Luglio 8th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO LA VITTORIA DI MAYAR ORA I GIORNAISTI RISCOPRONO LA DIGNITA’
La decisione arriva dopo la vittoria elettorale del partito di Magyar, che ad aprile ha
posto fine a 16 anni di governo del partito Fidesz guidato da Viktor Orbán. Tra i primi interventi del nuovo esecutivo c’è proprio la revisione dei media pubblici e dei loro finanziamenti. Magyar ha accusato il precedente governo di aver utilizzato le strutture statali di informazione come strumenti di propaganda politica e ha promesso di creare un servizio pubblico «veramente equilibrato e obiettivo». Lo stesso primo ministro ha scritto su X che si tratta di «un giorno storico, poiché la trasmissione della propaganda è terminata sui media pubblici».
L’eredità dell’era Orbán
Durante il lungo mandato di Viktor Orbán, il panorama mediatico ungherese è stato profondamente trasformato grazie a leggi, concentrazioni proprietarie e acquisizioni da parte di imprenditori vicini al governo. Secondo Reporters Without Borders, l’Ungheria ha registrato un forte peggioramento nella libertà di stampa negli ultimi anni, scendendo nel 2026 al 74° posto dell’indice mondiale rispetto al 23° posto del 2010. Da parte sua, il governo Orbán ha sempre respinto le accuse di controllo politico sui media, sostenendo di rispettare gli standard dell’Unione europea sulla libertà di stampa.
Gli analisti avvertono però che trasformare i media pubblici in un sistema realmente indipendente sarà una sfida complessa. La ricostruzione della fiducia dei cittadini richiederà non solo cambiamenti nella gestione delle emittenti, ma anche nuove garanzie sull’autonomia editoriale e sui meccanismi di finanziamento.
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(da agenzie)
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Luglio 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA “TRE GIORNI FUTURISTA” DEGNA DEL BAGAGLINO
Una celebre battuta di Woody Allen dice: “Chi non sa fare niente insegna, e chi non sa fare nemmeno quello insegna ginnastica”. Figuratevi quindi quanto deve essere scarso quel politico che promuove l’educazione fisica come rimedio universale. Sto parlando ovviamente del leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, che per questo fine settimana ha organizzato a Sanremo una tre giorni di sport “per pesare di meno sul Servizio Sanitario Nazionale” – con buona pace di quelli che facendo sport si fanno male e finiscono al pronto soccorso per una storta, uno strappo, la rottura di un crociato o di un menisco.
Secondo Vannacci lo sport va promosso non solo per risolvere i problemi della sanità italiana (da un ex militare mi sarei aspettato piuttosto la proposta di allestire ospedali da campo e ridurre così le liste d’attesa con le amputazioni), ma anche per altre due ragioni. La prima è lo sport come alternativa al Gay Pride – come se quel birbante del generale non sapesse che gli spogliatoi maschili delle palestre sono un’app di dating omosex permanente, e che se davvero vuole disincentivare l’omosessualità deve puntare su corpi flaccidi e sovrappeso, non certo tonici e dai muscoli scolpiti. Secondo, perché lo sport fa bene alla leadership, tanto che Vannacci lancia la proposta: “Prove fisiche per tutti i politici”. Praticamente sembra che Vannacci più che alle elezioni voglia sfidare la classe politica italiana a una Coppa Cobram di fantozziana memoria, con Meloni Schlein Conte Salvini Renzi Tajani Calenda e tutto il Parlamento che si cimentano assieme a Robertone in una gara ciclistica sul Curvone di Montecitorio.
Ma in cosa consiste questa “tre giorni dei futuristi” (cit.) di sport vannacciani? Si legge sul manifesto che le sfide sono tre: la prima, “Nuoto: la mente domina l’acqua” – e qui più che sullo sportivo si va sull’alchemico, se non sul biblico, con i camerati di Futuro Nazionale che aprono il Mar Ligure come fosse il Mar Rosso con la sola forza del pensiero. Seconda sfida, “Corsa campestre: la determinazione oltre l’ostacolo della distanza, come il cuore futurista” – qui invece siamo nel cardiologico: che patologia è infatti il cuore futurista? M’immagino un’aritmia che fa “tri tri tri, fru fru fru, ihu ihu ihu, uhi uhi uhi” come nella celebre poesia di Palazzeschi. Infine, “Ciclismo: pedalando controvento riuniamo una Nazione” – e qui siamo nel delirio allucinatorio, con Vannacci che si vede un po’ Coppi un po’ Bartali, ma soprattutto che minaccia di fare una pista ciclabile lunga tutta l’Italia. Questo triathlon vannacciano sembra un colpo di calore (sia effetto che possibile causa), ma in realtà è spirito dei tempi: in giro è pieno di gente che si allena in attività sportive sempre più intense, estreme e ossessive, monitorando frequenza cardiaca e consumo di calorie con app e dispositivi indossabili. Non c’è dubbio che l’attività fisica sia benefica e salutare; ma altrettanto indubbio è che in questi anni la pratica sportiva abbia assunto i contorni della patologia mentale. Dunque, per ragioni sia politiche che psicologiche, propongo questo fine settimana di rispondere a Vannacci con la sedentarietà: statevene molli in poltrona o su un’amaca a sonnecchiare, alzatevi pigramente solo per spiluccare un frutto, e poi rimettetevi giù a oziare. La nostra identità non è fiatone e sudore. E a noi dello sport ci interessa solo il doping.
(da ilfoglio.it)
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Luglio 8th, 2026 Riccardo Fucile
I CORSIVI INDIGNATI DI FRONTE AGLI INSULTI DI TRUMP ALLA PREMIER
Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò.
Tradotto: siamo un paese – pardon, nazione – di simpatici zuzzurelloni perché dividerci è la cosa che sappiamo fare meglio. E ce l’abbiamo scritto nella seconda strofa dell’inno nazionale, quella che avete appena letto. Perché Mameli ci conosceva assai, anche se non aveva contezza di Meloni e del suo orgoglio patrio ad assetto variabile.
Ora che Trump ne ha chiesto il Tso (lui!) immaginate come avrebbe reagito la claque sovranista a un diverso latore dell’insulto. Immaginate se uno qualunque non dico comunista, non dico di sinistra, diciamo uno che normalmente separa la carta dall’umido, avesse osato profferire cotanto pernacchio planetario verso il nostro presidente del consiglio. Che poi è una lei. Ma pare che questo, il corretto uso dei pronomi sia, allo stato dell’arte, ben più offensivo che farsi trattare da strofinaccio globale.
Lo sentite il rollio berciante del galeazzobignami di turno, in prima serata, col microfono retto da mano amica e l’inquadratura ben stretta a nascondere i bermuda e la spiaggia attrezzata? Li leggete i corsivi feroci di quelli che mettono in prima pagina foto fatte con l’Ia per virare odio verso i marocchini, colpevoli di averci surclassato a livello calcistico? Lo intercettate, derubricandolo subito dopo a “chissenefrega”, il post molliccio di Tajani, scritto da chissachì senza troppa foga o fantasia, sennò si vede che non è Tajani, per esprimere solidarietà e invitare ad abbassare i toni?
Invece niente. Troncare, sopire. Se percepite un fischiettio in sottofondo, è Crosetto. Di più: è l’Italia. A leggere in giro, pare sia il segnale che LA presidente è diventata adulta, che non agisce di pancia. Dunque assume le sembianze di Homer Simpson quando indietreggia fino a sparire nella siepe. Doh.
Per carità: sul fronte interno, continuano a volare sciabolate, vigilanza Rai in primis, con la tipica insofferenza di chi questo Stato vuole abbatterlo, mica cambiarlo. Questione di Dna: Decisamente Non Assembleari. Ma fuori, accidenti, manca solo il mandolino in sottofondo che suona Ankara tu. Così, al nuovo incontro, andiamo per rassicurare, per ricucire. In fondo siamo “brave persone”. Le commesse? Non cambiano. Anzi, se necessario, andiamo in magazzino e ti troviamo pure la taglia migliore.
Per questo, da cittadino del mondo in genere, europeo nello specifico, con la confusa consapevolezza che dove c’è confine c’è sofferenza, mi permetto di fare un’eccezione al mio ottuso internazionalismo: se non la fa lei, la patriota, se nessuno tra i nostalgici degli anni ruggenti difende l’Italia dall’altrui protervia (per davvero, non saltellando contro il comunismo) facciamolo noi.
Ormai quando il tricolore garrisce in un qualche giardino, su una qualche maglietta, sotto una qualche pelata, a nessuno vengono in mente il Risorgimento, Parri, manco Dino Zoff con la coppa che fende il cielo di Madrid. Davanti, ci passa inevitabile tutto l’album della destra italiana, da Vannacci a Salvini, quelli che Mussolini ha fatto solo cose buone, ma non urliamolo in pubblico per almeno altri 10’, quelli che la bandiera la usano di norma per coprire i cazzi propri, per piccini che siano, come d’uso nel caso dei prepotenti che urlano assai.
Nei primi 2000, il presidente Carlo Azeglio Ciampi aveva ricondiviso il tricolore. L’aveva restituito alla Resistenza, di cui fu simbolo, e di cui era stato protagonista. Ne aveva fatto un simbolo di unità che sembrava guidarci verso un piccolo miracolo italiano: essere un po’ meno derisi, un po’ meno calpesti.
Poi Berlusconi ricicciò il comunismo già morto – quello sovietico, con cui peraltro faceva affari prima del crollo – ed eccoci qua, col verde, il bianco e il rosso che sono tornati a essere diavolina per la fiamma tricolore. Quella dei cortei di La Russa che finivano col poliziotto assassinato, quella di Giorgio Almirante che favoriva i latitanti della strage di Peteano. Quella erede dichiarata del mascellone, e da sempre bisognosa di una legittimazione esterna: cosicché anche stavolta andiamo al vertice Nato col cappello in mano, senza capire che, in confronto a Trump, Pino Rauti o Junio Valerio Borghese erano sinceri democratici.
Ci fosse vita, a Sinistra, raccoglierebbe la bandiera che Meloni ha permesso di far molestare davanti a tutti, per ignavia e sudditanza. Che è stabilita dalla Costituzione, quella che – bella trovata, classica zampata post-Casaleggio – pare sarà il collante del cosiddetto campo largo. Ma forse non è tardi. Riprendetela. Restituitela a tutti. Magari in piazza. Magari presto.
Com’è che era? Ah sì: viva l’Italia.
(da editorialedomani.it)
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Luglio 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL SOGGETTO CHE SI INCHINA AI POTENTI… SE ESISOTONO I TRUMP E’ PERCHE ESISTONO GLI INFANTINO
Potrebbe essere nata una nuova antonomasia: Infantino. Così come per definire una persona pavida si dice “è un don Abbondio”, e di una persona che infierisce “è un Maramaldo”, di qui in poi, per dire di una persona che si china ai potenti, si dirà “è un Infantino”. Frasi suggerite: “Quello? Che vuoi che conti, è solo un Infantino”. “Smettila di adulare il tuo capo, non fare l’Infantino”. “Perché subisci i capricci di quel tánghero? Non sarai mica un Infantino?”.
Se esistono i Trump, ovvero i despoti e i prevaricatori, è perché esistono gli Infantino, che oliano il percorso dei prepotenti. Se il presidente della Fifa avesse risposto a Trump “mi dispiace amico mio, ma non posso cambiare un regolamento riconosciuto e rispettato da tutti i paesi del mondo solo per far piacere a te”, non sarebbe accaduto niente di grave. O meglio: l’intero carico dell’onta sarebbe rimasto al solo Trump, l’imbroglione che ci prova ma viene respinto. Così, invece, la pessima figura è in larga parte sulle spalle di Infantino, con l’aggravante che era proprio lui, il capo della Fifa, colui che doveva fare rispettare le regole.
Si immagina il sollievo di moltitudini, in giro per il mondo, per non dire la grande felicità, vedendo il Belgio travolgere gli Usa. A seconda del fuso orario si è gioito al risveglio, o all’ora di cena, o nel cuore della notte, e si è gioito in tutte le lingue, perché il calcio è un linguaggio planetario e dunque chiunque (tranne gli Infantino) è in grado di misurare quanto grave sia stato il sopruso, e quanto godibile vederlo fallire sul campo di gioco. La Nazionale Usa non c’entrava nulla? Beh sarebbe stato un gran gesto, di fronte al mondo, non far giocare il centravanti ripescato con la truffa. Il mondo avrebbe applaudito. Così invece: solo meritatissimi fischi planetari.
(da Repubblica)
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Luglio 8th, 2026 Riccardo Fucile
PER LA PROCURA DI ROMA IL SISTEMA DELLA “SCOMMESSA COLLETTIVA” AVREBBE PRODOTTO UN DANNO VICINO AI CINQUE MILIONI DI EURO… AI PARTECIPANTI VENIVANO PROSPETTATI RENDIMENTI LEGATI ALLE SCOMMESSE SPORTIVE. PROMESSE CHE, PER ALCUNI DI LORO, NON SI SAREBBERO TRADOTTE NELLA RESTITUZIONE DELLE SOMME INVESTITE (E C’E’ PURE CHI AVREBBE PERSO TUTTI I RISPARMI) … IL MECCANISMO ERA STATO OGGETTO DI DIVERSE INCHIESTE DELLA TRASMISSIONE “LE IENE”
All’alba il campanello ha dato il via a una delle mattine più difficili della sua vita.
Quando la Guardia di Finanza ha lasciato l’abitazione di Mario Adinolfi, il giornalista e leader del Popolo della Famiglia era già ai domiciliari. L’arresto, eseguito questa mattina, come apprende Repubblica, si fonda su due reati: truffa ed evasione fiscale. Per la procura di Roma il presunto sistema avrebbe prodotto un danno vicino ai cinque milioni di euro; altri 400 mila euro sarebbero invece il frutto dell’evasione fiscale contestata dagli investigatori.
L’inchiesta affonda le radici in una vicenda che da anni divide sostenitori e accusatori di Adinolfi. Al centro c’è la cosiddetta “scommessa collettiva”, il meccanismo finito sotto i riflettori della trasmissione Le Iene. Secondo l’aggiunto Maurizio Arcuri, attraverso quel circuito sarebbero stati raccolti milioni di euro da privati ai quali venivano prospettati rendimenti legati alle scommesse sportive. Promesse che, per diversi partecipanti, non si sarebbero tradotte nella restituzione delle somme investite.
Le prime denunce sono arrivate proprio da alcuni di loro. Chi racconta di aver perso i risparmi, chi di aver recuperato soltanto una parte del denaro. Esposti, acquisizioni documentali, verifiche bancarie e fiscali hanno progressivamente allargato il perimetro dell’indagine fino al provvedimento eseguito oggi dai militari del comando provinciale della Finanza.
Per Adinolfi la vicenda giudiziaria si intreccia con un percorso pubblico che negli ultimi trent’anni lo ha visto attraversare mondi molto diversi. Giornalista, scrittore e giocatore professionista di poker, dopo gli esordi nel giornalismo cattolico era approdato al Tg1 della Rai, quindi alla politica con l’elezione alla Camera nelle file del Partito democratico. Nel 2016 aveva fondato il Popolo della Famiglia, movimento di cui è presidente, trasformando le battaglie sui temi etici e della famiglia nel tratto distintivo della sua attività politica.
Proprio mentre costruiva quel profilo pubblico, però, cresceva anche il fronte delle contestazioni legate alla “scommessa collettiva”. L’inchiesta della procura di Roma ha raccolto le testimonianze di una decina di persone che hanno denunciato di non aver recuperato integralmente il denaro investito, facendo emergere un caso destinato ad approdare adesso nelle aule giudiziarie.
dinolfi – rispetto alle inchieste giornalistiche delle Iene – ha sempre respinto ogni accusa. Dopo la messa in onda dei servizi televisivi aveva parlato di ricostruzioni false e diffamatorie, annunciando azioni legali contro Mediaset.
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Luglio 8th, 2026 Riccardo Fucile
SE NON RISPETTA I VALORI FONDANTI DELL’UNIONE EUROPEA PERCHE’ DOVREBBE PRENDERE IL CONTRIBUTO? … 414 EURODEPUTATI SI SONO ESPRESSI A FAVORE DELL’INDAGINE, 224 HANNO VOTATO NO
La decisione dell’Aula non entra nel merito delle accuse né comporta conseguenze immediate per il partito, ma rappresenta il passaggio procedurale necessario affinché l’Appf possa avviare l’istruttoria. L’Autorità aveva segnalato alle istituzioni europee elementi tali da sollevare dubbi sul rispetto, da parte di Esn, dei principi sanciti dai Trattati, tra cui democrazia, Stato di diritto e tutela dei diritti fondamentali.
Si tratta della prima volta che viene attivata la procedura prevista dal regolamento sui partiti politici europei. Al termine dell’esame, l’Autorità potrà eventualmente proporre la cancellazione di Esn dal registro dei partiti europei, decisione che potrà diventare effettiva solo in assenza di obiezioni da parte del Parlamento europeo o del Consiglio.
Il voto ha acceso lo scontro tra i gruppi politici. I Conservatori e Riformisti europei (Ecr), cui aderisce Fratelli d’Italia, insieme ai Patrioti (a cui aderisce la Lega), hanno votato contro.
Il co-presidente di Ecr Patryk Jaki ha definito la procedura “ridicola e antidemocratica”, sostenendo che non sia in discussione il caso specifico di Esn, ma “la libertà di parola” delle forze di minoranza. Diversa la posizione dei Popolari e quindi di Forza Italia, che hanno dato il proprio assenso alla procedura di verifica.
“Oggi il Ppe e Forza Italia hanno votato insieme ai socialdemocratici, Left e Renew, a partiti che vorrebbero legalizzare l’occupazione abusiva delle case, che si fanno fotografare insieme ai finanziatori e i terroristi di Hamas e che giustificano la rivolta sociale”, ha detto l’eurodeputato Vannacci, commentando il voto di questa mattina. “E’ una dicotomia assurda”, ha rimarcato l’ex generale ribadendo che
“normalmente FI si schiera in Europa con il Pd e molto spesso anche con Avs”.
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL WELFARE (PAROLA CHE NON VA PIU’ DI MODA) NON RIESCE A INTERCETTARE I BISOGNI DI CHI FATICA AD ARRIVARE A FINE MESE. L’ASSEGNO DI INCLUSIONE (ADI) E’ STATO PERCEPITO DA 647 MILA NUCLEI FAMILIARI, CIOE’ MENO DEL 30% DELLE FAMIGLIE IN POVERTA’ ASSOLUTA … PREOCCUPANO I DATI SUI PIU’ GIOVANI: I MINORI IN POVERTA’ SONO 1, 28 MILIONI
Sono 2 milioni e 200 mila (8,4% del totale) le famiglie residenti in Italia in condizione
di povertà assoluta, cioè impossibilitate a soddisfare bisogni primari quali il cibo o la casa. Il dato viene dall’ultima rilevazione Istat che quantifica anche il numero di persone coinvolte: 5 milioni e 700 mila (9.8%). In questo quadro, il welfare riesce a contrastare una povertà che negli anni non accenna a diminuire, fornendo sostegni al reddito adeguati?
Il contributo più importante, l’Assegno di inclusione (Adi), viene corrisposto ai nuclei con reddito annuo massimo di 6500 euro, ma a condizione che in famiglia ci sia almeno un membro «non occupabile», cioè minorenni, over 60, oppure ancora persone con disabilità. Ebbene, secondo il monitoraggio Inps, nel mese di dicembre 2025 i nuclei familiari che hanno percepito l’assegno sono stati 647 mila, ovvero meno del 30% delle famiglie in povertà assoluta. Sempre a dicembre la cifra media erogata è stata di 697 euro per nucleo familiare.
Che dire invece dei single e delle famiglie «con occupabili», chi sta cioè nel limbo con figli maggiorenni e adulti sotto ai 60 anni? Potrebbero accedere al Supporto formazione lavoro (Sfl) ma, sempre secondo l’Inps, nel dicembre 2025 i beneficiari che hanno ricevuto il sussidio fisso di 350 euro (erogabile per un massimo di 12 mesi) sono stati pochissimi, almeno rispetto a quel 70% di poveri assoluti che non hanno potuto percepire l’Adi: 84.815, di cui il 63% donne.
«È inaccettabile che si possano sopportare quasi 6 milioni di persone in povertà assoluta e 11 milioni – commenta il Portavoce nazionale dell’Alleanza contro la povertà Antonio Russo – a rischio di diventarlo. Adi e Sfl stanno funzionando poco. Prendendo come misura di riferimento la platea che aveva usufruito del Reddito di cittadinanza, oggi l’Adi intercetta solo il 60% di quell’insieme di persone.
L’inflazione, la guerra, gli stipendi fermi a qualche decennio fa, tutti insieme hanno spinto affinché si creasse un vero e proprio problema strutturale: la povertà non è più un fenomeno, si è strutturalizzata, a fronte di misure di sostegno che non sono diventate strutturali.
Anche i dati Caritas appena pubblicati, forniscono tendenze preoccupanti. Aumentano gli anziani che si rivolgono all’organismo: in dieci anni il numero degli over 65 è aumentato del 191% a fronte di una crescita dell’utenza complessiva del 48%. Il problema abitativo si dilata: 24 mila le persone senza casa incontrate, poi c’è chi ha casa ma arranca su affitti e utenze».
«Il dato più preoccupante di tutti, però – sostiene Leonardo Becchetti, ordinario di Economia politica all’università di Roma Tor Vergata – è quello dei minori in povertà assoluta, pari a 1,28 milioni di individui. La povertà minorile produce effetti cumulativi: incide sulla salute, sull’alimentazione, sulle opportunità educative, sulla socialità, sulla possibilità di sviluppare competenze e quindi sulla mobilità sociale futura.I sostegni arrivano in modo insufficiente, frammentato e non sempre ai nuclei che ne avrebbero più bisogno. Il rischio è di proteggere alcune categorie formalmente riconosciute come fragili, ma di intercettare male altre situazioni: famiglie numerose e straniere, nuclei monoreddito, lavoratori poveri con figli, famiglie con affitti elevati. Occorre una strategia più integrata: trasferimenti monetari adeguati, servizi per l’infanzia, mensa scolastica, tempo pieno, politiche abitative e sostegno all’occupazione dei genitori, soprattutto delle madri».
Anche guardando agli assegni temporanei pensati non per chi è in povertà ma per chi ha perso il lavoro causa un licenziamento, sorgono problematiche. Le segnala l’ultimo report Inapp che indaga il sussidio Naspi per la disoccupazione: ad oggi lo percepiscono 1,8 milioni di persone.
Anche qui, però, la platea potenziale dei percettori viene intercettata solo parzialmente: il 40% di chi ne avrebbe diritto non richiede il beneficio. La probabilità di non accedere alla prestazione cresce tra le persone con bassi livelli di istruzione ma ancor più tra i lavoratori stranieri.
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2026 Riccardo Fucile
“NON ASCOLTA NESSUNO”
Mentre i suoi missili uccidono decine di civili a Kiev e il suo portavoce minaccia la Polonia, Vladimir Putin rivendica dubbi successi militari e cerca la sponda di Donald Trump, alla vigilia di un vertice NATO all’insegna dell’ambiguità americana. Mosca considera la riunione di Ankara un test sulla plausibilità di un disimpegno USA dalla difesa e dalla sicurezza europee. Al momento, è impegnata nell’escalation militare in Ucraina. Nonostante la mancanza di reali successi sul campo, l’efficacia degli attacchi sulle raffinerie russe e il deteriorarsi del fronte interno.
“Putin si rifiuta di pensare che la sua guerra non stia andando bene”
“Putin si rifiuta di pensare che la sua guerra non stia andando bene”, commenta a Fanpage.it Abbas Gallyamov, politologo che per due anni ha lavorato gomito a gomito col presidente russo scrivendone i discorsi. “La possibilità di fallimento nemmeno la considera: tutto va per il meglio. Punto”. Secondo Gallyamov, nella testa dello zar prevale il desiderio di ignorare la realtà. “Forse si sta preparando, anche solo in modo inconscio, all’idea della sconfitta e cerca la scusa della ‘pugnalata alla schiena’. Per costruire una narrazione in cui la colpa del fallimento non è sua, ma di fattori interni o esterni. E nel frattempo mantiene l’illusione della vittoria”.
Fatto sta che il presidente si è rimesso la mimetica, ha minimizzato le difficoltà create ai suoi concittadini dalla mancanza di carburante e ha ribadito che il Donbass sarà tutto russo. Ha ascoltato soddisfatto le fuorvianti mezze verità che gli hanno raccontato i suoi generali: successi su tutto il fronte e “liberazione” di Kostiantynivka, città industriale di circa 70mila abitanti nell’oblast di Donetsk, oggi deserta e ridotta a un cumulo di macerie. Le fonti dirette citate da più media autorevoli e le immagini in decine di post sui social raccontano altro: è evidente che piccoli gruppi di soldati di Putin hanno solo occupato alcune case. Due o tre di loro mostrano timidamente la bandiera russa prima di essere quasi centrati dai droni nemici.
Kostiantynivka è ancora controllata dalle forze armate di Kiev. Volodymyr Zelensky ci ha fatto su del sarcasmo, invitando Putin a un faccia a faccia nella città contesa. Se davvero i russi la prendessero, potrebbero poi accerchiare Kramatorsk, “fortezza” che protegge il territorio ancora in mano ucraina. “Nel 2026 la conquista del restante territorio del Donetsk non è possibile”, ritiene l’analista militare Dmitry Kuznets, che segue dal fronte e con l’osservazione satellitare il conflitto per Meduza. “È però vero che le forze russe hanno accelerato: si trovano ora a 10-15 chilometri da Kramatorsk e Sloviansk. Se l’offensiva non verrà fermata, l’assalto a questa area urbana potrebbe iniziare nel 2027”.
Kuznets non vede effetti decisivi degli attacchi dell’Ucraina contro le infrastrutture energetiche russe sulle operazioni militari al fronte. “La Russia ha solo dovuto spostare unità di droni intercettori per difendere le retrovie sulla via di rifornimento verso la Crimea, usata dal gruppo d’armata Dnipro, mentre l’offensiva nel Donbass è portata avanti da altre unità i cui rifornimenti non sono ancora stati seriamente interrotti”. Per ora. “Se l’Ucraina riuscisse a farlo, fermerebbe l’offensiva russa”, nota Kuznets, intervistato da Fanpage.it. Intanto, l’Institute for the Study of War (ISW) stima che, agli attuali ritmi, potrebbero essere necessari circa 14 anni alle forze di Mosca per mettere le mani sul 20 per cento del Donetsk che ancora non controllano.
La Russia torna alla realtà (ma Putin no)
Ci vorrà tempo, per capire se i droni ucraini riusciranno a fermare i mezzi militari nemici, oltre ai sempre più stressati automobilisti in Russia. “Sono andato a far rifornimento alle due di notte, credevo che a quell’ora non ci fosse la coda”, confida a Fanpage.it Maxim, un IT manager che vive vicino a Lyubertsy, città satellite di Mosca. “Ma la coda c’era. Un buon venti minuti”. Gli facciamo presente che nelle stesse ore a Kiev la gente moriva sotto le bombe. Risponde che non riesce più a capire la politica del Cremlino, e che la SVO, ovvero l’operazione militare speciale, “è fallita”. È diventata “una guerra che non stiamo vincendo, e che deve finire al più presto”. Anche per il Cremlino ormai è ufficialmente una guerra: “Il Paese è in stato di guerra”, ha detto il portavoce di Putin, Dmitry Peskov. La parola in teoria è ancora proibita. In questi quattro anni e mezzo c’è chi è finito in galera, per averla pronunciata.
La realtà finora ignorata è ormai evidente a ogni livello, in Russia. Tranne che per Putin. Tre quarti delle regioni hanno la benzina razionata. Il peggio è nella Crimea illegalmente annessa. Dove l’ultimo attacco di droni ha ucciso una persona e provocato un blackout totale. La app sovrana Max, che tutti i russi odiano, è diventata necessaria per sapere dove è disponibile il carburante e per gli allarmi-droni. Se non ci sono state rivolte per le interruzioni di internet, sarebbe sciocco aspettarsene per i problemi di rifornimento. Però le voci critiche si moltiplicano. Non solo quelle dei Maxim, dei Sergey e delle Tania in coda dal benzinaio.
Il rischio di una recessione economica e le critiche autorevoli sulla guerra
La più autorevole, fra le ultime critiche, è quella di German Gref, capo della Sberbank, la più grande banca russa. Gref ha avvertito i suoi azionisti del rischio di una recessione economica, dovuta a un calo drastico degli investimenti. Motivo, i tassi d’interesse alti. Alla radice del problema, l’economia di guerra. Gref si è riferito anche ai problemi del settore energetico. Non ha citato i bombardamenti ucraini. Ma è la prima volta che un personaggio tanto influente parla in modo così diretto della crisi in atto. Le sue posizioni sull’economia sono parallele a quelle espresse pubblicamente da politologi vicini al Cremlino, critici della gestione governativa della guerra e favorevoli a compromessi in negoziati di pace realistici. Ma se è improbabile una rivolta popolare, lo è altrettanto un pronunciamento delle élite.
Putin è al potere da 26 anni. Ha avuto tutto il tempo per epurare i potenziali rivali e circondarsi di fedelissimi, persone che gli devono tutto e che sarebbero subito spazzate via da una sua caduta. Soprattutto, ha favorito i servizi di sicurezza e continua ad aumentarne il potere. Si è creato un esercito di pretoriani con la Rosvgardia, la Guardia nazionale che risponde direttamente a lui. Sono almeno 350mila effettivi, con tanto di divisioni corazzate e artiglieria. Ogni tentativo di colpo di stato sarebbe stroncato sul nascere. E sulla possibilità che il presidente dia ascolto alle critiche dei suoi stessi collaboratori, gli esperti sono scettici. “È solo lui a prendere le decisioni, e dubito che darà retta a qualcuno”, sostiene Sergei Radchenko, storico e politologo della John’s Hopkins University. “La narrativa del Cremlino è sempre più per l’escalation: si è parlato addirittura di attaccare la Germania perché fornisce droni a Kiev, cosa peraltro vera solo in parte”.
Le ultime minacce e le speranze per eventuali negoziati
L’ultima minaccia è contro la Polonia. Deve “riflettere sulla propria sicurezza”, ha detto l’ineffabile Peskov. Il motivo è lo stesso: “Produce droni destinati all’Ucraina e la Russia considera gli impianti di produzione polacchi obiettivi legittimi”. Le dichiarazioni aggressive si moltiplicano. “Siamo in una spirale di escalation, con un aumento degli attacchi contro i civili, e questa tendenza si intensificherà”, diceva a Fanpage.it Samuel Charap, accademico di RAND Corporation, prima degli ultimi spietati attacchi su Kiev. Purtroppo, gli analisti bravi a volte ci azzeccano. Charap non si aspetta una guerra alla NATO, ma un’“escalation verticale della violenza”, limitata all’Ucraina.
Negoziati? Difficile che si riaprano seriamente. Semmai, “ancora gli USA potrebbero far da mediatore”, dice l’esperto di RAND. Magari “con una roadmap su una piattaforma di soluzione comprensiva”, aggiunge. Come dicono di volere i russi. Charap è uno dei maggiori studiosi dei tentativi negoziali per la pace in Ucraina. Insieme a Radchenko, ha firmato un famoso quanto malinterpretato articolo per Foreign Affairs sul tavolo di Istanbul del 2022. Non crede che le trattative siano una priorità per Trump. Nemmeno con le elezioni midterm alle porte: “La guerra in Ucraina non è un problema sentito in America quanto in Europa. Gli americani si sentono direttamente riguardati dal conflitto mediorientale, non da quello europeo”. Un motivo in più per aspettarsi una crisi atlantica al vertice di Ankara. Un regalo che Putin apprezzerebbe.
(da Fanpage)
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Luglio 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANZIANA E’ RICOVERATA SENZA CONVENZIONE: “TUTTO RUOTA ATTORNO ALL’ISEE PIUTTOSTO CHE ALLO STATO FISICO” …LA PENSIONE DELLA 92ENNE SI ATTESTA SUI 1200 EURO AL MESE MA IL COSTO DELLA RETTA SI AGGIRA SUI 2.800 EURO AL MESE: “NELLA STRUTTURA IN CUI SI TROVA MIA MADRE MOLTI VIVONO LA STESSA SITUAZIONE”
«Mi pento di quello che dico ma ci sono momenti in cui ti auguri la fine del genitore: a
questo ti portano». Tiziana non è una figlia snaturata, anzi. È una figlia addolorata, ed esasperata, si priva di ogni cosa per aiutare la madre. Un’esasperazione vissuta giorno dopo giorno, anno dopo anno, che può portare oltre il limite.
Cosa sta vivendo?
«La peggiore delle situazioni, per una figlia che ama il genitore».
La mamma?
«Sì, mio padre è mancato da giovane: mia mamma ha 92 anni, da quattro è ricoverata in struttura».
Com’è andata?
«Nel 2022 è caduta in casa, a peso morto, battendo violentemente la fronte contro un mobile».
È inciampata, o a causa di un malore?
«Presentava già segni di demenza, forse si è trattato di un’ischemia».
E poi?
«L’abbiamo portata in ospedale. Dopo un mese io e mia sorella abbiamo pensato a una struttura per rimetterla in piedi e riportarla a casa, quello era l’obiettivo, ma non è stato possibile».
Dove si trova?
«In una struttura a Cascinevica, convenzionata».
Una buona struttura?
«Ma sì, fanno quello che devono. Peraltro, ne ho viste altre due, le tariffe erano ancora superiori».
Sua madre è ricoverata in convenzione?
«Macché: tutto ruota intorno all’Isee, più che sullo stato fisico».
Quanto prende di pensione, la mamma?
«L’invalidità, da giovane le avevano asportato un rene. Poi la reversibilità di mio padre e l’assegno di accompagnamento».
Totale?
«Arriviamo a 1200 euro al mese».
Il costo della retta?
«Siamo a 2.800 euro al mese, in aumento».
In che senso?
«Ci hanno già comunicato che la aumenteranno di 94,50 euro al giorno».
Cosa impedisce l’aver diritto alla convenzione?
«La mamma ha un piccolo alloggio che fa aumentare l’Isee, per l’Asl non rientriamo nei parametri».
Che tipo di alloggio?
«Ah, guardi… Sono tre camere, alla periferia di Nichelino. Ora l’abbiamo messo in vendita».
Non state più nelle spese?
«Io sono monoreddito, lavoro come impiegata statale e sono l’amministratrice di sostegno»
E deve mantenersi.
«Certo. Dall’Asl si sono permessi di dirmi che sta ai figli sopperire ai genitori, come se fosse facile».
Quindi sua mamma è sempre allo stesso punto?
«Da poco hanno aumentato il punteggio sulla parte sanitaria, speriamo, ma i tempi sono lunghi. In ogni caso, dobbiamo integrare».
Avete valutato alternative?
«Riportarla a casa? Impossibile. Per mia madre ci vogliono due persone, non riuscirei mai a tenerla là. Inoltre la casa in cui vivo è vecchia, andrebbe attrezzata completamente: significa lavori, e altre spese».
Il quadro clinico di sua madre è stabile?
«Ha mille problemi ma sì: nelle attuali condizioni può ancora andare avanti per anni»
E la sua, di salute? Molti caregiver alla lunga pagano pegno.
«Per questa situazione mi è venuta l’ipertensione».
Più arrabbiata o desolata?
«Desolata. Siamo gente perbene, non ci siamo mai approfittati, i miei genitori hanno pagato le tasse per tutta la vita».
E ora che avreste bisogno di aiuto, dovete ancora pagare.
«Quel poco che c’era sul conto di mia madre se n’è andato, siamo all’asciutto. E questo, nonostante le rinunce, che pure tocca fare: rinunce continue».
Si sente privata di un diritto?
«Chiediamo soltanto il giusto. Tra l’altro, nella struttura in cui è ricoverata la mamma molti vivono la stessa situazione».
(da La Stampa)
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