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SONDAGGIO PIEPOLI: LA LEGA CROLLA AL 5%, VANNACCI SUPERA IL 7%, CAMPO LARGO 44,6% CENTRODESTRA (SENZA VANNACCI) 40,8%

Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile

MA IL CENTRODESTRA, SE ACCETTA VANNACCI IN COALIZIONE, SI FERMA AL 45,4% CONTRO IL 45% DEL CAMPO LARGO

Fratelli d’Italia perde terreno, la Lega crolla al 5,1% mentre Roberto Vannacci supera il 7%. Ormai è sempre più evidente che il centrodestra necessita dei numeri di Futuro Nazionale per avere una chance in più di vincere alle prossime elezioni. Tuttavia l’esito non è così scontato. Con Vannacci in coalizione una fetta di elettori, nello specifico l’area moderata riconducibile a Forza Italia, potrebbe decidere di non confermare il proprio voto al centrodestra. Pure una parte degli stessi vannacciani potrebbe mal digerire un accordo con la maggioranza. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio dell’Istituto Piepoli per il Corriere della Sera.
Le intenzioni di voto
Partiamo dai consensi ai partiti. Fratelli d’Italia continua a scendere nei consensi. Questo mese perde lo 0,5%, collocandosi al 26,5%. Il dato peggiore però, è quello della Lega, che sprofonda al 5,1% con un calo di cinque decimi. Restano stabili invece, Forza Italia e Noi Moderati, rispettivamente all’8,3% e allo 0,9%.
Futuro Nazionale conferma il trend positivo degli ultimi mesi. Rispetto all’ultima rilevazione, è il partito che cresce più di tutti. Guadagna l’1,1% e riesce a toccare il 7,1%. Ora lo attacco con la Lega è netto, ben due punti.
Nel campo largo, non si rilevano grandi movimenti. Il Partito Democratico è fermo al 20,1%, così pure il Movimento 5 Stelle, al 14,5% e Alleanza Verdi-Sinistra, al 6,3%. Chiudono la coalizione progressista Italia Viva, con il 2,3%, e +Europa, in discesa, all’1,4% (-0,5%).
Fuori dagli schieramenti, Azione al 3,1%.
Gli scenari delle coalizioni
Passiamo ora alle coalizioni. Limitandoci alla pura somma algebrica, il centrodestra con Futuro Nazionale passerebbe dall’attuale 40,8% al 47,9%. Un salto in avanti che gli permetterebbe di superare, almeno sulla carta, il campo largo, che invece raggiungerebbe il 44,6%.
Le cose però non sono così semplici. Ci sono prima due gli elementi da tenere in considerazione: la legge elettorale ora all’esame del Senato, che potrebbe influenzare i risultati e la reazione dell’elettorato che sostiene l’attuale maggioranza a un’eventuale alleanza con Vannacci.
Senza FnV e con la legge elettorale approvata, il centrodestra arriverebbe al 40,2% mentre il fronte progressista perderebbe quasi due punti, al 42,7%.
Ma l’aspetto più interessante emerge nello scenario in cui Vannacci è in coalizione.
In quel caso l’alleanza con l’ex generale scenderebbe al 45,4%, contro al 47,1% della semplice somma matematica. A cosa si deve questo calo? Agli elettori di FI, contrari a un accordo con i vannacciani, e agli stessi sostenitori di Futuro Nazionale, poco disposti a scendere a patti con la maggioranza. Dall’altra parte invece, il campo largo raggiungerebbe il 45%, riuscendo così a compattare gli elettori progressisti contro una coalizione percepita come di estrema destra.

(da Fanpage)

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LUCA TELESE: “E’ ARRIVATO IL POP FASCISMO”

Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile

IL FASCISMO RIDOTTO A SIMBOLI PER I GONZI, IL RAZZISMO PER CONQUISTARE I PICCOLO BORGHESI

Arriva il pop-fascismo. Provate solo per un attimo a pensare a cosa sarebbe accaduto se nel 1994, alla vigilia delle elezioni politiche, su un sito riconducibile ad Alleanza Nazionale fosse apparso un video in cui si mostrava Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi che si scambiavano un fascio littorio grande come una mazza da baseball. L’evocazione di un simbolo così potente, un richiamo così esplicito al fascismo da parte di An, avrebbe fatto esplodere una polemica infinita, avrebbe sollecitato pronunciamenti, appelli, e probabilmente smentite. L’identità fascista, nelle comunicazione ufficiale dei missini – proprio per via di questa origine – è sempre stata evocata in modo criptato, persino nel simbolo: la fiamma tricolore che si anima sulla bara trapezoidale del Duce.
Oggi, invece, potete leggere il racconto di questo ennesimo prodotto dell’intelligenza artificiale, pubblicato ancora una volta da un sito di fedelissimi di Roberto Vannacci, in cui il generale, stretto in una armatura da imperatore romano, riceve dalla matrona Giorgia Meloni, questo enorme manufatto. Un fascio tutto d’oro, che viene consegnato come il pegno di una investitura, viene poi sollevato a braccia aperte davanti ad una folla adorante, sotto gli sguardi umiliati di Elly Schlein e Giuseppe Conte in tenuta schiavi (e ovviamente legati). In un dettaglio si raffigura persino il dispetto del povero Matteo Salvini (che viene allontanato con un gesto brusco dalla Meloni). La folla grida entusiasta: “Ave!”. Un delirio.
Prendo questo video come il simbolo di una strategia, di un sentimento, di una operazione di invenzione identitaria che in questi giorni sta gonfiando le vele a Futuro Nazionale e (probabilmente) contribuisce alla sua crescita continua nei sondaggi. Vannacci può permettersi quello che la Meloni non può fare. Parole più estreme, slogan più duri, e – soprattutto – continui richiami espliciti alla tradizione del ventennio e della cultura fascista.
Il tormentone: «Fate una Decima sulla scheda!», evocando lo stemma della X Mas di Junio Valerio Borghese. L’appello ai «Camerati!», nell’apertura del congresso. Persino i continui richiami dei delegati a Giorgio Almirante che hanno indispettito i dirigenti di Fratelli d’Italia come la scoperta di un ladro che ti si intrufola in casa a rubare i gioielli di famiglia che tu non esibisci per discrezione e stile, e che invece il furfante indossa in pubblica piazza. C’è ovviamente una fiamma tricolore anche nel simbolo Vannacciano, insieme ai caratteri futuristi in stile ventennio tanto cari prima al Msi e poi ad An. Annalisa Terranova, ex direttrice de Il Secolo d’Italia, ha dato voce a questo sentimento di rabbia: «Ma loro chi sono? Dove erano quando noi eravamo nelle piazze a rischiare la vita negli anni di piombo per ascoltare Almirante? Loro il fascismo non dovrebbero nemmeno nominarlo, con quella storia non c’entrano nulla».
E invece ecco il cortocircuito: il Generale, dopo aver risciacquato il suo verbo nell’Arno di Gianni Alemanno ha assorbito perfettamente il lessico, gli stilemi, le idee della Destra post missina. Sarà pure “abusivo”, agli occhi dei puristi meloniani, ma ha costruito un avatar perfetto. Ecco perché il fascismo e l’antica Roma, nelle mani dei Vannacciani possono diventare un’unica cosa, una specie di sandalone sincretico in cui tutto si mescola e tutto vale: fasci littori, gladiatori e leoni, piazza Venezia o il Colosseo, Camerati e muova narrativa trumpiana. Certo, nulla è filologico, ma nulla è casuale: il pop-fascismo è il veicolo in cui viaggia la nuova identità, in cui il generale, in un altro video in cui impugna due meloni (capita la fine allusione?) può addirittura indossare un ciondolo con il Labrys, l’ascia bipenne che fu il simbolo di Ordine nuovo. Il Pop fascismo è come un parco giochi a tema in cui ci sono tutte le attrazioni e tutte le identità della destra estrema, miscelate insieme, e agganciate alle bandiere della nuova destra europea.
Ed ecco l’ultimo punto, decisivo, di quello che pare un missile a due stadi: nella prima fase questa nuova creatura ha usato come propulsore il carburante della Lega salviniana, i suoi elettori (molto più radicali e a destra dei vecchi leghisti bossiano). Questa operazione (riuscita) ha portato Vannacci tra il 6-7%, in una crescita registrata da tutti i sondaggisti, facendo sprofondare Salvini Ma il secondo stadio del missile è quello che ha come propellente questa miscela identitaria: l’Avatar pop-fascista non supera il fascismo, ci torna sopra: ed è costruito per aggredite lo zoccolo di consenso più antico (quello ex missino) che si è conservato in Fratelli d’Italia, diventandone il dna primario.
Bene, ora il dilemma è questo: Vannacci può contare su tre motivazioni di voto. Il “voto di protesta”, il “voto identitario” e il “voto utile”. Se il centrodestra tiene Futuro Nazionale fuori dalla porta dell’alleanza, il voto utile (noi siamo contro la sinistra, voi invece la fate vincere) è l’unico strumento rimasto per contenere la crescita del generale, ma la coalizione rischia di perdere (anche nei sondaggi di queste ore senza Vannacci è quattro punti sotto il Campo largo). Se invece la Meloni accoglie Vannaccius, come sognano i suoi cineasti, non c’è più nessuna barriera: il voto di protesta, quello identitario pop fascista, e quello utile anti-sinistra si concentrano sul Generale e svuotano gli altri partiti della coalizione. Non vorrei essere nei panni di chi farà questa scelta, auguri.

Luca Telese
(da ilcentro.it)

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LE RAGIONI DEL SISTEMA PROPORZIONALE

Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile

TUTTI DEVONO POTER ESSERE RAPPRESENTATI, ALTRO CHE ABNORMI PREMI DI MAGGIORANZA

Parafrasando il filosofo, “uno spettro si aggira per l’Italia…, l’astensionismo”, fenomeno che ha raggiunto, nel giro di due decenni, un livello ben più che allarmante per tutte le tipologie elettorali, salvo quando il “popolo sovrano” non percepisca e realizzi che in discussione ci siano i valori della Repubblica, come nel referendum costituzionale sul controllo della magistratura.
Ma come talora accade, invece di analizzare il problema e proporre soluzioni, le forze politiche, sempre più ridotte a comitati elettorali, taluni peraltro eterodiretti da gruppi imprenditoriali e fiancheggiati da stampa compiacente, sono lì a spartirsi le spoglie di ciò che resta del parlamentarismo italiano proponendo una legge elettorale, ribattezzata Melonellum, che non solo presenterebbe gravi inconvenienti di costituzionalità, ma che soprattutto, attraverso un premio elettorale mostruoso, tende a svuotare di significato e contenuti la volontà popolare, insomma il voto, che è appena il caso di ricordare è “personale, uguale, libero e segreto” secondo le vigenti disposizioni costituzionali.
Non solo un premio abnorme, ma anche la conferma delle liste bloccate e delle candidature plurime che confermeranno, in capo a quei comitati elettorali, perché chiamarli partiti nel senso costituzionale del termine mi sembra del tutto inopportuno e fuorviante (anche qui il richiamo è alla disposizione costituzionale che indica i partiti politici quali associazioni che concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Quale metodo democratico? Quale politica nazionale?), la legittimazione a compilare le liste degli eletti in Parlamento, con ciò invertendo l’ordine costituzionale della forma di governo: è il Governo (reale o potenziale, o chi per lui) che determina i componenti del Parlamento e non l’opposto, come prescrive, sempre la Costituzione.
Ben si comprende, dunque, la disaffezione al voto di larga parte della popolazione che, disillusa, preferisce non recarsi alle urne, piuttosto che confermare, con il proprio complice atteggiamento, scelte prese altrove. E pensare che dopo Tangentopoli, figlia anche del crollo del muro di Berlino, avevano provato a convincere gli italiani, non chi scrive per la verità, che il sistema elettorale allora vigente, il proporzionale, doveva essere abbandonato e sostituito da un maggioritario (corretto) tale da garantire un rapporto migliore e più diretto fra elettore ed eletto, senza minimamente rendersi conto che l’imposizione centralistica delle candidature (tanto nel maggioritario, quanto in un proporzionale con liste bloccate) avrebbe allontanato gli elettori non solo dalla politica, ma anche dalle urne.
La proposta di legge attualmente in discussione non solo ignora il problema dell’astensionismo, ma cristallizza la situazione (in buona sostanza legittima pochi a decidere al posto di molti) e, quel che è peggio, appare come un grimaldello in grado di “scardinare” la forma di governo, anticipando per via di legislazione ordinaria quella riforma costituzionale, il premierato, che tanto piace all’attuale maggioranza di governo: un unicum che ridimensiona i poteri del Presidente della Repubblica, amplifica quelli del Capo dell’Esecutivo e, infine, riduce a cinghia di trasmissione del governo la volontà del Parlamento. Per giustificare politicamente (e istituzionalmente) questo vero e proprio scempio costituzionale, viene utilizzato, ancora una volta, il “criterio” della stabilità, corollario indegno della “governabilità” e della necessità che l’Esecutivo, di fatto, non sia il frutto di una trattativa fra forse politiche successivamente all’esito elettorale, ma discenda, direttamente e magari con un “aiutino” in termini di deputati e senatori, dalle elezioni. Forze politiche non più mediatrici della volontà popolare, ma ruota di scorta di un candidato premier. Ciò non solo è intollerabile, ma è anche grandemente pericoloso, perché lascia aperti spazi enormi a visioni populistiche e autoritarie che non tarderanno ad affermarsi sulla scena politica del nostro Paese.
Esistono rimedi a questa deriva autoritaria e autoreferenziale?
Il primo rimedio è rappresentato dalla necessità di rivedere, aggiornare, attualizzare le modalità di voto, adottando una organizzazione che tenga conto della oggettiva innovazione tecnologica che consente, oggi, di operare a distanza mediante l’uso di credenziali, come lo SPID, affidabili, certe e trasparenti. Ciò consentirebbe a molti più elettori di partecipare al voto senza necessariamente recarsi al seggio. Ma su queste tematiche chi scrive ammette di non avere sufficienti conoscenze per proporre una soluzione degna di questo nome!
Molto più pregnante e significativo è l’adozione di un sistema elettorale in grado di ri-mettere al centro il popolo sovrano, invertendo la rotta adottata negli ultimi decenni (dalla preponderanza della governabilità alla preponderanza della rappresentanza), ciò anche in linea con quanto sostenuto in Assemblea costituente: se è pur vero che il testo costituzionale non indica la tipologia di sistema elettorale, è altrettanto vero che le maggioranze previste per l’elezione di taluni organi istituzionali (Presidente della Repubblica) o di garanzia (giudici della Corte costituzionale e componenti del CSM) lasciano chiaramente intendere che il costituente avesse in mente la necessità di coinvolgere l’opposizione, non già l’esistenza di una stramaggioranza autosufficiente. Per questa ragione mi appare più consono che la stagione della governabilità (e delle sue leggi elettorali) possa considerarsi conclusa e (per necessità o per scelta consapevole) debba tornarsi, con opportune correzioni, a un sistema elettorale proporzionale. A tal riguardo non mancano, in Europa, modelli a cui ispirarsi, in particolare quello tedesco. Il contesto di quel Paese è, tuttavia, del tutto peculiare ed è destinato a un rapido, quanto forse traumatico, mutamento anche a causa della presenza di forze politiche di destra radicale. In presenza di un federalismo non competitivo e di una unificazione che appare compiuta solo giuridicamente, la Germania ha deciso di conservare il suo sistema elettorale proporzionale con clausola di sbarramento al 5% ed elezioni “mista dei componenti del Bundestag, la Camera di rappresentanza del popolo tedesco. L’elettore, come è noto, esprime sulla medesima scheda elettorale due voti contestuali: uno per un candidato nel collegio uninominale e l’altro per il partito politico, presente in una circoscrizione che combacia con il singolo Land, che presenta una lista bloccata di candidati. Ciò che rende profondamente diverso il contesto politico-istituzionale tedesco dal nostro è la circostanza che i candidati sono scelti, sulla base di una sorta di elezioni primarie, dagli iscritti al partito di quel singolo Land, con ciò “recuperando” il senso democratico della compilazione delle liste circoscrizionali.
L’esistenza poi della norma costituzionale sulla sfiducia costruttiva (che impedisce di sfiduciare il Cancelliere se, contestualmente, non si è in grado di garantire una maggioranza parlamentare a un nuovo soggetto) rende molto bene l’idea dell’esistenza, in Germania, di partiti politici estremamente organizzati e, soprattutto, i cui componenti, tanto i dirigenti, quanto i parlamentari, rispettosi di una radicata quanto forte disciplina di partito. Ciò rende quel Paese un unicum e, soprattutto, allontana il nostro dall’idea che si possano adottare disposizioni elettorali simili.
Che fare? Un ripensamento verso un sistema elettorale proporzionale, del tutto simile a quello in vigore nella c.d. prima Repubblica appare a chi scrive necessario, ancorché attualizzato con alcune disposizioni volte a eliminare i segni del tempo: liste circoscrizionali a livello regionale “aperte”, introduzione delle preferenze (doppia preferenza di genere?), divieto (o forte contenimento) delle candidature plurime (che appaiono sempre più ingannevoli), introduzione di una clausola di sbarramento (4-5%) e di un meccanismo volto a disincentivare gli apparentamenti farlocchi (intervenendo, ad esempio, sui rimborsi elettorali), forti limitazioni alle spese per i candidati, sono solo alcune delle possibilità che, naturalmente, non troveranno “cittadinanza” nelle strategie delle attuali segreterie dei partiti, tutte concentrate a confermare, all’infinito, l’attuale sistema di potere. Diversamente il Paese è destinato a una deriva autoritaria, legittimata da una minoranza, sui cui esiti, in tempi di crisi economica, nessuno può far previsioni, anche in termini di conservazione della democrazia.

(da lafionda.org)

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LOLLOBRIGIDA A LEZIONE DI INGLESE A SPESE DEL MINISTERO

Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile

A INIZIO AGOSTO IL RITORNO TRA I BANCHI PER LE LEZIONI DI LINGUA A SPESE DEGLI ITALIANI

C’è chi l’inglese lo studia la sera, magari dopo il lavoro. Chi investe con i propri risparmi, con gran fatica, in una scuola privata. C’è chi, invece, può contare direttamente sui fondi del ministero di cui è a capo. Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, ad agosto tornerà infatti tra i banchi per un corso intensivo di lingua inglese. A pagare le lezioni sarà proprio il Masaf dato che – così è messo nero su bianco sulla determina letta da Domani – è «utile ed opportuno garantire la formazione in lingua inglese per l’On. le Signor Ministro». Il motivo? «Rappresenta uno strumento di lavoro fondamentale per la sua carica istituzionale». Anche se il mandato entra di fatto nell’ultimo anno.
Tutto è nato da una mail del 26 giugno con cui la segreteria di Lollobrigida ha comunicato agli uffici preposti «l’intenzione del ministro» di frequentare una scuola d’inglese. Da lì è partito l’iter che è arrivato a metà luglio alla delibera autorizzativa.
Il corso avrà una durata complessiva di trentaquattro ore: diciassette erano già state acquistate nel 2024 e non sono mai state utilizzate. Ora il ministero provvederà a finanziare le restanti diciassette ore, per il costo di 688,50 euro, pari a 40,50 euro l’ora.
Una cifra non esorbitante, ma che è coperta in toto dai fondi del Masaf destinati alle «spese per l’attuazione di corsi di preparazione, formazione, aggiornamento e perfezionamento del personale» dell’anno finanziario 2026.
L’erogazione delle lezioni è affidata alla società, con sede a Napoli, Inlingua- International School of Languages. Insomma, Lollobrigida ha deciso di accontentare la presidente del Consiglio, seppure un po’ in ritardo. Fin dall’insediamento, infatti, Giorgia Meloni aveva sollecitato i ministri a migliorare la conoscenza delle lingue.
L’ex cognato della premier, in versione studente, ha scelto come sede la Scuola di lingue estere dell’Esercito, nel reparto accademico di Perugia, grazie a un accordo già in essere tra la società Inlingua e il ministero della Difesa, guidato da un altro big di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto. La collaborazione consente di utilizzare il costo orario previsto dall’accordo quadro stipulato nel 2024 con lo Stato maggiore dell’Esercito.
Insomma, nessuno provi a disturbare il ministro Lollobrigida dal 3 al 7 agosto. Sarà a Perugia. Immerso in conversazioni in lingua. Per qualche ore l’agricoltura può aspettare. La sovranità alimentare passa per le ripetizioni di inglese. Pagate dal ministero.

(da EditorialeDomani)
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GHERARDO COLOMBO: “L’ITALIA E’ INCATTIVITA E PREMIA LA CULTURA DELLA DISCRIMINAZIONE”

Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile

“C’E’ CHI CONTA E CHI PUO’ ESSERE BUTTATO VIA, E’ IL PRINCIPIO DI UNA SOCIETA’ DISEGUALE”

Dottor Colombo, la questione morale oggi ha le sembianze di un ricordo sbiadito e l’etica pubblica è andata smarrendosi fino a perdersi.
Siamo davanti, e non da oggi, a un cambio dei punti di riferimento civile. Stiamo infatti progressivamente abbandonando il principio che sta alla base della Costituzione: nessuno può essere escluso, disumanizzato.
Nel senso che non siamo più uguali di fronte alla legge?
Giorno per giorno ci si sposta sempre più verso un’idea dello stare insieme secondo la quale c’è chi conta e chi può essere buttato via. Avanza cioè la cultura della discriminazione. È il principio della società diseguale, una parte di essa è immune dagli obblighi che colpiscono l’altra parte. Chi sta sopra, chi abita nella parte alta del sistema Paese, rivendica diritti che gli altri non possono avere.
L’élite gode di un’immunità più larga.
È così. E la società che invece guarda in silenzio è anche figlia di una grande disillusione patita. Le grandi proteste, le campagne di stampa, le denunce non hanno sortito gli effetti sperati. Vive la sensazione che sia stato inutile battersi per marginalizzare la corruzione.
La corruzione è come quel moto ondoso che sembra ritrarsi ma che poi avanza sulla battigia più prepotentemente.
C’è un livello di compatibilità sociale, una sorta di sostenibilità collettiva dell’onda anomala, come la chiama lei. Sono convinto che quando la cultura, il modo di pensare e la legge confliggono, vince la cultura e perde la legge.
La corruzione è figlia di una trascuratezza collettiva verso i comportamenti, anche minimi, rispettosi del principio di legalità? È il segno della nostra indole?
Se, per esempio, eleviamo la furbizia a un carattere virtuoso, la identifichiamo con la scaltrezza e la coltiviamo fin dai banchi di scuola, poi come possiamo lagnarci se evadere le tasse sia vista da tanti positivamente?
Lei è stato tra i protagonisti di Mani pulite.
Beh, neanche dobbiamo però pensare che quel tempo fosse l’eden rispetto al supposto odierno inferno.
I magistrati ieri erano rispettati, oggi invece per lo più irrisi.
Non mi sembra proprio. Ricorda quel che Craxi disse, al tempo della scoperta della P2, a proposito dell’arresto di Calvi? Ricorda che il Parlamento ha respinto per ventisette volte le richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti? Dal potere i magistrati erano ben visti solo quando evitavano di guardare nei suoi cassetti. Dal popolo, dalle persone, i magistrati sono considerati un esempio nel caso vengano ammazzati, oppure quando risolvono grandi problemi come il terrorismo, oppure quando con Mani pulite mostrano le trasgressioni del potere.
Oggi la politica segue il ritmo della cronaca nera. E la cronaca nera è l’unica manifestazione pubblica dell’interesse generale.
La cattiveria attrae, chiama a raccolta, unisce. Ostentare il male aumenta i clic sul computer e porta all’insù l’audience.
Le parole della politica si fanno crude, volgari, spesso dichiaratamente scandalose.
Sono figlie del medesimo meccanismo. L’oltraggio, l’offesa, la chiara manifestazione razzista chiama frotte di visitatori su internet, i followers. E d’altra parte più si disprezza l’avversario, più lo si deride, lo si umilia, più si trova seguito. Specie se tutto è trasmesso attraverso immagini piuttosto che parole.
Il vannaccismo è un fenomeno linguistico oltre che politico.
L’estremo contro l’ordinario. Ce lo siamo detti prima: la cultura della discriminazione per razza, religione, colore della pelle rende legittima l’idea che la giustizia possa essere asimmetrica. C’è chi sta sopra e chi sta sotto.
Lei ha detto che Mani pulite ha perso tifosi quando voi magistrati avete iniziato a indagare anche ai piani bassi della società.
Credo che sia andata esattamente così.

(da Il Fatto Quotidiano)

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IL 53% DEGLI ITALIANI E’CONTRARIO ALL’ELEZIONE DIRETTA DEL PREMIER

Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile

SONDAGGIO DEMOS: A FAVORE SOLO IL 45%

È ormai da tempo che il ruolo dei leader ha superato quello dei partiti. Il primo ad aver tracciato questa tendenza è stato Silvio Berlusconi, negli anni Novanta, quando impose e si impose fondando Forza Italia. La cui immagine e identità coincidevano con la sua persona. E per questo motivo venne definito un “partito personale”. Anzitutto da Mauro Calise. Per sottolineare che la persona non solo si sovrapponeva al partito. Ma lo riassumeva. Lo ri-proponeva. Berlusconi, d’altra parte, controllava un sistema mediatico importante.
In tempi nei quali i partiti erano… “partiti”, mentre il territorio principale della politica era divenuto quello mediatico. La televisione, anzitutto, in seguito associata all’online. Che ne hanno presto occupato lo spazio. E ciò spiega la progressiva e rapida affermazione dei leader, nella percezione dei cittadini. D’altronde il tempo dei partiti di massa è finito. Da tempo. E negli ultimi anni questa tendenza si è rafforzata. O meglio, è divenuta la normalità. Per questo oggi in politica, e non solo, si è alla ricerca dell’uomo forte. O meglio. della donna forte, visto che alla guida dei principali partiti vi sono due figure femminili: Giorgia Meloni, leader dei FdI, a capo del governo, ed Elly Schlein, segretaria del principale partito di opposizione, il Pd. Mentre, se rivolgiamo lo sguardo oltre confine, alla presidenza dell’Ue incontriamo un’altra donna. Ursula von der Leyen.
Naturalmente ciò non significa che le differenze di genere siano dissolte. Ma probabilmente, in tempi nei quali è diffuso il sentimento antipolitico, sostenere una donna in un ruolo istituzionale importante è divenuto politicamente significativo.
Il sondaggio condotto di recente da Demos, comunque, ripropone una questione che in passato è già stata affrontata. E ha mostrato la presenza ampia e diffusa di una domanda di democrazia diretta. Anzi, come abbiamo già osservato in altre occasioni, immediata. Senza mediazioni e senza mediatori.
Circa il 45% del campione, infatti, sostiene l’idea di introdurre l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Ma il 53 per cento è contrario. Resta il fatto che circa metà degli italiani pensa a una sorta di presidenzialismo fondato sulla figura del capo del governo. E una quota di poco superiore di persone riterrebbe opportuno (anche per questo) approvare una nuova riforma istituzionale.
Questi orientamenti riflettono le diverse posizioni politiche dei cittadini. In particolare, le differenze di rapporto con il sistema dei partiti. In altri termini, la posizione rispetto ai partiti. Anzitutto, è evidente il legame fra preferenze di partito e la domanda di riforme istituzionali.
È evidente come il premierato goda di un ampio grado di sostegno soprattutto nel centrodestra e in particolare nel centro. Fra chi è vicino a Futuro Nazionale e Italia Viva. Inoltre, nella base della Lega, dei Fratelli d’Italia (FdI) e di Forza Italia. In quest’area, politica, infatti, il consenso supera in alcuni casi il 60%. Soprattutto sulla richiesta di una riforma istituzionale. Questo sostegno invece si riduce sensibilmente nella base di centrosinistra. Soprattutto rispetto all’introduzione dell’elezione diretta del premier. Il premierato, in generale, si conferma il contraddittorio emergente di una domanda di cambiamento senza prospettive chiare. Senza risposte precise. E ciò conferma un quadro inquietante per il nostro Paese. Che rifugge e fugge dal passato senza un’idea di futuro. Senza sapere come e soprattutto verso dove muoversi.

(da Repubblica)

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GIORDANO BRUNO GUERRI CONTROCORRENTE: “SONO DI DESTRA, PER QUESTO SPERO CHE ROGGERO SI FACCIA I SUOI ANNI DI CARCERE, E’ STATO TRATTATO CON CLEMENZA DALLA GIUSTIZIA, HA AVUTO UNA PENA MITE PER CHI SPARA ALE SPALLE PER UCCIDERE UOMINI IN FUGA”

Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile

“ROGGERO E’ UN EROE AL CONTRARIO, PERFETTO PER VANNACCI”

Non amo il calcio perché, a sentire chi lo ama, la sua squadra ha sempre ragione, l’altra ha sempre torto, e l’arbitro è cornuto quando fa comodo che lo sia. Per lo stesso motivo ho smesso da un pezzo di scrivere sui giornali perché — quelli di destra come quelli di sinistra — fanno da megafoni alle proprie parti politiche, e quelli più equilibrati non vogliono sorprese da chi oggi dice una cosa di sinistra e domani una di destra. Penso a Pasolini, che proprio per la sua ostinata incapacità di appartenere a una parte, continua a essere così necessario.
Mi piace Massimo Cacciari, perché non si sa mai cosa dirà. E da oggi amo un po’ anche Michele Serra per il suo articolo di ieri sull’”Insostenibile rumore della faziosità”, uno splendido esempio di letteratura civile. «Non si è sentito un solo esponente di destra dire che il gioielliere Roggero», ha scritto Serra, «con la sua reazione omicida spropositata e sempre rivendicata, non è un eroe ma un duplice omicida». Ti servo subito, caro Michele, se mi consideri di destra: Roggero è stato trattato con clemenza dalla giustizia, con una pena mite per chi spara alle spalle, per uccidere, a degli uomini in fuga. Un eroe al contrario, perfetto per Vannacci. Mi auguro che il vendicatore si faccia i suoi anni di carcere (saranno molti meno di quelli comminati) e diociscampi dal ritrovarcelo in Parlamento, prima o poi, a gridare che lo farebbe ancora, e volentieri.
Il fanatismo sportivo porta a vedere i tifosi dell’altra squadra come nemici da combattere, anche a botte. Il fanatismo religioso minaccia la convivenza pacifica e la libertà di chi ha credenze diverse. Il fanatismo politico porta a conflitti sociali, e a nessuna soluzione, perché non accetta il dialogo e il confronto. Il danno è ingigantito proprio da chi dovrebbe risolverlo, ovvero i politici. Se i grandi capi argomentano — almeno — le proprie posizioni inaccettabilmente faziose, toccano l’abisso quei povericristi ben retribuiti e felici di dire ai tg — nei trenta secondi concessi — le loro verità imparate a memoria. «Si battono per l’Idea, non avendone», diceva Flaiano: guardano fieri in camera (alla Camera dovrebbero impegnarsi di più) e recitano felici il “tweet”, senza vergognarsi di quel che la parola significa, “cinguettio”. La politica ridotta alla povertà dei social non va verso il popolo, è la zavorra che lo affonda. Ma l’ortodossia di partito esige il conformismo assoluto. Chi prova a dire «l’avversario su questo ha un argomento valido» viene immediatamente epurato dai vertici e linciato sui social. La caccia al consenso ha creato una classe dirigente di subalterni che hanno terrore del dubbio.
La cultura, quella vera, vive di dubbi, non di certezze granitiche. L’incapacità di vedere le ragioni dell’altro è, fondamentalmente, mancanza di coraggio e profonda ignoranza. Si ignora che la media degli italiani non è affatto stupida, e che sentire due «rappresentanti del popolo» in cerca dello scontro frontale porta a credere che si tratta di un conflitto di interessi mascherato da idea politica.
Pur sottoscrivendo la diagnosi, caro Serra, sorrido per il tuo stupore. Il tuo è l’ennesimo, nobile lamento del progressista colto che scopre, ogni volta con ingenua sorpresa, che la politica è diventata una recita per analfabeti funzionali. Non si tratta di un incidente di percorso: i politici non dicono nulla di sorprendente perché la sorpresa richiede pensiero, e il pensiero non produce like nell’immediato. Oggi la politica non guida il popolo, lo insegue verso il basso. Hai dunque ragione quando parli del populismo che si comporta da “bestia e da cafone” per apparire popolare. Niente è più aristocratico — nel senso più alto del termine — del difendere il popolo dalla sua stessa degradazione.
In realtà questo Paese non ha mai brillato per una classe dirigente capace di sfumature. Il fascismo prima, e nel dopoguerra lo scontro fra ideologie, hanno abituato gli italiani a tifare, non a pensare. Nella Prima Repubblica, almeno, c’erano uomini di spessore culturale. Penso a figure come Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Giorgio Almirante, Aldo Moro, che pur nella loro distanza radicale erano capaci di leggere le ragioni dell’altro perché possedevano una profonda cultura storica che li rendeva forti. Sapevano che la storia è fatta di tesi e antitesi. Il conformismo della provocazione a tutti i costi (il Vannacci che cita Serra) è speculare al conformismo del politicamente corretto di certa sinistra: sono due facce della stessa pigrizia mentale.
Quando chiediamo sfumature, chiediamo l’impossibile a dei burocrati del consenso. La realtà è complessa, e la politica teme la complessità perché richiede studio, e lo studio — oltre a essere faticoso — toglie tempo alla propaganda. Non aspettiamoci che la classe politica inverta la rotta, l’unica salvezza rimane l’individuo che sceglie, ostinatamente, di non farsi arruolare in nessuna tifoseria. E noi dobbiamo ricominciare a insegnare la storia, l’estetica e il dubbio. Solo che il dubbio non prende voti. Riconoscere valore all’avversario, anche a una soltanto delle sue idee, viene percepito come un tradimento della tribù.
La destra si ammanta di forza, la sinistra di superiorità morale. Un’incrinatura di questo muro contro muro abbatterebbe ogni difesa e allora occorrerebbe dare risposte concrete, fatti concreti, non conterebbe più chi ha vinto lo scontro frontale. Invece è preferibile e facile ignorare il fatto concreto pur di non convalidare l’avversario. Il risultato è un’amputazione della realtà: ognuno si tiene la sua mezza verità, e il Paese resta paralizzato.
Le risposte migliori ai problemi complessi nascono sempre dal superamento delle barricate, ce lo insegna il Novecento. Quando D’Annunzio parlava sia ai nazionalisti sia ai sindacalisti rivoluzionari, non cercava un compromesso al ribasso, ma una sintesi superiore. Finché sinistra e destra continueranno a cercare i mostri fuori da se stesse, riducendo la complessità della nostra storia a una lotta tra “onesti d’ufficio” e “malfattori di professione”, rimarranno prigioniere dei propri fantasmi.
«Ci toccherà allora rimpiangere la Democrazia cristiana», come si celia nei salotti fra una bollicina e un salatino? Sì, ci tocca. Non lei, la Dc, ma il centro, che era un luogo dove idee e opinioni si potevano incontrare, parlare fra loro, trovare una soluzione che tenesse conto di tutte le ragioni, per quanto possibile. La politica dei due poli, se ha giovato alla stabilità dei governi, ha ammazzato i grigi, la vastissima gamma di sfumature fra il bianco e il nero dove si realizzano un pensiero equilibrato e azioni che uniscano, invece di dividere. E se chi porta il mio cognome — avendo più che onorato per decenni la locuzione nomen omen — auspica equilibrio e unione, potete concedervi il tempo di un dubbio.

Giordano Bruno Guerri
(da repubblica.it)

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FORTE DEI MARMI SI È TRASFORMATA IN “FORTE DEI MORTI”. DALL’ATMOSFERA SCANZONATA E POPOLARE DEGLI ANNI ’60 SI E’ PASSATI A UNA LANDA DESOLATA: MOLTE VILLE SONO VUOTE, SFITTE O PRESE DI MIRA DAI LADRI

Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile

DEI MAGNATI RUSSI NEANCHE L’OMBRA. A SCUOTERE IL RON-RON SERALE QUALCHE MEGA RISSA DI RAM-POLLI IMBRUTTITI CON TAVOLINI E BICI SCAGLIATE IN ARIA E UN BLACK OUT CHE HA MESSO IN FUGA DAGLI ALBERGHI I TURISTI INFEROCITI

L’estate al Forte non sarà più quella di Sapore di Mare, anche se gli eventi non mancano, ma, visti i prezzi, molte ville sono rimaste sfitte e molte persone hanno scelto altri lidi. Il conflitto in Ucraina e le conseguenti sanzioni hanno ridotto drasticamente l’arrivo dei grandi magnati russi.
Molte mega-ville acquistate o affittate a lungo termine da questa clientela sono rimaste vuote. Recentemente si è registrato un aumento preoccupante di furti e assalti mirati alle ville storiche. Questo spinge alcuni proprietari non residenti a lasciare le case vuote o a investire pesantemente in sistemi di vigilanza. Ecco perché non c’è più l’atmosfera rilassata di un tempo, quella ricordata dai Vanzina nei loro film.
Il tempio chic è ora Villa Grey, hotel e spiaggia a zero tasso vip, ma unico e il più chic. Anche quest’anno si è svolta l’edizione estiva a Forte dei Marmi del Cenacolo Artom, ormai considerato uno dei più significativi Cenacoli culturali italiani. Così Artom ha organizzato un dinner party nella sua magione per festeggiare il suo saggio ‘La nuova Intelligenza’ che ha scritto descrivendo una svolta evolutiva in atto: ‘oggi non vince chi sa di piu. Vince chi collega meglio idee e competenze diverse’.
È stato presentato anche ‘Habeas Corpus’ di Federico D’Annunzio sull’AI e ‘Il Traditore’ di Angelo Polimeno Bottai, responsabile di Tg1 Libri, moderati da Sonia Sarno, giornalista conduttrice del.Tg1.
Il Bagno Marechiaro è diventato il ritrovo esclusivo della Milano bene, calamitando finanzieri, imprenditori e volti noti che contano davvero. E non poteva essere diversamente, visti i nomi coinvolti: la famiglia fiorentina Olivetti Rason, proprietaria dello storico stabilimento che affonda le radici nel 1913, e la famiglia milanese Rovati, proprietaria del Gruppo Giacomo Milano.
Tra un ombrellone e l’altro si intrecciano affari, si scambiano biglietti da visita e si consumano i pranzi, le cene e gli aperitivi più fotografati della costa. Ma è il capitolo glamour a fare davvero notizia: tra gli habitué più fotografati sono spuntate le top model internazionali: Bianca Balti è stata avvistata più volte e con lei Mariacarla Boscono.
Le due top sono sì casa da Lady B che su un’ape vende abiti e accessori preziosi proprio davanti all’ Hotel Peincipessa, un cinque stelle lusso aperto da poco dove però si può mangiare anche una favolosa pizza. Frequentassimo visto che la mitica Capannina è in ristrutturazione.
Appena dietro l’Hotel Acapulco di Vittore Baroni diretto da Daiana Ferretti che ha raccontato la sua esperienza a La Versiliana. L’ hotel è l’unico che organizza mostre e performance, tra cui le esposizioni del pittore Marco Host e un evento speciale con il pianista Giuseppe Capozzolo. È tornata anche Belen Rodriguez per un weekend con l’inseparabile Patrizia Griffini ospite della Masseria Gianna, ritrovo di vip. È stata vista a cena al bagno Principe di Forte dei Marmi dove ha ballato per tutta la serata. Visto anche Marco Borriello, ex attaccante di numerose squadre di Serie A tra cui Milan, Roma e Juventus, all’inossidabile Maitó.
Tra i frequentatori del Forte spiccano volti storici come Andrea Bocelli (residente e titolare dell’Alpemare, ritrovo di vip e imprenditori), Brunello Cucinelli, Federica Panicucci, Barbara d’Urso, e Giorgio Panariello, oltre a star internazionali come Sofia Vergara. Leonardo Maria Del Vecchio, oltre al Twiga, ha il frequentatissimo Fiori Chiari, succursale dell’omonimo locale milanese: anche qui l’abitudine di agitare i tovaglioli per aria. Visto i prezzi più accessibili, Daniela Santanché ha fatto il botto con il neonato Tala Beach a Marina di Pietrasanta.
A Pietrasanta non si può mancare al Sushi Jazz con i dj set con vinili di Madame Betty, alias Roberta Torres, che ha performato anche ai party di Madonna e che con il marito Carlo Mescolini inventa ogni settimana nuovi piatti. Tra gli avventori Alfonso Cuaron e Damiano “Maneskin” David con la futura moglie Dove Cameron.
A proposito di Madonna, colleziona opere dell’artista Leonardo Dini: vasi unici e sculture di Cristo. Tutti pazzi per Alessandro Ristori con i suoi Portofino’s…
Resta un attimo una sensazione di qualcosa di sconnesso con vacanzieri che, in generale non sono più quelli di un tempo. Ricordiamo che Forte dei Marmi era la meta estiva di famiglie nobili come gli Agnelli, i Ginori e i Siemens che arrivarono qui nei primi anni del ‘900. Ma i tempi sono cambiati. Ora invece un ‘sapore di sale amaro’ con uno scontro assurdo tra gruppo di scalmanati ha spazzato via la quiete estiva. La dinamica, immortalata in diversi filmati subito rimbalzati sui social, racconta una notte brava in cui la follia è esplosa all’improvviso al Caffè Morin: una pioggia di tavolini del locale scagliati in aria e anche biciclette sollevate di peso e utilizzate come armi improprie per colpire i rivali. Ci mancava pure il black out: a raccontarlo è Paola Corchia, presidente di Federalberghi, che annuncia una richiesta danni a nome dei propri associati. “Molte camere sono state abbandonate da turisti inferociti e stupiti perché qui quasi nessuno ha un proprio generatore”. Lo stesso Corchia riferisce di ospiti pronti a partire senza saldare il conto: “Si rifaccia col Comune”. Resta una sensazione di celeste nostalgia come cantava Riccardo Cocciante…

(da Dagospia)

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L’ARMATA ROSSA E’ LESSA: SERVE ANCORA L’ESERCITO DI TERRACOTTA. PUTIN HA UN DISPERATO BISOGNO DI SOLDATI PER LA GUERRA IN UCRAINA E SAREBBE PRONTO A CHIEDERE AIUTO NUOVAMENTE A KIM JONG-UN

Luglio 27th, 2026 Riccardo Fucile

NEL CORSO DEL 2025 PYONGYANG AVEVA INVIATO MIGLIAIA DI SOLDATI, CHE ERANO STATI SCHIERATI NELLA REGIONE RUSSA DEL KURSK… ZELENSKY E I RAPPORTI DELL’ INTELLIGENCE UCRAINA CHE SVELANO I PIANI DI “MAD VLAD”: “LA RUSSIA VUOLE ACCOGLIERE ALTRI 30.000 SOLDATI DALLA COREA DEL NORD”

Vladimir Putin ha bisogno di soldati e la Corea del Nord può tornare protagonista della guerra tra Ucraina e Russia. Così afferma il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “La Russia vuole accogliere altri 30.000 soldati dalla Corea del Nord”, dice.
“Disponiamo di rapporti di intelligence approfonditi sui piani della Russia per l’autunno. Ciò che non è previsto nei piani della Russia è la pace. Purtroppo, non ancora”, dice il leade di Kiev. “Putin sta creando le condizioni per un’ulteriore mobilitazione”, dice, delineando un quadro nel quale il Cremlino sarebbe pronto a rinforzare l’apparato militare per compensare le perdite sul campo.
“Le cifre parlano da sole. In meno di sette mesi quest’anno, 221.000 persone si sono arruolate nelle Forze Armate russe. Nello stesso periodo, le perdite russe ammontano a quasi 225.500 unità: 131.000 morti e quasi 93.000 feriti. Una parte significativa di questi feriti è grave, poiché l’assistenza medica in prima linea in Russia è catastroficamente carente”, afferma Zelensky.
“Putin si sta preparando a mandare semplicemente più russi in guerra. Lo nasconde a parole, ma si sta preparando a farlo. È fondamentale che, insieme ai nostri partner, esercitiamo una pressione sufficiente sulla Russia affinché l’idea di porre fine a questa aggressione diventi prevalente. Deve imporsi l’idea di pace, non di un’altra mobilitazione russa”, dice Zelensky.
L’asse tra Mosca e Pyongyang ha già prodotto risultati nel conflitto, iniziato ormai 4 anni e mezzo fa. La Corea del Nord ha inviato migliaia di soldati, che sono stati schierati nel corso del 2025 in particolare nella regione russa del Kursk, invasa per mesi dalle truppe di Kiev.
Ora, Putin chiederebbe nuovamente la collaborazione di Kim Jong-un e il dialogo sarebbe già ad un livello avanzato. Per Zelensky, da giugno sarebbero “in corso i preparativi nella regione russa di Voronez per accogliere” i soldati nordcoreani.

(da agenzie)

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