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ALFREDO MANTOVANO, IL PIO SOTTOSEGRETARIO DI PALAZZO CHIGI È STATO SILENTE PER DUE ANNI E MEZZO, POI IMPROVVISAMENTE HA APERTO LE VALVOLE: SABATO È ARRIVATO PERFINO A MINIMIZZARE IL VIAGGIO DI PAPA LEONE A LAMPEDUSA (MELONI CI E’ ANDATA PRIMA!)

Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX MAGISTRATO HA RITROVATO LA FAVELLA QUANDO E’ FINITO SOTTO SCHIAFFO DELL’ARMATA BRANCA-MELONI PER LA DISASTROSA GESTIONE DEL CASO ALMASRI, SEGUITA DALLA PRIMA E PESANTISSIMA BATOSTA SUL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, DI CUI MANTOVANO ERA L’ARCHITETTO … IL SOTTOSEGRETARIO ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO È RIUSCITO A ENTRARE IN ROTTA DI COLLISIONE CON TUTTI: DAL VATICANO AL QUIRINALE, FINO AL DEEP STATE (CORTE DEI CONTI)

Poche dichiarazioni, zero polemiche, basso profilo. D’altronde l’ex magistrato, oltre a ricoprire il ruolo cruciale di collegamento tra Palazzo Chigi e il Vaticano, il Quirinale e gli apparati del Deep State (Corte dei Conti, Magistratura, Consulta, Ragioneria Generale, etc.), aveva ricevuto una delega pesantissima da parte di Giorgia Meloni: autorità delegata ai servizi segreti.
La cautela di Mantovano è via via evaporata, fino alle dichiarazioni di sabato con cui ha addirittura minimizzato la portata del viaggio di Papa Leone XIV a Lampedusa. L’ex esponente di AN ha detto che “le parole del Papa si ascoltano, non si commentano”, salvo poi far notare che “l’attenzione dell’Europa sull’isola fu attirata da Giorgia Meloni”, con un riferimento alla visita del 2023 della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, accompagnata dalla premier.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha poi voluto rivendicare: “al 4 luglio del 2023 sulle coste italiane erano sbarcati circa 66 mila migranti, oggi sono poco più di 14 mila, con tante morti e sofferenze in meno”. Ergo: Papa Leone deve solo ringraziare la Statista della Sgarbatella.
Come mai dunque il solitamente cauto fino al mutismo Mantovano ha ritrovato la favella perduta?
E’ successo che l’ex magistrato, poco abituato alle battaglie in prima linea, una volta che si è ritrovato sul banco degli accusati per gli innumerevolii disastri che hanno minato la credibilità e la spinta propulsiva del Governo Meloni, ha perso l’antico aplomb.
All’inizio fu il caso Almasri: era il gennaio 2025, e il torturatore libico fu rimpatriato in fretta e furia con un volo di Stato italiano. Mantovano, insieme a Giorgia Meloni, Carlo Nordio e la sua ex zarina Giusi Bartolozzi, e Matteo Piantedosi, fu indagato per concorso in favoreggiamento, abuso d’ufficio e omissione di atti d’ufficio dalla Procura di Roma. Un procedimento che si risolse formalmente qualche mese dopo con il no della Camera all’autorizzazione a procedere.
Lo strascico politico, però, si è protratto per mesi, e la già traballante postura di Mantovano ha ricevuto una nuova e pesantissima legnata con la sconfitta del Governo nel referendum sulla giustizia, del 22-23 marzo.
Se a metterci la faccia della campagna per il “Sì” è stato il ministro della Giustizia, lo spritzzante Carlo Nordio, il grande architetto della riforma, che prevedeva la modifica di ben sette articoli della Costituzione, portava le impronte di Mantovano.
La sconfitta nel referendum, prima e vera grande batosta dell’Armata Branca-Meloni di cui non si è più ripresa, ha inevitabilmente scatenato a Palazzo Chigi la caccia al caprone espiatorio.
Che in molti hanno trovato proprio in Mantovano. La ragione di queste accuse non è pretestuosa. Al sottosegretario si rimprovera più di un errore. Da personalità unificante, di mediazione e di dialogo con gli apparati, Mantovano ha avuto invece scontri e conflitti proprio con quelli che avrebbe dovuto dialogare eammansire e infine trovare un sano compromesso .
Il primo grande terreno di scontro porta dritti al Vaticano. Mantovano, cattolico praticante ultra conservatore, non aveva un buon rapporto con Papa Francesco, considerato troppo progressista e “di sinistra”.
Dalla padella alla brace con l’elezione di Leone XIV. La vicinanza del sottosegretario ad ambienti tradizionalisti dell’Opus Dei non lo rendono un interlocutore amato, oltretevere, men che meno ora che Prevost si trova in guerra proprio con i turbo-conservatori radicali dei lefebvriani.
Mantovano non è riuscito a costruire un canale di comunicazione fruttuoso nemmeno con il Quirinale. Avrebbe dovuto essere il “ponte” tra l’underdog Meloni e Sergio Mattarella, ha creato solo grattacapi e attriti tra Palazzo Chigi e il Colle supremo.
Il suo scontro con la magistratura, a partire dalla tensione con la Corte dei Conti per la riforma che ha depotenziato il ruolo cruciale dei giudici contabili, ha portato a uno scazzo frontale e inedito con il presidente della Corte, il tosto siciliano Guido Carlino.
Mantovano avrebbe dovuto ergersi come pompiere tra Colle e Governo, e invece abbiamo assistito a una guerriglia continua, culminata con gli attacchi di Nordio al sistema “para-mafioso” del Csm (un organo presieduto da Sergio Mattarella).
La più rognosa bega in cui Mantovano ha mostrato una certa imperizia è stata la gestione del dossier servizi. Il suo primo fallimento è stato la tanto evocata riforma per la creazione di un’agenzia unica degli 007, con la fusione tra Aisi e Aise, subito finita nel cestino tra un veto incrociato e l’altro.
Molti problemi (eufemismo) ha innescato la gestione dei casi delle intercettazioni illegali con lo spyware israeliano Paragon (di cui non abbiamo ancora uno straccio di verità), delle migliaia di accessi abusivi del finanziere Pasquale Striano delegato all’Anti-Mafia, per non parlare poi degli spioni milanesi di Equalize e quelli romani della Squadra Fiore, in cui è finito indagato il numero due dell’Aisi e del Dis, Giuseppe Del Deo.
Diventato un peso a dir poco ingombrante per il governo Meloni, Mantovano ha architettato l’uscita dell’ex potentissimo spione in maniera mai vista prima negli annali della Repubblica: mandato in pensione a 51 anni attraverso un decreto ad hoc, con assegno di 12mila euro al mese, più l’indennità di cui godono i direttori dei servizi chiamata “cravatta” e come extra-bonus la possibilità il giorno dopo il pensionamento di andare a fare il presidente della Cerved, società di Andrea Pignataro che gestisce dati sensibili delle imprese italiane. Malgrado tutta ‘sta cuccagna, Del Deo rappresenta tuttora una mina vagane per Palazzo Chigi.
Visto il suo caratterino poco conciliante, Mantovano è entrato in rotta di collisione anche con molti ministri del suo stesso Governo. Celebri i suoi scazzi con Crosetto, Salvini, Abodi, Lollobrigida e Piantedosi, a cui ha tolto le deleghe della gestione dell’immigrazione.
Anche con Alessandro Giuli, dopo l’iniziale ottimo rapparto, il feeling è finito quando il ministro della Cultura ha deciso alcune nomine senza previo benestare di Mantovano.
Non ci sono però soltanto i conflitti con i ministri: Mantovano è anche in gara perenne con il suo collega Giovanbattista Fazzolari, per chi è più nel cuore di Giorgia Meloni (a tale proposito chiedere info alla segretaria e amica fedelissima della Ducetta, Patrizia Scurti). Ebbene, dall’alto di tutti questi pasticci, Mantovano cova sotto sotto l’ambizione (sbagliata) di possedere i titolo per essere eletto al Quirinale al posto di Sergio Mattarella…

(da Dagoreport=)

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CHI FINANZIA ROBERTO VANNACCI? FUTURO NAZIONALE IN TRE MESI HA INCASSATO 344MILA EURO DA 40 SOSTENITORI, MA IL PRINCIPALE SPONSOR È L’ASSOCIAZIONE “MONDO AL CONTRARIO”, CHE HA DONATO QUASI UN QUARTO DEL TOTALE (83MILA EURO). SULL’ORIGINE DI QUEI SOLDI, PERÒ, NULLA SI SA

Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile

PER IL RESTO C’È IL SOLITO POT-POURRI DI LOBBISTI, IMPRENDITORI, SPICCIAFACCENDE. IL PRINCIPALE FINANZIATORE PRIVATO È L FAMIGLIA DI COSTRUTTORI ROMANI CIERI, CHE IN PASSATO AVEVANO FORAGGIATO LEGA E FORZA ITALIA…

A una prima occhiata la trasparenza è totale. Sul sito di Futuro nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci, c’è la lista delle donazioni ricevute da privati. Un lungo elenco che tiene conto dei soldi incassati da inizio marzo a fine giugno. In totale sono 40 sostenitori, per una cifra complessiva di 344mila euro.
Il problema è che il principale sponsor del partito è l’associazione Mondo al contrario, che ha donato quasi un quarto del totale (83mila euro), ma sull’origine di questi soldi regna la totale opacità.
Vannacci non è il primo a utilizzare questo trucco, legale, per mantenere riservato il nome di alcuni suoi finanziatori. I casi più noti sono quelli di Matteo Renzi e di Giovanni Toti.
Costruttori inguaiati con la giustizia, petrolieri un tempo innamorati di Lega e Forza Italia, aziende che hanno fatto fortuna con il Superbonus, pure un gruppo che deve la sua ricchezza alle commesse di Stato.
Associazione Mondo al contrario a parte, c’è tutto questo e molto altro nella lista dei finanziatori di Futuro nazionale, partito che alcuni sondaggi vedono proiettato oltre il 5 per cento.
Gran parte dei soldi incassati da Futuro nazionale è arrivata tramite bonifico diretto, mentre il resto è stato registrato come «contributo indiretto», vale a dire servizi che alcuni donatori hanno offerto al partito.
Fanno parte di quest’ultima categoria, ad esempio, 5mila euro arrivati dal Consorzio Key Re management, che si occupa di pratiche per il Superbonus, e 18mila euro provenienti da Patto Italia, partito creato da Stefano Ruvolo, imprenditore siciliano assurto agli onori delle cronache per aver manifestato interesse a rilevare Gedi dalla famiglia Elkann.
Ruvolo è socio del Circolo canottieri Aniene, lobbista iscritto al registro della Camera e presidente di Confimprenditori, associazione che vanta circa 370mila imprese iscritte. Ha creato Patto Italia nel maggio del 2026 e lo ha subito schierato al fianco di Futuro nazionale, mettendogli a disposizione come sede nazionale un appartamento da 80 metri quadrati in pieno centro a Roma.
Vannacci può contare anche sulle sue finanze personali. Al reddito da generale dell’esercito (101mila euro nel 2023), ha aggiunto quell’anno 800mila euro provenienti dalla vendita del libro Il mondo al contrario.
Oltre ad essere eletto al Parlamento europeo, con uno stipendio netto da 8mila euro al mese (cui si aggiungono 350 euro al giorno di rimborsi e 4.950 euro al mese per coprire le spese di lavoro), nel 2024 l’ex militare ha scritto un altro libro (questa volta edito da Piemme, gruppo Mondadori) da cui ha stimato di ricavare circa 200mila euro.
Di certo, nei suoi quasi due anni passati finora a Bruxelles, l’ex parà della Folgore ha incontrato lobbisti di vario genere. Ha fatto riunioni con ambasciatori di Israele, Azerbaijan, Egitto, Tunisia, Marocco. A maggio dell’anno scorso ha incontrato anche la rappresentante del governo cinese, Wang Jin, per parlare di dazi, globalizzazione e farsi spiegare qual è il punto di vista di Pechino sul Tibet.
Ha incontrato pure i lobbisti di Confindustria, Federacciai, Federchimica, Assarmatori, Farmindustria e rappresentanti di grandi imprese italiane tra cui Generali, Campari, Enel, Ferrovie dello Stato, Terna. Da segnalare, a gennaio del 2025, un incontro con il colosso americano della difesa Raytheon Technologies, produttrice dei missili Patriot.
Tema? Edip, il programma pensato per rafforzare il settore della difesa europeo rendendolo indipendente proprio dagli Stati Uniti. Non è dato sapere che cosa si siano detti in quest’incontro Vannacci e i rappresentanti dell’azienda americana, ma di certo l’ex generale fa parte a Bruxelles della commissione per la Difesa.
Principale finanziatore privato di Futuro nazionale è stata finora la famiglia italiana Cieri. Attraverso tre società – Ecoholding, Stabilia Italia ed Ecolattanzio – questo gruppo di costruttori romani ha donato in tutto 60mila euro al partito.
Sui siti aziendali i Cieri si vantano di aver costruito negli anni 900 appartamenti e sei centri commerciali in giro per l’Italia. Luca Cieri è l’amministratore unico di una delle tre aziende finanziatrici di Futuro nazionale. E proprio in questa veste è incappato in una spiacevole vicenda giudiziaria.
Lo scorso settembre il tribunale di Roma lo ha infatti condannato in primo grado a un anno per il crollo del costone di un cantiere edile avvenuto a Roma, nel quartiere della Balduina, con automobili risucchiate nel vuoto e abitanti evacuati. La sua azienda aveva commissionato la costruzione di un condominio ma, secondo il perito della procura di Roma, i lavori erano stati eseguiti male. Per questo un pomeriggio del 2018 è venuto giù tutto, e per fortuna in quel momento da lì non passava nessuno.
L’analisi delle donazioni ai partiti politici degli ultimi anni permette di intercettare anche una nuova tendenza. Futuro nazionale non punta solo ad attirare voti che fino a pochi mesi fa sarebbero andati ad altre forze di centrodestra. Il travaso riguarda anche i finanziamenti. Sia Stabilia Italia che Ecoholding, freschi donatori di Vannacci, negli anni scorsi avevano infatti foraggiato Lega e Forza Italia.
Lo stesso discorso vale per Stefano Maurizio Finzi, imprenditore milanese attivo nel settore energia. Con la sua Compagnia petrolifera piemontese, Finzi ad aprile ha donato 30mila al partito di Vannacci, mentre fino a pochi anni fa – attraverso un’altra sua azienda, la Carbotermo – aveva regalato soldi a Forza Italia (5mila euro nel 2024) e alla Lega (10mila euro nel 2021, 20mila nel 2025). Segno che anche tra gli imprenditori c’è chi crede a Vannacci come nuovo ago della bilancia politica italiana.
Tra i finanziatori dichiarati da Futuro nazionale merita infine una menzione la Esicompany, che ha regalato 40mila euro. Sul sito del partito è citata così, senza specificare la ragione sociale. In realtà si tratta del gruppo pugliese Esim, della famiglia Santoro, specializzato nella realizzazione di impianti di sicurezza e segnalamento ferroviario. Forte di un fatturato che nel 2024 ha superato 53 milioni di euro, con un utile netto di 3 milioni, Esim deve la sua fortuna agli appalti di Stato.
Dal 2013 al 2024, infatti, il gruppo basato a Bari si è aggiudicato commesse pubbliche per oltre 1,5 miliardi di euro, in gran parte provenienti dal gruppo Ferrovie dello Stato. Perché ha deciso di donare 40mila euro a Futuro nazionale? «Perché crediamo nel progetto del generale Vannacci», ha risposto a Domani Domenico Santoro, spiegando che in passato Esim ha donato soldi «un po’ a tutti» […].
Di sicuro oggi l’imprenditore barese, che ha appena pubblicato (anche lui con Mondadori) il libro Dal niente al successo senza chiedere permesso, ha scelto di scommettere su Vannacci, il nuovo che avanza. Puntando tutto sulla retorica della nostalgia del passato, l’evergreen che quasi dieci anni fa fece spopolare Salvini. Proprio colui che ha fatto esordire Vannacci in politica e ora rischia di diventarne la vittima principale.

(da Domani)

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COSA E’ REALMENTE IL “RESTRAINING ORDER”, LA MISURA CITATA DA TRUMP CONTRO MELONI:NON E’ UN INSULTO COME VOGLIONO FARCI CREDERE, E’ SEMPLICEMENTE UN PROVVEDIMENTO CHE NEGLI USA TUTELA LE VITTIME DI STALKING E MOLESTIE

Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile

TRUMP AVRA’ LE SUE RAGIONI A RITENERSI VITTIMA DI STALKING E A RIFERIRSI A UNA SORTA DI DIVIETO DI AVVICINAMENTO… ECCO I CASI IN CUI UN GIUDICE NEGLI USA PUO’ EMETTERLO

«Serve un ordine restrittivo». È con questa frase, pubblicata su Truth Social, che Donald Trump ha lanciato un nuovo attacco alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un’affermazione che arriva alla vigilia del vertice Nato e a poche settimane da un’altra uscita controversa, quando il presidente americano sostenne che, durante il G7 di Evian, la premier italiana lo avesse implorato di scattare una foto insieme.
Ma che cos’è un restraining order?
Quando viene applicato negli Usa l’ordine restrittivo
Negli Stati Uniti il restraining order è un provvedimento cautelare emesso da un tribunale per proteggere persone che si ritengono vittime di molestie, stalking o, più spesso, di violenza domestica. Nell’ordinamento italiano può essere paragonato, pur con le dovute differenze, al divieto di avvicinamento disposto dall’autorità giudiziaria nei confronti del presunto autore delle condotte persecutorie.
Cosa prevede l’ordine restrittivo
Il provvedimento consente al giudice di imporre al presunto autore degli abusi di mantenere una determinata distanza dalla vittima, dalla sua abitazione o dal luogo di lavoro, vietandogli anche qualsiasi forma di contatto. Le restrizioni possono riguardare telefonate, messaggi, e-mail, sms, comunicazioni attraverso i social network, lettere, regali o qualsiasi altro tentativo di avvicinamento. L’obiettivo è prevenire ulteriori episodi di violenza o intimidazione e garantire la sicurezza della persona che richiede tutela.
Il tribunale può inoltre ordinare al destinatario del provvedimento di astenersi da minacce, molestie o comportamenti lesivi nei confronti della vittima. In alcuni Stati americani gli ordini restrittivi possono includere anche ulteriori obblighi: dal pagamento di un assegno di mantenimento al versamento delle rate del mutuo di un’abitazione condivisa, fino al rimborso delle spese mediche e dei danni provocati dagli abusi.
Come funziona
Per ottenere il provvedimento davanti ai tribunali federali, chi lo richiede deve dimostrare che, senza l’intervento del giudice, subirebbe un danno immediato e irreparabile e spiegare perché non sia possibile attendere la notifica all’altra parte. Le singole legislazioni statali disciplinano poi casi specifici. In California, ad esempio, il Codice civile consente alle persone vittime di molestie di chiedere un ordine restrittivo temporaneo e, successivamente, un provvedimento definitivo emesso al termine dell’udienza.
(da Open)

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EVVIVA LA FAMIGLIA TRADIZIONALE ARIANA! L’EUROPOL HA SGOMINATO UNA RETE DI UOMINI CHE, IN TUTTA EUROPA, ORGANIZZAVA STUPRI DI MOGLI E COMPAGNE: 57 LE PERSONE FINITE IN MANETTE. NEI FORUM ONLINE, I VIOLENTATORI SI SCAMBIAVANO CONSIGLI SU COME STORDIRE LE PROPRIE VITTIME UTILIZZANDO DROGHE O FARMACI SEDATIVI

Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile

INOLTRE, PIANIFICAVANO LE AGGRESSIONI E CONDIVIDEVANO IMMAGINI E VIDEO DEGLI ABUSI, INCORAGGIANDO ALTRI MEMBRI A FARE LO STESSO…SIOBHAN BLAKE, PROCURATORE INGLESE CHE GUIDA LE INDAGINI: “QUESTI ABUSI SONO TRA I PIÙ ORRIBILI CHE ABBIA MAI VISTO NELLA MIA CARRIERA”… NESSUN POST E SILENZIO DEI POLITICI SOVRANISTI

Uomini che stuprano le donne. Le mogli, le compagne, le amiche: le hanno tramortite con droghe e farmaci, somministrati dopo aver imparato in rete come farlo. Lo shock per la tragedia vissuta in Francia da Gisèle Pelicot ha aperto un vaso di Pandora in cui le polizie europee – collaborando tra loro e con polizie di tutto il mondo per incrociare indizi e tracce -stanno scoprendo una rete impressionante di storie simili, se non analoghe.
Sono già arrivati i primi 57 arresti in quelle che vengono definite “indagini collegate”, ma è chiaro che è solo la punta di un iceberg di cui sono state diffuse pochissime notizie per non compromettere il lavoro.
L’operazione Medusa, coordinata da Europol e guidata dalle autorità britanniche e tedesche, ha fatto emergere una rete internazionale di stupri facilitati con droghe che si alimentava in comunità online misogine, per alcuni aspetti simili al sito Phica smantellato dagli inquirenti italiani ma con uno scopo diverso: non solo condividere fotografie e video, bensì consigli operativi su come agire.
Quelli che potevano apparire come episodi isolati di donne che perdevano improvvisamente conoscenza o di partner che approfittavano della debolezza della compagna, stanno rivelando l’esistenza di un ecosistema criminale organizzato, alimentato da comunità online che pianificano, facilitano e normalizzano le violenze sessuali.
E’ la prima operazione internazionale coordinata specificamente contro le violenze sessuali facilitate dall’uso di sostanze sedative o stupefacenti, e ha coinvolto investigatori di Europa, Nord America e Sud America. Dal 22 al 24 giugno ventinove investigatori di sette Paesi si sono riuniti presso la sede della National Crime Agency britannica a Londra per confrontare dati, incrociare informazioni investigative e analizzare migliaia di elementi raccolti nei mesi precedenti.
“Questi abusi sono tra i più orribili che abbia mai visto nella mia carriera. Le vittime subiscono violenze sessuali nelle proprie case, in una violazione estrema della fiducia. Questo tipo di reato prospera nel segreto, online e a porte chiuse”, ha detto Siobhan Blake, responsabile nazionale della Procura della Corona britannica per i casi di stupro e reati sessuali gravi.
Gli investigatori hanno individuato quattro nuove comunità misogine online e identificato 156 persone tra vittime e presunti autori. Il lavoro congiunto ha aperto 113 indagini penali e 274 nuove piste investigative. All’operazione partecipano le forze di polizia di Germania, Regno Unito, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Brasile e Stati Uniti, con il coordinamento analitico di Europol, mentre cooperano anche Canada e Ungheria. Per gli investigatori si tratta soltanto di una fotografia parziale di un fenomeno molto più esteso.
Oltre alle cosiddette “droghe dello stupro”, vengono utilizzati anche farmaci sedativi regolarmente prescritti. L’obiettivo è provocare perdita di coscienza, amnesia e riduzione della capacità di reagire, rendendo particolarmente difficile sia la denuncia sia l’accertamento giudiziario.
Ma l’aspetto più inquietante è che la maggior parte dei casi non nasce da incontri occasionali nei locali notturni, bensì all’interno di relazioni di fiducia. Il Progetto Medusa si concentra soprattutto su aggressioni avvenute in relazioni intime o familiari, dove gli autori sono spesso partner, ex partner o conoscenti.
Gli inquirenti non hanno rivelato quali piattaforme siano state utilizzate per non compromettere le indagini, ma descrivono reti chiuse ospitate su servizi di messaggistica criptata, forum riservati e gruppi privati nei quali gli utenti si scambiano consigli su come reperire farmaci, discutono le modalità di somministrazione, pianificano le aggressioni e condividono immagini e video degli abusi, incoraggiando altri membri a fare lo stesso.

(da agenzie)

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ITALIA A TUTTO GAS. IL NOSTRO PAESE RIMANE UNO DEI MAGGIORI IMPORTATORI EUROPEI DI GAS NATURALE CON PESANTI RIPERCUSSIONI SUL COSTO DELL’ENERGIA

Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile

LE RINNOVABILI COPRONO ORMAI IL 41% DELLA DOMANDA ELETTRICA NAZIONALE MA LA DIPENDENZA DAI COMBUSTIBILI FOSSILI RESTA ELEVATA. PER LE RINNOVABILI IL VERO PROBLEMA RIMANE LO STOCCAGGIO… A LIVELLO MONDIALE LE RINNOVABILI SUPERANO QUALSIASI ALTRA FONTE COME MOTORE DI CRESCITA DELL’OFFERTA ENERGETICA GLOBALE

Per la prima volta le rinnovabili superano ogni altra fonte come motore di crescita dell’offerta energetica mondiale. Il sorpasso storico emerge dall’ultima edizione della Statistical Review of World Energy dell’Energy Institute, che ogni anno fornisce misurazioni e prospettive sul settore a livello mondiale e che per il 2026 è presentata in Italia in esclusiva su La Stampa.
Il rapporto evidenzia inoltre percorsi di transizione sempre più diversi tra le regioni, e una domanda record trainata dai data center che, per la prima volta entrano nelle misurazioni dell’istituto. «L’energia è al centro dell’agenda politica ed economica mondiale – ha detto il presidente dell’istituto Andy Brown alla pubblicazione dello studio – sarà prioritario adattarsi alle esigenze di sicurezza, accessibilità economica e sostenibilità».
Nel complesso, il consumo elettrico dei data center nel 2025 ha raggiunto 788 terawattora, il 40% concentrato negli Stati Uniti, dove il comparto pesa il 6,6% della domanda elettrica nazionale contro il 2,4% della media mondiale. La crescita è stata del 20% a livello globale e del 25% negli Stati Uniti.
«Questi risultati – spiega Nick Wayth Fei, Chief executive dell’Energy Institute – sottolineano l’urgenza di accelerare su efficienza, elettrificazione e investimenti nelle tecnologie pulite a livello globale». Per Nicola Ruffini, partner di Kearney, che segue il report per l’Italia, l’ingresso del comparto nell’analisi segnala anche un cambio di mercato. «Il digitale non è più soltanto un fattore tecnologico, ma è diventato anche un tema energetico».
Nel 2025 la fornitura totale di energia (Tes) ha superato per la prima volta i 600 exajoule, +1,7% sul 2024 – il secondo anno consecutivo in cui tutte le principali fonti hanno toccato i massimi storici. Le rinnovabili sono state la principale risorsa di crescita, con il solare che ha superato l’eolico nella generazione elettrica mondiale (8,7% contro 8,4%), avvicinandosi al nucleare (8,8%). Lo stoccaggio a batteria è cresciuto del 66%, con la Cina che ha più che raddoppiato la propria capacità.
I combustibili fossili restano dominanti, all’86% della fornitura totale. Le emissioni globali di CO2 sono salite dell’1,1%, a 35.806,2 milioni di tonnellate, con gli Stati Uniti a +3,2%, quattro volte la crescita cinese, trainati da un balzo del 13% nella generazione a carbone. Le Americhe producono ora il 20% di petrolio in più del Medio Oriente, un capovolgimento rispetto a vent’anni fa. Ma l’Europa rimane il maggior importatore al mondo, anche se l’invasione Russa dell’Ucraina nel 2022 ha inferto un’accelerazione al mix energetico verso risorse verdi.
L’impatto dei data center poi si vede anche in Italia. «Le richieste di connessione tracciate da Terna, in continuo aumento, sono oltre 300 – spiega Ruffini – non tutte diventeranno impianti operativi, ma indicano un interesse forte, concentrato al Nord, con rischio di sovraccarichi localizzati proprio nelle aree a maggiore domanda».
Su questa base, le rinnovabili coprono ormai circa il 41% della domanda elettrica nazionale, spiega Ruffini. […]
Il nodo, spiega Ruffini, non è più solo produrre energia rinnovabile ma stoccarla e connetterla: «la sfida diventa integrare queste fonti in un sistema che sia competitivo», con reti solide, accumulo adeguato, maggiore flessibilità e procedure autorizzative allineate al ritmo degli investimenti.

(da La Stampa)

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EFFETTO MELONI: L’EUROPA È VISTA COME UNA BARZELLETTA DAGLI ITALIANI. SECONDO IL SONDAGGIO DEMOS, SOLO IL 30% DEI NOSTRI CONCITTADINI HA FIDUCIA NELL’UE. LA MAGGIORANZA HA LA PERCEZIONE DI ESSERE AI MARGINI, DI NON AVERE PESO NELLE DECISIONI DI BRUXELLES. EPPURE SOLO CINQUE ANNI FA IL GRADIMENTO PER L’UNIONE EUROPEA AVEVA RAGGIUNTO IL 45%

Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile

ILVO DIAMANTI: “IL GRADO DI FIDUCIA SCENDE AL 25% NELLA BASE DI FUTURO NAZIONALE, IL PARTITO DI VANNACCI. IN FONDO ALLA GRADUATORIA, I SIMPATIZZANTI DELLA LEGA. L’UE NON ‘UNISCE’ GLI ITALIANI. SEMMAI NE ACCENTUA LE DIVISIONI POLITICHE”

Il rapporto degli italiani con l’Unione Europea (l’UE) non è mai stato molto facile. Per ragioni diverse. Una su tutte: la percezione e la sensazione di essere ai margini. Ai confini. Non solo per ragioni geografiche, ma, soprattutto, “geopolitiche”. Perché si sentono (ci sentiamo) sotto-valutati. Poco rilevanti, nelle scelte dell'”Unione” che, tanto “unita” non è mai apparsa.
È molto interessante osservare come nel corso degli ultimi 15 anni sia cambiato l’atteggiamento dei cittadini. In particolare, nell’ultimo decennio. Anzitutto e soprattutto dopo il 2020, quando si è verificata una forte e quasi improvvisa crescita della fiducia verso l’UE, che dal 2020 al 2022 ha raggiunto livelli molto elevati, impensabili in precedenza: 44-45%. Quasi 15 punti in più, rispetto al 2018.
Negli anni successivi, tuttavia, questa crescita si è “normalizzata”. Fino a rientrare nelle misure di dieci anni prima. Cioè, intorno al 30%, Non è difficile immaginare le ragioni di questa contro-svolta. I primi anni di questo decennio, in particolare il biennio 2021-22, sono il periodo segnato dall’irruzione del Covid-19, che ha prodotto una vera tragedia. In Italia intorno a 200.000 vittime.
Ma nel mondo, ufficialmente, ha provocato circa 7 milioni di decessi. Con effetti devastanti. Anzitutto negli USA. Tuttavia, gli anni del Covid hanno ri-sollevato la “fede europea” in Italia. Un sentimento che successivamente è sceso di nuovo. Fino a tornare, negli ultimi mesi, su livelli analoghi a 10 anni prima, secondo i dati del recente sondaggio condotto da Demos per Repubblica.
Attualmente la fiducia nell’UE risulta, infatti, coinvolgere il 30% degli italiani. Un dato analogo a quello rilevato nel 2015-16. E ciò di-mostra come la fiducia sia per molti versi una reazione all’insicurezza. E alla paura. In questo caso il sostegno dei cittadini all’UE appare una conseguenza immediata del timore suscitato dal virus che colpisce le persone intorno a noi, mettendo a rischio la vita di chi ci è vicino.
Il grado di fiducia più elevato verso l’UE, infatti, caratterizza le generazioni più giovani. Soprattutto coloro che hanno meno di 30 anni. Fra i quali il grado di “europeismo” arriva al 53%. Poi via via che sale l’età l’europeismo “cala in misura crescente”.
Fino a toccare il 19% fra coloro che hanno fra 55 e 64 anni. Per poi risalire quasi al 30%, oltre i 65 anni. Questi dati confermano “immagini” già delineate nelle nostre indagini precedenti. Quando avevamo definito, non per caso, i giovani la “Generazione E”. Europea. Per la loro proiezione oltre confine. Verso l’Europa. È significativo come lo sguardo europeista si allarghi, fino a sforare il 30%, quando si superano i 65anni. Tra coloro, cioè, che hanno guardato l’Europa come un progetto.Un’immagine del futuro da realizzare.
Un orientamento che dimostra un declino della fiducia verso l’UE via via che si procede da Sinistra verso Destra. Il grado di fiducia più elevato si osserva, non per caso, fra quanto si dicono vicini a +Europa. Quindi al PD, AVS e IV per scendere progressivamente sotto il 50% fra i simpatizzanti degli altri partiti.
Fino a toccare il 25% nella base di Futuro Nazionale, il partito di Vannacci. In fondo alla graduatoria, non per caso, sono i simpatizzanti della Lega. L’Unione Europea, quindi, non “unisce” gli italiani. Semmai ne accentua e allarga le divisioni e le distanze politiche

(da Repubblica)

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NUOVI GUAI PER IL “TRUMP INGLESE” NIGEL FARAGe,LEADER DEI SOVRANISTI DI OLTREMANICA:INGENTI DONAZIONI IN DENARO NON DICHIARATE E L’USO DI UN APPARTAMENTO CHE RAPPRESENTEREBBERO UNA VIOLAZIONE DELLE REGOLE SUL COMPORTAMENTO ETICO DEI DEPUTATI BRITANNICI

Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile

FARAGE, GIÀ OGGETTO DI UN’INCHIESTA PARLAMENTARE PER AVERE RICEVUTO NEL 2024 UN DONO NON DICHIARATO DI 5 MILIONI DI STERLINE DA PARTE DEL CRIPTO-MILIARDARIO CHRISTOPHER HARBORNE, RISCHIA IL SEGGIO ALLA CAMERA DEI COMUNI E AUMENTANO LE VOCI DI UN ADDIO ALLA POLITICA

Nuovi guai per Nigel Farage. Dello stesso tipo dei guai precedenti: ingenti donazioni personali non dichiarate, con una possibile violazione delle regole sul comportamento etico dei deputati britannici.
Il leader di Reform, il partito populista in testa nei sondaggi, nega che le nuove accuse, rivelate dal Sunday Times, costituiscano un mancato rispetto delle norme. Ma gli altri partiti chiedono un’inchiesta parlamentare per accertare i fatti, in aggiunta a quella già in corso. Se riconosciuto colpevole, Farage potrebbe perdere il seggio alla camera dei Comuni. Anche se non lo fosse, potrebbe essere danneggiato da ripetute indagini che lo dipingono come un politico pronto ad arricchirsi illegalmente e segretamente. È presto per predire la fine della sua carriera pubblica.
Un nuovo scandalo, tuttavia, è un campanello d’allarme, anche perché ultimamente la sua stella non brilla più come prima.
I fatti riportati dal Times sono questi. Nel 2024 Farage ha ricevuto doni in denaro e altri benefici, quali l’utilizzo gratuito di un appartamento, da George Cottrell, un suo sostenitore dai tempi della campagna per la Brexit. Le regole di Westminster stabiliscono che un deputato deve dichiarare donazioni simili a un apposito registro, non solo per il periodo dalla sua elezione in poi ma anche per i dodici mesi precedenti. «Nigel non ha violato alcuna regola», afferma in sua difesa Robert Jenrick, numero due di Reform.
Farage è già oggetto di un’inchiesta parlamentare per avere ricevuto nel 2024 un dono non dichiarato di 5 milioni di sterline da parte del cripto miliardario con base in Thailandia Christopher Harborne. Ora il Labour e i liberaldemocratici chiedono una seconda inchiesta sulle nuove donazioni. Se a questo si aggiunge che negli ultimi mesi Reform ha perso tre elezioni suppletive una dopo l’altra, e che pur rimanendo in testa nei sondaggi ha perso punti rispetto all’inizio dell’anno, il suo leader appare improvvisamente più debole, specie se il partito laburista, quando nei prossimi giorni Andy Burnham sostituirà Keir Starmer a Downing Street, usufruisse di un recupero nei rilevamenti sui consensi.
Sulla stampa di Londra circola perfino l’ipotesi che Farage potrebbe abbandonare la politica.
Non molto tempo fa veniva descritto come un Trump inglese in procinto di conquistare il Regno Unito. Ma nel mondo dei social una settimana è un’eternità e basta poco a scendere dalle scale, dopo essere saliti precipitosamente in cima.

(da Repubblica)

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COSA FARA’ FEDRIGA DA GRANDE? IL SINDACO DI TRIESTE DOPO IL FORZISTA ROBERTO DIPIAZZA O TENTERA’ LA SCALATA NEL CARROCCIO PER L’EVENTUALE POST SALVINI?

Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE DEL FRIULI VENEZIA GIULIA È DA TEMPO SU POSIZIONI DI FRONDA RISPETTO ALLA LINEA SALVINIANA: “SE DOVESSI SCEGLIERE COSA MI PIACEREBBE FARE NON C’È DUBBIO CHE SCEGLIEREI LA CITTÀ. È CHIARO PERÒ CHE, SE LA MIA FORZA POLITICA AVRÀ BISOGNO, NON POSSO NEGARMI” … IL SUO ADDIO ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE (NON ESSENDO POSSIBILE, AL MOMENTO, UN TERZO MANDATO) HA GIÀ SCATENATO L’APPETITO DEI PARTITI ALLEATI, E DI FRATELLI D’ITALIA IN PARTICOLARE.SI PROFILA L’ENNESIMO BRACCIO DI FERRO CON IL CARROCCIO

Massimiliano Fedriga guarda all’orizzonte e ragiona sul suo futuro. Elettori permettendo, il dilemma è: meglio buttarsi nella corsa a sindaco di Trieste (il forzista Roberto Dipiazza è arrivato al termine del secondo mandato) o riprendere la via di Roma, dove è già stato giovane capogruppo della Lega alla Camera (dal 2014 al 2018), per un incarico di rilievo nel futuro governo, se il centrodestra dovesse rivincere le elezioni, o nel partito per l’eventuale post Salvini?
È bastato che il presidente del Friuli-Venezia Giulia accennasse in pubblico, rispondendo ad una precisa domanda, alle ipotesi su «cosa farà da grande?» perché nel mondo della politica e degli osservatori si scatenasse la curiosità. Normale, se si pensa da un lato che Fedriga è uno dei leghisti dell’ala nordista con più peso, subito dopo o insieme a Luca Zaia, ed è da tempo su posizioni di fronda rispetto alla leadership e alla linea politica ufficiale; e dall’altro, che il suo addio alla presidenza della Regione (non essendo possibile, al momento, un terzo mandato) ha già scatenato l’appetito dei partiti alleati, e di Fratelli d’Italia in particolare.
«Se dovessi scegliere cosa mi piacerebbe fare operativamente, non c’è dubbio che sceglierei la città perché mi piace la parte amministrativa, è molto più operativa». Ma ha subito aggiunto: «È chiaro però che, se la mia forza politica avrà bisogno, non posso negarmi».
Le opzioni sono tutte aperte e il nodo sarà sciolto molto probabilmente solo in autunno. A Trieste si vota nella primavera prossima, prima delle Politiche.
L’esperienza alla guida della Regione (la scadenza è nel 2028), se non interverrà una legge ad hoc per un altro mandato, è arrivata al termine. E qui si scorgono le avvisaglie di una partita dentro il centrodestra. Fratelli d’Italia, più o meno apertamente, rivendica la poltrona (in pista Walter Rizzetto e Luca Ciriani). Ma tra due anni andrà al voto anche la Lombardia oggi leghista che Salvini ha scambiato con il Veneto pochi mesi fa (il via libera alla candidatura di Alberto Stefani è frutto di un accordo per il post Attilio Fontana, anche se i leghisti lombardi non vogliono saperne).
C’è, però, una complicazione politica. Potrebbe essere difficile schierare un esponente di FdI in due Regioni del Nord nella stessa tornata.
Per la Lega non è sostenibile (considerato che il Piemonte è a guida Forza Italia). Il braccio di ferro è sicuro.

(da Corriere della Sera)

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SUD, L’ALTRA FACCIA DEL TURISMO: L’80% RICEVE PAGHE DA FAME

Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile

LA MEDIA NON RAGGIUNGE 12.000 EURO ANNUE, LE RETRIBUZIONI HANNO PERSO POTERE D’ACQUISTO DI OLTRE IL 10%

Il boom della stagione turistica al Sud, con spiagge, alberghi e ristoranti pieni, nasconde una drammatica realtà che, a ben guardare, è sotto gli occhi di tutti: circa il 70% di chi lavora nel settore guadagna paghe da fame, percentuale che nel meridione sale oltre l’80%, cioè 4 lavoratori ogni 5.
E non va molto meglio nei servizi, dove pulizie e ristorazione collettiva portano l’incidenza a oltre il 50%, anche tra chi lavora con continuità.
In uno studio della Filcams Cgil emergono numeri preoccupanti che fanno capire come il lavoro povero sia una ben triste realtà ben celata dietro un rutilante mondo di apparenti successi e traguardi raggiunti.
Se si analizzano tutti i settori del terziario, si vede che la media delle retribuzioni è di 18.775 euro in Italia.
Ma se si scende verso le regioni meridionali, questo salario diminuisce ulteriormente a 13.750 euro, di cui 15.706 per gli uomini e appena 11.787 per le donne.
Nel turismo le paghe sono ancora più basse, siamo ad una media che non raggiunge neppure 12mila euro, di cui 13.212 per gli uomini e 10.568 per le donne. Come dire, non si arriva neppure a mille euro lordi al mese!
La geografia del dato conferma, quindi, un paese diviso, dove, al divario territoriale, si somma quello di genere, pari a 18 punti percentuali a livello nazionale e prossimo ai 20 punti nei servizi, con il 56,75% di donne contro il 37,25% degli uomini in condizione di povertà lavorativa.
Sono, in particolare, i settori del lavoro di cura esternalizzato, del part time involontario, degli appalti al ribasso, delle notti e dei fine settimana a concentrare in modo sproporzionato l’occupazione femminile.
Nell’ultimo Rapporto Svimez si dimostra come i salari reali siano in calo, soprattutto nel Mezzogiorno.
Dal 2021 al 2025 le retribuzioni hanno perso potere d’acquisto, con una caduta più forte nel Sud: -10,2% contro -8,2% nel Centro-Nord. Inflazione più intensa e retribuzioni nominali più stagnanti lo accentuano.
Il lavoro povero tocca il 19,4% nel Mezzogiorno, quasi tre volte il valore del Centro-Nord, dove è attestato al 6,9%. In Italia i lavoratori poveri sono 2,4 milioni, di cui 1,2 milioni al Sud. E aumenta esponenzialmente il loro numero: più 120mila in Italia, più 60mila al Sud.
Altro che salario giusto come ha invocato la ministra del Lavoro Marina Calderone all’indomani dell’approvazione in sede parlamentare del decreto Primo Maggio!
Ci si rende conto, scorrendo queste cifre, che la necessità di un salario minimo di almeno 9 euro l’ora resta un’esigenza improcrastinabile.
Per Fabrizio Russo, segretario generale della Filcams Cgil, il part-time involontario è ormai una condizione strutturale che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante.
«Si tratta di una vera e propria emergenza – incalza il sindacalista – di fronte a modelli d’impresa tarati sulla compressione del costo del lavoro e un’assenza di contratti che dura da troppo tempo».
Nella recente mobilitazione nazionale dei lavoratori del turismo, del commercio e dei servizi per sollecitare il rinnovo del contratto di lavoro per l’intera categoria, a Napoli sono confluiti tutti quelli delle regioni del Mezzogiorno.
Erano in migliaia dalla Campania, dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Basilicata a sfilare per le vie del centro cittadino, chiedendo un nuovo contratto con aumenti retributivi dignitosi, in linea con il carovita e il mantenimento dei diritti acquisiti. Dal palco hanno ricordato che molti grandi marchi hanno abbandonato il Sud, continuando ad investire solo al Nord e questo, secondo i sindacalisti, «rappresenta il fallimento di una classe politica che non ha tutelato chi lavora, vincolando le aziende ai territori su cui avevano investito usufruendo di sgravi e agevolazioni».
Di fronte a questi numeri, sempre più preoccupanti, i sindacati chiedono un intervento immediato del Governo.
E proprio la Filcams Cgil ha lanciato una grande vertenza nazionale riassunta in uno slogan quanto mai illuminante bad work no future (cattivo lavoro senza futuro), contro lavoro povero e precariato.

(da Corriere della Sera)

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