Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
DALLE FATTURE GONFIATE AL PENTAGONO AL MURO ANTI-MIGRANTI IN MESSICO
Ancora gli indiani. Ma se questa volta si tratta dei lavoratori che secondo la Procura di Milano sarebbero stati reclutati da un’agenzia di Nuova Delhi e poi portati a lavorare in Italia in condizioni di sfruttamento, la Caddell Construction era già finita in acque torbide per i suoi rapporti con altri “indiani”: i nativi americani al centro di un programma federale che doveva aiutare le piccole imprese a entrare nei grandi appalti del Pentagono.
Nel sistema dei grandi appalti federali Usa, Caddell non è un gigante, ma nemmeno un microbo. È al 90° posto nella classifica 2026 dei general contractor americani, quelli che forniscono le grandi opere “chiavi in mano”, o quasi, ai committenti.
Fondata nel 1983 a Montgomery, in Alabama, da John A. Caddell, l’azienda è cresciuta basandosi sullo stretto rapporto con la macchina pubblica. Oggi è controllata dai dipendenti attraverso un piano di azionariato. La continuità dinastica, però, resta: presidente e amministratore delegato è Mac Caddell, nipote del fondatore.
I dati della società raccontano che il suo portafoglio supera i 24 miliardi di dollari in lavori negli Stati Uniti e in 38 Paesi su cinque continenti. Con una buona domanda pubblica: l’ufficio del Dipartimento di Stato che si occupa degli edifici diplomatici americani all’estero, indica Caddell come general contractor del nuovo consolato di Milano, con un progetto che vale fino a 211,9 milioni di dollari.
Ma la scala dei rapporti con Washington è molto più ampia. Nel 2024, tra le altre
cose, Caddell è stata scelta anche per il nuovo compound dell’ambasciata americana a Port of Spain, a Trinidad e Tobago, con un contratto fino a 350 milioni di dollari. A Kabul, in Afghanistan, ha lavorato a un progetto di sede diplomatica il cui costo è salito da 400 a oltre 800 milioni.
E poi contratti con la Difesa Usa, dall’Alaska al Texas. Basta questo elenco sommario per capire che non si parla di un costruttore regionale dell’Alabama, ma di un fornitore stabile in quei cantieri dove sicurezza, diplomazia e denaro pubblico si impastano con il cemento.
Un capitolo significativo riguarda anche il muro al confine con il Messico, l’opera-simbolo di Donald Trump. Nel 2017 Caddell venne selezionata tra le imprese incaricate di costruire i prototipi nella zona di San Diego: in pratica dei “modellini” di dieci metri per dieci dello sbarramento anti-migranti, pagati ai costruttori qualche centinaio di migliaia di dollari. Due anni dopo la joint venture Gibraltar-Caddell ottenne una fetta del muro di Trump: 22 miglia, con un contratto base da 155,3 milioni.
È in questo incrocio tra appalti pubblici, sicurezza nazionale e programmi federali per i subappalti che si collocano anche i rapporti con i nativi americani e i problemi giudiziari. Nel 2012 Caddell si impegnò a pagare 2 milioni al Dipartimento di
Giustizia, che in cambio la dichiarò non perseguibile, per chiudere un caso legato all’assistenza fornita a Mountain Chief, società nativa americana inserita nei programmi “Mentor-Protégé” e “Indian Incentive” del Pentagono.
Quei programmi servivano a favorire l’accesso alle commesse militari di piccole imprese svantaggiate, associate a gruppi più grandi che avrebbero dovuto appunto fare da mentori. Secondo il Dipartimento di Giustizia, però, Caddell presentò richieste di pagamento che gonfiavano in modo significativo l’aiuto fornito a Mountain Chief. L’anno dopo Caddell accettò di versare altri 1,15 milioni per risolvere accuse civili secondo cui aveva falsamente rappresentato il ruolo di Mountain Chief in lavori a Fort Bragg e Fort Campbell.
C’è poi il caso di Camp Lejeune, la nota base dei Marine in North Carolina, dove una joint venture tra Caddell e W.G. Yates fu accusata da una “soffiata” interna di usare piccole imprese-schermo, con annessi benefici fiscali, per una serie di subappalti svolti invece da operatori più grandi. In carcere, nel 2015, finì solo la titolare di una impresa subappaltante: 30 mesi per false dichiarazioni.
Secondo il Project On Government Oversight, che studia la trasparenza della pubblica amministrazione e che nel 2018 pubblicò un’analisi sui contractor scelti per i prototipi del muro, già nel 2014 il Corpo degli ingegneri dell’Esercito Usa
trasmise una raccomandazione per escludere Caddell dagli appalti federali proprio per le false dichiarazioni contestate. L’esclusione, alla fine, non scattò e l’azienda ricevette soltanto un avvertimento. Vedremo se anche il caso milanese finirà allo stesso modo.
(da Repubblica)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
CHI GUADAGNA DAL DISASTRO AMBIENTALE
La guerra è tornata strumento di politica internazionale, scrive Papa Leone XIV
nell’enciclica Magnifica Humanitas e avverte sul rischio altissimo di «costruire un mondo disumano e più ingiusto», una nuova Torre di Babele. Solo nell’ultimo anno 59 guerre nel mondo, il numero più alto dal 1945, con conseguente sterminio di popolazione e devastazione sociale ed economica (dati Global Peace Index). Questo tragico quadro ne alimenta un altro, che si abbatte silenziosamente sull’intero pianeta: il peggioramento della crisi climatica, ormai prossima a un punto di non ritorno. Le attività militari sono responsabili del 5,5% delle emissioni mondiali di gas serra. Se il comparto bellico fosse uno Stato, sarebbe il quinto più inquinante
dopo Cina, Usa, India e Ue. Analizziamo i dati relativi agli attacchi a Ucraina, Gaza e Iran.
Ucraina, le emissioni causate dalla guerra
Dal febbraio 2022, le emissioni generate dal conflitto in Ucraina hanno superato 311 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. È quanto documenta lo studio Climate Damage Caused by Russia’s War in Ukraine, coordinato dal ricercatore olandese Lennard de Klerk: una quantità di CO2 poco inferiore alle emissioni annuali prodotte dall’Italia. Il 37% sono legate direttamente a operazioni militari: consumo di combustibili fossili da parte di carri armati e aerei da combattimento, produzione di munizioni e sostituzione di equipaggiamenti distrutti. Il 23% è diffuso dagli incendi che, nel solo 2025, hanno devastato 1,4 milioni di ettari di territorio nelle aree a ridosso delle linee del fronte. Un quarto delle emissioni sono dovute alla distruzione di infrastrutture civili e alla loro ricostruzione.
Infrastrutture, pozzi e depositi di carburante
I raid sugli impianti energetici hanno finora generato il 6% della CO2 emessa. Nell’ultimo inverno, con temperature fino a –20 °C, la Russia ha condotto una sistematica campagna contro centrali termiche, sottostazioni e linee di trasmissione per privare la popolazione di elettricità, acqua e riscaldamento. Tra marzo 2025 e febbraio 2026 si sono registrati almeno 15 massicci attacchi contro impianti di
produzione e stoccaggio del gas e altri 19 contro infrastrutture civili. A questi si sono aggiunti raid con droni kamikaze, missili balistici e da crociera che hanno colpito centrali termoelettriche in città come Kiev, Kharkiv e Dnipro, causando blackout prolungati e costringendo milioni di persone a usare generatori a diesel o benzina. Parallelamente, le forze ucraine hanno condotto 140 attacchi contro raffinerie e depositi petroliferi e di fertilizzanti in Russia e nei territori occupati dall’armata russa.
Terreni contaminati e mine
E poi c’è quello che rimane sul terreno: un inquantificabile campionario di sostanze tossiche. Un recente studio pubblicato sulla rivista Environmental Problems rivela come i terreni intorno all’Oblastdi Sumy, una delle aree più colpite dai combattimenti, presentino livelli elevati di piombo, zinco, rame, cromo, cobalto e arsenico che alterano le proprietà chimiche del suolo, compromettendone fertilità e sicurezza alimentare per decenni. A rendere incoltivabili i terreni agricoli ci sono le mine, peraltro spesso non mappate, che secondo l’agenzia statale Demine Ukraine occupano 132 mila chilometri quadrati, un’area grande quanto la Grecia (Qui). Questi ordigni, oltre a causare amputazioni e a mettere in pericolo la vita di migliaia di civili, impediscono anche la semina dei campi riducendo, secondo le
Nazione Unite, la crescita del Pil del Paese tra il 3 e il 5% (Qui). Durante l’ultima conferenza internazionale sul clima a Belém, l’Ucraina ha annunciato l’intenzione di chiedere alla Russia un risarcimento di 57 miliardi di dollari per danni ambientali.
Gaza rasa al suolo
La distruzione di Gaza ha generato oltre 1,3 milioni di tonnellate di CO2. Le emissioni, segnalate da uno studio pubblicato sulla rivista One Earth, riguardano esclusivamente le attività militari: i voli e i bombardamenti israeliani, le operazioni statunitensi per trasportare in Israele 50 mila tonnellate di equipaggiamenti e rifornimenti, oltre all’impiego di razzi e artiglieria. Gli attacchi hanno raso al suolo infrastrutture, ospedali, condomini, strade, reti fognarie, scuole e università, mentre la Fao segnala che oltre l’80% delle terre agricole è stato danneggiato dai bombardamenti. Lo studio prevede inoltre che i costi climatici aumenteranno esponenzialmente con la ricostruzione, fino a raggiungere 33,2 milioni di tonnellate di CO2: un valore equivalente alle emissioni generate in un anno dalla Giordania. Occorrerà aggiungere i dati sugli attacchi israeliani al Libano, che al momento non sono ancora stati quantificati.
Golfo Persico: il dato sui primi 15 giorni
Per il monitoraggio completo dell’attacco condotto da Stati Uniti e Israele in Iran e della risposta di Teheran, che ha coinvolto sei Paesi del Golfo in quanto alleati di Washington, occorrerà attendere. Per il momento esiste solo l’analisi del think tank Climate and Community Institute: il centro di ricerca stima che nei primi 15 giorni i bombardamenti abbiano prodotto oltre 5 milioni di tonnellate di CO2, pari a quelle emesse in un anno da 1,1 milioni di automobili a benzina. Quasi la metà delle emissioni è stata causata dalla distruzione di edifici militari e civili, inclusi 16.191 abitazioni, 3.384 unità commerciali, 77 centri medici e 69 scuole. Tra queste ultime l’istituto femminile Shajareh Tayyebeh di Minab raso al suolo nel primo giorno di guerra, dove sono state uccise 168 persone tra cui 120 bambine (Fonte Mezza Luna Rossa iraniana).
La Ong Conflict and Environment Observatory che ha monitorato oltre 300 azioni belliche, di cui 232 valutate ad alto rischio ambientale, sostiene che le conseguenze degli attacchi alle infrastrutture hanno prodotto contaminazione dell’aria, del suolo e delle acque, oltre a rilasciare sostanze inquinanti come combustibili, oli industriali, metalli pesanti, esplosivi e Pfas. Si aggiungono poi la dispersione di materiali edilizi tossici come l’amianto e gli incendi innescati dalle esplosioni, con conseguente emissione di composti nocivi quali diossine e furani
Petrolio e gas in fiamme
Un terzo delle emissioni è stato generato dalla combustione di petrolio durante gli attacchi a infrastrutture energetiche e impianti di stoccaggio. Tra il 7 e l’8 marzo sono stati colpiti 30 depositi di petrolio a Teheran e nelle aree circostanti, mentre la quantità di greggio distrutto nella regione del Golfo è stimata tra 2,5 e 5,9 milioni di barili. Da parte sua l’Iran ha attaccato con droni raffinerie e depositi di petrolio nei Paesi vicini. Tra i raid più imponenti quelli alla raffineria di Ras Tanura in Arabia Saudita e al porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti. Il 18 marzo, dopo l’attacco israeliano al giacimento di gas di South Pars in Iran, uno dei più grandi al mondo, Teheran ha risposto colpendo l’impianto di Ras Laffan, in Qatar, che produce circa il 20% delle forniture globali di Gnl.
Pioggia nera e catrame
Gli attacchi ai depositi di carburante a Teheran hanno esposto 9 milioni di abitanti a una «pioggia nera» che ha rilasciato fuliggine e sostanze tossiche sprigionate dalle nubi di fumo. L’esposizione prolungata a queste microparticelle – spiega uno studio su Nature – è causa di malattie polmonari e cardiovascolari. Gli incendi a pozzi e depositi hanno sprigionato enormi colonne di fumo contenenti particolato, ossidi di
azoto, anidride solforosa, monossido di carbonio e altre sostanze chimiche tossiche, tra cui composti che favoriscono l’insorgenza di malattie tumorali.
Non si salva nemmeno l’ecosistema marino del Golfo Persico, già caratterizzato da un lento ricambio delle acque che favorisce l’accumulo di inquinanti. Gli attacchi a impianti offshore e ad almeno 16 petroliere e navi commerciali bloccate nello Stretto di Hormuz hanno provocato sversamenti di greggio lungo le coste. La perdita più imponente è stata rilevata a maggio vicino all’isola di Kharg, in Iran, dove si stima siano stati dispersi fino a 3 mila barili di petrolio (Qui). Ad aprile, la distruzione di una raffineria a Lavan ha causato uno sversamento che ha raggiunto l’isola di Shidvar, riserva naturale che ospita specie protette, tartarughe marine e uccelli migratori. Nei giorni successivi la fauna selvatica è rimasta intrappolata nella marea nera, mentre carcasse di animali galleggiavano lungo le coste e masse di catrame si depositavano sui fondali marini. Ci vorranno mesi, o forse anni per quantificare l’ampiezza del disastro ambientale nel Golfo Persico.
Chi ci guadagna
Le civiltà più avanzate stanno producendo tutto questo, ma il clima non conosce frontiere, e un ecosistema compromesso non sarà ripristinabile dall’intelligenza artificiale. Però c’è sempre chi trae vantaggi da un mondo «più disumano e ingiusto». Secondo i dati elaborati dalla Ong Global Witness, pubblicati dal
Guardian, nel primo mese di guerra le 100 maggiori compagnie di petrolio e gas hanno registrato extraprofitti per circa 23 miliardi di dollari, grazie all’impennata del prezzo del greggio a seguito della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Mentre per l’industria bellica, che non ha mai conosciuto momenti di crisi, sono anni d’oro. I numeri sono raccolti nell’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) pubblicato nel 2025 e basato su dati del 2024: i profitti delle prime 100 aziende produttrici di armi hanno raggiunto 679 miliardi di dollari, con una crescita del 26% in dieci anni.
(da Repubblica)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
APPREZZAMENTO TRASVERSALE E GENERAZIONALE
Siamo alla vigilia della Festa della Repubblica, che celebra il referendum con cui gli italiani sancirono il passaggio alla Repubblica, 80 anni fa. Nel 1946. Una data “storica”. Davvero. Perché ha segnato la nostra storia. E ha dato significato al percorso della nostra democrazia. In questo quadro la figura e il ruolo del presidente della Repubblica è fondamentale. In particolare, di questo presidente. Sergio Mattarella. Per la sua storia personale e familiare. E, comunque, segna il nostro tempo, in una fase attraversata da tensioni e divisioni che mettono in discussione il fondamento stesso della nostra democrazia “rappresentativa”. Non
per caso sono diffuse e crescenti le richieste che mirano a “presidenzializzare” il nostro sistema. Passando attraverso il premierato. L’elezione diretta del premier. Il “capo del governo”.
Naturalmente, si tratterebbe di un cambiamento sostanziale della nostra democrazia che, tuttavia, seguirebbe il percorso della personalizzazione, che ha segnato e segna la politica italiana (e non solo). Visto che, ormai da tempo, i partiti in Italia (e non solo), si sono personalizzati. Riassunti dalla e nella “persona“ del leader. Il “capo”. Il sondaggio di Demos conferma questa tendenza. Rileva, infatti, come la fiducia nei confronti del capo dello Stato, «nel corso del percorso» di Sergio Mattarella si sia consolidato e nell’ultimo decennio sia costantemente sopra al 60 per cento. I rapporti che Demos conduce, con “La Polis-Università” di Urbino, da molti anni confermano questo quadro istituzionale, che vede il presidente della Repubblica come il soggetto intorno a cui ruotano tutte le istituzioni e tutti gli attori politici. È interessante, per questo, osservare come Mattarella abbia “personalizzato” il Paese. O meglio, la nostra democrazia. Visto ciò che sta avvenendo nel sistema politico e nei partiti, possiamo affermare (e io, per quanto mi riguarda, affermo) che si tratta di una grande e fortunata opportunità. In quanto si tratta di una figura autorevole. E di grande valore.
Il consenso nei confronti di Mattarella, inoltre, è, ovviamente trasversale, sotto diversi profili. Anzitutto, sul piano generazionale. Visto che tocca i livelli più elevati fra i più giovani (sotto i 25 anni): 63 per cento. E, soprattutto, fra i più anziani, con oltre 65 anni. Ma il dato forse più sorprendente riguarda l’orientamento politico. Perché il presidente della Repubblica è una figura istituzionale, ma con poteri e ruoli politici.
Per questo motivo è interessante e significativo che il consenso nei riguardi di Mattarella sia davvero trasversale. E attraversi gli schieramenti e i partiti da destra a sinistra, passando per il centro, Con punte elevatissime dovunque. Quasi il 90 per cento fra i sostenitori di Pd, Italia Viva e +Europa. Ma poco meno anche fra chi è vicino a FI. E registra un sostegno oltre i 2 terzi anche nella base del M5S e della Lega.
E ciò riflette sicuramente la domanda di con-divisione che attraversa tutti i campi della politica. Più o meno larghi. In questi tempi attraversati da profonde divisioni. Interne e internazionali
Per questo Mattarella non è «un uomo solo al comando». Ma di certo è il «solo uomo» che ci può guidare, E farci sentire sicuri. Speriamo (io lo spero) che duri ancora a lungo. Soprattutto per noi e la nostra democrazia.
(da La Repubblica)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
VENTO E CORRENTI L’HANNO SPINTA FINO ALLA SPIAGGIA DOVE SI E’ RADUNATA UNA PICCOLA FOLLA… “ALMENO UNA DELLE NOSTRE IMBARCAZIONI HA ROTTO L’ASSEDIO”
Una delle barche della Global Sumud Flotilla ha rotto il blocco navale ed è
riuscita a raggiungere Gaza. Non si tratta di una vela sfuggita al raid israeliano di qualche settimana fa, ma di una delle ultime intercettate. Anzi, della più grande, l’ammiraglia Kasr-i-Sadabad, su cui erano imbarcati anche il deputato Dario Carotenuto e il giornalista Alessandro Mantovani, bloccata e abbordata a oltre cento chilometri dalla Striscia. Abbandonata in mezzo al mare come le altre 74, 22 al largo di Creta, 52 davanti all’Egitto, priva di equipaggio, è stata spinta da vento e correnti fino alle coste di Gaza.
L’hanno avvistata ieri mattina e subito sulla spiaggia si è riunita una piccola folla che l’ha trainata a riva. Al momento, non è chiaro se una parte del carico di aiuti – magari lo scatolame o l’olio – sigillati in tutti gli anfratti della pancia dello scafo, siano arrivati intonsi. Ma di certo sono stati recuperati tutti i pannelli solari, fondamentali nella Striscia affamata di energia perché il carburante entra ancora con il contagocce.
“Nonostante tutti gli ostacoli, alcuni pezzi dell’imbarcazione Kasr-i Sadabad, appartenente alla Global Sumud Flotilla, sono approdati sulla costa di Gaza”, fa sapere la sezione turca. “Il regime israeliano, con un intervento illegittimo in mare aperto, ha sequestrato l’equipaggio e abbandonato l’imbarcazione dopo averla danneggiata. Oggi, quei resti hanno superato il blocco, rotto l’assedio e hanno raggiunto la loro destinazione”.
Le immagini registrate sulla spiaggia e rilanciate dalla sezione turca della Flotilla, mostrano decine di persone che si affollano attorno allo scafo, lo trainano a riva. Un bimbo stringe in mano il timone, un altro cerca su quel che resta del ponte qualcosa di utile, dai pezzi di legno buoni per accendere un fuoco a, chissà, magari un pacco di riso.
“Simbolicamente è stata un’emozione grandissima. Vedere una delle nostre barche che era stata lasciata alla deriva dalla Marina israeliana arrivare da sola e rompere il blocco, ci ha commossi. Sappiamo che è semplicemente qualcosa di simbolico, è una piccola cosa che ci rende felici”, dice la portavoce italiana, Maria Elena Delia.
Circa una settimana fa, un’altra vela era arrivata quasi intatta sulle spiagge egiziane, con tutto il suo carico di aiuti. E adesso la speranza, dicono dal movimento, è che anche Eolo si metta di mezzo e “altre barche possano arrivare da sole dove agli equipaggi è stato impedito di portarle”
(da agenzie)
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