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“MATTEO SALVINI? HA INFILATO UN DISASTRO DOPO L’ALTRO. LA NOSTRA LEGA NON ESISTE PIÙ”. L’EX MINISTRO ROBERTO CASTELLI E LA NOSTALGIA PER BOSSI E IL VECCHIO CARROCCIO: “NOI CI BATTEVAMO PER I DIRITTI DELLA GENTE QUALUNQUE. AVEVAMO LA CONSAPEVOLEZZA DI POTER CAMBIARE DAVVERO LA COSTITUZIONE E, QUINDI, IL PAESE. LO IMMAGINAVAMO DIVISO IN TRE MACROREGIONI: NORD, CENTRO E SUD. CON LE GRANDI QUESTIONI, STILE STATI UNITI, CHE SAREBBERO STATE GESTITE DALLO STATO CENTRALE”

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

“LA CANOTTIERA INDOSSATA DA BOSSI PER ANDARE A INCONTRARE BERLUSCONI, IN SARDEGNA, NELL’ESTATE DEL 1994? QUEL GIORNO, CON QUELLA FOTO, QUELLA SPLENDIDA PROVOCAZIONE, IL MITO DI BOSSI DIVENTA DEFINITIVO. E LA LEGA, FORTISSIMA”

Poi racconteremo di quell’estate pazzesca a Villa Certosa, in Sardegna, quando Umberto Bossi si presentò in canottiera (provate a immaginare la faccia di Silvio Berlusconi mentre gli va incontro nel patio).
«Furono estati indimenticabili»: questa è la voce di Roberto Castelli, 80 anni, ex ministro della Giustizia (nei governi Berlusconi II e III) e, attualmente, segretario del Partito Popolare del Nord. «Avevamo la consapevolezza di poter cambiare davvero la Costituzione e, quindi, il Paese».
Come ve lo immaginavate? «Diviso in tre macroregioni: Nord, Centro e Sud. Con le grandi questioni, stile Stati Uniti, che sarebbero state gestite dallo Stato centrale. Mentre i territori avrebbero pensato ciascuno al proprio sviluppo». Era il grande teorema di Gianfranco Miglio. «Guardi: s’è detto che fosse il nostro ideologo. Ed è vero. Ma posso assicurarle che, se interpellato, la sua risposta era una soltanto: “L’Umberto ha sempre comunque ragione”».
Eravate di sinistra? «È noto che la classe operaia votò in massa per noi. Le feste della Lega erano identiche a quelle dell’Unità. Stesse facce, stessi gnocchi fritti e salamelle. Mentre D’Alema andava in barca, e che barca, noi ci battevamo per i diritti della gente qualunque. Infatti, con un gesto geniale, Umberto indossò proprio una canottiera per andare a incontrare Berlusconi, in Sardegna, nell’estate del 1994».
Racconti. «Quel giorno, con quella foto, quella splendida provocazione, il mito di Bossi diventa definitivo. E la Lega, fortissima». Ciò che ne resta, adesso, è nelle mani di Matteo Salvini. «Lasciamo stare. Un uomo ambizioso che ha infilato un disastro dopo l’altro. La nostra Lega non esiste più».
Quella notte dell’hotel Mirella appare molto lontana. L’11 marzo del 2004, Bossi viene colpito da ictus in circostanze su cui si è molto ricamato. Ripresa complicata, parola incerta, braccio che pende. È fragile, ma non molla. Nel 2008 è di nuovo ministro delle Riforme. Solo che, quattro anni dopo, lui e la sua famiglia vengono travolti dall’inchiesta sui rimborsi elettorali. Segue la celebre «Notte delle scope», evocate da Maroni per ripulire il partito. Poi, un lento tramonto: la Lega, negli ultimi sondaggi, è sotto il 5%, superata da Futuro nazionale del generale Vannacci.
I funerali di Umberto Bossi, deceduto a 84 anni, si sono tenuti lo scorso 26 marzo nell’abbazia di San Giacomo, a Pontida. Salvini fu accolto da fischi e insulti (per l’occasione, s’era persino rimesso la camicia verde).

(da Corriere della Sera)

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LOLLO HA COMBINATO UN ALTRO PASTICCIO! IL MINISTRO DELL’AGRICOLTURA, FRANCESCO LOLLOBRIGIDA, A BARI HA PREMIATO LA PASTAIA NUNZIA CAPUTO CHE SPACCIAVA ORECCHIETTE INDUSTRIALI PER PASTA FRESCA

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCIVOLONE DELL’EX COGNATO D’ITALIA, SPALLEGGIATO DAL SOTTOSEGRETARIO MELONIANO GEMMATO, HA SCATENATO L’IRA NELLE CHAT DI FRATELLI D’ITALIA: “È NORMALE DARE UN RICONOSCIMENTO A CHI OPERAVA NELL’ILLEGALITÀ?”

In tanti si chiedono: «Ma come può un ministro dare un premio a chi vende roba industriale spacciandola per artigianale?». Scivola sull’orecchietta barese il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida.
Qualche giorno fa l’esponente del governo Meloni era a Bari per un evento politico di Fratelli d’Italia e a seguire è stato condotto dal Cicerone locale, il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, nella «strada delle orecchiette».
E nello specifico dalla pastaia barese per antonomasia, Nunzia Caputo, celebrata icona della sinistra (anni fa l’allora governatore Michele Emiliano la portò con sé a New York come eroina pop della tipicità pugliese) e verso la quale proprio la destra storceva il naso attaccando il governo regionale per questa missione enogastronomica.
Ora è il turno del ministro alla Sovranità Alimentare Lollobrigida proprio negli stessi vicoli, e dalla stessa pastaia, che esattamente un anno fa è finita con altre su tutti i tg nazionali (e anche sulla stampa straniera) per la «truffa delle orecchiette».
Pasta venduta ai turisti come fresca e preparata dalle sapienti mani delle donne del centro storico ma in realtà presa dai bustoni dei pastifici industriali. Con tanto di cartoni riportanti gli indirizzi delle destinatarie e che la polizia locale del Comune ha poi scovato e poi multato. E il tutto senza scontrini e senza il pagamento di alcuna occupazione di suolo pubblico per i banchetti. Insomma, il tutto senza regole.
Ma ora la polemica scoppia anche per le condizioni igieniche della merce. Lollobrigida alla Sovranità Alimentare e il sottosegretario alla Salute Gemmato quasi glissano sulle condizioni di vendita della pasta: esposta sui banchetti all’aperto senza alcuna protezione […]
Il ministro non ha premiato solo Nunzia, ma anche il titolare di uno storico panificio, il Santa Rita, dove invece scontrini, tasse pagate e rispetto dei protocolli di sicurezza alimentare, l’Haccp, non mancano. E dove la focaccia è sicuramente artigianale.
E scoppia il malumore nelle chat baresi di Fdi per quel tour inappropriato. Visto che proprio la destra qui per anni ha attaccato Emiliano e l’allora sindaco e oggi governatore Antonio Decaro proprio per il continuo endorsement e marketing a favore di Nunzia&company.
«Si premia chi ha vissuto, chi ha operato nell’illegalità per decenni? Una vergogna per questa città ma soprattutto per un partito che della legalità ha fatto una bandiera. Mi sono cadute le braccia» scrive un militante su Facebook.

(da Corriere della Sera)

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MARINA E’ PRONTA AD AFFONDARE IL COLPO DEFINITIVO SULLA LEGGE ELETTORALE CARA ALLA DUCETTA E A SPINGERE PER IL MANTENIMENTO DELLO STATUS QUO. IL MOTIVO? CON IL ROSATELLUM MARINA BERLUSCONI AVRA’ MENO DIFFICOLTA’ A CONTROLLARE LE FUTURE TRUPPE PARLAMENTARI DI FORZA ITALIA

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

LE PREFERENZE (AGOGNATE DA MELONI) RISCHIEREBBERO DI AIUTARE QUEL MERLUZZO LESSO DI TAJANI, CHE HA COME AMICHETTI TANTI RAS LOCALI PORTATORI DI VOTI – LA BATTUTA DEL FORZISTA GALLIANI SUL POSSIBILE PAREGGIO ALLE ELEZIONI: “MEGLIO DUE FERITI CHE UN MORTO”

Durante una recente riunione dei senatori azzurri, a metà luglio, Adriano Galliani si è travestito da ariete. E per spiegare perché sarebbe utile rivalutare il Rosatellum a scapito del Melonellum, riferiscono diversi presenti, avrebbe utilizzato una celebre (e contestata) immagine mutuata da Gigi Buffon: «Io vengo dal calcio.
E nel calcio a volte abbiamo sentito dire: “Meglio due feriti che un morto…”». Il significato è apparso subito chiarissimo: non sarà migliore un sistema che potrebbe provocare un sostanziale pareggio, invece di una legge che promette una sonora sconfitta?
I presenti si sono dati di gomito: è Marina Berlusconi a parlare. Anche perché Galliani non è stato l’unico senatore a esporsi contro la riforma, anzi. È il partito del Rosatellum. O, ancora meglio, di chi pensa: se non è praticabile un’alleanza con Roberto Vannacci, il centrodestra — e Forza Italia in particolare — ha molto da perdere con una legge che pare favorire il Campo largo.
Il destino della riforma elettorale si gioca in queste ore attorno a una persona e a un paradosso. La protagonista è ovviamente Marina Berlusconi.
Quanto al paradosso, eccolo: la primogenita del Cavaliere vorrebbe controllare saldamente la selezione del prossimo gruppo parlamentare di Forza Italia (anche per rinnovarlo, come promesso), ma con le preferenze avrebbe serie difficoltà a realizzare il piano. Per due ragioni almeno. Quasi tutti i ras di voti del partito sono schierati con Antonio Tajani. E poi, anche sfruttando il gioco di incastri determinato dai capilista pluricandidati uscirebbe fuori un ping pong incontrollabile. Soprattutto da Arcore.
Nelle ultime ore molti, tra parlamentari e ministri, hanno avvertito la presidente di Fininvest del rischio incombente. Lo hanno fatto perché da lei attendono una indicazione chiara in vista della riunione dei senatori, in agenda per mercoledì.
Dei venti azzurri di Palazzo Madama chiamati a confrontarsi con Antonio Tajani, quasi tutti sono “tendenza Marina”. Ma chi tra loro si esporrà contro il vicepremier? E in quanti avranno la forza di contestarlo, se il voto in commissione e poi in Aula sarà palese?
È il varco, comunque stretto, attraverso cui il leader di FI proverà a incunearsi. Con un dettaglio in più: gira voce (voci berlusconiane interessate, va sottolineato) che Gianni Letta abbia in qualche modo avuto modo di verificare con ambienti del Quirinale che le doppie liste bloccate potrebbero forse risultare problematiche.
Nonostante i ripetuti contatti, la presidente del Consiglio non riesce mai a interpretare fino in fondo la volontà di Marina. Intende dunque muoversi come valesse lo scenario peggiore, vale a dire uno strappo di FI al Senato. Se e quando dovesse verificarsi, valuta una reazione radicale: piuttosto che approvare una legge senza preferenze — potrebbe dire — è meglio rinunciare alla riforma.

(da agenzie)

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ALTRO CHE PASOLINI, SE PER TORNACONTO SI USANO LE DIVISE

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

MENTRE I SINDACATI DI POLIZIA SONO ORMAI ESPRESSIONE DEL VIMINALE, ANDREBBE TROVATO IL CORAGGIO DELLA VERITA’

Sembra incredibile anche a me, ma nessuno ha ancora tirato fuori Pasolini. Forse Molliconeera al mare. Forse, non avendolo mai letto davvero, si sono fermati alla famosa teoria del “fascismo degli antifascisti” che usano per i meme su Facebook. Poi, zero scarabocchio. O forse non serve: la narrazione sulla condotta di qualunque agente è già naturalmente assolutoria.
L’altro giorno, nell’elegia di uno dei poliziotti che hanno gestito la morte di Abderrahim Fakir, un quotidiano nazionale evidenziava quanto fosse giovane, scosso, e soprattutto un grande sportivo. Dunque di sani principi. Il giorno dopo, stessa testata, stessa firma, una lunga articolessa spiegava il comportamento adamantino degli agenti, come testimoniato dalle immagini. Nella pagina prima, c’erano le immagini: dicevano il contrario.
Ci pare normale
Questo distacco dal reale, ormai abitudinario, deriva dal contesto. Abituati come siamo a cercare il male nel tizio a fianco, da ieri anche minorenne, e sticazzi se gli abbiamo rubato futuro e pensioni, siamo assuefatti. Ci va bene il brigadiere Lombardi, che inneggia al Duce sui social, che festeggia le esecuzioni sul posto dei Mario Roggero di turno, che nemmeno percepisce quanto letame stia spargendo sulla sua divisa. Sembriamo Sofia Loren dentro un’eterna giornata particolare. Senza nemmeno un Mastroianni da coricarci. Così, per distrarci un po’.
Ci pare normale che a lamentarsi del crimine dilagante siano i post-repubblichini che governano ormai da quattro anni. Che sottopagano gli agenti. Gli tagliano i mezzi. Non gli assumono colleghi. Risultato: come nei poliziotteschi degli anni Settanta, o come in un G8 di inizio millennio, la polizia s’incazza. Ma non contro di loro. Contro i maranza, i comunisti, gli antagonisti da sbattere sulla fedina morale dei Lepore di turno. Cornuto, dacché la sinistra che mena le mani ce l’ha con lui. Mazziato, perché quello è il disegno: si fanno ricadere sui sindaci le responsabilità di chi li contesta.
Quando la dottrina Piantedosi produce incidenti con aritmetica ripetizione, è solo per incapacità? Quando sulla famosa criminalità predatoria toglie agenti a Milano o a Bologna fingendo di aggiungerne, agisce solo per motivi di fondi carenti? Quando decide di spostare nel centro sempre di Bologna (ops) il match di una squadra israeliana di basket, con ovvi e conseguenti tafferugli, dimostra ancora una volta che dovrebbe occuparsi di agricoltura o fa campagna elettorale sulle (s)palle di chi vota male?
E quando l’ex mandante di Piantedosi, Salvini, per quanto oggidì più debole del suo automa, dacché Vannacci gli ha scippato il labaro, va in Questura a Bologna, porta solo testimonianza? O vuole marcare una definitiva cinghia di trasmissione tra l’estrema destra e questa classe politica che ha fatto della violenza verbale il proprio centro di gravità elettorale? Quando il Viminale lamenta 64 agenti feriti nello scontro con 100 antagonisti – ma davvero? E che cos’erano? Un plotone di uscieri contro le Ninja Turtles? – cerca o no di alimentare la rabbia passivo-aggressiva di chi ha mandato allo sbaraglio?

(da editorialedomani.it)

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CRESCE LA FRONDA IN FORZA ITALIA: “MEGLIO IL PAREGGIO CHE SPARIRE”

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

MERCOLEDI I SENATORI FORZISTI VEDONO TAJANI

Durante una recente riunione dei senatori azzurri, a metà luglio, Adriano Galliani si è travestito da ariete. E per spiegare perché sarebbe utile rivalutare il Rosatellum a scapito del Melonellum, riferiscono diversi presenti, avrebbe utilizzato una celebre (e contestata) immagine mutuata da Gigi Buffon: «Io vengo dal calcio. E nel calcio a volte abbiamo sentito dire: “Meglio due feriti che un morto…”». Il significato è apparso subito chiarissimo: non sarà migliore un sistema che potrebbe provocare un sostanziale pareggio, invece di una legge che promette una sonora sconfitta?
WI presenti si sono dati di gomito: è Marina Berlusconi a parlare. Anche perché Galliani non è stato l’unico senatore a esporsi contro la riforma, anzi. È il partito del Rosatellum. O, ancora meglio, di chi pensa: se non è praticabile un’alleanza con Roberto Vannacci, il centrodestra — e Forza Italia in particolare — ha molto da perdere con una legge che pare favorire il Campo largo.
Il destino della riforma elettorale si gioca in queste ore attorno a una persona e a un paradosso. La protagonista è ovviamente Marina Berlusconi. Quanto al paradosso, eccolo: la primogenita del Cavaliere vorrebbe controllare saldamente la selezione del prossimo gruppo parlamentare di Forza Italia (anche per rinnovarlo, come promesso), ma con le preferenze avrebbe serie difficoltà a realizzare il piano. Per due ragioni almeno. Quasi tutti i ras di voti del partito sono schierati con Antonio Tajani. E poi, anche sfruttando il gioco di incastri determinato dai capilista pluricandidati uscirebbe fuori un ping pong incontrollabile. Soprattutto da Arcore.
Nelle ultime ore molti, tra parlamentari e ministri, hanno avvertito la presidente di Fininvest del rischio incombente. Lo hanno fatto perché da lei attendono una indicazione chiara in vista della riunione dei senatori, in agenda per mercoledì. Dei venti azzurri di Palazzo Madama chiamati a confrontarsi con Antonio Tajani, quasi tutti sono “tendenza Marina”. Ma chi tra loro si esporrà contro il vicepremier? E in quanti avranno la forza di contestarlo, se il voto in commissione e poi in Aula sarà palese?
È il varco, comunque stretto, attraverso cui il leader di FI proverà a incunearsi. Con un dettaglio in più: gira voce (voci berlusconiane interessate, va sottolineato) che Gianni Letta abbia in qualche modo avuto modo di verificare con ambienti del Quirinale che le doppie liste bloccate potrebbero forse risultare problematiche. Questo potrebbe lasciare intendere Tajani, dunque. Resta il fatto che Stefania Craxi — e prima di lei il ministro Paolo Zangrillo — è stata chiara: meglio una legge senza preferenze. Alla fine, dopo molte lamentele contro il “Melonellum”, dovrebbe uscire fuori una linea interlocutoria: aspettiamo l’emendamento di FdI, poi decideremo.
C’è una ragione: il termine per gli emendamenti sarà fissato con ogni probabilità per il 6 agosto. Solo a ridosso di quella data i meloniani presenteranno l’aggiustamento, che ricalcherà del tutto o quasi quello bocciato alla Camera. Ma il voto in commissione è atteso quasi un mese dopo, i primi giorni di settembre. Ci sono quindi trenta giorni per trattare, minacciare ritorsioni politiche, valutare costi e benefici di una forzatura. Vale per i parlamentari berlusconiani, vale soprattutto per Meloni.
Nonostante i ripetuti contatti, la presidente del Consiglio non riesce mai a interpretare fino in fondo la volontà di Marina. Intende dunque muoversi come valesse lo scenario peggiore, vale a dire uno strappo di FI al Senato. Se e quando dovesse verificarsi, valuta una reazione radicale: piuttosto che approvare una legge senza preferenze — potrebbe dire — è meglio rinunciare alla riforma. Sarebbe un modo per lanciare un ultimatum lungo trenta giorni: se entro inizio settembre gli azzurri non dovessero cambiare idea, il Paese potrebbe tenere il Rosatellum. E tornare subito dopo la manovra al voto.
Detta così, sembra quasi far comodo alla pattuglia di Arcore. Il problema è che Meloni accompagnerebbe l’avvertimento con la minaccia di far pagare lo sgarbo al “partito del pareggio”. Come? Limitando al massimo la concessione di collegi uninominali agli alleati per non contribuire a rafforzare chi — come FI — può essere tentato dalla larghe intese.

(da Repubblica)

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L’INSOSTENIBILE RUMORE DELLA FAZIOSITA’

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

IL POPULISMO SOCIAL INQUINA IL DIBATTITO PUBBLICO

Il clima politico del Paese è orrendo. Ma di un orrore senza meraviglia e senza sorprese,l’orrore implacabile dell’odio monocorde, della faziosità ossificata, con le voci che si fanno sempre più stridule e al tempo stesso sempre più risapute. E sempre meno significanti.
Quando i portavoce dei partiti compaiono nei telegiornali, nei loculi umilianti predisposti per le loro dichiarazioni da scolaretti (vergogna pluridecennale della Rai credere che sia “informazione politica” questo raccapricciante siparietto di faccine e di frasette), tu sai già cosa diranno prima che lo dicano, parola per parola, e non esiste modo più efficace per screditare la Polis, farle perdere prestigio, importanza, autorevolezza. La politica, se non è più in grado di dire qualcosa di sorprendente, di utile, di nuovo, diventa un rumore di fondo, per quanto alto sia il volume delle urla.
La recente, sovreccitata zuffa sull’ordine pubblico (ma già “ordine pubblico” è un concetto troppo alto e rispettabile per essere la vera ragione del contendere) è in questo senso disperante. Non si è sentito un solo esponente della destra dire che la morte di un poveraccio fuori di senno, se avvenuta per mano della polizia, è un fatto gravissimo: la divisa non è mai un attenuante, è una responsabilità. Non si è sentito un solo esponente della sinistra dire che la polizia ha un compito duro e difficile, e non va accusata a priori di essere assassina (come fanno, cretinamente, i cretini in cerca di scontri), va aiutata a sbagliare sempre meno – anche con sentenze esemplari come quella su Cucchi – e va sostenuta nella sua fatica di migliorarsi. La polizia, così come la magistratura, esiste in difesa di tutti, e dunque va difesa da tutti.
Non si è sentito un solo esponente di destra dire che il gioielliere Roggero, con la sua reazione omicida spropositata e sempre rivendicata, non è un eroe ma un duplice omicida che ha commesso un crimine violento, inevitabilmente punito dalla legge dello Stato, che vale per ogni cittadino di questo paese. Non si è sentito un solo esponente di sinistra dire che vivere sotto la costante minaccia del crimine è fonte insopportabile di ansia, che in alcune zone del paese i cittadini si sentono indifesi, in balia della delinquenza di strada, che la violazione di un domicilio o di una bottega per rapinare il frutto del lavoro altrui è una ferita tremenda. Il lavoro, per la sinistra, dovrebbe essere sacro: quello di un bottegaio non è forse lavoro?
Non si è sentito un esponente della destra dire che l’equivalenza crimine/immigrazione è una porcheria razzista, robaccia da Vannacci o da Salvini (in ordine di sondaggio) indegna di una società liberale e della Costituzione della Repubblica. Non si è sentito un esponente della sinistra dire che le bande di immigrati magrebini di seconda generazione sono proprio: bande di immigrati magrebini di seconda generazione, e dunque abbiamo un problema, e ce l’hanno anche le comunità magrebine. Un conto è l’accoglienza, un conto l’integrazione. Per l’accoglienza basta il cuore, per l’integrazione ci vuole la politica. Meno emozioni e più idee ragionevoli, meno anatemi e slogan, più buone leggi e investimenti utili, non dovrebbe essere questo il vero core-business della politica?
Non c’è un solo esponente di destra che abbia difeso il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, per avere indetto una manifestazione civile e pacifica che ha ammortizzato le scontate violenze già progettate dagli ultras, che sarebbero scesi in piazza da soli. Non c’è un solo esponente di sinistra che dica con la dovuta e tardiva franchezza che i devoti allo scontro sono mascalzoni senzienti, o fanatici incurabili, nemici non solo e non tanto della sinistra, ma della democrazia e della convivenza civile nel suo complesso: che è ben più grave. (Identica considerazione, amplificata dall’ammontare dei danni e dal numero di agenti feriti, andrebbe estesa agli incappucciati che si fanno chiamare Notav). Che a destra i fascisti abbondino non può essere in alcun modo un alibi per giustificare lo squadrismo di sinistra.
Eppure la realtà, la vita quotidiana, quei famosi “problemi concreti della gente” che sono una specie di mantra dei buoni propositi politici, sono con ogni evidenza il combinato disposto di tutte le cose appena scritte qui sopra: più molte altre ancora. Non c’è un solo caso in discussione, non c’è nodo sociale o questione ideologica che non suggerisca qualche esitazione nel giudizio, qualche supplemento di riflessione. E non è possibile accettare che proprio il mondo politico, accreditato di essere classe dirigente, non solo non provi a fornire qualche elemento di esitazione, ma sbrodoli ogni giorno una scia di slogan che sono tristemente uguali a quelli dei vituperati social.
Sì, i social hanno gravemente abbassato il livello del dibattito pubblico, ridotto ogni discorso a schemino offensivo o difensivo, rattrappito i tempi di studio e di lettura, impoverito il linguaggio. Ma nulla impedisce a chi fa politica, in rappresentanza del popolo, di sottrarsi a questo sprofondo culturale e di invertire la tendenza.
Non è vero che il popolo è la miserabile massa di irretiti dall’algoritmo, la sterminata clientela che i soli veri nemici del popolo (gli oligarchi del web) conducono a loro piacimento. Il mondo, Italia compresa, è pieno di intelligenze, ambizioni, speranze che appartengono alle persone semplici tanto quanto a quel poco che rimane delle élites. La classe dirigente ha il dovere dell’esemplarità, lo spettacolo abominevole dei politici populisti che si portano da bestie e da cafoni perché, così dicono, si è più “popolari”, merita una sospensione: è profondamente offensivo nei confronti del popolo, e viene da aggiungere, in questo senso, che niente è più antipopolare del populismo.
Molti anni fa scrissi, su questo giornale, un articolo ammirato e sorpreso. Era successo che Mara Carfagna, esponente di destra, aveva cambiato il suo voto su non ricordo più quale legge sulle questioni di genere. “Mi ha fatto cambiare idea discutere con colleghe della sinistra, sono loro che mi hanno convinto”, disse Carfagna. Sembra, in questo clima infernale, una parabola del Vangelo.

(da Repubblica)

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PERCHE’ NON HA SENSO TRATTARE UN 14ENNE COME FOSSE UN ADULTO

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

IL GOVERNO SCEGLIE LA REPRSSIONE CONTRO I MINORENNI DOPO AVER TAGLIATO I FONDI PER LA PREVENZIONE E SCARICATO SUI GIOVANI LE PROPRIE CARENZE

L’hanno chiamata “legge anti maranza”. Non “legge per i giovani”, non “piano di prevenzione”: un’etichetta gergale, politica, per marchiare un’intera fascia d’età come nemico pubblico. Una legge che non parla di prevenzione né di adolescenza: parla di ordine pubblico. Sarà il quattordicenne a dover dimostrare di non essere pienamente capace di intendere e di volere. Non lo Stato a dimostrare di aver fatto tutto il possibile affinché non arrivasse davanti a un giudice.
Lo Stato non dovrà rispondere dell’assenza dell’educazione affettiva nelle scuole – l’Italia è tra i pochi Paesi europei a non renderla obbligatoria -, dei servizi sociali mancanti o dei quartieri lasciati al degrado. Si alza l’asticella della responsabilità del minore e si abbassa quella di chi governa.
Il 23 luglio Giorgia Meloni la rivendica: “Chi rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni”. Ma già oggi l’imputabilità scatta a 14 anni. La novità è un’altra. Come ha spiegato Carlo Nordio: “Abbiamo invertito l’onere della prova”.
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È un cambio di paradigma. Il minore dovrà dimostrare di non essere assimilabile a un adulto, anziché essere lo Stato a provarne la piena responsabilità. Una scelta che incrina i principi su cui si fonda la giustizia minorile: tutela del minore, finalità educativa e reinserimento, sanciti dalla Costituzione, dal DPR 448/1988 e dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.
Nel videomessaggio Meloni riconosce però un punto fondamentale: “Un ragazzo che diventa violento non ci arriva da solo. Molto spesso c’è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c’è nulla”.
Allora invertiamo noi l’onere della prova. Smettiamo di chiedere conto soltanto a quel quattordicenne e cominciamo a chiederlo allo Stato. Perché l’Italia continua a essere tra i pochi Paesi europei a non rendere obbligatoria l’educazione affettiva e alle relazioni nelle scuole? Perché continua a investire così poco nei servizi sociali, nelle comunità educanti e nei quartieri dove, come ammette la stessa presidente del Consiglio, “la sera non c’è nulla”? Se la violenza nasce prima del reato, anche la risposta dovrebbe arrivare prima del reato. La prevenzione non è un’alternativa alla sicurezza: è il suo presupposto.
E allora vale la pena guardare ai numeri.
Il Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile è passato da circa 70 milioni di euro l’anno a 3 milioni: un taglio del 96%. Dopo aver riconosciuto che la violenza nasce anche dall’abbandono educativo, il governo ha quasi azzerato lo strumento che avrebbe dovuto prevenirla.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Secondo l’Ottavo Rapporto Antigone, tra il 2022 e il 2025 i minori detenuti sono passati da 381 a 572: il dato più alto dal 1998. Nello stesso periodo, le denunce a carico di minorenni sono aumentate del 30% rispetto al periodo pre-Covid.
È lo stesso interrogativo che accompagna il Decreto Caivano. Presentato come modello da esportare, avrebbe dovuto dimostrare che l’inasprimento delle misure fosse la strada giusta. Ma proprio nel luogo simbolo da cui prende il nome la violenza non è diminuita. Se non funziona dove sono stati concentrati uomini, risorse e attenzione mediatica, difficilmente funzionerà altrove. La repressione, senza scuola, servizi sociali e comunità educanti, non risolve il problema: lo sposta.
Lo conferma anche la ricerca scientifica. La corteccia prefrontale – l’area del cervello che regola il controllo degli impulsi, la valutazione del rischio e l’empatia – continua a maturare fino ai 25 anni. Trattare un adolescente come un adulto non lo rende più responsabile: aumenta il rischio che torni a delinquere. I dati in letteratura mostrano che i minori processati come adulti hanno tassi di recidiva superiori del 34% rispetto a quelli seguiti dal sistema della giustizia minorile.
Del resto, chi entra negli Istituti Penali Minorili raramente proviene dai quartieri più privilegiati. Molti hanno alle spalle dispersione scolastica, povertà educativa e servizi assenti. Oggi in Italia un minore su sette vive in povertà assoluta. È su questa fragilità che interviene la “legge anti maranza”, scegliendo la repressione invece della prevenzione.
Eppure nessun Paese europeo ha ridotto la delinquenza minorile semplicemente aumentando le pene. I risultati migliori sono arrivati dove si è investito in educazione alle relazioni, giustizia riparativa, tempo pieno, psicologi scolastici e servizi territoriali.
La violenza non si disarma etichettando gli adolescenti e rinunciando a educarli. Si previene assumendosi la responsabilità di crescerli. Questo dovrebbe fare lo Stato. Questo fanno gli adulti.

(da Fanpage)

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MARIO CALABRESI, FIGLIO DEL COMMISSARIO LUIGI UCCISO DA LOTTA CONTINUA, CONFERMA LA SUA DISPONIBILITA’ A CORRERE PER DIVENTARE SINDACO DI MILANO

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

PER L’EX SINDACO DI MILANO GABRIELE ALBERTINI, L’EX DIRETTORE DI REPUBBLICA SAREBBE “IMBATTIBILE”. IL PD RESTA FREDDO. IN CORSA ANCHE L’EX EURODEPUTATO DEM MAJORINO

Per il centrosinistra, al momento, ci sono Mario Calabresi, fresco di “autocandidatura”,Pierfrancesco Majorino, Anna Scavuzzo o un “papa straniero”. Nel centrodestra il moderato Maurizio Lupi, la leghista più a destra di tutti, Silvia Sardone, o un civico da tirare fuori dal cilindro. Con Roberto Vannacci che annuncia: «Ci saremo».
Milano è da sempre la capitale economica dell’Italia, ma da mesi è soprattutto la capitale del caos politico. E qualcuno inizia a sfilarsi dal toto-candidato per le prossime comunali in programma nel 2027. «Non è mia intenzione candidarmi», ha fatto sapere l’economista Carlo Cottarelli, indicato fino a ieri come possibile soluzione di compromesso per il centrodestra. Le grandi manovre sono in corso. A settembre dovranno arrivare le prime scelte.
Le elezioni sono un crocevia per le due coalizioni. Dopo i due mandati di Giuseppe Sala, il centrosinistra vuole continuare a governare la città. Il centrodestra vuole riprendersi uno dei suoi simboli. Nel centrosinistra l’unico punto fisso è che il candidato non sarà un manager come l’attuale sindaco. La prospettiva sempre più probabile è la celebrazione delle primarie.
Il direttore di Chora Media Calabresi ha confermato le indiscrezioni circolate da mesi sulla sua possibilità di correre per la poltrona di sindaco. «Ci sto pensando. Mi piacerebbe fare la mia parte per Milano», ha detto ospite della Festa dell’Unità di Vizzolo Predabissi, comune vicino al capoluogo lombardo. Un luogo tutt’altro che neutro. Il giornalista era dato in pista da tempo ma, nelle ultime settimane, le sue quotazioni sembravano essere in ribasso.
Le parole sono state soprattutto un segnale lanciato per valutarne gli effetti sul dibattito. Di sicuro si è rimesso al centro della scena. «Sarebbe imbattibile, potrebbero non fare la campagna elettorale. È una personalità assolutamente straordinaria», ha commentato l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, interpellato dall’Ansa.
Anche se ha individuato un potenziale limite: «Come direttore di due giornali importanti non è stato brillantissimo e il sindaco di una grande città è una figura di organizzatore». Anche il leader di Azione, Carlo Calenda, ha definito Calabresi «un ottimo candidato per fare il sindaco a Milano».
Al momento, secondo quanto risulta a Domani, non c’è stato alcun contatto con i leader del centrosinistra, nemmeno con la segreteria del Pd, Elly Schlein, che detiene la golden share sulla candidatura. Nei dem ha prevalso una certa freddezza. Tra i pochi a parlare c’è stato il consigliere regionale del Pd, Pietro Bussolati: «Figure autorevoli sono benvenute e si presentano anche in modo molto rispettoso del metodo della coalizione».
Anche Sala sarebbe pronto a sostenere Calabresi. Solo che il supporto del primo cittadino milanese potrebbe non rivelarsi un bene, viste le polemiche sul suo operato. Il consigliere regionale in Lombardia Majorino è l’altro papabile alla corsa a sindaco per il centrosinistra. Ritiene maturi i tempi della sfida: dopo la sconfitta alle regionali del 2023, è intenzionato a giocarsi le proprie chance al comune di Milano. Majorino fa leva su alcuni sondaggi riservati fatti da vari istituti di ricerca da inizio anno a oggi.

(da agenzie)

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CONTRO I LIMITI DEL DIRITTO VINCE LA “VERITA’ ILLUSORIA”

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

LA LEGGE E’ ANCORA UNA CONQUISTA CIVILE O DEVE ESSERE SDOGANATA LA VENDETTA DI STATO?

Matteo Salvini possiede una qualità che la Cassazione e la Procura di Bologna possono soltanto invidiargli: sa sempre come sono andate le cose, non ha bisogno di indagini per trarre conclusioni ed emettere sentenze.
Nel caso di Mario Roggero, il ministro, dopo la sentenza definitiva ci ha spiegato che questa è ingiusta e che a 72 anni non si può andare in carcere perché il condannato «ha reagito a un’aggressione». È bene ricordare ancora che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori che se ne stavano andando e sparò. Due uomini sono morti, un terzo è rimasto ferito. Salvini nella narrazione utile alla sua perenne campagna elettorale ha cancellato l’inseguimento – che trasforma la legittima difesa in vendetta – e grazie al verbo abusivo “reagire”, ha trasformato percettivamente una condanna per duplice omicidio nella persecuzione di un lavoratore onesto.
La sequela è proseguita con Nordio che chiede la Grazia, con Meloni che incalza e il Presidente Mattarella che ha dovuto ricordar loro come funziona il canone giuridico. Ormai è storia.
Nel caso di Abderrahim Fakir, Salvini è arrivato prima dell’autopsia. Fakir è morto a Bologna durante un intervento della polizia; il video lo mostra immobilizzato a faccia in giù mentre chiede aiuto. La Procura deve ancora accertare cause e responsabilità. Salvini immediatamente: «Sto sempre e comunque dalla parte dei poliziotti. Aspettiamo di capire cosa è successo». Dopo “sempre e comunque” l’attesa risuona come arredamento istituzionale. Perché la politica di destra strumentalizza i fatti di cronaca per usarli a proprio vantaggio? Le elezioni sono imminenti, la concorrenza di Vannacci rende la maggioranza di Governo più fragile e la sicurezza è un tema evergreen. Come lo fa?
Il criterio manipolativo è l’appartenenza. Roggero diventa padre, marito, nonno, lavoratore. Fakir resta “il marocchino in escandescenze”. Gli agenti incarnano lo Stato, i magistrati la casta che perseguita le persone per bene. La comunicazione politica distribuisce umanità: decide a chi concedere una biografia e chi ridurre a categoria. Una vita ci commuove; l’altra viene sistemata a una distanza dalla quale il dolore disturba molto meno.
A preoccuparmi è ciò che questo racconto autorizza dentro le persone. La parte meno evoluta dell’essere umano reagisce alla minaccia e trova sollievo nella punizione. La civiltà giuridica ha impiegato secoli per aprire uno spazio tra la ferita e la vendetta. Dentro quello spazio abbiamo collocato il limite, il dubbio, la proporzione, la responsabilità, il diritto. Le destre lo stanno richiudendo e ci invitano a chiamare franchezza la rabbia, giustizia il desiderio di punire, coraggio il disprezzo, debolezza l’empatia. Il fenomeno ha un nome: effetto di verità illusoria. Quando ascoltiamo più volte la stessa affermazione, il cervello la riconosce e la elabora con maggiore facilità. Diventa familiare e quindi attendibile. Poco importa se è falsa o se viene smentita. Elettoralmente basta questo. Alla destra serve spostare di poco la soglia del plausibile: rendere ragionevole temere lo straniero, invocare punizioni, diffidare dei giudici, affidarsi al leader. La mente stima la frequenza di un fenomeno attraverso la facilità con cui ne ricorda un esempio. Se rapine e disordini occupano ogni giorno lo schermo, il Paese appare più pericoloso.
I dati Censis fotografano una realtà che smonta il teatrino della paura. Nel 2024 le denunce sono aumentate e alcuni reati violenti hanno registrato una crescita, ma il numero complessivo dei crimini resta inferiore del 10,7% rispetto a dieci anni fa. Non solo: i primi dati del 2025 mostrano già chiari segnali di flessione. Un quadro complesso che richiederebbe serietà istituzionale. La propaganda di destra, invece, preferisce l’emergenza permanente: estrae dal mazzo l’unico dato utile a soffiare sul fuoco e lascia che il panico faccia il resto. L’obiettivo politico è evidente: picconare lo Stato di diritto. Quello stesso principio cardine che, nei due casi di cronaca recenti, avrebbe dovuto proteggere Roggero dalla rapina e oggi deve giudicare la sua reazione; lo stesso che tutela le forze dell’ordine dai processi sommari, ma esige verità trasparente sulla morte di Fakir.
Nel 2027 andremo alle urne anche per questo. La posta in gioco è brutale: decidere se il limite della legge sia ancora una conquista civile o se la vendetta debba essere sdoganata come nuovo “buon senso” di Stato. La destra la sua scelta reazionaria l’ha già fatta. Ora spetta a noi impedire che ci cancellino la memoria, prima che riescano a farci dimenticare che un tempo avevamo imparato a essere migliori.

(da il Fatto Quotidiano)

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