Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile
FRANCESCO TOSCANO ACCUSA RIZZO DI VOLER PASSARE CON VANNACCI, RIZZO ACCUSA TOSCANO DI FLIRTARE CON DI BATTISTA E D’ORSI… LA LOTTA PER TENERSI IL SIMBOLO FINIRA’ IN TRIBUNALE… SIAMO ALLA SCISSIONE DELL’ATOMO
Francesco Toscano e Marco Rizzo si contendono a colpi di congressi contrapposti quello che ormai rimane della loro creatura, Democrazia Sovrana e Popolare. La strana coppia era riuscita a stabilizzare il loro partitino nei sondaggi attorno all’1% e poco più, i soli a capitalizzare l’effimero exploit del “mondo del dissenso”, con le piazze contro la vaccinazione obbligatoria e il green pass. Con l’irrompere di Roberto Vannacci però è saltato ogni piano: Francesco Toscano ha accusato Marco Rizzo di voler passare con Futuro Nazionale, Rizzo ha accusato Toscano di intelligenza con Alessandro Di Battista e Angelo D’Orsi.
La scissione di fatto è già compiuta ma entrambi i condottieri non sembrano al momento voler togliere il disturbo, e la lotta per chi potrà tenere nome e simbolo rischia di finire in tribunale. Come abbiamo raccontato Toscano per il prossimo 26 luglio ha convocato a Roma il congresso di DSP, facendo appello a tutto il “mondo del dissenso”, perché “quella eredità culturale e spirituale, guadagnata nel corso delle lotte contro le restrizioni pandemiche, è un patrimonio condiviso che siamo chiamati a difendere”.
Dal canto suo Rizzo, che controlla la maggioranza negli organismi dirigenti, dichiara che la convocazione non ha nessun valore, e a sua volta chiama alla conta il 3 e il 4 ottobre sempre a Roma per il congresso. Per Toscano poco contano però i numeri e le censure dell’Ufficio Politico, a suo dire “il tentativo di minare l’autonomia interna del partito attraverso un colpo di mano è stato respinto”, perché “l’80% degli iscritti ha manifestato in maniera documentale sostegno alla linea politica che abbiamo proposto”.
Chi ha ragione? Qual’è il “vero congresso” di Democrazia Sovrana e Popolare? Quello di Rizzo o quello di Toscano? Per ora non c’è risposta, e ne vedremo con tutta probabilità delle belle se nessuno dei due contendenti farà un passo indietro.
Intanto le uscite pubbliche dell’ex comunista Rizzo mostrano la sua ormai piena compatibilità con il vannaccismo, e qualche fedelissimo inizia già a passare tra le file di Futuro Nazionale. È il caso per esempio di Nicolas Gabrielli, che ha seguito il leader maximo dal Partito Comunista a Democrazia Sovrana e Popolare, e oggi è un accanito sostenitore di Vannacci, in prima fila nell’organizzazione del comizio di lancio di Futuro Nazionale a Roma. Ma non sarebbe un caso isolato.
Secondo i bene informati l’ipotesi di Rizzo sarebbe quella di portare i suoi follower e le sue ospitate tv in dote al generale, trovando magari una candidatura da indipendente, senza per questo trainare necessariamente tutto il “suo” partito (o di Toscano questo rimane da capire) con sé. Lo stesso schema seguito quando si candidò nelle liste di Sovrana e Popolare, tenendo però la carica di presidente onorario del Partito Comunista. Una strategia che potrebbe garantire qualcosa a Rizzo e fedelissimi, ma niente a Toscano, determinato a seguire la sua strada e ricompattare dietro di sé complottisti, no vax, no euro e così via: se questo non gli porterà un seggio in parlamento, per lo meno gli permetterà di mantenere un’audience per la sua tv web e le sue iniziative.
Il rimescolamento di quello che sta accadendo fuori dalle due coalizioni, da destra a sinistra, ha poi sullo sfondo la collocazione internazionale della grande maggioranza degli attori di cui stiamo discutendo: sono tutti a gradazione diverse filorussi e antieuropesti, e per questa ragione un processo di semplificazione dell’offerta politica “anti sistema” potrebbe avvenire naturalmente. In Germania nelle scorse ore Sahra Wagenknecht, leader della “sinistra sovranista”, ha fatto appello all’estrema destra di Alternative für Deutschland per cercare un’intesa di governo che permetta di creare un laboratorio rossobruno in alcune regioni della fu Germania Est, dove AfD viaggia oltre ben oltre il 30% e il partito di Wagenknecht potrebbe superare la soglia di sbarramento. Rizzo, che ormai da tempo non vuole sentire parlare di fascismo e antifascismo, ha salutato ovviamente l’iniziativa con entusiasmo: “Brava Sahra! Popolo contro élite!”.
(da Fanpage)
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Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“I LAVORATORI ITALIANI HANNO GLI STIPENDI PIU’ BASSI D’EUROPA E PAGANO IL CARO ENERGIA TRE VOLTE”
Il Partito democratico si prepara alla campagna elettorale, come tutti gli schieramenti politici. E
così Elly Schlein, che negli ultimi anni ha sempre insistito molto sui temi più vicini a lavoratrici e lavoratori – salari, sanità, casa e in generale costo della vita – allarga lo sguardo anche alle imprese. La segretaria del Pd ha detto che il partito in questi giorni sta presentando la propria “strategia per la crescita”. Rivolta sì ai dipendenti, ma soprattutto agli imprenditori. E al primo posto tra gli obiettivi (che prevedono “tre assi principali”) c’è quello di “ridurre le bollette”, ha detto a margine del congresso della Uil.
Il costo dell’energia è un tema che unisce lavoratori e aziende. Perché, come ha ribadito Schlein, “sono i lavoratori davanti alle fabbriche che mi hanno raccontato come su di loro incida tre volte il caro energia: quando arrivano le bollette triplicate in casa, quando vanno a fare la spesa e quando l’azienda entra in difficoltà perché non riesce più a pagare la bolletta e li mette in cassa integrazione”. Tra crisi internazionali, accise sui carburanti e promesse di ritorno al nucleare si è parlato molto di energia negli ultimi mesi, ma “in questi quattro anni non abbiamo visto risposte efficaci da parte del governo”.
Tetto al prezzo del gas e tempi più rapidi per le rinnovabili
Il primo modo per abbassare le bollette sarebbe essere meno dipendenti dal metano, mettendo un “tetto europeo al prezzo del gas nei momenti di emergenza” ma soprattutto potenziando la produzione di energia rinnovabile. E per farlo serve “un’unità di missione nazionale che, mettendo insieme governo e Regioni, dimezzi i tempi di autorizzazione per le rinnovabili”.
Come è noto da tempo, il principale ostacolo che oggi blocca la crescita dell’energia rinnovabile in Italia sono proprio i tempi necessari per ottenere un’autorizzazione a installare nuovi impianti. Chi vuole farlo deve attendere una lunga trafila che spesso resta bloccata per mesi (o anni, se si parla di grandi impianti). Un tema su cui effettivamente l’esecutivo di Giorgia Meloni non è riuscito a migliorare molto la situazione, nonostante gli annunci a più riprese del ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin.
Burocrazia zero per chi vuole investire nel green
In più, intervistata da Repubblica, Schlein ha parlato di una misura per spingere le imprese a spendere di più sulle tecnologie green: “Burocrazia zero per gli investimenti nella doppia transizione”. Ovvero, per chi sceglie di dirigere i propri investimenti verso tecnologie sostenibili sul piano ambientale dovrebbe nascere “uno sportello unico, una risposta entro 90 giorni”.
La segretaria del Pd ha fatto riferimento a quella che oggi è la Zes, Zona economica speciale che include le Regioni del Sud. “Quel sistema” andrebbe allargato “a tutto il territorio nazionale” quando si parla di “investimenti nella trasformazione ecologica e digitale”. Parole che, peraltro, hanno fatto irritare Forza Italia, con il portavoce Raffaele Nevi che ha attaccato: “Sarebbe da denunciare per plagio. La sinistra ha passato la vita a tassare tutto”, o “oggi il segretario del PD scopre che invece servono le semplificazioni. Bene!!!! Peccato che mentre lei parla, il governo sotto la forte spinta di Forza Italia lo ha già fatto”.
L’obiettivo dichiarato di Schlein, in ogni caso, sarebbe allo stesso tempo ridurre i costi dell’energia e alleggerire le imprese che si trovano ad affrontare lunghi iter burocratici. Senza contare che ci sarebbe l’idea di “incentivi mirati” per spingere i cittadini a utilizzare i propri soldi (“ci sono 1.700 miliardi di euro fermi sui conti correnti dei risparmiatori italiani”) per sostenere “l’innovazione e le piccole e medie imprese”. Un progetto, quest’ultimo, che per il momento non ha ancora contorni definiti.
L’attacco al governo: “Salari più bassi d’Europa e loro pensano alla legge elettorale”
Parlando di lavoro, poi, a margine del congresso Uil Schlein si è lanciata in un attacco al governo. Per farlo è tornata sui temi che considera cavalli di battaglia, dagli stipendi alla sanità: “In un Paese che ha un calo della produzione industriale da tre anni consecutivi, che ha gli stipendi tra i più bassi d’Europa, che ha raggiunto il record di pressione fiscale degli ultimi dodici anni, in cui le liste d’attesa per fare una mammografia possono arrivare a un anno e mezzo, è incredibile che l’unica priorità di questa maggioranza sia cambiare la legge elettorale”.
Infine, la segretaria ha insistito sulla sicurezza sul lavoro: “Nel 2025 ci sono stati 1093 morti, vuol dire che in Italia ci sono tre lavoratori e lavoratrici al giorno che escono la mattina e non rientrano la sera. È un’emergenza vera e strutturale”. Tra le idee, “lavorare molto di più sulla prevenzione e sulla responsabilizzazione delle aziende”, ma anche “sulle nuove tecnologie che possono rendere più sicuri i luoghi di lavoro”. In più, fermare “la logica del subappalto a cascata che purtroppo il governo ha inserito nel Codice degli appalti”. Senza contare che “mancano molti ispettori per fare i controlli adeguati”.
(da Fanpage)
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Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO E’ QUELLO DI TRASFORMARE LA RAI NEL SIMBOLO DI UNA PIU’ AMPIA BATTAGLIA SULLA QUALITA’ DELLA DEMOCRAZIA IN ITALIA
C’è una convinzione che inizia a circolare con una certa insistenza nei corridoi della maggioranza: la partita sulla Rai potrebbe trasformarsi in un clamoroso boomerang politico. Non perché il governo abbia perso il controllo del dossier, ma perché il racconto costruito dalle opposizioni rischia di rivelarsi molto più efficace della battaglia combattuta nelle stanze del potere.
Le dimissioni in blocco dalla Commissione parlamentare di Vigilanza hanno cambiato completamente lo scenario. Fino a pochi giorni fa il confronto riguardava soprattutto nomine, regolamenti e rapporti di forza interni. Adesso, invece, il terreno dello scontro si è spostato sul piano simbolico. E proprio i simboli, in una lunga campagna elettorale, spesso pesano più dei numeri.
Nella maggioranza c’è chi ammette, lontano dai riflettori, che la gestione della vicenda abbia finito per offrire al campo largo un argomento perfetto. Il messaggio che Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra puntano a diffondere è semplice: una Rai sempre più identificata con il governo, una Commissione di Vigilanza ormai paralizzata e una riforma del servizio pubblico che continua a restare nel cassetto nonostante le richieste arrivate da Bruxelles.
Secondo diversi esponenti del centrodestra, Giuseppe Conte avrebbe intuito prima degli altri le potenzialità della vicenda. L’obiettivo sarebbe quello di trasformare la Rai nel simbolo di una più ampia battaglia sulla qualità della democrazia italiana. Per questo motivo, secondo fonti interne ai 5 stelle, il tema del servizio pubblico verrà affiancato alle altre grandi contestazioni contro l’esecutivo: il premierato, la legge elettorale, gli equilibri istituzionali e la tutela della Costituzione. Tasselli diversi destinati però a confluire in un’unica narrazione politica.
In ambienti parlamentari qualcuno richiama perfino quanto accadde all’inizio degli anni Duemila, quando lo scontro tra Silvio Berlusconi e alcuni volti storici dell’informazione Rai contribuì a ricompattare il centrosinistra. Nessuno immagina una replica identica, ma il meccanismo comunicativo viene considerato molto simile: individuare un simbolo capace di mobilitare l’elettorato. Oltretutto ora si è messo in mezzo pure il partito del generale Vannacci.
I sostenitori di Roberto Vannacci accusano infatti il servizio pubblico di riservare pochissimo spazio all’eurodeputato e promettono nuove iniziative dopo l’estate. Una situazione che rende ancora più complicata la narrazione del centrodestra: da una parte viene respinta l’etichetta di “Telemeloni“, dall’altra arrivano proteste da chi sostiene di essere praticamente invisibile nei programmi Rai.
Nel frattempo, all’interno dell’azienda, le tensioni tra i vertici non si sono affatto attenuate. I rapporti personali restano complicati e il clima continua a essere segnato da diffidenze e rivalità che inevitabilmente finiscono per riflettersi anche all’esterno. Il punto, però, va ben oltre le dinamiche di Viale Mazzini. La sensazione condivisa da molti osservatori è che la campagna per le Politiche del 2027 sia già partita e che la Rai rappresenti soltanto il primo grande terreno di scontro.
Le opposizioni puntano a fare della televisione pubblica il paradigma del rapporto tra il governo e le istituzioni, mentre la maggioranza continua a sostenere di aver garantito maggiore pluralismo rispetto al passato. Due letture destinate a scontrarsi per mesi.
Ed è proprio questo il timore che serpeggia nel centrodestra: aver trasformato una questione di governance in una potente arma di propaganda per gli avversari. Perché, in politica, spesso non vince chi ha ragione ma chi sa raccontarla meglio. E sulla Rai la battaglia, più che nei palazzi, sembra destinata a giocarsi davanti ai telespettatori.
(da L’Espresso)
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Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile
NUMERI, DENARO E INDISCREZIONI SULLE SPESE MILITARI
Inutile girarci intorno, anche perché qui gira già tutto, e pare per il verso sbagliato: il successo
del vertice Nato di Ankara in Turchia – martedì 7 e mercoledì 8 luglio – si misurerà dal grado di soddisfazione (o di irritazione) del presidente americano Donald Trump, indolente azionista di maggioranza dell’Alleanza atlantica. Trump dovrà valutare i progressi degli europei che di giorno insulta e di notte sprona a comprare armamenti di fabbricazione Usa, soprattutto per la resistenza ucraina e per compensare il parziale ritiro dei militari a stelle strisce dal Vecchio Continente.
L’ex primo ministro olandese Mark Rutte, segretario generale Nato da quasi due anni e in gran parte trascorsi sotto il ciuffo arancio di Trump, ha l’ingrato compito di rendicontare a «paparino» (citazione) il buon lavoro svolto nell’ultimo biennio. Rabbonire Trump in particolare e l’inquilino della Casa Bianca in generale è da sempre – per ricavarne testimonianza diretta è sufficiente leggersi il bel libro di memorie di Jens Stoltenberg – il principale obiettivo del segretario generale Nato per tutelare sé stesso e l’Alleanza atlantica. Questa era la traccia del servizio finché – per le ragioni esistenziali di cui sopra – Rutte non è intervenuto su fatti che possono (e presto lo hanno fatto) scompigliare la politica italiana. In una intervista alla televisione americana Fox News e con la palese intenzione di rimarcare l’incessante collaborazione europea a Washington (seppur indiretta), l’ex primo ministro olandese ha rivelato che dalle basi americane in Italia sono decollati 500 aerei statunitensi per «supportare l’operazione Epic Fury» contro l’Iran. La presidente Giorgia Meloni, il ministro Guido Crosetto e il ministero della Difesa hanno subito corretto, smentito, quasi dileggiato Rutte: solo voli tecnici. E come fare altrimenti, il governo Meloni si è vantato di aver respinto gli americani con “Sigonella due” emulando un evento di raro coraggio italiano ai tempi di Bettino Craxi. Alla vigilia di Ankara e dopo le tensioni con l’Italia, il segretario generale Rutte ha accettato di rispondere su questi temi a L’Espresso.
Nonostante le puntuali precisazioni di vari ministri e di altri portavoce Nato, la verità fatica a muoversi fra documenti classificati e trattati bilaterali secretati. Rutte non ha detto che aerei americani carichi di bombe (attività cinetiche) sono partiti dai confini italiani per attaccare il regime di Teheran (peraltro non avrebbe senso), ma ha detto che aerei americani (attività logistiche) sono decollati per «supportare l’operazione Epic Fury» e non ha mai modificato la sua versione. Neppure con L’Espresso a distanza di una settimana (mercoledì 24 giugno) dall’incidente diplomatico.
Il governo italiano e diversi ministri l’hanno accusata di aver commesso un errore; si può affermare che degli aerei siano decollati dalle basi americane in Italia per contribuire a un’azione militare contro l’Iran: sì o no? «Innanzitutto, voglio sottolineare che ho il massimo rispetto per l’Italia, uno dei membri fondatori della nostra Alleanza. Quello a cui mi riferivo in quell’intervista è il fatto che l’Italia, al pari di altri alleati, ha attuato gli accordi bilaterali esistenti in materia di basi e sorvolo». Ciascuno conferma la propria posizione, Rutte la sua informazione, il governo la sua smentita.
Il segretario generale cerca di curare le sue relazioni con l’Italia. Con le dichiarazioni a Fox News, a ogni modo, non voleva mettere in difficoltà il governo Meloni, ma voleva – questo sì – mandare un ennesimo segnale a Trump. E allora gli chiediamo: come sono i suoi rapporti con il governo italiano? I media vicini al governo hanno chiesto le sue dimissioni: si sente offeso? Per quanto riguarda gli impegni assunti l’anno scorso di portare la spesa militare al cinque per cento del Prodotto interno lordo (Pil) entro il 2035, l’Italia sta spendendo quanto promesso?
«Non commento mai le questioni politiche interne di alcun alleato, ma lasciatemi spiegare l’importanza del ruolo dell’Italia nella Nato. L’Italia guida le “Forward Land Forces” in Bulgaria e fornisce truppe per sostenere la presenza Nato in Ungheria, Lettonia e Finlandia. La Marina italiana è importante per garantire che i mari rimangano sicuri e i caccia italiani partecipano alle nostre attività di sorveglianza nella regione del Baltico e nei Balcani occidentali. L’Italia continua poi a svolgere un ruolo nel mantenimento della pace in Kosovo attraverso la nostra missione Kfor. Inoltre, l’Italia dispone di una notevole struttura industriale nel settore difesa».
Sui punti di Pil, Rutte evita di inoltrarsi nei dettagli. La relazione annuale Nato ha registrato nel ’25 il traguardo raggiunto per un soffio: 2,01 per cento di Pil in armi con un balzo da 1,52. In valore assoluto, cioè in dollari, l’Italia è passata da 33,4 miliardi (2024) a 45,3 miliardi (2025). Vuol dire che il governo Meloni ha investito circa 12 miliardi in un anno? No, per niente: il 2,01 per cento è il risultato di una revisione contabile con l’aggiunta di molte spese già a bilancio. Come è facilmente desumibile dal numero di militari, circa 173 mila nel 2024 e poi 194 mila nel 2025. Vuol dire che il governo italiano ha assunto oltre 20 mila militari? No, per niente. Lo scorso anno la Nato è stata comprensiva con l’Italia e l’ha premiata accontentando Trump. Lo scorso anno però il governo Meloni era un avamposto di The Donald e adesso è il governo che non «implora» né comprensione né fotografie. E però è pure il governo che non acquista armi americane da destinare a Kiev con il meccanismo Purl e per il 2026 annuncia di aver raggiunto un vago 2,8 per cento di Pil perlopiù con l’ausilio di spese di sicurezza e non militari (altro artifizio ragionieristico). Al contrario, Polonia e Baltici sono già al 4 per cento. E l’industria bellica tedesca si è messa in moto con un solido 2,4 per cento nel ’25. Rutte non si sofferma sulle prestazioni italiane, peraltro non rilevanti perché la tendenza europea è chiara: «Il mio ruolo è assicurarmi che tutti gli alleati lavorino insieme per fare in modo che la Nato sia adeguata alla sua missione. La direzione da seguire per Ankara è chiara: trasformeremo gli impegni assunti al summit dell’Aja lo scorso anno in risultati concreti. Questo significa aumentare gli investimenti in difesa, potenziare la produzione industriale, continuare a sostenere l’Ucraina. Abbiamo bisogno di una Europa più forte in una Nato più forte».
Trump potrà ammirare ad Ankara come il travaso stia funzionando: Usa spende di meno, Europa e Canada spendono di più. In totale la Nato lo scorso anno ha investito 1.412 miliardi dollari di cui 838 dagli Usa (-12) e 574 da Europa più Canada (+94). L’Europa è già un cliente straordinario, come ha raccontato con solerzia Rutte: “paga” 195.000 posti di lavoro nelle fabbriche belliche degli Stati Uniti con un portafoglio di ordini di 300 miliardi di dollari (+ 250 miliardi in due anni).
Per il governo di Kiev è fondamentale la sponda con l’intelligence americana, vi ricordate i disastri sui cieli ucraini quando è stato brevemente sospesa? Questo non sembra più in discussione, ma l’assegno “aggiuntivo” Nato è scaricato su Europa e Canada. Rutte colloca l’Ucraina in cima alle priorità della Nato e stavolta, come confermano altre fonti da Bruxelles, Trump dovrà riconoscere che Volodymyr Zelensky ha ancora «carte in mano» per respingere la Russia di Vladimir Putin: «La nostra sicurezza è legata in modo inestricabile a quella dell’Ucraina. Assicurare il nostro costante supporto è una delle nostre priorità per il vertice Nato. Gli alleati già forniscono il 99 per cento degli aiuti spediti all’Ucraina. Forniscono sostegno attraverso molti meccanismi, incluso il programma Nato’s security assistance and training for Ukraine (Nsatu) basato in Germania; poi c’è il Prioritised Ukraine requirements list (Purl) e il Nato’s comprehensive assistance package. Stiamo anche imparando noi dagli ucraini con il centro Nato-Ukraine joint analysis, training and education centre in Polonia. Per rafforzare il dialogo c’è il Consiglio Nato-Ucraina, la nostra rappresentanza Nato in Ucraina e molte forme di cooperazione bilaterale tra gli alleati e l’Ucraina. Accolgo con soddisfazione gli annunci di ulteriore sostegno fatti dai vari Paesi Nato al vertice dell’Ukraine defence contact group a Bruxelles, a inizio giugno, e spero di vederne altri ad Ankara. Stiamo anche assistendo a un aumento del supporto degli alleati all’Ucraina attraverso le collaborazioni industriali: non solo assicurano all’Ucraina di avere ciò di cui ha bisogno, ma consentono agli alleati di migliorare le loro capacità». Infine Rutte spedisce un messaggio distensivo al governo Meloni e serve anche a ricordare quanto l’Italia sia inestricabilmente coinvolta nelle strategie della Nato a trazione Trump: «Ringrazio il primo ministro Giorgia Meloni per la sua leadership decisa e per il costante sostegno dell’Italia all’Ucraina, soprattutto con il personale in servizio presso il commando Nsatu. Il sostegno all’Ucraina deve rimanere forte e sostenibile, e dunque è importante che venga ripartito equamente tra gli alleati». Per le rievocazioni storiche di Sigonella, magari un’altra volta.
(da L’Espresso)
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Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL DETTAGLIO E’ STATO NOTATO DAGLI UTENTI CHE HANNO COMMENTATO LE FOTO POSTATE DALLA PORTAVOCE DI TRUMP, KAROLINE LEAVITT: “TRUMP NON È IN GRADO DI LEGGERE NEMMENO LE ISTRUZIONE DEL FRULLATORE, FIGURARSI UN LIBRO CON 400 PAGINE”
Sul nuovo Air Force One di Donald Trump è apparsa una libreria con volumi rilegati in pelle che recano l’enigmatica etichetta ‘Library’.
Il dettaglio è emerso in una foto pubblicata dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, scattata all’interno del Boeing 747-8 utilizzato mercoledì dal tycoon per il suo primo volo ufficiale in veste presidenziale.
Diversi volumi sugli scaffali alle spalle di Leavitt, ha riferito Newsweek, riportano titoli generici sul dorso, tra cui vari l’etichetta ‘Library’. Malgrado sui social media sia diventata virale l’ipotesi di ‘fake decorative books’, dall’immagine non è chiaro se si tratti di un set di libri decorativi oppure veri e propri o di una combinazione di entrambi.
Altre fotografie diffuse dal direttore della comunicazione della Casa Bianca, Steven Cheung, hanno mostrato aree riunioni, sedute in pelle e ampie rifiniture in legno in tutta la cabina: caratteristiche contrastano con le immagini del velivolo VC-25A, che ha servito come Air Force One per decenni.
La vicenda, tuttavia, è diventata virale sui social anche perché gli americani leggono di meno, ma le librerie stanno comunque vivendo una rinascita. Date per spacciate dopo l’ascesa di Amazon e il fallimento di Borders, Barnes & Noble e le librerie indipendenti hanno messo a segno una ripresa sorprendente, aprendo nuovi punti vendita e registrando un aumento delle vendite.
Secondo l’American Booksellers Association, il numero di aziende che gestiscono librerie negli Stati Uniti è aumentato del 70%, passando dalle 2.010 unità del 2021 alle 3.416 del 2025. Il 73% dei librai ha registrato un aumento delle vendite nel 2025: oltre il 47% ha dichiarato una crescita di almeno il 6%.
Tuttavia, secondo un sondaggio di Cbs News di giugno, il 36% degli americani afferma di leggere meno libri rispetto a dieci anni fa. Solo il 23% legge di più, mentre il 40% mantiene ritmi di lettura pressoché invariati. Nel frattempo, i riassunti generati dall’intelligenza artificiale e la riduzione della soglia di attenzione causata dai social media minacciano di mettere in difficoltà le librerie.
(da agenzie)
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Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“È ESSENZIALE CHE WASHINGTON E ROMA, ATTRAVERSO LA NATO E LE NAZIONI UNITE, CONTINUINO A LAVORARE INSIEME A FAVORE DELLA PACE”… “LA CELEBRAZIONE DELL’INDIPENDENZA È PATRIMONIO CONDIVISO DI QUANTI SI RICONOSCONO NEI PRINCÌPI DI LIBERTÀ E TUTELA UNIVERSALE DEI DIRITTI DI OGNI UOMO, ANCHE NEL RICERCARE UNA VITA DIGNITOSA E FELICE”
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Presidente degli Stati Uniti
d’America, Donald J. Trump, il seguente messaggio: «Quest’anno la festa del 4 luglio acquisisce un significato eccezionale per gli Stati Uniti d’America, ricorrendo il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza. Desidero pertanto rivolgere all’amico popolo statunitense le più vive felicitazioni della Repubblica Italiana e mie personali. L’odierna celebrazione appartiene alla storia degli Stati Uniti ma è divenuta nel tempo patrimonio condiviso di quanti si riconoscono nei princìpi di libertà, rappresentanza democratica e tutela universale dei diritti di ogni uomo, anche nel ricercare una vita dignitosa e felice.
Muovendo da questi ideali fondativi la Dichiarazione di Indipendenza del 1776 ha ispirato il percorso politico e civile degli Stati Uniti, come di molti altri popoli in ogni continente. Tali nobili sollecitazioni sono state e restano, inoltre, punto di riferimento di una visione delle relazioni tra gli Stati modellata sul diritto, sulla cooperazione e sul sostegno alle istituzioni internazionali sorte nella ripulsa delle tragedie del secolo scorso. In un frangente storico segnato da sfide senza precedenti per l’umanità, è essenziale che Washington e Roma, anche nell’alveo dell’Alleanza Atlantica e attraverso la partecipazione alle Nazioni Unite e agli altri consessi multilaterali, continuino a lavorare insieme a favore di pace, sicurezza e prosperità per i rispettivi popoli e per il mondo intero.
Con tali sentimenti, signor Presidente, rinnovo i miei migliori auguri a tutti i cittadini degli Stati Uniti d’America per questo storico anniversario».
(da agenzie)
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Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile
GLI “YANKEES” SONO DEGLI ASINI (SAI CHE NOVITA’): IL 46% DEI CITTADINI NON HA IDEA DI COSA VENGA IL CELEBRATO IL 4 LUGLIO. IL DATO RAGGIUNGE IL 61% TRA I PISCHELLI DELLA GENERAZIONE Z (E’ L’ANNIVERSARIO DELLA PROMULGAZIONE DELLA DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA AMERICANA E PROPRIO QUEST’ANNO RICORRONO I 250 ANNI)
Un nuovo sondaggio nazionale del Cato Institute, condotto in collaborazione con Morning Consult su 2.253 americani in vista del 4 luglio e del 250º anniversario degli Stati Uniti, rileva che quasi la metà (46%) degli americani non sa che cosa commemori il 250º anniversario dell’America. Poco più della metà (53%) ha risposto correttamente che si tratta dell’adozione della Dichiarazione d’Indipendenza.
Nonostante la scarsa conoscenza civica, larghe maggioranze si dichiarano grate (86%) e orgogliose (79%) di essere americane. La maggior parte ritiene inoltre che l’America sia una terra di opportunità (61%) e una quota ancora maggiore ritiene che il Sogno Americano (74%) sia personalmente alla propria portata.
Mentre il Paese celebra la propria nascita, la maggior parte degli americani esprime un giudizio positivo (76%) sulla fondazione della nazione e il 70% ritiene che i suoi principi fondativi siano ancora oggi rilevanti. In particolare, schiaccianti maggioranze ritengono che la Costituzione degli Stati Uniti sia importante per proteggere i nostri diritti e le nostre libertà (86%) e per rendere possibile la prosperità dell’America (82%).
Tuttavia, quasi 6 americani su 10 ritengono che il Paese si sia allontanato dai principi fondativi e il 56% teme che gli Stati Uniti possano cessare di essere un Paese libero nei prossimi 50 anni. Secondo gli intervistati, corruzione, concentrazione e abuso di potere, nonché l’abbandono dei principi fondativi, potrebbero condurre al declino del Paese.
Gli americani sostengono limiti costituzionali, la separazione dei poteri e controlli sul potere del presidente per preservare le proprie libertà. Ad esempio, il 58% afferma che nessun partito politico dovrebbe godere di un potere eccessivo, il 55% sostiene che la Costituzione degli Stati Uniti dovrebbe imporre limiti rigorosi a ciò che il governo è autorizzato a fare, anche se questo rende più difficile risolvere i problemi, e il 72% ritiene che il presidente debba rispettare le decisioni della Corte Suprema anche quando non è d’accordo.
Eppure, una consistente minoranza è disposta a piegare le regole quando ciò le conviene. Quattro americani su 10 ritengono accettabile che un presidente da loro sostenuto estenda i limiti della Costituzione per ottenere ciò che desidera.
Un altro rischio per il Paese è rappresentato dalla scarsa conoscenza civica sostanziale su questioni fondamentali riguardanti il funzionamento delle istituzioni. Ad esempio, sebbene il 77% sappia che George Washington fu il primo presidente, il 58% non sa quale sia lo scopo principale della Costituzione degli Stati Uniti e il 57% non conosce il motivo per cui gli Stati Uniti dichiararono l’indipendenza dalla Gran Bretagna e crearono un governo con poteri limitati.
Il capitalismo (52%) gode di una valutazione leggermente più favorevole rispetto al socialismo (37%). Tuttavia, gli americani sono equamente divisi sul socialismo, con quote identiche di giudizi favorevoli e sfavorevoli. La Generazione Z si distingue perché vi è una quota maggiore di sostenitori del socialismo (53%) rispetto al capitalismo (45%).
Il sondaggio ha rilevato che l’etichetta di «Socialista Democratico» può favorire o danneggiare un candidato in misura pressoché equivalente. Mentre il 39% ha dichiarato che sarebbe più propenso a votare per un candidato definito Socialista Democratico, il 40% ha affermato che sarebbe meno propenso a farlo, mentre il 22% non era sicuro in un senso o nell’altro. I Democratici (61%) e la Generazione Z (51%) hanno dichiarato che sarebbero propensi a votare per un candidato con l’etichetta di Socialista Democratico.
Quasi la metà (46%) degli americani — e quasi due terzi (61%) della Generazione Z — non sa che cosa commemori il 250º anniversario dell’America. Poco più della metà (53%) degli americani e il 39% della Generazione Z hanno identificato correttamente nell’adozione della Dichiarazione d’Indipendenza nel 1776 — 250 anni fa — il motivo delle celebrazioni di quest’anno.
Alla domanda su che cosa vorrebbero maggiormente che i bambini imparassero dal 250º anniversario dell’America, gli americani hanno indicato tre priorità principali: insegnare (1) che la libertà è rara e deve essere protetta (28%), (2) che il patriottismo significa fedeltà ai principi del Paese, non a un politico o a un partito (27%), e (3) che la storia dell’America comprende sia grandi successi sia gravi ingiustizie (26%).
(da agenzie)
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Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE UCRAINO: “I RUSSI HANNO PERSO IL MAR NERO”… ESPLOSIONI A SAN PIETROBURGO, I DRONI UCRAINI ATTACCANO UN TERMINALE PETROLIFERO
La Marina ucraina e altri rami dell’esercito di Kiev hanno “raggiunto un traguardo che molti
ritenevano impossibile”, ovvero che “la Russia ha perso il Mar Nero”: è quanto affermato dal presidente Volodymyr Zelensky in un post pubblicato su X alla vigilia della Giornata della Marina ucraina. “A partire dalla liberazione dell’isola di Zmiinyi e proseguendo con le nostre operazioni contro la flotta russa, i porti e le forze di occupazione in Crimea, continuiamo a dimostrare che questa regione – il Mar Nero e il Mar d’Azov – non sarà mai un luogo di pace e tranquillità per la Russia”; prosegue il messaggio del leader di Kiev. Zelensky ha anche annunciato la decisione di stabilire una nuova accademia navale a Odessa.
Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha invitato il leader russo Vladimir Putin a un incontro a Kostyantynivka , nella regione di Donetsk, che i russi dicono di aver occupato mentre Kiev nega. «Alla vigilia del Giorno dell’Indipendenza dell’America, Putin ha deciso di mentire al mondo e al presidente americano sulla situazione al fronte: sostiene che i russi avrebbero preso Kostyantynivka nel Donbass. Ovviamente, questo non è vero», «se Kostiantynivka ora è sotto controllo russo, allora probabilmente Putin non avrà problemi a incontrarmi lì e trovare soluzioni diplomatiche per porre fine alla guerra», ha affermato Zelensky sui suoi canali social.
(da agenzie)
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Luglio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL 21% DEGLI INTERVISTATI DISAPPROVA L’OPERATO DEL PRESIDENTE RUSSO, (LA SCORSA SETTIMANA ERA IL 19,7%). NEI GIORNI SCORSI, SU POLYMARKET, UN UTENTE ANONIMO HA SCOMMESSO 400 MILA DOLLARI SULLA CADUTA DI PUTIN ENTRO IL 2026. SI TRATTA DI UN MATTO O DI QUALCUNO CHE POSSIEDE INFORMAZIONI RISERVATE?
L’indice della fiducia in Vladimir Putin è crollato al 73,3 per cento, di 3,4 punti percentuale in una sola settimana, e la percentuale di chi approva le sue azioni è scesa al 66,9 per cento, di 3,5 punti, nello stesso arco di tempo, secondo i risultati delle interviste effettuate dall’istituto di ricerca pubblico VTsIOM fra il 22 e il 28 giugno.
Il 21 per cento degli intervistati non ha avuto problemi a dire di disapprovare l’operato del Presidente russo, contro il 19,7 per cento della settimana precedente. Un sondaggio condotto dall’istituto di ricerca Fom ha invece evidenziato che il 70 per cento dei russi considerano positivamente l’operato del Presidente, un punto percentuale in meno della settimana precedente. In questa ricerca, la fiducia in Putin è invece aumentata, di due punti percentuale, al 71 per cento.
Secondo l’americana Gallup, il 60 per cento dei russi ritengono che la situazione economica nella città o regione in cui vivono sia deteriorata (il sondaggio è stato condotto da marzo a maggio di quest’anno), è la percentuale più alta dal 2006, quando sono iniziate queste ricerche in Russia.
(da agenzie)
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