Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL LEADER DI NOI MODERATI, MAURIZIO LUPI, ANNUNCIA CHE PRESENTERÀ ANCHE AL SENATO L’EMENDAMENTO SULLE PREFERENZE, BOCCIATO CAMERA CON FDI E BOCCIATO. UNA SCELTA DI ROTTURA RISPETTO A FDI, CHE INVECE VUOLE EVITARE DI ESSERE DI NUOVO IMPALLINATA DAGLI ALLEATI A PALAZZO MADAMA…
“Intendiamo andare avanti marcando il territorio sui diritti e sulle garanzie dei cittadini, che non possono conoscere passi indietro: una norma che introduce la legittimità delle intercettazioni a strascico per noi non può passare”. Lo ha detto Giorgio Mulè di Forza Italia, ospite a Start su Sky TG24.
Il riferimento è ad un emendamento di FdI sulle intercettazioni al decreto giustizia e immigrazione. “Non si possono calpestare i diritti delle persone nel nome di un principio che parifica il mero sospetto all’accertamento della verità. Su questo versante non accettiamo imposizioni, nemmeno se arrivano dal fronte antimafia”.
“Vogliamo un sistema elettorale che garantisca stabilità e governabilità, elementi essenziali sia per affrontare le nuove sfide geopolitiche sia per l’economia. Al Senato Noi Moderati riproporrà il tema delle preferenze per dare ridare la scelta dei rappresentanti ai cittadini.
Ma adesso, la priorità per tutta la maggioranza, è completare il progetto di cambiamento dell’Italia, come per esempio abbassare le tasse ai giovani”. Lo afferma il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
UNA INFORMATIVA DEI SERVIZI DI SICUREZZA SU CASTELLINO, IORIO E FIORE (CHE HA RIFIUTATO OGNI COLLABORAZIONE)
Ci sono skinheads, pregiudicati ed estremisti di destra storici. Ma anche chi viene
monitorato «per propaganda attiva di connotazione filorussa». E chi lo accusa di avergli rubato i punti del programma e di essere iscritto alla massoneria.
Nella varia e variegata umanità che si avvicina al generale Roberto Vannacci prima delle elezioni del 2027 mentre i sondaggi incoronano il suo Futuro Nazionale spiccano però i protagonisti dell’assalto alla sede della Cgil del 9 ottobre 2021. A dirlo è un’informativa dei servizi di sicurezza visionata del Messaggero. Che indaga su «un’attività di monitoraggio di ambienti dell’estrema destra» e mette nero su bianco il «diffuso interesse ad aderire al partito di Futuro Nazionale dopo la fuoriuscita del leader Vannacci dalla Lega».
I nomi
Il primo dei nomi è molto noto alle cronache. Si tratta di Giuliano Castellino. Che attualmente è in galera a Terni dove sconta una condanna a tre anni e sei mesi per i disordini a Roma del settembre 2017. Quando insieme ai militanti di Roma ai romani protestò al Trullo contro l’assegnazione di un appartamento a una famiglia etiope. Castellino però è noto soprattutto per l’assalto a Corso Italia, quando i manifestanti No Green Pass e neofascisti distrussero gli uffici del sindacato. Insieme a lui c’era Roberto Fiore. Castellino è confluito nel movimento Indipendenza di Gianni Alemanno che poi si è sciolto in Futuro Nazionale. E nella dinamica dei fatti c’entra Alfredo Iorio.
Il filorusso
Iorio è stato candidato al comune di Roma con Forza Nuova nel 2016. Era responsabile della sezione del Movimento Sociale Italiano di via Ottaviano. E secondo il documento è oggi «monitorato dal C.A.S.A.», vale a dire il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, «per propaganda attiva di connotazione filorussa». Insieme a lui «i direttivi di Veneto Fronte Skinhead e Progetto nazionale» che «avrebbero convenuto, dopo una serie di incontri interlocutori, per una convergenza – allo stato non meglio definita – con Futuro Nazionale».
La tattica del Movimento Nazionale e della collegata Rete dei patrioti, attive soprattutto nel Nord Italia, è stata invece quella di «di non prendere una posizione pubblica né a favore né contraria a Futuro Nazionale con l’intenzione di inserire qualche militante negli organigrammi locali del nuovo partito, ove possibile, in modo che appaia un’iniziativa personale non riconducibile al movimento. In tal senso sarebbero state già individuate delle opportunità in Lombardia e in Toscana».
Roberto Fiore
Poi c’è Roberto Fiore. Che invece ce l’ha con il generale. «È risultata invece inversa rispetto a tali convergenze la strategia finora posta in essere da Roberto Fiore, il quale, nel suo ruolo di leader del noto movimento di estrema destra Forza Nuova, avrebbe avuto un’interlocuzione diretta con Roberto Vannacci già nel febbraio scorso, durante la quale avrebbe asseritamente rifiutato la proposta di Futuro Nazionale, accusando piuttosto l’ex generale di essersi appropriato degli otto punti di programma di Forza Nuova e di appartenere alla massoneria italiana», si legge nel documento.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
I SUOI EX SOCI: “C’E’ UNA CHAT CHE DIMOSTRA CHE DECIDEVA TUTTO LUI”
Dopo un lungo ping-pong con la procura di Roma guidata da Francesco Lo Voi la Camera dei deputati si appresta a negare l’autorizzazione al sequestro della corrispondenza dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, fornendo uno scudo al diretto interessato (che non è indagato). Nella riunione del 16 luglio il relatore forzista Pietro Pittalis ha infatti depositato il suo parere di diniego alla richiesta dei magistrati romani che indagano sulla gestione del ristorante “Le 5 forchette” di cui Delmastro era socio insieme ad altri esponenti di Fratelli di Italia piemontesi di Mauro e Miriam Caroccia, ritenuti prestanome del clan camorristico Senese. Il no a Lo Voi è motivato con la indeterminatezza temporale della richiesta di sequestro, non avendo la procura indicato una data di inizio e di fine di quella corrispondenza. Per altro la richiesta di sequestro della corrispondenza di Delmastro era stata pretesa dalla stessa giunta con lettera alla procura di Roma spiegando di ritenere irrituale l’originaria richiesta di «autorizzazione all’accesso alla corrispondenza intrattenuta da Mauro Caroccia con il Signor Deputato On. Andrea Delmastro Delle Vedove».
La chat del ristorante e l’ipotesi che tutti i profitti andassero a Delmastro
Ai magistrati interessava potere utilizzare la chat di gestione del ristorante, che per altro bene conoscono avendo sequestrato telefonini e pc a Mauro Caroccia e a sua figlia Miriam, che oggi è l’unica socia del ristorante “Le 5 Forchette”, avendo rilevato le quote di Delmastro e dei suoi compagni di partito nella primavera dell’anno scorso. Quella chat è fondamentale per l’inchiesta della procura di Roma, che lo spiega bene nella richiesta formale inviata alla Camera dei deputati.
Gli inquirenti, infatti, sono convinti che “Le 5 forchette” sia stata l’ennesima attività di ristorazione messa in piedi dalla famiglia Caroccia per riciclare i fondi illeciti del clan camorristico guidato da Michele Senese, come appurato già in altra sentenza divenuta definitiva. Ma padre e figlia negano, sostenendo di essere stati prestanome non del clan camorristico, ma proprio di Delmastro cui sarebbero andati gli interi profitti del ristorante.
Nella documentazione inviata alla Camera dei deputati il procuratore di Roma Lo Voi insieme ai suoi due sostituti Stefano D’Arma e Lorenzo Del Giudice spiegano: «Gli sviluppi investigativi hanno portato al sequestro di un telefono cellulare in uso a Mauro Caroccia all’epoca dei fatti e che nel corso degli interrogatori resi in data 1° aprile 2026 sia Mauro sia Miriam Caroccia hanno, tra l’altro, sostenuto che attraverso tale dispositivo erano stati tenuti i rapporti con i “soci piemontesi”, reali finanziatori e detentori (nella versione offerta dagli indagati) delle redini della gestione sociale, nonché reali destinatari dei proventi dell’attività economica. Entrambi gli indagati, con dichiarazioni sostanzialmente confermate da quanto a sua volta riferito da Barbara Tritoni (rispettivamente moglie e madre delle persone sottoposte a indagine), hanno sostenuto l’esistenza di una apposita chat dedicata alla gestione del ristorante e che a tali scambi di comunicazioni avrebbe partecipato anche l’onorevole Andrea Delmastro Delle Vedove».
È chiaro ora che con il diniego all’utilizzo di quella chat va gambe all’aria la difesa della famiglia Caroccia, che non potrà opporre nulla all’accusa di avere messo in piedi quella attività per conto di un clan camorristico sia pure facendosi scudo della partecipazione di Delmastro e dei suoi colleghi.
Il 23 giugno dopo tanto tempo trasferita da Biella a Roma la sede legale del ristorante
Il ristorante “Bisteccheria di Italia” sulla via Tuscolana di Roma che ha costretto alle dimissioni l’ex sottosegretario alla Giustizia è ancora aperto, a differenza di quelli posseduti in passato dalla famiglia Caroccia, tutti confiscati. Le azioni sono intestate ora al 100% alla ventenne Miriam Caroccia (che aveva appena compiuto 18 anni quando si associò a Delmastro & c), che il 23 giugno scorso ha convocato una assemblea totalitaria della società per cambiarne lo statuto e soprattutto la sede legale. Essendo usciti tutti in fretta e furia gli esponenti di Fratelli di Italia, la sede legale era restata a Biella (elemento che rafforza la tesi di una gestione reale di Delmastro & c). Ora il verbale dell’assemblea totalitaria, svoltasi nello studio del notaio romano Fulvio Mecenate ai Parioli, ha deliberato il trasferimento della sede della società da Biella a Roma, allo stesso indirizzo del ristorante in via Tuscolana.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
APPROVATO UN EMENDAMENTO DI FORZA ITALIA: VIENE ESCLUSO DAL CALCOLO DEL PREMIO IL SECONDO PARTITO SOTTO SOGLIA. POTREBBE QUINDI ESSERE “BUTTATO”NUN MILIONE DI VOTI
Con il Melonellum appena approvato alla Camera dei deputati potrebbe succedere anche
questo: una coalizione A che raggiunge il 44,9% perde le elezioni contro una coalizione B, anche se quest’ultima si ferma al 42% dei consensi.
È un paradosso della nuova legge elettorale appena approvata alla Camera in prima lettura. Un bug logico – e forse costituzionale – provocato da un emendamento che ha ottenuto ieri il via libera dell’Aula di Montecitorio.
Una premessa: lo spirito dell’emendamento, presentato dal deputato di Forza Italia Paolo Emilio Russo e gradito anche a settori delle opposizioni, è evidentemente quello di aggregare i “piccoli”, riducendone il potere di ricatto verso le coalizioni. Una norma “anti-cespugli”, è stata definita. L’effetto può però diventare, come detto, paradossale o distorsivo. Vediamo in che modo.
La norma presentata dal parlamentare azzurro – che è anche membro della commissione Affari costituzionali – prevede che i voti espressi a favore delle liste collegate che non superano lo sbarramento del 3% e che non rappresentano la lista del miglior perdente non concorrano alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione. E, dunque, non contribuiscono nella corsa al primo posto, necessario per ottenere il premio di maggioranza. L’obiettivo dell’emendamento è far convergere le forze minori nelle liste già esistenti, in modo da determinare al massimo una sola forza politica sotto soglia. Chi porta in dote un pacchetto di consenso dello “zero virgola” – o comunque che difficilmente può ambire a superare il 3% – ma capace di risultare determinante ai fini del raggiungimento del premio di maggioranza nazionale, sarebbe costretto a convergere in un’unica lista, rinunciando al proprio simbolo.
E però, è qui che nasce il problema. Cosa accade se due liste non superano il 3%, ma lo sfiorano? E’ un caso di scuola, ma neanche troppo: perché si verifichi basta ad esempio che un partito ottenga percentuali più basse del previsto alle prossime elezioni, scendendo imprevedibilmente sotto la soglia del 3%, facendo dunque “concorrenza” all’altra forza già designata nella coalizione per diventare la prima perdente.
Ipotesi di scuola: la coalizione A aggrega un simbolo del 2,99% e uno del 2,98%. Questa seconda forza non otterrebbe seggi, perché non rappresenterebbe neanche il primo dei perdenti. Quel 2,98% andrebbe quindi sottratto dal calcolo dei voti della coalizione A.
Ipotizziamo che questa ottenga in tutto il 46,98%, mentre gli avversari della coalizione B solo il 44,01%. In teoria, la coalizione A si posizionerebbe prima nella corsa per il premio di maggioranza, superando gli avversari del 2,97%.
E però, sottraendo il 2,98% a causa dell’emendamento approvato ieri alla Camera, la coalizione A scenderebbe al 44%, mentre quella B si accaparrerebbe il premio con il 44,01%. Il 2,98% dei voti dato a una forza coalizzata – che di norma vale circa un milione di voti – finirebbe per non incidere nell’esito elettorale.
Il problema non è solo logico o politico, ma anche costituzionale: può una norma del genere passare il vaglio della Corte costituzionale? A testo appena vidimato a Montecitorio, il centrosinistra inizia a prendere contezza di questa novità. E suggerisce rischi di costituzionalità. Complicando un percorso già non agevole della legge, in vista del passaggio al Senato.
(da Repubblica)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
FARE PROFESSIONE DI IGNOBILTA’ E VIOLENZA VERBALE SERVE A PROCURARSI FOLLOWER, DATA L’ALTA PERCENTUALE DI FECCIA CHE CIRCOLA A PIEDE LIBERO
Il successo di personaggi che fanno aperta professione di ignobiltà e violenza verbale (blogger, influencer, giornalisti, politici: ci sono esempi arcinoti pure nel nostro piccolo, in Italia) dipende dal fatto che sono effettivamente persone ignobili e violente, oppure dalla richiesta di quel “ruolo in commedia” da parte di un vasto pubblico? Si gioca la parte del mascalzone perché lo si è o perché quella parte ha successo, e rende fama e denaro?
È probabile che l’indole aiuti. Difficile diffondere contenuti di odio se si ha una certa dose di rispetto per gli altri. Ma è sicuro che il successo e il denaro facciano da galvanizzatore. Magari il “cattivo” avrebbe una personalità più composita, ma decide di mettere in risalto il suo lato carogna perché scopre che il pubblico è in visibilio.
Faccio queste considerazioni dopo avere letto (sul Post) un lungo articolo su un documentario di Netflix che indaga sulla “manosfera” (l’ambiente social dove il maschilismo più becero detta legge; molto popolare nella destra americana). Quasi tutte le star della manosfera — maschi bianchi giovani — sembrano relativizzare l’aspetto “etico” e culturale delle porcherie che scrivono.
Le scrivono perché “piacciono alla gente”. Se ne sentono, diciamo così, meno responsabili, perché l’adesione di massa, oltre a renderli ricchi, li rassicura. Se siamo in tanti a pensarla così (per esempio, a pensare che gli omosessuali sono malati, o degenerati) perché non dirlo?
Il famoso “coraggio di andare controcorrente” che molti di costoro sbandierano (anche in Italia), è dunque un alibi. Fare il cattivo serve a procurarsi una folla di follower, anche se raschiata dal fondo del barile. Quella folla non solo garantisce denaro: fa anche sentire protetti, come una scorta virtuale. Le idee (buone o cattive) sono una faccenda strettamente personale: in genere costa fatica farsele. Più comodo assecondare quelle degli altri, che sono già pronte.
(da Repubblica)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
CALANO FDI E LEGA
La nuova Supermedia YouTrend per AGI, elaborata sulla base dei sondaggi realizzati tra
il 2 e il 15 luglio 2026, conferma alcuni movimenti significativi nel quadro politico italiano. Il dato che spicca è la continua crescita di Futuro Nazionale, che sale al 6,5%, guadagnando 0,6 punti in due settimane e raggiungendo Alleanza Verdi e Sinistra che sta al 6,5%.
Parallelamente, Fratelli d’Italia registra un nuovo minimo dall’inizio del governo Meloni, scendendo al 27% (-0,6). La percentuale più bassa per il partito, finora, che fa arretrare il centrodestra al 42,2%, anch’esso il dato più basso dall’autunno 2022. Questi dati sembrano quasi essere uno specchio di ciò che sta accadendo alla camera in questi giorni, in conseguenza alla votazione della nuova legge elettorale: una maggioranza che vacilla e un campo largo che prova a trarne vantaggio.
Nel dettaglio, la Supermedia assegna:
Fratelli d’Italia: 27,0% (-0,6)
Partito Democratico: 21,3%
Movimento 5 Stelle: 12,8% (-0,6)
Forza Italia: 8,1% (+0,2)
Alleanza Verdi e Sinistra: 6,5% (+0,2)
Futuro Nazionale: 6,5% (+0,6)
Lega: 5,9% (-0,3)
Azione: 3,1% (+0,1)
Italia Viva: 2,4% (+0,1)
+Europa: 1,3% (-0,2)
Noi Moderati: 1,2% (+0,1)
Il Partito Democratico mantiene una posizione stabile sopra il 21%, mentre il Movimento 5 Stelle perde oltre mezzo punto. Nel centrodestra, Forza Italia è l’unica forza in crescita, mentre la Lega continua a perdere terreno e resta sotto il 6%, regalando il suo bacino elettorale all’ex generale Roberto Vannacci con Futuro Nazionale in crescita.
Nella simulazione delle coalizioni che potrebbero presentarsi alle elezioni del 2026, il campo largo formato da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e alleati si conferma in vantaggio con il 44,3%, pur cedendo mezzo punto rispetto alla rilevazione precedente. Il centrodestra, d’altro canto si attesta al 42,2%, in calo di 0,6 punti, mentre Futuro Nazionale, considerato autonomamente, raggiunge il 6,5%.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA RICERCA IPSOS MOSTRA UN PAESE CHE SI INTERESSA ALLA POLITICA SOLO IN MANIERA IDEOLOGICA E IDENTITARIA
L’interesse degli italiani per la politica resta alto, ma il modo in cui i cittadini si informano e costruiscono le proprie opinioni sta cambiando profondamente. Accanto al declino della fiducia nei media tradizionali cresce il peso delle piattaforme digitali, dei social network e dei podcast, mentre il dibattito pubblico appare sempre più frammentato in comunità chiuse e autoreferenziali. A fotografare questa trasformazione è la ricerca commissionata dal Brand journalism festival e realizzata da Ipsos-Doxa. Come sottolinea Andrea Scavo, Director public affairs di Ipsos-Doxa e responsabile dell’indagine: «viviamo un tempo in cui la fiducia nell’informazione è sempre più debole, ma l’opinione pubblica continua ad interessarsi al mondo della politica. È preoccupante però l’affermarsi di una logica da tifoserie contrapposte, incapaci di riconoscersi reciproca legittimità e di comunicare tra loro. Un italiano su sei vive pienamente all’interno di una bolla di informazione in cui non c’è spazio per l’opinione diversa. Il voto è quasi un atto “tribale” che accomuna individui con la stessa visione del mondo».
Un Paese diviso tra informati e disinformati
Secondo i dati, il 60% degli italiani dichiara di essere interessato alla politica, mentre il 37% afferma di non seguirla con particolare attenzione. Dietro questo dato si nasconde però un forte divario di come si ottengono le informazioni. Circa il 55% della popolazione può essere considerato “informato”, dedicando almeno un’ora al giorno all’approfondimento delle notizie e dell’attualità politica. Al contrario, il 41% degli italiani dedica all’informazione mezz’ora al giorno o meno, configurando una fascia scarsamente esposta al dibattito pubblico. Le differenze non sono distribuite in modo uniforme. Il disinteresse e la minore esposizione all’informazione si concentrano soprattutto tra le donne, i Millennials, le persone con livelli di istruzione più bassi e i residenti nelle aree rurali o nelle periferie urbane. Il rischio è quello di un crescente squilibrio nella partecipazione democratica, con una parte della popolazione sempre più coinvolta e un’altra sempre più distante dai processi politici.
La televisione resiste, ma il digitale cambia le regole
Nonostante la trasformazione del panorama mediatico, la televisione rimane ancora oggi la principale fonte di informazione politica per gli italiani con oltre il 60% continua a utilizzarla come riferimento principale. La situazione cambia però osservando le differenze generazionali. Le generazioni più giovani, in particolare Gen Z e Millennials, si informano sempre più spesso sui social media, ai creator digitali e agli influencer. Per i Baby Boomers, invece, i media tradizionali mantengono ancora un ruolo centrale. In questo scenario emergono anche i podcast, che stanno assumendo una funzione strategica nel sistema dell’informazione. Il 41% degli italiani ne ha ascoltato almeno uno nell’ultimo mese e il pubblico più fedele è composto soprattutto da giovani e laureati.
La crisi di fiducia nei media
Se il sistema informativo si sta trasformando, la fiducia nei media attraversa una fase ancora più delicata. Il 64% degli italiani dichiara infatti che la propria fiducia nei confronti dei mezzi di informazione è diminuita negli ultimi cinque anni. Una sfiducia che si accompagna alla percezione diffusa che le notizie siano spesso orientate o manipolate. Le ragioni di questa presunta distorsione vengono ricondotte soprattutto a fattori strutturali e di potere. Il 61% degli italiani ritiene che le pressioni politiche ed economiche influenzino il lavoro giornalistico. Una parte sostiene che è il peso dei gruppi di potere politico ed economico a influenzare i media, mentre altri attribuiscono le distorsioni agli interessi degli editori e dei proprietari delle testate.
Le bolle informative e la politica delle echo chambers
Parallelamente alla crisi di fiducia si rafforza un altro fenomeno: quello delle cosiddette echo chambers, «le camere dell’eco» nelle quali gli individui entrano in contatto quasi esclusivamente con persone e contenuti che confermano le proprie convinzioni. Il 55% degli italiani ammette di discutere di politica prevalentemente con persone che condividono le proprie idee, mentre il 44% dichiara di fidarsi maggiormente di siti, giornalisti e opinionisti che risultano già allineati con il proprio orientamento politico. La polarizzazione produce effetti anche sul piano delle relazioni personali, infatti, un terzo degli intervistati ha ammesso che confrontarsi con persone che hanno opinioni politiche differenti genera disagio o tensione.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
GUIDATI DA PAVEL PRIGOZHIN, IL FIGLIO DI DEL “CUOCO DI PUTIN”, CONTROLLANO L’ESTRAZIONE ILLEGALE DELL’ORO E HANNO CREATO UN CARTELLO DELLA DROGA
«Siamo in Mali, e la situazione è diventata molto brutta», ci dice un combattente storico
del gruppo mercenario, in una rara email che riesce a inviare. È uno dei tanti miliziani a contratto che hanno partecipato, per Wagner, a campagne russe in Siria e in Donbas […] e dopo la morte di Prigozhin hanno infine accettato l’impiego in Mali rinunciando almeno formalmente alle insegne di Wagner ma ottenendo (cosa per niente sgradita, a molti di loro) di essere incorporati nelle truppe governative di Putin.
Il che significa: pensione sicura (per chi non viene tagliato a fette dai ribelli islamisti), riconoscimento dello Stato alla famiglia in caso di morte, e vari privilegi destinati ai combattenti ufficiali. In Mali questi russi – accusati di crimini di guerra di vario tipo – lavorano, oltre che per se stessi, per una giunta militare salita al potere dopo i colpi di Stato del 2020 e del 2021, con il generale Assimi Goïta. Le cose però non stanno andando più benissimo,
In Mali il grosso del Gruppo Wagner è stato assorbito da Putin e dal ministro della Difesa Belousov nel cosiddetto Africa Corps, direttamente collegato alla Difesa di Mosca, ma stanno subendo attacchi e imboscate gravissime, impreviste fino a due anni fa. L’ultima due giorni fa, alla quale si riferisce la nostra fonte.
Invece nella Repubblica Centroafricana (Car) si sono asserragliati i vecchi irriducibili di Prigozhin, che non si sono voluti “vendere a Putin”, ritenendolo esplicitamente o meno l’uomo che avrebbe di fatto assassinato Prigozhin e Dmitry Utkin (lo storico “comandante Wagner” e cofondatore del gruppo mercenario), morti in uno pseudo-incidente aereo assai sospetto.
Guidati da Pavel Prigozhin, il figlio del fondatore Evgheny, circa 500 fedelissimi si dedicano sostanzialmente a due cose, stando a quanto riferisce un report della Global initiative against transnational organized crime, che è finito sulle scrivanie del Pentagono.
Uno, controllano l’estrazione illegale dell’oro nelle miniere di Ndassima (arrivando, secondo le stime di questo think tank, a un fatturato annuo attorno a 500 milioni di dollari). Due, hanno ormai creato un loro cartello della droga nel contrabbando del tramadolo ad alto dosaggio, che vale circa 180 milioni di dollari all’anno. Il tramadolo è noto in Africa come la “cocaina per i poveri”.
È un farmaco analgesico oppioide sintetico usato per trattare il dolore. La dose raccomandata per usi medici è 50 mg, i wagneriani arrivano a spacciarne compresse da 200 mg. Un carico di 7mila dollari comprato nella Car ne frutta in Camerun 21mila. Molto va ai minatori delle miniere d’oro. Ma anche ai manifestanti filorussi. O ai combattenti regolari dell’esercito maliano, in guerra fianco a fianco con Wagner in Mali contro i jihadisti. La droga arriva dall’India, attraverso il contrabbando sul fiume Ubangi.
L’altra Wagner continua combattimenti attivi, feroci, letali. In cui però ultimamente molti russi vengono uccisi o sfigurati. Il 12 luglio una colonna russa è caduta in un’imboscata a Niolo, nella regione di Ségou.
All’attacco hanno partecipato tuareg appartenenti a Fla e Jnim, un’affiliazione di Al-Qaeda nel Sahel. Quella della nostra fonte è una semplificazione, ma non lontana dalla realtà. I video sui canali telegram wagneriani sono spaventosi. La situazione è talmente grave che da Mosca hanno mandato rinforzi.
Il Sahel è troppo importante per la proiezione globale di Mosca. E per le miniere. Una nave cargo (la Mikhail Britnev), probabilmente carica di armi e cingolati, scortata dalla grande nave d’assalto anfibio “Aleksandr Shabalin” della flotta baltica, è arrivata due giorni fa nel porto di Lomé, in Togo, partita da Arkhangelsk. Ha trascorso una settimana a Baltijsk, nella regione di Kaliningrad.
Poi ha fatto rotta a Sud. Pensate quanto stia a cuore a Mosca il Sahel, se il Cremlino è disposto a spostare risorse belliche potenzialmente utili contro l’Ucraina.
Nella Repubblica Centroafricana la scena è altra. Secondo Julia-Stanyard, che ha studiato a lungo Prigozhin e Wagner, «i comandanti di alto rango del gruppo Wagner dell’era Prigozhin rimangono a capo delle operazioni, ricoprendo ruoli militari, politici ed economici.
Sembra che il figlio di Prigozhin, Pavel, abbia mantenuto un certo ruolo nelle residue operazioni di Wagner in Africa. Il gruppo Wagner ha continuato le sue attività illecite nella Repubblica Centrafricana, incluso il coinvolgimento nel contrabbando di prodotti estrattivi».
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
I DUE GIOVANI AVREBBERO LASCIATO IL PAESE AD APRILE ATTRATTI DA PROMESSE DI IMPIEGO E COMPENSI FINO A 28 MILA DOLLARI. LE AUTORITA’ DI LA PAZ SOSPETTANO CHE POSSANO ESSERE ALMENO 16 I CITTADINI BOLIVIANI RECLUTATI DA MOSCA
La Bolivia ha chiesto ufficialmente alla Russia informazioni su due cittadini boliviani che sarebbero morti dopo essere stati reclutati con l’inganno per combattere nella guerra contro l’Ucraina. Lo ha reso noto il viceministro della Gestione consolare, Héctor Huanca, precisando che l’ambasciata boliviana a Mosca ha inviato una nota diplomatica e attivato i protocolli di assistenza consolare dopo le richieste di aiuto dei familiari.
I due giovani, José María Soleto, 29 anni, e Iván Valdivia, 28, avrebbero lasciato il Paese ad aprile attratti dalla promessa di un impiego nell’edilizia con compensi fino a 28 mila dollari. Secondo le famiglie, una volta arrivati in Russia sarebbero stati sottoposti ad addestramento militare e successivamente inviati al fronte.
Le autorità boliviane ritengono che possano essere almeno 16 i connazionali coinvolti nel presunto reclutamento. L’ambasciata russa a La Paz ha negato qualsiasi coinvolgimento in attività di reclutamento e ha dichiarato di non disporre di informazioni sul caso.
(da agenzie)
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