UNA VOLTA GLI STATI UNITI ESPORTAVANO DEMOCRAZIA. ORA SONO RITORNATI ALLO SCHIAVISMO
DALLE FATTURE GONFIATE AL PENTAGONO AL MURO ANTI-MIGRANTI IN MESSICO
Ancora gli indiani. Ma se questa volta si tratta dei lavoratori che secondo la Procura di Milano sarebbero stati reclutati da un’agenzia di Nuova Delhi e poi portati a lavorare in Italia in condizioni di sfruttamento, la Caddell Construction era già finita in acque torbide per i suoi rapporti con altri “indiani”: i nativi americani al centro di un programma federale che doveva aiutare le piccole imprese a entrare nei grandi appalti del Pentagono.
Nel sistema dei grandi appalti federali Usa, Caddell non è un gigante, ma nemmeno un microbo. È al 90° posto nella classifica 2026 dei general contractor americani, quelli che forniscono le grandi opere “chiavi in mano”, o quasi, ai committenti.
Fondata nel 1983 a Montgomery, in Alabama, da John A. Caddell, l’azienda è cresciuta basandosi sullo stretto rapporto con la macchina pubblica. Oggi è controllata dai dipendenti attraverso un piano di azionariato. La continuità dinastica, però, resta: presidente e amministratore delegato è Mac Caddell, nipote del fondatore.
I dati della società raccontano che il suo portafoglio supera i 24 miliardi di dollari in lavori negli Stati Uniti e in 38 Paesi su cinque continenti. Con una buona domanda pubblica: l’ufficio del Dipartimento di Stato che si occupa degli edifici diplomatici americani all’estero, indica Caddell come general contractor del nuovo consolato di Milano, con un progetto che vale fino a 211,9 milioni di dollari.
Ma la scala dei rapporti con Washington è molto più ampia. Nel 2024, tra le altre
cose, Caddell è stata scelta anche per il nuovo compound dell’ambasciata americana a Port of Spain, a Trinidad e Tobago, con un contratto fino a 350 milioni di dollari. A Kabul, in Afghanistan, ha lavorato a un progetto di sede diplomatica il cui costo è salito da 400 a oltre 800 milioni.
E poi contratti con la Difesa Usa, dall’Alaska al Texas. Basta questo elenco sommario per capire che non si parla di un costruttore regionale dell’Alabama, ma di un fornitore stabile in quei cantieri dove sicurezza, diplomazia e denaro pubblico si impastano con il cemento.
Un capitolo significativo riguarda anche il muro al confine con il Messico, l’opera-simbolo di Donald Trump. Nel 2017 Caddell venne selezionata tra le imprese incaricate di costruire i prototipi nella zona di San Diego: in pratica dei “modellini” di dieci metri per dieci dello sbarramento anti-migranti, pagati ai costruttori qualche centinaio di migliaia di dollari. Due anni dopo la joint venture Gibraltar-Caddell ottenne una fetta del muro di Trump: 22 miglia, con un contratto base da 155,3 milioni.
È in questo incrocio tra appalti pubblici, sicurezza nazionale e programmi federali per i subappalti che si collocano anche i rapporti con i nativi americani e i problemi giudiziari. Nel 2012 Caddell si impegnò a pagare 2 milioni al Dipartimento di
Giustizia, che in cambio la dichiarò non perseguibile, per chiudere un caso legato all’assistenza fornita a Mountain Chief, società nativa americana inserita nei programmi “Mentor-Protégé” e “Indian Incentive” del Pentagono.
Quei programmi servivano a favorire l’accesso alle commesse militari di piccole imprese svantaggiate, associate a gruppi più grandi che avrebbero dovuto appunto fare da mentori. Secondo il Dipartimento di Giustizia, però, Caddell presentò richieste di pagamento che gonfiavano in modo significativo l’aiuto fornito a Mountain Chief. L’anno dopo Caddell accettò di versare altri 1,15 milioni per risolvere accuse civili secondo cui aveva falsamente rappresentato il ruolo di Mountain Chief in lavori a Fort Bragg e Fort Campbell.
C’è poi il caso di Camp Lejeune, la nota base dei Marine in North Carolina, dove una joint venture tra Caddell e W.G. Yates fu accusata da una “soffiata” interna di usare piccole imprese-schermo, con annessi benefici fiscali, per una serie di subappalti svolti invece da operatori più grandi. In carcere, nel 2015, finì solo la titolare di una impresa subappaltante: 30 mesi per false dichiarazioni.
Secondo il Project On Government Oversight, che studia la trasparenza della pubblica amministrazione e che nel 2018 pubblicò un’analisi sui contractor scelti per i prototipi del muro, già nel 2014 il Corpo degli ingegneri dell’Esercito Usa
trasmise una raccomandazione per escludere Caddell dagli appalti federali proprio per le false dichiarazioni contestate. L’esclusione, alla fine, non scattò e l’azienda ricevette soltanto un avvertimento. Vedremo se anche il caso milanese finirà allo stesso modo.
(da Repubblica)
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