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DOPO LO SCHIAFFO DI TRUMP L’UNICA RISPOSTA E’ L’EUROPA

Luglio 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’INTERESSE DEL NOSTRO PAESE E’ AVERE UNA VOCE COMUNE EUROPEA NELLA POLITICA DI DIFESA E NELL’INDUSTRIA

Alla vigilia dell’incontro dei paesi Nato ad Ankara sono successe due cose che sembrano essere in stretta relazione tra loro: Putin sferra attacchi martellanti sull’Ucraina, e su Kiev in particolare, e poi minaccia direttamente la Polonia e l’Europa intera ricordando loro che il sostegno all’Ucraina potrebbe costargli caro; Trump sferra un attacco verbale a Giorgia Meloni addirittura con una frase minacciosa: «Serve un ordine restrittivo» (tenetemela lontana) nei confronti della leader italiana. Entrambe le mosse sembrano condividere un obiettivo comune: dimostrare agli europei che il riarmo dei rispettivi paesi è necessario.
La Russia aspira a ridisegnare i rapporti nel Vecchio Continente, contando sull’indebolimento della sua economia proprio a causa dell’investimento in armamenti. Gli Stati Uniti hanno ragioni non meno pressanti: Trump si trova a dover far fronte a una crisi persistente della produzione industriale americana e, anche in vista delle elezioni di midterm, vuole realizzare un affare a cui lavora da tempo: rilanciare l’economia portando a casa commesse per l’industria bellica.
Gli attacchi di Putin e di Trump fanno perno su due paesi, a loro modo deboli: la Polonia per la sua posizione geografica e l’Italia per la sua condizione economica. In entrambi i casi, i due leader autoritari hanno tutto l’interesse a dimostrare quanto sia urgente la militarizzazione. Ora, Meloni ha sempre propagandato la sua relazione preferenziale con Trump, tanto da voler essere un ponte tra Usa ed Europa; e Trump, che non è uno sprovveduto, ha sondato negli ultimi mesi la reale disponibilità del paese italiano a svolgere questo ruolo, che evidentemente non ha.
L’Italia è l’anello economico più debole tra i paesi fondatori dell’Unione, tanto da aver richiesto e ottenuto dalla Commissione europea l’ok a un intervento di flessibilità sulle spese energetiche. La notizia sbandierata dal governo come una vittoria è, a tutti gli effetti, un riconoscimento al mondo delle difficoltà economiche dovute anche al deficit delle spese per la difesa. Nell’anno elettorale, Meloni si trova tra l’incudine e il martello: mettere soldi nella difesa (compare l’armamentario americano) e tagliare il servizio sanitario e la scuola.
La debolezza del nostro paese è nota e usata da Trump come arma di ricatto: interruzione del rapporto preferenziale con la Casa Bianca, umiliazione nei confronti dei partner europei e, soprattutto, nei confronti della Germania. La quale si trova, per certi aspetti, in una condizione economica simile a quella degli Stati Uniti, con una caduta verticale dell’industria automobilistica e manifatturiera, ed è altrettanto interessata a usare l’industria bellica come volano economico (e intanto taglia lo stato sociale, notoriamente più generoso del nostro). Di fatto, Trump mette un paese europeo contro l’altro e cerca di approfittare della debolezza dei suoi partner.
Trump non è né folle né irrazionale. Da esperto dealer, sa bene come sfruttare la rappresentazione pubblica di un concorrente o di un potenziale cliente per creare la situazione più favorevole a sé. A Roma questa situazione non è stata compresa tempestivamente. Anzi, probabilmente c’è ancora chi pensa che sia necessario (o sufficiente?) ricorrere a tattiche dimostrative di “amicizia” per riaccomodare le relazioni tra lui e Meloni – questa deve essere stata la ragione per cui la presidente del consiglio ha inviato la sorella, insieme al ministro degli Esteri e al presidente del Senato, a rappresentare il nostro paese alle celebrazioni del 250° anniversario dell’Indipendenza americana. Una mossa che sembrava voler rimarcare il tenore personale (di amicizia, appunto) dei rapporti tra Meloni e Trump, visto che Arianna Meloni non ricopriva alcun ruolo istituzionale che giustificasse quella presenza. Una mossa che è stata beffata da Trump.
La cui arroganza mette in luce l’errore del governo Meloni. Un errore che lo ha segnato fin dall’insediamento del tycoon a Washington: pensare che l’accondiscendenza facilitasse le relazioni internazionali. L’Italia meloniana ha sempre ostacolato o frenato la sicurezza europea e, anzi, ha accettato la politica americana dei dazi e non ha battuto ciglio di fronte all’attacco alla politica fiscale europea nei confronti delle multinazionali di Silicon Valley. Il programma elettorale di Fratelli d’Italia era, del resto, molto critico nei confronti di Bruxelles. Ebbene, l’atteggiamento di Trump dovrebbe, se non altro, servire a convincere il governo che è nell’interesse dell’Italia essere più fortemente europea, non meno, e che è nell’interesse dell’Italia avere una voce comune europea nella politica di difesa e, soprattutto, nell’industria hi-tech, su cui si gioca l’economia civile e militare.

(da editorialedomani.it)

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LO ZIO SAM È INDEBITATO FINO AL COLLO. E ANCHE NOI PAGHEREMO IL CONTO. IL DEBITO PUBBLICO STATUNITENSE HA RAGGIUNTO QUASI I 40 MILA MILIARDI DI DOLLARI (IN AUMENTO DI DUEMILA MILIARDI IN UN ANNO), OVVERO IL 123% DEL PIL USA

Luglio 7th, 2026 Riccardo Fucile

UNA CIFRA CHE ASSORBE IL 20% DELLE ENTRATE FISCALI AMERICANE, CON ONERI PER INTERESSI DA OLTRE MILLE MILIARDI… QUESTO SI RIFLETTE SULL’ECONOMIA GLOBALE PERCHÉ IL DOLLARO RESTA LA RISERVA DI RIFERIMENTO E RENDIMENTI PIÙ ALTI ALZANO IL COSTO DEL CREDITO E RIDUCONO LA LIQUIDITÀ MONDIALE

Tic tac. Tic tac. Il debito statunitense avanza inesorabile, come un orologio svizzero, verso livelli inesplorati. A inizio mese ha raggiunto 39.400 miliardi di dollari. In dodici mesi è aumentato di circa 2.000 miliardi. Di questo passo, alla vigilia delle elezioni di midterm di novembre, avrà superato la soglia dei 40mila miliardi.
In rapporto al Pil siamo al 123%. Gli Stati Uniti, prima economia al mondo ed emittente del dollaro, valuta di riserva globale che attribuisce ancora a Washington il “privilegio esorbitante”, sembrano entrati nel circolo vizioso del debito. Come l’Italia degli anni ’90 e il Giappone. Quello in cui gli interessi passivi assorbono una fetta sempre più consistente delle entrate fiscali e sottraggono spazio a crescita e investimenti.
Gli interessi passivi hanno infranto la barriera dei 1.000 miliardi, superando persino le spese per la difesa. Un sorpasso simbolico: gli Stati Uniti spendono più per remunerare i creditori che per finanziare il Pentagono.
Il problema non resta confinato ai conti pubblici americani. I Treasury sono il perno del sistema finanziario globale: asset privo di rischio, collaterale di mercato, riferimento per valutare azioni, bond corporate, mutui e prestiti. Se il debito Usa diventa più costoso da finanziare, cambia il prezzo del denaro per l’intero sistema. Rendimenti più alti alzano il costo del credito e riducono la liquidità globale.
Per spezzare questa spirale, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha indicato una strada precisa: crescita reale al 3% accompagnata da un rientro del deficit al 3% del Pil. Sul primo punto l’economia americana continua a sorprendere per resilienza: dal 2009 ha conosciuto solo la recessione lampo del 2020. Sul secondo punto la distanza resta ampia. Il deficit del 2026 viaggia intorno al 6% del Pil, che sembra diventato il “new normal” della finanza pubblica americana.
Deficit di questa dimensione appartengono di solito a guerre, recessioni profonde o crisi finanziarie. La domanda diventa inevitabile: cosa accadrebbe ai conti pubblici in caso di rallentamento economico e di minori entrate fiscali?
La regola del 3%, formalizzata nei trattati di Maastricht, non poggia su basi scientifiche. Resta però un vincolo di prudenza, soprattutto in un regime privo di vincoli aurei o di altri limiti esterni alla creazione di moneta. Questa regola non appartiene più alla grammatica fiscale americana, che in passato era stata molto più attenta: dal dopoguerra il deficit federale è stato in media pari al 2,62% del Pil.
È dentro questo quadro che si trova a operare il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh. Il suo predecessore Jerome Powell ha definito «insostenibile» la traiettoria del debito.
A rendere il meccanismo più fragile è anche stato il maggior ricorso negli ultimi anni alle scadenze brevi, usate per assorbire una parte crescente del fabbisogno senza affollare troppo la parte lunga della curva.
Il risultato è un debito che va rifinanziato di continuo: circa un terzo del debito negoziabile detenuto dal pubblico scade entro dodici mesi. Nel frattempo è cresciuto il tasso medio sullo stock, salito nel 2026 al 3,39%dall’1,48% di cinque anni fa.
Trump, Bessent e Warsh hanno quindi una gatta difficile da pelare. Il vecchio privilegio esorbitante del dollaro resiste, ma mostra crepe sempre più visibili. Lo dimostra anche lo storico sorpasso dell’oro sui Treasury nelle riserve delle banche centrali: alla fine del 2025 il metallo giallo ha superato i titoli di Stato Usa come principale asset, con una quota intorno al 27% contro il 22% dei Treasury.
Senza un cambio di passo, debito Usa e dollaro resteranno il vero stress test della finanza globale dei prossimi anni.

(da Il Sole 24 Ore)

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CON QUALE FACCIA GIORGIA MELONI SI PRESENTERA’ AL SUMMIT NATO DI ANKARA?

Luglio 7th, 2026 Riccardo Fucile

SENZA TRUMP E ORBAN E’ NAUFRAGATA

Con quale faccia Giorgia Meloni si presenterà al summit Nato di Ankara nel quale si incontrerà per la prima volta con Trump? Che farà al cospetto del Trumpone che su Truth l’ha sbertucciata con un terribile “meme”, che è il livello più basso di perculamento social, cosa mai successa prima con altri leader di governo europei?
Quella foto della Meloni, l’unica leader europea a partecipare alla sua cerimonia di insediamento nel 2025, che lo guarda dal basso, incantata come una bambola, con la didascalia “Serve un ordine restrittivo”, lasciando intendere che la leader della destra italiana sia ossessionata da lui.
Un “meme” che vuole di dire “stai lontano da me”, “non sei più una mia fan”, quindi non ci provare ad avvicinarti per farti scattare una foto accanto al presidente degli Stati Uniti.
Per il Disturbato Mentale della Casa Bianca, “Gigiorgia” non è più la “bella donna” di cui l’omaggiava ieri, il suo cagnolino europeo preferito nella Sala Ovale, adesso sciò! o chiamo il Secret Service!
Secondo l’analisi del “Financial Time”, ‘’il meme diffuso sui social suggerisce come Trump avesse bisogno di una tutela legale contro una Meloni dai comportamenti predatori. Un riferimento indiretto alla sua affermazione secondo cui Meloni lo avrebbe “supplicato” di concederle una foto insieme durante il vertice del G7 del mese scorso in Francia, per rilanciare la sua popolarità in calo’’.
Quando Trump rivelò a un giornalista de La7 (“L’aria che tira”) che la premier italiana ‘’faceva pena” quando lo aveva “implorato” di farsi fotografare con lui al vertice del G7 in Francia, Meloni commise il primo fatale errore.
Anziché non reagire, evitando di scendere sullo stesso campo di idiozia dell’ottantenne affarista di New York, Meloni gli rispose da Regina di Coattonia. Precisato che “Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Io e l’Italia non imploriamo mai”, le partì l’embolo: “In ogni caso, la mia popolarità non la riguarda. Le suggerisco di concentrarsi sulla sua”.
Evidentemente Trump non ha mai digerito il “vaffa” dell’Underdog né l’uso che ha fatto di foto e video senza il preventivo placet della Casa Bianca, ed è partito il suo “fuck you” via pesantissimo ‘’meme’’.
Altro madornale errore fu quello di cancellare il viaggio a Miami previsto per il 21 e 22 giugno del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dove c’erano ad aspettarlo il segretario di Stato Marco Rubio e dozzine di imprenditori italiani e americani.
Ci saranno (in realtà già ci sono) conseguenze a vari livelli, e domani ad Ankara si attende una bombastica conferenza finale di Trump contro i paesi europei che non tirano fuori il 5% del loro Pil per la Nato, non facendo così arricchire le industrie di armamenti americani, né consentendo l’uso e abuso delle basi europee alle guerre a stelle e strisce.
Se nel breve lo scazzo con il Caligola potrebbe anche aiutarla nei sondaggi, sull’altro piatto della bilancia le cose stanno molto diversamente.
Intanto, a livello globale, l’Italia bastonata da Trump viene percepita in maniera così irrilevante che ci si può anche permettere questo bullismo social, con Meloni trasformata in punching-ball da palestra.
Secondo punto: Meloni, che aveva puntato tutto il suo mandato da premier sulla politica estera, immaginandosi “pontiera” tra Europa e Stati Uniti, è naufragata una volta che è stata costretta a prendere le difese di Papa Leone dagli insulti di Trump, a cui fatto seguito il suo no all’uso “cinetico” della base di Sigonella per la campagna di bombardamenti condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, per il semplice motivo che occorre autorizzazione del parlamento italiano.
A quel punto, senza Trump e la possibilità di appoggiarsi alle mosse anti-UE di Orban, la poverina si è trovata così isolata in politica estera che ha tentato di rabberciare, e qui davvero in maniera penosa, i rapporti con gli ex detestati “volenterosi” Merz e Macron.
Ecco: dal momento che Trump traduce il rapporto di amicizia in “tu fai quello che ti dico io”, da qui al voto, Meloni può permettersi mesi di insulti e polemiche con il Presidente degli Usa?

(da Dagoreport)

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LA RISSA TRUMP-MELONI: SE NON FACESSE PENA FAREBBE QUASI RIDERE

Luglio 7th, 2026 Riccardo Fucile

LO STATO TREMEBONDO DELLA POLITICA

Le baruffe chiozzotte tra Donald Trump e Giorgia Meloni, ovviamente in perfetto stile Asilo Mariuccia, dicono molto sullo stato tremebondo della “politica” e qualificano al contempo i protagonisti. Comincia (di nuovo) Trump, che vuole per la premier italiana “un ordine restrittivo” (dandole di fatto della stalker alla canna del gas). Replica (ma neanche tanto) la leader di Fratelli di Italia, che attinge addirittura dal calcio e fa gol a porta vuota citando il caso (vomitevole) del bomber statunitense graziato ai Mondiali dal “vassallissimo” Infantino. Livelli rasoterra da Guinness dei Primati, impreziositi dal silenzio terrorizzato di Tajani “Cuor di Leone” e dalle consuete frasi di circostanza di Crosetto.
In questo scenario eticamente post-apocalittico, fanno tenerezza i giannizzeri della destra nostrana, che dopo aver beatificato per anni il servilismo pro-Trump della Meloni, si improvvisano adesso celebratori del coraggio indomito (?) della premieressa, passata in un amen dal chiedere il Nobel per l’amato Donald (con tanto di occhi a cuoricino) al cantargliene quattro come nessun’altra in Europa. Ma de che? Meloni ha fatto per anni la pontiera ipotetica per non ottenere una mazza, reinventandosi poi anti-trumpiana (ciao core) unicamente per interessi politici e contingenti. Nello specifico: aver perso il referendum a marzo (anche per colpa di Trump, che ormai sta sulle palle anche ai muri); gli attacchi di Donald al Papa (sacrilegio!); e la volontà di essere pronta per quanto Trump verrà fatto fuori (politicamente) e i Maga si affideranno ai Vance e ai Rubio, con cui infatti Meloni continua ad avere rapporti ottimi (condividendone ahinoi spigoli, visioni e perversioni politiche).
Meloni non sta “rompendo” con Trump: sta rimediando maldestramente al colpevole vassallaggio che l’ha caratterizzata fino all’altro giorno, provvedendo ora a un pietoso riposizionamento che può giusto esaltare gli ultrà meloniani di strettissima osservanza.
Poiché però si vive di piccole cose e ormai ci si accontenta anzitutto di niente, la rissa tra Trump e Meloni non è poi così male come passatempo: se non facesse pena, farebbe quasi ridere. E ridere fa sempre bene.
Che l’estate entri nel vivo

(da Il Fatto Quotidiano)

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ATTENTATO A RANUCCI, LE CARTE DEL’INCHIESTA SU LAVITOLA

Luglio 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’ACCUSA DI STRAGE, IL SOPRALLUOGO PRIMA DELLA BOMBA

«Compivano atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità posizionando un ordigno esplosivo contenente c.d. “gelatina da cava” (…) la cui deflagrazione non verificatasi per caso fortuito avrebbe potuto determinare conseguenze ulteriormente devastanti». È con queste parole, contenute nel decreto di perquisizione, visionato da Open, della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che i magistrati mettono nero su bianco perché l’attentato contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci sia stato catalogato come una tentata strage e non come un semplice atto intimidatorio. Il sostituto procuratore Edoardo De Santis ha iscritto nel registro degli indagati l’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola con la pesante accusa di essere il mandante di un piano criminale, condotto peraltro con l’aggravante delle modalità mafiose.
La bomba tra le auto a gas
I fatti al centro dell’inchiesta risalgono alla notte del 16 ottobre 2025 a Pomezia-Torvajanica, quando alle ore 22:17 un ordigno industriale ad alto potenziale è saltato in aria davanti alla villetta del giornalista. A spingere la Procura a contestare l’articolo 422 del codice penale (il reato di strage), è stata la scelta del luogo esatto in cui far brillare la carica. La bomba è stata infatti posizionata in un «contesto abitativo urbano ove erano parcheggiati due veicoli dotati di impianto a gas». Secondo la ricostruzione degli inquirenti, chi ha innescato la miccia ha accettato il rischio di provocare un’esplosione a catena che avrebbe potuto distruggere l’intera via. I danni materiali sono stati comunque ingenti: l’onda d’urto ha reso inservibili l’Opel Adam di Ranucci e la Ford Ka della moglie Marina Maggiorello, abbattendo anche il cancello e il muro perimetrale dell’abitazione.
La rete di Lavitola
Secondo il decreto della Dda, la regia dell’operazione sarebbe interamente riconducibile a Valter Lavitola, accusato di aver dato mandato a un intermediario di origine camerunense, Clesio Tavares Gomes, di «individuare soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all’abitazione del giornalista». Gomes avrebbe successivamente assoldato una squadra di cinque esecutori materiali campani incaricati di acquistare la «gelatina da cava», pianificare l’azione nei dettagli e azionare l’innesco.Il sopralluogo davanti a casa di Ranucci
I Carabinieri del Nucleo Investigativo hanno scoperto che un mese prima del colpo, il 15 settembre 2025, Lavitola in persona aveva partecipato a un sopralluogo nei pressi della casa di Ranucci insieme a Gomes. Subito dopo l’attentato, l’intermediario è fuggito in Camerun. L’uomo risulta formalmente dipendente di un ristorante di pesce a Roma, nel quartiere Monteverde, il “Cefalù Bistrò di pesce“, un’attività commerciale interamente riconducibile a Lavitola. Le intercettazioni sulla compagna di Gomes hanno rivelato che era proprio Valter a gestire la latitanza all’estero dell’uomo e a preoccuparsi della sua assistenza legale. Ora, con le perquisizioni eseguite nelle abitazioni di Lavitola a Roma e Terracina, le forze dell’ordine hanno sequestrato cellulari, computer e tablet per trovare i riscontri definitivi sul finanziamento e sui contatti segreti dietro la bomba.
(da agenzie)

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MARINE LE PEN DICHIARATA COLPEVOLE MA POTRA’ PRESENTARSI ALLE PRESIDENZIALI: “DOVRA’ PORTARE IL BRACCIALETTO ELETTRONICO”

Luglio 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA SUA CANDIDATURA E’ IN DUBBIO PER LA MISURA CAUTELARE RICHIESTA CHE SAREBBE DI OSTACOLO ALLA CAMPAGNA ELETTORALE… PROBABILE UN NUOVO RICORSO, ORMAI SI SA: CHI DOVREBBE STARE IL GALERA PUO’ ANCHE ANDARE ALL’ELISEO

«Colpevole». Marine Le Pen è stata condannata a tre anni, di cui due sospesi e uno con il braccialetto elettronico, per «appropriazione indebita» dei fondi del Parlamento europeo, utilizzati per pagare dipendenti del partito fra il 2004 e il 2016 in Francia. Per quanto riguarda invece l’ineleggibilità, la leader del Rassemblement National è stata dichiarata ineleggibile per 45 mesi, 30 dei quali condonati. Ciò significa che Le Pen, al quarto tentativo di conquistare l’Eliseo e oggi in testa ai sondaggi, potrebbe candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027.
Il braccialetto elettronico e la carta Bardella
Resta però un ostacolo. Le Pen dovrà indossare per un anno il braccialetto elettronico, una misura che lei stessa ha più volte indicato come incompatibile con una campagna elettorale. Un’ipotesi che si sta già facendo strada è quella, per la politica, di chiedere una riduzione o adattamento della pena (anche se il dispositivo di sorveglienza rappresenta già una forma di esecuzione attenuata). Se l’obbligo venisse ridotto da dodici a sei mesi, la leader del Rn potrebbe tornare a fare campagna elettorale senza il braccialetto già da gennaio. In caso contrario, o qualora decidesse di farsi da parte, il partito di estrema destra potrebbe affidarsi all’altro volto di punta del Rassemblement National, il 30enne Jordan Bardella.
La sentenza
La Corte d’appello ha confermato la colpevolezza per «fatti gravi» di Le Pen, riducendo la sua pena in prima istanza da 4 anni a 3 di carcere, di cui uno con il braccialetto elettronico. L’ineleggibilità, in primo grado di 5 anni, è stata invece ridotta a 15 mesi, già scontati visto che ha cominciato a decorrere dal marzo 2025. Resta quindi un anno da scontare con il braccialetto elettronico. E, quindi, per Le Pen, si riapre la corsa all’Eliseo.

(da agenzie)

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AURELIO DE LAURENTIS E IL FIGLIO LUIGI INDAGATI PER BANCAROTTA, PERQUISIZIONI NELLE SEDI DEL NAPOLI E DEL BARI. I CONTI IN ROSSO ELA PLUSVALENZA NEGATA

Luglio 7th, 2026 Riccardo Fucile

UN BUCO NEI BILANCI DA 30 MILIONI DI EUROE UNA STRANA OPERAZIONE DI CALCIOMERCATO

Questa mattina la Guardia di Finanza ha fatto scattare una serie di perquisizioni nelle sedi del Napoli e del Bari, le due società calcistiche collegate alla famiglia dell’imprenditore cinematografico Aurelio De Laurentiis. L’inchiesta, guidata dal procuratore capo di Bari Roberto Rossi, vede indagati sia Aurelio De Laurentiis sia il figlio Luigi, presidente del club pugliese. Le accuse sul tavolo dei magistrati sono diverse: si va dalle false comunicazioni sociali (ovvero il presunto falso in bilancio per l’anno 2024 del Bari) fino alla bancarotta fraudolenta. La Procura ha infatti chiesto formalmente l’apertura della liquidazione giudiziale, una procedura che di fatto corrisponde alla richiesta di fallimento per la società biancorossa.
I conti in rosso della società pugliese
Le indagini delle Fiamme Gialle non sono nate dal nulla, ma si basano su una serie di approfondimenti tecnici approfonditi sui bilanci, sulle note integrative e sulle relazioni di gestione del Bari Calcio. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la società si trova da tempo in una situazione di perdita sistemica. Tra il 2019 e il 2025, le perdite accumulate avrebbero raggiunto la cifra di circa 30 milioni di euro. Un deficit patrimoniale importante, accompagnato da un pesante indebitamento, a cui la proprietà non avrebbe contrapposto un piano concreto e solido per risanare i conti. Le perquisizioni odierne servono proprio a cercare documenti e prove capaci di fare luce sulla reale situazione finanziaria del club.
Il giallo del calciomercato tra Bari e Napoli
Il cuore pulsante dell’accusa si concentra però su un’operazione finanziaria e sportiva ben precisa: la cessione di un giocatore, il portiere Elia Caprile da una squadra all’altra. Secondo la Guardia di Finanza, nel bilancio della società barese si ritiene siano stati «esposti fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero, ovvero omesse informazioni la cui esposizione era necessaria ai fini di una corretta valutazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società». I destinatari delle perquisizioni per questa vicenda (non indagati) sono i direttori sportivi di Bari, Ciro Polito e Napoli, Cristiano Giuntoli fino al giugno 2023 e Mauro Meluso da luglio 2023 a maggio 2024, oltre al procuratore sportivo di Caprile Graziano Battistini.
La plusvalenza negata
Secondo il meccanismo individuato dalla Procura, il Bari aveva acquistato il cartellino di Caprile dalla società calcistica inglese Leeds Fc, promettendo alla squadra d’origine dei bonus in caso di futura rivendita. Successivamente, il Bari ha ceduto lo stesso calciatore al Napoli (società “sorella”, in quanto appartenente alla stessa galassia societaria dei De Laurentiis) per 2,2 milioni di euro a luglio 2023, ma lo ha fatto senza inserire nel contratto nessuna clausola che garantisse al Bari una percentuale sui guadagni futuri, la cosiddetta plusvalenza. Plusvalore che effettivamente poi si sarebbe concretizzato perché Caprile è poi stato venduto al Cagliari Calcio per circa 8 milioni di euro. Secondo i magistrati, quel guadagno milionario sarebbe dovuto spettare al Bari, che invece è rimasto a bocca asciutta proprio mentre i suoi bilanci stavano precipitando nel baratro.

(da agenzie)

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“RIBALTA QUESTO”, IL BELGIO ASFALTA GLI USA CON IL GRAZIATO BALOBUN. NON BASTA LA TELEFONATA DI TRUMP: “E’ LA MALEDIZIONE DI DONALD”

Luglio 7th, 2026 Riccardo Fucile

LO SFOTTO’ DOPO UNA PARTITA CARICA DI POLEMICHE

Il Belgio stacca il pass per i quarti di finale del Mondiale travolgendo gli Stati Uniti con un netto 4-1, nella sfida giocata al Seattle Stadium. A decidere il match sono state le reti di Charles De Ketelaere, autore di una doppietta al 9′ e al 30′, seguito da Hans Vanaken al 57′ e da Romelo Lukaku al 93′. Per gli americani il momentaneo pareggio è arrivato al 31′ grazie a Malik Tillman, ma la rimonta è durata poco: appena 100 secondi dopo l’1-1 i belgi sono tornati avanti.
Lo sfottò del Belgio
Ora «ribalta questo» hanno scritto i belgi sull’accout X Belgian Red Devils. Il post è accompagnato da due foto di Lukaku, autore del quarto gol, ma il testo è un chiaro riferimento al tentativo di Donald Trump di ribaltare il risultato del match. Il presidente americano ha chiamato il capo della Fifa, Gianni Infantino, chiedendo e ottenendo la revoca della squalifica per Falorin Balogun, così da permettergli di giocare proprio contro i belgi.
Perché Balogun non ha inciso nella sfida contro il Belgio
Tra i più attesi della partita c’era Folarin Balogun, tornato disponibile dopo la revoca della squalifica che aveva tenuto banco nei giorni precedenti. Le aspettative però non sono state ripagate: l’attaccante si è limitato a qualche mezza occasione, contribuendo solo indirettamente al gol del temporaneo pareggio con la conquista della punizione poi trasformata da Tillman. Non è bastato a evitare il ko, e la frustrazione della panchina americana si è vista tutta nel gesto del ct Mauricio Pochettino, che a un certo punto ha preso a calci alcune bottigliette d’acqua a bordo campo.
Dopo un primo tempo già indirizzato dal doppio vantaggio firmato De Ketelaere, il Belgio ha gestito senza troppi affanni la ripresa. Al 57′ è arrivato il tris di Vanaken, mentre il poker è stato firmato da Lukaku in pieno recupero, al 93′. Un punteggio che certifica la superiorità mostrata dai belgi lungo tutto l’arco dei novanta minuti, chiudendo di fatto ogni discorso sulla qualificazione.
Cosa dicono i social sulla “maledizione di Trump” dopo il ko degli Usa
La sconfitta ha riacceso sui social la teoria della cosiddetta «maledizione di Trump». Tra i più attivi c’è stato l’ex portavoce Anthony Scaramucci, che ha commentato: «La maledizione di Trump in effetto come con Knicks», richiamando il precedente della squadra di basket newyorkese, sconfitta durante le finali Nba nell’unica gara disputata alla presenza del presidente. In tanti hanno rispolverato anche altri episodi simili: dal pronostico di Trump sulla vittoria dei Kansas City Chiefs al Super Bowl, poi sonoramente battuti dagli Eagles, fino alla sua presenza alla Ryder Cup, quando gli Stati Uniti persero il confronto con l’Europa.

(da agenzie)
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GENOVA, IL CORTEO SOVRANISTA “PER LA SICUREZZA” AMA TANTO LA LEGALITA’ CHE ALCUNI ESTREMISTI AGGREDISCONO I CRONISTI DEL SECOLO XIX E DI REPUBBLICA

Luglio 7th, 2026 Riccardo Fucile

TRA I 500 PRESUNTI “LEGALITARI” DIVERSI POLITICI DI CENTRODESTRA CHE NON SI SONO EVIDENTEMENTE ACCORTI DEI DELINQUENTI CHE AVEVANO IN CORTEO… LA DURA NOTA DELLA FEDERAZIONE DELLA STAMPA E QUELLA DELLA SINDACA SALIS… LE INDAGINE DELLA QUESTURA PER IDENTIFICARE I RESPONSABILI (BASTEREBBE CHIEDERLO A CHI L’HA ORGANIZZATO)… AUMENTA LA TENSIONE PER IL COMIZIO DI VANNACCI PREVISTO SABATO, SCOMMETTIAMO CHE IL VIMINALE BLINDERA’ IL CENTRO CITTA’ A PROTEZIONE DELLA “FECCIA”, COME IL GENERALE CHIAMA LE SUE TRUPPE?

Cinquecento persone a Genova Sestri Ponente alla camminata sul tema della sicurezza urbana organizzata dai gruppi Genova Insicura e Unione dei Comitati di Quartiere Genovesi e momenti di tensione nei confronti dei giornalisti e dei fotografi presenti, che stavano documentando e riprendendo la manifestazione. Urla e spintoni, il cellulare del giornalista di Repubblica Massimiliano Salvo strappato di mano e gettato a terra, prima di essere restituito a fine serata, strattonato anche il fotografo di Repubblica Fabio Bussalino e quello del Secolo XIX Davide Pambianchi.
L’iniziativa, ampiamente promossa sui social network è stata condivisa da una sola parte politica: il centrodestra. Lungo via Sestri, dove le persone hanno esposto cartelli e acceso fiaccole, hanno sfilato tanti rappresentanti, a cominciare dal deputato di Fratelli d’Italia Matteo Rosso, il presidente del Consiglio regionale Stefano Balleari, la vice presidente della Regione Liguria Simona Ferro.
In corteo anche gli ex assessori della Giunta Bucci, Sergio Gambino e Francesco Maresca, e l’ex delegato alla sicurezza della prima giunta di centrodestra in Comune, Stefano Garassino. La manifestazione si è concentrata in piazza dei Micone, per poi snodarsi lungo via Sestri
“Solidarietà ai colleghi, i responsabili vengano identificati. Le istituzioni e la politica tutta condannino quanto accaduto”, così L’Associazione ligure dei giornalisti, L’Ordine e il gruppo cronisti.
“Questa sera, nel quartiere genovese di Sestri Ponente, i cronisti che stavano seguendo una manifestazione organizzata da “Genova Insicura” sono stati aggrediti sia fisicamente che verbalmente e un collega è stato derubato del telefono cellulare. Il momento di maggiore tensione si è verificato quando il corteo si è avvicinato al contropresidio, organizzato da Anpi e altre sigle, in risposta alla manifestazione. Associazione Ligure dei Giornalisti, Ordine Ligure dei Giornalisti e Gruppo Cronisti Liguri esprimono totale solidarietà ai colleghi e auspicano che i responsabili di tali violenze vengano immediatamente identificati e che le istituzioni e la politica tutta prendano in maniera immediata e netta le distanze e condannino quanto accaduto”.
“Esprimo la mia più profonda e sincera solidarietà, a nome mio e di tutta l’amministrazione comunale, ai giornalisti e agli operatori dell’informazione che sono stati vittime di aggressioni e spintoni ieri sera durante la manifestazione a Sestri Ponente. Quello che è accaduto è inaccettabile e sconcertante. La libertà di stampa e il diritto di cronaca sono pilastri irrinunciabili della nostra democrazia: colpire chi sta semplicemente svolgendo il proprio lavoro per informare i cittadini è un atto di vile intolleranza che l’intera città di Genova respinge con la massima fermezza”.
Così, in una nota, la sindaca di Genova, Silvia Salis, commentando quanto accaduto ieri sera a Sestri Ponente. “Mi auguro che dai diversi rappresentanti politici e istituzionali della destra che erano presenti a questa manifestazione arrivi una condanna unanime e senza ambiguità verso queste forme di prevaricazione – prosegue la sindaca – non si può invocare sicurezza tollerando al contempo l’intimidazione di chi fa informazione. Genova è una città democratica e non accetta che il confronto e il clima delle nostre piazze vengano avvelenati dalla violenza e dalla prepotenza”.

(da agenzie)

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