Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
CON L’EVENTUALE USCITA DI FORZA ITALIA DALLA COALIZIONE (E UN MEGA POLO CENTRISTA), NESSUNO OTTERREBBE IL PREMIO DI MAGGIORANZA: IL CAMPO LARGO PRENDEREBBE IL 41,8%; LA DESTRA IL 39,7% E I MODERATI IL 16,3… FUTURO NAZIONALE AL 6,2%, FRATELLI D’ITALIA CROLLA AL 26,7%
Nelle ultime settimane, almeno da quanto Futuro nazionale di Roberto Vannacci ha iniziato il suo boom nei sondaggi, molti hanno sostenuto che per il centrodestra allearsi con Vannacci sia l’unico modo per vincere le prossime elezioni.
Il nuovo sondaggio politico realizzato da Bidimedia, però, mette in discussione questa teoria: messi davanti alle possibili coalizioni, gli elettori sembrano comunque preferire il centrosinistra allargato. C’entrano i risultati dei singoli partiti, ma non solo.
Fratelli d’Italia perde quasi un punto in due settimane, la Lega continua a scivolare più in basso, ma anche il Pd cala. La differenza la fanno i risultati delle alleanze.
Fratelli d’Italia è al 26,7%, lo 0,9% in meno rispetto all’ultima rilevazione. È uno dei risultati peggiori fatti registrare dal partito di Giorgia Meloni negli ultimi anni. Nel centrodestra regge solo Forza Italia, che si mantiene stabile al 7,3%. Continua il crollo della Lega, scesa al 5,7% (-0,3%) e cede terreno anche Noi moderati, scendendo allo 0,6% (-0,4%).
Nel frattempo, come confermano tutte le rilevazioni, continua il periodo positivo per Futuro nazionale di Roberto Vannacci, al 6,2% con un balzo in avanti di otto decimi.
L’impressione è che si tratti soprattutto di elettori di Fratelli d’Italia e della Lega delusi, e questo, come si vedrà, può rendere più complicata la strada verso un’eventuale alleanza.
Nel centrosinistra il Partito democratico cala al 21,8% (-0,4%). Il Movimento 5 stelle è in lieve crescita al 12,2% (+0,2%). Alleanza Verdi-Sinistra resta sostanzialmente stabile al 6,5% (-0,1%), mentre Italia viva di Matteo Renzi va al 2,4% (+0,2%) e +Europa allo 0,9% (-0,1%). La coalizione include anche Avanti-PSI (con lo 0,6%) e Progetto civico Italia (0,5%).
Ci sono poi le forze al di fuori del cosiddetto campo largo. In particolare, Azione di Carlo Calenda resta al 2,9% e il Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin all’1% (+0,1%). Sud chiama Nord, invece, entra nel sondaggio per la prima volta con l’1,1%.
Facendo una somma aritmetica dei risultati dei singoli partiti verrebbe fuori che il campo largo è al 44,9%, il centrodestra senza Vannacci si ferma al 40,8% e con il generale arriva invece la 47%.
Ma, come è noto, non è detto che gli elettori di un partito siano disposti a votarlo in qualsiasi coalizione. Per questo, il sondaggio di Bidimedia ha rilevato anche come andrebbero le possibili alleanze, facendo diverse ipotesi.
Se si andasse al voto oggi da una parte ci sarebbe il centrodestra, dall’altra il campo largo, poi a parte Futuro nazionale e una lista centrista composta da Azione e il Partito liberaldemocratico.
Il sondaggio dice che, con queste coalizioni a disposizione:
il 43,9% degli elettori sceglierebbe il campo largo (meno della somma dei vari partiti)
il 42,2% voterebbe il centrodestra (più della somma dei partiti)
Il 6% sceglierebbe Futuro nazionale da solo (in leggero calo)
Il 4,2% la lista Azione-Pld
Insomma, la vittoria andrebbe al centrosinistra allargato, che con la nuova legge elettorale otterrebbe anche il premio di maggioranza. Tuttavia, la contesa sarebbe più ‘dura’ del previsto.
Con Vannacci scappano i centristi: il centrodestra perde ancora
Un’altra ipotesi è che il centrodestra decida di allearsi con Roberto Vannacci, creando un’unica grande coalizione. Questo è lo scenario in cui, se si sommano i risultati dei singoli partiti, il centrodestra risulta ampiamente vincitore. Gli elettori però, davanti a queste coalizioni, nel sondaggio hanno scelto:
il 45,5% il campo largo (più della somma dei partiti)
il 44,5% il centrodestra allargato a Vannacci (molto meno della somma dei partiti)
il 6,2% la lista centrista Azione-Pld
Apparentemente, con l’ingresso di Vannacci in coalizione molti elettori presumibilmente centristi lascerebbero il centrodestra. Una parte andrebbe verso il campo largo, e molti sceglierebbero Azione e Partito liberaldemocratico. La contesa elettorale sarebbe comunque aperta, con un solo punto di differenza tra le coalizioni. Ma non si tratterebbe di una vittoria assicurata per il centrodestra, anzi.
E se il centrodestra, allora, scegliesse di lasciare Vannacci per conto suo e allearsi con i centristi? Paradossalmente, il risultato non cambierebbe di molto:
il 45,5% voterebbe campo largo
il 44% la coalizione di centro-centrodestra
il 6,6% Futuro nazionale
Come è prevedibile, il partito di Vannacci risulterebbe rafforzato mostrandosi come ‘vera’ alternativa di destra. La coalizione di Meloni-Tajani-Calenda-Salvini (che pure resta difficile da immaginare, politicamente) rimarrebbe a poco più di un punto di distanza dal centrosinistra.
Gli scenari più improbabili: la fuga del M5s e la rottura di tutte le coalizioni
Infine, ci sono due scenari più improbabili. Il primo è anche l’unico in cui il centrodestra risulta vittorioso: immaginando che dal campo largo si stacchi il Movimento 5 stelle, l’attuale maggioranza otterrebbe il 40,7% mentre il centrosinistra arriverebbe appena al 35,3%. Va detto che, sul piano elettorale, la mossa non converrebbe al M5s: prenderebbe solo il 10,5% dei voti, molto meno di quanto si stima oggi nei sondaggi, perché molti dei suoi elettori virerebbero sul campo largo.
L’ultima simulazione è quella più lontana dallo scenario attuale. L’immagine è questa: nel centrodestra entra Futuro nazionale e quindi Forza Italia, che non intende allearsi con Vannacci, lascia la coalizione e si unisce al polo centrista di Calenda e Marattin. Nel campo largo, a quel punto, i partiti centristi (Italia viva, +Europa, Avanti – Psi, Progetto civico Italia) fanno la stessa cosa.
Per realistico o meno che sia, il risultato sarebbe che la coalizione di sinistra (Pd, M5s, Avs) prenderebbe il 41,8% dei voti. Quella di destra (Fratelli d’Italia, Futuro nazionale, Lega) arriverebbe al 39,7%. La coalizione di centro arriverebbe al 16,3%. Nessuno otterrebbe il premio di maggioranza previsto dalla nuova legge elettorale e il Parlamento, di fatto, sarebbe fratturato
(da Fanpage)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI APRE A UNA TRATTATIVA, SPERANDO DI OTTENERE IN CAMBIO IL RITORNO AL VIMINALE. MA NEL CARROCCIO IN POCHI SEGUONO IL SEGRETARIO. IL CAPOGRUPPO AL SENATO, MASSIMILIANO ROMEO, AVVERTE MELONI: “OCCHIO ALLA CABALA, CHI HA CAMBIATO IL SISTEMA DI VOTO POI HA SEMPRE PERSO LE ELEZIONI”
Mentre il capogruppo leghista al Senato, Massimiliano Romeo, ricorda che chi ha cambiato il
sistema di voto poi ha sempre perso le elezioni e dunque, cara Meloni «occhio alla cabala», il ministro Roberto Calderoli si presenta al vertice di maggioranza in via della Scrofa vestendo i famosi calzoni corti, come nell’epoca d’oro del riformismo lumbard, correva l’anno 2003, quando a Lorenzago di Cadore i saggi della Casa della Libertà si riunivano per riscrivere la Costituzione. Battuta: «Vado al mare…».
Nel chiuso del quartier generale di FdI, l’atmosfera è tutt’altro che vacanziera. Riceve Giovanni Donzelli, per il Carroccio oltre a Calderoli c’è il salviniano Andrea Paganella; per FI Alessandro Battilocchio e Stefano Benigni, Alessandro Colucci per Noi Moderati.
Ma è un nulla di fatto, l’ennesimo: gli “sherpa” si rivedranno stasera, al più tardi domattina. Il tempo stringe: nell’aula della Camera martedì si parte con le batterie di votazioni. Per gli emendamenti il gong suona lunedì.
La trattativa sulla riforma detta Melonellum continua a incartarsi sulle preferenze, che la premier pretende, per non perdere la faccia dopo averle chieste per una vita, quando era all’opposizione. Alla vigilia, la Lega sembrava quasi essersi convinta ad accettare un compromesso: capilista bloccati e il resto dei candidati da votare con le crocette.
In realtà il Carroccio è spaccato: Salvini è aperturista, in maggioranza sottovoce parlano di un segnale di disponibilità per altre partite, dal ritorno al Viminale alle nomine in Ferrovie. Ma i “nordisti” sono in subbuglio e pure Calderoli è molto scettico, tanto da ripetere al tavolo ai Fratelli: se tirate dritto, al Senato la riforma balla.
È soprattutto Forza Italia a non voler sentire parlare di preferenze. Nemmeno formule ibride, di compromesso appunto, con i soli capilista bloccati: «A noi non va bene – spiega il portavoce nazionale, Raffaele Nevi – perché questo sistema avvantaggia i grandi partiti: i piccoli potrebbero eleggere solo i capilista e nelle urne non avrebbero la spinta di chi cerca voti personali per avere il seggio».
Il muro azzurro, a cui si sono accodati i leghisti, come nel gioco dell’oca ha riportato la coalizione di governo alla casella di partenza: «Dovranno rivedersi i leader, per trovare la quadra», è il responso che trapela all’ora di cena. A Giorgia Meloni, reduce dal rognoso vertice di Ankara con l’ex amico Donald Trump, toccherà sbrogliare anche questa matassa, riconvocando Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi, almeno al telefono.
Nel vertice-conclave, quattro ore filate, si parla anche di altre questioni. I seggi per l’estero che saranno dimezzati (da 2 a 1 al Senato, da 4 a 2 alla Camera), di soluzioni per favorire il voto dei fuori sede. Rispunta pure il ballottaggio: una riflessione, nata dopo il boom nei sondaggi di Roberto Vannacci, ma subito accantonata, vista la raffica di bocciature nelle audizioni da parte dei costituzionalisti.
Sulle preferenze si è speso di nuovo ieri anche un peso massimo del partito come il presidente del Senato, Ignazio La Russa: i Fratelli d’Italia alla fine presenteranno un emendamento? «Secondo me sì – risponde la seconda carica dello Stato – FdI fa parte di una coalizione, non è che questo fatto vale solo per il campo largo, ma io credo che alla fine Fratelli d’Italia lo presenterà, dopo averne discusso giustamente con gli alleati».
E poi, ovvio, «decide il Parlamento». Leghisti e azzurri aggiungono a mezza bocca: ecco, il Parlamento sulle preferenze voterà a scrutinio segreto.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
LEGA E VANNACCI HANNO VOTATO CONTRO… PD E M5S: “CHI HA VOTATO CONTRO E’ UN FINTO SOVRANISTA”
Via libera del Parlamento europeo al regolamento che consentirà l’introduzione dell’euro digitale. Con un voto a larga maggioranza (416 voti a favore, 169 contrari e 22 astenuti), l’assemblea Ue ha dato luce verde all’avvio dei negoziati interistituzionali sui tre dossier del pacchetto moneta unica: euro digitale, fornitura dei servizi di pagamento da parte di Stati non nell’eurozona e il tetto al contante. Il voto di oggi a Strasburgo rappresentava uno dei passaggi politici più attesi per lo sblocco dell’euro digitale, la nuova valuta elettronica a gestione pubblica che la Bce vorrebbe rendere operativa a partire dal 2028.
Cos’è l’euro digitale e a cosa serve
Il progetto dell’euro digitale risponde innanzitutto a un’esigenza: far sì che l’Europa raggiunga l’autonomia strategica nel settore dei pagamenti elettronici. Ad oggi, infatti, circa due terzi dei pagamenti con carta passa da operatori stranieri. Due su tutti: Visa e Mastercard, entrambi americani. L’iniziativa era stata presentata già nella scorsa legislatura europea, ma è solo dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca – e a tutto ciò che ne è conseguito, tra minacce di annessione, insulti e guerre commerciali – che le istituzioni europee hanno deciso di premere l’acceleratore sul progetto e superare l’impasse.
In gergo tecnico, l’euro digitale viene definito Central Bank Digital Currency (Cbdc), ossia una valuta digitale di Stato. Con ogni probabilità, per usarlo sarà necessario installare un’app, che funzionerà come una portafoglio digitale e permetterà di effettuare pagamenti – sia online che nei negozi fisici – e trasferire denaro da una persona all’altra. Trattandosi di una moneta a effettivo corso legali, dovrà essere accettata in tutti i Paesi che adottano l’euro.
Il testo approvato oggi a Strasburgo definisce la posizione che il Parlamento europeo adotterà nel corso dei negoziati con Commissione e Consiglio Ue. Gli eurodeputati hanno chiesto che la nuova moneta sia resa disponibile «sia online che offline», che offra adeguate garanzie per la privacy e il diritto a «servizi di base gratuiti», come l’apertura di un conto, la detenzione e gestione dei fondi e l’accesso ad almeno uno strumento di pagamento. Gli eurodeputati, inoltre, chiedono che «la maggior parte delle imprese sia tenuta ad accettare l’euro digitale», mentre «farebbero eccezione i lavoratori autonomi e le piccole e microimprese».
Tra gli italiani contrari solo la Lega e Vannacci
Il voto di oggi a Strasburgo è passato a larga maggioranza. Per quanto riguarda le delegazioni italiane, hanno votato a favore tutti gli eurodeputati di Avs, Pd, M5s, Azione e Forza Italia. Pollice verde anche dalla delegazione di Fratelli d’Italia, ad eccezione di Sergio Berlato, che ha scelto di esprimersi contro l’entrata nei negoziati. Contrari gli eurodeputati della Lega e Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale.
«Abbiamo respinto al Parlamento europeo l’assalto delle destre europee all’euro digitale. Ancora una volta Lega e Vannacci hanno dimostrato di essere finti sovranisti che fanno gli interessi delle grandi corporation americane, anziché quelli dei nostri cittadini», commenta in una nota Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo e unico relatore italiano del regolamento sull’euro digitale. Anche dal Pd si punta il dito contro chi, a destra, ha detto no all’euro digitale: «Chi blocca l’euro digitale non difende la sovranità: difende solo le grandi multinazionali straniere», attacca Irene Tinagli, eurodeputata del Pd.
Ora che l’ostacolo del voto a Strasburgo è superato, cominciano i negoziati tra istituzioni Ue per arrivare al testo definitivo del regolamento. L’obiettivo, salvo incidenti di percorso, è rendere operativo l’euro digitale nel giro di un paio d’anni.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX 007 ITALIANO VENDEVA PER DUE SPICCI (4 MILA EURO A REPORT) LE INFORMAZIONI RISERVATISSIME, COME UNA LISTA DI CINQUE AGENTI DELL’AISE SOTTO COPERTURA, LA CUI VITA E’ STATA MESSA A RISCHIO DAL MARIUOLO… NON È AL PRIMA VOLTA CHE PIRAS VIENE PIZZICATO A PASSARE SEGRETI AI RUSSI: GIA’ NEL 2006 VENNE BECCATO MENTRE SPIFFERAVA INFORMAZIONI A DAMIR RAVILEVICH KURMASHOV. LA SPIA MOSCOVITA VENNE CACCIATA, E A PIRAS NON SUCCESSE NULLA (IN UN PAESE SERIO, GIA’ ALLORA AVREBBE FATTO UNA BRUTTA FINE)
L’ex sottufficiale dell’Arma e dei servizi segreti Raoul Gavino Piras, 59 anni compiuti il
mesescorso e in pensione da quando ne aveva 50, era già stato inquisito per spionaggio dalla Procura di Roma, ma finì tutto in archivio nel 2023; il suo presunto arruolatore russo, il colonnello Damir Ravilevich Kurmashov, lasciò l’Italia in quanto «persona non gradita», e Piras se la cavò così.
Ma lo scorso anno l’Aisi, Agenzia per la sicurezza interna, s’è accorta dei rapporti allacciati con un altro agente dei servizi moscoviti, Mikhail Astakhov, e stavolta l’indagine dei carabinieri del Ros sono andate più a fondo, fino agli arresti domiciliari scattati l’altro giorno.
«L’allarmante reiterazione delle condotte illecite di Piras — ha scritto la giudice Rosamaria De Lellis che ha ordinato la misura cautelare per lui e l’altro ex appartenente all’Arma e ai Servizi Vincenzo Di Pasquale — è espressione di una personalità trasgressiva, evidentemente incapace di valutare la gravità di quanto posto in essere. I due ex militari, sfruttando abilmente l’esperienza maturata nelle qualifiche rivestite, hanno agito in violazione e spregio dei doveri di lealtà e correttezza verso lo Stato». Lasciando trasparire «la quasi certezza che, presentandosi l’occasione, essi commettano altri reati della medesima specie» […]
L’avvocato Francesco Vaccaro, difensore di Piras, sostiene che per il suo cliente non erano riservate, ma in alcune conversazioni intercettate con il suo referente russo lui stesso appare consapevole del contrario; come quando dice che «tra l’altro è vietato», riferendosi a un dato acquisito tramite un’altra persona, o paventa il rischio d’arresto quando si lamenta di essere pagato troppo poco per le «migliaia di informazioni» fornite «in dodici anni».
I soldi sembrano un cruccio continuo per l’ex agente segreto. Il quale racconta ad Astakhov che una sua fonte delusa dalle tariffe russe (1.000 euro a informativa) aveva deciso di passare alle dipendenze di un altro committente, addetto militare dell’ambasciata di un Paese arabo.
Ciò nonostante, dalle intercettazioni si evince che Piras volesse tenersi stretto il proprio contatto russo, perché quando lo avverte che l’Aise (l’Agenzia per la sicurezza esterna) ne controlla le mosse, spiega di non averlo messo per iscritto temendo che «l’intelligence russa, resa edotta ufficialmente di tale circostanza, avrebbe potuto costringere Astakhov a un rientro su Mosca». Facendogli perdere una fonte di guadagno da 4.000 a report.
«Non so che informazioni volete, a livello politico ne ho tantissime», prometteva l’indagato all’agente russo. E al di là delle notizie su armamenti, programmi militari e situazioni riguardanti non solo l’Italia (tra le tante richieste avanzate a Piras, una riguarda «l’efficacia degli attacchi alle strutture nucleari iraniane»), particolarmente allarmanti vengono considerate quelle relative al controspionaggio italiano nei confronti della Russia e altri Stati.
Con l’ex agente che dispensava nomi, cognomi e foto di funzionari dei Servizi italiani impegnati in quelle attività; compresa la dipendente dell’Aise che, secondo quanto gli avrebbe riferito Di Pasquale, si dedicava a controllare le mosse di Astakhov. «Arrivando addirittura a proporre all’ officer russo una controsorveglianza» su di lei, accusa la giudice.
Tra i nominativi segnalati da Piras, in un documento intitolato «Urgentissimo – Cittadino russo in contatto con personale dell’Aise», c’è un certo Ruslan Suriadov, un russo con passaporto ucraino di stanza a Matera, «sospettato di essere un agente dell’intelligence russa e dunque controllato dall’Aise»; viene indicato come presunto artefice di una «operazione di false flag», orchestrata per farne ricadere la responsabilità su un’entità diversa da chi l’ha messa in atto.
(da Corriere della Sera)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
I GIORNALI SOVRANISTI E CONTIANI AVEVANO SUONATO LA GRAN CASSA DI UNA SINDACA “CONTESTATA DAI LAVORATORI” ORA SICURAMENTE DARANNO LA STESSA RILEVANZA ALLA NOTIZIA DELL’ACCORDO, VERO?… NESSUNA ORA DI SCIOPERO, ACCORDO FIRMATO DA TUTTE LE SIGLE SINDACALI, SILVIA HA TROVATO 4,5 MILIONI PER NUOvE ASSUNZIONI
Rientra la vertenza dei dipendenti del Comune di Genova che nei giorni scorsi avevano dichiarato lo stato di agitazione. È stato raggiunto oggi tra il Comune di Genova e tutte le sigle sindacali, compresa l’Rsu, l’accordo che prevede un aumento delle assunzioni e dei fondi destinati al personale. La notizia è arrivata a palazzo Tursi dall’assessora al Personale Rita Bruzzone rispondendo proprio a una richiesta di chiarimenti sul tema proposta dal centrodestra.
“Senza alcuna falsa retorica sono orgogliosa di dire che è stato firmato oggi l’accordo di intesa tra Comune, Rsu e sindacati – ha detto l’assessora – ringrazio le organizzazioni sindacali perché nessuno di noi ha mai sottovalutato lavoratori e dirigenti, e ricordo che le rivendicazioni sindacali partivano dal 2023, oggi abbiamo raggiunto un risultato storico perché avremo un turnover del 102% nel 2026 e del 75% nel 2027 anziché del 50% inizialmente previsto con un impegno di 4,5 milioni di euro da parte dell’amministrazione”. In cifre si tratta di 255 assunzioni anziché 198 nel 2026 e 187 assunzioni anziché 125 nel 2027.
“L’intesa, oltre al tema delle assunzioni, prevede la calendarizzazione di una serie di tavoli tematici dove affrontare le principali criticità che hanno determinato l’apertura dello stato di agitazione”, ha aggiunto Bruzzone.
Tra le novità anche l’implementazione del corpo di polizia locale con 23 unità in più a tempo indeterminato e altri 300mila euro che derivano dalla tassa di soggiorno per l’assunzione di agenti a tempo determinato.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL GIP GLI CONTESTA QUATTRO REATI: ESERCIZIO ABUSIVO DELL’ATTIVITÀ FINANZIARIA, RACCOLTA ABUSIVA DEL RISPARMIO, TRUFFA AGGRAVATA ED EVASIONE FISCALE. È STATO DISPOSTO ANCHE IL SEQUESTRO DI BENI FINO A 400 MILA EURO, LA SOMMA CHE GLI INVESTIGATORI RITENGONO CORRISPONDERE ALLE IMPOSTE NON VERSATE – IL MECCANISMO ISPIRATO ALLO SCHEMA PONZI, LA CAUSALE “CRISTO REGNA” E IL CONTO CORRENTE IN LITUANIA, IL PATRIMONIO DIFFICILE DA AFFERRARE (A PARTE UN’AUDI A6, GLI INVESTIGATORI NON TROVANO BENI INTESTATI A MARIONE, CHE NELL’ORDINANZA VIENE DESCRITTO “SCALTRO E SPREGIUDICATO NELL’ATTUAZIONE DEL PROGETTO CRIMINOSO”)
All’alba di ieri mattina il campanello ha chiuso una storia che per anni aveva viaggiato su
bonifici, mail e promesse di rendimenti. Quando la Guardia di finanza ha lasciato la casa di Mario Adinolfi, il giornalista e fondatore del Popolo della Famiglia era già agli arresti domiciliari.
Per la procura di Roma, dietro quella che lui chiamava “Scommessa Collettiva” c’era un sistema capace di raccogliere quasi cinque milioni di euro promettendo guadagni sicuri e capitale sempre disponibile.
Il gip gli contesta quattro reati: esercizio abusivo dell’attività finanziaria, raccolta abusiva del risparmio, truffa aggravata ed evasione fiscale. Contestualmente è stato disposto anche il sequestro di beni fino a 400 mila euro, la somma che gli investigatori ritengono corrispondere alle imposte non versate.
Nelle carte dell’inchiesta la storia comincia molto prima delle telecamere delle Iene, che per prime avevano parlato pubblicamente di questo business illecito. Comincia con una mail, una telefonata, il passaparola. Per entrare bastava versare il denaro sui conti personali di Adinolfi.
Nessun contratto, nessun accordo scritto, nessuna clausola da firmare. Solo bonifici, spesso divisi in più tranche, accompagnati da causali essenziali: “versamento”, “quote”, a volte semplicemente “scommessa collettiva”. A chi decideva di affidargli i propri soldi venivano promessi rendimenti fino al 40 per cento per le quote vip, ancora più alti per le formule “vip plus”. E soprattutto una certezza: il capitale, assicurava Adinolfi, sarebbe rimasto sempre disponibile e avrebbe potuto essere ritirato in qualsiasi momento.
È proprio qui che, secondo il giudice, si consuma il cuore della vicenda. Per la procura Adinolfi svolgeva un’attività riservata a soggetti autorizzati senza avere alcuna abilitazione prevista dalla legge.
Non un semplice gruppo di scommettitori, ma una raccolta di denaro organizzata, alimentata negli anni da milioni di euro confluiti sui suoi conti correnti.
Poi, raccontano le persone che quei soldi li avevano versati, qualcosa si rompe. I rimborsi rallentano, arrivano solo in parte oppure si fermano del tutto. Alle richieste seguono spiegazioni sempre nuove: problemi bancari, verifiche antiriciclaggio, operazioni bloccate, bonifici da spezzare, l’impegno all’Isola dei Famosi. Per alcuni una parte del capitale torna indietro, per altri quasi nulla. Da quelle storie nasceranno gli esposti che daranno il via all’inchiesta del comando provinciale della Guardia di finanza.
Gli accertamenti bancari e fiscali ricostruiscono un flusso di denaro che, secondo il procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, supera i 4,7 milioni di euro. Solo una quota limitata sarebbe stata destinata alle scommesse sportive; il resto, sostiene il pm, avrebbe preso altre strade, tra trasferimenti a privati e spese personali. La vicenda giudiziaria si intreccia così con quella di uno dei personaggi più conosciuti del cattolicesimo conservatore italiano.
Mentre qualcuno aspettava di riavere i risparmi di una vita, quei soldi finivano sotto il sole delle Maldive. Oppure dell’Egitto. Finivano nell’acquisto di un orologio da 25 mila euro, di una barca, di un quadro, di un gommone. E poi di monete straniere comprate in una gioielleria romana.
Mentre qualcuno aspettava un bonifico che non sarebbe mai arrivato, quei soldi continuavano a prendere altre strade. È il percorso del denaro ricostruito dalla Guardia di finanza nell’inchiesta che ha portato ieri Mario Adinolfi ai domiciliari.
Un percorso che racconta molto più di un conto corrente: racconta dove sarebbero finiti milioni di euro affidati da decine di persone convinte di entrare in un investimento capace di garantire rendimenti e capitale.
Ma l’inchiesta mette a fuoco anche un’altra storia. Quella di un patrimonio difficile da afferrare. A parte un’Audi A6, gli investigatori non trovano beni intestati ad Adinolfi. Eppure dalle movimentazioni bancarie emergono acquisti di beni di lusso, perfino lingotti d’oro comprati nell’agosto del 2025 per 14 mila euro. Beni che sarebbero stati pagati con il denaro transitato sui suoi conti ma che non risultano riconducibili direttamente a lui.
E i soldi, per gli investigatori, potrebbero non essersi fermati ai confini italiani: gli accertamenti sono arrivati fino a un conto corrente in Lituania.
Quel meccanismo ha un nome preciso: “schema Ponzi”. Quello inventato all’inizio del Novecento dal finanziere italoamericano Charles Ponzi, fondato sull’ingresso continuo di nuovi capitali per pagare, almeno in parte, chi aveva investito prima, alimentando l’illusione che tutto funzionasse. È così che sarebbero stati distribuiti rimborsi e vincite parziali, sufficienti a rafforzare la fiducia e a convincere altri a versare denaro.
Le storie raccolte nell’inchiesta coordinata dall’aggiunto Maurizio Arcuri raccontano tutte la stessa parabola. C’è chi affida 143 mila euro e ne recupera 83 mila. Chi versa 152 mila euro e ne rivede appena 5 mila. Chi investe oltre 221 mila euro e si ferma a 60 mila di restituzione. Altri non riavranno più nulla.
Intanto, mentre le richieste di rimborso si accumulano e le spiegazioni fornite da Adinolfi parlano di controlli bancari, verifiche antiriciclaggio o pagamenti rinviati, il denaro continua a uscire dai suoi conti per prendere altre direzioni.
Secondo il gip, a rendere credibile quel sistema contribuiva il personaggio. Giornalista, ex parlamentare Pd, fondatore del Popolo della Famiglia, volto televisivo e uomo che aveva costruito la propria immagine pubblica attorno ai valori della famiglia e della fede cattolica. Nell’ordinanza si legge che molte persone abbiano deciso di affidargli i propri risparmi anche per quella reputazione di persona affidabile, oltre che per la notorietà politica e mediatica e per l’immagine di esperto giocatore di poker capace, a suo dire, di ridurre il rischio grazie a specifici algoritmi.
Nemmeno quando le richieste di restituzione diventano sempre più insistenti, però, il sistema si ferma. Anzi. Nel 2025 arrivano nuove formule. “Vip Coppa”, collegata ai Mondiali del 2026. E poi “Cristo Regna”, un’ulteriore iniziativa che prevedeva il versamento di quote associative sui conti personali di Adinolfi. Per la procura erano semplicemente nuovi ingressi nello stesso meccanismo.
Ed è anche la personalità dell’indagato a pesare nella decisione del giudice. Un passaggio dell’ordinanza lo dice senza mezzi termini: «Anche sotto il profilo della valutazione della personalità dell’indagato si deve rimarcare la scaltrezza, la pervicacia, la spregiudicatezza nell’elaborazione ed attuazione del progetto criminoso, indicativa di una specifica volontà, oltre che abilità, nella movimentazione dei rilevanti flussi di denaro, che evidenziano una spiccata propensione all’occultamento dei flussi reddituali e all’elusione dei controlli dell’amministrazione finanziaria».
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
LA STAMPA: “I DUE EX AGENTI AVREBBERO OPERATO NELL’OMBRA PER BEN 13 ANNI PRIMA DI ESSERE SCOPERTI”. “NELL’ULTIMO ANNO UNO SCANDALO HA TIRATO L’ALTRO. E IN PARTICOLARE L’AISI, L’AGENZIA CHE SI OCCUPA DELLA SICUREZZA INTERNA, SEMBRA UN COLABRODO” (IL CASO “EQUALIZE”, “SQUADRA FIORE”, “I NERI DI DEL DEO” E LA QUESTIONE PARAGON) …”REPUBBLICA”: “LE INFORMATIVE DELL’INTELLIGENCE ITALIANA DESCRIVONO UN’ATTIVITÀ DI RECLUTAMENTO E CORRUZIONE CHE NON SAREBBE RICONDUCIBILE A UN SINGOLO FUNZIONARIO DELL’AMBASCIATA, BENSÌ A UNA VERA E PROPRIA CATENA DI COMANDO DELL’INTELLIGENCE MILITARE RUSSA OPERANTE NEL NOSTRO PAESE”
L’inchiesta della procura di Roma sul presunto spionaggio in favore della Russia non resta più confinata alle aule giudiziarie. È diventata un caso diplomatico destinato ad avere conseguenze immediate nei rapporti tra Roma e Mosca.
Nelle prossime ore, infatti, la Farnesina dovrebbe dichiarare persona non grata ed espellere il diplomatico russo Mikhail Astakhov, addetto militare dell’ambasciata e ufficiale dell’intelligence del Gru, formalmente indagato ma protetto dall’immunità diplomatica.
Ma il quadro sarebbe ancora più ampio. Le informative dell’intelligence italiana descrivono infatti un’attività di reclutamento e corruzione che non sarebbe riconducibile a un singolo funzionario dell’ambasciata, bensì a una vera e propria catena di comando dell’intelligence militare russa operante nel nostro Paese.
Di più: come ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è possibile che l’azione russa non si sia fermata soltanto al suo ministero (seppur è evidente che lì ci sono le informazioni più sensibili) ma si siano estese anche ad altri uffici e ambiti di interesse, dalle nuove tecnologie all’Istruzione.
Sono tutte operazioni che Aisi (che ha fatto partire l’indagine di Roma) e Aise monitorano da tempo. Ma che ora potrebbe avere un’accelerata. Anche perché è possibile che le espulsioni di diplomatici russi siano più di una, riaprendo quindi un altro caso diplomatico con Mosca.
L’inchiesta della procura di Roma, condotta dai carabinieri del Ros, ha portato agli arresti domiciliari due ex appartenenti ai servizi segreti italiani, Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, entrambi in pensione da oltre dieci anni. Quattro gli italiani. Piras respinge però ogni accusa
Non è la storia di due ex agenti infedeli. È il racconto di un’operazione di intelligence che, almeno secondo la procura di Roma, nell’indagine coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e dall’aggiunta Lucia Lotti, va avanti da cinque anni e che ha visto cambiare gli uomini ma non l’obiettivo: penetrare gli apparati della sicurezza italiana per ottenere informazioni sull’intelligence, sulla Nato e sul sostegno militare all’Ucraina.
Le carte dell’inchiesta descrivono una continuità impressionante. Nel 2021 viene arrestato il capitano di fregata Walter Biot. Nel 2023 il ministero degli Esteri espelle come persona non grata l’addetto militare russo Damir Ravilevich Kurmashov, scoperto a corrompere sempre Piras. Poteva essere fermato ma l’inchiesta viene archiviata proprio perché il diplomatico lascia l’Italia.
Ma, secondo gli investigatori, il canale non si interrompe. Al posto di Kurmashov arriva Mikhail Astakhov, ufficiale della Marina russa accreditato all’ambasciata di Roma, che eredita gli stessi contatti e riprende gli incontri con l’ex agente dell’intelligence italiana.
Uno dei documenti più significativi è un semplice foglietto consegnato dall’ufficiale russo a Piras. Dentro c’è la lista delle informazioni richieste da Mosca: gli effetti degli attacchi contro i siti nucleari iraniani, il Gat Report dell’Osdife, la disponibilità dei missili a lungo raggio Storm Shadow-Scalp, il piano di riarmo di Italia, Unione europea e Nato, le prospettive di sviluppo delle forze armate, le priorità della difesa europea e la possibilità che l’Italia contribuisca alla produzione di missili a lungo raggio in Ucraina.
È il promemoria delle priorità del Gru, che gli investigatori ritengono il filo conduttore dell’intera attività di spionaggio. Il foglietto viene consegnato durante un incontro a Santa Marinella e Piras lo legge punto per punto: «Mamma mia… fammi leggere… eeeh bel casino», commenta davanti alla prima richiesta. Sul Gat Report osserva: «Sì lo so cos’è». Poi, arrivato ai programmi di difesa, aggiunge: «Questa è pesante». Quando Astakhov insiste per ottenere informazioni scritte, l’ex agente italiano precisa: «Io posso farlo ma ben inteso io mica posso dare il documento, non ci sono i documenti».
Ma è un altro nome a colpire più di tutti. È il Grifo, il nuovo sistema italiano di difesa aerea basato sui missili Camm-Er, destinato a diventare uno dei pilastri della futura difesa dell’Esercito. Astakhov chiede informazioni proprio su questo programma, ancora poco conosciuto al grande pubblico ma ritenuto strategico anche dall’Ucraina, che da tempo guarda con interesse a quella tecnologia.
Accanto al Grifo compaiono le batterie Samp-T, i missili Aster e gli Storm Shadow, già utilizzati nel conflitto. Ma Mosca vuole sapere anche altro: nei colloqui emerge un forte interesse per Avio Cmd, l’azienda italiana che produce motori per droni e missili, già finita nei mesi scorsi nel mirino della propaganda russa.
È lo stesso Astakhov a citare «Grifo» e «Aster», mentre Piras, temendo di dimenticare qualcosa, gli chiede «di scrivere tutti i dettagli desiderati» così da poter reperire le informazioni richieste. Tra gli obiettivi russi c’è anche la missione Nato in Bulgaria, dove è schierato un contingente italiano. Durante uno degli incontri Piras indica la scheda di memoria preparata per Astakhov e spiega che contiene «i dati tecnici della missione»: «Numero dei militari, appartenenza degli stessi, alloggio, mezzi militari a disposizione, linee di penetrazione». Racconta di avere ottenuto quelle informazioni grazie ai contatti con un ex colonnello della Folgore che dirige la missione. […]
Gli anticorpi funzionano, si potrebbe dire, perché è dall’Aisi che quattordici mesi fa parte la segnalazione che porta all’arresto dei due ex infedeli in affari con i russi. «Voglio vedere il bicchiere mezzo pieno», dice un dirigente dei nostri servizi segreti, ormai in pensione, che non ha perso la curiosità di sapere che cosa accade in quel mondo. Ma si potrebbe dire che il bicchiere è mezzo vuoto o anche peggio.
Non soltanto i due ex agenti accusati di essersi venduti ai russi avrebbero operato nell’ombra per ben 13 anni prima di essere scoperti, ma nell’ultimo anno uno scandalo ha tirato l’altro. E in particolare l’Aisi, l’agenzia che si occupa della sicurezza interna, sembra un colabrodo.
È quello che emerge dall’inchiesta milanese su “Equalize”, avviata dai carabinieri dopo che avevano scoperto strani incontri tra specchiati (fin lì) uomini dello Stato e malavitosi: un’agenzia di investigatori privati accedeva impunemente e a volte attraverso hacker alle banche dati delle forze di polizia e alle informazioni dei servizi segreti. Confezionavano dossier e li usavano per farci soldi.
A volte falsificavano il tutto per ricattare, come nel caso di Leonardo Maria Del Vecchio. Cercavano anche clienti con spregiudicatezza: una proposta di monitoraggio informatico era stata avanzata al Mossad attraverso tal Vincenzo De Marzio, ex carabiniere del Ros con trascorsi nel Sismi.
Dagli accertamenti milanesi discese una seconda inchiesta, questa a Roma, sulla “Squadra Fiore”, che era un’altra accolita di ex poliziotti ed ex 007. Dalle carte è emersa un’intercettazione tra uno in servizio nell’intelligence e tal Rosario Bonomi, ex finanziere, ai Servizi tra 2011 e 2015, indagato: i due si riferiscono ad “episodi criminosi connessi ad attività parallele di componenti dei servizi di sicurezza, menzionate con linguaggio prudente ed allusivo”.
Venne fuori che dentro l’Aisi esisteva un gruppo spregiudicato chiamati “i neri di Del Deo”. Di qui, uno scandalo pazzesco. Giuseppe Del Deo era stato infatti un dirigente importante dei nostri servizi segreti, salito velocemente alle vette della carriera, e però bruciato con l’arrivo di Alfredo Mantovano a palazzo Chigi, pensionato giovanissimo con beneplacito a lavorare per il settore privato.
Qui interessa soprattutto che “i neri di Del Deo” si muovevano border-line tra l’interesse istituzionale e l’interesse di bottega. E quando si tirarono le reti, tutti quelli che erano legati a Del Deo per precauzione vennero restituiti alle amministrazioni di partenza.
«È perfino ovvio – ragiona il dirigente anonimo di cui sopra – che nei servizi segreti si conviva con il rischio della mela marcia. Fa parte della fisiologia dell’organizzazione, anche se è una patologia esecrabile. Per questo motivo ci sono delle regole da rispettare. E c’è un meccanismo di controllo interno sul personale». È ciò che successe con l’ufficiale di Marina Walter Biot, ad esempio, che aveva dato motivo di sospettare per violazione di regole interne.
(da La Stampa)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL XXV RAPPORTO ANNUALE DELL’INPS CONTIENE UN AVVISO PER MELONI E VANNACCI: TRA IL 2019 E IL 2025, I LAVORATORI EXTRACOMUNITARI SONO CRESCIUTI DI OLTRE IL 35%. OGGI UN LAVORATORE DIPENDENTE SU SETTE È STRANIERO, SENZA DI LORO MOLTI POLITICANTI DOVREBBERO ANDARE A LAVORARE O L’ITALIA SI FERMA
Lo smart working spinge la natalità e ritarda il pensionamento. C’è anche questo nel XXV
Rapporto annuale dell’Inps, presentato oggi dal presidente Gabriele Fava alla Camera dei deputati. Ma nella fotografia dell’Istituto ricade soprattutto un Paese attraversato da fratture profonde. Chi lavora tutto l’anno a tempo pieno sfiora i 42 mila euro di retribuzione, chi lavora solo parte dell’anno e a tempo parziale si ferma a 10 mila. E le donne arrivano alla pensione di vecchiaia con oltre 300 settimane di contributi in meno degli uomini: quasi sei anni.
«Le pensioni di oggi raccontano le carriere di ieri. Le pensioni di domani racconteranno il lavoro di oggi», dice Fava alla Camera. «Se il lavoro è debole, la previdenza sarà fragile. Se i salari sono bassi, i contributi saranno insufficienti»
Nel Rapporto il lavoro da remoto diventa una leva demografica. I lavoratori italiani che utilizzano lo smart working nel settore privato sono il 9-11%. Per le madri occupate riduce la child penalty, cioè la penalizzazione in termini di lavoro e reddito dopo l’arrivo di un figlio, e produce effetti positivi anche sulla probabilità di avere un primo o un secondo bambino. Tra i dipendenti privati tra 50 e 74 anni, invece, si associa a una minore probabilità di pensionamento: 1,3 punti in meno in media, quasi due per gli uomini.
Il lavoro cresce. Ad aprile gli occupati sono 24 milioni per Istat, il tasso di occupazione arriva al 63% e la disoccupazione scende al 5%, minimo storico. Nei dati Inps gli assicurati l’anno scorso erano 27 milioni (vengono conteggiati anche quanti lavorano solo una settimana nell’anno), 244 mila in più sul 2024 e 1,7 milioni in più rispetto al 2019. Crescono soprattutto i giovani fino a 34 anni, +12,4%, e gli assicurati extra Ue, +35,5%.
Il confronto europeo resta però debole. L’Italia è ancora ultima tra i cinque grandi Paesi Ue per tasso di occupazione: 62% nel 2024, contro il 78% della Germania, il 73% della Polonia, il 69% della Francia e il 66% della Spagna. Il gender gap si riduce, ma resta di 17 punti.
Il nodo sono i salari. Per i lavoratori stabili a tempo pieno la retribuzione cresce tra 2019 e 2025 del 10,8% lordo, ma con un’inflazione cumulata del 18,2%. Il netto sale del 19,2% (quindi c’è un recupero totale del potere d’acquisto perso) per i redditi mediani, grazie al taglio del cuneo. Anche la crescita delle imprese è concentrata: appena l’1% delle aziende, con il 5% dei dipendenti, ha generato il 60% della variazione occupazionale tra 2022 e 2024.
Inps misura anche gli effetti delle politiche familiari. L’assegno unico vale 20 miliardi e raggiunge il 95% delle famiglie, con punte del 99% al Sud. Ma l’impatto resta contenuto: per le madri occupate nel privato non agricolo aumenta solo del 2% la probabilità di avere un secondo figlio e riduce del 2% quella di restare occupate. Effetti più marcati nelle fasi iniziali della carriera. «Il tema della natalità non può essere affrontato solo con trasferimenti monetari», chiosa Fava.
Il bonus nido va invece nella direzione del lavoro femminile. L’adesione è salita dal 4% del 2017 a oltre il 35% nel 2025, ma con forti divari territoriali: Sardegna al 47%, Calabria al 19,7%. Per le madri beneficiarie la probabilità di occupazione aumenta del 17%. Il nido, dunque, non è solo una politica per l’infanzia: è una politica del lavoro.
Sul nuovo welfare post Reddito di cittadinanza, l’Assegno di inclusione coinvolge a marzo 641 mila famiglie, per 1,48 milioni di persone, con un importo medio di 680 euro. Il Supporto per la formazione e il lavoro resta più limitato: 77.623 beneficiari mensili, in prevalenza donne. L’Inps parla di «mancata transizione» dal Reddito di cittadinanza al Sfl.
A fine 2025 i pensionati complessivi sono 16,4 milioni. Le donne sono la maggioranza, il 51%, ma il 56% dei quasi 371 miliardi di redditi pensionistici va agli uomini. L’importo medio lordo mensile è di 2.166 euro per gli uomini e 1.619 per le donne: un divario del 34%.
Nel 2025 sono state liquidate 1,54 milioni di nuove pensioni Inps, in calo dell’1,8%. La flessione è trainata soprattutto dalle pensioni anticipate, -5,9%. L’età effettiva di pensionamento sale: considerando vecchiaia e anticipate, passa da 61,7 anni nel 2012 a 64,7 nel 2025. La vecchiaia è ormai attorno ai 67 anni. Le anticipate restano più basse, 61,7 anni, ma richiedono carriere lunghissime: oltre 42 anni di contributi medi
L’invecchiamento pesa anche sull’assistenza. Le indennità di accompagnamento sono circa 2,2 milioni al primo gennaio 2026, più che raddoppiate dal 2002, e rappresentano il 78% delle prestazioni agli invalidi civili. Crescono anche i pensionati che lavorano: quelli osservati con rapporti dipendenti o parasubordinati passano da 40 mila nel 2019 a 158 mila nel 2023. Ma il lavoro dopo la pensione è ridotto: meno settimane, più part-time, spesso nella stessa impresa.
L’Inps si racconta come infrastruttura del welfare: 24.521 dipendenti, 27,2 milioni di lavoratori assicurati, 15,8 milioni di pensionati Inps, 21 milioni di pensioni erogate, 10 milioni di figli raggiunti dall’assegno unico. Nel 2025 il portale ha registrato 96 milioni di accessi, 509 milioni di accessi autenticati e 938 milioni di servizi online.
Tra il 2019 e il 2025 i lavoratori extra Ue sono cresciuti di oltre il 35% e oggi un lavoratore dipendente su sette è straniero. E’ quanto sottolineato dal presidente dell’Inps, Gabriele Fava, nel corso della presentazione alla Camera del XXV rapporto dell’Istituto.
“Si tratta di un dato che va letto con serietà, al di fuori di contrapposizioni ideologiche. Esso evidenzia come una quota crescente della capacità produttiva e della base contributiva del Paese dipenda anche dalla capacità di governare i flussi migratori, orientandoli verso i fabbisogni del sistema produttivo e accompagnandoli con percorsi di formazione, legalità, integrazione e lavoro regolare”, ha aggiunto, parlando della necessità di “un patto di convivenza, responsabilità e convivenza”.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2026 Riccardo Fucile
ALDO CAZZULLO: “IL MAROCCO FU UN PROTETTORATO FRANCESE. SONO MOLTI I FIGLI DELL’IMMIGRAZIONE MAROCCHINA CHE GIOCANO IN EUROPA MA HANNO SCELTO DI MILITARE PER LA TERRA DEI PADRI, DA BOUADDI AL PORTIERE BOUNOU. SONO NATI IN SPAGNA BRAHIM DIAZ, SAIBARI, APPENA COMPRATO DAL BAYERN, E LA VERA STELLA DEL CALCIO MAROCCHINO, ACHRAF HAKIMI”
Colonizzati contro colonizzatori. Era già successo quattro anni fa in Qatar: i marocchini dominarono la semifinale, ma vinsero i francesi. Ora la sorte li mette di fronte nei quarti: la Francia favorita per il Mondiale contro il Marocco ormai potenza del calcio moderno, nonché campione d’Africa (sia pure a tavolino; sul campo aveva vinto il Senegal, punito per avere interrotto la partita in polemica con un rigore inventato).
Stasera a Boston i francesi con il Marocco incontrano la loro storia e il loro futuro, il controverso passato coloniale e la difficile integrazione delle banlieues. Chiunque vinca, a Parigi ci saranno disordini. Eppure si annuncia una partita bellissima. (..)
Il vero fantasma che agita la cattiva coscienza della Francia è l’Algeria. Il Marocco fu invece un protettorato, che ha conosciuto scaramucce ma non tragedie grazie alla prudenza del maresciallo Hubert Lyautey, oggi sepolto accanto a Napoleone. Per i francesi il Marocco è il capitano Renault di Casablanca, che fa l’amico dei tedeschi ma alla fine aiuta Humphrey Bogart («sento che è l’inizio di una grande amicizia…»).
È il giardino segreto di Yves Saint-Laurent a Marrakech, dove hanno preso casa sia Dominique Strauss-Kahn, presidente mancato a causa di uno scandalo sessuale, sia Liliane Bettencourt, la donna più ricca del mondo, grande finanziatrice di Nicolas Sarkozy che venne pure accusato di circonvenzione di incapace.
Fu Sarkozy a far incontrare lo sceicco Al Thani e l’allora presidente Fifa Blatter per concordare il Mondiale in Qatar, cui Emmanuel Macron partecipò entusiasta, invadendo il campo dopo la finale per consolare Mbappé, che non aveva alcuna voglia di essere abbracciato. Va detto che sulla storia coloniale francese Macron è sempre stato critico; il che nel 2017 rischiò di costargli l’Eliseo. «Il colonialismo è stato un crimine contro l’umanità» disse; sia i neogollisti, sia Marine Le Pen gli saltarono alla giugulare; ma lui tenne il punto.
La storia di Francia e Marocco si incrocia anche nel calcio. La leggenda del calcio marocchino, Larbi Ben Barek, nacque a Casablanca e fu il primo calciatore africano ad affermarsi in un campionato europeo (…)
La Nazionale che affrontò i Bleus quattro anni fa era piena di marocchini cresciuti in Francia. Il capitano, Romain Saïss, era nato a Bourg-de-Péage, tra Lione e Avignone. Sofiane Boufal, quello che divertì e commosse il mondo danzando in campo con la madre, era parigino.
Stavolta non sono qui, ma ci sono altre storie divise a metà, e concluse da scelte drammatiche o comunque laceranti. Issa Diop, mamma marocchina, padre senegalese, nato a Tolosa, è stato titolare in tutte le Nazionali giovanili francesi, dall’Under 16 all’Under 21; ma poi ha scelto il Marocco, per amore della madre, e ora è il difensore centrale della sua Nazionale. Ayyoub Bouaddy, nato a Senlis, in Francia, da genitori marocchini, fino al marzo scorso era il capitano dell’Under 21 francese; oggi è centrocampista del Marocco.
Sono molti i figli dell’immigrazione marocchina che giocano in Europa ma hanno scelto di militare per la terra dei padri. Il portiere Yassine Bounou è nato a Montreal, in Quebec, la parte del Canada dove si parla francese; il Canada ha tentato più volte di ingaggiarlo, ma lui voleva giocare per il Marocco. Brahim Diaz, il più noto in Italia — ha fatto bene al Milan, ora gioca nel Real Madrid, ma piace alla Juve — è nato a Malaga, ha giocato nell’Under 21 spagnola, ma al momento della scelta definitiva ha optato per il Marocco. Sono nati in Spagna (a Terrassa, in Catalogna) pure Saibari, appena comprato dal Bayern, e la vera stella del calcio marocchino, Achraf Hakimi, madrileno di nascita, ora colonna del Paris Saint-Germain.
Tutto questo si può leggere in due modi. Come uno scontro di civiltà, o di inciviltà, come quello che dopo la partita esploderà comunque sugli Champs-Élysées, chiunque perda o vinca. O come una delle grandi vicende della storia dell’umanità: i popoli colonizzati che si riprendono la loro indipendenza, rivendicano le loro radici. E i figli a loro volta scelgono di giocare per la nazione che ha accolto la loro famiglia, altre volte decidono di schierarsi con la patria d’origine.
È un fenomeno grandioso e complesso, l’immigrazione e l’integrazione, l’osmosi difficile ma inevitabile tra Europa e Africa, tra un continente piccolo, vecchio e senza figli e un continente enorme, giovane e in pieno boom demografico, distante poche ore di gommone; nel caso del Marocco, anche meno. Se il calcio può dare una mano, tracciare una strada, sarà questo il lascito del Mondiale, molto più delle mattane di Trump e persino delle magie di Mbappé.
(da Corriere della Sera)
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