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CHE PRESA PER IL CULO, GIORGIA TENTA IL TRUCCO SULLA LEGGE ELETTORALE: INSERIRE I CAPILISTA BLOCCATI, PER DARE POTERE AI LEADER DI PARTITO DI PIAZZARE I LORO FEDELISSIMI. “SE ABBIAMO QUALCHE SPERANZA DI VINCERE LE ELEZIONI E’ CON QUESTA LEGGE ELETTORALE”

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL MECCANISMO DEL MELONELLUM PREVEDE ANCHE LISTONI DELL’EVENTUALE PREMIO DI MAGGIORANZA A LORO VOLTA BLOCCATI. LA PARTE RESTANTE, TUTTA PROPORZIONALE, GARANTIRÀ POCHI ELETTI. SCELTI COMUNQUE ALL’INTERNO DI UN BREVE ELENCO SCELTI DAI VERTICI . TRADOTTO: GLI ELETTORI AVREBBERO SOLO L’IMPRESSIONE DI SCEGLIERE CHI PORTARE IN PARLAMENTO

Preferenze sì, ma a metà. La legge elettorale si arricchisce di una novità, sotto forma di emendamento firmato da due partiti della maggioranza, Noi moderati e Fratelli d’Italia, a conferma della freddezza sul tema di Forza Italia e Lega.
Ma il testo che si sta configurando è sempre più ad personam, cucito sui desiderata di Giorgia Meloni, «per mantenere al potere questa destra che evidentemente ha molta paura delle urne», ha attaccato il deputato di Alleanza verdi-sinistra, Filiberto Zaratti. […]
Tra le modifiche presentate, infatti, una interviene sulle modalità di elezione nelle circoscrizioni all’estero: la maggioranza vuole tagliarle.
Sulle preferenze il centrodestra ha cercato un compromesso al ribasso: resta il capolista bloccato, che scatta per primo nel collegio.
L’elettore, a differenza della prima formulazione del Melonellum, potrebbe tuttavia selezionare tre preferenze (di genere alternato), apponendo delle crocette sui candidati. Un’apertura a metà.
La soluzione, soprattutto per i partiti più piccoli, significa trasformare i candidati non capilista in “portatori di voti” a favore del partito (e del capolista).
In molti collegi le liste eleggono un solo parlamentare. «L’emendamento sembra fatto per non disturbare le oligarchie dei partiti. È una presa in giro», ha osservato Osvaldo Napoli di Azione. Le preferenze sono più di facciata. […]
La decisione è stata presa a livello di leader. Giorgia Meloni ha sentito Antonio Tajani e Matteo Salvini e ha condiviso con loro una riflessione. La seguente: nel Parlamento nessuno vuole realmente le preferenze, sono tutti terrorizzati. «Ma io ci perderei la faccia», anche di fronte al nuovo idolo dell’estrema destra Roberto Vannacci, che su questo tema la sta sfidando.
trucco, lo definiscono così anche dentro Fratelli d’Italia nelle conversazioni private. Perché, come ha spiegato Meloni a Salvini e a Tajani, e come rivelano fonti a lei vicine, la formula scelta «rafforza il potere dei leader» che hanno ancora più leve per blindare l’elezione dei propri fedelissimi.
Il meccanismo appare contorto, ma in realtà è semplice: nel nuovo sistema proporzionale del Melonellum ci saranno i capilista bloccati, e i listoni dell’eventuale premio di maggioranza (se scatterà per la coalizione vincente) saranno a loro volta bloccati. Dunque, la parte restante, tutta proporzionale, sotto i capilista, garantirà pochi eletti. Scelti, comunque, all’interno di un breve elenco deciso comunque dai leader, che avranno interesse a coinvolgere, almeno in parte, i “portatori di voti” più forti nei territori. […]
Anche perché un conto sono i segretari di partito, che continueranno ad aver in mano il destino delle liste, un altro sono gli eletti, molti dei quali hanno poche chance di rielezione.
Dentro Forza Italia anche i parlamentari più fedeli a Marina Berlusconi – la presidente di Fininvest è molto critica sull’emendamento meloniano – pensano che il compromesso tutto sommato minimizzi i danni. È il metodo, che gli azzurri contestano a Meloni. Un deputato, sotto richiesta di anonimato, sintetizza lo stato d’animo di molti così: «Ci ha bullizzato».
La presidente del Consiglio ha preparato con una lunga rincorsa questa partita, di sponda con il responsabile organizzativo del partito Giovanni Donzelli, facendo in modo di trovarsi nella posizione politicamente migliore. Senza una crisi di governo sul tavolo, come la pistola dell’offerta che non si può rifiutare, lo considera un “win-win”.
Perché se l’emendamento passa potrà comunque sventolarlo come la prova che è riuscita dopo anni a riportare le preferenze, anche se non sono proprio tali. Se non passa, perché affossato dal voto segreto, potrà dire di averci provato fino alla fine, fino alla frattura con i suoi alleati di governo, limitata però al perimetro di quel tentativo di modifica. La legge andrà avanti, e resteranno le liste bloccate: «A quel punto – sostiene convinta – sarà chiaro a tutti che la responsabilità non sarà la mia ma la loro».
La questione tiene sullo sfondo il timore che l’exploit dell’ex generale Vannacci renda vani tutti i calcoli degli ultimi mesi. Questa è la ragione per cui il centrodestra appare disorientato e sfilacciato nel giorno del debutto in aula della riforma.
Nessuno ha la certezza matematica di come finirà questa sera, quando l’emendamento della discordia sarà messo a votazione a Montecitorio. Ieri c’era anche chi, nella maggioranza, sosteneva che l’eventuale inciampo avrebbe convinto Meloni a ritirare del tutto la legge elettorale. Una tesi che però non trova conferma a Palazzo Chigi dove si continua a veicolare il messaggio, più volte ribadito dalla premier a Tajani e Salvini: «Se abbiamo qualche speranza di vincere le elezioni è con questa legge elettorale».

(da Domani)

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DONALD TRUMP BUTTA NEL CESSO UN SECOLO DI LIBERTÀ DI NAVIGAZIONE, E DISTRUGGE LA CREDIBILITÀ AMERICANA. ANNUNCIANDO IL “RACKET” (UN PEDAGGIO DEL 20%) SU HORMUZ, DONALD TRUMP FA UN ASSIST CLAMOROSO ALL’IRAN E SBUGIARDA CIÒ CHE LA STESSA AMMINISTRAZIONE AVEVA DICHIARATO (“IL SEGRETARIO DI STATO MARCO RUBIO, VENTI GIORNI FA, AVEVA RICORDATO CHE “A NESSUN PAESE È PERMESSO DI FAR PAGARE PEDAGGI O COMMISSIONI SU UNA ROTTA INTERNAZIONALE”)

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL REGIME DI TEHERAN GODE. IL MINISTRO DEGLI ESTERI, ABBAS ARAGHCHI: “IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI HA RAGIONE. CHIUNQUE FORNISCA UN PASSAGGIO SICURO ALLE NAVI COMMERCIALI ATTRAVERSO HORMUZ DEV’ESSERE COMPENSATO. L’IRAN È SEMPRE STATO IL GUARDIANO DELLO STRETTO E LO RESTERÀ PER SEMPRE. IL 20% È OVVIAMENTE TROPPO. SAREMO CORRETTI”

Un racket si definisce tale quando crea a qualcuno un problema di sicurezza e poi si fa pagare dalla vittima stessa per «proteggerla». Inavvertitamente, e almeno a parole, Donald Trump ieri potrebbe aver varcato anche questa soglia.
Non esistevano problemi di sicurezza a Hormuz prima che gli Stati Uniti attaccassero l’Iran, senza capire che il regime di Teheran avrebbe reagito bloccando lo stretto. Da allora sono passati oltre cinque mesi e l’amministrazione Trump si è rivelata incapace di allentare la presa di Teheran su quel braccio di mare strategico per il petrolio: il Pentagono avrebbe i mezzi, ovvio; ma solo con un’operazione navale e di terra così rischiosa, in termini di vite di soldati americani, che la Casa Bianca non osa.
Di conseguenza, l’Iran capisce che può usare il controllo e possibili pedaggi sul transito da Hormuz come leva per imporre il suo predominio sull’area. Del resto l’amministrazione americana stessa ha accettato una formula ambigua, nel memorandum d’intesa con Teheran in giugno, che non chiude a questa possibilità.
Spalle al muro, come spesso fa, adesso Donald Trump rilancia. Proclama l’America «guardiano» di Hormuz; e per non apparire da meno dell’avversario che lo umilia, annuncia anche lui un pedaggio pari al 20% del valore della merce di ogni nave che passa, in cambio della protezione.
In teoria, sarebbero pagamenti per un servizio di sicurezza garantito da un dispiegamento militare che costa al bilancio americano circa un miliardo di dollari al giorno.
Ma anche il rilancio, come spesso gli accade, non fa che affondare Trump in una palude di contraddizioni sempre più profonda. Non solo perché l’idea del dazio in cambio di «protezione» — ammesso che Trump sia in grado di darla, dopo aver fallito per mesi — volta le spalle a ottant’anni di politica americana.
Dal secondo dopoguerra gli Stati Uniti hanno mantenuto centinaia di basi militari nel mondo precisamente per garantire gli accordi internazionali che prevedono libero scambio e libertà di navigazione: un ruolo simile a quello della Gran Bretagna all’apice del suo impero nell’Ottocento.
Era stato lo stesso segretario di Stato Marco Rubio a ricordare che «a nessun Paese è permesso di far pagare pedaggi o commissioni su una rotta internazionale» perché «questo dice il diritto internazionale stesso». Venti giorni dopo, il suo presidente annuncia esattamente questo.
C’è però una contraddizione anche più carica di conseguenze, subito colta da Habbas Araghchi. Ha scritto ieri sera in un post su X il ministro degli Esteri di Teheran, facendosi beffe di Trump: «Il presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione.
Chiunque fornisca un passaggio sicuro alle navi commerciali attraverso Hormuz dev’essere compensato per questo servizio. L’Iran è sempre stato il guardiano dello stretto e lo resterà per sempre. Il 20% (chiesto da Trump, ndr) è ovviamente troppo. Saremo corretti». Certo ora il tycoon potrà fare retromarcia, come spesso gli accade. Ma ciò che ha scritto resta: la pretesa dei dazi nelle acque internazionali è ormai legittimata dall’egemone del post-guerra fredda. Perché da domani l’Iran dovrebbe smettere di pensarci nel Golfo, la Russia nell’Artico, la Cina a Taiwan o la Turchia sul Bosforo?

(da Corriere della Sera)

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IL RESTO DEL CARLINO: CHI E’ GIUSEPPE BARBONI, IL LOTTATORE VANNACCIANO CHE HA PICCHIATO UN MIGRANTE CON PROBLEMI MENTALI. IL CURRICULUM GONFIATO. LE AZIENDA VUOTE E LE FOTO CON I VIP, UN CACCIATORE DI LIKE

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

TITOLARE DI AZIENDE SENZA DIPENDENTI E SENZA BILANCI, IL FLOP DELLA CANDIDATURA A SINDACO E LA SMENTITA DEL CARDINAL PAROLIN

È riuscito in pochi minuti a ottenere quello che stava cercando da anni: la visibilità. Chi conosce, o ha imparato a conoscere, Giuseppe Barboni, 38 anni, lo sa bene. Perché il neo-vannacciano, atleta di lotta-greco romana, e protagonista sabato sera sul lungomare di San Benedetto del Tronto del pestaggio ai danni di un uomo che stava bloccando il traffico, vive di clic. Da anni invia continui comunicati alle testate locali e nazionali, riuscendo persino a far pubblicare articoli con profili personali che, alla prova dei fatti, presentano forti incongruenze.
Imprenditore del lusso o millantatore? Le sue aziende risultano prive di dipendenti
Si definisce un “imprenditore del lusso”, ma basta consultare le visure camerali per scoprire una realtà ben diversa: fino a qualche settimana fa le sue due aziende risultavano prive di dipendenti e non presentavano bilanci depositati; una di queste, inoltre, coincide esattamente con il suo indirizzo di residenza a San Benedetto.
Anche i contatti sul sito della fantomatica Luxury Private Group rimandano a numeri non attivi. La narrazione mitologica del suo percorso non si ferma qui: è riuscito a far scrivere di essere laureato con lode, quando in realtà il suo voto in Scienze Politiche Internazionali all’Università Link è molto più vicino al minimo che al massimo.
Un profilo online tra cene con vip e serate di gala
Ma in un mondo che si nutre di apparenza, Barboni è stato abile a costruirsi un profilo online invidiabile, sospeso tra cene con i vip hollywoodiani e serate di gala. Un castello di carte che però si sgretola non appena si prova ad andare un po’ più in profondità. Anche il passato presenta zone d’ombra.
Le vicende familiari turbolente
Ha avuto guai con la giustizia a seguito di una vicenda familiare che aveva portato ai canali giudiziari per maltrattamenti e agli arresti domiciliari, poi risoltasi senza condanne dopo il passo indietro del padre; una vicenda che Barboni junior ha sempre liquidato ribaltando i ruoli e definendosi vittima del genitore.
Non candidato dalla destra locale, ha corso da solo per il Comune con la lista ‘Tolleranza 0’
Nei mesi scorsi ha tentato la carta della politica, provando a candidarsi a sindaco di San Benedetto. Dopo essersi proposto in ogni modo alla destra locale, ha deciso di correre da solo lanciando la lista “Tolleranza 0”. Una campagna elettorale portata avanti a colpi di teatro, culminata nel goffo tentativo di spendere a proprio favore persino i vertici della Chiesa.
La diffida del cardinale Pietro Parolin
Il Segretario di Stato Vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, è stato infatti costretto a diffidarlo e a dissociarsi pubblicamente da lui. Barboni lo aveva avvicinato al termine di una cena privata riuscendo ad avere un saluto video per i cittadini di San Benedetto, per poi proiettare il filmato in conferenza stampa spacciandolo per un endorsement politico. Alla fine, accortosi di non avere una squadra pronta ad appoggiarlo e non riuscendo a completare nemmeno una lista, ha dovuto desistere.
Con la fascia tricolore alla Zanzara
Su Facebook, tuttavia, il suo profilo recita ancora “Sindaco di San Benedetto del Tronto” ed è con la fascia tricolore – indossata senza averne alcun titolo – che si è presentato ai microfoni de La Zanzara, dimostrandosi nel tempo un perfetto campione di rissa verbale.
Un pestaggio studiato a tavolino?
C’è chi sussurra che dietro al filmato del pestaggio di sabato ci sia uno studio a tavolino, o che comunque Barboni si sia fatto riprendere di proposito per scalare gli algoritmi e diventare virale. Prove certe a ogni modo non ce ne sono.
Giuseppe Barboni folgorato dal generale Roberto Vannacci (che ora prova a ‘corteggiare’)
Da qualche mese l’uomo è rimasto folgorato dal generale Roberto Vannacci e, dopo averlo incontrato in diverse occasioni, sta provando in tutti i modi a entrare nelle sue grazie in vista dei prossimi appuntamenti elettorali nazionali. Mercoledì 15 luglio il leader di Futuro Nazionale sarà allo Shada di Civitanova: sarà l’occasione ideale per capire come l’eurodeputato reagirà al video delle botte di San Benedetto.

(Dda Il Resto del Carlino)

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IL FANTASMA DEL TERRORISMO: L’IDEA PARANOICA DI UN GANGSTER

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL TERRORISMO DI SINISTRA E DI DESTRA E’ UNA STORIA DI 40 ANNI FA, OGGI GLI UNICI TERRORISTI SONO GLI STATI (STATI UNITI E ISRAELE IN PRIMIS)

Darei non so che cosa per partecipare al vertice americano “contro il terrorismo di sinistra”, e invidio il sottosegretario leghista Molteni che verrà spedito a Washington in rappresentanza del governo italiano. Temo sia troppo tardi per chiedere di mandare me al suo posto, e sospetto che ci siano anche impedimenti protocollari.
Essendo il terrorismo di sinistra ai suoi minimi storici, ci si domanda a quali fantasmi il vertice dovrà appellarsi per consolidare l’idea paranoica che un governo paranoico, quello di Trump, ha del mondo. Non sarà facile rendere sostenibile il tema del convegno. Si suppone che verranno presentati dei dati, dei numeri, delle notizie di reato. Ma quali?
Si dirà che Pol Pot, come Elvis Presley, è ancora vivo? Che i brigatisti rossi — i pochi superstiti viaggiano sugli ottant’anni — stanno preparando, nei bistrot sulla Rive Gauche, un nuovo assalto al cuore dello Stato, o perlomeno ai bistrot sulla Rive Droite? Che i migranti dal Messico sono, presi uno per uno, altrettanti potenziali Pancho Villa? Che il castrismo ormai alla fame sta per attaccare gli Stati Uniti? Che gli americani ammazzati dai pretoriani dell’Ice stavano tramando contro la legalità, della quale si sono perse le notizie da quando Trump è al potere?
Il sottosegretario Molteni non lo sa (è troppo giovane e troppo leghista per saperlo) ma l’Italia, il terrorismo di sinistra, lo ha effettivamente combattuto, e battuto. Però quarant’anni fa. E insieme a quello di destra, che metteva le bombe sui treni e nelle stazioni, c’è chi dice con l’assistenza della Cia. E oggi? Oggi la parte del leone, quanto a terrorismo, la fanno gli Stati.

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VANNACCI NON E’ FUTURISTA, IL FUTURISMO E’ STATO UNA RAFFICA DI INVENZIONI CONTRO IL PASSATO E IL MONDO REAZIONARIO E PICCOLO BORGHESE

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LASCIATE IN PACE MARINETTI E BOCCIONI, NON MERITANO DI DIVENTARE FARSA INDOSSANDO GLI STIVALI DEL PASSO DELL’OCA E UNA VESTAGLIETTA GENDER IN SPIAGGIA

Zang. Tumb. Tumb. Appello – ai soli sopraffini cronisti – per l’interdizione della parola “futuristi” quando si parla di Vannacci, il generale, e della sua truppa di vannacciani e alemanni che imbracciano il nome di “Italia Futura”, per avanzare alla conquista del bagnasciuga dei sondaggi. Si proibisca alle cronache delle gazzette di chiamarli “futuristi”, visto che alacremente marciano all’indietro con il dito indice sguainato.
Il Futurismo è stato una raffica d’invenzioni contro il passato. I vannacciani sono un rosario di vecchie idee appena ricotte nel sovversivismo piccolo borghese, alla ricerca del capro espiatorio più debole.
Il Futurismo inventò libere parole in libertà. Loro rimasticano quelle ingessate nel Ventennio. Il Futurismo inseguiva la velocità, il rischio, l’azzardo, la scomposizione del mondo vecchio per colorarne uno nuovo. Loro espongono come massima avanguardia una vestaglietta gender sventolata dal generale sulla spiaggia di Viareggio.
Marinetti lanciava il futuro come una granata alfabetica. Qui si restaurano naftalina, gerarchie e nostalgia.
Boccioni, Balla, Depero, Russolo, spalancavano finestre sulla soffocante Italia giolittiana degli eterni compromessi. Qui si chiudono le persiane per rimpiangere le penombre di Guido Gozzano, i tarli sul divano e le ragnatele tra il rosolio e la nonna.
Basta profanazioni. Le parole hanno una biografia: “Futuristi” appartiene a un’avanguardia adulta che ha cambiato l’arte, la lingua, il modo di guardare il mondo. Non a un movimento che scambia il domani con l’altroieri.
Chiamateli, chiamiamoli, in qualunque altro modo. Tradizionalisti. Nostalgici. Retroguardia. Perfino passatisti, che per un futurista era il peggiore degli insulti.
Chiamateli vannacciani, considerandoli adatti alla mai tramontata commedia di Mario Monicelli, “Vogliamo i generali”, ma solo nella forma patetica del remake.
Lasciate in pace Boccioni e Marinetti che corrono ancora sulla tela e in pagina. Non meritano di diventare farsa, indossando gli stivali del passo dell’oca.

(da Il Fatto Quotidiano)

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SONO RAZZI AMARI PER PUTIN. MACRON RIUNISCE I VOLENTEROSI E LANCIA LO SCUDO ANTIMISSILE PRR UNA DIFESA COMUNE: “LIBERTA’ E DIRITTO SI DIFENDONO NCHE A COSTO DEL SANGUE”

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

A PARIGI IL SUMMIT CON ZELENSKY E I LEADER DEI 37 PAESI ALLEATI DELL’UCRAINA

Più missili, più aerei, più scudi antiaerei, preparando intanto la pace con le prime esercitazioni della forza multinazionale. Nel giorno in cui Volodymyr Zelensky arriva a Parigi sotto l’ombra lunga dei bombardamenti russi, i trentasette Paesi della coalizione dei Volenterosi mandano una nuova prova di unità per sostenere l’Ucraina «più rapidamente e più fortemente», come ha spiegato Emmanuel Macron.
L’obiettivo, per il leader francese, è spingere Vladimir Putin al tavolo dei negoziati. Intanto, però, il presidente è tornato a evocare il rischio di un allargamento della guerra sul continente nel suo discorso davanti alle Forze armate, alla vigilia della festa nazionale. Il presidente francese ha prima ribadito una «linea chiara di non belligeranza» nel sostegno a Kiev, poi ha aggiunto: «Sì, la pace è il nostro obiettivo, sì, abbiamo a cuore la libertà e il diritto. E sì, siamo pronti a combattere per difenderli sempre, anche a costo del sangue se necessario».
Il vertice di Parigi è stato pensato come una risposta diretta alla strategia russa, che punta sul logoramento dell’Ucraina ma anche sulla stanchezza degli alleati. Con il vertice di ieri, e oggi con la parata militare sugli Champs-Élysées aperta da 500 soldati dei Paesi della coalizione dei Volenterosi, l’Europa vuole mostrarsi compatta dietro Kiev. «È tempo di porre fine a questo inutile bagno di sangue in Ucraina» ha aggiunto Merz, accanto al presidente francese e a Zelensky.
Da Mosca è arrivata subito la replica del Cremlino con il portavoce Dmitri Peskov che ha denunciato «una coalizione di esaltati e guerrafondai» che, secondo lui, si culla «nell’illusione di infliggere una sconfitta strategica» alla Russia.
La riunione dei Volenterosi è stata preceduta dal vertice della nuova coalizione contro i missili balistici, un’iniziativa internazionale che riunisce, insieme all’Ucraina, diversi Paesi europei come Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia, Regno Unito. «Mettendo in comune la nostra base industriale della difesa, la nostra ricerca e la nostra esperienza operativa, il nostro obiettivo è costruire una capacità condivisa contro i missili balistici per l’Europa», si legge nella dichiarazione comune.
Per Zelensky lo scudo non è solo una necessità militare. «Maggiore sarà la capacità dell’Ucraina di intercettare i missili balistici russi, maggiori saranno le possibilità che Putin si sieda al tavolo delle trattative, perché la sua ultima argomentazione in questa guerra non reggerà più», ha sottolineato il presidente ucraino. Macron intanto ha confermato che la Francia consegnerà all’Ucraina sedici aerei da combattimento Rafale destinati a volare nei cieli ucraini entro il 2029. Kiev riceverà una prima serie di batterie Samp/T di nuova generazione, mentre Parigi fornirà radar e produrrà su licenza in Ucraina bombe Aasm, missili antiaerei Aster 30 e missili da crociera Scalp.
Dal vertice sono arrivate nuove conferme sulle garanzie di sicurezza per il dopoguerra. «Abbiamo deciso oggi esercitazioni che si terranno nei prossimi mesi» ha annunciato Macron, spiegando che la forza multinazionale comincerà ad addestrarsi nei paesi vicini all’Ucraina. Serviranno a «validare i nostri piani di dispiegamento» e a dimostrare che gli alleati sono «pronti, determinati e credibili».
Oggi l’Ucraina e i Volenterosi saranno protagonisti della parata sugli Champs-Élysées. Per l’Italia parteciperà il capo dello Stato Sergio Mattarella. La sfilata è dedicata al «risveglio strategico europeo» e sarà inaugurata da due Mirage franco-ucraini accanto alla Patrouille de France, insieme a velivoli di diversi Paesi alleati.

(da Repubblica)

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MENTRE LA RIFORMA ELETTORALE APPRODA IN PARLAMENTO, GIORGIA MELONI È TORMENTATA DA DUBBI E PERPLESSITÀ. ALL’EPOCA DELLA STESURA DEL NUOVO SISTEMA DI VOTO, NESSUNO AVEVA PREVISTO L’ASCESA DI FUTURO NAZIONALE

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

ADESSO SI CORRE IL FORTE RISCHIO CHE NESSUNA DELLE DUE CONTRAPPOSTE ALLEANZE RIESCA A INCAMERARE QUEL 42% CHE PORTEREBBE A UN PREMIO DI MAGGIORANZA DI 70 DEPUTATI E 35 SENATORI, UN BONUS TALMENTE ESAGERATO CHE LA CORTE COSTITUZIONALE NON AVREBBE IL MINIMO DUBBIO NEL BOCCIARLO… NON SOLO: A FINIRE SOTTO GLI ARTIGLI DELLA CORTE SPICCA ANCHE L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER NEL PROGRAMMA, UNA SORTA DI PREMIERATO IN VERSIONE DIETOR CHE VA A CONFLIGGERE CON LA COSTITUZIONE CHE VUOLE CHE SIA IL CAPO DELLO STATO A INDICARE IL PREMIER

Mentre la legge di riforma elettorale approda in Parlamento, Giorgia Meloni è tormentata da dubbi e perplessità.
All’epoca della stesura del nuovo sistema di voto, nessuno della Fiamma Magica di Palazzo Chigi aveva preso in seria considerazione il generalissimo Vannacci e l’inarrestabile ascesa del suo partito Futuro Nazionale, che dopo il sorpasso sulla Lega si accinge a raggiungere l’8% di Forza Italia, strappando anche una piccola percentuale di elettori di Fratelli d’Italia.
E adesso si corre il serio rischio che nessuna delle due contrapposte alleanze riesca a incamerare quel 42% che porterebbe a un premio di maggioranza di 70 deputati e 35 senatori.
Un bonus talmente esagerato che sono già pronti i comitati di opposizione capitanati da Roberto Zaccaria per presentare un immediato ricorso alla Corte Costituzionale, accompagna pure da un referendum abrogativo.
E secondo gran parte dei costituzionalisti, la Corte non avrebbe il minimo dubbio nel bocciarlo, costringendo la legge a ritornare in parlamento.
Non solo: a finire sotto gli artigli della Corte spicca l’indicazione del candidato premier nel programma dell’alleanza (astuta mossa di Meloni per metterlo in quel posto a quel bordello di megalomani del Campolargo sapendo bene quanto sia ostico per i grillini di Conte votare un candidato del Pd).
L’indicazione del candidato premier nel programma è una sorta di premierato in versione Dietor che va a confliggere con le prerogative del Capo dello Stato: la Costituzione vuole che, una volta fatto il giro di consultazioni dei leader dei vari partiti, sia il presidente della Repubblica a indicare il nome del presidente del Consiglio.
Se Mattarella indicasse un altro premier, cosa succederebbe?
E infine, c’è la questione dei tempi: la Corte non si pronuncia su un ricorso di tale importanza in 15 giorni: Quindi: se la legge viene approvata a settembre, dal ricorso alla sentenza, ci vorranno almeno tre mesi. Campa cavallo….

(da Dagoreport)

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A CHI L’AUTO BLU? A NOI! DIVENTA UN CASO L’AUTO DI SERVIZIO DELLA CAPA DI GABINETTO DEL MINISTRO ALESSANDRO GIULI, VALENTINA GEMIGNANI

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL MINISTERO DELLA CULTURA HA NEGATO AI SINDACATI L’ACCESSO AI DATI SULL’UTILIZZO DEL MEZZO, PERCHE’ VIOLEREBBE LA PRIVACY DEGLI SPOSTAMENTI… CISL FP, FLP E CONFSAL-UNSA HANNO CONTESTATO IL DINIEGO, SPIEGANDO CHE LA RICHIESTA SERVE SOLO A VERIFICARE IL CORRETTO IMPIEGO DI RISORSE PUBBLICHE

Diventa un caso l’auto blu secretata dal ministero della Cultura. Come raccontato da Domani, gli uffici del Mic hanno negato ai sindacati la possibilità di conoscere l’esatto impiego del mezzo e ottenere piena trasparenza. In particolare la richiesta era stata fatta per la capa di gabinetto di Alessandro Giuli, Valentina Gemignani.
Il diniego è arrivato perché avrebbe violato la privacy degli spostamenti. Nonostante l’auto di servizio sia utilizzabile per scopi istituzionali. «La richiesta di accesso, infatti, non è finalizzata a conoscere gli spostamenti personali del capo di gabinetto né a interferire con l’attività istituzionale dell’ufficio, bensì esclusivamente a verificare il corretto utilizzo di beni e risorse pubbliche», hanno replicato le sigle sindacali Cisl Fp, Flp e Confsal-Unsa, nella richiesta di riesame del provvedimento. La vicenda è arrivata anche alla Camera.

(da agenzie)

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TUTTI PAZZI PER IL PADEL: L’ITALIA E’ IL SECONDO PAESE AL MONDO PER NUMERO DI CAMPI

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

10.200 CAMPI E 5 MILIONI DI APPASSIONATI: IL PADEL STA DIVENTANDO UN VERO E PROPRIO BUSINESS TRA STRUTTURE E INDOTTO

Più di 10mila campi, circa un milione e mezzo di giocatori e oltre cinque milioni di appassionati: il mercato del padel in Italia deve ormai fare i conti non soltanto con la crescita, ma anche con la sicurezza delle strutture e la sostenibilità degli investimenti. Il padel ha smesso da tempo di essere una moda passeggera: secondo i dati riportati dall’AGI, alla fine del 2025 l’Italia era il secondo Paese al mondo per numero di campi, alle spalle della Spagna, che il Global Padel Report 2026 della app Playtomic e PwC colloca a quota 17.400.
Crescita esponenziale in cinque anni
La velocità della crescita emerge confrontando i dati disponibili, facendo però attenzione al diverso perimetro delle rilevazioni. Nel 2020 la FITP contava 463 società affiliate con 812 campi da padel; nel giugno 2023 le società erano diventate oltre 1.580 e i campi affiliati 3.940. Alla fine del 2024 i campi da padel presenti nei circoli affiliati alla Federazione erano 4.982.
I numeri relativi all’intero mercato sono molto più elevati, perché comprendono anche i campi appartenenti a club non affiliati alla FITP. Secondo il dipartimento Research & Data Analysis della Federazione internazionale padel, nel giugno 2025 in Italia erano presenti 10.017 campi distribuiti in 3.716 club: il 45%, circa 4.500, era al coperto. Rispetto ai 7.798 campi censiti nel 2022, l’aumento è stato del 29 per cento. Alla fine del 2025 il totale ha raggiunto circa 10.200 campi.
Quanto vale l’indotto del padel
Attorno ai campi si è sviluppata un’economia composta da prenotazioni, corsi, racchette, palline, abbigliamento, tornei e servizi di ristorazione. Il Centro studi della FITP attribuisce al solo padel un impatto economico di circa 1,5 miliardi di euro.
La nuova norma sulla sicurezza dei campi
I campi da padel sono così richiesti che in alcune città si è assistita a una rapida trasformazione di capannoni, parcheggi e vecchi campi da tennis. Dal 2 luglio 2026, però, è in vigore la nuova norma tecnica UNI 12023, dedicata ai campi da padel: si tratta di una norma che regola requisiti di funzionalità e sicurezza e fornisce criteri per la progettazione, la costruzione, la gestione e il controllo degli impianti. Le indicazioni riguardano la struttura, la superficie di gioco, la pavimentazione sottostante, gli elementi di protezione, l’illuminazione, l’acustica, la manutenzione e gli spazi destinati al pubblico. La nuova regola non rende automaticamente irregolari tutti i campi precedenti, ma rappresenta il nuovo riferimento tecnico per progettisti, costruttori e gestori.
Quanto costa realizzare un campo da padel
L’alta richiesta di campi fa gola a molti che pensano di aprirne uno. Ma quanto costa davvero? Una risposta arriva dai documenti delle amministrazioni pubbliche. In un quadro economico del Comune di Milano, la fornitura e la posa di quattro campi regolamentari sono state valutate 121.193 euro, pari a circa 30.300 euro per campo. La cifra riguarda però essenzialmente la struttura di gioco e la sua installazione, non l’acquisto dell’area né l’intera costruzione del centro sportivo.
Quando entrano nel conto la preparazione del terreno, le fondazioni, il drenaggio, l’illuminazione, gli allacciamenti e le altre opere edili, l’investimento cresce. Un finanziamento della Regione Siciliana destinato al Comune di San Teodoro quantificava in 69.269 euro la realizzazione di un campo comunale; un altro intervento ad Alcara Li Fusi arrivava a 75.655 euro. Il costo aumenta ulteriormente se si tratta di un campo coperto o indoor. Nel progetto milanese, per esempio, la voce relativa alla copertura dell’impianto valeva oltre 184mila euro per quattro campi. A queste spese possono aggiungersi l’acquisto o l’affitto dell’area, gli spogliatoi, le autorizzazioni, i parcheggi e gli eventuali interventi antincendio.
Quanto può rendere un campo
Il rendimento di un campo dipende soprattutto da tre elementi: prezzo della prenotazione, numero di ore vendibili e tasso di occupazione. Per 90 minuti il prezzo di noleggio del campo varia tra i 40 e i 60 euro. Secondo il Global Padel Report di Playtomic e PwC i club meglio gestiti possono raggiungere un’occupazione media vicina al 70%, un margine lordo del 55% e un ritorno dell’investimento nell’arco di circa tre anni.

(da agenzie)

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