Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL SEGNALE CHE DOMANI IL PAPA INVIERA’ ALLA SOCIETA’, ACCOGLIENDO GLI “INVISIBILI” NELLA SUA RESIDENZA ESTIVA
Un invito che nutre lo spirito oltreché il corpo. Nello splendore secolare della residenza estiva
del Papa ad essere accolti domani non saranno sovrani e capi di Stato ma gli “invisibili”: 200 poveri ospiti a pranzo al tavolo di Leone XIV rappresentazione plastica dell’opzione preferenziale per gli ultimi del Concilio Vaticano II proprio mentre gli anti-conciliari lefebvriani si staccano da Roma. “L’incontro di sabato tra Leone XIV e circa duecento persone in condizione di vulnerabilità non sarà soltanto un gesto di solidarietà – spiega padre Giulio Albanese, direttore della Cooperazione missionaria al Vicariato di Roma-.Nel verde del Borgo Laudato si’, il pranzo condiviso assume il valore di un segno: quello di una Chiesa che non si limita ad aiutare chi è in difficoltà, ma sceglie di sedersi accanto, ascoltare e condividere. La povertà, infatti, ha una duplice valenza”.
Doppia povertà
“C’è la povertà subita, fatta di esclusione, ingiustizia, solitudine e privazione dei diritti essenziali. È una povertà che umilia la persona e che deve essere contrastata con responsabilità, perché non può mai essere considerata una condizione naturale o inevitabile- sottolinea il missionario comboniano e consigliere della Segreteria di Stato vatiacana-. Ma esiste anche una povertà evangelica, intesa non come mistica della miseria, né come idealizzazione della sofferenza, bensì come libertà dal possesso e disponibilità alla condivisione. È l’atteggiamento di chi non considera ciò che ha come qualcosa da difendere gelosamente, ma come un bene da mettere in comune. In questa prospettiva, essere poveri significa riconoscere che nessuno è autosufficiente e che ciascuno ha bisogno dell’altro”. È questo, secondo padre Giulio Albanese, “lo spirito più autentico dell’iniziativa. Alla mensa con il Papa non ci saranno semplicemente benefattori da una parte e destinatari dall’altra, ma persone chiamate a riconoscersi sorelle e fratelli. Il pasto condiviso diventa così l’immagine concreta di una carità che non si esaurisce nell’assistenza, ma si compie nella vicinanza e nell’incontro”. Infatti “nel Borgo dedicato alla cura della casa comune, la custodia del creato e quella della dignità umana appaiono come un’unica missione. La terra e i poveri soffrono infatti delle stesse logiche di sfruttamento e indifferenza. Entrambi chiedono una conversione dello sguardo e uno stile di vita fondato non sull’accumulo, ma sulla fraternità”, puntualizza il direttore della Cooperazione missionaria della diocesi del Papa.
Opzione per gli ultimi
“Anche i poveri hanno di che aiutarsi gli uni gli altri: uno può prestare le sue gambe allo zoppo, l’altro gli occhi al cieco per guidarlo; un altro ancora può visitare i malati”, insegna Sant’Agostino. L’iniziativa di Leone XIV, osserva don Aldo Buonaiuto, sacerdote di frontiera della Comunità Papa Giovanni XXIII e da due mesi vicedirettore della Caritas di Roma, è “una testimonianza forte che ci invita a rivolgere il pensiero all’emarginazione che riempie le nostre strade di ‘invisibili’ che dormono sui cartoni, mentre si moltiplicano le forme di indigenza legate alle nuove e vecchie dipendenze e alla schiavitù della tratta”. Don Buonaiuto cita il servo di Dio don Oreste Benzi di cui è stato per molti anni il più stretto collaboratore. “Soccorrere gli indigenti è questione di giustizia, prima che di carità”. Ripeteva il “sacerdote dalla tonaca lisa” che ha fondato la Comunità Papa Giovanni XXIII: “Nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare. Al povero non va dato ciò che è possibile a noi ma ciò di cui lui ha bisogno”.
Nuove schiavitù
In piena consonanza con il Magistero sociale di Leone XIX anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella richiama l’attenzione sulle tante famiglie che “sono sospinte sotto la soglia della povertà nonostante il lavoro di almeno uno dei componenti”. Intanto, prosegue don Buonaiuto, “le guerre e la povertà strappano le bambine e i bambini alla vita, obbligandoli ad abbandonare la scuola per forme di lavoro ignobili, molto spesso illegali e clandestine, rubando loro l’infanzia. Il Pontefice ci esorta a ‘stare nella storia’ per aiutare i nostri fratelli e sorelle a santificare la quotidianità”. Evidenzia don Buonaiuto: “La miseria è indegnità, la povertà è uno stile di vita. La verità è come l’acqua, la strada la trova. Non sono gli uomini che cambiano l’umanità, ma Dio. Nei Vangeli si dice ‘beati i poveri’, non ‘beati i miseri’. Ogni persona è un dono di Dio e ha qualcosa da offrire all’altro. Sant’Antonio di Padova, patrono dei poveri, dimostra con un’intera vita spesa al servizio degli ultimi che dinanzi al desiderio di avere Dio come compagno di strada, le ricchezze vengono ridimensionate, perché si scopre il vero tesoro di cui abbiamo realmente necessità”.
Magistero sociale
“Il povero può diventare testimone di una speranza forte e affidabile proprio perché professata in una condizione di vita precaria, fatta di privazioni, fragilità ed emarginazione- spiega Leone XIV-. Egli non conta sulle sicurezze del potere e dell’avere; al contrario, le subisce e spesso ne è vittima. La sua speranza può riposare solo altrove. La più grave povertà è non conoscere Dio”. L’esortazione apostolica “Evangelii gaudium” sottolinea proprio come la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri sia la mancanza di attenzione spirituale. Nella prospettiva spirituale e solidale di Leone XIV i segni di speranza sono oggi le case-famiglia, le comunità per minori, i centri di ascolto e di accoglienza, le mense per i poveri, i dormitori, le scuole popolari. Ossia le occasioni per scrollarci di dosso l’indifferenza e valorizzare l’impegno nelle diverse forme del volontariato. “I poveri non sono un diversivo per la Chiesa, bensì i fratelli e le sorelle più amati – afferma il Pontefice che per gran parte del suo apostolato è stato missionario e pastore in uno degli angoli più disagiati dell’America Latina -. Tutte le forme di povertà, nessuna esclusa, sono una chiamata a vivere con concretezza il Vangelo e a offrire segni efficaci di speranza”. Di fronte al susseguirsi di sempre nuove ondate di impoverimento, c’è il rischio di abituarsi e rassegnarsi.
(da agenzie)
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Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL GIORNALISTA, A GIUGNO, AVEVA CRITICATO LA SUA RETE: “È LA NUOVA RAI3, LA TELE ANTI-MELONI” … CHE FARÀ MENTANA IN FUTURO? A “REPUBBLICA” SI È LIBERATO UN POSTO, E KYRIAKOU STA PREPARANDO UNA TV NUOVA DI ZECCA
Il rapporto fra Enrico Mentana e La7 di Cairo finirà il 30 dicembre di quest’anno. Mentana ha deciso di fare altro. È stato l’editore Cairo a rivelarlo nel corso della presentazione dei palinsesti di La7. Il contratto di Mentana scade quel giorno e manca il rinnovo.
Il direttore del Tg La7 era assente a Milano durante la cena di gala della rete, due giorni fa. Quello che pensa Mentana di La7 lo aveva detto chiaramente durante il Festival di Dogliani, il 1° giugno scorso: “La 7 è la nuova Rai3, è la tele anti Meloni. Un elettore del centrodestra non può guardare i programmi della rete sentendosi a casa”.
Che cosa farà Mentana in futuro? Non lo sappiamo e forse non lo sa neppure lui, o forse sì, in un momento di subbuglio dell’editoria, che proprio ieri ha perso il direttore di Repubblica, Mario Orfeo.
Enrico cosa farai da grande? “Vorrei provare con il giornalismo”.
(da il Foglio)
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Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile
NEL 1996 LA GERMANIA EST ED OVEST SI RIUNIVANO, IN FRANCIA SI PROGETTAVA IL TUNNEL DELLA MANICA E L’ITALIA ERA ANCORA LA QUINTA POTENZA MONDIALE
Provate a fare un piccolo esercizio di memoria e tornate indietro di trent’anni. Nel 1990 la
Germania Est e Ovest si riunivano, in Francia si progettava il tunnel della Manica e l’Italia era ancora la quinta potenza industriale del mondo.
Da quel momento le cose sono andate molto diversamente per i lavoratori dei tre Paesi.
I dati OCSE dicono che tra il 1991 e oggi i salari reali in Germania e Francia sono cresciuti di oltre il 30%. In Italia, nello stesso periodo, sono scesi del 3,4%.
Com’è possibile che, dentro lo stesso mercato unico e con la stessa moneta, sia successa una cosa del genere?
La risposta che sentiamo più spesso è che “non cresce la produttività”. Ma siamo sicuri che la colpa sia dei lavoratori e non di un sistema che ha scelto deliberatamente di competere al ribasso? Quando siamo entrati nell’euro, non potendo più svalutare la lira per vendere all’estero, la nostra classe imprenditoriale – con la complicità della politica – ha deciso di svalutare il lavoro.
Trent’anni di leggi sulla flessibilità, dal Pacchetto Treu al Jobs Act, non hanno creato più occupazione, hanno solo legalizzato la precarietà. Oggi in Italia più del 60% dei contratti a tempo parziale è part-time involontario: persone che vorrebbero lavorare a tempo pieno ma non possono. A questo si aggiunge la giungla dei contratti pirata, firmati da sindacati di comodo per pagare i dipendenti una miseria, soprattutto nei servizi e nella logistica.
A certificare questo disastro strutturale è arrivato proprio ieri il Rapporto annuale dell’Inps. L’istituto mette in fila i numeri dell’ultimo anno e fotografa una contraddizione clamorosa: siamo al record storico di occupati (27,2 milioni), ma i salari restano drammaticamente fragili e poveri. La retribuzione media lorda annua si è fermata a 27.649 euro. Ma il dato vero è un altro: tra il 2019 e il 2025 i salari nominali sono cresciuti del 10,8%, ma nello stesso periodo l’inflazione ha corso al 18,2%. Significa che il costo della vita ha letteralmente divorato le buste paga, e i lavoratori italiani si sono risvegliati più poveri di prima. E dove cresce il lavoro? Soprattutto nei servizi, dove i contratti sono intermittenti, precari e i salari ancora più bassi.
Qualcuno diceva che la lotta di classe fosse morta con il Novecento. Guardando i dati dell’Inps, viene il sospetto che non sia affatto finita, ma che la stiano facendo solo i padroni. E che la stiano vincendo, schiacciando la quota di ricchezza che va ai salari per tutelare i propri profitti, senza investire un euro in innovazione o tecnologia. Perfino il presidente dell’Inps ha dovuto lanciare un allarme chiaro: se il lavoro oggi è debole e precario, domani le pensioni saranno inevitabilmente fragili e insufficienti.
Siamo l’unico grande Paese europeo senza un salario minimo legale e con un potere d’acquisto che è ancora sotto di sette punti rispetto al 2021. Di fronte a questo scenario, la domanda che dobbiamo porci è molto semplice: un sistema economico che si regge sul lavoro povero, certificato persino dai dati ufficiali dello Stato, ha davvero un futuro, o sta solo programmando il proprio declino?
(da Fanpage)
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Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA PRESIDENTE, CLAUDIA SHEINBAUM, HA RIBADITO LA NECESSITÀ I FERMARE IL TRAFFICO ILLEGALE: “LA MAGGIOR PARTE DELLE ARMI PROVIENE DAL VICINO DEL NORD E ATTRAVERSA ILLEGALMENTE IL NOSTRO CONFINE PER SEMINARE VIOLENZA” … TRA L’1 OTTOBRE 2024 E IL 6 LUGLIO 2026, I CITTADINI HANNO CONSEGNATO 11.679 ARMI DA FUOCO, OLTRE A 700.000 CARTUCCE, IN CAMBIO DI DENARO
La presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, ha dichiarato che il 75% delle armi sequestrate o consegnate nel Paese proviene dagli Stati Uniti. Durante il programma di disarmo volontario presso la Basilica di Nostra Signora di Guadalupe, ha ribadito la necessità di fermare il traffico illegale: “La maggior parte delle armi proviene dal vicino del nord, dagli Stati Uniti, e attraversa illegalmente il nostro confine per seminare violenza e stroncare vite in Messico”.
Tra l’1 ottobre 2024 e il 6 luglio 2026, i cittadini hanno consegnato 11.679 armi da fuoco, oltre a 700.000 cartucce, in cambio di denaro. L’iniziativa ha visto la collaborazione della Chiesa cattolica per i punti di raccolta. La ministra dell’Interno, Rosa Icela Rodríguez, ha elogiato la campagna affermando che “se 1 sola vita si salva con questo programma, vale la pena tutto lo sforzo”. Sheinbaum ha infine concluso l’evento con un appello: “Oggi vogliamo dirlo con tutta chiarezza, no alle armi, sì alla pace”.
(da agenzie)
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Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO DELLA “HOUSE MAJORITY PAC” È STATO CONDOTTO PRIMA CHE TRUMP DICHIARASSE CONCLUSA LA TREGUA CON L’IRAN E CHE I PREZZI DEL PETROLIO TORNASSERO A SALIRE BRUSCAMENTE QUESTA SETTIMANA, IN SEGUITO AI NUOVI ATTACCHI SFERRATI DAGLI STATI UNITI
Donald Trump rischia di doversi confrontare con una Camera controllata dai democratici dopo
le elezioni di novembre. Lo rivelano gli ultimi sondaggi diffusi dalla House Majority Pac, un comitato elettorale. democratico, Stando alle rilevazioni, ad esempio i deputati repubblicani di New York e della Pennsylvania sono in svantaggio rispetto ai loro sfidanti.
In particolare, il deputato repubblicano Mike Lawler è in svantaggio di sei punti rispetto alla candidata democratica Cait Conley nel 17esimo distretto di New York che aveva vinto con sei punti di scarto meno di due anni fa.
Nel combattuto 7° distretto ella Pennsylvania, situato nella parte orientale dello Stato, il deputato del Grand old party Ryan Mackenzie è in svantaggio rispetto allo sfidante Bob Brooks, rispettivamente 43% contro il 47%, a meno di due anni di distanza da quando il repubblicano aveva strappato il distretto ai democratici.
Il sondaggio è stato condotto prima che Trump dichiarasse conclusa la tregua con l’Iran e che i prezzi del petrolio tornassero a salire bruscamente questa settimana, in seguito ai nuovi attacchi sferrati dagli Stati Uniti.
(da agenzie)
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Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile
“PROPONEVA GRANDI GUADAGNI CON IL ‘BETTING DI GRUPPO’ MA SIAMO STATI TRUFFATI. CHIEDEVAMO QUANDO SAREBBERO ARRIVATI I SOLDI. E LUI: ‘NON POTETE SERVIRE DIO E MAMMONA’, DIO E IL DENARO. L’HO TROVATO PARADOSSALE” … LE TESTIMONIANZE: “GLI HO DATO 82MILA EURO, QUANDO HO CHIESTO INDIETRO I SOLDI, MI RISPOSE: “SEI UN’IGNORANTE”. ME NE HA RIDATI 20MILA. OGGI QUEL DENARO MI SAREBBE SERVITO PER CURARE LA MIA DISABILITÀ” … “ANDAI A UN INCONTRO DEL POPOLO DELLA FAMIGLIA. GLI HO DATO 29MILA E 500MILA EURO. MA POTEVO SOSPETTARE DI INFILARMI IN QUESTO INCUBO? CERTO NON RIAVRÒ MAI NIENTE. MA ALMENO UNA LEZIONE QUELL’UOMO L’HA AVUTA…”
“Gli abbiamo affidato il futuro della nostra vecchiaia. Ci fidavamo, lo abbiamo sempre votato. In cambio, però, ci ha portato via 79mila euro. Anzi, ci siamo anche sentiti dire che eravamo avidi e che dovevamo scegliere tra Dio e Mammona, il signore della corruzione».
È solo una parte del racconto di una sessantenne di Modena che, insieme al marito, sostiene di essere finita nella “Scommessa collettiva” di Mario Adinolfi. Nel 2022 la coppia aveva affidato al fondatore del Popolo della Famiglia i soldi ricavati dalla vendita dell’azienda agricola dove l’uomo, oggi settantaduenne, aveva lavorato per tutta la vita.
Fatti finiti nella denuncia che la coppia, assistita dall’avvocato Giorgio Dipietromaria, ha depositato in procura a Modena lo scorso febbraio. Ora, dopo l’istanza di trasferimento presentata dal legale, è in attesa di approdare a Roma e aggiungersi alle altre sulle scrivanie dei magistrati della Capitale.
Come siete entrati in contatto?
«Tramite un post su Facebook. Adinolfi proponeva grandi guadagni con il “betting di gruppo”. Noi non sapevamo nemmeno cosa fosse, ma, siccome era una proposta che arrivava direttamente da lui, ci siamo fidati. Così gli ho scritto via e-mail».
Quali erano i patti ?
«Non sembrava ci fossero rischi. Diceva che saremmo potuti uscire in qualsiasi momento. Che non si poteva perdere. Così il 15 aprile 2022 abbiamo fatto i primi due bonifici da 10mila euro. In tre anni abbiamo trasferito sul suo conto 79mila euro che, alla scadenza del 31 dicembre 2025, sarebbero dovuti diventare 258mila».
Erano i risparmi di una vita di suo marito.
«Sì. Aveva da poco venduto le quote della società agricola dove aveva lavorato per anni. Erano soldi che ci servivano per vivere una vecchiaia serena. Soprattutto erano il frutto di decenni di sudore e fatica. Siamo rimasti profondamente delusi. Non solo per aver perso tutto, ma anche per la persona che credevamo fosse».
Vi siete mai incontrati dal vivo?
«Si poteva contattare solamente tramite e-mail
Cosa diceva?
«Io chiedevo quando sarebbero arrivati i soldi. E lui mi invitava a non essere avida. Mi ricordava il Vangelo di Luca e quello di Matteo: “Non potete servire Dio e Mammona”. Dio e il denaro, insomma. L’ho trovato paradossale».
Quando avete iniziato a pensare di essere stati raggirati?
«Eravamo arrivati alla scadenza. Le scuse si alternavano ai richiami alla fede. Una sera ci siamo imbattuti in alcuni servizi televisivi. Non potevamo crederci. Abbiamo capito di esserci cascati anche noi».
Adinolfi dice di essere innocente.
«Sono in tanti a difenderlo. Dicono che stanno cercando di zittirlo e di gettarlo nel fango. Ma noi siamo stati truffati, come tante altre persone che avevano creduto in lui e nei suoi valori».
«IN RADIO PARLAVA DI DIO MI HA PORTATO VIA I RISPARMI DI UNA VITA»
Maria (nome di fantasia), 70 anni, come ha conosciuto Mario Adinolfi?
«È difficile rispondere a questa domanda. È un ricordo tragico per me, perché quel giorno mi ha cambiato la vita. In peggio — dice piangendo Maria, 60 anni, un’esistenza in giro per il mondo a fare l’insegnante e la traduttrice —. La prima volta che l’ho incontrato è stato nel 2016, quando ho partecipato a un incontro del movimento Il Popolo della Famiglia.
Adinolfi lo aveva fondato da poco e non vedevo l’ora di vederlo da vicino. Ero affascinata da lui. Da anni lo sentivo parlare a Radio Maria, sembrava un fervente credente, un discepolo del Vangelo. Parlava di Dio con trasporto. Io ci credevo in lui. Mi ha rovinato».
Perché tanto rancore?
«Mi ha portato via i risparmi di una vita. Che oggi mi sarebbero serviti per curare la mia disabilità. Non ho quasi più niente. Mi servirebbe un dottore e non me lo posso permettere. Vivo reclusa in casa per colpa sua e della malattia. Sono costretta a elemosinare tutto. Lo sapeva chi ero. Non gli è importato niente».
Lei ha versato il denaro per scommettere, non era scontato il risultato positivo.
«Da un uomo che parlava a Radio Maria, non potevo sospettare che fosse capace di ridurmi in povertà. Su Facebook commentava il Vangelo. Mai scommesso nella mia vita. È stato lui a propormi gli investimenti. Gli ho dato 82 mila euro, perché mi disse che mi avrebbe aiutata. Poi quando ho chiesto indietro i soldi, mi rispose: “Sei un’ignorante”. Mi ha ridato 20 mila euro e mi ha scaricata senza pietà».
«ANDAI A UN INCONTRO DEL POPOLO DELLA FAMIGLIA MI DISSE: AFFIDATI A ME»
Ivan (nome di fantasia), perché ha deciso di investire denaro in un gruppo di scommesse?
«Perché lo proponeva Mario Adinolfi. Un cattolico, uno che si infervora quando parla di Dio. La sua rubrica Stampa e Vangelo mi infondeva serenità e saggezza. Lei avrebbe dovuto sentirlo, mentre citava un versetto della Bibbia. Ci metteva l’anima. O almeno così mi sembrava. Fu lui a dirmi di provare con il suo gruppo perché tanti grazie alle sue iniziative avevano comprato casa, rifatto la stanza dei bambini, comprato una macchina.
Lui, l’uomo di fede, il cattolico che credeva nella famiglia e nei valori cristiani, mi disse di fidarmi e affidarmi a lui. L’ho fatto. Non ho perso tutto. Ma ho perso molto. La mia dignità. E la speranza di una vita un pochino migliore. Gli ho dato 29 mila e 500 euro. Non ho riavuto niente».
Però, signor Ivan, scommettere è rischioso.
«Lo so. Ma io ero debole in quel momento. Avevo perso mia madre dopo una lunga malattia. Ero solo. Certo con il senno di poi, è tutto semplice da capire. Ma allora mi sembrò un segno del cielo aver incontrato Adinolfi. Pensavo che fosse un aiuto inviatomi da lassù, da mia mamma. Quante illusioni. Quanto mi vergogno a pensarci adesso».
Come ha conosciuto Adinolfi?
«Era il 2017. Durante un incontro che si svolse in occasione di una delle prime uscite dopo la fondazione del movimento Il Popolo della Famiglia ispirato a valori cristiani. Trovai tanta gente che credeva e lui parlava ai nostri cuori. Mi sentivo in famiglia. Ma potevo sospettare di infilarmi in questo incubo?»
Cosa ha pensato quando ha saputo dell’arresto?
«Un po’ sorpreso, credevo fosse un intoccabile. Era stato anche eletto parlamentare. E invece la giustizia c’è per tutti. Certo non riavrò mai niente. Ma almeno una lezione quell’uomo l’ha avuta. Ma, mi creda, non cerco vendetta».
(da Corriere della Sera)
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Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile
DAL CASO SEVESO SONO PASSATI 50 ANNI
Quasi non ricordiamo più quella nube di diossina, prima rosa e poi invisibile, che penetrò nelle
narici dei brianzoli e nel nostro immaginario mezzo secolo fa. Eppure si è trattato di una catastrofe spartiacque, anche se non provocò nemmeno una vittima. C’è un prima e un dopo, non fosse altro che per le Direttive Seveso, che hanno successivamente conferito nuovi obblighi e un perimetro più ristretto alle lavorazioni chimiche. Registrando, come primo risultato, lo spostamento delle attività pericolose in altre nazioni, fino al prevedibile caso di Bhopal, quando la multinazionale Union Carbide provocò il disastro industriale peggiore della storia (1984).
I veleni industriali come le diossine non sono visibili, invece Seveso fu l’epifania di quanto di sotterraneo, malefico e vorrei dire “tipico” porta la massimizzazione dei profitti a scapito di qualsiasi altro interesse. La cloracne sul viso e i bambini, i cani e i gatti stecchiti, le pecore morte, gli 80.000 animali sterminati, le decine di fusti (della cui sorte finale non siamo nemmeno sicuri), gli ettari di terreno bonificato con estrema fatica, ci hanno plasticamente rappresentato che i veleni industriali sono fra noi ogni giorno, suscettibili di essere messi in luce dalla prima condotta disattenta o dal primo errore.
La nube di diossina del 1976 si sprigionava in un Paese ancora in grande crescita economica: l’Italia del massimo storico del Partito Comunista di Berlinguer e del governo Moro, degli immigrati dal Sud e delle lotte per i diritti dei lavoratori. Quei veleni minavano la fiducia degli italiani e alimentavano i conflitti sociali che stavano portando alla stagione del terrorismo. E in quell’Italia la questione ambientale non esisteva, mentre l’industria stava spingendo al massimo verso un modello di sviluppo che portava ricchezza sì, ma a costi altissimi. Eppure era già uscito Primavera Silenziosa di Rachel Carson (1962), in cui l’autrice si domandava se una civiltà potesse «intraprendere una guerra senza quartiere contro la vita senza distruggere sé stessa, e senza perdere il diritto di essere chiamata civile». A oggi in Italia ci sono ancora 971 stabilimenti a rischio di incidente rilevante (Ispra 2025), passando da 991 nel 2019 a oggi, con una riduzione di solo il 2%. Per non parlare dell’Ilva di Taranto, dove l’Istituto Superiore di Sanità (2019) ha rilevato che le donne residenti hanno concentrazioni di diossine nel latte materno superiori dal 18% al 38% rispetto a quelle della provincia, un segnale inequivocabile di una esposizione continuata.
Però è indubbio che a partire da Seveso è nato un nuovo modello di sviluppo che comportava norme industriali più severe, adottate poi a livello planetario. Ma questo nuovo modello oggi non è ancora pienamente realizzato, soprattutto se andiamo oltre la diossina dell’Icmesa e allarghiamo il campo a tutta la Pianura Padana, quella che da decenni ormai è una delle zone permanentemente più inquinate d’Europa (per esempio in fatto di particolato sottile). Dopo Seveso il quadro è migliorato, ma il paziente resta in osservazione.
(da Repubblica)
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Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LE CARICHE PUBBLICE ANDREBBERO ATTRIBUITE PER COMPETENZA
Le chiamano poltrone, ma sono cariche pubbliche, sono pezzi viventi delle nostre istituzioni. Che andrebbero attribuite per competenza, non per appartenenza a questo o a quel partito. E che reclamano «disciplina ed onore», dichiara l’articolo 54 della Costituzione. Ma queste regole auree sono da sempre disattese. Oggi più di ieri.
È un male antico, battezzato già nel 1949 dal giurista Giuseppe Maranini con un termine poi entrato nell’uso comune: la «partitocrazia», il predominio dei partiti politici su ogni ganglio della cosa pubblica. E che si manifesta attraverso la pratica della «lottizzazione», nel senso indicato per la prima volta dal giornalista Alberto Ronchey nel 1974: ossia la spartizione scientifica degli incarichi all’interno di enti, istituzioni e aziende pubbliche fra i partiti e le correnti di partito. Come mostra una battuta in voga ai tempi della prima Repubblica: «Per assumere cinque giornalisti in Rai devi scegliere due democristiani, un comunista, un socialista e uno bravo».Ecco, la Rai. È il boccone più succulento per gli appetiti dei politici, ed è anche il teatro d’una commedia all’italiana. Rappresentata, per esempio, nel 2002, quando si dimisero via via i membri del Consiglio d’amministrazione, che tuttavia continuò a operare con gli unici due sopravvissuti: Baldassarre e Albertoni, il cda Smart. O nel 2008, quando Riccardo Villari fu eletto presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai in quota all’opposizione, ma contro la volontà dell’opposizione; rimase incatenato per mesi sul suo scranno, tant’è che per cacciarlo si dovettero dimettere in massa tutti gli altri componenti. O come sta accadendo adesso, in questi giorni.
Sta di fatto che la Commissione di vigilanza venne istituita per legge nel 1975 — dopo alcune pronunzie della Corte costituzionale — per sottrarre il servizio pubblico radiotelevisivo al controllo del governo. Tra le sue funzioni c’è la nomina del presidente Rai: eletto dal Cda, ma ratificato dalla Commissione con i due terzi dei voti, comprendendo perciò anche l’opposizione. Sennonché ormai da un paio d’anni la maggioranza propone un nome (Simona Agnes) che non raggiunge i consensi necessari. Da qui lo stallo: sedute disertate, Commissione paralizzata per effetto di un «ostruzionismo di maggioranza», come lo definiva Piero Calamandrei. Da qui, infine, dimissioni dei consiglieri di minoranza, e a seguire di tutti gli altri consiglieri.
C’è qualche differenza tra le pratiche spartitorie del passato e quelle più recenti? Sì, c’è una doppia differenza. In primo luogo, un tempo i partiti politici erano organismi vivi, mentre adesso va in scena una partitocrazia senza partiti, dove regna un capo circondato da mille cortigiani. In secondo luogo, i vecchi partiti sapevano dividersi il menù; viceversa ora s’azzuffano, giacché il tuo alleato di governo è anche il tuo rivale, il tuo peggior nemico. Sarà per questo che le caselle vuote si moltiplicano, un mese dopo l’altro. Il presidente della Consob è scaduto l’8 marzo, e non c’è ancora un successore. Idem all’Antitrust, dal 5 maggio. Mentre alla Privacy manca un componente dal 17 gennaio. Un esercito a ranghi ridotti.
Per rimediare a ogni vacanza prolungata, sussiste un antico istituto: la prorogatio dei membri scaduti. Vale per il Consiglio superiore della magistratura, che infatti nel 2022 rimase in proroga per circa sei mesi. Ma non vale nella maggior parte dei casi. Da qui, per esempio, i digiuni di Pannella, che nel 2002 bevve le proprie urine in diretta tv, per opporsi alla mancata elezione dei giudici costituzionali. Ma da qui l’esigenza di un rimedio generale.
Poteri sostitutivi, ecco la soluzione. Gli stessi che l’articolo 120 della Costituzione conferisce allo Stato contro le inadempienze delle Regioni. In questo caso c’è già un arbitro che può supplire all’inerzia degli organi competenti: il presidente della Repubblica. Provveda lui alle nomine, se dopo un paio di mesi la casella resta vuota. Magari non da solo, per non addossargli una responsabilità eccessiva e perché non si sa mai, domani magari un Trump italiano potrebbe varcare il Quirinale. Affianchiamogli i presidenti delle due massime autorità giurisdizionali: Consulta e Cassazione. Sarebbe una piccola riforma, ma più potente d’uno sparo.
(da Repubblica)
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Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA REALTA’ E’ UNA SOLA, UGUALE PER TUTTI
Leggendo sullo schermo della tivù di Stato “il servizio pubblico non dovrebbe mentire. Ci
scusiamo per averlo fatto così a lungo”, che cosa avrà pensato un sostenitore di Orbán? Che quel messaggio, così esplicito, così insolito, dipende dall’effettiva restituzione della tivù pubblica ungherese alle sue funzioni, e dunque dalla fine della menzogna come arma di propaganda? O piuttosto avrà pensato: ecco, i nostri nemici hanno preso il potere e vogliono farci tacere, cominciando a mentire a loro favore?
Temo che sia più probabile la seconda ipotesi. L’idea che le notizie gradite siano quelle vere, le notizie sgradite siano false, ha fatto molta strada. Anche grazie alla selezione algoritmica dei consumi, ognuno di noi (compreso chi scrive) viene raggiunto soprattutto dalle notizie e dai commenti che gli sono omologhi. È la famosa bolla informativa, che ha una sostanziale funzione difensiva. L’urto che quella scritta può produrre su un elettore di Orbán è insostenibile, perché gli dice: il tuo capo era un mentitore, e ha costretto questa emittente a mentire. E ben pochi sono disposti ad ammettere che con il loro voto hanno consegnato il Paese a un demagogo bugiardo.
Come se ne esce? La via è una sola. Provare tenacemente a credere che può esistere, anzi deve esistere un racconto del mondo che sia, almeno in parte, condiviso. Accettato da tutti. Una televisione, appunto, “pubblica” non ha altra giustificazione né altra funzione: se non lo fa, è come un coltello che non taglia o una ruota che non gira.
Non mentire, dunque raccontare le cose come stanno, è una strada faticosa. Direi controvento. Ma se la tivù ungherese dovesse riuscire a restituire una qualche oggettività al suo lavoro di informazione, forse alla lunga anche qualche elettore di Orbán penserà: mah, non è poi così male, questa idea che la realtà sia una sola, uguale per tutti.
(da Repubblica)
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