MORTE DI FAKIR, IL GIUDICE DEL CASO ALDROVANDI: “CHIARO ERRORE DEGLI AGENTI, NON DOVEVANO AMMANETTARLO”
“UN CASO CENTO VOLTE PIU’ CHIARO”
Il caso di Abderrahim Fakir “è cento volte più chiaro” della vicenda di Federico Aldrovandi.
Lo sostiene Francesco Caruso, il giudice che ha pronunciato la sentenza di condanna per la morte in circostanze simili del 18enne, a causa di un’asfissia posturale durante un controllo di polizia a Ferrara nel 2005, proprio per la forte pressione sul suo corpo esercitata dagli agenti mentre era immobilizzato a terra. Per Caruso, anche in questo caso i poliziotti avrebbero commesso un errore.
Le parole di Francesco Caruso
Secondo quanto detto in un’intervista a Repubblica dal magistrato di lungo corso, che per il caso Aldrovandi ha condannato i poliziotti, gli agenti intervenuti al quartiere Pilastro di Bologna non avrebbero dovuto ammanettare Abderrahim Fakir.
“Non mi risulta che abbia commesso reati tali da consentire l’arresto, non abbiamo notizie di colluttazioni che precedono l’intervento della polizia e non rappresentava un pericolo per altri o per gli stessi agenti – ha rimarcato – Era un uomo con problemi psichiatrici e doveva essere trattato dai medici. La polizia doveva solo contenerlo, ma non come ha fatto”.
L’analogia con il caso Aldrovandi
Sulle modalità dell’intervento, Francesco Caruso non sembra avere dubbi: “Per quanto mi riguarda questo caso è cento volte più chiaro di quanto lo fosse quello di Aldrovandi. Certo bisogna aspettare l’esito ufficiale dell’autopsia, tuttavia alcuni fatti sono fuori discussione”.
In attesa dei risultati definitivi degli esami autoptici per chiarire le cause della morte del 42enne, il giudice ha sottolineato nell’intervista che “al momento la morte di Fakir sembra seguire un’azione di compressione prolungata del viso e del torace della vittima da parte di due agenti che lo bloccano a terra, indifferenti alle richieste di aiuto. Un’azione vietata dagli stessi protocolli di polizia”.
Il parere del giudice
Caruso ha sottolineato, inoltre, come i volontari della Croce rossa “avrebbero dovuto quantomeno avvertire i poliziotti, invitarli a fermarsi perché stavano facendo male a quell’uomo, e anche il cittadino che li ha aiutati a bloccarlo tenendolo per i piedi avrebbe dovuto prendere le distanze da quella situazione. La polizia non può agire senza tutelare i diritti, le libertà e la vita di tutti i cittadini”.
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“La Cassazione dice – ha ricordato – che di fronte ad un soggetto agitato, affetto da manifesta patologia psichiatrica l’intervento degli agenti deve essere di tipo protettivo, in attesa del rapido arrivo del medico. Di fronte al delirante, sia pure violento e distruttivo, l’azione deve essere di contenimento e di protezione, in primo luogo del soggetto in difficoltà. Non ho visto questo nelle immagini”.
“Se la polizia vuole conservare la fiducia di tutti deve saper riconoscere i propri errori, non negare i fatti. Deve chiudere onorevolmente il processo con una sanzione concordata, risarcire i danni e chiedere scusa. Solo così si educa alla democrazia e si isolano i violenti, privandoli di ogni pretesto” ha aggiunto senza mezzi termini l’ex presidente del tribunale di Bologna.
(da Repubblica)
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