Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA “STATISTA DELLA SGARBATELLA” NON PUÒ PERMETTERSI IL TRACOLLO DEL CARROCCIO, GIÀ RAGGIUNTO E SUPERATO NEI SONDAGGI DA FUTURO NAZIONALE … CON IL RITORNO DI SALVINI AL MINISTERO DELL’INTERNO, PIANTEDOSI SAREBBE DESTINATO A QUALCHE INCARICO IN EUROPA (L’EUROPOL?). E LA POLTRONA AI TRASPORTI ANDREBBE A EDOARDO RIXI
Riportarlo al passato per dargli futuro. Guardate che l’operazione per riportare Salvini al Viminale è seria, è una necessità e la prima ad avvertirla adesso è Meloni. È seria perché Vannacci va contrastato sulla sicurezza. È seria perché se crolla la Lega si rompe l’equilibrio del centrodestra.
Meloni sta riflettendo di spostare Salvini al Viminale dopo il primo settembre, dopo aver raggiunto il record di longevità del suo governo. Potrebbe farlo consegnandogli l’interim, promuovendo Edoardo Rixi ai Trasporti e destinando Piantedosi, uomo di stato e amico leale di Salvini, a un incarico prestigioso, magari in Europa.
Martedì sera si è registrato uno scontro durissimo fra Meloni, Tajani e Salvini, videocollegati, che riguarda la legge elettorale, l’emendamento sulle preferenze: Meloni intende inserirlo ma gli alleati si rifiutano di votarlo.
Viene riportata una frase di Meloni rivolta a Tajani e Salvini: “Voglio vedere se votate contro i miei emendamenti”. Le preferenze emancipano campioni del voto come Fedriga, Zaia, Attilio Fontana, Durigon e tolgono a un leader fragile come Salvini quel che resta del suo potere da segretario.
Meloni sa che il solo modo per avere armonia nella coalizione, sfidare sulla propaganda Vannacci, è spostare Salvini al posto di Piantedosi, un servitore che ha sempre dichiarato: “Io prendo atto se i tempi cambiano”.
Il primo che ha proposto il ritorno di Salvini al Viminale è stato Giorgetti ed è impensabile che l’abbia fatto senza concordarlo con Meloni.
La Viminale-Pontida esiste e ha come destinazione Salvini al ministero dell’Interno. Si è mosso Giorgetti che in un Federale di partito ha dichiarato: “Chiediamo il Viminale per Salvini”. C’è un altro indizio.
Tutte le volte che il Quirinale è stato usato contro Salvini, “il Colle non vuole Salvini ministro dell’Interno”, gli amici di Mattarella si sono premurati di spiegare che non esiste un veto. Salvini è stato assolto dalla pesante accusa di sequestro di persona e sta attraversando il momento più difficile da segretario.
Mettere in sicurezza Salvini, oggi presente a Villa Taverna, all’ambasciata americana, è una priorità di Meloni e di FdI. Servirebbe un rimpasto e si dovrebbe naturalmente passare dal Quirinale ma c’è un altro percorso. Sono ipotesi di studio, ma c’è sempre della verità.
Dare l’interim a Salvini e destinare Piantedosi a un grande incarico. In Europa bisogna nominare il direttore esecutivo di Europol e ci sono tre candidati: un tedesco, una spagnola e un lituano. Chi lo dice che non possa riaprirsi la partita e candidare un italiano?
Piantedosi viene ritenuto in Europa uno dei massimi esperti, un tecnico, in tema di rimpatri e immigrazione. Se l’Europa volesse potenziare Frontex, (l’Agenzia Europea della Guardia di Frontiera e Costiera) ci sarebbe Piantedosi.
A settembre Salvini deve portare una novità a Pontida, il suo pratone. Ci arriverà con il partito ammaccato, con l’estate drammatica dei trasporti.
Dice alla Camera, Francesco Bonifazi di Italia Viva: “Vedrete, potrebbero chiamarlo il ministero della remigrazione”. E’ chiaramente l’inizio della sfida a destra con Vannacci.
Edoardo Ziello, il vicegenerale di Futuro Nazionale pensa che “avere Salvini al Viminale ci aiuterebbe. Avremmo finalmente un partito da attaccare, la Lega. Piantedosi è un tecnico e si fa fatica ad attaccarlo”.
(da Il Foglio)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
AL PARTY DEL 4 LUGLIO LA PREMIER TENTATA AD ANDARCI, MANDA IN OGNI SALVINI, LA RUSSA E TAJANI AD INGOZZARSI DI HOT DOG… ASSENTI CONTE E SCHLEIN, CI SARANNO RENZI E GUERINI
Il chi-c’è-chi-non-c’è è sempre stato uno dei giochi di società preferiti della Roma politica quando
si parla del 4 luglio. In anni passati era una notizia l’arrivo nei giardini di Villa Taverna di esponenti provenienti dalla vecchia famiglia comunista, come Massimo D’Alema (senza contare le visite segrete di Sergio Segre e Gian Carlo Pajetta ai tempi del Pci).
Oppure l’aggirarsi nei saloni del vecchio seminario dei Gesuiti dei “barbari” di Bossi, poi dei “grillini” antisistema. Insomma, la cartolina di invito firmata dall’ambasciatore a stelle a strisce è sempre stata un metro per giudicare non solo le relazioni tra i due Paesi, ma anche la politica italiana. Per capire chi fosse arrivato in area di governo, chi ambisse a entrarci, dato che il viatico Usa è stato indispensabile, ben oltre gli anni della Guerra Fredda, per entrare a palazzo Chigi.
Ma ora? Senza contare Carlo Calenda che, non invitato, definisce l’appuntamento solo «una gran rottura di scatole» e anche una cosa «che sa un po’ di vassallaggio», non c’è dubbio che il ciclone Donald Trump abbia cambiato tutto nei rapporti Italia-Usa, compreso quel rito un po’ kitsch della festa dell’Indipendenza Usa, con le nuvole di fumo degli hamburger cotti sui barbecue, le tinozze piene di budweiser, l’orchestrina dell’esercito, i fuochi d’artificio.
Stavolta rispondere sì all’invito dell’ambasciatore Tilman Fertitta è diventato impegnativo, per la prima volta la corsa è stata a disertare più che a farsi vedere, con l’intero governo italiano – offeso per l’intervento a gamba tesa di Trump contro Meloni – arrivato a un passo da un clamoroso incidente diplomatico.
Alla fine è stata Meloni a imporre una linea più conciliante e in Consiglio dei ministri ha invitato i presenti a esserci per abbassare la tensione con la Casa Bianca. Dunque saranno presenti i due vice premier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il sottosegretario Alfredo Mantovano, ma anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa (che prenderà la parola dal palco) e la responsabile della segreteria di Fratelli d’Italia e sorella della premier, Arianna Meloni. Il ministro degli Esteri sembrava
Galeazzo Ciano dopo la sentenza del tribunale di Verona più che un invitato a una festa: «Andremo a Villa Taverna a testa alta e a schiena dritta», ma comunque andrà. Mistero sulla premier. Dopo la smentita a Dagospia circa una visita di Meloni a Fertitta sul mega-yacht del miliardario texano, in teoria la presidente del Consiglio non dovrebbe andare. Va bene dare il via libera ai suoi ministri, ma esserci forse sarebbe troppo. Però chissà? L’agenda in teoria lo consentirebbe. In ogni caso a mangiare gli hot dog di Fertitta «sempre buonissimi», ci sarà Guido Crosetto, con mezzo governo, da Giorgetti a Lollobrigida, da Nordio a Valditara.
E l’opposizione? Di Calenda s’è detto, Bonelli&Fratoianni nemmeno a parlarne, Riccardo Magi niet, Benedetto Della Vedova invece sì. Matteo Renzi ci sarà e non mancherà Maria Elena Boschi, che a Villa Taverna, nel 2017, incontrò a quattr’occhi Ivanka, la figlia di Trump. Il Pd è stato a lungo combattuto. Nel momento più basso delle relazioni Italia-Usa, che fare? Essere più realisti del re e presentarsi in massa? Giammai. Tenere il punto e disertare tutti? Troppa grazia. Così la linea è andare, ma senza dare enfasi al gesto. «Non è quel ricevimento – argomenta il responsabile esteri Peppe Provenzano – il luogo dove esprimere una posizione politica». Lui comunque ha già fatto sapere di avere un impegno personale, così come Pier Ferdinando Casini, che si è scusato personalmente con una lettera all’ambasciatore. Elly Schlein non andrà, ma non c’era nemmeno lo scorso anno (a differenza di Meloni). Il Pd manderà in rappresentanza il capogruppo al Senato Francesco Boccia, Lorenzo Guerini ci andrà come presidente del Copasir. E i Cinque stelle? Nell’intervista a Repubblica, Giuseppe Conte aveva lasciato intendere che sarebbe andato. Invece no, sarà a Napoli a presentare il suo libro. A differenza dello scorso anno, quando arrivò alla festa insieme a Rocco Casalino e Roberto Fico. Ma erano altri tempi, prima di Gaza Riviera, dell’Iran…
(da Il Foglio)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
DALLA CAMERA DEI “DETENUTI” IN PARLAMENTO A “IL FU MATTIA PASQUALE”
Dalla «Camera dei Detenuti» in Parlamento al Pantheon traslocato ad Atene, passando per Luigi Pirandello autore de Il fu Mattia Pasquale e Sergio Mattarella promosso a Re. Anche la Maturità 2026 consegna il suo campionario di svarioni destinati a entrare nella tradizione non scritta della maturità. A raccoglierli è stato l’Osservatorio di Skuola.net, che ogni anno documenta i clamorosi errori emersi tra prove scritte e colloqui orali. Dopo la raccolta degli scivoloni migliori degli ultimi anni, tocca a quella della maturità di quest’anno.
Da Vitangelo Mostarda alla poesia «Ics Agosto» di Pascoli
La sezione più ricca riguarda ancora una volta la letteratura italiana. I grandi classici escono dagli esami con identità spesso irriconoscibili. Mattia Pascal diventa «Mattia Pasquale», «Mattia Bazar» o addirittura «Pedro Pascal», mentre Vitangelo Moscarda viene trasformato in «Vitangelo Mostarda». Giovanni Pascoli perde il suo «Fanciullino», sostituito da una generica «fanciullaggine», e la poesia X Agosto viene letta come «Ics Agosto» Non mancano gli scambi di autore. Verga viene indicato come l’autore della Coscienza di Zeno, Italo Svevo si ritrova attribuite opere di Leopardi e Foscolo, mentre Giuseppe Ungaretti cambia luogo di nascita, lasciando Alessandria d’Egitto per trasferirsi, a seconda dei casi, a Bologna o a Recanati. Nel caos finiscono anche Manzoni e i suoi personaggi. C’è chi lo ricorda come Alberto Manzoni e chi descrive don Rodrigo come un sacerdote interessato a Lucia, a sua volta catapultata tra i protagonisti della Divina Commedia.
Gli scivoloni in storia
Non meno sorprendente il capitolo dedicato alla storia e all’educazione civica. Le Leggi Siccardi diventano «Leggi Siffredi», la Guerra dei Sette Anni diventa la «Guerra dei Sette Nani» e il generale Badoglio lascia il posto a un improbabile generale «Campidoglio». Sul fronte istituzionale, alcuni maturandi riscrivono addirittura l’architettura della Repubblica. Per qualcuno l’Italia sarebbe una
monarchia e Sergio Mattarella ne sarebbe il re, per altri la Repubblica sarebbe «fondata sulla Costituzione» anziché sul lavoro.
I 10 comandamenti nella Costituzione
Tra gli strafalcioni più memorabili figurano poi l’inserimento dei Dieci Comandamenti nella Carta costituzionale, la «Camera dei Detenuti» al posto della Camera dei Deputati e la convinzione che la sigla PD significhi «Partito Destro».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
MATURANDI ALLO STATO BRADO, MA CONSOLIAMOCI: UN ADULTO SU TRE NON CAPISCE QUELLO CHE LEGGE E GLI ALTRI DUE NON LEGGONO
Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente: lo diceva il compagno Miao, nello
scritto di un maturando di trent’anni fa. Da allora la confusione sotto il cielo è diventata ancora più grande e quindi la situazione ancora più eccellente, come ci informa la piattaforma Skuola.net che ha raccolto le migliori intuizioni dell’ultima tornata degli esami di Maturità.
Don Rodrigo è un prete che molesta Lucia, fidanzata con un poeta di Recanati: Dante Alighieri. Pirandello scrisse «Il Fu Mattia Bazar», forse già presagendo i dissidi tra i fondatori del noto gruppo musicale. Il Pantheon si trova ad Atene (ma questa gliel’avrà passata Sangiuliano), la Terra è a forma di rombo (panico tra i terrapiattisti), PD significa Partito Destro, e qui si vede lo zampino dei Cinquestelle, mentre il generale Badoglio diventa Campidoglio (Vannacci non si faccia illusioni: alla Maturità del 2076 verrà ricordato come generale Mortacci) e una studentessa geo-creativa ha fatto nascere Leonardo a Vicenza, poi abbreviata in Vinci «per comodità».
Non si può non riconoscere un innalzamento del livello, anche solo rispetto agli esami di qualche anno fa, quando lo stesso sito riportò che un maturando aveva definito D’Annunzio «un estetista» (quanto gli sarebbe piaciuto) e che un altro si era presentato alla versione di greco con il vocabolario di latino.
Consoliamoci: gli adulti sono messi peggio. Uno su tre non capisce quello che legge. E gli altri due non leggono.
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE LA CHIESA HA I SUOI VANNACCI… E’ UNA VITA CHE I DEVOTI HANNO COSTRUITO CHIESUOLE, SPESSO SCANNANDOSI TRA DI LORO
La Chiesa ha i suoi Vannacci, sono i lefebvriani che invocano il ritorno alla “sana tradizione”, nella quale tutto si contiene e si spiega. La Storia abbassi le mani dal tabernacolo della Tradizione! La rivoluzione conciliare del secolo scorso, così aperta al sociale, ai diritti delle persone, e con Francesco anche all’ambientalismo, deve sembrare a questi cattolici nostalgici, di estrema destra e anche di estrema rigidità, “il mondo al contrario”. Per loro la modernità è perversione allo stato puro, tradimento di Dio, che come è noto ognuno se lo aggiusta, povero Dio, a propria immagine e per la propria comodità.
Ratzinger, che su Dio la pensava più o meno come loro (fuori dal Dogma c’è solo errore) cercò di ricucire con questi signori rispettabili ma un po’ lugubri, ma perfino lui non ce la fece. Da non addetto ai lavori, e scusandomi per l’intromissione, non capisco perché Roma insista nell’invocare la loro obbedienza: perché non lasciarli andare per la loro strada? I devoti a Cristo hanno costruito nei secoli chiese e chiesuole in numero infinito, spesso scannandosi tra loro: una più una meno, cosa cambia?
Fossi cattolico o anche solo cristiano, mi dispiacerebbe solamente se i lefebvriani usurpassero il copyright della messa in latino, bellissima e al di sopra di ogni traduzione in volgare. Ma per il resto, che ordinino i loro preti e vescovi e giochino tranquillamente la loro partitella settaria.
Il mondo protestante pullula di chiesuole e predicatori, alcuni così strambi da avere mutato il rito in macchiettismo. Se anche il mondo cattolico perde per strada qualche scheggia, pazienza. Dio, se c’è, non bada certo a queste piccole cose.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL CARDINALE MULLER: “SI COMPORTANO COME LUTERO CINQUE SECOLI FA: ACCETTERO’ IL PAPA QUANDO IL PAPA ACCETTERA’ LA MIA IDEA DI TRADIZIONE. TUTTO QUESTO E’ RIDICOLO”
«Ho poca speranza che» i lefebvriani «rinuncino all’ultimo momento, sono fissati, seguono la
loro ideologia. Non può essere che un gruppo di cattolici definisca sé stesso come l’unica presenza della verità cattolica contro i Papi, i vescovi, i concili»: in un’intervista al Corriere della Sera il cardinale Gerhard Ludwig Müller spiega così cosa sta succedendo con i seguaci di monsignor Lefebvre.
«Paradossalmente, sono più protestanti dei protestanti. Che oggi, in Europa, sono più vicini al Papa di loro», aggiunge Müller, che teme non sia possibile che i lefebvriani tornino indietro. «Si comportano come Lutero cinque secoli fa: accetterò il Papa quando il Papa accetterà la mia idea di tradizione. Tutto questo è ridicolo».
Secondo il cardinale «Benedetto XVI era molto generoso e decise di rimettere loro la scomunica come gesto di dialogo, aspettandosi che facessero alcuni passi verso l’unità e la piena comunione con la Chiesa. E loro l’hanno malinteso». Ovvero: «Hanno visto un gesto così generoso come una capitolazione di Roma davanti a loro: va bene, finalmente Roma capisce che noi abbiamo sempre avuto ragione». Müller spiega che «vogliono giudicare il Papa: sono convinti che, a partire dal Concilio Vaticano II, tutti i Papi abbiano deviato dalla retta dottrina della Chiesa cattolica».
La scomunica
Del Concilio, in particolare, non accettano «alcuni punti sulla libertà religiosa, la separazione tra Chiesa e Stato». Il cardinale fa sapere anche che «non sono pochi, hanno ottocento preti, trecento seminaristi, fedeli che si avvicinano e ricevono da loro i sacramenti. La nomina di nuovi vescovi senza il consenso del Papa è illegittima ma la successione apostolica è valida». Su cosa accadrà ora: «Il Papa dovrà scomunicarli, la scomunica è automatica: non dipende da un suo parere privato ma dal suo ufficio di Successore di Pietro».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
RISPETTO PER LO STATO MOSTRATO ANCHE NEL GIORNO DELLA CONDANNA
C’è una domanda che Mauro Moretti ama rivolgere a chi lo incalza sulle scelte della sua lunga carriera: «Che cosa sarebbe oggi l’Italia senza l’alta velocità?». La domanda è retorica, ma non banale. È il manifesto di un uomo che ha attraversato mezzo secolo di storia industriale e infrastrutturale del Paese, sempre dall’interno, sempre convinto che i sistemi complessi si cambino non dall’esterno ma da dentro. Un bullone alla volta, un treno alla volta, un’azienda alla volta.
Mauro Moretti è nato il 29 ottobre 1953 a Rimini. Laureato con lode in Ingegneria Elettrotecnica a Bologna nel 1977, l’anno successivo vince un concorso pubblico e inizia la sua carriera come quadro presso l’Officina Trazione Elettrica di Bologna. Un inizio concreto, di quelli che profumano di grasso e metallo, lontano dai salotti romani dove si decidevano i destini delle partecipate di Stato. È il periodo dove nasce il quarto Governo Andreotti e da lì a poco verrà rapito Aldo Moro. Un clima dinamico e terrificante.
L’esperienza da sindacalista della Cgil ai tempi di Luciano Lama
E infatti Moretti non è fatto per stare fermo e aspettare. Nei primi anni Ottanta si iscrive alla CGIL, non esattamente la strada più facile per diventare il numero uno. Scala i vertici sindacali con il passare del tempo: nel 1986 viene nominato segretario nazionale della CGIL Trasporti, carica che mantiene fino al 1991. È Luciano Lama, leggenda della sinistra sindacale italiana, a intuirne il talento e a volerlo nei ranghi della confederazione. Moretti accetta, e al tavolo delle trattative impara tutto: la pazienza, la durezza, l’arte di distinguere le battaglie che si possono vincere da quelle che vanno lasciate perdere. Quella stagione sindacale non è una parentesi. È una scuola. Il tavolo delle trattative è il suo habitat naturale sin da quando Luciano Lama gli chiese di fare il sindacalista nei ranghi della CGIL. Sarà proprio quell’esperienza, imparare le ragioni dell’altro, conoscere ogni leva del conflitto industriale, a renderlo un manager capace di affrontare a muso duro le resistenze corporative quando passerà dall’altra parte della barricata.
Trent’anni in Ferrovie dello Stato nel paese del trasporto su gomma
La carriera in Ferrovie dello Stato procede per gradi, ma con una direzione sempre chiara. In un arco temporale di circa trent’anni, Moretti ricopre incarichi di crescente responsabilità: Responsabile della Divisione Sviluppo Tecnologico nel 1993, Amministratore Delegato della società immobiliare Metropolis nel 1994, Direttore dell’Area Strategica di Affari “Rete” nel 1997, fino a diventare nel 2001 Amministratore Delegato di Rete Ferroviaria Italiana. Nel 2006 arriva il salto definitivo: viene nominato Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato Italiane, ruolo che manterrà fino al 2014.
Otto anni che cambieranno il volto del trasporto ferroviario, e non solo, italiano. Prima ancora di parlare di Alta Velocità, bisogna capire il campo di battaglia su cui Moretti si è trovato ad operare nei decenni. L’Italia è storicamente un Paese della gomma: strade, autostrade, camion, automobili. Il dopoguerra aveva scelto la Fiat, il miracolo economico aveva scelto l’Autostrada del Sole, e per decenni le risorse pubbliche avevano premiato l’asfalto a scapito dei binari. Non era solo una questione di infrastrutture: era una questione di cultura e di interessi consolidati. Ogni chilometro di rotaia costruito sottraeva argomenti e finanziamenti a chi aveva costruito il proprio potere sull’espansione della rete stradale. Ogni operazione di efficientamento del ferro toglieva fiato alla gomma.
Il braccio di ferro con chi gestiva la rete autostradale
Moretti non era un ambientalista. Era un ingegnere e un pragmatico. Ma aveva capito prima di molti che la partita ferro-gomma non era solo una questione tecnica o ambientale: era una questione di sovranità industriale (quella vera) e di competitività economica (quella giusta).
Un Paese che muove persone e merci su gomma è un paese dipendente per natura, vulnerabile ai prezzi internazionali, intasato nelle aree urbane, incapace di reggere i ritmi di un’economia moderna. Un Paese che viaggia su ferro è un Paese che produce energia elettrica e in prospettiva la produce anche in modo rinnovabile e la usa per muoversi. La sua battaglia fu duplice: verso l’esterno, contro le rendite di posizione di chi aveva interesse a mantenere lo status quo autostradale; verso l’interno, contro i vizi endemici di un’azienda pubblica abituata a perdere denaro e a scaricare i costi sulla fiscalità generale.
La nascita del primo Frecciarossa
Moretti affronta a muso duro le resistenze corporative, e qualcuno ancora ricorda quando, nel 2008, nel giro di dodici mesi dispose il licenziamento di trentacinque impiegati per gravi violazioni degli obblighi contrattuali. Non era crudeltà: era il segnale che l’azienda pubblica poteva e doveva funzionare seriamente. Era il punto in cui diede l’impressione che il sindacalista e il manager potevano stare insieme. Quando Moretti prende le redini delle Ferrovie, l’Alta Velocità italiana è un cantiere aperto, un progetto incompiuto che ha già divorato risorse, premesse e promesse. Lui lo chiude. Sotto la sua guida, nel 2009 viene completata l’Alta Velocità e viene lanciato il Frecciarossa. La penisola si accorcia. Milano e Roma diventano a tre ore. L’asse padano – Torino, Milano, Bologna, Firenze – diventa una dorsale che regge l’economia del paese. E così è anche nel 2026.
Gli otto anni del manager alla guida delle ferrovie italiane
Non è solo una questione di nastri tagliati. Nell’arco degli otto anni del suo mandato, Moretti risana le Ferrovie dello Stato e mette a segno, nel 2008, il primo risultato utile consolidato della storia del Gruppo, traguardo confermato nei successivi cinque anni di mandato. Un’azienda pubblica che per decenni aveva bruciato denaro pubblico inizia a fare utili. È una piccola rivoluzione copernicana. Il significato di quella rivoluzione va oltre i bilanci, rimessi in ordine con gli investimenti. L’Alta Velocità dimostrò che il ferro poteva battere la gomma sul piano della velocità, del comfort, della puntualità e, su quelle distanze, anche del costo. Milioni di italiani che prendevano l’aereo Roma-Milano scoprirono che il treno era più comodo, più puntuale e che li portava dal centro al centro, senza code agli imbarcaderi. Fu un cambio culturale prima ancora che infrastrutturale. L’automobile, per la prima volta nella storia repubblicana, aveva un concorrente credibile su scala nazionale.
Le proteste sul macchinista unico e le critiche sulle periferie senza treni
La “cura Moretti” non piace a tutti. I pendolari lo accusano di aver curato soltanto la clientela ricca della tratta Milano-Roma a trecento chilometri orari; i ferrovieri si sentono traditi per il passaggio al macchinista unico, osteggiato dai sindacati di categoria. È una critica fondata, almeno in parte. Legambiente fotografa un’Italia spaccata in due: crescono le linee ad alta velocità, mentre resta molto difficile la situazione sui regionali, affollati ogni mattina da migliaia di pendolari. La partita ferro-gomma si era vinta sul corridoio adriatico e padano, ma nelle periferie e nelle aree interne il treno restava, e resta, sconfitto. È il limite di quella stagione, che Moretti riconosce implicitamente nella sua domanda retorica: l’alta velocità è un traguardo, ma il paese è ancora lontano dal suo obiettivo naturale.La corsa a sindaco di Mompeo, piccolo comune della Sabina
Nel mezzo di questa carriera frenetica, c’è un episodio che racconta molto dell’uomo. Nel 2004, Moretti si candida a sindaco di Mompeo, piccolo paese in provincia di Rieti dove passa i pochi weekend liberi della sua vita impegnatissima: viene eletto primo cittadino con il 56% delle preferenze con la lista civica “Torre
Merlata tre colli e bandiera”. Visti gli impegni di lavoro, esercita la propria funzione di sindaco soprattutto via telefono, recandosi nel piccolo Comune solo nel tempo libero. È un dettaglio che potrebbe sembrare folkloristico, ma che rivela qualcosa di più profondo: l’idea che il servizio alla comunità, anche piccola, anche periferica, abbia un valore in sé. Il primo cittadino di un borgo di poche centinaia di anime e l’amministratore delegato di uno dei principali gruppi industriali del paese: la stessa persona, con la stessa idea di fondo che la cosa pubblica si gestisce con metodo, non con buone intenzioni.
Lo sbarco in Finmeccanica cui cambia il nome in Leonardo spa
Nel 2014, il Consiglio di Amministrazione di Finmeccanica nomina Mauro Moretti nuovo Amministratore Delegato e Direttore Generale del Gruppo. È un salto di mondo: dalle ferrovie all’aerospazio, dalla tutela delle infrastrutture nazionali alla competizione sui mercati globali della difesa e della sicurezza. Come Mattei, forse l’unico davvero entrato nella mitologia della storia industriale pubblica, che prese l’AGIP, azienda destinata alla liquidazione, residuato bellico del fascismo, e la trasformò in ENI, motore energetico della Repubblica, proiettando l’Italia su scacchieri internazionali che sembravano fuori portata. Moretti, dopo aver rivoluzionato le Ferrovie, arriva in Finmeccanica e trova un’azienda opaca, dispersiva, appesantita da decenni di logiche correntizie e partecipazioni eterogenee, e decide di fare la stessa cosa: tagli, concentrazione, identità.
Come Mattei capì che il petrolio era potere, Moretti capisce che la dipendenza dall’”oro nero” si batte con il ferro, che la difesa e l’aerospazio sono il terreno su cui si gioca la sovranità tecnologica dell’Europa nel XXI secolo.
Nel 2015 lancia il piano di riorganizzazione aziendale per la competitività sui mercati globali, con l’obiettivo di trasformare la società in un polo industriale più integrato, strutturato in sette divisioni operative. Le attività vengono concentrate sul core business dell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza, mentre gli asset non strategici vengono ceduti. Non si limitò a gestire ma volle dare un’identità simbolica alla sua creatura, così Moretti compie il gesto più audace: nel 2016 propone di cambiare il nome della società da Finmeccanica a Leonardo SpA, ispirandosi al genio di Leonardo da Vinci. Mattei aveva scelto il cane a sei zampe, bestia mitologica e potente. Moretti sceglie il nome del più grande inventore della storia. Due modi di dire “siamo italiani, e non abbiamo intenzione di essere secondi a nessuno”.
Il disastro ferroviario di Viareggio con 32 vittime e più di cento feriti
La storia di Mauro Moretti non si racconta senza il 29 giugno 2009, quando un treno merci carico di GPL deragliò in stazione a Viareggio, provocando un’esplosione devastante che colpì le aree abitative circostanti e causò la morte di 32 persone, con il ferimento di oltre cento cittadini. È la ferita che non si è mai chiusa. Né per le famiglie delle vittime, né per lui.
Il processo dura diciassette anni. Diciassette anni di gradi di giudizio, rinvii, Cassazioni, appelli. Fino al 25 giugno 2026, quando la Suprema Corte di Cassazione conferma la condanna a cinque anni di reclusione per disastro ferroviario colposo. Moretti, convinto della propria innocenza, ha combattuto in ogni sede. Ma quando arriva la parola definitiva, non fugge, non si sottrae, non cerca scappatoie. Moretti accetta con apparente serenità la sentenza di condanna. «Non posso fare altrimenti, accetto la decisione dei giudici. Rispetto lo Stato», dice ai suoi amici poco prima di costituirsi nel carcere umbro di Orvieto. In quel momento, involontariamente, Moretti ripete un gesto antico che risuona nei millenni e nella storia di molti. Socrate, condannato a morte dall’Atene democratica con l’accusa di empietà e di corruzione dei giovani, avrebbe potuto fuggire: i suoi amici avevano organizzato tutto. Rifiutò. Disse che un uomo che ha vissuto rispettando le leggi della città non può smettere di farlo nel momento in cui quelle stesse leggi si rivoltano contro di lui. Che la schiena dritta non è negoziabile. Che il senso dello Stato non è una convenienza ma un’appartenenza. Moretti non è Socrate, e Orvieto non è Atene. Ma il gesto è lo stesso: poche ore dopo la lettura del dispositivo della Suprema Corte, l’ex manager si è presentato spontaneamente presso il carcere di Orvieto, affrontando il momento con un atteggiamento sereno e collaborativo. Un uomo di settantadue anni, che ha costruito sistemi ferroviari, riorganizzato industrie della difesa, governato un borgo del Reatino, e che adesso varca un cancello carcerario perché ritiene che così si debba fare. Non perché sia giusto, ma perché così funziona lo Stato, e lui allo Stato ha dedicato la vita.
La scelta di manifestare rispetto allo Stato e alle sue leggi da condannato
Cosa rimane, alla fine, di questa traiettoria?
Un Paese in cui Milano e Reggio Calabria sono collegate da treni veloci. Un colosso dell’aerospazio europeo che porta il nome di un genio rinascimentale e gioca le partite alla pari coi giganti. Un sistema ferroviario che per la prima volta nella sua storia è andato in utile. Un sogno iniziato tra officine e lotte sindacali. E una battaglia – quella del ferro contro la gomma – che Moretti ha combattuto e in parte vinto, sapendo che non sarebbe mai finita del tutto, perché i paesi non cambiano i propri paradigmi in pochi anni. Come Mattei, lascia dietro di sé istituzioni trasformate e rinnovate. Come Socrate, lascia dietro di sé un gesto che dice più di mille dichiarazioni: che si può non essere d’accordo con una sentenza e rispettarla ugualmente. Che il rispetto per lo Stato non è l’ultimo rifugio dei vili, ma la scelta più difficile per chi lo Stato lo ha servito davvero. Non tutti i rivoluzionari bruciano le istituzioni. Alcuni le trasformano. E poi, se necessario, le subiscono. A testa alta.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
I REQUISITI RICHIESTI E I DOCUMENTI NECESSARI: VIVEVE DA 5 MESI IN SPAGNA, AVER RICHIESTO LA PROTEZIONE INTERNAZIONALE E NON AVER COMMESSO REATI… VIENE CONCESSO UN PERMESSO SOGGIORNO E DI LAVORO DI UN ANNO, VALIDO SOLO IN SPAGNA
La Spagna si è stufata di ospitare centinaia di migliaia di immigrati clandestini. Ma il governo di
Pedro Sánchez ha deciso di provare a risolvere il problema nel modo opposto a quello predicato dalle destre al governo in mezzo mondo: con una regolarizzazione di massa. Oggi 30 giugno era l’ultimo giorno per migranti e richiedenti asilo senza documenti in regola per aderire alla sanatoria, e la risposta s’è rivelata impressionante: ha chiesto di uscire dalla clandestinità oltre 1 milione di persone.
I numeri sono stati annunciati oggi dallo stesso Sánchez nel giorno della presentazione del Piano di integrazione e cittadinanza. La straordinaria adesione ha stupito lo stesso esecutivo, che nel lanciare l’iniziativa ad aprile aveva detto di prevedere l’emersione dalla clandestinità di circa mezzo milione di immigrati. Secondo le organizzazioni che assistono i migranti, le richieste alla fine potrebbero superare quota 1,2 milioni. A metà giugno 360mila di queste risultavano già ammesse all’istruttoria, con il rilascio di un’autorizzazione provvisoria al soggiorno e al lavoro.
I requisiti per accedere e i documenti concessi: come funziona la sanatoria
Per avanzare la domanda è necessaria provare di aver vissuto in Spagna per almeno 5 mesi, o di aver chiesto la protezione internazionale, alla data del 31 dicembre 2025 e di non aver commesso reati. Chi si vedrà convalidata la richiesta emergerà dalla clandestinità, nel senso che si vedrà riconosciuto un permesso di soggiorno e di lavoro, valido inizialmente per un anno. Ma non la cittadinanza spagnola e il diritto di voto. «Alcune decisioni che prende il governo parlano non solo del Paese che siamo ma anche del Paese che aspiriamo a essere. E questa è una di quelle più importanti che può prendere un’amministrazione, perché così vogliamo che il mondo guardi alla Spagna: come a un Paese che rispetta, protegge e tutela i diritti umani», ha spiegato Sánchez. In concreto, poi, complice l’«inverno demografico» che vive anche la penisola iberica, «senza immigrazione la Spagna perderebbe un 19% del Pil nel 2050 e un 22% del Pil nel 2075: significa che chiuderebbero 90mila bar, che 50mila classi scolastiche resterebbero senza studenti e che 220mila fattorie scomparirebbero».
Se la sanatoria ha il sostegno della Chiesa, di centinaia di associazioni e delle oltre 600mila persone che avevano firmato per un’iniziativa legislativa popolare, il Partito Popolare (Pp) e Vox l’hanno aspramente criticata, accusando Sanchez di attrarre così nuovi clandestini. Il premier oggi ha risposto alle critiche parlando di un provvedimento «responsabile», volto a garantire un’immigrazione «legale, sicura e ordinata».
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LOGISTICA E CRISI ENERGETICA TRA LE PRESUNTE CAUSE, MA SPESSO I RINCARI DIPENDONO DALLE MARCHE E DAI FORMATI
Negli ultimi 5 anni i prezzi dei gelati sono incrementati del 39,6 per cento. Il prezzo ha iniziato ad aumentare vertiginosamente a partire dal 2022, quando si è registrato un aumento del 13% rispetto al 2021. Lo stesso schema si è poi ripetuto l’anno seguente, con un aumento ancora più preoccupante del 16% nel 2023. I gelati, tuttavia, non sono gli unici prodotti soggetti a questo fenomeno, secondo Altroconsumo i rincari si verificano anche su altri prodotti alimentari: una recente indagine ha svelato che i prezzi di pizza e bibite sono aumentati del 26% rispetto al 2021.
Le cause degli aumenti
Questo aumento è una diretta conseguenza della crisi energetica e logistica che sta ormai andando avanti da anni. Tra il 2022 e il 2023 infatti il prezzo dei prodotti alimentari in Italia ha registrato un aumento da record con un’inflazione media annua del 8,8% nel 2022 e del +9,8% nel 2023. Curiosamente, i prezzi dei gelati sono aumentati più rapidamente rispetto agli altri alimentari.
Oltre alla crisi energetica e logistica, i rincari dei gelati sono anche dovuti al fenomeno della shrinkflation, ovvero la pratica commerciale in cui le aziende riducono la quantità, il peso o il volume di un prodotto mantenendo lo stesso prezzo di vendita.
Quali sono i gelati più cari
È curioso notare come il prezzo dello stesso gelato sia cambiato diversamente da marca a marca. Per esempio, il Cono Esselunga è aumentato del 20% al chilo, quello della Coop del 27%, il Cinque Stelle Sammontana del 43% e il Cornetto Algida quasi del 60 per cento.
A rendere il tutto ancora più complicato, si aggiunge la complessità di alcuni formati ingannevoli nei supermercati, dove si possono trovare confezioni di dimensioni diverse per lo stesso identico prodotto. Per esempio, il Cornetto Algida lo si può acquistare in confezioni da 6 cornetti da 75g l’uno, oppure da 8 cornetti da 60g l’uno. In questo caso – come suggeriscono da Altroconsumo – è bene che il consumatore faccia la sua scelta basandosi sul prezzo al chilo dal momento che il formato da 6x75g costa circa 13,32 euro, mentre quello da 8x60g circa 14,50 euro.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »