Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SE CONTINUA L’AVANZATA, GIORGIA MELONI NON POTRÀ PIÙ FARE A MENO DI VANNACCI SE VUOLE VINCERE NEL 2027… ALTRA MAZZATA: IL 55% DEGLI ITALIANI DÀ UN GIUDIZIO NEGATIVO DEL GOVERNO
FdI resta il primo partito d’Italia: se si andasse a votare oggi vincerebbe con il 26,9%. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio di YouTrend per Sky TG24. La forza politica di Giorgia Meloni cala però dello 0,9% rispetto all’ultima rilevazione (18 giugno). Il secondo partito è sempre il Pd (22%, -0,2%), seguito dal MoVimento Cinque Stelle (12%, -0,1%), da Forza Italia (7,6%, -0,6%) e da Alleanza-Verdi Sinistra (6,6%, -0,2%).
Come tutti gli altri partiti maggiori, anche la Lega scende leggermente (5,4%, -0,4%). In controtendenza Futuro Nazionale di Vannacci, unica forza dell’area di centrodestra in crescita, che sale al 6,4% (+0,5%) e allunga sul Carroccio portando il distacco a un punto pieno. Piccoli progressi nell’area centrista-liberale. Crescono infatti Azione e Italia Viva, rispettivamente al 3,4% (+0,3%) e Italia Viva al 2,5% (+0,4%).
In aumento anche +Europa (1,3%, +0,3%), mentre restano più indietro il Partito Liberaldemocratico all’1,1% (-0,1%) e Ora all’1,0% (-0,1).
Tornando al centrodestra, che insieme ottiene comunque il 40,7% (senza contare Futuro Nazionale, con cui sarebbe al 47,1%), Noi Moderati è allo 0,8% (-0,1%). Da segnalare la crescita della voce “altri” (3,0%, +1,2%) e degli indecisi e astenuti, che salgono al 33,5% (+1,2%): il lieve arretramento dei partiti maggiori si scarica soprattutto sull’area del non voto.
Più in generale, il giudizio sull’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è congelato rispetto al 18 giugno: i pareri positivi restano al 35%, quelli negativi al 55% e quelli indecisi al 10%, con un saldo che resta nettamente negativo. La frattura tra i poli è totale: nell’elettorato del campo largo i giudizi negativi arrivano al 90%, contro un apprezzamento del 91% nell’elettorato di centrodestra.
La fiducia nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca in Italia è ai minimi: solo l’8% degli intervistati gli accorda “molta o abbastanza” fiducia, contro l’86% che ne ha “poca o nessuna”.
La sfiducia è trasversale a tutti gli elettorati – totale tra gli elettori Pd (100%), quasi totale nel campo largo (95%) – ma nettamente maggioritaria anche nel centrodestra e tra gli stessi elettori di FdI e Futuro Nazionale (84% in entrambi i casi), dove la fiducia non supera comunque il 16%. Sul piano anagrafico i più critici sono i giovani 18-34enni (95% di sfiducia) e i laureati (97%).
Si discute anche della possibilità di elezioni anticipate. Quando si dovrebbe votare secondo gli italiani? La maggioranza relativa (43%) andrebbe verso la scadenza naturale della legislatura, nell’autunno 2027, mentre il 16% vorrebbe votare il prima possibile già entro il 2026. Le ipotesi che si torni alle urne nella primavera del 2027 (con o senza le elezioni comunali) raccolgono insieme il 25%.
La preferenza per la fine naturale della legislatura è massima tra gli elettori di centrodestra (56%, con il 60% tra quelli di FdI), a conferma di una domanda di stabilità nell’area di governo. Spingono invece per l’anticipo gli elettorati
d’opposizione e, ancora una volta in modo distintivo, quelli di Futuro Nazionale: è tra i vannacciani che la quota di chi vorrebbe votare subito entro il 2026 tocca il valore più alto (37%).
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO GLI AMERICANI LO HANNO SCOPERTO, HANNO ALLERTATO TEHERAN, SPINGENDO LA REPUBBLICA ISLAMICA AD ADOTTARE ULTERIORI MISURE DI SICUREZZA .. DURANTE UN VIAGGIO NEGOZIALE IN PAKISTAN, L’AEREO DEI DUE SAREBBE STATO PERSINO SCORTATO DA CACCIA PACHISTANI E POI DIROTTATO PER TIMORE DI UN’INTERCETTAZIONE ISRAELIANA
La saga dell’intelligence Usa-Israele, fatta di rivelazioni e contromosse, ha un nuovo capitolo.
Solo in parte inedito. Gli israeliani, secondo fonti citate dal New York Times, volevano uccidere i due negoziatori iraniani, Abbas Araghchi e Mohammad Ghalibaf, nel mezzo delle trattative. Quando gli americani lo hanno scoperto hanno allertato Teheran attraverso intermediari spingendo la Repubblica islamica ad adottare ulteriori misure di sicurezza.
Già durante il conflitto Israele aveva reso chiaro di considerare obiettivi legittimi i rappresentanti del regime, dai politici ai militari. E ne ha uccisi a decine, compresa la Guida Alì Khamenei. […] Poi è arrivata la tregua, osteggiata dal governo Netanyahu deciso ad andare avanti con gli strikes. E sono nati i contrasti, anche pubblici, con la Casa Bianca. Tel Aviv avrebbe allora progettato di colpire i principali protagonisti del negoziato, un modo per bloccare il dialogo e riaccendere la guerra.
La minaccia è stata percepita da Teheran che aveva chiesto garanzie per i suoi emissari mentre Washington ha attivato le proprie antenne. Tutti erano consapevoli dei rischi: gli israeliani avevano adottato la stessa tattica cercando di spazzare via la dirigenza all’estero di Hamas con il raid su Doha, in Qatar. […]
L’allarme è cresciuto in occasione del previsto incontro ad aprile ad Islamabad tra il vicepresidente americano Vance e la delegazione iraniana. Teheran, preoccupata, ha ottenuto la protezione del Pakistan, così caccia pachistani hanno scortato l’aereo con a bordo Aragchi e Ghalibaf. Ma non è finita.
Dopo i colloqui, durante il volo di rientro, i servizi di sicurezza sono stati informati della presenza di due caccia israeliani in arrivo dal territorio iracheno. Un’incursione che poteva far pensare ad un intercettamento. Ed allora è stato deciso di dirottare il velivolo sull’aeroporto di Mashad, il più vicino al confine pachistano. I mediatori hanno poi proseguito il loro viaggio verso la capitale via terra.
La storia raccontata dal New York Times rientra in una fase particolare. Dopo lo stop delle operazioni belliche «spezzoni» dell’amministrazione americana – hanno fatto trapelare informazioni costanti su due punti: 1) Israele e Usa hanno linee diverse, aspetto evidente ma rimarcato con dettagli spionistici. 2) In diversi momenti le indiscrezioni hanno riguardato le attività dell’intelligence israeliana. All’origine delle notizie ci può essere la volontà della Casa Bianca di mandare messaggi all’Iran ma vanno anche considerate le posizioni molto critiche verso Tel Aviv di funzionari ad ogni livello.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LO HA DICHIARATO LA STESSA LAGARDE IN UN’INTERVISTA A “LES ECHOS”: “DIMISSIONI ANTICIPATE? È POSSIBILE. PENSO CHE UNA VOCE EUROPEA DEBBA FARSI SENTIRE NEL DIBATTITO PRESIDENZIALE FRANCESE”
La presidente della Bce Christine Lagarde ha dichiarato giovedì, in un’intervista a Les Echos, di non escludere la possibilità di lasciare Eurotower prima della scadenza del suo mandato, nell’ottobre 2027, per far sentire “una voce europea” nel dibattito presidenziale francese.
Interrogata su un’eventuale dimissione anticipata, con un occhio alle future elezioni in Francia, Lagarde ha risposto: “È possibile. Penso che una voce europea debba farsi sentire nel dibattito presidenziale francese”. Domani Lagarde è attesa in Provenza per gli “incontri economici”, ai quali partecipa anche il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa.
Lo aveva anticipato il Financial Times e, nonostante la smentita della diretta interessata, i rumors a Bruxelles e Francoforte non hanno mai smesso di circolare: Christine Lagarde potrebbe lasciare la Bce prima della scadenza dle mandato, prevista ad ottobre del 2027
“E’ una possibilità”, ha ammesso Lagarde in un’intervista a Les Echos, spiegando che potrebbe servire “una voce europea” nella campagna per le prossime presidenziali francesi, dove i macroniani rischiano di essere battuti dalla destra del Rassemblement Nationale
Ma l’addio anticipato di Lagarde rischi di provocare un terremoto politico in Ue, dove a gennaio prossimo ci sarà il cosiddetto Midterm, giro di boa per i Top jobs comunitari. E già nelle settimane scorse, a Bruxelles, c’era chi non escludeva una girandola che avrebbe del clamoroso, con Lagarde alla testa della Commissione e la Bce guidata da Berlino
Si tratta, va sottolineato, di mere indiscrezioni, spesso autoalimentate dal chiacchiericcio della cosiddetta ‘bolla’ brussellese. Il punto, in ogni caso, è che un eventuale addio anticipato di Lagarde darebbe il là alla corda per la successione, più delicata che mai in un periodo in cui l’Ue e l’euro navigano tra i balzi dell’inflazione e le conseguenze della guerra in Ucraina e della crisi in Medio Oriente. Secondo Lagarde “il capitano della nave Bce deve rimanere a bordo” in questo “periodo di turbolenze”. Tuttavia, interrogata su un’eventuale dimissione anticipata, Lagarde ha risposto: ‘È possibile. Penso che una voce europea debba farsi sentire nel dibattito presidenziale francese’.
Domani Lagarde è attesa in Provenza per gli ‘incontri economici’, ai quali partecipa anche il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. E sull’appuntamento si accenderanno più fari del previsto. Nel febbraio scorso, prima dello scoppio della guerra all’Iran, “potevo dire con un certo sollievo che la missione era compiuta, che avevo 70 anni e che, alla fine, potevo forse andare in pensione un po’ in anticipo” aveva affermato a metà giugno la presidente della Bce dando il là alla ridda di voci sul suo futuro.
Ma, allo stesso tempo, Lagarde aveva spiegato che di fronte al ritorno dell’inflazione, “ho un senso del dovere e ritengo che quando c’è una tempesta, il capitano rimane a bordo” . La sua attenzione per il futuro della Francia, tuttavia, non l’ha mai nascosta. “Realizzare l’obiettivo e consegnare le chiavi di una banca centrale europea che abbia garantito la stabilità dei prezzi per i nostri concittadini è l’imperativo numero uno.
L’imperativo numero due è la protezione della nostra moneta, affinché l’euro sia stabile, sicuro, una moneta rispettata, una moneta forte nel mondo, visto che oggi è la seconda valuta internazionale. Il terzo imperativo è quello di cui le parlavo prima: l’ancoraggio della Francia all’interno dell’Unione Europea”, aveva spiegato.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MEZZO GOVERNO A VILLA TAVERNA, FACENDO FINTA CHE TRUMP NON SIA ALLA CASA BIANCA
Bisogna farlo e facciamolo. Mezzo governo si ritrova a villa Taverna con il beneplacito di Giorgia
Meloni, l’ordine è di ricucire facendo finta che Trump non sia alla Casa Bianca. E così, un po’ mogi, con i sorrisi tirati e le camicie sudate, si ritrovano Ignazio La Russa, Matteo Salvini, Guido Crosetto, Antonio Tajani e Carlo Nordio, appartati in un salone con l’aria condizionata insieme all’ambasciatore Tilman J. Fertitta.
Non si sa bene che dire, arrivano gli hamburger già freddi e sono difficili da ingoiare, l’atmosfera è quella di certe famiglie litigiose, dove ci si detesta ma si è costretti a passare il Natale insieme, guardando continuamente l’orologio.
Come era diverso lo scorso anno il ricevimento, con la banda dei Marines che suonava l’inno italiano e Giorgia Meloni raggiante a parlare dell’amicizia «incrollabile» tra Roma e Washington. Adesso è rimasta questa grande freddezza, che la coastal diplomacy di Fertitta, che gira i porti italiani con il suo mega panfilo, difficilmente riuscirà a colmare.
Arianna Meloni, che è venuta in rappresentanza politica e familiare, in un capannello di ministri argomenta che quello di Trump con la sorella «è stato bullismo ed è nato tutto da lì». Poi si fa portare un bicchiere d’acqua e lo tracanna tutto d’un fiato: «Per venì qua ho fatto una corsa…».
Ci sono quaranta gradi, il cima è subtropicale. Tutti cercano l’ombra più che gli hot dog che vengono cotti in ogni angolo del giardino all’italiana. Giovanni Malagò, presidente della Figc, incrocia Marco Tronchetti Provera: «Ciao Marchì..si stava meglio a Capri eh!?»
Matteo Salvini, che Fertitta continua a chiamare «Mario», sembra meno a suo agio del solito, si abbraccia e bacia la sua Francesca Verdini appena può.
Sui rapporti con Trump, lui che si metteva anche le cravatte rosso Maga, non pare abbia cambiato idea: «Essere qui è una scelta di campo, God bless America». .
In cielo volano in formazione tre elicotteri militari a stelle e strisce. Per un momento tutti alzano gli occhi e Matteo Renzi trova la battuta giusta: «Eccoli, sono venuti a prendere Crosetto perché la Meloni non vuole pagare i miliardi alla Nato». […] Crosetto, poveretto, si stringe nelle spalle: «Dai, siamo all’ambasciata americana…».
E l’opposizione? A parte Renzi, [i leader non si sono fatti vedere. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni si sono persi l’invito nella spam. Dei cinque stelle non c’è proprio nessuno, anzi ci sarebbe l’ex portavoce di Conte, Rocco Casalino, accompagnato dalla mamma, ma ormai fa il giornalista.
Il Pd ha mandato il capogruppo Francesco Boccia: «Sono venuto a timbrare il cartellino…i presidenti passano, i popoli restano. Per questo sono qui».
Fertitta, come se non avesse guardato i notiziari con il nuovo attacco di Trump, ripete dal palco che «l’Italia è un partner fidato e un’amica degli Stati Uniti, e i nostri legami si rafforzano ogni giorno».
Ma la magia, nonostante la straordinaria performance della banda della US Navy, nonostante l’open bar e il pulled pork, non riesce a compiersi.
Tutti intanto cercano il generale Vannacci, l’argomento politico che anima i capannelli più di Trump-Meloni. Il generale non c’è, ma in rappresentanza è venuta la deputata Laura Ravetto, che ha mollato Salvini per Futuro nazionale.
Con un abito da princess, scarpe d’argento con i tacchi che sfidano il soffice manto erboso, Ravetto assicura che «Vannacci era invitatissimo, non è potuto venire perché a Bruxelles. Io comunque sono vent’anni che non manco».-
(da Repubblica)
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Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
ALDO CAZZULLO CERTIFICA LA DIFFICOLTA’ DI ESSERE DI DESTRA E LIBERALI IN ITALIA: “IL FASCISMO FU SCONFITTO ANCHE DA UOMINI DI DESTRA, COME DE GAULLE E CHURCHILL, E TANTISSIMI PARTIGIANI NON ERANO DI SINISTRA. IN UN PAESE NORMALE LUIGI EINAUDI E ALCIDE DE GASPERI ANDREBBERO CLASSIFICATI A DESTRA; MA SE UNO LO FA GLI SALTANO ALLA GIUGULARE, LA DESTRA DEVE ESSERE IL GENERALE GRAZIANI E JUNIO VALERIO BORGHESE. NON SOLO IN ITALIA I CONSERVATORI HANNO AVUTO UNA MUTAZIONE: DA KOHL ALL’AFD, DA CHIRAC A BARDELLA, DALLA THATCHER A FARAGE, DA SUÁREZ AD ABASCAL, DA REAGAN A TRUMP”
Il fascismo fu sconfitto anche da uomini di destra, come De Gaulle e Churchill, e tantissimi partigiani non erano di sinistra. Il Risorgimento fu fatto anche dal re, dalla destra storica, da liberali che è difficile considerare progressisti sul piano sociale, come Cavour. Storicamente i conservatori non guardano di buon occhio alla Russia.
L’immigrazione è una risorsa per gli imprenditori. Custodire il creato, salvare l’ambiente, conservare la natura dovrebbe essere, come dice la parola stessa, priorità dei conservatori. E i trattati di Roma che istituirono l’Europa furono firmati da cattolici che non erano certo di sinistra: Adenauer, De Gasperi, Schuman.
Ma in Italia «destra» è una parola che non indica i conservatori, i liberali, i moderati, bensì i fascisti o gli anti-antifascisti. Ad esempio in un Paese normale Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi andrebbero classificati a destra; ma se uno lo fa gli saltano alla giugulare, la destra deve essere il generale Graziani e Junio Valerio Borghese.
Va detto poi che non solo in Italia i conservatori hanno avuto una mutazione: da Kohl all’AfD, da Chirac a Bardella, dalla Thatcher a Farage, da Suárez ad Abascal, da Reagan a Trump. Giudichi lei qual è la versione migliore, e chi ha fatto o farà meglio per il proprio Paese e per il proprio popolo.
(da “Corriere della Sera”)
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Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“LO SO DA DUE MESI, HO CHIESTO DI PREGARE PER ME”
«Ho un tumore. Ho capito di avercelo da un bel po’ di tempo, ma mi è stato diagnosticato solo
direcente. Quando l’ho saputo mi è mancato il fiato». Clemente Mastella rivela la sua malattia in un’intervista al Corriere della Sera, dopo l’annuncio in chiesa a Benevento. E confessa: «Una paura ce l’ho. Ho paura di morire da solo. I ricordi non bastano. E prego anche perché questo non accada. Ma credo nel potere della preghiera. Per questo ho chiesto a tutti di pregare per me».
Mastella e la malatti
Il sindaco di Benevento spiega che ha preso il microfono nella basilica per la festa della Madonna delle Grazie dopo che l’arcivescovo Michele Antuoro «ha rivolto un pensiero ai malati. Quelle parole mi hanno scosso profondamente». Ma la sua «non è stata una decisione. La cerimonia prevedeva il mio intervento da sindaco. Fino a poco prima avevo parlato dello scisma, esprimendo solidarietà alla Chiesa di Roma. Poi l’arcivescovo ha parlato della solitudine dei più fragili. È stato un impulso». Ha pensato «che probabilmente quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei parlato in chiesa nel giorno della Madonna delle Grazie: sono alla fine del mio secondo mandato da sindaco di Benevento. Così ho detto: “Anch’io sono malato e spero di farcela”».
L’applauso
A proposito del video che racconta tutto, dice Mastella, «io ricordo soprattutto l’applauso. E poi le persone che hanno voluto stringermi la mano. È accaduto qualcosa di insolito. Sono il sindaco che ha dato il proprio numero di telefono a tutti. Per anni sono stato cercato a qualsiasi ora da chi aveva bisogno di aiuto. Stavolta le parti si sono invertite. Non so quante mani hanno cercato le mie. E tutti a confortarmi ricordandomi che sono sempre stato un leone».
E spiega di aver anche capito che la medicina non è una scienza esatta: «Sono una persona nota, conosco tanta gente e ho anche molti amici medici. Ho chiesto pareri, consigli. Ma alla fine dovrò essere io, che so poco di farmaci e pratiche chirurgiche, a scegliere se operarmi o insistere con la terapia medica. Da giovane ho insegnato filosofia all’università e ho sempre avuto un approccio razionale. Poi la vita irrompe e ti accorgi che la razionalità non basta».
La politica
Alla politica ha dedicato una vita intera. «Sì. Ho attraversato stagioni irripetibili: la Dc dei grandi dopo De Gasperi, la nascita di nuovi partiti, gli incontri con Papi, presidenti, capi di Stato, scrittori, artisti. Ho visto da vicino fortune e cadute di molti leader. Ma ora che ci penso, sa una cosa? Una paura ce l’ho. Ho paura di morire da solo. I ricordi non bastano. E prego anche perché questo non accada». Con Repubblica il 79enne dice anche di più: «Ho iniziato la cura. Mi dicono che si può guarire. Aspettiamo».
La scoperta
Dice di aver scoperto la malattia «un paio di mesi fa. Ma alla luce delle analisi i medici mi hanno spiegato che andava avanti già da un paio d’anni. La mia età mi aiutato, perché ha rallentato la malattia». E aggiunge: «Un po’ mi dispiace di aver creato questo subbuglio, mi auguro che possa aiutare altri a comprendere che bisogna fare prevenzione per sconfiggere il tumore. Da cattolico, per me la cosa più importante è la preghiera delle persone umili». Infine, per combattere la battaglia «mi affido a un misto di conoscenza scientifica e fede religiosa: spero che questo possa aiutarmi ad uscire dal tunnel».
(da Open)
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Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
NONOSTANTE I CEFFONI IRRISPETTOSI DEL DEMENTE DELLA CASA BIANCA, IL GOVERNO DEI PATRIOTI S’E’ PRESENTATO IN GINOCCHIO A VILLA TAVERNA: LECCANO IL CARTELLINO IL RASPUTIN DI “GIGIORGIA”, MANTOVANO, TUTTI I MINISTRI DI PESO (CROSETTO, GIORGETTI, SALVINI) E QUELLI DI CONTRAPPESO (LOLLOBRIGIDA, PICHETTO, URSO) … I LEADER DEL “CAMPOLARGO” DISERTANO MA C’ERANO RENZI, BOCCIA, GUERINI E MINNITI
Make paisa great again. Caro Trump, mangnate la carbonara di Ignazio La Russa, inginocchiati di fronte alla mamma di Rocco Casalino: ce ne vuole per rompere questo amore! Panna sui pantaloni, spalle strascicate, maionese e ketchup a fiumi. È il 2 luglio americano, a Villa Taverna, all’ambasciata, ma sembra il matrimonio a Fuorigrotta: una trumpata delle cerimonie. Meloni è assente ma c’è Arianna, e ‘Gnazio, presidente del Senato, che dice: “Il ponte con l’America non è mai crollato, ma ora bisogna costruire il ponte con la Sicilia”. Arriva Simona Agnes, la (non) presidente Rai designata, la donna che alla fine ha fatto dimettere una Commissione di Vigilanza e come Catone spiega: “La Rai si ama sempre”. Come l’America, Dylan, De Niro e Faulkner. E’ un red carpet delle sue ministrità: Salvini, Lollobrigida, Pichetto, Mantovano, Biancofiore, e poi Giorgetti che ha il passo del boy varessotto. Sono tutti brilli già al primo gin tonic. Great!
Schlein: non sei mai dove sei, non sei mai dove sai. Perché non viene? La delegazione Pd è composta da Ciccio Boccia, capitano, Andrea Casu, e senza dubbio c’è Lorenzo Guerini, ma gli occhi, e le orecchie sono per Rocco Casalino e mamma. I comunisti veri non disertano. Arriva all’ambasciata Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, del Pd, vestito di nero Minniti che ci regala la frase: “Il legame Italia-America è inscindibile. E lo ripeto. Inscindibile. Avere diversità è un valore”. Sì, Minniti, ma se Trumpaccio lascia le basi americane, noi che ci facciamo? I campi di golf. Ma Minniti, che tutto sa (passa vicino il capo dell’Aise, Caravelli) ci garantisce che “le basi servono all’America. Fanno parte della potenza americana”. Scriviamo senza il favore dell’hamburger e con le rotative che si fermano prima delle 21 (in pratica al terzo Tonic) e senza la complicità dei poteri forti. Anche perché i forti sono semplici. Incontriamo Gianni De Gennaro. Lei è De Gennaro, il vero potere forte italiano, Polizia, Servizi? E De Gennarro da babbo: “Non sono il grande sono solo il vecchio De Gennaro e il vecchio De Gennaro
legge ogni mattina il Foglio”. Dentro, in sala, c’è Tilmann Fertitta, l’ambasciatore, che è un tipo tosto (ama andare all’hotel Minerva di Roma) e che di Trumpaccio se ne impipa. Lancia baci a mezzo governo e ci confidano che non ami tanto le interviste che rilascia Zampolli, anche detto, sul pratone di Villa Taverna, “Zampollo, mo ti mollo”. E per fortuna che i rapporti Italia-America dovevano cambiare… C’è Roma intera, Tronchetti Provera, Scaroni, Malagò. Si viene paparazzati come alla mostra del Cinema di Venezia. Salvini stringe la mano della bella Francesca Verdini e ha un sogno, lo ha raccontato ai giovani di Milano Marittima: “Quando finirà tutto, un giorno, io voglio tornare al Papeete”. Sigarette a mucchi, riporti e gessati inverecondi, droni nel cielo…Facciamo quel che possiamo. Giorgio Mulè parla ancora del ponte con l’America: “È come con l’Apollo 13. Si perde il contatto con la base, ma poi, magicamente, si riprendano i contatti e l’insuccesso diventa successo”. L’ambasciatore Fertitta, ancora, ganzo, altro che Trump, dichiara che “il rapporto Italia-America è al livello più alto di sempre”.
Trump ha detto che “Meloni gli ha fatto pena”, ma cosa volete che sia l’offesa di Trumpaccio? Qui ci sono problemi più importanti: la Rai e Vannacci. A La Russa gli viene chiesto come pensa di risolvere il caso delle dimissioni dei membri della Vigilanza e lui: “Si potrebbe dimettere un membro della sinistra in cda e indicare un presidente di garanzia”. Vedrete: rischia di finire con Mario Orfeo presidente della Rai. Laura Ravetto, la rosa del ventennio, si fa fotografare mezz’ora e poi spiega che “Vannacci è a Bruxelles”. Il barbecue fuma che è una meraviglia, Casalino fa la fila per il gelato. E’ un’orda di ex grillini, forse c’è anche D’Inca (lo ricordate?). Forza Italia si sdoppia: Tajani e Occhiuto, specialista in baciamano. Il dilemma Meloni (“viene o non viene”) lo risolve per fortuna il solito La Russa: “Ho sentito che non viene che ha un appuntamento”. Il geniale Daniele Alberti, lo Shakespeare dei The Journalai, fa la domanda che separa il mondo: “La Russa, meglio la carbonara o l’hamburger?”. E la Russa: “La Carbonara tutta la vita”.
Sul palco parte la musica e non si capisce bene se è Stevie Wonder o Pino Daniele. Che differenza fa? Preti, vescovi, Melania Rizzoli che viene da Milano, ufficiali gentiluomini con la panza; altro che Richard Gere… Trump ci chiede le armi ma La
Russa al massimo gli offre un’alabarda perché: “La spesa va aumentata ma in autonomia”. Chi glielo dice a Trump che il suo ambasciatore ama l’Italia più di Lollo, di Angelo Mellone, direttore Rai, e di Linea Verde? Fertitta anticipa che “celebrerà il 4 luglio in Sicilia, la terra dei miei bisnonni che emigrarono più di 130 anni fa. L’Italia? E’un partner affidabile”. Tilmann, fa venire i lucciconi: “Il rapporto con gli alleati costituisce una delle pietre angolari”. Chiama Crosetto “vero amico” e Tajani, se potesse, lo porterebbe sul suo yacht. Non è finita. Come diceva Berlusconi: l’amore vince sempre sull’odio e Trump. Tajani, l’angioletto che ci ha lasciato il Cav., loda Fertitta e agli americani: “Gli Stati uniti sono un alleato storico. Il mio personale rapporto con Rubio è improntato sull’amicizia”. Noi ci fermi amo qui: danno tutti pacche a Tilmann, gli abiti puzzano come se avessimo cucinato un allevamento di buoi. Make paisà great again. L’amore America e Italia non si leva. Come il ketchup.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
CON LA RIFORMA ELETTORALE LEGA E FORZA ITALIA PAGHEREBBERO DAZIO… PIU’ POSSIBILITA’ DI VITTORIA PER LA SINISTRA
«Cui prodest?». Questa ormai è la domanda che assilla il centrodestra alle prese con la
modificadella legge elettorale. Più il tempo scorre – tra vertici, scambi di battute via intervista e intoppi parlamentari – più la distanza tra gli interessi degli alleati aumenta e le incognite crescono. Due in particolare: il peso di Futuro nazionale di Roberto Vannacci e l’introduzione delle preferenze.
Così i dubbi sull’utilità di una modifica del sistema elettorale stanno prendendo sempre più forma. Davvero, alle condizioni attuali, il Melonellum (proporzionale con premio di maggioranza) sarebbe meglio del Rosatellum (misto, con un terzo dei seggi assegnati con sistema maggioritario e due terzi con il proporzionale)?
A FdI conviene
A conti fatti, un sistema proporzionale con liste bloccate e un premio di maggioranza fisso che scatta al 42 per cento converrebbe a Fratelli d’Italia. Gli ultimi sondaggi lo quotano intorno al 28 per cento e il suo numero di seggi totali sarebbe maggiore in proporzione rispetto a oggi, perché non dovrebbe più spartirsi ex ante con gli alleati i candidati nei collegi uninominali (sula base dei sondaggi e quindi con margine di errore, come è stato nel 2022).
A loro dovrebbe sì riconoscere un numero di posti nel listone bloccato, che però scatterebbero solo in caso di superamento del 42 per cento e dunque di vittoria e premio di maggioranza. Determinante in questo senso, però, è la variabile del posizionamento del generale Vannacci. Se corresse da solo, sono alte le probabilità che faccia perdere il centrodestra e dunque il premio di maggioranza non scatterebbe. Se invece entrasse nell’alleanza, l’ultimo sondaggio Swg proietta il centrodestra al 46,8: forse un po’ troppo ottimistico, visto che in coalizione Vannacci perderebbe consenso.
Con il Rosatellum, invece, lo scenario sarebbe peggiore per gli standard di Meloni. Nella quota proporzionale si creerebbe un sostanziale pareggio con il centrosinistra, nella parte maggioritaria dei collegi uninominali invece la presenza di Vannacci in corsa da solo determinerebbe la sconfitta Meloni, proprio come nel 2022 è stato per il Pd con il Movimento 5 stelle fuori dall’alleanza. La vittoria sarebbe però risicata, con il rischio di una palude politica.
Alla Lega e Forza Italia no
Ragionamento opposto, invece, vale per la Lega. Nel 2022 – grazie al Rosatellum e a una sopravvalutazione del suo risultato nell’alleanza – con l’8,8 per cento, il partito di Matteo Salvini, ha incassato 65 deputati e 29 senatori, molti di più rispetto agli appena 45 alla Camera e 18 al Senato di Forza Italia, che l’aveva tallonata all’8,1 per cento.
A prescindere dalla legge elettorale, tuttavia, la Lega oggi è tra il 5 e il 6 per cento e in ogni caso perderà parlamentari. Il punto è quanti, e l’emorragia di eletti rischia di essere maggiore con il Melonellum che cancella la spartizione dei collegi uninominali in coalizione.
Ragionamento simile vale anche per Forza Italia, con una differenza. Sia che si voti con il Melonellum o che si rimanga al Rosatellum, FI incasserà più parlamentari della Lega. Se si votasse con il Rosatellum, oggi FI avrebbe la mano migliore per pretendere più collegi uninominali, potendo vantare un peso elettorale tra il 7 e l’8 per cento. Con il Melonellum, invece, il numero finale di parlamentari dipenderebbe dall’ottenimento o meno del premio di maggioranza.
In questo caso, FI potrebbe inserire nel listone più nomi rispetto a quelli della Lega ma sono proprio gli azzurri ad allontanare la vittoria, essendo i più categorici nell’escludere la presenza di Vannacci in coalizione. A conti fatti, dunque, il Rosatellum garantirebbe di più sul numero di eletti. La sintesi è che né a Forza Italia né alla Lega converrebbe accettare l’incognita del Melonellum e la roulette russa del premio di maggioranza
E Vannacci?
In base ai sondaggi e alle simulazioni, il centrodestra nella sua attuale configurazione è destinato alla sconfitta sia con il Melonellum sia con il Rosatellum. Paradossalmente, però, la sconfitta sarebbe meno pesante con il Rosatellum che, non avendo premio di maggioranza, permetterebbe sì una vittoria del campo largo ma probabilmente molto risicata, tale da provocare proprio quel sostanziale pareggio – e dunque instabilità – che Meloni considera il male della politica italiana.
Il Melonellum invece, con il suo premio di maggioranza secco (70 seggi alla Camera e 35 al Senato per chi supera il 42 per cento), consegnerebbe governabilità alla coalizione vincitrice: il centrosinistra è al 45,7 per cento anche senza Azione che è data al 3,7 secondo il sondaggio Swg; il centrodestra è al 41,5 senza Vannacci, che con il 5,3 per cento sarebbe determinante
Si spiega così l’ipotesi – fatta filtrare da Forza Italia e considerata quella preferita da Marina Berlusconi – di tornare al sistema elettorale della Prima Repubblica: il proporzionale puro. Semplice, perché basterebbe eliminare dal testo del Melonellum il premio di maggioranza. In questo modo ogni partito correrebbe per sé e le alleanze si formerebbero in Parlamento, eliminando il problema Vannacci almeno in campagna elettorale. La strada però è impercorribile nell’ideale di Meloni, che si è esposta in favore di un sistema che faccia capire subito ai cittadini chi ha vinto e quindi governerà.
Si torna alla domanda di partenza, dunque: a chi conviene il Melonellum? Stando ai sondaggi e alle attuali coalizioni, favorirebbe il centrosinistra. Di qui l’incognita se verrà davvero approvato e soprattutto se la conformazione delle alleanze sia destinata a cambiare. Meloni sembra disposta a giocarsi il tutto per tutto – lei con i suoi cinque anni di governo contro l’alternativa di centrosinistra – convinta com’è che «la politica non è aritmetica».
(da Editoriale Domani)
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