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LA FIGURA DI MERDA DI VANNACCI SUL PD: LE TESSERE SONO VERIFICATE, A DIFFERENZA DI QUELLE DI FUTURO NAZIONALE

Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

DOPO L’INCHIESTA DI FANPAGE SU QUANTO SIA FACILE ISCRIVERE PERSONE INESISTENTI AL PARTITO DI VANNACCI, L’OMETTO IN VESTAGLIA AVEVA LANCIATO ACCUSE AI DEM,,, MA PER ISCRIVERSI AL PD NON BASTA METTERE DATI FALSI

Roberto Vannacci, ex generale a capo di Futuro nazionale, ha risposto all’indagine di Fanpage.it che aveva mostrato come sia facile registrare tessere per persone inesistenti nel suo partito. Un fatto non da poco, se si considera con quanta insistenza i vannacciani abbiano rivendicato i numeri dei loro nuovi iscritti (sarebbero oltre 100mila). Eppure basta inserire un nome e una data di nascita, con un codice fiscale anche generato online, e pagare 10 euro: anche usando più volte la stessa mail, lo stesso IP e gli stessi dati di contatto, il sistema non dà problemi e in pochi minuti si riceve la tessera ufficiale del partito, con tanto di lettera di benvenuto firmata dall’ex leghista.
Come detto, Vannacci ha replicato. Ma invece di prendere atto dei limiti tecnici della sua procedura di tesseramento, che potrebbe prestarsi alla creazione di tesserati fake, ha rilanciato affermando che lo stesso succeda se si prova a tesserarsi nel Partito democratico. Abbiamo messo alla prova le sue accuse, dimostrando che non reggono.
Non si può tesserare Hannibal Lecter nel Pd, come dice Vannacci
L’ex generale ha scritto sui social: “Anche noi abbiamo iscritto al PD HANNIBAL LECTER. Facciamo ufficialmente parte del partito di Elly Schlein!”.
In realtà, lo screenshot che ha condiviso mostra un’altra cosa: è semplicemente la notifica che arriva dal sito del Pd per confermare il proprio indirizzo mail, dopo che si registra un account sul sito in questione. Questo non corrisponde al tesseramento.
Abbiamo replicato passo dopo passo quello che Vannacci ha provato a fare. Prima, ci siamo registrati sul sito ufficiale del Pd inserendo una mail, un numero di cellulare e dei dati fasulli per Hannibal Lecter. Il primo step è stato un successo, e anche noi abbiamo ricevuto la richiesta di confermare l’indirizzo mail comunicato. Qui, però, si è fermato Vannacci. E infatti, qui iniziano i controlli e i blocchi del sistema informatico del Pd.
A questo punto, il presunto Hannibal Lecter non ha altro che un account sul sito del Partito democratico. Ben diverso da una tessera ufficiale: non si viene considerati membri del partito e non si paga alcuna somma. Per proseguire, bisogna versare la quota di 20 euro per il tesseramento.
L’abbiamo fatto, provando a procurarci una vera e propria tessera del Pd per Lecter. Una volta effettuato il pagamento, sembrava effettivamente che il sistema avesse concluso l’operazione.
Peccato che, subito dopo, l’account sia stato bloccato. Non abbiamo ricevuto nessuna conferma del tesseramento via mail, e una volta effettuato il logout dal sito del Pd non è più stato possibile accedere con le credenziali di Hannibal Lecter. Qualunque tentativo di ritornare all’account in questione, o anche di cambiare password, è stato bloccato con un messaggio di errore. Insomma, non siamo riusciti ad avere in mano una tessera valida del Pd.
Vale anche la pena di sottolineare che, provando a creare un altro account con lo stesso indirizzo mail e gli stessi dati di contatto, è apparso un secondo messaggio di errore che invitava a usare dati diversi. Come detto, non c’era nessun blocco di questo tipo sul sito di Futuro nazionale.
Fonti del Partito democratico hanno confermato a Fanpage.it che c’è una procedura precisa per confermare i tesseramenti. Nel momento in cui si registra l’account, bisogna indicare il circolo di cui si fa parte. Quando si richiede una tessera, perciò, l’identità della persona viene verificata dai segretari provinciali o di circolo. Nessuna tessera in automatico subito dopo aver pagato, come avviene invece nel partito di Vannacci. Lo si legge anche nel regolamento del Pd, che spiega che le tessere possono essere ricevute “previa conferma della Federazione territoriale e/o del Segretario di Circolo e dopo una procedura di autenticazione”.Vannacci ignora il problema delle tessere di Futuro nazionale sollevato da Fanpage.it
Diffondendo una notizia falsa sul Partito democratico, Vannacci ha anche evitato di rispondere alle criticità sollevate dalla notizia di Fanpage.it. Ha preferito invece concentrarsi su un partito di centrosinistra – una forza politica sul cui tesseramento, peraltro, Fanpage.it ha svolto in passato inchieste significative.
Una volta fatte tutte le verifiche del caso sul Pd e smontate le accuse dell’ex generale, però, restano i problemi di Futuro nazionale. Dove ottenere una tessera è estremamente semplice e i controlli sono nulli. Come già specificato, non ci sono prove che l’eccezionale numero di iscritti al partito di Vannacci sia gonfiato, o che ci siano state pratiche scorrette nel corso del tesseramento. Eppure, è evidente che una procedura così ‘soft’ lasci la porta aperta al rischio di eventuali tessere fake, come quelle registrate da noi. Cosa su cui un partito che punta così tanto sulla legalità e il rispetto delle regole potrebbe voler fare dei controlli.
(da Fanpage)

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I DANNI DEL “PACIFISMO”: L’ITALIA È SENZA CARRI ARMATI. SALTANO I CONTRATTI DEI NUOVI TANK CHE L’ITALIA AVREBBE DOVUTO PRODURRE CON LA JOINT VENTURE LEONARDO-RHEINMETALL: COLPA DELLO STOP DEL GOVERNO AI PRESTITI EUROPEI “SAFE”

Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

IL NOSTRO PAESE HA UN DISPERATO BISOGNO DI CARRIA ARMATI: NE ABBIAMO POCHISSIMI E VETUSTI, CON PIÙ DI 30 ANNI DI SERVIZIO. CE NE SONO UNA CINQUANTINA IN FUNZIONE, IL 15% DI QUELLI CHE ABBIAMO GARANTITO ALLA NATO…MA IN EFFETTI PER UN GOVERNO CHE SI ARRENDEREBBE AL PRIMO SCOPPIO DI UN PETARDO NON E’ UN PROBLEMA

Gli accordi presi con la Nato non parlano di soldi ma di capacità: cose concrete che vanno schierate sul campo. E la principale richiesta fatta dall’Alleanza all’Italia è chiara: dobbiamo mettere a disposizione due brigate pesanti dell’esercito. Per le quali mancano oltre duecento carri armati e ottocento cingolati da combattimento, che senza i fondi europei Safe non si sa come comprare.
La firma dei contratti per i nuovi tank era prevista a inizio giugno, in modo da arrivare al vertice di Ankara con le carte in regola sul rispetto del programma più importante.
Ma, nell’incertezza sulle risorse disponibili, il ministro Guido Crosetto ha rinviato tutto. Una situazione che in Turchia potrebbe causare un triplo imbarazzo: con la Nato, con la Germania e con i produttori.
I mezzi da combattimento devono essere costruiti da un consorzio tra Leonardo e la tedesca Rheinmetall. E quindi sono i candidati ideali ai prestiti di Bruxelles, che hanno tassi minimi e tempi di restituzione lunghissimi a patto che vengano spesi coinvolgendo più Paesi dell’Unione.
Si tratta del Panther, il primo tank di nuova concezione, e del cingolato Linx: entrambi progetti germanici su cui saranno inserite torrette e strumentazioni elettroniche “Made in Italy”.
Il governo Meloni si è impegnato nel 2023 a creare le due brigate pesanti, deliberando una spesa di 24 miliardi per 277 Panther, tra veicoli da battaglia e mezzi del Genio, e oltre mille Lynx.
Un piano approvato dal Parlamento nonostante l’assenza delle coperture economiche complete. All’inizio è stata siglata un’intesa tra Leonardo e il gruppo franco-tedesco Knds per procedere con i Leopard 2 di ultima generazione. Poi c’è stato uno scontro sull’inserimento di componenti italiane e sulle relative date di consegna.
E, anche per non sforare i tempi chiesti dalla Nato, si è passati all’accordo con Rheinmetall.
Ora tutto è sospeso nel limbo. Senza il Safe, bisogna reperire negli stanziamenti nazionali i soldi per ordinare i primi carri armati e sottoscrivere l’opzione per altri trenta cingolati Linx. L’unica soluzione è far slittare di un paio di anni un altro programma: quello per l’artiglieria semovente di Leonardo e Knds, una società che per volontà del cancelliere Merz è appena stata rilevata dallo Stato tedesco. Insomma, comunque vada si scontenterà Berlino.
L’urgenza però sono i tank. Ne abbiamo pochissimi e vetusti, con oltre trent’anni di servizio. È stato previsto di modernizzare 125 di questi Ariete ma i prototipi non sono ancora pronti e oggi si fatica a tenerne in funzione una cinquantina. Più o meno, il 15 per cento di quelli che abbiamo garantito all’Alleanza.
Il vero problema per l’Italia è che stentiamo a finanziare quello che serve per colmare le carenze attuali, mentre le richieste stanno aumentando. Nel vertice di Ankara si concretizzerà il ritiro Usa dal Vecchio continente e a tutti i partner europei sarà domandato di supplire ai vuoti statunitensi. Per noi è prevedibile la chiamata a potenziare il presidio del Mediterraneo. La nostra Marina ha dimostrato un’efficienza unica ma già ora ci vengono domandati sei caccia lanciamissili, mentre ne abbiamo quattro.
Non solo: due di questi non sono più operativi, perché hanno batterie contraeree fuori produzione. Insomma, la coperta è cortissima mentre per ambire a un ruolo da protagonisti sui tavoli internazionali bisogna tirare fuori tanti miliardi. Cosa che quasi tutti i Paesi Ue stanno facendo: i ricchi come la Germania con le loro casse; gli altri come la Polonia e la Romania usando i prestiti del Safe.
Quando nove mesi fa l’esecutivo di Roma ha “prenotato” 14,9 miliardi da Bruxelles, è parsa l’occasione di mettere mano a tutti i deficit: dalla contraerea ai droni. La retromarcia è un guaio pure per le aziende, che spesso hanno investito per adeguare le fabbriche. È il caso degli impianti di Castellammare di Stabia, dove Fincantieri dovrebbe realizzare la nave da rifornimento Prometeo. Ora inizia una fase di incertezza che potrebbe durare fino a dicembre, o più probabilmente fino alle elezioni. Un salto nel vuoto che sarà difficile spiegare agli alleati.
(da agenzie)

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“NEL 2018 PENSAVO DI FARE IL PREMIER E POI HO PERSO TUTTO” : LUIGI DI MAIO, OGGI RAPPRESENTANTE SPECIALE PER IL GOLFO PERSICO, COMPIE 40 ANNI E SI TOGLIE I MACIGNI DAI MOCASSINI

Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

“ALESSANDRO DI BATTISTA? MAI PIÙ SENTITO. È FINITO TUTTO CON IL MIO APPOGGIO A DRAGHI – GIUSEPPE CONTE, NELLA SUA BIOGRAFIA, MI HA DATO DEL TRADITORE MA DEVE REALIZZARE CHE HA VINTO TUTTO CON ME, MENTRE IO HO PERSO TUTTO”

Ma Luigi Di Maio dov’è finito? Ci sono voluti mesi per convincerlo a fare questa intervista.
Di Maio antisistema, poi al governo dell’Italia. Il primo governo Conte, con il premier “inventato” insieme a Matteo Salvini davanti alla macchinetta del caffè del Pirellone. Gli strappi dolorosi con Beppe Grillo, Roberto Fico e Alessandro Di Battista. Il populismo rinnegato. Di Maio che perde tutto e riparte da Berlino.
Siamo a Bruxelles, nel cuore della Commissione europea. Nel suo ufficio da rappresentante speciale per il Golfo Persico ci sono fotografie con Sergio Mattarella, Mario Draghi, re Carlo, emiri e leader arabi. Di Maio pesa ogni parola. Ma ora è sereno. E si toglie più di un sassolino dalla scarpa.
Lei ha guidato il M5S, primo partito d’Italia, arrivato al 32,7% cavalcando toni populisti. Oggi è qui, nel cuore del sistema, in un ruolo diplomatico prestigioso. Voltandosi indietro, cosa pensa
«Che ogni esperienza è stata fondamentale. La sconfitta elettorale del 2022, quando persi tutto incassando lo 0,6% con Impegno Civico, mi ha cambiato molto in positivo. Ricordo benissimo il 22 ottobre 2022, quando ho lasciato ad Antonio Tajani il mio tavolo al Ministero degli Esteri: è stato il giorno in cui ho messo a fuoco quello che mi era successo.»
Lei è fuori dalla politica italiana da ormai tre anni. Quanto le manca?
«Nel senso di essere protagonista, non mi manca. Ma la seguo con molta attenzione.
In Parlamento dicono che lei sta lavorando per tornare. È pronto per le prossime elezioni politiche?
«Sono romanzi fantasy, informazioni prive di fondamento. Dico solo che, per me, oggi sarebbe molto difficile dire le cose che, dall’opposizione, sostenevamo in campagna elettorale. Consiglio a tutti i partiti di andare a Palazzo Chigi. Perché solo quando governi fai i conti con la realtà.»
Il 6 luglio compirà 40 anni. A 26 è stato il più giovane vicepresidente della Camera, due volte deputato, ha guidato tre ministeri e ora è anche professore al King’s College (…) A 32 anni è diventato ministro e vicepresidente del Consiglio. C’è stato un momento in cui ha pensato che sarebbe potuto diventare premier?
«Sì, nel 2018, quando sfiorammo il 33% e Salvini aveva preso il 17%. Lo davamo per scontato».
Poi arrivarono i cento giorni di braccio di ferro. Una trattativa infinita per il “governo gialloverde”…
«lo e Salvini non riuscivamo a metterci d’accordo. Mi ricordo un pomeriggio al Pirellone. Matteo voleva che una parte del contratto con gli italiani si scrivesse a Milano, non solo a Roma.Proposi anche una staffetta tra me e lui. Poi davanti alla macchinetta del caffè, prendendo atto dell’impasse, decidemmo per la soluzione di Conte premier, raccomandata da Alfonso Bonafede».
La cosa fatta con il M5S a cui tiene di più?
«Sicuramente il reddito di cittadinanza. Su questo non torno indietro. Però abbiamo peccato di troppo ottimismo. Andava fatto diversamente, con più controlli. Io ero profondamente convinto, da ministro del Lavoro, che quella misura servisse a liberare le persone in difficoltà dal ricatto e dalle prepotenze».
E quella di cui si è pentito?
«Quando volevamo fare i fenomeni».
Si riferisce al 27 settembre 2018, quando si affacciò dal balcone di Palazzo Chigi per annunciare:«Abbiamo abolito la povertà»?
«Sì. Ma non ce n’era bisogno, perché avevamo approvato una misura per noi vitale, mantenendo una promessa fatta in campagna elettorale.Ma eravamo in una competizione talmente sfrenata con Salvini che facevamo a gara a chi la sparava più grossa. Ho imparato molto da quell’errore».
E con Beppe Grillo da quanto non vi sentite?
«Mi ha fatto gli auguri per mio figlio».
Cosa prova verso il fondatore?
«Beppe era già conosciuto da trent’anni quando ha fondato il M5S e ha dato a tutti noi una grande opportunità. Di questo gli sono grato. Quello che non mi è piaciuto per niente è stato che, dopo il 2022 e il mio 0,6%, abbia iniziato a fare spettacoli contro di me. Sono stato costretto a rispondergli pubblicamente. Non avrei voluto ricordargli che prendeva 300mila euro di consulenza dal partito e da Conte. Quella cosa fu l’inizio della sua fine».
E con Alessandro Di Battista, eravate inseparabili?
«Mai più sentito. È finito tutto con il mio appoggio a Draghi».
Giuseppe Conte, nella sua biografia, le ha dato del traditore senza giri di parole.
«Conte deve realizzare che ha vinto tutto con me, mentre io ho perso tutto. Il giorno in cui capirà questa cosa sarà in pace con me. E magari smetterà di continuare a nominarmi».
Potrebbe fare il premier per la terza volta?
«Non è un fatto che mi riguarda. L’unico augurio che faccio all’Italia è che chiunque vinca le prossime elezioni resti al governo per cinque anni. Gli italiani devono poter giudicare dopo un mandato intero. Io ho fatto tre volte il ministro in quattro anni e mezzo perché sono caduti tre governi».
Si dice che lei debba molto a Mario Draghi.
«Durante il suo governo, il presidente ha mantenuto la parola sulle due cose che gli avevamo chiesto: mantenere il reddito di cittadinanza e fondare il ministero della Transizione ecologica, con Cingolani».
Alle ultime Europee chi ha votato?
«Non glielo dico. È uno dei vantaggi di non fare più in politica».
Che giudizio dà di Giorgia Meloni premier?
«Lo do sulla politica estera, vista dai Paesi arabi. Un governo così longevo dà stabilità all’Italia, non solo per i mercati, ma garantisce credibilità e solidità nei rapporti con i Paesi esteri, consentendo di concretizzare accordi e obiettivi».
È mai stato sulla tomba di Casaleggio, al cimitero Monumentale di Milano?
«Non ci sono mai stato. Ma la sua morte mi fece sentire perso. Io non sono mai stato allievo di Grillo, ma di Casaleggio, sono stato sempre in sintonia con lui».
Sicuro-sicuro che non torna a Roma?
«Io vivo tra Bruxelles e Berlino. E visto che questa intervista è diventata pure una seduta psicologica, adesso mi scusi perché devo volare là, dalla mia famiglia».
(da Corriere della Sera)

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MERZ S’È SVEGLIATO E HA CAPITO CHE PER FRENARE I NAZISTELLI DEVE OCCUPARSI DEI PROBLEMI REALI DEI TEDESCHI: IL GOVERNO DI BERLINO HA VARATO UN PACCHETTO DI 34 MISURE, TRA CUI UNA TASSA PER I RICCHI, SGRAVI AI REDDITI MEDIO-BASSI, BONUS PER CHI FA FIGLI

Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

INQUIETA LA MOSSA DELLA LEADER DI ESTREMA SINISTRA BSW, SAHRA WAGENKNECHT, CHE HA OFFERTO UN’ALLEANZA ALL’AFD IN CHIAVE “ANTISISTEMA”…POLIZIA E SERVIZI TEMONO SCONTRI IN OCCASIONE DEL CONGRESSO DI AFD A ERFURT, IN TURINGIA

Basterà il pacchetto di 34 misure varato dal governo del cancelliere Friedrich Merz per arginare l’ondata di antipolitica che secondo i sondaggi sta portando un fiume di consensi nelle acque dell’estrema destra dell’AfD?
La domanda investe l’intera Germania, e riguarda la sua struttura economica e l’assetto politico del prossimo futuro, perché la connessione tra scontento sociale, sfiducia nelle istituzioni e voto di protesta si fa ogni giorno più stretta.
A settembre il primo appuntamento elettorale sarà in Sassonia-Anhalt, poi seguiranno, il 20 del mese, quelli in Mecklemburg-Vorpommern e il voto per l’amministrazione locale a Berlino (tutti Laender appartenenti all’ex Germania Est)
Gli ultimi sondaggi danno l’estrema destra tra il 41 e il 42 per cento e la Cdu/Csu tra il 24 e il 26: un divario molto difficile da colmare, che però è riuscito almeno a dare una scossa al governo federale, il quale ieri ha presentato un progetto di riforme chiaramente intenzionato a sventare la disfatta.
Tra le altre cose saranno aumentate le aliquote fiscali per i redditi oltre i 250 mila euro, i contatti a tempo determinato e gli orari di lavoro domenicali verranno prolungati, saranno aboliti i certificati medici telefonici, sarà aumentata l’età pensionabile, aboliti i mini-job e insomma tutta una serie di misure che rispondono a chi vuole un Paese più efficiente, meno indulgente con gli assenteisti e i lavoratori estemporanei, più protettivo nei confronti delle fasce a basso reddito. Basterà? […]
Una prima idea di quello che succederà ce l’avremo questo fine settimana al congresso di partito dell’AfD a Erfurt, in Turingia (non lontano dal confine con la Sassonia Anhalt). Le frange della sinistra – che raccolgono i sostenitori della Linke, di BSw, dei gruppi Antifa e anche di diversi comitati civici – si preparano a una grande azione di protesta, che secondo un rapporto dei servizi di sicurezza potrebbe avere anche esiti violenti
Si parla di un dispiegamento di oltre 6000 agenti, oltre a droni, barriere e cannoni ad acqua, e si attendono circa 240 autobus provenienti da oltre 40 città tedesche e austriache. Saranno anche un po’ arrabbiati – temono le forze dell’ordine – perché esattamente 100 anni fa si teneva a Weimar (sempre in Turingia) il congresso del Partito Nazionalsocialista in cui fu fondata la Gioventù hitleriana e si ideò il saluto tedesco Heil Hitler.
Sembra in questa prospettiva un po’ scomposta – anche se dal suo punto di vista tatticamente ragionevole – la mossa della leader di estrema sinistra BSw Sahra Wagenknecht che nei giorni scorsi ha offerto una possibile alleanza all’AfD in forza di interessi condivisi nella difesa dei lavoratori dell’ex Germania Est (ma anche in ragione del comune sostegno alla Russia per ragioni pseudo-energetiche e in chiave anti-immigrati).
Per lei si tratterebbe di assicurarsi un posticino in un eventuale governo regionale e
uscire da una consistente e prolungata marginalità. Anche se non sorprende che tra opposti estremismi ci sia sempre una contiguità, i suoi l’hanno criticata e soprattutto l’ha irrisa Alice Weidel, dicendo che difficilmente il suo partito supererà lo sbarramento del 5 per cento (i sondaggi danno effettivamente BWs al 4) e quindi di che parliamo.
Lo scenario per la Germania (e per il cancelliere Merz) è piuttosto cupo: Afd in Sassonia rischia di essere non solo il primo partito, ma anche l’unico partito di governo, tanto che la strategia degli oppositori è quella di favorire il voto frammentato verso Verdi, Linke o altre formazioni che renderebbero impossibile un governo in solitaria dell’estrema destra, dando magari vita a una coalizione più composita.
(da agenzie)

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NIGEL FARAGE SI È FATTO FREGARE DALL’AVIDITA’, È QUASI SPARITO DALLA SCENA PUBBLICA ED EVITA IL CONFRONTO CON I GIORNALISTI DA QUANDO SONO SCOPPIATE LE POLEMICHE SUI SUOI AFFARI, A PARTIRE DALLA DONAZIONE DI 5,8 MILIONI DI EURO IN CRIPTOVALUTE RICEVUTA PERSONALMENTE DA UN MILIARDARIO DELLA THAILANDIA

Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

A QUESTO SI AGGIUNGONO LE QUATTRO CASE DA 5 MILIONI DI EURO ACQUISTATE IN CONTANTI E I 300 MILA EURO INCASSATI PER AVERE FATTO PUBBLICITÀ A UNA DITTA DI LINGOTTI D’ORO … NEL SUO PARTITO, REFORM UK, È PARTITA LA LOTTA PER LA SUCCESSIONE, CON L’IDEA CHE FARAGE NON ABBIA INTENZIONE DI CANDIDARSI A PREMIER ALLE PROSSIME ELEZIONI

Cosa sta succedendo a Nigel Farage? Il tribuno della destra populista britannica, inseguito com’è dalle rivelazioni sui suoi poco limpidi affari finanziari, non sembra più lo stesso: mercoledì sera non si è neppure presentato al party estivo del settimanale conservatore The Spectator,
Negli ultimi tempi, insolitamente per uno che ha sempre adorato i riflettori, Farage ha cominciato a centellinare le apparizioni: soprattutto, evita di confrontarsi con i giornalisti, e quando lo fa si mostra infastidito, seccato, irascibile.
Perché fioccano le domande sui suoi affari, a partire dalla donazione di 5 milioni di sterline in criptovaluta, ricevuta personalmente da un miliardario che risiede in Thailandia, e che lui ha omesso di dichiarare. Una storia che pare aver superato i circoli del gossip politico e cominciato a far breccia anche tra gli elettori.
Poi è arrivata la notizia che ha incassato ben 270 mila sterline (oltre 300 mila euro) per essersi prestato a far pubblicità per una ditta di lingotti d’oro: considerando che ha lavorato solo 12 ore, si tratta di 25 mila euro l’ora di guadagni
Infine i giornali sono andati a scavare nel suo mini-impero immobiliare: è venuto fuori che lui e la sua compagna, la francese Laure Ferrari, hanno in mano un
portafoglio di cinque proprietà sparse fra le contee del Sussex, del Surrey e del Kent, per un valore complessivo di oltre 4 milioni di sterline (quasi 5 milioni di euro), tutte tranne una acquistate in contanti dopo il 2020: ma solo due di queste case sono state dichiarate nel registro degli interessi parlamentari.
Spicca soprattutto la magione di 5 stanze da letto e 4 bagni comprata due anni fa per quasi un milione e mezzo di sterline e che gode di un soggiorno di 5o metri quadri, una scala a chiocciola, un viale privato di 200 metri e un laghetto coperto in un terreno di oltre 3 ettari.
Chiaramente Farage non ama che si vada a ficcare il naso nei suoi affari: perciò sembra nervoso, tanto che ha cominciato a fare gaffe ed errori, sbagliando pure i risultati ottenuti dal suo partito. C’è chi dice che sia semplicemente stanco e che abbia bisogno di una pausa: dopo tutto, negli ultimi due anni non si è fermato neppure un giorno.
Ma intanto lui va all’estero a incontrare donatori: è stato negli Emirati e in Montenegro, non solo per conto del partito, dicono, ma anche per assicurare un proprio futuro dopo la politica. Perché nel suo partito, Reform Uk , dietro le quinte è cominciato ciò che fino a ieri appariva impensabile: è partita la lotta per la successione, con l’idea che Farage non abbia intenzione di candidarsi a premier alle prossime elezioni.[
Ma c’è una domanda più generale che molti si fanno: Farage vuole veramente vincere alle urne e fare il primo ministro? Lui per tutta la vita è stato il Grande Guastatore della vita pubblica britannica (e con ciò il politico di maggior successo degli ultimi decenni, quello che ha imposto nell’agenda la Brexit e l’immigrazione): ma vuole davvero impegnarsi nella gestione del Paese, sporcarsi le mani tutti i giorni?
C’è chi ne dubita. Sono speculazioni, finora, ma se fosse vero sarebbe uno smottamento sismico: il partito di Farage è in testa ai sondaggi e il suo ingresso a Downing Street, magari in coalizione con i conservatori, era considerato fino a ieri lo scenario più probabile. Un clamoroso ritiro rimescolerebbe le carte della politica
britannica: e il prossimo premier laburista, Andy Burnham, potrebbe guardare a un decennio al potere.
(da agenzie)

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È COMINCIATA LA GARA DI CHI È PIÙ RAZZISTA. IL MINISTRO LEGHISTA VALDITARA VUOLE SAPERE QUALI ISTITUTI HANNO OSPITATO INCONTRI CON IMAM, VISITATO UNA MOSCHEA O ORGANIZZATO EVENTI SUL MONDO ISLAMICO (RISULTATO: 3 SU 45 MILA)

Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

LA CRESCITA DI “FUTURO NAZIONALE” HA MESSO IL PEPE AL CULO AL GOVERNO, CHE NON VUOLE FARSI SCAVALCARE E ORA TENTA DI MOSTRARSI “DI DESTRA” COME VANNACCI

Possibile un «censimento sull’Islam» nelle scuole italiane? Il ministero dell’Istruzione nega: «Nessuna schedatura». La Flc Cgil attacca: «Episodio gravissimo e inaccettabile, siamo al controllo ideologico». Ecco i fatti: dagli Uffici scolastici regionali è partita martedì una comunicazione scritta e riservata rivolta a tutti i presidi: «Si chiede di verificare e comunicare se, nel territorio di riferimento, vi siano istituzioni scolastiche che abbiano ospitato incontri con Imam e organizzato visite a moschee» o, più genericamente, «iniziative che in modo diretto o indiretto abbiano riguardato esponenti o questioni legate al mondo islamico».
La ragione? La richiesta da parte «del nostro ministero di acquisire, con urgenza, alcuni elementi informativi relativi a un tema oggetto di particolare attenzione nel dibattito pubblico», si legge, a esempio, nella nota dell’Usr del Veneto.
Alla base dell’istanza «alcuni fatti di cronaca, che per fortuna non ci hanno riguardato direttamente» ma «hanno creato in alcune scuole nuove tensioni», è scritto nella lettera partita da un altro ufficio territoriale.
Nello smentire categoricamente che si tratti di «un censimento o di una schedatura», come accusa il sindacato, il ministero racconta di una «doverosa e consueta raccolta di informazioni — si legge nella nota della capo dipartimento Carmela Palumbo — al fine di corrispondere a due risoluzioni, attualmente all’esame della VII Commissione della Camera dei deputati, a firma dell’onorevole Rossano Sasso e dell’onorevole Giovanna Miele, riguardanti, rispettivamente, il
rischio di “indottrinamento islamista” e il “rafforzamento delle garanzie di pluralismo” nelle scuole».
Nella risoluzione Sasso, ex leghista oggi nelle file di Futuro Nazionale del generale Roberto Vannacci, si passa dai Patti lateranensi alla sharia e si citano in tutto tre episodi su 45mila scuole d’Italia: una visita in un centro islamico di alcuni istituti di Sesto San Giovanni, una lezione sull’Islam in un’elementare di Crema, una gita in moschea di una scuola d’infanzia a Treviso.
Ora se Sasso gioisce («Futuro nazionale apre la strada, il centrodestra pavido e moderato ci copia e ci insegue»), la sinistra insorge: «La corsa a chi sta più a destra è cominciata e ha risvolti inquietanti che sfociano in iniziative razziste e islamofobe», commenta la deputata del Pd, Laura Boldrini.
Così anche la Flc Cgil che parla «dell’ennesima operazione di controllo ideologico che attacca frontalmente l’autonomia scolastica. Mobilitare Usr e dirigenti per monitorare chi affronta tematiche interculturali è estraneo ai principi costituzionali», spiega il sindacato. Che accusa il ministero di alimentare «il sospetto» e di «calpestare il pluralismo culturale»: «Pure fosse accaduto ovunque non ci sarebbe nulla di male». Per questo la Flc Cgil chiede «il ritiro immediato della nota: la scuola — conclude — è e deve restare un luogo di conoscenza e confronto».
(da Repubblica)

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IL MINISTRO DELLA SALUTE, ORAZIO SCHILLACI, CONFERMA CHE IL GOVERNO, NELL’OTTOBRE 2025, HA VERSATO 100 MILIONI DI EURO ALLA SOCIETÀ “JC ELECTRONICS ITALIA” DI DARIO BIANCHI PER CHIUDERE IL CONTENZIOSO SULLA FORNITURA DI MASCHERINE NEL PIENO DELL’EMERGENZA COVID CON LA STRUTTURA COMMISSARIALE GUIDATA DA DOMENICO ARCURI

Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

DI QUELLA TRANSAZIONE LA COMMISSIONE PARLAMENTARE COVID NON È MAI STATA INFORMATA. COME MAI? IN PASSATO LA SOCIETÀ HA FINANZIATO FRATELLI D’ITALIA, E IL SUO FONDATORE È PRESENZA RICORRENTE AD ATREJU

Cento milioni di euro. È la cifra con cui il governo di Giorgia Meloni ha chiuso già otto mesi fa il contenzioso con JC Electronics Italia, la società dell’imprenditore Dario Bianchi diventato negli ultimi mesi uno dei principali accusatori della gestione della pandemia davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid.
La notizia, anticipata ieri da Repubblica, è stata confermata oggi dal ministro della Salute Orazio Schillaci, rispondendo nell’Aula del Senato a un’interrogazione del Partito democratico.
Una conferma destinata ad alimentare lo scontro politico non solo per l’entità della somma, ma anche per il momento in cui l’accordo è stato raggiunto. La società ha infatti ottenuto, nel novembre 2024, un risarcimento in primo grado di 203 milioni in relazione alla risoluzione di un contratto per la fornitura di mascherine nel pieno dell’emergenza Covid (la struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri aveva ritenuto che i dispositivi non rispettassero i requisiti richiesti).
Lo Stato ha impugnato la sentenza, chiedendone la sospensione. Ma la transazione che chiude la causa, ha rivelato Schillaci, è stata perfezionata dal governo il 31 ottobre 2025, prima che la Corte d’appello potesse pronunciarsi sulla richiesta di sospensiva. E per rendere possibile l’operazione, il governo ha approvato un decreto legge “ad hoc” per assegnare al ministero della Salute i 110 milioni di euro necessari a copertura dell’accordo con JC Electronics.
Di quella transazione, infatti, la commissione parlamentare Covid non è mai stata informata. Eppure proprio la causa intentata da JC Electronics è stata più volte richiamata dalla maggioranza come uno dei casi simbolo della gestione delle forniture durante il governo Conte
E Dario Bianchi è diventato uno dei protagonisti delle audizioni parlamentari, indicando l’avvocato Luca Di Donna come il mediatore che gli avrebbe proposto di agevolare le commesse in cambio di una percentuale.
Mentre Bianchi raccontava la sua versione in commissione e la maggioranza evocava la sua causa come se fosse in corso, la società aveva già chiuso da mesi un accordo da oltre cento milioni con lo Stato. Un altro dato pesa poi sull’intera vicenda: JC Electronics ha in passato finanziato Fratelli d’Italia, mentre il suo fondatore è presenza ricorrente alle iniziative del partito, come Atreju.
Le opposizioni parlano invece di una decisione politica. «Siamo basiti, è forse la prima volta che non si aspetta un appello nonostante la sospensiva», ha attaccato il capogruppo pd in Senato Francesco Boccia, chiedendo che vengano resi pubblici tutti gli atti.
Ancora più duro Giuseppe Conte, ex premier e leader M5s: «Perché si sono affrettati, all’oscuro di tutti, a liquidare 100 milioni a questo signore loro amico? È lo stesso Bianchi che FdI porta da anni ad Atreju e in commissione Covid per costruire una macchinazione contro di me».
(da Repubblica)

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DENTRO LE STANZE SEGRETE PER TRATTENERE I MIGRANTI DI MALPENSA, UN RAGAZZO: “MI HANNO RINCHIUSO PER TRE GIORNI”

Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA DI FANPAGE DENTRO LE “STANZE DEI RIMPATRI” TRA DIRITTI NEGATI E VUOTI NORMATIVI

“Sono stato chiuso lì dentro per tre giorni. Avevo fame, non potevo parlare con nessuno”. È il racconto a Fanpage.it di un giovane cittadino egiziano che lo scorso giugno è stato trattenuto nelle cosiddette “stanze dei rimpatri” dell’aeroporto di Malpensa prima di essere imbarcato su un volo per l’Egitto.
Si tratta di luoghi segreti, poco conosciuti, sussidiari ai Cpr (Centri di permanenza
per il rimpatrio) istituiti nel 2018 dal ministero dell’Interno per trattenere le persone migranti in attesa dell’espulsione.
Entrare in queste stanze è quasi impossibile: giornalisti e avvocati non possono accedervi liberamente e chi vi viene trattenuto, nella maggior parte dei casi, viene espulso nel giro di poche ore o pochi giorni, senza avere la possibilità di raccontare cosa è accaduto al loro interno.
È così che le “stanze dei rimpatri”, o più burocraticamente “locali idonei” e “stanze di transito”, restano una delle aree più opache del sistema italiano delle espulsioni. Proprio in questa opacità, però, si consumerebbero – come confermato a Fanpage.it dal giovane e dal suo legale – limitazioni della libertà personale e violazioni di diritti umani fondamentali.
Cosa succede nelle stanze dei rimpatri
“Sono stato portato nelle stanze dei rimpatri di Malpensa intorno alle 11:00 di domenica mattina”, esordisce il ragazzo a Fanpage.it. “Sono uscito martedì pomeriggio e mi hanno rimpatriato”. Fin dal primo momento del trattenimento il giovane riferisce di aver chiesto di poter contattare il proprio avvocato e la madre. “L’ho ripetuto tante volte. Loro non volevano darmi il telefono. Mi han detto: non puoi chiamare nessuno”, aggiunge. “Solo martedì due agenti mi hanno chiesto se volessi chiedere l’asilo politico. Allora mi hanno fatto fare una videochiamata con il mio avvocato”.
Dentro quelle stanze, racconta, il tempo si ferma. “Mi hanno portato in una stanza vuota”: pareti di cemento e ferro, un letto, nessuna assistenza sanitaria, nessun medico. C’è un bagno, ma “non si può andare quando si vuole”. Per mangiare, una brioche al mattino e un panino a pranzo. La cena, semplicemente, non arriva. “Avevo fame”, sottolinea. E poi gli insulti. Uno degli agenti, sostiene, avrebbe finto di non capirlo per poi rivolgergli ripetuti insulti razzisti: “Uno di loro faceva finta di non capirmi e mi insultava. Parlava male di me. Mi diceva: ‘Stai zitto neg**'”. E quando Fanpage.it gli ha chiesto come si fosse sentito trattenuto lì dentro, lui ha
risposto: “Male perché ero lì e nessuno parlava con me, nessuna spiegazione. Sono stato abbandonato lì”.
Ad aggravare il quadro già critico, il fatto che – secondo il suo legale, l’avvocato Stefano Afrune – il rimpatrio del ragazzo sarebbe stato “illegittimo”. Il giovane aveva, infatti, ottenuto in passato la protezione speciale, ma dopo il rigetto della conversione del permesso di soggiorno e la convalida dell’espulsione, era stato accompagnato a Malpensa per essere rimpatriato.
Nel frattempo, però, il Tribunale di Catania, competente sulla sua domanda di protezione internazionale, aveva sospeso il provvedimento. Una decisione che, secondo la difesa, non sarebbe stata presa in considerazione prima dell’imbarco.
“L’espulsione è stata grave e illegittima”, ha ribadito Afrune a Fanpage.it, annunciando iniziative giudiziarie per accertare eventuali responsabilità. Ma ancora più grave, ha denunciato, è ciò che accadrebbe all’interno delle stanze aeroportuali: libertà personale azzerata, possibilità di movimento ridotta al minimo, difficoltà nell’accedere al proprio difensore. Condizioni che, secondo il legale, integrerebbero “trattamenti degradanti e inumani”.
Perché le “stanze dei rimpatri” sono problematiche
A questo punto del racconto sorge una domanda spontanea: come è possibile che esistano luoghi dove lo Stato limita la libertà delle persone senza che esistano regole chiare su come quella libertà debba essere limitata? La risposta arriva nero su bianco da un documento ufficiale dello Stato.
Già nella relazione del 2019, il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale denunciava la situazione delle stanze dei rimpatri.
Una denuncia dura che, però, negli anni è rimasta sostanzialmente inascoltata. In particolare, il Garante ricordava che questi locali sono stati introdotti nel 2018 senza una disciplina specifica sulle modalità del trattenimento. In altre parole: si è deciso che delle persone potessero essere private della libertà, ma senza stabilire in modo dettagliato quali fossero le garanzie minime da assicurare. Eppure tutto questo sembra essere scomparso dal radar della politica. Da anni il dibattito pubblico parla incessantemente di rimpatri, espulsioni e controllo delle frontiere. Si
discute di numeri, di voli charter, di accordi con i Paesi di origine. Ma quasi mai ci si chiede cosa accada alle persone prima di salire su quell’aereo in quelle stanze chiuse e senza tutele chiaramente definite.
È lo stesso meccanismo denunciato dal Garante quando descrive i Cpr come strutture costruite unicamente per contenere persone fino al rimpatrio, luoghi “non pensati”, dove tutto ciò che riguarda la dignità della persona diventa un problema secondario, quasi un effetto collaterale da gestire. Se questa è la situazione dei Cpr, però, le stanze aeroportuali rappresentano il gradino più basso di quella stessa logica: meno trasparenza, meno controlli, meno diritti.
Il dato più sconcertante, però, è temporale. L’ultima fotografia istituzionale di queste strutture risale al 2019. Da allora il silenzio. Nessuna disciplina organica, nessuna vera riforma, nessun monitoraggio pubblico sistematico. Come se quelle stanze fossero semplicemente uscite dal dibattito, pur continuando a essere utilizzate. Sono luoghi che esistono ma che lo Stato sembra preferire non vedere. Stanze senza nome, nascoste dentro aeroporti e questure dove la libertà personale viene sospesa in una zona grigia del diritto. Quando, però, uno Stato costruisce spazi nei quali è possibile limitare diritti fondamentali senza regole chiare, senza trasparenza e senza controllo pubblico, il problema non riguarda più soltanto le persone che vi vengono rinchiuse. Riguarda la tenuta stessa dello Stato di diritto.

(da Fanpage)

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MELONI E SALVINI SULLA SICUREZZA HANNO FATTO SOLO PROPAGANDA

Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

HANNO FALLITO SUL LORO CONCLAMATO OBIETTIVO, GARANTIRE LA SICUREZZA DEI CITTADINI… E ORA NE ARRIVA UN ALTRO CHE PENSA DI RISOLVERE PROBLEMI SOCIALI CON DECRETI CHE LIMITANO LA LIBERTA’ DEGLI ITALIANI

1350 giorni di governo Meloni, ovvero il governo più a destra della Repubblica Italiana e il secondo più longevo dopo il Berlusconi II. Questa maggioranza di governo ha avuto un mandato molto netto sulla sicurezza, sulla quale ha spinto molto in campagna elettorale, in particolare sul tema dei migranti e sulla percezione di insicurezza nelle grandi città.
Dopo tanti decreti sicurezza, fin troppi, possiamo dire che il governo Meloni ha fallito su tutta la linea su questo tema.
L’altra sera a Roma un gruppo di cosiddetti maranza stava festeggiando sotto al Colosseo con fuochi d’artificio e una danza con il coltello in mano. Sono intervenuti i vigili urbani ed è iniziato il caos, ripreso dai turisti e condiviso sui social. Tre giovani sono stati arrestati. È un fatto di cronaca, l’ennesimo, ma racconta molto di come in questi anni tutto quello che era stato promesso non abbia funzionato.
La sicurezza reale e quella percepita
Avevano iniziato con i rave: ve lo ricordate? La prima emergenza che Piantedosi ha dovuto affrontare. Poi sono arrivati i tanti decreti per Caivano, per l’emergenza maranza, per i migranti, contro le manifestazioni e contro i sit-in di protesta dei lavoratori e delle lavoratrici. Insomma, hanno ristretto giorno dopo giorno le maglie della democrazia in questo Paese, tutto in nome della sicurezza della maggioranza dei cittadini.
Ma ragioniamo insieme: davvero questo è un Paese più sicuro e davvero la percezione della sicurezza è aumentata?
Prendiamo per esempio l’indice della criminalità elaborato dal Sole 24 Ore per l’anno 2025: sono aumentate le denunce per casi di criminalità e microcriminalità dell’1,7% rispetto all’anno precedente. Questo è un trend in crescita ormai da diversi anni. Il tema è capire se le misure repressive siano la soluzione al problema oppure se lo siano l’aumento del degrado delle città e l’aumento delle persone costrette ai margini della società, anche a causa dei tagli costanti al personale delle prefetture per le procedure di richiesta d’asilo e di protezione, che ormai sono diventate lunghissime. L’aumento crescente della povertà e del lavoro povero porta verso la criminalità persone che mai avevano commesso reati.
La propaganda è controproducente
Insomma: chi doveva vivere di sicurezza sta morendo di insicurezza.
Perché a forza di parlare di emergenza maranza, invasione e qualsiasi altro tipo di emergenza in chiave securitaria, alla fine la percezione dei cittadini è quella di essere più insicuri, di sentirsi meno protetti dal governo che, appunto, più di tutti doveva risolvere questo tema.
Adesso poi è arrivato qualcuno che sta facendo da spina nel fianco proprio su questo tema, ovvero Futuro Nazionale di Vannacci, che si sta posizionando ancora più a destra. Ha deciso che la remigrazione e le politiche ancor più securitarie sono il programma dell’estrema destra, che rivendica una continuità con il fascismo e quello che culturalmente ha significato quella fase politica e storica italiana.
Un pezzo di società che si sposta, quindi, sempre più a destra, che chiede sempre più misure stringenti e che oggi mette in discussione l’operato di Meloni, di Piantedosi e dell’aspirante Ministro dell’Interno che mai ha superato il trauma di aver perso il Viminale: Matteo Salvini.
Lo sciacallaggio sull’omicidio di Reggio Emilia
Proprio il leader della Lega, pochi giorni fa davanti alla platea dei giovani del suo partito, diceva: “Se dovessimo rivincere le elezioni, io andrò al Viminale”. Una bocciatura netta, quindi, dell’operato di Piantedosi, nonostante lo stesso ministro attuale fosse il suo vecchio capo di gabinetto proprio al Viminale e, soprattutto, nonostante i decreti sicurezza di questo governo fossero ispirati proprio ai decreti sicurezza del governo gialloverde.
La stessa Lega che pochi giorni fa, pur di sciacallare su un fatto di cronaca, ha accusato uno straniero dell’omicidio del pizzaiolo a Reggio Emilia, chiedendo la remigrazione. Sono stati costretti a ritirare il comunicato quando si è capito che l’omicida non era straniero.
Questo fatto ci racconta molto: la colpa non può essere sempre della sinistra, dei buonisti, di qualcun altro. Non si può sempre dire che se ci fosse il Salvini di turno tutto sarebbe stato diverso.
Dopo 4 anni di governo e tanti decreti sicurezza, forse ammettere che è stata solo propaganda sarebbe un primo passo importante.

(da Fanpage)

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