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MORTE FAKIR, IL PRESIDENTE DEL 118: “MANOVRE ERRATE, SI POTEVA SALVARE CHIAMANDO UN MEDICO”

Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

ANCHE IL PRIMARIO DEL PRONTO SOCCORSO DI TORINO CRTICA LE MANOVRE DI CONTENIMENTO DEGLI AGENTI

La manovra messa in atto dai poliziotti su Abderrahim Fakir sarebbe stata errata e l’uomo si sarebbe potuto salvare con l’intervento immediato di un medico, è quanto sostengono sia il presidente della Società italiana sistema 118, Mario Balzanelli, sia il medico Fabio De Iaco, primario di pronto soccorso a Torino, analizzando le immagini in cui il 43enne veniva bloccato a terra in strada durante un controllo di Polizia al termine del quale è morto.
Secondo quanto ricostruito finora, l’uomo era in stato di alterazione psicofisica e i residenti avevano chiamato la polizia dopo averlo sentito urlare e dimenarsi. I due agenti della volante intervenuta sul posto hanno cercato di bloccarlo schiacciandolo a terra ma durante l’intervento l’uomo si e è sentito male ed è deceduto prima che i sanitari del 118 intervenissero. “Con grande probabilità, Abderrahim Fakir si sarebbe potuto salvare: a fronte di un forte stato di agitazione psicomotoria, il medico avrebbe infatti potuto sedare il soggetto, a sua stessa tutela e impedendo conseguenze più gravi” ha spiegato Balzanelli.
Anche l’avvocato della famiglia di Abderrahim Fakir ha spiegato a Fanpage.it che, dai primi accertamenti sul video, pare che l’uomo fosse ancora vivo dopo il primo intervento degli agenti ma nessuno lo avrebbe slegato o soccorso. “Se la polizia chiede il supporto del personale di soccorso, comunque, si devono parlare, devono collaborare. Nel video ho visto soccorritori ‘congelati, anche quando quell’uomo ha smesso di muoversi. Forse potevano essere più presenti” ha evidenziato anche Fabio De Iaco, primario di pronto soccorso a Torino
Il presidente della Società italiana sistema 118 giudica errata anche la manovra degli agenti in quella situazione. “La manovra effettuata dai poliziotti, di contenimento del soggetto in posizione prona, con viso e torace schiacciati a terra è sbagliata. Non è mai indicata è può essere letale: riduce la circolazione d’aria nei polmoni” ha sottolineato, aggiungendo che “La contenzione fisica prolungata in posizione prona, con il peso degli operatori sul torace e la compressione della nuca, può uccidere”.
“La contenzione è pericolosa già di per sé e ancora di più se viene protratta. Se poi la persona viene tenuta con il torace schiacciato al suolo, per lunghi minuti, il rischio per la sua salute aumenta. Quella posizione andrebbe sempre evitata, se c’è un numero sufficiente di persone per controllare un paziente” ha confermato a Repubblica anche Fabio De Iaco, primario di pronto soccorso a Torino.
Il decesso, spiega Balzanelli, “non è quasi mai un semplice soffocamento. A convergere sono tre linee causali: la prima è intrinseca allo stato di agitazione; l’organismo va incontro ad aritmie maligne e ischemia, una cascata che, da sola, può fermare il cuore anche senza alcuna contenzione. La seconda causa è la posizione prona: schiacciato a terra, con il peso di uno o più operatori sul dorso, il soggetto non riesce più a espandere il torace e il diaframma. Proprio quando servirebbe iperventilare per smaltire l’anidride carbonica in eccesso”.

(da Fanpage)

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“POVERETTI, FRUSTRATI, CORROTTI” SUL WEB LA FABBRICA DEGLI INSULTI E DELLE MINACCE DEI SOVRANISTI AMICI DEI CRIMINALI CONTRO I MAGISTRATI CHE FANNO IL LORO DOVERE

Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

RINGRAZIATE CHE SIAMO UN PAESE RIDICOLO, SE UNA DESTRA VERA FOSSE AL GOVERNO SARESTE GIA’ TUTTI IN GALERA A TENERE COMPAGNIA AI VOSTRI FINTI EROI

“Se mai riusciremo a fare i conti con i nemici degli italiani per bene, questi saranno i primi», promette uno. «Ma questi giudici comunisti, la legge del contrappasso mai?», chiede un’altra. In tanti evocano il karma, altri augurano rapine, pistole in faccia, non mancano i misogini — «le donne con troppo potere fanno danni» — e chi distribuisce insulti: frustrati, casi umani, corrotti. Contro i magistrati chiamati a decidere sul caso Roggero, sono centinaia i messaggi d’odio. Ma l’origine dell’incendio va cercata altrove.
Tra il 17 e il 18 luglio, quando Roggero entra in carcere, sui social compare un messaggio, postato da una serie di account diversi, che rapidamente diventa virale. Rivela i nomi dei giudici Giannone e Domaneschi, che in primo e secondo grado hanno condannato il gioielliere, con a corredo la foto dei due magistrati.
Uno schema già visto contro i pm che hanno chiesto la condanna del ministro Salvini nel processo Open Arms o contro i giudici chiamati a decidere sui trattenimenti in Albania o sui bambini del bosco. E che si ripete identico.
Nella maggior parte dei casi, il messaggio non viene ricondiviso, ma copiato e ripostato. «Altrimenti con l’eliminazione dell’account originario, si interromperebbe la catena», fa notare Paolo Dal Checco, esperto di cybersicurezza e informatica forense, consulente di diversi tribunali.
Ma qualcuno l’errore lo fa e andando a ritroso si finisce per imbattersi in profili che non esistono più. Oppure anomali, riconducibili a indirizzi e-mail che non sono altro che una stringa di caratteri casuali, spesso recenti, attivissimi (con post del tutto simili) su pagine di sostegno a Roggero. E quanto meno strana è la rete di contatti o contenuti, mai personali, però sempre virali.
«A volte gli account sembrano e sono veri, magari — osserva Dal Checco — qualcuno ne ha preso il controllo con un malware».
Si può risalire alle origini, ricostruire la rete, individuare i pattern, gli schemi, ma non è semplice. «Basta un computer, se non una macchina virtuale che poggia su un server remoto comprato in cripto, quindi in totale anonimato, e il sistema vive in autonomia. Con i comandi corretti — aggiunge l’esperto — l’Ia è persino in grado di formulare commenti che sembrano autentici, prima bisognava fare a mano». Adesso invece ci sono anche agenzie che sia sul web, sia nel suo sottobosco dark, vendono pacchetti di commenti per una manciata di euro. «Sono attività — spiega Dal Checco — che vediamo spesso in momenti specifici legati alla politica».
Ma è miccia che necessita di materiale infiammabile e il caso Roggero, rivela un’indagine di Sensemakers su dati raccolti da Comscore, lo è stato. Dal 14 al 19 luglio oltre 3.600 contenuti, 195 milioni di video views e 12 milioni di interazioni su Facebook, Instagram, X, TikTok e YouTube, per il 61% favorevoli a Roggero.

(da agenzie)

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GLI AGENTI DI FAKIR, LA BODYCAM E IL 118

Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

L’INDAGINE PUNTA SU RISPETTO DELLE REGOLE DI INGAGGIO… IL RUOLO DELLO SPRAY AL PEPERONCINO E LA STORIA DEL RAGAZZO DISABILE CHE HA DENUNCIATO UNO DEGLI AGENTI

Adesso l’indagine punta sul rispetto delle regole di ingaggio. In particolare sullo spray urticante e sulla presa a terra. E ci sarebbe anche un precedente che riguarda uno dei due: c’è chi lo accusa di brutalità durante un intervento per un monopattino.
I due agenti che hanno bloccato a terra Abderrahim Fakir
Il Corriere della Sera ricorda che i due poliziotti, così come i quattro soccorritori della Croce Rossa giunti in via Svevo, non sono indagati per lo scudo penale. Non sono stati sospesi. Uno dei due è in licenza, l’altro in malattia perché Fakir ha cercato di morderlo. Le lesioni sono giudicate guaribili in 12 giorni. «Le loro scelte mi sono parse tutte corrette e quanto al video — quello di cinque minuti e 20 secondi che riprende gli ultimi istanti di Abderrahim, ndr — non si nota nulla di esuberante: siamo in un contesto, che conosco bene tra l’altro visto che da 35 anni assisto ragazzi del Pilastro, nel quale si affacciavano alle finestre decine di persone che filmavano, fotografavano», dice il loro avvocato.
La bodycam
Il capopattuglia ha azionato la bodycam che si porta dietro come fanno altri agenti per eventuali contestazioni. Il filmato di 20 minuti parte da quando Fakir spintona un uomo e colpisce un’automobile con un pugno. Intanto l’indagine della procura di Paolo Guido è partita. Al Viminale i pm Domenico Ambrosino e la collega Francesca Arienti, assegnata anche lei all’indagine, chiederanno le linee guida sul contenimento a terra. Tra le raccomandazioni del maggio 2026 c’è anche quella di «allentare la presa immediatamente, posizionando la persona su un fianco e verificando che sia nella condizione di respirare» qualora «mostri segni di malessere».
Il 118
Il presidente della Società italiana sistema 118 Mario Balzanelli, direttore del 118 di Taranto, è certo che l’uomo si potesse salvare: «A fronte di un forte stato di agitazione psicomotoria, il medico avrebbe infatti potuto sedare il soggetto, a sua stessa tutela e impedendo conseguenze più gravi». L’agitazione psicomotoria, «è una condizione clinica potenzialmente pericolosa e richiede l’intervento di un equipaggio del 118 con medico e infermiere, che possono valutare clinicamente il paziente e praticare un’eventuale sedazione». Per lo specialista di medicina d’urgenza sarebbe stata del tutto «sbagliata la manovra effettuata dai poliziotti di contenimento del soggetto in posizione prona con viso e torace schiacciati a terra. Non è mai indicata è può essere letale».
L’oleoresin capsicum
Poi c’è lo spray al peperoncino, ovvero l’oleoresin capsicum che può provocare laringospasmo e broncospasmo. E c’è da capire cosa abbia portato quel giorno Fakir al Pilastro. I video dei residenti lo registrano steso a terra in quel vialetto che chiede aiuto, si trattiene la testa con le mani e urla «Mi vogliono ammazzare». Ma intanto parla Enrico Abumhere, 26 anni, nigeriano d’origine, ma nato in Italia. A Bologna è famoso come rapper con il nome di Bubu Doc. Al Fatto Quotidiano racconta un intervento della polizia nei suoi confronti. Nel quale era presente, secondo lui, uno dei due poliziotti di Fakir.
Il precedente
Enrico racconta al Fatto: «Ho presentato denuncia ai carabinieri». E poi: «Ero per strada con la mia ragazza, eravamo su un monopattino. Sono stato fermato da un gruppo di agenti, una decina che, come capita spesso, stazionano davanti a un pub di Bologna, Bridge, si chiama. Non avevamo il casco. Gli agenti avevano ragione, l’ho ammesso, perché ero alla guida di un monopattino con la targa. ‘Datemi pure la multa’, ho detto”. A questo punto la situazione, però, comincia a degenerare: “‘Tu hai avuto problemi con la giustizia’, mi hanno detto gli agenti. Roba di quando era adolescente, botte tra ragazzi. Ora sono un’altra persona, sono uno che rispetta la legge».
La multa
La storia continua: «Mi danno la multa, faccio per ripartire, ma quell’agente mi mette un piede sulla ruota e minaccia: ‘Tu non riparti se non lo dico io, stai qua tutta la notte’. A quel punto ho tirato fuori il telefonino, volevo filmare la scena perché ho cominciato ad avere paura, ma mi hanno tolto il telefonino. Per fortuna ce l’aveva la mia ragazza… è lei che ha fatto il video». E qui lo scontro: «Ho fatto qualche metro, ho sistemato il monopattino e sono tornato indietro”. Ed ecco la frase più terribile che Enrico attribuisce agli agenti: “Ora non zoppicare per dire che ti abbiamo picchiato”. Il ragazzo risponde, dice che è senza una gamba, che ha un protesi. Gli animi si scaldano: “In un attimo mi sono trovato steso a terra con nove agenti sopra».
Alla fine Enrico viene portato in Questura: «Racconta quello che vuoi, intanto a te non ti crede nessuno”, gli avrebbe sussurrato un agente. Negli uffici della Questura, dove Enrico rimane alcune ore, viene sporta denuncia nei suoi confronti per resistenza a pubblico ufficiale. “Ma un agente, appena sono rimasto solo mi è venuto vicino e mi ha detto: ‘Denunciali anche tu, non è la prima volta che succede».

(da Open)

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COSI’ MARIO ROGGERO FACEVA SPARIRE I FONDI DELLE DONAZIONI

Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

LA RICOSTRUZIONE DELLA GUARDIA DI FINANZA: I SOLDI IN TUNISIA E GLI IMMOBILI DONATI ALLA MOGLIE

La raccolta di fondi di Mario Roggero non era «destinata a sopperire alle spese della propria difesa e del procedimento». Ma attestava invece «il pervicace e reiterato tentativo dello stesso di sottrarre le disponibilità di denaro a lui facenti capo alle garanzie dei creditori, in particolare al pagamento delle spese processuali». A metterlo nero su bianco è la prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Torino, dopo che il gioielliere di Grinzane Cavour aveva spostato soldi dal suo conto a un conto corrente in Tunisia. Intanto lo psichiatra Claudio Mencacci sostiene la sua capacità di intendere e di volere dopo la rapina del 2015.
La raccolta fondi di Mario Roggero
La Stampa riepiloga la vicenda delle donazioni finite sui conti esteri per sottrarre fondi alle garanzie nei confronti dei creditori. La Guardia di Finanza scrive in una nota che «Roggero chiese alla banca di credito cooperativo di Alba, Langhe, Roero e del Canavese, filiale di Gallo di Grinzane Cavour, l’esecuzione di un bonifico estero da 50 mila euro l’11 settembre 2024» a favore di altro deposito riconducibile a lui e alla moglie Mariangela Sandrone.
Il blocco dei 50 mila euro
Per questo il tribunale ha deciso il blocco conservativo di 50 mila euro: «Anche perché – si legge nell’ordinanza – ricorre anche il presupposto del pericolo nel ritardo, considerato che Roggero ha posto in essere plurimi atti volti a disperdere e non rendere aggredibili le proprie risorse patrimoniali». In un’altra nota delle Fiamme Gialle si spiegava che Roggero il 29 marzo del 2024 si era presentato davanti al notaio Gaia Frunzio di Alba, sottoscrivendo un atto di cessione di quote di patrimonio alla moglie. «Una buona parte del suo patrimonio era stato sottratto – si legge nella seconda ordinanza – alla garanzia dei creditori».
480 mila euro
E quindi Roggero stava tentando di disperdere le garanzie del proprio patrimonio. Anche con la cessione di quattro fabbricati a La Morre alla moglie fatta a marzo 2024, considerata nell’atto giudiziario «un’intestazione fittizia». Il “blocco” dei beni per un valore di 1,17 milioni di euro è stato deciso, e tutt’ora è in vigore, «anche in considerazione del fatto che il notevole importo della condanna (i 480 mila euro delle provvisionali) è suscettibile di essere determinata in un importo maggiore» nei successivi passaggi di natura civilistica.

(da Open)

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E TI PAREVA: LA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI A PROCEDERE DELLA CAMERA HA BOCCIATO LA RICHIESTA DELLA PROCURA DI ROMA DI ACQUISIRE LE CHAT TRA DELMASTRO E CAROCCIA

Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

IN QUELLA CHAT “C’ERA LA PROVA CHE L’EX SOTTOSEGRETARIO AVEVA PIENI POTERI DECISIONALI SUL LOCALE GESTITO DAL PRESTANOME DEL CLAN DELLLA CAMORRA SENESE” SECONDO GLI AVVOCATI

La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati ha bocciato la richiesta della Procura di Roma di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Lo hanno riferito fonti parlamentari il 22 luglio. Con il voto contrario si chiude, almeno per ora, il lungo braccio di ferro tra i magistrati romani e Montecitorio su quella corrispondenza, ritenuta centrale per l’inchiesta sul ristorante gestito dalla famiglia Caroccia. La partita però non è finita, perché dopo il passaggio in giunta il fascicolo approda ora all’Aula, chiamata al voto definitivo sull’autorizzazione.
La protesta del M5s con i cartelli «Fuori le chat»
La decisione ha scatenato la reazione del M5s, che ha occupato i banchi del governo al Senato in segno di protesta, esponendo cartelli con la scritta «Fuori le chat». I senatori pentastellati contestano lo stop della giunta, e i momenti di tensione hanno portato la presidente di turno Mariolina Castellone a sospendere la seduta. I senatori M5s si sono messi in piedi vicino ai banchi del governo urlando ‘Vergogna!’ tra le proteste di FdI con diversi senatori a protestare verso i colleghi pentastellati e qualcuno che si è anche avvicinato per essere poi allontanato da altri parlamentari. La presidente ha invitato i senatori a lasciare i banchi del governo e sospeso la seduta invitando i commessi a intervenire.
Le ipotesi degli inquirenti: cosa c’è nelle chat
Come aveva anticipato Open, la richiesta della Procura riguardava proprio la chat di gestione del ristorante «Le 5 Forchette», di cui Delmastro era socio insieme ad altri esponenti piemontesi di Fratelli d’Italia. Oggi le quote sono tutte nelle mani di Miriam Caroccia, che le ha rilevate da Delmastro e dai suoi compagni di partito nella primavera dello scorso anno. Per gli inquirenti quel locale sarebbe stata l’ennesima attività messa in piedi dalla famiglia Caroccia per riciclare i fondi del clan camorristico guidato da Michele Senese, già accertato in una sentenza definitiva. Padre e figlia respingono l’accusa e sostengono invece di essere stati prestanome non del clan, ma dello stesso Delmastro, a cui sarebbero finiti tutti i profitti del ristorante.
Nella documentazione inviata alla Camera, il procuratore Francesco Lo Voi e i sostituti Stefano D’Arma e Lorenzo Del Giudice spiegano che gli accertamenti hanno portato al sequestro di un cellulare in uso a Mauro Caroccia, e che negli interrogatori del 1° aprile 2026 sia lui che la figlia hanno raccontato di aver tenuto tramite quel telefono i contatti con i «soci piemontesi», descritti come i veri finanziatori e i reali beneficiari dei proventi dell’attività. Una versione confermata, sempre secondo i magistrati, anche da Barbara Tritoni, moglie e madre dei due indagati, secondo cui esisteva una chat dedicata alla gestione del locale a cui avrebbe partecipato anche Delmastro e che avrebbe dimostrato quanto il politico fosse attivo nelle fasi decisionali. Con il no della giunta all’utilizzo di quei messaggi, la linea difensiva della famiglia Caroccia perde però uno dei suoi principali argomenti.

(da Open)

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INTERVISTA AL SEGRETARIO DEL SINDACATO DI POLIZIA SILP: “ANCHE NOI ERAVAMO AL PRESIDIO IN RICORDO DI FAKIR. NESSUNA IDEOLOGIA, VOGLIAMO CHIAREZZA”

Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

“OCCORRONO NUOVI PROTOCOLLI PER TUTELARE TUTTI, SERVONO VERITA’, FORMAZIONE E RESPONSABILITA'”

La morte di Abderrahim Fakir, a seguito di un controllo della polizia a Bologna, la grande partecipazione alla manifestazione di lunedì pomeriggio e poi la guerriglia urbana della sera. In poche ore sotto le Due Torri si è consumato prima un dramma e poi le conseguenti polemiche e strumentalizzazioni politiche. Ne abbiamo parlato con il segretario generale del Silp Cgil Pietro Colapietro.
I drammatici fatti di Bologna e la morte dell’uomo fermato hanno riacceso tensioni e dibattiti. Qual è la posizione del Silp Cgil verso i colleghi coinvolti?
Innanzitutto massima solidarietà e vicinanza ai miei colleghi feriti a Bologna perché quello che è accaduto è inaccettabile. La nostra posizione è coerente con la nostra storia: noi siamo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori in divisa. Lo siamo da sempre, non a parole ma nei fatti, tutelandoli quotidianamente nei reparti e negli uffici nel loro difficile compito di garantire la sicurezza. Proprio per questo, quando avvengono episodi così tragici come quello di Fakir, dobbiamo muoverci con i piedi di piombo. È fondamentale attendere la conclusione delle indagini e far prevalere il principio di innocenza. Tuttavia, come sindacato democratico, riteniamo che quando muore una persona, esprimendo la nostra solidarietà sul piano umano alla sua famiglia, sia un dovere morale e professionale porsi sempre degli interrogativi per capire se qualcosa nel sistema non ha funzionato.
A proposito di interrogativi, voi avevate già segnalato problemi nella gestione di interventi con persone non collaborative…
Esatto. Noi siamo stati gli unici a porci il problema in tempi non sospetti. Lo scorso maggio abbiamo presentato osservazioni concrete alle linee guida ministeriali che ci erano state proposte. Il documento elaborato dal Dipartimento della pubblica sicurezza, pubblicamente disponibile sul nostro sito internet, ha un approccio prettamente giuridico e operativo: si concentra su manette, spray al peperoncino e Taser o su accortezze sanitarie come il decubito laterale per evitare rischi respiratori. Per noi è insufficiente.
Cosa manca?
Manca totalmente la parte sistemica: non vengono fornite le nozioni base per riconoscere lo status della persona che abbiamo di fronte. Un poliziotto deve essere messo in condizione di capire se sta gestendo un criminale, una persona con un disagio mentale o un soggetto in preda a una crisi psicofisica. Occorrono quindi una formazione costante, di qualità, interdisciplinare, e protocolli da cui emerga chiaramente chi fa cosa, tempi rapidi di intervento laddove occorra, altrimenti si continuerà a parlare di eventuali errori da parte di chi opera in uniforme e l’intero sistema troverà sempre il modo per girare lontano dai problemi reali.
Perché ritenete che quest’impostazione metta a rischio gli operatori?
Perché senza gli strumenti psicologici per operare una reale de-escalation, il rischio di un’escalation violenta aumenta, con pericoli sia per il cittadino sia per il poliziotto. Abbiamo chiesto formalmente che queste linee guida vengano implementate in collaborazione con il personale psicologo della Polizia di Stato per tracciare protocolli dinamici e complessi. Per non parlare dei rapporti col servizio 118. Sono passati due mesi e dal ministero non è arrivata alcuna risposta. Questo silenzio è inaccettabile, mentre chi lavora in strada deve decidere in pochi secondi come intervenire in situazioni limite.
Il governo rivendica in ogni caso investimenti importanti su stipendi e organici…
La verità è ben diversa dalla propaganda a costo zero che sentiamo ogni giorno. Dire che sono state investite risorse negli organici e per gli stipendi è assolutamente falso. Il rinnovo contrattuale è mortificante: recupera a stento un terzo del potere d’acquisto perso e si traduce in pochi euro mensili che non coprono l’inflazione. Sulle assunzioni si fa confusione volutamente: i numeri annunciati non coprono nemmeno il turnover di chi va in pensione. Inoltre, anche per il 2026, sono state tagliate risorse proprio per la formazione del personale. Come si può pretendere una polizia sempre più professionale se si tolgono i fondi per formarla?
Tornando alla manifestazione di Bologna di lunedì sera, c’è stata qualche polemica sulla vostra presenza. Può chiarire?
Bisogna fare una distinzione netta tra il dialogo e la violenza. La nostra segreteria Silp Cgil di Bologna ha aderito a una chiamata istituzionale del sindaco Matteo Lepore, non certo contro la Polizia. Il senso è che la sicurezza non può essere oggetto di scontro. L’iniziativa si è svolta pacificamente alla presenza del primo cittadino, della Cgil, dell’Anpi. Quello che è successo dopo era un evento separato, non autorizzato e partito in un secondo momento. È lì che la situazione purtroppo è degenerata, ma noi non c’eravamo ovviamente. Lo ribadiamo con forza: nessuna violenza contro i poliziotti può essere mai accettata o giustificata. Chi lavora in divisa non può e non deve diventare il bersaglio di tensioni sociali che la politica spesso preferisce alimentare invece di placare con sobrietà istituzionale.

(da Collettiva)

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MORTE DI FAKIR, CHE FINE HANNO FATTO I POLIZIOTTI COINVOLTI: NON SONO SOSPESI MA NON SONO AL LAVORO, HANNO APPENA 23 E 28 ANNI, UN ABBINAMENTO CHE FA RIFLETTERE

Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

UNO E’ IN LICENZA, L’ALTRO IN MALATTIA

Non sono stati sospesi dal servizio, ma di fatto non si trovano al lavoro. A due giorni dalla morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto domenica pomeriggio in via Svevo a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine, si chiarisce la situazione dei due agenti del commissariato Bolognina Pontevecchio rimasti coinvolti nella vicenda.
Si tratta di due poliziotti molto giovani, rispettivamente di 23 e 28 anni, a cui è stato applicata per la prima volta la «normativa di recente entrata in vigore», ossia il cosiddetto «scudo penale», introdotto dal pacchetto sicurezza approvato a febbraio scorso. «L’espressione “scudo penale” è assolutamente impropria perché lascia intendere una sorta di immunità, che in realtà non esiste. Al massimo si potrebbe parlare di scudo processuale», sostiene il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, intervenendo a margine di un evento a Roma.
La licenza e i giorni di prognosi per i morsi
Se nei loro confronti non è scattata alcuna sospensione cautelare, la ragione della loro assenza dalle pattuglie è legata a motivi personali e medici. Uno dei due poliziotti aveva infatti già in programma da tempo un periodo di licenza. L’altro agente si trova invece a casa in malattia a causa delle lesioni riportate durante le concitate fasi del fermo. Nello specifico, durante la colluttazione con Fakir, il poliziotto è stato ferito dai morsi sferrati dal 42enne a una gamba: al pronto soccorso gli è stata refertata una prognosi di 12 giorni.

(da agenzie)

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PESSIMI SEGNALI PER PUTIN: I RUSSI TORNANO A TENERE I SOLDI SOTTO IL MATERASSO. A CAUSA DELL’AUMENTO DELLE TASSE, LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE RUSSE STANNO PASSANDO AI PAGAMENTI IN CONTANTI, SPINTE DALLA BANCA CENTRALE DI MOSCA, CHE PER SOSTENERE L’ECONOMIA HA IMMESSO UNA QUANTITÀ MOSTRUOSA DI DENARO LIQUIDO NEL PAESE

Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

UNA DISFATTA PER “MAD VLAD”, CHE AVEVA PORTATO AVANTI LA DIGITALIZZAZIONE E DICHIARATO GUERRA AI PAGAMENTI IN NERO … IL SISTEMA ECONOMICO È IN CRISI E LO AMMETTE ANCHE IL QUOTIDIANO “MOSKOVSKY KOMSOMOLETS”, MEGAFONO DEGLI ULTRANAZIONALISTI: “IL 15% DEI RUSSI PREFERISCE CONSERVARE I RISPARMI IN BANCONOTE”

«Tenere i soldi sotto al materasso». Non è più solo un modo di dire praticamente identico alla nostra lingua, ma sta tornando a essere una frase molto attuale nel dibattito pubblico russo. A causa dell’aumento delle tasse, le piccole e medie imprese stanno passando ai pagamenti in contanti.
In questo favorite anche dalla Banca centrale, che per sostenere l’economia ha immesso una quantità mostruosa di denaro liquido nel Paese. In Russia, Paese ad alto tasso di digitalizzazione, si erano dimenticati dell’esistenza del contante, perché si pagava tutto con la carta. […]
Quando Vladimir Putin arrivò al potere, la sua promessa più conosciuta fu quella di inseguire i terroristi ceceni «fin dentro al cesso». Ma ce n’era stata un’altra, forse persino più importante, con la quale aveva affascinato i suoi connazionali. Per portare lo Stato fuori dai torbidi anni Novanta e dalla loro economia sommersa, il nuovo presidente russo aveva dichiarato guerra al «nero» e alla valuta in contante.
L’economia russa era stata portata nel bianco, digitalizzata e resa trasparente: praticamente nessuna transazione passava fuori sistema. Ai consumatori andava bene, perché era un sistema molto comodo. Anche questa transizione riuscita fu uno dei segreti del successo dell’ex oscuro funzionario del Kgb.
Ma in questa torsione della Storia che il Cremlino ha imposto con l’invasione dell’Ucraina, sempre più spesso appare il rischio di ritornare alla casella di partenza dei 25 anni al potere di Putin. I russi si stanno affidando nuovamente al contante.
E se le scintille che avevano dato inizio a questa tendenza erano state le interruzioni sempre più frequenti del servizio Internet e il timore non dichiarato che queste restrizioni decise dai servizi segreti potessero portare al blocco dei conti correnti online, adesso il fuoco è tenuto acceso dalla sfiducia nel sistema bancario e dal tentativo delle aziende di sfuggire a tasse sempre più alte e a una pressione finanziaria crescente.
Secondo i dati della Banca centrale, dall’inizio dell’anno a oggi la Russia ha immesso in circolazione 1,56 trilioni di rubli, pari a 18 miliardi di euro. È il più grande aumento mai registrato, al di fuori del periodo della pandemia.
«Quasi il 15% dei russi preferisce ormai conservare i propri risparmi esclusivamente in banconote» ammoniva lo scorso giugno il Moskovsky Komsomolets. «I numeri forniti dalla Banca di Russia mostrano che in marzo, in concomitanza con i disservizi alla rete Internet, i prelievi sono aumentati di 300 miliardi di rubli rispetto al mese precedente, raggiungendo i 20.000 miliardi: una cifra che equivale al 9,1% del Pil». Il quotidiano megafono dell’ultranazionalismo si limitava a una sconsolata presa d’atto.
«Fino a pochi anni fa sarebbe sembrato inconcepibile che, nel XXI secolo, il popolo russo, il più digitalizzato del mondo, potesse abbandonare i conti bancari per tornare a nascondere i soldi sotto il materasso. Eppure, è esattamente quello che i dati più recenti sembrano indicare».
Questo modo di manifestare sfiducia nell’avvenire non è solo un fenomeno sociale, ma ha anche altre conseguenze, perché rende molto difficile la riscossione delle tasse da parte dello Stato, nel momento in cui si trova a fronteggiare l’aumento del deficit di bilancio.
L’aumento dell’Iva dal 20 al 22 per cento deciso a gennaio, unito alla cancellazione delle esenzioni soggette al pagamento, non ha certo aiutato. Taras Skvortsov, direttore finanziario di Sberbank, il principale istituto di credito russo, parla di «segnali molto seri» che indicano come un numero crescente di imprese stia pagando i salari «in busta», ovvero in nero.
«È un momento molto preoccupante… Non vediamo il contante rientrare nel sistema bancario tramite i servizi di raccolta fondi, i bancomat o i terminali self-service», ha dichiarato Skvortsov all’agenzia di stampa Interfax . «Il denaro resta sempre più spesso nelle mani delle persone».

(da Il Corriere della Sera)

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LE SPIAGGE SONO SEMPRE PIU’ A MISURA DI RICCHI. CON LA DESTRA IN DIFESA DELLA “CASTA” DEI BALNEARI, LE GARE PER L’ASSEGNAZIONE DELLE CONCESSIONI SONO PARTITE, MA SEMBRANO UN AFFARE CHE RIGUARDA POCHI GRANDI GRUPPI PRIVATI

Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

IN LIGURIA LA GESTIONE DELLE SPIAGGE RIMANE AI SOLITI NOTI (A GENOVA 14 CONCESSIONI SU 23 SONO ANDATE AI GESTORI STORICI) O FINISCE NELLE MANI DI AZIENDE CHE PUNTANO A UNA CLIENTELA “GRIFFATA” E DALLE COSPICUE FINANZE … IL CASO DI PARAGGI, PICCOLA BAIA TRA SANTA MARGHERITA LIGURE E PORTOFINO: IL MARCHIO “LANGOSTERIA” SI E’ PRESO I BAGNI FIORE

Quattro generazioni di bagnanti, altrettante di balneari: i nonni, i loro figli, i nipoti e oggi i figli dei nipoti. Vecchie amicizie cementate da un equilibrio che si perpetua dagli Anni Sessanta. Sdraio, ombrellone, cabina, bagnino. Poi è arrivata la direttiva europea Bolkestein: i lidi sono concessioni demaniali, chiunque deve poterseli aggiudicare, viva la concorrenza. [..
Dopo anni di rinvio, e non pochi rimbrotti da Bruxelles, le gare sono partite: a Genova sono state assegnate 23 concessioni, 14 delle quali sono rimaste ai gestori storici. A Imperia 12 lotti, quasi tutti ai titolari che le avevano già.
A Borghetto Santo Spirito 19 lotti, gli uscenti hanno fatto la parte del leone. A Pietra Ligure 40, i cambi di gestione sono stati 6. Laigueglia, Sarzana, Spotorno, Taggia e Loano hanno le gare in corso, gli altri comuni dovranno provvedere. Il termine ultimo stabilito dalla legge è il 30 settembre 2027.
«Intanto i balneari restano col cerino in mano – commenta Monica Muratorio, presidente del sindacato balneari (Sib) di Imperia –. Non sanno che fine farà il loro lavoro: si è parlato di indennizzi per chi perde la concessione dopo aver investito, ma la situazione peggiora. Cinque anni fa si parlava di cifre certe, oggi non sono previsti.
A Imperia s’è arrivati al doppio del fatturato, facendo le gare in anticipo, a Genova a due volte e mezzo. Il sindaco di Taggia all’opposto dice che non ci saranno risarcimenti. Purtroppo ha ragione, oggi la regola dice così. Il governo è silente, ogni bozza normativa è peggio di quella precedente. Grande delusione: in campagna elettorale piovevano promesse». E c’è un altro dettaglio che preoccupa: l’appetito dei grandi gruppi. «Hanno la forza economica e le competenze per stravincere le gare – continua Muratorio –. In Francia è già successo, ma da quando sono subentrati i big un’insalata costa 30 euro».
In Italia il caso di scuola è Paraggi, cento metri di baia tra Santa Margherita Ligure e Portofino. Nel 2017 il marchio Langosteria ha preso i bagni Fiore. Lo stabilimento, che non regalava i posti all’ombra, oggi è un lido di lusso. Gli altri sono andati a ruota.
Le Carillon è la spiaggia griffata Dolce&Gabbana, i bagni Bosetti sono firmati Vespa. Così in zona si arriva a 400 euro al giorno, ombrellone e due lettini. Soltanto lo Stato non ha corretto il listino: canoni annuali tra i 5 e i 7 mila euro. I gestori investono milioni, ma lo spazio è regalato.
Stesso discorso all’altro capo della Liguria, nel Ponente imperiese. Il quartier generale è nel grattacielo della Société des Bains de Mer (Sbm) a Monaco, che capitalizza oltre due miliardi ed è controllata al 64% dal Principato. […]
A Ventimiglia tutto ruota intorno al porto Cala del Forte, gestito dalla Sepm (100% Stato di Monaco). A terra il progetto Borgo del Forte, guidato dalla Marina di Ventimiglia con legami finanziari monegaschi. L’investimento supera i 200 milioni: hotel a 5 stelle, 60 appartamenti di super-lusso, un campus internazionale per i residenti fiscali di Monaco, un club sulla spiaggia, ristoranti.
Gli standard sono quelli del Monte-Carlo Beach. A Bordighera si lavora al recupero dell’Angst, hotel ottocentesco trasformato in appartamenti (sempre di lusso), pensando alle spiagge.
A Ospedaletti c’è il porto turistico di Baia Verde – bloccato per decenni da inchieste giudiziarie, fallimenti e mareggiate –. Monaco intravede un porto rifugio: a Port Hercule non c’è più spazio. A Sanremo c’è la ristrutturazione di Portosole con l’ingresso dei fondi internazionali.
Sbm possiede il casinò di Montecarlo, storico concorrente di Sanremo, ma il corridoio del gioco e del lusso suona meglio di una guerra commerciale. I clienti di Monaco vengono già portati a Sanremo per il Festival o la Milano-Sanremo. Portosole è il loro approdo, i bagni più chic le location delle feste. Presto o tardi si tireranno le somme.
Se una suite a Bordighera viene venduta dai canali centralizzati di Monaco, in Italia rimangono le briciole: i costi operativi e l’Iva sui servizi diretti. I ruoli dirigenziali restano monegaschi o francesi, ai liguri i posti stagionali (bagnini, pulizie, camerieri). Ancora: con l’arrivo dei monegaschi a Ventimiglia Alta i prezzi delle case, in tre anni, si sono impennati. Un bilocale in affitto è passato da 500 a oltre 950 euro al mese, spingendo le famiglie giovani verso l’entroterra.

(da La Stampa

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