Luglio 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL “VOLTO” TECNICO DEL GIOIELLIERE DIVENTA UNO DEGLI UOMINI PIÙ INFLUENTI DEL CERCHIO MAGICO DI ROBERTO VANNACCI … DIVENTA PIU’ CHIARA LA DICHIARAZIONE DI NOVANI DELL’ALTRO IERI CON CUI, INVECE DI LODARE LA MOSSA DI NORDIO PER LA GRAZIA, HA CONTESTATO LA STRATEGIA DELLA MAGGIORANZA, PLAUDENDO INVECE A VANNACCI: “ROGGERO ANDRÀ IN CARCERE A CAUSA DELLA MANCATA RIFORMA SULLA LEGITTIMA DIFESA CHE QUESTO GOVERNO POTEVA GIÀ FARE, ACCOGLIENDO L’EMENDAMENTO ZIELLO DI FUTURO NAZIONALE ALL’ULTIMO DECRETO SICUREZZA”
Hanno raccolto indizi. Unito puntini, soprattutto negli ultimi due giorni. Fino al brivido finale provocato da una scoperta che ha lasciato di stucco anche Giorgia Meloni: il nuovo capo dell’ufficio legislativo di Futuro nazionale alla Camera è Sergio Novani.
Non uno qualunque: è il professore che ricopre l’incarico di analista processuale e coordinatore del collegio difensivo di Mario Roggero. Per chi ancora non avesse compreso del tutto: il “volto” tecnico del gioielliere — e spesso anche l’interfaccia pubblica con la stampa — diventa uno degli uomini più influenti del cerchio magico di Roberto Vannacci.
La prima reazione, a palazzo Chigi, è incredulità mista a sconcerto. Eppure chi lo conosce riceve conferma diretta: è proprio lui. Il doppio incarico apre ovviamente scenari nuovi, perché si tratta di una saldatura politica attorno al caso di cronaca più “caldo” di queste settimane, destinato a diventare terreno di scontro istituzionale e mediatico su cui la destra intende giocare la prossima campagna elettorale.
Se l’ex generale arruola uno dei legali del condannato, Fratelli d’Italia e Lega rischiano di trovarsi sempre un passo indietro a Fn. In affanno. Svuotati dal consenso che inseguono, nonostante gli slogan securitari e per una giustizia “fai da te”.
È la guerriglia per l’egemonia del centrodestra. Con il fattore Vannacci, di nuovo, a stravolgere i piani di Meloni. Per dire: l’altro ieri è stata la premier ad autorizzare l’iniziativa di Nordio sulla grazia e a sondare ancora prima Matteo Salvini, da anni al fianco del commerciante. In qualche modo, la presidente del Consiglio ha provato a concordare con il leghista una strategia: a lui la guida della battaglia pubblica per la clemenza, alla leader quella per cancellare ogni tipo di indennizzo a favore di chi commette un reato.
Un atto di cortesia necessario, almeno nelle intenzioni, per “proteggere” l’alleato, mai così debole e proprio per questo candidato a tornare al Viminale. Ecco perché è stata la Lega a lanciare la raccolta firme per la grazia […]Perché Meloni ha rilanciato in un post la linea anti-risarcimenti, senza però nominare Roggero, e ha visitato una caserma di polizia.
Ma soprattutto, ecco perché oggi Salvini si presenterà davanti al carcere di Bollate e chiederà di incontrare il gioielliere.
Tutto questo fino alla clamorosa scoperta del link tra l’ex militare e il coordinatore legale. Una rivelazione capace di illuminare dettagli fino a quel momento poco chiari. Ad esempio, il senso della dichiarazione di Novani dell’altro ieri in cui il professore invece di lodare la mossa di Nordio aveva contestato la strategia della maggioranza, plaudendo invece a Vannacci: «Roggero andrà in carcere a causa della mancata riforma sulla legittima difesa che questo governo poteva già fare, accogliendo l’emendamento Ziello di Futuro Nazionale all’ultimo decreto sicurezza». Una proposta partorita, guarda caso, proprio dall’ufficio legislativo di cui il professore è adesso a capo.
(da Repubblica)
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Luglio 18th, 2026 Riccardo Fucile
“LA SUA ELEZIONE SEMBRA USCITA DA UN FILM HORROR, PURTROPPO ABBIAMO CAPITO CHE NON SI TRATTAVA DI UNO SCHERZO” … LA PRESENZA LEGHISTA NELLO SPORT DELLA PALLAVOLO NON SI ESAURISCE CON DURIGON: PER LA PRESIDENZA DELLA LEGA FEMMINILE SAREBBE IN CORSA MASSIMO GARAVAGLIA
Giovedì 16 luglio, nell’assemblea straordinaria convocata a Bologna a margine del Volley
Mercato 2026, i club della Lega Pallavolo di Serie A hanno eletto per acclamazione il loro nuovo presidente: Claudio Durigon, sottosegretario al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, esponente della Lega legato a Matteo Salvini.
Le reazioni dell’opposizione non si sono fatte attendere. “La sua elezione sembra uscita da un film horror, purtroppo abbiamo capito che non si trattava di uno scherzo”, ha dichiarato Mauro Berruto, responsabile Pd per lo Sport ed ex commissario tecnico della nazionale maschile. Di “occupazione politica” ha parlato Daniela Sbrollini di Italia Viva, mentre il deputato M5S Gaetano Amato ha denunciato “l’amichettismo tragicomico”.
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein è andata oltre: “Non bastavano tutti gli esponenti della maggioranza nominati nelle federazioni e associazioni sportive. Si tratta di un’occupazione militare di luoghi e posizioni che dovrebbero essere indipendenti e autonomi dalla politica, su cui la destra fa valere la sua fame di potere alla faccia della competenza, del merito, della programmazione”, ha dichiarato all’Ansa.
La presenza leghista nello sport della pallavolo non si esaurisce con Durigon. Per la presidenza della Lega femminile sarebbe in corsa Massimo Garavaglia, presidente della commissione Finanze del Senato ed esponente della corrente veneta del partito – naturale sostituto del primo candidato impossibile, Giancarlo Giorgetti
(da agenzie)
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Luglio 18th, 2026 Riccardo Fucile
ATTACCATI ALTRI DEPOSITI, SETTE MORTI
Sette persone sono morte e 24 sono rimaste ferite nella notte tra il 17 e il 18 luglio, quando droni ucraini hanno colpito un centro logistico di Wildberries, il colosso russo dell’e-commerce, a Kotovsk, nella regione di Tambov. Lo ha reso noto il governatore Evgenij Pervyshov su Telegram, spiegando che le vittime erano dipendenti del turno di notte: «Sette dipendenti del turno di notte sono stati uccisi quando dei droni nemici hanno colpito un centro logistico di Wildberries». Secondo Pervyshov nel deposito è scoppiato un incendio, poi domato, anche se i vigili del fuoco restavano ancora al lavoro sul posto. Un altro impianto dello stesso gruppo, descritto come il più grande della rete e situato a Elektrostal, circa 60 chilometri a est di Mosca, sarebbe stato colpito nella stessa notte: le immagini circolate online mostrano un vasto incendio con colonne di fumo visibili a distanza, anche se al momento manca una conferma indipendente sull’effettiva entità dei danni.
La rivendicazione di Zelensky e il raid su Mosca
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivendicato l’operazione, indicando tra i bersagli colpiti in territorio russo due grandi complessi logistici nelle regioni di Mosca e Tambov, utilizzati secondo Kiev per far transitare componenti sanzionati destinati alla produzione di droni e sistemi di navigazione: «Due grandi complessi logistici sono stati colpiti, nelle regioni di Mosca e Tambov, a più di 500 e quasi 700 chilometri dalla linea del fronte. L’aggressore li utilizzava per rifornire componenti sanzionati per la produzione di droni e attrezzature di navigazione».
Nello stesso comunicato il presidente ucraino ha menzionato anche un impianto petrolifero colpito e azioni a medio raggio nel Mar d’Azov, nel Mar Nero e in Crimea. Il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin ha invece riferito che la regione è stata bersagliata da oltre 370 droni durante la notte, con la maggior parte abbattuta dalle difese antiaeree quando era ancora lontana dalla capitale: «Ben 64 droni nemici sono stati distrutti proprio mentre si avvicinavano a Mosca». L’episodio si inserisce in una più ampia ondata di attacchi ucraini contro la Russia e le sue infrastrutture logistiche ed energetiche, intensificata da Kiev negli ultimi mesi con l’obiettivo dichiarato di colpire il finanziamento dello sforzo bellico di Mosca.
«Oggi, le nostre sanzioni a lungo raggio hanno colpito in tre direzioni il territorio russo, così come i nostri territori temporaneamente occupati e le nostre acque territoriali». Lo scrive il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky su Telegram. Zelensky rivendica il fatto che siano stati colpiti «due importanti impianti logistici, nelle regioni di Mosca e Tambov, rispettivamente a oltre 500 e circa 700 chilometri dalla linea del fronte». Impianti che per il leader ucraino, venivano utilizzati per garantire la fornitura di componenti soggetti a sanzioni per la produzione di droni e apparecchiature di navigazione.
Inoltre, è stato colpito anche un impianto petrolifero mentre gli «attacchi aerei ucraini hanno colpito obiettivi nelle acque del Mar d’Azov e del Mar Nero, e nella nostra Crimea temporaneamente occupata«. Per il presidente si tratta di una «risposta agli attacchi russi contro le nostre infrastrutture civili, le nostre città e comunità».
(da agenzie)
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Luglio 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA SCOPERTA GRAZIE A UN VIDEO DEI CARABINIERI
«Lo adotteremo noi». Il sindaco di Bacoli, Josi Gerardo Della Ragione, ha annunciato su
Instagram di voler riportare nel comune flegreo il cucciolo abbandonato ieri lungo una strada di Giugliano in Campania da un imprenditore di Bacoli. L’obiettivo, adesso, è trovare per il cane una famiglia, Oppure, scrive il sindaco, la soluzione sarà quella di «prendercene noi cura».
Ma c’è di più: Della Ragione ha annunciato che l’imprenditore che ha abbandonato il cane «non lavorerà per il Municipio» e non verrà coinvolto nei cantieri comunali perché «chi sversa rifiuti in strada, chi abbandona gli animali, si macchia di reati gravi. E non ha i requisiti etici per poter lavorare per l’ente pubblico».
L’abbandono ripreso dalle telecamere
L’abbandono del cucciolo è stato scoperto grazie alle telecamere installate dal Nucleo Carabinieri Forestale di Pozzuoli per contrastare gli sversamenti abusivi nell’area di Giugliano. Le immagini mostrano un’automobile che si ferma in una zona periferica già in passarto utilizzata per l’abbandono illecito di rifiuti.
Anche stavolta, infatti, il conducente si ferma, scende dell’auto e scarica alcuni materiali, risultati poi rifiuti pericolosi. Ma insieme a quelli scarica e abbandona lì anche il cucciolo di pochi mesi, lasciandolo sul ciglio della strada e ripartendo con l’auto rapidamente. Nelle immagini si vede il cane, spaesato, che si guarda attorno. Il sindaco di Bacoli ha descritto il gesto con un’immagine: il cucciolo sarebbe stato trattato «come se fosse un sacco della spazzatura».
Nelle immagini della telecamera si vede poi anche la scena dell’arrivo dei carabinieri forestali, che stavano controllando la zona da remoto e che sono intervenuti e hanno trovato il cane denutrito e disidratato. Il cucciolo si è avvicinato ai carabinieri e si è lasciato coccolare.
L’analisi delle registrazioni ha permesso ai militari di risalire al responsabile: è un imprenditore edile di 52 anni residente a Bacoli. L’uomo è stato rintracciato e denunciato per l’abbandono dell’animale e per lo scarico illecito dei rifiuti pericolosi.
Nei suoi confronti è stato disposto anche il ritiro della patente, poiché il veicolo sarebbe stato utilizzato per commettere i reati contestati.
(da agenzie)
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Luglio 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA LOBBY DEGLI AGRICOLTORI È POTENTISSIMA ANCHE A BRUXELLES, DOVE LA MAGGIOR PARTE DEI FONDI È PROPRIO SULLE POLITICHE AGRICOLE: NON SOLO HA SPINTO PER DIFENDERE GLI ALLEVAMENTI INTENSIVI E PRODOTTI CONTROVERSI COME FOIE GRAS E PELLICCE, MA HA FATTO PRESSIONE PER SOSTENERE IL RINNOVO DELL’AUTORIZZAZIONE DEL GLIFOSATO, CHE L’OMS HA CLASSIFICATO COME PROBABILMENTE CANCEROGENO
Documenti appena rivelati dall’interno della più potente lobby agricola d’Europa mostrano come abbia ritardato, svuotato e ribaltato alcune delle più ampie riforme agricole nella storia dell’UE, compreso un piano per dimezzare l’uso dei pesticidi.
Copa Cogeca si descrive come la voce di 22 milioni di agricoltori in tutto il continente e gode di un accesso senza pari ai legislatori dell’UE. È stata persino definita un «partner nella definizione delle politiche».
Così, quando nel 2020 l’UE ha lanciato piani per una radicale riforma dell’agricoltura in risposta alle preoccupazioni per il collasso climatico e la crisi della natura, Copa Cogeca è entrata in azione e nel febbraio 2021 ha definito la propria strategia di lobbying. Decine di documenti che registrano riunioni interne di Copa Cogeca, ottenuti da Grilled – un progetto di giornalismo investigativo incentrato sui sistemi alimentari – e dal Guardian, offrono un raro sguardo sul funzionamento interno dell’organizzazione di lobbying.
Prodotti animali controversi – come il foie gras e le pellicce – sarebbero stati difesi, disse ai membri l’allora segretario generale di Copa Cogeca, Pekka Pesonen, «nello stesso modo del tabacco».
Uno degli obiettivi chiave dell’UE era dimezzare l’uso dei pesticidi per proteggere la biodiversità. La risposta di Copa Cogeca, mostrano i documenti, è stata quella di combinare tattiche dilatorie con un’intensificazione dell’attività di lobbying.
«Le elezioni del Parlamento europeo si terranno nel 2024», si legge in una nota del settembre 2022. «Forse vale la pena aspettare fino ad allora. Dobbiamo costringere la Commissione [europea] ad abbandonare i suoi obiettivi.»
Nella stessa riunione, il gruppo di pressione decise di chiedere una nuova valutazione d’impatto per la misura, che la Commissione realizzò alla fine dell’anno, rallentando il processo legislativo di sei mesi.
La primavera successiva respinse una relazione del Parlamento europeo sulla proposta definendola «offensiva» e i suoi membri presentarono agli ambasciatori dell’UE, durante un evento di Copa Cogeca, una ricerca commissionata privatamente che evidenziava gli impatti economici. Gli Stati membri, secondo il verbale, «hanno mostrato comprensione».
I documenti documentano anche l’attività di lobbying dell’organizzazione per proteggere l’uso di pesticidi dannosi per le api e del glifosato, che l’agenzia dell’Organizzazione mondiale della sanità per il cancro ha classificato come probabilmente cancerogeno.
«Fare pressione sulle rappresentanze permanenti affinché sostengano» il rinnovo dell’autorizzazione del glifosato, disse il segretariato ai membri. «Copa Cogeca invierà una lettera alle rappresentanze permanenti.»
Il regolamento sui pesticidi è stato ritirato nel febbraio 2024, pochi mesi prima delle elezioni che Copa Cogeca aveva deliberatamente cercato di rinviare.
L’UE sta ora discutendo una proposta che eliminerebbe le periodiche rivalutazioni di sicurezza richieste per i pesticidi già presenti sul mercato.
Anche la riduzione del consumo di carne rossa era un obiettivo prioritario. Ogni anno l’UE spende centinaia di milioni di euro per promuovere prodotti agricoli, compresa la campagna pubblicitaria del 2020 «Become a Beefatarian», che suscitò indignazione tra gli attivisti. Quando la Commissione propose di limitare quei finanziamenti alla carne rossa e lavorata nell’ambito del suo piano contro il cancro, Copa Cogeca considerò la misura una minaccia esistenziale.
«Qui non stiamo parlando soltanto della politica di promozione», dissero i funzionari durante una riunione nel gennaio 2022. «Se la carne viene trattata in questo modo in quel contesto, ciò si estenderà anche ad altre politiche.»
Copa Cogeca coordinò tre commissari nominativamente indicati per contestare le nuove linee guida, coinvolse come alleati le lobby del vino e dell’alcol e disse ai propri membri di fare pressione sui rispettivi governi nazionali affinché eliminassero le restrizioni. L’anno successivo le misure furono indebolite. L’anno dopo i criteri sanitari furono silenziosamente eliminati. Il verdetto di Copa Cogeca: «L’attività di lobbying ha dato i suoi frutti.»
Copa Cogeca agì rapidamente per indebolire le norme sugli allevamenti intensivi prima ancora che il pubblico le avesse viste. Un memorandum interno del 2022 afferma che lettere inviate ai commissari più importanti portarono a innalzare del 50% la soglia che definisce un allevamento industriale – basata sul numero di animali allevati – prima della pubblicazione della proposta. Un’analisi ha rilevato che tale modifica è costata alla collettività 1,8 miliardi di euro (1,5 miliardi di sterline) l’anno in benefici sanitari perduti.
Fu solo l’inizio di un’operazione durata anni. I legislatori furono accompagnati in visite organizzate ad aziende agricole in Belgio. Furono lanciate campagne mediatiche. Furono inviate lettere agli ambasciatori dell’UE prima dei voti decisivi del Consiglio europeo. Il giorno del voto finale al Parlamento, trattori ed eurodeputati invitati si radunarono davanti al Parlamento europeo a Strasburgo mentre «un grande schermo che mostrava in diretta il voto sulla IED [direttiva sulle emissioni industriali]» trasmetteva l’evento.
La legge finale risultò ancora molto più debole, innalzando in modo significativo le soglie per gli allevamenti avicoli e suinicoli ed escludendo completamente i bovini. Solo circa l’1% degli allevamenti bovini europei sarebbe stato interessato dalla proposta originaria. Marco Contiero, direttore delle politiche agricole di Greenpeace UE, ha affermato che Copa Cogeca aveva «scelto di proteggere un piccolo gruppo di operatori altamente industrializzati responsabili di una quota sproporzionata dell’inquinamento», invece di difendere la maggioranza degli agricoltori europei.
Un portavoce della Commissione europea ha dichiarato che le sue decisioni vengono prese «alle condizioni dell’Europa, secondo le regole dell’Europa e nell’interesse dell’Europa».
«L’interesse della grande agricoltura non è semplificare il Green Deal», ha affermato Delara Burkhardt, eurodeputata tedesca della commissione Ambiente. «Vuole smantellarlo.»
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Luglio 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL CRONISTA QUASI UCCISO DURANTE L’IRRUZIONE ALA DIAZ RACCONTA LE 14 ORE DI COMA, LA RICERCA DELLA GIUSTIZIA E I POLIZIOTTI RIMASTI IMPUNITI
Sono passati venticinque anni dai fatti del G8 di Genova del 2001, ma le ferite di quei
giorni faticano a chiudersi, diventando parte integrante e dolorosa della memoria collettiva italiana. Per Mark Covell, allora giovane videoreporter freelance britannico per Indymedia UK, il vertice si è trasformato in un incubo personale che ha segnato la sua vita e quella della sua famiglia per sempre. Quasi ucciso durante la brutale irruzione nella scuola Diaz, Covell ha affrontato un coma di 14 ore, danni fisici incalcolabili e un disturbo da stress post-traumatico con cui convive ancora oggi.
Mark, facciamo un salto indietro nel tempo per chi oggi legge la tua storia per la prima volta. Nel luglio del 2001 eri un giornalista freelance di Indymedia. Qual era esattamente il tuo ruolo a Genova nei giorni del G8, perché ti trovavi proprio nei pressi della scuola Diaz quella notte e cosa è accaduto nei primissimi istanti dell’irruzione della polizia?
Nel luglio del 2001 collaboravo come videoreporter freelance con Indymedia UK. Il mio primo summit contro la globalizzazione era stato quello del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale a Praga. Sapevo che si sarebbe svolto il G8, ma pensavo che fosse un evento troppo grande per la mia esperienza. Avevo però il tesserino del National Union of Journalists britannico e questo mi permise di collaborare con Indymedia Genova. L’accordo iniziale era che sarei andato in città solo per aiutare a installare la rete informatica del Media Center, per poi ripartire prima dell’inizio del vertice. Arrivai a Genova il 9 luglio e iniziai a lavorare con il gruppo tecnico di Indymedia. Il nostro compito era collegare decine di computer e laptop donati che sarebbero serviti per seguire il summit. Quando però migliaia di poliziotti e militari arrivarono in città e Genova venne praticamente blindata, mi resi conto che non sarei più riuscito ad andare via. Così rimasi e presi parte all’operazione di Indymedia durante tutto il G8.
La sera del 19 luglio cercavano volontari che rimanessero nel Media Center a gestire i telefoni, i canali IRC e soprattutto il sito di Indymedia. Mi offrii volontario. Questo significava che non sarei mai andato ai cortei, ma avrei seguito tutto dalla redazione aggiornando il sito, che in quei giorni arrivava a circa 1,2 milioni di visualizzazioni al giorno. Il 20 luglio, mentre lavoravamo senza sosta, arrivarono le fotografie della morte di Carlo Giuliani. Per qualche istante nella stanza cadde il silenzio: tutti rimanemmo increduli, poi tornammo subito al lavoro per raccontare quello che era successo. Nelle ore successive circolavano continuamente voci incontrollate: si parlava di altri morti e anche della possibilità che la polizia facesse irruzione nella sede di Indymedia. Dormii pochissimo quella notte.
Cosa successe dopo?
La sera del 21 luglio il vertice era ormai finito e molte persone stavano lasciando la città. Intorno alle 22.30 entrai nella scuola Diaz Pertini semplicemente per salutare alcuni colleghi di Indymedia prima di partire anch’io per Milano. Poco prima di mezzanotte sentii un forte boato provenire dall’esterno e molte urla. Un ragazzo entrò di corsa gridando che la polizia stava facendo irruzione nella scuola. Insieme a un giornalista tedesco di Indymedia cercai di raggiungere la Diaz Pascoli per avvisare chi era all’interno. Lui riuscì ad attraversare la strada, io invece venni intercettato dal primo reparto della Settima Squadra Mobile. Estrassi subito il mio tesserino del sindacato dei giornalisti britannici e continuai a ripetere: “Press, stampa!”. Ma mentre cercavo di mostrarlo iniziarono a colpirmi al braccio e alla spalla. Mi fu detto che non ero un giornalista, che ero un black bloc e che loro i black bloc li avrebbero ammazzati.
Dopo venticinque anni, quando ripensi alla notte della Diaz, qual è l’immagine che ti torna in mente per prima?
La cosa che ricordo di più sono le urla che arrivavano dalla Pertini dopo il secondo attacco, mentre i poliziotti si riversavano nel cortile. Ci fu anche un momento, mentre arrivava il terzo attacco, in cui capii che stavo per morire. Entrare in coma fu come attraversare un tunnel di luce, e poi il nulla.
Il primo attacco mi stordì e mi immobilizzò. Il secondo attacco, pochi minuti dopo, causò danni enormi al mio corpo. Il terzo attacco fu un colpo di grazia, e poi un coma di 14 ore: il secondo attacco mi ruppe la mano sinistra… tutta la gabbia toracica sul lato sinistro fu completamente sfondata. La colonna vertebrale fu danneggiata e subii una massiccia emorragia interna. Il terzo attacco fu, né più né meno, che spaccarmi la testa; il poliziotto sapeva che mi avrebbe ucciso, per la quantità di forza usata. Un altro calcio in bocca mi fratturò o strappò 16 denti.
Oltre alla violenza subita sul tuo corpo, cosa ricordi del comportamento dei poliziotti e delle armi che vennero usate quella notte?
Quella notte alla Diaz i poliziotti coinvolti avevano tutta l’intenzione di infliggere quanto più danno possibile a persone indifese: ci sputavano addosso, tagliavano ciocche di capelli come trofei, aggredirono una vittima con un estintore (Niels Martensen) e poi ritardarono i soccorsi medici il più a lungo possibile (come nel mio caso). Non importava che si trattasse di un uomo o di una donna. Alcuni di loro erano equipaggiati con una seconda “barra di ferro” fatta per sembrare un manganello. Quest’arma illegale è progettata per rompere le ossa rapidamente. C’è poi il caso del “poliziotto con la coda di cavallo” che correva per il primo piano brandendo un’arma improvvisata, un’asse di legno con conficcato un chiodo da quindici centimetri.
Per i successivi 30 minuti, e non so come sia sopravvissuto, fui lasciato lì, scaricato fuori dal cancello principale della Diaz Pertini, senza alcun soccorso medico. Quando i paramedici finalmente mi raggiunsero, fui classificato “codice rosso”, in imminente pericolo di morte. Naturalmente di tutto questo non sapevo nulla, perché ero in coma. Arrivato all’ospedale San Martino, fui portato d’urgenza in sala operatoria e sottoposto a numerose trasfusioni, perché stavo perdendo moltissimo sangue.
Sei diventato, tuo malgrado, uno dei volti simbolo della violenza del G8 di Genova. È stato difficile convivere con questo ruolo pubblico in tutti questi anni e, soprattutto, come hai affrontato le pesantissime conseguenze fisiche e psicologiche che quel brutale pestaggio ha lasciato nella tua vita quotidiana?
Nei primi anni dopo l’irruzione alla Diaz, il mio avvocato mi disse che i grandi media internazionali avevano “scelto” il mio caso perché ero un giornalista e non un manifestante, che ciò che mi era accaduto era un esempio della peggiore violenza poliziesca alla Diaz, e la mia storia e il mio volto furono trasmessi in tutto il mondo mentre tutti gli altri restavano a Bolzaneto per poi essere espulsi. In seguito pensai anche che c’erano altre parti civili della Diaz ferite quanto me, se non di più. Non mi piacevano i riflettori né l’etichetta.
La Diaz ha distrutto la mia famiglia. Per otto anni sono stato bollato come “terrorista dell’informazione” dai poliziotti della Diaz, finché non ho ripulito il mio nome e non ho fatto condannare i poliziotti della Diaz per tortura e violazioni dei diritti umani. Dopo la Diaz, ho avuto molti problemi a rimettere insieme una qualche forma di vita e a convivere con quella famigerata irruzione. Probabilmente sarò ricordato per il mio lavoro su Supervideo Diaz e per aver condotto per molti anni una campagna mediatica ad hoc su Indymedia e sui grandi media. I veri simboli di un evento di queste dimensioni impiegano tempo a emergere. Personalmente, Arnaldo Cestaro è il mio eroe…
Dopo il ritorno iniziale a Londra, il mio primo problema fu imparare di nuovo a camminare: mi ci vollero nove mesi per riprendermi. Ero ancora in cattivo stato quando tornai a Genova, nel luglio 2002, per incontrare Enrico Zucca, magistrato e pubblico ministero, e per rientrare per la prima volta nella scuola dove ero quasi morto. Il disturbo da stress post-traumatico può fare molte cose strane. Per alcuni di noi, reduci dalla Diaz e da Bolzaneto, significò cercare di dimenticare, costruirsi una nuova vita e andare avanti; ma per altri questa non era un’opzione.
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Dopo il trauma fisico è iniziato anche quello giudiziario. Come hai trasformato la tua rabbia nella ricerca di giustizia attraverso i processi, e quanto è stato difficile affrontare le aule di tribunale?
Ero arrabbiato, molto arrabbiato, e volevo usare le mie competenze giornalistiche per scoprire cosa fosse successo e chi fosse il responsabile. Essendo parte civile, volevo anche aiutare Zucca. A volte la giustizia è la migliore medicina per il disturbo da stress post-traumatico… e così iniziò la lunga ricerca di giustizia. Un percorso volto innanzitutto a ottenere giustizia per me stesso, poi per tutte le altre vittime della Diaz e di Bolzaneto, e infine perché il resto dell’Italia potesse finalmente conoscere la verità e i fatti. Attraversare i processi, vedere alcuni di questi poliziotti criminali testimoniare e, nella maggior parte dei casi, mentire, è stata un’altra forma di tortura. Fino al novembre 2008 nessuno sapeva se avremmo ottenuto delle condanne. E poi c’erano tutta la sorveglianza e le minacce con cui io e altri abbiamo dovuto fare i conti. Bisogna ricordare che questi poliziotti della Diaz rimasero ai loro posti, e spesso vennero promossi, prima di essere condannati.
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha sancito che alla Diaz fu commessa tortura, segnando un punto fermo. Ma in Italia è stata fatta davvero una profonda e sincera riflessione collettiva su quei fatti?
Mi manca il mio vecchio amico Arnaldo Cestaro, scomparso un anno fa. Fu lui, tra le parti civili della Diaz, a portare le prove dell’irruzione fino alla CEDU, e a vincere. Ciò che ha subito nella scuola e dopo, a Bolzaneto, mi fa piangere. Lui è un simbolo giusto e più meritevole di ciò che è accaduto e della battaglia che abbiamo dovuto affrontare per ottenere un po’ di giustizia. Sapere che la sentenza “Cestaro contro Italia” della CEDU verrà insegnata in ogni università è già di per sé un’eredità sufficiente.
Il verdetto della CEDU portò alla creazione della prima legge italiana sulla tortura. Pur non essendo stata scritta in linea con quelle di tutti gli altri paesi europei e con la definizione delle Nazioni Unite, è una legge che deve essere messa alla prova dagli avvocati e ulteriormente riformata dai governi eletti. È una legge sulla quale l’Italia deve impegnarsi, per garantire ai propri cittadini la migliore protezione e i migliori diritti umani. Serve inoltre arrivare a una soluzione sui numeri identificativi sui caschi e sulle bodycam indossate dagli agenti, riforme di polizia cruciali. E ancora: qualunque agente coinvolto in un reato grave deve essere sospeso dal proprio incarico. La campagna per la legge sulla tortura e la sua introduzione, riuscita, nell’ordinamento giuridico italiano è una delle eredità più importanti dell’irruzione alla Diaz. Per arrivarci, abbiamo dovuto far condannare più poliziotti di qualsiasi altro processo alla polizia al mondo.
Molti degli esecutori materiali dei pestaggi, compresi quelli che hanno ridotto te in fin di vita, non sono però mai stati identificati o sono rimasti impuniti. C’è qualcosa, nella ricostruzione del tuo caso specifico o nella dinamica di quella notte, che senti non sia ancora stato chiarito del tutto e su cui bisognerebbe continuare a indagare?
Alla Diaz ci furono sette tentati omicidi. Io fui uno di questi, e per ciascuno venne aperta una distinta indagine della procura. Di tutti i casi, il mio è quello che sarebbe avanzato di più, grazie al fatto che avevo il filmato di Hamish Campbell del terzo attacco contro di me. Avevo anche 22 testimoni, ognuno con qualcosa da aggiungere, la maggior parte con riscontri tramite Supervideo Diaz. Il lavoro sul mio caso procedette lentamente, con diverse nuove piste emerse dal 2008 in poi, dopo il completamento di Supervideo. Tuttavia, nel 2012 la procura dovette chiudere la mia indagine per la prescrizione e per la necessità di trovare un accordo con il Ministero dell’Interno riguardo al mio risarcimento. Le motivazioni della corte d’appello ligure, nel 2010, elencano cinque sospettati coinvolti nel mio tentato omicidio. Quei nomi sono Spartaco Mortola, Carlo De Sarro, Nando Dominici, Filippo Ferri, Fabio Ciccimarra. Il sesto è Michelangelo Fournier. Tutti questi nomi sono pubblicamente disponibili negli atti del caso Diaz. Nessuno di loro ha mai reso dichiarazioni alla procura, benché sia evidente che fossero presenti mentre io venivo quasi ucciso.
Tutti hanno aderito alla tradizione poliziesca del “Code Blue”, il muro di silenzio. Il dottor Zucca descrive il mio caso come quello della vittima “fantasma” che nessuno ha visto. Tutti sono rimasti in silenzio. Due comandanti dei Carabinieri hanno reso solo dichiarazioni parziali su ciò che videro. Questo deve essere indagato ulteriormente. Questa situazione del Code Blue un giorno finirà, e un whistleblower si farà avanti e farà i nomi.
A Genova nel 2001 lo slogan era “Un altro mondo è possibile” e si parlava già di crisi climatica, disuguaglianze globali e strapotere della finanza. Venticinque anni dopo, quelle rivendicazioni sembrano quasi profetiche. Secondo te, dove sono finiti i progetti e le utopie di quel movimento? C’è un filo rosso che lega i ragazzi di allora ai movimenti di oggi, come quelli per il clima o per i diritti sociali, o qualcosa si è interrotto con la violenza di quei giorni?
Fu l’11 settembre a frantumare la direzione e la traiettoria del movimento dei movimenti. Nei mesi successivi si trasformò in un movimento globale per la pace, contro l’invasione dell’Iraq. Genova non uccise il movimento: semplicemente, andò più sottotraccia. Semmai la sua portata si ampliò, man mano che Indymedia si espandeva. Gruppi come WikiLeaks e Anonymous ne furono derivazioni. Ci sarebbe voluto il crollo bancario di fine 2008 per far nascere il movimento Occupy Wall Street, poi superato dal movimento della Primavera Araba. Tutti questi movimenti devono la loro storia, e alcune delle loro caratteristiche, a Genova e a ciò che vi accadde. Insomma, le proteste di Genova e il loro significato furono come una bomba atomica a scoppio lento, esplosa sotto il potere della finanza e delle organizzazioni governative che rappresentavano la globalizzazione corporativa nel XXI secolo. Le onde, però, si stavano propagando e diventavano sempre più grandi. Il crollo bancario del 2008 mostrò quanto fossero vulnerabili le banche. Sempre nel 2008 fallirono i negoziati di Doha. E i negoziati di Doha erano iniziati a Genova.
Quanto al cambiamento climatico, nel 2001 i suoi effetti non erano ancora pienamente compresi, e il mondo avrebbe attraversato un’era di negazionismo climatico. Avevamo tutti un brutto presentimento, mentre a Genova la gente protestava per il clima. Fu lì che il famoso “grafico a mazza da hockey”, che mostra l’aumento delle temperature nell’era industriale, venne presentato a Bush e Blair. Le nostre proteste di Genova su immigrazione e rifugiati erano legate, in un nesso causale, all’inevitabile impatto del cambiamento climatico che oggi cominciamo a vedere. Ho visto e seguito lo sviluppo dei partiti verdi e il loro ingresso nella politica mainstream. È uno dei più grandi cambiamenti nati da Genova. Qui in Italia, partiti come il M5S sono nati dalle strade del G8 del 2001.
Molto di ciò per cui si protestava è ormai entrato nel mainstream politico… come le politiche energetiche, le auto elettriche, l’edilizia verde, l’abbandono dei combustibili fossili, l’espansione e la trasformazione senza precedenti di internet, ben oltre la fine europea di Indymedia nel 2012, per esempio.
Allora ti chiedo, se dovessi spiegare a chi nel 2001 non erano ancora nato perché la Diaz non riguarda solo il passato, ma parla ancora all’Italia e alla democrazia di oggi, cosa diresti?
Che per capire l’Italia di oggi, devi capire cosa è successo. C’era un’Italia prima di Genova e un’altra Italia dopo Genova. La Diaz, in particolare, è una battaglia per restituire quel senso dei diritti umani e delle leggi di cui uno stato democratico moderno e funzionante ha bisogno per operare senza scivolare di nuovo verso un governo fascista, in cui democrazia e diritti vengono sospesi. Un giovane leggerà che la giustizia può essere ottenuta, laddove in tanti capitoli oscuri della storia italiana giustizia non c’è stata. Imparerà qualcosa sulla giustizia, sui diritti umani, sulla legge, sulla compassione e sulla verità che fanno parte della sua identità di italiano. Sento la responsabilità di parlare ai giovani di oggi dei problemi del cambiamento climatico, della guerra, del collasso della globalizzazione corporativa americana e delle pressioni delle misure di sicurezza nel 2026.
L’Italia è alla vigilia di una delle elezioni più importanti, che sarà vista come un passaggio generazionale dalla vecchia guardia alla nuova. Il 25° anniversario del G8 è stato pensato per dialogare il più possibile con i movimenti attualmente in campo, come No Kings contro Trump e la Global Sumud Flotilla, che porta aiuti umanitari a Gaza. Pensiamo che dall’esperienza del movimento dei movimenti del 2001 possano imparare alcune cose. Certo, l’internet di oggi è molto diverso da quello usato nel 2001, ma quella rivoluzione iniziò con Indymedia. È un pezzo di storia che tutti i giovani di oggi possono conoscere.
(da Fanpage)
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Luglio 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL 56ENNE, CONDANNATO NEL 2023 PER INCITAMENTO ALL’ODIO ED ESTRADATO DALLA REPUBBLICA CECA DOPO SETTE MESI DI LATITANZA, AVEVA CAMBIATO LEGALMENTE NOME E GENERE, DIVENTANDO MARLA, MA PER LE AUTORITÀ IL SUO CAMBIO DI GENERE È SOLO UNA “PROVOCAZIONE” (LIEBICH HA PIÙ VOLTE ATTACCATO LA COMUNITÀ LGBT+). ADESSO IL NEONAZISTA E I SUOI SOSTENITORI GRIDANO ALLO “SCANDALO” E ACCUSANO LO STATO DI NON RISPETTARE UNA SCELTA CHE AVEVA LEGALMENTE RICONOSCIUTO
Si è conclusa nel carcere femminile di Chemnitz, nella Germania orientale, la fuga di Sven Liebich, estremista di destra condannato nel 2023 per incitamento all’odio ed estradato ieri dalla Repubblica Ceca. Dopo la sentenza aveva cambiato nome in Marla Svenja e ottenuto il riconoscimento legale del genere femminile.
Una scelta considerata una provocazione, viste le sue ripetute campagne contro la comunità Lgbtq+. La permanenza nella struttura per donne sarà solo temporanea: per la sicurezza delle detenute verrà trasferito in un carcere maschile. “Uno scandalo, allora la legge sull’autodeterminazione non vale più?”, hanno subito scritto sul suo profilo social per alimentare le polemiche.
“È positivo che il carcere abbia fatto subito chiarezza e non si sia lasciato coinvolgere in alcuna messa in scena”, ha dichiarato Constanze Geiert, ministro della Giustizia della Sassonia. Liebich, 56 anni, è tra i più noti estremisti di destra. […] Nel 2023 il tribunale distrettuale di Halle lo ha condannato a un anno e sei mesi senza possibilità di libertà condizionale per incitamento all’odio. Tra le diverse accuse anche la vendita di mazze da baseball con la scritta “aiutanti alla deportazione”.
Nel 2022 aveva interrotto il pride della città di Halle definendo i partecipanti “parassiti della società”. Solo uno dei tanti attacchi rivolti negli anni alla comunità Lgbtq+, che aveva spesso definito “transfascisti”. Per questo, in Germania, molti hanno messo in dubbio che la sua richiesta di modifica del genere fosse una scelta autentica, interpretandola invece come una provocazione dopo l’approvazione, nel 2024, della nuova legge tedesca sull’autodeterminazione, contestata dagli oppositori perché considerata troppo semplice.
In base alla modifica dei documenti, Liebich risulta però ufficialmente donna. Per questo, alla fine di agosto 2025, era stata convocata nel carcere femminile di Chemnitz per iniziare a scontare la pena. Non si è presentata: è iniziata così una latitanza durata sette mesi.
Il tribunale distrettuale di Halle sta valutando l’eventuale annullamento delle modifiche relative al nome e al genere della condannata. Ma sui suoi profili social, gestiti da terzi in questo momento, Liebich rivendica la sua scelta e attacca le autorità tedesche che l’hanno spostata nel carcere maschile.“A quanto pare Liebich non è una donna. Beh, non è incredibile? Ci hanno sempre detto che il genere poteva essere scelto liberamente. E ora sono proprio le autorità della Sassonia-Anhalt a voler decidere quale genere abbia Liebich? Non avrebbero potuto smascherarsi in modo più clamoroso”, continuano a scrivere dal suo profilo chiedendo la scarcerazione e continuando ad aizzare i suoi sostenitori anche da dietro le sbarre.
(da agenzie)
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Luglio 18th, 2026 Riccardo Fucile
CHE IL DRAGONE SIA UNA FEROCE DITTATURA DOVE LE MINORANZE VENGONO PERSEGUITATE (ALCUNE MANDATE IN CAMPI DI CONCENTRAMENTO), E I DIRITTI COMPRESSI, CHE CI FREGA? A NOI BASTA RINCOGLIONIRCI SU TIKTOK E SPENDERE POCO PER I PRODOTTI CHE COMPRIAMO SU TEMU E SHEIN
Le persone hanno oggi un’opinione della Cina più favorevole rispetto a quella degli Stati
Uniti in Paesi distribuiti su sei continenti, un netto cambiamento emerso negli ultimi anni man mano che la percezione degli Stati Uniti si è deteriorata, secondo i risultati del Pew Research Center.
Le persone in 27 dei 36 Paesi e territori esaminati hanno un’opinione della Cina migliore rispetto a quella degli Stati Uniti. Tra i 20 Paesi inclusi anche nell’edizione dell’indagine condotta dal Pew lo scorso anno, il dato mediano del 2025 indicava una maggiore favorevolezza verso gli Stati Uniti rispetto alla Cina.
«Alcune delle opinioni che registriamo sugli Stati Uniti sono ai minimi storici o vicine ai minimi storici», ha dichiarato Laura Silver, direttrice associata del Pew, un «fact tank» apartitico con sede a Washington.
Il cambiamento avviene nel contesto di una serie di interventi statunitensi sulla scena mondiale altamente visibili e controversi, tra cui le minacce della seconda amministrazione Trump di annettere Groenlandia e Canada, la guerra in corso in Iran, l’imposizione di dazi statunitensi a quasi tutte le economie del mondo, la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, le operazioni del Pentagono contro imbarcazioni nei Caraibi e lo smantellamento degli aiuti esteri degli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, l’immagine della Cina è migliorata rispetto al periodo della pandemia di coronavirus, quando aveva raggiunto un «livello minimo di opinioni estremamente negative», ha affermato Silver, coautrice del rapporto. «Per il modo in cui si sta evolvendo la politica globale in questo momento, osserviamo cambiamenti contemporanei sia nelle opinioni sugli Stati Uniti sia in quelle sulla Cina.»
L’indagine di quest’anno, condotta su 42.151 persone, presenta un margine d’errore medio di 3,9 punti percentuali.
Tra i Paesi che oggi vedono la Cina in modo più positivo rispetto agli Stati Uniti figurano alleati storici di Washington come Regno Unito, Canada, Francia e Germania. In tutti e quattro questi Paesi, secondo i dati del Pew, lo scorso anno gli Stati Uniti erano percepiti in modo più favorevole della Cina oppure godevano dello stesso livello di favore.
«Gli ultimi due anni hanno praticamente distrutto l’idea che gli Stati Uniti possano essere considerati un partner affidabile in qualsiasi ambito», ha affermato Joshua Kurlantzick, senior fellow del Council on Foreign Relations. «La Cina è intervenuta con decisione per approfittarne.»
In alcuni casi i cambiamenti sono notevoli. Nel Regno Unito, lo scorso anno il 50% degli intervistati aveva un’opinione favorevole degli Stati Uniti, contro il 39% per la Cina. Quest’anno, l’indice di favore verso la Cina è salito al 46%, mentre quello degli Stati Uniti è sceso al 41%.
Il Regno Unito ha visto incrinarsi la sua «relazione speciale» con gli Stati Uniti dopo che il presidente Donald Trump ha imposto dazi al suo stretto alleato e ha espresso irritazione per l’iniziale rifiuto del governo britannico di lasciarsi coinvolgere nella guerra in Iran. Il conflitto in Medio Oriente ha inoltre alimentato l’inflazione in un momento in cui il Regno Unito stava già affrontando una crisi del costo della vita.
La guerra in Iran rappresenta un altro importante fattore che ha influenzato la percezione globale nel periodo preso in esame: il Pew ha iniziato a raccogliere le risposte all’inizio di febbraio, poco prima dell’inizio della guerra, proseguendo fino a maggio. «Abbiamo potuto osservare come gli atteggiamenti verso gli Stati Uniti siano cambiati man mano che marzo e aprile passavano», ha spiegato Silver. «In molti Paesi, le opinioni sugli Stati Uniti sono risultate più negative tra le persone intervistate nelle fasi successive, quando la guerra aveva già prodotto conseguenze più pesanti.»
Le opinioni, tuttavia, rimangono molto differenziate. Più vicino ai propri confini, la Cina continua a essere impopolare presso molti dei suoi vicini. Negli ultimi anni Pechino ha utilizzato pattugliamenti navali e navi della guardia costiera impiegate come strumento di pressione per sostenere le proprie rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale, contestate da Giappone, Filippine, Taiwan, Malaysia e Indonesia. Anche India e Cina si sono scontrate negli ultimi anni per territori contesi lungo il loro confine comune.
Secondo i dati del Pew, nei Paesi dell’Indo-Pacifico alleati degli Stati Uniti — tra cui Filippine, Corea del Sud, Giappone e India — il sostegno agli Stati Uniti resta superiore a quello nei confronti della Cina.
In Giappone, dove il Pew ha rilevato che solo l’11% della popolazione ha un’opinione favorevole della Cina, il Paese è emerso come uno dei principali protagonisti degli sforzi per contenere le ambizioni cinesi nell’Indo-Pacifico. A novembre le tensioni tra Cina e Giappone sono aumentate quando il primo ministro giapponese Sanae Takaichi ha suggerito che il Giappone difenderebbe l’isola autogovernata di Taiwan in caso di invasione cinese.
Gli investimenti economici della Cina nei Paesi meno sviluppati del Sud-Est asiatico e dell’Asia meridionale potrebbero tuttavia far pendere nuovamente la bilancia a favore di Pechino. Dal 2013 l’iniziativa Belt and Road della Cina — un ambizioso progetto per costruire infrastrutture in gran parte del mondo in via di sviluppo, tra cui Malaysia, Indonesia, Pakistan e Bangladesh — ha contribuito a migliorare l’immagine di Pechino all’estero.
Tra i Paesi esaminati, la quota più elevata di sostegno alla Cina si registra in Pakistan, dove il 90% degli intervistati esprime un’opinione favorevole della Cina e appena il 15% ha un’opinione favorevole degli Stati Uniti. Il Pakistan ospita il China-Pakistan Economic Corridor, spesso considerato il progetto «di punta» dell’iniziativa Belt and Road.
Uno schema analogo si riscontra nell’Africa subsahariana. Tra gli altri progetti della Belt and Road, Pechino ha finanziato l’espansione di un porto in Ghana, sistemi di trasporto urbano di massa in Nigeria, una grande linea ferroviaria in Kenya e impianti eolici in Sudafrica.
La Cina gode di un saldo positivo di approvazione in tutti e quattro i Paesi africani esaminati dal Pew e solo in Ghana gli Stati Uniti risultano più popolari della Cina, seppure di poco.
La presenza degli Stati Uniti in Africa si è ridotta durante la seconda presidenza Trump. Lo smantellamento da parte della Casa Bianca della U.S. Agency for International Development (USAID) nel 2025 ha colpito in modo particolarmente duro gran parte dell’Africa, che in precedenza riceveva un quarto di tutti i finanziamenti dell’USAID. Inoltre, quasi l’80% delle ambasciate statunitensi nel continente africano è privo di ambasciatore e, tra i quattro Paesi dell’Africa subsahariana esaminati dal Pew, soltanto il Sudafrica ospita un ambasciatore americano.
«La Cina ha ormai più ambasciate e più diplomatici di noi» in Africa, ha affermato Kurlantzick. «La Cina ha inoltre lanciato una gigantesca offensiva mediatica globale attraverso i media statali, investendo enormi risorse. In molti Paesi in via di sviluppo le persone ricevono una quota sempre maggiore delle loro notizie da Xinhua», l’agenzia di stampa cinese.
Più in generale, i dati suggeriscono che le percezioni globali potrebbero evolversi attribuendo un peso minore alla libertà e alla democrazia. In molti dei Paesi in cui la Cina è vista più favorevolmente degli Stati Uniti, gli intervistati ritengono comunque che il governo statunitense sia più propenso di quello cinese a rispettare le libertà personali dei propri cittadini, ha rilevato il Pew, anche se il divario tra queste percezioni si è notevolmente ridotto dal 2021.
Questa discrepanza potrebbe indicare che la percezione del livello di libertà presente all’interno di un Paese non è sufficiente, da sola, a rafforzarne la reputazione internazionale in misura tale da prevalere su altri fattori.
La crescente popolarità della Cina deriva dalla diffusa convinzione che la democrazia conduca a «polarizzazione e caos», ha affermato Kurlantzick. La Cina e altri Paesi autoritari «stanno facendo molto per minare l’idea che la democrazia sia, in assoluto, il miglior sistema politico. E questa strategia sta funzionando molto bene».
Joshua Yang
per il “Washington Post”
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Luglio 18th, 2026 Riccardo Fucile
ELETTRICITÀ E GAS ASSORBONO IL 17,1% DELLA SPESA DI CHI HA UN REDDITO BASSO, CONTRO IL 7,3% DI CHI PERCEPISCE UN REDDITO ALTO… IN ESTATE AUMENTANO DEL 4,4% I PREZZI SU FRUTTI E ORTAGGI … APPUNTI PER GIORGETTI E MELONI: CON LA PROSSIMA LEGGE DI BILANCIO AVETE INTENZIONE DI FARE QUALCOSA PER CHI HA MENO O CONTINUATE A FOTTERVENE?
L’inflazione rallenta a giugno, ma torna a colpire soprattutto le famiglie più povere. L’indice generale dei prezzi al consumo sale del 3% su base annua, contro il 3,2% di maggio, e resta fermo rispetto al mese precedente. Ma nel secondo trimestre il rincaro subito dal quinto delle famiglie con i livelli di spesa più bassi raggiunge il 3,7%, contro il 2,6% per il quinto più benestante: un divario di 1,1 punti, dopo che nel trimestre precedente l’inflazione era stata più alta per le famiglie con maggiore capacità di spesa. [
Elettricità e gas pesano molto di più sui bilanci fragili: assorbono il 17,1% della spesa delle famiglie più povere, contro il 7,3% di quelle più ricche. Così, a fronte di rincari simili, l’impatto è più che doppio. Nel secondo trimestre l’energia ha contribuito per quasi due punti all’inflazione del primo quinto e per meno di un punto a quella dell’ultimo.
A giugno i beni energetici accelerano dall’11,9 al 13%. Corrono soprattutto quelli del mercato libero: l’elettricità segna un aumento annuo del 14%, il gas del 9,9. Nel tutelato, l’elettricità sale del 7,1% e il gas dell’11,2. Rallentano invece benzina e gasolio, ma restano su livelli molto elevati. I rincari legati alla casa tornano così in cima alla classifica: abitazione, acqua, elettricità, gas e combustibili aumentano del 7,2% e da soli spiegano quasi un punto dei tre complessivi di inflazione. […]
I prezzi di alimentari, prodotti per la casa e la persona rallentano dall’1,9 all’1,3%. Gli alimentari freschi restano però cari, al 4,4%, anche se meno di maggio. Frenano soprattutto frutta e ortaggi, mentre i prodotti lavorati scendono lievemente. I beni acquistati più spesso aumentano ancora del 3,9%, sopra la media generale.
Energia e cibo occupano quindi una quota molto più larga delle spese obbligate dei nuclei vulnerabili. L’inflazione di fondo, al netto di energia e alimentari freschi, scende intanto all’1,6%. Ma il dato medio racconta solo una parte della storia: per chi ha meno margini, il costo della vita corre più veloce. L’inflazione acquisita per l’anno resta al 2,6%. Con i salari reali ancora di sei punti sotto il 2021.
(da agenzie)
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