere stati spinti contro un muro. Si è diffusa l’idea che Gesù fosse una sorta di hippie pacifista quando invece ha detto chiaramente: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada”. A lungo ci è stato detto: “State zitti, altrimenti verrete considerati pieni d’odio”». Fino all’arrivo di Donald Trump. «Improvvisamente – continua – milioni di americani possono
votare qualcuno che non ha paura di reagire, di parlare di fake news, di essere conflittuale. E così molti cristiani hanno iniziato a sentire di non essere più disposti a restare in silenzio».
Di certo, da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump non ha nascosto la volontà di compiacere questo elettorato: ha aperto un ufficio per la fede dentro la White House, ha partecipato a rally di preghiera organizzati dagli evangelici, eliminato programmi aziendali e corsi universitari sulla diversity, limitato il diritto all’aborto e le politiche per i diritti delle persone transgender, e ha fatto della difesa dei cristiani perseguitati nel mondo un punto centrale della sua agenda. L’amministrazione è piena di figure apertamente vicine al conservatorismo evangelico: dal vicepresidente JD Vance al segretario di Stato Marco Rubio fino al capo del Pentagono Pete Hegseth. Il presidente sta inoltre cercando di abolire il Johnson Amendment, una norma fiscale americana del 1954 che proibisce alle organizzazioni religiose non profit — comprese le chiese — di sostenere ufficialmente candidati politici mantenendo allo stesso tempo le agevolazioni fiscali.
Il brand oltre il fondatore
Da quando Turning Point ha avviato il suo ramo religioso – stando ai loro dati – sono circa 10mila le chiese che hanno aderito al network. A esse l’organizzazione offre risorse, formazione e strumenti per “fare attivamente politica contro la cultura woke”, sostenendo candidati e idee. «Turning Point è nata come società che organizzava eventi pensati per vendere ai giovani americani idee libertarie e conservatrici. Non era l’unica ma di certo era eccezionalmente brava nel marketing e nel merchandising», spiega Hagen, co-autrice del podcast investigativo No Compromise. Secondo la giornalista sono la vicinanza a Donald Trump e l’evoluzione religiosa a portare visibilità e denaro all’organizzazione, che è passata dai 79mila dollari di entrate del 2012 agli 85 milioni dichiarati nel 2024. «Il successo ha a che fare più con la costruzione di una macchina perfetta per mobilitare elettori, che con la nascita di un vero movimento giovanile conservatore», puntualizza Hagen.
Consapevoli dell’impossibilità di sostituire Kirk con un leader altrettanto efficace, l’organizzazione affronta oggi una terza vita: «Turning Point era costruita attorno a una singola figura carismatica – spiega Boedy – e nessuno – né Lucas Miles, né Erica Kirk – hanno il carisma di Charlie». I numeri dei primi eventi organizzati da Turning Point dopo la morte del fondatore mostrano una partecipazione minore rispetto alle folle attratte da Kirk. All American Halftime Show, l’evento in risposta al Super Bowl ha avuto 200 spettatori live e registrato 6,1 milioni di visualizzazioni (contro i 128 milioni dell’ufficiale) e il tour religioso fa i conti con parecchie sedie vuote. Tuttavia, insiste Boedy, non è l’ampiezza del movimento ma la sua distribuzione capillare nei vari segmenti della politica della società a definire l’importanza dell’organizzazione. «Oggi il vero protagonista è il brand Turning Point, è così che il movimento sopravviverà oltre il suo fondatore».
(da Open)

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BISOGNA FERMARE L’ESODO DEI GIOVANI VERSO L’ESTERO

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

GLI ISCRITTI ALL’AIRE SONO 6,4 MILIONI

Ci sono più italiani che vivono stabilmente fuori dall’Italia che immigrati che vivono stabilmente nel nostro Paese. Nel 2025, anno in cui è avvenuto questo singolare sorpasso, erano iscritti all’Aire 6,4 milioni circa di italiani rispetto a 5,3 milioni circa di stranieri regolarmente residenti in Italia.
Più che preoccuparci di un’invasione da parte degli stranieri e vagheggiare qualche forma di remigrazione forzata, dovremmo preoccuparci di un esodo che negli ultimi anni non solo si è fatto più intenso, ma coinvolge sempre più giovani altamente qualificati, impoverendo il Paese dal punto di vista sia demografico sia delle risorse umane.
Tra il 2011 e il 2024, 486 mila giovani italiani (di prima o seconda cittadinanza) sotto i 34 anni sono emigrati verso Paesi, per lo più europei – Germania, Francia, Regno Unito Spagna, Svizzera – che offrivano loro condizioni migliori. Tenendo
conto della stima dell’Istat secondo cui se ne vanno dall’Italia circa 21.000 giovani laureati ogni anno, più della metà, 294 mila, di tutti i giovani emigrati nel periodo sono, appunto, laureati, riducendo ulteriormente la già comparativamente ridotta quota di popolazione residente in possesso di questo titolo di studio. Gli altri sono per lo più diplomati.
Secondo le stime di Almalaurea, la percentuale di laureati che lascia l’Italia è “solo” il 5 per cento. Ma raddoppia in particolari settori, quelli delle lauree “più forti” sul mercato del lavoro, quali le Ict (11,3 per cento se ne va a 5 anni dal diploma), le materie scientifiche (10,3 per cento), gli ingegneri industriali e dell’informazione (8,2 per cento). Evidentemente, anche avere una laurea “forte” non è sempre sufficiente per trovare opportunità soddisfacenti in Italia, competitive con quelle di altri Paesi.
Per altro, le percentuali sono sopra la media anche tra i laureati in Scienze politiche, in Scienze della comunicazione e in Lingue. In altri termini, soprattutto per i giovani, l’emigrazione dall’Italia da tempo non riguarda più persone che provengono da contesti di povertà, a bassa istruzione, disponibili ad occupazioni a bassa o nessuna qualifica. Al contrario, riguarda persone spesso qualificate che non trovano in Italia condizioni, economiche, di qualità del lavoro e di riconoscimento sociale, adeguate alle proprie capacità e aspirazioni, sia nel settore privato sia in quello pubblico.
Per dire, come si racconta oggi in cronaca, il Comune di Torino sta cercando una persona laureata con le competenza necessarie per assumere il ruolo di amministratore delegato della società Turismo Torino e Provincia, stipendio massimo 1500 euro. Ovviamente non la trova.
Poco attrattiva per una parte, certo minoritaria, ma significativa, delle giovani generazioni italiane, l’Italia lo è anche per i loro coetanei di altri Paesi se si tratta, non di venirci in vacanza, ma per lavorare e vivere. I giovani stranieri qualificati che sono entrati in Italia tra il 2011 e il 2024 sono stati solo 55.000. Si aggiunga che mancano dal conteggio dei fuorusciti i giovani stranieri che magari sono nati, cresciuti e comunque hanno studiato in Italia, senza avere ottenuto la cittadinanza e
se ne vanno perché, ancor più dei loro coetanei italiani, non trovano in Italia sufficienti opportunità di far valere le proprie competenze.
Come ha segnalato, infatti, l’ultimo Rapporto annuale Istat, neppure una laurea ottenuta in Italia basta a far superare l’“handicap” dell’origine straniera, specie se da un Paese povero. Sebbene tra i giovani stranieri il raggiungimento della laurea sia ancora più ridotto che tra i coetanei italiani, avere una laurea, a differenza di quanto avviene per questi ultimi, ha un effetto nullo sulle loro opportunità occupazionali rispetto all’avere solo il diploma. Vale quindi per i giovani stranieri in modo particolarmente acuto il circolo vizioso enunciato dal governatore della Banca d’Italia per i giovani in generale.
Da un lato, la scarsa valorizzazione delle competenze scoraggia troppi dall’acquisirle, specie tra chi sperimenta qualche forma di svantaggio sociale – origine straniera, basso reddito familiare. Ciò riduce, oltre che il pieno sviluppo delle loro capacità come esseri umani, cittadini, lavoratori, la disponibilità del capitale umano necessario perché il sistema economico e sociale italiano possa far fronte alle sfide in atto e future.
Dall’altro lato, una parte significativa di chi non si lascia scoraggiare, se può va, appunto, altrove. Lo ha documentato il Rapporto annuale Istat e ripetuto ora il Governatore: «Creare le condizioni perché le nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito civile di questo tempo.
Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro». Aggiungo che, forse, solo così si potrà provare a convincere i giovani che vale la pena investire nel loro futuro in Italia, studiando, ma anche partecipando alla vita politica.
(da lastampa.it)

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NEL MONDO UN VUOTO DI IDEE E OBIETTIVI; ANCHE LE GUERRE HANNO PERSO IL SENSO

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

I CONFLITTI IN ATTO NON PUNTANO PIU’ A RIDEFINIRE GLI EQUILIBRI DI POTERE E HANNO ASSUNTO UN ASPETTO TERRORISTICO… ò’ANALISI DI MASSIMO CACCIARI

Più che una crisi attraversiamo un grande vuoto (chaos questo significa). Crisi è il contrasto disordinato tra elementi decifrabili nel loro contenuto e nel loro senso. In essa, insieme a frammenti e rovine del passato, è possibile assumere orientamenti e indirizzi diversi, che tuttavia esistono e si esprimono. La crisi ha sempre, per così dire, un valore costituente. Per usare una metafora giudiziaria, che è più di una semplice metafora: la crisi manifesta il momento del Giudizio; le parti si presentano, prendono la parola e, nel caso giudiziario la Corte, nel caso della storia il più forte giudica, emette la sentenza. Ma chi oggi prende la parola? Dove si pronuncia una parola dotata di senso, coerente in sé, espressione di una fondata strategia? Ogni possibile sede paragonabile, pur in modo assolutamente improprio, a un Tribunale è stata spazzata via ben prima delle tragedie degli ultimi anni. Oggi afferriamo soltanto la volontà di potenza o di sopravvivenza dei grandi spazi imperiali, ma sfugge in toto la recta intentio, l’intenzione precisa che dovrebbe muoverli (anche alla guerra): quale Nomos intendete costituire? Quale nuovo Ordine stabilire (anche magari imponendolo)? Avete valutato le conseguenze del vostro agire? Insomma, potenze sì, ma costituenti nessuna.
Nei periodi di crisi un vecchio Ordine viene “giudicato” da nuove forze emergenti. Una forma decrepita si avvia al proprio superamento attraverso la lotta tra soggetti dotati anch’essi di forma. Proprio la presenza di tali soggetti sembra oggi impossibile intravvedere. È un rimescolio tra idee e visioni di un tempo con pulsioni, velleità, irrealistiche pretese, che appaiono e scompaiono nel teatro universale della comunicazione e informazione. Le parole perdono ogni nesso col loro significato; si inizia dicendo: basta che funzionino, cioè che convincano. Ma convincano a che? Le parole semplicemente demagogiche hanno breve vita – possiamo però inventarne di sempre nuove, all’infinito
Tutte uguali nella loro assenza di forma, e tutte in guerra tra loro. Così diciamo guerra ciò che più nulla ha a che fare con l’ordine della guerra di un tempo, che si distingueva con chiarezza da terrorismo. Le guerre attuali hanno tutte un aspetto apertamente, dichiaratamente terroristico. Riguardano anzitutto popolazioni civili da terrorizzare, non eserciti, non Stati nemici. Non è la lotta per determinare un nuovo ius belli, ma la distruzione di ogni precedente. Al posto di quest’ultimo, il vuoto, dove ciascuna potenza è libera di sguazzare come vuole.
Come è possibile una tale situazione? Non prometteva proprio la Tecnica una razionalizzazione di tutte le forme della nostra vita? Sostituiremo alla prepotenza il calcolo razionale, all’emotività che travolge le masse la misura che caratterizza i nostri metodi – dicevano i suoi artefici. Perché questa promessa viene così spudoratamente tradita proprio nelle guerre attuali? Perché ancora si bombarda, si distrugge, si crepa nelle trincee, si ammazzano donne e bambini? Dovrebbero operare soltanto silenziosi droni pronti a fulminare “il colpevole”; informatici e hacker spietati dovrebbero far saltare reti e comunicazioni dell’avversario, precipitandolo in un craque irrimediabile. Questa sì sarebbe una “nuova guerra”, asettica, pulita, scientifica, all’altezza dei tempi e dell’universale Intelligenza purificata dai limiti del nostro misero intelletto. E invece no – bisogna scendere a terra e dar la caccia al nemico come nelle antiche saghe barbare. E invece di usare algoritmi per trattare, per pervenire a virtuosi compromessi in base a reciproci interessi, a quella universale Intelligenza sembra che sempre più si chieda: dimmi come vincere, dimmi come sterminare il nemico. L’unico gioco che conta è quello che conduce a vittoria senza se e senza ma. Ecco allora che trattativa e guerra convivono, ecco che il presunto accordo è meno di armistizio. Come può convivere questa barbarie col regno indiscusso della Tecnica?
Ci convive benissimo. Ricordate l’ultima scena del Faust di Goethe? La Tecnica di cui egli dispone è giunta a un grado tale di magia da poter domare tutti gli elementi ed egli vuole convincere il mondo alla sua bontà e utilità. Ma per sbarazzarsi di chi resiste nell’opporsi ai suoi disegni, ecco accorrere Mefistofele. Chi non viene convinto a entrare nel regno faustiano della Tecnica deve essere eliminato. Poiché questo regno non è concepibile se non come universale e onni-omologante. Alla
parola di Faust è necessaria compagna la mano assassina di Mefistofele. Se la Tecnica è così vista nella prospettiva della volontà di potenza e i suoi successi sono sempre più indistricabilmente connessi con gli apparati militari e politici degli Imperi, questo esito è inevitabile. Ma può essere diversamente? Se la Tecnica è chiamata a fornire l’algoritmo della vittoria, il suo convivere con la barbarie appartiene alla sua natura. Essa sarà sempre riportata nel fango delle battaglie e delle rovine. Ma il nesso che la lega alla volontà di potenza degli Imperi può venire spezzato?
Se lo chiede con angoscia papa Leone. Dovremmo chiedercelo tutti. La risposta cristiana non può essere la risposta politica. Ma il politico che non ne intenda il significato e l’urgenza è già tutto “accomodato” nel patto tra Faust e Mefistofele. Per costruire un nuovo ethos all’altezza della potenza della Tecnica è necessario essere ben coscienti che può sempre affermarsi una barbarie dell’intelletto stesso, che l’intelletto soltanto potrebbe respingere. Lo scienziato e il politico insieme.
(Massimo Cacciari
(da lastampa.it)

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NO, NON CONTA SOLO LA FORZA

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

LA VICENDA TRUMP-IRAN E’ DIVENTATO UNO SHOW SURREALE

La vicenda Trump-Iran comincia a diventare affascinante tanto quanto è allarmante. Inutile spiegare perché: allarmante. Affascinante, invece, è la sequenza sconnessa degli eventi, una specie di show surreale. A partire dal famoso «cambio di regime» che ha rafforzato il regime come null’altro avrebbe potuto fare; e i proclami di distruzione totale seguiti da quattro spari in croce, le minacce reciproche intrecciate a promesse di accordo, il caos geopolitico nel quale l’alleato e il nemico sono figure cangianti. (Nel frattempo, anche approfittando del fatto che quasi tutti gli obiettivi sono puntati su Hormuz, Israele porta avanti il suo brutto lavoro in Libano e a Gaza).
Non ci si raccapezza, ed è evidente che non ci si raccapezza per primo Trump, principale artefice di questa guerra, attualmente nella posizione del bullo che aveva detto «adesso ti spiano» alla sua vittima, e se la ritrova che gli saltella attorno. Con il rischio che i peggiori turbanti di Persia finiscano per diventare, su quel ring, qualcosa che non sono, ovvero eroi dell’antimperialismo, nobili resistenti, alternativa plausibile a un Medio Oriente sottomesso “all’Occidente”.
Fatto sta che ne esce incrinata l’idea sulla quale ci siamo molto spesi, in tanti, negli ultimi anni: ormai conta solo la forza. Con lo sfarinarsi delle relazioni internazionali, i più grossi faranno dei più piccoli un solo boccone, si diceva. Non sta andando totalmente così.
L’Iran è una potenza regionale e sotto il tallone degli ayatollah sopravvive una civiltà millenaria: ma che riesca a tenere testa a Usa e Israele affiancate non era poi così prevedibile (tant’è che Usa e Israele non l’avevano previsto). Il mondo non è così facile da semplificare, non si lascia ridurre a una sola ragione. Si dubita che Trump possa averlo capito, la speranza è che “conta solo la forza” diventi, a breve, uno slogan fallace.
(da La Repubblica)

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ILMAN FERTITTA, CHE TRUMP HA SPEDITO IN ITALIA A FARE LE VACANZE TRAVESTITO DA AMBASCIATORE, HA COMPLETATO L’ACQUISTO DELLA “CAESARS ENTERTAINMENT” (QUELLA DEL “CAESARS PALACE” DI LAS VEGAS E DI ALTRI 40 RESORT PER L’AZZARDO) PER CIRCA 5,7 MILIARDI DI DOLLARI

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

NONOSTANTE ABBIA FIRMATO UN “ACCORDO ETICO” NEL QUALE S’IMPEGNAVA A DIMETTERSI DA INCARICHI ESECUTIVI E DIRIGENZIALI E AD ASTENERSI DA CONFLITTI D’INTERESSE. IL MILIARDARIO ITALO-AMERICANO CONTINUA A FARE AFFARI COME NULLA FOSSE

«Shut Up and Listen!«, «Taci e ascolta!» è il titolo del libro nel quale qualche anno fa Tilman Fertitta, che ha da pochi giorni festeggiato il primo anno da ambasciatore americano in Italia e San Marino, illustrava la sua filosofia di business.
Origini siciliane, è un self-made man che da ragazzo puliva gamberi nelle cucine della friggitoria paterna 294esimo uomo più ricco del mondo secondo Forbes , proprietario di catene di ristoranti e casinò e della squadra di basket degli Houston Rockets e molto altro.
Bisognerebbe sottolineare che il gigantesco «deal» appena annunciato — ha comprato la Caesars Entertainment Inc. per 5,7 miliardi di dollari escluso il debito, aggiungendo così una cinquantina di resort al portafoglio che già comprende proprietà come la catena di casinò Golden Nugget e marchi di ristorazione come Rainforest Cafe e Bubba Gump Shrimp — è un evento altamente irrituale.
Perché è vero che ormai i diplomatici di carriera sono soltanto il 60 per cento del totale degli ambasciatori americani, e grandi uomini d’affari come Fertitta possono dare un importante contributo di idee per partnership commerciali tra Paesi. Ma ora che si è aggiudicato nel «pacchetto» dell’acquisizione anche il mitologico albergo-casinò Caesars Palace di Las Vegas […] viene spontaneo rileggere l’«ethics agreement» che gli è valso la conferma nel suo ruolo da parte del senato con voto bipartisan (84-13).
Nel corso delle audizioni a Washington, Fertitta aveva presentato al dipartimento di Stato un «accordo etico dettagliato» nel quale s’impegnava a dimettersi da incarichi esecutivi e dirigenziali (ad esempio, da amministratore delegato di Fertitta Entertainment e Landry’s), al mantenimento di partecipazioni passive, ad astenersi da conflitti d’interesse riguardanti l’Italia, San Marino o settori legati alle sue attività (come ad esempio l’ospitalità e il gioco d’azzardo). Ha ricevuto allora l’ok dall’Ufficio per l’etica governativa e dal Dipartimento di Stato (non gli fu chiesto di cedere beni di rilievo come per esempio gli Houston Rockets).
Però una cosa è l’irritualità che riguarda le questioni formali: l’ambasciatore durante i lavori a Villa Taverna (pagati di tasca sua) ha vissuto (per settimane o mesi, le versioni variano) sul suo superyacht ancorato al largo di Civitavecchia, spostandosi in elicottero, cosa normale per un uomo dal patrimonio di 11 miliardi di dollari.
E’ cosa diversa invece un’acquisizione molto rilevante come quella appena annunciata, che espande in modo massiccio il suo portafoglio (in tutti i sensi) pur avendo Fertitta garantito ai senatori che avrebbe lasciato i ruoli dirigenziali e mantenuto «partecipazioni passive» affidando le aziende a dirigenti di fiducia o adottando soluzioni simili.
Bloomberg spiega che questa maxi-acquisizione è passata attraverso la Fertitta Entertainment nella quale l’ambasciatore ha delegato le operazioni «day-to-day» e quindi non avrebbe personalmente ricoperto un ruolo esecutivo. Mantenendo tutto, tecnicamente, nei confini della legalità.
(da Repubblica)

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LA VIOLENZA GIOVANILE IN ITALIA OGGI NON RIGUARDA PIU’ SOLO LE PERIFERIE

Maggio 31st, 2026 Riccardo Fucile

COME E’ CAMBIATO IL MONDO DELLE GANG

«La curva della violenza giovanile è stata stabile per tanti anni, poi nel 2020-2021 improvvisamente sale, quando invece la curva degli adulti rimane ferma. Già nel 2024 avevamo la sensazione che ci sarebbe stata un’impennata. E infatti nel 2026 c’è stata. Il punto di rottura? La pandemia». È l’analisi di Ernesto Savona, Direttore di Transcrime e Professore di Criminologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che a Open spiega come si stiano ridefinendo i contorni della criminalità giovanile in Italia. Nel nostro Paese, infatti, i reati violenti commessi da minorenni registrano un’accelerazione che mette a nudo un cambiamento profondo, guidato da due fattori cruciali: da un lato gli strascichi psicologici della pandemia, dall’altro l’avvento pervasivo della tecnologia. L’esplosione dei social network ha portato con sé dinamiche inedite di emulazione, spettacolarizzazione e una ricerca esasperata di identità all’interno del gruppo virtuale.
Il caso di Milano Certosa
L’ultimo episodio violento in ordine di tempo rimbalzato sulle cronache è la vicenda di Gianluca Ibarra Silvera, il 22enne ammazzato sulla banchina della stazione di Milano Certosa da un gruppo di ragazzi. Un delitto brutale che, secondo il professor Savona, risponde a dinamiche precise, slegate dalle tradizionali guerre di territorio tra bande: «Sono convinto che il delitto di Milano Certosa sia scappato di mano. Questi ragazzi volevano esibirsi e farsi notare. Hanno agito in modo violento e gli è scappato il morto, ma gli è scappato. Tanto è vero che sono scappati anche loro. Ma non si tratta di un conflitto tra bande».
A cambiare radicalmente, infatti, non è solo la frequenza degli episodi, ma la natura stessa della spinta a delinquere. Il colonnello dei Carabinieri Anna Bonifazi, comandante del Reparto Analisi Criminologiche dell’Arma, spiega a Open come la metamorfosi antropologica degli stimoli a disposizione degli adolescenti abbia ridisegnato i vecchi schemi: «Mentre una volta al massimo si potevano organizzare
davanti a casa, se si incontravano, o con una telefonata, ora il fattore tempo e la possibilità di arrivare dappertutto fanno la differenza. Ora basta un clic per organizzarsi, una chat. Rispetto a un tempo adesso c’è la possibilità di aderire, a livello di social e di media, a tante piattaforme che creano gruppi e che rendono un po’ anche il reale poco distinguibile dal virtuale».
L’escalation dei reati violenti
Questa progressiva evaporazione del confine tra la vita vera e lo schermo si traduce in una totale deregolamentazione del gesto violento. I dati raccolti nell’ultimo focus (del 2024) del Servizio Analisi Criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno sulla criminalità minorile mostrano come, a fronte di una lievissima contrazione del totale delle segnalazioni nazionali, si assista a un’escalation dei reati di natura prettamente aggressiva. Le rapine commesse da minori registrano un balzo del 7,69% su base nazionale (nel 2023 rispetto al 2022), le violenze sessuali crescono dell’8,25% e le lesioni dolose segnano un +1,96%, con incrementi significativi che colpiscono in modo variegato le principali città metropolitane come Bologna, Firenze, Genova, Milano e Bari.
Ernesto Savona associa questi numeri a una mutazione strutturale della devianza: «C’è un aumento delle modalità violente con cui vengono commessi i reati. Cioè non ci sono più regole. Aumentano i reati giovanili ma aumenta anche il modo in cui viene agita la violenza. Ed è qui che questo fenomeno si incontra con quello delle bande giovanili. Nel senso che ci sono sempre anche crimini individuali, non tutte le bande giovanili ammazzano le persone. Ma c’è un punto in cui le due cose si incrociano. Le bande giovanili esprimono una grande quantità di violenza, la riproducono sui social, la riversano su TikTok, si guardano».
Il crollo del mito delle periferie
Crolla anche il vecchio paradigma sociologico che collegava il crimine esclusivamente alla marginalità economica delle periferie degradate. L’analisi qualitativa sul campo racconta una realtà ben diversa, dove la noia e la ricerca di visibilità uniscono giovani di ogni estrazione, come confermano gli studi istituzionali sulla provenienza dei minori anche da contesti familiari caratterizzati da soddisfacenti condizioni economiche. «Rispetto al passato sono cambiati i fattori
di rischio», spiega il Colonnello Bonifazi. «Una volta la violenza era appannaggio di alcune classi sociali o economiche più disagiate, in cui c’era un ragazzo più vulnerabile, la cui attività non era solo delinquenziale ma era anche fonte di sussistenza economica per la famiglia. Con l’avvento del mondo virtuale, invece, tutti i ragazzi possono essere preda ed essere attratti da un qualcosa. Soprattutto nell’età adolescenziale. C’è magari il ragazzo che ha un po’ più difficoltà a socializzare e a fare il suo gruppo di amici nella vita reale, e allora online trova gruppi enormi ad accoglierlo, che gli danno anche dei ruoli, che elevano lui e, di conseguenza, la sua autostima se fa qualcosa che non aveva il coraggio di fare».
Bonifazi spiega a Open che l’elemento chiave è quello della novità: «C’è della novità per esempio nella blue whale challenge, la novità del dare un cazzotto e scappare via, di minacciare ed estorcere telefonino e cuffiette al ragazzo che sta in autobus prima che scenda per andare a scuola o quando sta tornando a casa. E lì sono tre o quattro insospettabili, magari alle volte anche compagni di classe. Questi fenomeni li registriamo più o meno in tutti i quartieri, anche nei quartieri bene. Li accomuna il senso di sfida, di noia, il fatto di non capire sia l’antisocialità che le conseguenze penali delle azioni che stanno compiendo. C’è proprio una minore capacità di critica rispetto al gesto che stanno compiendo».
L’emergere della componente femminile
Una lettura speculare viene offerta da Savona, che conferma l’assoluta trasversalità del fenomeno e l’emergere di nuove insospettabili sfumature, comprese quelle di genere: «Le bande giovanili sono composte anche da persone dell’alta società, assolutamente non c’entra nessun fenomeno di disagio sociale. Le bande sono miscelate. Il fattore cruciale è la ricerca di forte identità e di senso di appartenenza. E lo si cerca in un gruppo che delinque perché così si può esprimere violenza. Molte delle risse che fanno sono fatte per riprodursi: si filmano, mettono i video su TikTok, con cui magari fanno anche dei quattrini, e dicono “guarda come siamo stati fighi”».
Il professore evidenzia inoltre un preoccupante abbassamento dell’età del primo reato, dovuto al fatto che i ragazzini esposti ai social crescono molto più velocemente, e un coinvolgimento sempre più attivo delle ragazze: «Se la presenza femminile è aumentata negli anni? Sì, certo, prima era un fenomeno solo maschile, oggi i gruppi si mischiano, non si può dire che le femmine siano prevalenti, ma la composizione mista è un dato della realtà moderna. Ci sono molte ragazze bulle per esempio. Perché si associano a episodi di violenza? Perché le donne emulano e poi perché le caratteristiche della violenza sono trasversali ai generi. I ruoli sono un po’ sconfinati e la ricerca di identità appartiene ai due generi, maschile e femminile. Nelle scuole c’è molto bullismo femminile, come vittime ma anche come autori. Sicuramente nella composizione della criminalità le donne hanno un ruolo piccolo, quello che ci preoccupa è che il ruolo delle minorenni va emergendo. Ed è lì che si forma la criminalità di 13 anni. È per questo che dico che bisogna intervenire subito, perché questi ce li portiamo come criminali tra qualche anno».
La metamorfosi del gruppo
L’azione del branco risponde infatti a leggi psicologiche proprie, capaci di azzerare la responsabilità individuale: «Ricordiamo che il gruppo non è una somma di tanti singoli ma diventa altro rispetto alla somma degli altri singoli», spiega a Open il Colonnello Bonifazi. «Perché questi ragazzi, una cosa che fanno in gruppo non la farebbero mai da soli. Il gruppo li trasforma: l’estroverso in gruppo può diventare invece chiuso e osservatore, l’introverso può diventare un leader». L’adolescenza porta con sé il desiderio fisiologico di sperimentarsi e andare contro le figure genitoriali o l’istituzione scolastica, ma oggi gli strumenti di amplificazione cambiano la portata del danno: «Sono cambiati anche i reati, sono aumentati: quelli legati al mondo virtuale prima non esistevano. Ma anche le persecuzioni, lo stalking, anche tra ragazzi molto giovani, di avvicinamento più subdolo, di bullismo compiuto con atteggiamenti più complicati, più complessi. Una volta il bullismo era prendersi in giro, dirsi parolacce. Adesso invece è proprio un’azione denigratoria, magari creare delle false notizie su qualcuno, è un prendersi in giro su aspetti più profondi, sui valori, sulla sfera intima. Nuovi stimoli che sono complessi poi da elaborare, sia per la vittima che li subisce, sia per l’autore che viene poi perseguito a livello penale».
La necessità di un paniere unico di intervento
Affrontare l’emergenza della violenza giovanile impone però un cambio di rotta radicale che superi la logica della pura risposta sanzionatoria ex post, considerata ormai inefficace dagli esperti. Secondo Ernesto Savona, l’attuale sistema rischia addirittura di esacerbare le carriere criminali dei giovanissimi anziché interromperle: «Bisogna intervenire in modo preventivo, perché poi il problema delle pene non c’entra niente. Questi ragazzi sono insensibili a ogni pena. Agiscono indifferentemente, anzi per loro è un atto eroico. Dove poi vanno a finire sono scuole di criminalità, carceri comprese. I luoghi dove dovrebbero essere rieducati sono molto lontani dall’offrire una vera rieducazione. Quindi la possibilità di delinquere cresce con il fatto che vengono internati in questi luoghi. E quando escono, escono come criminali adulti».
La sfida del futuro si gioca quindi sulla capacità di coordinare le risorse in un piano strategico omogeneo e strutturato: «Bisognerebbe creare un paniere di interventi che valga su base nazionale. Vengono spesi miliardi per gli interventi sul disagio giovanile dispersi tra istituzioni che fanno ognuna quello che vuole. Un paniere di interventi che funzionino, adattati luogo per luogo, che tutti si impegnano ad applicare. Ora regna una grandissima confusione».
I presidi sul territorio
E per rispondere a queste profonde trasformazioni e consolidare i presidi di ascolto e prevenzione sul territorio, le istituzioni continuano a promuovere momenti di incontro e riflessione sulle principali tematiche sociali. Il prossimo 5 giugno l’Arma dei Carabinieri celebrerà il 212° annuale della fondazione con una cerimonia militare che si terrà a Reggio Calabria. Una celebrazione che quest’anno avrà un significato in più ricorrendo gli 80 anni della Repubblica Italiana.
Per l’occasione, a Roma, dal 4 al 7 giugno, all’interno di Villa Borghese, sarà allestito il Villaggio Arma, con stand e incontri sulle principali tematiche sociali. La sera del 7 si svolgerà, nella cornice di Piazza di Siena, il tradizionale carosello del 4° Reggimento a cavallo. E per la prima volta, nei giorni 5 e 6 giugno, il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri sarà aperto al pubblico per un ciclo di visite guidate.
(da agenzie)

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